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Se è vero che non si può ri-scrivere la storia del “brigantaggio” basandosi sulle fonti liberali è anche vero che non le si può ignorare.

Spettatore privilegiato degli eventi, se dobbiamo credere a quanto scrive di se  stesso “sotto l'uniforme di uffiziale garibaldino mi trovava in questo tempo in Napoli”, il Cardinali ebbe accesso a documentazioni riservate (come Monnier grazie a La Marmora).

Non mancano nella sua opera squarci che rendono appieno la complessità della situazione che si era venuta a creare nella ex-capitale del Regno delle Due Sicilie. Ne riportiamo alcuni brani:

Il governo di Torino tratto improvvisamente, per forza di cose, a reggere questa provincia pretese d'un tratto trapiantarvi le proprie istituzioni, o almeno non tenendo conto delle abitudini, prepotenti dove imperano l'ignoranza e l'immoralità, s'inframise in tutto; tutto scosse e pose in convulsione, senza potere apportar rimedi radicali al male.

[…] Non avrebber potuto distinguersi in quel caos di voleri e disvoleri i Mazziniani, i repubblicani puri, i monarchici democratici, i costituzionali, i moderati, gli unitari, i separatisti o federalisti, annessionisti, murattiani, e poi Fariniani, Cavourristi, o anticavourristi ec.

[...] Risse, disfide, colpi di pistola non mancarono fra garibaldini e i forastieri della Mecca o i Cinesi, che così chiamavansi per dileggio i piemontesi, dai quali peraltro era partito il sarcasmo mortale contro i primi, esser dessi venuti a liberar l'Italia pel baracchino; vale a dire spinti dalla miseria e dal bisogno di mangiare e bere al bivacco.

La definizione “forastieri della Mecca o i Cinesi”, riportata da Cardinali, a proposito dei piemontesi a Napoli, non ci risulta sia contenuta in altre opere – e ne abbiamo lette a decine.

Se poi abbiamo la pretesa di trovare importanti notizie sulla guerriglia contadina o guerra di resistenza o brigantaggio che dir si voglia, resteremo senz’altro delusi. Si tratta di un’opera ricca di notizie (ad esempio riporta una manifesto di Chiavone, nel quale si parla di una armata di un milione di uomini, di sessantamila prigionieri e di diecimila fucilati – e siamo nel 1861), ma esse ruotano intorno ad un unico assunto: i briganti erano  una accozzaglia di malfattori al soldo di Francesco II.

Per concludere, una domanda: come faceva nel 1862 a pubblicare stralci di una relazione che sarebbe stata letta nel Comitato segreto della Camera dei Deputati fra il 3 e il 4 maggio 1863?

Dobbiamo concludere che ampie parti della commissione Mosca furono travasate integralmente nella relazione Massari?

Buona lettura.

Zenone di Elea – 4 Luglio 2017

I BRIGANTI E LA CORTE PONTIFICIA

OSSIA LA COSPIRAZIONE BORBONICO CLERICALE SVELATA

RIFLESSIONI STORICO-POLITICHE DELLA STORIA COMPLETA E DOCUMENTATA SUL BRIGANTAGGIO PEL

DOTT. EMIDIO CARDINALI

DI ROMA
VOLUME PRIMO

(01)

LIVORNO

A SPESE DEGLI EDITORI L. DAVITTI E C.

1862.

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I briganti e la corte pontificia ossia la cospirazione borbonico... - VOLUME PRIMO-HTML-01

I briganti e la corte pontificia ossia la cospirazione borbonico... - VOLUME PRIMO-HTML-02

I briganti e la corte pontificia ossia la cospirazione borbonico... - VOLUME SECONDO-HTML-01

I briganti e la corte pontificia ossia la cospirazione borbonico... - VOLUME SECONDO-HTML-02

PROTESTA DELL'AUTORE

L'autore ha parlato in quest'opera per ver dire e non per odio o malevoglienza altrui. Dichiara quindi che pel recente avvenimento de' fatti narrati, non ostante le coscienziose indagini praticate sulle verità, potrebbe per avventura farsi luogo a giuste modificazioni su i fatti medesimi tanto circa al loro sviluppo, quanto rapporto alle persone che vi parteciparono.

Egli quindi coerente al suo proposto, ad onor del vero, si presterà di buon grado in rettificare nelle ulteriori edizioni o per pubbliche dichiarazioni quanto gli venisse mostrato manco ed inesatto. 

EMIDIO CARDINALI

AGLI EGREGI SUOI CONCITTADINI DI ROMA

Dagli, stimoli incessanti degli eterni nostri nemici, fin dal Settembre 1859, sospinto nell'esilio, io mossi lungi da voi!....

Dal santuario pacifico de' miei studii balzato in una vita errante e penosa, vidi assai castelle e città, e quantunque punto nell'anima e precorso da espettative magnifiche, nulla mi s'ofterse si straordinario che a voi non mi ritraesse l'augusta maestà delle nostre mura e l'indole vostra singolarissima.

Tornò sovente il mio pensiero su voi con soave diletto, spoglio gradualmente delle fatali impressioni che aveami fitto nel cuore l'orma funesta de' nostri oppressori.

Splendenti per le stimmate gloriose de' vostri martirii, avvaloraste ogni dì più lo strepito della vostra fama. Le virtù avite che ripeteva appena una storia lontana, contesero redivive la palma alle prische; del nome Romano ogni terra fu piena, e, benché dal sepolcro, dardeggiò restaurata nel mondo una luce irresistibile.

Quanto mai, nella veneranda sventura di Roma, alto e difficile era il compito degli esuli vostri!... A rappresentar degnamente fuor di lei una patria per tanti titoli illustre, solenni doveri pesavano sullo schiavo romano in terra di libertà. Io che del numero era uno, ascrissi a debito mio il sobbarcarmivi.

Combattei le patrie battaglie, e ne' faticosi ozii di una pace tuttoché irrequieta, con que' di Roma i tanti mari d'Italia nostra volsi per mente, e l'idea m'arrise di segnalarli alla storia.

Quel tanto famoso brigantaggio che dall'una e l'altra Sicilia era disceso a contaminare la metropoli eterna, ampio subíetto me ne porgeva.

Risoluto a consacrar mente e cuore alla mia patria natia, fortunatissimo pensiero reputai (se pur per la mia meschinità non vengagli manco) il coronar la fronte di questo povero mio lavoro col vostro nome glorioso a pegno novello di amicizia, pel quale da questo luogo di libertà e di vita un saluto v'invìo di amore e di speranza.

E sperar lice a buon diritto, però che la diuturnità della sventura che da ornai lunga stagione inesorabilmente tra vostri recinti accoglie l'eco assordatrice de' patrii trionfi, quanti sol la fama ve ne conta; l'incredibile vostra fortezza che da civil senno infrenata, spande intorno l'odore di tante virtù, cospargono di fiori immortali quel sentiero invidiato che dovrà tardi o tosto in mezzo a voi canonizzare incontestabilmente il duplice primato dell’universo.

In cospetto alle dispute più ardenti che si agitassero mai, e che scevre dal monopolio di parziale discussione, per la libera voce de' parlamenti e de' popoli si annunziarono legittimamente alla coscienza universale, voi schivando ugualmente gli estremi, vi serbaste impavidi temperanti, e saggi sovra tutto valeste a discernere le teorie dalla storia, l'uomo dall'idea.

Assisi maestosamente a spettacolo della instabile vicenda di Francia, memori pur sempre dei fraterni trionfi non v'istempraste in conghietture individuali, ma rammentaste con miglior senno che l'idea divincolata da' privilegi castali, e infiltrata nella opinione sovrana, domina inesorabilmente nomi e avvenimenti, e che colui il quale non ne marciasse alla testa, n'andrebbe oggimai travolto. Quinci ne traeste fiducia e quella longanimità che in mezzo a tanta oppressione vi governa.

in seno alle artificiali menzogne, per le quali il sacerdozio prostituito vorrebbe la terra incardinata nel cielo, voi ripudiaste la causa perenne di tante sciagure nel principe, ma nel pontefice, che pur vi flagella, riconosceste il vitale principio della nostra grandezza, il contenente virtuale d'ogni civiltà, il sostanziale complemento della gloria e della supremazia di Roma, la quale dai fasci di Quirico al lauro imperiale, e da questo alla tiara santificata, raffermerà quella fase sublime di perfettibilità che, quasi periodo discontinuo, sembra divinamente predestinata a guida e faro indefettibile nel concerto provvidenziale degli eventi.

Eccitati da estremi partiti, quantunque frementi sotto le punte del servaggio, sapeste contenervi nella sobrietà ammirabilmente, e il saggio vostro Comitato, cui ogni elogio vien manco, tacciato di disonorarvi, rispose colla fermezza de' propositi, e di atti che tuttodì l'esito corona, devoto inamovibilmente a quel vessillo, da cui a buon diritto attende redenzione e salute.

Eran troppo eloquenti gli ammaestramenti passati, troppo amari i disinganni, perché il senno romano si ostinasse nei disconoscerli!

A prove troppo dure e generose era temprata la lealtà del magnanimo nostro Re, perché potesse per un istante declinarsi! Egli co’ piè su d'un trono avventurato su i campi di battaglia, e stringendo in pugno, a simbolo di giuramento e di vendetta, la palma del martirio dall'eroico suo genìto fe meritata, serbò gelosamente ne' penetrali della sua reggia il palladio della indipendenza e della libertà, ed era ingiuria e irriconoscenza frastornare il compito de' suoi intendimenti; era stoltezza precipitar gli avvenimenti, quasiehè egli o il suo governo non sapessero apprezzar il valore di una corona contesa con tanto sangue, ambìta da' più insigni re della terra, e le cui più preziose gemme sfolgorano rischiarate dalla inesausta luce della sua prostrata grandezza.

Fra colante splendide doti che vi fregiano, e vi rendono di speciale ammirazione degnissimi, quanto mai non impicciolisce al vostro cospetto la pochezza del mio ingegno e la mia oscurità? Se non che il cortese vostro animo mi conforta che non tanto a' miei concetti quanto al buon volere che ispirò queste carte, vorrete esser benigni e indulgenti.

E voi sovra tutti, che co' miei concittadini irredenti, dividete le pene acutissime della oppressione, amatissimi miei genitori; voi che sequestrati con loro dalla comune gioja di tanti trionfi de' quali m'onoro essere stato parte e testimone; voi che in tanto dolere, quello infinito pur racchiudete di un carissimo figlio e mio fratello, al quale da cotesti spietati mi fu niegato porger l'estremo bacio del sepolcro; voi sovra tutti accogliete queste povere fatiche, e se per le mie sincere aspirazioni verso la tanto sospirata patria nostra col buon viso de' miei compatriotti, un raggio di serenità io mi sappia apparso sulla corrugata vostra fronte, dirò d'aver còlto frutto ubertosissimo de' miei travagli.

Vivete felici.

Dott. EMIDIO CARDINALI.

Livorno 30 Maggio 1862.

I BRIGANTI E LA CORTE PONTIFICIA

_________

PRELIMINARI DELL'OPERA

I.

Còmpito rigoroso della mia opera è la storia del brigantaggio dalla sua organizzazione presso la corte romana, col corredo di opportune riflessioni politiche.

I fatti sanguinosi verificatisi precedentemente a quest'epoca nelle provincie limitrofe allo stato romano, appartengono alla reazione suscitata dalla presenza delle milizie regolari di Francesco II. Essa riproduce un insieme di mosse strategiche appoggiato più o meno da sudditi obbedienti tuttavia all'autorità regia imperante ancora in qualche angolo del regno.

La reazione non può strettamente confondersi col brigantaggio politico, il quale ebbe principio dalla capitolazione di Gaeta.

Nulla di meno i fatti si collegano e s'incalzano mutuamente. A preordinare il loro retto indirizzo, ho d'uopo concatenarli con richiamare succintamente i più urgenti che precedettero l'epoca ha me stabilita.

Mi vi accingo.

È noto come nel Napoletano, do da remotissimi tempi i briganti infestassero quella provincie.

La configurazione del suolo lasciato incolto, imboschito e quasi deserto da governi pessimi o infingardi, alimentava mirabilmente ne' suoi recessi la speranza impune d'ogni misfatto.

Oltre di che il misero abitatore di quelle contrade calcando un terreno ognor spaventoso quasi direi pe' primitivi sublimi orrori della natura, nel suo isolamento nomade ed eslege davasi di leggieri in balia alla rapina e alla strage.

La estensione interminata del territorio raccoglieva i moltissimi sopposti ad uguali condizioni, e la facile società dei malvagi stringeasi i nodi tenaci sotto gli auspicii della complicità e della preda.

La quantità dogl'individui pel tasso del tempo moltiplicatisi, le esigenze reciproche e crescenti, il riparto de' bottini, originarono l'idea dell'unicuique suum. Quinci la necessità di una gerarchia. Il brigantaggio si eresse in sistema.

Le ampliate tenebrose istituzioni s’intrusero ne' villaggi e nelle città, volsero all’indole di setta, e appellaronsi Camorra.

Una serie di dominazioni straniere dalle saracene, normanne e spagnuole fino ai nostri dì, eccetto i risaliti provvedimenti di Giuseppe Bonaparte e di Murat, non poterono o meglio non curarono disperdere queste torme infausto di ladroni. Sventuratamente costoro, come tutti gli stranieri imposti da fuori, vivendo più per se che pe' popoli, temevano meritamente per la conservazione di un potere eterogeneo e contrario all'assoluto diritto, e rifugiavansi a qualsivoglia spediente di salvezza. Essi atterriti primamente dalla difficoltà di spostare l'enorme massa di que' malfattori, finirono col ravvisarvi un efficace sostegno atto a neutralizzare le pretese politiche o a fiancheggiare una restaurazione.

I lazzari e i camorristi emanazione primogenita del vecchio brigantaggio, fornivano lo splendido corteggio di Ferdinando II nelle sue apparizioni popolari. Col numero e al sonito delle grida selvaggie di costoro egli Irrise sovente al fremito nazionale.

Francesco II nella sua esaltazione al trono bandì ch'egli non sperava poter uguagliare le virtù paterne. Pietoso consiglia, se col lugubre velame delle parole, figlio ossequente coperto avesse una fronte maladetta! Ma Francesco tenne in atto alla simiglianza di lui, sol coll'estinto genitore gareggiò di ferocia e di stoltezza.

La folgore di Dio l'avea percosso, egli cadde vinto a Gaeta, l'ora della sventura era suonata e misero colui che osato avesse aggiungere afflizione all'afflitto! Ma dacché lungi dal piegar la fronte nella polvere per adorar gl'inscrutabili decreti di Dio che giudica i popoli, e balza i troni come un fuscello, Francesco mostravasi pur sempre figlio non degenere dei fedifraghi di Francia, e di Spagna, de' spergiuri d'Italia, l'alleato d'Austria e di Roma mondana; dacché lungi dall'attendere l'opportunità di una rivincita con senno e civile temperanza, o coll'aprire leale battaglia, sceglieva tempo e luogo a selvaggia vendetta; dacché appostatosi come ladro di notte dietro i limitari del perduto suo regno rinfocolava le ambizioni perdenti; demoralizzava e corrompeva vieppiù un popolo già infelicissimo all'esca di quegli stessi tesori spremuti dalle sue vene: dacché improntato della maledizione di Caino, quasi unghia crudele lacerava senza ribrezzo le piaghe civili vive ancora e sanguinanti della. più insigne e sventurata nazione della terra ad uno scopo folle e frustrano, la riserva o l'omaggio del silenzio divenivano una connivenza ingiustificabile verso una segnalata ostinazione.

Francesco II liglio a scellerati consigli è il cento infaticabile moderatore delle stragi napoletane occasionate dal brigantaggio.

Grave è l'accusa. Taluno ne riderà, come se in quistione revocata fosse cosa per se stessa evidentissima. Altri però che estima tener pregio di moderazione, si stempra per lo meno nelle vie tortuose del dubbio, tra cui Marco Monnier scrittore del resto giudizioso in questa materia. Il truce dramma che son sulle mosse di svolgere non può rimanere acefalo del suo vero protagonista. Questi preliminari per avventura si prestano nel tentare almeno di spander luce sulla quistione; anzi per meglio riescirvi mi studierò di attemperarveli.

Imporre la mia opinione nol presumo. La imparziale coscjenza di chi mi legge dee portarne giudizio. A fare altresì che non dispaja solida in base la mia proposizione, o che da preconcetto studio io sembri distolto dal vero, reputo ben fatto rappresentar l'uomo nelle sue opere per indurne l'effettiva capacità conformemente ai fatti nefandi che prima e poi contaminarono la pura luce del sole. Ov'io questo omettessi, crederei confondermi colla folla di gratuiti oppositori, e la mia narrazione abortirebbe in una tesi sterile e generica, senza la soddisfazione di raggiungere una imputabilità illustre che per avventura non riesce a trafugarsi per gli avvolgimenti delle spire politiche.

So che talvolta lo splendore dell'ostro e la pompa regale lussureggiante par fatta arbitra del delitto, e superiore eziandio alla natura assoluta del male. Quanto a me l'abitudine o le fallaci apparenze non pervennero giammai a curvarmi la cervice, né mi scemarono l'ardire per sollevar lo sguardo e fissarlo coraggiosamente in faccia a colpevoli augusti. I miei occhi sfidano queste luci fatue, e altrettanto acuiscono i loro raggi quanto più l'orbita di esse avrebbe dovuto compiersi sotto l'influsso della edificazione e dell'esempio.

Asceso al trono Francesco II, non seppe o non ebbe il coraggio di smentire le vecchie alleanze, attecchite fra i Borboni a tradizione domestica. Partigiano della politica d'isolamento che ogni di più ponevasi fuor del diritto civile e della, protezione d'ogni governo, disprezzò i tempi e mal conoscendo gli uomini non seppe divellersi dagli antichi consiglieri della corona, mentre co' nuovi tenevasi dubitoso e tenace; fidò nelle sue forze più dalla brillante lor divisa esteriore sedotto che dal verace coraggio. Fazionato dai gesuiti non valse a munirsi di lena bastante per essere emancipato dalle dottrine eunuche illiberali, e aggiustate maestrevolmente a sistema preconcetto per un regno preponderante in Italia che servì già di addentellato nel passato, ed era predestinato a potente baluardo di future contingenze.

Dagli eventi sbalordito e dominato da sagace e bella consorte era egli al rimorchio delle circostanze.

Del resto di poche lettere, affabile in vista, ingenuo, ma ove pur fosse stato buono di cuore, per fatalità d'aderenze, d'uomini e di cose, inaccessibili al solo pensiero d'indipendenza e di libertà.

Ahi è questi pur troppo quel giovine sciagurato, sovra il cui capo stanno. irte le maledizioni di tante madri, di tante famiglie trucidate. Contro di lui il sangue italiano versato a torrenti, grida vendetta al cospetto dell'Eterno! Un monarca che si conosca anche elementarmente le arti dei governare, dee reputarsi il cittadino meno libero di tutti. Egli non può imporre a' suoi popoli la propria opinione individuale. Conoscitore del suo tempo, deve precorrerne i bisogni veramente sentiti, servirli per impadronirsene 'e dominarli.

Fare a fidanza co sudditi sulla punta di bajonetta mercenarie, o sull'eculeo degli artifici sono riboboli di tempi andati, e che più non ritornano.

Francesco però credendosi 'affrancato dallo scudo meduseo, e come se la tempesta intorno muggente dovesse, in grazia sua, ratténere pur gli aliti refrigeranti dell atmosfera; alle. imperiose voci di un legittimo progresso riconosciuto e tre fante, opponeva la corda, la colla e poco men che il rogo.

Garibaldi lo stordì ed alle efficaci persuasive del cannone di Palerno si scosse, ma non si riebbe.

Contortosi sconciamente in più guise, aggravò la propria situazione... Era tardi.... Non s'inviti potò, ma dagli ostacoli trasse nuova esca all'ardire. Stimò giunto il tempo che nulla, lecito o nefando che fosse, risparmiarsi dovesse per ovviare al pendio tremendo di sua rovina. Virtù, principii, onore, umiliazioni, preghiere tutto nel frangente dovea mettersi in giuoco. Il futuro forse avrebbe restituito normalmente le cose.

Filangeri da un lato incastellava nell'aria colonne mobili che scaglionate opportunamente nell'isola sarebbero piombate non attese su i punti di sommossa. Alessandro Nunziante apparecchiava un gran campo per tener in soggezione le Calabrie. Il re intanto stancava le corti europee, e implorava a 'inani giunta l'intervento collettizio delle grandi potenze. Il principe d'lschitella, e il cav. De Martino a Parigi e a Londra, il principe Petrulla in Vienna rimestavano principalmente l'argomento.

Ma i principii di recente invalsi sulla politica del non intervento, i precedenti dei reali di Napoli, i consigli delle stesse corti posti prima in non cale, ed oggi, per opportunità, in vista d'essere apprezzati, fruttarono ai messi amari rimproveri e l'umiliazione di rifiuti o indifferenza.

Costretto Francesco a ricader sopra se stesso, tentò opporre la propria all'Influenza di Garibaldi. Si volse dalle miaaacie alle lusinghe, spedì in Sicilia Ferdinando Lanza colla facoltà dell' alter ego promettendo un principe della reale famiglia, amnistia, ed altre franchigie.

Più tardi tornato al furore ordinava allo stesso Lanza la 4. z ione di Palermo prima di cedere a Garibaldi.

Seguita la capitolazione di quella piazza, affettava di non volerla riconoscere, e ad insinuare che non i devoti suoi sudditi, ma il tradimento avevano determinato le vittorie dl Palermo, sottopose a. giudizio lo stesso Lanza e gli altri generali Letizia, Landi e Cataldo.

La tempesta si addensava sulla capitale. All'idea terribile di.perderla si associava il fremito della vendetta. Sapeva Francesco che concessioni serotine erano peggiori di una sconfitta; argomento non dubbio di sfinimento governativo; l'agonia della disperazione. Non importa. Potevano forse i tiepidi arrestarsi, i baldi intimidirsi, i fidi raccendersi, la massa prestar fede, la milizia con promesse e straordinari stipendi ecciterai, la possibilità dell'evento dovea scongiurare la gravezza estrema de' pericoli. Di nuovo alle lusinghe.

Il dì 26 Giugno 1860 apparve in Napoli l'atto sovrano, pel quale veniva concessa:

— Amnistia generale.

— Il commendatore Spinelli incaricato della formazione di un ministero, e della compilazione di uno statuto sulle basi delle costituzioni italiane e nazionali.

— Alleanza ed accordi per l'interesse delle due corone e d'Italia.

— Bandiera tricolore collo stemma dei reali di Napoli. Istituzioni libere in Sicilia, e per viceré un principe di casa Borbone.

Com'era a prevedere, la più natural conseguenza delle larghezza accordate, fu scapito e la ruina definitiva. Il popolo ritenendosi beffeggiato si sollevò; i detenuti politici e gli emigrati profittando dell'amnistia soffiavano nell'incendio; Poerio e Mancini diffidavano potentemente l'alleanza proposta da Napoli con Torino. Lo stato d'assedio coronò lo stolto lenitivo della costituzione.

Il figlio del marchese di Villamarina, e più tardi il principe Petrulla ambasciatore di Napoli in Vienna ispirate da colloquia col conte di Rechergh ministro aulico, peroravano in Torino per una federazione.

Ii conte di Cavour senza accettare ne rifiutare, e fidente negli eventi, quanto di tanto effimere convulsioni irrisore, abilmente temporeggiava, il parlamento decisamente respingeva.

Frattanto Garibaldi minacciava Napoli, la costituzione era posta in ridicolo, l'alleanza coll'Italia superiore differita, i torbidi sempre crescenti, tutto forniva presagio di eventi terribili.

Nell'urto di tanto scompiglio sorse una voce, che per la sua eccezionale autorità non può a meno d'esser segnalata. Un reale borbonico lo stesso zio del re Francesco il conte di Siracusa in una sua lettera direttagli rivelava imparzialmente la situazione, le cause che la produssero, e le conseguenze che sarebbono derivate da inutili resistenze. Eccola.

Sire!

«Se la mia voce si levò un giorno a scongiurare i pericoli che sovrastavano la nostra casa, e non fu ascoltata, fate ora che presaga di maggiori sventure, trovi adito nel vostro cuore, e non sia respinta da improvvido e più fune sto consiglio.

«Le mutate condizioni d'Italia, e il sentimento della unità nazionale fatto gigante nei pochi mesi che seguirono la caduta di Palermo, tolsero al governo di V. M. quella forza, onde si reggono gli stati e rendettero impossibile la lega col Piemonte. Le popolazioni dell'Italia superiore inorridite alla nuova delle stragi di Sicilia, respinsero coi loro voti gli ambasciatori di Napoli, e noi fummo abbandonati dolorosamente alla sorte delle armi, soli, privati di alleanze, ed in preda al risentimento delle moltitudini che da tutti i luoghi d'Italia si sollevavano al grido di esterminio lanciato a contro la nostra casa, fatta segno alla universale riprovazione.

«Ed intanto la guerra civile che invade già le provincie del continente, travolgerà seco la dinastia in quella su prema rovina che le inique arti di consiglieri perversi hanno di lunga mano preparato alla discendenza di Carlo III di Borbone; il sangue cittadino inutilmente sparso, inonderà le mille città del reame, e voi un dì speranza e amore dei popoli, sarete riguardato con orrore, una cagione di una guerra fratricida.

«Sire, salvate, che ancora ne siete in tempo, la nostra casa dalle maledizioni di tutta Italia! Seguite il nobile esempio della nostra regale congiunta di Parma che allo irrompore della guerra civile, sciolse i sudditi dall'obbedienza, e li fece arbitri dei propri destini. L'Europa e i vostri popoli vi terranno conto del sublime sacrifizio; e voi potrete, o sire, levare confidente la fronte a Dio, che premierà l'atto magnanimo della M. V. Ritemprato nella sventura il vostro cuore, esso si aprirà alle nobili aspirazioni della patria, e vol benedirete il giorno in cui generosamente vi sacrificaste alla grandezza d'Italia.

«Compio, o sire, con queste parole il sacro mandato che la mia esperienza m'impone, e prego Iddio che possa illuminarvi, e farvi meritevole delle sue benedizioni.

«Napoli 24 Agosto 1860.

Cotanto benevoli consigli rimasero frustrati. Il re nella fatale alternativa o di soccombere in Napoli in un sol giorno; ovvero di affidare alla sorte delle armi i suoi futuri destini, il dì 6 settembre sgombrò dalla città, colle più fide reliquie dell'esercito si ridusse dietro la linea del Volturno.

Il dittatore Garibaldi nel giorno vegnente fè il suo ingresso trionfale nella capitale delle Due Sicilie, seguito non guari dopo da' suoi volontarii.

La corsa prodigiosa di tanti avvenimenti da Palermo fino a Capua, in tratto sì breve, aveva vinto le più ritrose espettative sì in Italia che all'estero, e Francesco ingolfato nell'avventurare tanti e così diversi esperimenti di transazione, erasi tenuto in serbo gli estremi e i più terribili, la reazione e il brigantaggio.

Finch'egli si tenne racchiuso in Capua, riponendo forse nella lunga resistenza e negl'indugi un barlume di salvezza, i rapporti colla diplomazia, e le difese della piazza, assorbivano le sue cure, né volse con troppa sollecitudine il pensiero ad armare la reazione. Arroge che lo scompiglio fragoroso de' mutamenti politici, e le diverse tendenze, gl'interessi scossi e compromessi; le gare titubanti di partito nuove e vecchie; le convinzioni non per anco decise, vietavano di posar sicuro il piede e fare assegnamento sopra chicchessia.

Ma quando colla improbabilità della vittoria venne scemando la speranza; oltre ogni credere Francesco incrudelì per inaudita ferocia.

La face tremenda della reazione egli scagliò nelle provincie limitrofe allo stato romano.

Il forte di Gaeta e Civitella del Tronto, ne proteggeva i fianchi mentre intanto corpi di milizia regolare diretti anche a tenere in iscacco i soldati italiani che accennavano ad una ricongiunzione con quel di Garibaldi, incoraggiavano la sommossa.

Gli orrori commessi in brevissimo periodo di tempo in questi miseri luoghi influendo potentemente a coartare l'accusa grave che pesa sul capo di Francesco, non posso. trattenermi dal preporre ai miei lettori uno spicilegie sommario di fatti sulle tracce autentiche di inchieste giudiziali già praticate ne' luoghi respettivi, affinché possano essi venir in grado di portarne compiuto giudizio.

Dopo essere stato egli scacciato da quasi tutto il suo segno, cominciò col mettere in istato d'assedio tutti i paesi da lui occupati e fece man bassa su tutte le casse di beneficenza comunale ed altre istituzioni PRIVATE; impose gravissime tasse; distrusse qualunque libertà; licenziò la Guardia Nazionale, disarmò la borghesia, e vi sostituì un accozzaglia di plebe armata, servendosi, riguardo a quelli che infestavano le strade, di gendarmi travestiti per promettere a tutti eguale impunità per qualunque furto, assassinio o delitto che potessero commettere in nome di Sua Maestà.

Infatti, appena s'installò il governo borbonico a Gaeta incominciarono la reazione, gli assassini, le spogliazioni, gl'incendii, i quali evidentemente erano eccitati e ordinati dal governo.

Fra gl'innumerevoli fatti citerò i seguenti: Francesco II con decreto 6 ottobre investiva dei più estesi poteri, col titolo di alter ego, il maresciallo Luigi Scotti-Douglas, e quest'ultimo, alla testa di 1200 soldati e più migliaia di contadini da lui arruolati ed armati, precorse il distretto di Piedimonte e d'Isernia, sollevando dappertutto l'intima plebe contro la borghesia, ciò che prova la terribile reazione che si era manifestata ad Isernia, e nei paesi limitrofi al momento stesso del suo passaggio.

Egli medesimo attaccò i Piemontesi sul Macerone e completamente battuto in poco volger di tempo, si rese prigioniero al generale Cialdini con un gran numero di ufficiali e parecchie centinaia di soldati.

Il governo di Gaeta arruolò in tre battaglioni, per opera dello stesso generale Scotti, una massa di gente detta volontaria, che si componeva in gran parte digaleotti usciti o fatti uscire dai bagni dello Stato e di ladri confinati nella isole di Ponza e Ventotene: Questi battaglioni, tanto per la loro origine, quanto per le loro azioni, principalmente nei distretti di Sora ed Avezzano, erano comunemente chiamati battaglioni di saccheggiatori, e gli ufficiali borbonici stessi li distinguevano con questo titolo per non andar confusi sotto il medesimo stigmate d'infamia. I furti, gli assassinii, gl'incendii, commessi da questi battaglioni, furono innumerevoli.

Dal ministro di Francesco II, Pietro Ulloa fu emesso un gran numero di biglietti reali e distribuito alla feccia del popolo rotta ai delitti, dando ai portatori il diritto di chiedere l'appoggio dell'autorità e della forza pubblica per qualunque atto volessero consumare. Da questi uomini derivarono tutte le reazioni.

È ancora un fatto pubblicamente constatato che questi medesimi uomini distribuirono ai contadini, abusando della loro credulità, dei piccoli pezzi di carta bianca, assicurandoli che erano stati inviati da Francesco II, il quale accordava loro per otto mesi, in virtù di questa carta, la facoltà di commetterequalunque specie di delitto purché tornasse in favore della causa.

La città d'Isernia è stata il teatro delle più grandi atrocità. Si riunì un gran numero di contadini e gendarmi, che, ad un'ora fissata, non solo saccheggiarono tutte le case dei borghesi e bruciarono il palazzo Jadossi, stato deputato al Parlamento nel 18!18, ma pugnalarono e fecero a pezzi suo figlio dell'età di 21 anno circa, dopo avergli tolto gli occhi ancora Caro.

Nella stessa notte furono trucidati Cosimo di Bagis, ricco ed onesto proprietario ed altri molti. Il giudice del circondario si salvò solo, perché perduti i sensi, cadde a terra dopo cinque gravi ferite ricevute alla testa.

Simili carneficine ebber luogo nel tempo istesso in altri paesi circonvicini, e specialmente a Forlì a Civitanova, nella qual terra un onorevole sacerdote fu tagliato a pezzi.

E In un processo sommario istruito ad Isernia, due testimoni oculari, Francesco Taradisori, e Desimone, ci hanno fatto raccogliere i nomi degli autori di tali atrocità: questi nomi sono precisamente quelli che sono notati in margine tu una supplica diretta da essi a Francesco II, nella quale domandano. armi e munizioni e narrano come il 1 ottobre svaligiarone, due vetture ed inviarono il prodotto del furto al palazzo di Gaeta: che in oltre essi avevano arrestato parecchi individui, tra i qualiun giudice ed un prete, ch'essi tenevano rinchiusi nulle prigioni di Forlì. La concordanza dei nomi pronunciati dai detti testimonii con quelli notati nella detta supplica, in cui si legge inoltre la scrittura autografa di Francesco il prova ed evidenzia donde siero partiti gli ordini di tutti cotesti orrori.

Nelle istruzioni del detto processo fu interrogato un malvivente di Civitanova, uno tra i capi della reazione, accusato di aver messo in brani il corpo d'un sacerdote come sopra si disse. Questo colpevole, nomato Solideo Ricci nella deposizione che ha firmato assicurò che il vescovo d'Isernia, ora fuggiasco, proclamato aveva dal pergamo i diritti illimitati che S. M. Francesco II ai suoi fedelissimi sudditi, per la difesa della propria causa.

La supplica indirizzata da Antonio Lelli e Nicola Onorato di Forlì a Francesco II, nella quale, dopo aver raccontato come essi disarmassero la Guardia Nazionale del paese, ed imprigio nassero il giudice ed altri molti, armarono in seguito il popolaccio e si recarono a Casteldisangro per eccitare il popolo contro i borghesi, e invitarlo ad imitare l'esempio di Forlì.

Essi aggiungono che quella plebe obbedì alle loro istigazioni, ferì il giudice del luogo Antonacci e due altri liberali, e incendiò un palazzo alle grida di Viva Francesco II. Per questi, motivi i supplicanti domandano un impiego a Francesco II.

Questi dj propria mano, l'8 ottobre, segnò con matita a tergo l'istanza per la remissione di essa al ministero dell'interno, dal quale, con decisione dell'11 ottobre in data di Gaeta, indirizzala al sottoluogotenente d'Isernia, num.351, rinviossi l'istanza medesima perché si facesse rapporto in merito ai postulanti, onde poter dare alla loro richiesta le debita evasione.

A Teano, il generale Alfieri di Nivera, l'11 settembre, alla testa delle sue colonne, mentre passava in vicinanza dell’abitazione del prete 19. Tommaso Fumo, uomo benemerito per aver mantenuto l'ordine del paese, eccitò a tal punto la truppa e la plebe, che la casa del detto Fumo ne andò saccheggiata e incendiata, e minacciate di morte tutte le oneste persone che trovarono solo scampo nella fuga.

A Roccaguglielma, i reazionari, composti di gendarmi e della freccia del popolo, s'impadronirono del barone Rosselli e del fratello di lui; dopo averli sottoposti a mille torture, li decapitarono, e per più giorni tennero le loro teste affisse e picche innanzi alla caserma. In pari tempo bruciarono il palazzo Rosselli e quello di Fontesone; e, dopo aver sostenuto tutti i cittadini, li condussero a Gaeta in prigione.

Il giudice di Roccaguglielma, tentò invano di procedere contro i carnefici del Rosselli, poiché n'ebbe divieto da Francesco II; oltre a ciò che meglio fa comprendere che tutti siffatti orrori traggono origine dagli ordini di Francesco II emanati da Gaeta, è il fatto dell'imprigionamento di gran numero di onesti uomini che sono stati condotti a Gaeta, dai medesimi paesani armati che commisero gli incendi e i massacri.

La rivoluzione intanto trionfante; il soccorso oltrepotente dell'esercito italiano; lo scoraggiamento de' partigiani del re, escludevano pur anco l'illusione del dubbio a favorevoli presagi.

Ma non capivagli in mente come le potenze d'Europa cotanto interessate a sostenere il principio della sovranità, non paventassero i moderni principi sovversivi degli antichi ordini, si ristessero indifferenti, anzi talune coraggio persino si studiassero infondere col plauso o col rifiuto. Per non lasciar nulla intentato, con disperata energia di termini tentò sobillare, se lo avesse potuto, le viete suscettività, ponendo in rilievo i pericoli che incontravano tutti i troni sotto l'impero delle novelle dottrine.

IL diritto divino era l'appello peregrino scosso dalla polvere secolare delle vecchie cancellerie.

Il ministro degli esteri Casella da Gaeta l'invocava fervidamente, e rampognava senza riserbo ai sovrani d'Europa perché «non seppero o non vollero rispondere che mediante voce o consigli».

Le potenze d'Europa che si travagliavano a vicenda in una gara d'influenze diverse tra i vecchi e i nuovi sistemi, per dar segno di vita, andavano vagheggiando un congresso da tenersi in Varsavia proposto dall'Austria e appoggiato dalla Russia. Francia prodigava consigli, e carezzava la vittima, volteggiando colla squadra di Barbier LeTinan nelle acque di Gaeta. L'Inghilterra al contrario per non rimaner seconda in Italia, spacciava biasimi contro il re agonizzante, ed inneggiava alla indipendenza e all'unità italiana. Il parlamento prussiano forzava il governo dichiarandonon essere interesse del rei della Francia, né della Germania l'opporsi alla costituzione d'una Italia unita. La Spagna commuovevasi in querele per l'imminente finale disastro del suo congiunto. In genere però più irritata che scossa l'Europa dalle acerbe rimostranze di un re che per aver fatto carne de' suoi popoli, e per la ostinazione del suo mal governo s'era tratto addosso una riprovazione eccezionale indipendentemente anche dai reclamati principii, rimasero effettivamente impassibili al rovescio del suo trono, che cadeva inesorabilmente senza compianto.

Ogni adito di speranza ormai era chiuso, ogni tentativo esaurito. La squadra francese scomparsa dalle acque di Gaeta, aperto il fuoco della piazza agl'italiani, stretto il blocco dal lato di mare. Sull'inutile vessillo non più il giglio borbonico, una la sentenza fatale era scritta per Francesco—il banco perpetuo da' suoi regi stati.

Nell’universale abbandono, curvo a meditar la colpa, non una stilla di pentimento ne' suoi smaniosi pensieri; non un sussulto del rimorso. Avea flagellato i suoi sudditi, maledetto alla causa nazionale, agitato sossopra l'Europa. Ora restavagli a sconvolgere il cielo, ed egli già lo avea risoluto. I ministri di Dio, o meglio di Satana, sozzi d'ogni terrena libidine sedeano in Roma. Egli elesse l'augusta metropoli per finir di colmarla d'ogni abominazione. Quivi dall'assassinio e dai ladroni careggiati proponeasi ritorre conforto alle sue crudeli speranze.

Il pugnale doveva esser la sua spada; l'insegna di sangue la sua bandiera. Le generose popolazioni delle due Sicilie in pena delle loro aspirazioni nazionali venivano condannate a portare il retaggio funesto di sterminio da chi pur osava intitolarsi loro padre, e ministra innocente di tanti orrori doveva forzosamente apparir la loro stessa consorella primogenita; quella Roma, il cui braccio incatenato pareva armato di scure, e pur col gemito nel cuore aprivasi all'amplesso.

Il brigantaggio era proclamato.

Era giunto uno dl que' momenti previsti dalla tolleranza de' governi di Napoli quanto ai briganti indigeni. La restaurazione' ne abbisognava, e per lei diveniva un diritto il consacrarlo. Il delitto dovea perdere la sua natura, e divenir sorgente d'industria, la carneficina ed il saccheggio il sovrapremio del trionfo.

Non era per aoco disperso l'ultimo covo della dinastia in Gaeta che già dagli elementi ostili del regno, e dalle stesse sconfitte, traevasi esca a novelle speranze.

Gli accordi con Roma divenivano oggi di più evidenti ed attuo, i, benché si tenessero occulti possibilmente. Gli elementi perdenti della rivoluzione napolitana; i funzionarii militari e civili compromessi nelle vecchie provincie; i resti dell'esercito borbonico penetrato nello stato pontificio; i superstiti delle bande reazionarie conquise negli Abruzzi i malfattori rifiutati dal governo italiano, i malcontenti, i fanatici e gli esteri fornivano base di future operazioni.

I conti di Trapani e Trani, la regina vedova, il ministro Carbonelli, vani membri del corpo diplomatico comunicavano personalmente con Roma. Quivi il De M erode, l'Antonelli, e i gesuiti già a proprio conto in corrispondenza coi clubs legittimisti europei prima de' fatti di Castelfidardo, ora sulle stesse tracce rinnovavano patti e alleanze. I comitati borbonici e sanfedisti disputavansi le respettive giurisdizioni; si apparecchiavano gli armamenti; raggrennellavansi i combattenti. Subiaco, Frosinone, e Trisulti venivano designati a centri principali delle mosse imminenti. La Granfie, e Giorgi sconfitti negli Abruzzi già garbugliavano in Roma, Intanto le provincie dello stato napolitano costituite sotto lo scettro sabaudo, tra l'antica corruzione, gli abusi d'ogni sorta, e le esigenze de' tempi novelli agitavansi orribilmente. Il gittarvi per entro la face della discordia e la diffidenza era assai più agevole agl'inimici, di quello che fosse dato ai patriotti d'insinuare efficacemente tolleranza e abnegazione in mezzo allo scompiglio d'interessi e di passioni tumultuanti.

Il clero incorreggibile sempre, e schiavo della caparbietà di Roma alimentava l'incendio. Gli esempi di adesione al governo, benché nel vecchio reame più frequenti che altrove, tuttavia limitavansi a poco, ed erano insufficienti in concorso degli ecclesiastici recalcitranti.

La parte repubblicana sebbene in grande minoranza, non ometteva occasione per vantaggiar le propria causa, e trasmodando talvolta offriva occasioni involontarie di speranza alla restaurazione.

La diplomazia europea fluttuante divisa e idolatra perenne de' suoi avvolgimenti, sorvegliava gli avvenimenti che nondimeno la precorrevano e le guizzavan di mano. Lo stato critico dell'Austria, e della confederazione germanica in generai, le questioni slavo-magiare minacciose in Ungheria, la Rumenia, la Danimarca, la Grecia fremente, l'Oriente, il Libano e Damasco in preda agli eccidii cristiani; e poi le gare Incessanti tra le repubbliche del nuovo mondo, e gli Stati Uniti; quasi dovunque i governi in dissenso coi parlamenti e coi popoli offerivano prospettive sempre nuove da costernare i publicisti più arguti.

In mezzo a lotte cotanto discordanti e precipitose, ogni partito risuscitava rancori e speranze, e ciascuno nella propria periferia agitantesi, urtava, irrompeva, e mirava a distruggersi o compiersi ll governo italiano d'altronde venuto, in dominio della rivoluzione valevasene con tutta energia. Precipitava la sua azione per restringer le combinazioni, e signoreggiar gli eventi col maggior numero di fatti compiuti. Con mirabili opere d'assedio affrettava la resa di Gaeta, discioglieva l'esercito garibaldino, e con quello nazionale l'armonizzava; i lavori politici e amministrativi, come meglio venivagli fatto, s'aggiustavano alla situazione.

Nel conflitto reale e possibile degli avvenimenti la politica d'aspettativa arrideva ai soccombenti nel grande cataclisma.

Gaeta finalmente il dì 13 Febbrajo 1861 s'arrese alle armi italiane, e Roma solamente in Italia presentava all'ex--re un punto strategico per mantenere vivo il disordine; inceppare le nuove istituzioni, e tentar d'insinuare all'Europa (che pareva restaurarsi sotto l'influsso del suffragio universale) coll'artifizio della sedizione che il maggior numero de' suoi sudditi oppressi dal dispotismo militare, serbavasegli fido. Ad ogni modo l'Austria e i Gesuiti dimandavano tempo per intendersi, e di fronte ai vantaggi formidabili che potevano attendersi da loro, ogni sforzo doveva esaurirsi fino all'estremo. Francesco che da niuno aveva abborrito a tali pensieri rinfrescava le proprie illusioni, e schiudeva munificamente i propri tesori per vivificare il raggio declinante della sua stella. S'appigliava miseramente al brigantaggio come mezzo pel quale lusingavasi temporeggiando ricuperare il perduto.

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II

In virtù della capitolazione il re colla sua famiglia dovevano sgombrare Gaeta. Varie e diverse erano le voci quanto al punto del suo indirizzo. La corte forse lo aveva ad arte disseminato per occultar meglio le vere intenzioni, nella tema pur anco che per le estreme condizioni della piazza, (ove avessero potuto antivedersi tanti disastri quanti seco ne addusse la presenza di Francesco troppo finitima ai vecchi suoi stati), fosse stato costretto ad allontanarsi dall'Italia.

Taluni pensavano che il re si portasse presso alcuno dei suoi congiunti in Ispagna, o nella Baviera nel castello di Bans presso Lichtnfels proprietà del duca Massimiliano padre della regina. Altri pretendeva che passasse per Trieste a Monaco.

Nulla di tutto quanto conghietturavasi comunemente. Il general Casella faceva pervenire al console generale di Francia il sig. di Bodin un invito per ottenere a disposizione del re il vapore francese la Mouette. E la mattina alle ore sette e mezza antico. era già in cospetto di Gaeta. Il re colla sua consorte Maria Sofia che l'ira e il dolore avea per tempissimo desti, attendevano in una modesta lancia, circondati da tenue corteo di amici e servitori, fra cui vuolsi vi si distinguesse camuffato il general Bosco co' suoi mustacchi attorcigliati. Le mura erano affollate di militari. Strani affetti ed opposti suggeriva loro la circostanza. Fidi soldati che col re loro duce supremo avean diviso stenti e pericoli, la pietà che nel flagrante momento di un'alta sventura tra gli umani, non abbandona nemmanco i malvagi; italiani che dopo stragi cotanto sanguinose ereditavano il trionfo della loro patria comune; congiunti cui era dato riaprire le braccia ai loro padri e fratelli, tra il dolore il gaudio e la speranza su tutti i volti era scolpito uno stupore ineffabile.

Il silenzio era universale, e parca che tutti ambissero far tesoro delle estreme parole che il vinto dominatore del regno per avventura potesse scolpire dall'ultima spanna di territorio che ormai sotto il piè gli mancava.

Accrescea solennemente la mestizia dell'atto l'infelice regina che in ricche vesti negligentemente leggiadra, dal suo sublime dolore era fatta più bella e maestosa.

Quando la Mouette si fa a poca tratta dal picciol legno dov'erano i reali conjugi, il commendatore Besi richiese il capitano se tutto fosse in punto per ascendere il naviglio. Ed avutane affermativa risposta, il re senza più, con passo franco intrepidamente salse la scala, seguito dalla regina Sofia insieme alle due fide dame la Renda, e San Cesareo. Indi il resto del corteggio.

Francesco avea tra mani un sigaro accesa, e benché un forzoso sogghigno di tanto in tanto rivelasse l'interno abisso dell'anima, pareva che egli fossesi proposto sfidar con stoica indifferenza e col dispregio le aspre ingiurie di fortuna. Passeggiava e parlava disinvolto co' suoi ufficiali, venutagli poscia per mano una seggiola vi si assise. Maria Sofia non era lungi da lui, ma men curante di far velo all'immensa doglia che l'opprimeva, era in vista crucciosa e taciturna, e senza porvi mente gli occhi avea rivolti verso Gaeta. Il re s'avvenne in lei, e per quell'arcana trasmissione degli affetti, cui non giungono gli artificii a schernire, si tacque e parve soprappreso istintivamente da profondi pensieri.

A un tratto s'udì uno strepito festoso di fanfare e tamburi. Erano i valorosi battaglioni italiani che in lunghe righe da Montesecco marciavano alla volta di Gaeta.

Francesco scosso da tal suono si atteggiò al primiero sogghigno beffardo, e levatosi, agitò in aria il suo berretto gallonato. Gli amici compresero ch'egli voleva con quell'atto paralizzare la trista impressione dilla circostanza e sciamarono unanimemente Viva il rei e viva il re ripeterono i soldati dalle mura.

Formavano il suo corteggio i seguenti personaggi: I conti di Trani e Caserta — Principe di Ruffano, maggiordomo della casa reale — La duchessa di San Cesareo dama d'onore della regina — Conte di Cupaccio Derda, cav. di compagnia del conte di Trani — Cav. Ulloa ministro generale del re — Monsignor Callo suo assistente — Cav. Ruitz de Ballestrera segretario del re — Tenente generale Riedmotten—General Bosco — Generale Schumacher — General Pasqua — Colonnello Pisacane — Tenente colonnello Besio—Maggiore Winspeare —!l capitano Ferrari ajutante del generale Bruncuccio— Colonnello Crisanolo — Capitano Luback, ajutante del generale Riedmotten — Capitano Alfonso Pfiffer, ajutante del generale Schumacher—Renda, secondo tenente, ajutante del general Bosco — L'alfiere di vascello Renda, ajutante del general Pasqua. Tra i segretari ed impiegati ne' ministeri noveravansi Orlandi, Polpi, Monti, Necco.

La Mouette solcava già l'infido elemento, e poco stante scontravasi con altro legno francese che a gran vapore tenea la direzione di Gaeta. Francesco temendo forse gli fosse inibito di approdar liberamente dove più gli talentasse, ne richiese quel capitano, e n'ebbe in risposta che ove meglio le piacesse avrebbe potuto metter piè in terra, eccetto che nel napoletano.

Allora egli accennò (e fino a questo punto tutto era stato mistero) coll'indice verso Terracina.

Lungo il cammino parve ch'egli si tenesse saldo nel proposito di dominar la terribile sua situazione serbando un contegno quasi apatico; o sia piuttosto che la età lo rendesse men suscettivo dell'immensa portata d'una provetta. ambizione, egli andava deludendo il suo dolore con frivoli discorsi fin quasi alla ridicolezza del trastullo, mentre all'opposto la sua augusta consorte mestamente severa e assisa immobilmente mostravasi di parole avarissima: Dopo breve tragitto posò il re alquanto in Terracina, ma guri non vi s'intrattenne. Dispose che un vapore spagnuolo ancorato in quel porto i suoi effetti asportasse; indi atteso già da varie carrozze, scortato da buon numero di dragoni francesi colla sua consorte e seguito si diresse alla volta di Roma.

Nella notte del 15 all'ora prima antim., l'ex-re e l'ex-regina penetravano in Roma per la porta S. Giovanni.

Monsignor Borromeo Arese maggiordomo — Monsignor Pacca maestro di casa, e due camerieri segreti inviati dal papa, accolsero la sventurata famiglia di Borbone.

Il Quirinale era l'alloggio che S. Santità metteva a disposizione degl'illustri suoi ospiti.

Quivi il cardinale Antonelli li ricevé splendidamente, e confortandoli di parole dolcissime, lasciò per allora che liberamente penetrassero negli appartamenti loro assegnati.

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III

La notizia della capitolazione di Gaeta oscillò quasi in un punto su tutti i fili telegrafici d'Europa. Colla rapidità del fulmine migliaia di cuori palpitarono e agghiacciarono ad un tempo. La cessata resistenza di quella fortezza che compendiava da un lato speranze supreme per gl'inimici d'Italia, cangiò radicalmente la posizione politica. Stornò e disperse mille progetti, e colla rimozione definitiva di un fornite potentissimo di rivolta nel regno, pareva alla fine allontanato il flagello della guerra civile. Aprivansi i cuori ad immensa gioia nell'apprender consolidati i voti unitari della costituzione italiana. Tal era la generale convinzione, e lo stesso re Vittorio Emanuele nel discorso di apertura al parlamento francamente lo annunciava.

Un grido solo di allegrezza risuonò in tutti i punti della penisola; scioglievasi ogni lingua in sincere benedizioni all'Altissimo verso una tanto visibile provvidenza, e Io straniero non sempre sincero ammiratore delle nostre glorie, pur per fato di eventi tesseva corone ai trionfi imperituri delle armi italiane! Se non che al lietissimo annunzio della resa tenne dietro la nuova che Francesco II lungi dal ritrarsi presso la famiglia di qualche reale d'Europa suo congiunto fuori d'Italia, come generalmente credevasi, egli aveva preso stanza in Roma presso il pontefice, col quale o col suo governo il concorso delle circostanze faceva meritamente argomentare un accordo prestabilito.

Un lampo funesto balenò nelle menti, e conoscendosi per una fama importuna qual fosse Roma sacerdotale, ed in quali mani, s'adunasse la somma delle cose, fu unanime il pronostico di novelle sventure. Tanto sangue non era bastato, altri ed altri torrenti dovevano forse disserrarsene; un novello battesimo doveva consacrare la fede e l'eroismo degl'Italiani.

Sembrava altresì impossibile che ammaestramenti cotanto solenni non possedessero il valore di far cadere nel vuoto le illusioni, e a desistere da folli conati di una probabilità infinitamente minore ai mezzi prepotenti che un buffo può dirsi aveva poco stante disperso.

Ed in verità pareva che i primi suoi moti accennassero alla sfiducia in ulteriore resistenza sotto qualsivoglia forma. Di fatti due giorni dal suo arrivo in Roma egli faceva dichiarare dal suo ministro Del Re che — fino a tanto che il re sperava soccorso egli credette dover continuare a difendere la causa della giustizia e quella del popolo suo — ma — il cuore di un padre doveva porre un limite ai sacri fezi de' suoi figli d'ora innanzi senza utilità, senza speranza alcuna. — Egli erasi altresì insediato in Roma, in quella sentina di tanti mali, e da un tal centro strategico tentava atterrire le potenze col proporre loro l'alternativa, o di un congresso dell'Europa riunita a decidere sugli affari d Italia: o di una guerra irregolare e disperata. dalla quale, congiuntamente a qualche destro contraccolpo politico, potesse escirne compromessa la pace generale.

Sua Maestà (ripigliava il sopra detto ministro) non vuoi provocare affatto agitazioni nel regno, ma quando i suoi fedeli sudditi ingannati traditi oppressi spogliati alzeranno le loro braccia animate da un sentimento comune contro l'oppressione, il re non abbandonerà la loro causa. Per evitare cionnonpertanto l'effusione del sangue, e l'anarchia che mi naccia di rovinare la penisola italiana, Sua Maestà crede che l'Europa riunita in un congresso dev'esser chiamata a decider degli affari d'Italia.

Frattanto colla presenza in Roma minacciava effettivamente la realizzazione de' suoi progetti; d'altra parte tentava colle parole allontanarne l'idea.

Tempo verrà (proseguiva misteriosamente' lo stesso) in che variando le circostanze, il legittimo sovrano si appellerà alla fedeltà de' suoi sudditi. Niun pensiero d'impazienza o di ambizione non affretterà questo supremo momento. Ma frattanto è risoluzione del re il fare qualsivoglia sacrificio per evitare uno spargimento di sangue e risparmiare al regno delle Due Sicilie inutili agitazioni.

E vi è motivo a credere che l'ex-re veramente avesse cominciato dallo spedire ordini ad alcuni capisquadra negli Abruzzi di metter' giù, le armi, e discorre le, bande, rendendo loro grazie di tanta fedeltà, la quale non doveva ulteriormente avventurarsi in inutili esperimenti.

Egli per Io meno prostrato dagli avvenimenti e di fronte alla tenace apatia de' gabinetti verso la sua causa, pareva divenuto sensibile ai replicati colpi della sventura, e accennava apparecchiarsi a rassegnazione. Violenta virtù se vuolsi, ma l'astenersi dal tentar combinazioni possibili, sebben rimote dalla riescita, sarebbe tornato ad utile grandissimo, e risparmiato avrebbe tanti orrori alle desolate provincie di Napoli e all'Italia.

È debito di giustizia che l'istoria tenga in prezzo anche il pensiero anche il dubbio lorché trattasi di rilevarlo vantaggiosamente a profitto di un illustre infortunato il. quale più che i proprii scontò gli errori degli avi suoi, e seguendo il costume, ribadì anche una volta le colpe secolari della casa di Borbone.

Ma egli era in Roma! E v'ha forse in Roma qualche cosa d'inviolato o di santo che per misere cagioni terrene non venga manomesso? Pub forse un saggio avviso o uni cristiana resipiscenza allignare dove all'empietà ed alla perfidia s'appajano il furto e la baratteria? Se la causa di Francesco era parzialmente spacciata, poteva risuscitarsi a nuove speranze sol ch'egli rannodasse le proprie risorse di uomini e di denaro colla forza formidabile della causa temporale del papato, l'una avrebbe giovato all'altra, e potevan salvarsi ambedue. Da ultimo in un caos novello di cose le tresche del governo e l'opera tenebrosa de' Lojoliti sarebbersi stupendamente alimentale.

Tanto bastò. Caduto tra gli artigli dell'Antonelli, e di un Merode patrocinatori mercenirii di tutti i vecchi reclami d'Europa; facile egli nell'ardore della passione a ridestare in se le prostrate lusinghe al suono di progetti seducenti e fragorosi, desse miseramente alle suggestioni, e ripigliò a battere la carriera del delitto e della strage.11 vaticinio terribile del suo, congiunto l'ottimo conte di Siracusa doveva fatalmente avverarsi.

— Il sangue cittadino inutilmente sparso inonderà le mille città del reame, e voi un di speranza e amore dei popoli, sarete riguardato con orrore, unica cagione di una guerra fratricida.

IV

Roma adunque, questa madre generosa di mille eroi; maestra universale di religione e di civiltà; restituita ultimamente all'onor vetusto di Capitale d'Italia dal primo suo parlamento, scevrata tuttavia dalle membra, e diseredata dal comune gaudio de' suoi confratelli, apparirà la complice, la coadjutrice nelle opere sataniche che un governo condannato e da gran pezza fuori d'ogni civile ragione, osa compiere nell'augusto suo nome? E questa tanto solenne ingiustizia che reputo prezzo dell'opera diradare l'incerta luce, con che la malignità de' nostri nemici tentar potrebbe offuscare lo splendore purissimo che giammai in seno alle sciagure della, mia patria rifulse maggiore.

Siffattamente i lettori verranno in grado di stabilire quella imputabilità che il contegno de' miei concittadini può meritare in cospetto di nefandi avvenimenti che compieronsi sotto i proprii loro occhi, e di eliminare quelle fallaci apparenze, cui Roma per le speciali sue condizioni da lungo tempo soggetta, potrebbe andare impigliata, Sotto qualsivoglia regime esclusivamente secolare, le scosse civili sono susseguite dalle fasi ordinarie e comuni senza il viluppo di strane teorie che valgano a preoccupare la espettativa della loro riescita. Ai romani fin qui non fu permesso partecipare ai diritti che pur sarebbero stati in ogni tempo quelli di tutti i popoli civili. Essi han dovuto mai sempre subire la dominazione papale privi onninamente della speranza di poterla scuotere. Il solo discuterne era sacrilegio. Era assurdo pur il pensiero di poter affrontar l'impeto di tutte le commozioni religiose, che a dispetto della coscienza e della derisa opinione la corte romana avrebbe suscitato contro qualunque osato avesse contrapporlesi. La storia terribile ili tante sanguinose restaurazioni costantemente fiancheggiate dagli stranieri le quali ripiombavano Roma in uno stato peggiore del precedente ogni qualvolta essa si accingeva a riscossa, avea sepolta e conquisa talmente la speranza e la fede verso eventi improbabili per l'induzione del passato e inattendibili per l'avvenire, che di necessità veniva manco l'impulso ad agire; la scintilla dell'entusiasmo perdeva ogni ragione a divampare, era anzi stoltezza il provocare disastri certissimi senza costrutto.

La convinzione non immeritamente radicata negli animi quanto alla perpetuità di un tal regime singolare, traeva seco da un lato una folla di aderenti e cortigiani insolenti quanto più reputavano privilegiato e inamovibile il loro potere. D'altra parte il popolo sottoposto non avea altro scampo che l'abbandonarsi ad una tolleranza indefinita, o a baciar la mano de' suoi impuni carnefici.

La corte papale altresì numerosissima, trapunta per mille altre periferie di corti subalterne cardinalizie e prelatizie; dell'aristocrazia romana nella massima parte emanante dai seggi pontificali e ligia al trono per aderenze di prosapia o di ufficii; i pubblici funzionarii; tutto lo stormo seguace di servidori e famigli, ec. hanno offerto in Roma di continuo l'aspetto moltiforme e fallace di una adesione incredibile verso un governo contro cui tanto s'impreca e che è mirabilmente definito da un celebre oratore della tribuna d'Inghilterra, la negazione. di Dio.

Chi ben non riguardi per entro alle condizioni eccezionali, a cui da secoli gli infelici romani furono sottoposti, è tratto a giudicare che essi veracemente formassero un numero ragguardevole di affezionati e devoti al mostruoso potere che nella più gran parte certo dovevano detestare nel cuore.

Fino a questo giorno, i vecchi ordini governativi nella loro immobilità si ostinano, e non potendo i romani a causa della occupazione francese manifestare legittimamente i loro voti, i nostri nemici si piacciono supporre che eglino perseverino mai sempre, eccetto pochi, nelle stesse disposizioni. verso il regime pontificio. Per fato di logica quindi ne discenderebbe un plauso alla causa borbonica che dagli stessi principii di esso piglia esca e fomento.

Checché sia però di un lacrimevole passato, oggi è dileguato l'incanto, ed è giuocoforza che il vero spirito morale di Roma sia considerato in rapporto ai tempi ed agli aggiunti che gli si accompagnano. La prepotenza degli avvenimenti che nella loro foga precipitosa non permise a forza umana d'arrestarsi; una discussione non già nel segreto di sètta o di partito, ma legittimata ne' governi e ne' parlamenti, e soprattutto un conserto provvidenziale di circostanze che valse a fornir mezzi potentissimi per imprese stimate pressoché impossibili, ha crollato l'edificio. Le speranze ridestatesi, l'abnegazione e il sacrificio è divenuto ragionevole, ed in Roma benché sotto l'incubo della più stupida oppressione, oggi non respirano che patriotti animati e fiduciosi in un prossimo avvenire; cittadini anelanti al risarcimento del commercio e dell'industria, meritamente ambiziosi dell'onore altissimo d'entrar nel possesso di fatto della loro capitale, dove poter disserrare finalmente i tesori inesausti di luce di sapienza e di ricchezza, retaggio prezioso e immarcescibile de' loro avi; cittadini che per le vie generose e longanime della temperanza e d'una segnalata fortezza vanno intessendo ogni dì più immortali corone a se stessi.

Le mutate condizioni di conserva colla saggia attitudine de' miei concittadini sono una prova di più che caratterizza il senno romano che sa a tempo tacere ed osare, e in pari tempo possiede l'efficacia di disarmar la calunnia che se ne' passati tempi, in onta a tante e sì rilevanti infruttuose manifestazioni, piacevasi di convertire a tiepidezza o adesione ciò ch'era realmente invincibile necessità e prudenza, oggi non può esimersi dal ravvisare in essi un contegno esemplare quanto inesorabile contro le improntitudini clericali o la empia e impudente cooperazione ch'essi prestano al pugnale fratricida dell'espulso Borbone. Le mutate condizioni, che distrussero l'artificio caduco e idolatrato della civile potestà papale ha seco asportato la disillusione di tutte le classi che le si rattenevano sulla credula estimazione della sua inviolabilità, e dall'aristocrazia agli alti e bassi funzionarii militari e civili inviliti, irricompensati e avuti in sospetto, privi tutti d'una cagione d'affetto o di speranza, non sospirano che l'istante beato in che si dissolva 'alla fine quel vincolo che nella fortuna prospera o avversa strinse tutti ugualmente, lasciando solo intatto ed incolume Il sordido egoismo del governo e della sua corte. ([1]).

Valgano le parole da me in proposito esposte. per isceverare i buoni da quello intesto sciame di vili che alla vigilia del trionfo della loro patria non abbrividiscono dar mano ai più sanguinarii nemici di lei in nome di Dio e della buona causa. Costoro che si arrogano oggi Lùgiardamente parlare ed operare In nome di Roma non sono che i più spregevoli avanzi delle libidini clericali, compromessi, complici o colpevoli; o di coloro si compone che dal regno spirituale, cui fin qui il mondo riverente s'inchina, attendono la mercede e più ampio guiderdone pel loro zelo infernale.

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V

Cennata di volo la situazione che precorse l'organismo del brigantaggio, e quella di Roma, tra le cui mura fu ordito, ne sarà più agevole comprendere le cause che l'originarono, non che quelle che alimentarono le sue alternate vicende.

Ne' primi giorni che Francesco II dimorava in Roma aveva di per se circoscritto la propria azione. Egli nel tempo medesimo che serviva forse alla diffidenza ispiratagli dalle difficoltà estreme di successo, attendeva dall'oracolo delle potenze di Europa una risoluzione intorno al congresso da lui richiesto per decidere sull'assestamento degli affari d'Italia.

Ma se nelle risposte provocate da stimoli più eccitanti, massime ne' momenti supremi della resistenza di Gaeta, le potenze avevano nullameno incrociato le mani sul petto; ( [2]), se non ostante gl'indugi frammessi al corso delle ostilità di quella piazza per la presenza della squadra francese, la quale dava loro agio d'intendersi per altro congresso che sulla proposta austro-russa doveva tenersi in Varsavia; se questo congresso insieme a tanti clamori e invettive cadde compiutamente nel vuoto; qual esito mai poteva attendersi nel ricantar da capo le stesse querele, o nell'accampare argomenti, che il turbine vorticoso de' fatti veniva distruggendo senza rattempra?


Frattanto pareva che i progressi distruttori della reazione nel regno, venissero distornati. Ordinavasi in qualche luogo il disarmo, e all'infuori di fatti irrilevanti di fronte ai sanguinosissimi che per lo innanzi aveano bruttato alcune provincie del reame in questo periodo di tempo, parve potesse sperarsi il ritorno della quiete, e che la publica sicurezza dovesse respirare.

La cittadella dì Messina, e Civitella del Tronto dopo accanita resistenza tra il 13 e 15 Marzo 1861 avevano capitolato. La provincia di Napoli, Terra di Lavoro, d'Aquila, di Bari, di Basilicata, di Reggio, di Catanzaro erano tranquille.

In quelle di Avellino, di Chieti, di Cosenza le bande erano assottigliate d'assai. Libere le provincie di Teramo, di Capitanata, e di Lecce; affrancate n'erano le Calabrie.

Ma l'illusione fu breve. Alle viete argomentazioni della proposta di Francesco tennero dietro le consuete risposte condite di speranze e consigli, anzi aggravate del peso de' fatti compiuti e ormai irretrattabili.

L'ex-re allora che giammai aveva abbandonato intieramente il terreno, si atteggiò. a realizzar la minaccia tremenda, colla quale stimava spaventare l'Europa.

E terribili invero erano gli spedienti non tanto per le forze proprie quanto per l'aggregato omogeneo di elementi che Roma poteva somministrare.

Quivi facevan capo le agitazioni reazionarie di tutte parti, le vecchie pretensioni de' legittimisti d'ogni partito, le speranze agonizzanti del diritto divino, e sopratutto le esorbitanze della curia romana, cui la Francia con troppo longanime protezione, mostravasi impotente a resistere.

In mezzo a così smisurati rivolgimenti di cose e di principii una favilla poteva destare una spaventevole conflagrazione. Il dado era gittato.

La quistione romana e borbonica si strinsero in alleanza, e sotto questo titolo cumulativo pretendeasi avocare la grande causa del dispotismo contro la libertà; del diritto divino contro i popoli; della legittimità contro il suffragio universale e l'indipendenza delle nazioni; del sacerdozio contro l'impero.

Campioni di questa lotta colossale erano, per la parte borbonica, Francesco II colla coorte de' suoi fidi. Per la parte pontificia il primo ministro del governo cardinal Giacomo Antonelli di Sonnino, e monsignor Saverio Merode del Belgio.

L'ex-re rappresentava il principio dell vecchia monarchia, e faceva, assegnamento sopra i realisti ed anche autonomisti napoletani; sopra mercenari d'ogni genere, e sull'ampio tesoro reale.

Antonelli s'incaricava d'inviluppare con sofismi religiosi la quistione temporale, del papa; sfruttare il. fanatismo de' cattolici fino agli estremi; col mezzo dell'episcopato agitare le coscienze, e scalzare gli ordini civili, il rispetto e l'obbedienza verso governi di principio eterogeneo agli antichi sistemi; finalmente estorcer mezzi pecuniarii colla peregrina invenzione del danaro di S. Pietro.

Merode fanatico legittimista doveva fare appello e blandire tutte le pretese delle legittimità estere; risuscitare i furori delle diverse fazioni; rafforzare l'armata cosmopolita già sfatata in Castelfidardo, e all'ombra dell'altare e dei trono sotto il duplice vessillo spingerla in mezzo alla rivoluzione.

La causa mista ma una canonizzata dalle benedizioni del Vaticano era dichiarata santa e suprema: ogni contrario principio un sacrilegio una bestemmia: tutti i mezzi legittimati e assorbiti dall'altissimo fine.

Questi tre uomini trovavansi per una strana combinazione alla, testa. di tali movimenti; in niuno di essi però poteva riconoscersi né abilità né convinzioni, né precedenti che li ritenessero idonei e rispettati.

Essi per avventura coprendo le cariche delle corti respettivamente interessate erano gl'istrumenti piuttosto o gli organi che i veri moderatori dell'azione.

Costoro ad ogni modo debbono esser conosciuti per giudicar dello intendimento e della portata de' loro atti.

Non occorre parlare di Francesco II, avendone superiormente detto abbastanza. Il secondo subentra (l'Antonelli), e a dir vero mi sgomenta. Una sola parola potrebbe ritrarlo in un punto, ma ove si voglia tentarne una qualche descrizione, la materia sovrabbonda al subjetto, e difficile riesce a contenersi ne' limiti assegnati. Assai se ne parlò e scrisse, e sa mille ali una fama sdegnosa narrò ai quattro venti le gesta di quest'uomo. Io ne dirò quanto basta a sciorre il debito mio.

Giacomo Antonelli d'ignobile famiglia di Sonnino, venne per tempo dal suo genitore iniziato (com'è stato fin qui costume delle nostre provincie) nella lucrosa professione di ecclesiastico.

Balzato in Roma, l'oscurità della origine, e la umiltà dello stato, noi faceva repugnante alle reverenze profonde e alla piaggeria, per la quale noi romani bene spesso ci vediamo avanzati dal sistema d'abatismo provinciale.

In breve tratto, venuto in grazia a vani mecenati di corte, potè ottenere di andar delegato a Viterbo. Quivi cominciò a spiegar l'indole sua. Povero di sode dottrine quanto di fortuna, senza nome, e senza convinzioni trovavasi balestrato all'andazzo delle circostanze. Trasse da queste quindi innanzi la sua norma a procedere.

Correr col tempo; farsi l'amico e lo schiavo di tutti; studiare le opportunità; non abborrire da verun mezzo di riescita fornivano i materiali della sua condotta, che gli fruttarono poscia, non importa come, favolose promozioni e smisurata ricchezza.

Volgevano i tempi crucciosi di Gregorio XVI, e col farsi banditore di dottrine illiberali e retrograde; perseguitare mortalmente i fautori delle opinioni contrarie, procacciossi titoli alla stima e alla riconoscenza del governo.

Di fatti guarì non andò che l'abate meschinello di Sonnino videsi sollevato al dorato stato di tesoriere. Quivi cominciò a gittar le basi di tale enorme dovizia, da disgradarne i più famosi banchieri.

La caterva de' suoi fratelli che le vive speranze di un tempo felice più che mai riducevano a concordia, se gli aggiunsero. Fin d'allora strinsero l'iniquo patto, e poterono indi divenire i complici fidi cointeressati delle baratterie di tutto lo stato.

Il governo pretesto quanto a' suoi carichi è una carriera che strozza le convinzioni, e impegna gl'individui alla immobilità del sistema. Il prete deve cumularsi meriti per divenir prelato; questi dee disporsi alla porpora: di lì tutti sognano il gerarcato supremo. Non si, ascede che proteggendo l'uniformità delle comuni libidini e l'incremento della casta sacerdotale.

L'Antonelli disimpacciato dalle pastoje speculative che non possedeva, ma dotato di un criterio pratico e destro eminentemente, imparò ad irretir gli uomini coi loro stessi difetti, secondando in pari tempo il pendio degli avvenimenti.

La carica di tesoriere, giusta lo stile della curia, come carica di fiocchetto, costituiva il diritto alla porpora. Seguendo la traccia de' suoi proponimenti ben presto i meriti ne raggiunsi, e fin dalla prima epoca pontificale di Pio IX venne promosso a cardinale.

I tempi incalzavano; e quel papa non abbastanza cauto, si reputò per poco troppo libero e superiore ai cancrenòsi ordini ecclesiastici inciprigniti dapertutto tra voglie assolute e la depravazione più segnalata. Bandì arditamente le riforme, l'affrancamento de' municipi, la consulta di stato, e finalmente una costituzione.

All'eco maraviglioso e sorprendente di catastrofi politiche aveano rovesciato varie dinastie, e ridottele a servir la rivoluzione, si credè un'istante che il liberale movimento preconizzato dal Quirinale potesse attecchire non instante le viete ritrosie di tutti i governi del 1815.

Antonelli sulle prime istupidì, ma nel simulare accortissimo, blandiva da un lato la rivoluzione, e d'altra parte misurando le risorse la potenza e i risentimenti degli opposti partiti, giammai perdeva di vista una riscossa.

Egli era col piè su due staffe. Fattosi destinare alla carica di prefetto de' sacri palazzi apostolici, era divenuto il vigile guardiano della persona del papa, e teneva di mira gl'individui e gli atti che si passavano colla corte. Nel tempo medesimo imbavagliatosi a liberale vergava una lettera famosa nella quale millantava che l'indipendenza e la libertà d'Italia, erano stati ognor per esso il sospiro e lo spasimo di tutta la sua vita.

In tal guisa, tra il papa impresago ancora de' suoi destini, anzi ebbro per le acclamazioni universali e la recente espansiva credulità de' liberali, lo si vide l'Antonelli istallarsi presidente del consiglio de' ministri secolari per fama di franchi ed onesti principi reputatissinii.

La guerra rotta all'Austria dal Piemonte, gli fè intravedere l'inuguaglianza della lotta e il ritorno imminente allo stato primiero. Non tardò pertanto di acconciarsi con ogni studio alle voglie di quelli suprema nostra, nemica a fine di guadagnare l'iniziativa, ed assicurarsi il dominio delle evenienze future.

Egli era di nuovo tra il papa e i liberali. Il primo che già risentendo da lungi il mugghio della tempesta e la sorda diffidenza impadronitasi di tutti i partiti, trovavasi affranto per estrema debolezza e istabilità di carattere, nelle mani dell'Antonelli diveniva facile preda di atti che determinassero la volta di una crisi.

Novello Sejano cominciò dall'atterrire il meticuloso pontefice collo spettro di uno scisma religioso specialmente minacciato dai vescovi di Germania, e col dipinger gli orrori della sanguinosa guerra, da cui avrebbe dovuto abborrire la mite sposa di Cristo. Quindi potè estorcere nel frangente delle cose la famosa enciclica del 29 Aprile distruttiva di quanto mai erasi operato fin allora a pro dell'Italia; foriera d'ultima rovina e di ritorno al passato.

Cangiando metro e colore assidevasi poscia sul seggio presidenziale de' ministri, rimpianse appo loro l'atto sconsigliato del papa, e reclamando l'osservanza dello statuto, invitò i suoi colleghi alla dimissione in massa, ed egli pel primo la sottoscrisse.

Fabbri e Mamiani raccolsero questa caduca eredità, e dovettero in breve dichiararsi impotenti a reggere costituzionalmente lo stato a Pronte degl'intrighi che l'Antonelli rimestava di dentro.

Il Mamiani stretto dalle interpellanze dell'assemblea, dové affermare dalla tribuna che per la incompatibile istabilità del capo dello stato il ministero era divenuto cadavere, e che non vedeva altro scampo se non nella dimissione dall'ufficio.

L'assassinio del conte Pellegrino Rossi perpetrato in sulla soglia delle aule parlamentari, dissipò le preoccupazioni dell'Autonelli verso un avversario tremendo, e riprese lena per addurre le cose allo strano.

La rivoluzione del 16 Novembre determinò il papa definitivamente.

Il cardinale assediato con Pio IX nel palazzo Quirinale minacciato dal cannone della rivolta; come prefetto de' sacri palazzi diresse la frenetica resistenza opposta dagli svizzeri contro i romani, e profittando da maestro dell'orgasmo suscitato dal caso, egli giurava che i rivoltosi prima di torcere un capello a S. Santità, sarebbero passati sopra il suo cadavere.

Queste opportunità gli offersero il destro d'esser il solo cardinale a lato del papa, il quale potesse comunicare direttamente col corpo diplomatico che s'accalcò nel periglio d'attorno al sovrano. Potè mostrarsi prodigo di zelo e di consigli e gittar le basi pei convenevoli spedienti da adottarsi in futuro.

Il di 25 Novembre l'Antonelli di concerto coll'ambasciatore austriaco conte, Spaur evasero da Roma, e si racchiusero in Gaeta che quattordici anni dopo era destinata a rinfrancarsi con abbondante rivincita sopra i più fieri nemici d'Italia che allora decretarono la sua rovina.

Il presidente del consiglio de' ministri della costituzione era quivi già divenuto il prosegretario di stato della restaurazione.

La congrega di Gaeta era in qualche imbarazzo, ma il partito estremo della repubblica, sbucato fuori di tempo, riappianò la via ai tiranni.

Fu al solito implorato l'intervento delle potenze cattoliche. Nulla il ratteneva. I vecchi sistemi non avean per ance subito modificazione, anzi quanto più si pensava d'attaccarli, tanto meno doveano indursi in sospetto. e precipitarli in un falso sentiero.

La presidenza della republica francese proclive ogni dì più all'impero Napoleonico avea d'uopo di sgombrare ostacoli e diffidenze con fatti che in allora parevano eloquenti In favore della causa pontificia. Accettò primiera l'invito, lasciando che l'Austria la Spagna e Napoli esercitassero influenza secondarie e di niuna efficacia pel futuro.

L'Antonelli che in Gaeta a preferenza de' canuti suoi colleghi avea saputo mantenere ed accrescersi il prestigio di abile intrigante, trovavasi già d'avere assicurato la sua parte di riverente intermediario ligio e sviscerato a tutte voglie d'ogni potenza, talché in breve glie ne piovvero attestati di onore, cordoni e collari da tutte parti.

Le armate coalizzate di Francia Austria Spagna e Napoli ricondussero finalmente, il papa col suo prosegretario nella capitale, precedute peraltro dai più feroci atti della restaurazione operati da un triumvirato di cardinali. L'Antonelli proseguì l'opera, e. questo è il periodo più segnalato dell’ex-ministro costituzionale.

Quanto mai di più scellerato ed inumano avesse potuto tingersi da barbare falangi irrompenti in una città rivale, sono pallide imagini di quanto seppe oprare quest'uomo crudele. Distruzione d'ogni ordine liberale non che anco d'ogni allusione anco al passato, processi sommari destituzioni esili persecuzioni d'ogni maniera prigioni e patiboli.

Alle migliaia di vittime in Roma facevano eco sanguinoso quelle pili miserande di Romagna sotto la potestà militare e civile degli austriaci; i moschetti e il bastone degli spagnuoli nell'Umbria.

Il presidente della republica francese cominciò a far udir la sua voce col mezzo di Edgardo Ney cui scriveva che In protezione delle armi francesi non significava l'abolizione della libertà e del civile progresso, ma invano. L'Antonella propugnava la libertà d'azione nelle ingerenze governative, e fin d'allora dié segno di quella segnalata ostinazione, cui tanto è debitrice l'indipendenza e libertà d Italia, che come spinta all'eccesso ricondusse il governo clericale, così questo rifattosi troppo baldanzoso all'opposto estremo, divenne àncora di salvamento.

Dove il cardinale concentrò tutte le forze del suo spirito, lo si fu sopra l'amministrazione, da cui traeva partito per accumulare immensi tesori che valessero a fondare il patriziato sulla oscurità della propria famiglia.

Fin da Gaeta egli avea composto un ministero d'imbecilli e di schiavi senza nome e senza verun grado sociale, e tali che ad ogni cenno non potessero decampare dalla più cieca subordinazione. Di guisa che tra i pretesti nati dalla circostanza per le colpe imputabili ai sedicenti governi che avevano preceduto; tra la necessità del riordinamento amministrativo e le rifazioni di danno verso le vittime della rivoluzione, manomise e depauperò le casse publiche, rimbisticciò la banca romana, e vi prepose a governatore uno de' suoi fratelli. Altro ne ascrisse tra. i principali conservatoti del municipio romano. Un terzo poi coadjuvato dalle colossali operazioni della banca, scorreva le provincie monopolizzando dapertutto cogl'incetti delle derrate.

Il cardinale coniava leggi opportune per l'estrazione o l'importazione di generi, quando già i suoi fratelli agenti avevano asseguito lo scopo. Egli mercanteggiava sul rincaro dei viveri e sulla miseria publica, smungeva il sangue de' poveri in espiazione della loro insubordinazione.

La tresca erasi estesa, e non mancarono ben tosto sordidi negoziatori romani (indelebile vergogna!) che se li aggiungessero, e tanto sagacemente avea disposto le cose che mentre egli sembrava raccolto nella periferia del proprio ufficio col mezzo de' suoi complici egli in realtà era il moderatore e l'anima di tutto colla sua inframittenza infestando ogni ramo amministrativo e politico.

Per quanto egli si studiasse allontanare dall’animo del pontefice le sinistre impressioni che dalla universale riprovazione e dalle divergenze pullulanti nello stesso sacro collegio ascendevano al suo trono, spesso Pio IX entrava in gravi dissensi e sospetti, ma era tale l'ascendente del ministro depositario di tanti segreti di gabinetto e dj tante vergogne, che queste le protezioni straniere massimamente il tenevano ognor fermo al suo posto. Le dispute dr dilapidazioni baratterie soprusi ec. divenivano cosa accessoria di fronte alle ragioni altissime della politica di cui egli avea saputo sempre stringer tenacemente le redini in sua mano.

La guerra del 1859, e più tardi la perdita delle Romane avvertirono l'Antonelli che il turbine della rivoluzione dopo una calma apparente, riaddensava su Roma.

Questa volta non era più in tempo di retrocedere. Egli avea bisogno di un amico in Italia, e finché l'influenza francese non era abbastanza. consolidata, egli non poteva abdicare da quella antica del!' Austria, sebbene in pericolo.

Il potere temporale di Roma era venuto in discussione, e il riconoscimento del regno italico per parte dell'Inghilterra seguito dalla stessa Francia, dal Belgio e dà altre potenze affrettava la sua agonìa.

Quanto vedeva affrettarsi la sua rovina altrettanto raddoppiava di ardire e di rigore. Per tempo avea bene appreso che dalla occupazione francese s'altro non avesse potuto attendersi, almeno non era temibile una caduta troppo repentina, ed era certissima l'impunità di tante scelleratezze o schivata cella fuga, o ravvolta nelle transazioni tanto istantemente richieste.

Ormai il gran ministro manovrava al coperto, e in ogni peggiore ipotesi il rispetto professato al potere spirituale avrebbe protetto nella sua ombra l'antico paladino della duplice potestà papale.

Da tal convinzione sorretto nulla venne risparmiando di umano o divino che non si reputasse licenziato manomettere, e come se il primo dì fosse, spuntato di una restaurazione ormai quasi trilustre, rompevasi più che mai alle stragi ed alle baratterie. Quinci le stragi inaudite di Perugia e di Castelfidardo; le ridicole velleità di crociate, scomuniche e interdetti.

Nell'interno le vessazioni e le angherie infuriavano sempre più. Scoppiavano dai novelli propositi lo scompiglio delle coscienze gittate in tutti gli ordini sociali interni ed esterni col mezzo dell'episcopato cattolico, e il patrocinio sconfinato di tutti gli artifici lojolitici.

I trofei inattesi e formidabili di Garibaldi imposero il cumulo alle apprensioni, e turbarono orribilmente i sonni dell'Antonelli, ma non che egli cadesse d'animo pei colpi che addoppiavano sul governo, temprava nuovi strali all'assalto. Egli non avea convinzioni da sacrificare, né una coscienza da nemici tranquilla.

L'avidità di tesaurizzare avea avuto già di che pascersi in copia, e se non era per anco sazia, una più recente occasione glie ne forniva l'ospitalità accordata agli augusti profughi di Napoli. Occasione quanto meno aspettata, gradita altrettanto.

Nuovi tormenti e nuovi tormentati! Le velleità bellicose dell'ex-re, le risorse che gli piovevano dal perduto suo regno col mezzo specialmente del brigantaggio, i suoi tesori soprattutto, e le speranze che refluivano alla posizione del ministro da migliori condizioni che valessero almeno a protrarla, lo resero sempre meglio restio e incaponito a qualsivoglia. transazione col governo italiano, ed alle trepidanti mediazioni di Francia.

Fè propria la causa di Francesco, e a quella principale di Roma la collegò, tvvocando sotto gli auspicii d'ambedue una smisurata ambizione una avarizia insaziabile, una crudeltà senza esempio, per cui. su quest'uomo di una celebrità disdegnosa, pesa l'esecrazione dell'universale e il giudizio della posterità.

Ultimo de' tre personaggi che primi parteciparono alle opere tenebrose di Roma è il belga monsignor Saverio Merode. L'aspetto dell'anima riverberava per costui dall'esterna figura. Negli occhi enormemente rigonfi e sporgenti una guardatura stranamente losca rivelava la tenzone irrequieta dello spirito. Sopra ignobil fronte il crine a ciocche rabbuffato; naso prolungato e adunco; smunto nelle gote di color rameico, straordinaria statura, voce stridula e non virile. In aspetto orrido e feroce, il comando o la preghiera venivano ugualmente intollerabili.

Costui già militare nelle legione dell'Africa, per una strana metamorfosi della vita, ravvisossi guizzato nelle anticamere vaticane. Fu assai in grazia al pontefice Pio. IX. Iroso e subitaneo d'indole, fu reputato acconcissimo all'agitazione dei tempi. Per le sue cognizioni nella milizia fu elevato a ministro delle armi pontificie.

Accetto in prima all'Antonelli, senza il cui voto al certo non avrebbe conseguito la carica ministeriale, ma baldo e audacissimo, massime per le afte aderenze coi. legittimisti di Francia e del Belgio, osò contendere d'influenza e di possanza col medesimo, e perfino collo stesso generale comandante in capo il corpo francese di occupazione.

Invano tra gli uomini di questo tempo preposti al comando presso il pontefice in Roana avria potuto desiderarsi sapienza moderazione virtù religiose o civili. La corruzione l'immoralità l'ambizione e la smodata libidine d'arricchire costituiscono la nota dominante di tutte quelle gerarchie. Le dispute le guerre il brigantaggio ne fornirono ampie occasioni.

I principi e il vero interesse della chiesa o dello stato era immolato all'ingordigia di pochi.

Monsignor Merode possedeva in grado elevato tutte le sopra dette prerogative. Ai suoi pellegrinaggi nella Francia e nel Belgio per lasanta causa devesi la conquista di una celebre spada ( [3]) colla quale stimava spargere il terrore e la Confusione nelle fila dell'esercito italiano.

A lui debbonsi le glorie di Perugia di Castelfidardo e di Ancona. A lui la comica scena de' zuavi e le stranissime uniformi guerresche le quali presso al pontefice snaturavano perfino col loro esteriore apparato il concetto pacifico del vicario cli Cristo atteggiato ad imprese da campo e da battaglia.

Fabro inesauribile di nuovi progetti ideò pel primo un esercito ch'altri disse volentieri ecumenico, col quale al certo proponeasi farne l'avanguardia delle vecchie crociate per riconquistare novelle Palestine in Italia e forse sciorre il voto a Parigi. Egli ne' suoi viaggi appositamente intrapresi divelse dai clubs de' legittimisti francesi quanto v'era di più abjetto e di vile, tranne pochi illusi di buona fede ch'indi perdettero chi la vita e chi l'onore. Dovunque lasciò tracce e intelligenze per riaccogliere dall'estero le peggiori fecce d'uomini e ingrossare le fila gloriose de' suoi legionarii.

Ad imitazione del primo ministro egli conformava le alte vedute di stato alla mania d'arricchire. In mezzo alle assorbenti sue cure avea tratto a se la fornitura generale di tutte le carceri e delle darsene, e tante innovazioni v'introdusse che parca dovessero per la prima, olla essere fondale.

Chiamò a se pur anco l'azienda delle taverne interiori alle prigioni, inventò nuovi tormenti e squisitezze barbariche per cruciar con ogni vezzo i detenuti o i condannati politici. Per loro avrebbe voluto restaurato la corda il rogo o il toro di Falaride.

Disfatto l'esercito pontificio in Ancona, di è mano a raccoglierne le reliquie e riordinarlo a nuove.. imprese che s'imprometteva dalle evenienze del brigantaggio, al quale prestava il suo valido appoggio con soccorso di munizioni d'armi di danaro e coi volontari della santa fede che aspettava dai comitati esteri per la causa promiscua del papa e di Francesco, della quale Roma era il centro.

Quest'uomo infaticabile austero ed inesorabile non era amico di alcuno, non applicava principii; egli percorreva una carriera e coglieva al balzo un capriccio di fortuna.

Cotanta mole di apprestamenti apparecchiavasi sotto gli occhi del pontefice fatto bersaglio di tutte le opinioni e de' risentimenti di tutte le fazioni politiche. Egli era ben convinto che tal dissidenza fatale d'idee e d'interessi diversi da cui era afflitta l'Europa, in grandissima parte o almeno come causa occasionale doveva ripetersi dagli arrischiati primordi della sua esaltazione al trono. S'avvide egli per tempo che il seggio pontificale basava sostanzialmente sulla mistica pietra angolare di eterni e immutabili principii, assorbenti per la loro gravità gli interessi puramente temporali e mondani contenuti negli ordini civili; e che volerli far prevalere all'indole invariabile della chiesa, tornava il medesimo ce sovvertire la natura della divina istituzione. che l'informa.

S' avvide che l'esercizio. attuato dell'esplicamento civile nelle stesse mani del pontefice e del principe benché non repugnante assolutamente colle dottrine evangeliche, tuttavia nel conserto svariatissimo della pratica è, generalmente parlando, una empirica contràdizione, un assurdo sociale.

D'altronde egli non poteva avanzare in un sentiero fuorviato, e a cui proseguire sarebbegli mancata in ogni 'caso lena e coraggio. Egli doveva retrocedere o comunque cadere... Egli, benché tardi, retrocesse, e dopo breve errore,. che come lampo disparve, tornò al vecchio sistema, si riconciliò cogli accigliati dottori, racquetò i timori e le preoccupazioni delle giurisdizioni miste, tentò raffermare le prerogative dell'altare e del trono.

L'impulso taumaturgico però correva irresistibilmente alla sua china, e l'uníana ragione superiore ad ogni vecchio pregiudizio o al calcolo delle sètte. proclamava i suoi diritti immortali in seno alla rivoluzione.

Non restava adunque al pontefice ravveduto che scontar la sua pena adagiandosi spettatore dolente de' saturnali osceni che più immondi commensali propinavano intorno al simulacro della tradita sposa di Cristo. Al pontefice beffeggiato deriso e isolato nella propria coscienza non rimaneva che la viva fìducia nella infinita misericordia di Dio, e il soave conforto della preghiera.

Tale è la parte che tocca la sacra persona del capo supremo della cattolica chiesa in seno alle immonde tresche che contaminarono e contaminano la sua missione veneranda, e per quanto collocato egli sulla prima sede debba apparir connivente responsabile di tanti disastri, niuno mai oserà confondere l'inevitabile esigenza della difficile sua posizione colla santità della sua vita, e coll'augustissimo ministero da liti rappresentato.

In mezzo ai tempestosi flutti di tante procelle unanime il sentimento di tutti (e deve sinceramente segnalarsi) che Pio IX prosciolto dai. vincoli satanici che gl'inceppano le mani e la parola, tornerebbe forse, un'altra volta ad implorare dal cielo cordiali benedizioni sulla tanta afflitta penisola, arresterebbe torrenti di sangue che minacciano tuttavia disarginare, diverrebbe il riformatore principe e spontaneo de' divini ordinamenti della sua chiesa, e ridonerebbe intero alla redenta Italia il puro sorriso del suo cielo, ero e sovrano restauratore dell'eccelso primato civile e morale delle nazioni tutte delle terra.

Sarebbe ormai tempo che alla narrazione speciale della cospirazione borbonico-clericale intendessimo, ma per non esser dappoi distolti soverchiamente dal seguito storico de' fatti, è bene premettere succintamente un interessante episodio che i moderatori nel movimento andavano contemporaneamente rimestando nelle provincie di Napoli, quasi a punto strategico' di diversione, a fine di fomentar quivi il disordine è l'imbarazzo, e poter meglio appianarsi la via allo sviluppo della grande trama reazionaria.

Essi andavano cupamente evocando lo spettro di Gioacchino Murat, e tentando risuscitare la sua dinastia, sognavano sollevarne l'idea al rango di partito. Tal progetto nell'atto che mirava a spezzare le idee unitarie, blandiva supposte velleità della Francia, da cui speravasi perciò appoggio e protezione. L'idea federativa e l'autonomia napoletana vi guadagnavano grandemente.

I fini manifesti di tali maneggi venivano autorevolmente dallo stesso general Bosco confermati lorché da Roma dove cogli altri mostravasi ausiliario zelantissimo delle operazioni brigantesche. egli scriveva nell'interno del regno a persona di una confidenza.

«Mio carissimo Amico

«Il porgitore è il conte N. uffiziale attaccato a questa legazione (prussiana). Egli viene costi, ree qualche giorno ed è attaccatissimo alle cose nostre.

«Vi partecipo 'che sono uscito incolume dall'assedio di Gaeta, e nominato maresciallo di campo, ciamberlano di S. M. e commendatore di S. Gregorio e di Francesco I.

«Il re resterà qui per altro tempo. Io non so cosa risolvere.

«La mia idea è quella di prendermi il ritiro, ed aspettare il trionfo dell'autonomia sotto di un qualunque siasi re, stanteché l'Italia una è un sogno. Napoli non può soggiacere ad esser provincia. Le turbolenze sono continue; il partito di Murat si fa strada.»

Ed in realtà taluni rimasti fuori del movimento ambiziosi volgari in traccia d'ogni aura di novità, avevano di già formato un seguito che cominciava a destare delle inquietudini.

Il principe Luciano Murat foggiatosi un'idea soverchiamente vasta e illusoria di progetti messi in voga da una malintesa opportunità, senza por tempo in mezzo accettò incautamente la candidatura del trono delle due Sicilie.

Egli già ne dettava il programma, e messosi in resta contro le dominanti aspirazioni unitarie, tirava partito dalle convulsioni politiche del regno prima che le popolazioni si consolidassero effettivamente in favore del plebiscito.

Il suo indirizzo esplicativo di tutta la portata di questo incidente della nostra storia, ne dispensa dall'intrattenervisi più che non s'addica, e basterà riportarlo in. calce di questo scritto ( [4]). Egli dirigendosi a certo duca suo amico, aveva formulato un vero manifesto.

Napoleone che avea ben subodorato le ibride intenzioni de' cospiratori di Roma, e conosceva quanta fosse l'efficacia de' fatti compiutisi in Italia, lungi dal prestare orecchio alle intempestive manifestazioni del suo cugino, fè dapprima apparire nel periodico uffiziale (Il Moniteur) una nota nella quale veniva dichiarato — che la lettera del principe Luciano Murat ora dichiarata un mero atto individuale, e contrario alla politica del governo.

E a migliore intelligenza l'imperatore se ne condolse seco lui, inviandogli le seguenti parole, colle quali candidato e partigiani si dileguarono.

«Col pubblicare nei giornali una lettera la quale è un offesa alla memoria di vostro padre ed alla politica del mio governo, voi avete posto in obblio quanto dovete a me e come parente e come sovrano, e quanto dovete a voi medesimo come senatore e come francese.

«Io ho deciso, dopo aver udito il mio consiglio di famiglia che voi abbiate a fare all'estero un viaggio, di cui fisso provvisoriamente la durata a sei mesi.

«Tale essendo lo scopo della presente, io prego Dio, mio cugino, che vi tenga in sua salvaguardia.»

Questi conati impotenti quanto improvvidissimi, raffermavano invece il sentimento nazionale e affievolivano a sua volta le speranze reazionarie di Roma. Ma troppo erano impegnate le passioni, perché potessero domarsi docilmente e ridursi nelle vie dell'onestà e della giustizia.

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VI

Fin dalle prime vittorie di Garibaldi in Palermo, cominciarono i partigiani di Francesco a cader d'animo, e come suole addivenire ne' mutamenti violenti degli stati, coloro che avean governato nelle precedenti monarchie, e le cui opinioni raffermate dai fatti erano divenute irretrattabili; come pure coloro che o illusi dalle speranze di stabilità nel governo o anche per convinzioni loro proprie avevano cooperato alla resistenza, presero a sparpagliarsi.

I più doviziosi, che meno preoccupavansi deIl'avvenire o che paurosi amavano meglio prospettare da lungi veleggiarono solleciti verso i porti della Francia. Parigi e Marsiglia specialmente ricettarono i profughi della rivoluzione.

I meno agiati che nella caduta della dinastia presagivano a se stessi la miseria delle loro famiglie si spingevano avanti, e come il Dittatore veniva spazzando il terreno co' suoi volontari, costoro rannicchiavansi al centro del governo, e fatti più audaci dal pericolo, stringeanglisi d'attorno, offrendo loro quel concorso che meglio avrebbe potuto prestarsi per essi.

Prima dell'ingresso di Garibaldi in Napoli, già erasi quivi adunato buon numero di compromessi tra intendenti, cancellieri, ispettori di polizia, altri funzionarii e privati. Vi si aggiungevano ancora gli avanzi dell'esercito regio capitolato a Palermo e a Messina.

Questi poteronsi facilmente raggranellare, e alla rinfusa spingersi coll'armata che prima trovavasi scaglionata ne' dintorni di Napoli, e ritrattasi dappoi tra Capua e Gaeta. I primi, come lo si potè meglio vennero pei momento spediti a suscitar la reazione, o comecché fossesi, serbati ne’ loro stipendi.

Caduta Gaeta l'ex-re si trovò addosso tutta questa innumerevole caterva, che per la inaugurazione del nuovo governo di Vittorio Emanuele, sentiva dover sgomberare dal regno.

Le intenzioni di ulteriore resistenza che da Roma sarebbesi opposta erano note; tanto bastò perché là in frotta si scaricasse in attesa di cose nuove.

Queste genti che collo sfacelo del trono perdevano il lor vezzo a mal fare, non sapevano acconciarsi ad abbandonano, e facendosi velo di fedeltà e di devozione, tendevano in realtà a raccogliere i resti delle loro perdite od a procacciarsi fortuna una volta per sempre.

Ai primi più direttamente tocchi dagli avvenimenti, tenne dietro uno sciame di miserabili sfaccendati e malfattori campati alle darsene del regno o adepti della camorra e del vecchio brigantaggio.

Codesti catecumeni del trono erano certi che non solo i passati delitti sarebbero stati astersi dal novello lavacro, ma che i nuovi divenivano un merito umanitario assoluto e benedetto dal cielo.

Può dunque di leggieri immaginarsi qual piena sfognasse da un regno dove l'immoralità l'ignoranza e nessuna educazione. o pessima puntellavano le basi dei trono!

Aggiungevansi a queste turbe i militari sbandati che prima della resa di Gaeta erano penetrati nello stato pontificio per deporre le armi nelle mani de' francesi, ed altri che non contentati dal governo italiano andavano sbandeggiandosi.

Merode dal suo canto abondava nel dar congedi ai suoi stranieri della milizia pontificia per lasciar loro agio ad iscriversi tra nuovi campioni, mentre d'altro lato incitava i comitati esteri e la parte austriaca a fornir uomini e danaro per l'alta impresa.

Questo cumulo di persone d'ogni ceto e d'ogni ordine accalcato in Roma abbisognava sull'istante di un provvedimento.

Il tesoro reale erasi senza riserva dischiuso, e mentre intanto i capi delle fazioni san fedistiche, legittimiste, e borbonica andavano agitandosi in fretta per un indirizzo al movimento ed una organizzazione, gli ex-ministri della casa reale provvisoriamente supplivano alle urgenze.

L'ex-re aveva intorno a se a principali consiglieri e coadjutori le seguenti notabilità.

Maria Sofia ex-regina delle due Sicilie.

Francesco Paolo di Borbone conte di Trapani.

Luigi Maria conte di Trani.

Maria Teresa d'Austria ex-regina vedova del defunto Ferdinando II di Borbone.

Il conte generale Statella, addetto specialmente alla corte dell ex-regina vedova Maria Teresa d'Austria.

Del Re corrispondente in Roma col corpo diplomatico all'estero.

L'ex-ministro Carbonelli.

Principe di Ruff'ano maggiordomo della casa reale.

Cavalier Ruitz segretario.

Cav. Pietro Ulloa ministro generale dell'ex-re.

Generai Bartolommeo Ulloa.

Tenente colonnello Girolamo Ulloa.

Principe di Bisignano.

Baron Luigi de Pasquale.

Generai Via! ex-comandante della piazza di Gaeta. Generai Clary.

Generai Ferdinando Beneventano Del Bosco promosso in Roma maresciallo di campo, ciamberlane dell'ex-re,, commendatore di S. Gregorio e di Francesco I.

Monsignor dell'Aquila confessore dell'ex-regina Maria Sofia Monsignor Gallo assistente del cavalier Ulloa ministro generale dell'ex-re.

Monsignor Guglielmo de Cesare.

Alcuni membri del corpo diplomatico, tra cui distinguevasi il Sig. Bermudez de Castro ambasciatore di Spagna.

A questi principali personaggi, le cui fisionomie ci saranno note via via che il corso de' fatti ce ne offrirà il destro, aggiungevansi altri che pel la loro minore importanza saranno nominati come li verremo scontrando nelle partecipazioni respettive alla cospirazione.

Antonelli e Merode andavano accuratamente investigaudo chi fra i loro per attività e avvedutezza. fosse il più acconcio a secondare l'organizzazione reazionaria che da un consiglio superiore doveva fra poco sancirsi.

La fama di questo straordinario movimento andava cupamente romoreggiando per la città di Roma. I borbonici approntavano titoli antichi, servigi, patimenti per esser preferiti tra i loro. Parecchi funzionarii del governo romano che nulla avevano a sperare da imminenti cangiamenti politici, addoppiavano di zelo per essere prescelti all'impresa.

I papalini e i vecchi reazionarii di Roma s'accapigliavano nell'esagerare la loro devozione al governo pontificio, dacché ormai la causa di Francesco sapevasi talmente compenetrata cogl'interessi pontificii che colui che per l'una avesse prima o dopo parteggiato, sarebbe stato ben accolto ugualmente per l'altra.

L'attica e sistematica corruzione di ambedue i governi era alle prese. L'intrigo la soperchieria l'avarizia l'ambizione trovavano un pascolo indescrivibile nel conserto di nuove e svariatissime circostanze.

Il tesoro regio, il danaro di S. Pietro posti indistintamente a contribuzione decorazioni medaglie i blandimenti delle due corti fatti più lusinghieri dalla necessità del pericolo, dalla paura e dalla speranza, incoraggiavano la demoralizzazione e il delitto.

Gl'infelici romani eran fatti spettatori forzosi di questo vero cataclisma morale che funestava la loro città predestinata domani a compimento de' voti nazionali e a gloria di quella Italia, contro cui cotanto impudentemente si congiurava.

L'aspetto venerando della città centro della cattolica religione era turpemente bruttato da un orda farisaica che posponendo Cristo a Barabba apprestavasi di conserva a scindere il mistico velo del tempio e ad arrestare l'opera redentrice della evangelica civiltà.

I più spietati nemici del legittimo progresso de' popoli riandavano baldanzosi le sue vie. La turba seguace delle plebi più oscure s'accalcava su i loro passi, e Roma già contaminata da tante miserie quante eransene cumulate da sventure secolari, vedeva precipitarsi ne' suoi recinti novelle torme di masnadieri, cenciosi e malfattori preposti. a difesa di questa tumultuaria Babelle.

Quali che si fossero i progressi attesi da un piano compiuto che indirizzasse i movimenti futuri, tante bocche fameliche dovevano sull'istante essere satollate.

Il difficile carico veniva raccolto da un monsignor Gu glielmo De Cesare già superiore dell'abazia di Monte Vergine. Questi trafugava colà dentro i soldati sbandati del regio esercito borbonico.

Assaltato dagl'italiani nel suo convento, si travestì alla borghese, e dato di piglio ad un fucile tentava involarsi colla fuga. Una palla però gli sfiorò il ventre ferendolo senza gravità.

Rifuggitosi in Roma si diè fervidamente in braccio alla reazione, e quantunque ecclesiastico insignito di titoli e cariche luminose, non ebbe ribrezzo di assumere il carico più degradante di distributore capo del soldo da versarsi nelle mani de' briganti.

Costui era misurato circospetto, e d'indole fredda è impassibile. Per verità più che altri mostravasi altresì intimamente convinto della causa che sosteneva e, forse in buona fede, mostravasi austero infaticabile nel suo ufficio, servendo contemporaneamente alla difesa del re e del pontefice con zelo e disinteresse esemplare fra i suoi.

Oppresso e sovraccarico dal difficile impegno accollatosi nel satisfare alle esigenze d'una massa indiscreta, abbisognava di ajuto efficace nella distribuzione del soldo.

Un uomo singolare la circostanza offerse al De Cesare a suo cooperatore. Era questi un Antonio Fiore da Trani ex-frate de' Teresiani di Chiaja a Napoli. È questi colui che sendosi intruso da principio come semplice coadjutore del De Cesare, potè penetrare ne' consigli più intimi; che s'ebbe grande parte nello sviluppo degl'intrighi reazionarii e che come or ora vedremo fu il primo autore nominale del programma borbonico.

I miei lettori non disdegneranno che egli venga particolarmente rappresentato fin da principio, per indi seguirlo diligentemente sulle tracce delle sue tenebrose macchinazioni.

Costui da vani anni aveva stanza in Roma, dove viveva meschinamente in qualità di commesso di un negoziante francese truffatore famigerato. Il suo principale perseguito criminalmente da' creditori, erasi dato alla fuga.

Rimasto deserto e privo di sussistenza concentrò tutte le forze nel procacciarsene una qualunque. Uomo di nessuna lettera, di nessun principio, di morale perdutissimo, seguì il vezzo de' vagabondi, dandosi anima e corpo a piaggiare il governo pretesco.

Il generale de' PP. gesuiti, il Severi, il Pelagallo, il Pasqualoni ed altri funzionarii della, polizia romana il sapevano di tal tolleranza e calcolata freddezza, tanto necessaria a mal fare, da dover tenere in sommo pregio la sue confidenze.

Francesco il e la sua corte erano in Roma, e la mania borbonico-clericale s'impossessava specialmente degli uomini più vili e che nell'intrigo accattavano ventura.

Il Fiore come napolitano avea cognizione pratica de' proprii paesi e delle loro costumanze; d'altro canto avendo per alcun tempo dimorato in Roma o ne' suoi dintorni, erasi venuto procacciando notizia de' luoghi delle abitudini e delle persone.

Egli tramezzava adunque il regnicolo e il romanesco, e reputò venuto il destro di trarre un'aggiustata partita in mezzo alla folla borbonica, che buona o cattiva veniva tutta raccolta ugualmente.

Col mezzo di un D. Peppino Pergola portiere del palazzo Farnese fè presentare un'istanza, dove nel farsi a richiedere un sussidio, offeriva generosamente il braccio ed il sangue per la santa causa del suo re.

Avvalorò la dimanda colla mediazione di autorevoli persone, e presentatosi esso medesimo al distributore monsignor De Cesare, tali furono le proteste dell'alta sua devozione, che secondato massimamente dall'urgenza delle cose, venne sull'istante ricevuto con un congruo assegnamento a coadjutore d'ufficio.

Il Fiore nella frode spertissimo e a nessuno secondo, insieme con tutti gavazzava nella tresca ( [5]).

S'insinuò nei circoli borbonici, e per contendere a' suoi consorti il vanto di principale zelatore della causa regia, ambi d'essere il primo in dar in luce il programma della lega, che dovea infiammare alla rivolta le provincie napolitane.

Questo scritto, coniato sicuramente come tanti altri nell'aula farmaceutica del Vagnozzi speziale in Campo di Fiori in Roma, contiene l'atto più ippocrita e stemprato nel quale si compendiassero mai le parvenze tutte e gli occulti intendimenti dell'alto convegno ch'era finalmente in sul raccogliersi. a supremo consiglio di direzione.

Il programma precorse questa ragunanza, e non dobbiamo defraudarne il lettore riportandolo fedelmente ne' suoi termini testuali.

«Fratelli,

«I vergognosi fatti che si svolgono tutto di sotto gli occhi nostri ci confermano sempre più che le settarie promesse furono per noi una vera illusione; mentre il positivo scopo di tanto politico travolgimento è stato quello di apportare aspra guerra onde sperdere l'ordine socievole, distruggendo in massa le sostanze pubbliche e private col fondarne il preteso diritto sulle stesse traccie di Faypuolt, che diceva lutto appartenergli per diritto di conquista.

«Fermo patto di che ne largheggiava la prepotenza della rivoluzione e della setta quando con la forza c'impose risolvere sul suo capo il passaggio de' sacri e vetusti diritti della borbonica dinastia, si fu la promessa di un migliora. mento in ogni qualsiasi andamento civile, lusingandoci così, deludendoci e conducendoci alla consumazione di un regicidio, che in oggi siamo dolorosamente a deplorare.

«Ma qual fu poi tale miglioramento? Forse nel dispotismo nel vandalismo nella ferocia nel libertinaggio nel sagrilegio? Ah no! Sopratatti da un uso cieco e violento di forza, siamo involti in un sistema rovinoso ai privati, non profittevole all'universale.

«Si sono imposti scandalosi tributi su tutte le. proprietà su tutte le consumazioni, su qualunque segno di possesso, sulle vesti sul vitto sulla vita sull'onore.... si fanno infine degli arresti di persone private e pacifiche purché sieno ricche, e possano con l'oro ricuperarsi la libertà. — Ed, a ben ragione temon poi i dissolventi l'adunanze degli uomini e de' pensieri, per evitare cioè i pericoli minaccianti e l'onta alla odiosa legge, la quale, non ancora satolla di tanto ostinato lavoro di demolizione, nella speranza di sostenersi è venuta a partiti estremi, sperdendo per primo i beni tutti del demanio regio; dando poscia a prezzo, ed a gente ignorata ed ignorante titoli di nobiltà magistrature poteri; e poco manca che s'ipotechino perfino le future imposte del fisco. E non meno della, finanza è mal provvista l'amministrazione de' beni e delle ubertose entrate comunali: le arti, e l'industrie divenute nulle o meschinissime: il popolo misero e decrescente.

«Ed in vista di tanti mali estremi continueremo ad esser noi le pazienti, le tolleranti vittime? No vivaddio! Io per me veggendo la nera perfidia, veggo pure i vostri animi 'compresi da orrore per tatti che disonorano l'umanità.

«A noi quindi. e non ad altri spetta il liberarcene da eroi facendo cadere ormai dal volto di tutti la maschera dello inganno, nel quale è da un anno che camminiamo, millantando costoro e falsamente lusingando con infami promesse di era novella e riforme, con là dorata pillola con cui si tentò sedurre le nostre menti: ed invece si è conculcato ed usurpato il diritto della conservazione e dell'ordine, ponendo a mercato la corruzione, od in pratica la violenza onde giungere a dominare. Le nostre provincie tutte furon tocche da tali storiche verità, e son pronte a sostenere quel dritto di difesa che viene protetto da Dio ed ammirato dalle nazioni della iutiera Europa, le quali se silenti si stettero fin qui a scene di tanto raccapriccio, applaudiranno oggi per giustizia al comune volere di una oppressa nazione.

«Corriamo dunque, o fratelli, alla revindica di quel trono proditoriamente usurpato al nostro legittimo sovrano Francesco II Borbone, calcando la via dell'eroismo da lui mostrato nel cimento della propria vita, non meno che della di lui augusta consorte la quale qual nuova Giovanna D'Arco correva intrepida là dove il pericolo era maggiore. — Corriamo noi pure, e pronti siamo a sacrificare la vita stessa onde conservarci gli altari la roba il vivere la pace domestica l'onore. Mostriamo unanimi a costoro con fatti, che se la prudenza tacque in noi fin qui, non lo fu già per voto, no; ma per la mera lusinga di trovare quell'ideale miglioramento che ci si assicurava con false promesse, ma sacre per essi. Era il prime patto che si gittava sulla bilancia dello scrutinio onde ammaliarci!

«E giunta però l’ora fatale del disinganno, o straniero, e tu stesso ne porgesti gli argomenti fin da tempo. Oggi oltre al nostro volere, è Iddio che c'impone il ravvedimento, ed è terribile il volere e grido di una nazione oppressa che viene da lui protetta. Noi in numero poderoso corriamo ad esterminarvi imponendovi armata mano, vita per vita l'abbandono della nostre ubertose contrade, parte derubate languenti e deserte, non che ritornare a noi, che unanimi lo vogliamo, il nostro legittimo sovrano datoci da a Dio, qual padre e modello di eroiche virtù — il Clementis cimo verso i suoi più dichiarati nemici e; traditori della venduta patria! L’esempio della virtù e della gloria con che si sosteneva ristretto nelle mura della inespugnabile Gaeta, resa per la codardia e pel tradimento di vili e felloni prezzolati, i quali simulando zelo e valore marziale vendevano tanti eroi che colà erano a difesa de' nostri diritti, usurpati dalla violenza e dalla prepotenza. Maledetta è per essi la. terra ove camminano, e lentamente l'uccide il rimorso della loro ribalderia, e più le lacrime ed il lutto di tante orbate e gementi famiglie!

«La vittoria per noi è certa, o fratelli, perché se in terra potesse occultarsi la giustezza della causa che difendiamo, abbiamo in cielo valevole mediatrice che la reclama, quella Beatissima Madre che nel dare al figlio la vita, a se diede la. morte. Per le di lei preci vediamo già ne' petti de' nostri nemici trascorrere il terrore e lo spavento, la confusione e lo sbaraglio con che ci daranno la giusta rivincita; e quand'anche taluno dovesse restar vittima nello avvenimento non sarà esso diversa da quelle che adoriamo sull'altare perche morendo muore fra gli evviva di Francesco II e la gloria di Dio.

«Coraggio dunque, paghiamo con la stessa moneta gli assassini, e rivolgiamo contro la stessa testa di costoro quelle armi che ci affidarono per sostenere non altro che i loro delitti, e ci beeremo nel risalutare il nostro adorato monarca nel suo primiero splendore reso più vivido a scorno di colui che più misero è divenuto con le sue rapine, per le quali sarà eternamente corroso.

«Non aspettiamo che una mano straniera vengh'essa a sollevarci da tanta schiavitù, per poi volerne schiavi della stessa nostra vittoria.

«E domani l'Astro maggiore del firmamento risplenderà più vivo sulla liberata patria nostra: le nostre famiglie saranno calmate da' panici timori che l'uccidono per lo sterminio ad esse minacciato se si scuoprono amiche dell'ordine: constatati saranno i diritti delle nostre sudate proprietà, e non più mano rapace ci obbligherà dividerne la messe: vedremo addivenuta santa certezza la persuasiva in cui fummo del ritorno della pace domestica e dell'ordine sociale non più delitti di sangue; non più visite domiciliari; non maltrattamenti minacce spionaggio fucilazioni....

«Non più infine la nostra patria sarà ingombra dall'indigente di ogni classe perché ricomposto un ministero di nuovi ed idonei personaggi sapranno rappresentare al monarca i nostri veri bisogni, applicando per essi le rendite del governo, e. non estorquendole come coloro che le spendevano invece per il lusso delle loro famiglie, e le trattenevano in parte per sollevare il pubblico malcontento, ed aprirsi cosí più larga la via ai premeditati tradimenti. Dopo di che vedremo istantemente riattivato ed incoraggito il morto commercio: aperti ad ordine i pubblici uffici, riaperte le immense beneficenze a sollievo del misero — tutto in fine sarà per noi nuova vita di beatitudine.

«Sia anche l'arme venefica onde uccidere e disperdere lo straniero che ne uccide, il comune e spontaneo rido di viva Francesco II, sotto il di cui vessillo stretti e riverenti corriamo al cimento.

«E voi, o nostro legittimo monarca, armatevi di nuovo coraggio a tanto annunzio del vostro popolo tutto, il quale vi acclama e vuole suo salvatore. l'insito oggi ne' nostri petti il volere di vincere o morire — guai per coloro che ne resistono.

«Antonio Fiore»

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VII

Alle urgenze inevitabili del momento Brasi provvisto tanto in Roma con abondevoli largizioni, quanto all'estero con atti diplomatici.

Tra i ministri e consiglieri che sopra mentovammo nella corte reale, partironsi provvisoriamente le operazioni. Frattanto mentre brulicava la messa sottoposta, non si ff attendere lunga pezza un accordo fra i personaggi più cospicui di tutte le fazioni, e già poteasi discerner la faccia di un alto convegno, da dove come da direzione suprema gli ufficii subalterni per gerarchico ordine pullulassero.

Nel consesso noveravansi i seguenti principali personaggi.

— Francesco II di Borbone ex-re di Napoli.

— Maria Sofia ex-regina di Napoli.

— Principe Francesco Paolo conte di Trapani.

— Maria Teresa d Austria Sedeva di Ferdinando II di Borbone.

— L'ex-regina di Spagna.

— Carbonelli ex-ministro di Finanza.

— Del Re ex-ministro degli esteri.

— Cav. Pietro Ulloa.

— Cav. Ruitz.

— Principe Ruffano.

— Principe di Bisignano.

— Baron Luigi Di Pasquale.

— General Bartolommeo Ulloa.

— General Vial.

— General Bosco.

— General Clary.

— General Luverà.

— Monsignor Guglielmo De Cesare.

— Monsignor dell'Aquila.

— Cardinal Giacomo Antonelli segretario di stato di Sua Santità papa Pio IX.

— Cardinal De Andrea ex-prefetto della S. Congregazione dell'Indice.

— Monsignor Saverio Merode ministro delle armi pontificie.

— Monsignor Antonio Matteucci direttore generale della polizia pontificia.

— Barone De Bach ambasciatore d'Austria.

— De Souza ministro di Spagna.

— Arnaud antico ministro di Spagna.

— Marchese Luigi Bargagli ex-ministro dell'ex-granduca di Toscana.

Varia è l'indole individuale di questi personaggi, benché lino il partito. Non tenue luce ne ridonderà alla storia nel ravvisar le fisonomie almeno più interessanti di questo quadro. Le respettive tendenze forniranno gli elementi delle risoluzioni che emanarono dal loro seno.

Francesco II di cui si è altrove tenuto proposito, avea ne' suoi consigli assai presso la propria consorte Maria Sofia. Questa giovane elegante e leggiadra colle attrattive del sesso possedeva una perspicacia singolarissima, per le quali doti morali e fisiche facilmente aprivasi la via al predominio di un marito che sul fior dell'età non sapeva contrapporle resistenza coll'intelletto o col cuore. Essa d'altronde che allevata nella imperiale corte austriaca bevve col latte l'odio mortale verso gl'italiani, certo non avrebbe saputo ispirare mansuetudine e dolcezza nell'atto che la più bella corona d'Italia vedovava la fronte del suo consorte, e mentre il bando da' suoi stati, quivi coronava invece l'invidiato trionfo degl'italiani. Da una corte splendidissima, alla cui ombra era cresciuta, avea tratto lustro nobiltà e magnificenza incomparabile. A grandezza veramente regale essa accoppiava lusso e munificenza. Scaldata al raggio vivificatore di Napoli, scambiava volentieri il fosco aspetto de' suoi paesi col sorriso delle terre italiane.

Se ne togli i giovanili vezzi e le grazie, Maria Teresa d'Austria aggravava sensibilmente i malevoli influssi stranieri sulla corte borbonica. Cupo e accigliato tipo germanico giammai si serenò all'aspetto vivido e giocondo del nostro sole. Restauratrice inesorabile presso il defunto Ferdinando II della pena di morte già abolita per fermo volere della piissima Maria Cristina di Savoja, giammai fu che si riforbisse alla gentilezza de' tempi. Resa anzi più cruda per gli oltraggi recenti, alternava in seno le furie di un odio implacabile. Fautrice passionata per la successione al trono del secondogenito Luigi Maria conte di Trani in luogo di Francesco II, adduceva seco pur anco il sospetto e la parzialità di madrignali suggestioni. Rigida di carattere e di massime austerissima vagheggiava potentemente il dispotismo militare. Abborrente da ogni aura popolare, era nemica di novelle istituzioni che non le rammentassero l'antico. Idolatra di un culto religioso esteriore più che vero e sincero, era larga di sontuosa carità verso il povero, e fra i rimorsi di un torbido passato, e il terrore di una vita avvenire incerta e trepidante accompagnava coll'età i penosi suoi giorni, facile preda del pianto.

L'ex-regina di Spagna memore mai sempre delle passate sventure, rinfrescava co' suoi consigli le speranze della legittimità, e nel rimpiangere l'infortunio del suo congiunto, patrocinava la causa propria e della sua casa.

Fidissimi alla causa borbonica, e forse più all'autonomia napolitana erano Carbonelli, Del Re, i fratelli Pietro e Bartolommeo Ulloa, il general Vial, il cavalier Ruitz, il principe di Ruffano, il principe di Bisignano, e il barone Luigi di Pasquale. Per costoro spogli d'interessi dinastici e cortigiani piuttosto della sventura, la saggezza la buona fede e la ragion de' tempi trovava adito ne' loro cuori. Se non che i beneficii ricevuti o una particolar devozione alla casa reale, in mezzo alla voce di un intimo convincimento, alterava la sincerità de' loro consigli resi ligi pur troppo dalla gravità dell'infortunio più che dalla persuasione nella bontà intrinseca della causa che propugnavano.

Fra i generali che seguirono Francesco II, il conte Sta(ella era l'istrumento più valevole e acconcio alle esorbitanze del tempo. Assoluto di principii quant'altri mai nel rigore e nel terrorismo non avea pari. Vecchiardo indomito e rubesto compieva i faticosi ufficii della sua carica come se il vigore primo di gioventù, il facesse gagliardo. Chiuso nel guardo, tronfio altero sprezzante. Senza acume d'ingegno, espertissimo; volgare nel comando; alla pietà inaccessibile. inesorabile acerbo. Fido per ostinazione; animoso per brutalità. Avverso per istinto al rigoglio vivace d'ogni libertà, era l'oppressore e il vindice nato d ogni attentato alla monarchia più assolata e tiranna.

L’ufficio più crudo e spietato avrebbe potuto affidarglisi senza tema d'arrendevolezza o di defezione.

Il general Bosco per opposito era un mediocre soldato senza passione. Misurato calcolatore degli avvenimenti sapeva servire l’opportunità. Affabile e patetico abitualmente ma all'uopo esagerato simulatore d'ira e disdegno. Canoro magnificatore d'imprese. Vanitoso di titoli e di splendide onoranze senza predilezione a verun principio. Pervenuto per tali vie al grado di maresciallo di campo, ciamberlano del suo re, e fregiato della commenda di S. Gregorio e di Francesco I, lungi dal porger gratitudine e omaggio al suo benefattore, preferiva un codardo abbandono, ed avrebbe avventurato la sua spada in traccia di novelli allori e in balìa d'altro padrone qualunque (pag.65. ) Non dissimile dal Bosco. era il general Clary, se alla destrezza e sagacia di quello surroghisi in questo minor artificio e spertezza. Servo di una bassa ambizione e di straordinaria avarizia, nulla sacrificava a verun sistema determinato che quello non fosse imbeccato dall'opportunità. Dissimulatore poco scaltro venne sospetto alla corte borbonica eziandio, ma volgare d'animo e di talenti, nulla abjetto che fosse avria risparmiato a se stesso purché la perduta grazia valesse a ricuperare.

Monsignor Dell'Aquila sacerdote avveduto e circospetto, quanto potente e ben accetto ne' suoi consigli presso la corte, era il moderatore della coscienza dell'ex-regina Maria Sofia. Era questo l'anello taumaturgico che dovea vincolare alle insinuazioni della sua penitente le risoluzioni principali dell'augusto suo consorte. Di qui il balsamo conservatore della santa unzione cosparso sul rimorso di tanti eccidii giustificati e scherniti all'ombra dell'altare e della giustizia. Monsignore rappresentava la vigile custodia del palladio borbonico: dal suo tribunale tuonava l'apologia della causa regia e il decreto di santificazione verso gli empi mezzi al patrocinio di essa consecrati.

Tra i porporati che applaudivano il movimento borbonico, il cardinale De Andrea napolitano non s'ebbe l'ultima parte. Questo eminente personaggio di cui a buon diritto può onorarsi l'elettorato romano nella corte papale, era forse meno che tutti i suoi colleghi persuaso dell'assurdo sistema reazionario. Di profonde cognizioni in materia ecclesiastica e letteraria ornatissimo, per fermezza e costanza di carattere distinguevasi sovra ogn'altro. Membro dell' alto consiglio nella costituzione romana del 1848, a fronte della concitazione minacciosa del popolo inframmessosi in talune risoluzioni vivamente reclamate, egli solo si tenne tenacemente al suo posto senza transigere colla propria coscienza. In tempi più recenti come prefetto della sacra congregazione dell'indice, anziché farsi cieco strumento de' gesuiti e delle ambagi del cardinal Antonelli in una disputa teologica suscitata dal vescovo di Bruges contro i professori della università di Lovanio, sostenne virilmente la propria opinione, preferì sfidare l'improntitudine della più temuta autorità dello stato personificata nell'Antonelli e l'ira gesuitica, dimettendosi perfino dalla propria carica.

Ammiratore delle franche dottrine del celebre Passaglia, mostravasi all'altezza de' tempi e forse sentiva in se il coraggio di dominarli; ma per fatalità della sua. posizione rimpetto alle corti di Roma e di Napoli, dalla cui ingerenza specialmente ripeteva la dignità cardinalizia; figlio di un famoso ministro di Napoli sotto Ferdinando II, non seppe schermirsi dall'ascendente delle circostanze, ne' osteggiare il figlio infortunato di un illustre mecenate della propria famiglia.

Particolari incidenti intorno a questo illustre porporato chiariranno or ora malavventurosamente il come egli in realtà partecipasse alla cospirazione borbonica, che sicuramente abborriva nel profondo dell'animo suo.

Francesco Paolo conte di Trapani rappresentava l'elemento più operoso e autorevole della lega. Esso fin dall'assedio di Gaeta avea preceduto l'ex-re in Roma, e mentre maneggiavasi col governo romano per l’approvigionamento della fortezza, era il soffio animatore della reazione. Dopo la resa tenendo ancor nelle mani le redini reazionarie specialmente degli Abruzzi, potè facilmente rannodarne le fila e rafforzare il brigantaggio.

Affezionato sinceramente al suo augusto congiunto, era indefesso nell'agevolargli le concepute speranze e la durezza de' suoi casi. Geloso delle mal celate madrignali tendenze dell'austriaca Maria Teresa verso il secondogenito D. Luigi Maria conte di Trani, che essa avrebbe ambito innalzare al trono delle due Sicilie a preferenza di Francesco, era fervidissimo patrocinatore della sua causa, custode fido e potente de' suoi diritti dinastici.

Del resto era ostile per natura ai rigori politici e alle arti della tirannide. Intrinseco per mente e per cuore al principe D. Antonio zio paterno di Francesco, da questi messo in bando per le sue aspirazioni liberali; proclive a passioni generose, in meno tristi congiunture avrebbe favorito volontieri il benessere e la felicità de' suoi simili e fors'anco la causa nazionale.

Il colonnello Luverà promosso in Roma a generale in premio delle stragi di Carsoli, Pietrasecca, S. Maria del Tufo, Rocca di Botte, ec. era giovane sagace svegliato e pronto d'ingegno; per vezzo di modi esteriori elegantissimo; senza fede alcuna avido ghermitore delle circostanze. Dell'oro sitibondo al segno da trasnaturare in atti d'inaudito vandalismo. Fu costui che in Pereto, messo a pezzi il raro patriotta Luigi Alari, ne porse il cadavere ad esser sbranato dai cani. Nel furore del simulato. suo zelo incauto troppo, venne in sospetto alla corte, da dove ricco d'infame bottino e di delitti alla perline disparve.

Monsignor Antonio Matteucci, corse direttore generale della polizia romana, doveva necessariamente dar mano al complotto. Quest'uomo percorreva come gli altri dignitarii ecclesiastici la sua carriera, e prossimo a conseguire la porpora cardinalizia,, non poteva disgregarsi dalla consorteria antonelliana. Se una tale necessità non lo avesse tenuto saldo nel sistema, sarebbe stato ben. lungi per indole dall'accattar brighe di sorta per chicchessia. Largo di massime e di coscienza anche soverchiamente, era partigiano del brio e del piacere, e come per se tennelo sempre caro, non l'invidiava altrui. In mezzo ai rigori della sua polizia che fu martirio allo stato e ribrezzo agli stranieri, ove fessegli stato lecito, più onesto che pervicace ministro, mostrossi ognora parco e indulgente. Contradetto e sorvegliato dal feroce assessore Dandini, seppe temprarne gli eccessi e mitigare la frenesia dell'arbitrio. All'infuori di pochi, tra cui monsignor Salvo Maria Sagretti presidente della S. Consulta, come lui franco e assegnato, col resto de' cortigiani teneasi in contegno, e circospezione. Senza profondi lumi di scienza, abile e solerte. Perspicace indagatore del cuore umano, seppe in ogni; tempo lodevolmente destreggiarsi tra amici, e nemici.

L'ambasciatore austriaco De Bach rappresentante di un governo emulo e recisamente ostile al fatto italico, non poteva rimanersene indifferente là dove meglio avea agio di molestar l'inimico. Uomo altronde di profonde dottrine, sapeva che in casa altrui dovevano applicarsi principii, i quali nella propria non che essere accolti, venivano distrutti dallo stesso fatto topografico de' territorii soggettati all'impero; sapeva quanto le popolazioni austriache già iniziate nella via costituzionale tenessero diversa sentenza da' reggitori dello stato non pure quanto alle vedute politiche, ma sulla revisione eziandio del concordato; sapeva come la politica ammessa dallo stesso suo governo sul non intervento sforzasse le voglie più riottose e assolute nell'applicazione del diritto popolare; non poteva quindi senza inciampare in evidenti contraddizioni, osteggiar troppo la causa italiana e far profitto a' suoi nemici.

Abile diplomatico nondimeno calmo e misurato, adoperavasi quanto mai in segreto potea per favorire il fascino della passione reazionaria; stemperarsi in promesse; promuovere arruolamenti specialmente in Trieste; infervorare i principi minacciati della vecchia legittimità; e sostenere la reversibilità pretesa dalla casa asburghese. Devotissimo ai gesuiti, (di che non può dispensarsi il ministro di un governo di resistenza) con loro divideva il confessionale, e vuolsi fosse largo con essi di riverenza e danaro, versando per fin due volte per mese nelle mani di una autorità lojolitica frequentante il suo palazzo in piazza di Venezia, scudi cinquanta a titolo di celebrazione di messe.

Non meno impacciato dell'ambasciatore austriaco riesciva il sig. De Souza rappresentante di Spagna coadjuvato dall'ex-ministro spagnuolo Sig. Arnaud.

Questa potenza interessata pe' suoi pretesi antichi diritti sul trono delle due Sicilie e in onta alle instituzioni nazionali e all'annessione di S. Domingo, è dopo il governo viennese la paladina più scapigliata de' trattati e della vieta legittimità; né la luce del decimònono secolo valse ancora a farle stornare, il guardo dai penetrali tenebrosi di Gusman.

Il suo rappresentante altronde per nulla persuaso delle artificiali querele del proprio governo, mezzo tra scettico cattolico liberale e spregiatore di preti e governo pontificio, si scioglieva in evasive, in promesse di devozione e di soccorsi che mai sarebbersi realizzati. Egli, come in tutta le cause perdute, ne' avvocava il patrocinio per officio e nulla più.

II marchese Bargagli, sendo ancora rivestito in Roma della qualifica di ministro del granducato toscano, sì perché non paressero trascurarsi dal sua signore le ragioni del trono, che a quelle pur anco estendeansi della causa imperiale austriaca; come per non demeritare di attività e di zelo tra i campioni della legittimità, interveniva al convegno. Uomo altronde probo e pacifico, né sminuiva né tampoco aggiungeva peso alle esorbitanze di esso.

Di altri congregati, o già ne occorse parlare, ovvero accadrà discorrerne in progresso a suo luogo. Ondech per non dar nella taccia di noiosi o ripetitori, seguiremo dirittamente nostro cammino.

— Le varie porte che stendonsi lungo la cinta delle mura di Roma, giusta la loro postura più o meno concentrica, offroio scene diverse e svariate che a differenti sentimenti invitano coloro ché vi si recano a diporto.

La porta che chiamasi Pia è situata livellarmente al colle Quirinale. Essa è sequestrata dai centri più popolosi di Roma, e vi si ascende con fatica. Non prima però guadagni la spianata del Monte Cavallo, o per altro sentiero tu la raggiugni che un aria balsamica dominata da ventarelli leggieri t'invita al respiro. La solitudine di quella zona protratta e uniforme chiusa tutta da muraglie laterali e interrotta solamente dall'aspetto muto e solenne di tempii o conventi, ti curva alla meditazione se solo; se accompagnato nulla distrae la tranquillità continua di pacato colloquio.

Come il piè sospinga tu fuor del pomerio esterno, la scena si avviva, e all'occhio fa corona lo smalto milliforme di case campestri, ma più di ville amenissime e sontuosi palagi che da vicino é da lungi tra fronzute alberate ergono maestosa la fronte. Quivi in delizioso soggiorno suburbano ripara gran parte della nobiltà romana dopo i romori popolosi della città.

Questa passeggiata sublimemente malinconica è sopratutto frequentata dai novizi numerosi di Lojola che dalla pia casa di S. Andrea trovansi già in sul cammino; da religiosi d'ogni ordine; da cardinali e prelati. Quivi ancora il sommo pontefice disceso dalla sua carrozza, vi ormeggia in gite prolungato e frequenti.

Tra gli edificii che fiancheggiano la via, avvi una villa magnifica situata alla destra di chi uscendo dalla porta Pia si spinge in avanti. In mezzo alla villa sorge uno stupendo palagio appartenente al marchese Patrizi germano del cardinal vicario di S. Santità.

A due miglia dalla porta evvi il convento di S. Agnese annesso alla antichissima chiesa di questo titolo. Quivi, or ha pochi anni, in occasione della solennità della santa, recossi com'è costume, il pontefice Pio IX, e le travi da lungo tempo intarmate della sala maggiore precipitarono con tutta l'augusta comitiva, ma per ventura non ebbero a deplorarsi sconci assai gravi. Ondeehè oggi restaurato quell'edilizio splendidamente offre ampio e dovizioso ricetto poi claustrali che vi dimorano o per chi si faccia a visitarlo. Questi due luoghi vennero alternatamente scelti a rischio dell'elevato convegno, di cui qui sopra noverammo i principali personaggi. Essi tenendo questa via cotanto praticata dal ceto religioso, tendevano a mascherare il vero lor fine precipuo di ragunarvisi, e celarsi così possibilmente alla vista dei romani.

Dall'ora quinta alla sesta nel pomeriggio, questa contrada cotanta per l'innanzi silenziosa, ora remoreggiava por cocchi numerosi che al fomento convenuto facevan capo dai diversi punti di Roma.

L'ex-re, ad evitare la calca de' suoi che in consegnare istanze o cogli schiamazzi gli avrebbero attraversato l'andare dalla maggior sporta del Quirinale, sbucava sovente non visto da qualcuna delle tante uscite del palazzo, e salvo poche eccezioni, ogni dì era a quella volta.

Precipua cura de' congregati era serbare, quanto mai lo si poteva, il mistero a fine di evitare, i borbonici la vergogna di una guerra irregolare illegittima e co dannata; i pontificii la responsabilità all'estero nel cooperarvi.

Ciò non ostante il vero oggetto e soggetto della loro frequenza aggiravasi in approvigionare uomini armi e danaro; regolare i modi di attuazione; corrispondere e coordinare i diversi centri legittimisti e i comitati interni alle Due Sicilie; nominare od approvare i capi del movimento; promuovere incoraggiamenti e compensi;. occorrere in somma con risoluzioni pronte e immediate alla bizzarra combinazione di tanti avvenimenti quanti se ne venivano provocando, o che spontanei si associassero all'impresa.

Il general Bosco riassumeva lo scopo supremo di tanti maneggi in questi termini. — Alzare una bandiera qualunque, purché non sia quella del re, insorgere ad un grido qualunque, purché sia un grido di avversione contro il governo; seminare gli odii e il discredito; usufruttare le ire, le inimicizie i cattivi istinti di popolazioni ignoranti, e metter tutto a profitto della restaurazione.

Altro personaggio assai intimo alla ex-regina Sofia, il cavalier Vincenzo Rodelli rivelava anche più estesamente un tal piano e le vedute future della mista assemblea.

«Il piano (egli diceva) è di vita o di morte. Lo sventurato nostro monarca è stato tradito da ogni parte, specialmente in Gaeta da rinnegati ufficiali che colla luce dello sigaro di notte tempo segnalavano al generale Cialdini la postura della polveriera, la quale indi saltando in aria affrettò la caduta. Questa tolse il tempo necessario per contrapporre all'esercito una organizzata reazione interna, di cui la rivincita non doveva esser dubbia. L'infelice re in mezzo alle braccia infinite, che gli protendeano amorosamente i suoi figli dal perduto regno, non poteva abbandonarli senza una crudele viltà, anche in vista di un futuro pregno di avvenimenti, rinnegare ì quali sarebbe stato lo stesso che recalcitrare alla provvidenza che ci comanda d'aiutarci per esser ajutati. Scopo pertanto dei nostri movimenti è di collegare insieme tutti gli elementi omogenei, coordinarli e tentare 1 estremo scampo di salute. In questa veduta abbiamo naturalmente dalla nostra in primo rango il governo pontificio, che ormai conta una domesticità tradizionale reciprocamente paterna e filiale. I nostri fianchi sono abbastanza vigorosi per le forze ancor fresche del duca di Modena, e cogli infiniti partigiani suoi, di S. Santità, quelli di Maria Luisa di Parma e di Leopoldo di. Toscana. Un colossale corpo di riserva è formato dall'Austria. Or bene, ove a Dio piacesse di ridonare al suo trono Francesco, non appena riorganizzato l'esercito, si farebbero movimenti in avanti dal Po, dalle frontiere Remagnuole e Toscane, e con uomini anelanti a giusta vendetta, si sarebbe per lo meno imposto col numero alle terre usurpate da quella buona lana di Vittorio Emanuele; si sarebbe ristretto costui nel suo angolo settentrionale, dove pure il diritto di guerra o di 'rivincita ci avrebbe permesso penetrare. Quivi sulla Italia sbigottita sarebbersi riaffacciate in giuoco le ragioni del diritto vigente internazionale dell'Austria, la quale non avrebbe avuto più possenti ragioni a temer della Francia, contro cui anzi avrebbe volontieri levato la fronte tanto per noi consorti della 'sua causa, quanto per vendicare le subdole ambagi imperiali di Villafranca. Questa signora Francia napoleonica, alla luce di tanti fatti compiuti, avrebbe dovuto acquietarsi a riperdere la sua influenza sull'Italia; o se avesse aizzato la guerra generale; avrebbe sperimentati il peso sopra di se di una facile coalizione capitanata dall'Italia restaurata; più sussidiata dall'Austria Spagna, e dalle potenze o ligie o interessate, col rimorchio naturale di potentati secondarii o convinti o dipendenti. Nè sarebbe stato fuor di proposito il concepire una nuova processione alla Blucher e Wellington sopra Parigi per finirla per lo meno. con una abdicazione di Fontainebleau o delle Tuileries; mandare al diavolo la gherminella dei voti universali, e colla benedizione del Vaticano dar riposo a tante agitazioni artificiali col richiamare semplicemente in vigore i sacrosanti trattati di Vienna che la moda non vuol riconoscere.

Questi che in fondo erano i progetti cosmopolitici dell'associazione borbonica, non dissimigliavano punto dai concetti che i legittimisti d'altri paesi andavano diffondendo e insinuando calorosamente col diffidare in ispecie le intenzioni dell'imperatore Napoleone, il quale, non ostante i suoi sforzi per cattivarsi fiducia in Europa, è generalmente ritenuto l'esecutore del programma del primo impero con tutti gli accessorii e le velleità ambiziose di conquista o di dittatura.

Una combriccola legittimista che da Salviali pigliava il nome in Roma faceva circolare l'opuscolo del famigerato Perego, intitolato — L'Italia al cospetto dell'Europa stampato in Verona, sotto la censura austriaca, e coi tipi del Giornale Ufficiale.

Riporterò alcuni brani interessanti di questo scritto, che stimo necessarii per mettere in rilievo la conformità delle idee che sotto pretesto di una restaurazione compendiavano nullameno il pii i complesso problema della controrivoluzione di Europa.

Alla pag.20 paragr. XIV di detto opuscolo si legge — È il naoleonismo che bisogna assalire, ed assalirlo risoluti concordi nelle sue stesse trincere, in Francia, a Parigi, prevenendo colla di lui rovina quello ch'esso andava apprestando alle altre potenze. La Francia retta da un principe turbolento ed avido di estendere il suo potere, s'immischia in tutte le questioni estere, favorisce i malcontenti, dà la mano ai ribelli; tende, in somma al male altrui per promuovere il proprio vantaggio. L'equilibrio di Europa non può esistere con un impero francese trapotente, avido di conquiste, adoperato dall'abile mano di un uomo ambizioso a tenere in isgomento amici e nemici. Se noi non ricondurremo i francesi al 1815, essi on Napoleone III ci guideranno ad Austerlitz ed a Wagram... Da quanto abbiamo esposto deduciamo per conseguenza la necessità di una. stretta alleanza tra le potenze; di una nuova coalizione diretta a restaurare nell'Europa i trattati del 1815. Scopo della seconda coalizione dovrebbe essere l'abbassamento della dinastia napoleonica e, la restaurazione di Enrico sul trono de' suoi maggiori.»

A grida siffatte invero andavansi accostumando le orde di Francesco II che per 'parità di condizioni convergevano ne' medesimi principii.

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VIII

Abbiamo testé conosciuto il consiglio supremo dirigente, i suoi principali intendimenti; ed il programma che sebbene parte dello zelo di alcuni reazionarii, tuttavia avea riscosso il plauso de' più autorevoli partigiani dell'ex-re che pur trovavansi nel novero de' capi. Ora faceva mestieri divulgarlo nelle fila della cospirazione e procacciarne proseliti, togliendo le mosse dai più ragguardevoli per grado o dignità fino agl'imi.

Il Fiore ch'avea in possesso il programma, e che erasene
procacciata l'approvazione, ascriveasi a ragione la preferenza nell'onore d'associare all'impresa i più cospicui nomi. Ben presto in fatti venne egli chiamato a segreto colloquio presso il general Statella, che come or ora vedremo, era venuto alla direzione de' principali muovimenti dei brigantaggio.

Quivi il Fiore non prima addimandato accorse immantinente. Lo Statella che in fatto d'esperienza non avrebbe ceduto a chicchessia, volle a suo modo disaminare quest'uomo per misurarne la portata e l'utilità de' servigi, che da lui potevano attendersi. Egli già vi si atteggiava giusta il suo costume. Restrinse in grosse rughe la fronte, e aggrottato il ciglio, in fondo. a cui scorgeansi due luci truci e socchiuse, si fè a scrutarne le intenzioni a' mò d'inquisitore.

Imperturbabile il Fiore, acconciamente rispondeva quanto alla duplice notizia dei luoghi e delle persone. tanto di Roma che delle sue provincie native. Espose la missione commessagli da Trani ed altre città del regno, dove avrebbe dovuto suscitare la reazione; tentò mostrare la somma probabilità di riuscita dell'intrapresa. Non è a ridire poi quali e quante dovessero essere le espressioni di fervida simpatia alla causa regia, e come indeclinabile il proposito di propugnarla fedelmente fino agli estremi.

Non dispiacquero allo Statella i sentimenti e le informazioni del Fiore. Egli in mezzo a. tanta ignominia e nullità di. concorrenti ne' bassi ordini, reputa aver ritrovato un abile strumento che non avesse ritegno di strisciare fra la poltiglia delle plebi accorse in Roma, e che nel tempo stesso valesse. a maneggiarsi con persone più elevate per altri fini della consorteria.

Non trovò quindi lo Statella difficoltà veruna che quello si presentasse a personaggi di rango per attrarli, o almeno per investigarne. le intenzioni.

Primo fra questi era designato il cardinale D'Andrea, dal quale atteudeasi l'esempio da preporsi ad altri campioni della corte pontificia. Il Fiore dovea presentarglisi in proprio nome senza neppure alludere ai suoi committenti, come del pari avrebbe dovuto praticare cogli altri.

Ad incoraggiarlo veniva intanto promosso a segretario intimo nell'Azio de' pagamenti. presso lo stesso monsignor Guglielmo De Cesare, il quale plaudendo all'idea di Statella e dietro le informazioni di lui, confermò la scelta tanto pel mandato verso il cardinale ed altri, quanto per la nomina a suo intimo segretario.

Il Fiore era nell'impegno, e senza più redasse di sua mano una copia dei programma da noi qui sopra. riportato, e recatosi nelle anticamere del cardinale, ne richiese l'udienza.

Questi sempre intento alle proprie occupazioni e a' suoi studi, non conoscendo l'oggetto di tal dimanda pura e semplice, si ricusò. Allora il Fiore stimò dovergliela recisamente dichiarare per iscritto, e a non intralasciare occasione di guadagno che giammai si scompagnava da' venali suoi ufficii, si fe precedere dalla seguente istanza annessa al programma che puntualmente lo caratterizza.

«Eminenza Reverendissima,

«L'umile sottoscritto si prende la libertà, e sotto it più alto mistero, metterle sott'occhio il proclama accluso, da lui debolmente compilato, quale deve a sue esclusive spese pubblicarsi nel regno di Napoli quando sarà tempo, sul che è in attesa di avviso anche per altra incombenza affidatagli da Trani sua patria, in provincia di Bari.

«E siccome fra due o tre giorni sarà a riceverne i fondi non scarsi per le sue occulte operazioni, così anche per tutta la decenza fin qui usata con la real corte, non si sente forte, né lo deve far noto essere oggi digiuno.

«Non Le sembri assurdo, oh (sie) eminentissimo, perché non sono uso a mentire. Ella al certo più che altri, anche per amor patrio, è la sola che può serbargli mistero, pregandola di una ben lieve sovvenzione qualsiasi, e vada certo sovvenire una fra le infinite vittime del nostro ubertoso e derubato regno.

«Alta è la missione affidatami da ben quattro provincie, e se l'Eminenza sua reverendissima mi onora di qualche istante d'udienza, le metterò sott'occhio il piano di esecuzione con una nota nominativa d'individui di cuore e di borsa. Tutto a questo è all'Eminenza sua reverendissima soltanto che si affida, sapendola nostro degnissimo nazionale.

«Ove si volesse degnare ricevermi questa sera, sono vicinissimo di domicilio, Vicolo Sforza Cesarini n.9.1.

«Le bacio intanto con ogni rispetto il lembo della sagra porpora.

«ANTONIO FIORE

«Servo devotis. dell’Eminenza sua reverendis.

Il cardinale imaginando di già che il tranello discendeva dall'alto, non poteva decamparne senza compromessa presso gli augusti, e forse più per curiosità di conoscerne la natura, che per vera necessità di mostrare attaccamento alla causa borbonica, non tardò a spedire il proprio segretario nello stesso domicilio del Fiore — Vicolo Sforza Cesarini num.9 primo piano — per istabilire l'ora di appuntamento nel dì vegnente alle ore nove antimeridiane.

Antonia Misnini in assenza di esso ricevé l'ambasciata e al momento prefisso quest'ultimo era già negli appartamenti del cardinale.

Gli ordini opportuni erano stati impartiti, ed egli potè agevolmente trovarsi alla sua presenza.

Il cardinale con occhio sospetto e prevenuto squadrò dal capo ai piè l'individuo, ma era inutile l'investigarvi per per entro, dacché in quel visaggio: stupido e calmo niuno avrebbe letto l'impronta d'affetto qualsiasi.

Indi a poco il cardinale cominciò. ( [6]).

Car. Siete del regno a quanto dite?

Fio. Eminenza sì, precisamente di Trani della provincia di Bari.

C. Conosco assai bene la vostra provincia. Ma siete voi ben pratico di tutti i luoghi ne' quali dovete presentarvi ed agire a forma delle istruzioni del re?

F. Eminenza sì.

C. Ho letto il proclama. È dello stile che si richiede per la circostanza. Come pratico dello spirito di quelle popolazioni pensate voi che la reazione possa sortire effetto ed essere appoggiata piuttosto che compromettere inutilmente coloro che con tanta abnegazione vi si prestano?

F. Se mancasse in noi questa fiducia avressimo dovuto desistere dall'immaginare e dall'arrischiare la vita nell'impresa.

C. Speriamolo.... E’ veramente da compiangere la sorte del nostro buon Re!!... se avesse dato ascolto a' miei consigli, avrebbe evitato tanti tradimenti, e la rovina del suo trono. — Quante volte non ho lui suggerito di accedere alla confederazione, colla quale, avuta ragione de' tempi, lungi dal perdere, avremmo certo guadagnato sotto infiniti rapporti... ma non volle darmi ascolto, o meglio altri che lo circondano noi vollero... basta, oggi le cose sonò cambiate, e certo non v'è che il rimedio di reagire e tentar come si può rifarsi del perduto.

F. Pur troppo, Eminentissimo, non v'è altra via fuor di quella che noi battiamo...

C. Eh, se in luogo di certi consiglieri si fosse trovato a fianco di Francesco il mio genitore, gli affari sarebbero andati ben diversamente!... Ad ogni modo, Sig. Fiore l'opera è giusta e santa, ed io non dubito di dovervi aderire; anzi siate certo che io viconcorrerò validamente con ogni maniera di appoggio anche materiale. Anzi quanto prima terrò particolare menzione in proposito con persone ragguardevoli a fine di favorire l'intrapresa. — Quando dovreste partire?

F. Al più presto, Eminenza, mentre l'indugio può esser fatale, avuto anche riguardo al tempo necessario a percorrere, come è mia missione, da Napoli a Lecce.

C. Ebbene io conto d'aver parlato con chi debbo per Venerdì prossimo.. Vi presenterete alle ore 8 del mattino, e spero sarete provvisto del tutto.

F. Perdoni, Eminenza,... ma alle ore 8 troverò ostacolo nell'anticamera?

C. No.... fatevi annunziare... darò gli ordini opportuni... Non vi dispiaccia lasciarmi intanto il vostro programma.... sarò poi a restituirvelo perché possiate ottenere altre adesioni. —, Vi attendo Venerdì.... ricordate sopratutto che anima viva non sappia ch io sono consapevole di quanto mi avete esposto. Conservatevi Sig. Fiore.

Nel pronunciare le ultime parole lo venne il cardinale accompagnando fino alla terza anticamera, da dove con profondo inchino se ne partì.

Tornò il Venerdì seguente alle 8 giusta il concerto, ma un individuo dell'accento straniero, maestro di casa, gli partecipò che S. Emin. non aveva mancato ieri (Giovedì...) portarsi da chi dovea, e che ancora non aveva potuto conchiudere; ma che non mancasse però nel prossimo Lunedì di ripresentarsi alle ore 8 del mattino.

Venne il Lunedì, e dopo una buon'ora ch'ei s'attese, lo stesso maestro di casa fu, latore di un grazioso viglietto suggellato, autografo del cardinale il quale conteneva questi termini.

«Il sig. Antonio Fiore può dirigersi in mio nome a Mons. Ferlisi domiciliato palazzo Buffo Piazza SS. Apostoli» nell'indirizzo «Al sig. Antonio Fiore».

A mandare in punto ogni cosa fu diligente nel presentarsi a Mons. il quale come presidente della commissione di pagamenti, dovea fornirlo di mezzi per agire in Napoli, e nelle provincie di Avellino ~ Foggia, Bari, Taranto, Lecce. Il Ferlisi corrispondendo puntualmente al cenno dell'Eminentissimo, fè dirgli,ohe non sarebbe andato il mesci che egli sarebbe stato abbondantemente provvisto.

Tuttoché il Fiore non avesse ottenuto un'adesione scritta del cardinale, nondimanco non poteva esitarsi d'affermare ch'egli fosse felicemente riuscito nell'intento.

Se non che que!a indiretta sollecitazione poteva. confermare ma non mettere in forse la sua cooperazione colla corte borbonica; dacché i precedenti e quanto andava quotidianamente accadendo, il persuadevano ad ognuno.

Gli aggiunti del fatto qui sopra narrato; gli accessi frequentissimi presso la ex-regina Maria Sofia; l'intervento periodico ne' conciliabili di S. Agnese o nella villa Patrizi, escludevano pur l'ombra del dubbio ( [7]).

Se il Fiore però riescì nel tentativo verso il De Andrea, non potè millantarsi ugualmente degli altri. Il cardinale non era punto amico de' gesuiti, e per conseguenza erangli ignote vie troppo torbide e incespicate; il suo criterio forzavalo in dover seguire il moto borbonico; ebbene egli il faceva con franchezza per diretto o per indiretto senza occultar soverchiamente il proprio pensiero alle persone che s'appartenevano alla lega.

Ma altri meno aperti, più scaltri altresì non aggiustavan credenza al primo venuto, e quando loro il Fiore presentossi, ne tornò scornato di rifiuti o per lo meno respinto con prudenti evasive.

IX.

I lavori della superba assemblea di Villa Patrizj sortivano i loro effetti. Cominciavano di già a scuoprirsi le tracce di un ordinamento misterioso, il quale cammin facendo, sarebbesi sempre meglio perfezionato per quanto avrebberlo permesso le circostanze.

Un movimento straordinario scorgeasi al Quirinale. Era un andirivieni di borbonici e pontificii che dall'ex-re: ricevevano il moto d'ordine, e la destinazione agli uffizii respettivi.

Commissioni di sussidio e di pagamenti per uomini atti al servigio di campo; arruolamenti nell'interno e all'estero; comitati per la provvisione di danaro da aggiungersi al tesoro reale, di armi e di munizioni; subcomitati, convegni particolari e quanto mai poteva contribuire all'immenso sviluppo delle sconfinate illusioni reazionarie, tutto. sotto l'alto patrocinio del governo papale parea promettere un risultato formidabile.

Le casse di pagamento divideansi in vari uffizii. Tutte dovevano far capo nella segreteria generale dell'ex-re presso il cavalier Ruitz.

Quivi ripartivansi secondo il loro oggetto respettivo.

Le istanze erano classificate così:

1. Compenso per fedeltà per la non adesione al governo usurpatore.

2. Munificenza regia verso nobili napolitani o spagnuoli.

3. Mero sussidio di carità.

4. Arruolamento.

Queste ultime suddivideansi fra militi ed uffiziali alti e bassi.

Per la prima specie era incaricato certo cav. Bonamici romano domiciliato nel palazzo Ferrajolì in piazza Colonna, e talvolta il famigerato Giorgi, di cui ne cadrà tra breve parola.

Delle seconde vantavasi patrono certo avv. Bajula romano, che atterrito dal torvo ciglio d'Astrea, avea finito col funi zionare da maestro di casa della ex-regina di Spagna.

Le due ultime venivano rimesse a monsignor De Cesare con due diversi segni convenzionali.

Per solo sussidio le istanze portavano la formola semplice a matita — si rimette alla commissione. — Quanto a quelle dove il richiedente offerivasi prestar servigio attivo, era stabilito un gergo particolare. Ove l'individuo fosse cognito per servigi prestati più o meno rilevanti: ovvero si ravvisasse più o meno atto alla milizia, otteneva un rescritto con espressioni late o ristrette alla propria idoneità dall'un de' generali, cui fosse meglio conosciuto.

A cagion d'esempio leggeasi a tergo di tali istanze.

— Il postulante si è assai distinto nel servizio militare, ed è degno della massima (o media) considerazione della concommissione — (firmato) Generai Statella o Del Re cc.

Il De Cesare raccoglieva nella propria segreteria le istanze ammontanti nel giro del mese da dieci a dodicimila, quali sempre erano in via di aumento.

Quivi il Fiore avea come suol dirsi carta bianca nell'ammettere od escludere dimande di puro sussidio, con ingiunzione altresì d'indugiare il più possibile, come pure verificare che la miseria del supplicante estrema fosse e provata.

In tal guisa gli abili a portare. le armi sarebbersi facilmente indotti a prender servizio, accorgendosi di non essere accolti, o d'esserlo tardi o in iscarsissima quantità.

Codeste istanze subivano per lo più una riduzione sull'intero di ben quattro quinti all'incirca.

Le richieste di servizio venivano sottoposte a cerna da un monsignor Ferlisi arcivescovo di Costantinopoli presidente o direttore dell'uffizio di pagamento. — Dallo stesso De Cesare e dal cavalier Bonamici. Indi venivano rimesse all'uffizio principale a tal uopo destinato presso i fratelli Ulloa dimoranti nel palazzo Farnese.

Ivi facevasi distinzione tra utligiali e militi.1 primi ricevevano lo stipendio privatamente; i. secondi in massa e all'aperto.

Gl'individui pertanto componenti le respettive commissioni erano: il cavalier Ruitz e vani generali nell'alta segreteria regia.

All'esecuzione de' pagamenti. pei nobili decaduti o pei fedelissimi sopraintendevano il Giorgi o il Bonamici.

Quanto ai sussidii caritatevoli la commissione era composta nel modo seguente: Monsignor Ferlisi arcivescovo di Costantinopoli.

Monsignor Guglielmo De Cesare pagatore.

Cavalier Bonamici spedizioniere apostolico segretario.

Barone Trasmondo.

Monsignor Monaco consultore del S. Offizio.

Antonio Fiore altro segretario.

Monszgnor Nicolò di Marzo.. Monsignor Dannenico Guadalupi.

Monsignor Carlo Borgnana.

Capo della commissione militare era il general Bartolom meo Ulloa.

Marano tenente d'infanteria segretario.

Un altro segretario.

Un maggiore di battaglione verificatore del personale e controllo.

Un gendarme di fanteria portadispacci.

Due cadetti d'infanteria aggiunti computisti.

Un domestico.

Molti fra costoro erano del regno al servigio della S. Sede. Stante la duplice aderenza alle due corti furono de' primi a parteggiare per una causa che sotto diversi aspetti reputavano esser chiamati a difendere.

Riportare le fisionomie di tutti sarebbe superfluo e molesto; oltreché talune sonoci di già note. Ci accontenteremo quindi di cennarne a volo di penna le più rilevanti.

L'avvocato romano Bajula di mediocrissimo ingegno quanto ampolloso di modi, per istrana ventura venuto in grazia
all'ex-regina di Spagna, era assediato da partigiani spagnuoli e borbonici verso i quali egli vanitoso com'era, non avrebbe
voluto smentire per cosa al mondo quella potenza che gli supponeano. Funzionario presso un'augusta congiunta di Francesco II, non avea il coraggio demeritare verso i connazionali di essa, carezzando i quali sapeva di venir meglio gradito alla propria padrona. Del resto avverso mai sempre al regime clericale, abbiamo certa fede ch'egli per opportunità si trovasse avvolto negl'intrighi del brigantaggio.

Giacomo Giorgi già sottintendente di Avezzano negli Abruzzi, amantissimo della novità era in traccia d'avventure. Alla prepotenza e nauseante ampollosità riuniva una sordida avarizia.

Ove 'però poteva procacciarsi le acclamazioni della plebe e della campagna, diffondeasi in prodigalità inusate per farsene istrumenti al sopruso e alla soperchierìa.

Era istancabile e fiero nel rimestar le faccende brigantesche, da cui non tanto sperava trarne tesori, quanto una promozione alla intendenza assoluta, cui avrebbe ardentemente agognato in caso di restaurazione. ([8]).

Monsignor Ferlisi arcivescovo di Costantinopoli, e ponente della suprema segnatura, rappresentava uno di quei tanti preti impetuosi e furibondi, che avrebbe voluto scuotere dai cardini il mondo per far prevalere l'idolo de' proprii desiderii. Ben lungi dalla cristiana mansuetudine, mostravasi ognor fiero inaccessibile sprezzante. Egli era stato nominato arcivescovo di Costantinopoli, e par quasi che la stessa curia romana indicassegli, con sollevarlo a tal carica, che il suo astro poteva risplendere solamente fra i turchi.

Il cavalier Bonamici romano tirava a se un cospicuo assegno dall'erario pontificio come spedizioniere apostolico. Non ostante avido di novelli guadagni, prosuntuoso e vano, ambiva distinguersi in mezzo l'aristocrazia borbonica e cumulava meriti presso la corte papale, da cui imprometteasi speranze ad avanzamenti superiori. Oltrediché il vistoso soldo che dalla parte borbonica sarebbegli derivato aggiustava a maraviglia le sue incomposte finanze. Datasi l'aria d'importante personaggio., spacciava gratuitamente frottole e protezioni tra ambedue le fazioni. Però rinnegato italiano e romano, e mal noto alla parte napolitana che era posta a' suoi ordini, divenne esossimo ad ambedue e disistimato da tutti.

Il barone Trasmondo veniva egregiamente definito da una corrispondenza romana — il Figaro d'ambedue le corti. —

Monsignor Monaco dalla stessa sua carica d'inquisitore era abbastanza descritto. Seguace degli auto-da-fe, niuno poteva stupire s'ei desse mano ad una spietata reazione. Il sangue e le stragi che dovevano seguirne, i mezzi atroci che coonestavano il santo fine della causa regia e pontificia marciavano in istrettissimo rapporto colle abitudini inumane del tremendo tribunale, di cui faceva parte.

Monsignor Carlo Borgnana sorto dalla cricca vicariale dell'Apollinare era un prete di ventura, e che come tutti gli altri suoi colleghi apollinaristi avea d'uopo schiudersi una carriera nella corte. Ambiziosissimo di farsi continuamente nominare, erari fatto il vero bidello delle deputazioni per gli ospedali e per le amministrazioni, per es: degli orfani del colera, pubbliche lotterie ec. e di cento altre ingerenze, dove il suo nome potesse leggersi a grandi caratteri. Come nessuna occasione intralasciava per conseguire il suo intento, non poteva omettere quella d'intendersi tra i fautori borbonici per meritare vivente la palma del martirio tra i propugnatori delle cause fragorose del tempo.

Sulle orme di costoro pedinavano i due altri monsignori Niccolò di Marzo e monsignor Domenico Guadalupi, assorbiti altresì dalla prepotente inframetteuza de' primi.

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X

Il modo con che eseguivansi i pagamenti offre un s alido argomento della più impudente connivenza della corte pontificia nelle tresche borboniche. Lorché un fatto, massime indicato da mille precedenti, vogliasi in buona fede impedirlo, non è verosimile che sotto una polizia vigile e ben costituita, possa compiersi agevolmente. Cosicché nel caso il governo pontificio delle due cose doveva ammetter l'una: o confessar la, propria imbecillità nel lasciar compiere in pieno giorno fatti che tutti vedeano, fuorché esso: ovvero ammettere una espressa connivenza con quelli.

Dalla pubblicità di tanti movimenti, quanti siamo per narrarne, chi ha solamente fior di senno giudicherà.

Ordinariamente due volte per settimana eseguivansi i pagamenti. Coloro che attendevano esito delle dimande avanzate e rimesse a monsignor De Cesare, ne' dì prefissi scorgeansi per 'empissimo desti sbucare da diverse, strade, e convergere tutti presso il trivio di S. Andrea della Valle dal lato della porteria del convento. In quel tempio monsignore celebrava l'incruento sacrificio nella cappella della Vergine delle Grazie, laterale al1 altar maggiore.

Quivi trovavansi in devoto atteggiamento molti de' principali ufficiali. tra cui in bella mostra co' suoi, ajutanti spiccava il bója di Napoli.

Costoro che primi occupavano l'interno della balaustrata, avevano alle spalle la turba infinita e promiscua de' miserabili e malfattori che. imploravano dall'Altissimo il loro pane quotidiano.

Compiuta la ceremonia ognuno avrebbe desiderato baciar riverentemente al sacerdote. quelle mani, da cui piuttosto attendevano il sollievo della fame.

Più che umano sarebbe stato disimpacciarsi da tanta folla che con grida indiscrete e confuse, com'è costume delle plebi napolitane, sollevava simultaneamente le proprie. querele. Fu allora che il Fiore si ebbe il carico di arringare le turbe e persuader loro che quello non era il luogo a pagamenti destinato, ma sibbene il palazzo Farnese, dove tutti sarebbero stati satisfatti.

In prova di che esso avea già seco un grosso involucro d'istanze, colle quali sotto l'ascella precedeva l'elette schiere fino al palazzo suddetto.

I religiosi si provarono dapprima far argine a tante genti che scambiavano il tempio e le sue adjacenze in osceno baccanale, ma non potendo in verun modo venirne a capo, doverono scongiurar monsignore a procacciarsi altro domicilio, dove senza cotanto scandalo, potesse egli sostenere le conce guenze inevitabili della sue carica.

Il De Cesare fè ragione alle rimostranze de' religiosi, e in breve sgombrò dal convento, traslocandosi in un appartamento attiguo alla chiesa dello Spirito Santo de' napoletani, in Via Giulia N.33 secondo piano, fatto disporre all'uopo dallo stesso ex-re.

Sulla piazza Farnese, lo spettacolo avvicendava le sue fasi, e diveniva ancor più interessante. I. romani benché imponessero a se stessi una somma moderazione, in mezzo a scene cotanto insolenti ell'erano costretti mirare co' proprii occhi, era però impossibile che si tenessero sempre calmi ugualmente. Ondeché sovente o i più curiosi o i men prudenti sbuffavano il cupo fremito dell'animo. loro con motteggi e insulti provocanti.

Ebbene il provvido governo pontificio, tanto lungi dal non partecipare alle borboniche mene, invece mostravasi ben sollecito nel far trovare presenti in detta piazza previo concerto coi regi, più drappelli di gendarmi e birri travestiti, i quali diretti per consueto, da un brigadiere Giammaria, piantavansì in resta sugli sbocchi delle vie di contorno al palazzo a fine di contenere gl'insolenti romani; accerchiarsi in difesa de' borbonici affluenti, e lasciar loro agio nel ricevere i riparti a cadauno destinati.

Ad una data ora (dalle nove alle dieci antimeridiane) il De Cesare, il Fiore ed altri addetti comparivano nell'atrio del palazzo.

Non è agevole il descrivere quale e quanto fosse l'impeto irrompente delle turbe a tale apparizione. Era un agitarsi un sospingersi uno schermirsi a vicenda verso i distributori. L'eco assordante, d'infinite voci ripetevasi ululando per le vòlte dell'atrio, e li sbalordiva talmente che impossibile riescivà disimpegnare l'ufficio. Nella mischia il più spedito e vigoroso veniva furazzando tre o quattro volte lo stipendio; il più lento, o men forte a mani vuote veniva spesso rimandato.

Per tali inconvenienti fu d'uopo barrare con cancello ferrato l ingresso maggiore dell'atrio interno; costringerei concorrenti a ripiegare girando per di 'cori il palazzo, e dell'altro ingresso posteriore di Via Giulia, lasciar che allagasseró la corte fino al limite dell'inferriata. In siffatta maniera i distributori non potevano esser tocchi, rimanendosi per dentro, ed era curioso il vedere la calca, come le fiere al pasto, tra ferri protender mille branche, su quel ritegno urtando con terribile violenza, finché verso l'ora prima pomeridiana, scomparsi i pagatori, la folla con, grave «stento andava dileguandosi. Spesso non si riesciva in un sol giorno sopperire al numero, e allora il medesimo tumulto ripetevasi fino due o tre volte consecutivamente.

Nell'uffizio degli Ulloa, quantunque in minori proporzioni, dacché vi affluivano coloro soltanto che valessero a trattar le. armi, tuttavia di poco veniva meno lo scompiglio e il disordine.

Quivi si provarono a tutt'uomo di uniformare i quadri sullo stile ordinario militare, ma se per alcuni si praticava, come sarebbesi. potuto tenere la stessa norma per coloro che militari o desiderosi di pigliar le armi, a stormi andavano sopravvenendo e che tuttavia avevano mestieri d'esser provvisti sull’istante?

Tentavasi per vero istituire un esame sommario sulla respettiva idoneità, fedeltà almanco presunta od altri requisiti di circostanza, ma in breve dové finirsi coll'accattar ogni feccia d'uomini purché due braccia avessero e dagli occhi spalancati tralucesse in essi il furore, bellicoso del campo.

Se non che coloro che per servigi singolari precedenti fossero stati per avventura conosciuti o che informazioni autorevoli li designassero come fidi animosi, venivano distinti con somministrazioni discrezionali estensive alla maggiore o minore importanza della missione respettiva. I capisquadra anzi venivano muniti di un espresso diploma contrassegnato dal ex-re, inchiudente il mandato esigibile sulla cassa della restaurazione, per danari armi vestiario viveri alloggi e tutt'altro che avrebbe potuto occorrere nelle circostanze eccezionali della campagna.

In virtù di tale mandato il caposquadra autorizzavasi a rilasciar ricevuta, la quale sarebbe stata a suo tempo riconosciuta dalle casse regie.

Era questa la prova a cui potevasi la fedeltà dei ricchi proprietaria del regno, i quali scaldati da bugiarde lusinghe si andavano amicabilmente smungendo, sotto pena d'incorrere nella disgrazia reale, o nella indignazione più fatale de' briganti.

Nè ciò era tutto. I capi superiori che s'intitolavano generali, fornivansi di una facoltà più elevata. Ad essi, a titolo 1 d'incoraggiamento e di compenso si conferivano facoltà assolute sopra un dato paese o provincia. Così a cagion d'esempio a Luigi Alfonsi detto Chiavone per autorizzazione del general Bosco era stato aggiudicato il sacco e l'eccidio di Sora, conforme testualmente appariva da un suo autografo rinvenuto in dosso ad uno sgherro capitato in Frosinone nelle mani dei Francesi. Ivi leggeasi presso a poco così Quando avrete Sora potrete farne quel che vi piace, il re ve l'abbandona a vostro arbitrio.

— Le misure adottate dalla corte reale, benché su d'ampia scala, ogni giorno più divenivano impari al numero delle genti che dal regno specialmente scaricavano in Roma. Una turba così diversa ed esigente creavasi imbarazzo insopportabile a se medesima.

Chi avesse avuto la sventura di scorgere una poveraglia cotanto oscena ed immonda, quanta ne sgorgava dalle provincie di Napoli, in mezzo al 'disdegno non avria al certo potuto contenere. le lacrime. Avanzo compassionevole della più selvaggia ignoranza nudrita, e fomentata dalla superstizione per opera corruttrice de' regni precedenti, oggi illusa e sedotta all'esca di pochi danari e da una effimera devozione verso l'espulso re, era fatta il zimbello. di scaltri intriganti intesi solo a buscar ricchezze o ad ambire cariche e titoli che solo. realizzavansi nella frenetica, loro immaginazione.

È inconcepibile come un re, cui tutta Europa, se nell'impero delle circostanze non poteva prestar ajuti efficaci, tuttavia unanimemente tributava plausi al valore e compiangeva la sciagura, non arrossisse innanzi ad essa nel mendicare da miserabili, ladri e assassini e dalla più squallida plebe un soglio messo in pezzi dal fiore dello stesso suo popolo, ministro generoso dall'anatema nazionale.

Qual'era in fatti a vedere ceffi men che umani, seminudi o con istrane vestimenta darsi attorno scorazzando per le vie. Affannati fra loro, alcuni complottando; altri tra enormi gesticolazioni vociando empierne dapertutto i mercati e le piazze. Alcuni per opposto, tristi macilenti e luridi per nudità vergognose, estenuati dal digiuno stender la rozza mano che abbandonò la marra o l'aratro per dimandar del pane in mezzo a que' romani che forse ignoravano di combattere e d'insultare.

Parecchi più infelici senza dimora e senza. tetto sdraiati co ne immondi animali, massime nella stagione micidiale del sellione di Roma, negli atrii, sulla piazza Farnese, al Campo Bovario, al Campo di Fiori, piazza Montanara; nelle stalle o nelle rimesse degll'alberghi, alla Bufola; al Paradiso, alla croce Bianca, al Sole, a Grotta Pinta, allaFarnesina; sulle pubbliche strade de' Monti, della Consulta, del Campidoglio, della Lungara; 'sotto il vasto colonnato di S. Pietro;. sotto le panche de' rivenduglioli della Rotonda ee. ec.

Moltissimi finalmente affranti dalla stanchezza de' faticosi viaggi pedestri, o nel valicar profughi i monti, tra i latrati della fame e in preda a smaniose febri, riparare ne' pubblici ospedali, e specialmente in quello primario di S. Spirito in Sassia.

Il Santo Padre volle un dì farsi a visitar quel pio luogo, come soleva, e dové vedersi attorno una corona di prodi massacratori, fra cui distinguevansi quelli della onestissima famiglia Latini di. Collalto, e gli assassini dell'infelice capitano della guardia nazionale Luigi Alari e Benedetto De Luca padre di cinque figli. I primi dopo avere squartata la madre, menarono in trionfo la testa di un bambino di dieci mesi. I secondi aveano partecipato col Luverà nel gittare ai cani le membra mutilate degli. uccisi.

Pio IX. ammise que' sciagurati convalescenti al bacio del piede, e sarebbe stato ben fortunato se in luogo di malvagi nutrienti un affetto reprobo verso la colpa, come il divino maestro avesse veduto abbracciassi le ginocchia da peccatori pentiti scevri dell'iniquo proposito di rinnovar mille delitti contro il Dio, ch'essi profanavano nell'ostentar divozione verso il suo vicario.

Una delle piaghe che contristano più crudelmente l'infelice Roma si è il vagabondaggio composto di una caterva di poveri che da per tutto rammenta l'orrore della situazione colla incessante petulanza del pitoccare. Ebbene a questa peste vidersi in breve abbrancate altre migliaja di proletari estranei che vennero in Roma a scontar la pena di una amara disillusione verso la supposta inesauribile munificenza regale.

Lo stesso conte di Trapani dava materia a mormorarne. Egli dimorava in Roma nel palazzo Lozzano, piazza S. Carlo al corso. Sapevasi ch'abitualmente nelle ore pomeridiane esciva di casa in carrozza. I poveri napolitani affollavansi nella strada per dimandare elemosine. Un dì forse men degli altri sereno, non appena scorto a se d'attorno quel nobile corteggio, vibrogli contro una sguardo sdegnoso, e ordinò al cocchiere bruscamente d'affrettare senza più la marcia. Al che i suoi lazzari compresi da dispetto scagliarongli contro maladizioni e bestemmie, narrando ai cittadini transitanti calorosamente l'ingratitudine borbonica. Uno fra tutti levando in alto un braccio fasciato per ferite riportate nel campo; metteva grida acutissime, perché in contraccambio lo si lasciava morire di fame.

E testimone il buon popolo di Roma quando molti fra costoro smunti e mal coperti da cenci per le piazze di mercato, al Foro Agonale, alla Rotonda, a Fontana di Trevi, Piazza Montanara, Piazza Barberini, erano in traccia di frutti putride, di tórsoli o d'altre immondizie abbandonate dai rivenditori; ovvero rifiutate dalle prossime abitazioni, quali cose rimondavano il meglio che potevasi per indi cibarsene.

Più d'una volta Incontrò che gentiluomini romani cúlti da, ribrezzo a tal vista, messo giù il dispetto e. il rancore, somministravano loro danaro a patto di gittate lungi da se quel nauseoso alimento. Obbedivano quegl'infelici, e sollevata la mano che stringeva l'ascoso pugnale, la stendevano verso i loro benefattori che forse dall' ospite illustre doveva destinarsi domani al loro massacro.

Ad un beccajo di Roma presso la piazza della Rotonda sì presentò in sul far di sera uno di cotesti cenciosi, e fecesi a dimaudare un grano di elemosina. Ii beccajo scorgendo quello sciaurato scalzo discinto e mezzo abbigliato alla militare riprese «come non ti vergogni dimandar l'elemosina, mentre hai vicino il tuo re?» ce quegli «non digiuno da jeri e mi mancano le forze per camminare.» Allora il romano replicò «se sei digiuno da jeri, è cosa ben diversa: invece di un grano eccoti dieci bajocchi».

Altro spettacolo non men degno di commiserazione era l'accalcarsi de' borbonici in frotta co' mendici romani presso le porterie de' religiosi di S. Agostino alla Scrofa; di S. Maria della Minerva; S. Andrea delle Fratte; del Gesù, S. Ignazio, di S. Carnmillo de Lellis, S. Gregorio, S. Giovanni e Paolo, S. Bonaventura, e fino di S. Euschio all'Esquilino nella pia casa de' PP. GG.

Quivi le menti già irritate dagli stimoli della fame, ferveano più che mai; dacché per la quantità e qualità de' cibi diminuita rimpetto alle moltitudini accresciute, le risse e le dispute erano continue. Dalle parole venendo alle mani, i guatteri frateschi sovente eran costretti d'imbrancare il ramajuolo, abbandonare la caldaja in balìa della folla, e così in berretta od în cocolla saltar nel mezzo di strada tra i calci e le pugna de' combattenti al suono degli schiamazzi lazzareschi e alla musica d'urli e di fischi de' circostanti..

Più bizzarra facevàsi la scena con taluni de' più briosi militari francesi. Questi godenti dall'alto de' ripiani delle loro caserme, situate la più parte ne' suddetti conventi, pigliavan vezzo nel trarre in basso tozzi di pane o brani di galletta nel centro de' gruppi di mista poveraglia.

Costoro a braccia aperte attendevanli come manna che piovesse dal cielo. Non sì tosto però potevano raggiungerli, che colla solita delicatezza di sospinte e ceffoni venivano aggiudicati, tra risa sgangherate, al più vigoroso vincitore.

A scene così strazianti e che palesemente contaminavano la città di Roma ogni giorno più, la pazienza troppo offesa de' cittadini benché repressa possibilmente, minacciava erompere in furore. Controsegni non dubbi il presagivano apertamente, e nel bollore. dell'ira la mente trascorreva in imaginare pericolose dimostrazioni e peggio.

La polizia romana vigilava per proprio conto; ma cointeressata pel buon andamento delle lotte borboniche aveva costituito nel proprio senso una sezione particolare la quale sopravegliando specialmente i romani ne' loro rapporti co' regi teneva quotidianamente informato l'ex-re o i suoi principali aderenti, affinché giammai mancassero i lumi necessarii per le deliberazioni da prendere nel supremo consiglio.

Vedemmo già che monsignor Matteucci direttore generale della polizia pontificia faceva parte integrante del consiglio medesimo. Ora dee sapersi come da lui pullulassero altri funzionarii presti a coadjuvarlo.

Era ben naturale che i più fidi e insieme i più rotti ad ogni esorbitanza venissero eletti a tal uopo, ed erano: — Il conte Dandini De Sylva assessore di polizia.

— Avvocato Pasqualoni proassessore.

— Cavaliere Severi archivista segreto.

— Luigi. Pelagallo impiegato nell'uffizio dei passaporti.

L'assessore conte Dandini era per la polizia pontificia presso a poco lo Statella de' borbonici. Se non che quello vinceva questo nella durezza e nella crudeltà. Cotest'uomo feroce sopra quanti mai pe illuminò il sole, era incognito alla pietà e agli affetti più teneri di padre o marito ( [9]).

Vittima patologica di ostinata podagra imperversava colle stagioni e coll'atmosfera contro i suoi simili. Concitato sempre e burbanzoso, esultava sol tra la gioja selvaggia, i pianti e le angosce degli oppressi.

Piena la mente di dottrine indigeste e violente, mostravasi incredibilmente tenace nell'attuarle. Giusto d'ingiuriosa giustizia era saldo incorruttibile impavido ed aperto nelle sue fogose opinioni.

Nato sott'astro ingrato e maligno parea destinato a ministro inesorabile d'ogni male fino al punto di vantarsi impudentemente di non aver ratto mai bene a chicchessia.

Ardente d'uno strano appetito d'atroce celebrità, pareva che gareggiasse di perversità colla stessa genia del male.

Nella restaurazione. del 1849 avea giurato che tutta la scapestrata gioventù romana sarebbe passata per le prigioni e pei patiboli. Quanto a se attenne la sua parola.

Poteva un tal uomo nella più sanguinaria reazione esser messo in disparte? —

L'avvovato Pasqualoni affettava competere col Dandini di zelo e di rigore; se non che questi dal proprio carattere traeva l'indole vera e originale de' suoi atti: quello meno assai leale e sincero avea bruttamente contrafatto se stesso, e artificialmente anima e corpo s'era venduto alle fazioni più dissolute.

Allievo esso di buoni studii, acuto d'ingegno e propenso a sensi miti e umanitarii avea già negli andati tempi onorevolmente disimpegnato l'ufficio di patrocinatore de' poveri.

Affiliato della sètta de' carbonari fu amico dei liberali, e repubblicano nel 1848. Respinto però dalla presidenza del circolo popolare, che avea istantemente ambìto in quel tempo li rinnegò e messosi in corrispondenza con Gaeta, dove allora stanziava la corte pontificia converse le sue mire alla professione di poliziotto. Nella sètta sanfedistica s'intruse come segretario.

Costretto a distruggere il sospetto della vita passata, dové atteggiarsi a ferocia esorbitante. Felicemente riescito nella sua metamorfosi ebbe la costanza di serbarsi e meritare gradualmente la grazia de' suoi padroni tra i soprusi e le angherie.

In tal guisa un uomo onesto, e temperato cieco per l'interesse e ambizione finì col divenire objetto mercenario della tirannide, vil giuoco della consorteria d'Antonelli.

D'ugual tempra e consorte principale del Pasqualoni fu Luigi Pelagallo procapo d'ufficio nella sezione passaporti. Giovine elegante, nato a sentimenti liberali e generosi; d'ingegno scaltro e sottile da trarsi al seguito non che monsignor direttore, tutto il dicastero, di cui rideva alle spalle. Giusto ne' colpi di veduta, franco e sicuro. Datosi per progetto agli estremi partiti contro le proprie persuasioni si fè schiavo umilissimo di chi meglio stipendiasse i suoi servigi.

Di conserto col Pasqualoni, cui era familiarissimo, avea saputo adunare nelle sue mani la cassa delle spese segrete di polizia. Messe ubertosa in tempi cotanto eccezionali!!

Nell'alta compromessa del suo ufficio per nulla speranzoso di migliorar condizione negl'imminenti cangiamenti, dedicossi senza ritegno al partito reazionario, da cui imprometteasi almeno. calma e serenità dopo la tempesta.

Il cavalier Severi archivista segreto di polizia raffigurava il perfetto originale di un padre gesuita. Modesto, circospetto, misurato. Religioso fino al fanatismo. Fidissimo alla causa del governo pontificio per onesto e vero convincimento. Intelligente, attivo, eloquente unto e commosso.

Benché avverso agli eccessi del Dandini e Pasqualoni, parziale acerbo e fin anco insolente coi liberali; sebbene tal fiate accessibile e rugiadoso verso gli umili o i meno ardenti fra loro.

Questi era il fedele compilatore quotidiano tanto degli avvenimenti borbonici che dello stato della città. Il conte Dandini e Pasqualoni contribuivano le notizie degli uffizi respettivi.

Un esemplare esatto di tali relazioni era spedito ogni dì alle ore undici antimeridiane nella segreteria di stato al Vaticano. Di li le notizie passavano al Quirinale. Luigi Pelagallo fido araldo e lacché delle due corti era il portatore di questi dispacci, e quasi ogni dì fino alle ore due pomeridiane teneasi in istretto colloquio collo stesso ex-re o col segretario di lui cavalier Ruitz. Ove poi occorresse cosa straordinaria, (il che avveniva sovente) in sulla sera, al ritorno de' congregati di porta Pia, trovavasi in punto per riferirne in proposito.

A questa cricca s'aggiungeva altri proseliti che in rapporti più o meno prossimi favoreggiavano la polizia pontificia.

Emergevano specialmente fra questi:

Eugenio abate Ricci di Faenza.

Pasquale N. domestico de' fratelli Ulloa.

Giuseppe D' Amato ex-sergente di dogana promosso in Roma a tenente di dogana in disponibilità.

Vagnozzi farmacista in piazza Campo di Fiori.

Francesco principe Chigi presidente del rione Regola.

Principe Orsini di Gravina.

Marchese Capranica presidente del rione Trevi.

Monsignor Muccioli ponente della S. Consulta, consigliere ufficioso dell'avvocato Pasqualoni.

Monsignor Michele Loschiano.

Monsignor Golia.

Monsignor Nardi.

Monsignor Berardi.

Monsignor Folicaldi.

I sacerdoti Rocchetti e Balduini.

Il parroco di S. Lorenzo e Damaso monsignor Lenti, ed altri molti che non occorre riportare per ora. 

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XI

Alla polizia pontificia eran di già conti i veri sentimenti de' cittadini romani. Più che tutto però aveano in lei avvivato sospetto il giubilo spontaneo e generale che levossi in Roma e nelle poche provincie sottomesse ancora al dominio del papa in occasione della caduta di Gaeta.

Se prima di quel tempo gli animi erano divisi e non abbastanza pronunciati, non potendosi in allora discerner chiaro tra le ambagi politiche che in ispecie per la protezione della squadra francese tenevan so spese le aspettative de' patriotti; dopo la resa si risolsero i dubbii, i cuori si aprirono ad una gioia fidente e sincera che non conobbe più limiti.

Il governo altrettanto scoraggito ma ostinato in voler vendicare le sue sconfitte, noverava possibilmente gli autori delle dimostrazioni che andavansi succedendo per rivolgere la sua ira sopra di loro.

Nel che aveva altresì ad ausiliario efficacissimo il comitato sanfedistico, il quale sotto l'influenza del duca Salviati romano, di un Garofalo, marchese Capranica ed altri che ogni dì se gli aggiungevano, avea assunto il carico di segnalare alla polizia i nomi de' più pericolosi. Ma tanti e tanti venivano enumerandone che lo stesso segretario Pasqualoni nella quantità non sapeva come apporvi riparo; dacché se l'uno o l'altro metteva in freno, mille più pronti e audaci sorgevano a scompigliare i suoi progetti, e le misure di repressione riescivano a mostrare invece che non già pochi faziosi ma una volontà pressoché unanime e manifesta ratificava la condanna e la riprovazione de' sudditi contro il governo.

Tuttavia era d'uopo agire, dacché una soverchia tolleranza l'avrebbe gittata in uno stato d'inerzia e di sfinimento fatale.

Cominciarono novelle liste di proscrizione, e ragguardevoli cittadini in un istante vidersi colpiti di esilio nel lasso di ventiquattr’ore a partire di Roma.

I precetti politici addoppiavano cogli arresti, col corredo d'ogni sorta di vessazioni. ( [10])

Quanto altresì il governo era inteso e assorbito pel lato politico, altrettanto era corrivo e rilassato rapporto alla pubblica sicurezza.

Ai malviventi di Roma eransì aggiunti i camorristi e i mariuoli di Napoli.

I furti e le rapine inondavano la città, ed anche in pieno giorno non andavano immuni i cittadini dall'assalto e dal borseggio.

I poliziotti che in Roma conce in Napoli, benché in diverse poroporzioni mautengonsi in uno stato cronico di transazione coi ladri, in questo tempo pareva che avessero eretto il furto in sistema impune, qual altra piaga per aggravare il tormento e punire i romani che sempre meglio ribellavansi all'abborrito regime clericale.

I buoni rapporti ch'esister dovrebbono tra governanti e governati mancavano evidentemente; gli uni e gli altri sarebbersi a vicenda scambiata la morte.

Il governo colla soverchianza del potere avea campo ad esercitare almanco l'ascendente della vendetta, mentre ai cittadini non restavano che le sofferenze blandite sol da lusinghiere speranze sull'avvenire.

Essi avevano tra loro scelto varie probe persone le quali raccolte in comitato interpretassero degnamente i sentimenti della popolazione, e nelle varie circostanze facesssero udire la loro voce colla stampa, con opportune dimostrazioni, e quant'altro fosse stato d'uopo per tener saldo un programma politico ed attuarlo a suo tempo.

Gravissime erano le difficoltà che sovrastavano a questi uomini. L'azione della polizia che senza giammai poterlo estinguere, in un modo o nell'altro lo costringeva a continui cangiamenti nelle persone; dacché nella quantità degli esuli, taluno casualmente ve ne incoglieva; la preponderanza delle forze materiali sieno pontificie, francesi, o d'altre parti; l'afflusso de' briganti che accrescea colla prepotenza la corruzione; la gioventù più animosa fuoruscita; i gravissimi dissensi politici in Italia e fuori, i quali in Roma geminavano le quistioni nell'artificiale involucro del principe e del pontificato, a cui tutto l'orbe pretendevala infeudata; i partiti che minacciavano dividerla, se non quanto al suo scopo ultimo, almeno rapporto ai mezzi; tuttociò rendeva assai difficile il compito del comitato romano.

Il governo centrale italiano al certo non poteva avventurarsi d'insinuargli un programma da seguire troppo apertamente; ímperocché la quistione romana cotanto involuta e collegata con ingerenze straordinarie, non permetteva che tutte venissero chiarite le ragioni del movimento, e le cause di sosta, specialmente perché il personale del comitato medesimo andava soggetto a continui cambiamenti, attese le incessanti persecuzioni della polizia.

D'altronde seguire, quasi direi, macchinalmente degli ordini sterili e indiretti, non pareva dìcevole a chi siedeva temporaneamente al governo segreto di Roma, e gli effetti sarebbersi promossi senza una causa sufficiente e illuminata che valesse ad eccitarli convenevolmente.

Ondechè a torto que' zelanti cittadini vennero poscia reputati freddi o indolenti per le. sciagure della loro patria, quasiché primi essi non sentissero la puntura delle spine che li trafiggevano, o che loro mancasse pur lo stimolo a quella così giusta ambizione di scuotere il giogo papale per mettersi a capo della nazione italiana, e da schiavi divenir liberi forti e doviziosi cittadini.

Dotti pel passato, preoccupati del futuro, e ignari delle misteriose intenzioni del governo francese non avrebbero voluto assumere la responsabilità di movimenti decisivi per distrugger forse in luogo di edificare.

Nè poco contribuiva a cotanto dolorose esitanze il contegno degli stessi francesi in Roma. Se vogliasi dire il vero, da che il terzo Napoleone ascese il trono di Francia, nulla più in Europa fu abbastanza delineato e preciso da poter pur conghietturare un ordine determinato d'idee quanto alla evoluzione de' principii politici.

Se il monarcato più o men assoluto sembrava sperimentare un sostegno, domani la parte popolare viemeglio favoreggiata lo disilludeva, e né l'uno né l'altro avrian saputo concepire solide speranze per l'avvenire di fronte alla volubile fortuna di un uomo che col proprio senno, con audacia incredibile e cogl'inesauribili mezzi di una nazione per se potentissima, trovava agio di applicare principii che variopingeansi giusta il sistema vieto o nuovo donde estimava opportuno trarneli.

Però quantunque moralmente parlando modi siffatti sembrassero repugnare in astratto; tuttavia sopportavano un elogio eminentemente pratico e reale nelle condizioni, in cui, massime dal 1815 in poi, versavano le condizioni europee.

Scuotere il sistema assurdo ed esclusivo del trattato di Vienna, persuadere col fatto l'anormalità e la differenza dei tempi coi motivi che dettarono gli articoli di quello; sottomettere volontà assolute e possenti ai plebisciti e al nuovo diritto popolare, senza gravi scosse, dissuadendo la diffidenza di conquista, era opra tale che in attuarla un Macchiavelli sarebbesi forse impacciato, e se altri in gran parte più valente di lui e più attuoso nella potenza surto non fosse, era d'uopo per lo meno concludere che indefinitamente la causa della umanità sarebbesi differita, o che abbandonata fosse al lento e fortunoso sviluppo del suo processo.

È provvidenziale come agl'interessi della risorta dinastia napoleonica si attemperasse il facile tentativo delle novelle istituzioni per consolidarla, e come da tale evento ne andasse vantaggiata la causa delle nazioni!

Nel conserto altresì di tanti conflitti, Roma, l'infelice Roma, era fatalmente destinata a campo principale di tutte insieme le lotte d'Europa.

Dall'esempio di essa doveva dipendere in gran parte la consecrazione del nuovo diritto.

Le dispute religiose che dalla corte romana cumulavansi con interessi esclusivamente politici, rendevano singolare ed eccezionale la questione; né da potenze cattoliche potevasi ad un tratto dar di cozzo eziandio ai sofismi della curia che, ne' tempi precedenti, avevan riscosso il plauso artificiale de' vecchi gabinetti.

Quinci la presenza de' francesi in Roma era il simbolo attuato della lotta fra il religioso e il politico, tra lo spirituale e il temporaneo, fra la soggezione e l'indipendenza; tra l'assolutismo e la libertà.

La missione di Francia, comecché a taluno potesse parere interessata, era nondimanco cumulativamente sovrastata da triplice motivo che rapportavasi alla ragion religiosa politica e militare.

Religiosamente parlando il pontefice era da secoli in possesso del duplice regno. Le sue origini ed anche le condizioni susseguite da vani tempi ritennero di sommo vantaggio il connubio di ambedue i poteri.

Col nefando abuso però di tanto smisurata possanza e le condizioni cangiarono: ma come infonderne il convincimento in uomini passionati e da dalla lor debolezza traevano esca nel farsi fortissimi?

La violenza sarebbe addivenuta o vile o pericolosa, né avria risoluto il piàto; lo statu quo doveva esser conservato finché l'opinione universale e lo svolgimento de' fatti non avesse eloquentemente mostrato la diversità delle condizioni sociali; o tranquillato i schifiltosi cattolici di buona o mala fede che l'indipendenza del potere spirituale non veniva minacciato dallo smembramento del temporaneo.

Francia era figlia primogenita tra le nazioni cattoliche a torto o a ragione aveva assunto impegni di fatto verso il governo pontificale: di fronte alla nazione stessa francese e dell'Europa doveva rispondere delle conseguenze de' suoi primi atti fino alla soluzione di quella causa che aveva impreso a patrocinare.

Queste ragioni appianavano la via ai motivi politici, pei quali Francia non poteva a meno di prolungare la sua occupazione.

Essa erede de' principii del 1789 avventurava la riassunzione e l'attuamento di quel programma tuttoché riforbito delle intemperanze de' primi slanci rivoluzionarii.

Le potenze che tanto dovettero temere da quelli si riscossero e paventarono che per un Napoleonide violentemente tante onte patite si cancellassero, o che tremende vendette si compiessero a dannaggio della pace d'Europa, la quale a ragione tremava pure che, al soffio di una rivoluzione ben nutrita, nel suo seno canceroso s'ingenerasse la morte delle vecchie monarchie, o che un riparto territoriale ne restringesse i confini limitandone la potenza.

Napoleone precorreva abilmente le idee; né fu mai che smarrisse l'iniziativa de' grandi movimenti, e mentre con tutti i mezzi diradava la nebbia delle diffidenze, col fatto dovea tener saldo il soglio pontificio, che pel riverbero delle sue inframmittenze in tutto l'orbe, da secoli guarentiva col suo influsso un sostegno validissimo delle ragioni dinastiche nel senso de' vieti principii.

Europa quanto temeva una conflagrazione con elementi popolari, altrettanto desiderava pace.

Ora l'abbandono degli stati papali senza aver pria risolto il problema, lasciava di fronte il papato e l'Italia, che per la opposizione diametrale di sistema e di rapporti profondamente ostili, avrebbe arrecato seco tal collisione da risuscitare le speranze dell'Austria, e richiamando necessariamente le soldatesche francesi in Italia avrìa di leggieri eccitato il turbine generale che appunto lo si voleva evitato.

Militarmente era anche men dubbio l'argomento, e con acutezza su tal punto un saggio publicista argomentava così:

«Se la pace è assicurata dal buon accordo dei governi interessati negli affari italiani, lo è pure dai fatti.

«Diremo dunque, al solo punto di vista della scienza militare che un'armata simile a quella che occupa il quadrilatero è obbligata a rimanere sulla difensiva, quand'anco per un mutamento politico che non offendesse la sua lealtà, il gabinetto di Vienna credesse dovere abbandonarsi di nuovo alla sorte delle armi.

«Infatti l'armata che difende la Venezia non potrebbe riprendere l'offensiva se non sul Mincio e sul basso Po.

«Nel primo caso, essa sgombrerebbe la linea del Po e lascerebbe aperto il quadrilatero da quella parte, e nel secondo sgombrerebbe la linea del Mincio ed aprirebbe il quadrilatero dal Nord.

«Il quadrilatero comprende una serie di posizioni difensive formidabili; gli uomini di stato eminenti che dirigono gli affari del Piemonte, lo sanno e non hanno l'ambizione, attaccandolo, di compromettere il destino del loro paese in una impresa che non presenta alcuna probabilità di successo.

«Occupando gl'Italiani la linea del Mincio dalla parte di Lombardia, le truppe francesi occupando gli stati della Chiesa, vien resa impraticabile ogni azione offensiva per parte dell'esercito che occupa la Venezia.

«Si vede adunque quanto savia e previdente sia la condotta della Francia. Non solo coi suoi consigli e colle buone. relazioni coi governi interessati essa impedisce una conflagrazione in Italia; ma ancora per via di disposizioni che non legano alcuno e che rispettano tutti i. diritti, rende questa conflagrazione materialmente impossibile.»

Per questi motivi, s'altri anco più remoti non vi si aggiungevano fin d'allora, tutti s'accordavano nel ritenere utile e prudente la occupazione francese. I romani nella parte più intelligente, benché a malincuore, vi si sobbarcavano, mostrando praticamente di non misurare gli avvenimenti dalla periferia della loro città, ma spingendo la vista per entro a quei vantaggi che da un'azione temperata e longanime sarebbero derivati all'intera nazione, in conformità eziandio de' più elevati interessi europei, tolleravano le loro catene, né maledicevano a chi pareva dividere la complicità cogli oppressori.

Non tutti però erano a portata di far ragione de' motivi ascosi della politica, né tutti erano suscettibili di sceverarli dai mali presentanei che erano la conseguenza mista dello stato del governo romano colle esigenze interne ed esterne, e secondoché fatti strepitosi annunziavano un qualche visibile avanzamento o regresso al generale desiderio di render libera Roma, il nome di Napoleone veniva acclamato o depresso, e a vicenda i francesi e i romani si avvicinavano o respingevano.

I capi medesimi della rappresentanza di Francia militari o diplomatici versavano in certa altalena continua rappresentante puntualmente l'istabilità de' propositi del governo, che trascinato da eventi irresistibili conformavasi alla volubilità della fortuna, e tra speranze e minacce ribadivano lo strazio della misera Roma.

La piaga acerbissima del brigantaggio che cancrenava all'ombra del vessillo francese, aveva richiamato tutte le sollecitudini del governo italiano, il quale oltre le stragi miserande che inducevanlo a reclamare, per le novelle provincie testé annesse, sperimentava ostacoli potentissimi nell'assetto amministrativo e politico, stante la presenza di Francesco II in Roma.

Esso avea per tempo richiesto un accordo simultaneo per impedire i progressi del brigantaggio.

La Francia come alleata del governo italiano, e come sempre animata, ne' suoi principii, di cristiana mansuetudine, non poteva apertamente osteggiare così giusta dimanda, però sia che ricusasse d'invadere troppo manifestamente la libertà d'azione del governo romano nelle ingerenze interne della sua amministrazione; sia che amasse meglio di tuffare nel lezzo di turpitudini sanguinarie tanto la corte romana che la borbonica, e finir di perderle nella opinione di tutti; sta in fatto che in mezzo a molto armeggiare di manovre e di uomini nell'interno o su i confini, giammai potè ottenersi un movimento risoluto che, con vera intenzione di trarne definitivo risultato, accennasse all'allontanamento di Francesco da Roma, e molto meno alla distruzione de' briganti.

Nè certo è credibile che se gli accordi fossero stati ispirati da buona fede e da un volere deciso, non riescisse all'armata francese, che dominava effettivamente lo stato, di porre un argine all'immonda congiura che non già nel segreto, ma all'aperto e alla vista di tutti inondava Roma e le sue campagne, spargendo dapertutto desolazione e morte.

Una condotta così saltuaria e dì cui spesso non sapeva rintracciarsene ragione, manteneva una viva inquietudine, e non otteneva buon viso dalle due corti in Roma collegate né dalle popolazioni, finché una risoluzione cotanto nociva, nella irritabilità delle circostanze, andava indisponendo tuttodì in Roma e in Italia gli animi contro la Francia; l'alleanza rendevasi per lo meno gravosa e men cordiale, ma ne guadagnavan forse i segreti progetti della vasta mente dell'imperatore.

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XII

La situazione di Roma aggravata dagl'intrighi borbon ici, j ogni giorno pareva farsi più minacciosa. Ad attenuare. le ree speranze della estesa cospirazione che visi apprestava, e a corroborare il criterio della comune opinione che divagavasi in mille foggie sull'esito di tanto complessi destini, videsi balestrato da Parigi un'opuscolo che precorso fragorosamente dal giornalismo e per le autorevoli attinenze dello scrittore (il visconte De la Guèrronnière) avea tutti i contrassegni d'essere attinto a fonti officiali; anzi credeasi generalmente l'espressione indiretta dallo stesso Napoleone, colla quale esso mirasse a scoprire terreno su tutti i punti.

Sostanzialmente la tesi del Sig. De la Guérronnière era la seguente.

«Vi è in questo momento in Europa una quistione che domina tutte le altre, cioè l'Italia; e v'è in Italia un interesse che riassume la sua storia e il suo destino, cioè Roma. Rivendicata dalla chiesa e dalla fede come la garanzia e la metropoli dell'unità cattolica, bramata dalla penisola come la capitale della sua nazionalità, Roma è rimasta il problema più grave e più formidabile del nostro tempo.

L'imperatore fedele al suo doppio dovere di sovrano eletto dalla volontà nazionale e di figlio primogenito della chiesa non può sacrificare l'Italia alla corte di Roma; né porre il papato in balìa della rivoluzione. ( [11]

Può di leggieri imaginarsi qual eco trovassero in Italia e in Roma siffatte esplicite dichiarazioni. Esse tanto lusinghiere e omogenee alle tendenze del momento e alle supreme necessità del paese novellamente risorto, mitigavano il dispetto che le popolazioni sovrastate dalle armi francesi provavano nel subire tuttavia il peso della oppressione.

Di più veniva ognuno rassicurandosi che se la Francia cooperatrice cogl'italiani nelle vittorie di Magenta e Solferino arrestavasi nei dintorni di Roma, era desso un beneficio ed un mezzo necessario a conseguire l'intento.

Alle gravi parole del visconte De la Guèrronnière tenne seguito la disputa ex-professo sollevata nel senato francese specialmente dal principe Napoleone. Questi attingendo le mosse dal diritto primigenio delle nazioni e de' popoli, tendeva a colpire nel cuore tutte le pretensioni e i sofismi del diritto divino, e di là aprivisi ampio sentiero a vaste deduzioni in nostro favore. Egli ferventissimo propugnatore della causa, definì la quistione italiana colla formola — L'Italia degl'Italiani — e la quistione romana coll'altra — Il Campidoglio all'Italia, e il Vaticano al papa.

Tali dottrine che dopo la prima ispirazione di Dio tornavano a ristorare le speranze dello spirito umano attraverso la caligine delle tirannidi, aizzarono il risentimento e il furore di coloro che per missione e per istituto avrebbero dovuto farsene promotori.

L'episcopato cattolico, e quanti mai con Roma avevano rapporti interessati in sostenere gli opposti principii, si sollevarono con tutta l'energia dell'eloquio basato specialmente sulla vetustà de' loro medesimi abusi, e diffondendosi per quei luoghi comuni soliti a rimescolarsi in, simili circostanze, senza rifuggire nemmanco dalle più basse ingiurie e dalla calunnia.

Monsignor Dupanloup vescovo d'Orleans aprì la breccia all'assalto. Il suo esempio fu seguito da moltissimi vescovi di Francia, e dal clero d'ogni nazione, e pareva quasi che ne' partiti (antesignani i padri gesuiti col famigerato giornale della civiltà cattolica) fossesi insinuata la mania della discussione a fine di brillare in fatto di eloquenza e di erudizione; o di piaggiare gl'idoli delle respettive fazioni, come nel decorso del presente libro avremo occasione riscontrare.

Alle dispute interne ed esterne succedevano fatti che quanto animavano i patriotti altrettanto agghiacciavano i partigiani delle cadute dinastie. Vittorio Emanuele era stato all'unanimità acclamato dal parlamento, Re d'Italia.

I plebisciti si opponevano alle formule assolute, il nuovo diritto, conformemente alle più generali simpatie, pigliava consistenza e vigore.

Se tutte le città d'Italia gareggiarono tra loro nel festeggiare un così fausto avvenimento che realizzava speranze inattese e incredibili, Venezia e Roma pagavano il tributo della compressa gioia coll'esporsi al furore de' loro oppressori, riaccendendo nel fomite di nuovi sacrificii l'entusiasmo e la confidenza nella propria causa.

Era altresì cosa ben bizarra a notare che mentre in Parigi sollevavansi alle stelle i diritti e le ragioni di Roma contro le pretensioni della curia, e mentre i romani da un lato perfino raccoglievano somme e firme per attestare la loro gratitudine mercé una solenne dimostrazione pel patrocinio sostenuto in senato da un membro della famiglia imperiale, l'esercito francese si atteggiasse ostilmente per comprimere le manifestazioni di tripudio che i romani medesimi andavano apparecchiando in occasione della proclamazione di Vittorio Emanuele a Re d'Italia.

I comitati sanfedistici giusta il consueto avevano dato contezza esatta alla polizia che i romani vi si apprestavano. La polizia invocò il concorso dell'armata francese.

Il generale comandante in capo Govon, il quale dalle corti interessate era stato già insignito di varìi ordini, mentre era largo e tollerante verso i briganti, contro i romani mostravasi acre e severo; e quantunque la sua missione gl'imponesse di sussidiare le forze papali quando cileno venissero meno a se stesse tuttavolta in questa circostanza, come in tante altre, assumendo in se l'iniziativa della repressione, sembrava avesse spiegato le sue genti come in accampamento.

Scorgeronsi infatti in tale occasione schierati battaglioni sulle piazze principali, facendo centro in quella di Colonna, dove ora un intero reggimento.

Grosse pattuglie perlustravano le vie, mentre birri, gendarmi francesi e pontificii alla spicciolata scorrazzavano qua e la dove la probabilità fossevi d'assembramenti o di riunioni.

I romani lasciarono che il furore bellicoso di quelli apparecchi si stemprasse tutto il dì; ma quando ogni cosa sembrava contenuta nell'ordine e cessata, al nuovo sole Roma si scoperse tappezzata di stemmi, di vessilli tricolori e d'iscrizioni a migliaia — Viva Vittorio Emanuele Re d'Italia — Il palazzo de' Cesari, S. Sabina sull'Aventino ed altre posizioni monumentali di Roma, in commemorazione delle prische glorie che la proclamazione di un re italiano venivano restaurando, erano più che altre guernite a festa e meglio segnalate.

Nella stessa mattina inoltre, previo segreto concerto, gli studenti di varie accademie insieme a popolo di tutti i ceti avevano organizzato una pacifica passeggiata la quale dal Campidoglio muovendo verso il Laterano, pel suo ammirabile contegno e innocuità, traversò senza resistenza sotto gli occhi stessi de' picchetti a piedi e a cavallo che non tardarono a farsi desiderare.

Però come suole la polizia pontificia, dopo aver notato i presunti capi della dimostrazione, praticò arresti e pergnisìzioni, nel che accordavasi ancora il prefetto di polizia francese Alangin.

E inveendo contro il solito pugno di faziosi, si stabilì un ampio processo, ad evitare il quale parecchi dovettero pigliar su il bando volontario; altri meno infortunati furono ristretti all'isolamento con precetto politico. ( [12]).

— 119 — A paralizzare possibilmente l'effetto delle spontanee dimostranze de' veri romani, il ferace ingegno di ftlerode imaginò una controdimostrazione aizzando un branco di compra canaglia, la quale andava impunemente vomitando imprecazioni contro Vittorio Emanuele, e insolentendo contro chiunque facesse mal viso alle loro grida forsennate, nell'intento sicuramente di provocare una collisione colla truppa francese, verso la quale, paventandosi la segreta simpatia che, salva la militare disciplina, nutrivasi reciprocamente ne' cuori, intendevano sempre a mantenere rancori artificiali e di occasione. ( [13]).

Però questa scena era troppo meschina perché potesse contrapporsi all'attitudine seria e solenne de' romani. Altre opportunità ne offeriva il reingresso del papa in Roma da Gaeta, e la ricorrenza dell'anniversario per essere stato esso campato dal precipizio della sala in S. Agnese, avvenuto nell'occasione di una visita quivi fatta da Pio IX.

— 146 — La cosa si volle propriamente sfarzosa e brillante. I più grandi apparecchi la precedettero. Il municipio con suggestioni e danaro, Govon colle sue milizie, i pontificii colle proprie concorsero tutti. Furono invocate le pompe regali della corte napolitana, senza ommettere il generoso appello a tutta la popolaglia più oscura ed abbjetta, spargendo in mezzo ad essa danaro ed eccitamenti d'ogni maniera.

D'altra parte esilii prigionie e precetti contro i patriotti miravano alla intimidazione ed a scemarne il numero ove avessero pensato intromettersi, e sminuire l'effetto preordinato della dimostrazione.

Spuntò il gran giorno e l'ex-regina di Napoli con tutti i principi reali, i capi più cospicui de' fuorusciti napolitani (l'ex-re non vi si noverava) e del club sanfedista facevano bella mostra di se presso al general Govon che avevali appositamente invitati. Questi raccogliendo tutta l'armata di occupazione, passò una solenne rivista, mentre una parata non meno sontuosa eseguivasi sulla piazza S. Pietro dalle truppe pontificie.

Trascorso il giorno in un movimento nel quale il solo governo faceva spettacolo a se medesimo, per la sera erasi disposta una luminaria straordinaria. L'esempio fu dato dallo stesso generale francese; il municipio, i publici stabilimenti, le case de' funzionarii, collegi, conventi ec., che ove si fossero astenuti, sarebbero stati segnati a dito, vi concorsero.

Affinché spettatori non mancassero in tanto preparativo, i parrochi e i presidenti prodigarono largizioni e vetture ai poveri, ai loro affiliati e a gente perduta, cui era stato ingiunto di scorrere in clamori ed urli le contrade principali dove il chiarore dei lumi e delle faci ora più intenso.

Fuor d'ogni regola si permise alle collegiate e seminaristi, a frati e preti regolari di poter partecipare alla solennità, benché per istituto fosse vietato loro circolare nella notte.

Il comitato nazionale avea ben previsto quanto sarebbesi irritato il sentimento nella parte eletta del popolo, ed aveva di già ai suoi raccomandato vivamente tranquillità e astensione.

L'urto e la violenza, massime coi francesi, avrebbe arrecato, in fondo, effetti perniciosissimi, e volevasi ad ogni co sto evitarli. Anzi i più coraggiosi popolani vegliavano che nessuno di loro (e sconsigliati non mancano mai) trascorresse in provocazioni e disordini, come di fatto seguì.

Il conte Brunet desiderando dar saggio di spirito, di concerto con altri suoi proseliti sanfedisti e legittimisti, idearono alcuni trasparenti in pittura. In uno di questi scorgeasi Vittorio Emanuele sotto le forme di demonio, e Napoleone III sotto quelle di una volpe ravvolta in un manto reale.

Altri siffatti emblemi ed iscrizioni dal parroco Lenti fecersi affiggere sulla facciata dell'università romana. Fatti intesi di ciò, parecchi fra gli studenti, vi si cacciarono precipitosi, percuotendo a diritta e a manca chi osasse resistergli.

Ascesero la loggia che sormonta la porta maggiore, e rovesciando iscrizioni faci ed emblemi, si diedero a gridare con quanto più di lena avevano — Viva Vittorio Emanuele Re d'Italia.

Adoperarono essi più sollecitamente che gli fosse dato; però nel ritrarsi addatisi nella gendarmeria ben tosto accorsa, ne riescirono alcuni feriti, e vani messi agli arresti.

Nella notte operarono perquisizioni e già preparavansi precetti ed esilii, quando pochi dì appresso, a vendicare le menzognere iscrizioni collie quali il Lenti di conserva col Cardinale Altieri miravano ad insinuare pensieri contrarii all'Italia e a Vittorio Emanuele per parte degli studenti, presentaronsi in buon numero coraggiosamente sulla grande loggia medesima dove le iscrizioni erano state poste, e v'inalberarono una enorme bandiera tricolore, che veniva salutata entusiasticamente dagli universitarii in massa raccolti.

Accorsi un forte numero i gendarmi, a stento potè sciogliersi l'assembramento, da che infervorati que' valenti giovani davansi ad acclamare più vigorosamente — Vittorio Emanuele Re d'Italia.

Né contenti di ciò vollero ben dichiarate e nette le loro intenzioni formulandole in solenne protesta che inviarono al Cardinale ( [14]).

Infaticabili furono mai sempre i romani ogni qualvolta si trattò di far costare le loro disposizioni verso il governo pontificio, e mentre le dimostrazioni artificiali opposte dal partito reazionario portavano l'impronta sfacciata della venalità e dell'abiezzione da trivio, per opposto quelle dai patriotti emananti, alla spontaneità accoppiavano il disinteresse e quell'amor schietto e sincero che sol può conferirsi da un fervido convincimento nella propria causa.

Solenne attestato, che deve annoverarsi tra i più splendidi ed eloquenti, i romani addimostrarono nell'ideare una soscrizione volontaria a due indirizzi; l'uno al re Vittorio Emanuele in attestato di sudditanza e di gratitudine; l'altro all'imperatore Napoleone di fiducia e di preghiera a far troncare gl'indugi della occupazione francese.

L'impresa era ben ardua a compiersi sotto gli occhi di una polizia feroce e sospettosa; richiedeasi eziandio buona dose di energia e di coraggio nei cittadini per avventurare la propria firma, che con somma facilità scoperta o sorpresa, avrebbe potuto fruttare prigionie esilii e persecuzioni.

Tuttavia il pensiero venne accolto con gioia, ed è prodigioso come in mezzo a migliaia di persone d'ogni classe, nelle cui mano circolarono gl'indirizzi, non ostante premii vistosissimi promessi della polizia, potesse la cosa compiersi senza neppure un sinistro a carico di chicchessia.

Le, cautele adoperate in tale occasione furono pari all'importanza del soggetto.

Sul primo foglio leggeansi per esteso ambedue gl'indirizzi; i fogli susseguenti erano sormontati nel mezzo dalle parole — Indirizzo a Vittorio Emanuele II — Indirizzo a Napoleone III — e ciò veniva ripetuto in ciascun foglio affinché ciascun segnatario con piena cognizione di causa potesse compier l'atto.

Ad agevolare la circolazione si suddivisero i fogli intieri in otto parti, ciascuna portante le stesse intestazioni al re o all'imperatore respettivamente, e a far costare l'autenticità della dimostrazione veramente praticata in Roma, un publico notajo appose ad ogni foglio la certifica munita del proprio timbro.

La esatta descrizione delle diverse classi firmate negl'indirizzi mostra quale e quanto sia lo spirito diffuso ne' diversi ceti di Roma.

Il dato statistico che li rassegna particolarmente lo mostrerà ad evidenza.

Eccone la distinta, che una esattissima corrispondenza di Roma segnalò.

Clero

53

Patriziato

50

Professori di scienze, istitutori, avvocati, procuratori, notari, letterati, medici, chirurgi, farmacisti, e veterinarii

536

Professori di belle arti, pittori, scultori, architetti, ingegneri, agrimensori, incisori, professori di musica, musaicisti, artisti teatrali

1019

Possidenti

674

Militari e impiegati

576

Studenti di scienze lettere ed arti

627

Negozianti, industriali, orefici, gioiellieri, agenti di cambio, sensali, computisti, commessi

1576

Arti meccaniche, commercio minuto, mestieri e professioni diverse

4448

Totale

9588

Se a questi si aggiungano almeno duemila illetterati che avrebbero firmato ed oltre a quattromila emigrati romani che sono una protesta vivente contro il governo pontificio, si avrà la cifra enorme di quasi sedicimila romani che protestano contro il governo del papa e ne domandano la distruzione.

Tutta la popolazione di Roma giunge appena a 170,000 anime: togliendo la massa degli stranieri che può calcolarsi a 10,000, residuano 160,000.

Detratta una metà di donne, ad 80,000; di questi almeno una metà sono bambini, vecchi, malati, assenti, rimane dunque una popolazione maschile di 40,000.

Si tolgano almeno 10,000 tra preti, frati, addetti in qualsivoglia modo alla chiesa e alla corte pontificia; si tolga una massa di almeno tremila impiegati, a cui la paura di perdere il pane, vietò di firmare; si sottragga l'infinito servitorame de' cardinali e prelati e la sbirraglia che può valutarsi per lo meno ad altri tremila individui, e si avrà un residuo di popolazione di 24,000 persone; vale a dire si avrà su questa quasi due terzi di firmati, composti del fiore della popolazione stessa e specialmente di tutto il ceto de' possidenti, e può anche asserirsi che nel terzo rimanente, sono indifferenti i più; occulti nemici del governo gli altri, e molti avrebbero dato ancora la loro firma, se si fosse protratta di più la soscrizione.

Ne segue da tutto ciò che i veri e soli partigiani del governo stanno in que' 10,000 chierici e frati, e ne' 3000 servitori e birri.

Il testo di ambedue gl'indirizzi era così formulato:

INDIRIZZO DEI ROMANI A SUA MAESTA' VITTORIO EMANUELE II.

«Sire

«Roma a cui è disdetta sinora la sorte delle altre affrancate sorelle, non ha avuto né poteva avere chi la rappresentasse al grande atto col quale l'Italia costituita la prima volta dal suo nazionale parlamento, vi ha proclamato suo re.

«Ma Roma era presente col suo desiderio a quell'atto solenne e come già ebbe collocata in voi la sua fiducia e raccolta sotto la vostra bandiera la sua speranza; così oggi si reca a debito di uscire da un silenzio che potrebbe tristamente interpretarsi da chi ha il suo interesse nel calunniarla.

«Essa quindi nel modo che l'è unicamente possibile, associa la propria voce a quella dell'Italico parlamento, e vi proclama suo re.

«Accogliete adunque, o Sire, con questo indicizzo i voti del patriziato e del popolo romano che i sottoscritti facendosene interpreti si onorano di presentarvi; dichiarandovi ad un tempo che questi voti e non altro, uscirebbero dall'urna del suffragio universale, quando fosse dato a Roma di esprimerli col mezzo di esso.

«L'Europa civile non può non pensare, o Sire, che se una nazione ha diritto di scegliere la sua capitale, Roma non può esser contrastata all'Italia, salvoché la forza non ci sovrapponga al diritto e alla giustizia.

«Roma pertanto vi attende, o Sire; essa solleva a voi le braccia; essa reclama sull'antico Campidoglio la sua bandiera, la bandiera del l'Italia. »

INDIRIZZO DEI ROMANI  A SUA MAESTÀ' NAPOLEONE III.

«Sire!

«Il rapido svolgersi degli avvenimenti in Italia; la con dizione ogni dì più misera di questa città, impongono al patriziato e al popolo di Roma di levar la voce, affinché Voi e l'Europa possiate intendere la vera espressione de' nostri bisogni.

«L'indipendenza d'Italia, il ricostituire le stirpi italiane in essere di nazione una e compatta, fu il sogno di dieci secoli, il sospiro di cinquanta generazioni.

«Se questo sogno a divenne ora una realtà, se alle venture nostre generazioni non toccherà in sorte il pianto e la servitù delle generazioni passate, è gloria, o Sire, che la storia unirà al vostro nome, la unirà a quello dei generosi figli della Francia che hanno combattuto a Magenta e a Solferino.

«Vincendo sul campo, costituendo base dei trattati il principio di non intervento, voi ci rivendicaste a libertà, ci affrancaste dall'interna ed esterna oppressione.

«Ma perché l'opera sia compita, e l'Italia possa posar tranquilla, resta, o Sire, che il principio del non intervento, la espressione del suffragio universale, fondamento del nuovo diritto europeo e de' nuovi governi, non venga invocato inutilmente per Roma, centro naturale del!' Italia risorta.

«Voi faceste quanto era in poter vostro per salvare il dominio della Santa Sede. Se non riusciste, causa ne fa la forza degli avvenimenti; fu la impossibilità di ridar vita ad istituzioni e convinzioni troppo avverse ai principii del 1789, trqppo alieni dall'accordarsi coi bisogni della nazionalità italiana.

«Ora il momento è solenne, o Sire, ed è forza dire tutta la verità. Se la resistenza della corte pontificia a soddisfare questi bisogni sia più lungamente mantenuta, non solo ne verrà la totale rovina dei già guasti interessi morali e materiali di Roma, ma ne andrà altresì compromesse la esistenza del cattolicismo in Italia. L'avversione sempre più erescente degl'italiani al procedere della corte pontificia può prorompere in uno scisma fatale all'Europa, all'Italia, e alla Chiesa, di cui professiamo la fede e veneriamo le tradizioni.

«È dunque necessario per l'interesse del mondo cattoColico, come per l'interesse nostro nazionale che si separino. due poteri oggi incompatibili in una sola persona, e che salvo tutte quelle garanzie che possono tutelare la spirituale autorità del pontefice, sia questa ridonata alla Chiesa, e sia Roma riunita all'Italia, dalla quale non può e non vorrebbe a restare divisa.

«Sire, la nostra coscienza c' impone di affermare a voi a ed all'Europa che sono questi i voti della città di Roma. Noi ci affidiamo che voi vorrete porre il colmo alla riconoscenza che l'Italia vi deve, permettendo che i voti di Roma sieno soddisfatti. »

Gl'indirizzi giunsero al loro destino, e vennero accolti colle espressioni consuete di lusinga e di augurio facili a presagirsi in dispute complesse, le quali o non vogl[onsi o non si possono vulnerare.

Taluni malevoli o poco scienti pigliavano a scherno sovente le dimostrazioni de' Romani, adducendo che le grida, i fuochi di bengala o qualche scritterello erano. la loro grande palestra di battaglia, oppostamente al rimanente d'Italia, la quale tenendo una via più energica e risoluta infranse i suoi ceppi colle armi e si coperse di gloria su i campi.

Roma al certo operando siffattamente non pretendeva che un rescritto immediato, e perentorio discendesse dalle dita imperiali o regie.

Essa misurando, lungi dall'illudersi, le condizioni proprie, si conosceva che la risoluzione della lite non già collo strepito delle armi, o con sognate insurrezioni; ma colla virtù della perseveranza e coll'eroismo del sacrificio avriano apprestato quel lavorio tutto morale e politico, da cui era solamente permesso attender salvezza; checché da fanatici o da persone per nulla istrutte nelle cose nostre se ne divulgasse a sproposito.

Ormai, come altrove cennammo, i. romani sapevansi pesargli sopra il dorso una forza centupla, la quale, se irritata, avrebbe indubiamente compromesso la causa propria e quella della nazione, che Roma medesima era chiamata a presiedere: quindi alla violenza materiale reputava ben fatto opporre quella gagliardia morale, la quale in tempi di discussione e di libertà più o men larga, si arroga legittimamente grande autorità sulla opinione e sulla coscienza universale da paralizzare l'arbitrio, l'assoluto, ed il capriccio degl'individui.

La somma non s'insegnò a Roma ne' tempi andati di far valere le proprie ragioni colla spada o col cannone; ne serberanno pur troppo memoria i nostri stessi occupatori, e tanti da cui oggi dobbiamo subir minacce o consigli; ma, è d'uopo confessarlo, la vicenda ne' presenti tempi è diversa, e fortunatamente diversa; dacché sperimentando proprio per noi il rigore della ragione e le mutate condizioni, il nostro trionfo dee esser, senza contesa, l'effetto indeclinabile della giustizia; dee riscuotere la sua sanzione intemerata da Dio e dagli uomini, i quali, se nella più parte de' piati internazionali furono usi fin qui veder le ragioni de popoli manomesse o contraffatte da una violenza esclusiva e brutale; noti sarà per noi la ventura più ammirabile e stupenda che la nostra rivoluzione bella de' suoi longanimi patimenti, riesca pura splendida ed esemplare dinanzi a quell'Universo, che Roma proponesi illustrare col duplice faro della religione e della civiltà? Nè dobbiamo curare gran fatto che agli argomenti inconcussi della causa nostra non rispondano gl'interessi perdenti nella lotta o la sincerità di alcune simpatie in Europa.

È impossibile in seno ad una società depravata sperimentar la virtù degli angeli. Non può pretendersi che coloro, i quali fin qui dagli abusi o per dati sistemi governativi trassero lustro e ricchezza, in un baleno se ne spoglino per fregiarne i primi venuti.

Necessariamente le abitudini fazionano la coscienza più o meno, giusta l'ascendente delle passioni e il pendio lusinghiero dell'ambizione; anzi spesso per forza di eventi che blandiscono l'amor proprio foggiansi gli uomini a persuasioni diverse da quelle che in altro stato avrebbero sinceramente sostenuto.

Quanti mai hannovi nel campo nemico frementi contro la stessa causa che sembrano difendere?

L'opposizione che sperimentiamo da questo lato è transitoria quanto gl'individui cui tocca dirittamente.

È ben vero altronde che le simpatie da noi riscosse in Europa non possono tutte essere leali e veraci come si pajono di fuori; dacché il risorgere a vita possente di una nazione che si volle mai sempre depressa in odio alla sua grandezza e per tema del suo ardimento, non può di buon grado portarsi da chi s'era avvezzo a non riconoscere altri padroni in casa propria, i quali oggi agognano meritamente a compartecipazione comune di dominio e di gloria.

Anzi se, in onta alla resistenza naturale, tuttavolta ci sì mostrano amiche le volontà più restie, ciò torna ad onore e pro della causa, la quale assorbendo in sé medesima la potenza vitale e effeettiva del principio, ripudia l'abuso e il sofisma che s'intreccia nella pratica.

È questa potenza vera e duratura che attribuir dee alla nostra vittoria il carattere indelebile e perenne di dignità e di vita. È questa potenza che rimontando ai primi dettati originaria d'eterna giustizia, si emancipa dall'umano capriccio, si sequestra dalla prepotenza dell'uno o dell'altro, né soffre essere monopolizzata da un principe o da un generale qualsivoglia.

Questa potenza di tipo tutto morale e divino informa il trionfo che Roma attende, e con cui si apparecchia ai conquisti immortali ed espansivi dell'intelletto e del progresso. — Questa è la fede di Roma; a questo si attenne e mantiene fermamente.

La tolleranza il sacrificio e la preghiera sono gli olocausti della sua virtù. Essa non limita lo sguardo alla peferia delle sua mura, ma lo estende all'ampiezza del territorio che nel duplice ordine l'è assegnato dalla Provvidenza e dal consentimento universale.

Quindi è che quanto a tal scopo conduce, giammai lo vedremo omesso dai romani nel decorso di questo scritto, e come or ora vedemmo aver essi adoperato ne' due Indirizzi, avremo occasione scorgerli ognora intesi all'opera morale del loro risorgimento senza le scosse della violenza, la quale se nelle dinastie secolari talvolta rendesi necessaria per conquidere le falangi della tirannide, in Roma sarebbe inopportuna e ben lontana dall'addurre vittoria e asseguimento dello intento.

Se alquanto m'intrattenni su tale argomento, togliendo occasione da una serie di dimostrazioni praticate dai Romani, lo si è perché l'impazienza e il fanatismo inframettendosi nelle fasi della quistione, aveanla alterata, e della causa più sublime e pregna di effetti straordinarii, erasene fatto un piato di piazza stimato risolubile con un colpo di mano. ([15] )

159— Un fatto singolare seguì dopo l'apposizione delle firme agl'indirizzi sopradescritti, e merita esser rammentato. Abbiam rilevato superiormente che la polizia per quanto fossesi data attorno, non valse a discoprirne gli autori, né tampoco cono sceme i segnatarii. Or bene sembra, che per imprudenza di un duca romano, il Signor di R... cognato del principe di Piombino, la polizia potesse risapere che questi col duca Fiano avessero posto il loro nome a piè degl'indirizzi medesimi.

Il governo che almeno su qualcuno vòleva disarcerbare i rancori della vendetta, divenne furibondo non tanto contro il duca Fiano, altronde ragguardevolissimo, ma nome non abbastanza cognito ai liberali, quanto contro il principe di Piombino che sempre uguale a se stesso avea in ogni tempo concorso efficacemente colla mente col cuore e con somministrazioni pecuniarie a favoreggiare la causa italiana.

La cosa era delicata e grave; dacché non possedendosi dalla polizia la prova nelle mani, non era così facile avventurarsi ad ottenere l'intento. Si pensò pertanto riportarsi alla lealtà del principe, procacciando che l'autorità pacifica della persona interrogante supplisse alle forme sdegnose e irritanti del tribunale.

Il personaggio eletto a ciò era nientemeno che lo stesso Pio IX. Forse il S. Padre avea in veduta di operare una conversione nel principe e di trar gli altri patrizi romani all'esca dell esempio.

Fattolo venire a sè, s'impegnò fra loro il seguente colloquio, di cui riporto quasi le testuali parole raccolte immediatamente dopo l'udienza sovrana.

Non appena avea il principe adempiuto alle consuete cerimonie d'uso, il papa apri il discorso così:

— «Dunque ella, signor principe, ci vuole detronizzare?

— Piombino. «No, Beatissimo Padre, io non ho mai avuto questa intenzione.

— Papa. « Come! Non ha ella firmato un certo indirizzo al re e all'imperatore, perché ci venga tolta la nostra sovranità?

— Piom. «Sì, Beatissimo Padre, io l'ho firmato, ed ho creduto di farlo in coscienza.

— Pa. «Ah! Ella lo confessa, e le pare questa piccola colpa?

— Piom. » Nessuna colpa, Santità, perche non v'è colpa dove non v'è coscienza di male. Se io l'ho fatto, l'ho fatto perché ho creduto giovare al paese, che la Santità Vostra converrà non poter più andare avanti in questa situazione; all'Italia, alla quale sento di appartenere, ed alla religione stessa minacciata pur troppo da uno scisma pel conflitto impegnato fra l'autorità ecclesiastica e il sentimento nazionale.

— Pa. «Oh! L'avrete, l'avrete questo vostro Re; vedremo allora cosa vi faranno.

—Pom. «Beatissimo Padre, non mi faranno niente perché io non cerco e non cercherò mai niente, e sono in tal posizione sociale e in tali condizioni di fortuna da essere in grado, grazie al cielo, di non volere e di non «cercar niente da alcuno.

— Pa. a Mi vien detto ch'ella ha sovvertito anche i «suoi generi.

— Piomb. « I miei generi non son tali da esser sovvertiti, avendo essi l'età della discrezione. Certo che se mi avessero dimandato un consiglio, li avrei consigliati a fare «quello che io medesimo ho giudicato onesto e doveroso.

— Pa. «Sappiamo pure ch'ella fa educare suo figlio «da un certo precettore, di cui siamo poco contenti. n

— Piom. « Non so cosa possa rimproverarsi al Sig. Meucci precettore di mio figlio. D'altronde questi cresce nei sentimenti della religione; va a messa tutte le mattine, e riceve i santi sacramenti ogni tanto.

— Pa. « È andato al triduo della Minerva? ( [16]).

— Piom. a veramente non saprei.

— Pa. «E poi è un gran pezzo ch'ella non si è fatta più vedere da noi.

— Piom. « Ma, beatissimo padre, fra tante gravi cure che assediano la santità vostra, io credeva di poter essere importuno; ora che vedo questo desiderio della santità vostra, non mancherò farmi un dovere di venire ad ossequiarla, e prima di partire per Francia, dimanderò una udienza di congedo.»

— Pa. « Si venite, caro principe che ci farete piacere. »

Con tali parole il Signor di Piombino fu benignamente accomiatato.

Questo dialogo abbastanza insulso e inconcludente per parte del S. Padre, convien dire che tale riescisse, perché avendo esplorato il terreno senza sperimentarlo propizio all'assalto, il papa stimò non innoltrarvisi e arrestarsi così ad una semplice ricognizione.

Tuttavia gli effetti furono tutt'altro che pacifici, e con poca discrezione (è forza confessarlo con franchezza) dopo confidenze estorte in udienza puramente officiosa, l'affare discese al dicastero di polizia.

Previo intimo formale del direttore Matteucci, questa volta indirizzato anche al duca Fiano, venne loro esposto nettamente di scegliere tra la ritrattazione alla firma; o un passaporto con dichiarazione di non rientrare lo stato senza permesso delle autorità politiche: cioè l'esilio.

Tutto ciò si partecipava a que' signori come volontà espressa del S. Padre.

La risposta fu qual doveva attendersi — Essi non voler ritrattare cosa fatta secondo coscienza. — Non firmare obblighi di sorta alcuna verso la polizia — Ricevere il passaporto come imposto da forza superiore. — La nuova corse incontanente per le bocche di tutti, e tutti ne mormoravan fremendo.

La polizia imaginando che si prorompesse in nuove pubbliche rimostranze, appose gendarmi e birri presso la porta del palazzo Piombino, e nel giorno prossimo alla partenza, seminò d'armati la via che il principe che dovea percorrere.

Egli abbandonò il suolo natìo accompagnato dal comune dolore. I suoi concittadini serberanno mai sempre orrevole memoria dell'esimio patrizio, vittima della sua lealtà, del suo coraggio, e di quell'amore che nutrì ognor vivissimo per la causa italiana e per la sua patria Roma.

Il principe nel recarsi in Francia, attraversò l'Italia, e dovunque soffermossi, n'ebbe gli attestati più fervidi della stima e dell'ammirazione di tutti i buoni.

Il duca Fiano pur esso, dové lasciare la sua terra natale, ma non saprebbe ben dirsi come, guari non andò che vi facesse ritorno...

XIII

Dal computo riportato alla pagina 151, è manifesto come la massima parte de' Romani fosse ben aliena dal favorire il pontificio governo, o parteggiare pei Borboni di Napoli. Tuttavolta non, mancavan de' tristi, i quali per vista d'interesse o per antiche aderenze, non abborrivan dal prestar mano agl'intrighi del brigantaggio.

Col dolore nell'anima, dacché miei concittadini, citerò taluni nomi. di persone appartenenti ad una combriccola tenuta segretissima, la quale di notte tempo raccoglievasi nel palazzo Braschi presso il Foro Agonale.

Costoro (per nominarne alcuni) appellava nsi il duca Salciati Borghese; il barone Pio Grazioli; il marchese Capronica; il principe Orsini Gravina; Cortesi Luigi; Ettore e Antonio fratelli Bariletti; Luigi e Francesco fratelli Graziosi ed altri.

Il duca Salviati era fatalmente intimissimo col ministro Merode, e assai presumibilmente eccitato da costui s'indusse ad ampliare la cerchia delle sue operazioni reazionarie.

Esso già stretto potentemente al club sanfedistico del legittimista Brunet, reputava forse poco se alle parole non andasse di conserva la cooperazione de' fatti col farsi 'contributore di danaro e di armi. Discendente di Paolo V. Borghese non valse a smentir mai le sue origini, e predilesse pur sempre il governo pretesto col corredo indiviso de' suoi soprusi.

Non fu mai che a discendere tra il popolo inclinasse o che di sue ragioni rendessesi propugnatore in tempi eziandio propizii a libertà; quantunque del resto (strano contrasto) verso i suoi simili mostravasi caritatevole e benigno. Fautore di una causa perduta, senza eloquio né potenza d'intelletto, non vantaggiava il suo partito, né gran fatto dovevan paventare i suoi avversarii.

Il barone Pio Grazioli dalla fortuna mirabilmente protetto, è giovine elegante, di cuor generoso e liberale. Delle belle arti munifico mecenate. In mezzo a splendido patriziato, geloso di una recente nobiltà, rifulge per magnificenza e per lusso ne' sontuosi cocchi, nelle danze e ne' teatri.

Onorato dalla visita in Castel Porziano di Gregorio XVI e di Pio IX, annodò elevati rapporti colla corte pontificia, di cui finì per addivenir cortigiano d'occasione.

Studioso ognor più del favore clericale consecrava il suo tempo tra gli 'abitini, i rosarii o col promuovere la ristampa di libriccini devoti; come a mò d'esempio — Le massime di S. Alfonso de' Liguori — impresse. a spese del duca in Fossombrone 1860 pei tipi del PIetauro.

I preti dal canto loro profittando della dovizia e dello zelo dell'adepto, andavan spilluzzicando prestiti e contribuzioni volontarie. In. cotal guisa un giovine signore che per le egregie sue disposizioni naturali, pel favor di fortuna, e sicuramente pel suo intimo convincimento non avea d'uopo inchinarsi a verun partito, trovavasi miseramente ravvolto e illaqueato nelle panie gesuitiche e brigantesche, che potevano solamente assegnargli una scranna meschinissima tra i pochi recalcitranti e illiberali del volgo di Roma.

In condizioni ben differenti prestava i suoi omaggi alle due corti il marchese Capranica. Questo giovine tronfio e vanitoso; rampollo di nobil prosapia, ma umile di fortuna, era costretto andar in busca di ventura per ristorarla ove dato gli fusse.

Non isfornito d'ingegno e destro sopra modo nel cogliere le occasioni, metteva a profitto la sua carica di presidente del rione Trevi in Roma per procacciar favore con uomini e danaro alla causa di Francesco, e benemeritare così d'ambedue le corti. Nè mal s'appose; dacché, in breve, circondato dalla fiducia de' borbonicoclericali, ottenne essere spedito in Napoli nell'intento di far quivi scrutare lo spirito e le idee specialmente della classe nobile, e trarne quindi, norma per agitare quelle provincie.

Tre mesi circa egli vi s'intrattenne, e vuolsi che scudi dieci al giorno glie ne refluissero in tasca per l'onorevole missione. Datosi attorno nelle alte società e ne' circoli, non valse a protrarre il suo ufficio; imperocché venuto in sospetto, dové poco quietamente rifare il cammino verso il Quirinale.

Encomiato pel suo coraggio e pe' suoi rapporti, venne sempre meglio in grazia de' due padroni, cui proseguiva alacremente servire nel club legittimista, e nella congrega Bras chi, dove testè lo noverammo iscritto.

Il principe Orsini Gravina già ministro delle armi presso il pontefice, perle sue relazioni colla corte napolitana, non poteva dispensarsi dal favorirne le parti, giovandole col consiglio o col danaro, seguendo il vezzo della circostanza.

Del rimanente altero e inettissimo, poteva dirsi del bel numer uno di coloro che mai non fur vivi, e che senza far prode o paura a chicchessia, era l'uomo più innocuo di questo mondo.

Luigi Cortesi già grosso maggiore della guardia civica nel 1848, era in quel tempo in voga di liberale, e perciò l'idolo de' così detti Trasteverini, nel cui rione esso dimora. Resa ai preti la somma delle cose col ritorno da Gaeta, stimò bene transigere d'opinione coll'interesse.

Già ricco mercatante di campi, s'aggregò alla famosa cricca degl'incettatori di derrate capitanata indirettamente dal cardinale Antonelli e direttamente da' suoi fratelli.

Era ben naturale che la lega d'interessi protetti specialmente dalla opportunità delle leggi coniate dal cardinale, adducesse seco una specie di società politica che in istanti critici rendevasi necessaria reciprocamente tanto per vicendevole vantaggio, come pure per riepilogare un certo tal quale spirito di fraternità e di gratitudine, che suoi sovente suscitarsi né tristi fra loro in momenti di pericolo.

Di fatti dopo aver egli trafficato colla publica miseria, e rinnegato ogni sentimento liberale per l'innanzi addimostrato, non ebbe ritegno di associarsi ai nemici della patria, senza essere stato certamente giammai né avverso, né propizio a veruna causa; talché avrebbe potuto nettamente definirsi senza fede in alcuno; spregiatore di tutti; idolatra solo dell'oro.

I fratelli Bariletti e Graziosi ch'erano plebe della congrega Braschi, rappresentavano la parte esecutiva e lo, strumento di piazza. Mezzani di buoi e tavernieri i primi; meschini trafficanti di fieno e di civanzo i secondi; tutti poi grossolani crapuloni e satelliti de' birri, del cui patrocinio avevan mestieri per eludere possibilmente le persecuzioni criminali cui altronde sarebbero andati soggetti; stimavano balestrata loro una tratta di fortuna ove avesser potuto infognarsi nella tresca, e pescare nel torbido.

Ebbevi talvolta in Roma alcun capopopolo, il quale illuso dal fanatismo religioso dominante in Roma nelle classi volgari, fu in buona fede zelante demagogo a pro di uno o dell'altro papa, e spesso s'ebbero esempi disinteressati e singolarissimi. Ma que' tempi n'andarono, e in costoro non che albergare buona fede o amore al principio, pel quale par si struggessero, l'ignoranza e la perversità eran le caratteristiche più distinte dell'indole loro.

Io ho conosciuto Francesco Graziosi. Ebbene costui in mezzo al suono abituale dalla bestemmia, ad ogni piè sospinto, imprecava contro il governo de' preti; dinanzi al quale era altresì obbligato prostrarsi allorché accusato d'illecite usure, correva grave risico della libertà. Di tal, fatta son oggi i campioni del trono e dell'altare!

Il duca Braschi che in gran parte trae lustro di sua nobiltà da papa Pio VI a famiglia di quel casato appartenente, è possessore di un insigne palagio presso la piazza Navona, altrimenti detta Foro Agonale. Carico di enormi debiti, la fortuna di lui accennava a tracollo, e buon tratto se n'ebbe dal famigerato abate Ricci di Faenza amministratore generale del duca; qual Ricci assai parte rappresentò prima fra i reazionarii pontificii dopo il 1849; indi fra i briganti.

Ridotto a stremo economico il Braschi vedevasi astretto trar partito dovunque glie se ne offerisse il destro. Così pure s'indusse dare a fitto uno de' più magnifici saloni del suo palazzo a certoFelice Eugeni ricattiere domiciliato in piazza S. Lorenzo in Lucina.

Costui soleva sullocarla in occasione di qualche accademia publica di canto o di simili rappresentazioni. Ora sapendosi dai membri della conventicola che l'Eugeni sia per interesse o vuoi per le retrive idee di lui, avrebbe non pure. volontieri noleggiato la sala, ma tenuto eziandio fedelmente il segreto, gliene fecero richiesta, e di leggieri l'ottennero.

Ben consapevoli i socii d'imprender cosa che temeva la luce, usarono ogni precauzione affinché celata la si tenesse possibilmente agli occhi de' proprii concittadini, mentre negli effetti ne ridondasse plauso presso le corti cui intendevano apportar gradimento e soccorso.

Il portiere del palazzo fu guadagnato con danaro. Questi era depositario di un dato motto d'ordine, e nel più fitto della notte, una volta per ogni settimana (eccetto caso straordinario) dovea accuratamente vegliare per introdurre que' socii solamente, i quali rispondessero alla parola d'ordine testé cennata. Ad ogni altro fido o cognito che fosse, veniva irremisibilmente niegato l'accesso.

Costoro rappresentavano uno de' più normali Consigli di armamento, e deliberavano fra loro sul modo di cumular mezzi per l'acquisto relativo delle armi. E superfluo il dire che ciascuno di essi giusta lo stato economico respettivo, gareggiava nell'imporsi una contribuzione volontaria, per la quale chi a diritta e chi a manca proponeasi il cento per uno.

I Bariletti e Graziosi esecutori delle risoluzioni de' congregati, erano i depositarii delle armi e danaro (custodi egregi!) incaricati per conseguente di adunar gente cui poter consegnare le une o l'altro.

Aule ministeriali per costoro erano a vicenda la così nominata— Osteria della Botticella—tenuta da certo padron Peppe addetto alla branca, situata in Trastevere presso laChiesa di S. Cecilia, e l'altra osteria chiamata della Neve sulla piazza della Madonna de' monti appartenente ad un tal padron Gioacchinetto.

Quivi i sobrii volontaria della santa causa facevan capo. Tra i bicchieri e i brindisi le teste si scaldavano, e bello ira il vedere e sentire le eccitanti allocuzioni animatrici di quei beoni bestemmianti ciò che ignoravano. Imprecazioni. all'Italia e ai liberali; evviva ai gloriosi nomi de' Franceschi di Napoli, di Modena e d'Austria, al papa-re ec.

I napoletani poi, i calabri o siculi accorsi a ricevere le armi, bociando enormemente, altri rammentava i passiti perigli e le geste delle campagne, vittorie ferite persecuzioni; altri s'infiammavano nel fervore delle prossime battaglie e già parea loro per mari e monti ricondurre sugli omeri Francesco trionfante.

In Roma più che altrove le taverne sono oltremodo rigorosamente sorvegliate dalla forza publica; nondimeno tante scene veramente compassionevoli poterono compiersi lungi che la polizia se ne scuotesse menomamente; anzi se tal fiata, come sovente occorreva, qualche scandalo rissa o ferite avvenissero tra quei prodi, la gendarmeria accorreva per ricomporli ad amichevole accordo, senza distornarli dal loro fine, o torgli di mano le armi, che distribuite dai Bariletti o dal Graziosi, cognito agli agenti della polizia pontificia, si avevano come consegnate legittimamente.

Poiché cadde parola intorno la. sala del palazzo Braschi, raminenteremo un curioso annedoto ivi avvenuto nella circostanza di una rappresentazione data dall'accademia filarmonica di Roma.

Lo spettacolo era destinato principalmente a personaggi della corte pontificia e borbonica, e figuravano tra essi la famiglia del conte di Trapani, il cardinale Alfieri, il principe Massimo, e molti funzionarii del governo papale.

A' patriotti romani piacque turbare il pacifico convegno, in rivincita forse di tante altre ricorrenze in che la polizia impunemente inveiva contro tranquilli cittadini.

Vi si cacciarono di fatti taluni di bell'umore, i quali, raccolto buon numero di rondini e di palombe, aveangli ornato il collo de' simpatici nastri tricolori, di guisa che agitantisi nell'aria svolazzassero.

Sotto le ali erano ascosi fogliolini di carta portanti l'impressione di varii sonetti e motti allusivi all'Italia combinati di maniera che col dibattersi le ale se ne distaccassero e piovessero in copia sopra gli astanti.

Di fatti dopo il primo atto quando la sala era più che mai gremita, di spettatori, da varii punti vidersi questi augell'errare per l'aria, e cader brani di carta come se discendesser fiocchi di neve.

Apparvero contemporaneamente delle piccole bandiere pùr tricolori, e mentre ognuno stupito teneva levato il viso, udissi forte un grido diViva Italia; Viva Vittorio Emanuele viva Cavour; viva Napoleone III.

I pontificii e i borbonici mal prevenuti sempre, non sapevano dove la scena andasse a parare, e insospettiti di peggio, muovendosi repente dai loro seggi, accennavano irrompere precipitosamente fuor della sala.

Il Cardinale Altieri o imaginasse che nulla di serio sarebbe derivato da quel fatto umoristico, o prevedesse che nella confusione sarebbe seguito male maggiore, dapprincipio confortò l'udienza a non muoversi; ma per l'agitazione e le grida addoppiando quei volatili l'aleggiare interno, una rondine sfiorò la faccia del cardinale, onde, rifattisi più sonori da capo gli urli e le risa, non v'era più modo dv contenere l'assemblea, e il cardinale pel primo giudicò venuto il momento di ritrarsi.

L'esempio fu assai volontieri seguìto dall'aristocrazia quivi presente.

Intanto si fè partecipe ai convenuti che la rappresentazione non poteva ulteriormente aver luogo.

Il pubblico onorò il messaggio con solenne fischiata, applaudendo per contrario ad uno stemma di casa Savoja, che dopo la ritirata del cardinale, apparve affisso su d'uno specchio.

Non mancò la polizia passare in rassegna coloro ch'erano stati invitati; avvegnaché i viglietti fussero personali, ma sotto nomi ineccezionabili poterono introdursene altri, e così ne scaturivano i De Magistris i Pelagallo, Pasqualoni ec. come pure vani officiali francesi, i quali ebbero a sgangherarsi dalle risa. ([17])

La conventicola, di cui testé fu parola, intendeva principalmente procacciar armi e danaro alla reazione. Gli esecutori Bariletti, Graziosi ec. divenivano eziandio arruolatoci, imperocché amavano che le armi da essi raccolte venissero assegnate possibilmente ad uomini dal lor zelo conquistati.

Gli arruolamenti, come tutto era disordine, non potevano andar regolari. Presso gli Ulloa o il general Statella erasi tentato stabilire degli elenchi nominali; però ogni dì la scena era nuova e noi permetteva. Ai capi spediti in un dato luogo succedevano de' nuovi: ognuno ambiva far centro in se medesimo e regger la propria squadra; quindi tante amministrazioni, quante le gole affamate de' cerberi capibanda.

Ogni intrigante la faceva da arruolatore, provveditore di armi, munizioni, vestimenta. Tutti eran tutto dove dall'angustia delle cose e dalla confusione potesse sperarsi guadagno o baratteria. E solo a cagion d'esempio che alcuni più distinti arruolatori segnaliamo senza pretendere noverarli per intero.

Fra i primi, all'epoca di lor stanza in Roma. Giacomo Giorgi e nipote, di cui accadde altrove tener discorso, erano i più influenti arruolatori, sì per ismania di Barbugliare in torbido; come perché cognitissinii negli Abruzzi a gran copia di gente, massime contadini, avean trovato mezzo di accattar buon numero di seguaci.

Erano appunto i Giorgi che in casa di un D. Luigi N. ex-cancelliere di Potenza domiciliato in Campo Vaccino presso lo stabilimento del ferro, fabricavano bombe dette all'Orsini, destinate a colpi di mano da avventurarsi nelle provincie affiliate, dove fosse, per circostanze, intervenuto qualche personaggio inviso ai clericali o ai borbonici.

Dal delitto e dal tradimento giammai abborrì codeste genìa di vipere, adeguando, giusta il dettato lojolitico, mezzi qualunque buoni o rei alla pretesa giustizia del fine!

In Campo di Fiore, lo speziale Vagnozzi, nel cui laboratorio chimico affluivano tra i borbonici, non escluso il boja, parecchi preti napolitani, da più anni trovavasi in Roma; area appreso i costumi del pari che contezza de' luoghi e delle persone. Datosi costui tutt'uomo ai briganti era a portata somministrare notizie intorno a coloro che più facilmente, vuoi per depravazione o per miseria inchinassero in prestarsi all'opera.

Vani esso stesso ne raccolse tra i congedati dell'esercito pontificio superstiti alla rotta di Castelfidardo, sebbene costoro avessero giurato sulla parola di onore di non combatte contro gl'italiani e si fossero stipolati in correspettivo la libertà.

Però colui che della facoltà di legare e prosciogliere in terra spesso fa abuso e strazio a sovversione del retto senso e delle coscienze, assolveva qualsivoglia vincolo di giuramento o di onore scambiato coi plenipotenziarii di un re (giusta le pretensioni del Vaticano) reprobo e sacrilego.

Il Vescovo d'Aquila teneasi caro appo di se un famigerato assassino Girolamo di Carsoli, il quale avea furiosamente cooperato in quel paese col Giorgi ne' soprusi e nelle stragi colà commesse. Col mezzo di codesto Girolamo il vescovo arruolava gli ammogliati a ducati dieci, e i celibi a ducati sei. Al Girolamo aggiungevasi compagno un D. Peppino intitolato anche tra le turbe reazionarie Dottore.

Un tal Spagnoletti di Sora pubblicamente teneva ruoli aperti in Trastevere, e ne componeva intiere spedizioni.

Il colonnello, indi generale, Luverà iscriveva nel novero de' combattenti a bajocchi venti il giorno, e più che altrove tendeva direttamente o indirettamente, come meglio venivagli fatto, le sue reti dove gl'illusi e gl'ignoranti affluivano in maggior numero, cioè in piazza Montanara Venivano loro magnificate grandi promesse per attrarli, e siccome la fortuna delle armi in passato avea tutt'altro che arriso, davasi a credere che un vasto progetto stesse maturandosi, e che le più erte montagne degli Abruzzi, dove disegnavasi la campagna, lorché fossero scariche di neve, avriano offerto posizioni quanto utili ai difensori, altrettanto fatali all'inimico.

Il Luverà tenevasi in istrette conferenze con un De Courtandon (ex-colonnello di Francesco II) che dicevasi passato nello stato maggior generale dell'esercito pontificio, ed era domiciliato in piazza di Spagna nell'Hotel Sernv.

Quivi teneasi impune deposito di stiletti e pistole; era un viavai di forastieri e d'incogniti. Nè difettava il danaro; dacché testimoni di colà dentro asseriscono fermamente che sovente il Merode inviasse dalle sacchette in numerario, accompagnate da pieghi ministeriali anzi aggiungevasi ancora che il Courtandon erasi millantato crèditore del ministero di guerra per la somma di scudi ventimila.

In S. Sisto vecchio eran ragunati per cura del governo pontificio molti reazionarii quasi tutti poliziotti o birri di Sicilia.

Uno di costoro venne interrogato cosa facessero colà. Ed egli rispose. — Esser dipendenti dal papa, il quale area gli spedito armi e danari a Carsoli colla sua benedizione mediante certo medico Màrazzotti (barbitonsore nel rione Monti, abilitato flebotomo e spedito in qualità di medico in Carsoli a far parte della colonna Giorgi, e Luverà) e che era gli stato proposto di arruolarsi nelle truppe di linea, ovvero d'andare in Ispagna, ed intanto essere al tenne del generale De Courtandon.

Gl’incaricati d'arruolamento requisivano ancora armi da caccia dalle campagne circonvicine; in Roma poi venivano di soppiatto somministrati fucili militari dal centumane Merode, tra i quali noveravansene molti sottratti alla consegna eseguita nelle mani de' francesi, allorché le truppe borboniche non potendo 'rientrare in Gaeta ripararono nello stato pontificio.

Lo stesso avveniva delle munizioni e polveri. Oltre quelle che potevano fornire le fabriche particolari, il Merode andava impoverendo le polveriere pontificie, le quali proporzionalmente alla microscopica armata papale erano abbastanza limitate.

Presso alle Terme Diocleziane tanto impudentemente sottraeansi per ordine del Merode munizioni e polveri per fornirne i briganti, che i francesi sendosi avvisti dell'intrigo, stimarono ben fatto costringere al cambio il picchetto pontificio, e sostituirsi essi medesimi alla custodia di quel luogo ad impedire lo sciupo di oggetti da guerra, di cui per qualsiasi circostanza non era prudente dovesse difettarsi.

Il contegno de' francesi in rapporto ai briganti ravvisavasi or propizio or avverso, ora indifferente secondo la diversità delle circostanze e de' capi sì militari che politici.

Evidentemente le alte e segrete istruzioni delle supreme autorità che in Roma rappresentavano la politica imperiale o non erano abbastanza disegnate e precise; ovvero eran tali che, nella moltiplicità de' casi, variando indefinitamente, dovessero risultare contradittorie e inqualificabili sia di fronte alla nazione italiana, sia rimpettò ai partiti borbonici, clericali, legittimisti o agli stranieri.

Di fatti i francesi cogl'italiani mostravansi ardenti per la distruzione del brigantaggio, ed era continuo il distemprarsi in progetti e accordi strategici coi Generali d'ambedue i paesi.

Colla corte borbonica, che i fatti più palpabili redarguivano di complicità coi briganti, era pressoché ufficiale lo scambio diplomatico e l'enteinte cordiale tra loro, mentre d'altra parte il giornalismo anche governativo ricantava a sazietà gli sforzi frustranei della Francia per l'allontanamento di Francesco II da Roma; il che equivaleva alla cessazione della causa principale alimentatrice del flagello brigantesco.

La confusione s'addensava nelle fazioni subalterne sostenute dai diversi ufiziali francesi.

Nell'oscurità interpretativa degli ordini, divisi fra la lettera e lo spirito, gli uni attenevansi alla prima e, ingenuamente operando, arrecavano o vantaggi sinceri e parziali; gli altri amando meglio internarsi nell'argomento, risolvevano i loro movimenti in una manovra di esercizio.

Siffattamente la bisogna correva a maraviglia; gl'italiani lusingati speravano; gli stranieri e il giornalismo si dileguavano in polemiche; i borbonici attuavano più o men rapidamente i loro piani; tutti comprendevano nulla, e la politica dell'imperatore faceva ritorno dond'era partita, otteneva cioè distrarre l'opinione, malgrado la pubblicità e la libertà della discussione, mirando allo sviluppo di fini segreti che la cautela o l'astuzia non avrebbono consentito s'agitassero troppo apertamente.

Codesta versatilità che tanto s'attaglia all'indole francese saremo astretti spesso riscontrarla nel decorso di questo libro; mi piacque quindi farne cenno tostoché caddemi sotto la penna.

Non m'è altresì permesso intrattenermivi di più senza discostarmi soverchio dall'ordine della mia narrazione, a cui m'affretto far ritorno.

Gli arruolamenti sollecitavansi ancora nelle provincie; a cagion d'esempio presso Terracina un Antonelli germano del cardinale raggranellava ogni sorta di feccia paesi da' adjacenti.

Gli aderenti del Giorgi procacciavano uomini negli Abruzzi; i comitati provinciali subalterni a Roma venivano spedendone senza interruzione a drappelli.

Delle armi pur anco si facevan depositi in vani punti dentro e fuori di Roma. Il governo pontificio ne avea fatto trasporti presso il forte di Paliano nel duplice intento certamente di sopperire ad un attacco possibile che si fosse operato a favore de' detenuti politici o di spargerle tra le schiere di Francesco.

In sul confine di Oricolo presso Tivoli (stato pontificio) trovavasene un deposito nel convento de' frati de' SS. Cosma e Damiano, dove dai francesi, ad istanza di S. A. R. il luogotenente in Napoli principe di Carignano, vennero sequestrate. Lo stesso principe tostamente ne ragguagliava il ministro di guerra in Torino. ( [18]) Nelle provincie napoletane poi i depositi erano infiniti, particolarmente in Napoli, di cui occorrerà tra. breve tener discorso.

— Oltre la conventicola Braschi, di cui abbiamo qui sopra parlato molti altri comitati tenevansi più o meno regolari in Roma e nelle provincie affiliate. Spesso venivano tenute si. miti sessioni nella sagrestia di S. Lucia del Gonfalone; in quella di S. Eustachio, in casa di Monsignor Bellà in Via Giulia ec. Quivi il parroco Lenti già altre volte nominato e compagni tenevano pur conciliaboli coi capi borbonici sulla organizzazione e spedizioni de' briganti..

— Il modo consueto a praticarsi negl'ingaggi, è bene udirlo dalla bocca stessa di alcuno de' prigionieri caduti in mano degl'italiani.

Un tale della provincia di Campobasso da più tempo stabilito in Roma s'ebbe la visita di un ex-gendarme borbonico accompagnato da altri poliziotti romani. Costoro profittando che il mal capitato non fosse nativo di Roma, gl'intimarono che per ordine della polizia avrebbe dovuto entrare nelle bande di Chiavone o partire di Roma immediatamente.

Il pover'uomo padre di famiglia sorpreso non potè evitare d'aderire. Fu trasferito senza più in mezzo ad altri nelle scuderie del palazzo Farnese, e tradotti indi tutti sotto scorta di un birro pontificio fino alla frontiera, il quale nel passare innanzi le caserme de' gendarmi che soglionsi scontrare per via; col semplice motto. — É roba del re di Napoli — era permesso l'andare senza opposizione.

Altre volte per attraversare la vigilanza della forza francese usavasi astutamente travestir gli arruolati da gendarmi pontificii. Un brigante, certo Annibale Saracino scriveva ad un Michele Framassino stipettajo a Carino (provincia di Campobasso) in una lettera da Roma 5 Settembre 1861 (riportata dal Monnier pag.15 sul brigantaggio delle provincie napolitane) evvi il brano seguente— lui trovò in modo fittizio nella gendarmeria del papa; ma in realtà, noi siamo al servizio di Francesco II.

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XIV

Per quanto poco ordinate esser potessero le amministrazioni reazionarie, atteso l'ingente movimento presentano delle cose; tuttavia lo scheletro organico rivestiva, in massima, tutta l'indole di una vera sètta, la quale informandosi alle idee miste delle ragioni pretese da Francesco e dal papa, vi abborracciava per entro, in via di una sintesi incomposta e indigesta, tutti i sofismi ricantati a prò dell'altare e del trono.

Foggiavasi essa un programma assorbente e amplessativo di tutte le esòrbitanze pretesche regie e legittimiste insieme fuse; spingeva così innanzi masse scompigliate e babeliche accese da mille opposte libidini, affinché da quel caos, nel frangente sterminatore, potesse emergerne, comecché si fosse, ripristinaznento dell'antico e conservazione.

La formola originale di giuramento de' comitati che or ora son per trascrivere, confermerà appuntino quanto ho testé indicato.

Il comitato supremo sedente in Roma intitolavasi ancora associazione religiosa, — sotto la cui denominazione è evidentissimo che la causa dell'ex-re ritenevasì sacra ed indivisa dalla pontificia e che questa virtualmente reputavasi il contenente del diritto divino derivato dal Cielo a Francesco ed a suoi augusti confratelli.

Alla suprema associazione religiosa erano vincolati con giuramento tutti i comitati subalterni in Roma e nelle provincie di Napoli e Sicilia, come pure tutte le affiliazioni all'estero costituite in società secreta riconosciuta.

Questa specie di ramificazione legittimista e clericale insieme, corrispondeva principalmente col circolo o club Brune4 più volte nominato, sull'angolo di Via Frattina presso il Corso, precisamente nella casa di proprietà del negoziante di mode Ripari.

La propaganda dovea esser completa, e seguendo l'antico 'costume delle sette più perverse, ai mezzi scellerati non dubitava innestare i vezzi della seduzione, da cui tanta, messe di vittime suol raccogliere l'arte incantatrice del sesso gentile, sia che la sua voce suoni gli accenti di Armida; ovvero quelli di una rugiadosa madre del S. Cuore.

Ne abbiam di tutte: però sull'uno e sull'altro stile addurrò due soli fatti in esempio.

Presso il negoziante Ripari qui sopra ripetuto avea certo impiego unaClaudina Alinari francese, domiciliata in Piazza Randanini. Gli spioni del club riferirono ch'essa tenesse non so quali rapporti con vani liberali.

I clubisti, che per esser la Claudina francese ed anche avvenente aveano imaginato foggiarsene uno strumento ai loro fini che possono facilmente essere ideati, cominciarono dall'inviarle una prima ammonizione anonima, mediante lettera, nella quale era avvisata che non desistendo, avrebbe avuto una perquisizione dalla polizia pontificia.

Essa non si fè carico alcuno dell'anonimo, sebbene per quel panico che ne' governi pessimi come quello di Roma, s'impossessa delle persone più innocue, Claudina si limitò a dare alle fiamme alcune carte.

Stante la perfetta intelligenza del club colla polizia, la perquisizione puntualmente non mancò, né valse a rinvenire alcun che di compromittente, eccetto i rimasugli arsi della carta.

Ciò non costituiva delitto, ma ingeriva sospetto; né perciò potendo venire messa in balìa della giustizia, si pensò cangiar metro, e una seconda lettera, pure anonima, avvertilla che le prevenzioni concette sul conto suo non eransi dileguate, ma che ove avesse voluto far senno, su lei vegliava un amico.

Disprezzò Claudina questo secondo avviso. Allora fu giuocoforza all'anonimo amico di presentarlesi....

Era un prete francese, il quale proposele di smettere le sue relazioni coi supposti liberali, ed invece ascriversi coi loro.

Ferma in sul diniego la donna, vide il prete tramutarsi in altro cavaliere francese, il quale evasi impromesso riescire nell'intento medesimo; ma tutto invano.

Allora ripullularono le minacce, e altra lettera insistendo sulle proposte precedenti, misteriosamente veniva dicendo che — con essa non si sarebbero tenuti i mezzi soliti ad usarsi congente che imbarazza. ( [19]).

Allorché Claudina credeva aver istancato quegl'importuúi colla non Curanza, un ultimo e definitivo avviso riduce a termini netti e precisi la quistione esprimendosi così — Ella è liberale?

Non importa. I veri liberali servono il sommo pontefice negl'interessi suoi religiosi. Ella è invitata ad accettare i' offerta. di brillare nelle società ec. ec. per essere utile a quegli interessi. Accetti dunque; altrimenti saprà chi scrive ciò che deve fare.

Nel caso affermativo, uscendo di casa, ponga sul cappello un nastro giallo.

Claudina beffavasi di queste ciance e senza darsi maggior pensiero delle ammonizioni precedenti, secondo abitudine, esce di casa avente il cappello ornato del consueto nastro bleù.

Non avea disceso che pochi gradini, quando iscorge un uomo far capolino sul pianerottolo inferiore, e disparire gridando «bleù».

A questa voce un altro subito fa eco e dice «frappe».

Il primo tantosto riappare e vibra più colpi di stile. Naturalmente Claudina si difende come le vien fatto, ma non sì che in vani punti non ne resti offesa.

Il caso divulgatosi ben presto, menava grande scalpito per Roma.

Il comando francese per ordine del generale Govon vi s'intromise; fu redatto un processo, ma se ai clubisti non fu torto un capello, la Claudina s'ebbe gran ventura di poter curare tranquillamente le proprie ferite.

— L'altro esempio che ho promesso, è ancora più significante; offre alla considerazione de' lettori un campo più vasto da esaminare e tale da venire a legittima conclusione della mene abbastanza estese che si agitavano in Roma a danno della causa italiana, in ossequio di un passato, il cui ritorno rendeva crudeli fin le speranze, e l'imaginarlo solamente faceva agghiacciare il sangue nelle vene.

Scelgo fra tante una lettera trasmessa da Roma a Parigi, caduta dappoi originalmente nelle mani del Comitato romano.

Fuori

Madame la Vicomptesse de Jurien Rue de Sèvres 16 a g. m. j. «Paris a Rome 23 Février 1861

«Chère bonne mère, avec grand plaisir j'adopterai le bon jeune bomme que votre charité me recommande: il va s'engager demain et partira, très probablement, Mardi pour rejoindre Anagni. ( [20]) Rien de nouveau de ce coté: ni Louis ni Robert n'ont ancore écrit. Plusieurs des jeunes V. venus par le deux derniers courriers suspendent leur détermination; ils semblent vouloir s'entendre pour attendre en ville le moment opportun. Helas! Le moment quand, comme se produira-t-il? J'ai bien peur que cette agglomération d'hommes ardents et connus du G. F. ( [21]) sous un tres faux jour,, ne fassent ombrage et ne provoquent bien des investigations à la Grammont ([22]) Quelle enrageante hypocrisie que cette vilaine brochure! ( [23]) Quel tissu de perfides mensonges! Quelle haine sous la masque du respect. Quelle noire trahison sous cette étalage d’intérêt et de protection. Quel mépris de la foi publique! Quel abandon de la justice! Quel défi a Dieu! Quel abyme!

Monseigneur Maricourt ne c' est point ancore présenté; j'en ignore la cause et ne crois pas discret de là chercher. Je n'ai pu ancore mettre la main sur votre enfant gâta Coronini; j'ai bien peur que son courage sì grand sous le feu piémontais, ne tienne pas devant le feu d'un encensoir; nous verrons ( [24])

Je suis au désespoir de n'avoir pas reçu votre lettre de Marseille quelque jour plus tôt. J'avais déjà remis la traite convenue entre les mains de monseigneur Vuillaume a dix jours de vue; j'avais présumé que je pouvais agir ainsi, attendu que j’étais autorisé depuis pres de deux mois; tonte fois par distraction je n'avais fait ce B. que de 1173 fr; j'ai en conséquence tiré pour 455 fr. pour une seconde traite à échéance du premier mai.

Je vous supplie de nouveau, chère bonne mère, de vous employer auprès du R. P. Moreau, afin qu' il m'autorise a tirer sur q. qu'un de S. te C. et de vous assurer au pres du P. Champeaux aux Therny si mon etîet sur la nouvelle Orleans a età respecté. Je ne me suis jamais trouvé dans une aussi fausse situation, et je suis bien supérieur a notre chère S. te sous ce triste rapport, car si elle ne possédait rien, elle ne devait rien; du pais sans dettes; voilà tonte mon ambition, je l'attende de la divine providence.

La terreur s'empare de tous le cœurs; je crois bien qu' avant Pâques, je serai réduit à un isolement presque absolu, a casa.

Tout a vous, chère bonne mère en notre et S. B.

G. D. S.

Mille choses aimables au bon abbé.

La défaillance Mirés arrête de nouveau nos chemins de fer romains.

Avant hier, je disais a monseigneur de M. ( [25]) au sujet du recrutement de l’armée pontificale; vous n'avais rien de plus sage à faire que de vous jeter dans les bras du système de Villile. Je m'en garderai bien, ce n’est point assez démocratique pour nos temps... je vous dis cela pour votre ( [26]) propre gouverne. D

Dalla varietà delle allusioni, delle materie, delle persone e de' luoghi nominati in questa lettera può dedursi quanto estesa e complessa fosse l'organizzazione reazionaria in Roma. I blandimenti napoleonici verso il partito clericale che meritamente ascriveali a paura della propria influenza; l'indole brocardica della quistione romana che intrecciavasi per avventura colla vecchia disputa di legittimità incarnata in Francesco II; le difficoltà e il prolungamento generalmente creduto della soluzione, imbaldanziva i partigiani e consigliavali a raggruzzolare le loro forze, certi se noti di completa vittoria, almeno di una probabile lusinga d'addentellare un futuro, da cui una speranza balenasse di racquistar il perduto dopo il fervor delle lotte e nel silenzio delle passioni agitatrici.

Attese le circostanze che, non permettendo la violenza, poneano i cospiratori al sicuro da un colpo di mano, l'opera meritava la pena esser tentata con risolutezza e calore.

Un giuramento solenne collegava fra loro tutti i comitati, subcomitati e le società affiliate. Nella sua formola compendiavasi il programma del legittimismo, della sovranità temporale del papa ec. e di tutti i riboboli reazionarii.

Ogni cosa poi dovea occultarsi nel segreto. Il lettore può giudicarlo di leggieri dal tenore originale che qui trascrivo.

Noi giuriamo dinanzi a Dio e dinanzi al mondo in fiero di esser fedeli al nostro augustissimo e religiosissimo sovrano Francesco II (che Dio guardi sempre) e promettiamo di concorrere con tutta la nostra anima e con tutto le nostre forze al suo ritorno nel regno; di obbedire ciecamente a tutti i suoi ordini, a tutti i comandi che verranno sia direttamente, sia per i suoi delegati dal comitato centrale R residente in Roma.

Noi giuriamo di conservare il segreto, affinché la giu sta causa voluta da Dio, che è il regolatore de' sovrani, trionfi col ritorno di Francesco II, re per la grazia di Dio, difensore della religione e figlio affezionatissimo del nostro santo padre Pio IX che la custodisce nelle sue braccia per non a lasciarlo cadere nelle mani degl'increduli, dei perversi e dei pretesi liberali, i quali hanno per principio la distruzione della religione, dopo aver scacciato il nostro amatissimo sovrano dal trono de' suoi antenati.

Noi promettiamo anche coll'ajuto di Dio di rivendicare tutti i diritti della Santa Sede e di abbattere il Lucifero infernale, Vittorio Emanuele e i suoi complici. Noi lo promettiamo. e lo giuriamo.

Questo solo documento sarebbe di per se bastevole a convincere della più aperta complicità tanto la ex-real corte borbonica, quanto il governo pontificio.

I più fidi antesignani delle due cause riunite giuravano e prometteano a favore de' loro capi in formule ancora più ampie e ferventi di quelle che i sudditi o gli eserciti sogliono prestare ai principi respettivamente.

L'indole de' principii stabiliti nel tenore del giuramento; l'inclinazione naturale d'amendue le corti dedotta logicamente dai precedenti e dagli stessi interessi sieno dinastici, personali, o di massima; l'accesso e recesso ad ogni sorta di gente, favoreggiato senza neppure quella cautela che avrebbe potuto celarlo sotto il velo della ospitalità; la profusione d'immenso tesoro, di cui al certo il più rigido oppositore non saprebbe non assegnarne l'origine principale a fonti o collette private; tanti altri fatti, che già noverammo superiormente e che in seguito ne occorrerà notare, i quali mostrano come dalle operazioni degli agenti subalterni traspirassero le disposizioni superiori de' capi del governo; tuttociò forniva così gravi argomenti di accusa contro i clericali e i borbonici da non poterne declinare quella responsabilità., che tuttavolta mettevano ogni sforzo per impugnare rimpetto al grido unanime dell'opinione europea la quale dichiaravasene altamente formalizzata.

In questo lato anzi la corte borbonica ha offerto un documento d'impudente perfidia, mentre con apposita circolare diretta dal ministro di Francesco II a' suoi agenti accreditati presso le corti straniere, non solo dichiaravasi alienissima da ogni tentativo di restaurazione, ma quanto andava accadendo nel regno non dubitava imputarlo agli effetti del regime Piemontese, o alla rivoluzione, mentre la corte borbonica stessa congiuntamente alla pontificia l'andavano promuovendo ed erano le vere cause effettrici e spietate di ogni disordine.

La circolare è preventiva di altra che più estesamente il ministro dell'ex-re proponeasi redigere; è breve e può senza fastidio apprendersi dal lettore.

Roma 6 Maggio 1861

«Signore

«Per ordine di Sua Maestà il re nostro augusto si«gnore, io sono in procinto di occuparmi d'un nuovo lavoro sullo stato attuale delle cose nel regno delle Due Sicilie. Vi si farà anche quistione della condotta tenuta da Sua Maestà e dimostrato che malgrado le sollecitazioni de' suoi numerosi sudditi che gli sono restati inalterabilmente devoti; essa ha saputo astenersi da ogni tentativo di restaurazione che crede in questo momento inutile e inefficace.

«Intanto io mi limito a farvi conoscere che in nessun periodo della istoria delle due Sicilie, si è notato un simile scontento, una tale irritazione e tanta crudeltà nella repressione de' moti spontanei tra le popolazioni di queste contrade.

«Mi basterà di dirvi che in un sol giorno la direzione della polizia ha ricevuto duecento cinquanta telegrammi concernenti i moti che si succedevano nelle provincie; che lo stesso governo usurpatore era stato costretto di disarmare delle compagnie intere di guardie nazionali; che senza contare i morti ne' diversi scontri, più di duecento prigionieri furono fucilati dai piemontesi; e infine che le prigioni e alcuni conventi della capitale e delle provincie sono piene di sospetti.

«Io ho creduto dovervi mettere al corrente di questi fatti sommarii, affinché possiate illuminare l'opinione su e questo punto.

«Del Re»

a A tali mendacii faceva eco fidissima la corte papale per bocca del cardinale Antonelli, il quale ogni qual volta dagli agenti diplomatici o militari della Francia richiedeansi spiegazioni intorno a fatti troppo manifesti che sotto il suo governo venivano o tollerati o favoriti, era di continuo in sul diniego, e alieno anch'esso dal proteggere qualsivoglia tentativo di restaurazione a favore dell'augusto suo ospite.

Lorché altresì i fatti vincevano ogni evidenza e divenivano irrepugnabili, il raggiro, e l'astuzia supplivano a fine di evitare troppo aperta compromessa. Tra i moltissimi accennerò di volo un fatto che lo prova.

Gli apparecchi per fornire le orde brigantesche erano numerosi e complicati e malgrado ogni premura riesciva impossibile tenerli occulti, attesa la quantità, la qualità delle persone, e la precipitanza degli avvenimenti.

I Romani che da lunga pezza mormoravano, scorgendo tanto tristi maneggi un dì videro penetrare nell'atrio dei palazzo Farnese circa un centinajo di cavalli. Poco stante apparvero i cavalli co' respettivi cavalieri borbonici, e difilando dal palazzo, mossero verso il Foro Trajano e di là per porta S. Giovanni proseguirono felicemente sul far della notte il loro felice viaggio capitanati dal famigerato La Grange.

Il popolo avea seguito lo stuolo con interessante curiosità, e diffusasi la notizia del modo con che abusavano de' Romani i loro violenti dominatori, si sollevò tra le moltitudini tale furore da temersene serie conseguenze.

Il Giorgi più volte da noi mentovato volendo porre riparo allo scandalo che già avea titillato le orecchie dal generale francese, sollecitamente recossi dal Pasqualoni, e proposegli l'arresto di qualcuno fra i borbonici a fine di paralizzare la pubblica irritazione.

Detto, fatto. Si ordinò di catturare quà e là taluni de' più stupidi e innocui. Mai venutone in cognizione il comando militare francese, anche per altri motivi di disordine promossi, sovente dal Giorgi ( [27]) ordinò invece il suo arresto per proprio conto asportandolo nel Castel S. Angelo, dove ebbe a rimanere ben quarantadue giorni.

Il generale minacciava una regolare processura a questo sciagurato. Un tal passo sarebbe riescito fatale; imperocché il Giorgi dalle sanguinarie operazioni degli Abruzzi fino ai più bassi intrighi della cospirazione dove più dove meno, avea le mani.

Una escussione giuridica inoltre avrebbe tratto con se complici, testimoni e rei d'ogni genere.

Ad evitare che la verità fosse intanto solennemente costatata, il Merode, lo stesso ex-re e l'Antonelli furono sossopra. Era tale l'avversione che meritamente s'era tratta addosso quest’uomo; tanto imprudente il modo con cui avea compromesso se e i suoi complici che gli sforzi insieme congiunti di costoro non valsero ad ottenere né la consegna del prigioniero in mano de' tribunali pontifici, né la sua liberazione. Solamente, in via di transazione, il Giorgi e suo nipote s'ebbero irremisibilmente l'esilio da Roma.

I preti però e i borbonici che a declinare un pericolo prossimo, aveano dovuto rinunciare a questo attivo strumento delle loro mene in Roma, lo destinarono altrove per riprodurle.

In Malta dove i Giorgi si diressero, fra breve vedremo come, alla testa delle combriccole reazionarie di colà, restaurassero scene anco più stolte e insolenti in nome della santa causa.

Come in questo caso, così in tanti altri la corte romana ha fatto ogni prova per declinare la sua complicità nel brigantaggio. I diversi generali francesi che sonosi succeduti fin qui nel comando del corpo di spedizione, costano per ciò tesori, e se non può sicuramente imputarsi loro. d'essere stati compri dal governo romano, il che sarebbe proposizione oltremodo temeraria e ingiuriosa; tuttavia il governo medesimo seppe artatamente cogliere sì bene il destro di rimunerare con larghezza gli stessi servigi loro, altronde abborriti, che l'autorità militare era, quasi senza addarsene, forzata ed esser arrendevole possibilmente e compatibilmente colle proprie istruzioni, massime nelle facoltà discrezionali che sogliono rimettersi alla prudenza de' plenipotenziarii. ([28] ) In tal guisa, come non ha guaii asseriva, colla menzogna o coll'artificio, ambedue le corti borbonica e clericale tentavano illudere la publica opinione, la quale altresì deridendo i loro stolti attentati, minava ogni di più l'esosa loro esistenza.

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XV

Le fazioni politiche, quali che sieno i principii da cui si dipartono, onestamente convinte della causa che difendono, non sogliono aver d'uopo di grandi mezzi per venire a capo del loro intento, avvegnaché gareggino tra di esse per disinteresse e virtù, alla quale seppure, per l'inframettenza de' vizii opposti, voglia menomarsene la realtà, tuttavia, quanto alla parte economica, l'apparenza eziandio riesce effettivamente proficua.

I più contribuiscono danaro e mente; altri il braccio, ove sia mestieri, e sarebbe onta per colui che mercede richiedesse pe' suoi servigi come del pari se gli venisse esibita. Salvo quanto è rigorosamente necessario, in questi casi tutto è sacrificato per amor del principio patrocinato.

Nelle operazioni del brigantaggio predominano l'artifizio e le passioni. I suoi fautori non possono essere che ignoranti o perfidi, e la buona fede de' pochissimi, se pur vi hanno, è talmente ottenebrata dal sofisma, dalla riprovazione comune o da motivi esclusivamente personali tanto de' difensori come de' difesi, da non poter formare che una coscienza sterile e debolissima idonea appena ad attutire il rimorso sottostante.

In una parola l'opera del brigantaggio, tutto considerato, è prettamente artificiale; le sue braccia o i suoi satelliti sono lo strumento venale di un partito decrepito che al certo si arrabatta non tanto per ossequio del principio che vanta difendere, quanto della posizione che teme di perdere.

Questo partito non poteva sostenersi che co' mezzi con cui possono consumarsi le azioni più ree; colla corruzione dell'oro.

Ferdinando II il quale avea sortito da natura una singolar perspicacia e un tatto pratico nelle umane cose, stimò assai più agevole il reggere i proprii sudditi governandoli come li trovava, di quello che migliorarli come avrebbero dovuto essere. E forse avrìa rag giunto l'intento localmente nel suo regno, qualora av esse potuto sequestrarsi dalle genti limitrofe in specie, le quali rette da opposto principio non avessero scomposto i suoi piani troppo esclusivi.

Nondimeno preveggendo che il suo sistema potesse un di ruinare, apparecchiò la riscossa cumulando tanti milioni, quanti ne fossero bastanti a riescir vittorioso in un momento di crisi fino al punto di potersi appajare colle circostanze senza iscrollare la monarchia.

Francesco II che co' tesori paterni ereditò i propositi e la nequizia, credè venuto il tempo di profonderli e di comprare coll'oro quanto non poteva ottenere colla devozione e col convincimento.

La corte pontificia versava nelle stesse condizioni. Se non che per essa divenivano assai più inferiori quanto al difetto di numerano; rimanevano però ad esercitare gli estremi tratti di quella morale influenza che non il merito de' cortigiani papali, ma l'indole sua propria potevano procacciarle.

StFetti pertanto in alleanza Francesco e il papa, l'uno conferì il suo oro; l'altro ideò il così detto obolo di S. Pietro, e, formato un solo tesoro, per diretto o per indiretto era questo destinato a reciproca difesa ed offesa contro i comuni nemici.

L'obolo di S. Pietro è un'antica denominazione data ai sussidi spontanei de' fedeli offerti al capo della chiesa cattolica.

Ne' primi tempi della cristianità quando al fervore della fede s'accoppiava la purezza del costume e l'onestà ne' traffici, l'obolo di S. Pietro provvedeva piamente alle urgenze materiali de' fedeli, e senza scandalo o inconveniente di sorta raggiungeva il fine cui era destinato.

La frode altresì e il raggiro ben presto vennero a contaminare le pietose intenzioni de' contribuenti. Falsi collettori s'intrusero per questuare; i veri appropriavansi parte del danaro raccolto, e così un opera che nella povertà originaria della chiesa, adduceva ubertosi frutti, era volta a truffi e ciurmeria.

Quindi vani concilii insorsero per divietare le oblazioni che venivano sotto il nome di obolo di S. Pietro e sotto qualsivoglia altro titolo o colore. ([29]) Il vescovo di Nazianzo Girolamo Ragazzoni in una orazione di congedo che stampò in Brescia nel 1563 per L. Sabiense, enumera le ragioni degl'infiniti disordini apportati dalle suddette collette, colle seguenti solenni parole: Elemosynarum quaestores... qui magnum nostra religioni damnum, magnam infamiam afferebant; ex omni hominum memoria, quod summa felicitatis loco ponendum est, penitus evellentur. Hinc nostra praesens calamitas sumpsit exordium; hinc serpere in infinitum malum, manareque in dies latius non desistebat, neque occurri illi, adhuc multorum conciliorum cautionibus ac provisionibus potuit ( [30] ).

In forza di tanti divieti, come pure per le circostanze successive, le quali non rendevano essenzialmente necessarie le contribuzioni ecclesiastiche, per lungo tratto andarono in disuso l'obolo di S. Pietro e le questue.

Aggiungasi che dopoché i papi consolidarono al regno spirituale il dominio temporale, il reddito publico, le tasse di cancelleria, le propine e mille altre sorgenti di finanza, per le quali una triste esperienza c'insegna che la corte romana alla. necessità sostituì il lusso e la sovrabbondanza, resero assolutamente superfluo e indecoroso il sistema di mendicare l'obolo pei bisogni della chiesa.

Tuttavia questi bisogni fecersi talvolta sentir possentemente, né fu mai che a mezzi si ricorresse i quali avevano fatto tantomala pruova. ( [31])

L'epoca del cardinale Antonelli che tante sciagure dovea adunare sul capo della chiesa cattolica; epoca nella quale quel tristo non rifuggì dalle più sordide baratterie, perdessesi par la chiesa o lo stato; richiamò in vigore la vieta formola del l'obolo di S. Pietro; anzi venne talmente ampliato e diffuso che il ricusarsi o l'astenersi dal concorrervi avrebbe formato titolo di demerito o di vendetta. FranciaSpagna, l'America, l'Inghilterra e fin l'Australia ec. col mezzo de' vescovi era invasa da questo flagello.

A collettori erigeansi privati, giornalisti, conventi, monasteri, e zelatori d'ogni colore. Ristretto dal comune interesse il clero in se stesso, e quasi scisso dalla parte laicale, stimava giunto il tempo di garbugliare e benemeritare per apparecchiarsi prebende canonicati mantelloni o mantellette, cappelli cardirnalizi e via dicendo, proporzionatamente ciascuno alla periferia di sua importanza. In questi tempi si videro offerte da taluni di somme così vistose che avuto riguardo ai precedenti e al lor zelo, non potevano trovare plausibile ragione che in una volgare ambizione d'esser rammentati e segnati a dito per procacciarsi alla prima vacanza preminenze e promozioni. In somma la Banca Romana avea oltrepassato le barriere ed esteso i suoi territori.

Antonelli reggeva questa nuova sezione in Roma, e Dio sa, con quella sobrietà che Io distingue, quanto S. Pietro abbia profittato dell'obolo offertogli dalla cristianità.

A convincersene basta accennare quale enorme speculazione si contenesse sotto questo titolo. Eccone succintamente la storia.

Il governo romano, senza interpellazione della consulta di finanze, di suo moto proprio, emise una quantità di milioni di rendita consolidata per esser negoziata all'estero.

L'agente a ciò incaricato di fatti negoziò la rendita, e di lì a poco il giornale ufficiale per allucinare gli allocchi coll'esempio, annunciò che dalle più lontane parti erano stati inviati al S. Padre più di tre milioni di scudi romani. Questa somma incassata era in realtà parte della rendita negoziata.

V'è di più. Volendo evitare possibilmente l'indemaniazione de' beni (ecclesiastici come le vicende politiche davano fondatamente a temere alle corporazioni religiose) mercé facoltà espressa dal papa, comunità ecclesiastiche conventi e luoghi pii potevano alienare i loro beni con patto di redimerli a tempi migliori.

Il prodotto della vendita era diviso in tre parti. Due terzi dovevano sopperire alle urgenze presenti e future delle comunità e luoghi pii; l'altro terzo doveva versarsi nella cassa pontificia.

Al versante venivano consegnate tante cartelle di consolidato, le quali spedite e negoziate all'estero, tornava in Roma il retratto sotto lo specioso colore di obolo di S. Pietro al 70 o 75 per cento; vale a dire al 25 o 30 di guadagno e più potendo.

Grande quantità di quest'obolo famoso avea questa origine. In tal modo si assicuravano i luoghi pii la realizzazione del loro capitale; lucravano enormemente negli acquisti di rendita, e quel ch'è più creavasi un imbarazzo incalcolabile al governo italiano, il quale succedendo al romano avrebbe dovuto, per amor di tranquillità e concordia, riconoscere quel lato di debito publico, benché emesso senza autorizzazione regolare e a danno ingente de' cittadini romani.

Al menzognero esempio procurato da Roma teneva dietro una turba di mille frazioni da tutte bande.

Pinzocheri, devoti, funzionarii ecclesiastici e civili, sanfedisti, legittimisti di vario rango e colore ec. L'Armonia giornale clericale ha riportato numerosi elenchi di oblazioni. Moltissime di queste erano accompagnate da un motto di augurio relativo al pontefice o d'imprecazione al re d'Italia, secondo l'esagerata e strana devozione degli offerenti.

Non ostante però le &odi le ciurmerie e gli artifzi usati dalla corte romana e da' suoi aderenti all'estero; l'Armonia che abbiamo testé nominata ci regalava un dato statistico, pel quale può dirsi che il credito morale del papa era stato spacciato come nei listini della borsa.

Di fatti in una corrispondenza di detto giornale si riporta che in Firenze specialmente venne praticato tal computo da cui potè risultarne che ogni fedele non area offerto al comun padre caduto nel colmo delle ambasce e delle distrette al di là di TRENTA CENTESIMI ([32]).

Ecco a qual punto era ridotta la maestà e la dignità della chiesa; ecco a che montava lo zelo vantato di duecento 'milioni di cattolici; questi sono i donativi e i guerrieri piovuti a milioni! ( [33]).

Nè l'intrigo e le formole devote e palliate ebbero ugual successo per ogni dove.

Il riputatissimo cardinale Peismann per l'immensa sua autorità e influenza in Inghilterra e nell'Irlanda, era stato incaricato di provvedere somme per l'obolo di S. Pietro.

L'illustre porporato che declinando tal carico avrebbe troppo apertamente segnalato l'ignominia de' suoi committenti per le stesse ragioni allegate dai concilii di che tenemmo parola di sopra, e che al certo non potevano isfuggire alla sapienza e al misurato zelo del cardinale, accettò; ma rifiutando di tradire le intenzioni degli oblatori fè prudentemente conovere in sostanza che l'obolo non tanto sarebbe stato offerto a S. Pietro quanto a Chiavone.

Ne risultò che il cardinale col gemito sulle labra scrisse presso a poco in Roma che i fedeli quanto sarebbero stati pronti a sopperire a' veri bisogni della chiesa, altrettanto si ricusavano formalmente ad ogni richiesta per usi secolari del governo temporale del papa, e molto meno per apprestamenti guerreschi.

In Francia, dove la corte di Roma metteva ogni sforzo supremo per accattar proseliti anti-napoleonici e radicar quivi un partito possente da imporre sulle risoluzioni dell'imperatore; in Francia, dico, i vescovi blanditi forse troppo e carezzati, levavan la voce quanto più s'accorgevan d'esser temuti, e alla voce facean seguire gli arbitrii e i fatti.

Le questue per l'obolo di S. Pietro si vollero temerariamente operare così all'aperto che il governo dové interporre la sua autorità ed impedirle assolutamente.

Una lettera del ministro de' culti Rouland, che ho presente aver letta; riportata e confermata dai giornali, vietava ad un vescovo tutte codeste questue, per le quali andavansi già riproducendo le frodi e le truffe previste dai concilii.

L'Inghilterra lasciava liberamente andare intorno pel papa, e giusta il suo costume, il permetteva affinché non potesse stabilirsele argomento in contrario lorché si trattasse di soccorsi per la causa contraria.

Di fatti interpellato uno de' suoi ministri in parlamento se dall'Inghilterra era uscito danaro per l'impresa di Garibaldi in Sicilia allorché dirigeasi a Roma; venne subitamente risposto.

— Che erano usciti tre milioni di franchi a favore di Garibaldi nello stesso modo che poco tempo innanzi erano uscite somme vistose a benefizio del papa.

L'Inglese ha sempre tollerato che nel suo seno si accapigliassero i disputatori d'ogni partito, li ha ospitati tutti ugualmente; forse Luigi Filippo, Mazzini, Ledru-Rollin, Kossuth ec. sarannosi scontrati spesso nelle stesse vie di Londra.

Ognuno colà è libero; la legge che a tutti sovrasta, guarda tutti ugualmente; guai a coloro che mancano!!

L'obolo di S. Pietro per lecito e per illecito smunto dalla borsa de' contribuenti, era una quota da cumularsi col tesoro di Francesco, affinché, riunite le forze, potesse con mezzi potenti di corruzione, ottenersi quel concorso di voleri che l'iniquità della causa giammai avrìa potuto conquistare.

Colle speranze della corte pontificia, fu detto più volte come quelle si rannodassero de' legittimisti, i quali specialmente ravvisavano un episodio della loro istoria negli avvenimenti di Francesco II, e nel patrocinio delle sue ragioni intendevano bene di protegger le proprie.

S'ascriveano quindi anch'essi a debito di concorrere all'opera di restaurazione che la corte borbonica e pontificia ordivano a favore dell'ex-re.

Il partito legittimista di Parigi diè l'esempio e imaginò tra le altre industri foggie nel rintracciar mezzi, di conchiudere un prestito segreto ad Amsterdam fino alla somma di dieci milioni di franchi, nell'intento di venire in ajuto della causa promiscua che agitavasi in Roma.

Citerò alcuni nomi più conosciuti che contribuirono al prestito, e sono i seguenti.

La Rochefaucault

Fr.

300,000

II duca d' Uzese

«

200,000

Principe di Chimay

«

500,000

Princ. di Aremberg

«

500,000

Madama Ougeau ( [34])

«

400,000

Gondon, Becroux

«

250,000

Può rilevarsi da questo cenno quanto fosse l'interesse de' legittimisti francesi in sostenere il trono papale e le ragioni di, legittimità dello spodestato sovrano di Napoli, e come attivamente quel partito dall'interno della Francia avversasse il nostro risorgimento basato sopra ragioni diametralmente opposte alle loro pretese.

Nè qui s'arrestano le sorgenti, colle quali la corte romana, e napoletana impinguavano le loro finanze. Se il governo papale dal suo lato soltanto fossesi mostrato immorale per le astuzie usate nel cumular tesori; la corte borbonica non sarebbe stata degna complice di quello, ove altrettanto e peggio osato non avesse.

—È antico l'adagio che — l'amicizia trova o fa gli uguali. — Pare in fatti che le due corti gareggiassero a chi potesse o sapesse imprendere cose più nefande.

Lo studio assiduo di Francesco e de' suoi consiglieri era d'imbarazzare sopra tutto — il governo usurpatore di Vittorio
Emanuele — e
di procacciar sempre nuovi mezzi per fomentare l'impresa del brigantaggio e della reazione interna alle provincie napolitane.

Cosa incredibile!... Si pensò a coniar FALSA MONETA per allagarne il regno, impacciare i mercati, e contemporaneamente ritrarne valor reale in correspettivo del nominale.

Carbonelli che in Roma rappresentava il ministero bor bonico delle finanze e il cavalier Mazio direttore della zecca pontificia, insecreto accordo, stabilirono la coniazione di una quantità immensa di moneta in rame da dieci tornesi ognuna di un valor nominale inferiore al reale per meno di metà. Veniva coniata anche moneta di argento col prodotto di varii arredi dell'ex-re parte ridotti in pasta, parte acquistati dallo Messo Mazio, dall'Antonelli, e da alcuni orefici romani.

L'incisore Zaccagnini romano fu incaricato di formarne il conio col millesimo anteriore alla caduta di Gaeta, vale a dire 1859. A intesser con arte l'inganno fu imitato il consumo e il colore delle monete sottopogendole ad un preparato chimico. Indi una certa quantità veniva consegnata agli ufficiali pagatori borbonici, tra i quali figurava certo cavalier Antonio Polpi, nella cui casa in via Borgognona N.61 presso la piazza di Spugna furono trasportate varie casse di notte tempo.

La massima parte però veniva spedita nelle provincie del regno napolitano.

Alla polizia francese parve troppo grave l'attentato e preveggendo che avrebbe levato rumore intorno, pensò di agire in qualche modo, sebbene limitandosi agli effetti senza rimontare alla causa come avrebbe potuto, la sua azione dovea dirsi al tutto incompleta e illusoria.

Di fatti i francesi arrestarono un carro di detta moneta fuori della porta S. Giovanni, ed altro simile a Ninfa, ma non si è mai conosciuto che contro gli esportatori siasi proceduto giuridicamente nell'intento di risalire ai veri autori e complici di tanta ribalderia.

Nullameno che tre navicelli carichi di tal moneta poterono muovere tranquillamente da Ripagrande per Amalfi.

In Ischia furono sorprese ben ventisette casse e cinque sacca con 1600 ducati in rame.

Altre cinque sacca vennero sequestrate in Bologna.

Al dicastero di publica sicurezza giungevano telegrammi intorno a vani arresti della preziosa merce. Ne citerò uno che fu spedito dalla intendenza di Alcamo

— Il delegato di sicurezza publica di Castellamare riferisce essersi scoperti e, reperti numero sette sacchi monete di rame coll'effigie del Borbone, provenienti da Roma, nella casa di Giuseppe Galanti marino, trasportati sulla barca di Giovanni Spadaro venuto da Roma.

La coincidenza di quanto operavasi in Roma sulla coniazione della falsa moneta, era manifestissima con i fatti che si verificavano in Napoli e nelle provincie.

Com'era naturale una enorme quantità sfuggita alla vigilanza de' delegati di questura, trovavasi in circolazione.

Nei mercati, nelle piazze, insomma presso i commercianti piccoli o grandi era un sol mormorare per l'affluenza di falsa moneta tutta incisa dalla stessa mano e impressa ugualmente.

Ognuno era in guardia e per non cader nell'agguato ricevendola da chi n'era incaricato, si videro publicamente notati i contrasegni, pei quali la moneta falsa avrebbe dovuto distinguersi dalla corrente.

A non lasciar dubbiezza su questo punto rilevante d'isteria, che può eziandio riescire d'un interesse archeologico, stimo opportuno riprodurre le esatte differenze delle due qualità di moneta buona e falsa poste in circolazione da Roma; differenze che vennero notate colla massima precisione in questi termini.

«Le monete sono affatto nuove; e nondimeno per farle passare per vecchie, giacché portano il millesimo del 1839, si è data artificialmente per mezzo di un processo chimico una specie di ossidazione simile a quella che è prodotta dall'azione lenta degli agenti atmosferici sul metallo.

«Il giglio è sul rovescio di forma più bislunga nelle monete false e dista dalla periferia della cornice alcun poco di più che nelle vere.

«Le lettere della parola Tornesi sono diverse nella struttura ciò si scorge particolarmente nella più secca nel fusto; nella la quale dovrebbe avere una forma lapidare ed invece è terminata ad angoli; nella S, in cui nelle monete vere la curva dello scuro o asta principale cade perpendicolarmente sulla base; dove che nelle false la base stessa rimane al di fuori del corpo delle lettere, e finalmente nell'I che non è imitato con quella robustezza che si ravvisa in quello delle monete vere.

«Sulla parte opposta il naso è più pesante e rotondo e le dimensioni della testa sono alterate in guisa che è al quanto più alta che nelle monete vere. Oltracciò le linee nella contornatura dei pezzi falsi vanno da destra a sinistra, e e nei veri da sinistra a destra.

«Questi indizii abbiamo creduto necessario publicare non solamente per le monete già introdotte nel regno, ma perché sappiamo che una grande quantità è già pronta in Roma e si attende l'occasione propizia per immetterla nel regno.

Questi che ho recato in mezzo sono semplici saggi della smisurata diffusione di falsa moneta sparsa nel regno; sembranmi altresì sufficienti a dimostrare il fatto. E se il coniar moneta adoperando macchine e funzionarii del governo pontificio di concerto coi ministri della corte borbonica non coarta la complicità d'entrambi nella istoria del brigantaggio, qual fatto mai varrà a stabilirla?

Un cavalier Mazio notissimo in Roma per familiarità col cardinal Antonelli, pel quale l'ufficio della zecca non era al certo l'ultimo de' prediletti al suo cuore; quel Mazio che alla fedeltà de' suoi servigi dovea specialmente quel colossale palaio che tanto abbellisce la contrada della Scrofa in Roma, non poteva allegare a chi era fornito di senno la sua prevaricazione d'uffizio coll'aver posto a disposizione di un signore straniero l'opera propria, per la quale ritraeva mercede dal governo pontificio. Egli potè rimaner tranquillamente al suo posto e impartir ordini a suoi subalterni, senza che le superiori autorità punto se ne scuotessero; anzi, a giudicar rettamente, il loro silenzio tornò in ragione di plauso e di approvazione.

— Non ostante tutti i già descritti vantaggi derivati alla reazione dalle artificiali sollecitudini delle due corti, sembra che la pontificia contendesse alla napolitana il primato della iniquità nella scelta de' modi.

Non posso dispensarmi dal registrare un ultimo fatto che disonora anche una volta il nefando governo dell'Antonelli, e fornisce esempio novello dell'avarizia ed egoismo clericale.

Il marchese Giovanni Pietro Campana nobile romano già direttore del S. Monte di Pietà, chiarissimo per opere insigni, e soprattutto in materia archeologica versatissimo, pressoché tutta sua vita avea indefessamente consecrato nel raccogliere quanto di più prezioso potevan somministrare monumenti Etrusco greco romani si in bronzo che in marmo.

Vasi etruschi italo greci di tutte le epoche; ornamenti in oro ed argento, utensili, armi, arredi sacri e funebri; oggetti in plastica, numismatica, glittica; vetri variopinti e svariatissimi; stoviglie
dell'epoca del risorgimento di maestro Giorgio da Gubbio; bassirilievi di Luca della Rubbia; alluminature, avorii, ossi stupendamente intarsiati; una completa storia della pittura dall'epoca Etrusca fino a noi; l'arte italica poi in tutta la sua estensione, usi, costumi e riti a datare dall'antichità più recondita ai giorni nostri; tutto ciò è una semplice imagine della collezione preziosissima che quest'uomo infaticabile seppe coadunare in un magnifico Museo che meritamente, per avviso di peritissimi nell'arte, non paventava confronti.

Per le cure e pel genio rarissimo dell'illustre patrizio, nella tomba de' Cesari una luce amica rischiar à tenebre secolari, ma non meno le sacre liturgie e la ecclesiastica istoria traevan lustro e orrevol memoria da quegli insigni monumenti.

Il Campana tutta la sua ricchezza avea profuso nella ricerca e negli acquisti; urgendo altresì il compimento di un opera che Roma poteva noverare tra suoi vanti più luminosi, ottenne dal cardinale Antonelli, in allora tesoriere, e dal ministro delle finanze cavalier Angelo Galli rescritti facoltativi a poter prelevare dalla cassa del S. Monte venti o tremila scudi romani. Non sufficienti altresì all'immensa intrapresa, non per rescritto espresso, ma mediante scienza e silenzio del ministro Monsignor Ferrari succeduto al Galli, erogò altre molte migliaia in altri acquisti.

Affinché peraltro le somme prelevate in qualche modo figurassero, il ministro volle regolarizzarle, ritirando una dichiarazione dal Campana dov'egli se ne dichiarasse debitore, come di fatti seguì.

Vecchi rancori intanto tra l'Antonelli ed il marchese vennero a cumularsi con male intelligenze sul debito contratto a carico della cassa publica.

Sta in fatti che non guari dopo la dichiarazione rilasciata nelle mani del ministro, un bel giorno videsi imprigionato il Campana, istrutto un processo, e bandita una sentenza; la quale dichiarava

Costare in genere del furto ed inspecie esserne reo il Campana nella somma di novecentoventimila scudi; fu quindi condannato a ben venti anni di lavori forzati.

Pochi mesi dopo la condanna, non ostante perizie precedenti che avevano giustamente stimato il valore del museo nel duplo almeno del vero dare, si propose al Campana ancor stretto nelle prigioni una liquidazione del suo debito (ridotto a scudi novecentomila) mediante cessione del museo e di altri valori.

Il nobile uomo conoscendo in quali artigli si fosse, e sperando rivendicare le sue ragioni in libertà meglio che in istato di coazione, risolvé di firmar la procura necessaria al contratto, certo che segnandola in mezzo ai gendarmi soli testimoni dell'alto e a più non libero, avrebbe agevolmente potuto ottenere la nullità da tribunali più equi, quale da tempi migliori che incalzavano poteva attendersi.

Il Campana firmò la procura a forma della proposta di pretesa liquidazione pura e semplice; venne prosciolto dai lacci, accordatigli in contante scudi dodicimila ed un passaporto per Napoli, dove in verità da quella corte s'ebbe onori e stima singolarissima, venendo perfino nominato Direttore dei Musei Borbonicì.

Se fossimo vissuti sotto un regime di Vandali o di Ostrogoti, son certo che non tanto per ammirazione quanto per l'alto interesse che andava a dileguarsi smembrando l'insieme di una collezione cotanto cospicua, quelli l'avrebbero conservata gelosamente.

Ma il governo dei preti e oggi del cardinale Antonelli, se dalla tribuna inglese fu detto peggiore de' Turchi, doveva meritare titoli nuovi, di cui solamente la barbarie più selvaggia può renderne imagine.

Pur troppo il governo romano lungi dal serbare a Roma, all'Italia, alla Religione, e al pontificato stesso monumenti preclarissimi, preferì di colmare la cassa che dovea alla fin fine alimentare i briganti, e pose a mercato partitamente gli oggetti del museo.

Al solito l'Antonelli col mezzo de' suoi cagnotti era d'attorno alla preda. Certo signore francese per nome Darei offrì un milione di scudi. Tale proposta non era nelle fila Antonelliane; era reale e sbucata fuor del sinedrio.

Tanto bastò perché venisse rifiutata, e invece accettata altra proposta avanzata da agenti della Francia e della Russia, alle quali fu aggiudicata la vendita a prezzo mitissimo, ma sempre superiore alla cifra del debito pel quale era stato obligato, in onta alle proteste publiche non solo del marchese Campana, ma di tutto il giornalismo italiano ed estero che ad una voce imprecavano contro gli autori di tanta ignominia.

Si diffuse per Roma la notizia della vendita, e non è a descriversi quale e quanto fosse il dolore de' romani nel vedere inestimabili ricchezze artistiche destinati a fornir gli altrui musei stranieri.

Le casse che dovevano racchiudere questi oggetti erano preparate cautamente ed asportate di notte tempo per essere inviate ai respettivi compratori, ad esitare appunto il cattivo umore che quella vista avrebbe destato nel publico.

Conosciuta la cosa fuori di Roma, rade volte occorse che la publica opinione si mostrasse più compatta e virulenta contro l'assassinio commesso nella persona dell'esimio marchese, come pure contro il vandalismo dell'alienazione.

La Perseveranza, l'Italia e Roma, La Nazione, l'Indipendente, ec. non avevan più termini per riprovare tanto eccesso. L'illustre scrittore monsignor Francesco Liverani che nel celebre opuscolo — Il Papato, l'Impero e il Regno d'Italia — a pag.67 e seguen. stamp. in Firenz. nel 1861, sulla fede della sentenza pronunciata da Roma avea toccato severamente alquante vicende della vita dello sventurato gentiluomo, fornito di novelli documenti, definì quella sentenza — una comparsa da comedia e una cabala indegna e vergognosa — (La Dottri. Caft. e la Rivoluz. Italie. pag.201 Firenz.1862) dichiarando in pari tempo ch'egli intendeva dare alle sue parole il valore — non già di una cortese condiscendenza, ma sì di una vera e propria ritrattazione e riparazione, chiesta dalla verità, dalla giustizia e dalla carità cristiana (Il Papat, l'Imper. e il Regn. d'Italia d. pag 69. )

Tal punto di cecità raggiunsero i reggitori di Roma!....

Era follia attender da essi onore e rispetto a' monumenti nazionali, quando in correspettivo si osasse pretender un sacrifizio all'avarizia e ai pericoli dell'abborrita loro esistenza.

Una stolta manìa bellicosa; accender discordie nell'interno; infiammare i partiti all'estero; sollecitare ire e nimistà con tutti; adoperare ogni mezzo di corruzione, era sostituito al criterio salutare della religione, della pace, dell'amor di Dio e del Prossimo!... Onta e maledizione!!

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XVI

L'avidità de' scherani papali e borbonici non era soltanto solleticata colla profusione del danaro, ma ad attutire il rimorso di tante nefandità e ad imporporare il tetro fantasma del delitto, le due corti, ciascuna a sua volta, idearono premi, onorificenze e decorazioni al merito e al valore spiegato su i campi del saccheggio, del furto, dell'assassinio. E qui ricorre mirabilmente l'aurea sentenza del Colletta che «il delitto avea cangiato natura ed era divenuto sorgente d'industria».

La zecca pontificia di nuovo fu posta a disposizione dell'ex-re. Una medaglia commemorativa venne quivi coniata avente da un lato il busto di Francesco II circondato da un trofeo di bandiere. Dall'altro lato leggevasi — Al merito.

Questa medaglia, ad imitazione di altre che vennero in costume dopo la campagna di Crimea e di Sebastopoli, era sopramontata da tante picco zone, in cui scorgevansi nominati i luoghi dove eran seguite le fazioni di guerra più rilevanti.

La medaglia, di cui parliamo noveravane cinque, cioè Ca jazzo, Santa Maria, Sant’Angelo, Trefrisco, Garigliano. Era questa destinata a rimunerare i soldati, i quali eransi distinti tra Capua e Gaeta con Garibaldi o con Vittorio Emanuele.

A dir vero una tal memoria non che rallegrare chi se ne ornava il petto, dovea piuttosto rattristar, rammentando non vittorie, ma aspre sconfitte toccate per una causa certo non buona. Ad ogni modo il valore anco sfortunato ha diritto ad elogio, e se togli all'ex-re il malvagio intento d'incoraggiare ne' suoi fidi pugne assai più inonorate, quanto a chi ricevea un atto di riconoscenza, nulla poteva osservarsi in contrario; imperocché almeno in quelle fazioni si combatté all'aperto e secondo regola di buona guerra.

Un’altra medaglia in rame si coniò parimente nella zecca pontificia portante da una parte la doppia effigie in profilo degli ex-reali conjugi Francesco e Maria Sofia presso a poco simile a quella che spesso scorgesi rappresentante le teste de' SS. Pietro e Paolo. Nel rovescio vedevasi delineata la fortezza di Gaeta.

Questa era propriamente dedicata ai più ferventi reazionarii. La duplice effigie de' sovrani decaduti rammentava la passata autorità regia e il loro virtuale diritto a racquistarla radicato nello stipite borbonico che volevasi ben impresso nella mente di chi la possedesse.

Gaeta simboleggiava l'ultimo rifugio espugnato della dinastia, che reclamava vendetta pel tradimento e per l'ingiustizia dell'assalto.

Questa medaglia più che tre facevansi ad arte circolare nelle masse de' briganti e raccomandavasi agli smaltitori di far opportunamente risaltarne il significato e le allusioni quivi sottintese.

E’ noto quanto le impressioni esteriori esercitino potenza nella fervida imaginazione delle classi idiote degli abitanti di Napoli. L'ignoranza scossa dalla figura esterna che agisce passivamente sullo spirito, è sufficiente a destare in loro sentimenti analoghi a quelli che voglionsi suscitare.

All'energumeno D. Pascolino domestico degli Ulloa fu fu affidata una di codeste medaglie. Costui si cacciù in un gruppo numeroso di plebe borbonica, e all'annunzio misterioso di possedere gran bella cosa du' re nuosto ottenne un religioso silenzio a cui successero incalzanti richieste affinché le venisse mostrata.

D. Pascalino dopo aver ben bene aizzato il desiderio, trasse gravemente dal seno il venerato amuleto, e nel sollevarlo in alto si diressero ver esso unanimemente stupefatte tutte le facce circostanti, pendendo impazientemente dal labro di lui. È chesto (disse loro scoprendosi il capo) ù retratto d' u' re nuosto e d'a regina Maria Sofia, proseguendo indi nel proprio dialetto a scaldarli di santo zelo con parole di fuoco.

Quella ignobile turba, scoprissi essa pure prestamente il capo, e accalcantesi sempre più stretta d'attorno all'infiammato arringatore, si urtava e sospingeva sulla punta de' piè per giungere a ficcarvi lo sguardo. Era curioso vedere taluni baciar devotamente gli apici delle proprie dita e distender poscia il braccio godendo toccar la sacra reliquia; altri non pago di ciò, implorare con grida intronanti che con quelle imagini fosse lor lambìta la fronte; al qual pio desiderio tosto accorrendo D. Pascalino, con santa compunzione veniva compiuta la ceremonia. ( [35])

Oltre le medaglie principalmente consecrate al merito per fatti parziali, dalla fucina borbonica e sanfedistica sorse l'idea di voler distinti i singoli aggregati, o almanco più affezionati e risoluti, marchiandoli quasi come mandra di buoi.

Vennero imaginati anelli e bottoni di piombo o di zinco, i quali secondo la qualità del metallo, della forma, o del motto che vi si leggeva, indicavano convenzionalmente il diverso grado de' cospiratori.

Benché non abbia potuto conoscere puntualmente questa tenebrosa gerarchia, tuttavolta riferirò quanto valsi a raccogliere intorno gli emblemi di vani anelli e bottoni.

Eranvi alcuni di questi, in cui scorgeasi incisa una corona ed una mano impugnante uno stile.

Sotto leggevasi il motto — Fac et spera. — É bruttamente manifesto il senso ascoso sotto codesta, allegoria.

Il latore di questi è incoraggiato a propugnar le ragioni della corona borbonica non con arme leale, ma colla sleale e proditoria; col pugnale.

Il vocabolo spera è il corrispettivo del patto scellerato; vale a dire il guiderdone del delitto corroborato della lusinga di onori e di ricchezza.

Eranvi anelli di piombo e di zinco. In alcuni vedeasi l'iscrizione seguente nella piastrina di mezzo — Assedio di Gaeta 1860-61 sicuramente affidati a coloro i quali avendo già pugnalo in questa fortezza, dovessero rammentare nella fila de' briganti le onte e i tradimenti passati per vendicarli.

Altri aveano le qui dette parole nel cerchio, e nella piastra di mezzo recavano incastonato in ottone l'effigie dell'ex-re; in altri invece era sostituita all'effigie una torre. Vedeasi in altri nalmente, un cuore; simbolo della fermezza e perseveranza; dell'affezione per la causa o del coraggio in sostenerla.

Le incisioni delle medaglie vennero eseguite dal solito Zaccagnini; gli anelli e bottoni da certo Sante di Calabria stipendiato appositamente da Francesco II.

Il governo papale non poteva al certo coniar medaglie o motti apertamente allusivi alla causa borbonica; indirettamente altresì incoraggiava i prodi del suo piccolo esercito destinato a diversioni strategiche nelle operazioni brigantesche. Era famosa la decorazione che. per ischerno fu detta dai romani del ciambellone. Presentava questa una corona, in mezzo a cui spiccava una croce raffigurante il martirio di S. Pietro crocifisso in quella foggia negli orti Neroniani, giusta alcune leggende che così narrano.

L'idea peregrina era attribuita al De Merode, il quale rimunerava così i meriti guerreschi de' difensori della S. Sede simboleggiata secondo lui, dalla morte di S Pietro.

— Il Municipio romano presieduto dal Senatore marchese Antici-Mattei che in quella carica eunuca ha ereditato il rifiuto della più eletta nobiltà romana, era l'istrumento cieco delle mene governative. A lato dell'Antici-Mattei uomo del resto ampolloso e vano, ma innocuo stava un Antonelli germano del cardinale in qualità di conservatore funzione faciente in assenza del senatore, e con lui erano parecchi primari mercatanti di campagna vincolati a fil doppio tra loro nel monopolio e negl'incetti. Al suono di questi nomi e titoli tutto era da attendersi in ossequio profondo dell'autorità governativa, quanto a danno e scorno di Roma.

L'albo de' cittadini romani era, da costoro vituperato coll’iscrivervi nomi di malfattori, d'insolenti stranieri; o di carnefici della patria. Per nominare alcuni, un generale Oudinot ([36]), un generale Schmid ([37]), un generaleKantzler ([38]), un generale Lamoriciére ec. ( [39]), sono stati insigniti della cittadinanza romana. Anzi in nome di quest'ultimo venne dallo stesso municipio fatta coniare una medaglia col motto se et ante-actos triumphos pro Petri sede lubens devovit. — Formola che appuntino compendia la perdita subita dal generale di se stesso e delle sue glorie militari per aver combattuto a favore del seggio di Pietro.

Giorno verrà in che cangiato il destino di Roma codesti schiavi di un vergognoso potere dovranno impallidire innanzi i loro concittadini, allorché radiato dalle tavole municipali il nome di tanti indegni, o degni sol d'altra fama, sarà snudato all'Italia e all'Europa l'artificio di tante menzogne e di tanti oltraggi, di che or siam fatti impune ludibrio. Deh questo giorno vegga presto almeno la sua aurora desiata!!...

Quanto l'eccellentissimo municipio romano affrettavasi a riempiere i suoi ruoli di spurii cittadini, altrettanto la polizia affrettavasi a vuotar la misera Roma de' suoi legittimi figli per consueto più virtuosi.

Preclarissimi sonvene per nobiltà di natali o d'ingegno, i quali recomi a debito, per cagion di onore, segnalare alla pubblica stima, come la materia me n'offre il destro, quanto più la tirannide sacerdotale li avrebbe voluti inviliti e negletti.

Non ha guari narrai la espulsione dell'egregio principe di Piombino. Or cade in acconcio accennare di altra praticata contro il chiarissimo professore in medicina Diomede Pantaleoni, la cui autentica testimonianza specialmente per le circostanze che l'accompagnarono varra a stabilire il modo tenuto dalla polizia pontificia per isbarazzarsi di coloro che si rendevano sospetti nell'osteggiare l'impura colluvie di massime che di dentro e da fuori inondavano Roma.

Al Dottore prenominato, per cause note alla polizia e non ad altri, veniva un bel giorno ingiunto di partir da Roma entro ventiquattr'ore.

Avendo egli saputo che altrettanto pensava farsi della consorte e de' figli, tra cui quello maggiorenne avea sol quattro anni, giustamente fremette di sdegno, e volle publicamente attestare l'iniquità del fatto colla seguente lettera, che pur venne riportata e riprodotta fin ne' giornali.

Io la traggo dalla Nazione (giornale) a cui l'esimio professore, chiamato eziandìo all'onore della rappresentanza nazionale nell'assemblea italiana, la diriggeva.

«Signor Direttore Pregiatissimo.

«La pregherei a voler pubblicare nel di lei accreditato giornale queste poche righe.

«Ella sa come senz'accusa, senzadifesa, senza sentenza, io fui contro ogni legge ed ogni diritto, espulso di Roma nelle 24 ore, confiscandomisi per tal modo la più sacra proprietà, quella dell'esercizio della mia professione.

«Mi si disse essere ordine espresso di Sua Santità, e benché l'ingiustizia fosse atroce, me la presi in pace e mi tacqui. Seppi poi che in quella circostanza si volea perfino espellere la mia mo glie ed i miei figliuoli, de' quali il più grande non ha ancora quattro anni: ma si ristette dinanzi all'osservazione ch'essendo essa, per nascita, inglese, questa circostanza avrebbe potuto portare al governo romano difficoltà con una nazione che fa da per tutto rispettare i suoi cittadini.

«Dovea partire da Roma ora mia moglie per raggiungermi e chiese i suoi passaporti; ma questi le vennero rifiutati a meno che ella non segnasse una dichiarazione di obligarsi all'esilio.

« Si spinse per fino la villania ad esigere ch'ella andasse, come un volgare mal fattore all’officio della polizia a segnare la propria condanna.

«E questo è il governo che si pretende essenziale al capo d'una Religione, il di cui fondatore perdonava dalla croce ai suoi crocifissoci.

«Non le aggiungo commenti.

«Le dirò solo; o che non vi ha unDio vindice della giustizia in Cielo; o cesseranno presto le scelleraggini d'un tale governo sulla terra.

«Accolga i miei ringraziamenti e mi creda suo

«Genova 5 Maggio 1861

«Devotissimo

«Dott. Diomede Pantaleoni

«Deputato al Parlamento Nazionale.

La stessa sorte 'toccò alla moglie del nobile. gentiluomo cavalier Polverosi.

S'ella volle ottenere il suo passaporto, fu astretta firmare una dichiarazione di non più rientrare lo stato, se non previo permesso delle autorità politiche.

Poco prima di questi fatti, cogli stessi modi, senz'accusa, senza difesa e senza sentenza, vennero espulsi cittadini ragguardevolissimi, e per toccar di alcuni, il cavalier Luigi Silvestrelli indi deputato al parlamento nazionale; Luigi Mastricola; Felice Ferri; Vincenzo Tittoni, N. Santangeli, N. Mighetti; nomi tutti di patriotti esimii e indefessi, i più de' quali astretti ad abbandonare la gestione di vistosi patrimonii, scontano nell'esilio la loro devozione per la causa italiana.

Se non che confortati dalla grazia del magnanimo Re Vittorio Emanuele, le angosciose ore di lontananza dalla patria natia trascorrono più sereni e tranquilli.

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XVII

Abbiamo tenuto parola su i comitati principali e subalterni; svelammo i modi tenuti ne' pagamenti e gli artificii praticati per cumular danaro; passammo agli arruolamenti; in tutto abbiam notato i vani rapporti delle due corti pontificia e borbonica, tanto riguardo alla diretta organizzazione del brigantaggio, quanto in raffronto alla polizia papale verso i romani e l'esercito; ora soggiungeremo alcun che intorno ai principali luoghi di convegno, ne' quali adunavansi in Roma le classi borboniche elevate e volgari; come pure sulle strane foggie di vestimenta indossate da quelle turbe, e su i recapiti di loro partenza pel campo.

— Se i comitati per deliberare avean d'uopo racchiudersi nelle tenebre e nel silenzio; ai proseliti era necessario ampia libertà di discussione per intendersi fra loro e vicendevolmente infiammarsi alla impresa.

Gl'interessi respettivi, i diversi gradi e posizioni aveano naturalmente separato i borbonici in classi, e ciascuna avea per se o un club segreto come era quella di Salviati, Brunet Lenti Patrizi, Ricci ec. per trattare affari più seni e concludenti; o un luogo publico per raccoglier notizie e divagarsi utilmente, dopo le gravose cure del giorno.

Il caffè in piazza di Sciarra, per centralità di situazione e per ricchezza di locale, offeriva un punto acconcio di ritrovo per l'alta aristocrazia della lega. Questa adagiavasi nell'ozio di dentro, o vagava raccolta in crocchi di fuori lungo la piazza. Pe' diverbi e declamazioni di colà, in mezzo allo stormire indistinto delle voci e al "movimento irrequieto di tanti attori, pareva assistere al chiasso diS. Lucia o di Vascio Puorto. ( [40])

È ben vero che quivi affluivano individui i quali per rango o per educazione, generalmente parlando, avrebber potuto rendere inverosimile e indiscreto il confronto da me notato. Però gli argomenti eccitanti, l'abitudine al clamore e al gesto indigeno delcittadino di Cerra ( [41]) che d'usato accompagna sconciamente la conversazione dei Napolitani, non lasciano immuni neppure le persone colte ed agiate da tale difetto, e spesso le confondono, per tal riguardo, all'infuori di poche onorevoli eccezioni, colle idiote e plebee.

— Nel caffè in Campo di Fiore coadunavansi preti frati, impiegati ed altri di ceto mezzano. Quivi le scene eran più frequenti e variavano in ragione inversa della dignità ed importanza degl'intervenienti. Un generale., un titolato od un ministro, nel caffè in piazza di Sciarra non discendeva così bassamente dalle parole alle mani, come lo si vedeva sovente in quello di Campo di Fiore.

Ben si conosce quanto divengano elastici i principii e le applicazioni sotto l'eculeo delle passioni e delle circostanze, specialmente contornate dal prestigio fomentatore di nomi speciosi, che colla loro autorità (qualunque essa sia) concorrono a legittimare l'errore e traviar la coscienza.

Ebbene questo impulso potente, che. tanto lusingava il mal fare, veniva addoppiato dalle bugiarde e solistiche insinuazioni dell'Osservatore Romano, (giornale) ( [42]) a cui il proprietario di quel caffè era associato per far cosa grata à suoi avventori.

Da questo compro periodico traevasi per lo più l'oroscopo degli avvenimenti, e raccendevasi il sacro fuoco delle pattie battaglie.

Colui che fra i diversi gruppi fosse stato il più fortunato di possederlo, per consueto, leggevane i brani più interessanti ad alta voce, è come l'una o l'altra proposizione; l'una o l'altra notizia venivano eccitando la disputa, sorgeva la discussione, la quale non di rado animavasi al punto che gli oratori levavansi minacciosi e infiammati di santo zelo, scambiavansi potenti busse da render faticoso e difficile il separarli per amor della pace e di concordia.

Se non che buon numero di preti dopo aver esercitato colà degnamente il loro ministero, trasferivansi nella farmacia Vagnozzi dirimpetto al caffè qui sopra detto. Ivi il consiglio più dotto trattava promiscuamente materia mista politico-religiosa. Quanto mai di fanatico e superstizioso valesse a concitare l'imaginazione delle stupide coorti brigantesche, ed a usufruttare l'ignoranza delle popolazioni del regno, tutto quivi era distillato ai lambicchi del generoso ospitatore.

I programmi più furiosi per Roma e provincie erano colà discussi e redatti. La unzione abituale, con che venivano spalmate le espressioni più atroci e gli. eccitamenti più malvagi, indicavano abbastanza l'origine e la mente di chi ha per costume imbavagliare le miserie terrene sotto gli splendori appariscenti del Cielo. Se ci rifacessimo a consultare un istante il programma segnato dal Fiore alla pag.78 e segg. di quest'opera, ce ne convinceremmo agevolmente.

Costoro, per essere i più sacerdoti, esercitavano una efficacissima influenza sulle masse, e come tali erano tenuti in. maggior conto dalle corti. Essi il sapevano e di programmi avevan fatto bottega; dacché ne ritraevano dall'ex-re, come pure altrove accennammo, centinaja di ducati.

— V'era un altro caffè per l'infima classe, quello di piazza Farnese presso al palazzo di questo nome, spettante alla legazione napoletana.

È a sapersi che nella parte di Roma, ira piazzaPollarola, Farnese, Campo di Fiore, e per di là dalla piazzadella. Madonna del Piantò a quelle Montanara, della Consolazione e Campo Vaccino, ricongiungesi un lungo tratto recapitato da merciajuoli di commestibili, mezzani, contadini ed altro volgo. Quivi più che altrove abbondavano alberghi idonei per gli illustra ospiti di Napoli, ed erano le stalle o rimesse della Bufola, Grotta Pinta, Croce Bianca, Paradiso, Sole ec: Sicché, non appena levati, n'eran seminate quelle contrade, e gran quantità mettea capo per. Campo di Fiore a piazza Farnese dove o eseguivansi pagamenti, o dovean porsi in corrente tra loro sugli affari quotidiani.

Pertanto in detto caffè, dov'era raccolta tutta la bordaglia, lo scandalo e il fracasso continuo era insopportabile.

Può fingersi di leggieri qual dovesse esser la feccia delle provincie napolitane, se la parte eletta e il fiore insieme raccolto con difficoltà poteva contenersi. Quella misera accozzaglia di gente alla salvatichezza e ignoranza più strana riunivano il possente stimolo della fame. Per essi una diabolica attività e una strana esaltazione verso gli augusti protettori che doveano spegnerla, era fatta una condizione essenziale di esistenza.

— Pochi erano i giorni in che i borbonici destinati al servizio attivo s'intrattenevano in Roma, e nell'avvicendarsi continuo l'arrivo di costoro, scene crudelmente bizzarre funestavano la vista de' romani.

Taluni rabbuffati, come angui, i capelli, rappresi tra la polvere e paglia raccolta nell'avvoltolarsi su i letamai, torvi gli occhi, fumosi la faccia, luridi la barba, e rimbisticciati con pecchi cenci raccattati dal ghetto, comparivano goffamente vestiti o con ampie e lunghe carmagnuole, o troppo ristrette e salienti; con cappellacci aguzzi e ontuosi alla calabrese, da cui spenzolavano al vento mille striscie di nastri scolorati.

Altri con isdruciti caschetti alla militare o con calotte rossastre alla zuava o turchesca: mezzi calzoni alla mandriana di veluti logori olivastri: gambali affibbiati, calzettoni di grossa lana marrone, ociocie affunicolate ai polpacci, od anche scalzi come lazzari.

Vani più fortunati e protetti dal favore de' capi aveano in testa cappelli ritondi alla spagnuola, da cui pur svolazzavano al vento larghi nastri; ovvero coprivansi il capo con sciacò di fanteria, e indossavano cappotti pontificai ricompri dagl'isdraeliti.

Fuori del cappotto sbucavano sovente gambali, ciocie, od anche stinchi nudi; sicché avresti creduto assister sovente ai baccanali d'un giovedì grasso, o vagheggiare i mostri Oraziani, i quali a capo umano aggiunto un carcame equino terminavano in isconcio pesce.

In mezzo a tanta ignominia non può andar defraudato il merito di un duce insigne, al quale sendo stata assegnata una destinazione speciale nella cavalleria, erasi dai capi privilegiato per vestiario e stipendio. Questo difatti consisteva in scudo uno per ogni settimana; l'abbigliamento poi era quasi uniforme e per lo meno decente. L'eletto drappello componeasi di sessanta Siciliani circa: il loro capitano era il BOIA DI NAPOLI.

Ciascuno metteva studio in procurarsi qualche oggetto militare, sperando in appresso completar l'uniforme alle prime occasioni di sacco o di rapina.

Così stranamente racconci presentavansi all'ufficio de' passaporti della polizia romana, e oltre i modi usati, di cui poco sopra tenemmo parola, venivano muniti di regolare foglio di via intestato a nomi e soprannomi suggeriti dai caposquadra, se eran presenti; diversamente fornivansene sulla fede de' richiedenti, purché tutti avessero un brano di scrittura a mostrare lungo la via prima di giungere a destinazione.

Le porte che i briganti solevano escare più frequentemente erano — Salara — Maggiore — e S. Giovanni — poiché quivi, più che altrove, trovavansi appostati depositi di armi nelle adjacenti vigne. Giunti colà o potevano evitare la via maestra e gittarsi nell'interno ed in questo caso venivano subito muniti di fucile, pistole stili ec., ovvero eran costretti tener la via diretta, e le armi adunate sopra carri coperti o tra i fieni, facevansi precedere a dati luoghi convenuti per esser poscia distribuite con sicurezza, sottraendosi possibilmente agli scontri co' francesi, i quali ove avesserli trovati in armi, non potevan dispensarsi dall'agire contro di essi.

In Romagliano presso Vicigliano (Terra di Principato Citeriore) in una stalla del procaccino fu scoperta una grossa balla contenente centottanta uniformi borboniche, tra cui molte erano per ufficiali, una ricchissima per generale; due mantiglie da cavallo, ugualmente ricche; un cappello bordato per generale; manto e imbottita di seta per padiglione pure da generale.

Spesso alcuni drappelli troppo baldanzosi per la protezione del governo romano, s'avventuravano partire precipitosamente senza recapiti regolari, e imbattutisi ne' francesi, erano messi agli arresti; ma consegnati docilmente alle autorità pontificie, queste affrettavansi di regolarizzarli, e messi in libertà, rinviarli tostamente al loro posto, se occorreva anche coll'indennità di trenta o quaranta bajocchi, come avvenne a taluni arrestati da' francesi in una osteria di Alatri e consegnati alle autorità papali.

In Mesa presso Terracina un borbonico briaco gloriavasi publicamente essere appartenuto ad una banda che avea aggradito e derubato la diligenza a due miglia da Fondi, e che erasi impadronito di tre individui, ai quali co' suoi compagni avea mozzato le teste esposte poscia sulla publica via.

Gli stessi gendarmi romani inorriditi da tale racconto, di cui per la fumosa ilarità del. vino quel tristo. non sentiva il ribrezzo, lo arrestarono; ma tradotto in Roma, dopo due giorni codesto assassino munito di regolare recapito, già libero nuovamente era tornato al suo mestiere.

Che più? Il paterno regime del pontefice, per organo del suo ministro Antonelli, avea assunto in se senza mistero imprudentemente la protezione de' briganti.

Di fatti una circolare del cardinale — 21 Decembre 1861— ordinava ai vescovi e parrochi di Marittima e Campagna «di raccogliere e dare asilo agli sbandati borbonici che penetrassero in que' paesi e li fornissero di ogni mezzo onde fargli raggiungere i loro capi».

Infiniti sarebbero i fatti da addursi per comprovare il patrocinio di che rendeasi complice verso i briganti il governo romano e non sarebbe lungi dal nostro assunto il noverarli, ove i molteplici che andremo registrando in appresso non ne rendessero immoderata e molesta una istoria troppo dettagliata.

Ci terremo paghi in ordine ai recapiti politici, di riferire il modo tenuto dalla cancelleria napolitana nel rilasciare i fogli di via ai suoi emissarii nelle provincie.

Il Fiore, di cui sopra abbiamo promesso seguire le tracce ce ne fornirà un esempio che varrà per tutti. Anzi questa occasione ne sciorrà dal debito contratto.

Quest'uomo avea incessantemente rimestato le cose tra la polizia romana e i borbonici, ma per questi più che per quella occupato, attendeva sopra ogni cosa agli affari della segreteria di monsignor De Cesare, di cui avea saputo cattivarsi la stima da divenirne confidentissimo per modo che le cose più intime e perfin le chiavi della cassa pecuniaria venivangti spesso affidate.

Il buon monsignore nel parlare co' suoi, rammentava spesso con compiacenza i fedeli servigi del Fiore; talché presso le persone di corte poteva aggirarsi senza sospettò, anzi riscuoter buon viso e fiducia.

Egli erasi annunziato per emissario di quattro provincie, e attendeva sol l'imbeccata da Roma per portarsi presenzialmente a sollevarle. Col nome simulato di Niccola Puonzo dovea, recarsi in Napoli, e presi concerti col comitato di colà, passar oltre nelle provincie.

Ma per eseguir ciò richiedeasi coraggio ed ardire. Al Fiore mancavano l'uno e l'altro; come del pari il borbone e i borbonici gli calevan meno che il grato aspetto della moneta; unico movente pel suo pane quotidiano.

D'altronde le operazioni incalzavano, ed era mestieri scegliere tra l'adempiere alla propria missione o divenir sospetto alla corte.

Ogn'altro nel duro caso sarebbesi sbigottito; invece un ingegno fecondo come il Fiore seppe trovar scampo per iscornare l'acuto dilemma. Purché utile, non importava se il mezzo fosse onesto.

Cominciò a rovistare l'archivio del De Cesare suo padrone pescando quanto venivagli alle mani intorno a nomi sospetti che trovavnnsi nell'interno del regno; diessi ad origliare e dar d'occhio come poteva negli archivi dello Statella o dell'Ulloa per praticare lo stesso.

Quando si fu in punto di aver affastellato nomi di vani individui ripartiti nelle principali provincie, ne compose e coordinò bugiardamente de' comitati, e allestitone un opportuno elenco, noveròcentotre persone. A tutto il bisticcio diè nome di congiura.

Con questo trovato già di per se il lettore imagina dove il Fiore andasse a parare: Egli tradendo la dabbenaggine de' suoi principali, a cui avea spilluzzicato buona somma di ducati ( [43]), pensava beffarsi del governo italiano, al quale ne avea preparato un cadeau.

Il pensiero dipingeagli una nuova faccia di cose, un nuovo colpo da tentare.

Pareagli già che il governo italiano non appena messo in sentore della cosa, dovesse stringerglisi in alleanza, e non che tenergli in broncio pel suo passato, glorificarlo per la longanime industria con che avea saputo procacciare il bene della patria in mezzo ai pericoli.

Pieno l'idea, presentasi dal Dottor... ([44]) mio carissima amico; apregli misteriosamente l'arcano; gl'inculca l'urgenza come di cosa imminentissima a scoppiare; dimanda modi e mezzi per sottrarsi e rassegnare al governo di Vittorio Emanuele quella pagina di fuoco.

Nel tempo medesimo per addoppiare il colpo anche colla polizia romana, osa insistere fervorosamente di parlare ai componenti il comitato nazionale.

L'amico, se non crede intieramente, per la sola probabilità in affare apparentemente rilevantissimo quanto urgente, ne resta scosso, e prevalendo in lui l'istinto franco ed energico di eccellente liberale, promette adoperarsi tutt'uomo.

Presentasi al comitato, spone il fitto; ma senza uopo d'informazioni, il nome del Fiore è respinto bruscamente; vien fatto divieto assoluto al proponente di nominare chicchessia fra gl'individui del comitato; è rifiutato ogni mezzo pecuniario e qualsivoglia partecipazione a favore di persona che, se era cognita, lo era solo vituperosamente e i cui precedenti più prossimi erano né più. né meno che una attiva, isolata e mercenaria cooperazione coi briganti.

L'intermediario amico, se docilmente applaudì alle osservazioni de' membri, del comitato; tuttavolta non volendo mandar frustrato qualche vantaggio che poteva fors'anco discendere dalle mani di un tristo, consigliò il Fiore a presentarsi dal rappresentante Sardo Sig. conte T.... affinché intanto il governo fosse avvertito, implorando nel tempo stesso mezzi per recarsi personalmente a svelare le trame reazionarie e promuovere un effetto più completo.

Il conte, come il suo ufficio imponeagli, telegrafò al suo governo ragguagliandolo genericamente; il che al Fiore fruttava l'intento, mentre veniva solleticando la curiosità senza soddisfarla che a condizione tacita d'esser esaudito. Gli fu frattanto promesso che all'arrivo del primo vapore nazionale, vi sarebbe stato trasportato gratuitamente.

I battelli nazionali però in quel tempo approdavan di rado in Civitavecchia. Il tempo altronde scorreva con estremo pericolo, e risapendosi la tresca v'era risico di rimaner fuori di giuoco da ambedue le partite.

Allora per consiglio dello stesso amico, il Fiore fu rinviato ad altro esimio patriotta il cav... il quale era stato destramente prevenuto per giudicare se a favor di costui potessero avventurarsi mezzi pecuniarii necessari a compiere l'impresa.

Il cavaliere..., esaminato bene l'individuo, non credé deferirgli talmente da risolver la bisogna.

Anch'esso telegrafò al nobile Sig... in Toscana, e questi pensando che finalmente poco o nulla avrebbe rilevato la somma richiesta pel viaggio verso la più prossima piaggia italiana, diè disposizioni perché il Fiore si avanzasse.

Allora il cav... chiamatolo a se segretamente, lo forni di franchi cento in oro, di cui egli rilasciò ricevuta colorata sott'altro titolo.

Ora facea mestieri di un regolare passaporto.

Questo non poteva, come tutti gli altri esser rilasciato dalle autorità pontificie nelle forme ordinarie; avvegnaché la polizia romana conosceva appieno che se il Fiore muoveva di Roma, giusta gl'impegni contratti colla corte borbonica, avrebbe dovuto penetrare nel regno, con recapiti convenzionali noti principalmente ai funzionarii della reazione.

Per queste ragioni il Pelagallo, cui il Fiore si diresse, lo consigliò di avanzar analoga dimanda alla cancelleria napolitana, dove rilasciavansi fogli di via destinati esclusivamente per gli emissarii borbonici.

Di fatti, dopo aver destramente brigato presso quell'uffizio, riesci costui ad ottenere una specie di passaporto, esteso presso a poco nella formola ordinaria; però in luogo del timbro nero cogli stemmi reali, era contrasegnato con suggello color rosso.

Questo segnale era taumaturgico; dacché dalle autorità italiane non veniva avvertito; altronde pe' cospiratori-borbonici nell'interno del regno diveniva una possente raccomandazione, denotando l'emanazione ufficiale dell'alto comitato di Roma.

Venuto il Fiore in possesso de' recapiti regolari, affrettò quanto potè i momenti di sua partita. Pria però, ad evitare il pericolo delle guardie di finanza o d'altri incidenti possibili nella via, fe' cautamente sdruscire un calzare tra il tomajo e il suolo e quivi interelusa celò la nota famosa nominativa de' supposti congiurati delle due Sicilie.

Si portò alla stazione della ferrovia di Civitavecchia, dove dopo aver iscambiato un brindisi all'acquavite con un brigadiere di gendarmeria, vecchio suo confidente, se ne partì.

Da Civitavecchia costui mosse per Livorno. Quivi non appena giunto presentossi tantosto al Sig. N, che senza più il tradusse al prefetto, in allora cavalier Teodoro Annibaldi Biscossi, il quale lungi dall'imbarazzarsi in cosa spettante al governo superiore, racchiuse la nota in un viluppo e inviolla al regio ministero, in que' giorni sotto la presidenza del barone Ricasoli. Questi immediatamente telegrafò spedendo pur anco ordini alla luogotenenza di Napoli.

Seguirono perquisizioni, arresti numerosi e pareva quasi che, colto in flagranza il nucleo cospiratore, la reazione interna e il brigantaggio dovessero esser svelti dalle radici; salvato il paese.

Il Fiore frattanto non perdeva di veduta il suo scopo principale, e invocando non so qual disposizione ministeriale, apparecchiava mercato sulle teste de' suoi denunziati.

Numerò i suoi centotré individui e pretendeva lire italiane cinquemila centocinquanta in ragione di lire italiane cinquanta per cadauno.

Il Ricasoli alle insistenze dirette e indirette di costui pigliava tempo per verificare i fatti; intanto stimolato senza posa non potè dispensarsi dall'ordinare al prefetto Biscossi che pel momento somministrasse al Fiore qualche somma, come si verificò in franchi duecento circa.

Più, quantunque costasse evidentemente essere egli di Trani (terra libera del regno), il comitato di emigrazione italiana in Livorno, presidente Carlo Antonio Cecconi, ascrisse il Fiore e un suo figlio settenne fra gli emigrati romani e veneti coll'assegno di lire italiane due per giorno.

Chi il crederebbe?

L'idea felice del Fiore in grandissima parte era riescita. Avea bezzicato il possibile a Francesco II: eragli sguisciato bellamente da Roma deludendo borbonici e patriotti, da cui pur avea tirato danari: ognuno avea ricevuto da esso quella delazione come un segreto preziosissimo di stato, mentre il dottor B.... ed altri..., il console sardo, il cavalier N.... il prefetto di Livorno, il ministero, il luogotenente di Napoli ec. (meno il Comitato Romano non mai cauto abbastanza) dovettero avvedersi più tardi che tutto era una solenne impostura. ([45]) Reputerei mancare ad 'un debito di giustizia se prima di chiudere questa pagina sul Fiore, non accusassi lo scritto da esso fatto stampare, per lo meno d'indiscrezione e d'inciviltà, in quella parte massimamente che riguarda l'eminentissimo cardinal De Andrea, del quale se noi riportiamo l'effigie litografata nella presente opera, dichiariamo averlo fatto per cagion di onore e affinché dal suo aspetto venerando e sereno possa in qualche modo apparire acuita l'imagine dell'egregio suo animo, in opposizione a quanto (certo contro suo convincimento) per forza di circostanze o di persone era costretto affettare esteriormente colla corte borbonica.

XVIII

L'organizzazione fondamentale del brigantaggio e i rapporti reciproci di consenso tra i due governi napoletano e romano, nel modo da noi narrato, riproducono la forma, quasi direi, embrionale di essa, per la quale se rimane costatata l'attiva connivenza d'ambedue, siamo ben lungi dal pretendere ad una perfetta sindacazione de' singoli fatti, di che minutamente si composero le fila dell'intero ordimento.

Le persone che indicammo, nella inevitabile confusione di tanti intrighi, possono aver subito cangiamenti o sostituzioni, e ne accadrà in seguito di notare le più rilevanti; ma ciò che più importava si era il mettere in luce genericamente l'esistenza della cospirazione e i modi tenuti nell'alimentarla.

I fatti specifici che accompagnano la nostra istoria son là quasi in ragion d'esempio, per corroborare il nostro assunto; sbocconcellarli in annedoti di cose o di persone riesciva oltreché impossibile, molestissimo e superfluo. Nondimeno non ometteremo in seguito cura e fatica nell'annotare accuratamente, a tenore delle epoche, quanto a nostro avviso reputeremo necessario per corrispondere all'impegno intrapreso.

Quasi contemporaneamente ai primi avvenimenti dopo l'ingresso di Francesco II, vani porti del Mediterraneo erano in istretta relazione con Roma. Servivano questi di veicolo per importazioni militari; per esportazioni e traslocamenti di reazionarii, immissioni di armi, moneta falsa e corrente, proclami ec.

Civitavecchia, Marsiglia e Malta distinguevansi, a preferenza. Parleremo disgiuntamente di ciascuna.

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CIVITAVECCHIA

Questa città sul Mediterraneo è l'unico punto di comunicazione con Roma. Per trovarsi situata a breve intervallo dalla capitale delle due Sicilie, e quasi di fronte alle costiere francesi, fin 'dall'epoca precedente alla caduta di Gaeta era divenuta occasionalmente importantissima pel passaggio continuo d'individui d'ogni sfera addetti alle due corti e pel trasporto di generi opportuni alla reazione o ai briganti.

Come tutte le città commerciali portuose, Civitavecchia pieghevole all'idea del guadagno, s'avvide per tempo esser giunto il momento di trarne dalle circostanze.

Il transito continuo di moltissimi personaggi; i depositi clandestini di vettovaglie e di armi da immettersi nel regno e quanto mai rendevasi necessario per la straordinarietà del caso, era naturale attirasse spontaneamente una folla di concorrenti.

Aggiungevasi inoltre che fide persone corrispobdenti coi comitati di Roma, inevitabilmente facean d'uopo per vegliare l'andamento degli affari e per esercitare più che altrove l'influsso reazionario.

L'interesse, la vanità e il fanatismo ben presto sobillarono una quantità d'individui, de' quali potè comporsi un seguito numeroso tanto in servigio del governo pontificio, come della corte borbonica.

Civitavecchia è stata una delle prime città del territorio pontificio nell'avere opportunità di legarsi colla reazione. Gaeta non avea per anco abbassato le armi, quando essa vedeva àccedere nel suo porto personaggi della famiglia reale, ministri, autorità militari ec. Essa avea pur scorto per le sue vie transitare copiosi approvvigionamenti spediti dall'Antonelli in soccorso di quella fortezza in procinto. Fino a quel tempo in somma rimontano i comitati misti di borbonici e pontificii quivi stabiliti, di che ora andiamo a noverarne i principali componenti, che interpolatamente vi figurarono.

Il delegato monsignor Lorenzo Randi era incaricato di ospitare colla massima cordialità non solo gl'infortunati vinti di Gaeta, ma quanti altri mai per avventura approdassero in quel porto appartenenti, comecché, si fosse alla partita.

Egli che come rappresentante del governo pontificio, riscuotevane tutta la fiducia, era il depositario e corrispondente di quante mene da Roma dovevan far capo a Civitavecchia.

Egli animava i suoi affiliati che or. ora pur descriveremo, e. degnava perfino (cosa inusitata!) abbassarsi di conversar seco loro familiarmente, accedendo eziandìo nelle loro abitazioni, ove circostanza di circospezione o d'urgenza il richiedesse.

Come in Roma la polizia pontificia e i borbonici; così in Civitavecchia avean fra loro serrata la destra. In nessun punto dello stato, come avremo occasione di confermare in appresso, mancò quello studiato concerto che costituisce un vero sistema di connivenza e d'incoraggimento nel brigantaggio e in tutti i disordini del regno per parte di Francesco II e del governo d'Antonelli.

In questo porto altresì più che in alari paesi, si rese palpabile questa verità; imperocché era impossibile celare un movimento cotanto vario e continuo.

Al Randi faceàn corona il cavalier Franccsco Galera console generale di Francesco II — Il cavalier Luigi Matteini viceconsole Giovanni Andrea Palomba già console toscano, Indi console austriaco — Cavalier Cristoforo di Macco capitano giubilato del porto—Giovanni Giacchetti capitano effettivo — Francesco Lastrai direttore dell'arsenale —Coleine Raimondo — P. Carli dell'ordine de' predicatori — Avvocato Caruso fiscale del S. Uffizio cc. cc.

Seguivano vani giudici del tribunale, come per es: un avvocato Ciro Lupi vicepresidente — N. Savelli e Niscola Ca ravani consiglieri — Indi negozianti come un Alibrandi Luigi detto il Nardoncino — Bartolomeo Basile — Un Genesi Alessandro sopranominato Veleno — Tommaso Tomassini ec. cc. Impiegati come un De Giovanni Vincenzo — Santiferri Ubaldo — Berlingeri Carlo — Vicedomini Fortunato — Biecelli Antonio — Galli Pietro — Balderi Giovanni — N. Bastianelli — Vittorio Vitto ri ec: ed altri che non occorre nominare.

Eran questi precipuamente che favorivano i movimenti occulti o manifesti che dovevano aver luogo nel porto di Civitavecchia.

Il Generai Bosco era per lo più l'organo immediato della corte borbonica, e assai di frequente visitava questa città a fine di mantenere vive e uniformi le disposizioni che muovevan di Roma.

Un Giuseppe d'Amato napolitano faceva le veci del generale nella sua assenza, ed erane il più intimo confidente.

Zelo ed attività singolarissima il distinguevano; cosicché facilmente esercitava sopra ogn'altro somma influenza nel paese.

L'Abate Eugenio Ricci di Faenza ed un Francesco Ceccarelli pure dello stato romano, erano i faccendieri più intriganti e gli araldi del partito. Il primo che già notammo altrove aver degnamente meritato grado eminente fra i briganti, non ometteva occasione per garbugliare e commettere soperchierie, a cui parevà inclinato per istinto malvagio e per la struttura grottesca del corpo.

Il Ceccarelli poi brigava principalmente tra Roma e Civitavecchia per adunar danaro ed uomini destinati a raccogliersi in Malta.

Vani de' primi attori della lega, di conserva con monsignor Bandi, ragunavansi nel negozio di spedizioniere tenuto da Luigi Alilìrandi in piazza d'armi. Un Annovazzi ed Aviani impiegati presso il Randi medesimo erano quivi frequentissimi, unitamente ad un. Papini, Caravani, Lupi, P. Carli ec.

Altro convegno teneasi nel negozio di spedizioni marittime in piazza S. Francesco sotto il palazzo Calabrini, ove accedevano sovente il Galera, Matteini, Di Macco, Tomassini, Alibrandi, un Basile ec.

Un consiglio riservato e di alto rilievo era formato dal Ricci, Lastrai e Giacchetti nell'uffizio della capitanìa del porto.

Cristoforo Di Macco avea l'uffizio di pagatore e ne riceveas i fondi dalla polizia di Civitavecchia sotto la direzione del delegato medesimo.

I membri delle diverse riunioni, nella varietà delle loro incombenze, convergevano tutti ad uno scopo, gareggiando a vicenda per riescir graditi ai vecchi e nuovi padroni.

Le circostanze di eccezione, cui per la sua postura Civitavecchia soggiacque nello svolgersi del brigantaggio napolitano, han fatto attribuirle un carattere in gran parte illiberale e soverchiamente esclusivo a favore del governo pontificio e de' borbonici.

Ove altresì vogliano sceverarsi le apparenze dalla intima realtà delle cose, è facile il rilevare quanto l'influenza governativa, (massime in una città limitata) influenza dispotica e furibonda quale si è quella del governo pontificio, alterino l'aspetto esteriore della popolazione e i veraci sentimenti che l'è giuocoforza seppellire nel cuore.

I cittadini di quel luogo non sono meno animati e convinti degli altri d'Italia a favore della causa patria; però una notevole quantità di essi costretti, nella generale sterilità del commercio, ad abbracciare qualsivoglia occasione di guadagno, avrebbe avuto mestieri di somma abnegazione per ricusare i servigi richiesti dalla reazione e per non isdrucciolare in certe manifestazioni di zelo, parte consigliate forse dalla vanità, ma le più rese (può ben dirsi) violente dallo scopo di raggiungere la concorrenza concessa al duplice prezzo della cooperazione morale e di un miglior mercato.

Tutto ciò non ostante, sovente gli abitanti di Civitavecchia, sotto gli occhi stessi de' lor torvi dominatori, non hanno lasciato passare occasioni per dimostrare attaccamento verace alla nostra patria italiana e manifestare aperta riprovazione agli atti abominevoli accoccati colà a detrimento di essa.

Omettiamo di notarli; imperciocché presso a poco si raffrontano alle dimostrazioni. continue fatte nella capitale, il cui comitato nazionale era senza dubbio in corrispondenza coi patriotti di Civitavecchia. Rammentiamo solamente che la massima parte de' volontarii italiani e di fuorusciti politici han tenuto la via di quella città e da quivi han riscosso ajuti e mezzi generosi per recarsi nella terra libera italiana.

S'io potessi rendermi certo che il guardo grifagno del Pasqualoni e colleghi non si ficcasse per entro a queste pagine, mi terrei lietissimo di poter segnalare i nomi di quei cittadini, che con tanta abnegazione e pericolo parteciparono a paralizzare il danno che da altri men virtuosi veniva commesso contro comuni fratelli.

Coloro che favorirono i patrii trionfi, come quelli che li avversarono, diffusi tra ventidue milioni d'italiani, videro già retribuirsi il premio o la pena adeguata ai meriti respettivi...

Pel resto ancora degli altri verrà il giorno de' conti!...

MALTA

L'isola di Malta che lambe il piè della zona italiana è situata in prossimità della Sicilia; guarda di fianco Civitavecchia; prospetta la Francia e segnatamente Marsiglia. In questi punti, da cui dipartivasi l'ampia rete della reazione stretta in causa comune coi legittimisti francesi, era disegnato l'appostamento de' reazionarii e de' briganti.

Parve ai strategici che Malta offerisse il luogo più acconcio e vicino per girare la penisola e piombarlo alle spalle.

Quivi era agevole il raccogliere impunemente uomini da sbarco; i piani di attacco generale ideati nella imaginosa fantasia de' paladini romani parevano colà opportunamente realizzabili per la rapidità della traversata e per la esposizione della costiera sicula.

Aggiungevasi che Malta riuniva in se il vantaggio di una perfetta tolleranza quanto alle leggi inglesi, per le quali era permesso di raccogliersi e cospirare.

Il suo regime inoltre quasi divelto dalla sorgìva direttrice principale, appena poteva meritare il nome di governo. Leggi eunuche e inosservate; arbitrio dominante; i vizii tutti che sogliono, per la lor situazione, infestare le isole, sciolti ed eslegi moltiplicavansi senza ritegno; scarsissimo altronde era il correspettivo della virtù in mezzo ad una popolazione misantropica e quasi abbandonata.

Codesto apparecchio mezzo tra dissoluto e immorale aggiunto alla idoneità del luogo, lusingava le impure voglie di Roma, e consigliavale di poter tutto quivi osare impunemente.

Pareva invero strana cosa come gl'inglesi cotanto suscettibili in materie papali e di governo temporale, soffrissero fino all'eccesso atti del fanatismo più volgare e l'istallazione formale di comitati sediziosi diretti a puntellare quelle istituzioni medesime, che il governo principale di Londra attacca incessantemente nel ministero e in parlamento.

Se non che a solerte indagatore non isfugge come gli artifizi ridevoli della corte romana, di conserva agli scandali del borbonismo, cui s'era dedicata, in cospetto dì un governo protestante, tornavan lo stesso che accrescer con fatti eloquentissimi autorità e fede alle dottrine di esso in materia religiosa e civile, o almeno cumulare in suo favore argomenti efficacissimi a scapito della verità.

Sotto questo aspetto il governo inglese (e oculato com'è non lasciò sguizzar l'occasione) dovea cautamente fomentare il disordine, affinché dalle esorbitanze spiccassero vieppiù limpide le vergogne, di cui il governo di Roma somministra (ahi troppo sovente!.... ) esempio miserando e compassionevole agli occhi di chi ami sinceramente la religione soavissima di Cristo e che abbia a cuore la missione veneranda della sua Chiesa.

Non eran soltanto profani secolari che rimestavan quivi le cose; ma invece gli addetti al santuario sopratutto. Gesuiti, Li guorini, preti romani e napoletani, emigrati pure regnicoli ec. tra cui distinguevansi i due Giorgi, l'uno de' quali notammo di sopra arrestato dai francesi; ambedue poi scacciati da Roma per sentenza de' francesi medesimi.

Erano ancora consorti a costoro alcuni Maltesi, tra cui un negoziante Muscat, — un canonico Ferrugia, procuratore della chiesa di S. Paolo; varai funzionaria della polizia.

Francesco Ceccarelli, di cui abbiam cennato toccando di Civitavecchia, aveva colà tradotto varai arruolati, e mentre intendeva di organizzarli, esercitavali ancora in publiche dimostrazioni atte a tener desto e svegliato lo spirito reazionario.

Un fatto, tra moltissimi, scegliamo, da cui emerge il vero di quanto poco più superiormente abbiamo menzionato.

Nel dì dedicato alla solennità di S. Paolo, anno 1861 venne concertata una publica dimostrazione. Numerosissime banderuole papali e borboniche furono distribuite ad uno sciame di mariuoli. Altre grandi bandiere, pur in copia, eran destinate a decorare la passeggiata.

In mezzo a que' vessilli; sugli archi lungo la via per tutta la tratta di piazza S. Giovanni, scorgeasi scritto in lettere enormi — Viva Pio IX Papa-Re — Non saprebbesi ben definire per qual bizzarria, al governo suonò sinistramente la parola Re, e intervenendo, ordinò che venisse immediatamente cancellata. Nell'escludere questa parola, implicitamente inchiuse le altre, le quali sembrava non ammettessero contestazione.

I lepidi reazionarii, con quello spirito che li distingue, obbedirono tosto e cassarono la parola Re; per un capriccio altresì più inqualificabile s'affrettarono sostituirvi le altre di — Pontefice benigno. — L'essersi eliminato dal governo ciò che pareva dispiacergli, fè luogo alla interpretazione che il resto, ad esso presuntivamente noto, fosse senza dubbio permesso. Quindi la cosa assunse un aspetto legale. Ai reazionarii s'aggiunse in poco d'ora la feccia del popolo, compra nella massima parte, mercé qualche danaro prodigatole. Il freno era sciolto ad eccessi immoderati e incredibili.

Un concerto musicale preceduto e fiancheggiato da vessilli pontificii e borbonici, apriva il corteggio nella maggior via—Valletta — Un urlare e bravare i liberali con minacce, imprecazioni e bestemmie s'accordava al festivo concerto degli stromenti.

Gli schiamazzi sembravan cosa troppo moderata; il silenzio della polizia rendeva audaci le turbe, che non valsero a rattenersi dal passare a fatti insolenti.

Pietre e sozzure già volavan per l'aria; gl'ingressi delle case eran forzati. Fattisi a bella posta innanzi al consolato del Re d'Italia, il delirio e il fanatismo erano al colmo.

Le strida rinnovavansi più rintronanti, e mentre di voci indiscrete empievasi la via; per mala sorte il console italiano dirigevasi alla sua residenza.

Di che avvistisi i componenti la dimostrazione, gli si fecero concordemente addosso, agitando sul viso di lui le bandiere, percuotendolo ancora per ischerno colle aste sul cappello. La frenesia non conobbe più limiti, e nell'aver tra mani il rappresentante di Vittorio Emanuele, parea loro aver raggiunto il modo di sfogar in lui la pazza voglia di vendetta o piuttosto d'invidia che li rodeva per la felicità di quell'avventurato sovrano.

Ciascuno faeeasi lecito di percuotere ciecamente, finché minacciando serie conseguenze, la forza armata vi s'intromise, e se non avesse affrettato il suo intervento, poteva con somma facilità incogliere al mal capitato console la fine deplorabile di Ugo Basville.

La dimostrazione non avea l'aspetto d'individui plaudenti al papa od al borbone; ma branco parea di belve rugienti. Di fatti non appena l'incivile sollazzo a carico del rappresentante italiano venne interdetto, si volsero essi per la via S. Paolo, ov'eran raccolti varai capitani di navigli mercantili italiani.

Fu loro bruscamente intimato di gridare — Viva Francesco II. — Viva Pio IX PapaRe — Que' buoni patriotti ebbero il coraggio di ricusarsi assolutamente dal far eco a dissennate provocazioni; ma dovettero sostenerne in compenso vituperii e percosse. Altri marinai però accorsero nel pericolo de' loro compagni e dietro risoluta minaccia di seria resistenza, furono lasciati tranquilli.

Non potendo altrimenti disfogare una cieca mania, che ormai era montata in furore; quella vil bordaglia resa balda dal numero e per la impunità degli eccessi, prese a tumultuare verso la marina, menando le mani indistintamente sopra soldati inglesi, altri marinai italiani e d'altre nazioni.

Gli abborriti colori delle bandiere che segnalavano i titoli della dimostrazione; l'insulto gratuito verso pacifici cittadini, era in sul punto di accendere una zuffa micidiale, la quale per tempo dové impedirsi dalla polizia costretta colla forza a disperdere l'assembramento.

É questo fatto un esempio di più comprovante l'indole de' difensori di Roma borbonico-papista.

Altri occorrerebbe narrarne avvenuti colà; ma per, non cumulare le epoche, li sporrema, come la materia verrà somministrandoli.

MARSIGLIA

I principii incarnati nella resistenza di Roma cumulativamente alla reazione borbonica, avevan trovato simpatie spontanee specialmente nel clero, ne' legittimisti di Francia e del Belgio.

Il travaglio continuo e clandestino che gli uomini di partito adoperano in quelle regioni trovavasi in angustie principalmente in Francia di fronte ad un governo forte e antiveggente che noi lasciava respirare.

I sconvolgimenti politici del governo pontificio, a cui con una violenta logica trascinavansi gl'interessi religiosi, offeriva una propizia occasione per legittimare ognor più infinite pretese.

Si operò facilmente, in virtù del comune pericolo, un ravvicinamento reciproco, che fruttava ai legittimisti e propugnatori del diritto divino non solamente l'autorità diretta del pontefice e della sua corte; ma una polemica viva pei gabinetti interessantissima intorno ai rischi, a cui cimentavansi i vetusti ordini monarchici, pei pessimi esempi radicati nella espulsione riconosciuta e commendata del legittimo Francesco II.

Per quanto i trionfi popolari e rapidissimi del regno italico fornissero argomenti, quanto evidenti, scoraggianti contro i partigiani di queste massime, l'ostinazione loro punto disanimavasi.

Profittando anzi del favore benché timido e vacillante del governo francese, che nella prolungata occupazione di Roma traspiriva evidentemente, traevan nuova esca a sperare e rannodarsi.

Una straordinaria attività dispiegavasi nei comitati di Bruxelles, Parigi Lione ec. Tutti infervorati dalla protezione insospetta del Merode e Antonelli smungevano, sotto titoli commuoventi, danaro per sollevare dalle ambascie il venerato comun capo de' fedeli.

Solevano ancora scaldare la fantasia di sfaccendati proseliti inutili o perniciosi nella propria patria, e con bel garbo facevasi intravedere a costoro la probabilità di una fortuna nell'appartenere alle gloriose legioni della fede, guiderdonata a mille doppii colla benedizione di Dio e coi celesti godimenti.

Gli alti comitati, di che. è parola, prescelsero a punto di corrispondenza precipuamente la città di Marsiglia, la quale a non lontana distanza, poteva senza ostacoli comunicare con Malta e Civitavecchia.

Un comitato misto di francesi e napolitani secolari ed ecclesiastici fu quivi stabilito sotto il pretesto di raccogliere — le denier da saint Pierre — Questo titolo era ancor tollerato dal governo francese, che in ossequio del clero sovente dissimulava.

Il comitato pertanto residente in Marsiglia era così composto.

— Monsignor di Sorrento presidente onorario.

Luce presidente effettivo.

Verger vicepresidente.

Aostran relatore.

Giraud )

Mongins )

Rochefort )

Laforet )

Gamet )

Marsal )

Rosan Gustavo )

Canonico Godraud )

Due preti napoletani ) membri onorari

addetti alla parrocchia di S. Lorenzo)

Padre Teissiel, cappellano

Il console delle due Sicilie, segretario.

Afan de Riveira, organizzatore militare.

— Recapiti del comitato —

Rue Blancard sul domaine Ventre N.20; domicilio del vescovo di Sorrento.

Rue la Palud N.14.

Rue Tapis vert à la mission de France.

Giusta il comune scopo, anche questa ragunanza di persone tendeva a procacciar danaro per compera di armi, munizioni ed altri generi necessaria a fornire i briganti.

Quivi arruolavansi belgi, spagnuoli, bavaresi, francesi e qualunque di ogni lingua e nazione, d'ogni confessione e religione, purché membra idonee rivestisse per le fatiche del campo. Fra gli arruolati in Marsiglia merita special menzione la squadra dell'infelice generale spagnuolo Borjes e compagni, di cui tra poco udremo l'esito miserando.

I generali Clary e Lagrange erano gl'intermediaria tra il detto comitato e le corti di Roma.

Col mezzo delle messaggerie imperiali, o co' vapori della casa Prassinei di Marsiglia, secondo le respettive destinazioni, venivan spediti gli emissarii in Civitavecchia, gl'individui poi di servizio attivo direttamente in Malta a disposizione di ordini superiori.

È Marsiglia una delle città della Francia, che più abbia contribuito a favorire attivamente le parti della corte papale e di Francesco II. Racchiudendo questa in se il primo porto francese rispetto all'Italia, era la prima e più opportuna stazione di rifugio da Roma, da Napoli, da Palermo ec. per i banditi della rivoluzione.

In poco tempo, prima e dopo la caduta di Gaeta Marsiglia albergò vani membri della famiglia reale proscritta; generali, ministri e autorità d'ogni classe.

Costoro scontrandosi in lido sicuro dopo la tempesta divenivano con sorti gaturali di sventura; sicché al comitato Marsigliese, oltre le proprie disposizioni, non mancarono davvero mezzi e fomiti che alimentassero il fuoco della reazione.

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CASTELLAMMARE

I comitati di Civitavecchia, Malta, e Marsiglia in ispecial modo dedicavansi a provvedere continuamente elementi per la reazione e pel brigantaggio.

Castellamare, qual altra città giacente sulla costa del Mediterraneo era presa di mira per movimenti non al tutto dissimili. Se non che questa era destinata peculiarmente a far capo di ribellione per propagarne indi l'incendio nell'interno dell'isola; le prime formavano centri continui per piani strategici generali.

Castellamare pel prossimo contatto cogli altri fuochi reazionarii, e specialmente per l'esteso commercio con Civitavecchia, oferiva grande facilità per immettere nel regno agenti, armi, danaro ec, Sventuratamente rivalità personali miste a furiose gare di partito rendevanla più accessibile alle agitazioni politiche del momento.

La leva militare soprattutto forniva pretesti agli agitatori, solleticando le male disposizioni di una popolazione, dove l'infingardaggine e la demoralizzazione prevaleva potentemente. Numerosi erano i capi di fazioni differentissime, che urtandosi di frequente, ad ogni piè sospinto, minacciavano turbar l'ordine e la pubblica sicurezza.

Per tale apparecchio cupamente romoreggiante in seno a quell'infelice paese, senza gravi ostacoli, i turbatori venuti di fuori poterono trovare chi loro prestasse orecchio alle voci funeste della sedizione.

L'autorità locale divenuta torpida per soverchia moderazione non avea per tempo saputo antivedere e far argine ai maneggi de' tristi. Già i primi sintomi di malcontento manifestavansi in occasione del decreto di leva.

Non appena questo era apparso al pubblico, una feccia furibonda di volgo, ad istigazione de' promotori del disordine, osò lacerarlo, arderlo, e calpestarlo con iscandalo di tutti i buoni e delle altre città consorelle, che per contrario aveanlo accolto con festose dimostrazioni di gioja.

La sommossa di Castellamare fu una delle pochissime malaugurosamente riescite per un'istante a scuotere gli ordini costituiti ed a sciorre il freno all'insolenza di una plebe malvagia, che non rifuggì da eccessi d'orrore e di raccapriccio.

Essa scoppiava nel dì primo dell'anno del 1860. Il caso avvenuto appunto nell'epoca contemporanea ai fatti che narriamo, non ci permette di ritardarne il racconto meritevole d'essere segnalato.

— Alle ore tre pomeridiane circa di detto giorno si videro apparire quà e là drappelli d'individui armati e sospetti, come se stessero in attesa di un movimento, cui mancasse il cenno d'esecuzione.

Poco stante un colpo di moschetto diè il segnale della rivolta. Ecco in un subito levarsi numerose voci di gente vile e mercenaria,, le quali dal grido discorde e contradittorio mostravano fin da principio il carattere fattizio della sedizioneAbbasso la leva — Morte a' Cutray ([46]) Viva la repubblica — Viva Francesco II — eran le grida bizzarre che uscivan da quelle plebi. Dilatatosi il tumulto, spessi colpi di fuoco udironsi su vani punti; il che assicurava gl'insorgenti come ognuno fosse al suo posto.

Il furto, la vendetta, la lussuria che nella confusione e nel sangue gavazzano e si nutricano, ergevano la testa. Compagni naturali del vizio e del delitto, aggiungevansi spontaneamente agli agitatori.

Il delegato Fundarò e figlio ignari della estensione del moto, si spinsero coraggiosamente innanzi per arrestare gl'impeti primi de' ribelli, che nelle loro strane acclamazioni non sapevasi cosa chiedessero o contro cui minacciassero.

Accorsero pure i reali carabinieri, ma bandito ogni rispetto e timore, il delegato stesso, suo figlio e carabinieri vennero indistintamente accolti a fucilate, e fu singolar ventura, se addatisi per tempo del rischio sovrastante, poterono il delegato e figlio trafugarsi nelle prossime abitazioni: i carabinieri poi assai scarsi nel numero, vennero inseguiti nella loro caserma, e sopraffatti da forza maggiore, dovettero abbandonare armi e posizione per campare da certissima morte.

Quel primo successo imbandalziva la turba indiscreta, la quale non trovando resistenza, ingrossava i fianchi, e già padrona del campo, rompeva in quella sbrigliata licenza che non infrenata dalla forza, poteva impunemente toccar l'ultimo segno in preda all'anarchia.

Per aumentare la forza, i ribelli s'agglomerarono, e resi così più audaci dalla moltitudine, niuno di essi peritavasi in acclamare i progetti più sanguinarii: l'assalto e la distruzione dei. cittadini più invisi.

Tra gli infiniti gridi di morte, che sorgevano dalla frenetica folla, a carico dell'uno o dell'altro, prevalse quello, che designava alla strage la famiglia del comandante la guardia nazionale.

— Qui sbalordisce la mente; palpita la mano nel vergar l'orrendo caso, che nel mite secolo, in cui viviamo torna pur troppo a vergogna e vituperio dell'incivilimento e dell'umanità!...

La casa di quell'onorevolissimo cittadino in breve tratto fu aggredita, e atterrati facilmente tutti i ripari, già i malandrini eran sopra alle suppelletili e al tesoro domestico. Ogni cosa fu derubata e dispersa... Ma minor male sarìa stato, nel frangente, lo sperpero delle robe, se incolumi almeno avessero potuto s6rtirne le persone.

Primo a quelle tigri assetate venne tra mani lo sventurato comandante... Mille braccia sorsero in. un punto a percuoterlo; mille strali s'apprestarono in colpirlo; sicché in pochi istanti, massacrato orribilmente, cadde ravvolto nel proprio sangue. Non paghi di tanto eccesso, vollero perfino insolentire contro la salma dell'estinto.

Le si fecero sopra, e rotolatala orribilmente sul suolo, ne fu squarciato il petto, strappato il cuore, dato alle fiamme, e dispersa la cenere ai venti!

Un misfatto più atroce accompagnava la lugubre scena, che la penna più che mai geme in descrivere; misfatto che dovea funestare la pura luce del sole e far inorridir la natura.

L'infelice figlia del trucidato comandante sbalordita dallo scompiglio e dai gemiti mortali del misero suo genitore; qual timida agnella, che tenti campare al coltello del suo feritore, implorava un angolo per salvare con se stessa la prole, di cui era grave.. Ma che!

L'avaro sguardo degl'invasori non risparmiava i più ascosi recessi. Scoperta la meschina nel suo rifugio, ne fu' tratta a viva forza, e afferrata pei crini, tra grida acutissime di disperazione, venne trapassata da cento pugnali.

Fu poscia denudata e (orrendo a ridire!) dallo squarciato seno estratto l'innocente bambino, su lui addoppiarono colpi micidiali. Fecero indi fascio del corpicciuolo in un colla uccisa madre, e sul rogo medesimo dove crepitavano ancora le membra paterne, ambedue furon consegnati all'elemento divoratore.

Una sola fiamma nera e fumosa, dalle ruine di questa sventurata famiglia sorgeva volteggiando tristamente per l'acre, quando gli assassini ad altri orrendi propositi intenti davan le spalle a quella contrada.

— Un dramma pressoché del pari desolante si ripeté contro la famiglia, abitazione e negozio di certo Azudo.

Altri ed altri ragguardevoli cittadini caddero pur vittima del pugnale di quest'orda di cannibali.

Datisi indi a scorrazzare pazzamente la città, appiccarono il fuoco agli uffici e cancelleria comunale; all'archivio e cancelleria del mandamento; all'uffizio doganale; all'uffizio di sicurezza publica, dove manomessa l'abitazione del percettore, ne vuotaron la cassa.

L'impunità. del delitto signoreggiante avea spinto le menti al delirio!... Nell'immonda tresca non avean lasciato desiderarsi alcuni ministri di Dio (indegni di tal titolo), i quali abusando della loro autorità, infiammavano alle stragi.

Ora poi per colmo d'iniquità non ebber ribrezzo di trascinare quelle turbe briache innanzi al Dio della bontà e della misericordia per rendergli grazie della fausta riuscita della giornata. Versaronsi scompigliatamente nel sacro tempio e con voci tartaree intuonarono un solenne Te Deum.

Quel dì cadeva; ma il sol novello dovea sorgere ancora per illuminare gli autori d'infiniti altri delitti.

Come ben dal racconto traspare, le autorità del paese paralizzate; impotente la forza armata, tutto era in balìa della rivolta in pieno trionfo. I1 capo del nuovo anno era stato inaugurato sotto auspici di sangue, senza che la notizia avesse potuto penetrare ne' paesi circonvicini, donde un soccorso opportuno fosse mosso per arrestare il corso di tanto flagello.

I rettori del moto avevano avuto l'accorgimento d'intercluder le strade; impedire l'uscita e le comunicazioni per qualunque direzione. Serbando tale cautela, riescita a dovere nella giornata precedente, affdavansi proseguire senza molestie le loro orgie. Però gli aditi tutti della città non eran inaccessi o vigilati così che a qualche individuo non fosse dato evadere furtivamente per dare avviso alle prossime autorità del governo, da cui potesse ottenersi pronto riparo a tanto disastro.

Il sottoprefetto d'Alcamo, a poche miglia da Castellamare, fu il primo ad esser fatto consapevole de' tristi casi accaduti. Scosso dalla esposizione della, catastrofe quell'egregio funzionario, pari all'urgenza oppose l'energia de' provvedimenti.

Un drappello di linea con alquanta cavalleria di carabinieri; sola forza presente in paese, fu immediatamente spedita in ricognizione; ingiungendo altresì al capitano Varcato, che dovea guidarla di non approssimarsi alla città, se prima, verificate le cose, non potesse convincersi d'esser militarmente in proporzioni all'attacco.

Col telegrafo furon richiesti da tutti i punti rinforzi di di truppa. Lo stesso sottoprefetto apparecchiavasi per mettersi alla testa della repressione.

Intanto il valoroso comandante Varvaro, appresa per via l'imminenza del pericolo, imaginò che il coraggio de' buoni non fosse al tutto assiderato dallo spavento, e sperò che rianimato dalla presenza di una forza risoluta, sarebbe venuto in sostegno nella scarsezza del numero.

In tale idea, consultando egli solamente il proprio coraggio, contro anche il consiglio del capo de' reali carabinieri, senza contare gl'inimici, si spinse a briglia sciolta in mezzo alla città. Ma comparso appena, appostato e morto insieme ad altro prode de' suoi, fu un punto solo.

Ardimento cotanto generoso, degno d'avversari migliori, non lasciossi andar impunito dagl'insolenti vincitori. Cominciarono a calpestare il cadavere del mal capitato duce prosteso al suolo; indi i più crudi e snaturati proseguirono l'orrendo trat lamento. Vennedenudato, strappatigli dalla fronte gli occhi e commesse nefandezze che la storia ricopre di un velo....

Atterrato il capo della forza regolare, addoppiarono que' tristi di audacia, e imaginando che altri militi seguissero l'estinto capitano, affrettarono di prevenirli col muovere ad incontrarli. Giovandosi dell'erta de' prossimi monti, riescirono infatti a scoprirli, ma vistili in poca copia, profittarono delle posizioni favorevoli.

Si spinsero nascostamente per circondarli, e d'improvviso aperto un fuoco vivissimo, uccisero tre uomini, un maresciallo di carabinieri e un tenente Casajoni: Altri furono feriti e menati prigioni unitamente a sette loro compagni.

I rimanenti camparono la vita col ritirarsi precipitosamente. Nell'ardore altresì del pericolo credettero che i ribelli, da cui aveano sperimentato aspra resistenza formassero testa di qualche grossa colonna, e che forti pel numero avessero in animo non solo opporsi ulteriormente, ma ancora macchinassero assalire Alcamo, da dove era sorta la repressione.

Nè s'ingannavano: Alcamo era veramente minacciata. Gli armati di Castellamare eransi sempre più inoltrati là presso, e se altra milizia avesse poco più ritardato, sarebbe stato difficile prevedere l'intensità e l'estensione de' pericoli. Però nella notte, percorse rapidissime marce, sopravvenne animatissimo un intero battaglione di linea.

Il sottoprefetto (egregio esempio!), inforcato un destriero, mosse immantinente, sebben tra le tenebre, contro Castellamare, in quella che il valoroso general Quintini sul Monzabano con tre compagnie di linea, e mezza compagnia di bersaglieri era in sul metter piè a terra dal lato di mare.

Stavan gli agitatori alle vedette, e pensarono far fronte allo sbarco appiattandosi in imboscata. Quanto alle forze di terra, avean predisposto una diversione sopra Alcamo, dove emissarii spediti avrebber dovuto suscitare la reazione alle spalle, e così richiamare le truppe verso quella parte per render libera Castellamare.

Gl'intrepidi campioni, che sotto il glorioso vessillo italiano sentivano centuplicarsi il coraggio contro nemici della patria, ignari del pericolo, gittaronsi a terra; ma una viva fucilata subitamente li accolse. Allora il Monzabano, a protegger la discesa de' nostri, cominciò a vomitar mitraglia e spazzare il terreno; sì che in breve, superato ogni ostacolo, tutto era in punto per l'attacco.

La confusione e lo sgomento, al solo apparire delle reali milizie, s'impossessarono delle masse; respirarono i pacifici cittadini. I sediziosi altronde ebbri pe’ deliri dell'anarchia, non sapevano acconciarsi ad abbandonare il mal vezzo della rapina e della strage: s'atteggiarono alla resistenza più risoluta, ch'era altresì ben lieve pe' soldati della libertà fiaccare e disperdere.

S'impegnò la mischia; i ribelli contendevan palmo a palmo il terreno, ma inseguiti di contrada in contrada, di casa in casa, furor, loro tolte tutte le posizioni; vennero sconfitti e taglieggiati; il paése in un baleno fu occupato militarmente.

L'ora della giustizia era suonata. Molti sorpresi colle armi alla mano furon passati a fil di spada. Distinguevansi fra questi un padre Galante e un altro padre Palermo messi a morte ambedue... Il disarmo generale fu ordinato; la giustizia ripigliava il suo corso.

Intanto l'impulso dato dagli emissaria di Castellamare ad Alcamo minacciava gli effetti più tristi. Tenendosi conto dell'assenza delle truppe erasi quivi esteso il grido di sedizione. Le fucilate udironsi per tutta notte; la publica sicurezza correva risico imminentissimo.

Avvisati in Castellamare dei tumulto il sottoprefetto e il general Quintini, non appena ridonata la quiete a quella città, girarono la fronte verso Alcamo.

Il moto ribelle non erasi per anco troppo dilatato, né i suoi proseliti, per le notizie della vicina città ridotta al dovere, sentivano ardire sufficiente per insorgere. Bastò mostrarsi, perché l'ordine fosse immediatamente restituito.

I fuggiaschi frattanto venivano inseguiti; ma col favor de' vicini menti potè dileguarsene gran parte e rannodarsi alle bande brigantesche erranti, pe' territori finitimi.

— Se non fosse da biasimare la gioja di vittorie contro fratelli; o se generose vite non avessero a rimpiangersi nella malaugurata lotta testé narrata, certamente sarebbe lecito menar tripudio di un trionfo, mercé cui andò fallito sul nascere il colpo più aggiustato e terribile che abbia saputo macchinare la reazione organizzata.

A tutti i nostri prodi soldati, cui sventuratamente fu sepolcro il patrio terreno, porgiamo il tributo di una lacrima.

Un nembo di fiori altresì e di corone spargiamo sulla tomba dell'intrepido capitano Carlo Mazzetti di Livorno vittima, in quel frangente, di un raro coraggio, di sorte migliore degnissimo.

Questo giovine esimio, in età ancor fresca, trovavasi già sollevato al grado di capitano di stato maggiore, ed era presso il menzionato generale Quintini sul Monzabano.

Fu egli tra i primi bersaglieri caduti nell'agguato teso dai ribelli nel punto dello sbarco. Tuttavia non erasi così inoltrato da non potersi ritrarre. Disdegnando d'arretrarsi pur d'un passo dinanzi a vil pugno di gente, proseguì nell'avanzar risolutamente.

Il suo sottotenente, misurato più freddamente il pericolo, quantunque l'avesse scorto invaso da quello spirito straordinario d'ardimento che ne' cimenti gravissimi suol respingere i suggerimenti calcolati della ragione; pure non volle astenersi dall'avvertirlo del risico sovrastante — Voi vi esponete troppo capitano — gli disse: ma tutto fu inutile: egli mirava dirittamente al suo scopo senza calcolarne gl'impedimenti...

Avea inoltrato pochi passi, quando una scarica improvvisa feriva in un piede il prode sottotenente docile agli ordini, non ostante la sua antiveggenza, e rimaneva colpito nel tempo medesimo il Mazzetti in mezzo al petto.

Tuttoché il momento impacciato fosse e solenne, ogni cura possibile voleva prodigarglisi da suoi bravi compagni, massime dallo stesso Mazzetti che sebbene piagato, impartiva calorosamente gli ordini opportuni. L'eroico giovine gemea sì per le ferite del corpo, ma era ben lungi dall'essere prostrato nell'animo...

Alle amorevoli sollecitudini del suo collega, benché sentisse prossima una morte inevitabile, con serenità più vera che credibile, soggiunse «Non pensato a me, tenente; laseiatemi morire in pace; pensate piuttosto ai soldati ed a voi... Sublime risposta d'anima grande. e generosa!!....

Poco dopo, in mezzo al compianto de' suoi, trapassava.

Il general Righini, a preferenza degli altri, fu tocco sensibilmente dalla perdita del suo capitano. Egli stesso si riservò di partecipare il ferale annunzio all'egregia sposa di lui con que' modi, che se non possono non apportar dolore, sanno anche abilmente mitigarlo.

Sofia Rigacci di Firenze accoppiata degnamente a Carlo Mazzetti, non volle mostrarsi da meno dell’estinto consorte; avvegnaché, appresa per bocca del generale la trista novella, dopo la breve sosta del dolore, con maschia e peregrina virtù esclamò Che una palla tedesca me lo avesse tolto... era il tributo di cittadino e di soldato; ma cadere per agguato di briganti...

— Non infrequenti al certo ne' fasti, della nostra indipendenza sono esempi luminosi di coraggio e di prodezza. Ma una costanza sì stoica presso a spirare l'ultimo fiato e la sublime rassegnazione di una donna al sacrificio più intenso del suo cuore, sono fatti che rimontano ad epoche rimote di tempi eroici, e fra noi oggi stesso ravvisansi veramente stupendi.

— La pagina triste e gloriosa insieme or ora descritta foggia prova splendidissima di quel che valga l'artificio o il compro tradimento a fronte di veraci difensori raccolti a propugnare una causa ispirata da sincero convincimento. Quinci I indomabil valore di pochi contro i molti vendica a se gli onori di superbe vittorie... Il vessillo della libertà, allorché si mostrò, fu mai sempre il precursore di memorandi trionfi; e se talvolta da centuple forze ne uscì lacerato non accadde mai che vinto soccombesse... Simbolo di sangue generoso versato, in sé racchiude l'invincibil possa di cementare tra le ruine l'addentellato formidabile di mille riscosse!!...

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XIX

I porti del Mediterraneo, di cui abbiam tenuto parola erano le sentinelle avanzate emananti dalla organizzazione romana. Alcuni fatti più rimarchevoli necessari a stabilire la verità della loro esistenza come tali, furono da noi accennati.

Se però quelle in certa guisa circuivano nella massima parte il campo d'operazione al di fuori, non dee credersi che il di dentro ne andasse immune, o che si difettasse d'ardimento nell'affrontare l'inimico in casa propria. Anzi dov'esso avea piantato le sue tende, quivi più minacciose e tenaci ordivansi le insidie.

Contro le principali città del vecchio regno, dove dal novello governo italiano travagliavasi maggiormente per combattere il passato, erano diretti gli sforzi supremi della reazione. Que' centri popolosi fornivanle ampio terreno per accamparvisi.

Il nostri lettori s'avveggono che noi siamo sul punto di penetrarvi e d'indagarne i recessi.

Come però potremmo sicuramente spaziarvi senza por mente alla natura del suolo, che dee farne ragione attraverso sentieri intricatissimi... Sarebbe ingollare filastraccole di annedoti, ove in noverare effetti complessi e gravissimi, non facessimo precedere un'aggiustata cognizione intorno le cause che li produssero.

Convinti di ciò, prima d'inoltrarci nella descrizione di quanto l'influenza di Roma valse ad operare internamente nel regno delle due Sicilie, crediamo bene premettere una succinta informazione sullo stato di esso, affinché non arrechi soverchia maraviglia l'enormezza de' misfatti quivi compiuti; né dalla loro enorme quantità possa trarsene argomento di un conato considerabile, come se una grandissima porzione del paese devota si serbasse al suo antico dominatore, anziché alle novelle istituzioni propizia.

Sopra argomento eminentemente positive, siam ben lungi dall'affidarci al nostro proprio giudicio; quindi è che procederemo cauti col non discostarci da coloro che studiarono profondamente la condizione di quelle infelici provincie.

Da questo studio appunto crediamo poter venire in grado di dedurne quella suscettibilità eccezionale nella facile compartecipazione di tanti mali, che in altre regioni d'Italia sarebbe moralmente impossibile. Amministrazioni abitualmente cattive; la giustizia diniegata; sistematizzata l'ignoranza e la superstizione; signoreggiante l'arbitrio, prevalente la forza alla ragione; sono cause tutte di demoralizzazione e di abbrutimento, che intorpidendo il sentimento del giusto e del retto conducono gradualmente ad inlevolire l'amore alla virtù e l'orrore al delitto.

Da Colletta in poi, le storie contemporanee sono ricolme di biasimi contro le amministrazioni borboniche; ma nessuna storia ha svelato fin quì tutta quanta l'immensa piaga.

Fatte le debite eccezioni, onorevoli quanto più rare, ben si può dire con tutta verità, come ogni ramo di amministrazione fosse infetto della più schifosa corruzione. La giustizia criminale serva alle vendette del principe; la civile, se meno corrotta, fazionata anch'essa dall'arbitrio governativo. Libertà nessuna né ai privati né ai municipii. Piene le prigioni e le galere de' più onesti cittadini, commisti ai rei de' più infami delitti. Innumerevoli gli esiliati. Gl'impieghi concessi al favore o comperati. I funzionarii in numero decuplo al bisogno.

Larga profusione di danaro per gli alti impieghi; insufficientissimi gli stipendi pei minori. Quindi prevaricazione e peculato ampiamente esercitati. Sciopero di pensioni di giustizia e di grazia.

Privilegio d'ammissione senza confine alle funzioni governative di fanciulli neonati, poi quali l'epoca di servigio rimontava al primo dì che avevan visto la luce. Istruzione elementare niuna: scarsa, insufficiente la secondaria: ancor più meschina, anzi pessima la universitaria: negletta la femminile.

Quinci ignoranza estrema nelle classi popolari. Pochissimi i mezzi di comunicazione. Non sicure le strade, né le proprietà, né le vite de' cittadini. Abbandonate le provincie. Sterile il commercio malgrado le molteplici risorse di ricchissimo paese. Invilite le industrie: quindi aggiunta all'ignoranza la miseria e la fame.

Le spese di amministrazione superiori al calcolo più lato. Gl'istituti di' beneficenza riccamente dotati, smunti e depauperati da schiera infinita d'impiegati, amministratori, ingegneri, causidici ec. I proventi loro assorbiti, d'ordinario da tre quarti in ispese; il resto a mala pena concesso allo scopo della istituzione. Nelle carceri, nell'esercito, in tutti i luoghi pubblici esercitata largamente la Camorra: nelle provincie il brigantaggio; il latrocinio da per tutto.

La polizia trista, tracotante, malvagia, dispotica sulla libertà e fama de' cittadini. I lavori publici decretati, soddisfatti, ma non eseguiti. Ogni potere, ogni legge, ogni controllo concentrato nell'arbitrio del principe; quindi nessuna guarentigia opposta alla erogazione del publico danaro.

Bassa superstizione nel popolo. La mendicità larvata sotto diverse forme, esercitata da tutte le classi, non escluse le più elevate. Non giornali, non libri.

L'esercito corrotto, non esperto di guerra, privo di fiducia ne' capi.

Clero influito, caparbio, ignorante, sfornito di dignità e della coscienza del proprio ministero; salve poche eccezioni solite a verificarsi ne' dintorni di Napoli. ( [47]) — Se, in onta a tanti mali, quanti ne abbiam cennati, il popolo napolitano valse a resistere sì lungo tempo, insieme a tenacità di tempra dee farglisi ragione di profonda coscienza del proprio diritto. L'edifizio mal costrutto sull'arena dalla ostinata volontà di Ferdinando II, crollò sotto il primo, urto di uomini eroici, i quali poterono con lieve fatica cooperare al sollevamento quasi simultaneo dell'intera popolazione.

Un governo tradizionalmente pessimo nelle sue fondamenta, senza mai ravvedersi, dovea presto ò tardi veder fermentare nel proprio seno tutta la caterva de' vizii moltiplicati smisuratamente, per difetto d'un freno salutare.

La spaventevole condizione delle classi povere esorbitante nel numero per la oltranza impunita de' tristi, e per l'arbitrio divoratore del governo, doveva necessariamente ingerire la lusinga di riparare colla rapina alla durezza della vita ordinaria. Anch'esse contendeano come tutti il diritto di vivere, e noi potendo sotto l'egida della virtù, erano forzati gittarsi nell'opposto sentiero.

La 'camorra e il brigantaggio furono i primi frutti di un sistema cotanto dissennato, quali altronde lasciati germogliare senza ritegno, eransi connaturati nel suolo.

Gli onesti patrioti, che compiangendo la sorte di un oridissimo paese, meditavano ritrarnelo da una prostrazione sempre crescente, incontravano ostacoli terribili nelle inveteràte abitudini delle masse.

Al governo borbonico piacque usufruire i funesti effetti del suo regime per affrontare le pretese delle fazioni politiche, che in un modo o nell'altro minacciavano la sua esistenza.

Incombevagli ben poco a fare. Un contegno meramente passivo verso i malfattori, era il patto tacito, pel quale eglino dovevano comprendere che dalla tolleranza del vigente governo solamente potevano sperare impunità; ma che se domani altro ne sorgesse dalla rivolta, avrebbero dovuto temere di pagare il fio rigoroso de' loro atti malvagi.

Ormai questo sistema da lunga osservanza accreditato, aveva persuaso la dinastia napoletana esser l'ottimo per mantenersi salda sul trono. Quanto verso i cittadini essa mostravasi ligia e rilassata; altrettanto era ferma ne' suoi intendimenti nel perseguitare i migliori, specialmente in materia politica, dove colla raffinatezza barbarica più insigne sforzavasi gareggiare senza rattempra.

Per rappresentarsi un idea adeguata degli effetti tremendi dell'arbitrio governativo in questo regno tirannizzato, non potrebbe con maggiore interesse ascoltarsi la voce eloquente diVittorio Ugo, che in un Meeting celebrato a Jersey del 14 Giugno 1860, a vivissimi quanto veri colori esclamava

«Il reame di Napoli ha una sola istituzione; la polizia, ogni distretto ha la sua — commissione di bastonatura — Due sbirri Ajossa e Maniscalco regnano sotto il re. Ajossa bastona Napoli: Maniscalco bastona la Sicilia. Ma il bastone non è che un mezzo turchesco.

«Codesto governo ha inoltre il procedimento della inquisizione; la tortura. Sì la tortura.

«Ascoltate! Lo sbirro Bruno attacca gli accusati con la testa fra le gambe finché non confessano. L'altro sbirro Pontillo li fa sedere sopra una gratella e vi accende fuoco sotto.

«Codesto è — il seggiolone ardente... L'altro sbirro Maniscalco, parente del capo, ha inventato uno stromento, nel quale introducesi il braccio o la gamba del paziente; poi girasi una vite, e così va stritolato quel braccio o quella gamba.

«Codesto ingegno chiamasi la macchina angelica — Un altro sospende un uomo a due anelli colle braccia a un muro; coi piedi al muro di faccia. Fatto ciò, esso salta sull'uomo e ne disloga le membra.

«Hannovi poi le manopole, con che si schiacciano le dita della mano. L'arganello serrateste — che è un cerchio di ferro compresso da una vite, che fa uscire e quasi schizzare gli occhi.

«Qualche volta riesce la fuga... Un uomo, un tal Casisimiro Arsimano, è fuggito... Sapete cosa si fece? Fu presa la moglie, i figli le figlie del disgraziato e posti sulla sedia ardente.

«Il capo Zafferana confina in una spiaggia deserta. I birri portano dei sacchi su quella spiaggia: in que' sacchi hannovi altrettanti uomini.

«Questi s'immergono nell'acqua e mantengonvisi finché il sacco non si muova più,. e allora si dice all'essere che evvi dentro —confessa! Se nega, lo tuffano di nuovo. Giovanni Vienna di Messina spirò in que sto modo. A Monreale un vecchio e sua figlia davano sospetto di patriottismo; il vecchio è morto sotto i flagelli: la figlia, sua ch'era incinta, spogliata nuda, è morta anch'essa sotto i flagelli...

«Aggiungete a tutto ciò il fatto di ieri. Palermo schiacciata dagli obici, annegata nel sangue, trucidata... Aggiungete questa tradizione spaventevole dell'esterminio delle città, che sembra la rabbia maniaca di una famiglia e che nella storia sbattezzerà schifosamente codesta dinastia, cambiando Borbone in Bomba.

« Signori chi fa codeste cose è un giovine di venti anni. Egli chiamasi Francesco II... La tortura gli afferma ch'essa è ilgoverno: il bastone gli dichiara ch'esso è l'autorità: la polizia gli dice — io vengo dall'allo — ([48]) Gli mostrano d'ond'egli esce. Gli rammentano il suo bisavo Ferdinando I; a quegli che diceva — il mondo è retto da tre F. Feste, Forni, Forche: l'avo suo Francesco I; l'uomo dalle insidie: suo padre Ferdinando II; l'uomo dalle mitragliate... Ciò accade nel paese di Tiberio!

Il primo soffio animatore spirò in grembo a quest'oceano di sozzure... Tutto fu travolto e disperso.

Intanto presso ai vittoriosi liberali, che ajutarono la rivoluzione nello provincie del regno, s'appressavano uomini rei d'ogni delitto, di perduta fama, sfuggiti all'azione della giustizia o alle prigioni, i. quali per far obliare i commessi misfatti, per acqistar credito e ricchezze, ed anche per esercitare fendette private, abbandonarono per un istante quel governo, da cui non potevano attendere ulteriori speranze, e tentarono cooperare al compimento del rivolgimento politico, su cui andava a stabilirsi il recente ordine di cose.

Riportandosi essi ad esempi precedenti non nuovi nelle storie napolitane, credevano che, il nuovo governo non solo avrebbe dimenticate le loro nequizie, ma li avrebbe ricompensati. Accorgendosi invece che le ree loro lusinghe trovavano ostacolo insuperabile nella onestà e giustizia de' novelli reggitori, si rivolsero all'antico mestiero del brigante e dell'assassino.

Un esempio spiega eloquentemente codeste trasformazioni di opportunità. Un Carmine Donatello di Rionero, sopranominato Crocco, in origine pastore di capre, analfabita, di costumi depravati, reo di molti omicidii e di altri gravi misfatti ( [49]), evaso di galera, negli ultimi moti politici ebbe la sfrontatezza di unirsi ai liberali e prestare il suo braccio omicida alla rivoluzione.

Fornito di coraggio personale e di attività, sconosciuto nella confusione dei rivolgimenti, giunse perfino ad acquistare certa tal quale influenza nel circondario, dove andava operando.

Egli arrisicava tali atti a favore del governo, osando sperarne in correspettivo perdono e favori.

Fu però scoperto per l'antico ladrone ch'era, e scorgendosi invece pender sul capo la spada della giustizia, il Donatello s'involò per tempo alle indagini della polizia, e spinto dalla fame, disperando ottener grazia, tornò alla vita primiera di omicida e di ladro.

Venuto in potere della forza, l'assassino riesciva ad evadere dalla prigione protetto furtivamente da alcuni suoi seguaci facienti parte della guardia nazionale.

Uscito in libertà diedesi a far soci e a scorrazzar la campagna. Prima che il governo potesse disporre delle milizie necessarie per ispedirle sui luoghi, la banda divenne numerosa, insolente.

Si fu allora che i partigiani del cessato governo borbonico credettero di poter dare uno scopo politico alla comitiva, e trasformare il brigante in capo di partito.

Il Donatello vi trovava il suo conto nell'oro, che gli si retribuiva, nella nuova dignità assunta e nella speranza di quei medesimi compensi, che i Borboni nello scorso secolo accordavano a Fra Diavolo, a Mammone e ai banditi del cardinal Rullo.

Le stesse cose più o meno verificavansi negli Abruzzi, in Capitanata e altrove. Brulicava dovunque un moto di ladri e di briganti, a cui si tentò dar forma e tendenze politiche.

Questi esempi, in mezzo a tanta corruzione, trovavano infiniti imitatori. Francesco II in Roma non era vellicato, come il governo italiano, dallo scrupolo di ricevere servigi da gente infame e perduta.

Egli calcolava solamente i rancori e la paura de' suoi campioni verso il governo italiano pe' lor delitti commessi, finalmente la forza, colla quale avrebbe potuto incoraggiare la reazione interna, che dalle armi piemontesi predicavasi soprafatta ed oppressa.

Ai mali precedenti era facile inoculare i nuovi, massime col favore dell'oro prodigato a piene mani dalla corte borbonica e da sètte tra loro affini per interessi e principio.

Si pensò dare grandi proporzioni al brigantaggio, affinché le popolazioni temendo il ritorno della caduta dinastia, si rendessero impassibili od ostili al governo del re d'Italia.

Gli elementi non mancavano. Le nuove circostanze ne somministravano potentissimi. Nella capitolazione di Gaeta erasi convenuto che tutti i borbonici esistenti nella fortezza, dovessero ritenersi quali prigionieri di guerra fino alla caduta di Messina e di Civitella del Tronto.

Arresesi quest'ultima il 20 Marzo 1861, e il governo imbarazzato forse dall'armata propria e dalla garibaldina, concesse due mesi di congedo a tutti coloro, che avean cessato d'esser prigionieri di guerra in virtù del capitolato di Gaeta.

Trascorsi i due mesi, gli appartenenti alle leve posteriori al 1851 venivano chiamati immantinente sotto le armi; agli altri era fatta facoltà di arruolarsi, se così lor talentasse; diversamente sarebbero rimasti liberi da ogni ulteriore impegno militare.

I soldati borbonici costretti alla vita militare contro ogni loro volere; animati soltanto da un affetto mercenario e venale verso il loro padrone; non usi alle fatiche straordinarie del campo e per nulla desiderosi di cimentarvisi con un re cavalleresco e guerriero qual'era Vittorio Emanuele, dissiparono ben presto la gratificazione o indennità de' due mesi accordatagli, pel che poco dopo non trovarono modo di vivere.

Se fossesi trattato di persone, su cui la coscienza, la dignità e il sentimento d'onore avessero prevalso, poteva attendersene che le masse si fossero confuse pacificamente tra il popolo: ( [50]) ma cosa poteva aspettarsi da individui interessati, infingardi e demoralizzati fino all'estrema abbiezzione?

Dopo essersi occultati per vario tempo nell'ombra delle foreste col pugnale dell'assassino insidiando la vita de' passeggeri, preferirono le insegne sanguinarie de' nemici d'Italia al vessillo glorioso di Savoja.

È un fatto pur troppo doloroso che que' soldati non provvisti acconciamente dal governo o non retti mercé una legge vigorosa che li tenesse in armi convenevolmente, accrebbero le fila de' briganti, e uniti agli avventurieri esteri cospersero di tinta politica un movimento sorto dall'eventuale amalgama di ricattatori clandestini e di ladroni.

Per tali motivi, attesa l'ignoranza specialmente delle basse classi cedevoli al raggiro de' protervi, erasi ingenerata sfiducia nella stabilità e durata dell'unità nazionale. Molte provincie reputavansi come deserte e quasi destinate a separarsi dalle altre consorelle.

Di qui la facilità somma, per la quale i briganti mantenevano rapporti ed ottenevano notizie e sussidi.

— Il clero, secondo il suo costume pescando in torbido, soffiava malignamente nel popolo, e facendosi schermo validissimo della superstizione, dipingeva il nuovo governo qual na mito acerrimo della religione.

Aggiungevasi dal lato nostro incapacità o negligenza in molte autorità municipali; cattiva condotta in una parte della guardia nazionale; imperizia o difetto di pratica in taluni funzionari smarriti nella farragine de' mutamenti.

La rivoluzione inoltre a un tratto avea sconvolti gli ordini politici; scrollata una vecchia dinastia; disfatta l'autonomia del paese; scassinata l'amministrazione.

Come potevan questi fatti cumulati ai primi non aggravare il conflitto delle passioni, aizzare opinioni, spostare interessi, muovere più che mai dolori e lamenti in mezzo a popolazioni soggette da lunghi anni al più bieco dispotismo, disposte ad osteggiare o maledire il nuovo, dubbiose per lo meno o renitenti in appoggiarlo?

Tutte le circostanze fin quì descritte erano in balìa de' cospiratori di Roma. Dall'antica depravazione fino a Chiavone e Crocco, tutto veniva usufruttato avidamente. ( [51]).

Malgrado però tutte le traversie politiche e tutte
le ragioni di malcontento, il movimento noci ebbe seguito. Saccheggi, devastazioni, rapine: null'altro fuori di questo.

Niuno de' sedicenti generali briganteschi potè sostenersi in un sol villaggio. Scorrerie, sorprese e fughe precipitose. Ecco la storia de' briganti di Francesco e del Papa!!

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«Mentre Ferdinando II lasciava alla classe infima una libertà quasi illimitata, per la borghesia accoglieva un sistema che doveva farle perdere ogni energia e perfino la coscienza de' propri doveri cittadini. Ognuno era spietatamente racchiuso nel suo luogo. Con gran fatica di tanto in tanto si concedeva ai cittadini migliori di recarsi al capo luogo della provincia. »

«I magistrati comunali erano per la maggior parte scelti fuori della borghesia, o al meno fra quelli di questa classe, le opinioni de' quali eran servili tanto, quanto notoria la loro incapacità! Le elezioni comunali non aveano più luogo.

«Fin nelle radici era stato soffocato tutto ciò che potea rammemorare le franchigie liberali.

«La lettura del giornale officiale era stata perfino proibita nei caffè! Ai padri di famiglia ricusavasi l'autorizzazione d'inviare i loro figli ne' grandi centri per compirne la educazione. Le famiglie di ogni luogo non si visitavano più, onde non eccitare i sospetti di una polizia pronta sempre ad allarmarsi. I delitti de' borghesi erano puniti colle massime pene: non restavano a questa classe per esercitare la sua intelligenza che i meschini interessi personali.»

Dopo saggi consigli al governo italiano, conchiude «la controrivoluzione, non avendo potuto riuscire con tutti gli elementi di successo de' quali disponeva, non potrà impadronirsi della situazione, prolungando l'agitazione.

Se il moto fosse stato veramente politico, in poco tempo avrebbe assunto le più vaste proporzioni.

Nel 1790 il cardinal Ruffo con principi assai più meschini che non fosse la banda di Donatello, giungeva in pochi di in Napoli dall'ultima Calabria a distruggere la republica e a scacciarne il presidio francese.

Nell'elezioni politiche i nomi de' più avanzati radicali uscirono sovente dall'urna di que' collegi appunto, ove le reazioni eransi manifestate.

I borbonici, tranne alcuni compri o malvagi senza opinione, non ebbero mai radice nessuna nel paese; né valsero a meritarsi il nome di partito. Il concetto dell’unità italiane, benché nato di recente e non ostante lo spirito autonomico, s'impadronì in breve della coscienza publica.

Il progresso invincibile de' principi fondato sulla base angolare del diritto, giustificava il trionfo della ragione contro la violenza brutale precedente. Le querele di tante genti; il sangue di tanti martiri chiedeva vendetta... Il motto tremendo dovea essere iscritto nel campo glorioso della bandiera italiana!!...

— Dissi che il concetto dell'unità arasi impadronito della coscienza pubblica!... Importa ben determinare la cosa nelle sue fasi di transizione dal governo borbonico a quello italiano. Quest'analisi formar dee appendice o meglio compimento nella esposizione sullo stato delle condizioni napolitane. Francesco II ha saputo valersi della immoralità sistematica, che da' suoi avi fino a lui avea sorretto le basi del trono, come del pari trarre partito dagli effetti bizzarri prodottisi nel conflitto delle metamorfosi politiche.

Reggendo i suoi soggetti con una verga di ferro e di fuoco, in conformità de' domestici esempi, avea ridotto i deboli alla prostrazione; gli audaci a scorger ne' loro propositi una pericolosa illusione.

Nel rovescio colossale e complesso, il cozzo degli, estremi contribuiva ugualmente al suo intento. Infinite combinazioni, nella lotta dialettica, potevano con probabilità riavvicinare gli eventi al punto respettivo di partenza... In somma per la reazione e pel brigantaggio l'antico e il nuovo erano proficui entrambi. Considerato già il primo stato, a pienezza d'agomento sponiamo il secondo.

— Un giorno di sangue guadagna allo stato trent'anni di pace — diceva il principe di Metternich. Questa massima di terrorismo e di repressione indettata dalla scuola austriaca, arrideva a' suoi discepoli nella corte di Napoli, i quali nella docile imitazione studiavano vincere i loro maestri.

Le popolazioni rammentavano gli eccidi invocati costantemente dall'intervento straniero in difetto di forze proprie, le delusioni e gli spergiuri di tutte le costituzioni; eran vive le tremende memorie delle stragi siciliane, del 15 Maggio 1848, del 15 Luglio 1860;. poi i tormenti, la forca, il moschetto, il bastone, gl'incendì, le bombe, tutto persuadeva l'irremovibil proposito di esterminio ogni qual volta le' oppresse genti dessero il minimo sentore di scuotersi alquanto dal lor violento letargo.

Tale situazione provocava sommessi fremiti, odio implacabile e congiure: però il corruttore sistema del privilegio e della immunità, delle rilassatezze e delitti tollerati nella plebe più ignominiosa, unitamente alla insolenza di milizie baldanzose nella più parte straniere, costituivano malapguratamente una massa formidabile briaca del proprio potere, paralizzante le aspirazioni degli uomini onesti, che abborrivano dal parteciparvi.

La tirannide in complesso non intera né eccessiva (squisitezza d'artificio ne' governi dispotici) metteva a prova l'estremo della pazienza senza jugulare alla disperazione.

Vicino a tali maneggi, lo scoraggiamento e la necessità di proseguire la vita tenevan luogo di una effimera devozione e di sudditanza; lo spavento e. il terrore parean questa volta far ragione al bieco ministro che avealo bandito in principio ( [52]). Sembrava dovesse sovrastare eterno il servaggio.

Un evento inopinato, di quelli appunto che i politici disillusi chiamano imprevedibile, ruppe l'incanto... I patriotti dell'eroica Trinacria, impazienti al risuono di tante vittorie popolari compiutesi prosperosamente in altre regioni d'Italia, per nulla atterriti dall'enormezza degli ostacoli, gittaron l'allarme della rivolta.

Il cannone altresì, la mitraglia e le bombe pronte come la folgore erano in procinto di fargli pagar cara cotanta audacia. Oppressi dal numero, già perdenti e mezzo conquisi in città, dovettero guadagnar la campagna come ultimo rifugio, dove potevan sperare cooperazione o dileguarsi.

Gli altri italiani consci appieno delle condizioni miserande, in cui versavano i popoli meridionali, al 'pari 'che desiosi di ricongiungere alla propria famiglia uno dei più cospicui suoi membri, erano sommamente commossi; ma nella congerie di dispute generose e di animatissime consulte, i liberali di Sicilia ad ogni ora correvano risico d'esser definitivamente espugnati.

Il governo, per bocca del conte di Cavour interpellato in proposito nel parlamento, se credesse soccorrere i fratelli di Palermo, rispose esser pur pericoloso parlarne.

Prossime le cose agli estremi irreparabilmente, la pubblica opinione nelle effemeridi dibattevasi angosciosamente sul da farsi. — Antiche velleità di alcune corti d'Europa suscitaronsi in tali emergenti.

Vivissime polemiche di giornali eziandìo gravi e simpatici al movimento ([53]) parlando di alcune candidature già in predicazione, consigliavano i siciliani e napoletani darsi al primo, che sapesse liberarli da tante sciagure, fosse pure il Sultano.

I vecchi capi di partito, che tante volte aveano contristato l'Italia e l'istessa Sicilia con mosse imprudenti e intempestìve, ora che il tempo d'osare era venuto, non seppero afferrar l'occasione; innalzare ud vessillo.

Non ad un capo di parte, ma ad un antico soldato della libertà era serbata gloria sì segnalata.

GARIBALDI che avea ricusato la sua spada negl'improvvidi tentativi della Lunigiana e di Milano, questa volta con quella penetrazione quasi direi profetica, con che un'anima ispirata legge ne' tortuosi avvolgimenti del futuro, aprì l'arringo, assunse con pochi compagni l'iniziativa di un movimento ritenuto irriescibile dalla preveggenza ordinaria: Garibaldi apparve in Sicilia!!...

Garibaldi non fu mai reputato uomo politico, né egli pretese di esserlo. Uomo di coraggio incredibile; di fede intemerata; di bassa ambizione fazionata dall'interesse, incapace; ne' precedenti della sua vita, irreprensibile; per le sue gesta e vicende, ammirabile; eroe di cento trionfi a beneficio della libertà d'ogni popolo che la reclamasse; prodigio di valore nelle Americhe; terrore dell'Austro e del Franco; facile vincitore in Velletri del genitore di Francesco II, era l'uomo della circostanza prestigiato d'aureola onnipossente circonfusa del duplice splendore morale e materiale, opportunissimo per isgominare le mercenarie milizie del figlio, in virtù delle quali soltanto egli proseguiva le inique avìte tradizioni.

La vita umana è così fatta che tra l'alto e il basso agitantesi, contende irrequietamente il giusto mezzo alla perfezione, praticamente incomprensibile.

La soverchia tenzone de' mali spinti all'ultima abjezzione, come la dolcezza d'una quiete troppo serena, le nuocciono ugualmente. Nell'un caso o nell'altro è d'uopo salire o discendere per questa morale altalena assegnata alla caducità delle cose mortali.

Il regno di Napoli segnava lo stadio estremo di suo degradamento, reso più sensibile al paragone degli altri popoli italiani. Militavan per esso tutti gli elementi richiesti a sorgere...

Colà non era quistione di principi, reconditi in regione più elevata e pacifica; era quistione di conquassar la forza colla forza, scassinare i ferri della prigione per deliberare indi dove e come respirar aere più puro.

Per somma ventura i trofei vittoriosi delle città liberate precedeano le schiere della ribellione più santa; infondean essi lo stimolo possente e la Iena a disperato coraggio; Psemi della futura prosperità fecondavano già nell'arca del senno italiano.

Garibaldi non avea altra missione ch'evocare il sangue di tanti martiri di quel suolo glorioso; raccotre intorno a se i gemiti inascoltati di tante madri e spose vedovate, e pel doloroso sentiero di lacrime 'infinite cosparse, schiudersi il varco gridando a Dio vendetta e sterminio sul trono più abborr ito della terra.

Nè altrimenti fermarono gli adorabili decreti della provvidenza contro le fraudi decrepite accoccate a dannaggio di quelle illustri provincie. Non appena l'inclita croce di Savoja sollevata da Garibaldi comparve sulla sicula piaggia, si rannodarona le forze sparpagliate, vi si aggiunsero le novelle accorse all'eco del nome taumaturgico, si rinfrancarono i timidi, addoppiarono di vigore i forti...

Dopo ventisette giorni il vessillo del riscatto sventolava sulle torri di Palermo! — Ecco cangiarsi la scena...

Pochissimi da principio prestavan fede all'esito fortunato d'una impresa oltre ogni credere ardimentosa. Quando però l'argomento vivente del fatto brillò alla vista di tutti, cominciarono i presagi e i timori.

Tutti coloro, a cui il terrore del governo avea agghiacciato in petto la parola, né avrebbero osato levar la faccia per la soverchianza degli ostacoli, cominciarono a riaversi, ed ove occasione il portasse, gia disponeansi ad appoggiare la rivoluzione.

Per contrario lo sgomento s'impossessò de' partigiani di Francesco poc'anzi insolenti e minacciosi.

La milizia e i suoi capi, esageraudosi nella fantasia fors'anco più del vero il concetto di Garibaldi, benché in forte numero, diffidarono di potersi sostenere in mezzo a popolazioni, che acclamavanlo qual ristoratore lungamente implorato di tanti dolori, quale istromento della punizione divina verso uno scettrato carnefice. Essi deposero le armi.

Assorte le masse popolari dal cumulo de' mali, non preodeansi cura che di apportarvi rimedio. I liberali napolitani però fin dai trionfi di Palermo mostravnnsi preoccupati dall'avvenire politico del loro paese.

Essi voleano la nazionalità, ma avrebber desiderato Napoli napoletana.

Per importanza e per numero rifiutavano di sottostare a qualsiasi altra città italiana... Non s'avvedevano che per soverchia tenerezza della terra natia divenivano gretti municipalisti.

Le opposizioni peraltro da questo lato, prima dell'impresa di Napoli non fecero udirsi, perché Garibaldi non dava tempo a pensare; perché dopo replicati tentativi di moderazione adoperati senza frutto da rispettabili notabilità napoletane verso la dinastìa borbonica, questo aveano imparato a diffidare di una conciliazione tra il re e il popolo, tra il re e l'Italia.

Le costituzioni infrante, i deputati e i ministri imprigionati, il cannone di S. Elmo li persuasero a ricevere docilmente dagli avvenimenti la decisione della loro sorte.

Attenuavansi ancora le opposizioni perché avendo il dittatore esternato esplicitamente l'idea di non provocare annessioni al Piemonte e proclamar l'Italia in Campidoglio, ogni altra ragione veniva manco dinanzi alla capitale naturale della penisola, in cospetto delle sue grandezze e tradizioni che per avventura non paventavano contestazioni o confronti.

Dopo l'entrata in Napoli il moto annessionista ispirato da Torino fu il primo a' far sentir la sua voce. L'assedio di Capua prolungavasi, ed ove si fossero inoltrati i rigori del verno, l'esito avrebbe potuto correr pericolo. Alle terga di Capua stava Gaeta.

Per espugnarla eravi d'uopo di milizia regolare e di approcci d'assedio, a trattare i quali non bastavano soli volontari, o almeno, a causa di poca abilità, differendosi troppo la quistione militare, ne avrebbe rinteso la parte politica.

Il regno non poteva dirsi perfettamente vacante finché in un suo angolo si rimpiattasse Francesco; le potenze, stante il fatto incompiuto, nulla potevano risolvere a favore dell'Italia del mezzogiorno.

Cominciavano a sollevarsi enormi difficoltà amministrative; urgeva un'intera ricostituzione negl'impieghi; gl'inconvenienti inevitabili in somma della rivoluzione minacciavano l'anarchia.

Al conte di Cavour non isfuggì che queste condizioni eran le sole valevoli a costituire Napoli in uno stato irretrattabile coll'Italia.

Gli fu lieve addimostrare la necessità di soccorso per parte dell'armata italiana, e come senza il plebiscito essa non avrebbe potuto giustificare la sua immistione con un governo diplomaticamente non inimico. D' altronde una volta emesso il suffragio universale a favore di Vittorio Emanuele, egli sarebbe venuto legalmente a difendere la propria famiglia, scacciandone i tristi di casa.

La verità di questi fitti era palpabile e forzava i più restii a sottomettervisi. Il plebiscito venne proclamato.

Napoli fu annessa all'Italia e sottoposta (almeno provvisoriamente) al gabinetto di Torino.

Le difficoltà autonomiche andavano ogni giorno decrescendo, quanto più la nuova ingerenza governativa guadagnava terreno.

I benefici effetti dell'annessione napolitana al resto d'Italia libera, non tardarono a seguire.

In un baleno, coll'intervento poderoso dell'armata diVittorio Emanuele, capitanata da esso medesimo, Capua e poi Gaeta caddero. Francesco II sgombrando il regno, tolse alla diplomazia gli scrupoli muoventi dalla occupazione di una parte del territorio: tutte le potenze per diverse vie si volsero alle considerazioni del fatto compiuto.

Era tempo di occuparsi dall'interno ordinamento... Ma quali difficoltà, tutte speciali per questa porzione d'Italia non si presentavano?

Ancora quelle che comunemente sogliono accompagnare le violente trasformazioni de' governi, nel caso elevavansi a proporzioni straordinarie.

Gl'impazienti, a cagion d'esempio, che pretendono prodigi da ogni innovazione, i neutri che si occupano solamente del rialzo o del basso de' fondi, abusando della mitezza del nuovo signore, a cui s'era regalato il trono e dell'inevitabile scompiglio causato dal passaggio rapidissimo della rivoluzione, gridavano senza pietà.

Quantunque mai avesser saputo che fesse politica, eran divenuti garruli declamatori di libertà, arroganti come sediziosi tribuni.

Nè il governo né r esercito gli facevan paura. Or non v'ha uomo più terribile, e dirò anche crudele, del napolitano in sicurtà (parlo delle masse, né tengo conto delle eccezioni, che non viziano la regola).

È eccellente soldato nelle fortezze, o se vuolsi, in campo circondato da forte nerbo di compagni contro nemico scarso e fuggente. Cittadino, è turbolento contro autorità impotente o troppo mite: individuo armato., a fronte d'altro inerme o codardo, è temerario, insolentissimo.

Per istinto egli ama la vita assai; sente più ch'altri la presenza del pericolo; schiva l'azzardo; non s'arrischia che in probabilità di cento contr'uno.

In breve: ha d'uopo essere impaurito per esser dominato... Come poteva governarsi il nuovo moderatore, invitato da jeri in casa altrui? Ma ciò era nulla.

Il gabinetto di Torino cadeva in errori gravissimi involontariamente.

Dico involontariamente, prima perché non sento il coraggio d'appuntare di mala fede gli uomini onorevolissimi che allora n'erano a capo; in secondo luogo perché se fossero stati tristi, non eran certamente stolidi al segno, né essi né il loro re, d'inimicarsi un paese nuovo, del quale avean tutto l'interesse affrettar l'assorbimento nel resto del regno italiano.

L'affrancamento delle due Sicilie è stato un evento imprevisto e subitaneo da non dar tempo per istudiare i bisogni delle popolazioni, e quando si fossero studiati colle norme ordinarie solite a verificarsi in altri popoli nelle stesse condizioni di rivolgimento, sarebbesi errato a partito.

Le infime classi contro i borghesi; i borghesi servili o inviliti contro di quelle; in Napoli potenti i borghesi contro il popolo, nelle provincie all'opposto il popolo contro di loro: i nobili isolati, egoisti e dolenti per nessuno; i dotti e i letterati sospettissimi alla corte, imprigionati, esiliati, uccisi; la polizia contro tutti.

Parea in somma che quel regno infelice avesse realizzato il delirio diHobbes sullo stato silvestre degli uomini: il suo «bellum omnium in omnes» ( [54]) vi trovava una strana applicazione.

Il governo di Torino tratto improvvisamente, per forza di cose, a reggere questa provincia pretese d'un tratto trapiantarvi le proprie istituzioni, o almeno non tenendo conto delle abitudini, prepotenti dove imperano l'ignoranza e l'immoralità, s'inframise in tutto; tutto scosse e pose in convulsione, senza potere apportar rimedi radicali al male.

Se Napoli avesse potuto godere per un tempo congruo della propria autonomìa, come se ne fè buona prova nella gentile Toscana, il suo passaggio sarebbe stato più spontaneo, meno tagliente, meno irritante; ma nuova signoria, nuove cose, nuovi uomini sopratutto piemontesi, scorsi dal polo opposto della penisola al seguito delle vittorie di Garibaldi in ritiro, eran tali fatti impreparati che, non ostante la loro sonorità, sorprendevano poco piacevolmente.

Considero di volo questo punto, che ha esercitato sulle altre parti d'Italia una triste influenza, oggi mentre scrivo certamente non estinta.

Il Piemonte non ha subito ribellioni o mutamenti dinastici. Retto costantemente dalla casa di Savoja, con essa ha operato le varie transizioni politiche resesi anche più frequenti dalle guerre della republica francese in poi.

I suoi ordini non sono stati scossi radicalmente; le leggi hanno sopportato insensibilmente i cangiamenti relativi alle epoche de' diversi reggimenti.

Questa incidenza, a fronte delle altre regioni italiane agitate dalle sollevazioni e da una serie di forme governative succedutesi a brevi intervalli, ha fruttato al Piemonte il privilegio di una maggiore stabilità nel suo organismo, di un andamento senza paragone più regolare nello sviluppo de' suoi atti, attesa principalmente la continuità personale de' publici funzionari intenti senza intermìssione al lavorio pratico della macchina amministrativa e politica.

Per tale avventurosa singolarità sarebbe stata ingiustizia e stoltezza niegare ai Piemontesi il diritto di addurre in esempio se stessi o le proprie istituzioni e far prova opportunamente di communicar al resto d'Italia un impulso omogeneo, nell'intendimento di ricongiungere le membra dispajate della povera Italia; ma portarvi la boria e la presunzione di saper tutto; in ogni cosa metter senza garbo le mani; far pompa soverchia di disciplina e di regolarità in casa di quelli medesimi, che appunto mercé il loro sublime disordine, poterono invitarveli, sembrava cosa insolente ed ha procacciato loro una manifesta avversione.

Questa specie di antipatia però, se non erro, avea una base più solida degli atti di vanità, d'alterigia o del difetto di creanza. E per verità nel Piemonte, possono aver luogo due diverse considerazioni; l'una rapporto al suo popolo, l'altra rapporto al re che lo governa.

Quanto al popolo, eccetto alcuni movimenti di Genova, ( [55]) può dirsi d'indole pacifica e fredda come le nevi che lo sovrastano. Ristretto al suo commercio e a propri interessi, reputasi abbastanza felice in se stesso, senz'aspirare a maggiori grandezze.

Sa che per la sua situazione geografica, sarà finalmente l'ultimo a risentire i vantaggi della unificazione italiana e non sente in se uno spirito di tanta abnegazione da sacrificarsi sinceramente per le altre parti della penisola.

Il suo re all'opposto è pel Piemonte ciò che il resto d'Italia è per se stesso; vale a dire qui la rivoluzione comincia dal popolo; là ha avuto principio dal re, che si chiama Vittorio Emanuele II.

È ben vero potersi dire che nel suo movimento egli ha in beneficio della sua corona ciò che il popolo subalpino non ha direttamente per se. Ma a questa stregua, quanti sono i re che arrischiano il soglio e la vita per interessi eventuali, ad ottenere i quali è d'uopo inchinarsi ai popoli, con cui dee indi ripartirsi il frutto della vittoria? ([56])

Gli avi, dell'augusto odierno re d'Italia non ebbero l'ardire del coraggio o mancò loro il buon volere. L'Austria e il popolo gli facevano paura!

Lascio Vittorio Emanuele I, che abdicò due giorni dopo aver promesso alla sacra alleanza di non far mai concessione alcuna al suo, popolo. Ma chi saprebbe dirmi cosa sarebbe stato del Piemonte o del suo gloriosissimo esercito rispetto all'Italia

se dopo l'abdicazione del primo Emanuele a favore del suo germano Carlo Felice devotissimo all'Austria;

se dopo la costituzione giurata dal principe di Carignano ( [57]) in quanta di reggente di Carlo Felice, spenta poco appresso per decreto del medesimo ([58]);

se dopo essersi il principe di Carignano purgato al Trocadero dalla colpa di aver mostrato qualche tratto patriottico ed aver continuamente tentennato fra l'Austria e l'Italia; Vittorio Emanuele II non sorgeva a reggere i nostri destini con quella ferma risoluzione, per la quale da Novara a Solferino non ha temuto mettere a repentaglio il suo trono, e che invece gli ha meritato il premio della più ambita corona del mondo colle benedizioni di tutta Italia?

Sarà ardita, franca, ma non certo malevola la mia opinione intorno a quel popolo. Senza la saggezza e le condizioni vantaggiose de' suoi re, esso, tutto considerato, sarebbe vissuto esemplarmente, ma giammai avrebbe accettato ne' suoi lari il palladio della libertà; giammai avrebbe levato di per se il grido iniziatore della italica unità.

Santa-Rosa nel 1821, dopo la soppressione della costituzione, deplorava che coll'abdicazione di Vittorio Emanuele I andassero deserte le care speranze della nazionalità piemontese.

«O notte del 13 Marzo 1821!... (sclamava) 0 notte fatale alla mia patria, che ci hai disanimati tutti, che hai abbassato tante spade levate a difesa della patria, che hai distrutte tante care speranze! Col re Vittorio Emanuele la nazionalità del Piemonte trionfava; la patria era nel re; essa personificavasi in quel cuore leale... »

Or con qual soddisfazione invece ogD non ci è dato ripetere di un principe dello stesso nome e della stessa casa — Col re Vittorio Emanuele la nazionalità italiana trionfa; la patria è nel re: essa personificasi in quel cuore leale? —

Oltre queste ragioni offrenti agli occhi degl'italiani verso i piemontesi un lustro soltanto riflesso, indiretto e a cui manca la virtù del!' impulso, concorrean altri motivi, che rendevano anche più restia una cieca accettazione di un magistero troppo esclusivo, massime di fronte ai napolitani.

Per non rimontare ad epoche troppo lontane da noi, si sa come, caduta in Italia la frammassoneria col governo francese, apparve il carbonarismo, il quale cresciuto rigogliosamente nelle Romagne, unìssi alla setta de' Guelfi ed avea sua sede in Ancona.

Dove però regnava onnipotente e numerosissimo era appunto in Napoli e in Sicilia. Colletta riferisce la cifrai degli aggregati a 642,000, e la cancelleria aulica di Vienna facevala ascendere nientemeno ad oltre 800,000. Ecco come esprimesi quel documento

«Il numero de' carbonari nel regno delle due Sicilie monta a più di 800,000, onde nessuna polizia, nessuna vigilanza può esser da tanto da trattenere un tale allagamento. Farebbe pertanto prova d'insensatezza chi chiedesse di annientarlo.»

Abortito il moto di Ancona col funebre corredo di molti martiri; quello di Napoli riesci vittorioso.

Fu soltanto da Genova ch'echeggiasse in Piemonte il grido della rivoluzione in terzo luogo, dopo Ancona e Napoli.

Or chi potrìa da quel tempo ad oggi noverar i martiri politici, a cui soggiacque il resto d'Italia in raffronto a quelli del Piemonte? Lasciamo le fazioni di guerra inferiori di ri guardo al merito civile, e nelle quali Italia pur tanto contribuì; ma le restaurazioni tante volte rinnovate, le mannaje, le torture, le emigrazioni, le commissioni secrete, le carneficine, gli eccidì, in quali proporzioni son essi verso Piemonte?

Fortuna per lui; e ce ne allegriamo pel passato, glie l'auguriamo in avvenire senza confini; gli tributiamo omaggio doveroso pel merito immenso d'aver tanto cooperato col suo re al riscatto italiano. Ma dovean por mente i piemontesi nell'apprezzare i loro, di non trascurare i nostri precedenti, principalmente nel regno delle due Sicilie, che diè esempio inaudito di. patriotti per peso e numero strenuissimi, gran parte de' quali siede oggi orrevolmente in governo e in parlamento.

Non dovea impararsi a guardar bieco quel popolo insigne dallo stato deplorabile, in che fu posto appunto da' suoi pessimi reggitori; popolo quasi istupidito e abbrutito per le concussioni incessanti di poteri dispotici che l'immiserirono senza ritegno.

Male per noi e buon pei piemontesi se invece di finir con Roma, il moto italiano avesse cominciato da lei. S' essi avessero potuto prima delle annessioni; visitare la capitale italiana, certamente veruna sinistra impressione sarebbe insorta contro di loro; dacché le memorie di Roma, i suoi patimenti la gravità e il senno della sua popolazione, in onta ai conati retrivi del governo; le sue tradizioni, i suoi monumenti; la vista grandiosa delle sue piazze, degli obelischi, de' suoi palagi; l'aspetto venerando de' templi, l'ampiezza de' suoi recinti; la suscettività incomparabile della sua possibile grandezza; la portata immensa de' suoi destini, il sublime suo sentimento d'indipendenza, non avrebber nemmen promosso paragoni, ogni fronte, a principiare dalle subalpine, scevra d'inutile invidia, verso una maestà ammirabile quanto ormai impossibile a raggiungere, sarebbesi piegata; ogni mente, quasi immemore dé propri meriti illanguiditi al pieno folgorare di tanta luce, avrebbe spaziato serena e fiera nella seguenza de' vanti immortali, che nessuna capitale, sia pur di fiorentissimo regno, può contrapporre a quelli della eterna metropoli dell'universo.

Cotesta salutare impressione a favore di Roma non si riceve dai libri o dalle notizie; essa ha mestieri della prepotenza del fatto. Finché questo non avvenga, temo che le gare di 'municipio e la taccia di piemontesismo, non cesseranno mai completamente.

È una sventura invero, ma se ben vi si rifletta non è poi cosa sì perigliosa da compromettere i fati d'Italia. Quelle che oggidì appellansi gare municipali, nulla han che fare colle antiche, nelle quali era sostanzialmente disputa d'indipendenza o di rivalità di una città contro l'altra.

Dalle dispute sovente venivasi alle mani, e all'una delle due, secondo la fortuna delle armi, ne veniva signoria o soggezione.

Le gare odierne; posto il principio sovrano dell'unità, si risolvono in una mera discussione, la quale ispirata d'ordinario da zelo patriottico, riesce ad una cerna pratica d'idee, a provocazione di confronti; infine al miglioramento degli ordini.

Per esempio il Gabinetto di Torino, per manìa soverchia di unificazione, volle apportare cangiamenti rilevanti al codice napolitano in senso piemontese.

I giureconsulti delle due Sicilie levarono rumore contro una disposizione, che sembrava misconoscere la bontà delle leggi napolitane, quanto tenere in pregio le proprie raffrontate alle prime. La giusta opposizione avverti il governo dell'errore e furonvi apportati rimedi.

La cosa è naturale: ciascuno abituato ad una determinata serie di atti, prova uno sforzo nel distrarsene. Ammonito del meglio, coni prevenzione contraria trasportasi in un ciclo ideale più complesso per rispetti di cose e di persone; ma nel cozzo dialogico, per l'attrito delle differenze spiccia la verità e s'acquieta il dissenso.

Non altrimenti le nostre gare, sebbene v'entri un po' di personalismo e vi s'intruda l'amor proprio e la vanità. Versano esse negli accidenti, non nella sostanza.

Per la celerità delle relazioni, stante le ultime scoperte del vapore e del telegrafo, (il che costituisce la differenza essenziale delle conclusioni nel problema dell'unità, tra l'antico e il moderno) alle difficoltà manca il tempo di fermentare e corrompere; sicché ripeto, nell'attuale disposizione delle cose e degli spiriti in Italia non sono pericolose, e alla fin fine riescono a bene.

La più apparente gara fra noi era quella messa in voga della capitale.

Se si fosse ben inteso che il resto della città d'Italia s'accapigliava nel falso supposto di non poter ottener Roma, le objezioni sarebbersi risolte in sul nascere. Invece si gittò una strana confusione tra il provvisorio e il permanente; tra l'idoneità del luogo, il merito e l'estensione de' vecchi territori, dove la capitale medesima avrebbe dovuto stabilirsi.

I semi di questo dissidio partivano sgraziatamente dal seno dello stesso parlamento. Vari deputati napolitani innamorati troppo del loro paese reclamavano la traslazione del governo in Napoli o sotto pretesto della necessità di una splendida corte colà, ovvero di pronti e immediati provvedimenti per le eccezionali circostanze del degno.

Mi sia permesso, come soglio, esser franco ed aperto. La quistione della capitale, in mezzo a tanto rimescolamento di cose, era inopportuna, impolitica, improduttiva di buoni risultati; anzi fecondissima di cattivi. Di Napoli non poteva e non potrà mai farsene capitale né provvisoria, né permanente.

Non provvisoria, perché nel caso Torino trovasi in possesso preventivo; ha il merito dell'iniziativa, col seguito d'una efficacissima compartecipazione nelle mosse antecedenti; le quali cose prevaler denno di peso al numero degl'individui e all'estensione territoriale, e tuttociò ove pur non valesse aggiungervisi il sopracarico del disordine per gli spostamenti e dispendi incalcolabili a pregiudizio della finanza.

Non permanente per le identiche ragioni imputate a Torino; avvegnaché (lasciate in disparte le gale di corte con facilità più o meno surrogabili) se Napoli si querelasse di non poter essere governata a tanta distanza da Torino; questa città, aggiuntevi, se vuolsi, le finitime per adeguare l'importanza napolitana, a lor volta pretenderebbero lo stesso, e rimanendo in asse le pretese, la lite dovrebbe aggiudicarsi plenariamente al più vecchio possessore

Sebbene altresì trattandosi di. durata stabile, Napoli geograficamente parlando, potesse intorno a se governare una estensione più ampia di territorio a preferenza di Torino; tuttavolta in materia di risoluzioni permanenti e di effetto perpetuo, non può aversi in mira il più o il meno, o deferirsi a circostanze presentane e passeggiere; ma ad, esser saggi e preveggenti, dee riguardarsi la maggior perfezione possibile.

Sembra quindi che, nel piàto, né Napoli, Torino potrebbero emerger vincitori, e fornire, l'una o l'altra, all'Italia la sua capitale.

Un punto medio equidistante possibilmente nella penisola tra i due mari e il continente dovrebbero risolver la quistione in ragione d'idoneità e non di merito, di numero o d'estensione locale. Specializzando troppo, non vorrei ora sollevare nuove suscettibilità, né sarebbe mio assunto. Basterà aver toccato genericamente l'argomento.

Queste ultime indagini, ove all'Italia incogliesse il sinistro di non poter far capo a Roma per un tempo indeterminato, sarebbero fuori d'ogni proposito e contrarie onninamente alle imperiose ragioni della necessità, per la quale, indipendentemente da qualsivoglia altro. riflesso, occorrerebbe alla nazione un punto, da cui ricevere equabilmente gl'influssi governativi simultanei e del pari efficaci nelle varie fibre del suo corpo, d'onde la vitalità ne risultasse poscia in tutti i suoi momenti vigorosa e tenace.

I deputati napolitani e quegli scrittori che ne seguirono le orme, errarono. Senz'addarsene, in luogo di scemare, aggrandivan'essi gli ostacoli, e quel ch'è più nel fervore di una disputa malintesa, enunciavano un concetto angusto e locale, svelando così come il principio unitario nato fra loro di fresco, fosse impreesistente e per nulla spontaneo.

Però troppo patenti e cospicui eran gli esempi d'altre regioni italiane; vedean giganteggiante dinanzi e sé il consentimento unanime dell'intera nazione; la bocca parlava per sovrabbondanza di cuore... forse n'avean rammarico; ma pur non valsero ad astenersi da un tratto municipale.

— L'argomento mi richiama e mi obliga a inlralasciare digressioni, alle quali, mio malgiado, l'affinità delle materie mi ha trascinato Proseguo pertanto in enumerare le nuove difficoltà pel governo italiano, quali altre risorse tolte a profitto dalla cospirazione romana.

— L'esplosione di libertà repentina, avvenuta nel regno allettava le speranze di alcuni capi de' partiti liberali estremi. Per costoro i momenti di slancio e di entusiasmo sono assai propizi per sopraffare il misurato calcolo della riflessione e per avventurare cose straordinarie.

Mazzini con altri suoi compagni comparve fin dalla dittatura di Palermo; ma Garibaldi, che non intendeva travagliare per lui, vuolsi gli facesse risapere che s'egli trattenevasi in Palermo per suo diporto, nulla v'era da opporre: se poi vi si aggirava per cospirare contro il suo programma, ne lo avrebbe scacciato.

Egli non ostante infaticabile seguii à attentamente i progressi delle circostanze, e dopo l'installazione del nuovo governo in Napoli, se ne trasentì la voce ripetuta dagli echi del giornale di opposizione — il Popolo d'Italia — sorto sotto i suoi auspici.

Rammento, sendo in Napoli nell'esercito di Garibaldi, che il marchese Pallavicino Trivulzio, allora ministro nella dittatura di Napoli, se non fallo, gli diresse una lettera, nella quale Mazzini per amor di concordia veniva invitato a partire, affinché colla sua presenza non sembrasse incoraggiare il partito della repubblica.

Il tempo era avverso per lui. Ripetute grida di morte risuonarono per la città, e lo stesso dittatore se ne dolse col popolo in un arringo ch'ei tenne, dicendo che ogni cittadino dovea lasciarsi libero nella respettiva opinione.

Nondimeno Mazzini non partì; non appariva in publico, ma alle velette celatamente spiava modo e tempo a' suoi movimenti.

Per opera di lui diretta o indiretta, i partiti esagerati mostravano a quando a quando la faccia. Le utili distrazioni della guerra andavano diminuendo; manifestavasi d'altra parte una varietà indescrivibile di opinioni o piuttosto di velleità stemperate, che numeravansi colle teste degl'individui.

A niuno era disdetto dire la propria. Chi non fidava di se stesso ragliava per organo di giornalacci d'ogni colore che piovevano a mille.

Non avrebber potuto distinguersi in quel caos di voleri e disvoleri i Mazziniani, i repubblicani puri, i monarchici democratici, i costituzionali, i moderati, gli unitari, i separatisti o federalisti, anuessionisti, murattiani, e poi Fariniani, Cavourristi, o anticavourristi ec.

Ve ne avea una dose di tutti, meno di borbonici che disfatti troppo recentemente nel loro capo e nell'esercito non osavan né potevan mostrarsi.

La parte però prevalente che assorbiva le preoccupazioni del governo, erano i garibaldini.

Se le altre frazioni, colle buone o colle triste, potevano dall'autorità essere infrenate, le milizie di Garibaldi per un sentimento di gratitudine vivo e presentaneo, come ancora per non provocare collisioni scandalose coll'esercito italiano, meritavano un riguardo speciale.

Essi fieri per le riportate vittorie, inaspriti per la resistenza opposta alla loro marcia su Roma in Castelfidardo, addolorati per la partenza del generale Garibaldi amato da tutti colla tenerezza di figli verso il proprio padre, andavano raccogliendosi in diversi nuclei d'attorno a taluni subalterni dell'invitto condottiero, i quali, fosse verità o millanterìa, spacciandosi per suoi mandatari volgevansi ad organizzazioni di altri corpi in prevenzione di novelle intraprese.

Ometto quì come il calcolo subentrato in parecchi ai 'primi slanci generosi di Palermo, minacciasse alterare le oneste e 'vergini intenzioni de' primitivi accordi. Il favoritismo, la briga nell'ambire i gradi del furtivo esercito giungevano a cifre enormissime.

'Ognuno accampando titoli speciosi, allegava diritti a passaggi e promozioni, le quali montavano a tale che ove avesse voluto satisfarsi alla bramosìa di tutti, ne sarebbe sbucciato un quadro di ufficiali proporzionati a capitanare un esercito europeo.

I nuovi brevetti da ufficiali già circolavano per le mani de' più intriganti. Io ne vidi vari distinti per impressioni a stampa veramente sontuosa, controsegnati da infiniti timbri e e soscrizioni de' capi.

Vedeansi per Napoli uniformi o piuttosto difformità strane di garibaldini, che tendevano a regolarizzarsi sperando essere riconosciuti e incorporati ne' quadri de' volontari, di cui il governo ancor non ardiva pronunciar la soppressione o qualche cosa di simile. Intanto un certo contegno esclusivo ardito e speranzoso veniva alimentando un sordo antagonismo di fronte al governo e alle milizie regolari, nelle quali scorgevasi un punto di opposizione ai progressi della rivoluzione.

Risse, disfide, colpi di pistola non mancarono fra garibaldini e i forastieri della Mecca o i Cinesi, che così chiamavansi per dileggio i piemontesi, dai quali peraltro era partito il sarcasmo mortale contro i primi, esser dessi venuti a liberar l'Italia pel baracchino; vale a dire spinti dalla miseria e dal bisogno di mangiare e bere al bivacco.

Questa voce temeraria, insolente, ingiuriosissima, dal 1859 in poi s'infiltrò nelle fila de' nostri, e dai cacciatori delle Alpi ai prodi di Palermo e di Capua ostinatamente rammentavasi alla prima occasione.

Convien però retribuire giustizia al merito. Il soldato e l'ufficialità regolare piemontese o meglio italiana, sebbene non potessero celare un tal qual sussieguo non iscevro di sprezzo; tuttavia non può tacersi che per tolleranza e prudenza la condotta n'era in complesso assegnatissima.

Con loro, i luogotenenti del re facean prova di moderazione; in Napoli altresì, per l'intermezzo de' napolitani specialmente, verificavasi l'opposto di quel che altrove non sarebbe accaduto.

Furono adottate molte precauzioni per contenere a segno i garibaldini. Un ordine del luogotenente vietavagli perfin l'accesso libero nella sua residenza al palazzo reale.

Alcuni di essi allora, nella massima parte appunto napolitani o provinciali, sotto futili pretesti, presero concerti a tumulto, e uniti in frotta, gridando da forsennati, fecero volar per l'aria brutture contro le sentinella con minaccia eziandìo d'irrompere a viva forza in palazzo. Pesò i soldati avevano ordini di non muoversi, eccetto caso estremo, e gli uomini di Palestro e di Solferino non si mossero, tollerarono e sciolsero, come Dio volle, la folla.

Queste incidenze, sebbene additassero da lunge un'indole incomposta e indocile tra le schiere della rivoluzione, eran cose di per se transitorie e di poca conseguenza. Il governo spingevasi oltre speculando l'avvenire.

A quale partito appigliarsi?

L'esercito garibaldino era la rivoluzione armata; i suoi campioni iii complesso generosi, impavidi, de' perigli e della morte alteri spregiatori; pronti a tutto osare dove il bene e la gloria nazionale lor ci dipingesse nell'accesa fantasia.

Delle tirannidi, di cui subiron le torture, vindici implacabili; irti e sospettosi di ripiegar sul passato co' nuovi ministri, sebben. liberali, ma. uomini d'ordine e di di governo; trepidi ad ogni aura che da tanto sangue versato non germinassero frutti abbastanza rigogliosi d'indipendenza e di libertà. Impazienti de' lenti progressi di transizione dalla forma rudimentale a quella di civile ordinamento; facili agli estremi, proclivi a forme latissime di reggimento popolare.

Quanto ligi e fidenti ne' grandi capi di tale, indirizzi; restii altrettanto all'autorità che li ratteneva. Superbi del primo esito della rivoluzione, reputavano attentato arrestarsene il corso trionfante dinanzi a Roma e Venezia; frementi anzi di spander la face della libertà per rilevare dal servaggio altri popoli oppressi, fantasticavano tentativi colossali, da cui poteva trar fiamma una generale conflagrazione.

Al governo altronde chiamato dai plebisciti a reggere e far fruttificare le conquiste della rivoluzione sovrastavano arduissime difficoltà. Impigliato dai vincoli diplomatici, come polenza riconosciuta, aeragli vietato di correre a fren disciolto.

Obligato a render conto de' suoi atti, non poteva urtare le disposizioni delle corti anìiche, attonite appunto e tremanti della piena rivoluzionaria, da cui a buon dritto paventavasi una inondazione nelle parti cancrenose di Europa; bisognoso d'altro canto degli uomini di azione sì per compiere il fatto italico, come per atterrire coloro che per gelosìa o per egoismo avrebbero avuto interessi di frastornarlo, travagliavasi in istrette terribili.

Se la rivoluzione avea trionfato, dopo il plebiscito subentrava la legittima autorità del governo. La dignità di un potere forte e ben costituito comandavagli indipendenza e libertà nelle delib('razioni.

Quantunque l'esercito retto da Garibaldi fosse stato spettatore delle annessioni votate dal popolo; nondimeno se rifettevasi alla volontà contraria esternata per lo innanzi in proposito dal dittatore; alla diga opposta dal gabinetto di Torino a' suoi progetti coll'attraversargli la via, mercé la spedizione negli stati pontifici, l'adesione proclamata ritenevasi come prepostera e pressoché forzosa.

L'esercito regolare sommessamente mormorava, credendo che i volontari una volta riconosciuti, in grazia dei lor valore, avrebbero occupate saltuariamente i gradi della milizia e scompaginata la gerarchia.

Quindi temevasi che le tendenze degli spiriti e le. ragioni di antagonismo d'ambe le parti valessero a creare un dualismo pericoloso per la nazione, indecoroso pel governo.

Era mestieri troncarlo, recidendo coraggiosamente i nervi della forza concentrata nell'esercita garibaldino.

Cavour era al timone delle cose!... Colui che mercé un pugno d'uomini spediti in Crimea, s'aperse la via al congresso di Parigi nel 1856; ch'ebbe la felice ispirazione e l'ardimento di gittare le prime basi pratiche della italiana indipendenza innanzi alla diplomazia quivi raccolta, sentiva certamente in se stesso tutta l'energia necessaria per ricercare tutte le fibre del movimento e dominarne le conseguenze.

Sperto degli uomini, delle condizioni positive generali e speciali rapporto alla nazione, non era tal uomo da commuoversi per fragorose dimostrazioni eccitate dalle circostanze o istigate da avversi partiti.

Avea saputo con assennato temperamento preparare i rivolgimenti politici, era venuto ora il tempo di reggerne il corso senz'arrestare gli effetti benefici della rivoluzione.

Con abile artificio non fu provocato dal suo governo bruscamente un decreto di scioglimento contro i garibaldini.

Anzi cominciossi dal fare apparire una disposizione del re, nella quale venivano adescati i volontari a congedarsi o a dimettersi colla promessa di mesi sei di stipendio.

Coloro cui fosse piaciuto proseguire il servizio dovevan ripartirsi in quattro divisioni destinate a lasciar le due Sicilie per internarsi in quattro diverse città del Piemonte. Quivi le loro sorti doveano esser subordinate ad una commissione di scrutinio.

1 più abbandonarono il sajo perché opinavano che al volontario della rivoluzione disdicesse tramutarsi in uomo da stipendio, e che non era bello far pensare d'aver compiuta la propria parte di buon cittadino per imprendere una carriera di guadagno. Eglino amavano i disordinati e sublimi orrori della guerra, quanto abborrivan gli ozi del soldato in pace.

lo era uffiziale in questa eroica carovana, e divideva co' miei compagni le stesse opinioni; sebbene altronde pur ritenessi nella milizia solersi vagheggiar la più seducente poesia dell'eroismo; dacchè il soldato in guerra o in pace è là più o meno in cimentare la cosa più cara che s'abbia al mondo; la vita. In fondo però la gloria militare con tutte le sue aureole prestigiose m è apparsa sempre non infrequente strumento di volgari ambizioni; un funto, una canora ciancia dell'egoismo che macchina crudelmente installarsi sulle rovine degli altri... Ma andiamo innanzi.

Nel modo testé esposto le fila dell'armata meridionale andavano ad assottigliarsi. I soldati congedati o gli uffiziali dimissionari con sei mesi di stipendio avrebbero avuto agio a ritirarsi nelle proprie famiglie, meno gli emigrati veneti e romani, a cui provvedeano, bene o male, appositi comitati.

Quelli che eleggevauo di rimanere, rinviati nelle pacifiche oasi subalpine, venivano orbati dell'appoggio collettizio e locale di Napoli; finalmente eran commessi a balìa di scrutinatori in maggioranza piemontesi o loro affezionati.

Lusingavansi essi conservare il rispettivo grado, se uffiziali; di essere accettati come militi, se comuni; ma invece la commissione avea artatamente stabilito tali massime e levato tali esigenze che quattro quinti delle divisioni garibaldine riescirono escluse, e un quinto malmenato o digradato.

Per cattivar fede agli apparenti intendimenti del governo, un decretò ordinava che le divisioni garibaldine dovessero indossare l'uniforme rossa, designandosene perfino il modello partitamente.

Poco tempo appresso essi non vestivano né in rosso né d'altro colore. Chi fu fortunato di appartenere. alla schiera degli eletti venne costretto subire il cappotto bigio: il primo ordine era stato contrammandato.

Le quattro divisioni aveano già salpato da Napoli; i calabresi sopratutto eran stati sollecitamente rintanati ne' loro paesi; parte de' volontari, che si eran risoluti i primi a percepere i sei mesi di stipendio, avean di già svestita la divisa garibaldina e s'erano confusi col popolo.

Gli ultimi, e furono in buon numero, incapparono nelle mani dello stato maggiore piemontese; che disciolto quello garibaldino del general Sirtori, avea incentrato in se la facoltà di scrutinare il diritto alle dimissioni o congedi.

Errore fu questo. Due terzi dell'esercito volontario erano stati già giudicati dai loro superiori. Mettere l'altro terzo dell'armata a discrezione de' nuovi venuti, verso cui nutrivasi tutt'altro che simpatia e confidenza; porlo a discrezione di giudici prevenuti, austeri e gelosi, da niun pretesto poteva esser politicamente giustificato.

Valeva meglio lasciar correre qualche transitorio abuso, di quello che apprestare uggiosi incentivi di avversione.

Bene o male era deciso che gli ordini di pagamento emanassero, come si è detto, dallo stato maggiore del re. Il primo tocco di quest'amministrazione aggiunse credito alle sinistre impressioni.

Una strana interpretazione stiracchiata dalla lettera del decreto reale ne contorse le vere intenzioni dirette ad indennizzare in qualche modo le fatiche del campo.

Volle distingeersi tra uffiziali con brevetto spediti dalle prime autorità della dittatura, e quelli rilasciati dai capì respettivi di corpi.

Ai primi attribuironsi mesi sei di stipendio; ai rimanenti soli tre. Altro sommo errore e ingiustizia. Lo stato maggiore garibaldino avea applicato il decreto per tutti a mesi sei, e già l'osservanza susseguita aveva sanzionato le loro decisioni.

Ricevere per mano de' piemontesi il sequestro in una metà per sofisticherie restrittive di un beneficio sovrano, per eccezioni meramente burocratiche, sapeva durissimo. I tumulti di una guerra irregolare non avea permesso la rigida attuazione delle forme ministeriali; l'indagine scrupolosa di queste, adottabile solamente negli agi della pace, era ridicola e presuntuosa.

Tutti aveano contemporaneamente cominciato una campagna, nel cui breve intervallo, in virtù de' regolamenti, non era trascorso il lasso di tempo necessario a promuovere un sergente.

Il fatto e non il diritto era solo possibile avere in considerazione nel caso eccezionale. I più prossimi alle autorità dittatoriali e i più petulanti solleciti del futuro più che del presente, trovavansi muniti di brevetto, così detto, regolare.

Ma i piemontesi (sia detto con loro pace) non avean la generosità di apprezzare il valore de' garibaldini, e il nome di Garibaldi non è certamente neppur oggi in mezzo a loro cuore. Amarono meglio premiare l'intrigo ne' pochi che riconoscere il merito ne' molti.

Da tale abuso insorsero reclami virulenti e proteste publiche in istampa; se ne menò scalpore per lunga pezza, perfino in parlamento. Il fatto non poco influì a rinfrescare le tante cagioni di rancore tra volontari e piemontesi.

Il popolo univasi in parteggiare per quelli, anziché per questi. Dai garibaldini, briosi, godenti, pittoreschi riceveva buon viso e danaro a piene mani: i regolari all'opposto freddi, misurati, sobri, contegnosi, monotoni parevano alieni dai festosi rumori di Napoli; isolati massimamente dagli altri avevano l'aria di una guarnigione straniera.

L'esercito meridionale coi modi qui sopra narrati venne sparpagliato.

Se vogliasi, furon tolti così i pericoli di un dualismo armato; il governo disimpacciato poteva innoltrarsi ed agire più speditamente nelle provincie napolitane.

L'esercito regolare fu liberato da' suoi timori, come soddisfatto del pari ne' suoi desideri. La rivoluzione rimase inerme nella mano; ma arrestata a mezzo corso e irritata ne' suoi difensori, serbò vive le fiamme nei cuori.

Il suo duce dormiva vigilando su i scogli di Caprera. Il governo nel suo compito di fronte alla rivoluzione medesima e agl'imbarazzi derivanti dalla subordinazione all'imperatore de' francesi nella questione romana, aggiravasi per sentieri intricati e difficili. Il nuovo indirizzo degli affari preceduto da errori gravissimi, annidava in seno i germi di fatali discordie. ( [59])

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XX

Tali erano i rapporti sulle nuove condizioni del regno napolitano, nati dagli ultimi mutamenti politici. Se il partito borbonico avea toccato delle sconfitte nella scossa de' vecchi ordinamenti, sperimentava ora infiniti compensi. Mille cagioni e più possenti, oltre le proprie forze, nella malagevole crisi, venivangli somministrate dallo stesso governo e dal popolo.

Torino, che da circa tre lustri avea francamente adottato il sistema liberale, rammentava per prova che gli ostacoli più potenti e audaci eran partiti dalla opposizione del chiericato. Il pulpito, il confessionale, la propaganda campestre de' parrochi, l'abuso del fragil sesso, le rugiadose insinuazioni alla gioventù, e via dicendo, erano i soliti luoghi comuni, messi in volta colà, siccome in tutti i paesi dove la società civile accenni rivendicare l'integrità de' propri diritti usurpati dalla inframittenza del clero. Perché nulla mancasse alla prosuntuosa intolleranza di Roma rugiente, vi si aggiunsero rifiuti del sacro viatico ai morenti; ( [60]) denegazioni di esequie e sepoltura ecclesiastica; ammonizioni, censure ec: Il governo sardo, che aveva accettata la sfida de' preti come logica conseguenza delle sue istituzioni, s'era abituatoa batterli senza parzialità, riducendosi a ravvisare in essi, né più né meno, che altrettanti semplici cittadini senza privilegi o giurisdizioni eccezionali.

E lungi dalla tema d'inconvenienti, nella antica provincia sabauda potevano applicarsi siffatte misure; avvegnaché delle esorbitanze clericali n'era appuzzato tutto l'orbe; l'elemento regio prevaleva con soddisfazione ed attaccamento generale; torbidi interni sarebbersi rintracciati indarno in città ordinate e sopra ogni dire tranquillissime.

In Napoli e sue provincie altresì tener lo stesso vezzo era impossibile in un tratto. Ivi i preti incoraggiti, anzi stimolati dalla polizia, aveano sparso da lungo tempo la mala semenza della superstizione in grembo a masse infinite preparate a riceverla fanaticamente col mezzo di una fatale ignoranza.

Il proselitismo era senza numero, compatto, convinto: una cieca devozione al re stava in cima de' comandamenti religiosi: opportuni soccorsi prodigati da mendace carità verso le famiglie povere, cementavano tenacemente coll'interesse una fida sudditanza.

Malgrado tutto ciò, oltre le leggi comuni riguandanti la sicurezza interna degl'individui e il rispetto alle autorità, si vollero, come folgori, scaricare contro i preti decreti speciali, che senza scapito per l'andamento ordinario delle cose, potevano rimandarsi ad epoca più normale e solida pel governo; Fra questi decreti noveravasene uno, che sopprimeva la massima parte delle corporazioni religiose.

Lo spostamento di tanti individui e di tanti interessi; un distacco subitaneo e inatteso dalle comuni mense contro persone in venerazione, che con spregio venivan considerate incomode e superflue, aggravarono la loro indisposizione verso il novello regime.

Le agitazioni tempestose che dovettero sperimentare coloro, i quali furono. preposti al riassetto delle cose di Napoli, valgono certamente a giustificare quella condotta malferma e ondeggiante inculcata dalle circostanze e dalle combinazioni svariatissime di quel popolo.

Era impossibile stabilire un sistema pratico da svolgersi, ed eseguirlo. Mille inciampi di dentro o di fuori attraversavansi oggi a quello che s'era risolto mandare ad effetto dimani.

Il succedersi continuo di luogotenenti, di segretari generali, di ministri, provavano l'arduità della impresa, e a un tempo contribuivano nell'infievolire l'energia e l'unità degl'indirizzi politici e amministrativi.

Cotest'altalena specialmente s'avvicendava verso il clero. Da principio il ministero intese la necessità di non irritarlo, riservandosi il momento opportuno per ridurlo a dovere.

L'arcivescovo di Napoli cardinal Riario Sforza avea coraggiosamente abbandonato la sua sede.

Il governo sollecito della cura delle anime e della custodia del gregge, questa volta superò in zelo lo stesso pastore smarrito. Invitò con viscere commosse l'arcivescovo a rientrare nell'ovile, (parea che i lupi non ne temessero) senza condizione o precauzioni di sorta, mostrando «di confidare nelle virtù pastorali dell'E. S. che a sarebbe tornata con consigli di pace e con propositi di concordis, non già con animo di rendere al governo stesso aspro. e penoso l'adempimento della sua missione di libertà e di t restaurazione dell'ordine civile» ( [61])

Poco appresso le autorità s'accorsero che dalla loro longaminità e clemenza, i preti ritraevano agio e incoraggiamento in imperversare. Sinceri sentimenti di ordine, di pietà o d interesse religioso, assegnavansi malignamente a difetto di coscienza nella causa civile, o a confessione di debolezza; o finalmente a subdola sorpresa nell'intento di carpire la possente influenza degli ecclesiastici. In somma l'indole cupa, orgogliosa e feroce de' sacerdoti, all'ombra della mitezza governativa, apprestava empiamente le sue orgie di sangue.

La storia eloquente del clero d'ogni paese faceva persuasi i governanti che non vale ragione o preghiera ad indurre il sacerdozio a ripiegare dagli abusi usurpati alla civile società.

Questa nella sua condizione transitoria e mutabile urta colla spirituale immutabilità de' principi, da cui è informata la chiesa, la quale per sovreccellenza di prerogativa, tende di sua natura all'assorbimento degli ordini civili.

Il sacerdozio inorgoglito da questa insigne caratteristica, non transige mai di fronte alla laicale potestà, che non può torio di mezzo senza distruggere se stessa; né si arresta a' confini giurisdizionali, che 'niuno saprà giammai perfettamente limitare.

I reggitori di Napoli aveano dinnanzi agli occhi l'esempio vivente dell'imperator Napoleone III. Una sperienza più che bilustre avea provato come tutta la sua potenza temuta e rispettata nel mondo, avesse rotto incessantemente in su i graniti del Vaticano. La centesima parte degli sprezzi e de' rifiuti che la Francia avea riportati continuamente da Roma, verso altri stati secolareschi avrebbe avuto forza di far iscoppiar la ventina di casi di guerra che Lord Palmersten in una recente rassegna sulle condizioni europee dinanzi al parlamento, ravvisava all'ordine del giorno. Ciò non pertanto il

— 310 — signore di Francia, come qualunque altro principe, che gtunga a concepire la stolta speranza di vincere i cuori del clero con la clemenza e colla moderazione, tosto o tardi dee avvedersi, che, come Guglielmo d'Orange in Inghilterra caduto in tale errore, sarà proclamato qual persecutore macchiato del sangue de' giusti; che verrà gridato al cielo per una flotta ed unesercito straniero onde liberarli dal suo giogo. ( [62])

I principi subalpini sossopra mostraronsi sempre compresi da questa storica verità; ma nelle attuali vertenze napolitane, per disavventura le leggi si promulgavano senza poterle eseguire. I preti si offendevano senza prostrarli; con, una volontà apertamente ostile camminava di pari passo una impotenza indecorosa e umiliante.

11 consigliere di luogotenenza Mancini tentò col clero una misura che tramezzasse i colpi e la soverchia deferenza precedente con energiche, ma riguardpse minacce. In una lettera diretta all'arcivescovo di Napoli sopra menzionato, con belle ed acconce parole querelavasi seco 'lui d'aver contrastato all'autorità civile il diritto di procacciarsi le notizie statistiche delle persone e de' beni ecclesiastici — d'aver dissentito col capitolo in render grazie all'Altissimo; sia per tributare omaggio al re; sia per rallegrarsi per la cessazione dello spargimento del sangue italiano in una guerra fratricida; sia per innalzar preci al cielo pel re, giusta i riti della chiesa — d'aver lasciato senza effetto le sollecitazioni del governo nell'esortare i predicatori quaresimali della diocesi ad astenersi nella predicazione da allusioni o censure ostili agli ordini politici — d'aver emesso proteste contro vari decreti per atti già discussi, approvati ed eseguiti in altre parti d'Italia e fuori di essa; proteste contrasegnate da firme espiscate anche da altri vescovi, che in ira ad una parte delle popolazioni trovavansi già espulsi o fuggitivi dalle proprie sedi — d'aver divietato, nella ricorrenza, della settimana santa, il canto del miserere, la celebrazione della messa pasquale, perché erano stati all'uopo accordati dal governo i fondi implorati da un parroco, benché dallo stesso arcivescovo deputato alla provvisoria manutenzione della chiesa, per cui erano stati richiesti — Dopo tutto ciò l'ottimo consigliere conchiudeva così

«Al cospetto di tali fatti il governo ben può andare orgoglioso della longanimità e moderazione, con cui ha finora. risposto ad un sistema di resistenza e di provocazione, e con a tranquilla fiducia può lasciar giudici tra se stesso e V. E. r il paese e la coscienza di tutti gli uomini onesti sinceramente cristiani e non affascinati da spirito di parte. »

«È mia speranza e desiderio vivissimo che per l'avvenire la condotta di vostra eminenza ne' suoi rapporti colla civile potestà abbia ad ispirarsi a migliori sentimenti. Che se una tale mia speranza andasse delusa, ed il governo per tutelare la propria dignità e sicurezza si trovasse un giorno. nel debito di deferire l'esame degli atti di vostra eminenza alle autorità competenti, secondo le leggi in vigore, è universale la certezza che il senso profondo di giustizia e di vera religione dominante nel paese, non farebbe mancare al governo l'appoggio della opinione publica, e che ne acquisterebbero convincimento tutti i buoni, e forse anche infine la a stessa eminenza vostra che simili relazioni di alcuni membri dell'episcopato colla civile sovranità non possono rendere alcun utile servigio alla chiesa, e che i funesti danni e la vera profanazione della santa religione dei nostri padri. non possono derivare dalle meno esatte informazioni, che diedero occasione alle sue doglianze; ma ben avverrebbero quando si volesse rendere questa divina religione strumento di passioni terrene e di politiche lotte, e contaminarla dell'impura alleanza con dinastie cadute sotto il peso della nazionale riprovazione e con nemici esterni ed interni della pace e della felicità della patria.»

Egregio documento è questo, elegante, profondo: uno di quei parti felici e spontanei, che non di rado il sole fecondatore di Napoli suol ispirare a' suoi abitatori; ma per ispietrare cuori sacerdotali, non che i tepidi raggi di Febo, sarebbe stato mestieri delle folgori di Giove.

L'invito ragionevole e dignitoso del ministro, com'era da attendersi, rimase senza effetto; anzi concitò ire novelle o meglio rafforzò i pretesti per cospirare e aizzar le coscienze.

Secrete istruzioni ai vescovi: da questi successive diramazioni ai predicatori, parrochi e confessori. Vittorio Emanuele sotto l'allegoria erodiaca ora fatto il persecutore, il complice della morte di Cristo nella sua chiesa: Napoleone dalle tredici coscienze, il collega di Pilato, che si lava le mani. innocenti del sangue del giusto: le assemblee eran fatte sinagoghe farisaiche; il popolo protervi leviti: ciechi tutti e miserabili figli di Satana quanti alitavano aspirazioni nazionali.

Quello che in ogni tempo avea formato una necessità di Stato dalla Francia dell'ottantanove alla Francia moderna; nell'America Cattolica; in tutto il mondo civile, conturbava oggi, come sempre, i sonni del clero.

Il regno delle due Sicilie in cospetto delle stesse cause, era vittima de' medesimi effetti...

Nulla al mondo è più logico e tenace che i corollari dell'ostinata immobilità degli ordini ecclesiastici!

Se non che, siccome ne' sereni penetrali de' principi più santi s'intrude mai sempre l'orgoglio e una profana libidine di voglie terrestri, si è costantemente osservato (e Napoli ne ha offerto esempio singolarissimo) che i vizi infiltrati negli abusi del santuario, hanno germinato in ragione gerarchica, e non a stregua di raziocinio e dì verità.

Le smanie di chi perde, e l'avidità di chi acquista, hanno diviso costantemente il clero in due campi di opposizione.

L'alto già pervenuto al potere e in via di ascendere a gradi superiori, tende ad una opposizione sistematica e cardinale contro a quanto si frappone alle mire individuali o ambiziose de' dignitari, cui è data facoltà e giurisdizione di maneggiare gli affari; il basso clero tenuto indietro e negletto; o invido e geloso degli altrui onori, studiasi accettare il retto senso de' principii, inclina per calcolo ad attuarli praticamente, e talvolta perfin trasmodando, si affolla colle rivoluzioni, e si mette a profitto degli ordini nuovi.

I cupidi e speranzosi di salire in alto stanno in mezzo, si arrabattano e dibattono tra gli uni e gli altri.

La verità e la virtù (retaggio assai raro oggidì fra gli uomini) è l'olocausto di queste lotte passionate; il flagello della società liturgica e secolare.

A tramite di quest'andazzo, se i vescovi arcivescovi e cardinali nel napolitano opponeano una disdegnosa resistenza( [63]) i nuovi chierici più di frequente stavano a Banco della rivoluzione, e talvolta ne avean ben anco levato il segnale.

I monaci della Gancia nel 4 aprile 1860 in Palermo furono i primi a suonar le loro campane; da essi partì l'allarme della insurrezione.

La Basilicata prevenne Garibaldi.

Una intera legione di preti armata fino ai denti capitanava le fila del popolo insorto!

Vuolsi esser imparziali. Esempio fu quello d'esorbitanza in eccesso, repugnante alla pacifica missione del sacerdozio!...

Se noi volgiamo attenti lo sguardo dalle stragi di Perugia e Castelfidardo aizzate dal sommo pontefice; se ci colma di raccapricciò il sangue de' fratelli grondante dalle mannaje e derivante per le palle de' moschetti; sangue versato dalle mani contaminate del vicario di Cristo, che col proprio tutti ne redense; non puossi in ragione di giustizia, far plauso in simili casi a scapigliati leviti del tempio cinti di spada e di fuoco, quando, conserte le palme, fervida e composta dovrian essi al cielo inviar l'umile preghiera, e mandare dal sagrato labro soavi, incruenti cantici di pace e di concordia tra le potestà fuorviate e i popoli frementi; quando foro incomberebbe; farsi banditori inesorabili verso le prime de' divini castighi per le intemperanze civili come ai secondi inculcare l'uso sobrio e riverente de' celesti favori visibilmente prodigati dalla provvidenza a sollievo delle diuturne amaritudiní della patria.

La voce autorevole di un vero sacerdote è assai più profittevole che il proprio coraggio personale. Depositario de' dommi evangelici, fattori di religione e di civiltà, da eterna ragione gli discende il severo ammonimento a' tiranni, come il consiglio alla rivolta; ( [64]) ma egli non ha nemici ne' comuni fratelli, e vestir la corazza col brando rivolto sul petto di qualunque, abborre dall'imparziale magistero de' ministri di Dio.

Tuttociò peraltro sebbene proceda a regola di stretto dovere rapporto al sacro ministero, è innegabile che veder alla testa della insurrezione un prete nel momento del pericolo in mezzo ad individui, che nel maggior numero erano usi a giurare sulla parola del pievano o del confessore, riesciva cosa di qualche effetto.

Si persuadevano gl'insorgenti che l'impresa fosse veramente giustificata e santa, mentre al fervor della parola scorgevano accoppiato un valore risoluto d'avventurarsi fino al martirio. ( [65])

Per altro popolo, efficacissimo e sufficiente sarebbe stato l'esempio dell'eroico spettacolo di un ecclesiastico in assisa sacerdotale, che non colla spada alla mano, ma stringendo il crocifisso, avesse raccolto l'estremo sospiro de' morenti sulle barricate ( [66]).

Le popolazioni di regno altresì han d'uopo di forti impressioni, come già abbiamo altra volta osservato, e l'aspetto drammatico e grottesco di un prete arrabiato, che in sottana recinga i lombi di seguace scimitarra, o che l'ampia tesa di un cappello mostri di pomposi aurei fiocchi, scuote, impone, affascina, trascina.

È bene però non abituarsi colle moltitudini a false apprezziazioni, e nel notare i buoni effetti, che per sorte si congiunsero al disordine, dee rimaner ben definito che una eventualità viziosa e contro dovere, non può trarsi in esempio, né conviene esporla a fallaci imitazioni.

La stessa opportunità consigliata dalle inclinazioni del volgo napolitano, indusse il dittatore Garibaldi ad adempiere la gita borbonica in Piedigrotta, e di assistere ancora alla farsa del miracolo di S. Gennaro, che ben s'intende, alle preghiere di lui, gorgogliò nell'ampolla a gran bollore.

Vittorio Emanuele anch'esso avea a disposizione il braccio dell'onnipotenza divina, e per la intercessione del santo protettore di Napoli, meritò esser spettatore di un altra traboccante ebollizione.

Il buon re riconoscente di una grazia specialissima, che dopo le censure di Roma non avrebbe mai attesa dal cielo irato, inviò splendidissimi doni, a maggior gloria di S., Gennaro.

Le plebi trasalirono. Una così visibile protezione superna persuase loro che se Garibaldi e Vittorio Emanuele non erano più santi di Ferdinando o di Francesco, certo non ne fossero dammeno. ( [67])

Positivamente non può credersi che Garibaldi o Vittorio Emanuele prestassero fede ai riboboli superstiziosi di Napoli; pure per non urtare di fronte credenze popolari, che a tempo più maturo solamente sarà date disperdere, s'impicciolirono essi col volgo, affinché questo non tumultuasse per cosa, la quale troppo bruscamente tolta di mezzo, avrebbe addotto scandali e disordini più gravi del bene appena attendibile da emenda inopportuna.

Non poteva però il governo essere ugualmente fortunato in tutti i suoi atti rapporto alle mene clericali, da potervi ovovviare completamente.

Tolleravansi le allucinazioni volgari, e collo stesso farmaco propinato fino allora dai preti alle misere plebi, toglievasi loro fondamento a pretesto di miscredenza o d'irreligione.

Essi però non lasciavansi pigliare per nessun verso.

Il rispetto, la moderazione, la preghiera o la minaccia, riescivano frustanei ugualmente. I ministri erano astretti a titubare di continuo; il clero erasene avvisto, ed erse la testa.

Non mancarono esatte informazioni dello stato del regno in Roma, fucina di cospirazioni.

I dignitari ecclesiastici col elericato mi&re industriosamente affiliato o atterrito dalle censure, sospensioni a divinis, sequestri di prebende ec: coordinaronsi a cupa e tremenda battaglia.

Misero a disposizione della reazione monasteri e conventi; l'ambizione bandì l'avarizia, e ingenti somme raccoglievansi per meglio operare la seduzione fra genti già corrottissime.

Partiti indiretti venivano incoraggiati e favoriti da loro, come il murattismo e la federazione; sotto larva liberale osavano pur rimpiangere la ruina della povera patria napoletana, da signora divenuta meschina provincia di un re intruso. e scomunicato; dicevano un sogno l'unità d'Italia e alla peggio sollevavano al cielo i principi autonomici e separatisti, purché una potenza sola troppo forte e compatta non giungesse a precludere le loro inique speranze.

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NOTE



[1] Non lieve autorità riceverà questo mio cenno da una fedele pittura circa la situazione morale dei romani che il sig. Odo Russel incaricato appositamente fin dal settembre 1860 dirigeva al nobile lord John Russel - Non avendo visitato (egli scriveva) in persona l'Umbria e le Marche, limiterò le mie osservazioni a Roma, alla Comarca ed al Patrimonio di San Pietro.

I sentimenti della grande maggioranza sono unanimi per una Italia unita sotto il Re Vittorio, Emanuele, ed è cosa curiosa l'osservare l'immensa gioja e la gratitudine con cui in Roma e fuori di Roma si festeggia l'avanzarsi del Piemonte.

L'intelletto e l'energia della popolazione son doti cime si trovano precipuamente nelle classi mezzane, e queste sono tutte in favore del Piemonte. L'aristocrazia si tiene a distanza dal trono non meno da tutti gli altri sudditi laici del sovrano pontefice; e la maggioranza dei nobili sono italiani nelle loro simpatie.

Il movimento italiano ha partigiani per fino nelle classi inferiori del clero romano, le quali videro sempre con gelosia i favori largiti dal Papa ai prelati stranieri che circondano il suo trono.

Nessuno mise mai in dubbio l'abilità, l’energia e le eccellenti intenzioni del generale Lamoricière, ma tanto egli, quanto il suo esercito, sono antipatici ai romani. La violenza delle opinioni dei legittimisti francesi i quali vennero col generale, destò inquietudine in tutte le classi. Gli austriaci e gli svizzeri sono antichi nemici.

E pochi dì appresso lo stesso ripeteva più specialmente - In Roma il popolo invoca ardentemente Vittorio Emanuele ed il suo esercito. Ogni famiglia ed ogni casa, dalla più povera alla più ricca, ha segretamente apparecchiato, sulla speranza del suo arrivo, la bandiera nazionale con cui accogliere S. M.

La polizia si avvide, ma tardi, che presso i mercanti e telaioli si vendeva ogni brano di drappo rosso e verde per convertirli in bandiere nazionali. Essa non può punire i colpevoli senza porre in prigione i nove decimi della popolazione.

[2] Il governo Inglese tra le altre ragioni che l'indussero a rimanere indifferente alla rovina de' governi di Napoli e di Roma, dichiarava apertamente - Doversi ammettere che i governi di Napoli e di Roma erano così tirannici che la loro caduta poteva ogni giorno aspettarsi.

Erano cotesti i governi sotto i quali l'innocenza non era protetta, e in cui i delitti, fuor che quelli commessi nel campo politico, avevano poche probabilità di esser puniti.

Essi avevano il difetto di appoggiarsi sulle armi straniere, e con l'influenza della Francia e dell'Austria, che dominavano il malcontento profondamente sentito dai loro sudditi.

Il governo di S. M. non può dunque dividere il dispiacere che ha provocato, in alcune parti dell'Europa, la caduta di quei governi.

L'Imperatore Napoleone in termini men risoluti, ma non diversi in conclusione, scriveva a Francesco II il dì 11 Dicembre 1860.... la migliore sarebbe, io credo, nello interesse stesso della M. V., che ella si ritirasse con gli onori della guerra, poich é si vedr à costretta a farlo; la catastrofe è inevitabile. Voi deste prova di una laudabil fermezza, finch é un raggio di speme vi brillava ancora di risalire sul trono.

Dovere vostro era di sostenere il vostro diritto colle armi; ma oggi, lo dico con dispiacere, il sangue che spandesi è inutilmente versato; il vostro dovere d'uomo e di sovrano è d'arrestarne la effusione.

Non so quello che l'avvenire sia per apparecchiare alla 31. V., ma io son persuaso che l'Italia e l'Europa considereranno come perfette. o la energia di cui faceste mostra e la decisione che voi prenderete per evitare le grandi sventure dalle quali è aggi il vostro popolo afflitto.

[3] Il generale Lamoriciére.

[4] Incerto è pi ù che mai lo stato delle cose nostre, n é potrebbe prolungarsi. Le passioni contrarie, onde l'Italia è combattuta, stanno per irrompere; e mi si annunzia che verso me rivolgansi le speranze e i voti del regno delle Due Sicilie. Giova adunque che a voi e a tutti coloro che in me confidano sia manifesto l'animo mio.

Dichiarai più volte, e segnatamente in sul primo compiersi delle annessioni, che non sarei mai d'ostacolo alla unità italiana; e tenni la promessa. Ma questa unità può diversamente intendersi ed effettuarsi.

V' è l'unit à federale idonea al moto storico e all'indole d'Italia; v' è l'unit à accentrata, surta dal moto e dalla utopia delle crescenti cospirazioni. I modi, dir ò anzi le arti, che si adoperarono per effettuare quest'ultima, mi furono indizio, fino dall'anno scorso, dello svanir probabile della mal tentata impresa.

Era più facile ordinare associazioni politiche, perché secondassero i moti apparecchiati, era più facile vincere due o tre battaglie, ordire sottili accorgimenti, adescare l'inopia o le facili coscienze, volgere contro governi, meritamente esosi, l'odio universale, che decapitare il regno delle Due Sicilie, far Napoli città di provincia, invadere Roma, senza curarsi delle ragioni di Stato e delle forze morali che difendono il papato, e armare un milione di militi per battere l’Austria, per tenere in rispetto la Francia, custode di Roma, e con la Francia le monarchie d'Europa minacciate dovunque da ribellioni.

Non sappiamo se l'intimo concetto del Piemonte mirasse dapprima a far di tutta Italia un solo regno, senza tenere conto alcuno di tante difficoltà.

Degl'intendimenti del Piemonte spesso insospettirono i più celebrati promotori della unificazione; ma il di ch'egli piantò il suo vessillo nel centro d'Italia si trovò sul pendio delle più arrischiate imprese; ed oggi lo incalza alle spalle l'improvvido fanatismo pronto a dargli l'estremo impulso.

Quel cieco fanatismo grida oggi agli uomini che governano l'Italia:

« Innanzi entriamo in Roma; poi ci rivolteremo contro l'Austria, e se meglio v'aggrada, prima s'assalga l'Austria e poi si pensi a Roma. » Cos ì parla un fanatismo inteso a sommovere tutti i popoli per averli complici ed alleati.

Cederà il Piemonte a questo fatale impulso? S'ei cede, se l’opera dalla unificazione lo spinge in nuovo conflitto con l'Austria, si raccenderà la guerra civile nel regno delle Due Sicilie.

Il Piemonte avrà l'esercito austriaco a fronte e l'autonomia napoletana a tergo. Minacciata sarà in pari tempo e l'indipendenza nazionale dalle armi austriache e la libertà dai furori della parte borbonica; - libertà e indipendenza potrebbono soccombere o ricadere sotto l'alta giurisdizione delle grandi potenze.

Comprendo che al cospetto di tali possibili calamità, risplenda, secondo mi scrivete, come raggio di speranza, la rimembranza del padre mio. Finché durerà la terra vostra, vivrà caro e venerato il nome di Gioacchino Napoleone. Ed io figlio suo mi terrei onorato dai pericoli e dalle fatiche onde grave sarebbe l'ufficio di succedergli per voto di popolo in si malagevoli con giunture.

Tanto uffizio assumerei per iniziare uni epoca d'operosa elaborazione politica e civile si necessaria all'Italia, e per gittare i fondamenti d'un edifizio che non vacillasse come l'edilizio delle annessioni perché retto a puntelli.

Non mette radici in pochi mesi la grandezza degli stati; la mirabili potenza dell'impero francese è frutto maturato da molti secoli d'opera sociale.

Siccome non volli fare inciampo alla unificazione italiana, cosi non consentirei che altri facesse inciampo ai disegni del nostro regno vincolandoci ad imprese seducenti, ma rovinose.

Custodirei, come tesoro, la vostra indipendenza, e con un. Parlamento dividerei la parte pi ù preziosa del regio ufficio, quella cio è di promuovere l attivit à sociale, i commerci, i grandi lavori, le urti e le scienze, ogni elemento d'educazione e di progresso nazionale.

La norma fondamentale del mio procedere sarebbe tutta contraria a quella degli uomini che agitano l'Italia.

Costoro sovrapposero al popolo italiano confraternite di congiurati, i cui moti si connettono agli sforzi di tutte le rivoluzioni europee.

Noi vorremmo invece che sparisse quest'artificiale aristocrazia di cospiratori che a suo beneplacito di tutto dispone; aspireremmo all'amicizia, non gi à di quei cosmopolitici agitatori che vagheggiano la ricostituzione territoriale d'Europa, ma s ì all'amicizia d'ogni governo d'indole conservatrice e progressiva.

Coi popoli d'Italia non vorremmo solamente l'amicizia, ma la fratellanza ordinata in forma di federazione, che sola può operare la nostra politica trasformazione. Vorremmo essere in Italia un pegno, in Europa, un elemento di quella conciliazione universale che invocano popoli e governi pensosi degl'immensi pericoli d'un procelloso avvenire.

Aggradite, caro Duca, l'espressione della particolare mia stima.

Castello di Buzenval, 7 marzo 1861.

Luciano MURAT.

[5] Questo ribaldo dopo aver per circa otto mesi propinato brindisi alla salute di Francesco II, mercanteggi ò la denunzia di 103 suoi complici col nostro governo da cui ricev é i. suoi TRENTA DANARI, venendo cos ì rimunerato come qualunque altro spione mediante l'anticipazione di franchi dugento circa.

Nondimeno egli se ne stana camuffato da novello cittadino, di Gand....

Io m'imbattei in codesto sciagurato, e venuto in curiosit à di risapere delle cose passate nella mia citt à natale, ne abborracciai un cenno, quale m'ero prefisso aggiungere alla presente pubblicazione. Costui ebbe il mal talento e l'abilit à di trafugarmi quella informe bozza, e pubblicarla per istampa col titolo specioso:

- Un Cardinale ed un Emigrato da Roma - per Antonio Fiore - colma di errori, controsensi e rilevantissime alterazioni della verit à , come era naturale dovesse esser il. primo embrione di un complicato racconto. Stolto... che non s'avvide quello scritto offrire agli occhi di tutti il pi ù stupido libello di accusa CONTRO SE STESSO! ...

Sapendomi di quanto profonda lima abbisognava un tal lavoro, protestai, ripudiai lo scritto, e diffidai il publico nei giornali per la pirateria letteraria commessa. Alle mie ripetute provocazioni che avrebbero fatto impallidire il pi ù spudorato del mondo, egli con fronte adamantina mentre col silenzio convalidatale potentemente, prosegu ì mai sempre a fare a fidanza col publico medesimo, da cui null'altro in realt à agognava che trar di sotto pochi centesimi e rapinare il provento delle mie fatiche.

Ho stimato ben fatto fin da ora dover cennar di volo questo incidetele si per mettere in guardia coloro cui per avventura fosse capitato il libro suddetto; come ancora perch é non appaja strana nel presente libro l'eventuale coincidenza di qualche concetto con quello.

Del resto nel corso regolare dell'opera, la verità si parrà anco meglio manifesta.

[6] Io stesso assunsi questo esame dal Fiore, e come lo compendiai la prima volta, tal quale lo rapporto ai miei lettori.

[7] Tra alcuni documenti dati in luce in Firenze nella tipografia Barbèra sotto il titolo - La Curia romana e i gesuiti - a pag. 29 cap. V. leggesi la seguente nota.

« Antonio Fiore è personaggio addetto alla corte dell'ex- re Francesco II. Le sue mire erano quelle di far entrare il cardinale De Andrea nella cospirazione reazionaria, che tuttora infesta le provincie napolitane. L'illustre cardinale, sdegnosamente il respinse, e in questi documenti si limit ò la partecipazione fattagli delle mene brigantesche. Non cos ì per ò fu di altri cardinali e prelati, che accolsero il Fiore come un rappresentante autorevolissimo della legittimit à de' Borboni Napoletani. Questi scritti del Fiore sono recati testualmente con tutti gli errori di senso e di grammatica. »

Quanto però è vera la storia del Fiore, quivi a dileggio chiamato - personaggio ragguardevolissimo - altrettanto è inesatta e parziale l'asserzione relativa al cardinale De Andrea, il quale malavventurosamente prestò al Fiore quella fede che altri della corte pontificia negarongli completamente. Informazioni di ogni credito degnissime su questo punto, mi autorizzano a rettificare quella nota, che per la stima goduta generalmente da quel porporato altronde ottimo, avrei desiderato di cuore veridica.

[8] L'abate Eugenio Ricci sviscerato per codesto broglione, non saprei ben dire per quale motivo stimando scemalo d'alquanto pel Giorgi il favore borbonico; a rialzarnelo ne intessè elogi straordinarii in un giornaluccio detto Il Vero Amico del popolo. Però è da notare conte il suo consorte Luveràin risposta alle improntiludini del Ricci rettificò i fatti, da cui è mostrato una volta di più di qual tempra sieno i paladini più riputati e zelanti della santa causa.

Ecco come egli si esprime. - Dirò solamente che il Giorgi mi ha seguito negli Abruzzi, non per mia richiesta, ma per grandi impegni fatti da lui appo persone autorevoli. Egli non ha mai occupato alcun grado né militare né civile, ma fornivami soltanto notizie locali. Dopo i fatti della Scúrcola, avvenuti per sua colpa e contro i miei ordini, profittando della mia momentanea assenza, il Giorgi è stato per mio volere espresso allontanato dalla colonna che io comandava, alla quale stante appunto i summentovati disastri della Scurcola, ed i reclami pervenutimi da ogni parte di contribuzioni arbitrarie da lui operate mi sono trovato obbligato a non permettergli più il ritorno, anche per non esser costretto ad usare sopra di lui i rigori della legge militare ec. Sono queste piccole scene di famiglia!!

[9] Costui ebbe il barbaro coraggio di spiccare un ornane d'arresto contro la propria consorte, perché aveva solamente accennato di voler proteggere certo uomo tenuto in conto di liberale, e di è ordine ai birri che nell'alto della notte la traducessero in prigione, mentre appunto riposava a suo fianco nel talamo maritale.

[10] In via regolare l' esilio propriamente detto è una pena terribile, che non può in fliggersi ai cittadini senza un processo da cui ne emerga la condanna a forma di legge. I preti che non avrebbero potuto giustificare simile misura basataesclusivamente sopra mero sospetto e non sudi prova giuridica, avevano adottato il sistema d'intimare a presentarsi negli uffizi di polizia coloro che volevano espellere; intimiidarli colla minaccia di un processo che finalmente era in loro potere di tratteggiare ad arbitrio, e preporre in via di transazione ch'essi dichiarassero in iscritto di non far ritorno negli stati pontificii se non previo permesso delle autorit à politiche.

Se la dichiarazione veniva accettata, la polizia rilasciata un passaporto regolare, ma lo scritto con le debite comminatorie rimaneva al governo per rappresentare il contratto segreto da rendersi valevole in caso di contravvenzione.

I precetti politici erano una spezie di cautela esercitata dal governo verso le persone da esso ritenute sospette, e contro le quali non avrebbe potuto istabilirsi formale processo. Codesta misura tenuta in vigore specialmente dall'efferato Dandini, inchiudeca un vero anatema civile e politico. Chi n'era colpito dovea tenersi in casa alle ore 24 nella sera; senza escirne prima del levar del sole. Non dovea varcar le. porte di Roma, e molto meno avrebbe potuto senza permesso recarsi anco nei vicini paesi.

Io che da parecchi anni aveva sul dosso questo peso, richiesi portarmi in Paliano per affari legali. Il Pasqualoni volle prima scrutare le mie idee, e chiamatomi a se, esordi in questo modo. - Non sa ella, che in Paliano v'è un reclusorio politico, e che per la di lei posizione di fronte al governo non può girare impunemente lo stato? - Ottenni nondimeno l'andata, premessa altresì una esplicita dichiarazione in iscritto sul motivo della mia gita, e sulle persone colle quali avrei dovuto parlare. Mi fu tracciata la strada da tenersi, ma per istrana combinazione, una bufera mi costrinse a fuorviare, e m'ebbi un processo terminato senza risultanza.

Il precettato politico inoltre non poteva accedere a teatri, ed anche nelle chiese dove fossevi affluenza di popolo. L'esercizio delle professioni era impedito; la protezione della legge ín somma abbandonava l'individuo e la sua famiglia mentre d'altro canto ad ogni prima occasione era messo agli arresti e alle persecuzioni. Questa misura di polizia ha percosso più migliaia d individui angariati per solo sòspetto, e fino ad oggi è mantenuta in pieno vigore dal governo pontificio.

[11] Quest' opuscolo fu tanto sicuramente ritenuto una emanazione officiale che il cardinale Antonelli stim ò arrestarne l'effetto provandosi a confutarlo in un dispaccio diretto a monsignor Megliaincaricato d'affari per la S. Sede a Parigi. Il documento è soverchiamente esteso; ne riporteremo altres ì qualche brano per dimostrare in genere tali accoglienze trovo presso i paladini della corte romana, e da quali timori fosse questa compresa per tale pubblicazione.

Ella avrà già letto (così scriveva l'Antonelli) senza dubbio l'opuscolo pubblicato recentemente a Parigi sotto questo titolo: La Francia, Roma e l'Italia. Esso contiene una specie di commentario tanto dell'esposizione ufficiale della situazione fatta nel mese corrente dal sig. Baroche al senato ed al corpo legislativo di Francia, quanto della scelta dei documenti pubblicati dal governo francese riguardo agli ultimi avvenimenti d'Italia.

Ella si sarà accorta senzadubbio che lo scopo principale di quest'opuscolo è di riversare sul Santo Padre e sul suo governo, la causa dello stato deplorabile, a cui sono giunte le cose in tutta l'Italia e specialmente ne' dominii pontificii.

Ella conosce perfettamente la serie de' fatti che si sono succeduti in questi ultimitempi, e conosce da altra parte i diversi agliemanati da S. Santità, come pure il dispaccio da me inviato a monsignornunzio a Parigi il 7 Febbraio dell'annoscorso; e questo già le basta per respingere tale ingiusta imputazione.

In fatti se si consideravano con qualche attenzione gli argomenti, su i quali essa è appoggiata nell'opuscolo si vedr à di leggieri che non vi ha una sola asserzione, la quale non sia vittoriosamente confutala dagli atti di cui le parlai. tuttavolta siccome quest'opuscolo col mezzo di vaghe generalit à e di aneddoti estranei alla quistione, o d'allegazioni puramente immaginarie si sforza di presentare i fatti sotto un falso aspetto per far loro dire il contrario di ci ò che esprimono, io ho creduto opportuno di opporvi alcune considerazioni pel maggiore schiarimento della verit à . Questo motivo aggiunto alla considerazione del carattere ufficiale cui l'opuscolo pubblicato si pretende attinto, mi ha indotto ad occuparmene per la parte che riguarda pi ù da presto la S. Sede e il suo governo.

E sul terminare prosegue a Io metto fine a questa triste discussione alla quale mi condusse mio malgrado, l'audacia dell'opuscolo. Per conchiudere farò osservare che se è cero, come dicesi nell'ultima pagina, che la S. Sede è destituita oggidì d'ogni umano soccorso (come l'autore sa meglio che ogni altro) non è priva del soccorso di Dio; e Dio senza dubbio è più potente degli uomini checché avvenga, il S. Padre avrà la consolazione di essere stato fedele ai doveri della sua coscienza, e nei tempi di profondo avvilimento e di sì grande perfidia, d'avere con una imperturbabile fermezza proclamato e mantenuto in faccia al mondo i principii eterni della giustizia e del diritto. Il trionfo morale è certo, e vale assai più d'ogni materiale vittoria.

Le poche considerazioni che le trasmetto, serviranno a V. E. d'istruzione e di regola, affinché, presentandosi il caso, ella possa confutare le obbiezioni che si potessero trarre contro la S. Sede dall'opuscolo suddetto.

[12] In questa circostanza si praticò una perquisizione in casa di certo Ciferri ex-ufficiale de' dragoni già ferito in Cornuda.

Allorch é il vecchio soldato scorse le sue donne obbligate a dimetter le vesti, e rimanersi pressoch é nude per esser visitate, fu colto per aspro dolore da una fulminante apoplessia che ebbe forza di togliergli immediatamente la vita.

[13] Il comitato nazionale d'altronde, vegliava per conservare possibilmente un accordo reale e sincero nella truppa, e talvolta avea tentato vellicare il suo amor proprio con indirizzi e plausi sul contegno di quelle milizie.

Govon però a distorre pure il sospetto verso le due corti che il carezzavano, in un ordine del giorno emesso in altra congiuntura precedente diresse queste parole ai suoi.

Soldati

Un preteso comitato nazionale di Roma ha fatto spargere una piccola stampa indirizzata ai Romani. Esso chiama imponente la puerile scappata del...

Noi l'avevamo trovata poco degna della generosità del nobile ed intelligente carattere romano che non avevamo neppur pensato a farne la menoma menziona, tanto più che i fischi e gl'inviti al silenzio dominavano le grida provocatrici rimaste senza eco, malgrado i fuochi di Bengala. Ma questo scritto che si è fatto pervenire nelle nostre mani osa permettersi di lodar noi tutti della nostra attitudine.

Ciò è da parte del preteso comitato nazionale un'impudenza che non posso tollerare e che devo segnalare alla vostra indignazione. Noi non dobbiamo ricevere felicitazioni che dai nostri capi.

Abbiamo senza dubbio a compiere qui una missione difficile delicata ed anca ingrata, giacché ci prepara sempre ostilità, seguendo anche la linea la più diretta de' nostri doveri; le lusinghe come le minacce sono e devono essere su noi senza effetto.

I nostri doveri impostici dal nostro imperatore sono la nostra unica regola e sapremo compierla fino al fine. Onde non dare alcun pretesto alla malevolenza, ricordo che il dovere di ciascuno si è quello di ritirarsi dalle folle che hanno un carattere ostile, affinché non possano essere incoraggiate da una innocente presenza e non far sospettare del nostro doppio carattere di francesi e di soldati.

Il Generai comandante in capo del corpo

di occupazione; ajutante di campo

dell'imperatore

G. DE GOVON.

[14] I documenti che giustificano la condotta dei romani in questi periodi di patimenti, parmi meritino di non esser messi in non cale. Non voglio defraudarne i miei lettori.

Ecco la protesta.

Sig. Cardinale Alfieri

Le misure di rigore da vostra eminenza annunciate colla notificazione che noi già segnalammo alla pubblica opinione siccome improvvida ed insensata, hanno pur troppo colpito non pochi de' nostri colleghi.

Sappia per ò l'eminenza vostra che di fronte a tanta ira noi ci sentiamo ringagliarditi ed anche pronti ad affrontare il d ì della prova con calma e con fermezza di chi ha nel cuore sicura la vittoria. N è i desiderii degli uomini non si spezzano col pugnale dello sgherro; contro la convinzione delle idee nulla ha potuto mai il carcere e neppure il patibolo.

Di ciò potrebbe essere ella convinto ove facesse tesoro dell'esempio luminoso che ora le porge il governo cui appartiene, chiamato ad irreparabile rovina appunto per la guerra da lui fatta all'universale aspirazione per la libert à ed indipendenza della nostra patria.

Noi siamo cattolici; veneriamo il pontefice, ma abborriamo il turpe governo che da esso emana, e del quale troppo lungamente abbiamo sperimentato le crudeltà ed ingiustizie.

I nostri voti non si smentiranno giammai, e pronti a ripetere quanto dicemmo per ismascherare la impostura del 12 Aprile da lui promossa ed autorizzata, giuriamo di non sopportare chiunque osi oltraggiare la nostra dignità, il nostro amor proprio, l'intima nostra convinzione; né ci acquieteremo finché l'augusta Roma non sarà chiamata ad occupare nel glorioso regno italiano quel seggio che per l'avita grandezza e per le presenti sciagure la intera nazione con voce unanime le assegna.

Roma 20 Aprile 1861.

Gli Studenti dell'università romana.

[15] Un deputato dell'Assemblea Italiana, altronde onorevolissimo (il Sig. Petruccelli della Gattina) rimproverò aspramente i Romani dalla tribuna perché non insorgevano in massa contro il governo, cd ebbe il coraggio bestemmiare che i Romani non avevan più sangue nelle vene, ma lo sciroppo.

Quest'uomo non conosceva punto le condizioni morali e materiali de' Romani; ignorava lo stato della questione di Roma ne' suoi vani rapporti interni ed esterni; insultava gratuitamente ai cittadini più sofferenti ed oppressi d'Italia; gittata col risentimento la discordia a danno di quella unità che intendeva propugnare.

[16] Il triduo di cui qui si parla era stato intimato inRoma nella chiesa di S. Maria della Minerva mediante un - Invito Sacro - del cardinalVicario, in onore di Maria Vergine sotto il titolo. - Auxilium Christianorum - onde supplicarla ad allontanare le tribolazioni del papa-re.

[17] Dopo questi ed altri, annedoti, i presidenti de rioni in apposito congresso stimarono misura di ordine publico lo stabilire (cosa incredibile se non avesse avuto luogo in Roma).

1.° «Tutti gli uccelli non commestibili come sarebbero palombelle, passeri, cardellini ec. verranno tolti dal publico mercato, sequestrati e condotti in presidenza perché sia loro restituito il volo. - Tutti gli uccelli commestibili quali per esempio quaglie starne fagiani, tordi ec. si venderanno morti. 3.° Se i detti uccelli si troveranno vivi verranno presi e condotti in presidenza e confiscati a profitto della presidenza e degli agenti che eseguiranno la disposizione.»

Che dee dirsi di un governo che giunge a tal grado di balordaggine?

[18] Napoli 16 Maggio 1861 avendo saputo che al confine di Oricolo in un convento de' frati de' Santi Cosmo e Damiano si trovava un deposito di armi, il maggior Soldo invitava il maggior Ferrari del 40 a notificare questa circostanza al conmandante le truppe francesi a Tivoli, pregandolo se lo credeva conveniente, di fare una perquisizione. I francesi aderirono a tale domanda, e avendo perquisito il dello convento, vi rinvennero sette casse darmi, che furono da loro sequestrate ec.

[19] Una trista luce balena da queste espressioni per la uccisione avvenuta poco prima di questo tempo nella persona di certo conte De Limmenghe belga, zuavo pontificio. Questi era intimo corrispondente col club Brunet; era stato ferito a Castelfidardo ed area condotto in Roma dal Belgio l' obolo di S. Pietro.... Un colpo di pistola lo stese al suolo presso il Colosseo al vicolo dell'Agnello...

[20] Anagni era il quartier generale de' Zuavi papali.

[21] Forse General François.

[22] Si fa allusione al dispaccio Grammont comunicato dal governo al corpo legislativo, in cui si parlava delle mene al Vaticano.

[23] L'opuscolo Laguerronière. La France, l’Italie et Rome.

[24] Non ho potuto comprendere se facciasi allusione a liturgie sanfedistiche. Diversamente è una confessione curiosa il dire che men coraggio richieggasi per battersi in campo di quello che a seguire lo tenebrose macchinazioni clericali.

[25] Merode.

[26] Tengo da persona degna de fede che una certa signora superiora, delle Suore di Carità in Francia per nome Bergaugnus, scrisse al conte di Montebello «che l'opera della santa impresa progrediva in Francia benissimo, e che quanto prima se ne sarebbe veduto l'effetto.»

Il conte di Montebello prestando fede a tali visioni; volle partecipare la gioja di tale notizia a suo figlio zuavo pontificio in Anagni presso a poco in questi termini. State pure di buon animo e fatevi coraggio, poiché fra non molto rientreremo in Francia dietro il legittimo principe Una corrispondenza da Roma conferma questo racconto.

Non saprei dire in qual modo; ma spesso lettere contenenti confessioni preziosissime, sono cadute in mano dei nostri.

[27] Un d ì costui usciva di casa del Luverà domiciliato in uno stabile presso la piazza detta de' Gaetani. Era quivi atteso da buon numero di persone, le quali desideravano applaudire que sto scapestrato borbonico con un salve difischi. Furono cotanto solenni che venuto in tenta di peggio, dové rifugiarsi in casa del ex-ministro Carbonelli nel palazzo Lozzano

[28] Il generale Oudinot che fè imperitamente massacrare tanti battaglioni francesi sotto le mura di Roma nel 1849, fu ricolmo dal governo della restaurazione di altissimi onori., e credo perfino della cittadinanza romana. Egli se la disse co' preti finché era inRoma, ma rientrato in Francia proclamò senza ritegno la iniquità e le pretensioni loro.

Baraguaì d'Illiers sebbene più franco e sincero, tenne lo stesso sistema.

Gemou, cui furono anche dotate lautamente due figlie da S. Santità, tornato al proprio seggio nell'assemblea francese, fece elogi personali del pontefice Pio IX, ma disse plagas della consorteria Antonelliana e del pessimo governo de' preti.

Goyon or carrezzato or vilipeso, venne col general De Noùe ed altri uffiziali decorato di alti ordini anche da Francesco II dopo la generosa scorta ad esso prestata da Terracina in Roma.

[29] Concilio di Costanza Sess. XXI Bernino;st. dalle eresie, secolo X V. c. 4 pag. 554. -Il Tridentino sess. XXI, c. 9 - Pallavicinost. del concilio lib. 11. pag. 55, tom. 8 e seguen.

[30] I collettori di elemosine, che tanto enorme danno e disdoro apportavano alla nostra religione, verranno dispersi; il che dee a grande avventura essere ascritto. Quinci le calamità che tanto ora ne opprimono, ebber principio, e che diffondendosi indefinitamente non cessavano ogni di più allargare il loro influsso malefico. Nè colle salutari cautele e provvedimenti di molti concilii potè per anco distruggersene l'abuso. -

[31] Le epoche de' cardinali Consalvi, Albani, e Bernetta furono epoche di avversità,e forse avrebbe potuto giustificarsi una misuraeccezionale, ma a tutto si pensò fuorché a risusci tare l'obolo di S. Pietro.

[32] Civilt. Catt. IV. VIII 110,

[33] Armon. num. 221 p. 882; num. 200 p. 882; num. 181 p. 717, an. 1860.

[34] Questa signora incassava tal somma dal municipio di Parigi, il quale le sborsava il prezzo di espropriazione di stabili.

[35] Sono talmente materiali siffatte genti che talvolta sonosi veduti in più luoghi del regno i publici ridotti smaltatidi effigie di santarelli affissi sulle mura, i quali venivano ricoperti nel momento in che compievansi atti disonesti, affinchè que' santi non li vedessero.

Il famoso miracolo di S. Gennaro vale per tutte a convincerci di questa triste realtà.

[36] Il generale francese Oudinot, capitanò la spedizione contro la Repubblica Romana nel 1819. In compenso de' suoi meriti militari nella espugnazione di Roma (disapprovati persino in Francia solennemente dall'imperatore Napoleone III) fu ascritto tra cittadini romani. Sebbene l'Oudinot non appartenne alla cospirazione di cui trattiamo, nondimeno ho voluto indicare il bel vezzo dell’esimio municipio che si arroga parlare in nome di Roma e de' romani.

[37] Schmid!.... Codesto scellerato sotto mentito nome fuoruscito dal suo paese per crimini orrendi, ruzzolato tra noi dai monti dell'Elvezia, fu l'esecutore delle stragi papali di Perugia.

Pi ù tardi nel 1860 facilmente debellato e fatto prigioniero dagl'italiani; fu generosamente rilasciato libero sulla parola di onore di non tornare sotto i vessilli delle somme chiavi. Non ostante spergiurando, torn ò al suo posto primiero, non indegno brando nelle fila Merodiane.

Dopo gli eccidii di Perugia fu promosso da colonnello a generale, e. dal municipio romano fatto cittadino di Roma.

[38] Il general Kantzler svizzero dopo la sua ritirata sopra Ancona da Castelfidardo, e senza aver quasi veduto la faccia del nemico, tornato in Roma ne fu fatto altro cittadino romano; certo non per meriti precedenti che non avea chiari né oscuri; ma per animare i suoi servigi nell'armata papale che ben spesso dovea divenire sussidiaria de' briganti.

[39] Anche al general francese Lamorici é re venne offerto il diploma di cittadino romano. Merode sperava rinvilupparlo nell'esercito dopo la sconfitta di Ancona, dove fu fatto prigioniero da Cialdini, e forse perci ò veniva ancora carezzato. Egli non accett ò , ne si sa con certezza ch'egli s'infiltrasse a proteggere il borbonismo co' legittimisti di Francia. Una lettera autografa per ò . che si disse rinvenuta tra alcune carte dello spagnuolo Borjes, sorpresa a Langlois, dava ragionevole motivo a sospettare.

Quest'uomo orgoglioso sprezzante, e crucciato co' suoi simili, moralmente parlando, era ben difficile che avesse totalmente rinunciato a tutte le riscosse del suo amor proprio.

Egli non prevedeva forse buon esito nel movimento di 11 orna e temeva una doppia sconfitta; astenevasi quindi da manifestazioni troppo palesi.

So, parlando così, di venir men gradito a taluni, i quali coll'esimio monsignor Liverani scorsero nel Lamoriciére un raro esempio di abnegazione e di puro zelo verso la causa del pontefice. Altronde non è mai potuto capirmi in mente come un buon militare (tuttoché venuto in fama pili pel romor delle sventure che per gloria delle sue gesta) dopo aver spaziato per estensioni vastissime ed aver assuefatto lo sguardo ad eserciti quanto formidabili numerosissimi, potesse adagiarsi di buon grado a capitanare un pugno di gente indisciplinata e o indisciplinabile per elementi eterogenei di nazione e di religione.

Invece (e potrei mal appormi) ho sempre ritenuto che quest'uomo precorso in sua vita da niun stabile e determinato principio e pieno il core di vendetta e di rancori, mirasse piuttosto far testa in Roma con un piccolo esercito ampliabile in seguito mercé le risorse pontificie magnificategli dal Merode; ingrossare per via i fianchi a mò delle vecchie crociate; aspirare agli onori di un pio Buglione o di un Tancredi, per indi scambiare la volta di Palestina (se lo avesse potuto) con quella di Parigi, dove imperava il suo capitale nemico.

Se questa opinione può parer temeraria, almeno penso non potrà tacciarsi d'inverosimile.

[40] Contrade oltremodo romorose di Napoli.

[41] Pulcinella

[42] I romani che nella cattiva fortuna non ismisero mai quell'umore allegro che tanto influisce a renderli simpatici e graziosi, estrassero dal titolo - L'osservatore Romano - Il seguente allusivo anagramma - Altro servo somarone - Nelle corrispondenze giornalistiche viene spesso perifrasato con questo titolo onorevole del pari che adatto e meritato.

[43] Monsignor De Cesare ritiene ih Roma le ricevute di carattere del medesimo.

[44] Questo e i nomi che seguono non possono esser rivelati, attesa la presenza de' bravi patriotti in Roma governata dai preti. Forse una novella edizione ce lo permetterà.

[45] Alla pag. 76 e seg. dissi che il Fiore aveami involato alcuni brani sul brigantaggio, ridotti da lui in vagii fascicoli e fatti stam pare a suo vantaggio in Livorno. Per conoscere qual sia l'indole di costui, è a sapersi che dopo essergli andata a picco l'im presa speculazione, come meritava, e dopo essersi rimasto mutolo e acquiescente alle mie proteste e pubblicazioni, si present ò all'editore di quest'opera e per lucrare qualche danaro, il richiese di poter farvi associati. In questo modo scientemente ebbe fronte andar esso stesso offrendo al publico la storia delle sue gesta,che poco innanzi co' proprii occhi avea letta e considerata.

[46] In vani paesi della Sicilia i liberali sono così denominati

[47] I religiosi degli ordini mendicanti inquesti ultimi tempi (ne' precedenti fu il simileo peggio) ascendevano da dieci ad undicimila, con beni fondiaria del valore di lire 765,000.

I possidenti contano trentaquattro ordini; duecento sei case e tremila ottocento quaranta persone con beni fondiarii ammontanti a lire 38,561,500 e la rendita a lire 1,944,011.

Cinquemila monache eran racchiuse in circa duecento cinquanta monasteri, con un capitale in beni fondiarii di. 10 milioni di lire.

Eranvi venti arcivescovadi e settantasette, vescovadi con una rendita approssimativa di lire 1,956,219,1 formanti un capitale di 39,124,395 lire.

La rendita media spettante a ciascun titolare delle diverse diocesi ascendeva a lire 20,171.

È curioso il notare qui che mentre la Francia ha un solo vescovo ogni 437,500 anime; le provincie napolitane n'aveano uno per ogni settantamila.

[48] Formola del diritto divino.

[49] Secondo Marco Monnier, costui era un forzato evaso, colpevole di trenta delitti. Quindici furti, quindici furti qualificati e consumati, tre tentativi di furto, quattro carceri private, tre omicidi volontari, due omicidi mancati, indi bestemmie, resistenza alla forza publica ec. costituivano l'appannaggio morale di questo insigne malvagio, di cui fra poco udremo prodigi di sceleragine.

[50] Restaurato in Inghilterra il re legittimo, cinquantamila individui dell'armata di Cromwell furono d'un tratto licenziati. Per ò erasi nel caso di uomini sommamente civili e sensibili all'idea del dovere e dell'onore; sicch é « Alcuni mesi dopo (dice « Macaulay nella sua storia d'Inghilterra) non restava traccia, che indicasse che l'armata più formidabile del mondo era stata assorbita nella massa del popolo. I realisti stessi erano costretti a confessare che i vecchi soldati prosperavano più di ogni altro in tutte le oneste industrie; che nessuno fu accusato di furto o di brigantaggio; che nessuno ricorse alla carità publica, e che se un muratore, un carrettiere, un fornajo distinguevasi per la sua assiduità al lavoro o per la sua sobrietà, era da scommettere ch'egli fosse un vecchio soldato di Cromwell.»

[51] Per aggiunger credenza a quanto abbiam fin qui discorso sulle, condizioni generali e speciali del regno delle due Sicilie, ne giova addurre un saggio preziosissimo inviato in proposito dall'agente consolare di Francia in Chieti Signor Rotrou al console generale di Francia in Napoli:

«Ciò che avviene oggi è la necessaria conseguenza del sistema demoralizzatore applicato da Ferdinando II durante i suoi ultimi 12 anni con una perseveranza notevole. Dopo il 1848 non ebbe che un pensiero, uno scopo; render impossibile oggi restaurazione del regime costituzionale, assoggettando ad una completa schiavitù le classi medie: l'avvilimento così calcolato della borghesia, la licenza autorizzata e incoraggiata della classe infima dovevano alla prima togliere ogni fiducia, ogni forza, ogni risorsa in sé medesima.

Il ritorno senza transizione al regime costituzionale era tanto più pericoloso, che crasi avuta gran cura, da dodici anni, di far sparire tutto ciò che poteva agevolarne il ristabilimento. Il basso popolo educato a non riconoscere che i diritti del re, nulla scorgevasi al di sopra di lui: nella sua mente la legge non era che la espressione della volontà del suo signore, d'ordinario clemente per lui, sempre inflessibile per il borghese.

Nel 1860, allorché s'invocava disperatamente codesta costituzione, si spiegava nel tempo medesimo alle classi infime ch'essa non era che il resultato delle violenze della borghesia, la quale mirava a impadronirsi del potere monarchico per accrescere le gravezze del popolo e per vendicarsi su di esso delle sue lunghe sofferenze.

Era naturale che fosse pronta a difendere con tutti i mezzi possibili ciò che gli si mostrava come salvaguardia della sua indipendenza, come protezione contro la tirannia e l'insaziabile avidità de' borghesi, co' quali trovavasi in perpetuo antagonismo in in tutte le relazioni della vita.

Non è dunque da meravigliare se questa classe infima vide la rivoluzione con grande malcontento; anzi vi è da rimaner sorpresi, se essa non ha a in un modo più efficace, concorso alla difesa di una causa, nella quale le, orti del monarcato erano accomunate alle sue.»

[52] Metternich.

[53] Tra questi figurava il - Risorgimento Italiano - stampato in Firenze, che in quell'epoca era un giornale di opposizione, propugnatore principalmente della causa liberale romana, veneta e napoletana.

[54] Guerre di tutti contro tutti.

[55] Celebre è la rivoluzione del 1820 circa, che si disse piemontese, ma che origin ò da Genova, quando, parmi nel Marzo il Capitano Palma alla testa del suo reggimento lev ò il grido di «viva il re e la costituzione spagnuola» che già era stata promulgata in Napoli dall'infante di Spagna Ferdinando VII in seguito del vessillo di libert à innalzato da Riego e preparalo dai carbonari.

[56] Esempio vivente è la Prussia, il cui re briaco dello spirito Divino,piuttostoché, ajutato dal popolo, costituire nel suo senola supremazia germanica,preferisce intendersela da solo con Dio, in onta a tutte le eventualità della rivoluzione sopra le spalle.

[57] Il principe di Carignano fu poi re Carlo Alberto.

[58] Il migliore elogio pel regnante Vittorio Emanuele,, ricavasidall'antitesi coll'editto di Carlo Felice, allorch é tolse la costituzione. Nell'esordio, di cui riporto alcune parole, il suo illustre antenato rammenta i principii del DIRITTO DIVINO così gelosamente che noi farebbe un austriaco; mentre VittorioEmanuele non molti anni dopo sia intitolare - Re per volontà della nazione - Ecco le parole dell'esordio predetto

« Essendo dovere d'ogni suddito fedele il sottoporsi di buon animo all'ordine di cose ell'egli trova stabilito da Dio e dall'esercizio della sovrana autorità, dichiariamo che, di pendendo da Dio solo, spetta a noi scegliere i mezzi, che stimiamo più convenienti per raggiungere il bene, e pertanto non sarà da noi considerato come suddito fedele colui che osasse mormorare contro i provvedimenti, che ci parr à neces sario di adottare. Pubblichiamo dunque siccome regola di condotta per ciascheduno che noi non riconosceremo per sudditi fedeli fuorché quelli che si sottometteranno immediatamente, subordinando a questa sottomissione il nostro ritorno ne' nostri regi stati»

Quale cangiamento!... Eppure i principi furono sempre gli stessi!

[59] I dolorosissimi fatti di Sarnico e d'Aspromonte fanno ragione al mio dire.

[60] Il ministro di agricoltura e commercio Siccardi fe autore delle leggi sull'abolizione del foro ecclesiastico; sul divieto alle mani morte di acquistare per atto di ultima volontà, e sopra il matrimonio civile. Il ministro Santa-Rosa, anch'esso di agricoltura e, commercio (Siccardi da cui prese nome la legge era defunto) proposele al parlamento, e meno l'ultima ritirata dallo stesso ministro, le altre due furono approvate. Quinci reclami al solito proteste,. monitori, encicliche da Roma.

Santa-Rosa venne a morte, e tentato a rinnegare il voto dato alle leggi suddette, non dubitò coscenziosamente confermarle. Il viatico, l'esequie e la sepoltura furongli niegati dal parroco del convento de' servi di Maria.

Il popolo furibondo minacciava appiccar fuoco al convento. La milizia a stento potè frenarlo. Gli arcivescovi di Torino e di Cagliari distinguevansi sopra gli altri in turbar le coscienze con veementi pastorali. Messi in issato di accusa, vennero condannati, indi spinti in esilio. Altri ecclesiastici renitenti all'impero della legge, parimente vennero imprigionati e giudicati. Il convento de' Servi di Maria fu soppresso.

[61] Lettera dell'esimio consigliere Afancini, diretta al cardinale arcivescovo Riario Sforza il 2 Aprile 1861, in risposta ad alcune accuse del medesime contro l'autorità politica.

[62] Le gravi parole di Macaulàv, che riferisconsi a questo tratto, riproducono a capello le fasi istoriche della dottrina 'qui accennata nel contesto del discorso. Son desse troppo esemplari e istruttive, e meritano d'esser rammentate in proposito.

«Ecco... (ha l'autore precitato) ecco il frutto della politica misericordiosa del re Guglielmo. Giammai egli non avea commesso un errore maggiore di quando concepì la speranza di poter vincere i cuori del clero con la clemenza e con la moderazione.

«Non aveva voluto prestar fede agli uomini, i quali aveano imparato con lunga ed amara esperienza che nessuna amorevolezza può domare la cupa ferocia del sacerdozio. Lo avea accarezzato e satollato, quando avrebbe dovuto provare su di esso gli effetti delle catene e della fame.

«Si era messo nel rischio di perdere la benevolenza de' suoi migliori amici col proteggere i suoi peggiori nemici.

«Quei vescovi che avevano pubblicamente ricusato di riconoscerlo per loro sovrano, cui per questo rifiuto doveano esser confiscate le dignità e le rendite, seguitavano tuttora a vivere senza molestie in palazzi, i quali avrebbero dovuto essere occupati da uomini migliori.

«E per questa indulgenza; indulgenza senza esempio nella storia delle rivoluzioni, quale contraccambio ha egli ricevuto? Appunto a questo, che gli uomini da lui salvati con tanta tenerezza dal R giusto castigo, ebbero la insolenza di dipingerlo ne' loro riti come persecutore macchiato del sangue de' giusti: chiedea vano la grazia di reggere con costanza alla sua sanguinosa a tirannia: gridavano al cielo per una flotta ed un esercito a straniero, onde liberarli dal suo giogo: di più accennavano ad a un desiderio così odioso, che neppure essi areano la fronte di esprimerlo chiaramente.»

[63] Una preziosa eccezione tra poche altre s'ebbe nel vescovo di Conversano, il quale acceso di santo sdegno contro i confessori che niegavano l'assoluzione aifedeli dichiaratisi per le libere istituzioni e per l'unità d'Italia, inveiva contro di loro cos ì

«Forte leviamo la voce nostra affinché i sacerdoti s'inducessero una volta a camminare sulla diritta via. La gran cecità! Quelle labra che debbono custodire la scienza; ossia la verità, la rettitudine, l'onestà, la santità, si aprono con grave scandalo delle anime redente ad insegnare l'errore e il mendacio; condanniamo tale condotta, perché irragionevole ingiusta,irreligiosa, e dichiariamo sospesi dall'udire le confessioni coloro, che d'ora innanzi ardiscono non concedere l'assoluzioneai fedeli, solo perché liberali, o perché abbiano datoil voto a favore del re d'Italia una e indipendente; infine perché erroneamente da loro si credano incorsi nello censura.»

[64] Affinché la timida coscienza di taluni non mi gridi la croce per dottrine impaurate dalle polizie, o scomunicate dal bigottismo, adduco a miosostegno l'autorità insospetta di due dottori insigniti dalla chiesa dell'onor degli altari.

Il primo è il venerabile cardinale Bellarmino «Per cagion legittima (ei dice) può la moltitudine cangiare regime in aristocratico o democratico, e viceversa»De laicis, lib. III. pag.257 - L'altro è l'angelico S. Tommaso. Nel suo trattato del governo del principe, cap. PI, pag.3 3. de regn. princ., si leggono i seguenti concetti.

«Avendo il popolo diritto di eleggere il suo re, se questi abuserà tirannicamente dell'autorità a lui confidata, il popolo può senza ingiustizia trarlo giù di seggio e tarpargli di mano il potere.

« Nè si creda che deponendo il tiranno, il popolo rompa fede e si renda ribelle, quando pure avesse promesso di stare a lui sommesso in perpetuo; perché col non esercitare l'ufficio suo, il principe meritò degnamente che il popolo dal canto suo non osservasse più i patti che avea giurato.

Nella quest. 4 2. art.2 3, secunda secundce, prosegue così

« Il governo tirannico non è giusto, perché non è ordinato al bene comune, ma al bene privato del principe: e però non è sedizione di rovesciare un governo tale, se non forse E in quanto si faccia così sconsigliatamente, che il danno della rivoluzione torni peggiore del rio governo del principe. »

« Sedizioso è anzi i! cattivo principe e non il popolo a lui affidato, quando egli per dominarlo più sicuramente, semina in mezzo ad esso discordie e alimenta le dissensioni. La qual cosa è tirannia bella e buona, come quella che si propone il vantaggio proprio in ragione di fine, e il publico scempio.»

Certamente questi principi, oggi specialmente, sono noti; ma non dee cessarsi in ogni occasione rinfrescarli alla memoria, a fine di renderseli familiari contro le pretensioni de' divinisti e de' legittimisti assoluti.

[65] Pio ix nel farsi iniziatore di riforme liberali, e in predicar la crociata contro lo straniero austriaco nel 1848, vogliasì o no, riconciliò infinite coscienze colle teorie della indipendenza nazionale e della libert à .

I cospiratori tendenti a questo scopo, i quali poco prima eran riguardati come discepoli di Satanasso e di Belial, affrancati dalle catene e riposti in onore della vene randa parola del pontefice, vennero diffidati alle bieche giurisdizioni, ai tribunali di penitenza, alle inquisizioni.

Il DIRITTO DIVINO risenti una scossa tremenda nel DIRITTO POPOLARE che brulicava sotto le proprie ceneri.

Il diritto divino da quell’epoca perdi terreno, né sarà ch'il riacquisti mai più.

Lo stesso Pio IX attonito di conseguenze, che al certo non previde, si agita ancora per ripristinarlo in seggio; ma invecealla inutilità de' tentativi inun colla sua corte, aggiunge il risico gravissimo della religione.

[66] Monsignor Sibour mori nel 1849 trafitto da una palla sulle barricate di Parigi, mentre prodigava amorosi conforti ai feriti e ai moribondi. patriotti.

[67] Anche presso noi romani i preti non rifinano dal desiarci l'ilarità con siffatte fantasmagorie.

A S. Rosa di Viterbo crescono prodigiosamente le unghie -

S. Chiara di Montefalco, all'approssimarsi di una sventura, si agita e contorce nella propria urna -

A S. Niccola di Tolentino le braccia sudano sangue: nella chiesa poi dedicata ad onore dello stesso santo, in un buco misterioso, dove si ode bollirne il sangue, risanano dall'emicranie i creduli, che vi ficcano il capo -

In altro paese, di cui non ricordo il nome, è in onore il sacro prepuzio di N. Signore -

In Frascati presso Roma nell'atrio dei zoccolanti, un crocifisso dicesi da que'frati dipinto dal diavolo per comandamento di S. Francesco -

In Assisi, i religiosi di S. Francesco del convento detto le carceri, sono obligati di annunciare a Roma quando nel torrente fatidico sottoposto, disseccato per suo comando, riappariscano le acque; indizio di malo augurio pi ù o men grave giusta l'affluenza o il fragore di esse -

Presso alla porticina corale di detto convento, certo luogo cavernoso, ch'ha le sembianze d'un cratere vulcanico estinto, è spacciato da que' frati per un baratro in feriale -

E poi la Vergine santissima trasportata a cavalcione su i monti da contadini - Titoli usurieri, igienici di diverse imagini in fronte agli altari, a m ò di farmacia - Crocifissi sospesi in aria o sudanti sangue -

Altre imagini giranti le pupille o piangenti - Luoghi inaccessibili, sotto pena di perdere gli occhi -

Case o macigni volanti. a guisa di globi areostatici -

Sudari, amuleti portentosi; oli o acque restitutrici della sanità; corde e cordoncini contro le fiere o i fulmini a guisa de' scudi medusei o degli anelli magici d'Ariosto -

E poi violini e contrabassi angelici in paradiso; ovvero oli, stagni bollenti, forconi e uncini demoniaci nell'inferno ec: ec: -

Io dimando, in luogo di trovarci nell'augusto tempio della religione, madre di verit à e di candore, non sembra d'essere nelle moschee di Maometto; nelle piazze co' cerretani, o nel teatro co' prestigiatori?

Non par di vivere tuttavia a' tempi de' capuomantici, degli astrologi, degli aruspici o de' maliardi?'

Dio buono! Progredendo di questo passo, donde trarrem coraggio per menar addosso le forbici ai protestanti, che gridano al fanatismo, alla superstizione e all'idolatria di noi cattolici??...





















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