di Carlo Beneduci
Il calabrese Nicola Zitara, nato a
Siderno nel 1927, è morto il primo ottobre scorso nella sua città
natale. Discendeva da una famiglia ottocentesca d’imprenditori,
originaria di Maiori, i quali possedevano velieri da trasporto merci e
che ai primi del Novecento s’insediarono nella marina di Siderno, allora
pressoché disabitata, con il padre di Nicola, Vincenzo, contribuendo
alla ricchezza del paese.
All’indomani della seconda guerra mondiale
l’azienda era ancora prospera e commerciava tra l’altro in agrumi con la
Germania. Nicola, laureatosi a Palermo in giurisprudenza, dapprima fu
docente di diritto a Cremona. Alla morte del padre, ereditata l’azienda,
fu imprenditore, ma congiunture sfavorevoli al mercato meridionale lo
portarono a chiuderla. Ciò lo segnò profondamente. Iniziò una ricerca e
uno studio intenso delle leggi economiche e una riflessione sulle
vicende dell’Italia meridionale prima come Regno borbonico e poi come
dipendenza dal Regno sabaudo. Da socialista seguì fiducioso la scissione
del 1964 che portò alla fondazione del PSIUP, di cui divenne segretario
di federazione a Catanzaro.
Ebbe a confrontarsi con uno dei massimi
dirigenti politici, Vittorio Foa, da lui ammirato come uomo ma non
altrettanto come politico, visto che a quell’esperienza seguì una
delusione e l’allontanamento definitivo dalla politica sistemica, da lui
criticata aspramente come un male per tutta la “nazione meridionale”,
come usava dire. Si diede al giornalismo, e con grande successo: fondò
con Titta Foti il settimanale Il Gazzettino del Jonio e poi, nel ’68, fu chiamato a Vibo Valentia a dirigere la redazione dei Quaderni Calabresi presso il Circolo Culturale G. Salvemini,
fucina d’incontri con i maggiori esponenti della cultura calabrese e
non solo (da L.M. Lombardi Satriani e Mariano Meligrana a Giacinto Namia
e Sharo Gambino, da Saverio Di Bella a Marco Pannella, da Enotrio
Pugliese al glottologo tedesco Gerard Rohlfs, fino all’economista
siciliano Napoleone Colajanni, per citare solo alcuni tra i più noti al
grande pubblico).
Gli anni che seguirono al Sessantotto e ai moti di
Reggio Calabria diedero a Nicola Zitara l’occasione per mettere a frutto
la sua ampia e profonda visione delle leggi economiche e della storia
d’Italia. Scrisse a Vibo Valentia ed esattamente a Stefanaconi, dove
mise su famiglia, i suoi saggi più importanti, che ne fecero l’alfiere
di un meridionalismo dissacrante, malvisto dall’establishement, ma non da un grande economista come Samir Amin.
Con il giudice Francesco Tassone, anima dei Quaderni Calabresi e presidente del Circolo Salvemini fondò il Movimento Meridionale, ma senza il successo sperato. Negli ultimi anni la sua revisione storica delle vicende del Meridione dopo l’Unità lo convinsero a sostenere la causa degli estimatori del Regno delle Due Sicilie. E il vessillo borbonico l’ha in parte coperto e accompagnato durante tutta la cerimonia funebre.
Di lui rimarrà, a mio parere, soprattutto l’opera di meridionalista, di economista e di storico revisionista, qualità interconnesse, coniugate insieme in difesa della “nazione meridionale” con la tempra e la scienza dello studioso di razza. Ogni punto di vista da lui sostenuto nei numerosi saggi pubblicati è infatti suffragato da una conoscenza profonda delle leggi economiche, da una severa messa in discussione delle fonti, da una visione pluridisciplinare davvero illuminante. È così che ebbe a tradurre la cosiddetta questione meridionale nei termini del problema dei Sud del mondo.
L’economista
Nicola Zitara è stato considerato un
economista e un testimone “scomodo”, come d’altronde lo sono stati
storicamente tutti coloro che hanno visto il re nudo. Non era gradita
alle forze politiche, economiche e sindacali dominanti la sua analisi
sulle condizioni di separatezza, di emarginazione e di sottosviluppo in
cui il Meridione è stato costretto a fronte dei privilegi acquisiti dal
Settentrione d’Italia a partire dall’Unità.
Troppo distanti gl’interessi
del capitalismo tosco-padano e dello stesso proletariato industriale
del Nord per sovvenire alle necessità del Sud. Lo scrive e dimostra a
chiare note nel suo primo grande scritto intitolato L’Unità d’Italia: nascita di una colonia (edito a Milano dalla Jaca Book nel 1971, pensato e scritto a Vibo Valentia nel fervore di studi promossi dalla rivista Quaderni Calabresi,
voce del locale Circolo Culturale Gaetano Salvemini, all’indomani della
rivolta di Reggio Calabria).
Ad Antonio Gramsci, di cui pure accettava
la tesi (Quaderni dal carcere) che il Nord fosse una piovra
“che si arricchiva alle spese del Sud e che il suo incremento
economico-industriale era un rapporto diretto con l’impoverimento
dell’economia e dell’agricoltura meridionale”, rimproverava tuttavia la
debolezza dell’idea che “la frattura tra proletariato settentrionale e
meridionale” potesse dipendere “da un non capire o da un non aver capito”. In realtà, afferma Zitara, questo è un grave errore metodologico e un giudizio moralistico mentre
il fenomeno va spiegato marxisticamente in termini di rapporti di
produzione e di rapporti di classe.
Sin da allora, quindi, Nicola Zitara
aveva visto chiaro: la separatezza della lotta di classe, la diversità
tra interessi del Nord e bisogni del Sud non potevano essere conciliati
né dai governi né dai partiti né dai sindacati. “Non solo il
proletariato settentrionale, ma anche i partiti ufficiali ed
extraufficiali della sinistra italiana … non possono … servire due
altari.”, perché, scrive, “gli interessi del proletariato
settentrionale… sono inconciliabili con quelli del proletariato
meridionale. … Il proletariato settentrionale combatte una sua battaglia
economicistica e riformistica” e “anche quando le vittorie politiche e
sindacali si traducono in leggi generali, il proletariato meridionale
non ne beneficia, perché tali leggi contemplano situazioni estranee
all’assetto meridionale. In sostanza il proletariato settentrionale
convive col capitalismo anche fisicamente, e in un certo modo partecipa
ai frutti della spoliazione che il capitalismo italiano fa (ed ha fatto)
del Sud, oltre che di altri paesi sottosviluppati… ciò è costato la sua
(del proletariato meridionale) impotenza e la sua evirazione
politica di fronte a problemi gravissimi, primo fra tutti
l’emigrazione”.
Come ho accennato, la rivolta di Reggio Calabria, intesa come ribellione al nulla economico prospettato dai governi all’ombra del capitalismo tosco-padano, catalizzò fortemente la riflessione a tutto campo sulla condizione meridionale. Gli articoli scritti da Nicola Zitara e via via pubblicati su Quaderni Calabresi, furono nel 1972 raccolti e pubblicati da Jaca Book sotto il titolo significativo Il proletariato esterno. In esso l’esame del rapporto sviluppo-sottosviluppo descrive la condizione di subalternità del Meridione, dà un senso alla tragicità della rivolta come spia del malessere, si eleva a categoria fondamentale per leggere la struttura sociale a dimensione globale (il rapporto tra il Nord e il Sud del mondo).
Il filosofo
La sua visione economica non si è
limitata all’analisi delle condizioni della lotta di classe, ma negli
ultimi anni si è ampliata fino ad includere una critica al socialismo
scientifico di Karl Marx, da cui ha preso le mosse tutta la sua ricerca.
In occasione della pubblicizzazione del suo primo romanzo storico Memorie di quand’ero italiano
(Siderno,1994) Nicola Zitara volle diffondere in un opuscolo (oramai
introvabile) la mia presentazione del romanzo (scelta tra altre), e con
l’occasione pensò di aggiungere in appendice una riflessione, a cui in
quei giorni stava lavorando, di poco più di tredici pagine, sotto il
titolo Una versione giusnaturalista del socialismo scientifico (Siderno,1995).
In essa il Nostro dimostra chiaramente di possedere strumenti di
pensiero sofisticati e, al di là della padronanza delle leggi che
governano l’economia, di aver maturato una interpretazione dell’uomo e
della società che affonda le sue radici nella Ideologia Tedesca di
Marx ed Engels e che legge la realtà contemporanea dominata dalla
“filosofia liberal-capitalistica” nel contesto più generale di una
riflessione su merce e valore di scambio.
Con il suo linguaggio diretto
parte dalla seguente premessa: “ Il mercato capitalistico è divenuto un
gioco per vecchi birbanti e per bari incalliti, per corpi sociali che
hanno imparato a truffare a man bassa; per gente capace di ribaltare,
con tronfia coscienza, in colpa dei truffati la fortuna delle proprie
gesta e le proprie responsabilità civili.
/Noi meridionali non abbiamo
avuto modo di diventare così esperti: non avremmo, dunque, avvenire
alcuno come bari apprendisti. Oltre tutto le carte truccate le tiene
sempre il banco.
La storia ci assegna un diverso percorso, in cui non credo ci saranno risparmiate le lacrime e il sangue. D’altra parte, come socialista scientifico, personalmente non saprei dare altra risposta alla nostra vicenda sociale che una proposta rivoluzionaria. /Ma quale rivoluzione socialista dopo il fallimento bolscevico?”.
Prospetta, quindi, l’urgenza della
realizzazione di un progetto politico rivoluzionario in grado di
restituire l’autonomia a tutte le regioni che prima dell’Unità
componevano il Regno borbonico. Data l’ampiezza di risorse umane e
naturali, la costituzione di uno Stato ch’egli battezzò “Stato
megaellenico (dell’economia meridionale)” poteva essere produttivamente
competitivo nei confronti del Settentrione. Ma quale ricostruzione?
“Credo di aver capito” – così scrive nell’opuscolo – che, se è vero che
la filosofia liberal-capitalistica ha dato le armi della vittoria a chi
domina il Sud e se è vero che il ‘libero’ mercato capitalistico è la
palla di piombo che lo tiene schiavo, non sarà certamente attraverso i
percorsi dell’iniziativa capitalistica che noi meridionali
riconquisteremo la nostra libertà economica, e non sarà con l’ingresso
nell’Europa capitalistica che metteremo nuove basi alla nostra identità
individuale e collettiva”.
E dunque la nazione meridionale, pensava,
dovrà per risorgere darsi altre regole del gioco economico e una diversa
visione del diritto. È così che entrano in ballo da un lato la
soluzione miope di Karl Marx con le categorie economiche di forma merce e valore di scambio
e dall’altro il giusnaturalismo. “Marx ha tracciato con mano
impareggiabile i movimenti fisiologici delle società capitalistiche. Ma
al momento di additare al proletariato la via per superare l’alienazione
economica, è rimasto chiuso nella fabbrica e non ha preso in
considerazione l’ipotesi di un ritorno allo scambio di equivalenti, che
aveva regolato la piccola produzione mercantile. Ha invece prefigurato
una società senza valori di scambio … Un mercato senza valori di
scambio, una produzione pianificata per volumi, una distribuzione
burocratica hanno rovinato l’URSS…”.
Zitara, quindi, propone un socialismo privatista
(così da lui definito) basato sul libero produttore mercante di se
stesso, sulla coincidenza del numero delle aziende con il numero dei
lavoratori, su un uomo libero da padroni che collabora socialmente alla
produzione. La collaborazione “costituisce il fondamento dell’economia. Ubi homo ibi societas”.
Lavoro esclusivamente privato, dunque, ma con un limite: “alcuni
elementi del meccanismo economico non si prestano per definizione a
essere privati. Sicuramente la terra e l’ambiente, che non sono prodotti
ma fattori della produzione…
La base giuridica del contratto di società non sarà più il capitale ma il lavoro. Niente di stratosferico, è una cosa che in qualche modo esiste già e si chiama cooperazione o autogestione”. Infine amplia a livello planetario le conseguenze di questa sua visione filosofica e prefigura una costituzione socialista del mercato mondiale e un nuovo diritto internazionale che garantisca la libertà economica delle nazioni e l’autonomia delle scelte nazionali.
Quella sua brillante e originale intuizione ha originato un’opera di filosofia economica e, aggiungo io, di antropologia sociale, di notevole portata, Tutta l’égalité, (Siderno, 1996) dedicata Alla sacra memoria di Salvador Allende, in cui illustra minutamente i passaggi riassunti o solo accennati nel predetto opuscolo e rinvigorisce l’idea della piena occupazione possibile attraverso la piccola ma diffusissima produzione mercantile. Un pensiero grande il suo, che intende elevare al massimo grado di nobiltà la funzione sociale del lavoro, liberare l’umanità dai ceppi della dipendenza e che, infine, non smentisce il più autentico pensiero socialista.
Lo storico
Lo studio della storia oltre che
dell’economia fu costante e severo. D’altronde i due aspetti in lui si
compenetrano fino a confondersi. La sua fonte scientificamente più
dignitosa pensava fosse la sterminata Storia dell’Italia moderna
di Giorgio Candeloro, storico d’ispirazione gramsciana (pubblicata
dalla Feltrinelli in 30 anni, 1956-1986), in undici volumi.
Apprezzava
anche quella dell’Einaudi, ma alla fine le giudicò entrambe opere che
falsificano la storia unitaria. Giunse a tale convinzione affiancando
delle lunghe pause che gli consentivano di assimilare e ridiscutere i
dati economici reperiti a fatica tra le numerose fonti documentarie
dell’economia dei vari stati dell’Italia preunitaria. Già dal confronto
gli apparve chiara la grande menzogna che il Regno borbonico fosse molto
più arretrato di quello piemontese.
Approfondì in vari articoli questo
aspetto e ne fece la bandiera per il riscatto di una dignità perduta.
Soleva quindi ricordare i primati italiani conseguiti dal regno
borbonico in molti campi e la totale mancanza di disoccupazione.
Ripensò la tremenda vicenda del brigantaggio postunitario come un atto di eroismo contro un invasore spergiuro e più rapace e dispotico di quanto lo fossero stati i Borbone. Donde la sua conclusione: se i cosiddetti briganti non fossero stati piegati da un esercito di oltre centomila piemontesi, oggi sarebbero celebrati come eroi della nazione meridionale. Poiché hanno perso, nei libri di storia sono citati come briganti e assassini.
Ma ciò che maggiormente lo incuriosì e lo agitò nei suoi sonni fino alla fine furono i meccanismi finanziari attraverso cui il Sud ricchissimo di risorse fu spogliato finanziariamente dal Nord.
Alla fine di questo lunghissimo percorso – che calcolo sia iniziato da quando lasciò Stefanaconi per ritornare nella sua Siderno (1976) – è scaturita l’ultima sua grande fatica, frutto di un lavoro certosino più che decennale e di cui ha fatto appena in tempo a vedere le prime bozze prima che la malattia lo stroncasse. Essa vedrà la luce entro pochi mesi a cura della Jaca Book e di Francesco Tassone. S’intitolerà: Unità d’Italia: la creazione del Mezzogiorno (Una storia finanziaria) ovvero la storia della spoliazione del Meridione attraverso la distruzione del suo sistema bancario e il conseguente trasferimento a Nord di tutte le maggiori risorse finanziarie.
Il divulgatore
Nel mentre studiava e meditava,
traduceva le sue riflessioni nelle centinaia di articoli pubblicati su
varie testate, quelle che apprezzavano il suo pensiero revisionista
interprete della realtà da un punto di vista inaspettato e di certo
stimolante. È così che dopo l’esaltante esperienza di Quaderni Calabresi offrì la sua collaborazione a Il Piccolissimo, la Riviera (di cui è stato direttore responsabile fino alla fine), Monteleone, Lettera ai meridionali di Fausto Gullo, Calabria oggi di Pasquino Crupi, Scilla. Fattosi editore di se stesso pubblicò anche due romanzi, Memorie di quand’ero italiano (1994) e ‘O sorece morto
(2004), sorprendenti per qualità di scrittura narrativa.
Diciamo pure
che Nicola Zitara era capace di intrattenerti per ore a raccontare con
elegante ironia episodi della sua vita e a tratteggiare personaggi di
qualsiasi condizione sociale e culturale con cui aveva avuto a che fare,
immergendoli o facendoli galleggiare con estrema acutezza nel brodo
politico o economico.
Più volte sollecitato anche dal sottoscritto a scrivere quanto raccontava creò infine un capolavoro, il primo romanzo, che per intensità ed elevatezza potrebbe definirsi il manifesto del meridionalismo e la ragione stessa del vagheggiato separatismo. Ma la sua diffusione non ha raggiunto il grande pubblico. Pensò anche a una rivista, che le sue finanze non gli consentirono di stampare e diffondere. In compenso, a partire dal 2000, proseguì la sua battaglia propagandistica creando un sito informatico intitolato Fora, dove è possibile rinvenire decine di suoi interventi.
È pur vero che a distanza di quarant’anni dal suo primo capolavoro le sue idee di riscatto sono inattuate. Restano pertanto in piedi eterni ed inquietanti interrogativi: incapaci di reazione, a cosa sono destinati i giovani meridionali, a cosa le future generazioni se non a servire all’emigrazione e alle varie mafie?
In epigrafe si potrebbe dire di lui: ha legato la sorte del Meridione d’Italia a quella dei popoli sfruttati della Terra, ha indicato agli uomini la via più onorevole per la liberazione dalla dipendenza e per la realizzazione dei principi di liberté égalité fraternité. Con lui la Calabria e l’Italia hanno perso una grande mente.
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