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GLI ATTENTATI ALLA VITA DI GARIBALDI


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NUOVA ANTOLOGIA

DI

LETTERE. SCIENZE ED ARTI

quinta serie

SETTEMBRE OTTOBRE 1909

VOLUME CXLIII — DELLA RACCOLTA CCXXVII

ROMA

DIREZIONE DELLA «NUOVA ANTOLOGIA»

Via San Vitale, 7

1909


In una delle mie ultime ricerche librarie mi capitò tra mano unopuscoletto di cui non avevo mai inteso parlare e che capii subito dovesse contenere qualche cosa di buono, qualche cosa, cioè, di non bensaputo e d'interessante.

L'opuscolo è di Marco Antonio Canini, s'intitola Briciole di Storia ed è pubblicato nel 1882 dalla tipografiadella Gazzetta di Torino (nel qual giornale erano queste briciole già apparse).

Il Canini, come è noto, fu un patriotta e un letterato non comune, che molto operò e scrisse, molto viaggiò, moltecose vide e molte persone conobbe, e campò fino a tarda età, infaticabile sempre.

Nato a Venezia nel 1822, incominciò la sua carriera letteraria collaborando al Gondoliere e curando le edizionidei classici italiani sotto la direzione del Carrer. Ripresi gli studi legali, che aveva interrotto, dovette (nel 1847) abbandonarel'Università di Padova, per le noie che davagli la polizia austriaca, e rifugiarsi nella liberale Toscana. Colà pubblicò un libro di prosa e diversi, Pio IX e l'Italia, che lo mise in buona vista presso gli amanti di libertà. Nel 1848 corse a Venezia e prese parte alla difesa diquella città contro l'Austria. Cacciato, perché propugnatore dell'unità italiana sotto lo scettro di Casa Savoia, andò a Roma, nel 1849, edebbe ufficio di segretario della Commissione per le barricate. Caduta la repubblica romana, esulò, e fu in Grecia, in Oriente, in Francia,sempre cooperando al risorgimento politico della patria. Nel 1859, espulso da Bucarest, tornò in Italia, ed ebbe mano nei fogli liberalidi Milano, di Napoli, di Torino. Nel 1862 venne mandato da Urbano Rattazzi in Oriente quale agente politico segreto, ed andò incontro apericoli gravi. Nel 1866 fu commissario di guerra nell'esercito volontario comandato da Garibaldi, di cui godè l'amicizia e la stima.Ripreso dalla smania del viaggiare, ritornò in Francia, e vi rimase fino al 1873, nel quale anno rimise piede in Italia, sentendosi, ormai,un po' stanco e bisognoso, quindi, di vita meno agitata. In Italia, si ridiede al giornalismo, e (nel 1876) creò comitati e tenne pubblicheriunioni in favore dei serbi, perché la libertà di tutti i popoli stavagli a cuore.

Delle sue opere letterarie sono in ispecial modo da ricordarsi i versi Mente, Fantasia e Cuore, gli altri Amore eDolore, le memorie Vingt ans d'exil, piene di aneddoti di ogni sorta, e l'antologia, in cinque grossi volumi, Il Libro dell'Amore, in cuiraccolse canti erotici di tutto il mondo.

Nell'opuscoletto da me trovato, il Canini parla di uomini e di cose del suo tempo, ma piùche altro di Giacomo Francesco Griscelli, della vita torinese dal 1860 al 1865, della politica di Napoleone III e della partecipazione di luialla guerra del 1859, di Giuseppe Mazzini, di Nicolò Rapetti, di Enrico Sapia, di G. Lizzabe Ruffoni; e dice cose curiosissime ointeressantissima, specialmente riguardo al Griscelli, al Rapetti, al Sapia, al Buffoni.

Il Griscelli fu un povero pastore corso, che si mise al servizio di Napoleone III, che per incarico di lui si bruttòanche di sangue (uccidendo un antico amante d'Eugenia), che servi poi, quale confidente politico,


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il conte di Cavour, che dalla polizia segreta piemontese passò in quella del re diNapoli (dal quale ebbe il titolo di barone di Rimini, col consenso narra il Canini di Pio IX), che prestò eguali servizi ignominiosi algoverno pontificio ed all'Austria, che visse in una certa quale intimità con imperatori, re, papi, ministri, cardinali, che da tuttispillò denari e tutti ingannò, che mori, dopo il 1870, povero e solo come un cane, perché a tutti aveva fatto schifo e ribrezzo.

Delle sue nefandezze il Griscelli si vantava, tanto da narrarle (in parte, senon tutte) in un libro di memorie che pubblicò nel 1867 a Bruxelles, e che il Canini dice «libro confuso e disadorno nella forma».

Nicolò Rapetti, prete di Alessandria, fu egli pure un poco di buono, ma noncommise lo furfanterie che seppe commettere il Griscelli. Uomo di molta dottrina filosofica, giuridica, economica, letteraria, avrebbe potutoriuscire a bene se avesse avuto una eguale austerità di coscienza ed una eguale fermezza di carattere. Invece, mancante di ogni carattere esordo ad ogni voce della coscienza, riusci un camaleonte politico della peggiore specie. Nel 1848-49, in Francia, fu repubblicano-socialistaardentissimo; ma quel suo ardore gli passò presto. Trovandosi in miseria, abbandonò gli amici, voltò casacca e divenne membro dell'altapolizia, ai servigi prima di Luigi Bonaparte presidente della repubblica, poi dell'imperatore. Nel 1859 segui Napoleone in Italia,con l'incarico (com'egli ebbe a raccontare al Canini) di adoperarsi «perché una città qualsiasi italiana levasse bandiera francese echiedesse il protettorato della Francia» (cosa che, fortunatamente, non avvenne). Nel 1860 andò a Nizza a prepararvi il plebiscito a favore,della Francia, e, ritornato poi a Parigi, continuò a servire Napoleone III fino alla caduta dello impero. Tramutato l'astro napoleonico, ilRapetti si fece clericale e cartista dei più arrabbiati e divenne un attivo commesso viaggiatore del partito nero internazionale.

Tristissimo uomo fu Enrico Sapia. Da giovane si ascrisse al partito mazziniano edebbe del Mazzini tutta la stima. Questa stima gli durò anche quando, dopo il 1S60, si mise al servizio del partito moderato italiano e diquello pure clericale. 11 Mazzini riteneva il Sapia per uomo onesto, e s'ingannava. Ma di ciò non facciamoci nessuna meraviglia, pensando comeil grande agitatore genovese fosse facile ad ingannarsi sul conto degli uomini che lo attorniavano. Nei tristi fatti del settembre 1864, aTorino, il Sapia fu un agente provocatore, neir interesse del partito clericale, il quale aveva il suo tornaconto a che nascessero in Italiatumulti. Poco dopo passò ai servizi della polizia segreta francese, e trapiantò le sue tende a Parigi.

Si camuffò da repubblicano, anzi da socialista, e, sempre facendosi bello della amicizia di GiuseppeMazzini, riuscì ad avere la confidenza dei rivoluzionari più noti e più temuti, che poi tradiva. Inventò ed ordì la famosa congiura detta diBlois (186970) e fu la rovina di parecchi uomini di cuore e di fede, ma troppo, creduli, che (la lui si erano fatti montare la testa.


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Nel 1871 si finse comunardo, e, onde la Comune parigina cadesse più prestoe s'infamasse, propose le cose più pazzesche e men belle. Si seppe, poi, che egli era divenuto un agente della Prussia. Che fine facessequesto furfante il Canini non dice.

Se il Griscelli, il Rapetti e il Sapia sono oggi tre ignoti, non così può dirsi di G. LizzabeRuffoni, nome che trovasi registrato, e con lode, negli annali del nostro risorgimento politico. Di lui, per altro, narra il Canini coseche quella lode gli scemano di assai.

Il Ruffoni, ferrarese, incominciò per tempo a odiare lo straniero, e seppe presto le aspre viedell'esilio. Rifugiatosi nel 1840 a Parigi, si diede, per vivere, a insegnar lingua italiana, che conosceva piuttosto bene, perché era uomocolto e intinto di lettere. Nel 1847 fondò, a Parigi, il Conciliatore, e con esso intese a stringere gl'italiani, colà residenti, nel pensieroe nell'opera della liberazione d'Italia. Nel 1848, quando il Mazzini creò in quella metropoli l'Associazione Italiana, il Ruffoni divenne ilsegretario di lui e molto ed utilmente lo coadiuvò. Nel 1849 seguì il maestro a Roma, sempre nella qualità di segretario, e prestò nobiliservizi alla causa della repubblica romana. Caduta questa, riprese col Mazzini le vie dell'oltre patria, e con lui preparò nuovi motirivoluzionari, sempre per il bene d'Italia. Dopo i fatti di Milano del 1853, si distaccò (egli pure !) dal maestro, e apostatò l'antica federepubblicana. Divenne segretario del Murat e fu l'anima del partito di lui. «Io non posso dire scrive il Canini che fosse egli pure un membrodell'alto (polizia segreta) come altri italiani... ma, nel furore delle parti, non mancò di farsi talvolta denunciatore dei suoi avversari,anche di quello che avrebbe dovuto sempre restar sacro per lui, di Mazzini». Murattista il Ruffoni rimase anche dopo la spedizione delMille e l'annessione delle provincie meridionali al regno d'Italia. «Ci fu un momento racconta il Canini in cui i comitati murattianinell'antico regno delle due Sicilie erano attivissimi, dopo il 1860, e si preparavano all'azione. Ruffoni doveva capitanare la rivolta». Sepoi, nel 1864, si distaccò egli dal Murat, questo fece per interesse, prendendo denaro (il Canini fa la somma di quattromila lire) dalgoverno italiano, cui presentò la lista di tutti i componenti i comitati murattiani in Italia. Gli fu promesso dal Minghetti il postodi commissario regio presso una società ferroviaria, ma non ebbe nulla, perché nessuno voleva più fidarsi di lui. Così cadde nella miseria, enella miseria morì, a Parigi,. dopo il 1870.

Parlando di lui, il Canini narra vari aneddoti assai gustosi; uno dei quali, anzi,gustosissimo, che vale la pena di essere riferito per esteso e con le stesse parole dell'autore delle Briciole:

«Io mi trovava una volta con Ruffoni in via Richelieu (a Parigi). Incontrammo un signoreche aveva, affé mia, una faccia molto sinistra. Mi presentò ad esso, dicendo ch'era un conte di Pursignac, se ben ricordo il nome, lungo,straniero, basco. Infatti era figlio naturale di Giuseppe Bonaparte che fu re di Spagna e di una dama basca. Seppi poi che costui era statogovernatore di Cajenna, al tempo del colpo di Stato, e ch'era tristissimo uomo.


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«Poi Lizzabe Ruffoni ci lascia soli e se ne va con un certo sorrisetto mefistofelico.

«— Signore, mi dice costui di punto in bianco, amate voi Garibaldi?

«— Certamente, rispondo io.

«— E perché? soggiunga il basco dalla l'accia sinistra.

«— Perché egli ha reso grandi servigi alla causa italiana, alla causa della libertà dei popoli.

«— Ebbene, riprende il conte, io l'odio.

«— Vi compiango, signore, diss'io.

«— Ora vi dirò, soggiungo l'altro, per quali cagioni io aborro Garibaldi oche cosa ho tentato di fare contro di lui. Io seguii l'Imperatore in Italia nel 1S59. Avevo da lui avuto una missione politica in Toscana.Garibaldi una volta m'incontrò, alcuni mesi dopo, e mi fece una scena violentissima, mi disse un monte d'ingiurie. Nel 1860 io era a Napolicon un mio nipote (seppi dopo che era un suo figlio naturale). Eravamo mandati colà dall'imperatore. Mio nipote disse alcune parole imprudentiin un luogo pubblico; fu ucciso da alcuni garibaldini. Ecco come io pensai a vendicarmi di Garibaldi: Egli ora a Caprera, nel 1861. lo,d'accordo col comitato borbonico di Parigi, col consenso espresso del governo francese e col tacito consenso dell'imperatore, apparecchiaiuna spedizione all'isola di Caprera per ucciderlo. Si raccolse perciò a Marsiglia un drappello di miei bravi compatriota, di baschi,contrabbandieri dei Pirenei. Saremmo sbarcati a Caprera e avremmo ammazzato il celebre avventuriere.

«— Ma, signore, diss'io, voi. sapete che Garibaldi aveva pochi compagni nella sua isola. Lavostra non sarebbe stata una spedizione, ma un assassinio.

«— È vero, rispose il basco, che noi eravamo molto più numerosi. Ma appenaarrivati all'isola, avremmo scelto un piccolo numero dei più bravi e sfidato altrettanti garibaldini a battersi con noi.

«— E se aveste avuto la peggio?

«— Oh, allora c'era la riserva; c'erano anche, bisognando, i cannoni!

«— Vedete, dunque, signore, che si trattava di un assassinio. Ma come falli la vostra bella impresa?

«— Dovevamo partire, rispose, sul vapore San Michele, che, come sapete,apparteneva al re di Napoli. All'ultimo momento Francesco II si oppose.

«Così Garibaldi ebbe allora salva la vita per generosità dell'ex re di Napoli.

«Il conte, nel separarsi da me, mi disse che mi aspettava a casa sua, invia di San Marco. Mi avrebbe raccontato molte altre cose importantissime. Ma il basco mi aveva ispirato una vivissimaripugnanza.

«Io, sebbene ghiotto di cotali rivelazioni, non volli aver nulla da fare con quel ribaldo. Mi aspetta ancora».

È vero quanto quel conte di Pursignac raccontò al Canini? Io non so, ného modo di sapere; ma nulla è nel racconto del basco che oltrepassi i limiti del credibile.


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Comunque sia, non sarebbe stata quella la prima volta che si fosse complottato contro lavita di Garibaldi da chi ayeva interesse a disfarsi di lui.

Nel 1S60 come racconta lo stesso Canini si era tentato di uccidere l'Eroe,e di ucciderlo proprio in Palermo, che egli aveva già ricuperata all'Italia. Di ciò venne dalla polizia pontificia incaricato quelGriscelli di cui ho tenuto parola. Si fecero uscire dal bagno di Civitavecchia due ladri e assassini ad un tempo, certi Ortoli eMariani, e venner dati al Griscelli per compagni nell'impresa nefanda.

Ciascuno avrebbe avuto centomila franchi se Garibaldi fosse stato ucciso.

«La proposta scrive il Canini venne fatta al Griscelli dal cardinaleAltieri, ministro dell'istruzione pubblica, che gli fece pur conoscere i due scellerati che dovevano secondarlo. Egli non lo dice nelleMemorie, ma raccontò a me che anche Pio IX era non solo conscio del reo disegno, ma consigliero ed istigatore. Si trattava, diceva, di rendereun servizio alla Chiesa ed all'umanità togliendo di mezzo un nemico della religione e delle monarchie legittime, come era Garibaldi. Leporte del cielo si sarebbero aperte per accogliere chi, tentata per avventura la santa impresa, vi dovesse perdere la vita».

È da credersi tutto questo? Io non so, ripeto, né ho modo di sapere. Ma,dati i tempi e gli uomini, non ci sarebbe punto da stupirsi della veridicità di quanto il Canini racconta.

Prima di partire alla volta della Sicilia, il Griscelli andò a Napoli per intendersi con lacorte borbonica «d'accordo in ciò (secondo il racconto del Canini) con la pontificia»; e colà «vide il re, la regina, i ministri, ed ebbeispeciali istruzioni e promesse dal conte di Trapani».

Ma, all'ultim'ora, il Griscelli ne fece una delle sue: confidò tutto almarchese di Villamarina, il quale «gli diede lettere per il comandante della flotta, Persano» e questi «avvertì il segretario del Dittatore,il Crispi».

Così avvenne che, appena arrivati a Palermo, i tre malvagi, uno dei quali, il Griscelli, recitava la parte del fintosicario, vennero arrestati, ammanettati e condotti davanti a Garibaldi, che, alla presenza del Crispi e di una grande folla di popolo,l'interrogò sul proposito.

Il Griscelli, temendo che le cose pigliassero una brutta piega e non si tenesse conto delle delazioni dalui fatte al marchese di Villamarina, negò i fatti e chiese avvocati che lo difendessero. Gli altri due non seppero che dire. Il Crispivoleva addirittura farli fucilare tutt'e tre, ma Garibaldi, che era mite, molto mite (checché appaia da certe pagine dei suoi romanzi) nonvolle la morte dei tre ribaldi, e si li mito a dare ordini perché venissero sfrattati dall'isola. L'Ortoli, mentre tentava di fuggire,venne ucciso dalla folla, e il Mariani, che si era gettato in mare, affogò.

Così non riuscì a scamparla che il Griscelli, il quale, rimesso piede sul continente «andò poi (scrive il Canini) a raccontarequelle strane avventure a Cavour, che ne rise».


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È ora da sapersi che nel legno stesso, il quale avrebbe dovuto portar viadall'isola i tre cattivi soggetti, il Crispi fece imbarcare anche Giuseppe La Farina, stato espulso, pur egli, per ordine di Garibaldi.

Della «sanguinosa ingiuria» che gli faceva il Crispi «mettendolo in comunanzacon dei ribaldi com'erano quei tre» il La Farina si accorò tanto «che non fu questa la minor cagione della sua morte... avvenuta non moltotempo dopo».

Dei due complotti contro la sua vita Garibaldi non parla nelle Memorie. Di un complotto dello stesso genere, per altro,parla Jack La Bolina nella vita dell'Eroe, narrando di alcune «precauzioni» prese a Palermo, nel luglio del 1860, contro il pugnaledi due sicari che il marchese di Villamarina aveva segnalato essersi indetti con la Corte di Napoli per freddare il Liberatore.

Uno di ami era un tal Valerba caporale della fanteria borbonica, l'altro uncelebre brigante graziato dal vecchio re Ferdinando, Giosaffatte Tallarico. Che il complotto di cui parla Jack la Bolina sia lo stessodi quello riferito dal Canini non pare, chè nella narrazione del primo si parla di due sicari e in quella del secondo di tre. Poi nonconcordano tra loro nemmeno i nomi dei sicari.

Soltanto nel luogo — Palermo —, nel tempo — luglio 1860 — e nel fare il nome delmarchese di Villamarina le due narrazioni vanno d'accordo.

Comunque sia, è storicamente provato che il famoso Griscelli venne da Garibaldiespulso da Palermo e imbarcato sullo stesso legno che riconduceva sul continente il La Farina. Lo sfratto dei due, nonché di un terzo, vennecontemporaneamente annunziato dal Giornale Ufficiale di Palermo, cosi:

«Sabato 7 corr, (luglio 1860). Per ordine speciale del Dittatore, sono statiallontanati dall'isola nostra i signori Giuseppe La Farina, Giacomo Griscelli e Pasquale Totti. I signori Griscelli e Totti, corsi dinascita, sono di coloro che trovano modo di arruolarsi negli uffici di tutte le polizie del continente. I tre espulsi erano in Palermocospirando contro l'attualo ordine di cose. Il Governo, che invigila perché la tranquillità pubblica non venga menomamente turbata, nonpoteva tollerare ancora la presenza tra noi di codesti individui venutivi con intenzioni colpevoli».

Che il Griscelli fosse stato espulso per complotto contro la vita del Dittatore non si dicenel Giornale Ufficiale; né del complotto parla il Guerzoni, che pure accenna (nel suo Garibaldi) allo sfratto del Griscelli. Ma ciò nonbasta per negare carattere di veridicità al racconto del Canini. Io, del resto, riferendo questo e l'altro aneddoto dal Canini raccontatinelle Briciole di Storia, non ho asserito nulla, perché nulla potevo asserire. Io ho soltanto riferito, lieto se altri farà un po' di lucesulle cose esposte, sceverando, così, il vero dal falso, lo storico dall'immaginario.

Sul proposito io mi rivolsi al degno figliuolo dell'Eroe, il generale Ricciotti Garibaldi, domandandogli sesapesse nulla dei due attentati cui accenna il Canini.


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Ma nulla egli ne sa, forse anche perché nei tempi cui quelli attentatirisalgono egli era poco più di un ragazzo, e perché suo padre rifuggiva sempre, e con tutti, di parlare di sè, sia narrando glorie, sianarrando miserie. Ciò non ostante, di altri attentati, fortunatamente andati a vuoto, essi pure, sa Ricciotti Garibaldi, come ricavasi dallalettera che egli ebbe la bontà di scrivermi e che io credo meritevole di esser conosciuta dagli italiani:


«Roma, 23 luglio 1909.

«Mio caro Stiavelli,

«Eccovi ciò che io mi ricordo sugli attentati alla vita di mio Padre.

«Fra il sessanta e sessantacinque si era in attesa a Caprera di un colpo dimano, che qualcuno doveva compiere, e la notte si faceva qualche guardia da Fruscianti e Basso intorno alla casa.

«Oltre a questo, si era sempre informati, da pastori o altri, di chi sbarcavasull'Isola ed eravamo sempre otto o dieci buone carabine.

«Un giorno fu segnalato lo sbarco di due forestieri non sardi: e perciò sifece una guardia speciale; e la seconda o terza volta furono sentiti intorno alla casa.

«Se non erro, Basso, Menotti, Pastoris e Fruscianti sortirono alla ricerca, e tirarono a una scogliera ove sividero delle ombre in movimento. L'indomani mattina si trovò tra gli scogli traccie di sangue ma i forestieri sparirono.

«Fra il 1882 e il 1890, traversavo un giorno, solo, le montagne della Gallura,dal Parau a Terranova, quando, avvicinandomi a un punto ombreggiato di un ruscello per mangiare un pezzo di pane e formaggio, vi trovai unuomo, evidentemente non sardo.

«Si entrò in conversazione, e mi ricordo che rifiutò di mangiare del pane e formaggio che io gli offrii,dicendo di non avere più denti.

«Dopo qualche conversazione, mi domandò se io lo riconoscevo. Alla mia negativa, mi disse il suo nome,che io non ricordo, e aggiunse che era stato accusato di aver congiurato contro la vita di mio Padre. Egli mi disse che non era veroma mi diede dei dettagli sopra una congiura messa insieme da persone che egli conosceva.

«Questo doveva aver luogo nell'epoca press'a poco quando il Generale meditava la traversata dalla Sicilia interraferma nel 1860-61.

«Alla mia domanda se ciò aveva origine a Napoli, mi rispose di no.

«Il seguito della nostra conversazione è meglio lasciarlo per quando si scriverà la vera storia di quei tempi...

«Si stava sul punto di partire per la guerra del 1866 quando mio Padre michiamò e mi disse di avere ricevuto notizie dal Governo che si sarebbe tentato alla sua vita e s'indicava un signore inglese o fintoinglese,che, con la sua signora, era alloggiato in un albergo sul lago di Como, come il capo del complotto.


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«— Tu mi disse mio Padre che parli l'inglese come un inglese, va entourist a questo Hotel, cerca di fare la conoscenza di questo signore, senti cosa dice, e, in caso, eccoti un ordine per il suo arresto.

«Andai all'Hotel. Cinque lire al cameriere mi procurarono un posto accanto alsignore inglese, alla table d'hóte e presto entrammo in conversazione.

«Con grande mia meraviglia trovai un uomo di mondo, che conosceva a Londratutti i nostri amici, e che era un habitué nella casa della signora Roberts a Stafford House, etc.

«Convintissimo che si era caduti in un colossale errore, a un dato momento io gli dissi:

«— Voi non vi chiamate il signor tale dei tali.

«Egli mi guardò un momento; e poi mi disse: — Avete ragione; io sono il contetale dei tali. La nostra posizione — e qui indicò, con una leggerissima mossa, la sua bellissima compagna — qui non è precisamente delle piùortodosse. Così ho creduto di cambiare di nome!

«Ridendo, io allora spiegai l'equivoco e feci vedere l'ordine di arresto.

«Nella guerra del 1867 il conte ufficiale superiore nell'esercito pontificionon lasciò mai passare occasione di mandarmi i suoi saluti, ed io sempre contraccambiai questa cortesia quando era possibile.

«E fu per me una cosa molto gradita che un unico decreto della Repubblica,nella guerra del 1870-71 conferisse a lui o a me, sul campo di battaglia, la decorazione della Legione d'onore.

«Valorosissimo soldato. Mio Padre indicava sempre lui e i suoi compagni Liposky eCathelinau come gli uomini elio avrebbero saputo ricondurre la vittoria alle armi francesi in quella disgraziata campagna.

«Abbiatemi sempre, caro Stiavelli,

«Vostro aff. mo

«RICCIOTTI GARIBALDI».


La lettera di Ricciotti Garibaldi è assai importante, perché parla di cosedi cui tutti gli storici dell'Eroe tacciono, e perché, in certo qual modo, avvalora lo parole di Marco Antonio Canini. Pure è dolorosopensare che vi furono uomini — e, tra questi, anche degli italiani! — i quali concepirono l'idea nefanda, idea veramente mostruosa, diattentare alla vita di chi, come Giuseppe Garibaldi, aveva diritto al rispetto, all'amore, alla venerazione di tutti, perché buono e grandead un tempo; buono e grande come altri non fu mai.

G. STIAVELLI.





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Carlo Pisacane, il «romito» di Albaro (Zenone di Elea - Giugno 2024)

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Giacinto De Sivo

Paolo Mencacci


Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - lho sempre cercato ma non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura!

Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin)






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