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Nicola Corcia un altro napolitano dimenticato (Zenone di Elea - 14 Settembre 2026)

NICOLA CORCIA (1802-1892) - ELENCO DEI TESTI PUBBLICATI SUL NOSTRO SITO
1841 NICOLA CORCIA - Delle origini italiche [I] e della diffusione dell'incivilimento italiano di Angelo Mazzoldi HTML ODT PDF
1841 NICOLA CORCIA - Delle origini italiche [II] e della diffusione dell'incivilimento italiano di Angelo Mazzoldi HTML ODT PDF
1841 NICOLA CORCIA - Delle origini italiche [III] e della diffusione dell'incivilimento italiano di Angelo Mazzoldi HTML ODT PDF
1841 NICOLA CORCIA - Delle origini italiche [IV] e della diffusione dell'incivilimento italiano di Angelo Mazzoldi HTML ODT PDF

IL PROGRESSO

DELLE SCIENZE, LETTERE ED ARTI

OPERA PERIODICA

Compilata per cura di L. B.

NUOVA SERIE

ANNO X - VOLUME XXVIII

NAPOLI

DALLA TIPOGRAFIA FLAUTINA.

1841

DELLE ORIGINI ITALICHE [Parte I]

Delle origini italiche e della diffusione dell'incivilimento italiano  all'Egitto, alla Fenicia, alla Grecia, e a tutte le nazioni asiatiche poste sul Mediterraneo,  diAngelo Mazzoldi. Milano, tipografia Guglielmini e Redaelli; 1840 in8°.

Onde si viene, dove si va? è stata e sarà sempre la perpetua quistione della filosofia. — Onde si viene, dove si va? e stato e sarà sempre il perpetuo problema della storia: Voglio dire che queste due scienze, la filosofia e la storia, Tana dall’altra aiutate, o a dir meglio l'umana intelligenza, studiando ne’ fatti della coscienza e in quelli della storia, che narra la coscienza di tutta l'umanità, pongono e si studiano risolvere i due sì malagevoli problemi del passato e dell’avvenire, e in qualsivoglia modo li risolvano, cantano sempre un inno a Dio, che del suo spirito creatore volle nell'uomo tale orma stampare, che si ardisce penetrar nelle tenebre di quello che già tu e di quello che sarà. Or per questo tormento onde l’uomo è affannato di conoscere non men che se stesso i tempi che lo precessero, e divinar la condizione di quelli che lo susseguiranno ne destini dell’umanità, studiando senza posa nelle due nobilissime scienze della filosofia e della storia (le quali a questi nostri tempi a tale altezza di contemplazioni sono giunte da non invidiare gran fatto né Platone ed Aristotile, né Tucidide e Senofonte, non dico quanto all’arte, che forse sarebbe follia, ma quanto al metodo, alla critica ed alla conoscenza), un dotto scrittore italiano dopo tanti altri e italiani e stranieri ha preso la penna per dire delle origini e dell’antichissimo incivilimento d’Italia: alto e decoroso subbietto per la patria non solo, ma ancora per l’A., il quale con peregrina erudizione ne ha discorso.

Con quanto desiderio i nostri napoletani, ed io con loro che ho pigliato l’assunto di far, come merita, onorata rimembranza nel Mazzoldi, avessimo desiderato l'opera sua non si tosto ne fu dato l’annunzio negli Annali universali di Statistica, non so dirlo; tanto per l’amore della patria e la comunanza degli studi era il desiderio che ci accendeva della lettura! E veramente un'opera, nella quale un italiano dà del bugiardo non solo a coloro che le italiche origini a questa e a quell'altra lontanissima gente attribuirono, ma ancora ai Greci che per se tolsero questa gloria, e in cui si cerca nientemeno che rivendicare alla nostra Italia il vanto della sua civiltà remotissima, e che i suoi antichi popoli, non dico alla Grecia, ma all'Egitto, alla Fenicia e a tutti i popoli posti sul Mediterraneo comunicarono, doveva senza più riuscire gratissima ai culti abitatori della patria comune, e procacciare gran lode al nobilissimo intente dell’A., il quale in questa nostra età, come egli dice, svogliata e novelliere, non ha perdonato a lunghi e profondi studi per dimostrar l’assunto argomento. Or pare al certo di non lieve difficoltà, se non fosse che per sola cagione di darne lode allo scrittore, pigliare ad esame, per darne contezza ai nostri lettori, un’opera di tanta dottrina, qual è quella

della quale ragioniamo, e che solo un uomo dell’erudizione e della critica del Mazzoldi, e nella conoscenza delle antiche storie come lui peritissimo, possa sopra di se prendere il carico di ragionarne come si conviene: nondimanco, pel solo amore delle patrie memorie e dell'italiana storia, secondo mia possa ne terrò ragione, e solo in grazia del vero, non per contraddire a sì prestante uomo, verrò dove mi par necessario proponendo i miei dubbi; i quali se mi venissero chiariti, dovrei senza più appigliarmi alla verità, unico scopo delle scientifiche investigazioni, e vieppiù onorare, come onoro, uno scrittore che avrà in tutto disnebbiata le oscurità dell’antichissima storia italiana, e meglio stabilita la difficile ricerca delle origini nostre. Ma io non so al mio esame dar cominciamento, senza dare al ch. signor Mazzoldi un sincero attestato della mia riconoscenza per aver degnato nella sua opera di rammentar con encomio da me non meritato la mia memoria intorno a' Pelasgi, inserita nel quaderno XLVI di questo giornale.

L’A. nel suo proemio, dopo aver posto da maestro la necessità insieme e l'utilità della storia, si fa a dire come siasi falsata la storia italiana prima da Greci, poi dagli stessi Italiani antichi, e come solamente ne' moderni tempi siasi volta la indagine delle menti speculative alla ricerca della generale storia del genere umano; nella quale, anziché dall'Italia' come era di dovere, prender le mosse, fu questo forse l'ultimo paese a cui si pensasse, e i dotti di altre origini non si sono dato pensiero che delle greche, sirie, fenicie, ed altrettali, e se Dio ne salvi, anche scitiche ed africane. E fatta la storia delle ricerche e de' sistemi che infine a questi ultimi tempi sonosi fatti e messi innanzi dal Guarnacci, dal Micali e da Luciano Bonaparte ecc., mostra come è mestieri ricomporre di nuovo per intero latta la storia antica; opera Faticosa e malagevole per difetto delle memorie de' più antichi popoli, ma confortata da' libri biblici, da' poemi di Omero ed Esiodo dagli avanzi delle poesie sacre pelasgiche e greche, le dalle opere infine de' sommi storici antichi che ci sono rimasti, comunque il tempo tanti altri non ne avesse risparmiati, e che non sodo, a giudizio dell’A., gran fatto da rimpiangere. Dopo le quali cose soggiunge:

«Né credo io che più agevolmente si potesse comporre l'istoria universale per mezzo di tutto questo immenso fascio di scrittore che andarono perdute né che la vanità moderna dovesse tanto piaggiarsi da credere ch’essa, potesse con più giudizio profittare di tali scritture, di quel che facessero uomini di tanto senno, di tanta dottrina e di, sì squisita eloquenza, che ne’ tempi antichi le ebbero Fra mano, che erano più vicino agli avvenimenti, a costumi, alle tradizioni di quindici o ventiquattro secoli, che vissero, in tempi in cui né le abitudini, né te lingue, né le religioni si erano affatto mutate, né le credenze falsate, né le generazioni tanto erroneamente mischiate 1e une alle altre.

«A crederne certi boriosi vantatori, ei vorrebbero aver oggidì sottocchio i sacri registri de' Caldei, degli Egizii, degli Etruschi, e standosi in Parigi, o in Londra, o in Lipsia, trarne maggior lame di quel che ne ricavassero d in ani luoghi Erodoto, Platone, Diodoro, Livio, Virgilio, Plinio, che pure li consigliarono a loro voglia.»

Giunto a questo luogo dell'A. io non so andare innanzi nell'esame della sua opera senza notar di passaggio cosa su questa censura che Fa a critici, senza le cui investigazioni parrebbe vano al certo l'affaticarsi sulle antiche memorie per trarne nuove deduzioni, onde fare con ciò più compiuta l’opera delle storie, e rispondere per tal modo ai moltiplici bisogni che al nostro tempo vuolsi veder soddisfatti nelle storie medesime. E prima di ogni altro a me sembra che i critici non si oppongono alle antiche tradizioni, né le contraddicono, se non quando ad altre più ragionevoli sono opposte e contrarie, e su i dati che le stesse storie offeriscono, Fondano le proprie osservazioni; e notando dove gli antichi presero manifestamente abbaglio, alzano meglio che gli antichi stessi l'edilizio delle storie. Oltreacciò gli antichi storici, non reggendo che un obbietto solo, quello della città romana, per esempio, della civiltà greca, e simili, senza curarsi d'altro, tuttoché vicini fossero e di luogo e di tempo' alle memorie che ai posteri tramandavano, riuscir dovevano manchevoli ne’ loro racconti; e se l’A. con ragione riconosce l’origine della storia di tolta l’umanità al nostro tempo viene con ciò egli stesso ad affermare che gli antichi videro meno de' moderni, i quali coll'aiuto degli stessi antichi storici, e d’altre induzioni a questi sconosciute, studiansi appianar molti vuoti della storia, in che tutta é riposta l'opera della critica e de' critici. Senzaché l'opera stessa del Mazzoldi parrebbe oziosa e vana, se star si dovesse assolutamente quanto circa le origini è la civiltà d’Italia e degli altri popoli ci tramandarono gli antichi scrittori. Il perché non panni presunzione quella de' moderni il rischiarare che fanno come possono le tenebre dell'antica storia coll'aiuto della storia medesima e della critica; pormi anzi un dovere di chi imprende a narrare le antiche vicende, supplendosi da ciascuno secondo sua possa a quello che gli antichi tacquero, o appena lasciarono intravedere. Mille esempi io potrei addurre della industriosa cura de' moderni per dichiarare non poche oscure cose dell'antica storia; ma di questo non vo’ dire più altro, perché lo stesso signor Mazzoldi ci porge il luminosa esempio dell'opera della critica per meglio esaminare e fermare le origini e la derivazione dell'incivilimento delle nazioni antiche.

Dopo avere intanto l'A. mostrata come molti chiari uomini sviandosi in questa ricerca coll'aver troppo largamente creduto alle parziali narrazioni storiche degli antichi nel non aver mai sospettato la trasfigurazione che fecero i Greci dell’istoria antica nel mischiarsi cogl’Italiani; nell’aver voluto cercar le tracce della comunanza di origine delle nazioni piuttosto nelle radici delle parole e nelle etimologie e v in certe forme delle lingue tante volte alterate e mutate che in qualunque altro elemento di prova istorica; per far fine al suo proemio pone il disegno della sua opera intenta a dimostrare il principio, che l'incivilimento non si propagò già dall’oriente all’occidente come finora si credette, ma ben piuttosto dall’occidente alt oriente; a dimostrare il quale esamina nella prima parte della sua opera le opinioni così degli antichi come de' moderni opposte e contrarie al principio medesimo, per passare nella seconda alla investigazione delle nostre origini italiche, e della diffusione dell'italico incivilimento in altre contrade del mondo.

Nel primo e secondo capitolo dell'opera il Mazzoldi ragiona delle false origini greche, colle quali comincia il suo esame, per essere queste origini più radicate negli scrittori. Or procurando in prima l'A. di dimostrar falsi i primi trapiantamenti de' Greci in Italia che percorsero e susseguirono, secondo le greche tradizioni, la caduta di Troia, tutto lo stato si fa ad esaminare della greca civiltà a quei tempi colla guida di Omero, per osservare se a tale fosse giunta da spedir fuori colonie. La società greca, egli dice, «ne' tempi stessi della guerra trojana, era nel principio del periodo eroico della sua esistenza, poco innanzi uscita dallo stato, ferino e selvaggio. Tutta l'Ellade trovavasi divisa in una moltitudine di piccoli villaggi o borgate di pastori, di cui ognuna aveva il suo re e il suo senato, composto di pastori che soperchiavano gli altri col numero delle gregge»; e per offerire un'immagine di questi reami de' Greci trasceglie quello di Ulisse, sì perché non fu de' manco celebri, e sì perché Omero ne fece nell'Odissea la più minuta descrizione. Itaca, la patria di Ulisse, non era che poveri scogli abitati da mandre di capre e di porci, i cui custodi formavano il popolo, i padroni il senato, a cui spettavasi unitamente al re deliberar della pace, della guerra, delle alleanze e d ogni più gran negozio. E questo popolo e senato e re erano sì poveri che Menelao, il quale otto anni continui tutti i paesi della costa asiatica ed africana aveva messi a ruba, s era proposto, se Ulisse tornasse in patria, di tramutarlo col figlio, la mogliera e tutto il popolo in uno de' suoi villaggi, per fargli ivi godere quell’agiatezza ad essi sconosciuta nei sassi d'Itaca. Laerte, re e padre di Ulisse, zappava colle proprie mani un poderetto; dormiva l'inverno in fra i servi sdraiato sulla cenere accanto al fuoco; e la state e l'autunno in sullo strabe a cielo scoverto quà e là per la sua vigna; ed una veste tutta rattoppata e sozza, schinieri di cuoio, che le gambe gli difendevano dalle spine, ed un berrettone di pelle di capra, formavano il suo reale abbigliamento. Le facoltà e sostanze di questi re, secondo Omero, oltre al vasellame. e ai tessuti delle donne di casa, erano tutte riposte in buoi, capre, pecore, majali e ne’ custodi loro: né il poeta fa alcuna menzione di monete, perché veramente, dice il Mazzoldi, in sul finire della vita selvaggia non esisteva moneta in Grecia, giovandosi a tal proposito dell'autorità di Plinio, il quale afferma la medesima cosa (1). Comunque intanto Omero rammenti il talento, il doppio talento, e il mezzo talento d’oro, io non voglio entrare a disputare sulla interpretazione da darsi a questi luoghi del poeta; solo non voglio tralasciar di dire non esser dubbio che la condizione degli antichi Italiani nel commerciare, non col mezzo della moneta, ma per via di permutazioni, non fa dissimile da quella de' Greci; per ciocche appena sotto Servio Tullio fu battuta in Roma la prima moneta di bronzo, per essersi avanti di quell'epoca usati pezzi di bronzo senza segno 0 immagine veruna, come apprendiamo da Timeo, citato dallo stesso Plinio (2), ed aveva per impronta nna pecora; il che dimostra che nel bestiame in Italia Come in Grecia era riposta ogni ricchezza (3). Appresso vedremo qual conto dovrà farsi della leggenda che Giano fosse stato il primo a batter moneta; solamente da questa tradizione mi par di conchiudere, quando vogliasi ammetterla veramente, come fa il Mazzoldi, che i trapiantamenti degl'Italiani in Grecia dovettero essere di molto posteriori alla guerra di Troja, perciocché i Greci colla civiltà ch'ebbero dagl’Italiani, come egli si persuade, dovettero ancora apprender l'arte di batter moneta, la qual cosa non conoscevano, secondo studiasi dimostrare, al tempo di quella guerra. Ma ciò sia detto di passaggio.

E proseguendo l'A. a dire dello stato della Grecia al tempo della guerra trojana, dice che la pastorizia, le arti manuali e l’agricoltura offerivano opera alle callose mani degli altri regi asiatici e greci. E però in Omero sono concordi le similitudini alle abitudini di chi le faceva, ed il poeta stesso i re achivi intenti a formar le belliche ordinanze assomiglia a caprai che spartiscono le gregge. Quanto alle arti, si esercitavano senza alcuna distinzione da questi re e regine; e il vitto, il vestito, l'abitazione, le consuetudini, l'avarizia, la durezza dell’animo di questi regi, concordi a questa loro dura e callosa vita. La gola de' cibi muoveva più che ogni altra cosa i grossi regi di Omero, e il gran pensiero primo che ne determinava le imprese era l'avarizia e la rapina. Così che la vera cagione della stessa guerra trojana, dice il Mazzoldi, non fu già la recuperazione della rapita Elena, ma fu si l’avarizia che mosse le popolazioni greche «a depredare non solo i Trojani, ma, tutte le coste dell'Asia minore, già molto più inoltrate nella civiltà e ne misterj delle arti, per rifornirsi le case di vesti, di vasellame e di femine. Per questo li vediamo innanzi in guerra assalire e saccheggiare Cnsa, Lirnesso, Tebe di Cilicia, e tutta la costa asiatica, e rapirne e spartirne col, mobile le donne poco più vaiatale che come mobile, se non era sul loro volto fiore di gioventù e di bellezza.» La quale avarizia e cupidità, di rapina, che determinava le imprese di quegli eroi greci, combattenti, re e soldati non men coll’armi che co sassi, vieppiù si rende manifesta ne loro fatti personali racconti da Omero, il quale ci disvela ancora la natura ferina di quegli animi duri; essendo piene le battaglie della Iliade di snaturati assassini!, non omicidii, commessi in supplichevoli ornai impotenti a rialzarsi, non solo con infinito strazio, ma con ischerno e diletto orribile. E a dimostrare la spaventosa ferità di que’ tempi, il Mazzoldi rammenta l’orrendo sacrifizio di dodici giovinetti ai quali avendo Achille segata la gola di sua mano, li scagliò in olocausto in mezzo alle Gamme per onorare l’esequie dell’estinto Patroclo; e conchiude: io mi aggiro per memorie non di tesmofori, ma di Cannibali. — Se questa cosi fatta gente potesse avere anima a fondare colonie in paesi stranieri e a farsi propagatrice di civiltà, io il lascio considerare al lettore. Questo passo dell'A. ci obbliga a soffermarci alquanto per notar qualche cosa su queste due solenni accuse ch'egli dà colla testimonianza di Omero agli antichi Greci, dir voglio di sfrenata avarizia, o meglio di amore dell’altrui, e d’immane ferità ne costumi.

Non può dubitarsi che feroce era l’indole degli eroi della Iliade; e che molto solleticavali l'amor del bottino, perciocché e l'una e l'altro sono manifesti da racconti di Omero; ma che la sola avarizia consigliasse le guerresche spedizioni de' Greci per depredare i vicini popoli e i lontani, e che si potesse indi inferirne che perciò non potessero fondar colonie e diffondere in altre contrade la lor civiltà, non parmi legittima conclusione. Senza trattenermi sulla cagione che FA. assegna alla guerra troiana, la quale per altri non meno autorevoli scrittori non fu già il ratto d Eleo a, o l’amore della rapina, ma sì la potenza de' Pelopidi, spinti dall’ambizione verso l’Asia minore, donde era uscito il capo della loro famiglia, e dove era l’impero de' loro maggiori, che i Dardani avevano rapito a Tantalo; io domando, quale grande spedizione al mondo Don fa consigliata dall’utile? Quale impresa inoltre più disinteressata delle Crociate? e pure chi non sa i saccheggi, le ruberie, le depredazioni de' Crocesegnati? Ma da tutto questo non seguita che barbari affatto erano, né che da contrade si partivano d’ogni luce mute, come direbbe il poeta. Feroce era ed inumano l’indole degli eroi dell'Iliade; ma non so se in Italia fossero stati a quella stagione più miti costumi, e culti men sanguinosi de' Greci antichi. A Tarquinia in fatti s’immolavano i prigionieri; i Sabini sacrificavano vittime umane, e nella stessa Roma, che dalla colta Etroria apprese le arti della pace e della guerra ed un vivere più civile, si conservarono gli orrendi sacrifizii umani, fin ne’ tempi più culti della repubblica senza dire le orrende leggi del patriziato, con cui e si vendevano, e si esponevano e si uccidevano i figliuoli, e davasi facoltà a' creditori di squartare l’insolvibile oberato per dividersene le membra (4). Con umane vittime i Romani placavano Dite, e per la salute delle famiglie immolavano fanciulli alla Dea Mania, madre de' Lari (5). Cajo Mario immolava Calpurnia, la propria figliuola, agli Dei Averrunci, perché gli fossero propizii nella guerra che andava a combattere contro i Cimbri (6). Passo sotto silenzio la crudeltà di Ottavio, il quale dopo l'espugnazione di Perugia immolò all’ara di Cesare trecento romani tra Senatori e cavalieri (7); taccio quella di Massenzio che prendeva augurii delle viscere palpitanti di fanciulli (8). Questi fatti della meno antica storia romana appalesano abbastanza di quale animo fossero i più antichi italiani; e basta dire che solamente l’imperatore Adriano abolì da quasi tutto l’impero gli umani sacrifizii, come ci fa sapere Pallade che scrisse de' misteri mitriaci, citato da Porfirio (9). Avvertasi del resto che i dodici giovanetti sacrificati da Achille erano de' Trojani, e però sicuramente prigionieri. Senzaché veggasi in Porfirio il lungo catalogo de' popoli che praticavano questi sacri omicidii, per non attribuirli a' soli Greci. E ben e da credere col Cesarotti che questi umani sacrifizii non fossero statutarii ed universali, ma che avessero luogo solamente nelle occasioni straordinarie, e ne maggiori eccessi del fanatismo. L ira per la morte dell'amico potè solo consigliare ad Achille l’orrendo sacrifizio. Del rimanente è manifesto dalla storia che le greche co Ionie non erano deliberate dalle pubbliche ragunanze de' popoli, o ordinate da' potenti che presiedevano alle repubbliche; ma l’abbondanza della popolazione, la incompatibilità delle schiatte, le guerre di religione, le dissensioni cittadine ta intolleranza politica e religiosa, le persecuzioni, la tirannia obbligavano ad espatriare, e l’amore della libertà conculcata ih patria spingeva a trovarla fuori. L’istinto della giustizia, l’odio della tirannia scorgeva quelle colonie a trovare altre terre ed altro cielo, e faceva sì che con ordini migliori e più equi in altre contrade si stabilissero. Il perché, comunque sono spesso tramischiate in favolose tradizioni negli scrittori, io non so discredere né alle colonie che prima e dopo la guerra troiana i Greci menarono nelle nostre regioni e nella Sicilia, delle quali non parla l’A., né alla civiltà che vi diffusero.

Ma per tornare all'esame della greca civiltà al tempo della guerra di Troja, o poco prima o poco dopo di questa guerra, a volerne stare alle sole testimonianze addotte dal Mazzoldi, non si avrebbe al certo gran ragione di contraddirgli, se altre testimonianze egualmente di Omero e dì qualche altro greco scrittore non ci mostrassero i Greci giunti a quell’epoca, non dico ad una civiltà perfetta, ma senza dubbio superiore a anello di popoli semplicemente agricoltori e pastori. Non è dubbio in fatti che al tempo della guerra trojana tutti i popoli delle isole greche, del Peloponneso, della Grecia centrale e della Tessaglia, tranne i Dori e gli Arnei, si davano alla pastorizia ed all'agricoltura; ma avevano ancora città numerose cinte di mura, coltivavano tutte le arti industriali, avevano una marina, ed esercitavano il commercio. Questi elementi di civiltà, indistintamente diffusi fra tutti, si erano disugualmente svolti; perciocché il Peloponneso, l'Attica, la Beozia erano più innanzi della Locride, dell'Etolia, dell'Acarnania e dell'Emonia. In uno spazio men grande di territorio, di una eguale fertilità, il Peloponneso, l’Attica, la Beozia, conteneva un più grande numero di città. Il reame di Achille, comprendendovi gli stati tributarii, sorpassava la Beozia in estensione; intanto Omero nomina trent’una città nella Beozia, e sei solamente nel regno di Achille, e in tutta la Grecia il poeta rammenta diciassette città con epiteti che indicano la possanza o la ricchezza. Or di queste città, sedici appartengono al Peloponneso, all'Attica, all'Eubea, alla Beozia; una sola, Jolco, è situata nell’Emonia (10).

Or per dire partitamente della greca civiltà, presenta Omero il florido stato dell'agricoltura al tempo della guerra trojana (11). Erano in Grecia copiosi verzieri (12), e le greggio tutta la parte delle campagne ricoprivano che non era addetta agli ortaggi e alla coltivazione (13) E quanto alla costruzione delle città, le greche popolazioni stabilite dentro terra, molte ne avevano fabbricale da tempi più remoti. Si riferisce, dice Strabone, che negli antichi tempi la Laconia era detta Ecatompoli, 0 la contrada dalle cento città (14). Questa notizia stati' etica, relativa ad un solo paese, dimostra la prodigiosa quantità delle città edificate da' Greci sino al tempo della guerra trojana. Omero ne rammenta cento trentacinque principali (15), tra le quali ne nomina quindici come vaste., bene edificate, civili, e ben fortificate (16), cioè Epi e Pilo nella Messenia; Lacedemone nella Laconia; Elide nell'Elide; Micene Tirinto, Cleona nell'Argolide; Gonoeeea ed Elice nell'Egialo; Atene nell'Attica; uii nell’Eubea; Crissa nella Focide; Jpotebe, Medeone nella Beozia; dolco nell'Emonia. z

Quanto alla marina ed al commercio, i Greci dell’Emonia, della Grecia centrale, del Peloponneso e delle isole greche, equipaggiarono mille e sessantaquattro navi per la guerra trojana (17); e compresevi circa quaranta altre navi che i Feaci possedevano, è manifesto che la marina greca, al tempo di quella guerra, giugneva a mille cento quattro navi, numero di due terzi superiore a quello che i Greci possedettero nelle epoche susseguenti. Queste navi non erano barche, ma veri vascelli: quelli di Filottete non contenevano per vero più di cinquanta uomini; ma Omero dice ch’erano i più piccoli della flotta (18). Quelli de' Beozii portavano cento venti soldati (19). Erano inoltre guerniti di remi, alberi e vele (20). È è da notarsi che tutti i popoli dell'Emonia, della Grecia centrale, e del Peloponneso, tranne gli Arnei, i Dori, gli Area di (21) somministrarono la loro parte alla flotta mandata contro Troja; e da (pesto fitto si raccoglie che di cinquantuno piccoli reami, quarantotto costruivano vascelli, praticavano il mare, e raccoglievano i vantaggi dipendenti dal possesso d’una marina.

Dopo che Minosse ebbe repressa la pirateria, si potè correre più liberamente il mare (22), ed il commercio divenne fiorente. Gli schiavi, i bestiami, il ferro ed il rame erano gli obbietti di questo commercio. Palamede inoltre aveva già inventato i pesi e le misure, poscia rettificate da Fidone e d’Argo (23).

E per ciò che spetta alle arti industriali, al tempo della guerra troiana i Greci sapevano estrarre dalle miniere i metalli; sapevano lavorare, fondere, scolpire cesellare l’oro, l'argento, il ferro ed il rame (24). Conoscevano l’arte di filare, di tessere, di tingere la lana ed H fino (25), di lavorare il legno e l'avorio (26). L’industria aveva (peste materie appropriate ai bisogni ed ai capricci del lusso. I guerrieri erano provveduti di tutte le armi offensive e difensive che furono in uso sino alla scoverta della polvere: elmi, corazze, bracciali, cosciali, gambali, giavellotti, archi, frecce, clave, lande, spade e pugnali. Le armi de' capi erano adorne di argento, e i cincinni delle foro chiome di cicale d'oro (27). I palagi dei re erano pieni di preziose suppellettili, ed ornati con magnificenza. Taccio fa splendidezza del palagio di Alcinoo perché il nostro A. crede i Corciresi una colonia d'Italiani; rammento soltanto quello di Ulisse, maraviglioso per le splendenti soffitte, per le alte colonne. Il trono di Penelope, opera di Iemalio, era d’oro e di avorio. Questa magnificenza, questa splendidezza e le arti che le producevano, s’incontravano sul continente, come nelle isole della Grecia; si trovavano a Micene, a Pilo, a Lacedemone, nelle reali magioni di Agamennone, di Nestore e di Menelao.

Né da meno era progredita l'architettura, la scollerà e la poesia. Gli epiteti che Omero dà ad alcune città, e gli avanzi delle mura e delle torri scoverti non è molto, i se i poteri, ì templi, ed altri monumenti rammentati da Pausania, degnali alcuno tuttavia ne avanza, come la tomba di Atreo, dimostrano a qual grado di perfezione era giunta l'architettura e il taglie delle pietre. Gli Argonauti dedicarono una statua di bronzo ad Apollo Argeo (28). Oleno e Femonoe, il primo Lino, ed il primo Museo, Crisotemi, Filammone, Lico, ed il secondo Lino dischiusero in Grecia il campo della musica e della poesia. Appresso Orfeo in Tracia, che superò tutti i suoi predecessori, Baci di Beozia, il secondo Museo di Atene, Tamiri, Anfiarao, Tiresia e la sua figlia Dafne o Manto, Palamede d'Argo e Corinno, che le lodi cantarono de' numi e degli eroi, senza parlare degli altri poeti prossimi al tempo della guerra troiana che le passioni descrissero e le gesta degli uomini, come Automede di Micene, Demodoco di Corcira, Femio d'Itaca, Melisandro, Siagro, Orebanzio di Trezene, primi autori della poesia epica, chiaramente dimostrano che la società greca non fu di soli porcai e pecorai; perchè dove sono arti e poesia vi deve essere ancora gentilezza, e non costumi si barbari ed efferati, come dice il nostro Autore.

Ma facendo ritorno alle osservazioni, colle quali oltre alle cose già dette cerea dimostrare che i Greci non navigassero in Italia prima della guerra Troiana, osserva come poco prima del tempo di questa guerra la navigazione era presso di loro nella sua infanzia, si perché dieci anni furono appena bastevoli per allestire il naviglio che condor dovevali a Troia, sì perché, espugnata questa città, quasi tutti i greci condottieri andarono dispersi per l'imperizia del navigare. Né per questa dimostrazione mi sofferma l’altro fatto che adduce dell'impresa degli Argonauti, cinquant'anni in circa prima della guerra trojana, a proposito della quale afferma: «Niuno de' piccoli villaggi greci d’allora, niuno di quei re ricchi di donne, di buoi, di pecore, di porci, avrebbe potuto costruire del proprio un naviglio atto al mare; si unirono adunque nella spesa di questa costruzione cinquanta giovini figli di re, tutti appartenenti a famiglie d’eroi e di semidei». Perciocché da quanto abbiam detto circa le città della Grecia è manifesto che in Grecia non erano solo villaggi, ma città ben costrutte e fortificate; e i cinquanta giovini figli di re non si unirono per dividere la spesa della spedizione; ma perché tutti gli stati della Grecia, per quello che saremo appresso per dire, ebbero interesse a quella spedizione. Questo solo mi sofferma tra le asserzioni dell'A. che la costruzione della nave d’Argo fosse tirrena, ossia italiana, perché «Eeta era figlia di Circe, una regina italiana; perche Frisso era discendente da Eolo, un re parimente italiano; perché gli Argonauti a detto loro navigarono a Coleo per rivendicare l'eredità di Frisso a cagione della parentela; perché Pelia era figliuolo di Tiro di Salmoneo uno de' Titani; perché finalmente la spedizione partì da Orcomeno, una colonia italiana, da coi si spiccò il ramo di Dardano fondatore di Troja». Di tutte queste cose appresso ragioneremo; ma che l’impresa degli Argonauti fosse stata una impresa da pirati, come seguita a dire il Mazzoldi, è gratuita asserzione affatto contraria alla storia, perciocché fu anzi ordinata appunto a reprimere la pirateria. I pirati fenicii e carii, a cui erano tramischiati i greci, e soprattutto gli Ateniesi, infestavano l'Egeo. Alcune barbare nazioni, stabilite sulle rive del Ponto Eussino, desolavano colle loro piraterie le coste della Grecia, e impedivano il commercio del Ponto, trucidando gli stranieri che sbarcavano presso di loro. Videro i Greci l'urgente necessità di reprimere questi barbari e ladroni che minacciavano di sconvolgere tutta la lor società. Minosse 11 rilega i malfattori che occupavano le isole, reprime gli Ateniesi e impone loro un tributo. Adottarono i Greci un codice marittimo ch’ebbe la sanzione generale, e di cui il più antico storico dell'Attica, Clidemo, ci conservò la principale disposizione, dicendo, essere pubblico decreto de' Greci, che alcuna trireme non navigasse ad alcun luogo, la quale portasse più di cinque nomini; e che il solo Giasone, comandante della nave Argo, andava navigando intorno con questa per tener lontani i latrocinii del mare (29). Tutti gli stati fondati nella Tessaglia, nella Grecia centrale, nel Peloponneso presero parte alla spedizione, perché tutti s’interessavano della distruzione della Pirateria. Sul modello del pentecontoro di Danao, della nave di Bellerofonte e di quello di Dedalo si costruì la nave Argo, il più grande e il più veloce di quelli che si fossero costrutti da' Greci. Ma questa nave non fu la sola armata dagli Argonauti, sì bene la principale della flotta da essi raccolta. Fu questa la cagione immediata e vera di quell'antichissima impresa e in questo modo condotta; alla quale del resto un’altra ne concorse, le miniere d’oro della Colchide, che davano importanti prodotti ai re di questa contrada (30).

Conchiude finalmente l’A. il primo capitolo coll’addurre un’autorità di Giuseppe Flavio circa la vanità de' Greci nel darsi a credere come i primi popoli civili del mondo, i primi sapienti, i primi fondatori delle città, i primi trovatori delle arti e i primi legislatori, quando che lotte queste ed altre simili cose da altri popoli avevano apprese, e molto tardi cominciarono a scrivere storie; soggiugoendo ancora le autorità di Platone ed Aristotile circa l’ignoranza de' Greci nell’antichità, e le loro false memorie scritte de' tempi antichi. Ninno certamente vorrà e potrà contraddire non solo a cosi celebri scrittori, ma ancora al sig. Mazzoldi che ne allega le autorità; ma qual pro ne viene di tutto questo alla questione? si Ktrà dimostrare con ciò che più ne sapessero i più antichdiani, i quali, comunque de' Greci più modesti, non si chi boro storici delle cose proprie prima de' Greci?

I Greci ebbero senza dubbio la lor civiltà dall'Oriente; ma seppero sì potentemente vantaggiare ed abbellire la sapienza tradizionale degli orientali, che fa una meraviglia; né so qual popolo al mondo potrà mostrare di aver dato di se così alta e sublime e gloriosa testimonianza nelle più belle e sostanziali manifestazioni dell'umanità quanto la nazione greca; ed è senza più da convenire col ch. autore che «natura abbellì fuor di modo con ogni suo maggiore e più caro dono quella terra e quel beato cielo di Grecia; ne gli uomini vi furono discordi che anch'essi al bello della realtà vollero aggiugnere il bello dell’immagini.» Né da ultimo ci sembra che giovar possa all'argomento ciò che l'A. conchiude sulla tarda diffusione delle dottrine di Talete per la Grecia, e su gli strani insegnamenti di Eudosso sai sistema astronomico; così perche il vero tarda molto a farsi strada nelle mente de' ciechi mortali, così perché colla ipotesi ha sempre avuto principio Inscienza; ed a questo proposito basta dire che solo nella fine del secolo XV doveva Colombo praticamente dimostrare la rotondità del Globo, verità sino al suo tempo tutta teorica, che non era rissata nella pratica. Ma de' sistemi astronomici de' Greci, che A. giudica colla scorta della sapienza celeste di Eudosso, e che vuol restituire al popolo a cui appartengono, terremo appresso ragionamento, allorché sarem giunti all'esame della parte della sua opera dové egli ne discorre. Solo qui non vogliamo lasciar di dire che se Senofane insegnava che le stelle si smorzano la mattina per riaccendersi la sera, e che il sole è una nuvola infiammata, ecc.; e se Eudosso assegnava a ciascun pianeta una provvista di sfere di cristallo per compiere i suoi diversi giri, ed altre simili stravaganze, i Greci fin dal tempo della guerra di Troja avevano riconosciuto ed impostò il nome alle costellazioni, ed a’ quelle si rivolgevano per dirigersi ne’ loro viaggi marittimi. Ulisse in fatti regola abilmente il timone, e contempla di continuo le Plejadi, Boote e la Grande Orsa, dice Omero nell’Iliade e nell’Odissea (31): la qual conoscenza pratica delle costellazioni bastava certamente ai Greci fin da' tempi più antichi per dirigere i loro marittimi viaggi, tuttoché falsi, anzi ridevoli, fossero i sistemi astronomici de' loro filosofi; la qual cosa dimostra che la Sapienza volgare è spesso per romanità miglior guida di quella de' filosofi.

Data ragione il Mazzoldi, come abbiane veduto, della più remota civiltà della Grecia, per venire alla conclusione se i suoi abitatori potettero portar colonie in Italia e incivilirla nel secondo capitolo dell'opera si fa a discorrere di proposito delle origini greche, e de' passaggi de' Greci in Italia, i quali, posto il detto stato di pecorai e porcai in patria, di pirati fuori, e di efferati e selvaggi costumi in patria e fuori, dovevano senza più parergli affatto falsi, e messi in mezzo soltanto dalla greca vanità, e per piaggiare i Romani divenuti dominatori della Grecia non solo, ma ancora del mondo. Esamina a tal fine le tradizioni di Dionigi sulle italiche origini, e dobbiam convenire che il greco storico le origini romane distinguesse dalle italiane, tenendo che i Sicoli e i Tirreni fossero originarii d’Italia; che il Lazio fosse la terra ab antico posseduta da' Sicoli, e che i Romani, procedenti dagli Albani, fossero un misto di Arcadi, Pelasgi, Epei e Trojani. Ma quanta ragione si avesse lo storico di Alicarnasso e con lui il Mazzoldi di stimare i Sicoli e i Tirreni originarii d’Italia, è manifesto da altre tradizioni, e dall’antica geografia. Non par dubbio in fatti che i Sicoli furono un popolo antichissimo dell'Epiro, paese un tempo di grandissima popolazione, come attesta Strabone (32), e donde vennero, secondo noi pensiamo, in Italia le più remote emigrazioni. Plinio in fatti rammenta i Siculoti (33) tra gli antichi abitatori di questa regione, tra i quali annovera ancora i Siculi (34), che vi durarono sino a' più bassi tempi romani, come dalle testimonianze di Tolommeo e della Tavola Peutingerana è manifesto (35). Ed è notabile altresì che Plinio congiuntamente a' Siculoti nominò i Vardei, che in tempi sconosciuti alla storia fecero un’irruzione nell'Italia. Furono questi popoli gli stessi che gli Ardici ricordati da Strabone, che rimpetto l’isola di Faro abitavano (36), e ne’ quali dobbiam forse vedere i primi fondatori della pelasgica Ardea. Oltreaccio le sole testimonianze di Plinio e Tolommeo, e il veder forse in Truento stabilita un’antichissima colonia di Liburni vicini de' Sicoli, bastarono ad un valoroso critico per affermare che i primi di questi due popoli occuparono in tempi antichissimi le spiaggie dell’Adriatico opposte all’Epiro e alla Dalmazia, e gli altri popolarono l'Umbria inedia, la Sabina, il Lazio e le regioni, dove la storia ha poscia riconosciuto i popoli sotto i! nome di Opici (37). Ed una fuggevole memoria serbataci dallo stesso Dionigi conferma tutte queste conghietture; perciocché nella contrarietà delle opinioni addotte dallo storico d’Alicarnasso circa il popolo espulso. dall'Italia da' Pelasgi insieme e dagli Aborigeni, Ellanico di Lesbo diceva non essere stati i Sicoli, ma gli Elimei (38). Or essendo noto dall’antica geografia che gli Elimioti furon popolo epirotico (39), ed Elimeja regione e città dell’Epiro (40), chiaramente si vede che gli antichi indicavano sempre un popolo medesimo originario di questa contrada. Euripide inoltre pone nel mare Jonio i campi della Sicilia (41), e Polibio l’isola Cefallenia presso il seno di Corinto nel mare sicolo (42); ed apprendiamo da Strabone che il mare siedo toccava verso settentrione le parti australi dell'Epiro insino al seno Ambracio, e alla spiaggia che formava il seno di Corinto presso il Peloponneso (43). Aggiungasi che sotto il nome di Sicoli comprendevansi ancora i Caoni (44), popolo fuori dubbio dell’Epiro, nella quale contrada Echeto, che regnava, secondo scrive Omero a Bucheta (45), è detto da un antico comentatore Re de' Sicoli (46). Dalle quali testimonianze non è dubbio che il mare da alcuni più recenti scrittori detto Jonio, da altri più antichi dicevasi sicolo, la denominazione del quale dobbiam riferire al dominio che gli antichissimi Sicoli ebbero su tutta quella costa. Del rimanente il Niebuhr dopo aver detto come gli scrittori romani nominavano Argivi onesti Sicoli come la Pelasgia era detta Argo, osserva che «Varrone con un solenne errore li stimò Aborigeni, e Dionigi seguendo l’autorità di questo scrittore, si perde in un labirinto, congiungendo tra loro cose diversissime, i racconti delle cronache romane e quelli di Ellenico e di Mirsilo di Lesbo, in guisa, che dové vedere ne’ Sicoli i nemici de' Pelasgi e degli Aborigeni, e che fossero barbari; nel mentre che sotto questi tre nomi avrebbe dovuto riconoscere lo stesso popolo, e trovare precisamente quello che andava cercando, un popolo non estraneo a' Greci (47).» Non mi occorre poi qui favellare della pretesa origine italiana de' Tirreni sostenuta da Dionigi e dal Mazzoldi, sì perché appresso ne diremo quanto basta, sì perché in seguito dovrem trattenerci sulle ragioni addotte dal n. A. per tenerli autottoni o Aborigeni d'Italia.

Esamina quindi il Mazzoldi quel fede debba darsi alla tradizione serbataci dallo stesso Dionigi delle cinque più antiche colonie condotte in Italia dagli Enotri, da' Pelasgi, da Evandro, da Ercole e da Enea. E quanto a quelle degli Enotri e di Evandro non sa persuadersi come vi tragittassero, essi che, secondo Omero, erano delle cose marinaresche affatto ignari. Se non che, soggiugne, indicando Omero che con questi Arcadi montanari (certo di tutte le genti greche la più inetta a rendere civile l’Italia) erano gli Orcomenii, un antica colonia italiana fondata, come dimostrerà appresso, dal toscano Dardano si troverà forse di dar loro il passo, purché si appresentino co’ Pelasgi. La stessa ragione della mancanza di porti e navili nell'Arcadia, contrada tutta mediterranea, e la navigazione allora sconosciuta in Grecia allegava il Freret contro la tradizione del passaggio degli Enotri in Italia; ed osservate presso a poco le medesime cose circa i Pelasgi, conchiudeva che le colonie arcadiche e pelasgiche non vennero per mare in Italia, ma vi penetrarono pe’ passi settentrionali delle Alpi. E poiché sotto il nome di Greci intendevansi non solo gli abitatori dell’Ellade, ma quelli eziandio dell’Epiro, della Macedonia, e d'una parte della Grecia, fu di opinione che dal settentrione della Grecia passarono le più antiche colonie in Italia (48). Dal che è manifesto che questo celebre scrittore, senza negare la tradizione serbataci da Dionigi, assegnava un diverso cammino alla colonia arcadica. Ma oltre che le troppo arrischiate navigazioni di alcuni popoli ne’ tempi barbari, come p. e. quelle de' Normanni innanzi che si stabilissero nella Francia, non mostrano impossibile il contrastato passaggio, dobbiam riflettere che questi Arcadi non furono propriamente quelli del Peloponneso, come malamente si persuase Dionigi, ma della Tesprozia, dell'Acarnania, dell'Epiro; essendo noto che i figli di Licaone, padre, secondo le mitiche tradizioni, di numerosa prole, altro non sono che personificazioni delle varie contrade note nella geografia sotto il nome di Emonia, Tesprozia, Macedonia, ecc occupate primitivamente dagli Arcadi.

Dichiara appresso falsa il Mazzoldi la colonia condotta in Italia da Ercole, veggendo in questa tradizione manifesta l’usurpazione de' Greci, che l’antichissimo Ercole della famiglia degli Uranidi od Atalanti confusero col figlio di Alcmena. Né in questo saremo per contraddirgli, sol che si vegga in Ercole un mito, non un personaggio storico, come malamente si persuadono i seguaci del sistema di Evemero, e che perciò non si ammetta la sua genealogia

E quanto alla colonia che pretendevasi condotta da Enea, molte cose il ch. autore osserva per dimostrarne la falsità; né io, che per le contrarie tradizioni degli antichi, le quali osservar si possono in Dionigi d’Alicarnasso e Strabone (49), non l’ho mai tenuta per vera, debbo sconvenire dal Mazzoldi, che con tante buone ragioni fa discrederla; se non che non convengo con essolui riguardo alla spiegazione che dà di questa inveterata leggenda presso i Romani. «Benché la venuta di Enea in Italia, egli scrive, con un compiuto naviglio e colle donne, coi fanciulli e coll'armata, debba tenersi senz’altro una favola, non pare che si possa ragionevolmente dubitare, che alcun guerriero a cui fu dato questo nome, non navigasse a questo paese da Troja. E dapprima deve tenersi in alcun conto la tradizione che ne aveva conservata una memoria generale presso i Romani, i quali notavano persino co’ nomi loro propri i re che precedettero e susseguirono questo forestiero che venne ad innestarsi sul ceppo italiano.» E per dare la spiegazione di quella leggenda, soggiugne: «Esiodo nella Teogonia narra che Circe della stirpe d’Iperione ebbe da Ulisse due figliuoli, Agrio e Latino, e che questo Latino a imperava a tutta l’inclita nazione de' Tirreni. — Ora se noi ammettiamo che il figliuolo da Ulisse ingenerato in Circe, fosse di nome Enea e non già Latino, tutto il mistero di, questa pretesa colonia sarebbe spiegato.» Non convengo, io diceva, coll’A. circa questa spiegazione, perciocché con essa si terrebbero per veri non solamente gli errori di Ulisse, ma resistenza ancora di Circe. A me sembra che queste tradizioni non si possano storicamente affermare, né altro so vedere ne’ viaggi del Laerziade che la prima descrizione di un periplo del Mediterraneo, e nella famosa maga altro che un mito ed un’idea di un culto antichissimo in Italia. E però, quanto alla tradizione che voleva Enea giunto in Italia con una colonia, inclinerei piuttosto a credere che derivasse da tutte queste cose insieme, cioè dalla incontrastabile comunanza di origine de' Trojani e de' Tirreni-Pelasgi, dall'idea universalmente diffusa di Trojani migrati in lontane parli, dal culto de' penati, degli idoli segreti, de' palladii a Lavinio, e infine dal sacrificio del cavallo di ottobre a Roma, nel quale par manifesta la commemorazione del favoloso cavallo di legno ch’ebbe tanta parte nella distruzione di Troja. Se non che non è inverisimile ancora che la detta leggenda accennasse alla venuta di Titone, il quale vi fu mandato, secondo un antica tradizione, dal fratello Priamo con que’ Trojani che per l’età e la debolezza del sesso sostener non potevano l’imminente guerra de' Greci, e che navigò con la sua flotta dal Liri infino a Circejo (50). La quale spiegazione del rimanente ci riconduce al culto diffuso da' Pelasgi in Italia, e comune ai luoghi donde facevasi venire Enea, ed alle nostre contrade dove si stabilirono. Ma le già delle cose sono soverchie, convenendo col Mazzoldi, se non nella spiegazione, nella sostanza almeno di quelle tradizioni, ed ho voluto solo ricordarle per coloro che tuttavia credono al passaggio di Enea in Italia, ed alla fondazione di tante città per opera di lui e de' suoi compagni in Italia e nella Sicilia (51). Solo conchiudo col nostro A. «Dalle confuse memorie di questi parziali e non punto solenni passaggi (la colonia di, Antenore in su quel di Padova, e quella di Diomede, nella Puglia), s'avvalora il sospetto che individui 0 greci o frigi, stati alla guerra di Troja, fossero o dalle tempeste, o dal caso 0 da qualunque altra ventura gettati sulle spiagge, d’Italia; ed in questo s avrebbe ragione del vedersi tanto frequentemente figurati sui vasi detti etruschi, disseppelliti in Italia e d'indubbia opera italiana, fatti e uomini che appartengono alle narrazioni di quella guerra.» Dopo le quali cose conchiude il secondo capitolo col dire che tutti gli antichi trapiantamenti de' Greci menzionali da Dionigi si riducono al solo passaggio de' Pelasgi. Appresso vedremo se può reggere il sistema che il Mazzoldi sostiene dell'essere i Pelasgi non Greci, ma Italiani, che in patria si riconducevano dopo lunghe peregrinazioni per l’Ellade e per le coste dell’Asia e della Libia, perché ciò appena accennando, ne parla nel seguito della sua opera.

E passando nel 3.° capitolo all’esame dell’origine lidia riferita primamente da Erodoto, e ripetuta poscia concordemente da Strabone, Giustino, Vellejo, Valerio Massimo e Plutarco, contraddetta prima da Dionigi d'Alicarnasso, poi dal Buonarroti, dal Malici, dal Mazocchi e dal Freret, ma sostenuta dal Larcher e dal Bianchini, con nuovi argomenti ne vien dimostrando la falsità; e tutti questi argomenti, tranne un solo, nel quale ci par di vedere una petizione di principio, oltre gli altri addotti da Dionigi d'Alicarnasso, sarebbero bastevoli a tanto, se a proposito dell’origine lidia non si trattasse di dover fare una distinzione, cioè se riguardasse i soli Tirreni, o tutti gl'Italiani. Il Niebuhr, restringendo, come era di dovere, a questi popoli la ricerca, ecco come risolse la controversia., «Ma questi Tirreni del mare Egeo, dice questo celebre scrittore, si estendevano in più lontane a contrade: andavano sull’Ellesponto sino a Cizio; i pirati, della favola bacchica non sono Etruschi non sono né manco di Lenno, ma Meonii o Lidii, ed il carattere pelasgico de' Meonii o de' Lidii vien provato dalla loro rocca Larissa, nome che trovasi fra loro come in tutti i paesi de' Pelasgi. Ora spiegasi la strana versione che fa giunger la colonia, dalla Lidia: innanzi che si confondessero i Tirreni-Pelasgi co Tirreni-Etruschi, una delle forme di queste tradizioni, le quali passano da uno all'altro estremo, faceva venir di Meonia i Tirreni delle sponde del Tevere, come un’altra facevali venire da Lenno ed Imbro, nel mentre che general, mente seguivasi la tradizione direttamente contraria, conforme l'ho disvolta più sopra. Vi ha infine un altro modo di vedere che riunisce ed accumula tutto. Si fa partire i Pelasgi dalla Tessaglia per la Lidia, e di là per la Tirrenia: ne ripartono ancora, cioè per Atene, poi per Lenno (52).»

Ma il nostro sig. Cataldo Jannelli, che non so senza on grande rispetto qui nominare, distinguendo, come abbiam distinto, l’origine lidia de' Tirreni da quella degli altri Italiani, anzi sostenendo la venuta di una colonia lidia nella Tirrenia, ha veduto e dimostrato quella identità di religione, lingua e costumi tra i Lidii e i Tirreni che Dionigi non vide. Opera di somma critica certamente è questa, e da questo solo esempio par manifesto che se a' moderni abbondassero le antiche tradizioni storiche sull’origine de' popoli, comunque false da volgari pregiudizii e dalle vedute sistematiche degli antichi, trar ne saprebbero lumi maggiori di quello che gli antichi stessi non fecero. Dopo aver addotto il nostro ch. concittadino l’autorità di moltissimi antichi e greci e latini sulla provvenienza lidia de' Tirreni, e dopo avere osservato come il Niebuhr che i Pelasgi-Tirreni tennero ed abitarono per qualche tempo la Lidia, vien rammentando colla sua solita erudizione e dottrina la identità di molti elementi di civiltà comuni a' due popoli, e dimostra che l’architettonica, gl’ipogei, la nautica, la musica auletica, l’arte di fondere i metalli e l’iconica, i giuochi, gl’istrioni, gli spettacoli, le vesti, il lusso, la vita molle e delicata, il culto di Ercole Candaule, l'arte fulgorale divinatoria, e financo la prostituzione delle donne furono ai Lidii e a' Tirreni affatto comuni (53). Né dobbiam tacere in questa difficile ricerca l’autorità del Muller, il quale scrisse dopo del Niebuhr la sua dotta monografia su gli Etruschi. Dopo aver detto il celebre scrittore come una parte de' Pelasgi scacciati dagli Eloli si stabilirono al sud della Meonia nel paese di Tyrrha (54), ove pigliarono il nome di Tirreni, scrive che quando gli Tonii discacciarono questi Pelasgi della Meonia già divenuti Tirreni, ne provennne una doppia emigrazione, l'una verso il monte Atos, l’altra verso Tarquinia (55). Or secondo il ch. critico alemanno, non nna colonia lidia, ma una colonia pelasgica sotto il nome di Tirreni sarebbe passala ad abitare l’Italia, ed avrebbe costituito la nazione tirrena o etrusca: e pero, sia secondo le pruove del Jannelli, sia secondo le osservazioni del Muller, con cui concorda altresì l’Heyne (il quale stimando il popolo etrusco composto di più popoli, li crede poi inciviliti da' Pelasgi), i Tirreni o Etruschi sarebbero sempre un popolo straniero, e non indigeno dell'Italia, comunque tra essi si fossero anche tramischiati i più antichi abitatori della contrada. Non so del resto come a proposito di questa colonia lidia giunta in Italia abbia discreduto il Mazzoldi, non dico a frammenti pubblicati da Annio da Viterbo, ma alle considerazioni che fece sopra quella tradizione, egli che vorrebbe colf autorità del Jannelli restituire in fama quello scrittore, non solamente per molte età deriso, ma dichiarato ancora qual manifesto impostore. Egli non pertanto non trascura il passo di Plutarco, dove parlasi di Remo (preteso fondatore di Roma), il quale aveva scacciati i Tirreni venuti dalla Tessaglia in Lidia, e dalla Lidia in Italia, e poteva da questa testimonianza, almeno come fece il Niebuhr, arguire onde nascesse la tradizione degli antichi sull'origine de' Tirreni: ma ammettendo egli, come ammettiam noi co’ citati critici, e come ammetteranno tutti coloro che non si dipartono dalle testimonianze degli antichi che la Tessaglia fu abitata da una colonia pelasgica, afferma poi che i Pelasgi erano italiani, per la stessa ragione certamente (in questo luogo della sua opera, perché si riserba dimostrarlo più innanzi) per la quale Erodoto dicevali Lidii, e generalmente e assolutamente altri antichi li credevano originarii delle contrade in cui eransi stabiliti. E in questo argomento è ancora, come dicevamo, una petizione di principio; perciocché ragionando l’A. del decreto di Etruria, presentato in Roma da' Sardiani allorché, secondo Tacito riferisce (56), undici città d’Asia con pari ambizione garreggiavano qual di loro erger dovesse un tempio a Tiberio, e in cui essi Sardiani venivan nominati come consanguinei de' Romani, o di sangue nostro, come traduce il Davanzali, il Mazzoldi intende di sangue italiano, tenendo per uno e medesimo popolo i Tirreni, che occuparono un tempo il territorio dove poi tu Roma, e gl’Italiani, ciò che doveva dimostrare, e non distinguendo la colonia tirrenica da' più antichi abitatori della contrada. Ho detto che gli argomenti delI’A. basterebbero a dimostrar falsa non la venula, ma la provenienza de' Tirreni dalla Lidia, senza le dotte osservazioni del Jannelli, o le opinioni del Niebuhr e del Muller; ma non voglio lasciar di dire che Dionigi d’Alicarnasso non aveva ragione di non aggiunger fede al racconto di Erodoto perché Xanto Lidio nelle sue storie patrie non tenne alcun ricordo del passaggio de' Lidii in Italia. E come doveva questo storico parlare di questo passaggio, dappoiché riguardava i Tirreni, i quali non appartenevano alla sua nazione? E come doveva Dionigi trovar qualche somiglianza tra le leggi, le costumanze, la religione e le lettere de' Lidii e de' Tirreni? Ve l’avrebbe trovata al certo se tutte queste cose avesse voluto esaminare fra Tirreni e Tirreni, cioè tra i Tirreni delle altre contrade e quelli che in Italia si stabilirono, come ve la trovò monsignor Bianchini, appunto perché s'ingegnò di trovare i contrassegni di quella colonia ne’ monumenti, nelle arti, ne costumi, ne’ sacrifizi e negli spettacoli, perché mise in confronto senza avvedersene quelli de' Pelasgi, comunque ritenesse che fossero Lidii (57). A queste considerazioni par che si riduca tutta la controversia circa l’origine lidia de' Tirreni, con che si accorderebbe ancora l’opinione del Jannelli con quella degli altri so mentovati scrittori, ed oltre tutte le addotte testimonianze lo dimostrerebbe ancora l’autorità di Luciano addotta dal Mazzoldi, dal quale apprendiamo che Bacco avea conquistato la Lidia, se nel passo del greco scrittore fosse detto esser quella una tradizione pelasgica, come egli afferma. — Ma per finirla intorno a questa controversa origine lidia, o meglio intorno a questa colonia lidia passata nella Tirrenia, non so come il ch. A. voglia negare ai Lidii la cognizione della nautica, nel mentre che nella tavola de' Talassocratori o dominatori del mare distesa da Euschio sulle memorie di Castore ed altri pe’ primi son posti i Lidii. Vero è che nel seguito dell’opera sua egli reputa, come vedremo, questa tavola o supposta o alterata; ma a suo luogo osserveremo a che si riducono le ragioni addotte per crederla tale.

Trapasso il capitolo quarto, nel quale il Mazzoldi vien ragionando con molto senno e dottrina della falsità delle origini libiche, perciocché in questo concorriamo perfettamente nella sua sentenza; e, credami chi vuole, al leggere la singolare scrittura del Romagnosi, il quale tolse a dimostrare che gl'Itali antichi vennero dall'Africa e il loro nome pigliarono da Tala, città di questa parte di mondo, a me parve, come è paruto al Mazzoldi, che non per altro avesse egli sostenuto quella sì strana opinione, se non per celiare in queste sovente disperate ricerche e per beffarsi de' cercatori delle origini de' popoli, come già mi parve che si fosse beffato, sebbene per altra via, l’Algarotti de' Mitologisti, col tessere cioè un lungo catalogo di scrittori antichi e moderni circa le antiche favole, senza dirne più altro. Solo non voglio lasciar di dire, che forse della sola superiore Italia dovrà intendersi quello che l'A. asserisce ragionando di quello strano assunto, cioè che tale falsa dimostrazione non solo s era radicata, ma aveva trovato plauso fra gl'Italiani. A giudicarne dalla memoria del Marchese Malaspina di Sannazzaro, della quale il Mazzoldi ci dà contezza, come ancora dall’opinane del Moise, il quale nel primo capitolo della sua per altro lodata storia de' dominii stranieri in Italia afferma che la civiltà ci venne dal mezzodì, non può moversene dubbio; ma per onore del vero dobbiamo confessare che tra noi non solo non fu nella menoma parte accettata, ma fu creduta ancora una vera stranezza.

Quanto alle origini egizie, fenicie, Sirie ed assirie, che il Mazzoldi dimostra false egualmente nel quinto capo della sua onera, dobbiamo fare una distinzione, e l'A. forse la ci concederà, tra l'antica popolazione d’Italia attribuita da certi scrittori agli Egizii ed a' Fenicii, e qualche colonia di questi popoli in qualcuna delle nostre contrade. Senza credere gran fatto alle colonie fenicie diffuse, come con dotte etimologie e congetture cercarono di dimostrare il Martorelli e il de' Allellis, nelle nostre particolari regioni napoletane e in tutta l'Italia, perché ci mancano le precise testimonianze degli antichi, non possiam dubitarne rispetto alla Sicilia. E quanto agli Egizii, è già noto che alcuni scrittori dall'analogia de' monumenti etruschi ed egizii ‘ non dubitarono di affermare che i primi di questi popoli derivassero per una colonia da' secondi. E non è guari tempo altresì che per gli ultimi scoprimenti avvenuti in Ceri, pe’ quali forme, disegni, pitture e sculture di assoluto lavoro etrusco e d’innegabile relazione ed imitazione egizia son tornati in luce per terre cotte, stoviglie, bronzi, argenti e smalti, si è affermalo che converrebbe trovare e supporre verisimile una colonia egiziana venuta a stabilirsi in Ceri, o una fabbricazione nell'Egitto di cose al modo etrusco in Ceri trasportate per via di commercio (58).

E per ciò che riguarda le false provenienze scitiche e celtiche, discorse appresso e combattute dal Mazzoldi, un sistema senza dubbio troppo esclusivo sostennero il Pelloutier, il Court de' Gebelin, i PP. Maurini, il Bardetti, il Fabbroni ed altri scrittori che negli Sciti e ne’ Celti soprattutto voller vedere i protoplasti dell’italica generazione; non pertanto non parmi che nelle difficili indagini dell'antica etnografia debbesi essere da un altro canto in modo esclusivi da negare affatto quella parte di vero che in tutti i sistemi di questa natura si rattrova. Per il che parrebbe che non tutti i popoli del nostro bel paese, ma solamente una parte di essi che sono posti al settentrione della contrada si fosse derivata da' Celti, da questo popolo che Eforo considerava come uno de' più grandi popoli della Terra. Né con ciò vogliam dire che da essi fosse derivata civiltà all'Italia, perciocché quando una loro tribù si stabilì forse nell'Italia settentrionale, e si mischiò e confuse con altri più antichi abitatori, erano certamente in quel periodo di barbarie, nel quale troviamo gli stessi nostri Sabini. E basta osservare per poco il culto di questo nostro popolo per vedere che da culti sanguinosi de' Celti non differiva. Non poca luce del resto a questo argomento viene dalle dotte ricerche del sig. Bopp di Berlino, il quale nella sua recente dissertazione sull’idioma celtico, che ha trovato analogo al sanscrito allo zendico, al greco, al latino, al germanico, al lituanico ed allo slavo (59), vien mostrando con ciò, sia la cognazione di tutti i popoli parlanti i detti idiomi, sia la diffusione de' Celti in tutte le contrade da' detti popoli abitate. E se bene si argomentò di dimostrare il suo assunto Giambattista Velo nella sua storia di Vicenza (che non abbiam potuto osservare), il quale nel terzo capo della sua opera ragiona de' nomi antichi di luoghi e genti nelle Alpi ripetuti negli Appennini, nell’Etruria e in Grecia (60), l’opinione sostenuta da questi ed altri scrittori non devesi in tutto rifiutare. So bene che per alcuni scrittori e per lo stesso sig. Mazzoldi l’argomento tratto dalla simiglianza degl’idiomi non è gran fatto concludente, perché dicono che niente dimostrano poche voci sparse qua e là e diffuse in parti tra se lontanissime; ma oltre che non poche, ma infinite e primitive voci si rinvengono in certi idiomi, che la loro origine appalesano da altre lingue più antiche, parlate da popoli che appariscono prima nella storia, io dico che di questi ed altri simili mezzi d'induzione può giovarsi la critica per accostarsi al vero, se non a coglierlo tra le tenebre dell'antichità; e se dobbiamo a questi mezzi rinunziare, ci è forza, non dico di chiudere per sempre i libri, ma rinunziare ancora allo stesso magistero della ragione f e rassegnarci all'ignoranza. Onde io vorrei che senza rifiutare in tutto certe ipotesi esclusive, si studiassero in vece senza amore di sistema i fatti, per farli tutti concorrere in un sistema generale che tutte le abbracci, perché in ciascuna di esse è senza dubbio una parte di vero, per guidarci a quelle men dubbie conclusioni che come ad enti dotati di ragione ci vengon concesse.

Seguila appresso il Mazzoldi ad esaminare nel settimo capitolo le pretese origini indiane, e due fatti a bella prima ammette, cioè che secondo le tradizioni conservateci dagli antichi nessuna colonia uscì mai dall'India, come i Greci scrivono sulle memorie degli stessi Indiani, e che, secondo due dotti inglesi, nelle indiane tradizioni e nella lingua sanscrita si trovano nomi affatto simili a quelli offerti dalle tradizioni pelasgiche. Io non entro a disputare sul primo de' fatti mentovati, il quale è. già contraddetto da un’altra tradizione, perciocché Euschio, Filostrato, Nonno e Sincello (61) hanno conservato la memoria di un passaggio d'. una colonia di Etiopi dalle sponde dell'Indo nell’Africa; ma da entrambi questi fatti si può forse raccogliere che, se non una colonia uscì fuori dell’India per re' carsi in altre contrade, non sia stato passaggio da questa contrada e comunicazione di tradizioni, di culli e di miti, che sono il fondamento della civiltà deprimi popoli? Si può inoltre indurne che i nomi in lutto simili nelle tradizioni indiane e dell’Occidente si debbano attribuire alla spedizione di Bacco, Jacco o Jano, il quale, come scrive il Mazzoldi, passò dall’Occidente, come affermarono i Greci, al conquisto dell'India? Come i Greci pretendevano che in questa parte di mondo fossero passati Bacco ed Ercole, così ora il Mazzoldi queste testimonianze trae agli Atlantidi o Italiani, e la critica non dovrebbe stentar molto a mostrare da qual principio queste pretensioni si derivino. Ma a noi basta osservare che se a queste tradizioni credeva Megastene con altri pochi, i più de' Greci (e fra questi Eratostene) le stimavano incredibili e favolose, essendo, come scrive Strabone, invenzioni degli adulatori di Alessandro (62). Da non pochi fatti inoltre il n. A. si studia di dimostrare la conquista ch’egli nomina atalantica, cioè dalle grandi coincidenze del sanscrito colla lingua latina ed italiana, dalla divisione e denominazione del tempo civile e de' numeri presso gl’Indiani, dalla distinzione della casta imperante di color bianco dalle caste popolari di co’ lore oscuro, dagli avanzi di molte fortezze e costruzioni antiche, e in fine dalla religione, cose tutte certamente dalle quali altri dotti voglion trarre induzioni affatto diverse, e sulla verità e falsità delle quali non mi sento da tanto di decidere, per non esserci noto nò il sanscrito, ne i monumenti dell’India. Dico solamente esser danno per questa dimostrazione che una sola reliquia non sopravanzasse dell’arte di questi occidentali nel paese da lor conquistato, dove per contrario sono escavazioni colossali nelle viscere de' monti, tra le quali primeggia per antichità la pagode di Elefanta, le cui sculture sono, come dice il Mazzoldi, assai lontane dall'eleganza greca ed etrusca ed indicanti a par dell'egizia le prime origini dell'arte.

Si arrestano qui gli studi del Mazzoldi circa le false nostre provenienze da questa e quell'altra gente, e nell'ottavo capitolo si fa a ragionare di un antico imperio marittimo degl'Italiani. E prima di ogni altro, per aprirsi la via alla trattazione dell'assunto, non tralascia di ricordare come gli stessi Greci, che avevan fallo proposito di arrogare al proprio paese tutte le italiche tradizioni, confessavano aver avuta la sede ia Italia popoli civili non venutivi d’altronde; li chiamavano perciò Aborigeni Autottoni, nati dalle selve. Ma, oltreché i Greci pongono questi autottoni in molte altre contrade, noi dobbiam credere in tutto a queste loro testimonianze, o vedere pia tosto in esse la loro ignoranza? in altri termini, dobbiamo star fermi al sistema dell'ilozoismo, pel quale tutti gli uomini si credono nati come le piante in tutti gli angoli del globo, a piuttosto nati in una parte di questo globo, e quindi diffusi per tutta quanta la sua ampiezza? L’ilozoismo per alcuni scrittori non merita di essere confutalo, e ci è forza perciò discredere a Dionigi, la coi autorità adduce il Mazzoldi, il quale teneva, per non averne saputa l’origine, i Tirreni un popolo naturale d’Italia; perciocché altrimenti incorreremmo, in quel vano errore, dal nostro A. giustamente vituperato coll'autorità di Diodoro Siculo, «di tutte le nazioni ch'ebber fama e nominanza nel vecchio mondo, le quali credevano o e dicevano d’essere nate nei luoghi in cui stanziavano, e di aver preceduto tutte le altre nella comparsa in su questa terra e nella invenzione delle lettere, delle scienze e a delle arti che fanno all’uomo non manco bella che quieta, e comoda la vita (63)».

Non si può intanto negare che ampiamente si estese il dominio de' Tirreni sol mare; ma non possiam convenire Col Mazzo Idi che Jon, dal quale ebbe nome l’Jonio, fosse lo stesso che Giano, re antichissimo d’Italia; perciocché, oltre che l’identità di Jon e di Giano non ha altro fondamento che il raffronto de' nomi di Jon, Jan, Jano o Giano, la cui identità non è attestata da veruno antico, è noto per contrario che Jon appartenne all'Illirio (64). E quanto all’antichità di questo impero italiano, che l'A. stima necessariamente anteriore alla costituzione federale etrusca, e però alla guerra trojana, non vogliam contraddirgli, sol che non si faccia rimontare a tempi sì alti, e si attribuisca, come veramente fu, ai Tirreni che si costituirono, soprattutto colla colonia lidia, come ha dimostra io il ch. nostro Jannelli, 900 anni innanzi l’era volgare. Né possiamo essere della sua sentenza dove, rammentando la fa vola bacchica, cantata da Omero, e poi da Ovidio e Properzio, e riferita ancora da Apollodoro, la crede appartenere, non alla greca mitologia, ma all'atlantica o italiana, sol perché la trova rappresentata in una bella e rara tazza pubblicata dal principe Luciano Bonaparte fra i suoi monumenti etruschi, e trovata fra le rovine dell’antica Vitulonia. Che se il principe raffigurò nelle dipinture di questa tazza la prima provenienza esterna degl'Italiani, in quel patriarca di nome o Noè 0 Sabazio o Saturno, che cacciato da una guerra civile e condottosi in Italia colla prima nave, ricoverava presso Giano ne' luoghi in cui sorse quella etrusca città, non è meraviglia; perciocché in un altro monumento fu prima veduto lo stesso Adamo. E questo un bassorilievo tratto da un antico avello della villa Panfili riprodotto dal Bianchini (65), il quale inclinò a credere ch’espressi vi fossero i protoparenti dell'uman genere; ed un altro scrittore molto più recente non mancò di dire, che rappresenta un’antichissima origine tradizionale in Italia, la quale dà luogo a dubitare che la culla dell'uman genere si supponesse in questa medesima regione (66)!! .

Passa intanto l'A. a dire della tavola in cui Euschio segnò per ordine cronologico gli antichi popoli navigatori, e la crede o supposta 0 affatto mancante o falsata; ma perché? perché vi trova dapprima segnati i Lidii e i Meonii; certamente, dice il Mazzoldi, sulla favola del re Ali narrata da Erodoto; poi perché non vi si fa menzione né degli Ausonii venali dalla superiore Italia per mare a fondar Lipari innanzi ai tempi di Eolo, né de' Tirreni. Ma per le ragioni innanzi addotte la venuta de' Lidii non può essere nna favola; e quanto alla primitiva popolazione delle isole Eolie, le mitologiche tradizioni ci guidano a vedervi antichissimi stabilimenti pelasgici (67); finalmente non potevasi in quella tavola tener rimembranza de' Tirreni, perché la loro talassocrazia non fu così ampia come quella degli altri popoli in essa rammentati, ma solamente ristretta all'uno e all'altro mare, come Livio dice, ossia al Tirreno ed all'Adriatico.

Scrive appresso il Mazzoldi, per provare l’italiana civiltà anteriore a quella degli altri popoli del mondo, come per testimonianza degli stessi Greci Giano fu il primo a batter moneta, ed Italo uno degli antichissimi istitutori degli stati con Sesostri e Minosse, stimando coll'autorità di Aristotile gli ordini d’Italia contemporanei, se non anteriori a quelli degli Egizii, ma cerio più antichi di quelli di Creta. Or quanto al batter moneta, senza alcune altre testimonianze che apertamente mostrano il selvaggio stato in coi era l’Italia al tempo di Giano, sarebbe da dimandare se i Greci con quella lor tradizione dir volessero ch'egli il primo la battesse in Italia, oppure in tutto il mondo, essendo noto da altre tradizioni che primi inventori della moneta furono i Lidii (68), 0 Itone figlio di Deucalione e re di Tessaglia (69). Ma inutile è questa domanda, perciocché credendo, come il nostro A. crede, e come non pochi antichi credevano, ad un principe di questo nome che incivilì i rozzi abitatori dell'Italia, troviamo che la civiltà apprese da Saturno (70), il quale secondo la mitologica leggenda trovava ospizio nel Lazio, fuggendo l’ira del figliuolo che avevalo balzato del trono, e a Giano imparava la coltivazione del grano, e gl'Italiani richiamava dal ferino. vitto delle ghiande. E senza dipartirci dal sistema dell'evemerismo, pel quale gli Dei altro non erano che reggitori de' popoli divinizzati dall’adulazione 0 dalla riconoscenza de' soggetti, Giano non è nemmeno un principe italiano, perché da un’altra contrada vi aveva navigato (71), cioè dalla Perrebia, secondo una tradizione conservataci da Plutarco (72). E quando anche si volesse credere con Ovidio che i Greci non ebbero affatto questo nume presso di loro, pure Giano per la bocca dello stesso poeta, dove dichiara la sua natura, dice: multa quidem didici; e da chi altro se non da Saturno, tutte queste cose egli apprese, e che in riconoscenza volte eternare, secondo la leggenda, la sua riconoscenza coll'effigiare sulla moneta il naviglio col quale Saturno giunse nel Lazio? Ma allontanandoci da questo assurdo evemerismo, tutte queste tradizioni dimostrano che tanto Giano, quanto Saturno, ad altro non accennano che a culti antichissimi portati in Italia da' popoli che vi navigarono ne’ tempi antistorici, e soprattutto da' Pelasgi, e secondo questo modo di vedere nelle mitologiche tradizioni, nelle quali gran parte si racchiude delle più remote storie del mondo, facilmente si spiega la venuta di Giano in Italia dalla Perrebia perciocché questa contrada in fatti fu la parte meridionale della Tessaglia, occupata ab antico da' Pelasgi.

E quanto agli ordini istituiti da Italo, non è da meravigliarsene; essendoché Italo, il quale ordinò le sissizie, o i pranzi comuni, di cui parla lo Stagirita, collegandosi all'emigrazione pelasgica, come una pelasgica istituzione dobbiam riguardare questi comuni banchetti (73), che poi tanto onorarono la legislazione di Licurgo, e che furono un cominciamento di civiltà presso gli antichi nostri popoli, come le agapi presso i primi Cristiani, che ad una civiltà nuova davano cominciamento nel mondo. Enotro, Italo, Morgete, secondo l'evemerismo italico, antichissimi re d'una medesima dinastia, e tutti intesi alla pastorizia ed all'agricoltura, è già noto che furon Pelasgi. Né è dubbio, per ciò che riguarda le leggi scritte, che Zaleuco le diede il primo a' Locresi, essendo un fatto ricordato a voce unanime dall’antichità; ma è necessario osservare colla testimonianza di un antico, che quel legislatore le raccolse dalle consuetudini de' Cretesi, dalle laconiche e da quelle degli Areopagiti (74); il che dimostra che al suo tempo nell’Olimpiade XXIX, secondo la cronologia di Euschio, non erano in Italia consuetudini tali che seguitar si dovessero, da un legislatore, il quale dar voleva al suo popolo un buon codice di leggi scritte.

Affin di dimostrare sempre più la civiltà italiana anteriore e da più di quella de' Greci, il Mazzoldi viene appresso rammentando moltissime invenzioni attribuite dall’antichità a' Tirreni, né lascia di ricordare la gloria che per le arti, le lettere e la filosofia gli antichi Siciliani si acquistarono e gli abitatori della Magna Grecia. lue cose che il ch. A. rammenta sono fatti, né può moversene alcun dubbio: ma per ciò che abbiala sopra detto circa i Tirreni, i quali furono un popolo straniero, e per la considerazione che la civiltà delle colonie si è per lo più disvolta in modo che ha superato per certi riguardi quella delle loro metropoli, come appunto intervenne alle greche colonie che nelle nostre contrade e nella Sicilia si stabilirono, la civiltà così de' Tirreni, come degl'Italioti e de' Greci di Sicilia, chiameremo italiana sol perché si disvolse nel suolo d'Italia, ma non può negarsi che l’impulso che ebbe fu tutto straniero. Perciocché, innanzi che i Tirreni si stabilissero nell’Etruria o nella Toscana, e i Greci nelle nostre regioni e nella Sicilia, tanta fioritezza di arti e d’ingegno certamente non v’era quanta poi ve n’ebbe per opera di questi stranieri. Né a questo proposito mi fa d'uopo spendere molte parole sulla tradizione serbataci da Eraclide Pontico della anale ragiona il Mazzoldi, cioè che Omero passò in Grecia dalla Tirrenia, né sulla genealogia e la patria di Pitagora, così incerta ed oscura come quella di Omero, secondo scrive Gioseffo Flavio; perciocché la Tirrenia fu la regione de' Tirreni innanzi che abitassero l'Italia, e la patria del filosofo di Samo di cui parlano alcuni antichi (75) è manifesta dalla sua genealogia, essendo noto che Teopompo, Aristosseno ed Aristarco citati dal n. A. facevano discendere la sua famiglia dagli antichi Pelasgi-Tirreni (76), i quali dopo essere stati scacciati di Atene poco dopo il ritorno degli Eraclidi, s’impadronirono di Lenno, e di là si sparsero nelle isole vicine. E poiché il filosofo abitò per qualche tempo Lesbo, secondo scrive Diogene Laerzio, isola che tennero un tempo i Pelasgi-Tirreni, fu questa la ragione perché fu detto tirreno, non perché nacque nella Toscana, come fu anche detto metapontino, perché dimorò e morì in Metaponto, dopo l'incendio del collegio de' Pitagorici a Crotone. E quanto al poeta sacro noto sotto il nome di Orfeo, in cui l’A. vede non già un personaggio mitico, ma vero, ed egualmente toscano, dicano il Creuzer e il Lobeck se tale fu veramente, o se fu anzi un’idea di culto contrario ai misteri bacchici in Ini personificata. Né m’intrattengo davvantaggio degli avanzi delle antichissime fabbriche conosciate sotto il nome di ciclopee, che il n. A. attribuisce senza più agli antichi Italiani, e che universalmente si ascrivono a' Pelasgi, perché appresso mi occorrerà favellarne.

Qui ha fine la prima parte dell'opera del Mazzoldi, che, come i legittori forse avranno osservato, abbiamo schiettamente analizzata, e dalla quale non sappiamo (ci permetta il ch. A. questa franchezza) qual cosa conchiuder si possa sulla discorsa quistione. Colla medesima sincerità passeremo in un altro articolo all’esame della seconda parte, senza appassionarci per l’amore né de' Greci né degli antichi Italiani, ma solo per quello del vero; il quale, comunque ascoso per lo più fra dense tenebre, pur traluce e rischiara di qualche suo lume chi si fa schiettamente a ricercarlo.

(Sarà continuato)

NICOLA CORCIA


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IL PROGRESSO

DELLE SCIENZE, LETTERE ED ARTI

OPERA PERIODICA

Compilata per cura di L. B.

NUOVA SERIE

ANNO X - VOLUME XXIX

NAPOLI

DALLA TIPOGRAFIA FLAUTINA.

1841

DELLE ORIGINI ITALICHE [Parte II]

Delle origini italiche e della diffusione dell'incivilimento italiano  all'Egitto, alla Fenicia, alla Grecia, e a tutte le nazioni asiatiche poste sul Mediterraneo,  diAngelo Mazzoldi. Milano, tipografia Guglielmini e Redaelli; 1840 in8°.

PARTE SECONDA (77).

Nella seconda parte dell'opera il ch. Mazzoldi, affin di dimostrare l’incivilimento italiano anteriore a quello della Grecia non solo, ma di altri popoli ancora del mondo antico, tali fatti si fa ad osservare e raccogliere insieme alle antiche tradizioni degli scrittori, che chi si fa a leggere questa seconda parte, e non ha posto bastante studio nell’antica storia, rimarrà così sorpreso delle sue dimostrazioni, che tali senza più gli parranno da non ammetter replica: e dico chi non ha posto bastante studio nell’antica storia, perciocché chi senza conoscenza di classici, o con prevenzione di sistema e senza esame fatto ad animo riposato si acquieterà alle sue osservazioni e conclusioni, non moverà un dubbio al mondo circa la dottrina ch'egli cerca di fermar colle tradizioni mitiche e colla storia, e che intanto è sì contraria ed opposta alle une ed all'altra. Or pel solo amore del vero, come dicevamo al principio di queste nostre osservazioni, e per veder risolala da ogni attacco la quistione con tanta erudizione dall'A. ventilata e disaminata, seguiterò ad esporre i miei dubbi alle sue investigazioni; perciocché io vorrei risoluta una volta una controversia, per alcuni tuttavia indecisa, per altri tale da non meritar che vi si logori intorno l'ingegno e la fatica, non solo, se fosse possibile, per la gloria d’Italia, ma ancora per non vedere sia coll’una, sia coll'altra sentenza sì bruttamente falsata la storia antica.

Adunque nel capitolo 9°, ch'è il primo della seconda parte, piglia a discorrere il Mazzoldi della natura e causa della fondazione de' nuovi stati. E facendosi prima di ogni altro ad esaminar la natura delle colonie antiche, reputa piuttosto consentanea a certe dottrine astratte di scrittori, che agli esempi offertici dalla storia la cagione assegnata da Dionigi d’Alicarnasso alle antiche colonie, quella cioè della sovrabbondanza della popolazione. Io non voglio entrar a disputare della verità, o falsità di questa cagione delle più antiche colonie ed emigrazioni; panni soltanto che si debba fare una distinzione tra questa medesima opinione, o di questo fatto, non insolito ne’ primi tempi, come lo pruovano tra noi le sacre primavere de' Sabini, e il fatto stesso delle colonie ed emigrazioni, le quali se dimostrasi che non potettero avvenire per la detta cagione, non si dimostra certamente che non avvennero allatto

per nessun'altra. Il Mazzoldi seguita riguardo a questo l'opinione del nostro Vico, il quale ad altro non seppe attribuire la causa delle migrazioni oltremarine, che alle ultime necessità della vita. Or vegga il lettore quanto questa opinione da quella di Dionigi sia discordante. Vero è che l'autore in queste ultime necessità della vita altro non vede che i sovvertimenti, i cataclismi, le spaventose catastrofi della natura; ma non veggiamo che fosse stato questo il pensiero del nostro filosofo. Posto il quale principio, si fa ad esaminare quali popoli dell’antico mondo fossero stati capaci di tentar lontane navigazioni, presso qual popolo quelle orrende catastrofi fossero avvenute; e trovando da un canto antichissime le navigazioni de' Tirreni, e gl'Indiani, i Fenicii, gli Egizii, i Greci dall'altro inetti alla navigazione, per aver cominciato a valicare i mari in tempi non mollo remoti, e ninna tradizione trovarsi presso di loro di naturali sovvertimenti, che solo avvennero in Italia, quando per forza de' vulcani fa staccata dalla Calabria la Sicilia colle Isole Eolie, e tutto subissato il paese intermedio, si fa a dimostrare che gli antichi abitatori di questi luoghi (siam noi propri napoletani), questi esperti marini, spaventati da un subollimento tanto enorme del loro suolo, lasciando la patria, recarono oltremare le loro arti, le loro scienze e tutti i semi di quella civiltà che si largamente ebbe poi a fruttificare presso coloro che loro offerirono l'asilo dell'ospitalità. Or a me non fa d’uopo pigliare ad esame le più remote navigazioni degl'Indiani, de' Fenicii e degli Egizii, e però la priorità del loro incivilimento, perciocché sarò pago all'esame se l'Italia lo comunicò a questi popoli, come appresso l'A. studiasi di dimostrare. Dico solo, restringendomi alle navigazioni de' Greci, che per quanto abbiamo già detto (p. 259, quad. LVI) non furono impossibili; e volendosi ammettere la interpretazione del Mazzoldi alle parole del Vico#time necessità della vita, panni che il pensiero del celebre scrittore napolitano si verificherebbe appunto rispetto alla Grecia, dove per moltissime testimonianze avvenne il famoso diluvio noto sotto il nome di Deucalione, e i Pelasgi tra per questo diluvio e perché scacciati dallo stesso Deucalione, furon costretti a cercar nuove sedi e a tramutarsi in Italia (78). Ma seguitiamo l'A. nelle sue dimostrazioni.

Posto adunque il principio, il anale è vero, ma non per tutti i tempi, che chi vuol lare giudizio della civiltà comunicata da uno ad un altro popolo, deve dapprima conoscere quali comunicazioni avessero potuto avere ne' tempi antichissimi, si fa brevemente a dire nel capitolo 10.° delle cognizioni geografiche de' più antichi Orientali, e poscia più a lungo ne' capitoli 11 .° e 12.° di quelle degli Occidentali, colla guida per a prima ricerca de' libri mosaici, e di Omero ed Esiodo per la seconda. Pel quale fine, esaminati prima di ogni altro i calcoli cronologici di non pochi scrittori, da Mose a Rosellina, circa l'età di Sesostri, sostiene che questo conquistatore debba porsi come contemporaneo d'Inaco, e quattro secoli innanzi al tempo in cui Mose liberò gli Ebrei dalla cattività egiziana; conchiudendo che prima delle conquiste di Sesostri e della invasione ed uscita di Egitto, non trovasi fra gli orientali alcun punto di correlazione. Veggano i dotti in cronologia il sistema dell'A., che io non mi sono avvolto nel labirinto di questa scienza incertissima e difficilissima. Questo solo mi par meritevole di nota che il Mazzoldi, assegnando all’epoca di Sesostri l’anno 2045 av. G. C, si allontana molto egualmente e da quella che i cronologi assegnano al primo Sesostri, figlio di Ammenemes, 0 Ammenemofi, ed ultimo re della XIII dinastia, e dall’altra che assegnano al gran Sesostri, o Rhamses III, figlio di Menephtha I, e che appartenne alla XVIII; talché non ai sa comprendere nel suo sistema di quale de' due Sesostri egli intende parlare. Che se, come sembra, intende parlare de' secondo, sotto la cui dominazione l'Egitto giunse all’apogeo dello splendore e della potenza, l'età in cui visse questo gran re è molto lontana dall’epoca in coi i cronologi pongono la colonia d’Inaco: perciocché, assegnandosi a questa l’anno 1978, ed avendo Sesostri il grande regnato tra l’anno 1871 ed il 1503 (79) av. G. C., e manifesto che il detto anno 2048 è molto remoto, non solo dall’epoca della colonia d’Inaco, ma da quella ancora del gran Sesostri. Del resto, per ciò che fa più da presso alla quistione, bastami richiamar l’attenzione del leggitore sulla singolare coincidenza del titolo di Larte che nel frammento di cronologia di Manetone pubblicato da Annio (il Mazzoldi non ha per sospetto questo scrittore) portano i re Egizii della XIX dinastia fondata da Zeto successore di Amenofi, e quello similmente di Larthes, titolo di signoria presso gli Etruschi. Or per questa identità di titolo di quella dinastia egizia, secondo il Manetone di Annio (80), e della principal casta nell’Etruria, si avvalorerebbe il sospetto, se non dell’origine degli Etruschi dall’Egitto, come per alcune loro costumanze si persuase il Buonarroti (81), almeno di una colonia egizia giunta nell'Etruria, e che vi ebbe dominio. Né per quello che sopra abbiam detto fu questo solo un avviso del Buonarroti, perciocché abbiam riferito le parole di un moderno scrittore (p. 268, quad. LVI) sorpreso dalla identità de' monumenti egizii ed etruschi. Senzaché sorprende ancora la coincidenza dell'etrusco Larthes coll’albanese te Larthét coloro che sono in alto posto, i signori, da larth alto (82); ed è noto che nell’albanese un dotto ellenista ritrova gli avanzi della lingua pelasgica (83). Il fiume inoltre della Macedonia ora detto Casturo, anticamente dicevasi Lidio (84), e questa denominazione spiegherebbe forse ancora la permanenza della colonia lidia nella Macedonia prima di passare in Italia.

Ma che che voglia pensarsi di queste conghietture, l'A. seguita dicendo: «Tra il tempo che decorse dalla migrazione atalantica, alla quale appartengono le navigazioni di Bacco, Jacco o Jano, sino ai traffici mercantili dei Fenicj, l'Italia e tutte le altre nazioni d occidente rimasero affatto ignote agli orientali, perché neppure gli Egizj vi avevano mai fatta alcuna conquista: e la Grecia stessa non potè essere conosciuta se non dal tempo in cui Danao vi approdò a fuggitivo d’Egitto, qualche secolo innanzi la guerra di Troja, e dopo che i popoli viventi dalla cattività egiziana si a erano già disgregali e rimpatriali.» Ed osserva che, anche quando nella Genesi sotto il nome di Chittim o Chettim s’indicano gl'Italiani, o gli abitatori delle isole poste rincontro alla spiaggia asiatica, nulla trova nelle memorie asiatiche ed egizie che si riferisca ad una comunicazione antica di que' popoli coll'Italia, posteriore a quella dispersione atalantica, che diffuse fra le nazioni libiche ed asiatiche le nostre tradizioni cronologiche e religiose. Or circa le sopraddette osservazioni. 1.° non ci fa d'uopo ripetere su qual fondamento, come di già notammo, il Mazzoldi stabilisce |a migrazione atalantica, e le navigazioni di Bacco, Jacco o Jano. 2.° Se dalla storia non sappiamo il tempo anteriore a quello posto dall'A., in cui la Grecia potè esser conosciuta dagli orientali, ossia quello di Danao, e negandosi con ciò senza alcuna pruova la colonia che si attribuisce ad Inaco, non ne consegne che non vi fu questo tempo. Qual nazione inoltre avevaia popolata prima del tempo di Danao? E lo stesso dicasi dell’Italia, e in generale dell'Occidente, se ne discendenti di Chittim non debbonsi intendere né gli Italiani né i Macedoni, o generalmente parlando l'Occidente, come a noi sembra più probabile.

Scrive appresso il Mazzoldi della cognizione della geografia presso i Greci a tempi di Omero e di Esiodo, e dobbiam convenire che i Greci di quell’epoca appena alcune incerte i notizie si avevano delle coste e delle isole meridionali dell'Italia, portate in Grecia da Pelasghi e ridotte al maraviglioso dalla strana mistura che vi si fece della geografia e della storia colle credenze religiose; e che in sulle coste occidentali di Italia ponevano quegli antichi gli estremi della terra, tenendo che fossero bagnate dall’Oceano. Ma da tutto questo non si può inferirne, come fa il Mazzoldi, che se i Greci consideravano come estremi della terra le coste occidentali d’Italia perché bagnate dall’Oceano, e ponevano gli Dei nati dall’Oceano istesso, una gente marina, che veniva appunto dagli estremi della terra, fu quella che portò loro la notizia di una divinità e di un culto. Perciocché g|i estremi della terra non erano solo nelle coste occidentali d’Italia, se l’Oceano, secondo Omero, cingevate intorno intorno (85), opinione sostenuta dallo stesso Strabone, dove dice impararsi da' sensi e palla sperienza che la terra abitata sia un’isola (86); e lo stesso geografo osserva che secondo il poeta a tolte le estremità della terra si congiunge l’Oceano, e le estremità costituiscono la circonferenza, tuttoché Erodoto quattro secoli prima di Strabone ridevasi di coloro che descrivendo il circuito della terra, la fingevano come uscita dal tornio, e l'Oceano come scorrente intorno di essa (87). Non per altra cagione adunque Omero poneva gl'Iddìi nati dall’Oceano, se non perché poneva l’acqua, personificata in Oceano, come supremo principio di ogni cosa, e però anche de' numi, la cui natura differenziavasi di poco nella greca mitologia da quella degli uomini, per essere gli uni dagli altri generati e derivati. E lo stesso carattere mitico di Tetide, figlia e sposa a un tempo di Oceano, non appalesa del pari l’alta generatrice, l’unica dea che un popolo collocalo in mezzo alle acque, nelle isole, sulle rive sinuose di mille golfi, potè salutare col nome di regina, di madre, di causa Prima? Gli stessi antichi già compresero il mito, e videro in Tetide umidità produttrice ed alimentatrice degli esseri. Ed a chi non è noto il dogma del primo filosofo della Grecia? L’A. del resto per dimostrare in Italia la patria degli Oceaniti, ed altri lo potrebbe in Etiopia, dove erano i dominii di Oceano visitato dagli altri dei (88), manifestamente confonde Tetide moglie di Oceano e madre delle tremila Oceanidi, secondo la greca mitologia, con Teti, sposa di Peleo e madre di Achille; dicendo ancora coll'autorità di Apollodoro che Nereo, il padre di questa Teti, abitava sull'Eridano, ossia sul Po. Ma oltre che il greco mitografo non assegna quest'abitazione a Teti, è ancor singolare l’altra tradizione che il Mazzoldi dice conservatasi fra i nativi sino a tempi di Solino e di Fazio degli liberti, e che poneva in Tietta di Calabria il regno dell’Oceanitide Teti, perciocché Solino non parla, né pote(va parlare di questa città calabra che non fa mai al mondo, e però non riferisce neppure la detta tradizione; e Fazio degli liberti parla nel suo Dittamondo di Chieti nell’Abruzzo, il cui nome antico fu Teate, poscia mutato e guasto ne tempi di mezzo in Tilea e Tietta, come il poeta scrive, donde i troppi facili e semplici etimologisti ebbero occasione di attribuirne l'origine alla madre di Achille; menzogna che si beve il buon viaggiatore fiorentino.

L’A. con erudizione pari al suo ingegno si fa appresso a ragionare ne’ capitoli 11.° e 12.° dell’attuale denominazione e situazione de' paesi menzionali da Omero nell'Odissea e da Esiodo nella Teogonia, affin di mostrare le memorie geografiche degli occidentali, e confuta le opinioni del Bailly che situò i Lestrigoni dell'agro formiano in Laponia, e del Rudbek e del Musloxidi che videro l’Eridano nel Rodauno della Polonia. Conveniamo in generale col Mazzoldi rispetto a questa dotta illustrazione, e converranno con lui tutti coloro che ben conoscono le antiche memorie de' nostri luoghi, che tra per l’amenità loro e per le descrizioni de' primi poeti della Grecia avranno una celebrità non peritura nel mondo; ma poche cose ci resta ad osservare sulle deduzioni dell'A. per provare l'italiano incivilimento anteriore a quello della Grecia.

E prima di ogni altro se i moderni, spiegando le favolose tradizioni di Omero circa i Ciclopi, hanno creduto di vedere in essi un popolo inteso all'escavazione delle miniere, non dicono lo stesso, come fa il Mazzoldi, né il potevano, de' Lestrigoni, comunque nell'uno e nell'altro popolo io non sappia vedere che tribù pelasgiche. Per ciò che riguarda i Ciclopi, non mi fa d uopo rivenire su quanto parvemi doversene dire nella memoria su i Pelasgi, citando ancora il ch. A. il luogo dove ne tenni ragionamento. E quanto ai Lestrigoni, sembrami che si possa con qualche fondamento congetturarlo da questo. Formio città antichissima, e di un'origine sconosciuta, dice il poeta ch'era signoreggiata da Lamo al tempo delle navigazioni di Ulisse. Or siccome era nella Tessaglia, dove i Pelasgi abitarono, una città di Lamia, e lo tradizioni mitologiche la fondazione ne attribuivano a Lamio figliuolo di Ercole, l'omonimia tra questo prototipo e i1 re di Formio fa sospettare l'origine comune delle due città da' Pelasgi, tanto più che il nome di Formio tutto greco è certamente posteriore; e siccome il nome della città della Tessaglia fece ricorrere al prototipo Lamio, così quello del re Lamo fa credere che la città nostra prima si nominasse Lamia; essendo noto da un altro canto che questo Lamo pretendevasi figlio di Nettuno (e lo erano i popoli che quella città avevano fondata, perché venuti per mare), e sulla spiaggia ove fu Formia alcuni scrittori pongono i Pelasgi, come per esempio in Amuncla, o Amicle. E non contrastando al Mazzoldi che nel monte Circello, o come i nostri lo chiamano Capo d'Anzo, abbiasi a riconoscere l'isola di Circe, perché a chi navigava dalla parte occidentale alla spiaggia, onde aveva principio l'Ausonia, e questi luoghi non conosceva, quel promontorio non poteva parere che un’isola, come veramente pare a chi Io guarda da Ischia (ed io stesso or non ha guari ne ho fatto sperimento dimorando in quest'isola), non possiam poi convenire che Circe fosse una regina toscana, come l'A. afferma coll'autorità di Esiodo, il quale dice solamente che Agrio, Latino e Telegono figli di Circe nel recesso delle sacre isole imperavano agl’illustri Tirreni (89). E quand’anche Esiodo avesse detto che fosse una regina tirrena, il sistema dell’evemerismo pe’ meglio avvisati mitografi è assurdo. Laonde, anziché ammettere senza più queste favolose tradizioni, sarebbe meglio il ricercare come la leggenda che riguarda la famosa Maga, che altri antichi scrittori pongono nella Colchide, sia passata in Italia, per non vedervi altro che un mito, come sembra più ragionevole. E nemmen Plinio del resto dice spacciatamente che Circe fosse una regina? dice solo che con Medea porse grande occasione alle favole, e conchiude che Omero fu eccessivo nell’ammirazione di questa incantatrice, ascritta anche nel novero degli dei (90). Secondo gli storici seguiti da Diodoro Siculo, Circe viveva al tempo degli Argonauti, e però molto prima di Ulisse, perciocché alcuni la facevano nascere da Eeta re della Colchide con Medea e Pasife (91); ond’è che al coni mitologi evemeristi, per metter di accordo la tradizione omerica colla cronologia, sono stati costretti a distinguere una seconda Circe, figlia della precedente e sorella di Eeta II. Ad ogni modo Circe non è mai italiana 0 toscana, e sembra più ragionevole il credere che la traslazione di Circe dalla Colchide in Italia fu ideala per collegare due culti e farne comprendere l’affinità o l’identità. Il culto di Circe, ch’era adorata a Circejo, e di cui mostravasi il sepolcro nell'isola Farmacusa presso Salamina, rannodasi a quello di Ecate, della quale secondo la mitica leggenda era figlia, ed Omero ed Esiodo, m un’epoca nella quale le tradizioni cosmogonichesi erano trasformate in un assurdo antropomorfismo, non seppero vedervi che una persona. Ed una simile investigazione è da fare sulla sede de' luoghi inferni e dell’Eliso, che Omero e Virgilio con altri poeti pongono ne’ luoghi intorno di Coma, di che alcuna cosa venni accennando nella citata mia memoria su i Pelasgi, tolte le dette credenze attribuendo a questi popoli, i quali nell'Epiro avevano lascialo un Averno ed una palude Acherusia. Dicasi lo stesso della Sibilla Cumana, le tradizioni riguardanti la quale sono sì tra loro contraddicenti, che accrescono le dubbiezze, anziché ci confermano sulla di lei esistenza. Per le quali opposte tradizioni, che qui non ho l’agio di esaminare, ma delle quali sarà discorso quanto basta nella mia opera dell'antica topografia patria, non e da meravigliare della stanza di meravigliosa struttura che alla Sibilla si attribuiva, e dalla quale il Mazzoldi vuol trarre un argomento delle opere stupende degli antichissimi italiani; stanza preziosamente ornata, come scrive l'Alberti, citato dall'A., cioè il cielo dipinto di finissimo azzurro toccato di oro fino, fregiate le pareti ai corallo e di madreperla, e dal fregio in giù sino al pavimento tutta tasselata di pietre preziose, perciocché un nostro giudizioso scrittore, e certamente men corrivo alla credenza delle favolette, altro non seppe vedervi che un bagno di que’ Romani, che tanto diletto prendevano de' nostri luoghi deliziosi; e piacerai qui riportare le parole stesse dell'elegante scrittore del Mercurio Campano, «Vepribus obsitum foramen Averno adjacet, per quod in antrum della Sibilla dictum laboriosus patet ingressus. Suum in eo Cumanam Sibvllam habuisse domicilium, credit vulgus, et jactitant incolae. Fides sit penes credulos. Ego sane Romanorum opus fuisse reor, eo fine perfossum, ut expeditior inter Cumas, et Bajas foret transitos, et communicatio. Etenim cura dorsum montis innumerae occuparent villae, et Bajano mari lacus iungeretur Avernus, nullibi aptior sterni potuit terrestris via, quam per viscera montis; crypta praesertim Neapolitana modum breviandis itineribus edocente. Cumanam Sibvllam his in locis vaticinatam non nego, ne tamen specialem hoc in antro illi sedem attribuam, et tempus, ut innui perforationis, et loci improportio, et structura suadent. Cubiculum, quod in eo, ad ducentos passus occarit, balneum Romani alicujus Regoli, ni forsan publicam, fuit. Ad trecentam tantum passus modo ex tenditur antrum; obductas namque consulto morus, quod reliquam est, imperviam reddit; non unica etenim experientia innotuit, ultra progredientes, ani inter foetorem, aut vaporum spissitudinem prolixae, et caecae curiositatis, repentina exanimatione has inter latebras exolvisse poenam. Vti Sibyllam, sic et Cimmerios ab hoc nedum, sed ab omni alio antro extorres facio; poeticum namque genus est hominum, ab anilibus nagis foecundatam; ni pro Luci agis, et antra incolentibus Cimmeriis, Noctuas et Vespertillones agnoscere velimus, quorum tanta hic inest copia, ut persaepe a facium splendore excitati, foramen antri occludente volatuque incompto oculos vultusque egredientium percellant (92).»

Opera romana era dunque quest’antro che la tradizione vuol dare a credere per quello, dove la Sibilla Cumana dava i suoi oracoli; e se la critica smentisce questa falsa credenza, non ha ancora, a quanto sembra, bene disaminato la tradizione stessa dell'essere stata una Sibilla a Coma. Ma rimettendo ad altro miglior tempo questa ricerca, per non dipartirci dal presente argomento, i templi, le vie, i palagi, le abitazioni, gli atrii, gli archi, i cunicoli, gli anditi, i labirinti e le celle, i sepolcri, gli acquedotti, le conserve d'acqua, i bagni d’intorno alla della città, quasi tatti opera romana furono, non di un popolo antichissimo, il quale viveva sotterra, come si è persuaso il Mazzoldi, seguendo in questo l'opinione di qualche patrio scrittore, seguace più de' sistemi che de' fatti. E dico quasi tutti, perciocché escluder se ne potrebbero le sotterranee escavazioni di queste contrade, alle quali alcuni colla testimonianza di Eforo citato da Strabone vogliono ascrivere un’antichità molto remota, attribuendole a' favolosi Cimmerii, ne’ quali vai meglio riconoscere gli antichi Cumani. A proposito di che Strabone giudiziosamente osserva che Omero, sapendo che i Cimmerii abitavano il Bosforo cimmerio, paese settentrionale e tetro, egli li trasportò in un luogo tenebroso e vicino all'Averno, in acconcio della favola da lui introdotta negli errori di Ulisse (93). Del rimanente, accordando che Omero sia veramente l’autore degli epigrammi che vanno sotto il suo nome, che nel primo di questi epigrammi il poeta parli della nostra Coma, e che derivi il nome di Cimmerii da Cimene una bella fanciulla, come sostiene il nostro A., non so vedere come ne venga che Cimmerii e non Cumani abbiansi a nominare gli abitatori d'intorno l’Averno. Gli stessi antichi già dubitavano che i detti epigrammi fossero del cantor dell’Iliade (94), e il primo di essi è intitolato a’ Neotichesi, abitatori di un’alta città, bella figlia, o sia colonia di Coma, che dobbiamo senza più intendere per la Coma Friconide, perché chiaramente se ne parla nel quarto de' detti epigrammi, e perché la nostra Cuma non fu madre per certo della colonia de' Neotichesi. Ed è da osservar finalmente che la torre de' Giganti nell’isola di Gozzo presso Malta non ricorda, come crede l'A., l’abitazione degli uomini colossali posta da Omero in Italia, ma è un avanzo delle opere di que’ Pelasgi che di Grecia passarono in queste contrade.

Altre poche osservazioni mi rimangono a fare circa le isole delle Esperidi e delle Gorgoni, il mito di Fetonte, e la sede degl’Iperborei, che I’A. attribuisce senza più all’Italia, per proseguir poi l’analisi del suo sistema, per ciò che fa più da presso alla quistione dell'incivilimento italiano comunicato alla maggior parte delle nazioni del mondo antico.

E primieramente, quanto alle isole delle Esperidi, e delle Gorgoni, sia che vogliam considerarle secondo la mitologia, sia secondo la geografia degli antichi, ci troverem sempre molto distanti dalle conclusioni dell’A. G in fatti la interpretazione ch'egli dà alle parole di Omero che nomina l'Oceano ultimo fiume delle quali abbiam già detto quanto basta, e che abbiamo esposte secondo la vera indicazione del poeta e di Strabone, fa concludergli che le isole Esperidi e Gorgoni erano sicuramente da Greci riposte nel mar Tirreno presso le coste occidentali d’Italia. Ma, siccome abbiam detto che per opera di Omero e di Esiodo fu dato l'ultimo crollo alle antiche credenze sacerdotali e simboliche dell'Oriente col presentare sotto una forma evemeristica o storica le idee fondamentali del culto antico, il voler cercare seriamente co’ miti de' due più celebri autori della greca teogonia le isole Esperidi e Gorgoni, è un voler dar corpo all’ombra, è un voler dare un valore istorico ai miti dell’antica religione greca, la quale venuta tutta simbolica dall’Oriente, si trasformò poi in no puro antropomorfismo. La leggenda che riguarda le Esperidi altro non ci presenta che un mito eliaco. E lo stesso dicasi delle Gorgoni, la cui favola si riannoda a quella di Perseo, né l’una si può spiegar senza l’altra. Or gli studi de' più dotti mitografi ci presentano la Persia, il paese della luce, come la prima sede di questa leggenda, la quale ad altro non accenna cne al culto mitriaco, o del Sole (95). Basta dire che Perseo dopo le sue imprese ritorna, secondo il mito, nell’Argolide, dove fa fabbricare da' Ciclopi, fabbri sotterranei, una nuova città capitale, Micene. Le porte di questa città, il più antico monumento della Grecia, sono sormontate da leoni, di cui tutta la forma, Patteggiamento, lo stile riproducono esattamente i leoni solari di Persepoli. Ed eccoci ricondotti non solo al culto mitriaco, che sicuramente non possiam dire italiano, ma ancora agli autori di quelle meravigliose costruzioni, di quelle muraglie, di quelle porte e di quelle grotte che vedevansi a Tirinto, a Micene ed a Nauplia (96), a que’ Pelasgi a buon conto che diffusero le prime credenze religiose nella Grecia e poi nell’Italia. Seguiterei a dire delle isole Esperidi e Gorgoni considerate secondo l’antica geografia, se l’A. non credesse un errore il volerle andar ritrovando secondo le scoverte che vie via si andavano facendo dagli antichi navigatori; ma secondo questo modo di vedere cercar non si dovrebbero neppure nelle coste occidentali d’Italia. Sono del resto riguardo a ciò sufficienti le dotte ricerche del Gosselin, il quale conghietturò ch'Esiodo il mito delle Gorgoni avesse applicato alle Gorille 0 Gorgade scoverte da Annone, e che colle precise testimonianze degli antichi dimostrò ad evidenza che il nome di Esperidi e Gorgoni fu successivamente applicato a molti luoghi ed isole posti al di là delle Colonne d’Ercole sulla costa e nel mare di Africa (97). Il che chiaro dimostra quello che sopra dicevamo, cioè che i Greci, se non molto prima di Omero ed Esiodo, certamente dal tempo di questi due antichissimi poeti, esponendo storicamente i miti dell'antica teologia e cosmogonia, altro non vedevano ne’ simboli che una purè istoria; così che riducendo a storia il mito di Perseo, non videro altro nell'antagonismo dei sole (Perseo) e della Luna (Gorgonion) (98) che le imprese di un eroe. Per le quali tutte cose crediamo un errore il voler indicare le isole delle Esperidi e Gorgoni presso le coste occidentali dell'Italia, in cui si produssero sempre e si producono anche oggidì i pomi di oro, e due altre ragioni si affacciano alla mente per dimostrarlo. La prima, perché i Greci avendo già chiaramente distinto presso le dette coste le isole delle Sirene, degli Arimi o le Pitecuse, l’isola di Circe e le Eolie, come è chiaro da Omero e da altri antichi scrittori, io non so quali altre isole oltre le già dette dar potrebbero il luogo alle Esperidi e Gorgoni, 2.° perché dovrebbesi dimostrare che a' tempi di Omero ed Esiodo erano in Italia gli aranci, come si è persuaso il Mazzoldi, e che per gli aranci Acrisio, il re d'Argo, facesse muover di Grecia Perseo. E per ciò che riguarda il mito di Fetonte, che l’A. stima appartenere alla teologia atalantica, è per certo da riportare con miglior fondamento al culto cabirico, il più antico della Grecia, e non so quale altro l’Occidente ne possa vantare più antico di questo. Si raccoglie in fatti da Plinio che Fetonte con santissime cerimonie era in Samotracia venerato (99), ed è noto, e sarà appresso meglio dichiarato, che i Pelasgi diffusero per la Grecia e l’Italia il culto di Samotracia, del quale tanta parte si ravvisa nell'etrusca teologia. La tradizione inoltre conservataci da Plutarco, che Fetonte fu un principe della Molosside (qui la leggenda prende la forma storica), ci riconduce similmente alla patria de' Pelasgi innanzi che passassero in Italia. La colonia pelasgica adunque che nel suo primo arrivo in Italia prese stanza ad una delle bocche del Po, e vi fondò la città di Spina (100), vide in questo fiume l’Eridano che faceva risovvenire la favola di Fetonte. Le antiche e nuove colonie dimostrano che si ripetono i nomi de' luoghi della madre patria nelle contrade dove si stabiliscono; i luoghi rammentano poi le tradizioni e le credenze che vi si riferiscono. Senzaché un altra spiegazione ci mette meglio in chiaro della tradizioni 0 della favola di Fetonte che si annegò nell'Eridano, e delle sorelle che ne piansero la perdita con lagrime di elettro. Erodoto, scrivendo delle estreme parti di Europa, dalle quali, come egli attesta, proveniva a' Greci l'ambra e lo stagno, non ammetteva appellarsi Eridano da' barbari il fiume, che sboccava nel mare verso Borea, e dal quale correva fama che venisse l’ambra o l’elettro, perché Eridano era nome greco, e non barbarico, finto da qualche poeta (101). Ma poiché è noto da Timeo citato da Plinio, che l’elettro veniva dall'isola Bahia, e da Pitea che si produceva in un’altra isola delta Abaio, lontana una giornata da' Gattoni, i quali lo vendevano a' Teutoni loro vicini (102), i moderni hanno giustamente congetturato, che da' Venedi, i quali abitavano le spiagge del Baltico (103), l’ambra giugnesse per via di traffico a' Veneti che abitavano presso le bocche del Po. Quando adunque i Greci seppero che l’elettro veniva dal mare settentrionale e dalle vicinanze del fiume Raudano 0 Radauno, uno degl’influenti della Vistola, confondendo i popoli e i luoghi, dissero che si raccoglieva presso le sponde del Po, che nominavano Eridano (104). Plinio inoltre sull’autorità di Timeo riferisce che ad una giornata di navigazione dalla Scizia Raunonia trovavasi l’isola che produceva l’ambra (105); pd ammettendosi la correzione del Gosselin della denominazione Raunonia in Raudonia (106), ed avendo Strabone e Plinio traspor. tata la contrada produttrice dell’elettro o dell’ambra dal paese de' Venedi nelle Isole elettridi situate rimpetto al Po, che gli stessi geografi del resto non ammettevano perché di fatti non vi sono (107), non solo ritroviamo in quella parte della Scizia europea la Scizia presso il Raudano, e gl'Iperborei di Erodoto, ma si giustifica ancora l’opinione del Mustoxidi e de' dotti interpreti dello storico, combattuta senza alcuna ragione dal Mazzoldi. Che se perciò al ch. autore non sembra doversi stare alle dotte autorità, dovrebbe dimostrare che presso il Po si raccogliesse e l'ambra (non il petrolio del Piacentino) e lo stagno. Egli del resto riferisce l’autorità di Plinio circa il commercio che facevasi dal succino dalla Pannonia, ma nel suo passo sono malamente confusi il paese de' Venedi del Baltico e la Pannonia di Plinio colle Alpi di Lombardia, e gli antichi Veneti del Po co’ Veneziani.

Terminando finalmente!’A. d’illustrare l’antichissima geografia degli Occidentali, si avvisa che nell'Atlante degl’Iperborei, di cui fa menzione Apollodoro, parlando delle imprese di Ercole (108), intender si dovessero la Alpi d’Italia; e perché ha da Plutarco nominarsi Adriatico da Adria città degli Etruschi il mare Adriatico che è verso Borea, e da Eraclide Portico citato dal medesimo storico che un esercito d’Iperborei prese Roma, ne conchiude non solo che ai tempi di Eraclide si nominavano Iperborei gli attuali abitatori di Lombardia, ma ancora che a questa contrada tutte riferir si dovessero le tradizioni antiche concernenti gl'Iperborei, cosi che Ercole dalla detta contrada portò in Grecia le prime radici dell'oleastro, onore de' vincitori di Olimpia, da essa si partivano le vergini che portavano a Delo le loro offerte nascoste fra le spighe di frumento, da essa esser venuta la prima edicola di Apollo costrutta dalle api, da essa esser passato Abari in Grecia ed aver costrutto un tempio a Proserpina presso Scias nella Laconia; perciocché in fatti l'ulivo cresce spontaneo sul lago di Garda posto verso borea, la prima coltura delle api fu in Italia, e Proserpina e Cerere, che diffusero pel mondo i primi semi del frumento, ebbero stanza in questo paese.

Or per ciò che riguarda tutte queste cote insieme, fa d'uopo primieramente osservare che Apollodoro dopo aver accennato che i pomi d’oro delle Esperidi che Ercole recar doveva ad Euristeo non erano nella Libia, ma nell’Atlante degl’Iperborei, nel seguito della sua narrazione, fattagli attraversare la Libia e 'l mare estremo, lo fa giungere nel continente opposto, dove uccide l’Avvoltoio che divorava il fegato a Prometeo, e quindi presso gl'Iperborei all'Atlante, che gli coglie i desiderati pomi. Secondo questa tradizione adunque non solo siamo fuori, ma ancora molto lontani dalla Lombardia. Che dunque dobbiam tenere degl'Iperborei de' Greci? Questo nome esprimeva per essi un’appellazione comune, a popoli che abitavano al loro settentrione, sulle sponde di quell'Oceano che supponevano ad essi molto vicino; e dalle relazioni de' poeti, degli storici e de' geografi dell'antichità facilmente si raccoglie che il nome gl’Iperborei successivamente applicarono a popoli diversi, secondo che le loro conoscenze si estesero verso il settentrione. Dalle tradizioni de' Delii conservateci da Erodoto apprendiamo che le sacre offerte che avvolte nelle stoppie di tramenio gl'Iperborei mandavano ad Apollo e Latona, erano ricevute di mano in mano da' confinanti infino a che giugnevano sull'Adriatico; quinci primi tra i Greci le ricevevano i Dodonei, da' quali discendevano il seno Meliaca e traghettavano all'Eubea; e di città in città si mandavano sino a Caristo, donde passavano a Teno, e di que sta città a Delo (109). Pindaro situa gl’Iperborei presso il Danubio (110), cioè nella contrada poscia abitata da' Daci 0 Goti. Or se pe’ Sciti di Erodoto intendiamo i Traci, vedrem chiaro! il viaggio che facevano le sacre vergini, 0 icore portatrici delle offerte di Apollo. I Traci erano gli stessi Pelasgi, secondo molli scrittori. Or i Traci avevano anticamente abitato le due rive del Danubio: Strabone lo dice positivamente de' Misii (111), una delle loro popolazioni, che ne furono espulsi da' Goti. I Peonii che abitavano tra i Mesii e i Molossi, erano egualmente Traci, e l’Eubea era popolata di Pelasgi. I doni de' Traci iperborei, per la strada indicata dallo storico di Alicarnasso, traversavano dunque contrade abitate da popoli d’una medesima razza. I nomi stessi delle vergini inviate dagl’Iperborei a Delo, Arge, Opi, Iperoche e Laodice, appartengono manifestamente all’idioma ellenico, col quale il pelasgico ebbe tanta affinità. Del rimanente il colto di Latona e i doni offerti a Delo si attribuirono poscia per omonimia agl’iperborei posteriori; e perciò veggiamo descrivere da Diodoro sulla tradizione di Ecateo, al di là della Celtica nell’Oceano e nella regione artica, un’isola grande quanto la Sicilia, abitata dagl’Iperborei, dove era nata Latona, e dove era principalmente adorato Apollo (112); isola nella quale i moderni hanno riconosciuta Thule o l’Islanda. Lo Scita Abari finalmente, che dal paese degl'Iperborei passando nella Grecia, la percorre sopra una freccia, e vi diffonde il culto di Apollo, che rende oracoli, dà una teogonia, e libera i popoli dalla peste e dalla fame, appartiene ad evidenza alle religioni settentrionali, e il mito che Io riguarda riannodasi a' culti antichissimi del Caucaso, diffusi colle primitiva emigrazioni de' popoli tra i Greci e tra gli Sciti (113). Or le dette osservazioni ci paiono sufficienti per non dover trovare in Italia l’origine del mito di Fetonte, le isole Esperidi e Gorgoni, e ’l paese degl'Iperborei.

Le cose discorse del Mazzoldi ne’ capitoli 13°, 1 4°, 15°, e 16° tutte si aggirano sulla famosa isola Atlantide, sulle false opinioni degli antichi e de' moderni circa la di lei situazione, e galla patria degli Oceaniti Uranidi, Titani, Atalanti e Pelasgi, quanto a dire l'Italia, secondo egli si avvisa; e in questi quattro capitoli tante testimonianze di, antichi e opinioni di moderni sono rammentate ed esaminate, che troppo mi dilungherei se tutte volessi anche in breve raccorle, per darne contezza ai leggitori. Tralasciando adunque le opinioni degli antichi e de' moderni circa la situazione dell’Atlantide, non meno che la dotta critica che fa il Mazzoldi di queste opinioni, in che si è di recente qualche contraddistinto un moderno scrittore francese (114), mi respingerò alla sola tradizione di Platone ed alla conclusione del Mazzoldi, per vedere qual fondamento può farvisi affin di decidere la quistione della priorità dell'incivilimento italiano su quello della Grecia non solo, ma delle altre contrade ancora che verrem per ordine secondo l'A. rammentando.

Chi ha letto Platone avrà osservato ne’ due suoi dialoghi il Timeo ed il Crizia la descrizione e le meraviglie dell'isola Atlantide, la somma potenza de' suoi re, e il suo ultimo fato, o il totale suo sovvertimento con tutti i suoi valorosi e bellicosi abitatori in un’epoca molto remota dalla memoria degli uomini, ed avrà ammirato lo stupendo ingegno del filosofo di Atene, il quale per aver messo tanto di poesia nelle sue filosofiche investigazioni ci trasporta in un aere più spirabile che non è quello di questo basso e tristo mondo. — L’isola Atlantide, posta quasi nella prima entrata del mare Atlantico, dove i Greci dissero le Colonne d’Ercole, maggiore di tutta la Libia e l'Asia insieme, fu con molte altre isole signoreggiata da re potentissimi, i quali il proprio dominio allargarono su tutta la terra ferma dell'Africa infido all'Egitto, e dell'Europa infino al mar Tirreno. Or quando gli Atlantidi minacciavano di conquistar quasi tutta la terra conosciuta, i soli Ateniesi bastarono a respinger tanta forza e a conservare la libertà loro non solo, ma quella ancora degli altri popoli amici; alla quale debellazione successe un grandissimo tremuoto ed una inondazione, e la terra aprendosi inghiottì quei bellicosi uomini, e l'Atlantide fu sommersa nel mare.

Or apprendiamo da Plutarco, che la favola dell’Atlantide (ὁ Ατλαντκός λόγος ή μύθος) fu tratta da Platone da un poema mitico-politico composto da Solone sul finire della sua vita (115), per risvegliare il coraggio ed il patriottismo dogli Ateniesi, come giudiziosamente si avvisa un ch. archeologo (116). E ben manifesto si vede l’intendimento del savissimo legislatore, perciocché per bocca de' sacerdoti di Saide diceva, come leggesi in Platone, che i soli Ateniesi invasi dagli Atlanti di 9000 anni innanzi Socrate valsero a rintuzzarne la potenza, e conservarono con ciò la libertà loro, e quella degli altri popoli collegati. Questa sola tradizione serbataci dal filosofo di Cheronea sull'origine della favola dell'Atlantide, e inoltre l'epoca remotissima della invasione de' suoi abitatori nell’Attica, non meno che l’incredibile sua estensione, già basterebbero per non vedervi altro che un bel romanzo, ed è però pena perduta il volerne cavare una rimembranza storica. Intanto il Mazzoldi, dopo aver ben confutate le opinioni degli antichi e de' moderni sull'isola meravigliosa, fondasi sull'autorità di Crantore, il più antico spositore di Platone, il quale pensava che nella invasione degli Atlantidi si contenesse un fatto storico, e si fa a ricercare qual fosse questo antichissimo popolo, il più antico di cui restasse memoria nella vecchia Europa, il quale invaso l’Egitto e la Grecia, e eh ebbe fine come abbiam sopra riferito.

Il lettore, innanzi di conoscere la opinione del ch. Autore, già si sarà accorto dove egli ci vuol condurre; ma seguitiamolo nelle sue investigazioni e dimostrazioni circa la patria di questo popolo famosissimo.

Esiodo, Omero, Erodoto, egli dice, non mostrano di aver memoria di alcun luogo della terra, da cui si dispiccasse il popolo atlantico, propagatore per l’Africa, i paesi della costa Asiatica e per la Grecia delle sue istituzioni; si tenne memoria in tutti gli antichi scritti di forestieri venuti dall'Occidente, donde apportarono numi, oracoli, leggi, arti, scienze, e, ciò che più importa, colle lettere dell'alfabeto i primi elementi della civiltà. E quantunque di questi antichissimi Tesmofori parlavano le prime scritture di Grecia, di Egitto, di Fenicia, di Assiria, di Persia, di Samotracia, di Frigia, chiamandoli ora Oceaniti, ora Uranidi, ora Titani, ora Pelasgi ed ora Atalanti, pur riconoscendo che niuno autore né monumento ci offre reminiscenza di particolare istoria rispetto a questa gente antichissima, il ch. Autore ne va trovando le tracce in qualche indicazione quasi sfuggita involontaria a podi. Omero in fatti nomina Oceaniti tutti gli dei, e talvolta ancora Uranidi Adanlidi o Pelasghi. Esiodo uso ancora promiscuamente l'una e l’altra appellazione, ed Orfeo quella di Titani. Or a qual altro popolo, conchiude il Mazzoldi, possono attribuirsi questi Tesmofori, se non all'italiano? Perciocché nel nome di Oceaniti, egli dice, vedesi indicata la loro patria in sulle coste dell’Oceano, cioè presso le spiagge esperie d’Italia: in quella di Uranidi la provenienza titanica, cioè la discendenza da quella gente che battagliò con Giove, che fu sconfitta ne’ piani di Fiegra sulla marina della Campania, e che fu seppellita sotto i monti vulcanici di questa medesima regione. In quella d’Atlantidi, la loro congiunzione colla famiglia di quell'Atalante che, secondo Beroso, Platone, e Diodoro fu re d’Italia, e da cui forse derivò la denominazione territoriale degli Atalanti, Italanti o Italiani e dell'Italia. In quella di Pelasghi, la loro provenienza dalle spiagge dell'Adriatico, come dimostrerà più innanzi. E tutte queste tracce di derivazione per sé chiare a susficienza sono poi vieppiù illuminate dalla loro congiunzione co’ Feaci, che da Omero senza ambiguità sono indicati come coloni italiani. Ed oltre alle denominazioni di Titani, Oceaniti, Atlantidi Pelasghi, le tradizioni degli Atalanti od Uranidi sono identiche con quelle degli Oceaniti, di cui parla Diodoro siculo, e con quelle de' Pelasghi, di cui scrive Erodoto. Ed ecco la somma di tutto l’argomento del Mazzoldi, riferito colle stesse sue parole, sol quale ci convien fare le nostre osservazioni, prima di passare alle altre ragioni da lui addotte, onde poi venire alla desiderata conclusione.

E primamente non ci fa d’uopo ripetere quanto abbiam detto a pag. 101 per spiegare la mente di Omero circa il nome di Oceaniti che dà a numi; dove ancora abbiam osservato che circondando l’Oceano tutta la terra, secondo il poeta, o secondo l'opinione invalsa al suo tempo, i suoi figli non che venire dalle sole estremità occidentali d Italia, potevano venire da tutta la circonferenza del globo, o da tutti gli estremi della grande isola, come lo stesso Strabone considerava la terra abitata; avendo inoltre riferito nel luogo stesso che gli Dei, non nelle spiagge esperie d’Italia, ma in Etiopia, andavano a visitare il padre Oceano, come scrive lo stesso Omero. Appresso, gli Dei sono detti Uranidi, perché discendenti dal comune ceppo di Urano, secondo la greca mitologia, la cui discendenza ebbe impero sino a Saturno, dopo del quale cominciò con Giove una seconda epoca di dominio, come i greci mitologi se la figuravano, o davano ad intendere exotericamente, e nella quale i autografi moderni veggono ragionevolmente, e le stesse mitiche tradizioni il dimostrano, l’introduzione di un nuovo culto affatto opposto, all'antico; la quale introduzione di nuovo culto per la lotta che si dové sostenere contro gli adoratori di Saturno da coloro che stabilir volevano il culto di Giove, vien rappresentata appunto nella titanomachia e gigantomachia, ch'ebbero fine colla debellazione de' Titani, e il loro esigilo nel Tartaro e ne’ vulcani d’Italia, donde sbuffava Tifeo, ricorrendo così la greca immaginazione a' grandi fenomeni della natura par offerire un immagine di quella tremenda guerra (117). Spiegata così la guerra di Giove contro Saturno e i Titani, facilmente si comprende il mito di Saturno che divorava i propri figli: all'ara di Saturno s’immolavano gli uomini, e Macrobio riferisce che i Pelasgi, passando di Grecia in Italia, malamente interpretando le parole dell'oracolo, nel quale era detto: Καὶ κεφαλάς Αΐδη, καὶ τῶΠατρὶ πέμπετε φῶτα: Et capita Diti, et Patri mittite virum, alzati a Dite o Plutone un sacrario e a Saturno un’ara, vittime umane ai due numi sacrificarono insino a che giugnendo Ercole nel Lazio (un’altra colonia arcadica adoratrice di questo nume), persuase ai loro posteri di mutare in fausti olocausti gli orrendi sacrificii umani, sacrificando a Dite non teste umane, ma immagini formate ad umana sembianza, ed onorando le are di Saturno, non coll'uccisione di uomini, ma con accesi lumi, perciocché non solo un uomo, ma ancora lumi significava (118). E la tradizione conservata da gravi scrittori dell'antichità ci fa sapere che immolavansi in Roma in ciascun anno trenta vagabondi, che gettavansi co’ piedi e le mani legate nel Tevere (119). Plutarco li nomina Argivi, né sa perché (120); ma un dotto alemanno risponde che il sacrificio che facevasi di essi era un’espiazione in nome delle trenta curie della città, la quale perciò ha un’origine greca (121), ritenendo insieme le rimembranze di Lacedemone, dell'Arcadia, e di Argo (122). E sono detti Atlantidi Mercurio e Calipso (questi due soltanto nomina il Mazzoldi per mostrare l’identità delle dette denominazioni), perché il primo nacque, secondo la greca mitologia di Maja, una delle Pleiadi figlie di Atlante arcade (123), ed all’altra, fu dato per padre Atlante, personificazione della grande catena di monti noli sotto questo nome mitologico, perché aveva dimora, secondo le tradizioni, in un’isola del mar d’Africa. De’ Ciclopi, de' Pelasgi e de' Siculi sarà detto appresso; e quanto a Cerere distinta col nome di Pelasgide, che altro vuol dire se non che Cerere adorata da' Pelasgi? Né si può similmente dall’aggiunto di averrunco dato a Giove, il quale aveva culto sull'Inietto, inferire che i nostri Aurunci ne avessero colà portato il culto perciocché tanto dinotava Giove averrunco quanto Giove fugamali; senzache notisi inoltre che la denominazione averrunco (non averunco, come scrive il Mazzoldi, affin di raffrontarlo con Aurunci) è soggiunta dal ch. traduttore di Pausania per ispiegare la greca denominazione di Apemio (124), come ha fatto rispetto agli altri aggiunti di Ombrio (pluvio), Proopsio (provvidente), Semeleo (da' segni), spiegazioni che non sono nel testo dello scrittore greco.

L’A. cita ancora il libro VII dell’Odissea, e fa dire al poeta che i Tesmofori Oceanici, Atlantidi, Uranidi, Titani, Pelasghi avevano tutti e la patria, e l’origine comune coi Feaci, un antica colonia italiana, come dimostrerà più innanzi. Quanto all’origine de' Feaci, ne ragioneremo dove ne terrà discorso; ma rispetto alla patria de' detti Tesmofori, Omero non parla affatto, anzi neppure adopera la voce tesmofori in tutti i versi de' due poemi.

Il Mazzoldi intanto, dopo aver riferita la tradizione di Diodoro circa gli Atlantidi (o come egli scrive Atalanti o Atalantidi, per ricavar certo da questa denominazione e quella d’Italia quella identità che non vi è), tradizione tutta evemeristica, come salta agli occhi di un lettore spregiudicato conchiude che tutte le più remote memorie de' fatti umani si accordano poi ad indicarci che un tale popolo ebbe le, sue sedi in Italia e nelle sue isole, avanzo di quell’antica J catastrofe che lo cacciò di patria, e lo sparse per tutte lo, nazioni poste sul Mediterraneo., E perché ha ben compreso che non facilmente sarebbesi convenuto nella sua opinione da coloro che sono altramente persuasi dalla storia, soggiunge ricordando «di nuovo a quello tra i leggitori che non sentisse, per avventura di dover concorrere nella propria sentenza, come sia oggimai tempo ch’egli s’accinga a dimostrare ed ispiegarci per altra diversa via tutte le tradizioni che si riferiscono: al nascimento di talli gli antichissimi Tesmofori a del mondo antico, indicato da Omero sulle spiagge Esperie d'Italia; alla sepoltura de' Titani sotto i campi di Flegra, ed ai terribili monumenti che rimasero e tuttora rimangono in quei luoghi della Cera, lotta tra la natura sovversa e questo popolo sapiente, in cui, secondo Orfeo, ebbero loro ceppo e cominciamento tutte le istituzioni civili de' popoli antichi; ai primi benefici, delle arti, portate da lui in Egitto, in Frigia, ed in Grecia; alle memorie, che gli Egizj ed i Greci ci conservarono di un Dedalo e di un Agrola ed Iperbio di razza titanica o ciclopica, che costrussero il sacrario di Vulcano e le mura della rocca di Atene, che sono i monumenti più antichi di Grecia e di Egitto; alle notizie di Dardano di patria toscano, fondatore di quel regno di Frigia che ebbe gara di antichità coll'Egitto, e da cui tuttora si denominano i Dardanelli che chiudono l’entrata del Bosforo, e dei Titani che, secondo Omero, eressero a varie riprese le mura di Troja;, alle tradizioni egizie sugli Atalanti o Italanti che dominarono l’Egitto in tempi che precedono tutte le memorie istoriche, la cui patria era posta nel mare rincontro alla catena dell’Atlante, pel guai mare deve di necessità intendersi il Tirreno, dacché il mar d'Affrica oltre lo stretto delle Colonne d'Ercole non si conobbe dagli Egizj se non dopo i tempi di Necos; ad Atalante secondo le tradizioni frigie re d'Occidente e secondo le memorie sacre caldaiche, raccolte da Beroso, istorico più antico d'Erodoto, re d'Italia; alla denominazione territoriale di Atalanti, di Thalia, A-Thalia, Italia, conservatasi attraverso di tanti secoli; alle denominazioni territoriali di Monte Titano, e di Porto Titano ed altre simiglianti durate fino a' nostri tempi in Italia; ad Iperione e Fetonte fratelli di quell'Atlante re d'Italia secondo Beroso, periti nell'Eridano; a Sole, secondo Omero re di Sicilia, secondo Virgilio re del Lazio, chiamato, a dir di Plutarco, τιτάν (Titan), perchè tenuto l'un dei Titani, e nel quale ha sua radice il culto dell'astro di questo nome diffusosi a tutte le nazioni del mondo antico e divenuto come il ceppo delle loro credenze religiose; a Cerere ed a Proserpina tenute da tutta l'antichità siciliane; a Tifone o Tifeo l'un dei Titani nato e morto in Sicilia; a Vulcano indicato siccome il primo che lavorasse i metalli nell'isola Vulcania, una delle Eolie; a Japeto, Jano, Jacco o Bacco indicato da Aristide e da Luciano come re d'Italia, e che navigava con navi toscane o italiane secondo si ha da Omero; alle conquiste di questo titano od oceanita, od occidentale, nell'India di cui si ha memoria nelle stesse tradizioni degli Indiani, ed alle dimostrazioni del Volney, dalle quali appare il Guianesa o Guianes indiano, non essere se non il Janus dei Latini, e il Giano degl'Italiani; ai Feaci i più celebri navigatori che avesse l'antichità indicati da Omero siccome coloni italiani e discendenti dalla razza titanica di Nettuno, non men che il siciliano Polifemo secondo lo stesso Omero; ai nomi appartenenti a tutta questa famiglia titanica disseminati nelle cronologie e nelle credenze religiose degli Egizj, de' Fenicj, de' Caldei, dei Frigi, de' Persiani, degli Indiani de' Greci, e collegati con tutte le origini delle arti e delle 'istituzioni della vita civile; alle denominazioni di divini a rispetto de' Pelasgi, e d'inclita nazione a rispetto de' Tirreni che noi troviamo in Omero ed in Esiodo, le cui scritture sono le più antiche della gentilità; in fine a tutte le memorie che facendo un fascio di Oceaniti, Uranidi, Atalanti, Pelasghi, Titani, vengono poi a dichiararci in Tacidide ed in tutti gli scrittori dell'antica Grecia e d'Italia che una gente così variamente denominata era tenuta per Autotona, ossia nata sul suolo della Sicilia e dell'Italia ed era stata il ceppo delle popolazioni che vi convivevano nei tempi del dominio trojano.»

Io ho trascritto questo lungo passo del Mazzoldi, così perché in esso ha tutta raccolta la forza de' suoi argomenti, come perché il lettore spassionato possa far giudizio qual fondamento può farvisi dopo la spiegazione che daremo, come meglio ci sarà dato, di tutte queste cose insieme, avendo impreso sin da principio di queste osservazioni ad esporre i nostri dubbi alle investigazioni e conclusioni del ch. Autore, onde veder risoluta da ogni incertezza la quistione da essolui con tanto amore e dottrina dibattuta e disaminata.

E primieramente Omero non parla degli antichissimi Tesmafori del mondo antico sulle spiagge Esperie di Italia; parla sì vero di Oceano, il quale, come abbiam detto, era in Etiopia, considerato come persona, ed era intorno intorno alla terra considerato come acqua, secondo la geografia del poeta o del suo tempo. 2.° I Titani si consideravano come sepolti sotto i campi di Flegra, perché, come anche abbiam detto, gli antichi accompagnavano la guerra di essi contro Giove co' fenomeni de' nostri vulcani. 3.° Orfeo, o l’autore degl’inni che vanno sotto il suo nome, non dice che dal detto popolo sapiente ebbero loro ceppo e cominciamento tutte le istituzioni civili de' popoli antichi. 4° Se portarono le arti in Egitto, in Frigia ed in Grecia, lo vedremo appresso, dove l’A. particolarmente ne ragiona. 5.° Dedalo, secondo la leggenda, è greco, non italiano; dall'Attica passò in Creta, e quindi in Sicilia, e a Coma; e coloro che non vi veggono altro che una personificazione dell’arte, non si dilungano forse dal vero. 6.° Dardano è detto di patria tirreno, o come dice il Mazzoldi, toscano, solamente da Virgilio e da Messala Corvino nel libro De progenie Augusti, certamente per adulare Ottavio divenuto signore del mondo; e questo ci basta per rispondere a quello che l'A. dice alle pagine 116, 189, 193, e più a lungo spiegheremo, ragionando del di lui assunto nel capitolo XX.. 7.° Non ci fa d'uopo dir nulla delle tradizioni egizie sogli Amianti o Italanti, riferite da Diodoro, perché lo storico nomina gli Atlantidi, de' quali si è già detto quanto bastale de' quali l’A. trasforma il nome, come abbiam veduto, affin di trar tutto alla dimostrazione della sua sentenza. 8.° Euschio citato dal Mazzoldi non dice che Atlante fu re d’Italia; dice solo che gli toccarono le parti prossime all’Oceano (125). 9.° La notizia della patria di Atlante che leggesi nella raccolta del Ramusio è certamente attinta a' frammenti del Beroso di Annio da Viterbo. L’ A. dice che l’arcivescovo Don Rodrigo, da cui si raccoglie la mentovata tradizione attribuita a Beroso, non poteva conoscere i frammenti di Annio. E come no? Annio scriveva nel 1498 (è questa la data della prima edizione de' famosi frammenti), e Gonzalo de' Oviedo dedico la sua storia naturale e generale delle Indie a Carlo V nel 1525. Bastavano dunque ventisette anni perché lo storico spagnuolo avesse conoscenza de' frammenti Anniani. 10.° Delle denominazioni territoriali di Atalanti, Thalia, A-Thalia, Italia, ili leggitore ammetterà solamente l’ultima, perché le altre non so in quale angolo della nostra Italia si rattrovano; né il nome d’Italia derivasi certamente da Thalia, A-Thalia, Atalanti. n.° Monte Titano e Porto Titano sono denominazioni invalse come tante altre che ci riportano all’antiche credenze de' Greci, ma non dimostrano che i Titani erano italiani; perciocché il mito de' Titani è nella greca teogonia prima che passasse nelle tradizioni italiche, e lo dimostrano i più antichi poeti noti della Grecia Omero ed Esiodo, i quali non hanno certamente antecedenti in Italia. 12.° Il mito di Fetonte ed Iperione annegati nell’Eridano disvela un’origine greca anziché italiana, perciocché i nomi del titano Iperione e de' suoi discendenti (emanazioni che tutte si riducono all’unità, all’astro luminoso) sono manifestamente greci (126). Del resto Sole re appartiene ad evidenza alle tradizioni arcadiche, nelle quali le reali genealogie cominciano con quelle de' numi, non diversamente dalle dinastie egizie, che cominciavano coll’impero di Vulcano. 13.° Gli antichi siciliani tenevano nate fra loro Cerere e Proserpina, perché senza dichiarare il mito, che può vedersi spiegato egregiamente da dotti mitograsi (127), le ubertose messi dell'isola, e l'Etna soggetto secondo la mitologia al dominio di Plotone, vi porselo occasione: ma dimostrando Erodoto, Diodoro siculo ed altri antichi scrittori l’identità di Cerere e d’Iside (128), il culto della dea dell’agricoltura ci riporla all’Egitto, e Proserpina e secondo altre tradizioni rapita da un principe della Molosside (129), non già nell’isola di Sicilia. i4.° Tifeo o Tifone non credevasi solamente nato e morto in Sicilia, perciocché lo ritroviamo egualmente allevato nell’antro Cilico (130), e sepolto nella Lidia, nella Mùia 0 nella Meonia, e nella Cilicia (131), e in generale nelle contrade arse dal fuoco de' vulcani. E lo stesso dicasi del nome che ha lasciato il suo nome a' menti ignivomi. 15.° Aristide nell’orazione a Bacco non dice che fosse re d’Italia; cerca anzi «piegare il mito del1 aver egli soggiogato gl'Indiani e i Tirreni col vedere nel Sole l'astro maggiore che illumina la terra. 16.° Delle favolose conquiste di Bacco abbiamo inoltre detto quanto basta, e chi ha tenuto per uno stesso nome il Guianes indiano ed il Janus de' Latini, non ha recato in mezzo questo raffronto per affermare che dall’Italia ne fosse passato il culto nelPlndia, ma per dir certo il contrario. 17.° Se i Feaci fossero una colonia italiana, e se l'origine delle arti e delle istituzioni della vita civile presso le più antiche nazioni della terra sia dovuta agl'ilaliani, lo vedremo appresso. 18.° Nessuna induzione in favore dell'Italia si può ricavare dalla denominazione di divini data a' Pelasgi, e d’inclita nazione data a' Tirreni; perciocché i primi furono un popolo straniero all’Italia, e gli altri un miscuglio di popoli inciviliti da Pelasgi e da' Lidii. E finalmente tra gli Oceaniti, Uranidi, Alalanti, Pelasgi e Titani dobbiam riconoscere come popoli i soli Pelasgi, essendo gli altri nomi di divinità e non di popoli, appartenenti alla mitologia e non alla storia, e gli stessi Pelasgi per le testimonianze degli antichi non posson tenere senza errore come nati nella Sicilia e nell'Italia.

Queste cose ci è paruto di osservare a tutte le pruove insieme raccolte dal Mazzoldi nelle pagine 192, 193 e 194 del suo libro, né crediamo che contro la sua sentenza addur si possa la ragione che quanto ha affermato fondasi solo sulle mitologiche tradizioni, difficoltà alla quale avvedutamente è andato incontro coll'autorità di Tucidide e di Vico; e però, convenendo senza più che le mitologie sono le prime storie delle nazioni, come scrive il nostro filosofo napoletano, dappoiché le prime credenze e i primi fatti ci mostrano de' più antichi popoli, desideriamo non pertanto col ch. A. che si esaminassero e paragonassero tra loro co lumi della buona critica e senza amore di sistema, affine di ben distinguere la più antica teologia dalla storia primitiva, e che in questa non certo facile opera dell'erudizione si seguitassero le orme de' più chiari scrittori, che or fanno ricca soprattutto la tedesca, letteratura.

Intanto il Mazzoldi, osservando come non solo le memorie mitologiche, ma ancora le istoriche c’indicano l'antichità dell'italiano incivilimento, e la sua diffusione alle nazioni poste sul Mediterraneo, nel 16.° capitolo si fa ad esaminarle, e rapportarle. Ed avvisandosi a questo fine che l’ultima denominazione data ai Tesmofori propagatori del detto incivilimento fu quella di Pelasgi, dopo aver addotte le diverse opinioni degli scrittori circa la loro patria, cioè degli autori della storia universale inglese, del Newton, del Pinkerton, del Compagnoni, del Micali, del Sismondi, degli spositori di Omero, e di Erodoto, Strabone, Disdoro e Dionigi d’Alicarnasso, e la mia propria, ch'è quella stessa del Freret, del Larcher, dello Schlosser e del Niebuhr per tacer d’altri scrittori, studiasi di rischiararne la provenienza sì a lungo, e piuttosto per proposito che per mancanza di dottrina ignorata. Onde seguitando l’opinione del Bailly e del Ciampi circa la. denominazione di Pelasgi, ed osservando che non era territoriale de' detti Tesmofori, ma data loro arbitrariamente dagli ammirati e selvaggi Greci, sostiene che indicasse una colonia venuta dal Pelago, o dal gran mare; e giovandosi della testimonianza di Esiodo, il quale dice che la Terra generò il mar Pelago, ne conchiude che questo nome attribuir si debba al Mediterraneo, e che i Pelasgi, ossia i marini, debbano necessariamente appartenere all’Italia, perché gli Atlantidi di Platone, de' quali ha innanzi dimostrata l'identità co Pelasgi, erano passali in Grecia, navigando da Occidente a Levante, ossia dall'Italia. La quale interpretazione e conclusione cerca inoltre di convalidare col ripetere l’autorità di Sofocle, il quale nomina Inaco figlio di Oceano e re de' Tirreni-Pelasgi; il quale Inaco, essendo Oceania, cioè italiano (e abbiam veduto per qual ragione), ne conchiude che fuor di ogni ambage i Pelasgi erano essi stessi Toscani, o Italiani.

Ecco come l'A. alle tradizioni mitologiche comincia ad aggiugnere le storiche affin di provare l'origine italiana de' Pelasgi, ultima denominazione e identica, secondo si avvisa, a quella di Titani, Atalanti, Uranidi e Oceaniti, e ci è mestieri ritornare su qualcuna delle già fatte osservazioni per isciogliere il nodo di questa argomentazione, se al leggitore non si presenta per avventura nella sua chiarezza. E priora di ogni altro è da rimettere che chi crede la denominazione di Pelasgi derivata da Pelago, chiaramente si allontana dalla ragione etimologica della detta voce; perciocché, secondo questa opinione, Pelagi e non Pelasgi questi popoli si dovevano denominare; e nella nostra memoria sul loro stabilimento nelle nostre contrade, già osservammo che con miglior fondamento debbasi derivarne il nome piuttosto da πέλας γūs presso la terra; etimologia che nel nome generico di Pelasgi altro non ci mostra che i popoli vicini, come nominar si dovettero da coloro che furono i primi soggetti alle loro invasioni, e forse da que’ d'Ilio, presso quali erano Pelasgi, e, come si è congetturato da' moderni, discesi dalla prossima Tracia; come fior una ragione contraria anticamente si nominò Apia (terra lontana) il Peloponneso (132) dagli abitatori più settentrionali della Grecia. Ma non ammettasi pure questa etimologia, nò si convenga che i Pelasgi fossero i popoli conosciuti poi dalla storia sotto il nome di Traci, noti si potrà dir certamente ch'erano italiani perché venivano dal Pelago, ossia dal Mediterraneo, e propriamente dalla Toscana, per la ragione che dovendosi in essi vedere gli Atlantidi, o, come l’A. scrive, gli Alalanti di Platone, questi passarono nella Grecia, navigando da Occidente a Levante, e perché Inaco loro re ora detto Oceanita cioè venuto da quell'Oceano che l'A. ha trovato solo nelle estremità occidentali d’Italia; perciocché le cose sopra discorse a proposito dell’Oceano, e della favola dell1 Atlantide chiaramente lo dimostrano.

Ma l’A. seguita a dire che anche per testimonianza di Tucidide, la maggior parte degli abitatori della Tracia era formata da' Pelasgi, o da' quei Tirreni che abitarono un tempo Lenno ed Alene, cioè de' Toscani, perciocché pel Mazzoldi i Pelasgi-Tirreni altro non sono che i Toscani; ma è noto che gli antichi li nominavano indistintamente Pelasgi, Pelasgi Tirreni, e Tirreni o Tirreni-Pelasgi, sia per le loro validissime costrizioni, sia per altre origini più remote, come è piaciuto al nostro Jannelli; ed abbiamo già detto che i Tirreni, mescuglio di popoli, cioè di Pelasgi venuti dalla Grecia, di Umbri e di altri popoli italici, coll'arrivo de' Lidii da Tirra furon detti Tirreni. E perciò crediamo contraria al vero la critica dell'A. contro Dionigi di Alicarnasso che credeva i Pelasgi venati dalla Tessaglia, non meno che mollo avventalo ciò che poscia soggiugne: «E qui vi voleva veramente tutta la presunzione greca, e, tutta la cecità degl'Italiani dei tempi di Dionigi, per non riferirò all'Italia tutte le notizie istoriche di questi Pelasghi. Ma tanta era a quei dì e prima e dopo e sì radicala la credenza dello, provenienze greche, che non si pensò neppure a quello, che direttamente veniva il dare nel capo di quelle dure teste.» Perciocché per tutte le già fatte osservazioni io non so quello che l'A. ha finora dimostrato in contrario.

Ma tre altre testimonianze servono al Mazzoldi per dimostrare l’origine italiana de' Pelasgi. E la prima è quella di Mirsilo di Lesbo citato da Dionigi di Alicarnasso, il quale scriveva che i Tirreni-Pelasgi alzarono il muro intorno la rocca di Alene: la seconda è di Pausania, il quale ci fa sapere più particolarmente, che architettori di quel muro furono i siculi Agrola ed Iperbio. Dopo di che seguila a dire che questi Pelasgi o Italiani, consumati da una continua peregrinazione lungi dalle native sedi, veggendo ornai scemare di dì in dì il loro numero dalle molte colonie lasciate qua e là per la Grecia, ricorsero all'oracolo di Dodona (vedremo appresso se fu di origine italiana, come l’A. sostiene), domandando come potrebbero alla fine aver quiete; e l’oracolo ricordevole delle comuni origini, conoscendo che le sole consolazioni della patria avrebbero potuto quietare questo popolo incerto, davagli il noto responso riferito da Dionigi di Alicarnasso, Macrobio e Stefano Bizantino (133), di affrettarsi alla terra de' Siculi, e di andarne a Colila degli Aborigeni, città posta presso un lago, dove ondeggiava un’isoletta. E così li fa giugnere al lago di Vadimone presso Amelia nello stato pontificio; e poiché non saprebbesi intendere come l’oracolo consigliasse i Pelasgi a rimpatriare, recandosi nelle terre de' Siculi anziché in quelle della Tirrenia, l’A. scioglie ogni dubbio colla narrazione di Dionigi, dalla quale si raccoglie che i Siculi abitavano le terre d’Italia occupate poscia da' Pelasgi anch’essi italiani, e che se comprende anche i Siculi nella generica denominazione di Tirreni, Atalanti, Italiani, non pigliasi arbitrio. La terza autorità finalmente è quella di Filocoro, il anale colle parole del Manzi, che ha citato il suo frammento nel proemio del Tiranno di Luciano, scriveva «che una gente antichissima invase la Grecia e specialmente Atene; che gli Ateniesi ebbero con questa gente fiera lotta, dalla quale, a quanto sembra, uscirono vincendo; che questi invasori erano guidati da un re; che infine erano Tirreni, e che i Greci volendo ispirare orrore pel nome regio, denominarono tiranni i re da quei Tirreni da cui la patria loro era stata invasa.» E sono queste le autorità addotte dal Mazzoldi per dimostrare che i Pelasgi erano italiani: or quanto sovente le antiche tradizioni si vogliono trarre contro verità ai sistemi preconceputi, lo faranno manifesto le seguenti osservazioni.

E primieramente non solo Mirsilo di Lesbo, ma Erodoto ancora e Strabone riferiscono che i Pelasgi-Tirreni edificarono il muro detto pelasgico intorno la rocca di Atene (134); ma furono di qua' Pelasgi che si ricondussero in Grecia, d'onde eran prima passati in Italia; perciocché, come apprendiamo da Dionigi, sopraffatti dalle calamità naturali, levandosi dall’Italia errarono per la Grecia e Ira i barbari, pochi rimanendone tra gli Aborigeni (135). E giunti nell'Attica, gli Ateniesi, tocchi dalle loro sventure, li accolsero amorevolmente, e loro concessero le terre poste a piede del monte Imetto, a a condizione d’innalzare il muro dell'Acropoli, che da essi prese il nome di muro pelasgico (136). Che se Mirsilo di Lesbo li nominava Tirreni e non Pelasgi, lo stesso Dionigi, il quale tenevali per popoli diversi, dichiara ch’ebbero quel nome per gli edifizii sicuri che si fabbricarono, perciocché le abitazioni con mura e tetto erano dette tirseis da' Tirreni come da' Greci (137). Or qualunque delle due etimologie voglia ritenersi, se questa eh è del citato Mirsilo di Lesbo, o se l'altra, perla quale i Pelasgi sarebbero stati così nominali dall'esser convivati co’ Tirreni lidii, i Pelasgi o Tirseni-Pelasgi non sono per certo mai italiani; e si potrà concedere solamente, quando si vorranno considerar come tali perché rimasero in Italia 199 anni, a contare dall'epoca in cui giunsero tra gli Aborigeni, e che un cronologo pone nell’anno 1539 av. G. C., sino alla seconda generazione innanzi la guerra trojana (1347 av. G. C.), allorché scacciati da' Tirreni, abbandonarono l’Italia e passarono nell'Attica (138). — Quanto ad Agrola ed Iperbio, architettori del muro pelasgico, che si tenevano per Siculi, secondo apprendiamo da Pausania, per non reputarli dell’isola di Sicilia, si rifletta primieramente che i Pelasgi, i quali ebbero a coltivare le terre del monte Imetto, passarono nell'Attica dalla Beozia; ma dall’Acarnania erano passati in quest’ultima regione (139), ed abbiamo già veduto che un’altra Sicilia era nell'Epiro. Ed a tutte le già allegate ragioni aggiugniamo una tradizione conservataci da Appiano, il quale certamente sull'autorità di altri più antichi scrittori scrive che Polifemo e Galatea diedero origine alla nazione degl’Illirii (140). Polifemo in Omero è un pastore, e considerandosi come un carattere poetico di tutti i pastori della Sicilia, come questi pastori sarebbero stati i fondatori di una nazione? Or è manifesto che nella detta tradizione il greco nome de' Celti, quello di Galati, che facevan parte de' popoli dell’Illirico, fece ricorrere all’omonimo Galatea e quindi a Polifemo, e l'antica Sicilia dell’Epiro fu scambiata colla Sicilia posteriore. — Il frammento di Filocoro viene finalmente rischiarato dal racconto di Erodoto, dal quale è manifesto che ne’ Tirreni invasori dell'Attica non si debbono intendere gli Atlantidi di Platone; perciocché lo storico scrive che, ingelositi gli Ateniesi della prosperità de' Pelasgi-Tirreni, i quali grande profitto traevano dalla coltura delle terre loro assegnate sull'Imetto, li espulsero dalla lor regione; e i Pelasgi in vendetta di questo mal procedimento degli Ateniesi non si rimanevano dall'offenderli insino a che furon respinti nell'isola di Lenno, donde furono anche scacciati da Milziade (141). I Tirreni dunque di Filocoro erano gli stessi Pelasgi di Erodoto, che dall'Italia erano passati in Grecia dopo che ne furono espulsi, come sopra abbiam veduto, da Tirreni della Lidia, ma che prima vi erano giunti dalla Grecia, e propriamente dalla città di Dodona dell’Epiro. E quando anche nel re che li guidava contro gli Ateniesi si volesse vedervi quel Maleote pelasgo, il anale regnò nella Tirreni a ed ebbe la sua reggia a Regisvilla, a breve distanza da Gravisca, secondo ci fa sapere Strabone (142), ma il Mazzoldi no ’l dice, dovremmo sempre vedere i Pelasgi negl'invasori degli Ateniesi, non gli Atlantidi o Italiani del nostro A.

E tutte queste cose abbiamo osservate per mostrare che i Tirreni di Mirsilo edificatori del muro dell’Acropoli di Alene furono i Pelasgi-Tirreni che fecero ritorno in Grecia, i Sicoli o Siceli di Pansania non furono i Siculi della nostra Sicilia, e i Tirreni di Filocoro furono gli stessi Pelasgi-Tirreni sopraddetti. I quali dopo che si ricondussero in Grecia, non prima che passassero in Italia, come il ch. A. si è persuaso, quel muro innalzarono; e non presso il lago di Vadimone, ma a Colila degli Aborigeni presso Città Ducate, si recarono per aver quiete dopo il loro peregrinare, e sarebbe soperchio allegare l’autorità di molti scrittori per provarlo. il Mazzoliti del resto per dimostrare che si riconducevaoo in patria (ipotesi che alcuni vogliono sostenere senza pruove storiche, e per dirla col linguaggio de' filosofi, a priori) altre cagioni non allega se non che prima si diressero a' loro consanguinei di Dodona, il cui oracolo ha supposto di origine italiana; che passarono nella terra de' Siculi, i quali erano similmente a suo parere italiani; perché s’ingiungeva loro di offerir decime al Sole e a Plutone divinità nazionali degl'Italiani, e perché in fine ogni consiglio dato a' supplicanti Pelasgi fuorché di ritornare nella propria patria sarebbe stato pazzo od iniquo. Ma vedremo appresso l'origine dell'oracolo di Dodona, e se Sole e Plutone si abbiano a considerar come soli numi italici, perché da Omero e Virgilio che il primo era tenuto re di Sicilia o dell’Italia, e perché le mitiche tradizioni mettono nella Sicilia il ratto di Proserpina e l’impero di Plutone, lasciasi considerare al lettore; e da ultimo, secondo la mente dell’A. per salvare la giustizia degli antichi oracoli, dovremmo considerare come rimpatriate tutte le greche colonie che si stabilivano nelle contrade che non erano proprie.

(Sarà continuato)

NICOLA CORCIA.


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IL PROGRESSO

DELLE SCIENZE, LETTERE ED ARTI

OPERA PERIODICA

Compilata per cura di L. B.

NUOVA SERIE

ANNO X - VOLUME XXIX

NAPOLI

DALLA TIPOGRAFIA FLAUTINA.

1841

DELLE ORIGINI ITALICHE [Parte III]

Delle origini italiche e della diffusione dell'incivilimento italiano  all'Egitto, alla Fenicia, alla Grecia, e a tutte le nazioni asiatiche poste sul Mediterraneo,  diAngelo Mazzoldi. Milano, tipografia Guglielmini e Redaelli; 1840 in8° (143).

Le rimanenti ricerche del Mazzoldi tutte si aggirano sol dimostrare la diffusione dell'italiano incivilimento agli altri popoli celebri dell'antichità: ma prima d'imprendere questa dimostrazione esamina in due capitoli preliminari; 1.° la causa assegnata ai trapiantamento degl'Italiani oltremare; 2.° lo stato dell’italiana civiltà prima la sua diffusione alle altre nazioni antiche. E quanto al primo di questi due sobbietti, si fa innanzi tutto ad offerir più larghe pruove di quanto ha prima affermato, che i soli Italiani soggiacquero ad una di quelle spaventose catastrofi, che posson determinare il trapiantamento de' popoli oltremare. E fermo alle tradizioni di Platone circa gli Atlantidi, si avvisa prima di ogni altro contra l'opinione del filosofo, che la migrazione degli Atalanti o de' Pelasgi o marini, che dir si vogliano, non precesse alla sommersione della loro patria, ma si derivò da quella estrema desolazione, anche rammentata negli oracoli sibillini. La memoria della gigantomachia, la distruzione de' Titani in Flegra, la rottura. dell'istmo che congiungeva la Sicilia alla Calabria, i vulcani parte spenti, parte ardenti dell'Italia meridionale, non meno che le isole sparse ne nostri mari e divette dal continente per forza di questo cataclismo, attestano secondo l'A. l'orrendo flagello, onde si derivò la detta migrazione. E gli avanzi colossali altresì delle edificazioni aurunche o cumane sono pel Mazzoldi un altro monumento della migrazione italiana. Il possente popolo degli Atalanti, abitatore del paese degli Aurunchi, scomparve, egli dice, da' nostri lidi; ma lasciò di se un’altissima testimonianza nelle mirabili opere presso Pozzuoli, Cuma, Pesto e Terracina, nelle sotterranee escavazioni, e più ancora nelle lettere, nelle scienze, nella nautica e nelle arti che diffuse nella Libia, in Egitto, sulle coste dell'Asia, e per fino nelle Indie, in Creta, in Cipro, in Samotracia, sul Ponto, in tutte le isole del mare Egeo, in Arcadia, in Argo, in Micene, in Atene. Le spaventose rivoluzioni di un suolo che rimugge e ribolle tuttodì, ed infuoca anche di presente l’arena della spiaggia di Baja, il fuoco che bolle sotto alla' sottilissima crosta della Solfatara, consumarono l’antica patria degli Aurunchi; i quali, riparando alle loro navi, altra patria cercarono ne’ lidi del Mediterraneo, lontana da quella che credevano ornai maledetta da’ numi. E l’epoca di quella migrazione è manifesta, secondo l’A., se ci riportiamo al diluvio di Ogige, avvenuto a' tempi d’Inaco Granila, che il calcolo de' PP. Maurini pone nell’anno 19S6; colla quale epoca ed emigrazione coincidono ancora, a suo giudizio, le origini della civiltà di altri popoli antichi. I Samotraci in fatti, ch’ebbero i misteri dall’Atlantide,

oceanitide o pelasga Elettra, madre del Toscano Dardano, tenevano ricordo d’una inondazione avvenuta nella loro isola; Deucalione diffuse secondo le tradizioni Sirie la civiltà nell’Asia dopo un inaudito allagamento; Sisutro, salvatosi da una grande inondazione, arrivò presso gli Assirii, e diede origine alle loro prime istituzioni civili; e il figliuolo di Pramatesa 0 Prometeo, di razza titanica, sparse i primi semi della civiltà fra gl’Indiani.

Cosi ragiona il Mazzoldi nel 17.° capitolo dell’opera circa la causa del trapiantamento degl’Italiani oltremare. Or a farci convenire in questa sua sentenza il ch. autore dovrebbe prima dimostrarci come in qualche memoria storica si tenesse ricordo della detta emigrazione avvenuta per effetto di quel cataclismo, senza di che non rimane altro che una pura ipotesi indimostrabile; per aver noi già detto che la tradizione di Platone è una pura favola che accennava ad un fine politico, e il distacco della Sicilia dalla Calabria è certamente di un’epoca sì remota, che non sappiamo se quando avvenne l'Italia fosse abitata. Egli è vero che Eustazio, cementando Dionigi Periegete, assegna al detto cataclismo l’età che segni immediatamente a quella di Enotro, cioè durante la signoria de' figli di Eolo (144); ma qualunque epoca assegnar si voglia a questi figli di Eolo, è sempre una pura supposizione come quella del Mazzoldi, non vi potendo essere cronologia di un avvenimento così remoto. Se inoltre tutta perì la schiatta de' Titani e la figliuolanza di Saturno, come leggesi ne’ carmi sibillini citati dall'A., quali altri Titani rimanevano per portare la lor civiltà, le loro arti, le loro scienze ecc. a tanti popoli antichi tuttavia barbari e ferini? E sarebbe d’uopo dimostrare altresì che i versi del primo oracolo sibillino addotti dal Mazzoldi,

Tum Deus exitio Titanas misit et omne

Titanúm periit genus et Saturnia proles

non siano un bel pezzo di greca mitologia innestato dall'autore o dagli autori di questi oracoli agli altri vaticini! attribuiti alle Sibille e che gli altri versi

Italia infelix, deserta, infleta manebis,

In terra viridi, in saltum sylvamque redacta,

non si abbiano riferir forse con più di probabilità alle inondazioni barbariche piuttosto che alla rottura dell'istmo che staccò la Sicilia e le altre isole del nostro mare dalla Calabria. Non so del resto come il dotto A. abbia voluto giovarsi dell'autorità degli oracoli sibillini ora noti, i quali furono certamente composti dopo che i pochi che rimanevano de' veri furono t come è già noto, mandati in fiamme da Stilicene (145). E senza indicarci i colossali avanzi delle arti aurunche che non sappiamo quali sieno, e dove si trovino, l’A. dovrebbe almanco dimostrarci che le inondazioni o i diluvii rammentati nelle tradizioni arcadiche, di Samotracia, sirie, assirie ed indiane siano appunto una rimembranza di quella avvenuta in Italia e non di altre; perciocché l’induzione che vuolsi cavare dalle memorie de' detti popoli non è a ciò sufficiente, derivando dal principio non dimostrato ch'essi ricevettero la civiltà dagl'Italiani, e appresso sarà veduto più chiaramente. Né da che i vulcani ardono tuttavia solo in Italia, in nessun altra contrada del mondo potè avvenire il detto sovvertimento, perché non v’ha vulcani, né vi sono memorie mitologiche o storiche di simili catastrofi. Ma è poi vero che solo in Italia furono cataclismi e arsioni di vulcani, per affermare che solo da questa contrada per tali cagioni vi fu passaggio di popoli, come il Mazzoldi sostiene, nelle altre parli del mondo? Noi fermamente noi crediamo, ed il n. A. per attribuire alle sole inondazioni ed agl’incendii de' vulcani le remotissime migrazioni de' popoli, deve convenire che, quanto a' cataclismi, 1.° gli antichi e i moderni parlano chiaramente dello sbocco dell'Eussino, avvenuto certamente in tempi sconosciuti alla storia. Quel mare, schiudendosi un passaggio pel Bosforo di Tracia, una gran massa d acque diffuse nell'Arcipelago, e sì considerevole da inondare la maggior parte delle isole e delle coste dell'Asia minore e della Grecia. Diodoro Siculo riferisce che i popoli di Samotracia non avevano ancora obliato al suo tempo i prodigiosi cambiamenti prodotti nell'Arcipelago dall'irruzione del Ponto Bussino, che di un grande stagno ch’era per lo avanti crebbe per modo, che sboccò nella Propontide (Mare di Marmara), inondò l'Arcipelago, e ridusse gli abitatori di quelle contrade a fuggire sulle cime de' monti. Pretendevasi ancora che questo sì grande sbocco di acque covrì nna parte delle costo dell’Asia, e le parti basse della Tracia e della Macedonia, e la Tessaglia soprattutto, la Beozia e l'Attica (146). A grandi cangiamenti allora soggiacquero le isole dell’Egeo, e quelle soprattutto che trovansi situate come in linea retta; giacche quella di Samotracia, posta a fianco del canale de' Dardanelli, talmente ne fu inondala che gli abitanti non sapevano a qual nume votarsi. E però non ci dee recar meraviglia che i più antichi storici e poeti oi dicono che molte isole eransi un tempo inabissate nell’Arcipelago, ed altre nuove ne sorsero; e forse la famosa Delo allora comparve, e i popoli delle isole vicine le imposero appunto quel nome che significa manifesta (147). Nè possiam dubitare che la Grecia, torse più di ogni altra regione di Europa, soggiacque a grandi catastrofi diluviane ed ignee, che troviamo rammentate nelle sue prime tradizioni. Che altro sono in falli i diluvii di Ogige e Deucalione la storia della ondeggiante Delo, che abbiam sopra accennata, e la subita apparizione delle isole di Anaphé (Namphio), Tera e Terasia? Strabone ed Ovidio ci hanno lasciale notabili descrizioni del monte alto sette stadii sollevato a Metana nella CXXIX olimpiade. Un grande scotimento di terra sconvolse la Tessaglia, ed aprì il corso al Peneo; il quale, ingombro alla sua foce dalle torbe dell'Ossa e dell'Olimpo, rifluì ne’ campi della Tessaglia che inondò a grande altezza. E fama che per non meno di dieci secoli x quella pianura non fu che una vasta palude, umidi prati buoni soltanto al pascolo de' buoi. E se colla Cronaca di Paro, uno de' più antichi monumenti scritti della Grecia, assegnasi per dimora a Deucalione le vicinanze del Parnaso, oggidì il Licaoura, la grande inondazione che porla il suo nome è attestata dagli antichi e confermata da' moderni. Oltre delle prime memorie mitiche della Grecia, ne parlano Platone ed Aristotile; e quest’ultimo filosofo comprende in quel cataclismo l’Etolia, l'Acarnania, la Tesprozia ed una parte dell’Epiro. Per qualche catastrofe geologica di cui ignorasi la cagione, ostruitosi e colmatosi il sotterraneo canale, pel quale corre a formare il fiume Plisto al di sopra di Delfo la limpida sorgente che scende dal Parnaso, tutta quella massa d’acqua straripò dal suo alveo, e formò come un mare che bagnò le falde di quel monte, trasportando nel suo corso o annegando gli animali, gli uomini e le opere loro.

Questo sia detto circa i cataclismi, di cui Strabone ne conta fino a sei nella Grecia, e che il Mazzoldi sostiene avvenuti solo in Italia. E quanto ai vulcani, e a' loro incendii, che nega similmente in altre contrade, basta dire che il Crago e la Chimera, monti della Licia, arsero da tempi remotissimi (148); e Tannio e Metrofane osservavano i vestigli de' loro incendii ne’ campi dell'Asia minore (149). In una età remotissima arse ancora l'isola di Lenno per modo che gli antichi vi posero l’officina di Vulcano (150). Filostrato non dubita che molti monti in tempi assai remoti vomitarono lave di fuoco (151); e che i lunghi gioghi dell'Atlante nell'Africa siano stati in un’epoca antichissima monti vulcanici ne abbiamo un chiaro indizio nella testimonianza di un antico compilatore (152), e Solino scrisse: Alias lucet nocturnis ignibus (153). Or se si dovrebbero conghietturare, a giudizio del Mazzoldi, da' sovvertimenti de' vulcani le remotissime migrazioni de' popoli, la grande inondazione prodotta dallo sbocco del Ponto Eussino, e i grandi scotimenti di terra originati da' vulcani, pe'quali l’Europa credesi divisa dall'Africa, non meno che i cataclismi a coi andò soggetta la Grecia, anziché dall’Italia nella Grecia, nell’Asia e nell’Africa, vi sarebbe stato passaggio di popoli da queste contrade in Italia. Ma non è questo per noi un mezzo di dimostrazione, e però nemmeno pel Mazzoldi. Crediamo dunque che non è facile acquietarsi alla sentezza dell’A., e che inutile alla quistione, per non dire impossibile, è assegnar l’epoca della detta inondazione, perciocché stimiamo che di gran lunga trascenda i tempi delle tradizioni storiche.

Ma facendosi l’A. a dire dell'italiana civiltà innanzi che fosse stata diffusa alle altre nazioni antiche, accennandola prima di volo nella sapienza, nelle lettere, nelle arti, nelle cerimonie religiose, nella nautica, negli oracoli ecc. degli Atalanti, trova ancora nella superbia di questo popolo e nella sua sommersione un argomento della sua civiltà ed antichità remotissima; e le metamorfosi de' compagni di Ulisse in porci, le arti meretricio delle Sirene, e le immagini del Fallo sparse sol suolo d'Italia, non che le tradizoni di Platone e Diodoro che affermano i detti popoli distrutti pel loro orgoglio e i loro vizii dall’ira de' celesti, lo dimostrano senza più al Mazzoldi. Or per richiamare l'attenzione del leggitore su queste induzioni dell'A., non mi fa d'uopo per le cose sopra discorse far ritorno sul mito dell'Atlantide e de' suoi favolosi abitatori, di cui parlano Platone e Diodoro, e che il Mazzoldi vuol trarre all'Italia.

Inoltre le innumerabili figurette del Fallo che si rinvengono ne’ ruderi delle antiche città d’Italia, appartengono tutte ai tempi romani, e dell'impero, più che della Repubblica. Il ch. A. doveva piuttosto cavar argomento per la sua opinione dalla rappresentazione de' Falli colossali sulle porte delle città italiane antichissime, come quelle di Alatri, Cere, Acre Fiesole, e in uno de' sepolcri etruschi di Castel d’Asso; ma questi appartengono a’ Pelasgi che le fondarono, né accennano certamente ai corrotti costumi di quell'età le immagini di bronzo de' tempi posteriori, essendo già noto dall’antica mitologia che riconobbesi in quel simbolo un’espressione di continua produzione e vitalità; senzaché è già noto che il culto del fallo fu particolare a' Pelasgi, siccome apprendiamo da Erodoto (154).

Ma proseguendo l’A. a dare una più compiuta e meglio particolareggiata analisi della civiltà italiana antichissima, dice prima di ogni altro che il governo onde l’Italia fu retta ab antico fu la monarchia, perciocché Diodoro dà una lunga successione di re cominciando da Urano, ed è chiaro da Filocoro che i Tirreni erano retti da re. Ai quali re fu dovuta la puma introduzione della moneta, e segnatamente a Giano, di cui vedesi l’immagine bifronte nelle più antiche monete d’Italia. Se non che la reai dignità, che sola convenir poteva al vasto stato che oltre l’Italia l’Africa ancora e quasi tutto il resto di Europa con parte dell'Asia abbracciava, era temperata da un consiglio de' principali cittadini, come è manifesto dello stato de' Feacesi, e da' mausolei delle principali famiglie dell'Etruria. Le etrusche Lucumonie, parola sotto la quale si ricopre, o dalla quale derivò la denominazione e la nozione del LO COMUNE, appartengono alle reliquie che di quel possente imperio italiano rimasero o sorsero ne’ tempi posteriori alla grande dispersione atalantica.

Quanto alla religione, gli Atalanti, o antichissimi Italiani, adoravano un solo Iddio, perché Erodoto dice che i Pelasgi non imponevano alcun nome ai nomi, e se lo storico afferma che più dei adoravano, è perché, a senno dell'A., era dominato dalle credenze del politeismo. Un frammento dell'etrusca teologia conservatoci da Suida, nel quale parlasi di un Dio solo, e la testimonianza di Seneca, il quale dice che gli Etruschi credevano in uno Iddio, indicato co nomi di Fato, Provvidenza e Natura, mostrano chiaramente al Mazzoldi che gl’Italiani antichissimi non furono politeisti. Il quale culto di un Dio solo passò d’Italia in Grecia, dove poi gli attributi di una divinità unica ed incomprensibile si suddivisero fra molti nomi celebri di Eroi, di Re, di Tesmofori e benefattori dell’umanità, di cui gli Atalanti propagarono le notizie. Raffigurarono essi un simbolo nel Sole dell’unica divinità che adoravano; ed anche oggidì ne’ giorni della settimana, distribuiti, divisi e denominati tuttora secondo l’antichissimo sistema degli Atalanti, il giorno consecrato al Signore, è quello che trasse il suo nome dal primo de' pianeti. — L’avarizia sacerdotale aveva fondato oracoli, e ridotta la divinazione ad una compiuta ed artificiosa scienza, Gli Aurunchi infatti, traendo guadagno dalla dottrina de' luoghi inferni, avevano mutata la religione a cupidigia di lucro; le imposture dell'aruspicina dominavano ogni importante avvenimento dello stato e della vita; commista la scienza ad una pratica misteriosa da Thaut che la propagò agli Egizj nella migrazione atalantica. — Le Sibille, o l’unica Sibilla d’Italia, davano i loro responsi; ed erano similmente italiane, perciocché Plutarco e Pausania dicono ch'erano di razza titanica, e perché nominavansi Sibille anche le donne inspirate che rendevano gli oracoli a Delfo e a Dodona, oracoli che l’A. dimostrerà di origine italiana. Oltracciò la cerca e cerna degli oracoli sibillini protratta fino a tempi di Tiberio, e falla in luoghi ove alle sacerdotesse davasi altro nome che di Sibille, fa manifesto al Mazzoldi che non per altro fosse ingiunta, se non perché derivando tutti quegli oracoli dalla Sibilla di Italia, si teneva che i responsi di questa vi si fossero conservati.

Il primo uso delle lettere diffuse in tempi remoti fra tutti i popoli civili devesi ascrivere senza più agl’Italiani, perché furono secondo Eutropio inventate in Italia dalla madre di quel re Latino nel cui regno Troja fu presa, e perché leggesi in Diodoro che le lettere carnee portate in Grecia da Cadmo erano pelasgiche. I Pelasgi inoltre, secondo lo storico di Sicilia, furono i primi fra lutti a farne uso; Lino adattò le lettere pelasgiche alla pronuncia de' Greci, diede ad esse un nome tratto dalla loro lingua, e scrisse con queste lettere pelasgiche i fatti di Bacco; delle stesse in fine usarono Orfeo e con molti altri antichi Pronapide maestro di Omero. E Plinio riferisce che queste antichissime lettere di cui si servivano i primi Greci, si accostavano alla forma delle Ialine,e se ne conservò l'uso in Grecia anche dopo l'introduzione della scrittura nazionale volgare, e ritennero il nome di lettere attiche, perché secondo Erodoto gli Ateniesi erano di generazione pelasgica. Questa scrittura pelasgica procedeva ne’ primi tempi da destra a sinistra, e poiché gli uomini negli antichissimi tempi scrissero nella medesima forma, e i Fenicj, i Greci e i Latini usarono ne’ loro principii le medesimo lettere, essendosi dimostrato che i primi le usassero i Pelasgi, ne deriva di conseguenza che l'invenzione delle lettere non può attribuirsi se non agl'Italiani. E l'opinione ancora de' dotti inglesi autori della storica universale, i quali tennero i caratteri alfabetici delle iscrizioni etrusche pe’ più antichi che sieno al mondo, senza pure eccettuarne quelli di Egitto, conferma ancora la testimonianza di Diodoro, il quale scrive i Pelasgi essere stati i primi ad usare le lettere alfabetiche, non meno che quella di Plinio, il quale dice che il modo di scrivere da sinistra a destra fu introdotto da' Pelasgi, cioè (deve soggiugnersi, secondo l'A.) da quegli Italiani che tornarono in patria dopo la loro migrazione per l'Ellade.

Dall'esame delle lettere de' Pelasgi, o degli antichissimi Italiani, l'A. passa a quello, della lingua; e riferita l'opinione di Erodoto che tenevala per barbara, ossia non greca, afferma che altra non potesse essere se non l’attuale volgare italiano, rinfrescando così l’opinione del Passeri, il quale sospettò la medesima cosa. Le così dette lingue etrusco, umbra, osca, sannitica, volsca, non sono pel Mazzoldi che dialetti d'una medesima lingua comune, provenuti dal diverso modo di pronunzia e di scrittura; perciocché altrimenti non saprebbesi intendere come diverse lingue si parlassero tra gli antichissimi Italiani, i quali reggevansi a un solo governo, che stendevasi dall’uno all'altro mare e por oltre le somme Alpi. La lingua greca e la latina, rami innestati sul volgare pelasgico, se ebbero vita nelle scritture, non l’ebbero mai in Italia nella favella popolare; e l'ultima, cioè la volgare d’oggidì, non può per niun conto riguardarsi come una moderna creazione. E poiché Erodoto scrive che se convien trarre testimonianza da que’ Pelasgi che sopra i Tirreni abitavano Creatone, e già erano confinanti ai Doriesi, quando abitavano la Tessaliotide, e dagli altri che fondarono Placia e Scilace nell'Ellesponto, essi parlavano una lingua barbara (155); seguita dicendo:

«Rimpatriati gli avanzi de' Pelasgi in Crotone, la loro lingua doveva, come dice Erodoto, trovarsi discorde da quella de' popoli confinanti, perché l'uso delle lettere pelasgiche nella lingua greca, e il bisogno di farsi intendere a quelle greche popolazioni e la mistura dei due popoli, doveva aver fatto ai Pelasghi assumere gradatamente come lingua scritta quella dei naturali dell’Ellade, di cui recarono forse in Italia anche gli scritti che vi si conoscevano di Lino, di Orfeo, di Museo e cotali altri antichi, probabilmente anch’essi di origine pelasgica;, perché la conversazione giornaliera e la convivenza con un altro popolo per una peregrinazione continuata per varie generazioni doveva avere, se non ispenta al tutto, almeno imbastardita la lingua parlata e fattane come un misto tra di greco e d’italiano. Dall’essersi poi i Pelasghi, come si vide, rimpatriati non a un fratto, ma a varie riprese, e piantati qua e là nei luoghi che furono denominati da essi la Magna Grecia, e nella Sicilia, n’avvene lo spargimento della lingua greca in que' paesi; la quale lingua pero siccome non era la popolare e nativa, dovette cedere allora che nuove vicende e la preponderanza e la splendidezza delle lettere Ialine vennero a tor via dalle città non solo ogni vincolo ed ordine forestiero, ma altresì il bisogno ed il vezzo di adoperare nella scrittura nei parlamenti e nelle scuole, una lingua appartenente a un popolo diverso.

«Appresso, non essendo neppure la latina lingua naturale d Italia, come quella che nell'aggregazione formatasi per via dell’asilo aperto, e da cui ebbe origine il popolo romano, si venne componendo dalla mistura di tutti i dialetti di coloro che vennero nel nuovo stato (*), e che nel lasso di non lungo tempo si videro soggetta non solo tutta Italia e tutta Grecia, ma l'intero mondo antico (questa, è la vera gloria d’Italia), cessato per la dissoluzione dell’Impero, nelle città italiane ogni vincolo di soggezione a' quella Roma che n’era capo, anche il latino fu dismesso, e sorse a lingua nobile l'antico volgare. I monumenti dell'antichissima scrittura etrusca diseppelliti per le terre italiane ci offrono sufficienti tracce per istabilire che la sostanza dell’attual volgare italiano si parlasse e si scrivesse anche in quei remotissimi tempi; e ce ne offrirebbero anche di più luminose se i dotti che li pubblicarono non si fossero tenuti strettamente al greco ed al latino nell'interpretarli, ed avessero avuto in maggior conto non solo l'italiano, ma, anche i varj nostri dialetti popolari, e massimamente quelli che appartengono alle città nelle quali i monumenti furono, diseppelliti.» E che questo volgare sia in fatto l’antichissima lingua degli Atalanti lo dimostra all'A. la radice che trovasene nella lingua degl’Indiani, i quali nelle denominazioni de' numeri e de' giorni conservano tuttora, secondo si avvisa, le pure e prette parole del nostro volgare, e nel paese de' quali il solo Bacco, Jacco o Jano fondò una colonia, navigando con navi toscane.

Ragionato delle lettere e della lingua degl'Italiani antichissimi, passa il n. A. a dire dello stato delle arti, e ripete la testimonianza di Pausania sulle edificazioni ciclopiche, che appartenevano, a suo giudizio, ad artefici italiani, i quali istituirono a civiltà gli abitatori di Alene, Tirinto, Argo e Micene. Le scienze, e massime la meccanica, senza che sarebbe stato impossibile l'innalzamento di quelle moli gigantesche, avevano fatto inoltre sommi progressi in Italia. dove tuttavia si ammirano le escavazioni sotterranee e le edificazioni sparse sul suolo degli antichi Aurunci e dei Siciliani; e le tombe ciclopiche non ha guari scoperte nell’isola di Malta, congiunta un tempo all’antica patria degli Atalanti, ne sono accora una pruova. Né solo la Grecia, ma anche l’Egitto, che il Mazzoldi dimostrerà appresso incivilito del pari dagl’Italiani, dà testimonianza delle nostre arti, per avere ivi l'architettura serbata sempre le prime sue colossali forme atalantiche, dove la scoltura che vi fu stazionaria ci mostra qual fosse in Italia quest'arte ne’ tempi della migrazione, e dove le pitture delle tombe si veggono somiglianti a quelle della Toscana.

Quanto alla pittura, della quale, dice il Mazzoldi, nessuna memoria è in Omero, era similmente trovata in Italia a' tempi della migrazione de' suoi popoli, perciocché, oltre alle pitture delle dette tombe etrusche, era giunta innanzi all’origine di Roma ad un grado di splendore, che indica un secondo periodo dell'arte, e lo attesta Plinio, il quale dice di aver vedute ne’ templi di Cere, Ardea e Lunuvio pitture più antiche dell’edificazione di Roma, di tanta squisita freschezza che parevano dipinte il dì innanzi. I vasi inoltre di terra cotta furono, prosegue il n. A., dipinti innanzi a tolti i monumenti d’arte della Grecia, e taluni forse sono anteriori o contemporanei alle immani costruzioni dell'antico Egitto; e quello di Vitulonia segnatamente, trovato e pubblicato dal principe di Canino, dimostra l’antichità remotissima dell’arte in Italia, per essere quella città scomparsa dal mondo quando i pittori greci, secondo Eliano, sotto le figure scrivevano questo è un asino, questo è un albero.

Gl’Italiani inoltre, a' quali, seguita a dire il Mazzoldi, le tradizioni attribuirono l’origine della coltura delle biade, delle compre e vendite, delle lettere, della botanica, della farmaceutica del lavoro de' metalli, della navigazione, della muratura delle case, furon detti Tirreni o Etruschi dalla invenzione delle torri, che Plinio attribuisce a' Ciclopi, ossia agli stessi Italiani; essendoché Dionigi d’Alicarnasso scrive che i Tirreni o Tirseni ebbero il lor nome dalle torri, da' Greci dette Tyrses e da' nativi. Turses, colle anali cingevano le loro abitazioni, ed il Giambullari notò che nome di Etruria, alterazione di Eturia, o Etursia trasse l’origine dalla forma degli abituri de' primi abitatori d’Italia, che tutti erano Torri.

La musica, e con essa la danza, fu pure un trovamento degl'Italiani, perché dalle più antiche memorie attribuivasi la prima di queste arti agl’Idei Dattili, i quali diffusero i misteri della. teogonia italiana nella Fenicia, nella Samotracia, in Creta, e in Egitto, e che Clemente Alessandrino nomina Barbari, cioè non Greci. Né di questo possiam dubitare, se riflettasi ancora agli armonici suoni di cui risuonava la reggia di Eolo, alla perizia musicale di Circe, alla dolcezza de' canti delle Sirene, e alla perizia nella musica e cella danza de' Feaci, ultima colonia che si spiccasse dall'Italia. Gl’Italiani, fra tutti i popoli posti sul Mediterraneo, ebbero il vanto della marineria, giovati in questo dalla loro perizia nella geografia e nell'astronomia; e la invenzione della sfera, la divisione dello zodiaco, la divisione e denominazione dei giorni, delle costellazioni, delle zone, delle sfere, i metodi di calcolare e predire le eclissi, furono similmente sparsi dagl'Italiani per tutti i popoli antichi.

È questa la dottrina del Mazzoldi, e dalla sua sposizione egli è manifesto che ragionando dell’italiana civiltà prima della supposta sua diffusione alle altre nazioni antiche, ingegnasi non solo di magnificarla sulla greca, ma di togliere ancora il pregiudizio che gl'Itali antichissimi fossero stati inciviliti da' Greci stessi e dagli altri popoli antichi. L’A. dice insomma: Il governo antichissimo d’Italia fa una monarchia temperata; la religione il monoteismo, le Sibille vi davano i loro oracoli; il primo uso delle lettere fu un trovamento degli Italiani; l'antica loro lingua il volgare d’oggidì; tolte le arti e scienze fiorivano in Italia innanziché i suoi abitatori sì trapiantassero pel detto cataclismo in altre contrade, nelle quali furon diffuse le dette arti e scienze che fanno bella e comoda la vita. Or se piglierà ad esame tutte le anzidette cose chi nelle ricerche dell’antica storia si guida più coll’amore del vero che con quello del paese dov’egli è nato, troverà la solita prevenzione ch'è in tutta l’opera del Mazzoldi, ed un perpetuo abuso delle autorità degli antichi.

Quanto al governo, che fosse una monarchia temperata vien contraddetto dalle stesse memorie dell’Etruria, la quale reggevasi ad aristocrazia federativa; sotto la quale forma di reggimento troviam rammentale dagli storici l’Etruria Transpadana, la Circumpadana e la Campana; e il voler sostenere che fosse in vece una monarchia temperata, perché tino stato vastissimo, come Io dà a credere il Mazzoldi, il quale niente meno abbracciava che l'Europa, l’Asia, e l’Africa, non poteva esser retto che sotto quella forma, derivasi dalla supposizione che il mito riguardante l’Atlantide accennasse all'Italia. Né dal sistema di un filosofo si può certamente conchiudere che la credenza religiosa del popolo in mezzo al quale è nato sia quella stessa di esso filosofo. Il dogma del filosofo etrusco ricordato da Suida e Seneca non ha che fare col sistema mitologico di tolta la nazione etrusca, il quale fa manifestamente politeistico, come quello de' Greci e delle altre nazioni antiche. — Ma oltre a questo, dotti nomini hanno già osservato che il dogma cosmogmico del filosofo tirreno ricordato da Suida, anziché alle dottrine e tradizioni etrusche, è da attribuire alle rabbiniche e giudaiche, ed appalesa perciò il tempo molto recente in cui fu scritto (156); ed il Lanzi ha osservato che l’etrusca filosofia non fa altra che la stoica, e l’idea della divinità da essi adombrata fu la stessa che quella de' filosofi stoici (157). — Le Sibille non davano i loro responsi solo in Italia, e se ne contano sino a dodici in molte altre contrade. Il travamento delle lettere attribuì vasi a' Pelasgi (158), che l’A. suppone italiani, facendoli venire dal Pelago, che per lui non è altro, come abbiam già veduto, che il Mediterraneo. E chi vuol credere alla tradizione riferita dal Mazzoldi, che inventasse le lettere la madre di Latino, non trova nella detta tradizione ch’ella fosse la prima a inventarle in tutto il mondo; perché in fatti altre. tradizioni ne davano l'onore a Mercurio e a Menone in Egitto, e a Cadmo che di Fenicia le portò in Grecia (159). — Riguardo alla lingua, per abbracciare l’opinione del Mazzoldi, che la tiene pel volgare d’oggidì, dovrebbe egli far pruova di spiegare di fatto con gl'italiani dialetti un buon numero delle epigrafi etrusche, ambre, sannitiche, osche e simili. Convengo co’ ch. Maffei, Ciampi e col nostro egregio de' Ritis che il volgare italiano ha un origine più remota dì quella che credevano un Muratori e un Tiraboschi (160); ma mutile affatto, salvo qualche voce ch'è pur nel latino, è il suo ajuto a spiegare i titoli sepolcrali ed altre iscrizioni antichissime sparse sai suolo d’Italia. E chi volesse negare che la lingua Ialina non era parlata dal volgo d’Italia, dovrebbe dire o che Plauto e Terenzio, e prima di essi Livio Andronico, Accio e Pacuvio non erano compresi dalla plebe romana, 0 che alle rappresentazioni teatrali de' detti comici assistessero i soli dotti nel latino illustre. — Che l’architettura fosse poi trovala dagl’Italiani, perché l’edificazione delle mura di Atene, Tirinto, Argo e Micene dall’antichità attribuivasi a' Ciclopi, non è certamente una ben fondala conclusione, come quella che solo si appoggia sulla supposizione che i Ciclopi appartenessero soltanto all’Italia 0 alla Sicilia: ma se attribuiremo a' Pelasgi le edificazioni note sotto il nome di ciclopee, perché davano per la loro grandezza agli stessi antichi testimonianza di un popolo che trascendeva l’umana natura, e se non ci dilunghiamo dalle storiche tradizioni, le quali pongono in Grecia i Pelasgi come gli aborigeni di questa contrada, d’onde passarono in Italia, noi ci svieremo ne’ sistemi e nelle immaginazioni. Per ciò che spettasi all'arte stessa dell'architettura, che l'A. sostiene propagata in Egitto anche dagli Atalanti e da Dedalo, ne ragioneremo allorché esamineremo le ragioni del Mazzoldi che lo hanno condotto a questa sentenza. E però, passeremo all’esame di quanto egli afferma circa la pittura, che coll’autorità di Plinio stima del pari fiorente in Italiane' tempi della supposta emigrazione de' suoi antichissimi abitatori.

Dice adunque Plinio che il primo, il quale cominciasse in Grecia a colorir le figure fu Oleofanto di Corinto, dubbioso se fu quello stesso che, secondo Cornelio Nipote, segui in Italia Demarato, padre di Tarquinio Prisco, il quale fuggiva la tirannide di Cipselo (161). E seguita dicendo che la pittura era perfetta in Italia, veggendosi anche al suo tempo pittore ne’ templi di Ardea come freschissime, ed a Lanuvio e a Cere più antiche di queste; così che chi diligentemente le avesse esaminate, avrebbe confessato che nessun’arte giunse in sì breve tempo a perfezione, giacche nella stessa Grecia non v’era pittura a tempi trojani (162). Ma appresso lo stesso Plinio osserva che i Greci non furono certo diligenti nell'assegnar fra loro l’epoca del cominciamento della pittura, poiché molte olimpiadi dopo gli statuarii e i toreuti, o incisori, celebravano i pittori, ponendo Fidia come il primo pittore nella XC olimpiade, quando che era già noto che Caudaule re di Lidia aveva comperata una tavola, nella quale il pittore Bularco aveva dipinta la battaglia de' Magnesia; il che dové avvenire, a senno dello stesso Plinio, nell'età di Romolo, per essere Caudaule morto nella XX. II olimpiade,. o nel medesimo anno di Romolo, secondo altri antichi (163). La qual cosa chiaramente dimostra che più remoti erano i principii della pittura in Grecia. Or la detta testimonianza di Plinio circa le pitture di Ardea, Cere e Lanuvio, e sull'inesistenza della pittura in Grecia a' tempi trojani, ha fatto credere ad alcuni scrittori che l'Italia precedesse in quest'arte la Grecia; ma oltreché lo istesso Plinio, come abbiamo di già detto, ha notato l’inesattezza de' Greci nell’assegnar l’epoca de' veri principii della pittura fra loro, non dobbiam dimenticare quello ch'egli stesso ci fa sapere della venuta di Cleofanto in Etruria, come vi vennero Euchiro ed Eugrammo, ai quali la tradizione dà il vanto del modellare e dipingere i vasi; ma ne’ quali più ragionevolmente i moderni veggono una personificazione do greci artisti che formavano que’ vasi (164). Oltreacciò nel tempio dì Lanuvio ammiravasi un’Atalanta ed un’Elena, soggetti notissimi della storia eroica della Grecia, e che ci riconducono perciò ai miti ed alle tradizioni greche, e l'ultima soprattutto dopo i tempi trojani. Né è da dubitare che Ardea, Cere e Lanuvio fossero state edificate prima de' tempi trojani; giacche le due prime di queste città sono manifestamente pelasgiche. Ardea in fatti volevasi fondala da Danae (165), nel cui mito v’è chi vede un simbolo della pelasgica nazione perseguitata dall’ira de' numi; e Cere fu prima detta Agilla da' Pelasgi suoi primi fondatori (166). Queste città ebbero dunque i loro principii da popoli stranieri all'Italia; e chi volesse sostenere che le anzidette pitture erano anteriori a quelle di Grecia, senza tener conto dell'osservazione di Plinio circa la inesattezza de' Greci nell’assegnar l’epoca del cominciamento dell’arte in Grecia, dovrebbe assegnar l’epoca precisa della loro fattura, per confrontarla a quella di altre opere greche di simil fatta; il che è impossibile, per non esserci all'uopo testimonianze di scrittori. Inoltre, siccome osserva un letterato ed artista, l'ammirazione di Plinio riguardava piuttosto la bellezza che l'antichità remotissima delle pitture di Ardea, Cere e Lanuvio; e quando odesi assicurare che non era pittura in Grecia prima della guerra trojana perché Plinio lo dice ed Omero non ne parla, m’immagino, dice il Falconet, di udir sostenere che al tempo de' Trojani non eravi cavalleria, perché Omero non ne fa motto; ma il suo silenzio non osta alla sua esistenza attestata prima de' tempi trojani da altri scrittori. Gide lidio, 0 Euchiro, parente di Dedalo, furono secondo Aristotile gl'inventori della pittura, e Plinio ci dà questa notizia (167); la quale testimonianza dimostra sempreppiù l'inesattezza de' Greci nella cronologia dell'arte; inasattezza del resto che potrebbesi spiegare col dire che intendevan parlare dell'arte perfezionata e giunta a un certo grado di bellezza, e forse per la mediocrità de' dipinti innanzi ai tempi di Polignoto, Teofrasto diceva che questo pittore fu l’inventore della pittura (168); perciocché dallo stesso Plinio apprendiamo che prima di Apollodoro, il quale viveva quaranta o cinquant'anni dopo di Polignoto, non v’era quadro che potesse richiamar l'attenzione de' riguardanti. La pittura del rimanente era già conosciuta in Grecia prima de' tempi trojani, perché Plinio scrive che gli scadi degli eroi che combattettero a Troja erano adorni di figure (169); e Servio dice che in quelli de' Greci era dipinto Nettuno, in quelli de' Trojani Minerva (170), Lo scudo di Achille si bene scolpito e colorito in Omero è nna pruova dell’eccellenza della pittura in Grecia prima dell'età del poeta. Veggansi del resto le autorità addotte dal Vossio contro Plinio nel libro de' Origine et progressu idolatriae, dalle quali raccogliesi che la pittura era più antica de' tempi iliaci.

Questo ci basta aver detto circa la pittura in Grecia e in Italia. Per ciò che spettasi alle altre invenzioni che il Mazzoldi afferma dalle antiche tradizioni attribuite alla gente oceanita, titanica, ciclopica, pelasgica ed atalantica, non è men manifesta la prevenzione che cerca d'insinuare a chi per avventura non esamina schiettamente le autorità degli antichi. Plinio in fatti, citato a questo proposito dal nostro autore, non dice altro se non che Bacco trovò il comperare ed il vendere; Cerere colla coltura delle biade l’arte del macinare il grano; i Pelasgi portarono le lettere in Italia; l’erbaria e la farmaceutica furon trovate da Chirone figliuol di Saturno e di Filira; i Ciclopi trovaron Parie di lavorare il ferro; Icaro trovò le vele; Dedalo l'albero e l'antenna; le torri furono trovate, secondo Aristotile da' Ciclopi (171). Or ci vuole tutta la prevenzione sistematica per persuadersi o dare intendere che Bacco e Cerere furono numi italici, o personaggi nati in Italia, e che i Pelasgi furono italiani, come i Ciclopi e Dedalo, e Chirone nato di Saturno. Quando adunque non ci vogliamo da tutte queste tradizioni allontanare, egli è manifesto che l'Italia alcuna parte non ebbe a tutte queste invenzioni che il Mazzoldi vuol dare ad intendere senz’altro per italiane.

Passa quindi l'A. a dire nel 19.° capitolo della diffusione dell’italiana civiltà in Grecia; e poiché trova, come veramente è, che da Inaco e da Bardano ha principio la storia degli stati di Grecia e dell'Asia minore, opponendosi a l’opinione de' moderni circa la patria del primo di questi fondatori di stati, per non esser nota dagli antichi, si fa a ricercarla. Ma prima di ogni altro per mostrare quanto i moderni, che assegnano al primo re di Argo per patria l’Egitto, si dilungassero dal vero, osserva che basta leggere il Prometeo di Eschilo ed esaminare il viaggio ivi prescritto alla fuggitiva Io, figliuola d’Inaco, per convincersi che quel paese non l'era già patria, ma bensì luogo da essa remoto, nel quale dopo lungo peregrinare si sottrasse alle persecuzioni. Gli Egizj stessi indicavano inoltre a Diodoro Siculo come prima loro colonia quella di Danao. Per le quali cose, e perché Inaco è detto oceanita da Sofocle, Apollodoro ed Igino, come ancora Io è delta oceanitide da Eschilo, questa genealogia bastagli per affermar Inaco di patria italiano per aver già mostrato dove i Greci ponevano l'Oceano, cioè in Italia. Il lettore che si ricorderà quanto abbiamo già detto rispetto all'Oceano, non si aspetterà certo altre ragioni per convincere di errore quest'argomentazione. Soltanto potrebbe far rimanere nel dubbio l’autorità di Sofocle, il quale nomina Inaco re de' Pelasgi-Tirreni, se questo Inaco per mezzo di Foroneo, Api, Niobe ed Argo non si congiungesse a Pelasgo, il quale, secondo le greche tradizioni diede il nome a' Pelasgi, o se, per dir meglio; il prototipo de' Pelasgi non si congiungesse per la detta genealogia ad Inaco. Ora dunque si comprende perché Sofocle nella sua tragedia citata da Dionigi di Alicarnasso nomina Inaco re de' Tirreni-Pelasgi; ed il credere che Inaco fosse italiano, perché è detto oceanita, e perché i Tirreni-Pelasgi abitarono l’Italia, anzi furono originarii di questa contrada, come ha preteso il Mazzoldi, parmi un manifesto circolo vizioso. Né della sua sentenza può venire io appoggio la mitica tradizione addotta da Suida, cioè che Io fu rapita da Pico, il quale, se crediamo a' mitografi, fu uno de' più antichi re del Lazio; perciocché questa tradizione dimostra che una colonia arcadica, la quale prese stanza presso il Tevere, fu il principio di tutte queste tradizioni. E potrei qui arrestarmi circa alla controversa patria d'Inaco, bastandomi di aver contraddetta la sua origine italiana sostenuta dal n. A., se non potessi alcuna cosa soggiugnere circa le ragioni che hanno avuto i moderni di crederlo egizio, comunque gli Egizii stessi dicessero, se vogliam credere Diodoro, che la lor prima colonia menata in Grecia fu quella del tempo di Danao. I moderni infatti non ad arbitrio, o divinando, ma per la tradizione serbatane negli scrittori, e per le induzioni archeologiche, hanno assegnato l’Egitto per patria ad Inaco. Istro infatti, antico storico, nella sua opera perduta Delle colonie di Egitto (Αποικία της Αιγύπτου) attribuiva ad Egialeo figlio d'Inaco la denominazione dell'Egialo, o della spiaggia tra Sicione e Buprasio (172); ed Arnobio, sicuramente sulla testimonianza di altri scrittori più antichi, parla della colonia di Foroneo figlio di Inaco come d'una colonia egizia, e Foroneo è da lui detto egizio (173). Questo Inaco inoltre, sia che in lui veggasi un uomo, od una razza personificata, come si è fatto anche di Cadmo, era detto figlio dell'Oceano poeticamente, perchè era venuto in Grecia per mare. Inaco derivasi da inak, o enak enakim, voce attinta dalla lingua fenicia e del paese di Canaam, e dinotante uomini terribili, per la lor forza e valentigia. Foroneo (Phara-on), Api, Io, sono nomi egizii; ogigio è epiteto dato all'Egitto ed alla città fenicia di Tiro, ed è noto che in Grecia fu un Ogige, e l'Attica fu anche detta Ogigia, come attesta Carace (174). La colonia egizia adunque che stabili vasi nell'Altica in tempi alla storia sconosciuti, dava a questa contrada il nome della madre patria, come fece eziandio la colonia indiana che si stabilì nell’Egitto, e che nominò Aezia (175). Senzaché il coccodrillo che accompagna Athene 0 Minerva sull'Acropoli di Atene prova chiaramente la patria egizia della colonia che si stabilì in Atene, o de' suoi primi fondatori, cioè i Saiti (176). Ed Eptapoli, città di Egitto, fu anche detta Arcadia (177); e quantunque gli antichi scrittori, ai quali attingiamo questa notizia, non ci dicono né il tempo, né per qual cagione ebbe questo nome, ci basta non pertanto ricordarlo pel nome simile di una delle più antiche regioni della Grecia. Le quali tradizioni tutte dimostrano, che quando anco non sappiamo quali comunicazioni vi furono ab antico Ira Saide e gli abitatori dell’Attica, non possiamo negare che vi fu passaggio di Egizii nella Grecia; e questo sia detto in conferma di quanto abbiamo osservato sul principio dell’Autore che chi vuol fare stima delle mischianze avvenute nelle istituzioni de' varii popoli, deve dapprima conoscere quali comunicazioni avessero potuto avere né tempi antichissimi gli uni cogli altri; dovendosi distinguere i tempi remotissimi dagli storici. — Ma non dobbiam tacere che alcuni (178) non veggono in Inaco altro che nomi principali adorati da' Pelasgi, intitolati Anaci, vale a dir principi (ανακες); e secondo onesta opinione, la quale non contraddice la derivazione dall'Egitto di una colonia che si stabilì in Atene (perché la detta voce è sempre una traduzione di Enakim), avrebbesi la ragione per la quale Sofocle nomina Inaco re de' Pelasgi tirreni. Questo poeta del resto credeva come i Greci del suo tempo ad Inaco persona, quando si erano già trasformati nella volgare tradizione gli dei in eroi, in uomini re, coloni e legislatori, ed il nome generico prendevasi per nome d'uomo, divenuto il padre di una intera dinastia.

L’A. intanto seguita dicendo come gli antichi Italiani (i Pelasgi o Atalanti) portarono in Grecia i principii della religione e vi crearono gli oracoli, ed attribuisce loro l’oracolo di Delfo, perché l’origine di esso ascrivevasi a' Titani, i quali ebbero sede in Italia, come sopra ha detto, e perché, secondo Eschilo scrive, Apollo andò al possesso del oracolo preceduto da' figliuoli di Vulcano, che sono i Ciclopi, ossia i Siciliani. E così ancora dall'Italia passò in Grecia, come pur nella Frigia e nella Persia, l’antichissima scienza dell'aruspicina, perché ne furono trovatori i Toscani, invece di dire piuttosto che fu comune a quasi tutti i popoli antichi. Quanto alle lettere, avendone già prima di scorso, aggiugne solamente che anche Luciano Bonaparte teneva Cadmo per un toscano, il quale le introdusse nella Grecia; riscontrando il Mazzoldi ne’ nomi degli antichi italici la trasmissione delle nostre dottrine religiose a’ Greci, come nei loro nomi, nelle particelle, desinenze ecc. dell'italico antico, a trasmissione della nostra grammatica. E qui il Maffei avrebbe esclamato: O sante Muse, e dove ci troviamo! Egli giovasi a questo proposito dell'autorità del Lanzi, il quale credeva potersi interpetrare l’etrusco col greco, e che teneva perciò gli Etruschi come inciviliti da' Greci. Or veggano i dotti, e soprattutto il Jannelli, quanta analogia è tra questi due idiomi, per confermare sia l’opinione del Lanzi, sia quella del Mazzoldi, ch'è il rovescio della prima. Appresso, la costituzione de' Feacesi, popolo staccato dal ceppo italiano, come sopra si è ingegnato dimostrare, fa sostenergli che lo stabilimento di tutti i governi di Grecia fu foggiato sul tipo italiano. E ancora, i Greci non ebbero per opera di Licurgo il primo codice di leggi, se non per gl'Italiani, avendolo formato su quel di Radamanto e Minosse, i quali furono, come appresso l'A. dimostrerà, Pelasghi o Atalanti o Italiani, ed imparentati colla casa reale di Sicilia pel matrimonio di Pasife discendente da Iperione ch'ivi aveva regno. — Vulcano, inventore delle arti, secondo Omero, e di razza titanica, imparò a' Greci l’arte dell’edificare; e Vulcano aveva sede in Sicilia, o in una delle isole Eolie. E a mostrare ancora la precedenza delle arti italiane sulle greche, adduce come ogni lavoro di arte figurato attribuivasi a Vulcano arrivato in Grecia per una sventura; segno questo, dice il Mazzoldi, che l'arte di figurare i metalli assai lentamente pose radice nel paese loro, e molto tempo dopo che presso gli Atalanti le arti erano giunte a quello stato che noi già vedemmo. Ed aggiunge che laddove in Italia le più antiche memorie storiche trovarono le arti non solo già nate, ma sorte a grandezza ed in sul declinare, in Grecia furono ad ogni memoria storica i loro progressi di molto posteriori. Or ammettendo coll’A. l'epoca di Dipeno e di Sciami, primi scultori di Grecia, circa l’anno 137 di Roma, e quella di Plance fratello di Fidia, il primo a ritrarre gli uomini di naturale circa 300 anni dopo Roma fondata, io non so quali scultori può vantare l’Italia prima di costoro? Ma molti altri artisti avevano già preceduto Dipeno e Scillide, o Scimni, come lo nomina il Mazzoldi, ed erano divenuti celebri in Grecia; perciocché senza dire di Dedalo, le cui opere meravigliose hanno fatto crederlo ad alcuni moderni un personaggio favoloso, si erano già contraddistinti nell’arte lo scultore di Delo che formò la statua di Apollo (179); Smilide di Egina, autore della statua di Giunone che adoravasi in Argo (180); Endeo di Atene (181), di cui si ammiravano tre Minerve, due in Atene (182), un’altra di avorio a Tegea, trasportata da Augusto nel Foro di Roma (183); Iemalio, Epeo, Alexanore, scultori de' tempi trojani, e due altri artisti, da' quali gli eroi greci fecero innalzare alcuni momenti in rimembranza della loro vittoria (184); Reco di Samo, e l'autore della celebre cassa che i Cipselidi consacrarono nel tempio di Giunone in Olimpia, e che vivevano secondo un moderno (185) verso la prima olimpiade (av. G. C.); Gisiade di Lacedemone, statuario insieme, architetto e poeta (della XIV olimp.); Teodoro di Samo, inventore dì un arte di rado messa in pratica, quella di formar opere di scultura in ferro fuso (186), ed orafo, architetto ed incisore di pietre fine; e infine Mala di Chio, nella cui famiglia si contavano quattro generazioni di scultori illustri (dell’olimp. XXVIII); la rimembranza di tutti i quali artisti conferma quello che dicevamo, cioè che il popolo greco non era un popolo di pecorai e porcai, come al nostro A. è piaciuto di sostenere contro le testimonianze della storia. Il Mazzoldi del resto trova nello stesso Omero ab cune tracce della precedenza delle nostre arti in su quelle de' Greci da ch’egli ponendo i palagi, di quasi tutti i sommi re di Grecia come costrutti di legno, dipinse invece quello di Circe come edificalo di lucenti marmi, e le mura della reggia d'Eolo e dei Feacesi non solo di pietra ma dì rame. Ma lo stesso Mazzoldi dà ad intendere che queste mura di rame della reggia di Eolo non erano più altro in sostanza che le rocce ferruginose che circondano tuttora Pisola di Lipari; e in quelle di Alcinoo non dobbiam vedere perciò che una esagerazione, o l’ignoranza del poeta. Egli intanto non spende più parole, per avere di già osservato come al giugnere degl'Italiani in Grecia (e il lettore ha già osservato per qual via) i nativi erano tuttora barbari, e perché per solenne confessione degli stessi Greci i loro più antichi monumenti attribuivansi agl’Italiani, distinti col nome di Pelasgi, Ciclopi e Siciliani. Che si attribuissero a' Pelasgi, è da convenir col Mazzoldi e con Pausania da lui citato, perciocché i Pelasgi appariscono prima in Grecia, poi in Italia; ma quanto a' Ciclopi, anziché crederli italiani, perché lo tradizioni mitologiche a cagione dell'Etna li pongono nella Sicilia, ove non vogliasi tenerli per li stessi Pelasgi, come è probabile, dobbiam dire che i Greci attribuivano a' ministri di Vulcano tutte lo opere d’arte che trascendevano le ordinarie proporzioni, e nella solidità e nella maniera dell’edilizio molto lontane erano dall’arte de' loro tempi, quali sono appunto i monumenti potassici, detti anche al nostro tempo ciclopei. E così anche oggidì si nomina Murata del diavolo nell'Apruzzo uno degli avanzi di questa remotissima fabbricazione, e quanto s’ingannasse chi da questa denominazione volesse veramente tenerla per opera de' demonii, io non so dirlo. Per ciò infine che riguarda i Siculi Agrola ed Iperbio, che secondo la tradizione riferita a Pausania dicevansi autori delle mura Tirinto e Micene, giova rammentarsi quanto abbiam detto circa i Siculi (quad. LVI, p. 209.), di cui Enotro dicevasi re, e che non erano perciò italiani, ed alle nostre dimostrazioni aggiugniamo; 1.° che lo stesso Iperbio di Pausania è detto corintio da Plinio (187), e che presso il Peloponneso era un’altra Sicilia (188). E un'altra pruova che i Siculi appartenevano, non all’Italia, ma ai popoli dell'Epiro e dell'Acarnania, è nella tradizione di Stefano Bizantino che i Siculi così detti Galeoti appartenevano agl'Iperborei (189). Or abbiam detto ancora (quad. LVII, p. 110) qual fosse l’idea che i Greci si facevano di questi ultimi popoli, e secondo te dotte investigazioni di un italiano, il coi sistema sulle origini italiche sembrami fra tanti il meno discorde dalle testimonianze degli antichi, e però meno arbitrario e che più si accosta al vero, i Siculi non erano che un popolo dell’Illirico (190).

Conchiude finalmente il Mazzoldi col citare l'autorità non solo del Winkelmann, gran sostenitore delle provenienze greche, sulla precedenza delle arti italiane, ma quella ancora del Dempstero, Bonaroti, Maffei, Cori, Guarnacci, Bochart, Mazocchi, Lanci, Bourguet, Visconti ed Amati. Lasciando da altri il chiamare a severa disamina le ragioni di questi egregi scrittori, ma prevenuti senza più sulla quistione, mi restringo ad osservare che il Dodwell non sono molti anni passati ha pubblicato gli avanzi delle edificazioni dette ciclopee in Grecia insieme e in Italia. Che se in Italia più che in Grecia rimangono avanzi delle arti pelasgiche, come sostiene l'A. (ma non apparisce dalla detta opera del Dodwell), non è perché, come l'A. stesso sostiene, ebbero la prima origine in Italia, e trovasene in Grecia qualche avanzo per opera di colonie italiane; ma perché i Pelasgi ebbero negli Elleni in Grecia e in Italia i loro nemici, che in tutto assoggettandoli, ne distrussero e trasformarono i monumenti (191), essendo noto che furon ridotti a coltivare le terre de' vincitori; così che gl'Iloti di Sparta, i Gimnesii degli Argivi, i Corinefori di Sicione, uomini addetti alla gleba, come i vassalli del medio evo, erano detti Pelasgi dagl'Italioti o Greci d Italia (192), e fino a' tempi di Cicerone indicavansi col nome di Pelasgi i coltivatori delle terre (193). Ma un'altra induzione trae il Mazzoldi in pro della civiltà italiana dalla diversa maniera di seppellire. gli estinti che usarono agl’Italiani; dappoiché, o scavavano, egli dice, nelle viscere de' monti le celle là dove la natura de' luoghi Io consentiva, Q queste celle elevavano ne’ piani ammontandovi sopra la terra. La prima maniera fa comune agli Egizi, a' Cirenei, a' Fenicj; la seconda a' Greci, a' Frigi, a' Lidj. Questi po poli per conseguenza l'adottarono dagl'Italiani. Che se si rinvengono nelle antiche necropoli sotterranee d'Italia, olle e cellette non sufficienti se non a contenere le ceneri degli estinti, egli è mestieri, osserva l'A., ascrivere questi ultimi ricettacoli alla pratica di una età posteriore cioè, a quella del ritorno dei Pelasghi in patria, che dalla loro peregrinazione per l'Ellade e per la costa asiatica potarono con sé il costume di bruciare i cadaveri trovato presso quei popoli. Non facendomi d’uopo osservare alcuna cosa su questo modo di vedere dell'A., perciocché non ha altro fondamento che la solita petizione di principio, e il supposto ritorno de'Pelasgi in Italia, donde prima secondo l'A. erano partiti per diffondere la loro civiltà alle altre nazioni antiche, passo all'esame della comunicazione di questa civiltà medesima ad altri popoli, sostenuta dal Mazzoldi negli ultimi nove capitoli della sua opera.

(Sarà continuato)

NICOLA CORCIA.


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IL PROGRESSO

DELLE SCIENZE, LETTERE ED ARTI

OPERA PERIODICA

Compilata per cura di L. B.

NUOVA SERIE

ANNO X - VOLUME XXX

NAPOLI

DALLA TIPOGRAFIA FLAUTINA.

1841

DELLE ORIGINI ITALICHE [Parte IV]

Delle origini italiche e della diffusione dell'incivilimento italiano  all'Egitto, alla Fenicia, alla Grecia, e a tutte le nazioni asiatiche poste sul Mediterraneo,  diAngelo Mazzoldi. Milano, tipografia Guglielmini e Redaelli; 1840 in8° (194).

Nel XX capitolo della sua opera il Mazzoldi ragiona del passaggio dell'incivilimento italiano in Corcira, in Samotracia, nell’Asia minore ed in Creta. Ed esposta in prima a questo fine la civiltà di Corcira, patria de' Feaci, colle testimonianze di Omero, dalle quali si raccoglie che non solo erano i più esperti marinai de' tempi antichi, ma addentrati ancora e sapienti in tutte le arti ed istituzioni civili, ravvisa similmente in quel popolo una colonia italiana. La dimostrazione dell’A. è tutta riposta sulla tradizione del poeta, il quale scrive che i Feaci abitavano dapprima nella spaziosa Iperea (ἐν ἐυρυχήρω Υπερείη) presso i Ciclopi per le vessazioni de' quali il re loro Nausitoo li menò ad abitare Scheria (195), ossia Corcira o Corfù.

Discostandosi adunque il ch. Mazzoldi, ed a ragione, dall’opinione del Bochart, il quale colle autorità degli scoliasti di Omero Didimo ed Eustazio riconosceva l'Iperea del poeta ne' luoghi in cui fu poscia edificata Camarina nell’isola di Sicilia, non meno che da quelle del Cluverio e del Clarke, il primo de' quali riconobbe la patria di quegli antichissimi navigatori in Malta, e l’altro in un’isoletta posta di rincontro alla spiaggia orientale della Sicilia, contentasi di dire in generale che dipartironsi dalle fertili campagne di quest’Isola, o dalla nostra Campania. E bene osserva il Mazzoldi contro l’opinione del celebre critico inglese, che se le prime sedi de' Feaci erano nella delta isoletta, come può dirsi che si dipartivano dalla spaziosa Iperea? Ma non crediamo che contro l’opinione del Cluverio si possa opporre che i Feaci s'indicassero come prossimi a Ciclopi, essendo noto che la voce άγχοῦ ο αγχι, la stessa che πλεσίον prope, adoperavasi a dinotare cosi i luoghi vicini, come gli alquanto lontani (196). Questo solo si può bene opporre, come osservò Eustazio, contro coloro che tenevano Iperea per un’isola, cioè: come quegl’isolani potevano esser vessati da' Ciclopi, che non avevano navi, secondo dice lo stesso Omero (197)? 0 dunque il poeta non diceva il vero quando affermava che i Ciclopi non avevano navi, ed Iperea secondo questa ipotesi potrebbe esser Malta, a senno del Cluverio; o se dice il vero il poeta, e noi non ne dubitiamo, ci è forza colla sua testimonianza riguardare i Ciclopi come mediterranei, e andare investigando l’Iperea in altre contrade, diverse però dalla Sicilia e dalla Campania, come ha sostenuto il Mazzoldi; il quale se ha bene criticato le opinioni del Bochart, del

Cluverio e del Clarke, non ha a queste sostituita una opinione migliore, o per dir meglio, non ha trovato l’Iperea se non dove secondo il suo sistema doveva trovarla, cioè in Italia.

Lo stesso Omero rammenta Iperesia città dell'Acaja (198), e S tra bone ricorda Iperia, fontana della Tessaglia (199); così detta, dice Stefano Bizantino coll'autorità di altri antichi, da Iperete figliuol di Licaone (200); e soggiorniamo con Esichio: Hyperia, Phaeacum urbs et fons (201). Or abbiam detto che i figliuoli di Licaone altro non sono che personificazioni delle regioni occupate in tempi antichissimi da Licaonidi Arcadi, e l’Iperia 0 Iperea fu anche tra queste. Ora dunque di bel nuovo siamo ricondotti a' Pelasgi Arcadi, abitatori d’Iperesia nell'Acaja, ai quali riportavasi ancora la denominazione della fontana della Tessaglia. Le quali osservazioni basterebbero per non dover tenere i Feaci una colonia italiana, se chiaro non apparisse da Apollonio Rodio la vera patria de' Feaci, e l'errore de' moderni comentatori di Omero, ed anche del Mazzoldi.

Racconta l’autore dell'Argonantica le vicende dell’eroe o re Illo, nato ad Ercole dalla bella Melite presso i Feaci, e che con questi popoli andò ad abitare Corcira. E veniva co’ suoi dalla regione Illide (202), o dalla penisola di questo nome nella Dalmazia, della quale parlano chiaramente Sciamo Chio (203), che la pone presso i Liburni, Stefano Bizantino (204), ed anche Plinio (205), tuttoché nel testo di quest'ultimo geografo si è notato una trasposizione per opera dell'antico copista. La quale penisola Illide ha di contro le isole di Corzuola e Melada (Corcyra nigra e Melita), rammentate dallo stesso Apollonio. Questo poeta adunque rischiara la tradizione di Omero, e ci fa intendere che non dalla contrada dove poi fu edificata Camarina, come stimò il Bochart, non dall'isola di Malta, come pensava il Cluverio, non dall'isoletta del Clarke, né dalla Sicilia o dalla Campania, secondo il Mazzoldi, ma sì bene dalla detta Melita o Melada dell'Adriatico passarono i Feaci sotto la guida di Nausitoo ad abitare in Seteria, o Corcira. E dalla vicinità della detta isola Melite e della detta penisola Illide presso i Feaci ora chiaramente comprendiamo che l’Iperea di Omero, che non nomina isola, altro non fu che l'Epiro v regione che fu la stessa che l’Esperia così detta dagli Eolidi (206). La quale origine de' Feaci è stata ancora intraveduta dal Mannert e dal Cramer, senza fondarsi del resto sulla testimonianza di Apollonio f dicendo il primo che furono Liburni (207), e l’altro supponendo che provenivano dal continente dell'Illirio, o dell’Epiro (208). L'ìperia di Omero non fu dunque alcuna contrada dell'Italia, né dall'Italia passò alcuna colonia in Corcira, e però nemmeno la civiltà: anzi da quest'isola venne una colonia di Feaci nel Lazio, come racconta un antico scrittore (209) t e con questa tradizione spiegasi l’altra serbataci da Aurelio Vittore, o da chiunque sia l’autore dell'origine del popolo romano» il quale pone sotto il re Latino una colonia dal Lazio passata nella Locride (210). Perciocché dalla narrazione di Conone è manifesto che gli antichi attribuivano al fratello di Alcinoo la deduzione della colonia de' Feaci nel Lazio sotto il nome di Locresi. Per le quali tutte osservazioni stimiamo soverchio il contraddire al ch. A., il quale per compiere la sua dimostrazione del passaggio de' Feaci italici in Corcira, osserva che vantavansi, non altrimente che i Ciclopi, della loro origine divina, e ne conchiude che appartenevano perciò al ceppo de' Titani od Atalanti, avendo noi già osservato che i Titani non furono nome di popolo, e che gli Atalanti o Adanti sono favolosi, e non hanno che fare con gl'Italiani. Se non che, poiché soggiugne con Esiodo il Mazzoldi, che Nausitoo, il condottiero della colonia de' Feaci, fu figliuolo di Calipso, e col Guarnacci, il quale scrive che Dionigi d’Alicarnasso nominò Iperacrii gli Umbri, e che Plutarco disse Iperea la Calabria, ci fa duopo prima di proceder oltre esaminare queste testimonianze.

E quanto alla Calipso, che Omero dice madre di Nausitoo, se il Mazzoldi crede che fu la stessa figliuola di Atlante, la quale aveva dimora nella tuttavia malnota isola di Ogigia, una conclusione affatto contraria al suo sistema se ne trarrebbe, cioè che i popoli guidati da Nausitoo, anziché italiani, erano africani, essendo già noto dall’antica geografia e dalle osservazioni de moderni che l'Atlante de' Greci non fu che una personificazione degli alti gioghi dell’Africa, i quali tuttavia conservano quell'antico nome mitologico (211). L’isola di Ninfea del resto, posta di là di Melite e dell'alta Ceraso nel golfo dell'Illirio, nella quale secondo altre tradizioni abitava Calipso (212), confermano l'origine da noi spiegala de' Feaci, ed iti quest'isola di Ninfea dobbiam riconoscere veramente l'Ogigia di Omero. Il ch. autore inoltre sulla sola fede del Guarnacci ha ripetuto che Dionigi d’Alicarnasso nominò Iperacrii gli Umbri, e Plutarco disse Iperea la Calabria, del Guarnacci, il quale s’industriò di dimostrare a tutt’uomo quello che, secondo fermamente pensiamo, non si può, né si potrà mai senza falsi sillogismi e senza, o alterare, o interpretare sistematicamente le testimonianze degli antichi. Quale uso il Guarnacci facesse di queste testimonianze, lo vedremo quando piglieremo ad esame in una diversa scrittura i sistemi di tutti gli scrittori italiani per dimostrare l’italiana civiltà antichissima comunicata alla Grecia; ora ci basterà addurre le autorità di Dionigi e di Plutarco, perché «leggitori veggano se dicono veramente ciò che il mentovalo scrittore volle dare a intendere, e se egli si pose con ischiettezza, o prevenzione alla detta ricerca. Dionigi adunque scrive: Κληθηναι δε Αβοριγίνας από του εν τοῖς ὄρεσιν οἰκησεως. Αρκαδικόν γαρ τό φιλοχωρεῖν ὅρεσιν. ως υπερακριους τινὰς και παραλιους Αθήνησιν. Aborigines autem vocatos quod in montibus habitarent (Arcadicum enim est montium habitatione de lectari) ut ii qui Athenis Hyperacrii et Parhalii vocabantur: falso è perciò che questo storico, parlando degli Umbri e degli Aborigeni, come afferma il Guarnacci, dice che si sono anche chiamati Iperacrii, che vorrebbe dire Iperici, Iperii, υπερακριοι; e più falso ancora che Plutarco ci assicura, che sotto questo nome d'Iperea, come seguita a dire lo stesso Guarnacci, si è intesa l'Italia, e precisa mente la Calabria. Plutarco in fatti scrive, e sono queste le sue precise parole citate dal Guarnacci: Quaenam est Anthedon? Calabriam Irenem antiquitus nominabant.... Inde cum Anthes, et Hyperes ibidem consedissent, Anthedoniam, et Hypeream insulam vocaverunt (213). E chi non vede che le parole del filosofo di Cheronea si riferiscono ad Antedone città della Beozia, e all'isola Ege, o alla stessa Eubea, la prima delle quali fu più anticamente detta Calabria Irene, e le altre Iperea? E però ingannavasi il Guarnacci quando soggiungeva: «Viene poi altrove (Plutarco) parlando espressamente della Sicilia, e spiegando questi versi di Omero dice, che Nausitoo lasciata la spaziosa Iperea (e qui la prende per tutta l'Italia) (certamente egli il Guarnacci, non già Plutarco), si ricondusse co' suoi in detta isola a fare una vita felice (214)»; giacche Plutarco non parlò affatto della nostra Calabria. Sotto questo nome intendevasi a tempi di Plutarco, come ne’ più antichi, la Messapia, di cui Brindisi era capitale, e non è certamente di questa regione che intendono parlare i detti scrittori; né poteva Plutarco intendere la Calabria odierna, perché Appena dal VII secolo dell'era cristiana, cioè cinque secoli dopo di lui, il detto nome passò ad. indica quest’ultima contrada. Chi esamina dunque senza prevenzione di sistema il primo luogo di questo scrittore vede chiaramente che non l’Italia ola Sicilia si nominò Iperea, ma una dell’isole poste di rincontro all'Antedonia, cioè Ege o l’Eubea.

Ma ecco come il ch. Mazzoldi dimostra che l'italiana civiltà passò del pari in Samotracia e nella Frigia. Dardano, figliuolo di Elettra, e della famiglia degli Uranidi od Oceanili, istituì il primo alla vita civile i Samotraci, conducendovi una colonia di Pelasgi. Alcuni di questi popoli condotti dalla madre rimasero in quell'isola, altri navigarono col figliuolo alle coste dell'Asia minore, dove fondarono tostato de' Frigi. Or te tradizioni de' vecchi Aurunci, dice il Mazzoldi, trasmesseci da Virgilio dicono che Dardano e Jasio uscirono d’Italia, e propriamente da Corito, città dell'Etruria; e tutti gli oracoli, tutte le tradizioni che si riferivano al ritorno de' Pelasgi in Italia furono, secondo il n. A. si avvisa, applicate dal poeta mantovano all'incerta navigazione de' Trojani, la quale doveva aver fine in Italia. Le immagini de' Penati che di Samotracia Dardano portò a Troja, che i Greci ignari delle arti credevano doni di Minerva, e il Palladio che asserivano caduto dal cielo, furono monumenti delle arti antichissime degli Etruschi o Toscani. Or è da riflettere che il solo Virgilio, certamente per adulare Angusto, poneva in bocca a Latino nell'Eneide la detta tradizione de' vecchi Aurunci, nel mentre che Callistrato di Samotracia, Satiro ed Artino, scrittori molto più antichi, ai quali consente Dionigi d'Alicarnasso che ne adduce le autorità, scrivevano che Dardano nasceva da una delle sette. figlie di Atlante Arcade (215), e che non era perciò nato in Etruria. Egli è vero che secondo altre tradizioni Dardano non nasceva né in Arcadia né in Italia, ma sì nell'Elide, ecc.; ma considerandosi Dardano come la personificazione de' Pelasgi Dardanii, la discrepanza delle tradizioni circa il luogo del suo nascimento non proviene da altro che dalla diffusione della razza pelasgica nella Grecia settentrionale, nella Tessaglia, nel Peloponneso e nell'Italia. Tutte le tradizioni concernenti l'uomo possono dunque interpretarsi per tradizioni relative alla razza che emigra. Le probabilità sono tutte in favore del sistema che farebbe venire i Pelasgi Dardanii dalla Tracia occidentale (su' confini della quale furono Dardanii di fatto) nell'isola Samotracia, e di là nella Troade. Farli arrivare dall’Elide è per avventura contrario alle nozioni ragionevolmente ammesse sulla scienza de' popoli in fatto di navigazione. Assegnar loro l'Italia, la Tirrenia per luogo di partenza, è un assurdo anche maggiore. L'origine di queste ultime tradizioni è dovuta senza dubbio in parte all'ambiguità arole ἀφ' Ησπερου, αφ' Ησπερίας, dall'Occidente. Ma l’Elide e l’Italia erano molto comunemente indicate, e quasi esclusivamente, col nome di Esperia, e furono perciò sostituite alla Tracia nella leggenda. Sia dunque che Virgilio s'ingannò per le dette ragioni circa la vera patria di Dardano o de' Dardanii, sia che volle adulare Augusto e gli stessi Romani nell'affermar Dardano partito d’Italia per fondar colonie e stati nella Samotracia e nella Frigia, dobbiam conchiudere che Bardano o i Pelasgi Dardanii furono affatto stranieri all’Italia, e che perciò l’Italia non comunicò la sua civiltà né a' Samotraci né a' Trojani.

L’A. in seguito non per altro trova similmente diffusa l’italiana civiltà in Coleo, su tutto il littorale dell’Ionia e in Creta, se non perché Ecta era figliuolo e fratello della tirrena Circe, e perché trova sulla spiaggia jonica e in Creta memorie di Pelasgi o Atalanti. Le cose già dette a proposito di Circe (quad. LVII, p. 103) bastano per dimostrare l’errore del primo assunto; né ci fa d’uopo far ritorno alle osservazioni per le quali abbiam dotto che gli antichi scrittori ci mostrano i Pelasgi prima in Grecia, poi in Italia, e che i Pelasgi non hanno che fare co favolosi Atalanti del Mazzoldi. E qui veramente è da osservare ad alcuni autori delle origini italiche colle stesse parole che l'A. adopera rispetto ai Greci: «Può argomentarsi da tutto questo quanta fosse la vanità (degli autori delle origini italiche) i quali non dubitano di asserire che la civiltà greca sia dovuta agl’Italiani. Essi invertono l'ordine delle origini, tenendosi sempre da più che alcun altro popolo antico; e se il tempo non ci avesse conservate quelle poche memorie che abbiamo della fondazione delle città antiche, de' loro oracoli, de' loro misterj, della loro marina, delle loro arti, gl’Italiani sarebbero tenuti nel mondo per le bugie loro i primi propagatori dell'incivilimento.»

Ma passiamo a vedere come per le argomentazioni del nostro A. la civiltà d’Italia fu anche trasmessa agli Egizii. Se in questo altro esame io dovessi non solo esporre la dottrina del Mazzoldi, ma fare altresì una qualche accurata ricerca delle egizie antichità e memorie, certamente mi smarrirei, e per la pochezza delle mie cognizioni storiche mi sarebbe d'uopo rimandare il leggitore alle opere di nomini celebri e dottissimi, i quali con lunghi ed eletti studi sonosi adoperati a rischiarare le cose di quel paese veramente misterioso; ma poiché debbo soltanto additare le investigazioni dell'A., che lo portano al solito ad avventate deduzioni, non mi sarà forse malagevole mostrare la sua solita prevenzione, o più tosto la grande industria con cui cerca dimostrare la preconcetta e disperata ipotesi.

Il Mazzoldi entra animoso ad istenebrare nna volta i primi tempi dell'Egitto, comeché avesse ben ravvisata la difficoltà di questa trattazione. Quella celebro contrada, rispettivamente alle altre regioni del mondo antico, usciva di recente dalle acque marine; i suoi abitatori non furono autottoni; erano una colonia venuta dall'Etiopia, regione posta a mezzodì dell'Egitto. L’A. riconosce ed ammette questi tre fatti, attestati da altri antichi e moderni scrittori. Ma due grandi famiglie o razze egli distingue in Egitto, dissimili affatto cosi di colore, come d’intelligenza e costumi: la negra, o etiopica, che formò il popolo, o meglio la plebe; la bianca, indigena de' paesi posti oltre il mare di contro alla costa d’Africa, alla quale appartennero tutti i membri delle caste imperanti e docenti. «Atalanti o Italiani, Fenicj, Arabi, Babilonesi, Persiani, Greci, invasero ed occuparono l’Egitto, e a quanto pare, si mischiarono col suo popolo. Il tipo però predominante e nazionale che vi rimase fu l’etiopico.» Ma questi Etiopi, barbari, nudi, vaganti, viventi sotto la sferza di un sole divoratore, trapiantandosi in Egitto, non vi potevano portare, se non la nativa barbarie. Gli Etiopi non potevano colla loro colonia trasferire nella terra di Egitto quel che non avevano essi stessi, incapaci naturalmente di giugnere per sé medesimi a civiltà col passare in terre più feraci e in clima più temperato. E qui l’A. aggruppa le testimonianze di Diodoro Sicolo su gli Etiopi per assicurare il lettore che la sua opera volge per proposte e dimostrazioni. Ma il quadro che il Mazzoldi ha fatto della barbarie di questi popoli ci ha fatto risovvenire quello della Grecia; nel quale se tace tutto che può opporsi alle sue ipotesi e dimostrazioni, una sola testimonianza non trascura che possa il suo sistema ben dimostrare ai lettori, che non si danno la pena di riandare le memorie degli antichi.

Chi si fa a leggere senza prevenzione le cose che Diodoro riferisce circa l'Etiopia, vedrà chiaro che lo storico parlar di diverse generazioni di Etiopi; degli Etiopi civili, e degli Etiopi barbari, degli Etiopi di Meroe, dove si veggono tuttavia maestosi monumenti, e degli Etiopi ittiofaghi, chelonofaghi, rizofaghi; degli Etiopi cacciatori, elefantomachi, simi, strozzofaghi, acridofaghi, canimulghi e trogloditi. Il Mazzoldi mette innanzi al lettore il quadro di tutti questi Etiopi barbari, trasanda a disegno quello degli altri, che furono veramente in fra gli Etiopi quelli ch’ebbero religione, governo ed arti. E in fatti, gli Etiopi che si contraddistinsero per la loro innocenza, equità ed integrità di costumi (216), non meno che per la pietà verso gl'Iddii (217), e che gli antichi tenevano come i primi popoli che adorassero i numi e si servissero di leggi (218), furono governati da re, e i monumenti di Meroe dimostrano alatamente che non furono di costumi bestiali e ferini. Il loro paese fu celebre e possente frisino a tempi della guerra trojana; e la loro isola di Meroe era al colmo della celebrità ne' loro giorni prosperevoli (219). Dall'Indo, se crediamo ad Eusebio, si portarono nel paese confinante all’Egitto (220), e gli Egizii che furono una loro colonia (221) 9 da essi ricevettero i principii delle loro cognizioni (222). Combattettero spesso con gli Egizii coll'alternativa di perdite e di vittorie. Sesostri fu il primo a soggiogarli (223); ma i re Etiopi penetrarono dal canto loro nell’Egitto, e in epoche diverse lo dominarono. Fra i 330 re che i sacerdoti egizii noverarono ad Erodoto, dicevano che 38 erano stati etiopi (224). Un’etiopica dinastia soggiogò e dominò l’Egitto sotto tre re per quarant’anni (225), e l'ultimo di questi re fu Taraca, che Isaia rappresenta come in atto di muoversi contro il re Assiro che assediava Loboa (226). Dalla storia di Andromeda è chiaro inoltre che gli Etiopi estesero la loro potenza sulla Siria e sul Mediterraneo al tempo del re Cefeo (227); e Strabone riferisce la spedizione in Europa dell'Etiope Tearcon, e lo fa giugnere sino allo stretto di Gibilterra (228). Per le quali tutte testimonianze, se vogliamo essere schietti nello scrivere di storia antica, dobbiamo distinguere con Erodoto questi Etiopi civili dagli Etiopi barbari, gli Etiopi di là dell’Egitto da' capelli stesi dagli Etiopi della Libia da' capelli crespi (229), e co’ geografi i Leuceliopit o Etiopi bianchi, dagli Etiopi neri (230). Onde è manifesto che il Mazzoldi si è affa Ito dilungato dalla verità istorica nel dire tutto insieme gli Etiopi barbari e ferini, ed incapaci affatto di civiltà; e perciò veramente la sua opera volge per proposte e per dimostrazioni per lo più nuove all'istoria. Ma seguitiamo l'A. nelle sue dotte investigazioni.

L’Egitto fu già colto e civile, barbari gli Etiopi. Or non avendo essi potuto incivilire l'Egitto, per conoscere donde furon diffusi in quella celebre contrada i principi! della civiltà, il Mazzoldi va dapprima investigando il tempo in cui questa ebbe origine, affine di cercare dappoi il paese ed il popolo che gliela comunicò. Poiché dunque, a suo giudizio, la prima formazione di uno stato in Egitto si può riporre, o poco innanzi, o all'epoca stessa di Sesostri, che ha già detto doversi tenere come contemporaneo d'Inaco, e coevo o di pochi anni posteriore alla grande migrazione atalantica, rinviene la pruova di questa sua opinione nella tradizione che Menes, il quale precede tutti i dinasti nella cronologia egizia, visse secondo Suida a' tempi in cui giunse colà un forastiero di nome Mercurio figlio di Pico, o fu contemporaneo di Foroneo secondo Solino. Egli era inoltre, secondo Erodoto, Diodoro e Strabone, figliuolo d’Io d’Inaco, e lo stesso che Mesraim. II Giambullari pone che Misraim fu lo stesso che Osiri, re d’Italia, e Macrobio dice che Osivi fu lo stesso che Bacco, Jano o Giano. Molti antichi infine attestano che le lettere furono introdotte in Egitto da Thaut a' tempi d’Iside, che l’A. appresso dimostrerà essere l’oceanitide od atalantica Io d’Inaco, o circa i tempi di Foroneo, secondo Anticlide: conchiude perciò, l’epoca di questo Menes e le origini della civiltà di Egitto doversi porre a' tempi d’Inaco e di Foroneo, e poco innanzi alle conquiste di Sesostri. Cosi che una prepotente persuasione tira il Mazzoldi a credere che le conquiste di quel gran re seguissero colla cooperazione degli Atalanti, da' Greci detti Pelasgi, o marini; i quali, come i primi a navigare, e gli costruirono e guidarono le navi, colle quali dal golfo arabico tragittò al golfo persico e sulle coste dell'India, e, come i primi popoli civili, alzarono sul suolo di Egitto quelle immense moli delle piramidi, che sono tuttora la meraviglia del mondo.

Or, lasciando stare se Iside sia la stessa che l'atlantica Io d’Inaco, perché ne parleremo quando passeremo a questa dimostrazione dell’A., Suida non nomina Menes re di Egitto, ma Mestre. E Plinio dice che il primo re della città del Sole, On o Eliopoli in Egitto, nominavasi Mitres o Meslres, ed egli fu che innalzò il primo gli obelischi (231); ma nessun antico dice che Menes fu lo stesso che questo Mestre o Mitre; anzi, se vogliam crederlo lo stesso che Mithras, di coi parla Favorino (232), la testimonianza di questo antico scrittore sarebbe contraria al sistema del Mazzoldi, perché questo Mithras con Phlegie sarebbe stato il primo a dar leggi e religione agli Etiopi, che il n. A. vuol dare a credere come affatto barbari. Il Sincello del resto ha Mestraim in luogo di Mestre (233); e poiché Gioseffo Flavio fra i nomi dell'Egitto fa menzione di Μεστρη (234), che Forster spiega Mizraim. la terra del Sole (235), con più di ragione nel detto Mestre è da vedere una personificazione della tèrra di Egitto.

E quando anche si volesse tenere che Menes e Mestre furono nna stessa persona, dovrebbesi dimostrare che nella tradizione addotta da Suida s’intendesse parlare di Pico re d’Italia. Il lessicografo dice del resto che Mestre apparteneva alla generazione noachica, e dovendosi perciò necessariamente stimare venuto di Oriente, perché Noè non fu in Italia, dovremo dire che dall'Oriente passò nelle nostre contrade, dopo avere in Egitto diffusa la civiltà orientale. Erodoto inoltre, Diodoro e Strabone non dicono che Menes fu figliuolo d’Io d’Inaco, e il leggitore può riscontrare i passi di questi scrittori (236). E con quale autorità il Giambullari poneva che Misraim fu io stesso che Ostri re d’Italia? Forse con quella di Annio? E pure Annio poneva Osiride figlio di Saturno, il quale di Egitto era venuto in Italia (237). Che se Macrobio dice che gli Egizii nominavano Bacchin il bue Api consecrato al Sole, chi ha dimostrato che Bacco era Io stesso che il Giano italico? Né possiamo senza ingannarci di molto rapprossimare Menes a Sesostri; perciocché Menes, o Menci secondo i monumenti, fu il capo della dinastia Tinite-Tebana, la quale ebbe cominciamento secondo Manetone nell'anno 5867 av. G. C., e Sesostri appartenne alla XVIII dinastia (non alla XII, come afferma il n. A.), e cominciò a regnare nell’anno 1571 av. G. C. (238); e per quanto vogliansi inesatti questi calcoli, dobbiam sempre tenere Menes come di molti secoli anteriore a Sesostri. Ma l’errore del Mazzoldi è derivato dall’aver confuso il primo Sesostri con Sesostri il grande.

Il ch. Autore intanto, per compiere la sua dimostrazione del passaggio della civiltà italiana in Egitto, si fa con lunga fatica ad esporre le tradizioni mitiche delle due contrade per conchiuderne che, posto il passaggio de' Pelasgi o Atalanti o Italiani in Egitto, questi vi diffusero le loro credenze religiose; o più tosto, se queste tradizioni mitiche furono identiche, noi ne dobbiamo senza più indurne il passaggio dell'un popolo all’altro. Qui ci basterebbe osservare, che la conclusione è mal ferma, giacche mal fermo è il principio donde si vuol derivare, come abbiamo già detto. Ma perché non paja che in questo lungo esame del Mazzoldi non vogliamo sfuggire alle di lui argomentazioni, per ciò che riguarda questa parte del suo libro, che appalesa ad un tempo e la dottrina e l'ingegno dell'A. e nel tempo stesso la fallacia del suo sistema, nella stessa guisa ci comporteremo come abbiam fatto sulle antecedenti, non trascurando cioè di esporre la somma di tutti i suoi ragionamenti.

Dice adunque che Manetone, imprendendo la sposizione delle antiche memorie di Egitto, trascrive i libri di Thaut, o Tagete e registra sotto la dominazione degli Dei Sole, Saturno, Cibele, Giove, Vulcano, Vesta; e passando poscia agli ultimi periodi di quella primitiva dinastia, parla di Osiride, Iside, Mercurio, e Tifone ne’ quali nomi l’A. con grande meraviglia non vede, come era naturale, che una relazione manifesta alle antichissime memorie tradizionali d’Italia, ed ecco come lo dimostra.

Gli Egizii, non diversamente da' Greci, nominavano il mare Oceanum pater, perché una gente marina loro comunicò tutte le credenze religiose; anzi, secondo Igino, i nativi di Egitto una lotta sostennero con gli Atalanti, e spregiavano Nettuno, e il mare abbominavano, perché il mare recò loro quella generazione di uomini che li ridusse in servitù. Dalle credenze inoltre che ad Iside, Osiride, Tifone e Thaut si riferivano, derivaronsi in Egitto e le antichissime dottrine teologiche e le prime tradizioni sullo stabilimento della società civile. Le quali dottrine teologiche, o misteri cabirici degli Atalanti, non ostante il culto degli animali sacri, si conservarono in Egitto sino all'invasione del paese fatta da Cambile, il quale abusando della vittoria, e violando il sacrifizio di un tempio, dove credeva trovare un tesoro non rinvenne che alcune immaginette di legno che gettò nel fuoco, secondo narra Erodoto. In queste piccole immagini l’A. ravvisa apertamente gli Dei Cabiri, ed una memoria delle immagini del culto primitivo degli A! alanti che veneravano nel Sole una cagione unica dell’universo mondo, il quale in processo di tempo si allargò sotto il nome di Iside, cioè Cerere, emblema della potenza generatrice; di Tifone, emblema della potenza inferma di Thaut, emblema della facoltà intellettuale, e di Osiride identico con Sole e con Giano.

Ma ecco come il Mazzoldi comincia a dimostrare la identità di nomi e di credenze degli Egizii e degli Atalanti. Iside non era tenuta come nazionale, ma venuta d'altronde in Egitto; e sebbene gli Egizii tenessero essere stata Iside la prima ad insegnare le coltivazione delle biade, si avvisavano che vi fossero portate d'altronde. Appena il loto, e certe radici, come i sacerdoti egizii dicevano a Diodoro, sorsero nel paese loro ad alimentare gli uomini; e sarebbe stata pazzia, prosegue l’A., attribuire l’origine delle biade ad un paese da breve stagione abbandonato dalle acque.

Che se ci facciamo a considerare le tradizioni pelasgiche, troveremo ancora, secondo il Mazzoldi, che la stessa Iside sarebbe Io d’Inaco. Le Oceanitidi in fatti, che secondo Omero abitavano l’Italia, e sono indicate da Eschilo come sorelle d'Inaco, nel Prometeo di questo poeta compongono il coro. Il viaggio d’Io, nel quale l’A. vede la fondazione di una lunga colonia sulle sponde del Nilo, è indicato nella direzione da occidente ad oriente, e poscia a mezzodì tracciando tutta la via da' paesi bagnati dall'Adriatico sino all’Egitto, comunque il poeta, sovvertendo ogni memoria italiana, la conducesse di Grecia in Italia, e la facesse poscia retrocedere verso il Ponto Bussino e l'Asia minore per ridurla in Egitto. Ed altre a queste circostanze del viaggio d’Io, tutti gli antichi tenevano Inaco suo padre come forestiero,. e l’A. crede però spazzi coloro che danno l'Egitto per patria a chi doveva fondarvi una colonia, e che tengono Io essere greca e non italiana. La quale, giunta in Egitto, vi assunse il nome d’Iside, secondo Erodoto, Luciano e Suida; onde, collegando le dette tradizioni, le quali ponevano Inaco ed Io o Iside o Cerere come stranieri alla Grecia e all'Egitto, e a questi paesi giunti per mare, e che dovevano essere quelle de' più antichi navigatori, cioè de' Tirreni, devesi concludere che le origini greche ed egizie hanno un centro comune di derivazione in Italia. E la provenienza d’Iside dall’Italia è anche manifesta da che Inaco approdò a Corinto, città che pigliò nome da un figliuolo di una Oceanitide; ed Io e Foroneo, appartenenti all’antichissima migrazione italica, vissero in quel paese, dove Stanziò ancora Danao fuggendo d’Egitto colla sua famiglia: in guisa che le memorie de' due antichissimi popoli, dice il Mazzoldi, vi si trovano poste a contatto. Che se a tempi di Pausania distinguevansi nell'Aurocorinto Iside pelasga ed Iside egizia, la prima denominazione riferivasi al paese donde si dipartì, l'altra a quello a cui giunse quella straniera.

E così pure secondo altre antiche dottrine e tradizioni si teneva, Osiride essere lo stesso che Serapide o Plutone o Bacco 0 Jacco o Jano. Usurpando i Greci tutte le tradizioni spettanti al Bacco atalantico, le attribuirono al Tebano. Ond'è che nella leggenda di Osiride che incivilì gli Egizii il ch. A. altro non vede che le tradizioni sulla introduzione nel loro paese de' primi semi di civiltà recati da quel gran popolo forestiero di Occidente del quale serbavano la memoria al tempo di Platone; soprattutto perché il fico, Veliera e la vite introdusse in quella contrada, dove queste piante sono esotiche. Cosi che, per la credenza degli Egizii, i quali tenevano la vite una pianta immonda, e nata secondo scrive Plutarco da’ cadaveri putrefatti de' Titani che combattettero gli Dei, e perché ponevasi in Nisa o Masso la patria del piantatore della vite, il Mazzoldi conchiude la provenienza della vite dall’Italia, dove fu in fatti la scena della Titanomachia, ed è noto che la città di Nisa fu nell'isoletta incontro a Siracusa. Dopo le quali cose, notando l’identità di Cerere o Proserpina 0 Libera od lo od Iside dall'un lato, e di Plutone, Bacco, Jacco, Jano, Dionisio, Osiride dall'altro, adducendo l'autorità del Giambullari e di altri scrittori, che tennero Osiride ed Alla o Atala o Atalante o Atlante essere stati re d'Italia, ne conchiude la provenienza italica degli Egiziani.

Né diversamente da questo sistema viene poi ragionando di Theut o Toth, il quale aiutò Osiride a propagare la civiltà in Egitto, e che secondo il n. A. fu detto Ermete da' Greci, e Tagen, Thaut o Tagete da' Toscani. La cosmogonia tagetica è conforme all'egizia e alla toscana; e la leggenda di Tifone egizio è tolta di pianta dalla teogonia atalantica; perciocché gli Egizii ponevano Tifone in un mare di fuoco, e Tifone fu sepolto sotto l’Etna. Oltreacciò la bestiale venerazione pel bue Api conferma tutti questi ravvicinamenti, perche il bue compagno all'uomo ne' lavori de' campi, vi fu divinizzato, e devesi convenire che se Iside portò in Egitto le biade, vi recò anche i buoi. Or il bue aratore non è indigeno dell'Africa, ma d'Italia; e gli antichi nel furto de buoi che Mercurio fece ad Apollo altro non significarono che il passaggio di questo animale dalla Sicilia alla Libia, giacche Apollo e Sole erano una sola potenza mitica, e Sole regnava in Sicilia. Gli Egizii richiedevano pe’ sacrifizii buoi mondi e di pelo candido, e tali erano i buoi sacri al Sole nella Sicilia, secondo Omero. Oltreché se gl'Italiani non adoravano Api nel bue, tenevano non pertanto questo animale copie un benefizio degli Dei; e però nelle più antiche medaglie toscane e siciliane vedesi talora rappresentato con faccia umana, senza dubbio per indicare, dice il Mazzoldi, la mansuetudine e la intelligenza di questo compagno dell'uomo nelle rustiche fatiche. E nella impresa di Ercole della condotta de' buoi di Gerione dall'Esperia l'A. non vede che il loro trapiantamento dalla Sicilia in Egitto, perché Esperia si nominò dapprima l’Italia, e perché in Erice di Sicilia fu una famosa mandra di questi animali, che, vinto Erice da Ercole alla lotta, pel mondo si propagarono, tradizioni che ci accennano l’avventura d'Io, riparatasi in Egitto sotto la figura di questi animali. Così ancora nello sparviere, dal cui volo gli auguri presagivano il futuro, e che secondo le tradizioni egizie di Diodoro, portò a ‘sacerdoti di Tebe un libro, nel quale erano descritti i riti e gli onori che dovevano rendersi agli Dei, I A. rinviene una traccia dell’esterna provenienza de' riti religiosi dell’Egitto, e propriamente dall'Italia, dove la scienza degli augurii, desunta dal volo degli uccelli, possedevasi particolarmente da' Toscani. La qual cosa si conferma ancora da che il Cnvier colla scorta delle mummie dell'ibis sacro egizio tratte dalle catacombe di Tebe ha sostenuto che quell'augello è lo scolophax falcinellus di Linneo, indigeno de' nostri paesi.

Ma ninna cosa pruova tanto al Mazzoldi il trapiantamento della mitologia atalantica quanto un celebre monumento dell'isola de’ Panchei posta nel mare d’Arabia, posseduta dagli Egizii, e popolata a suo giudizio da un avanzo di quegl'Italiani che passarono dall'Egitto nel mare arabico, e di là nel golfo persico ai tempi di re Sesostri. Evemero Messenio visitò quest'isola, e riferì al re Cassandre, per ordine del quale aveva navigato il seno arabico, che nella detta isola era un tempio dedicato a Giove Trifilio, nel quale vedevasi una colonna in cui erano scolpite in lettere sacre egizie le imprese e le gesta di Urano, di Giove, di Diana, di Apollo, di Mercurio e di tutta la generazione degli Atlantidi, con dichiarazione manifesta che quelli erano tutti nomi d'uomini. Ciascuno dunque non deve altro vedervi che gli antichissimi italiani, tanto più perché aggjugnendo Diodoro che in Panchea abitavano uomini di Ire nazioni, Panchei, Oceaniti Doi, i secondi discendevano da quegli Averunchi, le cui sedi ai tempi di Omero si ponevano sulle rive dell'Oceano, cioè del golfo cumano. Ed accennata ancora l’analogia delle antiche tradizioni egizie sulle dottrine morali e quelle della teogonia italiana, ne conclude similmente la loro derivazione dall'Italia. Trae in fine l’ultimo argomento dalla conformità dello stile e de' principii delle arti in Egitto e in Italia, così riguardo all’architettura sotterranea, come rispetto alle costruzioni innalzate sul suolo, notando nondimeno la differenza che scorgesi talora nel concetto e nella mole degli edifizii; la quale differenza proveniva dalle circostanze politiche de' due popoli e dalle qualità de' marmi de' due paesi. Perché gl'Italiani retti a un governo, in cui le deliberazioni si conducevano per consigli, in cui ciascuno era padrone e de' suoi campi e della sua volontà, e che non considerò come serve le popolazioni vinte e sradicarle dal loro suolo, non potevano né sempre né agevolmente vedere eseguiti i colossali concepimenti del loro ingegno. Al contrario in Egitto non fu giammai se non un re che comandava, e tutta una nazione che ubbidiva come un gregge, oltre le innumerevoli torme degli schiavi fatti nelle conquiete; onde colà si poterono eseguire con proporzioni gigantesche le piramidi, i labirinti, i propilei ed altre sterminate opere, e delle quali non mancano certamente i modelli in Italia, come nel monumento della Cucumella, nel sepolcro attribuito agli Orazii e Curiazii sull'Appia, e in quello di C. Cestio in Roma. I graniti e i porfidi durissimi di cui abbonda l'Egitto, davano facoltà agli artefici di quel paese di congiungere gl’intervalli senza l’aiuto degli archi, indispensabili agli artefici italiani per la tenerezza e fragilità maggiore de' loro, marmi. La mancanza degli archi nell'architettura egizia accenna alle origini dell’arte. Nell’Egitto le arti non abbisognavano del collegamento artificiale dell'arco, perché la materia ivi sempre non solo rispose, ma sopravanzo ai bisogni delle costruzioni. Che se ne’ monumenti dell’architettura italiana ed egizia non si considerino le misure, ma lo stile e gli elementi dell'arte, si attribuirà facilmente l'arte stessa ad uno stesso popolo, al toscano. Parlando infatti Strabone de' sacri edifizii degli Egizii, dice che avevano le pareli ornate con bassirilievi rappresentanti grandi figure, somiglianti alle opere de' Tirreni, o alle più antiche degli Elioni; ed il ch. Autore ne conchiude ch’erano per ciò simili a quelle che secondo Pausania erano opera de' siciliani e tirreni artefici. La quale concordanza di stile, manifesta ancora nelle rappresentazioni de' vasi fittili, non provenne da che gl'Italiani ne ricavarono l’esempio dagli Egizii, dappoiché questi non pervennero mai in Italia, e l’Egitto fu impenetrabile affatto ai forestieri, massime di Occidente, e misterioso per gl’Italiani, ed appena gl’Italiani ebbero modo, secondo il Winkelmann, d’imitare le opere egizie ai tempi di Adriano.

Così pruova il Mazzoldi la derivazione della civiltà egizia dall’Italia, ed io ho dovuto distendermi nella sposizione della sua dottrina, così perché molte ed erudite cose, ma per forza tratte al suo sistema contro la verità della storia, si contengono ne’ tre lunghi capitoli ora analizzati, così perché il lettore vegga la forza de' suoi argomenti a dimostrare il preconcetto assunto. Tutti questi argomenti adunque, per dirla in breve, si riducono alla identità delle antiche dottrine e tradizioni mitiche egizie ed atalantiche, allo stile delle arti simile, anzi identico, alle due contrade dell’Egitto e dell'Italia. Or chi senza amore di sistema, e senza velo che gli annebbi il giudizio nel ragionare della terra natale, si farà a considerare le cose già dette, vedrà che si riducono o ad una mera petizione di principio, o non hanno altrove fondamento che nell'ingegno dell'A.

E in fatti, quale autorità di antico scrittore abbiam noi per dire che Manetone trascrisse i libri del Toscano Tagete, come sostiene il Mazzoldi, o per dir meglio qual mai scrittore al mondo attesta che l’egizio Taut sia lo stesso che l’etrusco Tagete? L’egregio autore, vedendo tra questi due personaggi mitici quella identità che non v’è, alle sue ragioni, colle quali ha cercato dimostrare il passaggio dell’italiana civiltà nell’India, poteva anche aggiugner questa, cioè che i mitologi sostengono il Thaut egizio essere lo stesso che il Tool indiano; ma nessuno ha dimostrato, né certamente si potrà, che il nume nano Tagete che sorse dal solco davanti a Tarconte presso Tarquinia, sia lo stesso che il Thaut degli Egizii, e che questo altro non sia che una ripetizione quello. I numi italici inoltre Sole, Saturno, Giove, Vesta non hanno che fare co’ numi egizii a questi corrispondenti, e che con diverso nome si nominavano Phrè, Sovk-Souchos, Knepk, Phta e simili. L’egizia mitologia, come dicono tutti gli storici, passò colte colonie fenicie ed egizie di Egitto in Grecia, e i detti numi con potestà identiche si adorarono in Grecia e in Italia sotto i nomi summentovati di Sole, Saturno ecc. E quanto a Iside,nessuno certamente crede che sia stata una dea di Grecia; ma non lo fu né manco d'Italia, o dea, o donna, secondo gli Evemeristi. Il culto d’Iside la stessa che Io par che appartenga all’India, dove era adorata sotto il nome di Prithivi-Isa.E lo stesso dicasi di Osiris detto Isouara dagl’Indiani. Il culto di Joupiter fu portato da schiave egizie dalla città di No-Ammon, o Tebe di Egitto, a' Tesproti di Dodona, donde passò in Italia colle migrazioni de' Pelasgi. Tifeo sotterrato sotto i monti ignivomi delta Campania e della Sicilia e Tifone egizio sono personaggi mitici differentissimi: quello è un Titano, questo un nemico di Osiride. Tifone era per gli Egizii il tipo mitico di tutte le influenze funeste e maligne: simbolo delle tenebre opposte ai raggi luminosi del Sole, e Sole egli stesso che dardeggia intollerabili vampe sopra piagge disabitate, simbolo di queste piagge istesse, o della cocente zona arabica, de' miasmi pestilenziali, delle paludi e de' morbi che ne provengono, differenziavasi dal Tifeo delle mitiche leggende greche, il quale era in vece una personificazione vulcanica, tuttoché da alcuni si riguardi come una trasformazione del Tifone egizio. L’Asia minore, le isole della Campania, e l'Etna, furono il teatro secondo le tradizioni mitiche delle favolose avventure di Tifeo. Nasceva secondo i poeti mitologi sopra un monte della Cilicia detto Arimi, e fu confinato da Giove, o nell'antro Concio, o nelle isole Pitecuse, o sotto l’Etna, dove in somma erano stati o erano tuttavia vulcani. I greci coloni dell'Asia minore ne trasportarono la mitica tradizione in Italia, essi che avevano adattato alla sua leggenda quella del Tifeo egizio.

E possiam poi senza contraddire alla storia affermare il bue solo indigeno dell'Italia? Famosa fra i Tesproti, per non dir d’altre, era la contrada detta Cestrina, attrice di grandi buoi, e a ben altro accenna il bue androprosopo delle medaglie campane e siciliane (non ne conosco di toscane con questa immagine). Il bue a volto umano effigiato sulle medaglie di Esernia e Morganzia città de' Sanniti, di Capua, Cales, Cuma, Napoli, Nola, Suessa, Teano, Irio città de' Campani, e di Agirio, Catania, Entella, Gela, Megara e Tauromenio nella Sicilia, accenna insieme all'Acheloo Cosmogonico de' Dodonei (239), ed al fiume dell'Acarnania cosi spesso rappresentato come il padre delle acque alimentatrici sotto il simbolo bacchico del toro (240).

Secondo la tradizione riferita da Erodoto, le due sacerdotesse partite dalla Tebaide andarono a fondare, una l’oracolo di Giove ad Ammonio nella Libia, l’altra a Dodona nell’Epiro (241). Una sola e medesima divinità prese qui gli attributi del toro, colà quelli dell’ariete, come Osiride. Il culto di Bacco fu confuso con quello di Giove Dodoneo. Le Jadi infatti, le ninfe che allevarono Bacco, sono dette da Ferecide Ninfe di Dodona.

Acheloo fa sostituito nella Tesprozia al Nilo, e vi divenne il fiume de' fiumi, la sorgente primitiva delle acque dolci, la fonte di tutti i beni fisici, il padre del paese e de' suoi abitatori (242). Come il Nilo ed il Gange, X Acheloo rappresentava al tempo stesso l'acqua sacra e l'acqua potabile per eccellenza (243), l'acqua creatrice ed alimentatrice. Non par dubbio adunque che i popoli che dalla Tesprozia passarono nelle nostre regioni espressero sulle delle medaglie l’immagine di quel fiume per essi benefico e maraviglioso, collegandovi ancora l’idea di Bacco loro nume, il culto del quale passò per opera di essi a' Campani e ad altri nostri popoli antichi. Ed è da osservare con un dotto naturalista che l’Africa e l’India meridionale addomesticarono dapprima il boe selvaggio, e che la specie comune di Europa, di color grigio bianco, è derivata dall’incrociamento della specie egiziana e della razza polacca, dell'Ukrania e della Russia meridionale, che stendesi verso l’Eussino e il mare di Azof (244). L’altra razza grigia, comune nelle nostre regioni, trovasi in copia nelle provincia del Caucaso, ove serve a portare i fardelli fra i monti (245). Quanto alla razza bianca, nell'antichità era più comune in Tracia che in Italia, secondo ci fa assapere Varrone: Albi in Italia non tam frequentes quam qui in Thracia, ubi alio colore pauci (246).

Quanto alla leggenda di Ercole, è estranea all’Italia; ed Io fu espressa sotto la figura di una vacca, non perché riparò in Egitto sotto la figura di questo animale, ma perché rappresentava la luna, una delle due grandi divinità della natura per gli Egizii, i quali esprimevano Osiri sotto la figura del bue, come lo-Iside sotto quella di una vacca.

E la scienza degli augurii non fu speciale ai Toscani, ma comune ad altri popoli antichi. Lo sparviere ιεραξ consegnato ad Osiride ed Helios, trovasi anche nell'Eorosch del Zendavesta ( LXXX, cardè 17), egli che vede lontano, come vi è detto, e parla la lingua pura del Cielo, cioè la lingua de' libri sacri portati da lui (247).

Né il Cuvier sostiene che lo scolophax falcinellus sia solo indigeno dell'Italia. Le ricerche del celebre naturalista riguardanti l'ibis dell'Egitto non escludono che il genere a cui egli lo riporta sia indigeno dell'Africa come dell'Europa; ma si aggirano soltanto sul dimostrare che l'ibis degli Egizii devesi trovare nel gerere de' courlis, né dice che da questo genere di uccelli di Europa siasi propagato in Egitto l'ibis. Egli dopo le sue indagini conchiude con queste parole: lang="fr-FR">«La conclusion générale de tout ce travail est que l' ibis existe encore en Égypte comme au temps des Pharaons, et que c'est par la faute des naturalistes que l'on a pu croire pendant quelque temps que l'espèce en était perdue ou alterée dans ses formes lang="fr-FR"> ( lang="fr-FR">248 lang="fr-FR">).»

E per ciò che riguarda l’isola Panchea e i suoi monumenti, ne quali il Mazzoldi non vede che una rimembranza degli antichissimi italiani che v'ebber dominio, sia che veggasi col ch. A. in una delle isole che Strabone situa presso lo stretto di Dira (la stessa, secondo il Mazzoldi che quella del seno Abalite, dove Plinio pone l’isola di Diodoro, o di Evemero), sia che si riconosca, e forse con miglior fondamento, col Gosselin nella grande Maceita. presso il continente dell’Arabia, verso la sua parte orientale, e però dal canto della Caramania (249), perciocché secondo lo stesso Gosselin e il D’Anville l’isola del seno Abalite sarebbe l’Isola de' Francesi; il vedere nella detta isola Panchea la presenza degl'Italiani, sol perché vi erano secondo Evemero gli Oceaniti, è la solita erronea conchiusione tratta dal senso che l'A. ha sostenuto contro verità applicarsi agl'Italiani, giacché l'Oceano non avea fine in Italia, ma circondava, secondo la mente degli antichi, tutta la terra abitabile. Né debbo intrattenermi sull’opera scritta da Evemero (Ιερά Α΄ναγράφη), della quale Diodoro ci ha conservato un estratto, perché gli antichi l’ebbero per manifesto impostore, e il suo sistema che i numi delle credenze antiche altro non forano che princìpi, re o eroi divinizzati dall'adulazione o dalla riconoscenza, è confutato da' dotti mitologi e dalla stessa mitologia.

E ci è forza similmente per le contrarie tradizioni antiche e per la geografia allontanarci affatto dalle idee del ch. A. rispetto a Cerere e alla patria primitiva del grano, e a Bacco e alla patria primitiva della vite, perciocché dall'una e dalle altre siam condotti a luoghi e contrade molto lontane dalla Sicilia e dall'isoletta di Nasse presso Siracusa. Secondo i più antichi monumenti della storia egizia, laida ed Osiride trovarono nello stato selvaggio il grano e la vite. 0 nero, o l'autore dell'inno a Bacco attribuito a questo poeta, pone Nisa, non già Masso, sopra un alto monte coverto di alberi fioriti, molto lungi dalla Fenicia, e più dappresso all’acque dell'Egitto (250). Questa testimonianza, e quattro passi di Diodoro Sicolo stabiliscono generalmente Nisa nell'Arabia, tra il Nilo e la Fenicia (251). Ma più precisa è l’autorità di Plinio, il quale situa Nisa nella Palestina su’ confini dell’Arabia: Philadelphiam, Raphanam, omnia in Arabiam recendentia, Scythopolim antea Nysam, a Libero patre (252). E così pure Stefano Bizantino dice che Nisa o Scitopoli era una città della Celesiria (253) nell’Ammonite; ed apprendiamo in fine da Gioseffo Flavio che la detta città, poi detta da Greci Scitopoli, nominavasi a' suoi tempi Bethsane, ed era situata al termine di una grande pianura, al di là del Giordano (254). Or presso questa città di Nisa Osiride e il Bacco Egizio, riguardati da Diodoro, alla guisa di Evennero, come un solo e medesimo re, trovarono la vite selvaggia (255). Né le tradizioni sacre degli Ebrei assegnano un luogo diverso al travamento del grano e della vite. Noè trovava la vite nella terra di Gbanaan (256), e Mosè mostra la terra promessa come la terra del frumento e del vino irrigata da rivoli e piena di fontane, ove nascono il fico, il melogranato e l'olivo (257). Nella Palestina ebbe cominciamento l’agricoltura, e da questa contrada furon portate nell’alto Egitto il grano e la vite; e dobbiam conchiudere con un dotto scrittore che il grano, di cui vergiamo la spiga in mano alla dea dell'agricoltura ne’ zodiaci egizii, era originario de' paesi dove questi zodiaci furono scolpiti. Se la Cerere messicana ha in mano una pianta di mais, se il riso ed il miglio sono presso i Cinesi gli emblemi del dio dell’agricoltura, e la spiga di grano non si osserva come emblema nel segno della Vergine nella sfera araba d'Abd-Arrahman, né ne’ zodiaci indiani, o indopersiani, ma sì bene negli egizii, è da inferirne che di quel paese si diffuse in altre contrade la coltura del grano sotto le mitiche tradizioni de' viaggi di Osiride ed Ermete, di Cerere e di Trittolemo (258).

Una sola osservazione mi resta a fare sull'architettura de' monumenti egizii e dell’Etruria. Per ragionare con qualche fondamento degli uni e degli altri, dobbiamo prima di ogni altro consultare la storia, poi gli stessi monumenti. La storia di Egitto, tranne le induzioni del n. A., che sono insostenibili per chiunque studia senza amore di sistema nelle tradizioni antiche, non ci disvela un incivilimento comunicato a quella celebre contrada, non dico dall’Italia, ma da tutto l’Occidente. Tutte le tradizioni, tutte le ricerche de' moderni dicono il contrario; la Grecia fu incivilita dall'Egitto, e dalla Grecia l’Italia. La maggiore o minore grandezza de' monumenti delle arti, trattandosi soprattutto delle epoche remote, anziché derivare dalla qualità e ricchezza delle materie onde sono formati, par che dipenda manifestamente dall’indole delle idee de' popoli che gl'innalzarono. I monumenti dell'Egitto appartengono a' primi periodi della storia dell'umanità, in cui colossali erano i concepimenti cosmogonici, colossali i monumenti delle arti. Quelli della Grecia e dell’Etruria sono di un’epoca secondaria; e però d’una grandezza di gran lunga inferiore, e che esprime più il bello che il sublime. E però non so chi possa e sappia contraddire alle idee di un ch. scrittore moderno, il quale distinguendo colla storia nelle sue ricerche sull'architettura tuscanica tre epoche, l'anti-tirrenica, la tirrenica antica, e la greco-tirrenica, spiega la diversa natura de monumenti etruschi che ci rimangono senza ipotesi contrarie alla storia dell'Etruria. Perciocché la prima, barbara ed informe, fu migliorata e modificata colla venuta delle colonie pelasgiche, che portarono in Etruria un sistema di fabbricare di un carattere manifestamente etiopico-egizio; la seconda, del tempo de' Meonii, Lidii o Tirreni, gente asiatica, il cui tipo non poteva ad altro appartenere che al già detto, per cagione delle reciproche relazioni di questi popoli; e la terza in fine, nella quale i perfezionamenti dell’arte greca penetrarono in Etruria (259). Alla quale ultima epoca appartengono tutti i vasi rinvenuti e che si rinvengono nelle tombe etrusche, come senza dilungarsi dalle rappresentazioni di questi vasi, e dalle loro leggende, sostengono il Raoul-Rochette che ragionò del Catalogo del Principe di Canino, ed il Gerhard che parlò distesamente di quelli trovati a Volsci (260); all'opinione e quali dotti antiquarii è da aggiugner quella del ch. nostro Jannelli, il quale, come abbiam veduto nell'esame della sua opera sulla jerografia etrusca, con buone ragioni si avvisa che gli Etruschi fecero servire la greca mitologia ad esprimere con subdolo accorgimento le credenza proprie.

Farem ritorno sull'opera del Mazzoldi per compierne l'esame in uno de prossimi numeri di questo giornale.

NICOLA CORCIA.


NOTE

(1) Hist. nat. XXIII, 3.

(2)Hist nat, XXin, 13.

(3) Un dotto scrittore tedesco nella sua introduzione alla storia romana (Einleitung in die römische Geschichte) acutamente osserva che le ricordanze dell'agricoltura passarono in Roma nel linguaggio legale. Le rendite dello Stato per lungo tempo si nominarono pascua, i frutti degli alberi glandes. Le monete rappresentavano buoi e montoni, e poiché il bestiame costituiva la più gran parte del patrimonio del Romano, il suo avere fu detto peculium, ed il furto commesso contro il tesoro fu detto peculato. Le ammende furono imposte per testa di bestiame i finalmente molti nomi d'uomini furono derivati da nomi di animali.

(4) TAB. III, fragm. 6. Si plures forent, quibus reus esset judicatus, secare si villent atque partiri corpus addicti sibi hominis permiserunt.

(5) Macrob. Saturnal. I, 7, p. 207.

(6) Plutarch. Parallel. 20. Clem. Alex. Cohort. ad gentes. p. 37, ed. Oxonii.

(7) Sveton. in Aug., 15. – Dion. Cass. Hist. XLVIII, 1.

(8) Zonara, Annal. t. III, in princ.

(9) De abstinentia, lib. II, p. 325, ed. Lugduni.

(10) Iliade II, v. 4947-720.

(11) Iliade XIII, v. 541-555.

(12) Odissea VII, v. 113.

(13) Iliade XVIII, v. 559 Il, v. 550.

(14) Strab. Vili, p. 361; ed. Casaubon.

(15) Iliade II, v. 496758.

(16) Iliade ivi, e Odiss. IV, v. 4

(17) Iliade II, v. 496-768

(18) Iliade II, v. 719.

(19) Iliade II, v. 510.

(20) Odissea VIII, v. 52, 53.

(21)I sessanta vascelli, su' quali navigarono gli Arcadi, appartenevano ad Agamennone.

(22)Thucyd. I, 2,4,7,8.

(23) Gellio ap. Plin. VII, 56.

(24) Hom. Il. XVIII, v. 483 e segg.

(25)Hom. Odyss. VII, v. 105 – V, 440, 441. – VIII, 84.

(26) Hom. Il. VII, XVI, XVII, passim.

(28) Pausan. Messen. 34.

(29)Thucyd. I, 4, 8. — Clidemo ap. Plut. in Theseo: τὸν δε αρ κοντα του Άργος Ιάσονα μόνον περιπλεῖν, εξειργοντα της θαλάσσης τα ληςήρια. Ed. Londini 1729, p. 16.

(30)Strab. 1, 31. — ΧΙ, 343. — Plin. H. N. ΧΧΧΙΙΙ, 15.

(31)Iliade XVIII, v. 485-490. Odiss. V, v. 270-275.

(32)Strab. VII, 327.

(33)Plin. III, 26, p. 200, ed. Pomba. Siculotae (decuriis) XXIV, popolatoresque quondam Italiae Vardei.

(34)Un dotto scrittore osserva che l'Ermolao mut in Sicum, come leggesi nelle vulgate edizioni di Plinio, il nome Siculi di tutti i mss. del geografo (V. Georgius, Divus Paulus naufragus, p. 192.)

(35)Ptolem. Geograph. II, 17. — Tab. Peutinger. Segm. V., c.

(36) Strab. VII, p. 315.

(37) Freret, Oeuvres, t. IV, p. 185 e 188.

(38) Ellanico ap. Dionys. Malie. 1, 13.

(39) Strab. IX, p. 434.

(40) Id. VII, p. 326. — Steph. Byz. v. Ελιμεία.

(41) Euripid. Phoenissae.

(42) Polyb. V, 3.

(43) Strab. II, 123.

(44) Etymol. M. v. Σίρις.

(45) Homer. Odyss. XVIII, v. 85.

(46) Schol. Odyss, XVIII, V. 85.

(47) Niebuhr, Hist. rom. t. I, p. 44 d. Bruxelles.

(48) Freret, Oeuvres t. IV, p. 221.

(49) Dionys. Antiq. rom. I, 3940. Strab. XIII, p. 608. — La venuta di Enea in Italia fu anche contraddetta dal Bochart, ma sostenuta dal Rickio.

(50) Harduin, Apologie d'Homère, p, 2. 829.

(51) È singolare come Virgilio personificasse in Elimo ed Egesto, compagni del trojano condottiero, tutto un popolo, gli Elimei e gli Egestei, tribù pelagiche, e non dubbi fondatori di Elima ed Efesia nella Sicilia.

(52) Niebuhr. Dist. Rom. t. I, pag. 41. cd. Bruxelles. Si veggano le autorità addotte dal critico alemanno a questo passo della sua storia.

(53) Jannellı, Tentamen hermeneuticum in etruscas inscriptiones, p. 11-16.

(54) Di Tyrrha, città della Lidia, parla l' Etimologo Magno, v. Teραννος.

(55) Muller, Die Etrusker, t. I.

(56) Annal. IV, 55.

(57)Storia universale, p. 556.

(58)Bullet. archeol. an. 1836, p. 136 (nota).

(59) Die Celtischen Sprachen in ihrem Verhältnisse, ecc. Le lingue celtiche nelle loro relazioni col sanscrito, ecc. di Francesco Bopp. Memoria letta all'Accademia delle scienze di Berlino il 13 dicembre 1838 in-4. (V. Journal Asiatique 1840).

(60) V. l'opera intitolala Della interruzione di continuità nella gran catena delle Alpi, p. 63.

(61) Euseb. Chron. n. 204. – Philostr. Vit. Apollon. Tyon. III, 20. Nonu. Dionys. Syncell. Chronograph. p. 120, ed. Venet.

(62) Strab. XV, p. 687.

(63) Proemio, pag. 3.

(64) Steph. Byz. v. Αδρια.

(65) Istoria ani versale, Deca I. Immag. 3, cap. 2. — Vedesi in questo un albero, a cui stende la mano un uomo nudo, mentre una donna, anche nuda, e ricoverata sotto lo stesso albero, sta ricoprendosi per vergogna.

(66) Bossi, Storia d'Italia, tom. I, p. 561.

(67) Ignarra, De Phratriis, p. 8393.

(68) Herodot. 1, 94.

(69) Lucan. Pharsal. VI, v. 402-405.

(70) Ovid. Fast. I, v. Macrob. Saturn. p. 205. Hic Igitur Ianus, cura Saturnum classe pervectum excepisset hospitio, et ab eo edoctus peritiam ruris, ferum illum, et rudem ante fruges cognitas victum in melius redegisset, regni cum societate muneravit.

(71) Bracone ap. Athen. Deipnosoph, XV, 19.

(72) Quaest. rom. XXII.

(73) Ignarra, De Phratriis p. 67.

(74) Ephor. ap. Strab. VI, p. 260.

(75)Cleanth. ap. Porphyr. in vit. Pythag. I. Diodor. Excerpt. vales. p. 241. Plutarch. Simpos. cap. 7 e 8. — Diog. Laert. VIII, 1. — Athen. Deipnosoph. III. — Dionys. Halic. Epist. ad Pomp.

(76)Clem. Alex. Strom. I, p. 300 Euseb. Praeparat. X, 4. — Theodoret. Therapeut. — Herodot. IV, 145; VI, 138. Strab. XIV. — Conf. Ritter, Hist. de la philosophie, v. I, p. 288.

(77) Vedi Quaderno LVI, pag. 242.

(78)Aristot. Meteor. I. — Apollodor. Bibl. I, 7. —Steph. Byz., v. Α'θηναι,

(79) Champollion Figeac, Description d'Egypte, p. 331 e 341.

(80) Fragm. Manethon. ap. Annium, p. 218, 232 cd. Antuerpiae.

(81) Ad monument. Dempster. p. 103.

(82) Mahe-Brun, Geographie universelle, lib. CXIX, p. 282.

(83) Crispi, Memoria sulla lingua albanese. Palermo 1831.

(84) Strab. VII p. 330 Ptolem. III, 92 ed. Berlin.

(85)Iliade XIV, V. 200.

(86)Strab. 1, p. 10.

(87)Herodot. Melpom. 37.

(88)Homer. Il. I, 423-424. In questo medesimo errore incorse un patrio archeologo, il quale ravvis l'Oceano di Omero nel golfo di Pozzuoli, e fu perci costretto per la detta testimonianza del poeta di veder gli Opici negli Eti-Opici (V. Vargas Macciucca, Delle antiche colonie venute in Napoli, t. 1, . 60-64.)

(89)Hesiod. Theogon., v. 1016.

(90)Plin. Hist. nat. XXV, 2. Certe quid non replevere fabulis Colchis Medea, aliaeque, in primis Itala Circes, diis etiam adscripta?..... Homerus quidem primus doctrinarum et antiquitatis parens, multus alias in admiratione Circes, gloriam herbarum Egypto tribuit.

(91)Diodor. Sic. Bibl. IV, 45.

(92)Coelest. Guicciardini, Mercurius Campanus, p. 214.

(93)Strab. I, p. 38.

(94)Arpocrazione, parlando del Margite, come s'intitola uno di questi epigrammi, gi mostra di dubitare della sua autenticit, scrivendo: , . . Il Margite, che si attribuisce ad Omero.

(95)Creuzer, Religions de l' antiquit, t. I, p. 368-370; t. II, p. 157-165.

(96)Gosselin, Recherches sur la geographie systmatique et positive des Anciens, t. 1. p. 135-162.

(97)Clem. Alex. Stromat. V, p. 667. — Creuzer, Op. cit., t. II, p. 162.

(98)Pausan. II, Corinth. 25. — VII, Achaic. 25.

(99)Plin. Hist. nat. XXXVI, 4.

(100)Dionys. Halic. I, 10.

(101)Herodot. Thalia, III, 115.

(102)Plin, Hist. nat. XXVII, 11. Nelle ultime edizioni di Plinio leggeri Basilia in luogo di Bahia, ma è manifesto l’errore di lezione perla testimonianza di Pitea, il quale nomina l’isola Balda, per la quale dobbiamo intendere le coste del Baltico.

(103) Plin. Hist. nat. IV, 27. — Ptolem. III, 5.

(104) Gosselin, Op. cit. t. IV, p. 102-103. — Per ugual modo, dice il Mustoxidi, il Radano fu appellato Eridano da Eschilo, ch'è forse il poeta ad quale Erodoto allude.

(105) Timaeus ap. Plin. Hist. nat. IV, 27.

(106) Gobelin, Op. cit., t. IV, p. 112.

(107) Strab. V, p. 215. — Plin. XXVII, 2.

(108) Apollodor. Bibl, Il, 5, 15.

(109) Herodot. IV, 33.

(110) Olymp. III. Istro contiguas et Boreae domos.

(111) Strab. VII, 318; XII, 542.

(112) Diodor. Sic. Bibl. II, p. 130.

(113) Creuzer, Op. cit, t. II, p. 266-269.

(114)Th. Henri Martin,tudes sur le Time de Platon.— Paris, Ladrange 1841. — Questa dotta opera merita esser letta dagli studiosi perchè contiene una storia delle cognizioni de' Greci al tempo di Platone.

(115)Plutarch. in Solone, . 13.

(116) Letronne, Sur les idées cosmographiques qui se rattachent nom d'Atlas. — Annales de l'Institut archeol. 1830, p. 166.

(117)V. Sainte-Croix, Mystres du paganisme, tomo 1, p. 14-24.

(118)Macrob. Saturnal. 1,7; p. 207.

(119)Varrone De L. L. II e VII, 3. — Ovid. Fast. V, v. 621 e segg. 651. Festo v. Argeos et Sexagenarios.

(120)Quaest. rom. LXXXV.

(121)Hulman, mische Grundverfassung (costituzione fondamentale di Roma) — Ursprünge des romischen Verfassung (Origini della costituzione di Roma.)

(122)Dionys. I, 11, 31, 34, 79; II, 49. — Liv. 1, 5. — Canon. ap. Serv. ad Æn. VII, 738.

(123) Apollodor. Bibl. III, 10.

(124) Ciampi, Descrizione della Grecia di Pausania, tomo I, p. 94

(125)Praep. evang. II, 4, p. 36, ed. Haganoae.

(126)Iperione (che cammina nell'alto, da ), padre di Fetonte (il risplendente) insieme e di Elio o del Sole, il quale ha per moglie Eurifa essa (la dea dell'ampia luce), da cui nascono due ninfe che pascolano i buoi del padre nella Sicilia, Fetusa (la fiammeggiante) e Lampezia (l'illuminatrice).

(127)St. Croix, Mystres du paganisme, t. I, p. 143-197. — Creuzer, Symbolik und Mythologie der alien Völker, t. III, p. 382 e segg.

(128)Herodot. II, 69 e 156 Diodor. Sic. 1, 12 e 13.

(129)Philocor, in Auhid. lib. II ap. Euseb. Chronicor. II, p. 301 ed. Maio.

(130)Pindar. Pyth. I. v. 32. — Cf. Eschil. Prometh., v. 351.

(131)Strab. XIII, p. 626.

(132) Schol. minor. Homeri, ad Iliad. I, v. 170.

(133)Dionys. Halic. I, 11. — Macrob. Saturnal. I, 7. Steph. Byz. v. Α΄βοριγίνες.

(134)erodot. VI, 137. — Strab. IX, p. 401.

(135)Dionys. Halic. I, 14-15, 21.

(136)Larcher, Chronologie d'Herodote, p. 540 ed. Pantheon.

(137)Dionys. Halic. I, 17.

(138)Larcher, Op. cit. p. 621 e 624.

(139)Strab. IX, p. 401. Niebuhr, Hist. rom. I, p. 39, e nota 112. ed. Bruxelles.

(140)Appian. in Illyr. I, 2.

(141)Herodot. VI, 137, 138. — Cf. Larcher, Op. cit. p. 540-541.

(142)Strab. y, p. 226.

(143)Vedi Quaderno LVII, pag. 96.

(144)Eustath. ad Dionys. Perieg. v. 475.

(145)Rutil. Numat. Itiner. II, v. 51 sq.

(146) Diodor. Sic. V, 13.

(147) Tournefort, Voyage en Orient. Lettre XV.

(148)Ctesia ap. Phot. p. 145. — Antigon. Caryst. Hist. mirab. p. 182. — Plin. Hist. nat. II, 108.

(149)Oros. II, 6.

(150)Sphocl. Philoct. 813. Eustath. ad Il. VI, 283. Phot. Lex. — Suida, s. v.

(151)Philostr. Vit. Apollon. V, 16.

(152)De mirab. audit. p. 1087.

(153)Epit. XXIV.

(154) Euterpe, 31. — Cf. Zoega, De usu et orig. Obelisc. p. 219.

(155) Herodot. Clio, 57.

(156)Mazocchi, Spicileg. Bibl. t. I, p. 8 10 Jannelli, Tentam. ermeneut. in etrusc. inscript. p. 48.

(157)Lanzi, Saggio di lingua etrusca, t. II, p. 485 Bruker. Hist. Crit. Phil. II, 2.

(158)Plin. Hist. nat. VII, 56.

(159)Plin. ibid

(160)Veggasi a questo proposito la dotta memoria del Ciampi, intitolata: De usu linguae italicae saltem a saeculo quinto R. S. acroasis, Pris 1817, alla quale va unita la scrittura del Maffei sul medesimo argomento.

(161)Plin. Hist. Nat. XXXV, 5.

(162)Plin. XXXV, 7.

(163)Plin. XXXV, 34.

(164)Ecco come si esprime a questo proposito una erudita viaggiatrice inglese, la quale un'opera ha messa in luce che l'onora non poco, e che avrebbe onorato ogni italiano: lang="en-US"> In another place it will be seen that Eucheir and Eugrammas, the one meaning clever hand, and the other cunning pencil, were probably not men, as their name denote, but types of a considerable body of artists from Greece, settled in Etruria, and who founded a new school of art, in which they engrafted upon primitive models all the freedom of nature and symmetry of form, for which their country men were so celebrated. lang="en-US">Tour to the Sepulchres of Etruria in 1839 by MRS. HAMILTON GRAY, p. 49.

(165) lang="en-US">Plin. III, 9. lang="en-US">Ardea Danae Persei matre condita.

(166) lang="en-US">Plin. III, 8. lang="en-US">Caere... Agylla a Pelasgis conditoribus dictum.

(167) lang="en-US">Plin. VII, 57.

(168) lang="en-US">Plin. ibid.

(169)Plin. XXXV.

(170)Serv. ad n. II, v. 39

(171)Plin. Hist. nat. VII, 57.Emere et vendere instituit Liber Pater. Ceres frumenta, quum antea glande vescerentur. Eadem molere et conficere in Attica: et alla in Sicilia.... In Latium eas (litteras) attulerunt Pelasgi.... Turres, ut Aristoteles, (invenerunt) Cyclopes; Tirynth, ut Theophrastus. Herbariam et medicamentariam a Chirone, Saturni et Philyrae filio.... rariam fabricam alii Chalybas, alii Cyclopas..... Fabricamferream invenere Cyclopes.... Vela Icarus, malum et antennan Daedalus.

(172)Steph. Byz. .

(173)Arnob. Contra gentes VI, p. 191.

(174)Ap. Steph. yz. v.

(175)Steph. yz. v.

(176)Eustath. ad Dionys. perieg. v. 251. -Steph. B. v.

(177)Diodor. Sic. I, 28. Tzetze Schol. ad Lycophr. V. 11. Creuzer, Religions de l'antiquit tom. II, p. 236.

(178)Spanheim, ad Callimach. Jov., 79-Schelling, Samothr. Gottheit. p. 95.

(179) Plutarch. de Musica, t. II. p. 1136.

(180) Pausan. VII, 4.

(181) Id. I. 26. — Athenag. Legat. pro Christo, p. 61.

(182) Id. VII, 5.

(183) Id VIII, 46.

(184) Homer. Odyss. XIX, v. 56-57. — Plat. Jon. Pausan. Il, 2 e 19.

(185) Emeric-David, Essai sur le classement chronologique des sculpteurs grecs les plus célèbres.

(186) Pausan. III, 12.

(187)Plin. VII, 56.

(188)Steph. Byz. .

(189)Steph. .

(190)Durandi, Saggio sulla storia degli antichi popoli d'Italia; p. 17-21.

(191)Quanto a questi monumenti, vi vuol tutta la perizia nell'arte per distinguere le cosi dette mura ciclopiche antichissime dalle sovrapposte fabbricazioni greche, romane e del medioevo.

(192)Steph. Byz. . .

(193)Cic. De finib. 11, 4.

(194)Vedi Quaderno LVIII, pag. 269.

(195)Homer. Odyss. VI, v. 48.

(196) V. i Lessici.

(197) Eustath. in Odyss. 1. c.

(198) Homer. Iliad. Ít, v. 573.

(199) Strab. IX, p. 432.

(200) Steph. Byz. v. Υπηρησία.

(201) Hesych. v. Υπέρεια.

(202) Apollon. Argonaut. IV, v. 522-551.

(203) Scymn. Ch. v. 404: Εξῆς δε μεγάλη χερσονησος Υλλικέ. Cf. Scyl. Peripl. XXII, p. 248 ed. Gail.

(204)Steph. . .

(205)Plin. Hist. nat. III, 26. Liburniae finis, et initium Dalmatiae Scardona.... Dein Tariotarum antiqua regio, et castellum Tariona: promontorium Diomedis; vel, ut alii, peninsula Hyllis.

(206)Hesperia, ita ab Aeolibus dicta litera Sinterpolata, quae prius erat Hiperia, et Hyperaea; de more, ut Casmoena et Camoena, Casmlla et Camilla Romanorum. V. Jannelli, Vet. Osc. Inscript. p. 25.

(207)Geographie der Griechen und Rmer, t. VII, p. 680.

(208)A geographical and historical description of ancient Greece, t. I, p. 156. I am inclined to suppose that the Phaacians came from the continent of Illyria or Epirus.

(209)Conone ap. Phot. Narrat. III.

(210)A. Victor. De orig. urb. Romae, cap. XVII, p. 33 ed. Pitisc.

(211)Letronue, Mem. sur l'Atlas. Annal. de l'Inst. Archol. 1830.

(212)Apollon. Rhod. Argonaut., v. 57-574.- Steph. Byz. v.

(213) Plutarco ne Problemi, p. 48 ed. Lugduni, 1541.

(214) Origini Italiche, t. I, p. 305.

(215) Dionys. Archaeol. I, 57.

(216) Homer. Iliad. I, v. 423. Altrove sono detti giustissimi.

(217) Diodor. Bibl. III, in princ.

(218) Steph. Β. v. Αιθίοψ. Primi Æthiopes, et Deos coluere, et legibus usi sunt.

(219) Plin. Hist. nat. VI, 35.

(220) Euseb. Chron. p. 292, ed. Maio.

(221) Diodor. loc. cit.

(222) Lucian. De Astr. p. 254.

(223) Herodot. II, 110. — Diodor. I, p. 50. Plin. VI, 29.

(224) Herodot. II, 100.

(225) Id. II, 137.

(226) Isaia XXXVII, 9.

(227) Plin. Hist. nat. VI, 35.

(228) Strab. XV, p. 1007.

(229) Herodot. VII. 70. — Cf. Diodor. III, 8. — Srab. XV, p. 690-695.

(230) Agathemer., Geogr. 1, 5. — Plin. Hist. nat. V, 8. — Ptolem. IV, 6.

(231) Plin. Hist. Nat. XXXVI, 18. — Cf. Kirker, De usu obeliscor., il quale in un codice di Plinio della Biblioteca Vaticana lesse Mestres in luogo di Mitres.

(232) Favorin. ap. Steph. Byz. ν. Αιθίοψ.

(233) Chronograph. p. 72.

(234) Antiq. Judaic. I, 6, 2.

(235) Jablonski, Voc. Ægypt. р. 440.

(236) Herodot. I, 4,99. — Diodor. I, 44. — Strab. XVII.

(237) Annio, De Antiq. et rebus Ethruriae. Osiris Iuppiter fuit filius Saturni Ægyptii qui regnavit in Italia, Sicilia et Libya.

(238) Champollion-Figeac, Description de l’Egypte, p. 269 e 344.

(239)Jannelli, Vet. Oscor. Inscript., p. 37-42.

(240)Creuzer, Relig, de l'antiquit t. III, p. 68. Cf. Mellingen, Ancient Coins, p. 18.

(241) Herodot. II, 54.

(242) Creuzer, Op. cit. t. II, p. 538; t. III. p. 68.

(243) Artemidor. Oneirocrit. II, 43. — Hesych. 1, p. 657.

(244) Link, Monde primitif, t. II, p. 280.

(245) Voyage de Gamba ap. Dureau de la Malle, Économie politique des Romains, t. II, p. 152.

(246) De R. R. 11, 10.

(247) De Hammer, Rouleau de papyrus trouvé en Egypte expliqué, p. 8, nota 1.

(248) Cuvier, Ossemens fossiles t. I, p. CLXI, nouv. édit.

(249) Gosselin, Recherches sur la géographie systématique des anciens, 1. II, p. 40. Questo dotto scrittore si avviso che l'Isola Serapide, della quale parlasi nel Periplo del mare Eritreo, altra non sia che la Panchea di Evemero (p. 20 dello stesso volume).

(250) Homer. Hymn. in Bacchum, v. 8-9, p. 572, ed. Didot.

(251) Diodor. I, 19; III, 64, 65; IV, 2.

(252) Plin. Hist. nat. V, 16.

(253) Steph. Byz. v. Σκυθόπολις.

(254) Antiquit. Jud. XII, 8, 5. — La detta città prese il nome di Scitopoli, poiché gli Sciti a' tempi di Ciassare re de' Medi e di Psammeti o re di Egitto portarono le loro conquiste sulla Siria Palestina, come è noto da Erodoto lib. I, c. 105.

(255) Diodor. I, 15; III, 67, 69.

(256) Gen. IX, 20, 21.

(257) Deuteronom. VIII, 7, 8, 9.

(258) Dureau de la Malle, Écon. polit. des Romains, t. II, p. 113-114.

(259) Orioli, De' sepolcrali edifizii dell’Etruria media e in generale dell’architettura tuscanica. Poligrafia Fiesolana, 1826.

(260) Raoul-Rochette, Notice de l'ouvrage Catalogo delle antichità di Canino. Journal des Savans, 1830.



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NICOLA CORCIA (1802-1892) - ELENCO DEI TESTI PUBBLICATI SUL NOSTRO SITO

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Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - lho sempre cercato ma non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura!

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