
Il Chiosco – CALABRIA ORA – martedì 12 ottobre 2010 – pag. 17
Mariolina Spadaro
Nicola Zitara non è mai stato un uomo a cui si è potuto imporre qualcosa. la sua libertà è I troppo nota per essere ricordata a quanti oggi (fino a che punto in buona fede?) tendono a dimenticare le qualità morali, umane ed intellettuali di una persona che, è vero, non ha mai cercato la gloria ed ha sempre fatto parlare la penna ma che altrettanto non ha mai rinunciato a cercare la verità né si è adagiato su comode poltrone storiografiche.
Socialista lo è stato, certo, fino alla fine e fino in fondo; né ha inai tradito questi suoi ideali, ma a differenza di altri non si è mai trincerato dietro a un socialismo di facciata, che gli precludesse di guardare oltre. Il suo meridionalismo, che in pochi evidentemente hanno saputo comprendere fino in fondo, non si è mai fermato allo stereotipo della "lotta di classe", che ha bisogno di creare antagonisti e demonizzare chi rappresenta una condizione diversa da quella dell'operaio-lavoratore.
Zitara aveva capito molto bene (e lo aveva detto e scritto in anni non sospetti) che prima del 1860 il Sud era uno Stato e dopo, invece, sarebbe diventato soltanto una colonia. Aveva capito molto bene che il nemico di classe del meridione non era certamente rappresentato dai suoi regnanti (i Borbone), i quali, anzi. lo avevano fatto decollare e progredire, bensì da coloro che, in nome di un'Unità fasulla e tuttora non realizzata, avevano rapinato i meridionali delle loro ricchezze, terre, industrie, creando, da allora, una sudditanza nei confronti del Nord, che ha assunto spesso il volto della schiavitù: perché non si è liberi quando si dipende, in tutto e per ogni cosa, da chi altrove decide il destino, spesso amaro, della nostra gente. Non de c'è libertà, non ci può essere a queste condizioni e diventa, perciò, inevitabile, sognare l'indipendenza. Affrancarsi dal predominio "stronzobossita e toscopadano" di oggi era il sogno di Nicola per il Sud: con questa originale espressione sintetizzava in maniera efficace un secolo e mezzo di malaffare e di cattiva gestione della cosa pubblica, realizzata' a danno della gente del Sud: lavoratori che si riconoscevano nell'Internazionale e proprietari di terre privati dei loro averi, impiegati additati (anche oggi) come simbolo di inefficienza solo perché meridionali e contadini rimasti senza un lavoro perché la terra non c'era più, ma anche avvocati, medici, notai, insegnanti, farmacisti, e giornalisti che solo qui da noi fanno fatica a realizzarsi professionalmente se non si piegano al compromesso. Tutti accomunati dall'appartenenza ad una terra dove coloro che detengono oggi il potere non vogliono che nascano iniziative imprenditoriali e tentano con ogni mezzo di scoraggiare gli ardimentosi cimenti di pochi.
Nicola aveva capito molto bene che nel 1860 i meridionali erano stati mandati al macello e con lucida onestà intellettuale non si fece mai scrupolo di propagare questa verità: con i Borbone il Sud aveva avuto tutto da guadagnare, con l'Unità d'Italia aveva perso tutto ciò che aveva, in primo luogo la propria identità di popolo e di nazione.
Non era un monarchico, Nicola, non aveva cambiato bandiera. Era e rimaneva un socialista, ma non aveva paura di riconoscere le qualità ed i meriti di chi aveva reso i meridionali un popolo ed il Sud una nazione. Il termine "borbonico” non era per lui sinonimo di tirannia ed oscurantismo, ma era assunto da Nicola come segno inequivocabile di un'identità culturale e storica che nel 1860 era stata ignominiosamente disfatta e dissolta, con il lucido e perverso disegno di cancellare dalla storia la memoria di un popolo il cui passato diveniva improvvisamente ingombrante per la storia della nuova Italia. Il nuovo soggetto politico avrebbe avuto difficoltà a giustificare la propria nascita se non avesse messo a tacere quel passato e preferì, allora e da allora, alimentarsi, piuttosto, con i miti e le leggendarie imprese. Nicola aveva voluto fortemente la nascita dell'associazione Due Sicilie, riunendo intorno a lui un gruppo di giovani desiderosi di apprendere quella storia che i libri non osavano raccontare. Ne era stato, da subito, il Presidente e con entusiasmo giovanile li incoraggiava ad andare avanti, sempre pieno di proposte e di compiti che assegnava a ciascuno: la commemorazione di Francesco II, la mostra sulle industrie, un convegno (la sua ultima "raccomandazione”) sugli Statuti di San Leueio, costituzione "borbonica" nella quale Nicola individuava la realizzazione di uno stato sociale ancora oggi esemplare.
La storia di Nicola, specie negli ultimi anni, non è stata che il naturale approdo della sua lunga e coerente stagione di storico, saggista e pensatore meridionalista di prima grandezza. Aveva trovato nello stemma borbonico, un simbolo identitario che riassumeva quella dignità di popolo, da riscattare ed opporre allo "stronzobossismo" di tutti i tempi.
L'inno delle Due Sicilie, composta da Paisiello. uno dei più celebri musicisti del '7oo napoletano (e non una "marcetta reale") ha accompagnato l'ultimo saluto al caro Nicola, tra due bandiere riproducenti l'emblema di quella identità: Nicola non solo lo gradiva, ma lo desiderava. Lui stesso, mentre aveva esplicitamente vietato ogni "pomposità" che immaginava sarebbe venuta specialmente da quanti, dimenticatisi di lui per anni, non avrebbero invece perso l'occasione per strumentalizzare con discorsi di circostanza la gravita del momento, altrettanto esplicitamente aveva ancora una volta "assegnato i compiti", incaricando il più giovane dei membri dell'associazione di «pronunciare due parole di saluto».
Crediamo di avere rispettato pienamente la sua volontà e di non avere fatto alcuna confusione. Ad ogni modo raccomandiamo di visitare il sito www.eleaml.org (link: http://www.eleaml.org/nicola/politica/parte_mls.html), in cui è riportato il programma politico che Nicola aveva steso nel 2004. Di particolare interesse il paragrafo "Organizzazione dello Stato".
Mariolina Spadaro
vicepresidente
CALABRIA ORA – lunedì 4 ottobre – anno V numero 272
Il paradosso
Lo avrebbe voluto al proprio corteo funebre. Gli hanno piazzato la bandiera dei Borbone
Nicola Zitara il suo testamento ideale lo aveva lasciato
nelle parole che chiudono il suo libro più bello: "Memorie di quand'ero
italiano”. Testuale: «Per il giorno della morte che avanza, un amico mi
ha promesso l'ultimo rumore socialista: ingaggerà la banda del paese
perché “mi” suoni L'Internazionale». Per chi non lo sapesse
L'Internazionale è l'inno dei lavoratori in tutto il mondo. E Zitara
lasciando questo messaggio, confermava che il suo viaggio ritornava da
dove era partito: nell'idealità socialista. Attraverso il simbolo più
alto e nitido: l'inno dei lavoratori. La cronaca racconta che ha in
luogo della banda musicale c'era un grammofono che ha gracchiato una
marcetta reale. E poi la bandiera dei Borbone a contorno. Non
sindachiamo, non giudichiamo, non commentiamo. Registriamo
solo che il citato libro l'hanno letto in pochi o chi lo doveva leggere
l'ha dimenticato. Ma tant'è,, sono questioni intime in cui
non vogliamo e non possiamo entrare. La
complessità del pensiero di Zitara ha, forse, fatto prendere qualche
abbaglio. Piuttosto c'è da registrare il silenzio delle istituzioni,
soprattutto di quelle regionali; il silenzio dei consessi accademici;
il silenzio degli intellettuali. Più avanti uscirà qualche riflessione
più meditata, forse, per colmare la "vacanza".
D'altra parte in vita Zitara rimase appartato, non cercò mai gloria effimera, per lui parlava la sua penna. Ma suona misero l'ostracismo di quanti firmano appelli a livello di produzione industriale.
br. gem.
![]() |
![]() |
Ai
sensi della legge n.62 del 7 marzo 2001 il presente sito non
costituisce testata giornalistica.
Eleaml viene aggiornato secondo la disponibilità del materiale e del Webm@ster.