Rivabella 25-4-1976
Cari compagni,
rispondo alla vostra del 2-4-1976, nella quale mi chiedete di voler saper qualcosa su di me, sul mio lavoro, sui miei legami politici: cercherò di essere esauriente e breve al tempo stesso.
1972-1973, frequento il IV anno alle Magistrali di Piaggine (SA) e milito nel PCI locale;
Novembre 1973, «emigrato» a Rimini, frequento il V anno alle Magistrali; estate 1974, lavoro estivo come barista;
1974-1975, frequento il I annodi Lettere e Filosofia a Bologna (è un ripiego);
Estate 1975, lavoro estivo come barista;
1975-1976, attualmente, abbandonati completamente gli studi universitari, mi sto preparando per gli esami orali del concorso magistrale (sic!).
In questi due anni ho avuto solo dei rapporti «culturali» con un professore di sinistra e scambi di idee con un mio compaesano, con il quale abbiamo una visione «comune» dell'attuale situazione italiana e meridionale. Sono rimasto politicamente isolato perché sono allergico al potere (e qui il PCI è potere), perché non ho fiducia nei «gruppuscoli» come Lotta Continua, Manifesto ecc... poiché vedono la rivoluzione all'angolo della strada e accusano semplicisticamente il PCI di revisionismo, senza rendersi conto che la linea del PCI è «realistica» rispetto ad, una società neocapitalistica qual è il Nord-Italia.
Sono rimasto insomma un «isolato».
In questi giorni ho rotto l'isolamento organizzando insieme col mio
amico un incontro nella sezione di Rivabella sul tema: Meridione e
Compromesso storico. E' stato un incontro ristretto
«patrocinato» da un iscritto al PCI.
Noi abbiamo tracciato un quadro storico del Meridione nettamente
diverso dal consueto (rifacendoci a Capecelatro-Carlo, Zitara) e
abbiamo sottolineato gli errori (dopo il 1945) del PCI nel Sud, dove,
per imporre la via italiana al socialismo, silurò il movimento
contadino dopo averlo appoggiato.
Abbiamo poi tracciato un rapido quadro dell'attuale situazione
socio-economica del Meridione sottolineando la necessità (al
Sud) di legarsi all'enorme massa di sottoproletariato se non si vuole
che venga strumentalizzata dai fascisti. Abbiamo in altre parole
sottolineato l'esigenza di una strategia articolata tra Nord e Sud,
dove il problema delle alleanze è nettamente diverso da quello
del Settentrione, e cioè la necessità di una linea
meridionale più 'radicale'.
Li abbiamo messi in guardia sul pericolo di giungere al Compromesso
storico seguendo l'attuale linea del PCI nel Sud e abbiamo fatto
presente la nostra sfiducia sulle possibilità di una gestio ne
«democratica» del capitalismo in quanto è attraverso
il sistema neocapitalistico che passa e vive lo sfruttamento coloniale
del Meridione ed è inutile che ci vogliano illudere che la
programmazione 'democratica' possa risolvere il sottosviluppo del Sud.
E che quindi, il Compromesso storico finirà per ridursi ad una
ulteriore gestione del sottosviluppo stesso: e che il Sud questa volta
non si rassegnerà ed è difficile prevedere quello che
può succedere.
Quali siano le mie considerazioni su questo incontro è presto
detto: 1) sul piano storico: si ripetono i soliti luoghi comuni
(latifondo, patto tra industriali e agrari) di gramsciana memoria,
contraddicendosi continuamente e non riuscendo a comprendere il
problema neanche volendo; 2) sul piano dell'attuale situazione
politico-economica e quindi sul problema strategico delle alleanze: si
parla dei contadini come unità disgregata, del sottoproletariato
come incapace di giungere ad una coscienza di classe ecc...
Però alla fine i più sensibili e aperti hanno accettato
la tesi della strategia articolata ed hanno chiesto altri incontri per
approfondire la questione.
- In altre parole ho constatato che certi luoghi comuni sul Sud non
possono essere superati dai compagni del Nord con i bei discorsi
però, dall'altro, non possiamo pensare di costruire il
socialismo senza o contro di loro (e qui mi riferisco a tutti quelli
che considerano il Compromesso storico come un ponte verso il
socialismo, come diceva un compagno durante l'incontro, e non certo a
quelli che ormai non usano, neanche più il termine socialismo!).
Ora compagni il problema che resta è questo: e possibile una
strategia articolata? oppure le due possibili linee d'azione sono
inconciliabili e antitetiche? Su questo problema compagni vorrei
conoscere il vostro parere.
NOTE - LIBRI - CRONACHE
Questioni di confine 1 --- 5 maggio 1996
Cari Nicola Zitara e Francesco Tassone,
stamattina, appena sveglio, ho inserito nel lettore cd «Le grandi
voci del passato» (I'm'arricordo 'e Napule di Caruso. Era de
maggio di Schipa, ecc.).
Ho preferito rigustarmele subìto, non si sa mai.
Forse però l'ironia è un po' fuori luogo, perché
una cosa è certa: non si tornerà più indietro e
non è detto che non si debba sperare in una via cecoslovacca se
non si vuole assaggiare quella yugoslava (dico assaggiare perché
secondo me una società avanzata come il nord-Italia non tollera
rivolgimenti cruenti, e non certo per motivi etici).
Era ovvio che si sarebbe arrivati a questo punto, ma credevo per altre
strade. Per esempio tre anni fa ero convinto che in Italia si sarebbe
imboccata una via che oggi viene definita «spagnola»; in
altri termini pensavo che il radicamento territoriale della destra nel
Sud avrebbe portato ad una separazione gestita da Alleanza Nazionale
(Meridionale) e perché unica interprete degli interessi di
alcuni ceti economici meridionali e perché per essa era l'unico
modo per mantenere le posizioni che stava conquistando.
Dopo il «ribaltone» ho pensato che la sinistra pidiessina
(e non solo) sarebbe stata il cavallo di Troia che avrebbe fatto
imboccare una strada senza ritorno e la vittoria di misura dell'ulivo
me lo aveva confermato, in altre parole prevedevo un tavolo per il
«federalismo» che si sarebbe trasformato inevitabilmente in
via ceco-slovacca (non si possono certo contestare le teorie di Bossi
dicendo che l'esempio della Cecoslovacchia non regge in quanto essa era
una federazione, già divisa in due da tempo, perché a mio
modesto parere anche l'Italia è di fatto divisa e da parecchio,
lo è stata fin dai tempi del brigantaggio ed ha continuato ad
esserlo fino ad oggi).
Quello che non avevo previsto è stata l'accelerazione impressa
da Bossi, anche se la vicenda Di Pietro poteva far pensare a qualcosa
del genere (probabilmente, in questa occasione, la stampa è
stata ingenerosa nei suoi confronti; la sua scelta potrebbe essere
stata veramente dettata dall'intenzione di rendere un servizio al
paese).
Ed ora?
Gli scenari sono veramente inquietanti.
Il SUD. Si è molto indietro sul piano della elaborazione
culturale e politica per andare a sedersi al tavolo con Bossi. A parte
alcune mosche bianche, come voi due, non mi risulta si sia prodotto
granché ultimamente. C'è stata una interessante sortita
di D'Onofrio qualche giorno fa, ma arriva tardi. 1 tempi stringono. Se
si farà questo tavolo del federalismo (è realistico
pensare che si vada verso una confederazione) il Sud pagherà il
suo ritardo culturale: siamo rimasti attaccati come cozze ad un
unitarismo che è stato un disastro per il Meridione. Molti di
noi (di ogni condizione sociale) sono stati complici del dominio per un
piatto di lenticchie e non siano riusciti neppure a pensare che
bisognava prima liberarsi idealmente e poi fisicamente. Ci hanno
allevati con la storiella del governo borbonico «negazione di
Dio» inventata da un lord che non aveva mai visitato una galera
del Regno delle due Sicilie in quanto troppo impegnato nei postriboli,
come mi pare sia emerso ultimamente. Ed è quanto dire.
Forse avremmo dovuto avere il coraggio di mettere in discussione questi
ed altri mostri sacri della storia patria: come quello della
resistenza, del vento del nord e di una costituzione che è stata
usata per mantenere i servi. Ed allora tanto valeva chiederne un'altra,
prima, proprio quella che adesso ci verrà imposta dal Triveneto,
dalla Lombardia, dal Piemonte e dall'Emilia (il tentativo del PDS di
arginare la penetrazione leghista sposando la bandiera dell'unitarismo
non reggerà a lungo, ne sono certo; per esperienza personale e
non per sondaggi posso affermare che il 40% di chi vota altri partiti
è potenzialmente leghista, si salva giusto qualche anziano che
ricorda i nostri contadini morti nelle guerre insieme ai fanti del nord
e del centro).
E speriamo che finisca per avere ragione Scarfoglio, il quale sosteneva
che ogni qualvolta il Meridione ha guardato verso il Mediterraneo non
ha avuto problemi di sviluppo civile ed economico. Chissà...
Il NORD. L'esperienza leghista si farà sentire, negli ultimi
tempi hanno fatto notevoli passi avanti nella elaborazione culturale e
politica in direzione di uno stato federale o confederale o peggio.
Anche Bossi, grande animale politico ma non certo una cima sul piano
culturale, comincia a masticare qualcosa di più che semplici
parole d'ordine e parla di «autodeterminazione dei popoli»,
di «costituzione dell'URSS», di «via
cecoslovacca», di «referendum. come per il Quebec»,
ecc. Si vede che ha leggiucchiato «Secessione» di Buchanan,
peccato che si sia dimenticato un particolare non di poco conto:
secondo le tesi di Buchanan chi «avrebbe maggiore diritto a
secedere è proprio il Sud!
Comunque queste sono dissertazioni accademiche. Vedo poco rosa
all'orizzonte e molte nubi nere...
La parola «secessione» e, soprattutto, gli esempi di
colonizzazione portati da Bossi (la scuola, ecc.) potrebbero avere un
effetto nefasto nel giro di pochissimo tempo. Quanti sbandati,
incapaci, facinorosi e altri (disoccupati, per esempio) cominceranno a
sognare di prendere i posti occupati da meridionali? Quanti medici,
insegnanti, avvocati, ingegneri, operai, artigiani, albergatori, ecc.
si sentiranno legittimati ad urlare a voce alta quello che si sono
tenuti dentro per anni e cioè il risentimento nei confronti di
colleghi meridionali più capaci, più fortunati o
(perché no? è vero anche questo) più ammanicati?
Forse sono un catastrofista o forse, direbbe Scarfoglio, è la
mia anima cthonica che fa capolino.
La prima e l'ultima volta, se ricordo bene, che ho scritto di politica
è stato nel lontano 1976: una lettera a Quaderni Calabresi. Non
erano passati neppure tre anni dal mio arrivo nell'oasi felice e
già avevo assaggiato l'arroganza del potere rosso (più
giusto l'aggettivo settentrionale, forse) e sognavo una «via
meridionale al socialismo». Lo scrissi pure in un libello
pubblicato nel 1977 dall'amico Galzerano, che aveva letto1a lettera su
Q. C. che nel migliore dei casi fu preso a pernacchie o utilizzato come
lettera amena in giochi di società in casa di appartenenti alla
intellighenzia rossa (tutto vero!), in altri casi fui accusato di
nappismo (sic!).
E pensare che io con quelli del Movimento del '77 & company non
volli mai avere a che fare, perché anch'essi figli dello stesso
potere: quello del Settentrione. Una verità elementare, che
dovrebbero capire tutti quelli che hanno un minimo di cultura storica
sulla formazione dello stato unitario.
Cari amici, ho finito: mi piacerebbe sapere come leggete questi
avvenimenti dal vostro osservatorio meridionale.
P.S. (di mercoledì 8 maggio) - Un deludente colloquio, nel
pomeriggio di domenica, con un amico fraterno che mi ripeteva le solite
lamentele sugli sprechi e sui miliardi andati alle varie camarille
locali del Sud aveva fatto vacillare la decisione di inviare questo
fax. Sarà la fatica che ci è costata questo Nord,
sarà il timore inconscio di non esporsi, sarà il peso
degli anni andati ma è più facile trovare un meridionale
che parla da razzista sfegatato che trovarne uno che si sforzi di fare
un ragionamento che a me pare tanto semplice: le lire rubate sono
briciole, basti un solo esempio, finanche le piastrelle utilizzate per
i pavimenti si trasformano in quattrini che tornano al nord. Il Sud
cosa produce? Una tabella delle esportazioni è più
illuminante di un trattato di economia: tutto il Meridione esporta meno
della provincia di Milano!
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