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Cuore di tenebra

di Angelo D’Ambra
     

Nel 1857 Marcellino da Civezza, storico delle missioni francescane, descrisse l’Africa come popolata da “stolti e miserabili”, gente “tutta barbara e selvaggia”. In particolare egli scrisse che il Congo prima dell’arrivo dei missionari sarebbe stato “avvolto da secoli in tenebre di morte” (1).

Qualche anno più tardi questa associazione tra le tenebre ed il cuore dell’Africa riemerse nella letteratura britannica con “Cuore di Tenebra” che descrive infatti in una trasfigurazione letteraria il viaggio di Conrad a bordo del vaporetto Rois de Belges lungo il fiume Congo.

Il libro è un best seller della produzione letteraria inglese ed è stato ampiamente analizzato da Edward Said che ha saputo evidenziare come Conrad sciolga il suo giudizio sul colonialismo in una narrazione che si alimenta di una disorientante sovrapposizione di punti di vista. Si coglie cioè in Conrad sia la critica all’ideologia imperialista che una riproposizione della stessa, una narrazione che è “allo stesso tempo antimperialista e imperialista” e che forse meglio rappresenta l’ “Orientalismo” come complesso degli sguardi che l’Occidente colonialista usa per decifrare l’Oriente coloniale, come “stile occidentale per dominare, ristrutturare, e avere autorità sull’Oriente”.

Un gioco di associazioni tra “Cuore di tenebra” e la narrazione storica e sociale del Mezzogiorno non ci appare forzato.

Nel libro autobiografico “A personal record” Conrad racconta che all’età di nove anni guardando la mappa dell’Africa puntò il suo dito su uno “spazio vuoto”, una zona ancora inesplorata, dicendosi: “da grande io andrò la”. Era la regione delle Cascate Stanley, “il più vuoto degli spazi vuoti”. Così, in “Cuore di tenebra” gli spazi vuoti di Conrad divennero gli spazi vuoti di Marlow, punti in cui un ragazzetto entusiasta può sognare avventure e sorprese, “macchia bianca che un bambino può riempire di sogni di gloria”. In realtà posti che conosciuti diventavano un “luogo di tenebra”, di odio, ripugnanza, miseria, posti in cui invece di portarvi la luce della civiltà, gli invasori hanno portato la tenebra. Uno dei personaggi chiave del romanzo è Kuntz che riesce a costruirsi nel cuore del Congo un suo impero. Kuntz è divinizzato, temuto, ma ammalato, ha visto l’orrore dentro di sé, l’abisso di violenza e tenebre di quella “missione civilizzatrice”. Egli “manca di qualsiasi ritegno quando si tratta di gratificare le sue brame”, Kuntz è il vero schiavo, un uomo schiavo dei propri vizi, della propria lussuria che vive in una villa circondata da teste di “ribelli” infilzate su lunghi pali. Marlow indugia sulla loro descrizione: “…eccola, nera, rinsecchita, incavata, con le palpebre abbassate – una testa che sembrava dormire in cima al palo e, con le labbra secche e raggrinzite che scoprivano una stretta linea bianca di denti, sorrideva pure, sorrideva continuamente al sogno infinito e faceto di quel sonno eterno”.

Il richiamo alle pose fotografiche dei Bersaglieri coi briganti uccisi e le teste di Lombroso – contenute oggi in un maledetto Museo testimonianza di una mentalità coloniale solo in apparenza soppiantata – è lampante ("sterminate quelle bestie" scrive Kurtz nei suoi appunti, “abbruciare vivi tutti gli abitanti del Sud” scrisse l’ufficiale piemontese Carlo Nievo). Per i protagonisti del Risorgimento il Sud era uno “spazio vuoto”, un luogo in cui non avevano mai messo piede, un posto che non conoscevano se non attraverso le descrizioni politiche degli esuli del 1821 e del 1848. “Questa è Affrica” dissero, “i beduini, a riscontro di questi cafoni, sono fior di virtù civile!”, ma nessuno di loro era mai stato davvero in Africa.

La costruzione dell’immagine del Sud attraverso il ricorso ad uno stereotipo coloniale palesa il vero carattere dell’impresa sabauda, ma anche il contenuto delle relazioni Nord-Sud sino ai nostri giorni.

 “La conquista della terra, che più che altro significa toglierla a chi ha un diverso colore di pelle o il naso un po’ più schiacciato del nostro, non è una bella cosa a guardarla bene. C’è solo l’idea che la può riscattare. L’idea che le sta dietro: non una finzione sentimentale, ma un’idea; e una fede disinteressata nell’idea – qualcosa che si possa innalzare, davanti a cui ci si possa inchinare ed offrire sacrifici” (2). Così si interrompe il discorso iniziale di Marlow, un inganno, un linguaggio figurato. Marlow, che sta raccontando la storia e ne conosce già la fine, sa che l’idea di cui parla, quella che sta dietro l’imperialismo, è l’abominio, la violenza, il saccheggio (le ultime parole di Kuntz, il personaggio che incarna il colonizzatore, sono “che orrore, orrore”). Il discorso di Marlow era iniziato con il richiamo alla colonizzazione romana della Britannia dove i romani apparivano conquistatori dalla forza bruta (“arraffavano tutto quello che potevano solo per amore del possesso”), diversamente gli inglesi erano “devoti all’efficienza”.

E quante volte sentiamo di un Sud sprecone e fannullone, e di un Nord efficiente? Tutte le riforme, i commissariamenti, le leggi straordinarie, i programmi educativi sono fatti per portare “efficienza”. L’efficienza stessa legittima l’insulto e guida la missione civilizzatrice, nome con cui si nasconde l’esproprio, il furto dell’anima.

Kuntz muore, a Londra c’è chi lo piange, ma la missione civilizzatrice va avanti.

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(1) Marellino da Civezza, Storia universale delle missioni francescane, V, Firenze 1984, p. 530

(2) Conrad, Cuore di Tenebra p. 15

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