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Sulphur War

"L’affermarsi dell’industria chimica inglese destò ben presto le preoccupazioni di quella marsigliese, scatenando gli eventi conosciuti come “questione degli zolfi”. Nel 1837, difatti, la società francese Taix & Aycard offrì al governo borbonico l’opportunità di sottrarsi al monopolio degli Inglesi, assumendo il controllo del commercio dello zolfo in cambio della realizzazione di una industria chimica in Sicilia. 

L’offerta venne accettata e fu approvata una convenzione secondo la quale il commercio zolfifero veniva assegnato per un decennio esclusivamente alla Compagnie des soufres de Sicilie (Romeo, 1970, p. 219). 

L’accordo scatené la violenta reazione del governo britannico, che dichiarò illegittima la convenzione, in quanto violava il trattato di commercio dello zolfo stipulato già nel 1816 tra Inghilterra e Regno borbonico, secondo cui quest’ultimo accordava agli Inglesi la formula della “nazione più favorita”, e minacciò il blocco navale del porto di Napoli. 

Di fronte al pericolo di uno scontro armato e dell’isolamento diplomatico, il sovrano borbonico fu costretto a disdire l’accordo e restaurare di fatto il monopolio inglese dello zolfo13 (Renda, 1984, pp. 104-105)."

(Cfr. Caterina Barilaro - Il ruolo della Sicilia nel processo unitario italiano)

La questione degli zolfi

Sulphur War

 

 

1834

Recueil des traités de commerce et de navigation de la France

1836

Archives du Commerce, ou Guide des commerçans, recueil de tous les documens

1840

Progress of the Two Sicilies under the Spanish Bourbons - by John Goodwin

1840

Memoria sulla controversia  per l’appalto degli zolfi della Sicilia

1840

Risposta alle petizioni de' negozianti inglesi pei zolfi di Sicilia

1840

Memoria sulla controversia per l’appalto degli zolfi dell Sicilia

1840

Sulla proposta del trattato di reciprocanza e di commercio di Michele Solimene

1840

La Voce della verita. Gazzetta dell'Italia centrale

1840

The Colonial magazine and commercial-maritime journal

1840

Gazzetta (ufficiale) di Zara

1840

Italy and the Italians - Sicily — Sulphur Trade and Sulphur Monopoly

1840

Sulla proposta del trattato di reciprocanza e di commercio di Michele Solimene

1840

The Monthly Review - Papers relative to the Sulphur Monopoly in Sicily

1840

Storia documentata… di Nicomede Bianchi - Cassaro sull'affare dei zolfi di Sicilia

1840

Revue des deux mondes - Lettres du nord et du midi de l'Europe. La Sicile

1840

Risposta alle petizioni de' negozianti inglesi pei zolfi di Sicilia

1841

Almanach de Gotha: annuaire genealogique, diplomatique

1842

Storia cronologica dei vicerè, luogotenenti, e presidenti... - Giovanni E. di Blasi

1845

Legge che ordina la osservanza ed esecuzione del trattato di commercio e di navigazione

1845

Treaty of commerce and navigation between her Majesty and the King of the Two Sicilies

1852

Gli ultimi rivolgimenti italiani: memorie storiche - Filippo Antonio Gualterio

1855

Sammlung officieller actenstücke in bezug auf schiffahrt - Beide Sicilien

1858

British and Foreign State Papers - Correspondence between Great Britain and Sicily

1862

De la propriété des mines et de son organisation… - Édouard Dalloz

1862

The rights of neutrals and belligerents: from the modern point of view

1863

The law of nations considered as independent political Communities

   

 

 

Gladstone

La pubblicazione delle Lettere di Gladstone fu una vera e propria operazione 'mediatica' antinapoletana.

Nel 1851 ci furono ben tredici edizioni da parte dell'editore John Murray di Londra, la quattordicesima fu fatta nel 1859.

La quinta edizione del 1851 fece da base per la loro pubblicazione a New York da parte dell'editore John S. Nichols.

Vennero pubblicate in lingua italiana a Malta e diverse pubblicazioni furono fatte a Torino (noi ne abbiamo contate almeno quattro differenti) - lo sponsor ufficiale per la loro divulgazione a Torino e in Italia fu Giuseppe Massari.

Scrive Aldo Servidio ne “L'imbroglio nazionale: unità e unificazione dell'Italia (1860-2000)”:

“Ma il contenuto della documentazione esistente (e nota da tempo) di fonte sicuramente antiborbonica è tale da ridurre in polvere il mito di Gladstone e quel che ha significato: ed è - probabilmente - questo il motivo della perdurante omissione di quei documenti nella “cultura ufficiale” anche a fronte della assoluta notorietà e facilità d’accesso delle fonti in cui sono da sempre rintracciabili.

È nella documentazione storica, infatti, che il Times di Londra si vide costretto a dire che sul “contenuto” della prosa di Gladstone si “dovesse sospendere il giudizio” (una formula datata di autorettifica giornalistica, tanto rilevante quanto lo è - come lo era - la serietà della testata).

Sta nella documentazione storica che lo stesso lord Aberdeen, mitico destinatario della missiva, tolse il suo patrocinio alla pubblicazione.

Zenone di Elea – Agosto 2016

Lettere di Gladstone

Gladstone's Letters

(se vuoi, scarica il testo in formato ODT o PDF)
 

 

1851 Two letters to the earl of Aberdeen on the state prosecutions... (W. E. Gladstone, 1851)
1851 Il signor Gladstone ed il Governo Napolitano (Giuseppe Massari - Torino, 1851)
1851 La vérité sur les affaires de Naples - réfutation des lettres de M. G. par A. Balleydier
1851 La terreur dans le royaume de Naples - lettre au right honorable W. E. G. par J.Gondon
1851 Brevi risposte alle lettere di sir W. E. Gladstone (Un Napolitano, 1851)
1851 Confutazioni alle lettere del signor Gladstone - Losanna 1851
1851 Rassegna egli errori e delle fallacie pubblicate dal sig. Gladstone (Napoli 1851)
1851 Il signor Gladstone ed il governo napolitano raccolta di scritti per cura di G. Massari
1851 Lettere di Gladstone e di Giuseppe Massari su processi di stato di Napoli
1851 Lettere due dell’onorevole W. E. Gladstone a lord Aberdeen estratte dal Risorgimento
1851 Sullo stato politico di Napoli  lettere M. O. Sig. W. E. Gladstone (Malta 1851)
1851 Un Re opera del barone Leone d’Hervey-Saint-Denis e di D. Carlo Montelieto
1852 Gli ultimi rivolgimenti italiani: memorie storiche - Filippo Antonio Gualterio
1852 Saggio storico critico sulla pubblicazione dell'onorevole Gladstone (Lugaano 1852)
1852 Annuaire des deux Mondes - Les Deux Siciles
1853 Storia di Ferdinando II Re Regno delle Due Sicilie dal 1830 al 1850 (Giovanni Pagano)
1898 Life and times of William E. Gladstone by John Clark Ridpath
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   
   

 

Puoi scaricare il testo da:
https://books.google.it/
Gladstone's Letters - 1851 - THIRTEENTH EDITION
Puoi scaricare il testo da:
https://archive.org/
Gladstone's Letters - 1851 - FIRST AMERICAN EDITION
Puoi scaricare il testo da:
https://books.google.it/
Gladstone's Letters - 1859 - FOURTEENTH EDITION
Puoi scaricare il testo da:
https://books.google.it/
Gladstone's Letters - 1851 - MALTA

 

 

Sud, non ci fu nessun genocidio

by historiaregni | domenica, luglio 10, 2016

 

Sud, non ci fu nessun genocidio - aprile-historia-regn

Purtroppo negli ultimi anni la riscoperta della storia e dell’identità del Sud è sfociata spesso in un revisionismo spicciolo che ha già generato clamorose bufale da quella delle “Due Sicilie terza potenza mondiale” al “lager di Fenestrelle” sino all’esaltazione di un bidet di Maria Carolina come simbolo del progresso civile nel Reame di Napoli ed a mostre su Carlo di Borbone piene di strafalcioni sulla sua ascesa al trono di Spagna o sugli usi civici. Il libro “Carnefici” di Pino Aprile si inserisce in questo filone e scegliamo di parlarne come esempio di quel revisionismo che non ci piace e che non fa bene al Sud perché non documentato ed astioso. I due più grandi difetti di questa pubblicazione infatti sono l’assenza di fonti adeguate e l’intreccio continuo di lamentele e rancori.

“Carnefici” di Pino Aprile si basa su asserzioni non supportate da un apparato documentale. Mancano cioè riferimenti sufficienti e chiari a fonti archivistiche, nonchè biografiche – perlopiù l’autore cita libri della sua stessa vulgata -, che confermino la veridicità delle sue affermazioni. Alla fine viene fuori un guazzabuglio di date e dati incongruenti e non verificati estrapolati dai libri più disparati, accostati in maniera disinvolta, cui si sommano supposizioni, congetture e moltiplicazioni che Aprile non si sforza neppure di dimostrare – né potrebbe farlo. Ci si chiede come è possibile che rileggendo le bozze lo stesso Aprile non si sia accorto delle numerose volte in cui cade in contraddizione con quanto egli stesso scrive. Confonde arrestati, inquisiti, fucilati, soldati sbandati, balza da riflessioni sulla “nazionalità” all’inno fischiato durante le partite di pallone, dà vita ad un enorme discorso a ruota libera e si lascia andare in conteggi surreali, “quello dice che mancano tot persone, quell’altro che ne mancano tot, però un documento ci dice che ne mancano altri tot e che prima erano tot per cui se facciamo questo più quello meno questo e meno quest’altro…”. In fin dei conti chi e quanti mancano all’appello? Manco Aprile lo sa. Paradossalmente potrebbero persino essere le “vittime dei briganti” cui lo Stato, ricordiamo, elargiva veri e propri rimborsi. Senza certezze l’autore arriva presto a buttare numeri a caso e passa da 7.000 a 20.000, da 100.000 a 500.000 fino ad un milione. Anzicchè levarci da dosso le esagerazioni, gli ideologismi, la retorica dei risorgimentalisti, ci aggiungiamo quelle di senso opposto perchè, c’è poco altro da dire, quando uno legge “Carnefici” sembra che stia leggendo dei “milioni di morti” che la storiografia ufficiale imputa all’esercito borbonico con l’aggravante, però, che nel libro di Aprile c’è qui e lì qualche spruzzata di complottismo, l’idea di una grande macchinazione tra Stato, esercito e sette che camuffano i dati e fanno scomparire fogli e persino cadaveri.

Mai la popolazione – scrive Aprile – era diminuita in tutto il secolo precedente, e questa è una delle tante affermazioni piazzate nel discorso e non dimostrate anzi addirittura sconfessata da lui stesso in altri punti del libro. Chiunque si sia occupato seriamente del problema demografico sa che il modo in cui tali rilevazioni furono eseguite presenta parecchie lacune scientifiche. La tecnica dei “fuochi” e del rilevamento di anime a base parrocchiale, infatti, non offre alcuna garanzia di attendibilità e così nel Regno delle Due Sicilie nel 1854 scompaiono dai censimenti oltre 100.000 abitanti rispetto al 1852 e, nonostante la forte epidemia di colera, nel 1855, vengono segnalati 100.000 abitanti in più. Sono aumenti e diminuzioni privi di giustificazioni documentate e dunque imputabili ad errori nei sistemi di rilevazione. Tali dati ed osservazioni sono tratti dal volume “La questione Meridionale” di Aldo di Biasio che fa anche notare come la cifra cali costantemente a partire dal 1859 al 1861. Parliamo di un contesto storico completamente distante dal nostro, con un’altissima mortalità infantile ed una speranza di vita che, sino al 1871, era di soli 33 anni (V. Daniele – P. Malanima, Il divario Nord-Sud in Italia 1861-2011). Tutti gli studi demografici però concordano nell’affermare che la popolazione del Mezzogiorno presenta dal 1861 una sostanziale stazionarietà: le statistiche SVIMEZ segnalano che la popolazione presente al Sud sul totale nazionale era il 37,1% nel 1861 ed ancora nel 1951 era del 37.2% con punte di valore più alto raggiunto nel 1881 con il 37.5% (SVIMEZ, Statistiche sul Mezzogiorno d’Italia 1861-1953).

Sarebbe meglio andarci piano, la forzatura nel leggere i dati o i “non dati” per piegarli ad una propria tesi maturata aprirori, non è la strada giusta per ridare al Sud la sua dignità, ma Pino Aprile è convinto, le prove non le ha, ma non fa niente e allora corregge tutti i genealogisti d’Italia ed asserisce: “il Sud diventa una terra in cui: 1. Non ci fu famiglia che non ebbe un fucilato, a norma di legge di occupazione, ovvero per abuso, 2. Né famiglia che non ebbe almeno un brigante (decine di migliaia), 3. Non ci fu famiglia che non ebbe almeno un recluso o un inviato a domicilio coatto, 4. Né famiglia che non ebbe militare deportato nei campi di concentramento del Nord”. Da studi certi e documentati possiamo dire che nella nostra famiglia nessuna di queste 4 tipologie figura, dunque qualcosa non va o nelle considerazioni di Aprile oppure i massoni hanno fatto scomparire le carte sulla nostra famiglia! Ed ancora un’altra: lo sapete che “prima la geografia e le mappe erano viste da Sud (con il Nord in basso…)” ? Parola di Pino Aprile, tutte le carte geografiche “di prima” che hanno il Sud al solito posto, cioè al Sud, sono false! Poi cita uno studioso che conosciamo ed apprezziamo, Edoardo Spagnuolo, che però sostiene che “il campo di definizione dei lutti che colpiscono il Sud per la repressione sabauda possa essere compreso tra i diecimila e i ventimila individui… Personalmente penso che il numero reale possa essere prossimo ai quindicimila…” e allora Pino Aprile lo corregge: Spagnuolo non ha i dati che ha lui, quali sono non si sa. La Marmora? Molfese? Un conto qui, un conto lì, li mette assieme, li corregge, li moltiplica deliberatamente per i mesi e gli anni che desidera, e si passa da 7.000 a 20.000; i libri d’epoca non parlano di genocidio, nessuna delle fonti che cita lo fa, ma lui continua imperterrito e si passa da 20.000 a 100.000. Il genocidio c’è stato, dice, ma ci avviamo alla fine del libro senza le prove di niente ed una cifra che è salita a 500.000… non si sa cosa, fucilati? Incarcerati? Incarcerati e fucilati? Deportati? Deportati, incarcerati e fucilati? Ed in che arco di tempo? E su un totale di quanti abitanti giacchè nel primo capitolo per Aprile erano 7.177.000, in quelli successivi diventano 9.000.000?

La storia si fa coi documenti non sulle illazioni ed i documenti parlano chiaro: non ci fu nessun genocidio. Tuttavia ciò che rende più difficile continuare la lettura è l’acredine e la lamentela ininterrotta “contro il Nord” come unico collante tra le argomentazioni più disparate di uno stesso capitolo. La rivalutazione della storia del Sud preunitario non ha bisogno di operazioni simili che anzi indeboliscono e ridicolizzano. Il processo di unificazione nazionale ebbe anche il volto dell’aggressione e della spoliazione, ormai scientificamente documentato. Fu una guerra, da cui nel giro di venti anni nacque un sistema economico duale con cui ancora facciamo i conti, e le vittime di quella guerra hanno bisogno di rispetto e non di genocidi inventati.

 

Autore: Angelo D’Ambra

 

La critica di Angelo all’ultimo libro di Pino Aprile è senza appello. Questo non lo condivido ovviamente. Ritengo che Aprile abbia aperto una strada, quella del metodo “statistico”.

Sinceramente non mi pare che l’autore di “Carnefici” dia per dimostrata questa o quella cifra, apre degli interrogativi e sostiene che di morti (per varie cause) ce ne siano stati tanti. Aprile scrive “centinaia di migliaia, da centoventimila in su”.

Mi pare che Martucci faccia una stima di 70-80mila, Guerri da anni sostiene che ci siano state non meno di 100mila vittime durante il brigantaggio.

Si tratta di due storici, non dei saggisti come Pino Aprile.

Zenone di Elea – 11 Luglio 2016

 

Una certa idea della Calabria

di Antonio Orlando

(se vuoi, scarica il testo in formato ODT o PDF)
 

 

2 Giugno 2017

Due romanzi di Mimmo Gangemi che – credo – sia già scrittore abbastanza affermato, conosciuto ed apprezzato anche al di fuori della “nostra” Calabria, mi offrono lo spunto per parlare della nostra regione. Forse dovrei ulteriormente circoscrivere l’ambito del quale intendo trattare e ridurlo alla sola provincia di Reggio, che oggi pomposamente, quanto vanamente, si fregia del titolo di “città metropolitana”. Le Calabrie continuano ad essere diverse e l’antico solco che separava le varie parti di questo estremo lembo della penisola, si è ulteriormente accentuato per cui l’unità istituzionale è solo una copertura amministrativa. Non penso, quindi, che il discorso possa essere generalizzato ed esteso automaticamente ad altre  aree della regione nonostante esso tragga spunto da storie tipicamente calabresi.

I due romanzi di cui si tratta sono “Il prezzo della carne” (Rubbettino Editore, 2014) e “Il patto del Giudice” (Garzanti, 2013). In realtà  il primo è la riscrittura del precedente “Un anno d’Aspromonte”, pubblicato circa vent’anni fa sempre con lo stesso editore. Al di là delle storie magistralmente intrecciate e narrate dall’A., due storie di mafia, meglio di ndrangheta, è possibile ricavare alcuni caratteri del nostro essere, della cultura calabrese, della mentalità calabrese andando ben oltre  i classici luoghi comuni relativi all’omertà, al favoreggiamento, alla contiguità, o al fatalismo.

In primis mi piace evidenziare che tutta l’opera di Gangemi infligge finalmente un durissimo colpo a quella idea dominante, che va da Alvaro a Repaci fino ai più accreditati intellettuali calabresi, che ha stabilito, quasi fosse una regola aurea, che per poter conoscere realmente la Calabria occorra andare lontano poiché da lontano la si capisce meglio.

Invano Fortunato Seminara tentò di demolire questa rocciosa credenza  che gli causò un “…ostinato e, per tanti versi, fiero isolamento”. (Giorgio Barberi Squarotti). Malgrado tutto, a dispetto delle molte vicissitudini, dei tanti torti subiti, dei numerosi sgarbi e perfino degli attentati, egli ribadiva, ancora una volta, il proprio amore per il paese natio e la terra di Calabria, fonte della sua ispirazione, del suo realismo e della sua “…clartè solaire et mèditèrranèenne apprise dans les classiques italiens et egalèment francais”. (Discorso del 14 maggio 1981, all’Istituto Italiano di Cultura di Strasburgo).

In questo suo discorso, tutto in francese, lingua che padroneggiava molto bene, Seminara ci tiene ad evidenziare le differenze tra lui ed Alvaro perché afferma:

-Alvaro,  voit la rèalitè par la mediation du mythe et de la lègende; moi l’ai vue et reprèsentèe en prise directe et sans voiles…

e sottolinea che loro due non hanno abitato nella stessa regione, perché Alvaro può definirsi un emigrato “pratiquement dèracinè”, mentre lui

-...avec des racines profondèment encrèes à ma terre et un des rares ècrivains qui aient resistè dans l’enfer calabrais.

E’ vissuto e ha resistito nell’inferno calabrese! E’ una dichiarazione di amore e di odio, ma fortemente realistica e sincera. Non si tratta di privilegiare un determinato punto di osservazione, in realtà la Calabria non la si capisce se non la si guarda dall’interno con gli occhi della razionalità e del disincanto.

L’ambiente, nonostante una modernizzazione imposta dall’esterno e da un consumismo sfrenato, quindi importati, nella sua sostanza autentica rimane “desolato” e si presenta come un problema, avviato inesorabilmente verso la catastrofe. Se si continua  a descrivere invece che rappresentare la realtà, si finirà per costruire una grande sovrastruttura fantastica al cui interno si è riusciti a raggiungere un  amalgama che ha livellato tutto e tutti senza alcuna distinzione. Quell’idea terrificante secondo cui, in fondo, siamo tutti nella stessa barca e vogliamo tutti la stessa cosa e cioè lo sviluppo della nostra regione (i politici direbbero “il Bene” della nostra terra), ci conduce ad un conformismo di maniera, falsamente tollerante. I nemici, “i veri” nemici della Calabria, secondo questa logica perversa, sono tutti esterni e si trovano a Roma, a Milano, a Bruxelles, a Strasburgo, a Londra in tutti quei luoghi in cui il denaro “non dorme mai”.

Siamo di fronte ad una chiamata a coorte di stampo assolutamente mistificatorio, neo-corporativistico, per fare in modo che nella notte i gatti continuino ad essere tutti neri.

Se non si riesce ad individuare chi sono i veri “commedianti” e gli autentici “tragediatori”, se non si svela l’arte della mistificazione e della simulazione, allora si è portati a credere che l’apparenza corrisponda alla realtà ed invece le cose, in Calabria, non sono mai come sembrano.

L’ipocrisia, la falsità, la doppiezza, la furbizia, il doppiogioco (se non il triplo) rappresentano altrettante doti necessarie per ottenere il proprio tornaconto personale in un ambiente che per definizione viene considerato infido, avverso, ostile. Il possesso di tutte queste doti è considerato necessario per poter vivere e diventa indispensabile per chi appartiene, per famiglia o per tradizione, alla ‘ndranghita. Esse, manco fossero delle stimmate, sono impresse nell’animo del mafioso, affiorano da ogni suo discorso con naturalezza, senza alcuna esibizione, senza ostentazione; mentre gli altri questo habitus lo devono acquisire, il mafioso lo eredita.

“E’ una favola, scrive Gangemi, che gli ndranghetisti siano intelligenti, geniali, che sappiano muovere i soldi, investirli. Sanno ammazzare e basta e anche male. Il resto, gli affari glieli mette in piedi la bella gente, galantuomini accorti a non sgarrare la tonalità della cravatta”.

Sono quelli che le Procure chiamano “la zona grigia” o “il terzo livello”, gente abile, accorta, furba, gente che sa vivere, che comanda, che è in grado di muovere cose ed uomini come pedine su una scacchiera. Gente per cui non è importante il “come”, bensì è importante arrivare, trovare la propria giusta collocazione ed ottenere il conseguente riconoscimento del ruolo e della funzione che hanno meritato. La zona grigia non corrisponde ad una classe sociale e neppure ad un ceto, forse è trasversale o forse si muove in verticale ed in forma ascendente, forse non è neppure mafia nel senso tecnico del termine. Certamente non si sente tale. Quel che è certo (e dimostrabile) è che si tratta di gente cui, in ogni caso, fa comodo la mafia perché copre con delitti, ruberie, estorsioni, minacce e vendette, le turpi azioni di chi sta in alto e non si mischia con gentaglia. Di chi il crimine semmai è da considerare tale, lo commette in guanti bianchi, stando dietro una scrivania o digitando su una tastiera collegandosi con mezzo mondo. Primi tra tutti, sicuramente, volenti o nolenti, tra i più esposti in quanto necessariamente, non fosse altro per dovere d’ufficio, collocati in prima fila, sono gli avvocati.

 Nel secondo romanzo, il giudice Lenzi, lucido, razionale, realista, spietato, nè da un giudizio terribile:

-…merce esposta sui banconi al mercato, in vendita”.

Si dirà, ovviamente, che non bisogna fare di ogni erba un fascio, ma ho già anticipato, e non mi ripeterò, che ci muoviamo nell’ambito della demolizione dei luoghi comuni e perciò ogni cautela deve essere bandita.

Una volta che abbiamo accettato la teoria della stratificazione sociale per “zone” o per “aree”, pensare che questi segmenti si muovano in parallelo sarebbe veramente ingenuo.

L’osmosi è così palese che l’integrazione tra le diverse zone genera una complementarietà necessaria. Nella cultura della ndrangheta l’omicidio e  la vendetta restano il “chiodo fisso” perché sono parte integrante della mentalità per la riaffermazione costante del rispetto e dell’onore, cioè dell’incutere terrore.

La salvaguardia e la difesa di questi valori può essere raggiunta anche con appoggi, sostegni, comparaggi, alleanze occasionali e transitorie, senza per questo doversi contaminare o compromettere.

La corruzione dilagante fa scorrere il denaro a fiumi ed il denaro permette di cambiare l’esistenza delle persone, da prestigio e da potere, copre qualunque vergogna e permette di dare a tutto un prezzo e perciò di acquistare tutto. Tranne l’onore, affermano gli ndranghitisti. Quello è come un pugno di farina, non lo riprendi più una volta che è volato via. Per questo è necessario uccidere, veder scorrere il sangue per ricordare agli infami che non conviene fare il furbo in Calabria, che l’ingordigia non paga.

L’omertà è una virtù che tutti possono imparare ad esercitare perché essa non è una caratteristica esclusiva del calabrese. Anche al Nord si può diventare omertosi, anche gli immigrati, i clandestini, i negri possono facilmente apprendere questo comportamento da uomini d’onore, saldi nei loro principi. L’omertà non è impastata solo di paura, non si fonda sulla debolezza, non deriva dalla collusione, è una scelta razionale, è una filosofia di vita, fa parte integrante del saper vivere.

Il “saper vivere” non è semplicisticamente il saper farsi i fatti propri e girarsi dall’altra parte al momento opportuno, non è il non vedere, il non sentire e il non parlare (a vanvera), bensì è “il rispetto” dovuto a chi è forte, abile, coraggioso, intraprendente, valente. E’ il riconoscimento dovuto ad una casta che ha conquistato con le armi e con il sangue il suo spazio all’interno della società.

E’ il non intromettersi per la considerazione verso persone appartenenti ad un ceto superiore.

L’omertà non è soggezione, è una scelta che può fare solo chi non si sente accerchiato, assediato, oppresso dalla mafia, solo chi è capace di convivere con la ndrangheta perché ha stabilito un “patto d’onore e di rispetto”, merita, nonostante tutto, di continuare ad essere trattato da uomo, merita, a sua volta, rispetto.  

 Questo riguardo, questa considerazione, questa stima, questa riverenza, quest’ossequio, questa deferenza – perché il “rispetto” racchiude in se tutte queste cose – possono essere accordati solo a chi è portatore di valori forti quali l’onore, la forza, il coraggio, la generosità, la solidarietà, il culto della famiglia e delle tradizioni, della religiosità. A chi ha il gusto della bella vita, dell’arte, del lusso. Se, però, a tutto questo non si accompagnano l’astuzia, la sagacia e l’ingegno non si può accedere ad un empireo riservato a pochissimi eletti. Non si parla del “furbo” che può, indifferentemente, vivere o morire; vivere perché colluso e di conseguenza protetto, ma pur sempre inferiore; morire per ingordigia o per infamità. Si parla di colui che sa vivere  perché è un “teatrante”, pratica l’arte della simulazione, dell’adattamento, è capace di cambiare le carte in tavola, sa quando è il momento di capovolgere la realtà come fosse una clessidra. Sono quelli che riescono a stare anche dentro l’antimafia, che si accreditano come perseguitati o come vittime, sono quelli che spronano a resistere, che organizzano convegni, manifestazioni, fiaccolate, che vanno nelle scuole ed incitano gli studenti fingendo di non sapere che anche i figli dei mafiosi frequentano i Licei. Sono quelli che, quando è venuto fuori – ma lo si sussurrava da tempo – che la mafia, in tutte le sue forme, si è installata a Nord, hanno cominciato a gridare che dunque la mafia non è solo in Calabria omettendo di dire una verità elementare, intuita dai nostri nonni già all’inizio del ‘900. Non deve destare meraviglia che la mafia  sia stata esportata nel Nord Italia e nel Nord Europa, come un secolo fa venne esportata a New York o a Chicago: la mafia va laddove ci sono i soldi, gli affari, i traffici, gli intrallazzi, in una parola la ricchezza facile ed immediata.  

Quei calabresi che vivono al Nord, troppo occupati a “studiare” da lontano la loro regione di provenienza, non si sono mai accorti che la mafia si era installata anche alle loro latitudini; non ne hanno riconosciuto i segni, non hanno notato le manovre di infiltrazione, chissà perché?

E’ d’obbligo osservare che se voi da lontano vedete bene la Calabria e la vedete meglio di noi che ci viviamo, com’è possibile che vi fate sfuggire la presenza della ‘ndranghita nelle vostre contrade? Quando tornate in Calabria pontificate dall’alto delle vostre cattedre, dei vostri Studi, dei vostri Uffici, delle vostre imprese di successo  e ci impartite lezioni di vita e di politica a noi che siamo rimasti qui e ci “confrontiamo” tutti i santi giorni con la mafia, ci viviamo gomito a gomito ed abbiamo imparare prima ancora che a filosofare, a vivere dignitosamente e senza scendere a compromessi di sorta. Vi assicuro, non è facile; è come camminare sull’orlo di un precipizio

Voi, esperti, studiosi, cattedratici, “mafiologi” di chiara fama – esiste, se non sbaglio, una cattedra di Storia della criminalità organizzata (meno male che non è disorganizzata…) - ci ammonite, ci rimproverate, ci dettate ciò che dobbiamo fare e dire e quali comportamenti tenere, raccogliete il plauso unanime degli intellettuali e degli uomini di buona volontà, però poi ripartite per le vostre tranquille città in cui si è installata la stessa ndrangheta, composta dalle stesse famiglie, e non la riconoscete! E’ un azzardo dire che questa vostra sottovalutazione, questa vostra distrazione ha favorito ed agevolato il radicarsi e l’espandersi delle cosche mafiose nelle aree del centro e nord Italia?  Volutamente lascio l’interrogativo in sospeso.

A questo punto preferisco quei calabresi da anni emigrati,  che scendono in Calabria, carichi di rimpianti e di nostalgia, per informarci di quanto siamo fortunati noi che viviamo qui, di quanto sia splendido il clima, stupendo il mare, buonissima l’acqua, di quanto sia incontaminata e selvaggia la natura, di come la vita sia ancora a misura d’uomo o meglio, mi permetto di dire, a misura di ciuccio. E giù lacrimevoli discorsi su una civiltà perduta, su un’infanzia dorata e privilegiata, sul bel tempo che fu, su com’era verde la mia vallata e com’era dolce quando papà ti mandava a prendere la ricotta fresca dal massaro, che, è vero, era un mafioso, ma vuoi mettere la mafia di quei tempi? Tutti uomini d’onore.

Li preferisco, perché almeno sono innocui.

 

FORA

 

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EDITORIALE - NICOLA ZITARA
Siderno, 28 febbraio 2000

A partire dei primi decenni unitari - cioè da centovent’anni - il Sud vive in una condizione di permanente mancanza di lavoro. Quella che fino a qualche decennio fa veniva chiamata "la questione meridionale", in sostanza, non è altro che inoccupazione, disoccupazione permanente e generalizzata.

Lo stato italiano è nato (1861) quando tutta l’Europa stava passando dall’artigianato all’industria e dall’agricoltura estensiva a quella intensiva. Questo passaggio ha modificato radicalmente il rapporto tra il lavoratore e il costo degli strumenti di lavoro. Prima, la produttività era molto bassa (se confrontata con l’attuale), ma per essere un produttore bastava un attrezzo semplice, come una zappa, un martello, un’ascia, una vela. Cambiato l’assetto, sono alcuni cambiamenti epocali, fra cui:

ogni posto di lavoro impegna un capitale consistente, a volte parecchi miliardi, una cifra che nessun lavoratore possiede, o come si dice correttamente, un capitale;

la produttività del lavoro è cresciuta e continua a crescere enormemente, di conseguenza una minoranza di lavoratori, insediati su spazi ristretti, producono quanto il marcato richiede, cioè quello che masse sterminate di uomini sono in condizione di comprare. L’esempio classico è quello delle cotonine, la cui produzione, un tempo, impegnava decine di milioni di telai e di tessitori e tessitrici, interi continenti, mentre oggi è coperta da qualche migliaio di impianti, ciascuno dei quali impiega qualche centinaio di lavoratori.

Nella sua fase genetica, il capitale è produzione non consumata, risparmio. Il risparmio può essere volontario o imposto dallo stato. Lo stato italiano ha imposto al popolo meridionale un risparmio forzoso, in alcuni momenti fino alla fame. Il capitale così formato è stato consegnato nelle mani degli imprenditori e dei tangentisti padani, che se ne sono appropriati e sempre con l’aiuto dello stato italiano l’hanno enormemente allargato). Per Gramsci, che aveva capito tutto ma preferì tacere sulla convergenza d’interessi tra capitalisti e aristocrazie operaie padane, era questa, e non altro, la cosiddetta questione meridionale.

Il Sud è senza lavoro perché non controlla il proprio risparmio. Non può usarlo per realizzare il suo passaggio a paese moderno. Questo vincolo non è interno, ma esterno alla società meridionale e viene dallo STATO ITALIANO, che è uno stato falsamente nazionale. Esso infatti ha assolto la funzione storica di assicurare buoni profitti alle aziende e il pieno impiego dei lavoratori nelle regioni padane. Oggi lo stato di Ciampi, di Amato, di Prodi, di D’Alema, cioè sempre lo stato nordista della Confindustria, guida dette regioni - forti nei confronti del Sud, deboli invece nel cozzo con l’economia tedesca - a inserirsi nel sistema capitalistico europeo con il minor numero di morti sul campo.

Da dieci anni il Sud sta pagando il biglietto d’ingresso del Centronord in Europa. Ci sono stati anche dei costi precedenti, come la mancata industrializzazione e l’annientamento dell’agricoltura meridionale, ma verità storica vuole che essi non siano messi in conto ai partener europei, ma al reuccio FIAT e ai duchini confindustriali (giavan signori, delle Grazie alunni) che, in cambio d’arance, sono riusciti a collocare fabbriche automobilistiche e vetture in Spagna e nei paesi nordafricani. Lo stesso sire di Mirafiori e i ducetti delle grandi confederazioni sindacali, in cambio dell’industrializzazione al Sud hanno voluto quattrini, strade, città d’arte, benessere, garanzie in fabbrica e fuori, la Scala primo teatro del mondo, il Reggio di Parma, una città dove si potrebbe fischiare persino Pavarotti, il Milan fra i grandi della storia della civiltà, la Bocconi, fonte unica dell’italico sapere, le altre le università, la ricerca e mille altre cose ancora, non esclusa la rottamazione. Per non parlare delle glorie del Cavallino Rosso e di Luna anch’essa Rossa.

E Napoli canta. Canta la lupara.

Se non avverrà un miracolo - una cosa che neanche il governatore Fazio nel suo devoto messianesimo riesce a immaginare - ancora una volta il Sud andrà alla perdizione. C’è in giro per questi luoghi malfamati gente che a cinquant’anni non ha mai visto un lavoro e una paga. Dal 1975 ad oggi, un’intera generazione - quattro milioni di persone - è stata profondamente ferita. Fra dieci anni, ancora a metà della sua parabola vitale, la prossima generazione si renderà conto d’essere stata interamente bruciata.

E'un fatto ormai storicamente certo: con noi meridionali, la patria italiana è peggio del Conte Ugolino.

Il Meridione è grande tre volte la Svizzera o l’Austria, sette volte l’Irlanda, due volte il Belgio. Non siamo troppo piccoli per essere uno stato indipendente.

I lavoratori meridionali non sono di Serie B. Sono lavoratori del primo livello mondiale. Dovunque l’emigrazione li ha portati sono stati e sono apprezzati e amati. Buoni per l’efficiente Germania, per la versatile Inghilterra, per la strutturata Francia, per l’agonistico mondo americano e per l’Australia, oggi i loro figli e nipoti sono integrati e inseriti nelle classi superiori e dirigenti. Né si può tacere che Mario Cuomo è stato vicino a essere presidente degli USA.

Una volta indipendente, il Sud avrebbe un tasso di sviluppo di fronte al quale quello tanto conclamato della Corea sarebbe un’inezia. La classe lavoratrice inoperosa di cui dispone è tanto avanzata che in pochi anni il Sud supererebbe il prodotto interno lordo delle regioni settentrionali.

Chi leggerà il saggio che segue (Tutta l’égalité) troverà una più estesa esposizione sul tema dello stato indipendente. Tra l’altro vedrà che il separatismo di cui si parla appartiene a una categoria politica nuova. Alla sua base sta l’idea neosocialista che la funzione essenziale dello stato è ancora quella che ispirava i nostri progenitori elleni e la politica delle loro città-stato: la piena occupazione, una cosa che è tutto l’opposto dello stato-azienda nazionale (o continentale) del capitale.

Il nostro socialismo parte dalla lezione di Marx, ma va oltre, depurando il progetto di ciò che esso aveva di macchinoso, astratto, disumano. Non è lontano dal liberalismo giuridico - dal diritto naturale - ma confligge con il liberismo amorale degli utilitaristi anglosassoni e con l’attuale arlecchinata globalista.

E'immorale che un uomo lavori al servizio di un altro e che quest’altro (con la scusa puerile che ha fornito macchine, attrezzi e materie prime) lo espropri in parte del guadagno che il valore aggiunto dal suo lavoro comporta nello scambio del bene prodotto.

Viviamo in mondo fatto di merci e dominato dallo scambio. Il Come già proclamato dai giusnaturalisti la libertà di vendere e comprare è una libertà primaria. La proprietà dei beni prodotti e riproducibili, delle macchine, degli attrezzi, del danaro e del capitale liquido è fondamentale. Appartiene invece a una concezione illiberale la proprietà della terra, delle acque e dell’aria, che si configura quasi sempre come monopolio. L’acquisto e la vendita del tempo di lavoro altrui è una violenza alla natura intelligente dell’uomo, alla dignità di una specie che, si afferma, fatta a immagine e somiglianza di Dio. Un atto non tanto lontano dalla riduzione in schiavitù.

La parola economia nella mente di chi la coniò voleva dire governo degli interessi domestici e familiari (della casa), oggi vuol dire governo degli interessi di un’azienda, sia essa una famiglia, una fabbrica, un podere, un Comune, una Regione, una collettività nazionale, l’intera umanità. L’intervento dell’Ente pubblico nel coordinamento delle private attività è oggi più che mai inevitabile. Solo un Comune può aprire una strada, illuminarla, adornarla di panchine, fiori e alberi, servire gli abitanti di acqua e fogna, farci arrivare i mezzi di pubblico trasporto. Oppure chiudere al traffico una via che in precedenza era aperta al transito dei veicoli. Costruire un porto, un aeroporto, assicurare delle franchigie doganali, tutelare l’incolumità di lavora esponendosi a serio rischio. E non occorre Adam Smith per capire quanto pesi sul bar, sul negozio, sulla vita quotidiana dei bambini, dei vecchi, degli adulti la capacità di dirigere dell’ente pubblico.

Non c’è economia moderna senza uno stato indipendente. Meglio degli altri lo sanno gli americani che dal momento in cui si sono liberati del Re d’Inghilterra hanno preso a bruciare le tappe per arrivare a essere la più prospera nazione del mondo.

Non c’è economia nazionale se non presieduta e governata dall’ente stato. Lo sanno bene gli europei che, per non farsi sfruttare ulteriormente dall’incontrollata emissione di dollari inconvertibili, hanno fondato un loro stato, e per prima cosa nominato un governo della moneta del loro stato.

Basta. Siamo un grande popolo. Siamo stati alle origini della civiltà occidentale in tutti i campi. L’umiliazione di essere cornuti e mazziati come Pulcinella deve finire.

Per noi. Per i nostri figli e nipoti. Per i nostri padri e avi.

Si fotta lo stato italiano, e con esso la classe degli ascari che il governo nordista foraggia per usarci come iloti della patria milanese.

Nicola Zitara

 

 

 

Il testo era stato scritto come saggio centrale di una rivista che non ho mai avuto i soldi per stampare. L’ho poi pubblicato come testo a sé stante in mille copie. Adesso che Internet me ne offre la possibilità, lo diffondo on line. Contemporaneamente lo riprendo in mano per renderlo più attuale.

Di quella stessa rivista avevo pronti già due numeri. Man mano che rivedo i testi, li metterò in Internet. Nel frattempo scriverò altre cose e altri mi invieranno le loro collaborazioni. Fin che potrò le inserirò sulle linee che amici generosi mi hanno messo a disposizione.

 

FORA... - Rivista elettronica diretta da Nicola Zitara
Uno Stato indipendente




ATTENDO
saggi, articoli, lettere, recensioni ecc.
per la preparazione dei numeri successivi.
E una risposta alla domanda:
Fondiamo un movimento strutturato ?

Nonché soldi, perché senza soldi
non si cantano messe.

 

 

Indice (di massima) del 1° numero:

Editoriale

Note di cronaca

Tutta l’égalité

Il sistema di potere

L’antico racconto orientale

Leo e 'A mugghieri du segretario di Carlo Beneduci

Letture e riletture

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Siderno, 11 febbraio 2004

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"La Rivista ha facoltà di decidere circa la pubblicazione totale o parziale delle collaborazioni firmate.

"Si prega di non inoltrare corrispondenza nella forma di "lettera al direttore", che pretenderebbero una risposta ad personam. La rivista non ha un'organizzazione adeguata a fornire detto servizio.

"Grazie e saluti."

Nicola Zitara

 

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