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Una certa idea della Calabria

di Antonio Orlando

(se vuoi, scarica il testo in formato ODT o PDF)
 

 

2 Giugno 2017

Due romanzi di Mimmo Gangemi che – credo – sia già scrittore abbastanza affermato, conosciuto ed apprezzato anche al di fuori della “nostra” Calabria, mi offrono lo spunto per parlare della nostra regione. Forse dovrei ulteriormente circoscrivere l’ambito del quale intendo trattare e ridurlo alla sola provincia di Reggio, che oggi pomposamente, quanto vanamente, si fregia del titolo di “città metropolitana”. Le Calabrie continuano ad essere diverse e l’antico solco che separava le varie parti di questo estremo lembo della penisola, si è ulteriormente accentuato per cui l’unità istituzionale è solo una copertura amministrativa. Non penso, quindi, che il discorso possa essere generalizzato ed esteso automaticamente ad altre  aree della regione nonostante esso tragga spunto da storie tipicamente calabresi.

I due romanzi di cui si tratta sono “Il prezzo della carne” (Rubbettino Editore, 2014) e “Il patto del Giudice” (Garzanti, 2013). In realtà  il primo è la riscrittura del precedente “Un anno d’Aspromonte”, pubblicato circa vent’anni fa sempre con lo stesso editore. Al di là delle storie magistralmente intrecciate e narrate dall’A., due storie di mafia, meglio di ndrangheta, è possibile ricavare alcuni caratteri del nostro essere, della cultura calabrese, della mentalità calabrese andando ben oltre  i classici luoghi comuni relativi all’omertà, al favoreggiamento, alla contiguità, o al fatalismo.

In primis mi piace evidenziare che tutta l’opera di Gangemi infligge finalmente un durissimo colpo a quella idea dominante, che va da Alvaro a Repaci fino ai più accreditati intellettuali calabresi, che ha stabilito, quasi fosse una regola aurea, che per poter conoscere realmente la Calabria occorra andare lontano poiché da lontano la si capisce meglio.

Invano Fortunato Seminara tentò di demolire questa rocciosa credenza  che gli causò un “…ostinato e, per tanti versi, fiero isolamento”. (Giorgio Barberi Squarotti). Malgrado tutto, a dispetto delle molte vicissitudini, dei tanti torti subiti, dei numerosi sgarbi e perfino degli attentati, egli ribadiva, ancora una volta, il proprio amore per il paese natio e la terra di Calabria, fonte della sua ispirazione, del suo realismo e della sua “…clartè solaire et mèditèrranèenne apprise dans les classiques italiens et egalèment francais”. (Discorso del 14 maggio 1981, all’Istituto Italiano di Cultura di Strasburgo).

In questo suo discorso, tutto in francese, lingua che padroneggiava molto bene, Seminara ci tiene ad evidenziare le differenze tra lui ed Alvaro perché afferma:

-Alvaro,  voit la rèalitè par la mediation du mythe et de la lègende; moi l’ai vue et reprèsentèe en prise directe et sans voiles…

e sottolinea che loro due non hanno abitato nella stessa regione, perché Alvaro può definirsi un emigrato “pratiquement dèracinè”, mentre lui

-...avec des racines profondèment encrèes à ma terre et un des rares ècrivains qui aient resistè dans l’enfer calabrais.

E’ vissuto e ha resistito nell’inferno calabrese! E’ una dichiarazione di amore e di odio, ma fortemente realistica e sincera. Non si tratta di privilegiare un determinato punto di osservazione, in realtà la Calabria non la si capisce se non la si guarda dall’interno con gli occhi della razionalità e del disincanto.

L’ambiente, nonostante una modernizzazione imposta dall’esterno e da un consumismo sfrenato, quindi importati, nella sua sostanza autentica rimane “desolato” e si presenta come un problema, avviato inesorabilmente verso la catastrofe. Se si continua  a descrivere invece che rappresentare la realtà, si finirà per costruire una grande sovrastruttura fantastica al cui interno si è riusciti a raggiungere un  amalgama che ha livellato tutto e tutti senza alcuna distinzione. Quell’idea terrificante secondo cui, in fondo, siamo tutti nella stessa barca e vogliamo tutti la stessa cosa e cioè lo sviluppo della nostra regione (i politici direbbero “il Bene” della nostra terra), ci conduce ad un conformismo di maniera, falsamente tollerante. I nemici, “i veri” nemici della Calabria, secondo questa logica perversa, sono tutti esterni e si trovano a Roma, a Milano, a Bruxelles, a Strasburgo, a Londra in tutti quei luoghi in cui il denaro “non dorme mai”.

Siamo di fronte ad una chiamata a coorte di stampo assolutamente mistificatorio, neo-corporativistico, per fare in modo che nella notte i gatti continuino ad essere tutti neri.

Se non si riesce ad individuare chi sono i veri “commedianti” e gli autentici “tragediatori”, se non si svela l’arte della mistificazione e della simulazione, allora si è portati a credere che l’apparenza corrisponda alla realtà ed invece le cose, in Calabria, non sono mai come sembrano.

L’ipocrisia, la falsità, la doppiezza, la furbizia, il doppiogioco (se non il triplo) rappresentano altrettante doti necessarie per ottenere il proprio tornaconto personale in un ambiente che per definizione viene considerato infido, avverso, ostile. Il possesso di tutte queste doti è considerato necessario per poter vivere e diventa indispensabile per chi appartiene, per famiglia o per tradizione, alla ‘ndranghita. Esse, manco fossero delle stimmate, sono impresse nell’animo del mafioso, affiorano da ogni suo discorso con naturalezza, senza alcuna esibizione, senza ostentazione; mentre gli altri questo habitus lo devono acquisire, il mafioso lo eredita.

“E’ una favola, scrive Gangemi, che gli ndranghetisti siano intelligenti, geniali, che sappiano muovere i soldi, investirli. Sanno ammazzare e basta e anche male. Il resto, gli affari glieli mette in piedi la bella gente, galantuomini accorti a non sgarrare la tonalità della cravatta”.

Sono quelli che le Procure chiamano “la zona grigia” o “il terzo livello”, gente abile, accorta, furba, gente che sa vivere, che comanda, che è in grado di muovere cose ed uomini come pedine su una scacchiera. Gente per cui non è importante il “come”, bensì è importante arrivare, trovare la propria giusta collocazione ed ottenere il conseguente riconoscimento del ruolo e della funzione che hanno meritato. La zona grigia non corrisponde ad una classe sociale e neppure ad un ceto, forse è trasversale o forse si muove in verticale ed in forma ascendente, forse non è neppure mafia nel senso tecnico del termine. Certamente non si sente tale. Quel che è certo (e dimostrabile) è che si tratta di gente cui, in ogni caso, fa comodo la mafia perché copre con delitti, ruberie, estorsioni, minacce e vendette, le turpi azioni di chi sta in alto e non si mischia con gentaglia. Di chi il crimine semmai è da considerare tale, lo commette in guanti bianchi, stando dietro una scrivania o digitando su una tastiera collegandosi con mezzo mondo. Primi tra tutti, sicuramente, volenti o nolenti, tra i più esposti in quanto necessariamente, non fosse altro per dovere d’ufficio, collocati in prima fila, sono gli avvocati.

 Nel secondo romanzo, il giudice Lenzi, lucido, razionale, realista, spietato, nè da un giudizio terribile:

-…merce esposta sui banconi al mercato, in vendita”.

Si dirà, ovviamente, che non bisogna fare di ogni erba un fascio, ma ho già anticipato, e non mi ripeterò, che ci muoviamo nell’ambito della demolizione dei luoghi comuni e perciò ogni cautela deve essere bandita.

Una volta che abbiamo accettato la teoria della stratificazione sociale per “zone” o per “aree”, pensare che questi segmenti si muovano in parallelo sarebbe veramente ingenuo.

L’osmosi è così palese che l’integrazione tra le diverse zone genera una complementarietà necessaria. Nella cultura della ndrangheta l’omicidio e  la vendetta restano il “chiodo fisso” perché sono parte integrante della mentalità per la riaffermazione costante del rispetto e dell’onore, cioè dell’incutere terrore.

La salvaguardia e la difesa di questi valori può essere raggiunta anche con appoggi, sostegni, comparaggi, alleanze occasionali e transitorie, senza per questo doversi contaminare o compromettere.

La corruzione dilagante fa scorrere il denaro a fiumi ed il denaro permette di cambiare l’esistenza delle persone, da prestigio e da potere, copre qualunque vergogna e permette di dare a tutto un prezzo e perciò di acquistare tutto. Tranne l’onore, affermano gli ndranghitisti. Quello è come un pugno di farina, non lo riprendi più una volta che è volato via. Per questo è necessario uccidere, veder scorrere il sangue per ricordare agli infami che non conviene fare il furbo in Calabria, che l’ingordigia non paga.

L’omertà è una virtù che tutti possono imparare ad esercitare perché essa non è una caratteristica esclusiva del calabrese. Anche al Nord si può diventare omertosi, anche gli immigrati, i clandestini, i negri possono facilmente apprendere questo comportamento da uomini d’onore, saldi nei loro principi. L’omertà non è impastata solo di paura, non si fonda sulla debolezza, non deriva dalla collusione, è una scelta razionale, è una filosofia di vita, fa parte integrante del saper vivere.

Il “saper vivere” non è semplicisticamente il saper farsi i fatti propri e girarsi dall’altra parte al momento opportuno, non è il non vedere, il non sentire e il non parlare (a vanvera), bensì è “il rispetto” dovuto a chi è forte, abile, coraggioso, intraprendente, valente. E’ il riconoscimento dovuto ad una casta che ha conquistato con le armi e con il sangue il suo spazio all’interno della società.

E’ il non intromettersi per la considerazione verso persone appartenenti ad un ceto superiore.

L’omertà non è soggezione, è una scelta che può fare solo chi non si sente accerchiato, assediato, oppresso dalla mafia, solo chi è capace di convivere con la ndrangheta perché ha stabilito un “patto d’onore e di rispetto”, merita, nonostante tutto, di continuare ad essere trattato da uomo, merita, a sua volta, rispetto.  

 Questo riguardo, questa considerazione, questa stima, questa riverenza, quest’ossequio, questa deferenza – perché il “rispetto” racchiude in se tutte queste cose – possono essere accordati solo a chi è portatore di valori forti quali l’onore, la forza, il coraggio, la generosità, la solidarietà, il culto della famiglia e delle tradizioni, della religiosità. A chi ha il gusto della bella vita, dell’arte, del lusso. Se, però, a tutto questo non si accompagnano l’astuzia, la sagacia e l’ingegno non si può accedere ad un empireo riservato a pochissimi eletti. Non si parla del “furbo” che può, indifferentemente, vivere o morire; vivere perché colluso e di conseguenza protetto, ma pur sempre inferiore; morire per ingordigia o per infamità. Si parla di colui che sa vivere  perché è un “teatrante”, pratica l’arte della simulazione, dell’adattamento, è capace di cambiare le carte in tavola, sa quando è il momento di capovolgere la realtà come fosse una clessidra. Sono quelli che riescono a stare anche dentro l’antimafia, che si accreditano come perseguitati o come vittime, sono quelli che spronano a resistere, che organizzano convegni, manifestazioni, fiaccolate, che vanno nelle scuole ed incitano gli studenti fingendo di non sapere che anche i figli dei mafiosi frequentano i Licei. Sono quelli che, quando è venuto fuori – ma lo si sussurrava da tempo – che la mafia, in tutte le sue forme, si è installata a Nord, hanno cominciato a gridare che dunque la mafia non è solo in Calabria omettendo di dire una verità elementare, intuita dai nostri nonni già all’inizio del ‘900. Non deve destare meraviglia che la mafia  sia stata esportata nel Nord Italia e nel Nord Europa, come un secolo fa venne esportata a New York o a Chicago: la mafia va laddove ci sono i soldi, gli affari, i traffici, gli intrallazzi, in una parola la ricchezza facile ed immediata.  

Quei calabresi che vivono al Nord, troppo occupati a “studiare” da lontano la loro regione di provenienza, non si sono mai accorti che la mafia si era installata anche alle loro latitudini; non ne hanno riconosciuto i segni, non hanno notato le manovre di infiltrazione, chissà perché?

E’ d’obbligo osservare che se voi da lontano vedete bene la Calabria e la vedete meglio di noi che ci viviamo, com’è possibile che vi fate sfuggire la presenza della ‘ndranghita nelle vostre contrade? Quando tornate in Calabria pontificate dall’alto delle vostre cattedre, dei vostri Studi, dei vostri Uffici, delle vostre imprese di successo  e ci impartite lezioni di vita e di politica a noi che siamo rimasti qui e ci “confrontiamo” tutti i santi giorni con la mafia, ci viviamo gomito a gomito ed abbiamo imparare prima ancora che a filosofare, a vivere dignitosamente e senza scendere a compromessi di sorta. Vi assicuro, non è facile; è come camminare sull’orlo di un precipizio

Voi, esperti, studiosi, cattedratici, “mafiologi” di chiara fama – esiste, se non sbaglio, una cattedra di Storia della criminalità organizzata (meno male che non è disorganizzata…) - ci ammonite, ci rimproverate, ci dettate ciò che dobbiamo fare e dire e quali comportamenti tenere, raccogliete il plauso unanime degli intellettuali e degli uomini di buona volontà, però poi ripartite per le vostre tranquille città in cui si è installata la stessa ndrangheta, composta dalle stesse famiglie, e non la riconoscete! E’ un azzardo dire che questa vostra sottovalutazione, questa vostra distrazione ha favorito ed agevolato il radicarsi e l’espandersi delle cosche mafiose nelle aree del centro e nord Italia?  Volutamente lascio l’interrogativo in sospeso.

A questo punto preferisco quei calabresi da anni emigrati,  che scendono in Calabria, carichi di rimpianti e di nostalgia, per informarci di quanto siamo fortunati noi che viviamo qui, di quanto sia splendido il clima, stupendo il mare, buonissima l’acqua, di quanto sia incontaminata e selvaggia la natura, di come la vita sia ancora a misura d’uomo o meglio, mi permetto di dire, a misura di ciuccio. E giù lacrimevoli discorsi su una civiltà perduta, su un’infanzia dorata e privilegiata, sul bel tempo che fu, su com’era verde la mia vallata e com’era dolce quando papà ti mandava a prendere la ricotta fresca dal massaro, che, è vero, era un mafioso, ma vuoi mettere la mafia di quei tempi? Tutti uomini d’onore.

Li preferisco, perché almeno sono innocui.

 

Sud, non ci fu nessun genocidio

by historiaregni | domenica, luglio 10, 2016

 

Sud, non ci fu nessun genocidio - aprile-historia-regn

Purtroppo negli ultimi anni la riscoperta della storia e dell’identità del Sud è sfociata spesso in un revisionismo spicciolo che ha già generato clamorose bufale da quella delle “Due Sicilie terza potenza mondiale” al “lager di Fenestrelle” sino all’esaltazione di un bidet di Maria Carolina come simbolo del progresso civile nel Reame di Napoli ed a mostre su Carlo di Borbone piene di strafalcioni sulla sua ascesa al trono di Spagna o sugli usi civici. Il libro “Carnefici” di Pino Aprile si inserisce in questo filone e scegliamo di parlarne come esempio di quel revisionismo che non ci piace e che non fa bene al Sud perché non documentato ed astioso. I due più grandi difetti di questa pubblicazione infatti sono l’assenza di fonti adeguate e l’intreccio continuo di lamentele e rancori.

“Carnefici” di Pino Aprile si basa su asserzioni non supportate da un apparato documentale. Mancano cioè riferimenti sufficienti e chiari a fonti archivistiche, nonchè biografiche – perlopiù l’autore cita libri della sua stessa vulgata -, che confermino la veridicità delle sue affermazioni. Alla fine viene fuori un guazzabuglio di date e dati incongruenti e non verificati estrapolati dai libri più disparati, accostati in maniera disinvolta, cui si sommano supposizioni, congetture e moltiplicazioni che Aprile non si sforza neppure di dimostrare – né potrebbe farlo. Ci si chiede come è possibile che rileggendo le bozze lo stesso Aprile non si sia accorto delle numerose volte in cui cade in contraddizione con quanto egli stesso scrive. Confonde arrestati, inquisiti, fucilati, soldati sbandati, balza da riflessioni sulla “nazionalità” all’inno fischiato durante le partite di pallone, dà vita ad un enorme discorso a ruota libera e si lascia andare in conteggi surreali, “quello dice che mancano tot persone, quell’altro che ne mancano tot, però un documento ci dice che ne mancano altri tot e che prima erano tot per cui se facciamo questo più quello meno questo e meno quest’altro…”. In fin dei conti chi e quanti mancano all’appello? Manco Aprile lo sa. Paradossalmente potrebbero persino essere le “vittime dei briganti” cui lo Stato, ricordiamo, elargiva veri e propri rimborsi. Senza certezze l’autore arriva presto a buttare numeri a caso e passa da 7.000 a 20.000, da 100.000 a 500.000 fino ad un milione. Anzicchè levarci da dosso le esagerazioni, gli ideologismi, la retorica dei risorgimentalisti, ci aggiungiamo quelle di senso opposto perchè, c’è poco altro da dire, quando uno legge “Carnefici” sembra che stia leggendo dei “milioni di morti” che la storiografia ufficiale imputa all’esercito borbonico con l’aggravante, però, che nel libro di Aprile c’è qui e lì qualche spruzzata di complottismo, l’idea di una grande macchinazione tra Stato, esercito e sette che camuffano i dati e fanno scomparire fogli e persino cadaveri.

Mai la popolazione – scrive Aprile – era diminuita in tutto il secolo precedente, e questa è una delle tante affermazioni piazzate nel discorso e non dimostrate anzi addirittura sconfessata da lui stesso in altri punti del libro. Chiunque si sia occupato seriamente del problema demografico sa che il modo in cui tali rilevazioni furono eseguite presenta parecchie lacune scientifiche. La tecnica dei “fuochi” e del rilevamento di anime a base parrocchiale, infatti, non offre alcuna garanzia di attendibilità e così nel Regno delle Due Sicilie nel 1854 scompaiono dai censimenti oltre 100.000 abitanti rispetto al 1852 e, nonostante la forte epidemia di colera, nel 1855, vengono segnalati 100.000 abitanti in più. Sono aumenti e diminuzioni privi di giustificazioni documentate e dunque imputabili ad errori nei sistemi di rilevazione. Tali dati ed osservazioni sono tratti dal volume “La questione Meridionale” di Aldo di Biasio che fa anche notare come la cifra cali costantemente a partire dal 1859 al 1861. Parliamo di un contesto storico completamente distante dal nostro, con un’altissima mortalità infantile ed una speranza di vita che, sino al 1871, era di soli 33 anni (V. Daniele – P. Malanima, Il divario Nord-Sud in Italia 1861-2011). Tutti gli studi demografici però concordano nell’affermare che la popolazione del Mezzogiorno presenta dal 1861 una sostanziale stazionarietà: le statistiche SVIMEZ segnalano che la popolazione presente al Sud sul totale nazionale era il 37,1% nel 1861 ed ancora nel 1951 era del 37.2% con punte di valore più alto raggiunto nel 1881 con il 37.5% (SVIMEZ, Statistiche sul Mezzogiorno d’Italia 1861-1953).

Sarebbe meglio andarci piano, la forzatura nel leggere i dati o i “non dati” per piegarli ad una propria tesi maturata aprirori, non è la strada giusta per ridare al Sud la sua dignità, ma Pino Aprile è convinto, le prove non le ha, ma non fa niente e allora corregge tutti i genealogisti d’Italia ed asserisce: “il Sud diventa una terra in cui: 1. Non ci fu famiglia che non ebbe un fucilato, a norma di legge di occupazione, ovvero per abuso, 2. Né famiglia che non ebbe almeno un brigante (decine di migliaia), 3. Non ci fu famiglia che non ebbe almeno un recluso o un inviato a domicilio coatto, 4. Né famiglia che non ebbe militare deportato nei campi di concentramento del Nord”. Da studi certi e documentati possiamo dire che nella nostra famiglia nessuna di queste 4 tipologie figura, dunque qualcosa non va o nelle considerazioni di Aprile oppure i massoni hanno fatto scomparire le carte sulla nostra famiglia! Ed ancora un’altra: lo sapete che “prima la geografia e le mappe erano viste da Sud (con il Nord in basso…)” ? Parola di Pino Aprile, tutte le carte geografiche “di prima” che hanno il Sud al solito posto, cioè al Sud, sono false! Poi cita uno studioso che conosciamo ed apprezziamo, Edoardo Spagnuolo, che però sostiene che “il campo di definizione dei lutti che colpiscono il Sud per la repressione sabauda possa essere compreso tra i diecimila e i ventimila individui… Personalmente penso che il numero reale possa essere prossimo ai quindicimila…” e allora Pino Aprile lo corregge: Spagnuolo non ha i dati che ha lui, quali sono non si sa. La Marmora? Molfese? Un conto qui, un conto lì, li mette assieme, li corregge, li moltiplica deliberatamente per i mesi e gli anni che desidera, e si passa da 7.000 a 20.000; i libri d’epoca non parlano di genocidio, nessuna delle fonti che cita lo fa, ma lui continua imperterrito e si passa da 20.000 a 100.000. Il genocidio c’è stato, dice, ma ci avviamo alla fine del libro senza le prove di niente ed una cifra che è salita a 500.000… non si sa cosa, fucilati? Incarcerati? Incarcerati e fucilati? Deportati? Deportati, incarcerati e fucilati? Ed in che arco di tempo? E su un totale di quanti abitanti giacchè nel primo capitolo per Aprile erano 7.177.000, in quelli successivi diventano 9.000.000?

La storia si fa coi documenti non sulle illazioni ed i documenti parlano chiaro: non ci fu nessun genocidio. Tuttavia ciò che rende più difficile continuare la lettura è l’acredine e la lamentela ininterrotta “contro il Nord” come unico collante tra le argomentazioni più disparate di uno stesso capitolo. La rivalutazione della storia del Sud preunitario non ha bisogno di operazioni simili che anzi indeboliscono e ridicolizzano. Il processo di unificazione nazionale ebbe anche il volto dell’aggressione e della spoliazione, ormai scientificamente documentato. Fu una guerra, da cui nel giro di venti anni nacque un sistema economico duale con cui ancora facciamo i conti, e le vittime di quella guerra hanno bisogno di rispetto e non di genocidi inventati.

 

Autore: Angelo D’Ambra

 

La critica di Angelo all’ultimo libro di Pino Aprile è senza appello. Questo non lo condivido ovviamente. Ritengo che Aprile abbia aperto una strada, quella del metodo “statistico”.

Sinceramente non mi pare che l’autore di “Carnefici” dia per dimostrata questa o quella cifra, apre degli interrogativi e sostiene che di morti (per varie cause) ce ne siano stati tanti. Aprile scrive “centinaia di migliaia, da centoventimila in su”.

Mi pare che Martucci faccia una stima di 70-80mila, Guerri da anni sostiene che ci siano state non meno di 100mila vittime durante il brigantaggio.

Si tratta di due storici, non dei saggisti come Pino Aprile.

Zenone di Elea – 11 Luglio 2016

 

GnuPG

 
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"Chi è pronto a rinunciare alle proprie libertà fondamentali
per comprarsi briciole di temporanea sicurezza
non merita nè la libertà nè la sicurezza"
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TESTI IN LINGUA ITALIANA

  • Manuale di Crittografia di Luigi Sacco - una delle opere fondamentali della crittografia italiana e mondiale, l'edizione del libro risale al 1947, ed è introvabile, nel 1977 il volume è stato tradotto negli Stati Uniti dall'Aegean Park Press.
  • Codici e Segreti, di Simon Singh, testo eccellente, edito da Rizzoli e uscito anche in edizione economica, di piacevole lettura, ricco di dettagli storici e tecnici, giunge fino alla crittografia quantistica.
  • Segreti, Spie, Codici Cifrati di Giustozzi, Monti e Zimuel, edito da Apogeo nel 1999, contiene diversi dettagli sulla storia della crittografia in Italia.

TESTI IN LINGUA INGLESE

  • The Codebreakers, di David Kahn, la "bibbia" del settore, soprattutto dal punto di vista storico, un ponderoso volume,  mai tradotto in italiano, la cui edizione iniziale è precedente alla scoperta della crittografia a chiave pubblica.
  • Applied Cryptography di  Bruce Schneier, noto crittologo, opera di riferimento dal punto di vista tecnico, utile se si intenzione di implementare algoritmi crittografici e se si ha confidenza col linguaggio C [si puo' scaricare dalla rete anche una versione elettronica].
  • Crypto di Steven Levy, cronaca della rivoluzione provocata dalla scoperta della crittografia a chiave pubblica e della guerra combattuta in nome del progresso scientifico e dei diritti civili per rendere la crittografia uno strumento accessibile a chiunque.

 

Questione napoletana, brigantaggio e mitologia patriottarda antimeridionale

 

 


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