Stephanie A. Longo
Mentor: Dott.ssa Virginia Picchietti
Lettori: Dott.ssa Josephine Dunn
Dott.
Roy Domenico
Un progetto presentato per realizzare
parzialmente le esigenze del
Programma d’onore dell’Università di Scranton
9 maggio 2003
Ringraziamenti
Innanzi tutto, vorrei ringraziare la Dott.ssa Virginia Picchietti per tutto ciò che ha fatto per me durante il mio tempo qui allUniversità di Scranton. Sono onoratissima di poter dire che è stata la mentor per questo progetto e spero di aver lopportunità di lavorare di nuovo con lei nel futuro. Vorrei anche ringraziare la Dott.ssa Josephine Dunn per tutte le sue parole dincoraggiamento e per tutto laiuto che mi ha dato su questo progetto. Inoltre, vorrei ringraziare il Dott. Roy Domenico per aver sempre saputo farmi ridere e sorridere, soprattutto quando i miei nervi erano a pezzi e per aver preso il tempo di scoprire la Verde Irpinia. Ringrazio Giuliana Caputo, Tina Rigione ed Emilia Bersabea Cirillo per la loro disponibilità e la loro amicizia. Spero di aver trattato i loro libri con lo stesso amore e rispetto che hanno sempre mostrato per me.
Devo la mia passione ed amore per lIrpinia a
Salvatore Boniello del comune di Guardia dei Lombardi perché lui
è stato la prima persona ad accogliermi in Irpinia e mi ha sempre
incoraggiata a continuare coi miei studi sulla nostra terra. Voglio esprimere
la mia più profonda gratitudine a mia madre, Anna Maria, perché
lei è stata la prima persona ad introdurmi allIrpinia ripetendomi
le parole di mio nonno, Giuseppe: "Voglio tornare a Guardia. È
stata a causa di questa memoria che ho deciso di scoprire questa terra
per me stessa. Inoltre, mia madre mi ha sempre consigliata di seguire
i miei sogni ed alla fine della mia carriera universitaria, posso veramente
dire che lho ascoltata. Senza la mia famiglia, non sarei la persona
che sono e ve ne ringrazio.
A Marina Salvadore devo la mia conoscenza del Meridione.
Lei mi ha insegnato che posso fare una carriera ditalianistica seguendo
il mio desiderio di studiare la letteratura meridionale. A Giuseppina
Luongo Bartolini devo la mia consapevolezza che sto facendo un lavoro
che aiuterà non solo lIrpinia ma anche tutto il Meridione.
Mille grazie a Paolo Speranza, Michele Vespasiano e Generoso Benigni per avermi inviato tanti bellissimi libri sullIrpinia. Grazie a voi, sono sicurissima di poter continuare a studiare la nostra terra e la sua letteratura e storia. Finalmente, voglio ringraziare le seguenti persone per tutto ciò che hanno fatto per me durante il corso della mia ricerca: Domenico Cirpiano, Denise DAntona, Sharon Nazarchuk, Andrea Massaro, Valeria Luongo, Carmine Palatucci, Cesare de Seta, Elio Guerriero, Antonio Serao, Rita Pennarola, Edoardo Spagnuolo, Luigi Famiglietti, Franco Adamo Balestrieri, Marina Troiano, Giuseppe Palma Alagia, Pierpaolo Basso, Michele Luongo, Ottaviano De Biase, Giuseppe Di Biasi, Vittoria Troisi, Clemente Farese, Domenico Iannutuoni, Angelo Siciliano, Franco Arminio, Antonio Ciano, Antonio Pagano, Umberto Bartolini, Carmine Crocco Donatelli e le seguenti organizzazioni: Le comunità Internet Bella Napoli, Controrivoluzione e Ddoje Sicilie, LEnte provinciale per il turismo di Avellino, Per caso sulla piazzetta, LAssociazione culturale Due Sicilie, Il Comune di Guardia dei Lombardi, Il Comune di Avellino, La Provincia di Avellino ed Il Centro di Documentazione della Tradizione Orale della Biblioteca G. Venturelli.
Voi tutti avete contribuito molto alla crescita di studi sullIrpinia e, nel nome di tutti gli Irpini non solo in Italia ma anche attraverso il mondo, vi ringrazio.
L’idea del sottosviluppo è sempre stato un problema
per il Meridione d’Italia. Dopo il Risorgimento, il nuovo governo italiano
ha preferito contribuire alla crescita del Nord.
[1]
Il Meridione è stato considerato un “problema” e c’era
un gruppo di persone dal Nord, i meridionalisti, che credevano di poter
risolverlo.
[2]
Secondo i meridionalisti, i problemi del Sud erano
causati dal fatto che la terra del Sud non è adeguata per l’industria
o l’agricoltura e che le persone del Sud non avevano le qualità necessarie,
come una voglia di lavorare, per cambiare la situazione. Gli storici ed
i meridionalisti degli anni immediatamente dopo il Risorgimento credevano
che il Sud fosse primitivo e che la gente lì non fosse colta.
[3]
Negli anni ‘80, gli studiosi della
storia del Meridione hanno cominciato a contrastare il meridionalismo
perché cambiava le realtà del Sud quando questa veniva interpretata dal
punto di visto di qualcuno dal Nord.
[4]
L’idea più importante di questo “nuovo” meridionalismo
è che è pericoloso paragonare il Sud col Nord perché sono due zone completamente
diverse e che il “vecchio” meridionalismo non può superare lo stereotipo
del Sud sottosviluppato, che è un’idea sorpassata.
[5]
Questo nuovo meridionalismo, allora, propone guardare
il Sud con occhi meridionali invece che con occhi settentrionali.
[6]
Il Sud è sempre stato colpito
da disastri naturali come terremoti. Nel terremoto del 1908 in Calabria
e in Sicilia, oltre 100.000 persone sono morte
[7]
e nel terremoto di Belice nel 1968, i danni erano quasi
irreparabili ma la Regione di Sicilia ha proposto un piano di modernizzazione
che avrebbe aiutato il Belice di riprendersi dopo la tragedia mantenendo
il suo patrimonio storico.
[8]
Nella valle dell’Irpinia, la quale include la Provincia
di Avellino, sono avvenuti cinque terremoti negli anni fra il 1900 ed
il 2000.
[9]
Il terremoto del 1980, che serve come soggetto di quest’analisi,
ha ucciso oltre 3.000 persone e ha forzato gli Irpini a ricostruire la
loro terra da zero.
[10]
La ricostruzione dell’Irpinia dopo
il terremoto del 1980 ha provocato una modernizzazione nella zona che
non è stata regolata dalla Regione di Campania
[11]
ma che è stata causata dal bisogno inerente di modernizzare
la zona. Per esempio, le case erano fatte tutte del tufo prima del terremoto
irpino del 1980 ed ora venivano ricostruite col cemento antisismico per
meglio sopravivere ad un’altra
catastrofe.
L’Irpinia è rappresentata nella
letteratura italiana, per la maggior parte, attraverso l’immagine della
modernizzazione e la ricostruzione della zona dopo il terremoto del 1980.
Nei tre libri presentati in quest’opera, si vedrà la modernizzazione dell’Irpinia
mostrata in vari modi. Tina Rigione nel suo racconto “Terra” rappresenta
i cambiamenti nella cultura irpina avvenuti dopo il terremoto, mentre
Emilia Bersabea Cirillo nel romanzo Il pane e l’argilla reclama
il bisogno di usare le tradizioni contadinesche dell’Irpinia per sviluppare
il suo turismo; lo sviluppo di un turismo irpino è un passo verso la modernizzazione
della zona perché aiuterà a migliorare l’economia della zona. Finalmente, Giuliana Caputo in Lezione d’amore annuncia la
necessità di cambiare il sistema scolastico irpino perché le future generazioni
irpine possano usare la loro istruzione per aiutare a modernizzare la
zona.
Per mostrare la modernizzazione
dell’Irpinia com’è messa in rilievo attraverso queste opere, si useranno
le opere stesse, interviste con gli autori ed anche altri libri ed analisi
critiche pubblicati sull’Irpinia per sostenere le idee presentate qui.
È importante notare che non esistono molte opere critiche che trattano
dell’Irpinia perché non è una zona studiata spesso. Questa tesi si propone
come un esempio del nuovo meridionalismo perché prova a mostrare che il
Sud non è una zona sottosviluppata e che ci esiste veramente una cultura.
Il Sud non è una zona primitiva; anzi, è una terra ricca di storia e letteratura.
I libri usati in quest’opera sono solo un esempio di quanto è ampia la
collezione di libri scritti da autori meridionali.
a
La potenza degli Irpini è stata
messa alla prova la sera del 23 novembre 1980 quando alle 19,35 un terremoto
ha quasi distrutto l’Irpinia con tutto il suo potere.
[12]
Migliaia di persone sono state uccise dal potere del
sisma che si poteva sentire attraverso tutta la penisola italiana. Come
si fa ad affrontare il dolore, la paura ed il terrore causati dal terremoto
che anche oggi è un simbolo della “morte” dell’Irpinia? C’è un racconto
in particolare, “Terra” di Tina Rigione
[13]
, che serve come fotografia di quel fatidico giorno.
[14]
Si vede in questo racconto che la normalità in Irpinia
se n’è andata nel 1980 e che gli Irpini hanno dovuto costruirsi una nuova
vita sulle rovine del loro vecchio mondo.
Quando si legge “Terra”, si capisce
immediatamente il disagio provato da Rigione e da tutti gli Irpini durante
il periodo del terremoto perché comincia come un giorno qualsiasi nella
vita irpina: “Fu un bel pomeriggio trascorso a cantare alla parrocchia
per la messa delle sei; tra gli amici, Roberto suonava la chitarra e noi
altri facevamo il coro”.
[15]
Questa prima frase del racconto rappresenta l’Irpinia
di prima perché l’azione avviene in chiesa—“la stella maggiore
[16]
” del cielo irpino. Rigione ed i suoi amici stanno godendo
la vita senza alcun’indicazione degli eventi che stanno per accadere.
C’è solo una breve prefigurazione del sisma quando Rigione scrive nel
paragrafo che ha salutato gli zii per “l’ultima volta”.
[17]
Il primo disagio causato dal terremoto è, allora, la
perdita dei cari in un colpo. Questo sentimento di disagio rimane al primo
piano per tutto il racconto ma ci sono anche altri sentimenti che fanno
parte alla ricostruzione degli eventi del terremoto come sono rappresentati
qui.
Il terremoto irpino del 1980 significa
la fine terrificante della “vita vecchia” di quella zona.
[18]
Rigione mette questo in rilievo quando scrive che “Ad
un certo punto un boato, come un tuono circoscritto, mi fece trasalire,
ma sembrava tutto calmo... Poi mio padre iniziò ad urlare ‘il terremoto!
il terremoto!’ e fu quell’urlo che mi fece tremare di più, dando la conferma
alla casa che qualcosa di tremendo stessa accadendo. Buio”.
[19]
Il lettore sa immediatamente che tutto è cambiato in
Irpinia perché il buio è come una tenda nell’opera—l’atto è finito quando
la tenda scende. Quando si leva, tutto è diverso; come quando il buio
è sparito in Irpinia dopo il terremoto. Si vede la sensazione di terrore
provata da Rigione; lei tremava, lei sapeva che “qualcosa di tremende
stesse accadendo”. Lei era terrorizzata; non sapeva che cosa le avrebbe
portato l’indomani, tutto era incerto e tutti erano nel buio.
Il terrore che un disastro naturale
come un terremoto può provocare è immenso ma anche difficile da spiegare
ad un altro; però Rigione ce lo descrive paragonando il sisma ad “una
giostra del luna park” e dicendo che “il panico mi avvolse”.
[20]
Si vedono gli eventi del disastro nei giornali dell’epoca
ma si ha bisogno di un racconto come quello di Rigione per mostrare cos’è
successo nelle menti delle persone che hanno vissuto il trauma perché
un articolo giornalistico dev’essere obiettivo nel raccontare i fatti
mentre un racconto può parlare di sentimenti personali che non dovrebbero
apparire in un giornale.
[21]
Lei ci racconta che “L’odore di quella polvere [della
loro abitazione che stava per crollare] resterà indimenticabile nella
mia mente”.
[22]
I giornali dell’epoca ci mostrano cos’è successo quel
giorno ma gli scritti come questo ci mostrano l’aspetto umano della tragedia;
si vedono tutti i sentimenti provati dagli Irpini e da Rigione quel giorno.
Lei ci dice che, “Attendemmo il nostro destino sul muro maesto”.
[23]
Mentre Rigione e la sua famiglia aspettavano il loro
destino, tutto intorno a loro stava crollando.
La parola “TUFO
[24]
” scritta tutta a maiuscolo richiama il crollo degli
edifici irpini perché quasi tutti erano costruiti di tufo. È una sorpresa
vedere la parola scritta a maiuscolo ma serve a dimostrare lo shock e
l’aspetto inaspettato dell’evento. Il tufo era dappertutto ed era la sostanza
che componeva la polvere della quale Rigione ha detto che l’odore “resterà
indimenticabile” nella sua mente. Immediatamente dopo la pioggia del tufo,
Rigione descrive il suo terrore dicendo che “Tutto girava a mille, il
cuore batteva a mille, il fiato usciva a mille ed entrava a meno mille
dalle narici ostruite e dalla bocca arsa senza più saliva, ingombrata
dallo strato di polvere; le gambe tremavano e i piedi saltavano da una
pietra all’altra cercando di non inciampare”.
[25]
Nel 1980, Rigione era ancora ragazzina.
Il racconto è la sua memoria del terremoto e, perciò, lei include anche
i suoi sentimenti ora che guarda indietro. Scrive di un fanciullo che
conosceva, Gerardo, morto nelle macerie: “Era sparito sotto alle balconate
precipitate in terra lì, proprio a mezzo metro dal portone, un solo passo
indietro, ah! se fosse rimasto ad aspettare dentro!”
[26]
Questa frase mette chiaramente in rilievo la spontaneità
di quel giorno e che nessuno sapeva l’esito delle proprie azioni; per
esempio, nessuno sapeva che un passo significava la differenza fra la
vita e la morte. Rigione riflette sul sisma dicendo “Ma a tredici anni
non si conosce la vita, tanto meno si dovrebbe conoscere la morte”.
[27]
La vita è stata tolta da Gerardo e lui non ha veramente
vissuto dato la sua giovanissima età. Lei si ricorda di Gerardo ed ora,
più di vent’anni dopo il sisma, lei si sente sconvolta perché si accorge
che Gerardo avrebbe dovuto avere l’opportunità di vivere invece di morire
nel terremoto.
Il terremoto era un evento così
tremendo che Rigione aveva sentimenti contrastanti: “Ero incredula, non
riuscivo neanche a versare una lacrima. Singhiozzavo, non piangevo”.
[28]
Lei era scioccata; non piangeva perché la situazione
era così inaspettata. Prima del terremoto, lei era in chiesa e cantava
coi suoi amici; non ha mai sognato che il resto della sera le avrebbe
portato tanto dolore. I sentimenti dello shock degli Irpini cambiano in
sentimenti di disperazione quando scrive “E poi, dalla piazza dove eravamo
fermi, chi si era ritirato dopo l’evento stava cercando il compagno, la
figlia, la moglie, l’amica”.
[29]
Il disagio e la disperazione provocati dal terremoto
erano così grandi che le persone erano ridotte a cercare nelle rovine
i loro cari senza l’aiuto di nessuno. La disperazione aumenta quando Rigione
dice in un ricordo simbolico all’inizio del racconto: “Sembrava che Dio
si fosse proprio dimenticato di noi, pure dei bambini e dei ragazzi sotto
alle pietre. La natura ha voluto punirci”.
[30]
Dopo i suoi ricordi del sisma,
Rigione comincia a parlarci della sua vita nei prefabbricati costruiti
in Irpinia mentre si ricostruivano le vere abitazioni della gente. Rigione
scrive di un evento inventato che sembra avere niente a che fare con la
storia intera ma che è rilevante perché mostra i primi passi dell’Irpinia
verso la modernizzazione: “Ero solo una bambina quando mi resi conto che
in quelle calde mattine d’estate quando nella casa si alzavano le risa,
non si giocava con le bambole, non erano le risa di una bambina, anzi,
lei era in silenzio...’Vieni qua, piccola, che ti faccio vedere un bel
giocatolo’”.
[31]
Questa frase enunciata dall’uomo che abitava nella
prossima prefabbricazione dopo quella di Rigione significa la fine della
vita vecchia in Irpinia; il terremoto ha veramente distrutto tutto. La
vita che caratterizzava l’Irpinia di prima è sparita sotto le macerie.
Prima del terremoto, un’instante d’abuso come questo era nascosta; non
se ne parlava anche se succedeva. Rigione ci mostra che ora si può parlare
apertamente dell’abuso sessuale e che non è tabù.
[32]
Allora, tutto in Irpinia è cambiato, si sono perduti
i valori tradizionali. L’evento descritto qui rappresenta l’inizio di
una nuova Irpinia, una società meno rigida di quella di prima.
Rigione chiude il racconto dicendo
che la sua vecchia abitazione è stata ricostruita in cemento armato; questo
vuol dire simbolicamente che gli Irpini hanno subito un terremoto, hanno
vissuto la catastrofe ma tutto questo non ha potuto distruggerli. Il terremoto
ha reso loro più forti e ha anche insegnato loro che devono fare i primi
passi verso la modernizzazione per veramente sopravivere; per esempio,
non si può più tenere nascoste instanti d’abuso sessuale come quello descritto
da Rigione. Poi lei ci dice che “con qualcuno degli abitanti di quella
zona siamo rimasti in rapporti di salda amicizia”
[33]
, un segno di un ritorno alla normalità dalla parte
degli Irpini. Ma, immediatamente dopo questa frase, Rigione annuncia “Il
dubbio, non l’ho mai cancellato dai miei ricordi”.
[34]
Quest’è perché il “normale” di prima non esiste più
nell’Irpinia dopo il terremoto; tutto, non solo le case e la vita, è stato
distrutto; gli Irpini hanno dubbi incancellabili perché sanno che la natura
della loro zona cambia sempre, un altro disastro può capitare loro nel
futuro.
Questo breve racconto ci mostra
l’aspetto umano del terremoto e ci mostra il grande cambiamento della
vita irpina nel periodo immediatamente dopo il sisma. In una frase di
Salvatore Boniello, professore e storico del comune di Guardia dei Lombardi
(AV), l’impatto del terremoto può essere descritto così: “Noi, i giorni
del terremoto, li abbiamo vissuti tra sacrifici, paure, speranze, difficoltà
di sopravvivenza e poi il ritorno del sole... e della vita”.
[35]
Nella parte seguente vedremo il ritorno del sole irpino;
la nuova Irpinia non è com’era prima del sisma perché ora sta modernizzandosi;
ma è ancora una testimonianza vivente di una gente forte che ha saputo
riprendersi dopo una terribile tragedia.
Nell’introduzione de Il pane
e l’argilla di Emilia Bersabea Cirillo si legge che “una data separa
il primo e il dopo
[36]
” dell’Irpinia. Questa data è, di nuovo, il 23 novembre
1980. Nel racconto “Terra” di Tina Rigione si sono visti il terrore e
il disagio provocati dagli eventi del terremoto e si sono anche visti
i cambiamenti nella società irpina dopo il sisma. Il pane e l’argilla
di Emilia Bersabea Cirillo e Lezione d’Amore di Giuliana Caputo
mostrano il bisogno di modernizzazione in Irpinia, attraverso un cambiamento
nell’economia e nel sistema scolastico della zona.
Il pane e l’argilla di
Emilia Bersabea Cirillo è una serie di riflessioni dell’autrice dopo aver
girovagato nei comuni dell’Irpinia. Il fatto che l’autrice viaggia nell’Irpinia
può essere considerato una continuazione del viaggio desanctisano perché
entrambi gli autori scrivono delle loro esperienze nella zona e delle
loro impressioni della terra irpina. Ambedue parlano dei problemi della
valle e condividono le idee su come cambiare la situazione coi loro lettori.
Il problema più importante dell’Irpinia
descritto da Cirillo è la mancanza di gente nella valle; tutti se ne vanno
a Napoli o a Roma per trovare lavoro. L’Irpinia di oggi è un luogo dal
quale tutti partono. In una frase che descrive la situazione corrente
in Irpinia, Cirillo scrive che “solo il vento è la permanenza del tempo
in Irpinia”.
[37]
Questo vuol dire che niente è permanente in Irpinia,
né la presenza della gente né gli edifici dei comuni. Nella sua riflessione
su Guardia dei Lombardi, un comune irpino che sta provando una tale emigrazione
che la popolazione diminuisce ogni anno
[38]
, l’autrice racconta una conversazione con un vecchio
signore. Lui le dice “‘qua non è vita per un ragazzo. Tra poco a
Guardia non rimarrà più nessuno’. Cosa resterà dell’Irpinia allora. ‘Nui, fino ‘a quanno campammo’ risponde”.
[39]
Quest’incontro significa che l’Irpinia, morirà forse
con la morte delle persone anziane perché i giovani partono senza l’intenzione
di tornarci perché c’è una mancanza di lavoro e d’industria. Con la partenza
della gente, l’Irpinia perderà la sua identità contadinesca che si manifesta
nel fatto che la zona è sempre stata largamente una zona agricola e gli
abitanti non vivevano una vita di lusso.
[40]
Una delle domande che Cirillo
pone ai suoi lettori è “Dov’è il nucleo dell’Irpinia?”
[41]
, il nucleo essendo l’identità della valle. Per rispondere
alla propria domanda, lei dice che “il vero nucleo è la terra d’argilla
che scivola lenta fino al fiume, che apre nuove spaccature, possibili
nuovi percorsi. Il nucleo fondante è la forma rotonda del pane, quel pane
maestoso, croccante, alto di pollica che ho visto sfornare con gesti rituali
dalla panettiera di Aquilonia”.
[42]
Allora, per Cirillo, l’identità dell’Irpinia si trova
nel pane e l’argilla, come suggerisce il titolo del libro. Perché questi
due oggetti? Si può dire che il pane e l’argilla rappresentano il mondo
contadino e che essi fanno parte della vita irpina. L’Irpinia non è un
mondo industriale; invece, è un mondo contadinesco nel quale si lavora
con la terra e il pane e l’argilla vengono da questa terra.
Il nome di Avellino è un simbolo dell’identità contadinesca della
zona. Il capitolo dedicato alla città di Avellino inizia con una riflessione
sul suo nome: “Il nome di Avellino non mi è mai piaciuto, per quel diminutivo
che associavo a—novellino campanello—e a nulla valevano le spiegazioni
della maestra: Avellino deriva da Avellana, dal culto per la dea Giunone,
dea di abbondanza”.
[43]
Anche se il nome di Avellino dovrebbe suggerire l’abbondanza,
qualcosa di importante per i contadini soprattutto nella stagione del
raccolto, il fatto che c’è un –ino suggerisce una piccola cittadina piena
di persone ingenue. Cirillo non crede che Avellino sia così; lei ci parla
della fierezza ed orgoglio della città che non esistono altrove; per lei,
Avellino non somiglia al suo nome, è qualcosa di diverso. Gli Avellinesi,
secondo lei, non sono ingenui; invece loro lavorano per portare l’abbondanza
alla loro valle.
La gente di Avellino mostra il
suo orgoglio e la sua fierezza negli anni dopo il terremoto quando ha
lavorato per ricostruire la loro città:
Poi la catastrofe. La collina tremò. Tremò tutta la città, tremò
l’Irpinia intera, ancora morte, rovine, distruzione, pietre di sangue,
grida dagli ammassi. Polvere, polvere, buio e polvere, il tufo era sotto i nostri occhi, frantumato.
La città c’era appena, ancora, troppo poco per mantenerla
in piedi, in ogni caso una parola d’ordine passò tra i banchi del consiglio
comunale, abbattere e ricostruire.
Nuovo. Questa città ha ormai solo una pallida scorza
di tufo, per il resto è cemento antisismico e stecchetti, colori panna
e rosa lieve, capitelletti e stucchi da salotto, questa città ha vetri
a specchio al centro, al contorno è una pullulare di villette, lottizzazioni,
mattoncini in bella vista e pinnacoli sui tetti.
[44]
Questo passaggio mette in rilievo che Avellino sa sopravvivere dopo un evento
catastrofico come il terremoto del 1980. Questo passaggio richiama anche
il racconto di Rigione perché parla del terrore e la pioggia di polvere
di tufo che si sono visti in “Terra”. Ciò che è diverso ne Il pane
e l’argilla è che Cirillo descrive come l’Avellino nuovo è diverso
da com’era nell’epoca prima del terremoto: le case sono fortificate dal
cemento antisismico, allora, non sono come quelle trovate in “Terra”;
non sono più fatte solo di tufo. Le case sono state modernizzate per resistere
ad un altro sisma. Questo richiama l’abbondanza trovata nel nome di Avellino
perché ora che gli Avellinesi si stanno modernizzando con la fortificazione
delle loro case, il resto della zona comincerà a seguire quest’esempio;
così non si assocerà più l’Irpinia con persone ingenue che non vogliono
fare niente per la loro terra perché si vedrà che queste persone vogliono
portarci l’abbondanza.
Dopo il passaggio sul terremoto,
Cirillo ritorna al suo fascino con l’-ino di Avellino e il fatto che Avellino dovrebbe significare l’abbondanza.
Lei dice che “Avellino farebbe a tempo ancora a tirare umilmente dal cuore
la sua matrice e farci i conti, se è vero che i nomi hanno dentro il destino
di chi li porta”.
[45]
Poi scrive che “starà a noi di lasciar crescere erbe
e foglie sui muretti, o strapparli prima che le radici penetrino in profondità.
Sarà una maniera di dialogare col tempo”.
[46]
L’ottimismo dell’autrice per l’Irpinia è chiaro in
queste frasi perché lei dice che crede che Avellino possa superare la
sua sorte. Il destino è stato crudele ad Avellino, soprattutto col terremoto,
ma siccome il nome “Avellino” vuol dire “abbondanza” in riferimento alla
sua natura contadinesca, la scrittrice sa che la zona può cambiare il
suo destino.
Dopo aver passato del tempo ad
Avellino, Cirillo fa visita ai comuni limitrofi dell’Irpinia dove abita
la maggior parte dei contadini della zona. In un paragrafo, richiama l’antica
Irpinia di prima anche se parla del presente:
Le zone interne non hanno bisogno di stravolgimenti:
hanno retto e reggono per un miscuglio di tenacia e passione, attaccamento
al luogo, voglia di esistere e resistere. Noi che ci inoltriamo d’autunno
per questa terra rosastra, come coda di volpe, abbiamo voglia di una dignità
diversa, di essere percorsi e visitati per quello che siamo, per quello
che resta di una cultura di pietra e vino, di santuari antichi, di castelli
e fortezze, di polle di salmastro e zolfo dove la prima dea predisse un
destino di dimenticanza.
[47]
Si vedono di nuovo la resistenza e l’orgoglio di essere nati irpini menzionati
nel Viaggio desanctisano. Forse la terra irpina è dimenticata oggi
[48]
, conosciuta solo come la zona del terremoto, ma gli
Irpini di oggi, come Cirillo, vogliono cambiare questo. Vogliono che si
ami l’Irpinia perché è l’Irpinia, non perché si sente la colpa per i tempi
difficili che gli Irpini hanno trascorso. Il problema è, secondo Cirillo,
che poche persone capiscono cosa rappresenta l’Irpinia, come ci spiega
Cirillo nel capitolo dedicato al comune di Nusco nel quale scrive:
La vita è un sorriso e un battito di mani dopo una
danza, ho pensato, rincorrendo in piazza il suono della Montemaranese
e le cose sono sembrate soffici, sopportabili, come le trine e i filet
viste a casa di una signora qualche minuto prima. La vita ha il sapore
acre e sugoso delle ciliegine ricamate nel filet.
Questo siamo noi, questo è l’Irpinia intera. Siamo
questo struggente ballo d’amore e questa musica sempre uguale, come un
bolero, che viene da respiri lontani, siamo il caglio e le fascelle di
giunco, siamo il pane con le cigole, gelatina e pepaine. Questo è un alfabeto
con cui parlare, con cui esprimerci. A conferma nell’aria si è sentita
la musica di un organetto che ha fatto muovere i piedi da soli. Amarcord.
[49]
Questo passaggio intero rappresenta l’Irpinia di Cirillo, una zona antica
dove c’è molta musica e cibo che ci permettono di sentirci completamente
a nostro agio quando ci si va.
[50]
Lei scrive “amarcord
[51]
” perché si ricorda della vera Irpinia che ha visto
attraverso il suo viaggio. Lei ha visto il bene ed il male dell’Irpinia
ma non permette al male di cambiare il suo sentimento ottimista per la
zona.
L’ottimismo di Cirillo per l’Irpinia
è rilevato verso la fine de Il pane e l’argilla nei capitoli su
Torella dei Lombardi e Vaidiaperti. In questi capitoli, Cirillo parla
dell’Irpinia di domani. Dice che “Sì, a Torella penso che siamo nel domani.
Che le cose accadono, che possiamo uscire dalla malìa in cui sembra sprofondare
l’Irpinia”.
[52]
Poi scrive che “Il futuro dell’Irpinia è conservare
i centri minori nella loro interezza e anche nella loro dimensione, creando
intorno una rete di interessi turistici ed economici, legati alla nostra
tradizione agricola e artigianale, tralasciando lo sviluppo urbano come
risorsa”.
[53]
Cirillo crede che l’Irpinia possa rinascere senza rinunciare
al passato. L’Irpinia deve cambiare in molti modi ma non deve cambiare
ciò che la rende speciale, come le sue tradizioni contadinesche. Invece,
l’Irpinia deve usare la sua natura particolare per sviluppare un’economia
ed un turismo nella zona.
[54]
Una delle istituzioni irpine che
devono cambiare perché la zona diventi moderna è il sistema scolastico.
Lezione d’amore di Giuliana Caputo ci mostra che molte scuole irpine
falliscono nella loro meta di istruire le nuove generazioni e che, secondo
Caputo, è necessario favorire l’istruzione nell’Irpinia ricostruita. Il
libro è una lettera da Caputo ad Antonio, uno dei suoi alunni alle scuole
medie. Caputo spiega la sua decisione di scrivere una lettera ad Antonio
sui suoi sentimenti riguardano i problemi del sistema scolastica avellinese:
La mia decisione di scriverti una lettera risale
ad almeno tre anni, cioè al momento in cui ho deciso di lasciare la scuola
con molti anni di anticipo rispetto all’età della pensione. Sentivo infatti
di dovermi scusare con te per averti abbandonato alle soglie della licenza
media, quando il mio aiuto era più necessario. In realtà, non mi sento
solo in colpa con te, ma con tutti i compagni della tua classe e delle
classi a venire. Tanti piccoli Antonio che, per la mia scelta, non mi
conosceranno mai come loro insegnante.
[55]
Caputo ha deciso di lasciare la scuola media perché credeva che non si facesse
abbastanza attenzione ai bisogni degli studenti.
[56]
Questo libro serve come un appello ad azione per cambiare
il sistema scolastico irpino e portarlo nell’epoca moderna. Serve anche
a mettere in rilievo che le nuove generazioni sono le persone che finiranno
la ricostruzione dell’Irpinia dopo il terremoto.
[57]
In questo libro, il personaggio
di Antonio rappresenta la rinascita della vita irpina dopo il terremoto
e i docenti sono gli operai della ricostruzione dell’Irpinia.
[58]
Come si è visto ne Il pane e l’argilla
di Cirillo, l’Irpinia è una zona contadinesca che ha bisogno di modernizzazione.
Secondo Caputo, la modernizzazione dell’Irpinia dopo il terremoto deve
concentrarsi sulla formazione scolastica dei bambini perché loro possano
dare nascita a città più “vive e vivibili
[59]
”—“vive” perché ci saranno cose da fare e da vedere
con lo sviluppo turistico della zona e “vivibili” perché le future generazioni
possono sviluppare nuove tecniche architettoniche per rendere gli edifici
delle città più sicuri nell’evento di un altro terremoto. Purtroppo, gli
altri professori non sempre concordano con le idee di Caputo. Lei si ricorda
di una manifestazione nella Provincia di Avellino dove ha dovuto gridare
la sua rabbia col sistema scolastica avellinese: “Qualcuno di loro [gli
uomini politici provinciali] ebbe a dire che è necessario soprattutto
sradicare la mentalità diffusa che vede nel contadino ‘il cafone’, rozzo
e ignorante. Subito dopo il microfono fu tra le mie mani e non seppi resistere
alla tentazione di ribattere”.
[60]
Antonio rappresenta la rinascita dell’Irpinia simbolizzata
dai contadini come ci ha mostrato Cirillo. Usando Antonio come esempio,
Caputo ci dice che i contadini meritano un sistema scolastico che aiuterà
loro a superare lo stereotipo del cafone che sa né leggere né scrivere.
Caputo si accorge della vera situazione del contadino irpino perché l’ha
vista per se stessa mentre gli uomini politici provinciali la conoscono
solo attraverso l’immaginazione perché non vogliono associarsi coi contadini
che credono ignari.
Un esempio di come Caputo capisce
veramente la vita contadinesca dell’Irpinia si trova nelle sue esperienze
con Antonio. Quando Caputo ha cominciato ad insegnare alla scuola dove
ha conosciuto Antonio lui non sapeva né leggere né scrivere pur avendo
undici anni. Dopo aver fatto del progresso con lui, insegnandogli a scrivere
ed a leggere, Caputo si è resa conto che Antonio era assente per numerosi
giorni e lui non sapeva darle spiegazioni. Finalmente, Caputo si è recata
da Antonio per parlare coi suoi genitori. Quando nessuno ha risposto alla
porta, Caputo è andata a parlare con la loro vicina di casa, la quale
le ha detto: “Il ragazzo abita solo nella casa. I genitori vivono in campagna
mentre lui da qualche mese vive qui perché deve tenere occupato l’appartamento
di queste case popolari, diversamente la casa viene tolta alla famiglia.
Mi sembra, continuò a dire, che la madre venga ogni quindici giorni a
pulire la biancheria”.
[61]
Da quest’incontro, Caputo ha potuto capire che Antonio
doveva badare a se stesso e che era la ragione per cui non veniva sempre
a scuola. Caputo ci mostra in questo breve libro che i contadini hanno
dignità e che meritano essere trattati con rispetto. Non è la colpa di
Antonio che la sua situazione è così pessima avendo genitori assenti;
è la colpa degli uomini politici come quelli alla manifestazione che rifiutano
di aiutare i contadini a migliorare la loro sorte e che, invece, continuano
a togliere la loro dignità considerandoli solo “cafoni ignoranti” e niente
di più.
Forse il vero valore di questo
libro è che ci mostra l’aspetto umano del bisogno della modernizzazione
nell’Irpinia del dopoterremoto. Cirillo ci ha mostrato l’aspetto comunale
di questa modernizzazione perché il suo libro era un raccolto di viaggi
attraverso la valle. Questo libro rende evidente l’aspetto umano del bisogno
di modernizzazione in Irpinia perché tratta dei problemi della scuola
irpina nella quale, secondo Caputo, i maestri non fanno abbastanza per
gli studenti. Quando Antonio dà a Caputo delle ciliegie dicendole: “signora
professorè, t’aggio purtate ‘e cerase pecché m’e mparate ‘a leggere”
[62]
, si capisce che l’attenzione e l’amore della professoressa
erano importanti per il ragazzo perché è stato dimenticato dai suoi altri
maestri. Caputo sa che per compiere un progresso effettivo in Irpinia,
bisogna occuparsi delle prossime generazioni ed è ciò che fa coi suoi
alunni alla scuola media.
Caputo crede che per la ricostruzione
dopo il terremoto sia necessario non dimenticare il passato ma guardare
al futuro curando le future generazioni; questo richiama il pensiero di
Cirillo che crede che sia necessario mantenere l’aspetto unico della zona.
Però, Caputo crede anche che sia necessario favorire l’istruzione nell’Irpinia
rinnovata perché è un modo per curare le generazioni da venire. Lei vuole
che il nuovo sistema scolastico irpino sia libero
dall’arroganza
di chi possiede per se stesso la cultura e non la sa comunicare;
dalla
superbia di chi cita a memoria titoli e aiuti di tremila opere, ma perde
per strada il senso del dovere diventando strumento di disuguaglianza;
dalla
protervia di chi crede di essere un buon educatore ma non medita sull’inalienabile
concetto di ‘Educazione’ come diritto universale;
dalla
furbizia di chi, dopo aver ottenuto un posto di lavoro, sa difendere solo
il suo salario;
dalla
pigrizia di quanti ritengono che essere docenti non significhi mettere
ogni giorno in discussione la propria educazione culturale da dequalificare
lungo tutto l’arco della vita.
[63]
Per Caputo, se le scuole irpine possono liberarsi da questi vizi, si può compiere
la ricostruzione totale della zona perché non ci saranno più pregiudizi
contro i contadini, tutti potranno esercitare il loro diritto fondamentale
all’educazione. Inoltre, i docenti si ricorderanno sempre che sono maestri
per insegnare invece di guadagnare soldi. Caputo vuole una scuola senza
vizi con l’unico scopo essendo di aiutare i ragazzi irpini a diventare
cittadini non solo dell’Irpinia ma del mondo.
Il nucleo dell’Irpinia, come direbbe
Cirillo, non si trova nel mondo moderno ma si trova nella vita contadinesca
per la quale si conosce la zona.
[64]
Caputo vuole portare il pensiero di Cirillo in avanti
e cambiare il sistema scolastico irpino perché i contadini possano imparare
le materie necessarie, come il leggere e lo scrivere, per portare la modernizzazione
alla loro valle. Se i contadini sono il nucleo dell’Irpinia, secondo Caputo,
loro devono avere accesso ad un miglior livello d’istruzione.
a
In conclusione, il bisogno di
modernizzare l’Irpinia è mostrata dalla letteratura prodotta dagli autori
della zona dopo il sisma del 1980. Gli autori presentati qui in quest’opera
hanno tutti voluto modernizzare l’Irpinia perché hanno riconosciuto il
bisogno di un cambiamento nella valle. Non si sa ora cosa succederà con
i progetti di modernizzazione della valle; però, sembra che l’Irpinia
stia diventando più moderna quando si paragona all’Irpinia di vent’anni
fa. La letteratura dell’Irpinia del futuro ci mostrerà il progresso fatto
dalla valle sul suo cammino verso la modernizzazione.
[1] Robert Lumley, The New History Of the Italian South: The Mezzogiorno Revisited (Exeter: University of Exeter Press, 1997).
[2]
--------. 2.
[3]
--------. 115.
[4]
--------. 3.
[5]
--------. 3.
[6]
Per ulteriori
informazioni sulla storia meridionale guardata con gli occhi meridionali,
si consiglia il libro
La Storia Proibita: quando i Piemontesi invasero il Sud di Autori
Vari (Napoli: Controcorrente, 2000).
[7]
Giuseppe
Chiusano, È la terra tremò (Lioni: Tipolitografia Irpina, 1983),
40.
[8]
Luciano Di Sopra,
Il costo dei terremoti (Udine: Grafiche Fulvio spa, 1992), 46.
[9]
Chiusano, Giuseppe.
41.
[10]
--------. 41.
[11]
--------. 185.
Iniziativi
per la modernizzazione dell’Irpinia sono state presi dai comuni della zona e
non la regione di Campania.
[12]
Tutti
gli articoli sul terremoto dal quotidiano napoletano Il Mattino
sono disponibili nel libro Quei giorni delle macerie, della paura
e della rabbia (Napoli: Il Mattino, 1983).
[13]
Tina
Rigione è la fondatrice dell’Associazione culturale “Per caso sulla
piazzetta”, che è la prima casa editrice italiana no-profit. Per caso
sulla piazzetta si trova ad Avellino o al seguente sito: http://digilander.iol.it/xcasosullapiazzetta.index.html.
[14]
In un’intervista
recente (marzo 2003), Rigione mi ha detto: “Per scrivere “Terra”, mi
sono ispirata alla realtà ed ai ricordi di quei 90 secondi che non potrò
mai più dimenticare. Ho vissuto il terremoto, il dolore delle perdite
di persone care, il disagio di vivere in un prefabbricato, il disagio
di attendere 12 anni che ricostruissero la mia casa, il disagio in cui
ti mette la burocrazia per permessi, autorizzazioni, certificati, il
tutto inerente alla ricostruzione della casa stessa. Quindi ho vissuto
‘nel terremoto’ del primo e del dopo. Perché non raccontarlo”?
[15]
Tina
Rigione, I racconti (Avellino: Per caso sulla piazzetta, 2001),
45.
[16]
La chiesa
è considerata la “stella maggiore” del cielo irpino perché la vita irpina
si base sul suono delle campane della chiesa e che la chiesa è, di solito,
l’edificio più alto dei comuni irpini.
[17]
Rigione,
Tina. 45.
[18]
Un interessante
articolo di Alberto Moravia chiamato “Ho visto morire il Sud” che parla
della fine della “vita vecchia” in Irpinia può essere trovato nel libro
Terratremule: Vent’anni dal sisma pubblicato da Legambiente a
Napoli nel 2000.
[19]
Rigione,
Tina. 45-46.
[20]
--------.
45-46.
[21]
Un altro
libro nel quale si possono trovare gli articoli giornalistici trattando
del terremoto è È la terra tremò di Giuseppe Chiusano (Lioni:
Tipolitografia Irpina, 1983).
[22]
Rigione,
Tina. 46.
[23]
--------.
47.
[24]
--------.
47.
[25]
--------.
47.
[26]
--------.
48.
[27]
--------.
48.
[28]
--------.
49.
[29]
--------.
49.
[30]
--------.
49.
[31]
--------.
51.
[32]
Durante
la mia intervista a Tina Rigione, lei mi ha detto: “Con I racconti ho
cercato di immaginare cosa potesse accadere nelle menti delle persone
che sembrano normali quando sono al di fuori del loro habitat naturale,
e che invece si rilevano aggressivi, violenti, succubi delle loro madri,
quando invece sono all’interno della loro casa. Adesso c’è più di comunicazione
di massa e che è più difficile nascondere certi eccessi perché vengono
denunciati alla polizia con più coraggio”.
[33]
Rigione,
Tina. 51.
[34]
--------.
51.
[35]
Lettera
ricevuta da me dal professor Boniello, 10 gennaio 2003.
[36]
Emilia
Bersabea Cirillo, Il pane e l’argilla (Napoli: Filema, 1999),
5.
[37]
--------.
13.
[38]
Per esempio,
nel 1991 la popolazione di Guardia dei Lombardi era di 3361 Guardiesi
e nel 1998 era di 2272 Guardiesi. Informazione fornita da Salvatore
Boniello.
[39]
Cirillo,
Emilia Bersabea. 104.
[40]
Un esempio
di come l’Irpinia mantiene la sua identità contadinesca può essere trovato
nel Museo della civiltà contadina di Guardia dei Lombardi curato da
Salvatore Boniello.
[41]
Cirillo,
Emilia Bersabea. 20.
[42]
--------.
20-21.
[43]
--------.
39.
[44]
--------.
41.
[45]
--------.
42.
[46]
--------.
50.
[47]
--------.
52.
[48]
Un capitolo
in Dopo il terremoto, la ricostruzione di Cesare de Seta si chiama
“Irpinia dimenticata” perché la zona è stata dimenticata dopo il terremoto.
(Bari: Laterza, 1983)
[49]
Cirillo,
Emilia Bersabea. 128.
[50]
Un libro
utile per scoprire le tradizioni dell’Irpinia è Sulle orme del lupo
di Carmine Palatucci (Lioni: Rotostampa s.r.l., 2001).
[51]
La parola
“amarcord” qui fa riferimento all’omonimo film di Fellini del 1974.
[52]
Cirillo,
Emilia Bersabea. 147.
[53]
--------.
150.
[54]
Infatti,
l’Irpinia sta già sviluppando il suo turismo col Parco Letterario De
Sanctis, il Museo della civiltà contadina di Guardia dei Lombardi e
l’Ente Provinciale per il Turismo ad Avellino.
[55]
Giuliana
Caputo, Lezione d’amore (Grottaminarda: Delta 3, 1998), 7.
[56]
Giuliana
Caputo mi ha spiegato questo in alcune lettere dal mese di novembre
2002 fino al mese di marzo 2003.
[57]
Questa
credenza di Caputo mi è anche stata spiegata nelle sue lettere.
[58]
Da una
delle lettere ricevute da me dalla signora Caputo in febbraio 2003.
[59]
--------.
[60]
Caputo,
Giuliana. 46.
[61]
--------.
17.
[62]
--------.
74.
[63]
--------.
76.
[64]
Salvatore
Boniello dell’UNLA (Unione per la lotta contro l’analfabetismo) di Guardia
dei Lombardi mi ha detto nel corso della mia ricerca che l’Irpinia èconosciuta
per la sua identità contadinesca. Quest’è anche trovato nei libri pubblicati
dall’UNLA.
Bibliografia
1.
Caputo,
Giuliana. Lezione d’amore. Grottaminarda: Delta 3, 1998.
2.
Chiusano,
Giuseppe. È la terra tremò. Lioni: Tipolitografia Irpina, 1983.
3.
Cirillo,
Emilia Bersabea. Il pane e l’argilla. Napoli: Filema, 1999.
4.
Di Sopra, Luciano.
Il costo dei terremoti. Udine: Grafiche Fulvio spa, 1992.
5.
Lumley, Robert.
The New History Of the Italian South: The Mezzogiorno Revisited.
Exeter: University of Exeter Press, 1997.
6.
Rigione,
Tina. I racconti. Avellino: Per caso sulla piazzetta, 2001.
Libri che trattano dell’Irpinia
Letteratura:
1.
Viaggio
nella memoria: Salvatore Boniello (Lioni: Poligrafica Irpina, 1995).
2.
Quella
sera c’era una luna luminosa: Angelo Giusto (Bracigliano:
CECOM SNC, 1993).
3.
Terremoto
con madre e figlia: Fabrizia Ramondino (Genova: Il melangolo, 1994).
4.
Passo
d’Ombre: Giuseppina Di Rienzo (Salerno: Avagliano Editore, 1997).
5.
I versi: Tina
Rigione (Avellino: Per caso sulla piazzetta, 1999).
6.
Intorno
a noi: Nicola Arminio (Avellino: Edizione Nuovo Meridionalismo,
1990).
7.
Respiri
di esistenza: Vania Palmieri (Lioni: Altirpinia, 2000).
8.
Scrittori
irpini del 900: Antologia a cura di Maria Teresa Cantore ed Antonio Iannaco
(Nusco: Hirpus, 1990).
9.
Folklore
in Irpinia: storie e leggende: Alfonsina Esposito (Piazza al
Serchio: Biblioteca G. Venutrelli: Centro di Documentazione della Tradizione
Orale, 2001). Direttore della tesi: Prof. Alberto Borghini.
10.
Scaglie
di Roccia: Ottaviano De Biase (Altripalda: W.M., 1989).
11.
La speranza
del seme: Ottaviano De Biase (Firenze: L’Autore Libri, 1995)
12.
Incontri: Ottaviano
De Biase (Firenze: L’Autore Libri, 1993).
13.
I colori
del Sud: Ottaviano De Biase (Avellino: Scuderi Editrice, 1998).
14.
Terremoti: Cesare
De Seta (Marene: Nino Aragno Editore, 2002).
15.
Terra
e cielo: Ottaviano De Biase (Firenze: L’Autore Libri, 1994).
16.
Terra
mia: Ottaviano De Biase (Salerno: Poligraf, 1987).
17.
Con la
fiamma nel cuore: Michele Luongo (Trento: Akkuaria, 2001).
18.
Il continente
perso: Domenico Cipriano (Roma: Fermenti, 2001).
19.
In paese: Domenico Cipriano (Guardia dei Lombardi: Domenico Cipriano,
2000).
20.
Casa nostra: Camilla Cederna (Milano: Mondatori, 1983).
21.
Rossa
luna di novembre ed altri: Claudia Iandolo (Avellino: Grafic Way, 1990).
22.
Poesie: Generoso
Benigni (Avellino: Grafic Way, 1991).
23.
Memorie
di Pietra: Romualdo Malandino (Nusco: Poligrafica Irpina, 1991).
24.
Casa e
putea: Michele Vespasiano (Montella: Eliotipografia dei Fiori,
1996).
25.
Divina
o Diversa: AA.VV. a cura di Giuliana Caputo. (Frigento: Tipolitoelle,
2001).
26.
Terra: Tina
Rigione (Avellino: Per caso sulla piazzetta, 2003).
27.
Il senso
del sogno: Alfonso Attilio Faia (Avellino: Casa Editrice Menna, 2000).
28.
La terra
di pane: Alfonso Attilio Faia (Nusco: Nuovo Meridionalismo/ Il
Nuovo Sud, 1993).
29.
Meridiani: Alfonso
Attilio Faia (Avellino: La Ginestra, 2002).
30.
La montagna
di lame: Vittoria Troisi (Avellino: Valentino editore, 2000).
31.
Un viaggio
elettorale: Francesco De Sanctis (Torino: Giulio Einaudi Editore,
1968).
32.
Memorie
di un commerciante: Angelo Muscetta (Avellino: Edizioni del Centro
“Dorso”, 1984).
Storia e cultura:
1.
I sapori
della memoria: Scuola elementare V^A e V^B di Guardia dei Lombardi
(Grottaminarda: Delta 3, 2001).
2.
Avellino
e la sua provincia: Ente provinciale per il turismo di Avellino (Parma:
Clemente Editore, 2002)
3.
Sulle
orme del passato: Salvatore Boniello (Lioni: Rottostampa s.r.l.,
2001).
4.
Dizionario
dialettale della lingua di Guardia dei Lombardi: Salvatore
Boniello (Nusco: Poligrafica Irpina, 1994).
5.
Terra
di Irpinia: Alessandra Cristina Celano e Giampiero Galasso a cura
di CRESM Campania (Roma: Grafica CDP, 2001).
6.
Panorami
in Irpinia: Comune di Frigento (AV) (Mercogliano: Centro Regionale
Multimediale per la Valorizzazione delle Risorse Culturali Territoriali,
2002).
7.
Viaggio
in Irpinia: Ente provinciale per il turismo di Avellino (Napoli: Edizioni
Pubblitaf, 2002).
8.
Campania
e Turismo: Avellino e la sua Provincia: Ente provinciale per il turismo
di Avellino (Napoli: Edizioni Pubblitaf, 2002).
9.
Guardia
dei Lombardi: Notizie di storia civile e religiosa: Don
Antonio Parziale (Materdomini:Valsele Tipografica s.r.l., 1996).
10.
Antica
funzione storica, sociale e legale dei soprannomi dialettali di Guardia
dei Lombardi: Stefania Giordano (Lioni: Rottostampa s.r.l., 2001).
11.
La chiesa
madre di Guardia dei Lombardi: Don Antonio Parziale (Lioni:
Tipografia Irpina, 2002).
12.
Irpinia
in cifre: Camera di Commercio di Avellino (Montella: Arti Grafiche
2000, 2002).
13.
Itinerari
in Irpinia: Amministrazione provinciale della Provincia di Avellino
(Avellino: Grafic Way, 2002).
14.
Irpiniagate: Goffredo
Locatelli (Roma: Newton Compton, 1989).
15.
I Dauni-Irpini: AA.VV. (Napoli:Generoso Procaccino, 1989).
16.
Riflessioni
di un liberale: Generoso Benigni (Lioni: Tipolitografia Irpina, 1998).
17.
Santa
Lucia nella valle del Sabato: Ottaviano De Biase (Lancusi:
Edizioni Gutenberg, 2001).
18.
Avellino
e l’alta valle del Sabato: Ottaviano De Biase (Avellino: Scuderi Editrice,
1997).
19.
Serino
antica e medioevale: Ottaviano De Biase (Prata P.U. : Idea Stampa, 1999).
20.
L’Irpinia
non corre più: Raffaele Aurisicchio et.al. (Serino: Stampa Editoriale,
2002).
21.
Ultime
voci dall’epicentro: Salvatore Piazzo et.al. (Napoli: Tullio Pironti
Editore, 1981).
22.
Sant’Angelo
dei Lombardi: La città di De Sanctis: Giuseppe Chiusano (Lioni: Tipolitografia Irpina, 1983).
23.
La rivolta
di Montefalcone: Edoardo Spagnuolo (Napoli: Edizioni Nazione Napoletana,
1997).
24.
Guardia
dei Lombardi: Echi di Storia: Aurelio Popoli (Lioni: Tipolitografia
Irpina, 1996).
25.
Sant’Angelo
dei Lombardi: Cittadini e famiglie: Giuseppe Chiusano (Lioni: Tipolitografia
Irpina, 1983).
26.
Grazie,
sisma: Rita Pennarola et.al. (Napoli: Tipografia Cafieri, 1990).
27.
Memorie
Conzane: Pro Loco “Compsa” (Conza della Campania: Edizioni Pro
Loco “Compsa”, 2000).
28.
Vocaboli,
poesie, canzoni, strofette e detti popolari in dialetto gesualdino: Mario
De Prisco (Ariano Irpino: Tipolitografia Lucarelli, 1996).
29.
Il brigantaggio
post unitario nella Morra di Francesco De Sanctis: Luigi
Del Priore e Celestino Grassi (Morra De Sanctis: Amministrazione comunale,
2000).
30.
Avellino
1799: Giovanni Pionati (Avellino: Edizioni Nuovo Meridionalismo,
1992).
Riviste sull’Irpinia
1.
“Lo Brigante”
2.
“Nuovo
Meridionalismo”
3.
“Civiltà
Altirpinia”
4.
“La Voce
della Campania”
5.
“Altirpinia”
6.
“Il Corriere
dell’Irpinia”
Film sull’Irpinia
1.
“È una
domenica di novembre”: Lina Wertmuller, 1981.
2.
“La terra
è fatta così”: Gianni Amelio, 2000.
Ai sensi della legge n.62 del 7 marzo 2001 il presente sito non costituisce testata giornalistica.
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