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Addio Nicola Zitara



E’ morto ieri stasera il direttore de ”La Riviera”. Oggi l’ultimo saluto

Si è spento ieri sera dopo una lunga malattia, il nostro direttore, Nicola Zitara. Zitara, studioso meridionalista, autore di numerosi saggi tra cui "L’Unità d’Italia: nascita di una colonia" e "Memorie di quand’ero italiano", è stato uno dei principali esponenti della classe culturale meridionalista che vede nella rinascita di uno Stato duosiciliano indipendente l’unica alternativa efficace alla risoluzione dei problemi del Sud. Nicola Zitara nacque a Siderno da Vincenzo, oriundo amalfitano, e da Grazia Spadaro, di famiglia siciliana, compie gli studi classici a Locri e quelli universitari a Napoli. Dopo la laurea in giurisprudenza lavora per molti anni nell’azienda commerciale del padre per poi trasferirsi a Cremona quale insegnante di diritto ed economia. Rientra a Siderno nel 1961, dopo la morte del padre. Quando venne ricostituito il partito socialista, dopo la seconda guerra mondiale, entrò a farvi parte, per poi passare al partito socialista italiano di unità proletaria di cui fu segretario di federazione a Catanzaro. Partecipò alla fondazione del settimanale Il gazzettino del Jonio che pubblicò fino al 1967, anno in cui iniziò la sua partecipazione ai Quaderni Calabresi. La sua perdita lascia un vuoto difficile da colmare sia alla nostra testata che a tutta la cittadinanza sidernese. Le esequie si svolgeranno oggi, sabato 2 Ottorbe, alle ore 17.30, presso la chiesa di Maria Ss. di Portosalvo a Siderno.


(01.10.2010)

Giuseppe Ritorto

La scomparsa di Nicola Zitara

Zitara, ”la voce di un popolo”

Pasquino Crupi

Ieri, abbiamo accompagnato al cimitero Nicola Zitara. Lo abbiamo accompagnato, dandogli riposato albergo nella bandiera del meridionalismo, che, poiché senza macchia, è la sola che gli si addice. Che si addice a Lui, uomo di specchiata virtù, rigoroso intellettuale, studioso appassionato e sprezzante del successo e della carriera, meridionalista con la testa alta e la schiena diritta, sempre sugli spalti adamantini della battaglia per il riscatto del Mezzogiorno e della Calabria, non domato da niente. 

Non domato, a sua gloria e a vergogna degli opportunisti e trasformisti di casa nostra, anche quelli in trasferta al Centro-Nord, dalla povertà, che in genere piega tutti e distoglie dalla retta via. Lui, Nicola Zitara, no. Lui ci aveva abituati alla sorpresa. 

Ci sorprese, ormai tanti anni fa, con il suo radioso e sovvertitore saggio L’Unità d’Italia:nascita di una colonia (Jaca Book, Milano 1971), che gli impellicciati intellettuali urbanocentrici, elemosinanti un rigo sul “Corriere della Sera” e simili splendori giornalistici, non s‘arrischiavano di citare. Tornò a sorprenderci con il saggio successivo e prosecutivo del 1972 , di nuovo presso Jaca Book, Il proletariato esterno. E ci sorprese ancora in anni recenti, quando, sempre piegandosi sulla questione meridionale, svoltò verso la tesi che il Mezzogiorno e la Calabria troveranno scampo se e quando sapranno staccare gli ormeggi dall’altra Italia, dando vita a uno stato, che Lui chiamava “duosiciliano”. 

Questa tesi non ci convinse e non ci convince, ma per essa entrammo, come prima mai, nel regno della barbarie del Nord contro il Sud, nel labirinto. E ci sorprese ancora quando nel 1994, a sue spese, pubblicò Memorie di quand’ero italiano: un romanzo economico quale innanzi a lui aveva saputo scrivere soltanto Alessandro Manzoni. Ma anche di questo suo grandioso e copernicano romanzo i premiati intellettuali di Calabria, fuori della Calabria, non se n’accorsero. 

Non importa, e non importa a Nicola Zitara non ora che è morto ed ha altre pratiche da sbrigare. Non gli importò neppure quand’era in vita, persuaso con Guido Dorso che i meridionali non hanno bisogno di carità, della carità pelosa degli intellettuali di successo, ma di giustizia. E che,insomma, la loro opera sia giusta, cioè coerente con i bisogni e i sogni delle popolazioni meridionali. Ché il proprio degli intellettuali meridionali e meridionalisti è combattere sempre, non temere nulla sotto il sole, non darla vinta neppure alla morte. E alla morte non l’ ha data vinta Nicola Zitara, che ha spento il suo cuore, ma non la sua onesta intelligenza, non il proseguimento del suo cammino. 

Adesso, è di là con altri integerrimi trapassati: Pasquale Villari, Napoleone Colajanni, Giustino Fortunato,Gasano Salvemini, Antonio Gramsci, Guido Dorso, Luigi Sturzo, Benedetto Croce. Sono i portabandiera del meridionalismo, che la trasmisero di mano in mano, sempre trovando mani, nelle mani di Nicola Zitara. E, fedele all’appuntamento, la riconsegna, pura, intatta, sventolante di pensieri sublimi e di vita proba. Quando così si è vissuti, non si muore mai. Per chi altri, per quant’altri potremo un giorno dire lo stesso ?



Mario Nirta

Ciao Nicola, adesso che su di te è scesa la notte che non ha confini, mi piace illudermi di vederti camminare lungo un sentiero di luce che ti porterà verso il mondo che hai sempre sognato e per il quale hai sempre combattuto: un mondo di pace, di giustizia sociale e soprattutto senza cavourristi e stronzobossisti. Un mondo pulito il tuo, un mondo che profuma di bucato, un mondo d’altri tempi, dove la speranza poteva ancora diventare certezza. Un mondo al quale sei rimasto attaccato sino all’ultimo forse perché presagivi che se andava con te. Ed avevi ragione, perché, lo ammetto, sebbene con amarezza, non saremo mai in grado di coltivare i tanti semi che hai distribuito sui libri, sui giornali e nelle interviste televisive. 

Ti ricordi Nicola? Io ti chiamavo il Sommo per l’altezza dei tuoi concetti e la chiarezza, condita spesso di bonaria ironia, con cui li esponevi. E perdonami se ti ho deluso non scrivendo quel libro che mi avevi chiesto di scrivere sul Meridione. Mi avevi mandato anche un bel libro di Carlo Scarfoglio, dal quale attingere notizie. Ma, se può valere a mia scusante, ti avevo anche avvertito ch’era un’impresa immane per le forze di un solo uomo. Ma se ti ho deluso, da quel gran signore che eri, non me lo hai mai rimproverato. Ma non del meridionalista voglio parlare: altri sicuramente lo faranno ed assai meglio di me. Io qui voglio commemorare un maestro tanto bravo da non farmi mai pesare la sua lezione. 

Un maestro che sentivo sempre vicino e che mi consigliava di scrivere degli articoli sempre più brevi: “Anche il più bell’ articolo – mi ammoniva – se supera i quattromila caratteri, annoia”. “A Mario Nirta. Ridere fa sempre bene … anzi combatte il colesterolo. Grazie. Ma direi – o forse mi sbaglio – che sarebbe ora di passare alla satira sociale …” Caro Nicola, che orgoglio quando mi mandasti “O sorece morto”, con questa dedica. Mi ricordo che lo lessi subito ed il giorno successivo ti telefonai per esprimerti il mio parere che non poteva essere che lusinghiero. Ma siccome in precedenza su “la Riviera” era apparso un mio articolo su Dante, tu cogliendo il destro, ti schermisti, “Se hai trattato in quel modo Dante, figuriamoci me … ma dato che ti piace tanto, allora devi presentarmelo tu”. E così fu. Eppure, sai Nicola, appena Ercole con voce sommessa mi ha telefonato che te n’eri andato per sempre, ho provato più sgomento che dolore. 

Forse perché ti consideravo un uomo senza tempo, un uomo non soggetto alle umane vicissitudini, uno di quegli uomini che paiono non dover morir mai e che poi, anche se muoiono a mille anni, danno lo stesso l’idea di essere morti troppo giovani. Per questo resti sempre in mezzo a noi, con la tua diletta signora a far da Vestale in quel tempio che ti abbiamo eretto dentro di noi. Sì, Nicola proprio così, come le avevi scritto nel dedicarle uno dei tuoi libri più belli: “Ad Antonia, per tutta la vita, ed oltre”. Un grande abbraccio Nicola. E riposa in pace.



Francesco D. Caridi

Gli Zitara e i Caridi, grandi famiglie mercantili nell’Ottocento a Siderno Marina, occupavano con le loro case e i loro magazzini gran parte dell’ampio quadrilatero lato mare del rione Torre tra le vie Maiori e Bottego (con in mezzo via Mazzini, oggi via Cimato). Vicinanze ed amicizie che sono durate nei trapassi generazionali. 

Talvolta, conversando con Nicola Zitara, ultimo maschio superstite di una famiglia di antica origine maiorese che molto contribuì a far crescere il paese, condividevamo le riflessioni sulla fine sfortunata delle ditte di cui lui e mio padre erano stati gli ultimi eredi senza riuscire, come invece avevano fatto benissimo i loro antenati quando solcavano i mari con propri navigli per trasportare le merci, a superare gli scogli del cambiamento epocale del sistema commerciale e della realtà agricola dove si erano riversati i guadagni, falcidiati poi dalla diminuzione delle rendite fondiarie. 

Chi avesse voglia di conoscere cos’era quel mondo (e che cosa rappresentò soprattutto fino alla seconda guerra mondiale e al primo decennio repubblicano), legga il romanzo storico di Nicola Zitara «Memorie di quand’ero italiano», dove è chiaramente illustrato il contesto sociale, politico ed economico meridionale nel quale si sviluppò la vicenda della sua famiglia e di altre che concorsero al miglioramento della vita della nostra periferia calabrese. 

Con il bagaglio di questa esperienza secolare del piccolo capitalismo del Sud, che tracciò il solco con intuizioni produttive poi sfruttate meglio da altri, Nicola Zitara, in un primo tempo vocato all’insegnamento, si avventurò sorprendentemente nel campo del giornalismo e degli studi meridionalistici seguendo l’ideologia socialista, della quale fu un interprete, da autentico «borghese». 

Vennero poi le inevitabili delusioni che lo spinsero in tarda età, per rivalsa giustificata culturalmente contro l’Unità d’Italia realizzata a beneficio del Nord e a detrimento del Sud, ad auspicare, da pacato neo-reazionario, una impossibile rinascita dello Stato delle “Due Sicilie”, del quale amava ricordare specialmente gli avanzamenti industriali poi distrutti dalla politica sabauda, sorvolando però sulle responsabilità borboniche per la miseria diffusa nei territori del Regno anche a causa della pochezza del notabilato lealista incapace di essere classe dirigente. Nicola Zitara, al quale abbiamo voluto bene, rimarrà comunque l’esempio di una passione sincera che non riuscì a completarsi come progetto. Il paradigma di una genìa di intellettuali meridionali, che avrebbero meritato migliore considerazione.

(04.10.2010)

Pasquino Crupi, Mario Nirta, Francesco D. Caridi




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