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Fonte:
la_riviera_siderno


PER NON DIMENTICARE NICOLA ZITARA

Meridionalista separatista

di GIUSEPPE GANGEMI

Da ragazzi, io e molti miei amici consideravamo il Nord un simbolo di efficienza, moralità e libertà. Il Settentrione rappresentava il modello da seguire, il luogo dove le ragazze si concedevano facilmente, dove non si doveva elemosinare un posto di lavoro, in cui non si pagavano mazzette e bustarelle. Ma quando mi chiedevo il perché di queste differenze, che erano in gran parte immaginarie, entravo in crisi. Non credevo neanche allora alle cause genetiche e climatiche.

Forse un po’ di più all’asprezza e alla marginalità del territorio meridionale, periferia dell’Europa e più vicino all’Africa. La scuola ci insegnava che al nord c’erano stati i Comuni, il Rinascimento, gli Asburgo, mentre noi eravamo stati oppressi dagli Spagnoli e dai Borboni.

Per fortuna era venuto Garibaldi che ci aveva liberati. Tutto sommato, le cause del sottosviluppo erano antiche e ciò attenuava la responsabilità dello Stato italiano. Sicuramente la colpa era anche di noi meridionali che aspiravamo alla sistemazione al Comune o in Ferrovia e non volevamo intraprendere.

Cessai di credere a queste spiegazioni che non mi convincevano del tutto quando avevo circa trent’anni e la libreria Ambrosiano di Reggio Calabria mi regalò il suo catalogo che elencava L’unità d’Italia nascita di una colonia (Jaca BooK 1976).

Quel libro dal titolo così originale mi incuriosì e corsi a comprarlo. Dopo averlo letto volli conoscere l’autore di quella che per me era una rivelazione, anzi “la rivelazione”. Dopo avergli telefonato, mi recai a Siderno per intervistarlo. Nicola Zitara mi accolse cordialmente nella sua modesta abitazione piena di libri, ma contestò alcune domande dell’intervista e mi invitò a riformularle.

Rimasi un po’ deluso, ma mantenni i contatti che sfociarono nell’idea di pubblicare alcuni scritti che mi aveva inviato. Ne venne fuori “Negare la negazione (Città del Sole edizioni 2001)” che ha come sottotitolo “Introduzione al separatismo rivoluzionario”.

Un libro che considerava il manifesto delle sue idee separatiste, al quale mi aveva detto recentemente di tenere molto.

“Negare la negazione”. ovvero il meridionalista separatista ha la sua sistemazione teorica.

Questa pubblicazione, come le precedenti, dimostra che l’area più sviluppata economicamente, culturalmente e socialmente era quella meridionale e che, senza la violenta annessione piemontese, lo Stato duosiciliano avrebbe sicuramente proseguito la sua politica illuminata.

Con oltre nove milioni di abitanti, la nazione napoletana era la più industrializzata dopo Inghilterra e Francia e annoverava tra i suoi numerosi primati la seconda flotta commerciale del mondo. Durante la nostra frequentazione ebbi modo di conoscere abbastanza bene lo scomodo ed eretico intellettuale calabrese, che era emarginato dagli studiosi di regime.

Le novità, che apportava, demolivano il mito e la retorica risorgimentali, spiegando efficacemente il ritardo delle nostre regioni e la precedente prosperità. I Savoia privilegiarono l’area dalla quale provenivano.

Dopo essersi impadroniti della cospicua ricchezza monetaria del Regno del Sud, determinarono la chiusura delle sue fabbriche, la crisi dei commerci e dell’agricoltura, concentrando le risorse economiche nel Nord.

Inoltre, i Piemontesi repressero ferocemente la reazione popolare chiamata brigantaggio che durò oltre dieci anni, alla quale seguì il dramma dell’emigrazione. A questo peccato originale l’Italia non aveva rimediato, anzi esso veniva rinnovato in ogni passaggio storico. Zitara analizzò la storia postunitaria dimostrando che il Sud era diventato mercato di consumo delle merci settentrionali, che i risparmi dei meridionali venivano utilizzati dalle imprese del Nord (colonialismo bancario), che la nostra popolazione era costretta a emigrare o a rimanere disoccupata (proletariato esterno). Essendo una persona estremamente sincera e coerente, non poteva e non voleva tacere queste verità.

Diceva apertamente quello che pensava e non avrebbe mai barattato le proprie idee o rinunciato alle proprie opinioni. La vita e le idee erano una cosa sola. Credeva nella rinascita della sua terra e aveva maturato la convinzione che la condizione per cui avesse luogo fosse “la rottura dell’iniqua unità nazionale”. Da autentico uomo del Sud non sopportava le ingiustizie, la sua trama esistenziale si può sintetizzare come una ribellione contro chi nel mondo alimenta le disuguaglianze. Si definiva un marxista non ortodosso, perché era convinto della necessità e della utilità del mercato, ma postulava l’ eliminazione del lavoro dipendente, causa principale dello sfruttamento.

Proponeva come alternativa la cooperazione dei lavoratori e il lavoro autonomo nell’ambito della piccola produzione mercantile.

Credeva che il riscatto del Sud fosse legato alla sua industrializzazione.

Per questo aveva creato un mobilificio chiamato Bahaus, che inizialmente funzionò egregiamente, ma che poi fallì. Saggista, scrittore, politico, giornalista, bibliotecario, Nicola Zitara fu anche insegnante a Cremona dove conobbe Mina, allora giovane studentessa che eseguiva le sue prime esibizioni canore nei concertini scolastici. Mina era molto grata al professore per le lezioni che aveva impartito al cugino evitandogli la bocciatura. Agli alunni in difficoltà Zitara dava lezioni private gratuite, perché gli dispiaceva bocciare.

La cantante ormai famosa e il professore si rividero anni dopo al premio Villa San Giovanni. Mina lo riconobbe, lo salutò affettuosamente e lo invitò a sedere accanto a lei, destando lo stupore dei presenti.



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