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Proponiamo la lettura di questo scritto di Giustino Fortunato su un argomento, quello della terra aicontadini, che ha fatto versare fiumi di inchiostro a meridionalisti e non. L’autore apparteneva ad una famiglia di proprietari terrieri cheaveva servito i Borbone prima, fiancheggiato i briganti poi, per divenire infine unitarista. Il tema della terra ai contadini, sinceramente, non ci ha maiappassionato. Noi non riteniamo che il risorgimento sia stato una rivoluzione incompiuta, bensì una rivoluzione borghese di costituzionedello stato nazionale. Il problema principale, secondo noi, non fu dovuto alla mancata partecipazione del popolo al movimento unitario(storiella facilmente smentita dalle migliaia di contadini che fecero da massa di manovra antiborbonica grazie alla promessa della terrafatta dall’eroe dei due mondi prima in Sicilia e poi in Calabria) ma al fatto che le provincie meridionali si opposero manu militarialla unificazione ingaggiando una guerra decennale contro il nuovo regime sabaudo-italiota. |
NUOVA ANTOLOGIALETTERE, SCIENZE ED ARTI SESTA SERIE - MARZO-APRILE 1919 VOLUME CC DELLA RACCOLTA CCLXXXIV ROMA DIREZIONE DELLA NUOVA ANTOLOGIA Piazza di Spagna, Via di S. Sebastiano, 3 1919 |
Non ancora la bene auspicata pace è conchiusa, dopo tanto aspettaree tanto soffrire, e già tutte lo illusioni, tutte le chimere del fantastico nostro abito mentale tornano ad assordar l'aria di lorosuoni a Ili e forti, uno prevalendo sugli altri, vòlto in particolar modo al Mezzogiorno, — l'alato mostro della favola: — «la terra a' contadini!». Tornano, cioè, in voga le solite frasi fatto su questa estrema parte d'Italia, che il Signore Iddio, come non avrebbecreata mirabile di fertilità, se «i vasti latifondi e la coltura estensiva» non l'avessero impoverita, le lunghe distese di campi nudied inabitati fatta selvatica; e, quindi, i soliti luoghi comuni su «l'accidia e la incapacità degli abitanti», — o, peggio, «la nobilescaprepotenza degli uni e il vergognoso servaggio degli altri», — d'un paese, si sa, «arretrato e feudale». Non la menoma nozione della tristerealtà delle cose, non il menomo dubbio circa l'enorme disparità, che rispetto all'agricoltura, principalmente, corre tra noi e la rimanenteItalia, inconciliabile con la uniformità di qualsiasi provvedimento coattivo; e, per compenso, schemi e disegni ottimistici d'un nuovoordine agrario, che rimarrebbero innocuo esercizio letterario, se non inducessero i più in fallaci e pericolose aspettative, le qualiconviene prontamente disingannare. Gli ammonitori, per fortuna, non sono mancati: Giuseppe Prato nella Riforma Sociale (1) di Torino,Romolo Gaggese nella Sera (2) di Milano, Maffeo Pantaleoni nella Vita Italiana (3) di Roma, e Gelso Ulpiani (un marchigiano, insegnante allaScuola Superiore d'Agricoltura dà Portici, che, ignoto sino a ieri, ha tutt'a un tratto suscitato intorno a sé così largo favore (4) nelMezzogiorno (5) di Napoli, — han cercato e cercano di combattere i rinascenti eufemismi, le rinnovate menzogne convenzionali, che ancorauna volta provano di quale smarrimento d'ogni buon senso sia talora capace il nostro mondo politico.
Non più tardi dell'ultima tornata della Camera, nello scorsonovembre, il deputato Colajanni rammentava a' presenti ed a' lontani, che per effetto della guerra «essendosi di moltoaccresciuto il dislivello della potenzialità economica fra nord e sud», sempre più dannosi divenivano i passi falsi o gli atti mal calcolati,sempre più difficile quell'accordo e consonanza d'interessi, che fu e rimane il maggior problema della nostra vita unitaria; e già primal'onorevole De Viti De Marco aveva giustamente osservato che la guerra, fra le sue conseguenze, era indubitatamente riuscita
Nota. — Questo articolo tien luogo di ((Prefazione» a un' libro, in corso di stampa (ed. Laterza, Bari),di E. Azimonti, dal titolo: lì Mezzogiorno agrario quale è, relazioni e scritti raccolti da G. Fortunato.
(1) Fase. 12, gennaio-febbraio 1917. — Cfr., del medesimo, inAnnali della R.. Acc, di Agr. di Torino, vol. LX, 1° luglio 1917; e in Minerva, fasc. 18 e 22, 16 settembre e 16 novembre 1918.
(2) N. 7 ottobre 1917, 23 gennaio, 12 febbraio, 3 marzo e 7 maggio 1918.
(3) Fase. 12, 15 dicembre 1918.
(4) L. Einaudi, in Minerva, fase. 1° luglio 1918.
(5) N. 26 luglio, 24 settembre, 17 e 18 ottobre, 4 dicembre1918. — Cfr., del medesimo, Il programma agrario meridionale (Portici, 1917), I privilegi del suolo e del clima d'Italia (Portici, 1918).
«a peggiorare la già non equa ripartizione de' carichi fra levarie regioni», poi che al Mezzogiorno, sia per la minore ricchezza, sia per l'assoluta mancanza d'ogni compenso bellico, toccava sopportareun peso assai più grave. Pur dove meno si sarebbe immaginato, — nelle aule parlamentari e universitarie, in cui è stato ed è tanto ildilagare di proposte relative al passaggio dallo stato di guerra allo stato di pace, — han tenuto e tengono il primato quelle fra esse, lequali riguardano «la demanialità e l'assegnazione di terre al proletariato agricolo»: rancidi cataplasmi di più rancida farmacopeasociale, del passato prossimo e remoto; quasi nulla insegnassero, intorno al Mezzogiorno, due millenni di storia economica,disgraziatamente informati al duplice concetto, che il possesso importi un diritto di godimento, non di proprietà, e la terra, anziché mobile edivisibile, debba essere collettiva e promiscua; quasi nulla significhi,, ciò che è più, il fallimento del maggiore esperimento diquotizzazione, che gli annali del mondo civile registrino, avvenuto quaggiù per effetto della legge eversiva della feudalità del 2 agosto1806, — la quale, dove un terzo dove la metà di tutto il demanio feudale e comunale, inutilmente spartì ad oltre duecento trenta milacontadini...
Ma la storia, è noto, non fu mai maestra della vita, e ilsemplicismo analfabeta della quotizzazione, cui s'informaron sempre tutte le leggi agrarie da' Gracchi in poi, non è meraviglia siaoggi ricomparsa in cima al programma riformatore, vero libro de' sogni, se tanti son tuttavia fra noi quelli, i quali presumonopoco men che rivedere le bozze della creazione. Né i più temerari o i meno avveduti suoi banditori si contano tra coloro che sono, o fan leviste di essere, aperti seguaci de' partiti estremi: accade invece l'opposto.
È l'Associazione Monarchica Liberale — la più antica e di onoratetradizioni — della maggiore città del Mezzogiorno, quella che divulga «tutto un nuovo disegno politico ed economico», pregno d'ogni benepossibile; del quale fan parte integrale, naturalmente, «le grandi opere pubbliche», non una eccettuata, dalla sistemazione delle terre edelle acque alle trasformazioni idroelettriche, e che comprende nientemeno che la «la costituzione d'un grande Demanio Nazionale»(l'idea della grandezza è connaturale a noi), «formato delle terre dello Stato e degli Enti pubblici e di quelle incolte o mal coltivateda espropriare, mediante indennizzo, a' privati, e da dare in affitto' o cedere alla collettività od alle persone direttamentecoltivatrici»: parole testuali.
È il più diffuso giornale di parte moderata della Capitale, per ilsolito sereno giudice delle cose meridionali, quello che, dando la via alle fiumane della rettorica, bandisce a' quattro venti qualmente«spetti agli umili e forti contadini del Mezzogiorno trovare ormai, nella stessa loro terra, libero il campo a poter moltiplicare quelleindomite energie, le quali, dalle fazendas delle Americhe alle trincee dolio Alpi, hanno stupito e maravigliato il mondo»; od affinché«la voce di tutto un popolo, anelante alla rigenerazione, salga fino al potere centrale», eccolo suggerire al sindaco di Napoli «di convocarenell'antica metropoli del Mezzogiorno senatori, deputati, presidenti di Consigli o Camere elettive,
per una discussione esauriente, ma conclusiva, su d'un'unicaproposta d'azione»: parole, anche queste, testuali. B dentro la novella aula di Montecitorio che uno de' più illustri oratori e, insieme, de' più chiari insegnanti d'Università, quegli che particolarmente esorta il Capo del Governo, suo vecchio e buon amico personale, «aintensificare lo studio del problema meridionale», dacché, «se l'Italia non ai decide a definirlo, avviandolo ad una provvida soluzionepositiva, l'Italia non si rinnoverà»: né più né meno. In verità il Capo del Governo, nel rispondergli, sfuggì dal raccogliere la dimanda, e nonspiegò l'enimma; ma pur lui convenendo, che «questione meridionale e questione agraria son termini correlativi», non si peritò asoggiungere, che la maniera più radicale di risolverle sia, non quella «delle espropriazioni in massa», la quale non rappresenterebbe se nonuna semplice sostituzione di persone, bensì «d'un nuovo demanio collettivo», diverso dall'antico feudale, che «mediante acquisticollettivi ed esercizi individuali, congiunga i benefici della grande con quelli della piccola proprietà, l'agricoltura estensiva,industrializzata, alla pratica intensiva, specializzata, del lavoro umano»: discorso vago e nebuloso, se pur non s'intese alludere allautenza da sostituire alla quotizzazione, — come non pochi fra noi altra volta chiedemmo, ben lungi dal sospettare che in Russia, ad esempio,l'utenza abbia già fatta così cattiva prova da indurre gli stessi contadini, levatisi in armi al primo sorgere del governo bolscevico, adomandarne, contro il dogma socialista, l'abolizione...
Enfasi di linguaggio e imprecisione di idee: queste le ingènitenostre disposizioni d'animo, che ritornano ad infierire, non che alla, vigilia d'ogni nuova sbandierata elettorale, ma anche in tutti imomenti un po' critici della nostra vita politica. E vien voglia di domandarci: ma a niente, dunque, valgono gli studi fatti sin qui, aniente gli scritti di quanti da qualche tempo si adoperano a trarci d'inganno? «Il motivo eterno delle terre!», esclama, sfiduciato, uninsegnante (1), che della natia terra di Puglia sa tutte le amarezze e tutte le disillusioni. Quali e quante le così dette «terre incolte»,pubbliche e private, da dare a' contadini in usufrutto od in proprietà, a titolo gratuito od oneroso? Il guaio del Mezzogiorno èquello di avere molte terre coltivate male, non terre incolte convenientemente coltivabili; e, in cambio, pochi e miseri gli avanzidel pubblico demanio, a pascolo od a bosco, dopo lo sperpero inconsulto che se ne è fatto sin qui. Peggio ancora, il suo gran guaio, la verasua condanna è la malaria, funesta dote di terre aduste e impermeabili, sotto un cielo inclemente, — come l'Ulpiani dimostrò fino all'evidenzanel Congresso Agrario siciliano, adunatosi in Palermo il settembre decorso: abbondanti le pìoggie nel solo inverno, e por lo piùconcentrate luno la nuda costa dell'Appennino, donde le acque precipitano a valle e impaludano, non per anco trattenute da dighe o dabacini mondani, — se l'esperimento tuttavia dubbio del lago di Muro Lucano fatto dal ministro Nitti, non basti a farci disperaredell'inafiatto foracchiato nostro calcare.
(1) G. Carano-Dona' ito, in Giornale degli Economisti, fassc. dell'agosto 1918.
Ad ogni modo, ammessa la ripartizione, e quindi, occorrendo, laforzata espropriazione dell'altrui, — bisognerà forse procedere, secondo l'antico diritto teutonico, alla confisca, ovvero attenercialla compra, con criteri di stima che mente umana non potrà mai equamente definire? Perché, in conclusione, come bene avvertiva, centoanni fa, un modesto economista, il Gambini, «tutte le violente leggi agrarie», escogitate da coloro che han preteso affidare allo Statoattribuzioni e funzioni oltre le due proprie e sostanziali, — rendere giustizia a tutti e garantire la sicurezza personale, — «son semprestate di gusto turchésco», le une più deleterie delle altre: tali, purtroppo, i famosi decreti luogotenenziali dell'8 agosto 1915, del 27luglio 1916 e del 10 maggio 1917, poi che i primi hanno favorito, in sostanza, l'abbandono delle terre sative, il terzo contribuito alladevastazione delle terre foraggiere. Come non ricordarci del detto del Treitschke: «l'agricoltura è la professione più odiata dallaburocrazia»?
Terreni e latifondi che la ignavia e l'avarizia abbiano sottratti, esottraggano, alla coltura intensiva e frazionata, — se ne convincano i tanti che pappagallescamente ripetono le abusate scempiaggini di mezzosecolo fa, — non esistono né nell'alta né nella bassa Italia; e in questa non più che in quella: esistono bensì, ed esisteranno Dio safino a quando, negli sterminati campi della crassa ignoranza delle moltitudini, còlte ed incòlte. Il clima, ben più del suolo, rende ilMezzogiorno dissimile e di valore economico inferiore alla rimanente penisola, dacché le principali sue caratteristiche, — pioggia invernalie siccità estive, — mantengono stazionaria e arretrata l'agricoltura, unica sorgente della sua ricchezza: il sole e l'acqua, i due massimifattori della vegetazione, non si accompagnano mai quaggiù, perché quando il sole incombe, brucia, e l'acqua, quando cade, distrugge. Illatifondo sarà una necessità economica e tecnica presso che irreducibile, e la trasmigrazione delle greggi dal piano al monte, comenegli albori della civiltà lungo i paesi del Mediterraneo, inevitabile, finché non siano modificate od attenuate le cause d'ordine naturale,che hanno prodotto e l'uno e l'altra; finché, almeno (occorre ripetere le cento volte poi che i sordi sono legioni), sia tanta quaggiù lasproporzione fra il capitale circolante e la popolazione, tanta ognora l'ostinazione in una cerealicoltura di rapina, vero terno al lotto (1),che é stata ed è la più caparbia delle nostre fissazioni.
(1) G. Zattini, Il frumento in Italia, Min. dell'Agr., Suppl. alle «Notizie di Stat. Agr.», Roma, 1917. — Cfr. E. Marenghi, Vicende della cultura granaria nell'attuale periodo di guerra. Min. dell'Agr., Suppl. alle «Notizie di Sta. t. Agr. », Rama, 1917.
«Il fattore clima è, certo, nell'Italia Meridionale, de' menofavorevoli alla produzione del frumento. Temibile è la siccità prolungata dopo la semina. Ma più temibili sono i venti caldi edasciutti (lo scirocco, il «favonio»), che provocano le strette di caldo e lo striminzimento della spiga in maturazione, onde le cartossidirisultano o denutrite o vuote. Così nel volgere di pochi giorni il prodotto può diminuire più del cinquanta per cento, oscillando,ciascuno anno, da un estremo all'altro: è la sorte che tocca pur troppo non di rado al Tavoliere, il cui terreno coltivabile è, in generale, dilimitata profondità. La provincia di Foggia, pel solo quinquennio 1909-1913, ebbe nel primo anno quintali 16 per ettare, nel secondo 7,nel terzo 12.7, nel quarto 4.4, nell'ultimo 17.1». — p. Moreschi, Giornale d'Italia Agrìcolo, 12 gennaio 1919.
Sissignore, anche senza credere, come io non credo, alla possibilitàdi grandi laghi artificiali, cosi grandi e di tanto numero da bastare. Ad esempio, alla estesa landa del Tavoliere, e, quindi, senza prestareintera fede alla sub-irrigazione quale si pratica in California, costituita, cioè da una fitta rete di tubi di terracotta porosa, incui, esclusivamente, l'Ulpiani ripone ogni sua speranza, si può tuttavia antivedere, per buona fortuna, un Mezzogiorno agrario, che siadavvero e valga assai più dell'attuale. Non già che s'abbiano a sognare miracoli, e immaginare che esso, un giorno, competa con la vallo delPo, od anche con le regioni del Centro, pur esso de' cascinali e de fienili, che le si collegano, — tutte insieme circoscritte dallasedicesinm linea delle isoterme annuali, la quale, unitamente con la climatologia, ha segnato per mille quattrocento anni la divisionepolitica del nord dal sud della penisola.
Altre le possibili suo sorti avvenire. Se il Mezzogiorno soffred'una cattiva distribuzione delle pioggie, esso gode de' vantaggi del clima mediterraneo: lunghe primavere e lunghi autunni, scarsanebulosità e grande luminosità di cielo; e, perciò, massimo sviluppo d'una speciale vegetazione arborea. La vite, l'olivo, il mandorlo, sonoesclusivamente nostri, fatti apposta per resistere alla violenza del libeccio, il dèmone familiare dell'Italia Meridionale, cui è dovutal'ostinata turbinosa siccità del versante pugliese. I Romani seppero vantaggiarsi, — sia per la industria del bestiame, ancorchénecessariamente brado, sia per l'arboricoltura da sostituire, quasi che dapertutto, alla cerealicoltura, — di quanto il nostro clima ha dibuono, pure non mai sacrificando a quell'altro mito, tornato or ora di moda, che è la così detta «indipendenza economica» (1); e se l'Italiaantica potè fornire d'olio e di vino l'impero romano, o perché la nuova Italia, col Mezzogiorno agronomicamente specializzato, non potrà dare,oltre che l'olio e il vino, ogni specie di frutta a mezza Europa? Basteranno a tal fine tempo e danaro, cioè a dire, una politica diparsimonia e di libertà, — «la libertà, che è la saviezza», — al dire dell'amico deputato Perrone; una politica che sola può farci conseguirequanto è unicamente provvido per la nostra redenzione economica: il basso prezzo del danaro. Questo, e non altro; tutto il resto èfandonia, al servizio di quella mala arte che si chiama impostura, e che si compiace nel diffondere la falsità e nello ingannare lemoltitudini. Alla vigilia della guerra il prezzo del danaro era sceso, tra noi, al quattro e mezzo per cento, — un punto, che a memoria d'uomonon fu mai raggiunto; e vi torneremo, io non ne dubito, assai più presto di quanto generalmente si creda, in premio del contributo «senzarestrizioni e senza compensi», dato alla guerra dalle nostre popolazioni, — «le quali», attestò alla Camera il Presidente delConsiglio, «non ebbero né interventisti ne neutralisti, e non abbisognarono né di calmanti né di eccitanti, tanto fu meraviglioso illoro spirito di disciplina e di sacrificio», — se, a pace conclusa, l'Italia non sarà artificiosamente lanciata in una politica diavventata produttività industriale,
(1) U. Ricci, in Riforma Sociale, fasc. 2, marzo-aprile 1918.
che la costringa sempre più a gravar di pesi e di angherie lafonte primigenia del risparmio nazionale, solo alimentatore d'ogni ramo delle attività economiche (1). Si ripete ormai d'ogni parte: produrre,produrre, produrre! Certo, é questo l'impellente dovere del prossimo domani. «Ma il vero problema della produzione», osserva l'Einaudi, «équello di migliorare i valori spirituali e morali del cittadino»; e non é un migliorarli, lo infarcire vie più le menti d'ogni genere dàstoltezze e di errori: l'indirizzo socialistico della economia di Stato, che, piaccia o dispiaccia, sopravviverà lungamente alla guerra,riuscirà tollerabile o non, utile o dannoso, a seconda della maggiore o minore capacità attiva e rigida d'organizzazione, che il popolo, tuttoil popolo mostrerà di aver saputo acquistare. L'ora, senza dubbio, corre difficile. Ma il timore dell'ignoto, cagionato dal novissimospettro del bolscevismo, troppa gente fa delirare, e acconciarsi pazientemente a checchessia; troppa, specialmente, della classe de' proprietari territoriali, sorta quaggiù nel decennio francese per effetto delle oensuazioni, la quale in breve si credette e fu credutaricca quando non era neppure agiata, e la cui vita fu di sole tre generazioni, — una che fece la fortuna, un'altra che la godè, l'ultimache la dissipò, — tanto potè su di esse la mancanza d'ogni elementare senso politico, fatto della consapevolezza del passato e delpresentimento dell'avvenire: quel senso politico, che la buona educazione e la coltura formano e rendono fruttuoso.
Con aria smarrita e stanca, come remiganti cui è venuta meno ogniforza di andar contro vento, cottesta gente non sa più a qual santo votarsi, e non ha su le labbra se non il solito ritornello di chi sitiene per perduto: «il diavolo è alle porte»! Appartengo anch'io a quella classe che, insieme con l'ordine de' professionisti,rappresentò nel Mezzogiorno tutto il ceto medio, cui la storia, qui come altrove, rimetterà colpe e delitti in grazia di tutto ciò che inuovi tempi gli debbono; ma io vengo, grazie a Dio, da vecchia austera famiglia di agricoltori, che andata da' pressi di Salerno, orsono due secoli, a' paesi del Vulture sul confine tra Basilicata e Puglia, sempre lai onorò del diretto lavoro della terra, imparando aproprie spese quanto sia dura l'arte de' campi nel millantato giardino delle Esperidi. Or bene, presso al termine della vita, senzanessuno, dopo di mio fratello e di me, del nome nostro, — la coscienza mi assicura che nulla d'interessato è nel deplorare che io fol'inconcludente cicaleccio su le vane aspettative del domani, e che, invece, per quanto un uomo possa contribuire all'utile generale, noninutilmente io speri adoperarmi affinché un po' più di luce si faccia sul difficile complesso problema del Mezzogiorno agrario: tal qual essoè, non come dotti e indotti, ignari de' più semplici suoi termini, pieno l'animo di pregiudizi e di idee preconcette immaginano che sia.
(1) F. Ferroni, in Corriere Economico, 2 novembre 1916.
«Dateci il carbone allo stesso prezzo che in Inghilterra, e i nolipiù bassi che sian possibili», reclamano gl'industriali di Genova: «l'onere che subirà lo Stato, per le differenze da pagare su uno e glialtri, importerà forse, all'inizio, un miliardo; ma esso andrà rapidamente diminuendo»... Parola per parola! (Giornale d'Italia, 21dicembre 1918).
Oh se io facessi i nomi de' tanti che da Roma in su, tra il bonarioe l'ironico, tanto volte m'han chiesto, richiamandomi alla memoria l'ardente solitudine;, tanto a me cara, del cielo di val d'Ofanto: — è proprio vero che esista nello vostre provincie la malaria, il terribile flagello di cui ci parlate, e che malaria e latifondo siano,novantanove casi su cento, sinonimi? — Non della sola storia del Risorgimento, ma della prima nozione d'ogni nostra cosa riguardante lavita della nuova Italia, ben si può dire ciò che di quella sarcasticamente dice il Papini, ossia, che «la è ancora allo stato dicromolitografìa»...
Fortunataunente, se troppo arrogante sarebbe dire degl'italianiquello che il Carlyle disse degl'inglesi: «i più sciocchi a parole, ma i più savi in opere», non parmi presuntuoso ripetere a favor loro ciòche scrisse non mi sovviene più che «gl'italiani dicono assai più sciocchezze di quante no facciano». Auguriamoci dunque, che se a lungoci è toccato sentirne di cotte e di crude su le provvidenziali salvatrici riforme del dopoguerra, assai più ci tocchi attendere primadi vederle, nonché attuate, espresse in appositi disegni di logge. Ad ogni modo, affinché un mònito autorevole giunga in buon punto asorreggere auspici e speranze di più sereni dì, io ho pensato fesse bene raccogliere relazioni e scritti d'uno de' più competentiagronomi che siano in Italia, informato della realtà ne' suoi segni caratteristici, com'è peculiarmente rappresentata dalla grande zonatrasversale, che va dalle foci della Pescara e dell'Ofanto, su l'Adriatico, alle marine di Vèlia, sul Tiirreno, e di Sìbari, sulIonio: — dico di Eugenio Azimonti. Lombardo, e alunno della Scuola Superiore di Agricoltura di Milano, ma da quattordici anni domiciliatoquaggiù, — prima come direttore della Cattedra Ambulante di Potenza, poi capo dell'Ufficio regionale di Napoli della Federazione de'Consorzi Agrari, che gli ha porta occasione di girare per lungo e per largo, non che tutto il Mezzogiorno, la Sicilia, — fìttaiolo, a untempo, e conduttore di propria azienda nell'alta valle dell'Agri; egli, più di ogni altro mai, può oggi, con la lucida facilità della suaparola di studioso e di pratico, indurre altrui a giudicare ragionevolmente delle cose: non piccola impresa se è vero ciò che unsecolo e più fa, con tanta arguzia, diceva Pietro Verri, ossia, che di tutte le umane fatiche la più grave e penosa sia quella di far usodella ragione...
Veder facile e chiaro! non è una delle più irriducibili qualitànostre la poca capacità di pensare con chiarezza, di scorgere prontamente e sicuramente la incompatibilità tra due o più proposizionicontraddittorie? L'amore della precisione e della determinazione, così nel giudizio come nell'azione, proprio del mondo moderno, è tutt'altroche diffuso in mezzo a noi, ancor poco assuefatti allo spirito critico e alla idea del metodo. Ci giovi pertanto, nel presente caso,apprendere la verità da un uomo che per lunga esperienza potè dirittamente conoscerla ed esporla con spontanea limpidità e, per cosìdire, alla buona: come chi non prevede (né certo lo previde egli stesso) che altri, un giorno, possa andare in cerca di quanto,nell'esercizio dell'ufficio, occasionalmente e fuggevolmente gli riesce di scrivere.
Un solo, forse, avrebbe potuto essere alla pari dell'Azimonti, pelfine che mi sono prefìsso: Antonio Sansone, — il quale, anche lui, con una esperienza non di sola veduta o d'udito, ma frutto di non poche nédeboli prove di fatto, passò, or sono sette anni, dalla direzione dell'Istituto di Fondi Rustici, con sede a Roma, a quella delle Forestepresso il Ministero dell'Agricoltura: le classiche sue «Relazioni» del sessennio 1906-1912 su le trasformazioni colturali da lui compiute otentate (1), che tanto pensoso lasciano il lettore scevro di passioni, io non avrei altresì esitato a ripubblicare, se il loro carattere deltutto tecnico, e la qualità di meridionale, anzi di basilicatese dell'Autore, già alunno della Scuola Superiore di Portici, non me neavessero fatto deporre il pensiero. Varrà, se mai, più in là, — dato il festevole sapiente motto manzoniano, «che di libri basta uno per volta,quando non è d'avanzo».
Giustino Fortunato.
(1) Avanti all'ultima, di queste «Relazioni» (Roma, tip.dell'U. E., 1912) è la seguente avvertenza: «La sincera esposizione de' risultati ottenuti da un lavoro così vario e in luoghi cosìdiversi forse servirà a dare più precisi contorni al problema agrario delle zone poco o mal coltivate del Centro e del Mezzogiorno, su cuiimperversa tanta bufera di parole. Gli splendidi effetti raggiunti in regioni tanto agrariamente più evolute, ha già troppo allargato i roseiorizzonti de' nuovissimi pionieri: — arricchite i terreni di perfosfati, estendete il dominio delle piante foraggiere, ed a brevescadenza otterrete il cento per cento sul capitale impiegato. — Davvero? Ma andate nelle lande della Maremma toscana, della campagnaromana, del Tavoliere di Puglia, della Basilicata., della Calabria; fatevi colà incontro arditamente alla malaria, bonificate pantani,cavate chilometri di fossi da scolo, costruite case, stalle, magazzini e strade, rifate il bestiame e... gli uomini, dal direttore al bifolco:risolvete colà problemi di nuove possibili rotazioni e di nuove possibili colture, create, insomma, tutto un nuovo mondo... — e checosa, mai avrete ottenuto? La risposta non è facile! Questo è certo, che sia per le caratteristiche speciali dell'industria agraria, siaperché in regioni senza esempì da imitare e senza tradizioni da seguire, la strada da percorrere è assai difficile e insidiosa, lecadute gli smarrimenti e i ritorni inevitabili».
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Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - lho sempre cercato ma non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura! Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin) |
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