L'unità d'Italia è una beffa, che comincia con una bugia.
Due Sicilie
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VIVA L’ITALIA! 

Mino Errico

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Rimini, 25 agosto 2011 – ore 15:00


Di scena oggi all'Eni Caffè Letterario (padiglione D5 Meeting di Rimini) “VIVA L’ITALIA!” di Cazzullo. Un giornalista la cui cultura storica non va oltre i campi di battaglia di Solferino e San Martino. Non sono in vena di verificare le presenze, il mio fegato potrebbe dolersene, preferisco restarmene a casa.

Un giovane amico campano cerca di tirarmi su il morale via skype dicendomi nella chat “non te la prendere, è il trionfo della mediocrità”. Si riferisce ovviamente allo scarso numero di ascoltatori durante la presentazione del libro di Zitara.

Non si tratta di semplice mediocrità, se lo fosse l'accetterei con minore recriminazione. Si tratta di qualcosa di più sottile e perverso, sfuggente. Una vera espropriazione della dignità che va avanti da 150 anni, dalla caduta di Civitella del Tronto. Ultimo baluardo della nostra indipendenza.

Con la caduta dell'ultima fortezza borbonica, a pochi giorni dalla proclamazione del Regno d'Italia avente come primo re Vittorio Emanuele II, cessa la resistenza dell'esercito regolare alla invasione sabauda.

D'ora in poi si continuerà a combattere una guerra dove non rimarrà alcuna parvenza di onore militare, dove la violenza e la crudeltà la faranno da padroni. Una guerra civile che si trascinerà con alterne vicende per circa un decennio.

Necessità interne ed internazionali sui giornali e sui libri la ridurranno a brigantaggio, al massimo una jacquerie, una guerra cafona senza futuro strumentalizzata dal borbone quale estremo tentativo di riprendersi il regno perduto. Ma una semplice jacquerie non avrebbe causato 100-150mila morti.

Quando Nicola Zitara si rammaricava del fatto che non si considerasse la persona più intelligente del mondo e che quello che aveva compreso dovevano per forza averlo compreso tanti altri storici e intellettuali meridionali e non, io gli ripetevo “siamo un popolo sconfitto, quindi divenuto servo d'altri”.

Forse questa mia spiegazione non chiarisce antropologicamente la nostra condizione più profonda, quello sputare ad ogni piè sospinto sulla meridionalità quale abito da cui mondarsi appena e prima possibile. Resta il fatto, però, che abbiamo combattuto una guerra decennale (anche se in tanti la negano e non intendono parlarne). Che sia stata una guerra civile o una guerra di resistenza – come preferiva chiamarla Zitara – non cambia molto. Fu uno scontro fratricida che costrinse tanti a mimetizzarsi, a nascondersi, a non dichiararsi in attesa che si definisse il probabile vincitore, uno scontro per il quale lo stato nascente mise in campo tutto il suo potere militare e non bastò. Ci vollero la guardia nazionale e una legge speciale per vincere quella guerra.

Si divise il paese in due aree, in una vigevano le garanzie statutarie ed in un'altra erano sospese. Di conseguenza in una vivevano i buoni, gli italiani, i patriotti, nell'altra vivevano i cattivi, i non italiani, i nemici della patria. Che come tali andavano trattati: fucilazioni sommarie, paesi rasi al suolo, violenze legalizzate, stupri, assassinii. Per difendersi dai cattivi tutto può essere lecito.

Ancora oggi in quell'area vivono i cattivi, che per non sentirsi tali finiscono per negare di essere meridionali. Meglio essere altri.



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