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Nicola Corcia un altro napolitano dimenticato (Zenone di Elea - 14 Settembre 2026) |
| NICOLA CORCIA (1802-1892) - ELENCO DEI TESTI PUBBLICATI SUL NOSTRO SITO |
STORIA DELLE DUE SICILIEDALL’ANTICHITÀ PIÙ REMOTA AL 1789DI NICOLA CORCIA_______________ TOMO QUARTO NAPOLI DALLA TIPOGRAFIA VIRGILIO ____ 1852 |
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I. La Storia, a giudizio di alcuni antichi, si compone di quattro elementi, cioè dello studio de' luoghi, de' fatti, de' tempi e delle origini (1). Poiché Cicerone teneva come impliciti i fatti e le origini, si restrinse a dire esser solo indispensabili per la storia la cronologia e la descrizione de' luoghi, e con queste idee già esposte nella prefazione di questa mia opera ora mi fo a descrivere la Sicilia.
I. La Sicilia, la più grande delle isole del Mediterraneo, è di figura triangolare, e però finisce in tre punte o promontorii: quella di Peloro, o capo del Faro, che al settentrione guarda il promontorio Cenide e la estremità della Brezia, e forma lo stretto che la divide dalle regioni continentali: quella di Pachino, o capo Passavo, che sporge verso levante, e guarda verso la Grecia e il canale che disgiunge l’isola di Creta dal Peloponneso: e quella di Lilibeo, o capo Boeo, che sta rimpetto all’Africa, e accenna al ponente d'inverno. Per tali punte fu prima e più anticamente detta Trinacia (2), e poi Trinacria (3), denominazione ch’ebbe comune coll’isola di Rodi (4), la quale termina del pari in tre promontori!. Più lunga che larga, da levante a ponente si distende dalla punta del Faro al capo Boco per 180 miglia; ma ineguale nella larghezza, per 130 miglia si dilata dal mezzodì al settentrione, nella più grande dimensione dal capo Passaro alla punta del Faro, essendo di spazio molto minore verso ponente, e strettissima dove ella finisce, cioè al capo Baco. De’ tre Iati tra mezzo a tali promontori!, due s’incurvano mezzanamente all’indentro, ed il terzo si sporge invece in arco dal Peloro al Lilibeo, e maggiore degli altri si stende per miglia 215. Degli altri due quello che va dal Lilibeo a Pachino, di miglia 190, è maggiore dell’ultimo, così che più piccolo di tutti è quello lungo lo stretto e l’Italia dal Pachino al Pelerò, di miglia 145. L’intero perimetro dell’Isola è dunque di miglia 550, misura che più o meno si accosta a quelle degli antichi, che non è soverchio di qui riferire. Eforo calcolava a cinque giorni e cinque notti il periplo intorno dell'isola (5); Tucidide ad otto giorni (6), modo di misurare le distanze molto inesatta, in guisa che gli antichi geometri biasimavano gli storici che ne facevano uso (7). Senza aver conto delle misure di Scilace, il quale conta per ciascuno de' tre lati 1,500 stadii (8), o per l’intero perimetro 4,500, e di quella anche minore di Posidonio, cioè di 4,400 stadii (9), più simili al vero sono quelle di Timostene e del frammento geografico di autore ignoto, l’una di 4,740, e l’altra di 4,800 stadii (10), o di 645 miglia romane. La Corografia citata da Strabone contava dal promontorio Peloro al Lilibeo 263 miglia, da questo al Pachino 165 miglia, e da quest’ultimo a Messene 159 miglia (11), alle quali misure aggiungendo quella di circa 9 miglia da Messene al Peloro, la quale manca nel testo di Strabone, si ha la somma di 596 miglia per tutto il perimetro della Sicilia. Ma la misura data da Plinio, molto più forte di quella degli autori Greci, più si accosta alle distanze moderne, dappoiché secondo Agrippa dice essere di 618 miglia (12), ed il Lapie seguendo le sinuosità delle coste dà molto esattamente 989 miglia romane a tutto il circuito dell’isola, misura alla quale corrisponde presso a poco quella delle miglia 685 odierne, che trovo nella più moderna statistica della Sicilia (13). Per la figura triangolare Pomponio Mela assomigliavala ad un delta, e perla ragione stessa ebbe pure, massime da' poeti, il nome di Triquetra (14) come la Britanna (15), che Quintiliano trovava più ragionevole dirsi Triquedra (16), per meglio serbare la greca etimologia (ab ἔδρα), da ciascuno de' tre lati. Benché il simbolo delle tre gambe, che un ch. archeologo il primo nominava triskèle (17), figura su monumenti d’ogni specie, e s’incontra sulle monete così dell’Asia, come della Grecia e dell Italia, e può avere perciò un diverso significato, molto probabile mi sembra che nelle monete sicule si riferisca a' tre promontorii dell’Isola (18). Ma una spiegazione debbo aggiugnere, la quale mostrando insieme il simbolo in quistione comune ad altre contrade, con cui l’isola per le colonie de' Fenicii fu già in relazione, è di ogni altra più verisimile; intendo il simbolo del tempo, Baal Chon, identico a quello della triskèle, che mostra le tre gambe rivolgersi dalla destra alla sinistra e di muoversi in un corso continuo, simbolo adattato del tempo che passa e corre indefinitamente. Appartenne questo simbolo alla Zeugitana ed alla iVumidia (19), e poiché molti nomi di città della Sicilia vedremo ripetersi da quelli della costa dell’Africa, non par dubbia l’origine del simbolo istesso, applicato poscia alla figura triangolare dell’isola. La quale appena di un miglio e mezzo è distante dalla punta del Faro alla torre del Cavallo nella Calabria, e sembra ancora che molto più augusto ne fosse lo stretto ne' tempi più antichi, perché il latrato de' cani e lo stesso canto del gallo udivansi una volta dall’una all’altra riva (20). Il Mediterraneo che ne bagna le coste, suol distinguersi col nome di Tirreno nel lato più lungo rivolto a settentrione dal Pelerò al capo Boeo, con quello di mare Africano nell’altro lato dal Boeo al capo Passare, e di mare Jonio nell’ultimo lato dal capo Passare al Pelerò verso oriente.
II. Gli antichi non dubitarono che la Sicilia fosse un tempo unita all’Italia, e i poeti, i geografi e gli storici più o meno ricordano il gran cataclisma che ne la divelse (21), non altrimenti da più altre parti del globo, in cui l’estremità de' continenti venivano rotte ed isolate da cagioni fisiche diverse. Ma per esserne l’epoca anteriore ad ogni memoria storica, non ricordavasi che come tradizione antichissima (22), ed in fuori di Eustazio, il quale ne riferisce l’epoca mitica, cioè quando Acasto figliuolo di Eolo dominava nell'isola (23), non vi è chi dica in qual tempo, e per quale estensione, le convulsioni vulcaniche mutavano la superficie dell’Italia, e dividevano forse il continente dell'isola, formando lo stretto. Comechè lontano molto dalla ricordanza degli uomini, così remoto nondimeno non si è creduto da fare obliare il terrore impresso nella memoria delle generazioni successive; così che, a non dipartirsi dalla tradizione, e per altri fatti simili nella Grecia più che altrove, si è creduto coevo al termine di quell’epoca di transizione de' fenomeni convulsivi, che abbraccia la separazione violenta del Bosforo Tracio dalle vulcaniche isole Cianee, i diluvii della Grecia, la disgiunzione dell’Eubea dall’Attica, ed il passaggio di enormi ondate diluviane attraverso l’istmo di Corinto, che lasciava segni indelebili su tutte le coste vicine, e ricordavasi specialmente a Dodona (24). Tali grandi fenomeni precorsero la prima apparizione delle tribù che discesero l’Ellesponto, e cominciarono l’età eroica della Grecia e dell’Italia (25). Senza tener ragione di tali fatti, e delle tradizioni che ne serbavano ricordo, le quali sono pur qualche cosa al confronto delle ipotesi scientifiche, Buffon ne riportava il tempo all'epoca stessa della formazione del Mediterraneo, o piuttosto del subitaneo accrescimento di esso, allorché dischiuse le barriere del Bosforo-Tracio, le acque del Mar Nero e quelle del mare di Azof vi affluivano (26). Non altrimenti credevano Giustino e Plinio che avvenisse nella formazione dell’isola, per lo sbocco delle acque marine separata dall’Italia (27). E l'opinione stessa degli antichi sosteneva un dotto naturalista per l’uniformità degli Appennini e de' monti Nettunii dell’isola, così nella figura esteriore, come nella loro formazione e nel loro corso (28), argomento che parve concludente anche agli antichi, perché spiegando Filostrato il dipinto delle isole nel celebre portico di Napoli, dice che di due isole che già furono una sola, rilevar si potevano le parti disgiunte molto rassomiglianti fra loro, ed allega in esempio la Tessaglia, nelle cui parti spalancate e divette per forza de' tremuoti rimase indizio nella corrispondenza de' monti (29). Così pure tra Abila e Calpe gli angoli corrispondono e conformi vi sono gli strati del suolo, né senza ragione i moderni geologi congetturavano che le coste tra Calais e Dowres, tra Gibraltar e Ceuta furono un tempo congiunte (30). Alle analoghe cagioni fisiche, le violente scosse prodotte da' fuochi interni del globo da cui sorgevano le diverse isole dell’Arcipelago della Grecia, per non dire di altre, si attribuisce per lo più l’origine della Sicilia, perciò unita un tempo al continente opposto, come altre isole a quelli dell'Europa e dell’Asia.
Come cagione della separazione altri suppongono una gagliarda commozione del suolo con una violenta incursione del mare, che dalle pianure si alzava alle basse falde dell’Appennino (31). Ma se la Sicilia, come la Britannia ed altre isole furono una volta unite ai continenti vicini, non ne furono disgiunte dopo il gran cataclisma che operava sono ormai 5000 anni sconvolgimenti sì profondi sulla superficie del globo; oltre che la sommersione primitiva delle pianure nella penisola italica implicherebbe un cambiamento di livello ne' mari adiacenti, i quali molto si sarebbero successivamente abbassati, fatto contrario alle osservazioni e a' documenti storici, da' quali raccogliesi che il livello del Mediterraneo non ha variato sensibilmente da quasi trenta secoli. Perciò forse un rinomato geologo credeva piuttosto che congiunta una volta l’isola all’estremità della Calabria per una stretta lingua di terra, fu questa che per l’urto delle acque, prodotto forse da un tremuoto, poi si rompeva e formava lo stretto (32). Ma coll'esempio di tanti istmi rimasti immoti all’arto delle onde un altro scrittore già opponevasi a tate supposizione (33). Né altre osservazioni debbo trasandare in sostegno dell’unione dell’isola colla prossima Calabria. Senza dire della separazione che gli antichi affermavano colla sola tradizione, Esiodo più antico di essi diceva all’opposto che il mare era nello stretto un tempo più largo (34); ed un dotto geologo, osservando le coste opposte del Peloro e della Calabria, dichiarava lo stretto di Messina una naturale vallata, la quale avendo il fondo sotto il livello del mare a non più di 80 passi secondo il Fazello (35), fa che le acque si stanziassero fra' due fianchi opposti; e le vicine valli di Calabria facilmente diverrebbero uno stretto se il mare per poco s’innalzasse sul suo livello (36); il che pure e già prima notava un patrio naturalista, il quale dalle osservazioni su’ luoghi arguiva che dal capo Cenide al Pitturo, punto estremo degli Appennini sul Faro, e da' monti di Nisi nell’isola sino al Peloro, e più oltre verso ponente, la gran valle che tra' due continenti si vede, il cui fondo occupano a vicenda i due mari, e dicesi Faro, fosse già sotto le onde da' tempi anteriori ad ogni memoria storica. Dalla disposizione delle piccole catene di monti che le grandi compongono, e che tra se lasciano naturali intervalli, riconosceva che una valle eravi frapposta, come oggi si vede, formata sin dalle prime epoche geologiche sotto le onde marine, la quale verso Messina doveva prolungarsi, e però far parte del Faro (37). Nello stretto di Messina, osserva altresì un rinomato geologo dell'isola, la facile acclività delle montagne delle due terre non accenna ad una subitanea divisione per effetto di ah. bassamente di suolo. E la direzione delle valli laterali di queste terre dimostra che dalla lor prima formazione tendevano ad aprirsi nella valle principale occupata del mare, ch’è appunto lo stretto. Ad ammettere un abbassamento di suolo, avvenir doveva dopo la terziaria formazione del terreno del Faro e delle coste della Calabria e dell’Isola, che sta su’ fianchi delle antiche montagne rispettive, sul fondo cioè della gran valle tra le due terre, vera pruova dell’esistenza di uno spazio antichissimo fra esse e dell’ingombro del mare, che vi produceva il sedimento di quel basso terreno tutto di marina formazione, e a qualsivoglia tradizione anteriore. Or se tale formazione è sottomarina, il mare lungi dall’esservi cresciuto in guisa da disgiungervi le terre, vi andava ad evidenza mancando; e ritraendosi quindi dalle coste, doveva sempre più restrignere lo stretto, il quale era perciò più largo, come diceva Esiodo, ne' tempi primitivi, quando appunto si suppone che non vi fosse, e però separazione non poteva esservi in nessun modo. E che il mare dal periodo terziario alle formazioni successive siasi abbassato è manifesto non solo dal terreno sottomarino delle coste calabre e di Messina, ma da tutte ancora le altre rocce coeve delle spiagge siciliane, le quali emerse dalle acque formano parte de' littorali e giacciono allo stesso livello. La grotta di S. Ciro nel fianco di monte Grifone presso Palermo, ripiena di ossa fossili e di calcarea mista a polipai e conchiglie (38), è alta 256 palmi sul mare; il che pruova che fin dal principio delle antiche formazioni dell Isola le montagne da quelle di Calabria erano disgiunte per un grande avvallamento occupato dal mare, nel cui fondo venivano poi a depositarsi successivamente le posteriori formazioni terziarie. Le quali non rimasero scoperte se non dopo che il mare si ritirava, come si vede dalla mentovata grotta; e ritirandosi le onde, lo stretto di Messina diveniva più piccolo, mentre tre volte più largo esser doveva nelle epoche remotissime. Perciò a nessuna separazione è da credere, e la poca conoscenza geologica de' luoghi poteva solo accreditarne la tradizione favolosa (39). Sono queste le tradizioni, queste le ipotesi, e questi i fatti che si allegano in una quistione che può dirsi tuttavia non risoluta, e senza pretendere di risolverla, e né anche di dichiararmi per alcuna delle esposte opinioni, sì perché non posso in geologia arrogarmi autorità di giudizio, sì perché la quistione non è alla fine del dominio della storia, per amore di erudizione non hq voluto qui trasandarla, e dico solo con un valente osservatore di non credere che faccia d’uopo attribuire la formazione degli stretti marittimi a cagioni locali, come a dire i tremuoti, i vulcani, o le irruzioni de' mari: gli stretti sono ne' fini generali della natura ciò che sulle sommità delle catene delle montagne, o de' contrafforti di esse, quelle costanti depressioni che si dinotano generalmente sotto il nome di serre, gole e simili, delle quali sì considerevole è il numero, nel mentre che pochi stretti vi sono comparativamente sulla superficie del globo. Le gole e le serre de' monti, le quali sono aperte, almeno nell’antico continente, da due tese sino ad una lega e più, somigliano agli stretti de' mari. Qual sia la naturale cagione degli uni e degli altri è ciò che s’ignora, e che s’ignorerà lunga stagione, per non essersi raccolti i fatti e le osservazioni che aiutar possono a risolvere una quistione sì malagevole (40).
III. Il suolo dell’isola, quasi tutto di montagne ricoperto, può riguardarsi come un alto piano, rispetto al livello delle acque marine. Dal monte Artesino, il quale alto si eleva nel centro de' tre valli, che in parti quasi eguali ne tripartiscono il gran triangolo, non solo tutti insieme veder si possono i monti che l’attraversano colle diramazioni rispettive, ma una generale occhiata può darsi ancora a tutta la naturale formazione dell’isola. Tutti i monti vi si veggono correre da levante a ponente, e la continuazione della catena italica si osserva ne' due ordini di alture che s’incrociano a breve distanza da Nicosia, e danno all’isola la figura triangolare. Tra questi monti i Nettunii, che si concatenano a quelli della Calabria, divisi al settentrione in tre gruppi, si dirigono verso i tre capi, e l’Etna ch’entra a mezzodì nello stesso sistema, forma poi un gruppo isolato all’oriente dell’isola. Dal capo del Faro per gli alti gioghi del Dinnamare, i monti di Noara e’1 bosco di Caronia, e poi per Sperlinga, Castrogiovanni, Piazza, Caltagirone, Licodia e Spaccaforno s’incurvano da un lato alla guisa di un nel cui mezzo verso la base si erge l'Etna, e da Sperlinga correndo flessuosamente sin nelle vicinanze di Palermo, di là si estendono ad arco acuto verso l’altro lato per metter termine nel capo di S. Vito, in retta linea con quello del Faro. Oltre l’identica formazione de' gioghi dell’isola incontro a quelli della Calabria, una singolare analogia tra' due paesi è da notare, che ne appalesa le relazioni antichissime nelle primitive epoche geologiche. Come da' monti del Cilento insino al Capo delle Armi la catena appennina e le principali diramazioni distendono scoscese le falde sul Tirreno, così nella Sicilia al mare stesso soprastano per lo più scoscesi i monti dalla punta del Faro a quella di S. Giuliano presso Trapani; e come innanzi alla costa del Tirreno sorgono le vulcaniche isole Pitecuse colle isole Ponzie più lontane, così innanzi a quella dello stesso mare si veggono le Eolie, di pari numero e natura vulcanica, tra le quali quella di Stromboli è tuttavia un ardente vulcano.
«La Sicilia, dice un dotto naturalista, porta per ogni dove l’impronta delle forze violente che, sconvolgendo la corteccia solida del globo, la sollevarono al di sopra delle onde. Tra mille ineguaglianze di terreno, effetto inevitabile di tal guisa di formazione, si riconosce nondimeno che l’impulso non vi fu per ogni dove lo stesso. All'O., all'E., al S. E., le catene di montagne poco elevate si abbassano a poco a poco verso il mare, terminano in colline ondeggiate, e scomparendo affatto, formano estese pianure, basse piagge, coverte di salse lagune. Alcune rocce isolate, talvolta di origine tutta vulcanica, come il Monte Rosso, si elevano al di sopra delle altre, ma oltrepassano appena l’altezza di 2000 piedi; solo il monte Caramala eleva a più di 4000 piedi le sue rocce calcaree, che dominano la città di Oria. Nel centro dell’isola le montagne ingrandiscono, e molte tra esse hanno più di 3000 piedi di altezza; nondimeno la vera regione montuosa della Sicilia è al N. e al N. E. Ivi le forze sotterranee, dispiegando tutta la loro forza, spingevano attraverso delle calcaree, de' grès e degli schisti argillosi enormi correnti di gneiss e di granito. I monti Pelori, e le Madonie contano numerose vette elevate a più di 4000 piedi sul livello del mare; alcune oltrepassano 5000 piedi, ed una di esse, il Pizzo di Palermo, giugne quasi a 6000 piedi. Da queste alte catene, estese come una cortina da Palermo a Messina, si distaccano qua e là alcuni capi, e piccole penisole. La penisola di Milazzo presenta nel loro ordine di soprapposizione naturale, e come per (saggi, quasi tutti i principali terreni che, altrove isolati e in grandi masse, compongono più di due terzi dell'isola. La costa, ove sembra di prender l’origine, è formata dal grès, in ogni senso a grandissima distanza. Appena passato l’istmo, a' incontrano gneiss e micascisti, rocce di origine assai più remota. Queste rocce occupano la più grande estensione del suolo, e formano nel centro della penisola il piccol Monte Venereo. Al di là s’incontrano ancora per una certa estensione terreni della stessa natura, ma ben tosto scompariscono sotto strati di ciottoli rotolati e di sabbia trasformata in grès. Più lungi, su’ margini di un’alta e ripida costa trovasi un sottile strato ripieno di petrificazioni che contraddistinguono il calcare di Palermo, e più lungi in fine un filare spesso di calcare compatto, che forma l’estremità del capo. Depositandosi a poco a poco, la roccia sedimentosa di Milazzo riteneva ed inglobava nella sua massa piccoli ciottoli isolati, e talvolta ancora avanzi dell’industria umana, tegoli e rottami di figuline; fatto importante, il quale con altri della stessa natura spiega nel condannarle le opinioni di alcuni geologi, i quali hanno voluto far rimontare ad un’epoca troppo remota l'apparizione dell'uomo sulla superficie del globo. L’incrostazione delle rocce di Milazzo è un fatto analogo a quelli osservati sulle coste di alcune isole dell’Arcipelago, e che si mostrano in grande lungo le alte spiagge della Guadalupa, dove la formazione delle rocce marine progredisce con una grande rapidità, e che appartengono all’epoca geologica di oggidì (41).»
Ma per accennarne alquanto più specialmente la naturale formazione, e ritenendo per la più facile esposizione la divisione dell’isola in tre parti attribuita a' Saraceni (42), e che dalla città di Demona o Demenna da lunghe età distrutta (43), e dalle altre di Noto e di Mazzata erano denominate, con un chiaro geologo dico che il Val Demone è in tutta la sua apparenza essenzialmente diverso da Val di Noto (44). Nel mentre il primo, che dentro terra confina il Simeto, e sulla spiaggia al N. il Tirreno, ed all’E. il mare Jonio o Sicolo, da alte ed erte montagne, per lo più di secondaria formazione, viene traversato, dal cui ampio semicircolo sorge l’Etna fumante e coverto di neve, l'altro consiste solo in terrazze piane, e in nudi alti plani e senza arbusti, che a gradini s’innalzano dal mare, e giungono soltanto in pochi punti all’altezza di 600 o 700 metri (45). Da Val Demone diviso nel corso del fiume Grande, o Imera settentrionale, e da Val di Noto in quello del Salso, o Imera meridionale, più verso l’Africa si protende Val di Mazzata, la parte più occidentale dell'isola. Dagli alti monti argillosi che flessuosamente l’attraversano dalle vicinanze di Gangi e Petratta nel confine di Val Demone sino al capo di S. Vito all’O. di Palermo, più basse eminenze e colline della stessa formazione si diramano, che per lo più montuoso ed ineguale ne rendono il suolo; ma da Marsala e Mazzata lungo il mare si distende in un paese secco e piano come quello della Puglia, col quale ha la più perfetta analogia, e più ancora si appiana da Trapani a Marsala, e la spiaggia, quasi tutta coperta di saline, non presenta più che sterminati piani, di un aspetto tristo e monotono.
La terra bassa che forma la lingua del Faro, eravi accumulata dalle successive deposizioni del mare, le quali vi seguitano tuttavia, e in guisa da far supporre ad un celebre naturalista che l’isola abbia ad unirsi quando che sia al continente (46). Il quale allungamento del capo era noto agli stessi antichi, che ne lasciarono l’osservazione nel mitico racconto di Orione, il quale con grosse moli fabbricava il porto di Zancle, e formando il promontorio Peloro, vi edificava un tempio a Nettuno (47). Ma dalla punta di Scilla nella Calabria continuandosi ne' monti la formazione primitiva oltre lo stretto, non giugne più oltre de' capi di Orlando e di S. Alessio, ed occupa il quinto della superficie dell’isola. Più comune vi è lo gneiss, che predomina nel Dinnamare, la più alta delle montagne del Peloro, la cui base si estende al mezzodì scevra di altre formazioni sino alla spiaggia del Dromo, bella pianura che dal declivio de' monti si estende alla riva detta di Mare Grosso (48). Benché alta nella vetta presso a 3300 piedi sul livello del mare, non è di molto ripida salita, ed alquanto convessa si presenta anzi sul dorso, coverto di bassa e scarsa vegetazione; ma le fiumane che ne solcano i fianchi presso Messina e S. Stefano nella detta spiaggia corrono per valli auguste, profonde e a perpendicolo, come ne' monti di analoga formazione. La quale del pari forma il nucleo del monte Scuderi, il più alto di quelli nelle vicinanze di Messina, e che elevandosi sul mare 3860 piedi è della principale catena degli Appennini Sicoli. Di natura analoga allo gneiss seguono i monti che fiancheggiano il fiume di Ni si, e quelli de' capi di Alì e S. Alessio, gli uni di schisto micaceo di minore elevazione, e con valli più strette e meno profonde, gli altri di schisto argilloso, con valli egualmente anguste, ma più continue, e coverte di florida vegetazione, oltre la ripidezza negli orli e verso il mare, i crepacei e i massi cadenti di tale formazione primitiva.
I piccoli colli, su’ quali è fabbricata in gran parte la città di Messina sono di granito coperto da grosso strato conchigliaceo, che va a perdersi sotto le marine deposizioni, colle quali gli antichi spiegavano la favola Omerica de' buoi del Sole, che ne’ dintorni di Messina e Milazzo avevano lo loro statle (49).
Della natura analoga sono i monti che si elevano su quella città, e che dal S. vanno al N. e all’O.; ma al N. e a maestro mentre le alture si abbassano verso le spiagge lo strato calcare in certi siti diminuisce in guisa da lasciare scoperto il granito, come al promontorio di Milazzo, dove si vede pendere sul mare, nel quale s’interna profondamente. Il granito che forma gl’immensi ammassi di monti che dal Peloro si estendono nel monte Scuderia è di quella roccia primitiva che forma i più alti e più antichi monti del globo: tutto in questi gioghi è rovina, tutto mostra spaventevoli precipizi!, effetti de' grandi rivolgimenti della natura, e sarebbero i più alti dell’isola, se l’Etna non opponesse loro la sua enorme massa che colla cima a maggiore altezza si eleva nella immensità dell’aere. Il quarzo, il feldspato e la mica vi predominano a diverse proporzioni, e vi alternano a vicenda da fare scomparire le altre rocce diverse. Dove la mica a colore di argento e d’oro alterna con gli strati di quarzo, forma un granito schistoso di due sostanze. Gli schisti micacei, men duri del granito in massa, sono tali per la mica, che li rende alla distruzione assai facili, e che produce gli ammassi di sabbia comune appiè de' monti del Peloro lungo le spiagge di Messina e del capo Grosso estendendosi nell’interno dell'isola sino ai contorni di Troina, di Cerame di Capizzi e della Motta d’Affermo, dove tutta la catena Peloritana ha veramente il suo termine. Una materia calcarea, simile a quella che rinomati geologi hanno scoperta tra le rocce de' monti primitivi, occupa gl’interstizii fra i graniti fissili e gli schisti micacei dove si appoggiano al granito centrale; e sovrapposta o sottoposta agli schisti micacei si vede una banda di schisti argillosi, che più in copia e più scoperti cingono la catena granitica del Peloro distendendosi dal capo Grosso nell’interno dell’isola da greco a libeccio; i quali sono mescolati a grandi ammassi, che sovente li coprono, di rocce porfiriche, di cui la Sicilia offre specie diverse. Gli schisti argillosi più in basso divengono più semplici, ma più ferruginosi, e formano una zona secondaria intorno la grande catena, e dove addivengono alluminosi, dove formano una specie di carboni fossili, come presso Fiume di Nisi, a Castrogiovanni, ed altrove. Fra questi schistosi trovano copiosi e diversi filoni metallici (50), e reca meraviglia come in quell’angolo girando attorno la catena del Peloro sì gran numero di miniere si rinvenga, ricche di argento, di rame e di piombo, e massime di piombo, i cui filoni formano grandi masse di una larghezza e profondità considerevole. Dove la zona degli schisti argillosi bituminosi accostasi al mare, a 15 miglia al S. di Messina, gran copia si contiene di eccellente allume (51); e piriti di ferro, o di ferro solforato, vi si contengono anche in copia,come presso il fiume della Sardella verso Montalbano, e ne' monti schislosi metalliferi di Noara e Taormina.
Il calcare da' monti Feloritani passa verso l’interno dell’isola, ed alternando con gli schisti argillosi vi forma intere montagne. Senza ordine nella giacitura, il calcare di transizione, il compatto ed il conchigliaceo si coprono spesso a vicenda, si mescolano o appariscono l'uno accanto dell'altro. Il primo, incapace di polimento, racchiude pochissimi e rari corpi marini petrificati; il compatto forma i marmi di cui l’isola è sì ricca, possedendo né una varietà prodigiosa sì ne' colori, sì nel miscuglio (52), contiene molte specie di conchiglie petrificate (53), e traversato spesso si vede da vene di spato calcareo e di quarzo. Questo calcare forma una montagna scoperta nel lido settentrionale di Taormina, che pende sul mare; s’interna nell’isola per perdersi sotto il calcare conchigliaceo, e comparisce in pezzi ne' burroni e nelle gole profonde intorno le montagne, l’ultima delle quali s’interna nel mare, ed ha in sulla cima la città detta. Tra i monti calcarei a Taormina ve ne ha di schisto siliceo, a strati rovesciati verso la base e con varie inclinazioni. Alquanto dopo tale roccia scomparisce per perdersi sotto il calcare, ma forma una vena che va serpeggiando, e che di tratto in tratto sotto varii aspetti apparisce in più siti dell’isola, formando le agate e i diaspri sì famosi della Sicilia (54), di un solo, o di svariati colori, di curiosa e vaglia apparenza (55). I diaspri, o sono mescolati alle agate, o sono a strati particolari; e le agate, di mille varietà di colori e configurazioni, per lo più hanno per base lo stesso diaspro, la cornalina, la calcedonio, l ametista, e spesso in gran copia la dura litomarga; il quarzo come un ghiaccio serve spesso di pastume a tali materie, e vi è sempre cristallizzato nelle cavità e nelle fenditure, dove nella forma propria, dove in quella dello spato calcareo. La stessa roccia che forma de' filoni fra i monti Peloritani, e che appiè di essi monti e nelle valli si vede in masse semidiafane e spesso di color giallastro, in quasi tutti i luoghi dell’isola si trova in pezzi di diversa forma e grandezza, rotolati, come sembra, dalle acque, per non essere angolosi, ed avvicinandosi alla forma di globoli, de' quali si veggono spesso grandi ammassi tra' monti stratiformi calcarei in siti anche elevati, dove erano trasportati dalle correnti (56).
Dopo la catena del Peloro si estendono i graniti per qualche tratto, ma si mostrano solo fra il calcare degli schisti micacei, che racchiudono sovente filoni argentiferi, come da quello osservavasi che si scopriva nelle campagne di Cerarne; se non che per l'abbondanza della mica partecipano della fragilità degli schisti micacei, ed è facile trovare ne' bassi siti ammassi di sabbie lucide di color d’oro. Ma anche tali rocce decomposte poi scompariscono sotto lo strato calcareo, che cresce ad una enorme grossezza, e scende a formare i monti e le alture del resto dell’isola.
Di arenaria più antica (grauwacke) vedesi coperta la vetta del monte di Traina e quella del castello di Nicosia, come parecchie altre eminenze adiacenti alla catena delle Madonie o de' monti Nebrodi de' coloni greci dell'isola. La quale, comunissima ne' colli Iblei, in quelli di Noto, di Palazzolo, di Militello ed altrove, scavasi a Siracusa come pietra da fabbrica, e per l’uso stesso estraevasi dalle antiche Latomie. Tal calcare arenaceo grossolano e giallognolo, quasi per intero di conchiglie marine e polipai triturati, in cui si trovano anche conchiglie ben conservate e identiche in gran parte a quelle del vicino mare, varia molto nella struttura da un punto all’altro, perché ove è tenero e friabile, ove solido quanto il marmo: a Spaccaforno è concrezionato come. il travertino, e presso Noto vi si veggono impronte di foglie e di piante aquatiche, come se un ruscello d'acqua carica di carbonato di calce avesse quivi portatoci mare avanzi di vegetazione terrestre. La potenza ne ascende in Val di Noto da 200 a 250 metri, e forma con gli strati le balze laterali delle valli a Sortino, e Pantalica, ove si aprono molte caverne. Nelle altre parti dell’isola, ove in brani meno estesi trovasi il terreno pliocenico (57), non se ne vede in generale tutta la successione come nel Val di Noto; ma i caratteri mineralogici e paleontologici degli strati di Palermo, di Trapani, e di altri siti corrispondono sempre a quelli di alcuni degli strati pliocenici della penisola (58). Ma la roccia che più domina in que’ monti non primitivi è il calcare di transizione, di cui i monti di Termini sono formati, e quelli di Palermo, di Monreale e di Trapani sino al Capo Lilibeo (59). Frequente ancora vi è il calcare nerastro con vene e filetti bianchi, qual si mostra anche negli Appennini del continente, e si rinviene sulla montagna di Taormina, e presso Cerda, piccolo borgo a poche miglia da Termini. Vi è anche per lo più di color bruno e verdognolo, come alla base del monte di Traina, e da' nuclei petrosi che vi formavano gli ammoniti, può notarsi che in qualche parte era ripieno di tali testacei, come il calcare rossastro, del quale a Palermo si fanno colonne, balaustri ed altri lavori. Tale roccia non apparisce per lo più a strali regolari; pure nel monte Tauro al di sopra di Taormina vedesi a strati inclinati è paralleli, come nella contigua eminenza ove sono le rovine del teatro, che come quello di Siracusa nel vivo della roccia ha tagliati i gradini; nel monte Pudica, o piuttosto Zotica (60), a 18 miglia da Palermo, e in altre convicine eminenze, ove mostrasi a strati piuttosto regolari, e somiglia alquanto al calcare secondario, qual si vede fra Nicosia e Petralia, molto simile a quello de' monti degli Abruzzi e della Sabina. Il calcare del monte Judica racchiude spesso strati di selce piromaco, ossia focaia ordinaria, e di petroselce rossiccio, giallastro e violaceo, colori che tal fiata s’incontrano alternanti a zone; alla quale roccia, da Saussure detta neopetre, spettano del pari i così detti diaspri dello stesso monte Judica, di colore o rosso oscuro, o giallastro, e misti con quarzo, che talvolta cristallizzato s’incontra nelle cavità (61).
Il calcare di transizione presentasi ancora sotto forma di bianchissima arena, come a Monreale e al monte Pellegrino (62) presso Palermo, vero scheletro di montagna, che consiste in un immenso ammasso di rocce calcaree tagliate a picco, o sfracellate in frammenti, e rotolale le une sulle altre. I massi del monte, in cui si veggono naturali e lunghe caverne (63), oltre all’essere, come in moltissimi altri luoghi d’Italia, bucherati spesso da grandi forami, alcuni retti, altri irregolari e sinuosi e stranamente disposti, con gli orli rotondati, e con una terra argillacea rossa, la quale sembra che li riempisse, sono pure di tratto in tratto e a varie altezze trapanali da' noti vermi marini roditori delle pietre, o da' mythili lithophagi. I forami che vi formavano, così spessi tal fiata da figurare in grande le cellule degli alveari, appariscono dalla base sin verso la cima del monte, che si eleva 1850 piedi sul livello del mare; e siccome tali litofagi non sogliono annidare che ne' massi prossimi al mare, così i varii intervalli a cui veggonsi nel monte Pellegrino tali fori indicherebbero le diverse altezze a cui le onde marine giungevano in epoche sconosciute (64).
Il calcare secondario che occupa tutto Paltò suolo dell’isola, in cui è l’origine di tutti i fiumi che la irrigano, tranne quelli soltanto del Val di Noto, che derivano da monte Lauro, forma il lato settentrionale della Sicilia, e cominciando dalla formazione dello schisto argilloso di S. Alessio e del comune di Forza, si dirige verso ponente, alternando spesso coll’arenaria secondaria fra' boschi di Caronia; forma i gioghi dalle Madonie, e la roccia di lumachella di Cefalù; passa per la montagna di Termini, pe monti di Palermo, Alcamo, Inici e Baido, ed ha termine in quello di S. Giuliano al di qua di Trapani. Nell’opposta inclinazione degli strati ne' gruppi de' monti di Judica e Rammacca che dalla catena delle Madonie si diramano, vedesi l'effetto delle grandi catastrofi che rompendo e sconcertando la stratificazione più o meno profonda di tal calcare secondario, ne rompevano la continuità, e davano luogo alle nuove formazioni terziarie. E più notabile ancora e grandioso è l’aspetto della montagna di Calcauturo,disgiunta da quella di Sclafani, ramo degli stessi monti; e di calcare secondario si mostrano in genere tutti gli altri monti dell’isola, che presentano una stratificazione inclinata alla cima, e che perciò facili a salire da un lato, sono ripidi e tagliati a picco dal lato opposto (65).
Ma più grandi spazii vi occupa la formazione terziaria, la quale dalla base de' più alti monti si dilata ne' colli e ne' piani sino alla spiaggia, e che originata dagli ultimi e meno antichi depositi del mare, forma quasi una zona qua e là interrotta intorno di tutta l’isola, e che sembra disegnarne le antiche coste, quando il mare bagnava le pendici cretacee degli Appennini e delle Alpi. In tre gruppi diversi tale formazione si vede naturalmente distinta: quello del calcare siracusano, che come il più antico suole considerarsi; quello del tufo calcareo, della marga e delle sostanze conchigliacee; e l’altro in fine dell’argilla plastica e della creta, i quali passano l’uno nell’altro con varie gradazioni intermedie, proseguendosi sino ne' tempi più recenti la formazione de' due ultimi (66). Alle falde orientali de' monti Peloro veggonsi brani di tal formazione, mentre al N. di que’ monti stessi il terreno pliocenico sorge all’altezza di 450 metri sopra un monte cretaceo. Oltre ai colli di Messina, dove più continuo comparisce, il sabbione calcareo, o siliceo calcareo, si vede fra Taormina e il Capo Schisò, dove comincia ad essere interrotto, almeno alla superficie, dalle materie vulcaniche dell’Etna. Per la Piana di Catania mostrasi il sabbione conchiglifero ne' colli dell’Agnone a 15 miglia dalla detta città, e seguita sin ne' contorni di Agusta, ove ossa elefantine furono scoperte, che nel Museo de' Benedettini di Catania or si conservano. Sotto gli strati di tali colline si trovano legni carbonosi, e spesso alberi interi carbonizzati, e le masse rotolate di pietre di diverso volume e figura che pur contengono, si trovano in alcuni siti insieme ammassati come in un ricovero, non diversamente dagli ossami fossili sì nelle caverne dell’isola, sì in quelle di altri siti del globo (67). Correndo la stessa linea comparisce il terreno marnoso alla base de' colli Iblei sotto Melilli, ove si rinviene quella terra fogliata bituminosa, distinta col nome di torfa papiracea da un patrio naturalista (68). Il sabbione agglutinato e ripieno di testacei si vede indi a Siracusa, e nelle colline di Avola e di Noto. Il Val di Noto è composto quasi per intero del terreno pliocenico, che si stende sino al centro dell’isola presso Caltanissetta, innalzandosi dolcemente dal mare sino all'altezza di 600 e più metri presso Caltagirone, e di 1000 metri circa presso Castro giovanili (69). Ma ne' contorni di Naso verso i Capi di Orlando e Calava s’innalza sino a 3000 e più piedi sul livello del mare, ed è questa la maggiore altezza a cui nell’isola aggiungano i terreni terziarii. Oltrepassato il Simeto presso le terre paludose di Primosole, cominciano i lontani monti di Val di Noto a dileguarsi, e non si osservano che piani calvi, consistenti in bianchi, spessi ed orizzontali agglomerati calcarei, che occupano la più parte de]& Sicilia meridionale, e che da Modica si estendono sino al Simeto, e da Siracusa a Chiaramente. Da' colli di Modica, di Vittoria e di Alicata si estendono a quelli di Girgenti, l’ultima delle quali città è posta sopra un’eminenza di tale roccia, che stendesi ancora nel piano contiguo alla marina, ove già fu l’antica Agrigento, e servì alla costruzione di que’ templi grandiosi, de' quali tuttavia si ammirano le stupende rovine. Né dissimile è la formazione del suolo lungo la rimanente costa meridionale, ed anche lungo l’occidentale, dove ossa fossili di elefanti anche si scoprivano, e propriamente presso Trapani. La pianura che circonda Palermo è formata dallo stesso terreno, che vi s’innalza a circa 50 metri, e termina al S. ed all’O. contro balze quasi verticali del calcare cretaceo. Molte e diverse specie di conchiglie dà la roccia sabbionosa di Palermo, disposta in grossi banchi orizzontali alla base del monte Pellegrino verso la città, e simile a quella delle rupi a costa del mare da Palermo a Termini. Oltre delle conchiglie pesci fossili s’incontrano del pari in questi terreni, come presso Palermo nel luogo detto il Bisogno, e ne' contorni di Castrogiovanni e Siracusa, dove sin dagli antichi tempi erano già noti (70). Ma più che sulla costa settentrionale su quella del S. O. è questo terreno subappennino, il quale da Trapani sino al capo Bianco si prolunga verso l’interno dell’isola per terminarsi quasi sempre contro balze cretacee. Di epoche molto diverse è tutta questa formazione terziaria, e si conosce bene dalle diverse specie di conchiglie che vi si veggono sepolte, e che dove più, dove meno hanno le loro analoghe in quelle tuttavia viventi nel mare, ed alcune ve ne ha pure nella più parte degli strati terziarii, le quali ora più non vivono nella costa della Sicilia e che o si trovano solo ne' mari di temperatura più calda, o come estinte si considerano su tutto il globo (71). Ma degna di notarsi per le affini relazioni che la Sicilia già ebbe con terre più lontane è l’identica formazione terziaria delle isole di Malta e di Gozo, ove sì gli strati che gli avanzi organici sono così analoghi a quelli dell’isola, che il più attento osservatore non può scernerne le differenze.
Nella stessa formazione pliocenica si comprendono i grandi depositi di gesso in più luoghi dell’isola, analoghi a quelli ne' terreni marnosi in tante contrade italiche. Il gesso forma nella Sicilia masse d’intere colline, come a 6 miglia da Messina ove trovansi giganteschi cristalli di selenite in forma di ferro di lancia, in vicinanza di Petralia intorno di Villafrate a 21 miglia da Paler presso Castel Termini nelle pertinenze di Girgenti, e in più altri siti di Val di Mazzara. 11 gesso, il solfo ed il sale marino fossile incontransi nell'isola in luoghi contigui, anzi il gesso, o compatto, o più o meno selenitoso, racchiude d’ordinario gli strati sulfurei. Tali miniere traversano l’isola in ogni senso ed a varie profondità, e spesso ancora vi sono scoperte. Nel Val di Mazzara abbonda il solfo disposto a strati nella marna azzurrina, ed un insigne geologo crede che tutta quella parte della Sicilia ricuopra una immensa fessura che attraverserebbe l’isola dall’Etna alla Pantelleria, per la quale facevansi le sublimazioni sulfuree (72). Nelle solfare della Stretta presso Caltanissetta è una naturale fontana del minerale, d’onde fuso rampolla per una cavità di 6 pollici di diametro con getti intermittenti, fenomeno senza esempio e particolare dell’Isola (73). E nella marna terziaria, come nella Calabria sono pure le miniere saline sì copiose della Sicilia, ma delle scoperte assai poche riguardo a quelle che si celano nelle colline e nelle terre adiacenti ai monti calcarei. Notabile fra gli altri è quella che cavasi a 10 miglia da Castrogiovanni, che tagliasi con ferri nelle miniere; è così bianco ed omogeneo, che se ne trovano be’ pezzi trasparenti come il più chiaro cristallo; ve ne ha pure tinti in violetto dal ferro, e simili all'ametista, o allo spatofluore de' monti di Judica e Torcisi. Né dissimile da questo è quello delle miniere anche inesauste presso Nicosia e di altri siti dell’isola (74). Della varietà de' sali della Sicilia scriveva anche Solino col dire che quello di Enna era rossigno, quello del capo Pachino trasparente, e che di quelli delle saline presso Agrigento e Centorbe facevansi immagini di numi e d’uomini cospicui (75).
E tra' prodotti del suolo terziario sono pur da annoverare l’ambra, il petrolio, la pece minerale e l’asfalto, che vi abbondano più che in altri luoghi d’Italia. Si trova l’ambra sepolta e dispersa quasi nel centro dell'isola presso le ripe de' grossi fiumi, che dagli strati argillosi la scavano alla profondità almeno di 100 piedi. In pezzi di buona mole e di moltissime varietà di colori ne vien fuori nelle campagne di Centorbi Asaro Leonforte e S. Filippo d'Argirò, ne' letti de' ruscelli in Val di Noto e nelle marine del contado di Modica. In abbondanza si raccoglie ancora nelle spiagge meridionali da Scicli a Girgenti, ed in maggior copia ne' lidi presso il Simeto che il fiume copre nelle escrescenze, come negli altri che seguono sino a Catania fra l’alga e le materie dopo le tempeste rigettate dal mare (76), come nell’isola Basilica degli antichi nel mar Baltico (77). Poiché Diodoro, nato in Agirio, in mezzo ai luoghi che ne danno in tanta copia, non solo non facevane menzione, ma assicurava pure che non era trasportata in Italia se non da quell’isola nordica, solo in tempi più recenti han dovuto i fiumi degradare la superficie della Sicilia; e se, come affermano dotti chimici e naturalisti, l'ambra non proviene nella maggior parte che da resine mineralizzate (78), il cui stato una volta liquido dimostrano veramente i frammenti di foglie e di conchiglie, i moscherini, le farfalle, le formiche ed altri insetti che vi si veggono racchiusi, ne' luoghi d'onde i fiumi la scoprono e la trasportano trovar si deve la Flora primitiva dell'isola co’ pini dalla cui resina l’ambra credesi prodotta. Dalle marne scaturisce pure il petrolio, prodotto dalla lignite alterata, o decomposta (79), e che vien fuori sovente da luoghi coverti dallo strato calcareo. Ve ne ha quasi di tutte le specie, in quella di nafta, come nel famoso lago de Palici, in quella di olio minerale, più copiosa e comune alle Petralie che ne presero il nome, a Mistretta, a Lionforte, presso Bivona e Girgenti (80), ed una nuova sorgente scoprivasene nel 1828 a tre miglia in circa da Nicosia nel sito detto S. Agrippina al pendio di un’elevata collina di arenaria, del quale, come gli antichi Agrigentini, que’ campagnuoli si servono per accender lucerne, e che a differenza di quello degli altri luoghi già detti sul finir dell’autunno si alidisce, né ricomincia a rampollare che al ritorno della primavera (81). La pece minerale si raccoglie a Ragusa, e tra Gagliano e Nicosia a sorga abbondante l’asfalto, comune ancora ad altri luoghi dell’isola.
Da' terreni marnosi saturi d’acqua salsa sbucano in più luoghi dell’isola emanazioni di gas idrogene, che Maccalube sogliono chiamarsi, e che piuttosto Maclube dir si dovrebbero a ritenere il nome arabo makloube con che da' Saraceni furono distinte (82). Più singolari sono quelle che vengono fuori da un monte di argilla tra Aragona e Girgenti, dell’altezza di circa 150 piedi, quasi della forma di un cono tronco, e che termina in un piano alquanto convesso del perimetro di un mezzo miglio. Molti simili coni si veggono alla cima a diverse distanze, e che da poche linee si elevano all'altezza di più di due piedi, sopra un suolo profondo appena quattro o cinque pollici, il quale ricopre una vastissima voragine di melma liquida. Tutti hanno in sulla vetta piccoli crateri a guisa d’imbuti, d’onde in forma emisferica vien fuori a brevissimi intervalli l’argilla, la quale poi aprendosi lascia scoppiare una bolla di gas idrogene, scorrendo l’argilla come lava su’ fianchi del monticolo. Tali eruzioni fangose, note anche agli antichi presso Agrigento (83), ed accompagnate da' fenomeni di quelle ne' vulcani ordinarii, si veggono in più altri luoghi dell’isola, come presso Castel Termini in una valle contornata del pari da eminenze gessose e coperte di marna, e presso Paterno alla base dell’Ena. Derivano da' fuochi interni dell’isola, che se ora traboccano dal solo Etna, da più bocche venivano fuori nelle antiche epoche geologiche, e più che altrove in Val di Noto si mostrano da' prodotti vulcanici.
In connessione intima colla formazione terziaria compariscono tali prodotti in Val di Noto, ed incominciando propriamente nel S. dell’isola s’innoltrano in prima nel Capo Passaro, ove entrano in contatto colla formazione cretacea; indi si trovano or predominanti, or nella forma di massi erratici presso Militello, Palagenia, Buccheri e Scordia, d’onde si estendono verso il mare di Lentini e verso Pantano, per passare indi in Val Demone. Compariscono in questa contrada presso Paterno, sulla rocca di Motta di S. Anastasia, sul Castello e sulla Scala di Aci, nell'isola de' Ciclopi, ed infine nel corpo centrale dell’Eia miste con tufi e pietre simili alla trachite ed alle lave più antiche. Una sede determinata,dice un dotto naturalista (84),dell’attività vulcanica, condizione assoluta di un vulcano centrale, da cui l’effetto del fuoco dìstendesi in tutte le direzioni sulla superficie, qui non si può riconoscere, ed una essenziale differenza vi è tra le apparizioni vulcaniche dell’Etna e quelle di Val di Noto. Mentre sull’Etna tutti i prodotti vulcanici si riferiscono ad uno o più punti centrali prossimi, ed attestano in siti determinati un ritorno periodico dell’attività vulcanica, egli sembra che nel Val di Noto dipendeva più dal caso, se qua e là avveniva un prorompimento di masse liquefatte sì negli strati terziarii, che sopra di essi, dopo la cui estinzione il vulcano cessava per tutti i tempi. Le eruzioni vulcaniche di Val di Noto sono perciò da paragonare piuttosto con quelle che su grandi estensioni si diffondono nella Germania occidentale, e compariscono segnatamente nell’Eifel e nelle montagne di ardesia del Reno, ma coll’essenziale differenza che nella Germania le eruzioni avvennero sul livello del mare, e nella Sicilia furono sottomarine (85). I coni basaltici, che sì generalmente trovansi sparsi nell’Assia e nell’Eifel, compariscono solo per eccezione nel Val di Noto monte Roccato non lungi dal villaggio di Monterosso, e dal Pojo Pizzuto tra Mineo e Favarotta, mostrano apparizioni analoghe ai coni basaltici della Germania settentrionale. 11 monte Roccato, ricoperto dalla vetta al piede da grandi masse di lava, può paragonarsi al piccol monte Gleichberg presso Ròmhild, il Pojo Pizzuto, benché molto più aguzzo ed erto, all’azzurra cresta dell’Eschwege.
Ma il monte Lauro presso Buccheri, che si eleva all’altezza di 3800 piedi, è senza dubbio uno de' monti più significanti, in cui la prima attività vulcanica di Val di Noto incominciò a farsi strada, quando la maggior parte della Sicilia meridionale era tuttavia coperta dalle acque. Salendosi sul monte Lauro dalla parte del S. 0., osservasi in prima che presso il villaggio di Monterosso incominciano le masse basaltiche, che si fanno sempre più spesse, e coprono a poco a poco in maggiore profondità gli strati orizzontali delle pietre calcaree. La strada nel salire alla vetta del monte passa quindi su pietre sovrapposte formate da bombe vulcaniche, le quali trovansi del partitegli alti monti basaltici, presso dei Castello nell’isola, sulla costa di Ballycastle nell'Irlanda, e molto più chiaramente in quella di Loch Seridan nell'isola Muli. La vetta del monte Lauro che domina tutta la formazione calcarea siracusana e la pianura di Catania, forma un altopiano montuoso consistente in masse basaltiche, nella cui parte settentrionale è un ampio frastaglio di valle indicante un distrutto cratere, dal quale le masse tufacee vulcaniche presso Buccheri paiono originate. Crateri ben conservati, od anche avanzi di essi, non si presentano in veruna parte di Val di Noto, in fuori del già detto, ma anche con incertezza: se vi furono mai, o se dal mare distrutti, non può affermarsi positivamente. Ma dalla giacitura e dalla, condizione diversa delle eruzioni di questi vulcani importa distinguerne le diverse epoche, l’una remotissima in cui davano fuori le masse basaltiche globolari che si ammontavano sul calcare primitivo, e che poi venivano coverte dalla nuova formazione del calcare secondario, l'altra molto posteriore, le cui lave senza nulla partecipare del basalte più fuse si veggono ed alterate, e, quel che è più, giacenti sulla formazione terziaria, il che ha fatto supporre che le eruzioni ne avvenissero in tempi storici, per le quali più che per quelle dell’Eia, le quali non molto si estendono sulla piaggia orientale, erano forse costretti i Sicani ad abbandonare quella parte dell’isola (86).
Nel punto meridionale dell’isola, nel Capo Passavo compariscono isolate dalle altre eruzioni di Val di Noto altre formazioni vulcaniche profusamente descritte da un altro dotto naturalista (87), e che in istrati orizzontali dalla creta si veggono coperte, e dal calcare d’ippuriti, come appunto stavano sotto il mare d’onde furono sollevate (88). E senza dire delle meno notabili rocce basaltiche di Motta S. Anastasia e di Paternò, che isolate sorgono dalla pianura di Catania tra letti tufacei, più degni di osservazione sono i basalti della costa di Aci e di Trezza, che ne' più minuti particolari concordano con quelli di Val di Noto. Le erte pendenze della roccia sono in parte formate da un conglomerato di migliaja di grandi globi basaltici, misto di marga e di argilla indurita, la quale viene frastagliata da strati di basalte sporgenti obliquamente e in forma quadrata, in parte di tufo, la cui massa bruna mista con pezzi di lava, amigdoliti, zooliti e simili, è analoga alle formazioni di Palagonia. La formazione basaltica si estende poscia lungo la costa verso Trezza e le Isole de' Ciclopi, e s’innalza in singole colonne, or qua e là nella costa, o nel mare, e meno antica comparisce della formazione dell’argilla e della marga, i cui strati venivano essenzialmente alterati. L’ultimo punto dell’apparizione basaltica è nella valle di S. Giacomo al di sopra di Zaffarana nella parte settentrionale del Simeto. Immediatamente al di sopra della cascata d’acqua che si precipita obliquamente per la valle di una terrazza, lo strato basaltico forma il fondo della valle, e le punte che fuori ne sporgono per lo più di prismi esagoni formano un naturale lastricato che somiglia alla Diga de Giganti nell’Irlanda. È affine a quella de' Ciclopi e di Val di Noto, così che le diverse formazioni vulcaniche nelle due sponde del Simeto, per la loro natura mineralogica e geologica, si considerano come un’identica formazione, e in un solo gruppo di apparizione sono da ammettere (89).
Da questa rapida occhiata sulla formazione geologica dell’isola riconducendoci col pensiero alle sue epoche primitive, le masse granitiche di Val Demone da una parte aderivano a quelle della Calabria, dall’altra si continuavano al S. sino alle isole Eolie. Nel mentre un immenso mare grandi estensioni copriva intorno l'isola futura, i vulcani in più siti ed a varie distanze de' monti di Val Demone cominciarono a sollevare ardenti materie sul fondo delle acque: le pietre argillo-ferruginose, le masse schistose e porfiriche spinte in alto in torrenti di fuoco, coprivano raffreddate una vasta estensione, e si addensavano mentre che nuove terre si elevavano colle marine deposizioni. Depositava il mare il calcare ora semplice, ora più o meno composto di testacei marini, schisti bituminosi ed argillosi racchiudenti masse di ambra e di asfalto, strati e filoni di muriati di soda, di solfo, di gesso, e di altre sostanze analoghe, e con queste gli strati cretacei, i filoni argillosi, in cui venivano involti strati di conchiglie di prodigiosa grandezza viventi in quel grande Oceano, e che spesso a strati o a mucchi mescolate si trovano alle piriti marziali ne' monti di Nicosia, di Regalbuto e in quelli del mezzo dell’isola (90). Ma per effetto di un nuovo rivolgimento, pel quale affondandosi la crosta del globo, vi produceva molte prodigiose ineguaglianze, il suolo granitico si abbassò non solo nello spazio che ora forma il canale di Messina, rompendo la continuazione della catena appennina con quella della Sicilia, e formando così un’isola del gran triangolo, ma anche nella parte settentrionale da Messina a Milazzo, e nelle occidentali prossime alla Calabria, dove come nell'isola il granito si mostra basso e scoperto, o appena coperto da tenue strato calcare; si abbassò in tutto quel tratto di mare tra la Sicilia e la Calabria, poiché dagli opposti lidi vedesi profondarsi nel mare per poi ricomparire tra le lave delle isole Eolie. Dalle altre parti disgregandosi i terreni e precipitandosi nelle onde, lasciavano il contorno dell'isola nello stato di attestare colle ineguaglianze e gli strati orizzontali, o spesso inclinati verso il mare, come negli opposti monti di Reggio, la catastrofe già detta (91).
A tali grandi rivolgimenti accennava Democrito dicendo che due volte Cariddi aprì l'immensa sua bocca, e le acque che coprivano il globo, corsero negli abbissi: la prima volta apparvero le montagne, la seconda le isole (92). Egli udiva Filolao nella città di Reggio (93), e non solo fu perciò iniziato nella pittagorica filosofia, che pure investigava i naturali rivolgimenti della terra (94), ma potè ancora da vicino osservare lo stretto, e forse anche l’isola. Ma nelle violente e gagliarde scosse che agitarono il globo, particolari abbassamenti ebbero ad avvenirvi, per avere i vulcani e le acque lasciato sotto la superficie dell’isola caverne e vuoti considerevoli. Agli effetti di que’ grandi fenomeni si attribuiscono le maggiori ineguaglianze della Sicilia, i monti calcarei con tutte le catene che l'attraversano, le valli e le pianure chiuse da grandi alture ed alte montagne; e con tali ineguaglianze l’inclinazione degli strati ne' monti a qualche distanza dalle spiagge, inclinazione manifesta in quelli verso Piazza e Caltagirone, come in molti altri luoghi di Val di Mazzara, ne' monti di Tindari e di Cefalù,e in tutti gli altri lungo il lato meridionale dell’isola; oltre di che nelle montagne stratiformi gli strati si corrispondono da una montagna all’altra, indizio manifesto di un naturale rivolgimento. E senza dire delle grandi mutazioni a cui l’isola soggiacque per le continue e violente scosse dell’Etna e degli altri vulcani che formavano le isole che la circondano, più considerevoli ebbero ad esservi le mutazioni e le degradazioni prodottevi dall’azione delle acque, per la quale gli alti monti si abbassano, e in ogni parte si formano cavità e valli, e si squarciavano ancora, come in Val di Noto, ingenti masse di lave. Si formavano così quelle valli aspre e que’ burroni che rendono orroroso l’aspetto di Alcuni siti dell’isola. Le materie calcaree cristallizzate ed infiltrate nelle cavità delle lave sulle vette di alcune montagne appalesano pure le degradazioni operate dalle acque, le quali se colle materie che trasportavano riempivano le pianure, colmavano altresì i seni del mare, nel mentre che i flutti rompendosi di continuo contro gli scogli e le barriere che l’isola opponeva, ne logoravano le basi, ne rompevano le prominenze, e ne diminuivano così l’estensione; alla quale gagliarda azione delle onde si attribuisce pure l’allontanamento delle rupi tra Scilla e Cariddi che Omero descriveva ad un tratto di saetta l’una dall’altra (95). I monti e le alture che sovrastano alla spiaggia dell’Isola de Ciclopi corrispondono nella elevazione allo strato analogo che la copre co’ vicini scogli, e tutti i segni manifestano della rottura violenta di quelle terre che si abbassarono ne' gorghi del mare, di cui l’isola e gli scogli sono gli avanzi. Oltre le grandi isole che a maggiore distanza contornano i lidi della Sicilia, le isolette sotto le spiagge occidentali, dal cui mezzo si prolunga il capo Lilibeo, o pe' grandi sostegni restavano immuni dalla catastrofe, o nascevano dalla rottura che faceva il mare di lunghi promontori!, o anche da enormi masse precipitate dalle alte spiagge; e con vera e viva immagine tali effetti Virgilio descriveva accennando le rupi del capo Peloro (96); e senza addurre altri esempi de' grandi mutamenti nell’isola dopo la seconda epoca, basta ricordare l’alto ed isolato monte Ereta, o Pellegrino il quale chiude a tramontana il seno di Palermo e staccato si vede dalla catena calcarea che limita ad arco la prossima pianura.
Or solo con più larghe vedute fuori del continente italico è forse da risolvere la quistione dell’origine dell’isola, e dell’epoca geologica a cui appartiene. Mentre da una parte somiglia all’Italia, da cui vedesi distaccata, è simile dall’altra al lato dell’Africa che si prolunga nel capo Bon, il quale si protende prodigiosamente, come per avvicinarla. La grande e memorabile inondazione, per la quale rotto l’istmo dell'Iberia le acque dell’Oceano si versavano nel bacino del Mediterraneo, e quelle dell’Eussino forzando il passo del Bosforo e dell’Ellesponto si precipitavano nell’Egeo (97), ed alla quale accenna per alcuni la stessa favolosa sommersione dell’Atlantide (98), divideva l’isola non tanto per breve spazio da quello che fu poi continente italico, quanto dallo stesso continente dell’Africa assai più lontano (99), col quale le isole di Gozo e di Malta erano congiunte, che tuttavia serbano segni manifesti della comunicazione primitiva con altre terre subissate nel mare. Ed è osservabile che il suolo terziario, il quale forma tutte le colline che si estendono tra' due Atlanti, per le conchiglie fossili che racchiude, si sostiene della stessa epoca de' depositi che si trovano nel basso de' due versanti dell'Appennino. Attribuendosi ora in gran parte i fenomeni geologici all’azione del fuoco centrale (100), il continente che circonda la conca del Mediterraneo nasceva pure da un sollevamento prodotto dalla medesima cagione. Or le grandi masse sollevate comprimendo le masse ignivome sottoposte, la lor violenta azione doveva esercitarsi per linee di minore resistenza che presentava la depressa conca dello stesso mare, producendo nuovi sollevamenti, e prorompendo con esplosioni vulcaniche. II perché in tempi men remoti sembra emerso dalle acque il suolo della Sicilia con quello dell’Italia inferiore e delle altre isole del Mediterraneo per effetto de' nuovi sforzi della massa ignivoma interna. Ed opportunamente Strabone diceva non potersi affermare che l’isola fosse uno smembramento dell'Italia, anzi che un paese cacciato fuori dal fuoco dell’Etna, al pari delle isole di Lipari e di Pitecusa (101); il che dimostrano veramente le facce quasi verticali ne' fianchi de' monti granitici del capo dell’Armi non solo e della Sicilia, ma anche de' monti calcarei della costa di Amalfi, e de' capi di Tindari, di Calava, e di Orlando nell’isola e di altri molti, come in quelli di roccia compatta ne' contorni di vasti bacini chiusi da' monti e nelle ampie valli.
Sono tali le più recenti opinioni de' geologi sulla formazione della Sicilia, e quanto all'epoca della seconda catastrofe, se l’isola rimase come un grande edilizio in rovina, sparsa sulla superficie d’ineguaglianze, di alte e nude sommità, di alti piani, di valli e di caverne, e nel contorno di seni e promontorii, se tale aspetto tuttavia si vede nella sua asprezza primitiva, se tali ineguaglianze sono ancora ruvide ed angolose, se tuttavia in essere è lo strato calcareo che copre i gioghi del Pelerò, mentre le acque con gli altri agenti atmosferici hanno sempre operato da quell’epoca, e così sensibili sono le degradazioni che producono tuttodì, è da convenire che non da enorme numero di secoli è stata l’isola da quel naturale rivolgimento lasciata esposta a tali potenze distruttive (102). Non è dubbio, dice il Waltershausen, che la Sicilia meridionale non in tempo assai remoto in confronto della intera formazione della crosta terrestre giaceva sotto il livello del mare, e che a poco a poco sorgeva dalle acque dopo il generale sollevamento del globo (103). E se l’Etna e gli altri vulcani poi estinti avevano bruciato prima che emergesse dall’Oceano, come da molte delle più antiche lave etnee si vede, le quali prive de' prodotti della infiltrazione non molto lungo dimostrano lo spazio di tempo tra le eruzioni che le producevano ed il ritiramento del mare, le isole Eolie in vece colle altre isole vulcaniche intorno la Sicilia, comeché nate da bocche ignivome del pari sottomarine, non dovevano nondimeno l’elevazione che a successive accumulazioni dopo che il mare acquistava il sito e ’l livello di oggidì. Mentre l’Etna ardeva meravigliosamente, nuove eruzioni di vulcani sottomarini prorompevano a tramontana, e nuove terre cominciavano ad elevare tra le acque. L’incendio facilmente si accrebbe per la troppa vicinanza alle materie granitiche, che ne erano liquefatte e spinte all’interno; ma il poco di alimento ivi trovato fu cagione che non molto durasse, mentre che nel silo di Stromboli e di Vulcano essendo in mezzo allo strato schistoso ed argilloso, l’accensione è stata perenne ed inestinguibile (104). E benché la immensurabile profondità de' lor focolari spieghi la resistenza maggiore che incontravano in tutta l’isola in paragone di quelli che producevano le Eolie, Ustica all’occidente, e Pantelleria al mezzodì, in tale quantità nondimeno sono sepolte le materie combustibili presso Girgenti ed altrove, che non lasciano di produrre i noti fenomeni de' Maccalubi, del lago de Palici, di quelli presso Paternò, Bissana ed altri luoghi dell’isola, ove le sotterrane fermentazioni hanno i loro tempi di crisi come gli ardenti vulcani.
Ma ad altri grandi rivolgimenti ancora e cataclismi chiaramente accennano gli avanzi della creazione primitiva nell’isola. Dopo che i diversi strati se ne formavano da' terreni primitivi sino a quelli di formazione terziaria, nella quale molte spelonche si veggono dischiuse, e di erbe e di alberi covrivasene il suolo, l’elefante primigenio, il bisonte, il mastodonte probabilmente vi pascolavano e generavano del pari che gl'ippopotami, abitatori de' fiumi scorrenti su gli strati terziarii. Come la Flora antichissima ne mostrano gli avanzi de' vegetabili, i legni fossili, e le ambre nelle cave solfuree e sotto gli strati argillosi, gli ampi strati di foglie e di legni ammassati e petrafalti presso Melilli ed altrove (105), così le ossa mineralizzate che in fondo alle paludi or prosciugate nella piana di Catania, a Mineo, a Granmichele, a S. Maria di Niscemi ed in altri siti, o nelle caverne calcaree di Palermo e di Siracusa, come a Nazzareno, ad Erice, a Melilli, a Carini, in Calatrasi, in Petralia ed altrove si rinvennero (106), ne additano la Fauna primitiva, non solo ne' detti quadrupedi più antichi, come in tutti gli angoli del globo (107), ma anche in altri più recenti e di diverse specie (108). E sono questi i veri, non favolosi Giganti, o Paleogoni dell’isola, per servirmi dell’espressione di uno storico (109), i quali tante false tradizioni accreditavano, e tanti scrittori antichi e moderni ingannavano (110), ma che i tuttavia recenti studi paleontologici con quelli della geologia e della notomia comparata fanno attribuire a tutt’altra specie che all’umana. Così la scienza fondata su’ fatti emenda e dilegua le false opinioni, e scorge a quel vero, a cui è possibile all’uomo di aggiungere.
Più che l’Italia in generale è la Sicilia ricca di fiumi, di fonti e di ruscelli, che quasi da per tutto vi mantengono l’amenità e la freschezza. Senza dire de' fiumi di breve corso che in numero prodigioso vi formano come una rete, e la rendono oltremodo irrigua ed ubertosa, da' dintorni della contrada racchiusa tra Palazzolo e Pizzini, la più alta della parte meridionale di Val di Noto, nascono il Birillo, o l’antico Achates, rinomato per la raccolta delle agate che facevasi nel suo letto, il fiume di Ragusa, l’Abisso (già detto Helorus), il Cassibili o Cacyparus, e l'Anapo, che in più voragini perde gran parte delle sue acque, e notabile pel papiro che cresce alle sue sponde. Da' fianchi dell’Etna scaturiscono il Cantaro o l’Onobola, e l’Aci famoso nelle favole, come dalle campagne di Mineo e Leonforte la Giarretta, o l’antico Simeto, il quale bagna gran parte dell'isola. E così pure nelle radici delle Madonie hanno le fonti i due più grandi fiumi che quasi in due parti dividono la Sicilia, il Fiume Grande, o l’Imera settentrionale degli antichi, ed il Salso, o limerà meridionale, del pari che il Baccella, il Torto, quel di Pettineo con altri ancora di minor nome. Ed oltre del Platani, l’antico Alycus, che riceve le acque da' monti della Quisquina, de' due Belici (il Crimysus el’Hypsa), e del fiume Freddo o Asines, e dell'Oreto che presso Palermo inaffia belle campagne ridenti per vedute pittoresche, numerose sorgenti scendono ancora dalla catena de' monti che dal capo Zafferano al monte Pellegrino si ergono in semicircolo intorno di Palermo, le cui acque derivate in rigagnoli circolano sulle terre a pendio, e in mezzo de' campi coltivati si perdono a grandi distanze. Tutte queste acque sono più o meno mineralizzate a cagione de' terreni che attraversano, e dove sono salse, come nel fiume che ne prende il nome, dove sature di gas carbonico, di cui molto ne contengono le materie che formano i primi strati dell’isola, di gas idrogeno solforato, di solfato di magnesia (111), di solfato di calce, e di carbonato di ferro, dove trasportano sostanze calcaree, che formano nelle grotte e nelle cavità belle stalattiti ed alabastri con tante altre concrezioni simili. Copiose ancora vi sono le acque minerali e calde, utili alla salute degli uomini, né senza curiosi fenomeni descritti dagli stessi antichi. Nella spiaggia di dii, come presso Sclafani e Cefalù rampollano sorgenti di acque termali, sature più o meno di gas carbonico, di sale e vapori solfarci, e più celebri sono quelle di Termini e presso ricamo, che si dissero fatte sgorgare dalle Ninfe in sollievo di Ercole che faceva il giro dell isola (112). Tra le sorgenti termali presso le rovine di Segeste notabile è il così detto Gorgo, di un’acqua così calda che scotta il dito che vi s infonde, e che gas idrogene solforato dà fuori in copia. E l’Helbesius degli antichi,, che Solino descriveva come un fiume bollente (113), per le polle gassose che tale fanno apparirlo. Ma più singolari ancora sono i naturali fenomeni nella spiaggia di Sciacca, perché quasi da ogni parte e da ogni fenditura vi sorgono vapori di acque bollenti e di solfo, varie sorgenti ne rampollano alle radici (114), e continui fragori vi si odono ne' due pozzi obliqui che vi sono scavati, per effetto della fermentazione sotterranea. Fra le diverse cavità apertevi dalla mano dell’uomo nella parte superiore della montagna verso mezzodì una ve ne ha, dalla quale vien fuori una copiosa corrente di umidi e caldi vapori, dentro di cui se ne apre un'altra, in cui non può penetrarsi che sino ad una certa profondità, dalla quale stillano acque calde, e degli stessi vapori sorge una grande corrente. Questa si crede la celebre opera attribuita a Dedalo, dove le tradizioni mitiche del la Sicilia per tradimento del re Cocalo fanno morir soffocato il re Minosse di Creta (115). L’isola di Pantelleria, che di contro a questa montagna sorge alla distanza di 70 miglia, presenta fenomeni analoghi, e dalla subitanea apparizione nello stesso mare dell’isola a 30 miglia al S. O. di Sciacca (18 luglio 1831), che dopo non più di tre mesi scompariva sotto le onde (116), non solo è manifesto che tutta quella contrada sottomarina sino alla prossima costa ricopra una grande estensione vulcanica, ma aver possiamo anche un’idea della stessa origine di tutta la Sicilia. E senza dire de' noti fenomeni nel celebre lago de' Palici, di cui altrove tornerà il discorso, agitate come quelle di Girgenti dalle bolle del fluido aereo sono le sorgenti di acqua salsa presso Paternò, perciò dette le Salinelle; e che da per tutto l’isola giaccia su perenni elaborazioni vulcaniche, oltre gli accennati fenomeni, palesava la grande eruzione fangosa con forte odore di solfo e di bitume, e preceduta da cupo fragore ed impeto sotterraneo, che nel 1790 veniva fuori dal terribile abbassamento di terreno nella valle di S. Maria di Niscemi, il quale tale spavento arrecava da far credere che tutta l’isola si sprofondasse nel mare (117).
Il clima dolce, il cielo mite e benigno, la terra ubertosa oltre ogni credere resero l'isola dai tempi più antichi uno de' più importanti paesi del mondo. Senza dire delle frutta di ogni specie, degli alberi di ogni clima, delle erbe e de' fiori odorosi, il grano e la vite da tempi immemorabili vi crebbero come nel lor luogo natio (118), e in tanta copia il grano soprattutto, che non solo nel paese Leontino, ma anche in quel di Enna e di Assora, vi moltiplicavano come nell'agro di Sibari in cento le sementi (119), come pure in secoli men lontani sperimentavasi (120). Satis quercus! esclamarono i primi Greci che vennero ad abitarla. Ma ottime ancora vi furono le naturali produzioni, in guisa che Strabone diceva che l’isola vinceva l'Italia nell’eccellenza del grano, del mele, del zafferano e di altri prodotti (121), e Solino scrisse che ottimo era quanto la Sicilia produceva, o almanco prossimo alle cose che ottime si giudicavano (122). Con alcune specie di uve gli antichi ne celebrarono i diversi vini (123), e gli olii, e il mele, e segnatamente l'Ibleo, che per una specie di timo (satureja capitata), da cui le api lo succhiavano, e che in copia meravigliosa cresce intorno di Melilli, su tutti aveva la palma (124). Questa grande fertilità doveva l’isola alla stessa sua naturale condizione, perché occupandovi appena la sesta parte la formazione primitiva e di transizione colia secondaria e giurassica, le altre rimanenti non sono che di terziarie rocce, in cui predominano l’argilla e il grès argillifero alla vegetazione sì propizii, oltre alle argille ferruginose delle materie vulcaniche. La quale formazione terziaria non si estende solo nella parte meridionale dell’isola, ma tutte ancora ne occupa le vallate de' monti più antichi, che feracissime si osservano ai fianchi dello stesso suolo intermedio e primitivo. Oltre di che i venti soffiandovi da ogni parte dal mare, vi adducono la freschezza nella state, e vi moderano la gagliardia del sole, spargendo nell’inverno di piogge salutari la superficie dell’isola, e i freschi e limpidi ruscelli dalle nevi liquefatte scendono verso la primavera per ogni parte ad inaffiarla. Tutte queste naturali circostanze contribuivano alla grande fertilità della Sicilia (125), e senza credere con Diodoro che la prima volta vi si mostrasse agli uomini l’uso del frumento (126), come quello dell’ulivo, delle api, e del bestiame, le stesse tradizioni degli antichi riguardanti Cerere, Proserpina ed Aristea nell’isola, che per tali beni vi ebbero grandi onori divini (127), ne mostrano la fertilità antichissima. Celebrava Omero gli armenti della Sicilia nove secoli almeno avanti l’era volgare, e già prima del suo tempo aveva dovuto pe' lieti pascoli consecrarsi al Sole (128). La Sicilia ebbe sempre colture più produttive di quel Re del Lazio, della Campania, e della Grecia, e negli anni calamitosi colle ricche sue messi intorno l’Etna e delle valli del littorale venne in soccorso de' popoli vicini, così che ragionevolmente fu detta dagli antichi nudrice del popolo romano, granajo d'Italia, terra dell'ubertà (129). Ma sebbene la canna da zucchero, la canna, o cauna Ebosia degli antichi (130), la quale fu pure largamente coltivata nella Calabria (131), e lo stesso grano vi crescano senza coltura con tutti gli alberi fruttiferi degli altri paesi del mondo, e la palma a dattilo, l’arbusto a cafè, il zafferano, la cannella, il cotone, le spezie, tutti i legni tintorii e lo stesso indigo con tutto ciò che cresce altrove, cresce o crescer potrebbe nella Sicilia, pure sotto lo stesso cielo, collo stesso clima e lo stesso suolo, ha cessato da lunga stagione di produrre le stesse naturali ricchezze, non per la terra stanca di essere sì ubertosa, ma per la sminuita popolazione, di cui ben danno ragione le sue patite vicende.
IV. Fu l’isola abitata da tempi sì remoti, che le tradizioni ne risalgono alle epoche antichissime delle più insigni regioni del mondo, ma così alterate ci pervennero per opera de' poeti, o dalla stessa giovane fantasia de' primi navigatori greci, che molto malagevole parrebbe affermarne le vere origini e le condizioni primitive; pure un’esatta e paziente ricerca di tali tradizioni avvalorata dalla investigazione de' miti, e dal progresso della popolazione umana nelle contrade più prossime all’isola, potrà scorgere all’affermazione di quel vero, a cui nella storia, come in ogni scienza, tende di continuo la nostramente, non ostamele contraddizioni e le dubbiezze che spargervi sogliono la leggerezza o lo scetticismo.
I poeti e gli storici come abitatori aborigeni dell’isola ricordano i Ciclopi, ma sulle tradizioni di Omero, il primo a parlarne. Superbi ed eslegi, dice il poeta, non piantano, né arano, perché spontanei dalla terra vengono loro il grano, Forzo e le uve: senza pubbliche adunanze e senza leggi, abitano le cime degli alti monti nelle cave spelonche, dove ciascuno impera alla propria famiglia, l’uno all’altro indifferente; e li sola, selvosa e piena di capre selvagge, ha prati irrigui e molli, e pel suolo ubertoso copiose vi sarebbero le messi (132). Né diversamente Euripide nella favola col titolo di Ciclope la vita e i costumi descrisse di questi popoli. Disabitato l’alto monte dell’Etna, non vi erano né mura, né torri di città. I Ciclopi abitavano negli antri; nomadi pastori a nessuno obbedienti, non vivevano che de' loro greggi, e senza conoscere il dolce umore della vite, abitavano un’ingrata terra; inospitali e feroci, avevano dolcissime le carni degli ospiti, né uomo vi arrivava che non fosse stato ucciso e divorato (133). E così pure Virgilio, ricorrendo colla sua fantasia a' tempi primitivi, nella guisa stessa da Achemenide, uno de' compagni di Ulisse, fa descrivere la vita de' Ciclopi, seguendo le stesse tradizioni. Dopo aver detto dell'orribile Polifemo, gigante e pastore antropofago, altri Ciclopi simili fa errare per gli alti monti dell'isola, e sopratutto per l’Etna, dalla cui dimora nominavali fratelli Etnei (134). Ovidio e Giovenale che ci ritraggono la vita primitiva de' popoli (135), supponevano egualmente che la terra non coltivata dava da se ogni frutto agli uomini viventi senza leggi, e che nelle fredde grotte sotto l’ombra stessa lari, greggi e pastori erano coperti. In fuori della pretesa antropofagia, dalla descrizione della vita de' Ciclopi quella non dissomiglia che di alcuni popoli nomadi ci lasciavano gli antichi, come gli Albani presso il Caucaso, vicini deliberi, di alta statura, e viventi de bestiami e de' frutti spontanei della terra (136). Perciò la tradizione di Omero, più o meno seguita dagli altri poeti, o nasceva dal fatto delle vere o alterate relazioni de' primi navigatori greci e fenicii che i costumi nomadici riferivano de' più antichi abitatori dell’isola, o più veramente originavasi dal concetto che di tali abitatori facevasi nella mente, e che di rendere dissimile dalle altre contrade gli davano occasione le naturali condizioni dell'isola presso lo stretto; perché quando pensiamo agli abitatori primitivi di una contrada facilmente ricorriamo col pensiero ai pastori, per esser la pastorizia il primo stadio della vita civile, e le caverne intorno dell’Etna facevano dirgli che vi dimorassero i mostruosi Ciclopi.
Ma, a voler discredere ad Omero ed agli altri poeti, i quali ci adombrano, è vero, nelle lor belle finzioni i primi periodi della vita de' popoli, ma dal vero pur nondimeno mollo ci allontanano, i Ciclopi si direbbero più tosto una creazione della fantasia, che vere generazioni di uomini, più tosto tribù primitive che i primi raccoglitori delle tradizioni umane si figuravano nella mente, che popoli effettivi. Platone in fatti come esempio della prima società degli uomini dopo le inondazioni della terra pone il vivere fa' Ciclopi di Omero, che abitavano sulle vette de' monti dentro le spelonche, ai quali naturalmente sarebbero seguiti quelli che le falde de' monti e le pianure avrebbero poi occupate, come i primitivi fondatori di Troja, Bardano ed Ilo (137); ed il poeta ed il filosofo mi richiamano alla mente il nostro Vico, il quale non diversamente supponeva fondatori di molti popoli alcuni uomini primitivi, i quali disgregandosi dopo il diluvio da quelli che si mantennero in società, vissero solitari) e selvaggi, e crebbero in membra e in forza per effetto della vita ferina. Dispersi per la vasta selva che copriva la terra, furono feroci, eslegi, senza Dio; ma da' tuoni e da' fulmini atterriti, da' monti pe' quali vagavano, ripararono nelle spelonche, per così iniziare le prime società umane (138). Furono questi, a suo giudizio, i Ciclopi di Omero, questi i Giganti, da' quali la storia profana e la storia sacra de' gentili hanno il lor cominciamento. E tra' sistemi moltiplici, ne' quali più che i fatti grandeggia la fantasia, si è pur creduto che nelle età eroiche e al tempo di Omero i barbari abitatori delle rive si davano alla pirateria, trucidavano i naufraghi, e talvolta anche se ne pascevano. Questi ladroni, detti per lo più figli di Nettano, perché su’ mari avevano il dominio, tale spavento inspiravano, che la fantasia presentavali deformi nell’aspetto e ne' costumi, di gigantesca statura, e di fattezze spesso bizzarre e terribili. Come da' Ciclopi non dissomigliavano gran fatto i Flegii della Beozia, popoli barbari non ancor ridotti in città, che lungo il Cefisso esercitavano le loro ladronerie, così pure a Polifemo era simile Forba il re loro, il quale nel tronco d’una quercia aveva la sua reggia, e che da' suoi costumi dipingevasi al pari di un cignale più atto a divorare il suo vicino, che ad ucciderlo (139). Aggiugni, per parlare più specialmente della Sicilia, l'imperfetta cognizione di una contrada singolare e distante, ed avrai, come altri scrittori si avvisano, un esempio notabile della mitologia geografica. La stessa tendenza che fece ai Greci vedere Satiri nelle stalattiti, e Nereide nelle onde, fece lor ravvisare senza più ne' fenomeni vulcanici che contraddistinguono la costa orientale della Sicilia, una terra di Giganti, sia che secondo le antiche leggende gl’immaginavano chiusi dentro l’Etna, sia che, secondo l’Omerica versione di tali leggende, li fingevano vaganti da selvaggi per l’isola, e così nelle detonazioni di una prossima eruzione udirono la voce di Polifemo (πολύφημος) e nelle grandi masse di lave che il vulcano versa nel mare, videro le rocce che il gigante pastore scagliava ad Ulisse, o ad Aci il suo rivale, simbolo adatto della fertile e pastorale pianura appiè del gran monte. Così le inalterabili forme della natura ci offrono il mezzo di spiegare le leggende che vi furono fondate (140), e secondo tali idee i Ciclopi da' loro nomi rispettivi si sono giudicati le esplosioni elettriche dell’aria, proprie della stagione ardente (141); e Io stesso Polifemo, anziché personificazione de' pastori nomadi dell'isola, non accenna per un dotto mitografo che all’Etna, come i Titani Ceone, Fallante e Tifeo ai monti vulcanici sotto i quali dicevansi ristretti; perché Polifemo non ebbe il nome che dal molto e spesso rumoreggiare del monte (da πόλυ φήμη), il suo unico occhio rappresenta il cratere, e perciò da Nettuno dicevasi nato, perché in prossimità del mare s’incontrano per lo più i vulcani (142). Questa parrai la spiegazione più ingegnosa e più vera della favola che attribuiva un sol occhio a' Ciclopi, dal che erano detti μονόμματοι (143), μόνωπες, μονοδέρκται (144), ο μονόγληνοι (145). Strabone credeva che Omero ne attingesse il mito dagli Arimaspi, che Aristea Proconnesio descriveva come monoculi (146), né per altro che per una rete di crini con cui gli occhi si premunivano dall'occecante splendore della neve, la quale per otto mesi dell’anno dura nel paese che abitavano (147); ma difficile è il credere che ai tempi di Omero i Greci dell’Ionia conoscessero anche per favolose tradizioni gli Arimaspi, de' quali, come degli altri Sciti, non sapevano dir nulla di certo gli stessi più antichi storici elleni, e molti vani racconti spacciarono anche molli degli storici di Alessandro, fidandosi nella grande lontananza de' luoghi estremi dell’Asia (148).
Tali cose ed altre simili io direi, se non potessi delle riferite tradizioni allegare origini storiche. Per la qual cosa, anziché alle spiegazioni filosofiche e mitiche, ch'esser possono molto varie e molti pi ici secondo il sapere e la fantasia di chi le reca in mezzo, attenendomi alla storia, e l’origine delle tradizioni stesse ripetendo da' popoli che vennero ad abitare l’isola, dico che i Ciclopi chiaramente somigliano ai Bebrici, popolo primitivo e rozzo che co’ Driopi abitava intorno di Abido e Cizico (149), la regione di Lampsaco (150), e la Troade (151). Pascolavano i Bebrici, come l'Omerico Polifemo, nelle pingui contrade della costa i loro armenti, e però nella lunga greca iscrizione che celebra le gesta di Ercole (152) si dice che il nume rapiva il gregge de' Bebrici dalla Sicilia, al che finora per quanto mi è noto non si è posto mente. Non conoscevano città, non agricoltura e costruzioni di navi. Senza leggi, senza mura, vivevano nelle caverne da pastori colle ricche mandrie de' loro tori (153). Il gigante loro re Amico, tipo di questo rozzo popolo, è anche figlio di Nettuno come Polifemo, e perciò estraneo alla Sicilia fu il mito de' Ciclopi, ed ivi trasferito dall'ultima delle dette contrade ne' tempi primitivi. Oltre di che i Ciclopi appartennero non solo alla Sicilia, ma a diverse altre contrade, alla Licia (154), all’isola di Creta o all'Etolia (155), alla Tracia (156) ed all’Argolide (157), da una regione primitiva, che io credo la Bebricia, la tradizione ne passò nelle contrade già dette e nell’isola, tanto più perché essendo i Bebrici insigni per la loro alta statura (158), davano facilmente occasione alla favola dell’alta e mostruosa statura de' giganti Amico e Polifemo. E siccome vi furono Bebrici anche nel paese degl’Iberi (159), dove erano sicuramente giunti dalla Bebricia dell Asia Minore, e la tradizione de Ciclopi è già anteriore ad Omero, ai Sicani, Iberi anch’essi, si può con più di verosimiglianza attribuire, piuttosto che ai Trojani, i quali in tempi men remoti si tramutarono nell'isola. Vero è che Polifemo da Elato ed Ippea dicevasi nato in Larissa della Tessaglia (160), e tale genealogia mitica mostrar potrebbe la relazione del mito de' Ciclopi colle più antiche tradizioni pelasgiche, e di razza eolica o pelasgica si sono in fatti creduti i Ciclopi da un dotto scrittore dell’isola (161): ma, oltre che i Ciclopi Omerici sono molto diversi da tutti gli altri che i mitologi distinguono fuori della Trinacria, i Pelasgi nel passare in Italia avevano tutti gli elementi della vita civile, e non già nelle grotte, sì bene in città forti e bene murate abitavano, né alcuna tradizione vi è che passassero ad abitare nella Sicilia. E comeché dottamente un ch. archeologo sostenga l’opinione già nota di altri critici, di doversi cioè riguardare sì i Ciclopi di Omero, che quelli di Esiodo e di altri poeti, con gli altri ancora di cui parlano Strabone e Pausania (162), come una sola e medesima tribù di Orientali, Fenicii, che formavano una grande corporazione di costruttori, viventi della loro industria vxzipovdorop, e che diverse arti esercitavano in comune, relative allo stesso fine (163), tale opinione nondimeno non sembrami verisimile, perché da' Ciclopi Omerici, o del primitivo concetto greco, non distingue quelli di una età posteriore, o i costruttori già detti, i quali per le grandi opere che formavano assomigliavansi ai Ciclopi primitivi.
Tradizioni più simili al vero ci tramandavano gli antichi quando dicevano l’isola abitata in parte àtf Lestrigoni, i quali ben gessiamo considerare come gli stessi pirati dell’Ausonia, dove Ornerò poneva il regno di Antifate che avea sede in Lamia (164), e che l’agro occuparono presso a Leontina o Lentini di oggidì, ma che per modo colle loro incursioni infestavano lo stretto, che difficile era approdarvi (165); e la prima fondazione che la storia attribuiva alla città di Zancle per opera de' pirati di Curva (166), facilmente fa annoverarli trai primitivi popoli dell’isola, i quali poi lasciando i ladronecci in sedi stabili vi si stanziavano, senza che sia uopo ricorrere ad altre ipotesi sulla loro origine. Ma che inoltre vi siano stati i Lotofagi e i Feaci difficilmente mi do a credere, comeché non pochi moderni scrittori, ed i Siciliani sopratutto, con grave errore della geografia e della storia tali popoli contino ancora tra' primi abitatori dell’isola. Ed alla Sicilia li attribuiscono allegando (167), o anzi malamente interpretando un luogo di Omero, fonte primitiva della cognizione de' luoghi alla Grecia vicini e de' lontani, ma che pur tramischiò di portenti le prime descrizioni geografiche. Che i Lotofagi abitassero una diversa contrada, e propriamente la spiaggia della Libia, è manifesto da che Ulisse da Ciconi passava al fertile paese de' Lotofagi (168). Or i Ciconi, noti popoli della Tracia presso la Troade (169), quasi tutta ne tennero ne' tempi storici la spiaggia meridionale sull’Egeo dalle foci dell’Ebro, il Maritza di oggidì, sino alla sponda del Lisso, regione, che poi detta Gallaica, ad una parte della Rumelia or corrisponde (170). Occuparono in parte le città samotracie presso il promontorio Serrio, noto teatro della favola di Orfeo (171), e più lunga di 9 giorni da tal contrada sarebbe stata la navigazione del favoloso navigatore Omerico, a supporla alla volta della Sicilia. Erodoto inoltre pose i Lotofagi presso i Gindani nella Libia, e Scilace tra le due Sirti (172), delle quali la maggiore Strabone distinse coll’epiteto di Lotofagite, e l’altra disse abitata da’ Lotofagi (173), e in questa, detta Meninge dal geografo, e che gli Arabi nominavano Gerby o Cherby da' camaleonti che vi si trovano in copia, si riconosce con alcuni antichi la vera patria de' Lotofagi (174). L’isola Meninge, lontana 600 stadii di navigazione da Cercina, apparteneva con questa città alla Lotofagitide (175), e sia che più oltre ancora abitassero in sulla costa dell’antica Cirenaica, dove si vogliono pur trovare i loro discendenti ne' Trogloditi che vivono de' loro greggi di capre (176), non si possono in ogni conto annoverare tra gli antichi abitatori della Sicilia.
Dicasi lo stesso de' Feacj, i quali anziché all’isola appartennero ad un’altra contrada, lontana molto dalla Sicilia non solo, ma anche dalla stessa Italia. Supposti una volta i Ciclopi nell'isola, ivi pure affermar si doveva che fossero i Feaci, o in qualcuna dell’isole più vicine, perché Omero dice che abitavano nella spaziosa Iperea (ἐν ἑυρυχόρο Υπερείη) presso i Ciclopi, per le vessazioni de' quali il re loro Nausitoo menavali ad abitare Scheria (177), ossia Corcira o Corfù. Gli antichi Scoliasti del poeta Didimo ed Eustazio l’Iperea riconoscevano nella città di Canarina (178), ed a questa opinione facilmente assentiva il Bochart, soprattutto perché all'Hyperia accenna il fiume Hippari che all’occidente irrigava l’agro di Canarina (179). Ma il Cluverio aveva già notato che la simiglianza appunto de' nomi Hippari ed Hyperia era stata cagione che l’Iperea de' Feaci si riconoscesse in quella città sicula, e cercando di proporre una opinione migliore sosteneva che si partissero in vece dall’isola di Melita o Malta di oggidì, la quale per essere di rimpetto al sito di Canarina porse anche occasione all’errore (180). Toccando io altrove di queste medesime cose (181) contro coloro che tenevano Iperea come un’isola, osservava con Eustazio che non potevano i Feaci esser vessati da’ Ciclopi, i quali non avevano navi, come dice lo stesso Omero (182); o dunque il poeta non diceva il vero quando affermava che i Ciclopi non avevano navi, ed Iperea secondo tale ipotesi potrebbe esser Malia, a senno del Cluverio; o se il vero diceva, ed io non ne dubito, perché non esponeva che la più antica geografia, ci è forza riguardare i Ciclopi come popoli mediterranei, e andare investigando l’Iperea in altre contrade, diverse però dalla Sicilia dall’isola di Malta, e dalla Campania, come ha sostenuto il Mazzoldi; il quale se bene criticava le opinioni del Bochart, del Cluverio e del Clarke, non sostituiva a queste una opinione migliore, o per dir meglio, non trovava l’Iperea se non dove secondo il suo sistema doveva trovarla, cioè in Italia.
Poiché da Esichio conosciamo che Iperia si nominò insieme la città ed una fonte de' Feaci, e Strabone ricorda Iperia qual fontana della Tessaglia, così detta, scrive Stefano Bizantino coll’autorità di altri antichi, da Iperete figliuol di Licaone (183), ed i figliuoli di Licaone altro non sono che personificazioni delle regioni occupate in tempi antichissimi da' Licaonidi Arcadi, l’Iperia o Iperea fu anche tra queste, alla quale si può pure aggiugnere la città Iperesia dell’Acaja, abitata da' Pelasgi Arcadi, ai quali riferivasi altresì la denominazione della celebre fontana della Tessaglia. Ma la vera patria de' Feaci conosciamo da Apollonio Rodio, nella mitica genealogia dell'eroe o re Illo, nato ad Ercole dalla bella Melile presso i Feaci, co’ quali andava ad abitare Corcira. Dice il poeta che veniva co’ suoi dalla regione Illide (184), o dalia penisola di questo nome nella Dalmazia (185), la quale ha di contro le isole di Corzuola e Melada, o Corcyra Nigra e Melita degli antichi, rammentate dallo stesso Apollonio. Il quale adunque rischiara la tradizione di Omero, e ci fa intendere, che non dalla contrada dove fu poi edificata Camarina, come credè il Bochart, non dall'isola di Malta, come pensò il Cluverio, non dall’isoletta del Clarke incontro alla spiaggia orientale della Sicilia, né dalla Sicilia stessa o dalla Campania, secondo il Mazzoldi, ma sì bene dalla penisola già detta passavano i Feaci guidati da Nausitoo ad abitare in Scheria o Corfù. Tali cose io scriveva nell’esame dell'opera del Mazzoldi sulle Origini italiche, ed in conferma sopra tutto dell’Iperia nella Tessaglia ora aggiungo l’osservazione di un dotto scrittore, il quale in onore della sua patria Itaca nello stesso Ulisse sostener voleva l'autore de' poemi Omerici (186). Dice che dopo la valle di Tempo ciò ch’egli vide di più curioso ed importante nella Tessaglia fu senza dubbio la fontana Iperia, la quale era situata nel mezzo della città di Pheres (187), fondata prima della spedizione degli Argonauti da uno degli antenati di Giasone. Il greco villaggio, ora noto sotto il nome di Belestina, o Velestina, presso la fontana Iperia, occupa l’area della città di Pheres (188); e i giardini da cui è circondata, sono tuttavia, come una volta, piantati di palme, pioppi, platani e cipressi, il cui gradevole fogliame si specchia nelle limpide acque di questa bella fontana, grata secondo Sofocle agli stessi Dei (189). Per le quali tutte testimonianze diversa dalla Sicilia e dalle isole vicine si chiarisce la patria de' Feaci, la quale fu perciò nella Tessaglia, dove pure considerar dobbiamo i Ciclopi, che li forzavano ad espatriare, ed occupando prima le vicinanze di FarsaIo e di Melite, nell’Ellade primitiva, o ne' così detti stati di Achille, dove fu un’altra Iperia (190), si condussero da ultimo nella penisola Illide, che Apollonio teneva per loro patria originaria; e il nome appunto di Melita imposto all’isola già delta,nostra chiaramente l’emigrazione de' Feaci dalla Tessaglia nelle coste della Dalmazia, e scioglie i dubbi che i dotti comentatori di Strabone nel supplimento di una delle sue lagune trovavano insolubili (191). E senza dire de Giganti, che più o meno si annoverano egualmente tra' primi abitatori dell’isola, perché non si supponevano che per gli ossami fossili ivi scoverti, e riconosciuti, come ho detto, anziché di uomini, di specie di animali perdute (192), con più di verisimiglianza può sostenersi abitata da Trogloditi, simili agli Erembi del golfo Arabico dal lato dell’Egitto e dell’Etiopia (193). Perché non poche grotte spaziose, specie di labirinti tagliati evidentemente dalla mano dell’uomo, e distribuite in molte e diverse sale, come se ne veggono in Val di Noto, oltre quelle più numerose nella valle d’Ipsica, alcune delle quali mostrano una certa conoscenza dell’arte, sembrano essere state il rifugio di un popolo, che il timore, il bisogno o la barbarie ritenevano in queste selvatiche dimore, come nelle coste della Palestina e della Fenicia, che offrono anche più vestigii di tali abitazioni primitive.
Ma non ostante le mitiche tradizioni di Omero che fanno supporre l'isola abitata da tempi remotissimi, la sua posizione più d'accosto all'Italia ed a tutto il continente occidentale più facilmente mi fa credere che gli abitatori ricevesse dall’occidente anzi che dal mezzodì, a considerare sopratutto l’incremento della navigazione solo in tempi meno antichi. Per la navigazione difficile e perigliosa del Mediterraneo non so supporre che i primi abitatori ricevesse dal continente meridionale; che se dalle coste del mezzodì vi vennero i Fenicii, non vi vennero in tempi sì antichi, ed il supporre molti secoli prima di questi arditi navigatori popolata l’isola da pochi uomini, o da una tribù uscita dalle spiagge della Siria, e che avventuravasi nelle acque del Mediterraneo senza pur sapere che un'isola vi fosse in una delle sue estremità, sarebbe cosa contraria a tutte le tradizioni antiche, per le quali non si conoscono le primitive relazioni dell'isola che coll’Occidente. Per tali tradizioni è noto che i popoli veramente storici abitatori più antichi della Sicilia furono i Sicani, che Timeo di Tauromenio, ed altri greci storici approvatissimi secondo Diodoro sostenevano come indigeni, o della stessa stirpe de' Ciclopi, a giudizio di Demetrio Calaziano (194). Ma Tucidide, più antico e che nelle più vecchie tradizioni andò rintracciando le origini de' popoli, scrive che furono Iberi, e dalle rive del Sicano, il quale bagnava la regione Dora dell’Iberia, scacciati da' Liguri (195), origine a cui consente Filisto, e che accennava anche Eforo, prima di Tucidide (196), a' quali storici può anche aggiungersi Ecateo, il quale anziché un fiume la città di Sicana all'Iberia (197). Vi furono dunque una città ed un fiume col nome di Sicario, scorrente per la regione Dera o dell’Iberia (198), né altro che il Sucrone (ora Xucar, o Segre) de' tempi posteriori, alla cui foce Strabelle ricorda del pari una città omonima (199). Che da quella spiaggia, su cui sbocca anche l’Ebro, o albero degli antichi, passassero gl’Iberi nella Gallia del sudovest dà Pirenei sino alla Garonna (200), e nel mezzodì sino al Bodano, contrada che ne' più antichi tempi fu detta Iberia, e in cui abitarono frammisti ai Ligii (201), non è certamente da dubitare, ma dubito che da quel medesimo paese passassero nella Sicilia. Anziché supporre ch’emigrassero dalla Sequana, come un dotto critico ha creduto, forse per ispiegare il lor nome di Sicani (202), vi giunsero piuttosto dalle coste dell'Italia, o dalla Corsica e dalla Sardegna, dagli stessi Iberi popolate primitivamente. La generale distribuzione geografica deliberi, riflette un moderno scrittore, né per aggressive emigrazioni di terra, né per marittime intraprese può spiegarsi, per essere entrambe le ipotesi contrarie al loro stato di civiltà. Ma se l’effetto si considera della diffusione di un popolo più energico e raccolto dalla regione del Mar Nero sopra una popolazione sparsa e cacciatrice, come pur si considerano gl'Iberi, sembra pienamente spiegato ogni fenomeno della lor posizione geografica. Senza dire degl'Iberi passati nella lontana Finlandia, ove una speciale razza parla tuttavia un idioma affine a quello de Baschi, noti discendenti degli antichi Iberi (203), la più parte della stirpe iberica ritiravasi forse innanzi agl’invasori per la Germania e la Gallia nella Spagna, dove fu in fatti la sede principale di questo popolo. Gli altri che abitavano la penisola della Grecia e dell’Italia sarebbero stati rincacciati verso il mezzodì, e per gli uni i monti dell’Arcadia avrebbero formato il loro ultimo rifugio, e gli altri dall’Italia potevano facilmente passar nella Sicilia (204). E così spiegherebbesi l’origine italica che antichi scrittori attribuivano agl'Iberi, perocchè S. Girolamo, dopo aver riferito i nomi di alcuni primitivi conduttori di colonie scriveva: Thubal Iberi, qui et Hispani, licet quidam Italos auspicantur (205). L’Eridano in fatti, o il Po, è posto da Eschilo nell’Iberia (206), la quale faceva parte della Ligia, o spaziosa Liguria (207); il che fa aperto l’equivoco di Tucidide e di tutti gli scrittori che lo seguirono, essendo che i Ligii o Liguri scacciavano $Iberi, ed essi Ligii erano nell’Iberia. Potevano così gl’Iberi occupare la Corsica e la Sardegna, dove si riconoscevano per abitatori antichissimi (208), e da queste isole passare nella Sicilia, in tempi così remoti da farli credere autottoni dell’isola (209); ed oltre che gl’Iberi furono nelle lor sedi originarie dell’Asia vicini degli Albani, nomadi al pari di essi (210), le cose già dette per la spiegazione del mito di Polifemo confermano tal passaggio di popoli nell’isola. Come i Celti del rimanente e gli Sciti furono $ Iberi di que’ popoli Asiatici che ne' tempi anteriori alla storia passavano nell’Europa dall’Iberia dell’Asia, (la Georgia, e parte dello Schirwan di oggidì) traversata in tutta la sua lunghezza dal fiume Ciro, e confinante alla Colchide, alla Grande Armenia, all’Albania, al Caucaso ed alla Sarmazia Europea (211); ed oltre che la storia mitica ci tramandava la notizia dell’affinità di questi due grandi popoli nella fratellanza di Celto (Κελτός) ed Ibero (Ιβήρ), ne' quali gli uni e gli altri si personificavano (212), le antiche tradizioni, i simili nomi geografici, ch'esser non possono fortuiti, ed anche alcune particolari usanze, comuni agl’Iberi dell’Asia ed a quelli dell’Europa (213), ne confermano tale origine primitiva. Quando i Caldei, dice il Gòrres, composero il lor grande poema sulla spedizione del loro Nebucadnezar avevano ormai riconosciuto tale affinità di stirpe degl’Iberi orientali con quelli dell’Occidente; e però mentre ne estesero l’eroica spedizione sino alle ultime regioni occidentali dicevano trasferiti sull’aro orientale gl’Iberi fatti prigionieri sull’Ebro occidentale (214); tradizione a rovescio come quella di Bardano, che da Corito nell’Etruria facevasi passare nella Troade (215), anziché da questa a quella contrada. Anche altri antichi dicevano che gl’Iberi del Caucaso furono colonia di quelli della Spagna (216); ma oltre le cose già dette altri scrittori riferivano la tradizione contraria (217).
Ma non così chiara per molti storici come quella degl’Iberi è la patria primitiva de' Siceli, o de' Sicoli, i quali, dalla valle del Tevere scacciati da’ Pelasgi e da' così detti Aborigeni, una parte dell’isola occuparono dopo de' Sicani (218). Oltre che come primitivi abitatori del Lazio Virgilio ricorda anche Sicani (219), ed alcuni antichi geografi fanno insieme passare nell’isola Sicani e Sicoli (220), dal lor nome giudicava un rinomato storico che tanto i Sicani differissero da' Siculi quanto gli guani dagli Æquuli (221), e che appartenessero al gran popolo Iberi crede pure un recente e dotto etnografo (222). Ma benché tale opinione torni a quella che sarò per esporre, non ha nondimeno una pruova bastevole, fondata su qualche indicazione geografica o storica, e più dal vero panni si allontanino le altre, per le quali si vorrebbero orientali in genere (223), o Greci (224), o della stirpe stessa de' Pelasgi (225), esclusa la più falsa di tutte che fossero indigeni d'Italia, la quale prima di alcuni scrittori moderni già sosteneva senz'altro esame lo stesso Dionigi d'Alicarnasso (226). Senza trattenermi di tali opinioni, un frammento di Appiano sulle reali genealogie dell’Illirio ci guida a conoscerne la patria originaria fuori d'Italia. Dice lo storico che l’Illiria ebbe il nome da Illirio, figlio del Ciclope Polifemo e di Galatea, i quali due altri figli avevano avuti, Celto e Gala. Ed aggiunge che questi tre conduttori di colonie erano partiti dalla regione detta Siccità, e che imposero il lor nome agl’Illirii, Galati e Celti. Nessuno può dubitare da tale favolosa genealogia della manifesta affinità de tre popoli, sostenuta anche dalla tradizione seguita dal greco storico Timagene, il quale dicendo che i Celti non differivano da Galati che nel nome, afferma poi che furono detti Celti dal nome di un re amatissimo, e Galati da quello della madre di lui (227). Senza che siami d'uopo riferire esempi analoghi di origini di popoli e regioni ripetute da' nomi di favolosi fondatori omonimi, di cui una lunghissima lista potrei riferire, importa solo dichiarare la regione Sicelia, la patria originaria de' popoli già detti. A considerare leggermente la genealogia di Appiano, e le finzioni poetiche che a Polifemo e Galatea danno per patria l'isola di Sicilia, nessuna verità storica o geografica può ricavarsene, e sembra veramente che nemmeno lo stesso Appiano l'approfondisse, comeché affermasse che tra le molte favole che da molti scrittori sull'origine de' detti popoli si riferivano, la già esposta egli approvava in preferenza delle altre. Perché egli stesso non vide che la Sicilia d’onde derivavano gl’Illirii era diversa dall'isola dello stesso nome, e siccome i Greci Illirii nominavano, secondo lo stesso storico, i popoli che sopra la Macedonia e la Tracia dalla Caonia e la Tesprozia sino all’Istro si distendevano, in questa grande regione è da ritrovare la Sicilia primitiva. Un dotto investigatore delle origini italiche dice: «La regione nominata Sicelia da Appiano non può essere stata la Sicilia de' dì nostri: giacché farebbe d'uopo altrimenti comprendere i Celti, fra gli antichi popoli navigatori; il che non permette il silenzio assoluto degli antichi, i quali alcun tragitto di mare ad essi non attribuiscono. La regione dunque, da cui partirono i tre conduttori di colonie di cui parla Appiano, dové essere quella parte dell'Illiria ove Tolomeo poneva un popolo nominato Siculoti. E da quella contrada, secondo la giudiziosa congettura di Freret, erano partiti i Sicoli che si stabilirono in prima in Italia, e che essendosi poi trasferiti nell’isola di Trinacria, le imposero il nome di Sicilia che poi sempre ritenne (228)». Ma né a questo dotto scrittore, né allo stesso Freret era nota l’importante testimonianza di Esichio, il quale dichiarava apertamente la Sicilia come una regione della Tracia (229); e da tutte queste testimonianze non è dubbio che i Sicoli dalla Tracia si condussero nell’Illirio, e da questa regione nell'Italia, dove per essere i più antichi de' quali, come dice Dionigi, si avesse memoria che abitassero la città che dominava la terra e i mari, e che fu patria ai Romani, facilmente furon creduti indigeni dell'Italia. Per le quali cose è pur manifesto che il nome dell’ultima patria de' Sicoli, l’isola di Sicilia, scambiandosi colla patria primitiva, dava origine alla favolosa genealogia degl’Illirii, sopratutto pel nome de' Galati, omonimo di Galatea, l’amante del favoloso Polifemo, del quale ho già accennato il mito di origine forestiera insieme ed indigena. Così che quando un antico storico ci dice che Deucalione dopo il diluvio noto sotto il suo nome stabilivasi con Pirra sulla più alta montagna della Sicilia (230), alla Sicilia della Tracia dobbiamo pensare anziché all’isola, perché altre più comuni tradizioni lo volevano salvato sull’Otri nella Tessaglia (231), sul Parnasso, o anche sul monte Athos della Tracia (232), e se Igino scrive che si salvavano in vece sull’Etna (233)v è perché confuse la Sicilia più nota con quella della Tracia.
La quale discorsa origine parmi anche confermata dalle tra dizioni di altri storici, i quali anziché di Sicoli parlano di altri popoli scacciati dall’Italia e passati ad abitare nella Sicilia. Perché Ellanico di Lesbo due passaggi stabiliva fatti nell’isola, il primo degli Elimi espulsi dagli Enotri, l’altro dopo cinque anni degli Ausoni che fuggivano gli Japigi, e re de' quali diceva Sicelo o Sicolo, da cui i popoli e l’isola furono a suo giudizio denominati. La tradizione stessa, attinta forse dal citato storico, riferiva lo Scoliaste di Platone (234); e poiché gli Japigi che ricordano, altri esser non possono che quelli de' quali scriveva Eforo, e che tennero la regione poi detta Crotonitide (235), essi parlano del secondo momento della loro espulsione, per la quale, dopo essersi mantenuti in una parte delle contrade che poi furono la Magna Grecia, passavano propriamente nell'isola. E Filisto di Siracusa scriveva che non Sicoli, non Ausoni, non Elimei, ma Liguri furono quelli che, costretti dagli Umbri e da' Pelasgi, lasciando le patrie sedi, passarono nella Sicilia (236). Or la vicinanza degli Etimi nella lor contrada originaria fuori d’Italia co’ Sicoli, e la vicinanza de Liguri in Italia co’ medesimi popoli, chiaramente dimostrano la comune cognazione di essi popoli, non ostante i loro diversi nomi, i quali erano cagione che da' detti storici si distinguessero. Fin dal principio di queste mie ricerche io diceva con Livio che gli Etimi furono prossimi alla Tessaglia (237), quelli stessi, come sembra, che ne' tempi storici abitarono la città di Elimea, ch'è detta città della Macedonia (238), perché soggiogata da' re Macedoni ed aggiunta ai loro dominii (239). E sia che in Italia abitarono insieme co’ Sicoli, sia che divisi, e che anche prima di essi ne furono espulsi, non par dubbio che appartennero allo stesso popolo abitatore primitivo della stessa grande regione della Tracia. Né da altra regione diversa uscivano i Liguri, per poi occupare non solo la contrada che serbavane il nome in Italia, ma anche quella, e già prima, al di là delle Alpi, d'onde sembra che propriamente venissero in Italia. Perché Plinio nomina i Salluvii i più celebri de' Liguri al di là delle Alpi (240), che occuparono il paese corrispondente agli odierni dipartimenti del Var e delle bocche del Rodano. Il perché sia che Filisto tali popoli Celtici (241) confondesse con quelli della penisola iberica, che prima de' Sicoli diconsi passati ad abitare nella Sicilia, dir voglio i Sicani, sia che co’ Sicoli della Tracia della medesima origine celtica, panni manifesto che solo in apparenza le dette tradizioni sono diverse, perché alcune consideravano i Sicoli nelle sedi più prossime, altre nelle più lontane, per l’affinità appunto che tra loro avevano tutti questi popoli nelle lor sedi originarie fuori d'Italia. Per compiere la spiegazione di tutte le riferite tradizioni, non dico degli Ausoni scacciati dagli Japigi, perché anziché tradizione che si fondasse sul fatto non parmi che una opinione di Elladico per ispiegare quella che più universalmente era ammessa, e che meglio si conservava nella memoria delle generazioni successive, se pur non vogliasi credere, come ho detto, che lo storico intendesse di un’altra espulsione degli stessi Sicoli dal paese che fu poi la Magna Grecia che come altre contrade dove non furono propriamente Ausoni gli Elleni nominarono generalmente Ausonia (242) in cui suppor possiamo gli stessi Elimi uniti ai Sicoli, e con essi scacciati dall’Enotria primitiva, la quale non fu che nella stessa regione della Magna Grecia (243).
Dichiarata così l’origine de' Sicoli ad alcune difficoltà debbo andare incontro, le quali muover si possono sì pel piccol numero a cui i Siculoti erano ridotti al tempo di Plinio, sì per le colonie che sulla costa della Dalmazia non dell’Illirio, fondava Dionigi di Siracusa, alle quali pur si potrebbe riferire l’origine de' Siculoti fuori d’Italia. Dice Plinio che al suo tempo il numero di XXIV decurie non oltrepassavano (244), e come credere, potrebbe dirsi, che una sì piccola popolazione fosse stata capace di produr colonie passando in Italia, e fondarvi un gran popolo, contro il quale combatteva il gran numero de' sopravvenuti Pelasgi. Ma sol che si rifletta all’età remotissima sconosciuta alla storia in cui giunsero in Italia, ed a' XV secoli almeno che trascorsero dal lor passaggio nell’isola sino al tempo di Plinio, si scorgerà non esser questa una grande difficoltà. Distrutti quasi interamente dalle guerre, a piccol numero furono ridotti come tante altre antiche genti sopraffatte dalla forza di altri popoli più possenti, e le colonie che Dionigi fondava a Lisso, Acrolisso, e nell'isola d'Issa (245)oltre i motivi d’ingrandimento che gliele consigliavano esser potevano una ragione dell’affinità degli antichi abitatori dell'Illirii con quelli della Sicilia. Dionigi voleva forse ripopolare una regione, confinante a quella in cui i Sicoli riconoscevano la loro madre patria, la quale, conquistata, davagli il facile mezzo di passare nell’Epiro. Ma senza andare più distesamente oppugnando tali ragioni contro l’origine illirica de' Sicoli, del pari sostenuta da altri scrittori (246), erano veramente i Sicoli ridotti al numero di cui parla Plinio? Senza contraddire il naturalista, ciò ch'egli dice è da tener come vero sol della costa, perché dentro terra i Sicoli sempre si mantennero e davano il nome sì alla Sicilia della Tracia (247), che ad un popolo, il quale da' dì di Carlomagno non si nomina altrimenti che Sicoli (248); il perché io non credo plausibili le opinioni degli scrittori che li credevano o Greci di stirpe e di linguaggio, od anche come un ramo della grande generazione de' Pelasgi (249).
Dopo questi popoli come abitatori della Sicilia Tucidide ricorda Fenicii, e certo seguendo l’ordine cronologico, perché in fatti in un tempo meno antico degl'Iberi, o de' Sicani se non de' Sicoli per cagione di commercio navigarono alla volta dell’isola, ne' cui promontorii si stabilirono e nelle piccole isole vicine (250). Dopo che colle colonie partite da Sidone nell’Africa media si furono stabiliti nel XIII secolo prima dell’era volgare poterono rivolgersi alla Sicilia, che co’ ricchi prodotti del suolo a sé richiamava l’intraprendente spirito di quegli arditi navigatori. Fondarono così nell’isola le prime colonie, le quali vieppiù vi si accrebbero con quelle nelle isole vicine (251), come nella Sardegna e nell’Africa, dopo che per la cagione stessa di commercio ebbero occupato nell’Iberia le città di Tartesso e di Gades colle isole Gimnesie, o Baleari di oggidì (252), e dopo essersi distesi nell’isola di Malta, la quale per la comodità de' porti dava loro un rifugio nelle navigazioni. Divenuti ormai ricchi per l’argento acquistato nell’Iberia che fu per essi come l’odierna California (253), altre colonie ancora poterono spedire nell’Africa (254), tra le quali fu Cartagine, che fondavano 50, o 31 anni innanzi la presa di Troja (255), e però dopo essersi stabiliti nella Sicilia, ch'è quanto può dirsi nel volere assegnare l’ignota cronologia di tali stabilimenti, il cui principio nell’isola si è voluto senza pruove riferire all’anno 1173 avanti l’era volgare (256). Una pruova che già innanzi alla presa di Troja erano i Fenicii passati nell'isola è nel fatto vero o supposto delle tre figlie di Fenodamante che il re di Troja Laomedonte dava in balia di naviganti o mercatanti per trasportarle in un paese lontanissimo, e ch’essi menavano seco nella Sicilia (257). Solo i Fenicii in que’ remoti tempi erano in relazione coll’isola, né altri creder si debbono gli stranieri mercatanti di tale tradizione (258), pe' quali con gli Elimi e gli Egestei le celebri città di Egesta, Elima ed Entella furono fondate nella parte nordovest della Trinacria. Come mercatanti appariscono egualmente nella mitica tradizione del ratto di Io dalla città di Argo (259), di un’epoca molto più antica (1745 a. C.), pel quale in ricambio i Cretesi dopo circa due secoli, secondo un cronologo (260), rapivano Europa dalla città di Tiro, racconti favolosi, i quali non accennano oscuramente che al più antico commercio de Fenicii collEllade, alla colonia ed al culto che stabilivano nell'isola di Creta (261). E nella guisa stessa che il lor nome di Kademonim, ossia Orientali, personificavasi in Cadmo, il fondatore della colonia fenicia nella Beozia (262), così l’isola di Creta, che sorge all’occidente (Erabah) del paese dove fu la Fenicia, nella immaginosa mitologia greca scambiavasi nella persona di Europa rapita da Giove trasmutato in toro, il quale fu veramente il tauriforme idolo di Baal, di cui i Fenicii introdussero il culto nell’isola (263) Né molto diversamente a' fondatori fenicii accennano il dominio di Crono o di Saturno nella Sicilia, la spedizione di Ercole, e l’emigrazione di Jolao. Come sull’Africa, narrano le favole il crudele dominio di Saturno nell'isola (264), il quale di guarnigioni vi muniva le castella, così che molte eminenze, come ne' luoghi vicini, vi si nominavano Cronie, come sepolcri di Crono dicevansi i tumuli di sacrifizii che vi rimanevano ne' tempi storici (265). Per tal modo la tradizione popolare, o il mito, che passava inconsideratamente nella storia, il culto del nume, abolito per opera di Gelone (266), scambiava nel dominio di un conquistatore, o profugo, il quale anche s’incontra nella primitiva storia d’Italia. Né in diversa guisa narravasi di Ercole, il quale, sia di ritorno dall’Iberia, o piuttosto dall'Epro, con gli armenti di Gerione (267), e di là per l’Italia passava nella Sicilia, sia come conquistatore gli eserciti degli antichi Sicani vinceva in battaglie sanguinose, e soggiogava l’isola (268). Al pari di Apollo, Ercole è detto conduttore o duce
in una epigrafe greco fenicia dell’isola di Malta (269), e se come nume non si dubita di considerare il primo, pochi vi saranno che per tale non vorranno tener l’altro, perché l’immagine del nume nazionale precedeva i coloni greci o fenicii, e con essi emigrava nella nuova patria. Tutte le città, ove rimaneva il mito o il culto di Ercole, nella parte orientale Siracusa e Leontini, sulla costa settentrionale Intera e Solunto, nella occidentale Erice ed il paese degli Etimi, e nel cuore dell’isola la città di Agirio, vedremo di fondazione fenicia.
I Fenicii dal golfo persico erano passati nelle contrade in cui li riconosce la geografia e la storia (270). I loro noti antichi stabilimenti furono nell’isola di Tiro, in quella di Arado, e nella città di Sidone, o Sidodona, che visitava Nearco al tempo di Alessandro. I Persiani più dotti nella storia, dice Erodoto, assicurano che dalle sponde del mare Eritreo erano i Fenicii passati sulle coste della Grecia per cagione di commercio (271); ed un dotto geografo più volte faceva notare che il nome di Mare Eritreo, o mar Rosso, davano gli antichi, non solo al golfo Arabico, ma anche al mare che bagna le coste meridionali dell’Arabia, e al golfo persico, perché in tutta quella spiaggia le montagne che fiancheggiano le rive hanno un aspetto rossastro sensibilissimo (272). Si avanzavano quindi verso le coste occidentali del golfo per occuparvi le odierne isole di Bahrain, che pur nominavano Tylos o Tyrus e Aradus. Pervenivano in fine in sulle sponde del Mediterraneo trasferendo il nome di Sidon, l’antica loro metropoli, e quelli di Tiro e Arado alle nuove città ch'essi fondavano. Oltre gli esempi simili che per tutti i popoli ricorrono sempre e continuamente nella geografia e nella storia, da tal fatto si vede quanta ragione si avessero due dotti critici di negarlo (273). Né altrimenti vedremo che avvenne nella Sicilia, ove la concordanza de' nomi geografici con quelli delle coste occupate Fenicii chiaramente ne dimostra le fondazioni e gli stabilimenti anche ne' luoghi dell'isola quasi ignoti alla storia.
Ed anche i Cretesi, i Trojani, e forse anche i Carii e i Filistei, dice il Movers, compariscono accanto ai Fenicii, o in unione con essi da' tempi più antichi nella Sicilia. Alle fondazioni di Minosse si riferiscono essenzialmente molte tradizioni siciliane, e Minosse e Dedalo appartengono al tempo primitivo del dominio de' Carii e de Fenicii nelle isole e nelle regioni delle coste del Mediterraneo. Ove le tradizioni che li riguardano incontriamo nelle città di Minoa o Macara, Agrigento, Onface, Inico, Engio, Selinunte ed Erice (274), da monumenti di costruzioni e culti si derivano, i quali certamente non dal popolo primitivo dell'isola, ma da' coloni orientali ebbero l’origine (275). E senza qui anticipare sulle cose che più distesamente nelle speciali descrizioni delle città sicole dirò in seguito, in tale connessione furono gli Etimi co’ celebri coloni di Tiro, che il dottissimo autore della loro storia, nel quale avrò la mia guida in questa parte delle mie ricerche, pel lor culto di Ercole e di Posidone non dubita di crederli originati in gran parte da' Fenicii (276). Ma oltre la parte ch’ebbero i Trojani nel formare il popolo misto degli Etimi, essi appartennero alla Macedonia (277), come della Tesprozia furono gli Egestei (278),dalle antiche tradizioni ricordati insieme nelle origini trojane dell’isola. Colla memoria di questi popoli personificati in due compagni di Enea si connettono i favolosi viaggi dell’eroe Trojano per la Sicilia e l’Italia, che dopo tante vane ipotesi da poco tempo appena reggiamo richiamati alla verità istorica di emigranti Eneadi da Troja alla Sicilia ed al Lazio (279),dove lasciavano istituzioni, civiltà e rimembranze che poi furono del gran popolo di Roma. Tralasciando di dire partitamente i porti, le regioni e le isole, in cui da diversi punti della costa trojana cercavano rifugio divisi stuoli di Trojani che piegar non volevano al giogo de' conquistatori Achei, dalla costa dell'Epiro stendevasi sino all’Italia inferiore ed alla Sicilia la catena delle colonie trojane. E per toccare di quelli che più davvicino riguardano l’isola, nella fertile valle dell’Ilia nella Crotonitide abitavano Trojani, da' quali usciva E gesto, il preteso fondatore di Egesta ed Erice (280), e dall'Enotria trasferì vasi nell’isola il nome del fiume Crimiso, il quale colla trojana Egesta procreava il favoloso Egesto (281). Ma poiché vi furono, dice il Ruckert, anche Egestei fra' Tesproti dell’Epiro, denominati da un Egesto, di cui fu fratello Elimo, e gli Elimi Trojani dell’isola ricordano gli Elimi della Macedonia, i quali anche si derivavano da un Elimo Tirreno, e da un Eleno trojano, il nome Egesto ci riconduce a Troja, dove Egestio con Ida procreava i Dattili Idei (282). Le diverse colonie trojane sulle coste dell’Acarnania, dell'Epiro, dell’Enotria e della Sicilia non doverono la loro esistenza a stuoli isolati, dispersi ed erranti di Trojani fuggitivi, ma furono fondate quando Troja era tuttavia possente per terra e per mare, e vennero gradatamente spinte al settentrione ed al mezzodì. Ma quando Troja era caduta, diversi Trojani emigrati andarono in cerca delle colonie patrie, le rinforzarono, e nuove colonie fondarono col loro aiuto. Così la tradizione diceva che a Leucadia riunivasi con Enea l’Acarnanio Patrone di Tirreo, additavagli la via per l’Italia, e lo accompagnava per lo stretto alla costa settentrionale della Sicilia, ove fondava Alunzio (283), le cui monete hanno lo stesso tipo di Tirreo, cioè Pallade e ’l bue con testa d’uomo Acheloo; e ad Alesa, non lungi da Alunzio, rimaneva tuttavia al tempo di Cicerone il nome di Enea (284).
In questi popoli è da riconoscere più o meno la primitiva popolazione dell’isola; ma quelli che anche più l’accrebbero furono gli Elleni. La poesia jonica cantava ormai da qualche tempo colla spaziosa Libia la grandezza dell'isola triangolare, abitata da’ Siceli; ma questi limiti del mondo conosciuto troppo familiari non erano ai navigatori Jonii. L’antica Eliade, loro madre patria, ripeteva i medesimi canti, ed aveva pure esperti navigatori ed una possente flotta in Corinto, mentre che i Calcidesi di Eubea avevano ancora stabilimenti sulle spiagge dell'Opicia, ove fondata avevano la città di Cuma, metropoli di Neapoli; e pure la Sicilia si annoverava quasi tra le parti del mondo sconosciute, o inaccessibili pel terrore che inspiravano, non già i favolosi Ciclopi, ma i pirati Tirreni e la ferocia de' barbari ivi stabiliti (285). I viaggi del Calcidese Teocle si tennero quasi come una scoverta, e di ritorno nella sua patria con difficoltà faceva risolvere gli altri a seguirlo. Questa scoverta avveniva nel 780 prima dell’era volgare, quando le colonie joniche già fiorivano, e contavano quattro secoli di esistenza, e fu già un’epoca notabile per la Grecia, come per le nostre regioni, perché da quel tempo gli Elleni, non più atterriti dall’etrusca pirateria, da ogni parte si avviarono per la Sicilia e l’Italia, e protetti dalla potenza di Corinto vi stabilirono molte colonie (286). Furono tra queste Nasso (786 A. C.), Siracusa (734), Leontini e Catana (730), Tapso e Messana (729) sulla costa orientale dell’isola (287); ed oltre di Gela fondata da’ Rodii di Lindo in amicizia co Fenicii nell’anno 690, le rimanenti colonie greche nella parte sudovest della Sicilia furono di un tempo posteriore, perciocché la fondazione di Selinunte vien messa nel 629 A. C., quella di Canarina nel 599, e l'altra di Agrigento nel 581. Ad epoche anteriori appartengono quelle di Mile del 716, e d’mera del 648, le sole che furono fondate sulla costa settentrionale, ed ultima fra tutte fu quella di Lipara nel 580, dal quale anno cominciarono a cessare le greche colonie nell’isola, le quali dapprima si seguirono sì rapidamente. La potenza sì indebolita di Tiro nella madre patria cominciò allora di bel nuovo a rinforzarsi nell’Occidente sotto la protezione di Cartagine. I coloni di Rodi e di Gnido, che verso il 580 tentarono di stabilirsi ne' contorni di Lilibeo, espulsi da’ Segestani, furono costretti di ritirarsi sulle incolte isole di Lipari (288). Nella metà del VI secolo A. C. incominciano le guerre de' Cartaginesi nella Sicilia, e dopo alquanti decennii si Tede di nuovo non effettuarsi il tentativo delle colonie condotte da Dorico e dagli Spartani di stabilirsi in Erica, a cagione della vigorosa resistenza degli Egestei e de' Fenicii (289). E, non ostante la grandezza a cui aggiunsero le colonie di Siracusa e di Agrigento, fu già una sventura per l'isola che tutta greca non divenisse, come lo fu per la Magna Grecia oppressa dalle colonie sabelliche de' Lucani e de' Bruzii, e per le altre città greche manomesse da’ Sanniti. Perché, per non dire ora che della Sicilia, le greche colonie furono quelle che vi addussero la vera civiltà. Colla civiltà ellenica, per non dir altro, scomparvero e furono distrutti gli orribili sacrificii umani a Moloch, o Saturno, nel quale la poesia del Lazio travisando il vero ed ingannando piacquesi di celebrare la favolosa età d'oro dell'Italia (290). Ma di queste cose ed altre simili altrove più a lungo, e come meglio si converrà al mio proposito.
V. Chi saper volesse una particolare corografia dell'Isola, indarno la cercherebbe nelle opere degli antichi; e veramente per modo vi succedevano e rapidamente le mutazioni di dominio de' popoli e de' tiranni, e con queste le diverse divisioni, che non si può altrimenti assegnarne la corografia, che seguendo colla storia tali diverse mutazioni di dominio insino a' Romani. Senza dire delle divisioni che alcuni scrittori le attribuiscono dalle occupazioni de' favolosi Ciclopi e Lestrigoni, e de' Feaci inoltre e de' Lotofagi, le più antiche furono quelle di Sicania e Sicilia. La prima ebbe nome da' Sicani, i quali occupando gran parte dell'isola, se non tutta, furono al sopravvenire de' Sicoli ristretti nelle parti meridionali e occidentali (291). Che una parte sola ne tenessero i Sicani si raccoglie da Diodoro, il quale scrive che abitando sparsi in villaggi per tutta l’Isola, o meglio per tutta la parte che avevano occupata, dagl’incendii dell’Etna furono costretti a lasciare le parti orientali per passare nelle occidentali (292). E le parti orientali veramente tener dovevano ne' tempi più antichi, perché queste erano più prossime all'Italia, d'onde vi passarono, e lontana dal vero, come ho di già detto, sembrami il passaggio dall’Iberia che loro attribuiva Tucidide. Anche a non dubitare dell’origine iberica di questi popoli, il lor passaggio nell’isola non dové farsi che per le coste dell’Italia, se non dalla Corsica e dalla Sardegna (293). Dopo molte età intanto sopravvenuto dall’Italia i Sicoli, occuparono le terre abbandonate dei Sicani; e depredando ne' campi de' popoli vicini, e con essi spesso battagliando, si stabilirono poi in certi confini, tosto che vennero a pacificarsi. Quali questi confini si fossero non dice Diodoro né verun altro storico; e comechè con una testimonianza di Livio non oltre si siano supposti del fiume Imera (294), tal conghiettura non può ammettersi perché fondata appena sul dominio posteriore che i Siracusani ebbero della città di Gela, e sull’attribuzione a Sicani d’Inico e Cantico, loro città principali e metropoli dopo Agrigento alla sponda del fiume Ipsa. Più oscuri ancora sono i confini de' Sicani al settentrione. Pretendeva il Cluverio che i Sicoli tennero la parte orientale dell’Isola, i Sicani le rimanenti fuori de' due fiumi Imera; così che la parte orientale presso lo stretto ebbe nome di Sicilia, ed il resto fu detto Sicania; che la parte meridionale sino ad Agrigento facessero propria i Sicoli, e che però la Sicania si stendesse da Agrigento Panormo, insino a che soggiogati i Sicani da' Sicoli, tutta l’isola fu detta Sicilia (295). Ma sino a' tempi di Tucidide i Sicoli abitavano le parti mediterranee e boreali (296), e non possiamo porre in mezzo congetture contrarie alla storia.
Ma sopravvenendo le colonie de' Fenicii e degli Elleni, i Sicani e i Sicoli furono costretti a passare nelle parti mediterranee; e come Siracusa divenne possente, alcune città sicole, tra le quali Trinacia lor capitale, ne furono soggiogate; ed allora i Cartaginesi, occupando i luoghi occidentali ed australi, in una regione si stabilirono, che il fiume Lieo (Platani) divise dalla siracusana. Colla prima occupazione de' Romani la maggior parte dell'isola venne nel loro dominio, obbedendo a Jerone re di Siracusa la parte all’oriente d’inverno e ad austro dal Simeto al fiume Salso, e la rimanente a' Cartaginesi da Agrigento all'Imero settentrionale; sino a che scacciati alla fine i Cartaginesi dopo la seconda guerra, tutta la lor regione cesse al dominio di Roma. E quando in fine la stessa Siracusa fu sottomessa, tutta l’isola in due provincie fu divisa, cioè Siracusana, e Lilibetana, ciascuna delle quali ebbe il suo Questore (297), comeché da un solo Pretore entrambe fossero rette, il quale aveva sede in Siracusa, metropoli di tutta la romana. provincia.
Tali divisioni raccogliamo dalle successive mutazioni di dominio che nell’isola ci narra la storia. Ma una divisione non debbo tralasciare, ch'è quella riferita da Tolomeo. Il quale tutta la Sicilia divise in cinque popoli, o regioni, i Messanei, cioè, gli Orbili, i Calatici, i Segestani ed i Siracusani; assegnando ai primi tutto il paese che l’Italia riguarda, ed agli Orbiti, o Erbitei, il rimanente paese mediterraneo. Delle altre parti, quella incontro alla Grecia attribuì a’ Catanei, l’altra che da Cefaledio (Cefalo) si estese a' confini di Agrigento a' Segestani, e la rimanente contrada bagnata dal mare africano al dominio 'Siracusani (298). Questa divisione da qualche antico storico perduto attingeva forse il geografo; certo è ch'è da riferire al tempo della floridezza di Segesta o Egesta innanzi che fosse distrutta da Agatocle (299), non potendo supporla de' tempi posteriori quando questa città risorse dalle sue rovine per passare dopo breve tempo sotto il dominio de' Romani. Or non potendo per la descrizione dell'Isola seguire alcuna particolare corografia politica, me ne starò a' limiti naturali, descrivendo i tre lati, e dal mare risalendo nella parte mediterranea dalle foci alle fonti de' fiumi sino ai confini probabili dentro terra di ciascuno de' tre lati medesimi. Ai dì di Cicerone furono nell’isola LXV città (300), al quale numero sembra doversi aggiugnere le due città federate, escluse dal governo del Pretore romano, Messana e Tauromenio, così che sembrino veramente LXVII, col quale numero combina quasi non solo quello di Plinio nel suo celebre catalogo (301), ma anche quelli di Livio e di Diodoro Sicolo (302). Di tutte queste città sono ben note le situazioni, e fa d’uopo ciò conoscere pe' luoghi dell'isola di situazione ignota, che perciò a me pare non doversi considerare che come grosse borgate o villaggi, de' quali, per essere o distrutti, o di poca rinomanza perdevasi la memoria. Ma con tutte le grandi ed insigni città li descrivevano Andrea di Panormo, Teofilo ed altri, le cui opere perdute (303) mi studierò come posso di supplire con questa, componendola per lo più sulle precise testimonianze degli antichi.
Cominciando la descrizione dell'isola dalla parte con che è rivolta alla Brezia, il promontorio Peloro sorge rimpetto alla costa della Calabria, ed appena poco più di due miglia è la distanza dalla sua punta al continente. Tra Scilla e ‘l Peloro il fondo del mare si eleva a guisa di muragliene, che divide il Tirreno dal Faro, ed unisce i due continenti come per un largo ponte sottomarino, lasciando tra' due capi una bocca larga due miglia ed un quarto, e dal livello orizzontale delle onde non più profonda di 28 passi verso il mezzo. Ciò che non è quarzo o calcarea ne' monti di questo promontorio, simili a quelli del vicino capo Scitico, non è spesso che arenaria incoerente, di cui i letti delle terre si riempiono dopo le grandi alluvioni che lavano l'immensa superficie di queste grandi montagne, dall’uno all’altro Iato del canale di Messina (304); e da ciò forse ripeteva Solino la singolare natura del suolo del promontorio col dire di esser tale, che l'umidità non vi produce fango, e la terra non vi si scioglie in polvere per la siccità (305). A misura che ti avanzi dall’opposto continente, le rive si confondono; il capo Peloro s’immerge come un’onda nel seno dell'Italia, e ti credi nel fondo di una cala. Annibale vi s’ingannò, dicono gli antichi, quando nel 550, richiamato dall’Italia in soccorso della patria, passava nella Sicilia: furioso di vedervisi chiuso per ogni Iato, accagionò il suo pilota di tradimento, e fe’ gettarlo nelle onde, che Io portarono su’ greti del capo; ma due ore dopo scovriva lo stretto, ed il cadavere di Peloro, al quale fe’ innalzare un monumento (306). Così pure è fama che i Persiani per monumento della loro imperizia lungo l’Euripo di Calcide lasciassero il sepolcro di Salganeo, che uccidevano credendo di avere a tradimento traviato la loro armata dal golfo di Malca (307). Ma popolare fu quella tradizione, e senza ripetere le ragioni del Cluverio per dimostrar falso il racconto, il promontorio fu detto Peloro molto prima di Annibale ne' tempi antichissimi, né per altro certamente se non perchè era sacro a Giove Peloro de' Pelasgi della Tessaglia, il quale presiedeva ai tremuoti, sì terribili in quella contrada, e che considerato da Erodoto come Posidone o Nettuno, in sé riuniva i tre attributi di nume del tuono, di nume delle inondazioni, e di autore della fertilità (308). Celebri erano le feste che nella Tessaglia si celebravano in suo onore dette Pelorie, né altre che quelle poi dette Saturnali presso i Romani (309). I naturali fenomeni analoghi a quelli della Tessaglia di quella parte dell'isola e del prossimo continente scossi sempre da' tremuoti, bastarono per farlo consecrare prima a Giove Peloro (Ζεύς Πελωρος), e poi a Posidone o Nettuno, e Diodoro dice in fatti che sul promontorio era un tempio sacro al secondo di questi numi, che gl’isolani avevano in molta venerazione (310). Una quantità prodigiosa di fondamenti di edifizii costrutti con grandi pietre, e mura inoltre che occupavano una grande estensione un insigne viaggiatore ed artista descrive tra7 due pantani del Peloro, e presso il più piccolo, dove sembra che propriamente il tempio s’innalzasse. In mezzo delle mura era una cisterna, a cui portava l'acqua un acquidotto, di cui descrive gli avanzi a 200 tese da quelle rovine. I bei musaici che vi si scovrivano, una colonna di granito orientale, lunga 7 piedi, del diametro di 19 pollici, un capitello che vide ivi presso, e le dette costruzioni gli persuasero che grandiose abitazioni già vi furono, se non una città (311), e doveva dire più veramente l'antico tempio di Nettuno con gli edifizii che ne dipendevano. Il tempio stesso, al quale appartennero le ingenti colonne che ora adornano il duomo di Messina (312), un celebre siciliano archeologo scambiava pure colla primitiva città immaginaria degli Zanclei (313)sconosciuta agli antichi. Allo stesso Nettuno era forse sacra l’ara ricordata da Solino in uno de' tre laghi che già vi erano, e che separando le acque basse dalle profonde, non potevasi avvicinare senza perdere la parte del corpo che vi s’immergeva; il che forse accenna al divieto di pescarvi, che i sacerdoti del nume con religioso timore sapevano mantenervi. Due soli laghi ora vi sono, molto profondi e colle acque poco meno salse delle marine. Un canale provvidamente ne unisce uno col mare, e circondati come sono di boschetti di arbusti, stanza gradita di svariate generazioni di uccelli, il cacciatore vi trova, come ai dì di Solino, il doppio piacere della pesca e della caccia. Le famose conchiglie peloridi, così ricercate ne' romani conviti, vi abbondano come ai tempi di Orazio e Lucilio (314); ed oltre le miriadi delle quaglie che vi passano dal mezzodì, gli aironi, i fiamminghi, i gambini, le oche selvatiche con molti altri stranieri volatili e sino gli uccelli di paradiso vengono ad ospitarvi nella primavera e nel verno tra le piante acquatiche che vi crescono (315). Era del resto sul promontorio, dice Valerio Massimo, una statua speculatrice (316), o piuttosto una torre rimpetto alla statua che nell’opposto Iato dello stretto sorgeva presso la città di Reggio (317). Servio scrive che le Sirene prima presso il Peloro poi nell’isola di Capri ebbero il soggiorno (318), e questa tradizione mitica farebbe conoscere il passaggio, o le scorrerie Teleboi a cui ho riferito il mito delle Sirene (319), prima nelle coste della Sicilia poi in quelle della Campania, comeché Strabone non si pronunziasse tra le opposte opinioni di quelli che le situavano verso la Sicilia o l’Italia (320).
Quasi rimpetto il grande scoglio di Scilla pericoloso ai naviganti era il tragitto dello stretto. Cariddi ne fu detto il sito certamente da tempi anteriori ad Omero, il quale personificando i fiumi, i torrenti, e gli stessi numi, anche di Cariddi fece una diva, la quale ascondendosi sotto uno scoglio ombreggiato da un ingente caprifico, tre volte in ogni dì assorbiva, e tre volte mandava fuori le onde (321). Senza riferire le testimonianze di altri poeti che lo imitavano, non vi è viaggiatore o scrittore che non si burli del poeta, vantando i progressi della navigazione, pe quali non sono più terribili ai naviganti né lo scoglio di Scilla, né i vortici di Cariddi. Ma oltre che, divenuto più angusto lo stretto per le marine deposizioni, più rapida cominciò ad esservi la corrente, e l’urto delle onde più gagliardo, l'altezza degli opposti promontorii tanto simile è nello stretto, che quanto ora porge di meraviglia, tanto era cagione di terrore agli antichi, credendo che congiungendosi insieme, e di nuovo disgiungendosi presi ed inghiottiti vi rimanessero i navili (322). Come mare verticoso P. Mela e Plinio ricordavano Cariddi (323), ma Strabone la descriveva come una profondità immensa dove le correnti dello stretto sospingevano naturalmente le navi e le inghiottivano con grande avvolgimento e strepito d'acque, e quando le spezzavano, gli avanzi ne cacciavano alla spiaggia di Tauromenio, che perciò nominavano Copria (324); del che dubitando Seneca, raccomandava a Lucilio di scrivergli la verità del fatto (325). Non diversamente da Strabone altri antichi ricordano Cariddi come un gorgo profondo, in cui assorbite erano le navi (326), e lo stesso geografo col medesimo nome di Cariddi riferisce l'assorbimento dell’Orante tra Antiochia ed Apamea (327), come Snida l’assorbimento simile presso Gades nella spiaggia dell'Iberia (328); ed è certo da meravigliare di Cicerone, il quale scriveva, che se Cariddi fu al mondo, fu senza dubbio un animale (329). Per le testimonianze di Tucidide, il quale tutto lo stretto nominava Cariddi, e di Strabone che la favola Omerica cercava spiegare colle contrarie correnti dello stretto medesimo (330), sostenne il Cluverio che con tal nome tutto lo stretto devesi intendere (331), soggetto al flusso e riflusso, ed agitato dalla gagliardia de' venti; e, comeché le correnti in altri luoghi del globo incontrandosi talfiata vi formino un vortice, che produce nelle acque i fenomeni atmosferici noti col nome di trombe, come nell’Euripo della Grecia, ne’ Bosfori sì famosi per le correnti opposte (332), ne' canali dell’Arcipelago e nelle Antille, nel Sund e in quasi tutti gli stretti, le cui rive sono sporgenti e scoscese, senza dire del famoso Malstroem nella Norvegia, sì terribile ai naviganti, da ciò che avviene nel mare di Messina non può dirsi che fossevi una caverna sottomarina, un baratro immenso, come dice Virgilio (333), il quale se co’ secoli ha potuto divenir meno profondo col riempirsi di sabbia, tale nondimeno creder si potrebbe ne' tempi primitivi da potere assorbire i navili (334). Tal fenomeno si vede a circa 750 piedi dal lido di Messina, e che dicono Garofalo, o più correttamente Calofaro, non dal bollire delle onde, siccome altri han supposto, sì bene dalla prossima bella torre del Faro (da καλός ο φάρος), e che dà lume ai naviganti. Per sei ore la corrente monta o discende nello stretto allo spuntare o tramontar della Luna, ed il fenomeno si osserva quando la corrente discende, quando entra cioè da settentrione, né altro si vede che un ribollir continuo di acque agitate ascendenti e discendenti che si urtano e respingono in un giro circolare tutto al più di 100 piedi, ma più profondo di 500 piedi, e più grande quasi del doppio nel mezzo dello stretto. Quando contrarii sono il vento e la corrente e nella più dirotta lor veemenza, e quando sopratutto spira scirocco, molto più forte, più impetuoso e più ampio è il bollire, il riversare e il sollevarsi delle onde del Calofaro, dentro cui appariscono piccolissimi vortici. Se piccoli legni vi spingano dentro la corrente o il vento, si veggono aggirarsi attorno, ondeggiar, barcollare, ma non mai restare ingoiati; e solo van sotto e si perdono ove si riempiono d’acqua pe' sollevati flutti che vi si precipitano. Le stesse navi grosse sogliono incagliarvi, e qualunque vento e vele sono impotenti a trarnele fuori: agitate e sbattute da ogni verso, se da' piloti del, paese non sono tratte pel giusto filo della corrente, vengono furiosamente cacciate contro la vicina spiaggia, dove romponsi e si perdono (335). Anche Pausania descrive il mare tempestosissimo dello stretto, agitato da' venti contrarii spiranti dall'Adriatico e dal Tirreno; ma ne accresceva la meraviglia e lo spavento con ciò che soggiungeva delle bestie marine che in tal numero vi si attruppavano da ammorbare col puzzo l'aere circostante, sì che anche per esse ai naufraghi non rimaneva alcuna speranza di scampo (336). Nella descrizione dell'Euripo di Calcide, così celebre per la morte di Aristotele, ebbero pure la lor parte l’immaginazione e la poesia, per modo che lo stesso Strabone scriveva che non meno di sette volte in 24 ore il mare vi assorbisse e rigettasse alternativamente le acque (337), quando che non così spesso né a tempi determinati vi alterna il flusso e riflusso, prodotti dalla gagliardia de' venti (338). La torre del Faro è lontana da Scilla per ben 12 miglia, e se Omero dice che i due scogli non distavano l'uno dall’altro più di un tratto di saetta, ad un altro scoglio del Peloro è da pensare più da presso la punta della Calabria, nel punto estremo della catena montuosa che corre dietro di Messina (339). Da 20 a 12 stadii calcolarono gli antichi la larghezza dello stretto (340), che poi restringevasi anche quasi alla metà dell'ultima misura, a ritenere quella di soli 1500 passi tra il Calofaro e la punta di Coda della Volpe nella opposta spiaggia (341). Per le petrificazioni delle materie alluvionali che già notavasi nella punta del Faro, e che da epoche rimote tuttavia prosegue, il sito di Cariddi doveva cambiarsi, prolungandosi più al mezzodì quello che precisamente nell’entrata dello stretto assegnavano Omero ed Apollonio (342).
Ne’ dintorni di Messina Polibio ricorda il villaggio o borgata di questo nome, presso di cui per assediare la città si accampavano i Cartaginesi nella prima guerra contro i Romani, avendo occupato colle navi il mare presso il promontorio Peloro (343). Non essendo noto per la testimonianza di alcun geografo, sembra che sia stato di poca considerazione, ed affatto sconosciuto ne è il sito. Ma si può conghietturare che fu uno de' luoghi cominciati ad abitare Sicoli, i quali dal Lazio e dalle prossime contrade passavano nell’isola scacciati da' Pelasgi, dappoiché fu nella Sabina un'altra città dello stesso nome, che un topografo patrio attribuisce ai Sicoli (344). E poiché Diodoro, che parla della stessa guerra, le stesse posizioni attribuisce a’ Cartaginesi, ma in vece di Sunes il luogo vi si legge col nome di Eunes (345), la testimonianza di Polibio, spiegata dall’esposta omonimia, fa agevolmente emendare il passo di Diodoro, e con tutte queste cose restano dileguati i dubbi del Cluverio, il quale non seppe decidere se Eunes o Sunes fosse stato nome di luogo, o piuttosto di uno de' monti Nettunii (346).
Nelle stesse vicinanze di Messana fu pure il colle Calcidico ricordato da Diodoro, ed occupato da Gerone nella detta guerra, che contro i Romani combatteva collegato co’ Cartaginesi (347). È noto che i Nassii i quali nella Sicilia venivano dall’isola di Calcide, unendosi a' pirati di Cuma di origine Calcidesi anch’essi, fondavano la città di Zancle, né da altri che da questi antichi coloni il colle potè aver il nome, in memoria del paese che avevano abbandonato. Per la vicinanza della città e per la posizione de' due accampamenti si avvisò il Cluverio doversi riconoscere il colle Calcidico ne' prossimi gioghi che dalla parte di mezzodì, o al tramonto d’inverno sovrastano alla città istessa (348), e più precisamente, io credo, in qualcuna delle amene colline che sorgono presso la città, fra le quali primeggiano Oliveta, la Guelfonea la Caperina ed il Tirone (349).
Nel lido che alla distanza di XII miglia dallo stretto (350) incurvasi a guisa di falce verso mezzodì, e che dicono Braccio di S. Ranieri, o Lingua del Faro, seguiva Messana, tra le più antiche e grandi città dell’isola. Fu primamente fondata da' Sicoli, che la nominarono Zancle dalla detta figura del silo, perché Zanclio (ξανγκλιος) dicevano la falce (351); origine etimologica che da' seguaci delle favole alleravasi poi col dire, che fu così nominata dal suo fondatore Zanclo re de Sicoli, o figlio della Terra e coevo del gigante Orione, od anche dalla fontana Zancle, o perché in fine ivi Saturno nascondeva la sua falce (352). L’epoca della fondazione della città è storica, cioè dopo il passaggio de? Sicoli nell’isola, e non si sa comprendere d’onde S. Girolamo ne attingesse la data più antica di 577 anni prima della guerra Trojana, e che di 477 anni trascende quella che gli antichi assegnavano alla scacciata de' Sicoli dall’Italia (353), se pur non intendeva attribuirne l’origine a’ Sicani, i quali per le eruzioni dell’Etna abbandonavano la parte orientale dell’isola, occupata poscia da' Sicoli (354). I quali ne venivano poi espulsi da alcuni arditi corsali di Cuma dell’Opicia (355), da Pausania ricordati come primi abitatori della città (356). Ma Strabone, seguito da Scimno di Chio, afferma in vece che la prima greca fondazione di Zancle fu opera de' Nassii (357), ed egli sembra che dopo l’occupazione de' corsali condotti da Aratemene e Periere i Nassii, della stessa origine calcidica, stanziatisi sulla medesima costa, parteciparono a tale stabilimento, tanto più perché Pausania aggiugne che Cratemene col suo collega altri Greci invitò ad unirsi loro onde vieppiù fortificare la colonia nascente, né altri esser potevano che i loro stessi concittadini. Che se la colonia di questi Nassii fu secondo Scimno fondata dopo quella di Leonzio (01. XII, 3, A. C. 730), e con altri Calcidesi erano essi ormai stabiliti a Zancle prima del 2.° anno della XIV Olimpiade (358), ben si può con un ch. archeologo per l’epoca di tale colonia assegnare una data media, il 2.° anno della Olimpiade antecedente, o l’anno 727 A. C. (359). Sembra intanto che la città in breve fiorisse con questi nuovi coloni, e si può crederlo pel gruppo di Ercole in figura di combattente contro un’Amazone a cavallo consecrato in Olimpia da un Evagora (360) di Zancle, opera del Cidoniate Aristocle e delle più antiche che si conoscessero, di cui Pausania non seppe assegnar l’epoca, ma che dice anteriore al tempo in cui la città fu detta Messene (361).
Distrutta da' Persiani la celebre città di Mileto nella Jonia, gli Zanclei invitavano i Jonii di recarsi a Calacte luogo de Sicoli, ove fondar volevano una città. Con alcuni Milesii scampati alla rovina della patria si partivano i Samii, i quali fuggivano anch’essi la dominazione de' Persiani (362). E giunti sulle coste de' Locri Anassila non ancor principe, ma semplice magistrato di Reggio, il quale temeva de' possenti vicini, persuadevali ad impadronirsi piuttosto della bella e indifesa città di Zancle perché i Zanclei con Scite re loro erano all’assedio di una città dell’isola (363). Che condusse la colonia Cadmo di Coo, come scrive un ch. archeologo (364), non si raccoglie da Erodoto, il quale dice solo che fermò la sua dimora Samii a Zancle. Aveva ereditalo da Scite suo padre la sovranità di Coo, ed egli sembra che più anni dopo il passaggio de' Samii nell’isola passasse a Zancle dopo aver rinunziato per amore della giustizia al suo dominio (365); né poteva co’ Samii occupare la città soggetta a suo padre. Certo è che non andò guari ed Anassila scacciò i Samii di cui vedeva gelosamente crescer la potenza così presso i suoi dominii; e messivi ad abitare popoli diversi, e i discendenti sopratutto de' Messenii che condotti da Gorgo e Manticlo si erano stabiliti a Reggio dopo la seconda guerra contro lor combattuta (366), ne mutò il nome in quello di Messene, non dall'antica sua patria, come scriveva uno de' sommi storici (367), sì bene da quella di Alcidamida, di cui egli era il quarto discendente, e che a Reggio condusse la prima colonia degli stessi Messenii nella XIV Olimpiade (368). Tale impresa compiva Anassila nel primo anno forse del suo principato, che fu il 494 A. C. (369), quattro anni dopo la presa di Mileto (370). Riunite per tal modo le due città sotto l’autorità propria, poiché l’agro di Messana non era forse bastevole ai nuovi coloni, alcuni ne spediva a fondare la città di Mile (Milazzo) (371), la quale indi a pochi anni fondò l'altra colonia e città d’Imera. Al suo figlio Cleofrone affidava il governo della città di Messana (372), e se non è a dubitare dell’elogio di giusto che davagli uno storico (373), la città ebbe a prosperare ne' 18 anni del suo regno, non meno che ne' dieci anni che susseguirono sotto il governo di Micito, al quale con la tutela de' suoi figli affidava morendo la reggenza del suo stato (374). Per la popolazione sempre crescente della città due colonie fondò pure Micito, Bussento nell’Enotria e Tissa nell’isola (375). Ma molto diversa fu la condizione de' Messanii sotto il governo de' figli di Anassila, i quali furono perciò espulsi appena dopo sei anni di dominio (376), e Messana fu accresciuta di tutti quegli stranieri, i quali si rimossero dalle città che avevano occupate col patto di esser raccolti nell'agro Messanense. Come ebbero fine per tal modo in tutta la Sicilia le sedizioni e i tumulti (377), prosperarono i Messanii colle altre città dell'isola, e sebbene piuttosto deboli, seppero nondimeno liberarsi dalla soggezione de' Locri, e degli Ateniesi nella lor prima guerra dell'isola. Erano essi chiamati in soccorso de' Leontini combattuti da' Siracusani, e non sì tosto giunsero ai lidi della Sicilia (427 A. C.), che i Messanii lor milizie spedivano a Mite per porsi in aguato onde sorprenderli. Ma gli Ateniesi facilmente ne trionfarono, e le loro forze rivolsero contro Messana. La città si arrese, e dando ostaggi li assicurava della sua fedeltà (378). Ma indi a poco si ribellò ricorrendo all’aiuto de' Siracusani e de' Locri, i quali alcune navi lasciarono per difendere i Messanii. I quali furono poi assediati da’ Leontini e da' loro alleati dopo che ne riuscì a male l’impresa contro que’ di Nasso; ma insieme co’ Locri comandati da Demotele parte ne uccisero, altri ne posero in fuga, comechè poi costretti fossero a fuggire, inseguiti dagli Ateniesi sin dentro la città (379). Né tanto di costoro avevano a temere quanto de' Locri, i quali chiamati in soccorso da una delle lor fazioni, ne erano divenuti padroni (380);ma li cacciarono via poi che il savio Ermocrate di Siracusa a tutti i Sicilioti consigliava la pace e la concordia (381). E come nella prima, così pure nella seconda spedizione degli Ateniesi, quando 12 anni dopo chiamati furono in soccorso dagli Egestani e da' profughi Leontini (382), lor furono avversi i Messami, ricusando l’alleanza proposta da Alcibiade; il quale allorché richiamato era dal comando svelava le trame di quelli che dar volevano la città a tradimento (383).
Nel 406 (01. XCIII, 3) si allegarono i Messami co’ Siracusani contro i Cartaginesi che assediavano Agrigento, e col loro aiuto e di altri popoli italici (forse i Reggini) otteneva Dafneo, che tutti comandavali, la memorabile vittoria nella valle dell’Jmera (384). Per le condizioni della pace che Dionigi poi conchiudeva con Amilcare serbarono la loro autonomia (385), e nel 396 A. C. (01. XCVI, 1) la più valida resistenza opponevano ai Cartaginesi nella guerra con Dionigi di Siracusa, comeché sopraffatti dal gran numero de' nemici, parte incontrassero una morte generosa, altri si disperdessero pe' monti e i villaggi vicini, e la città fu in guisa distrutta dalle fiamme ed adeguata al suolo per ordine del comandante della flotta Imilcone, che difficilmente riconoscer potevasi ove già fu (386). Ma nell’anno stesso in cui fu abbattuta cercò Dionigi di rialzarla dalle sue rovine, popolandola con 1000 Locresi, 4000 Medmei, e 600 Messenii, esuli dal Peloponneso, da Zacinto e Naupatto, come narra Diodoro, il quale attribuisce Messenii non solo la riedificazione della città dopo l’ultima guerra co’ Spartani e la rovina della loro patria (01. CII, 4; A. C. 369), ma anche lo stesso cambiamento dell’antico nome di Zancle in quello di Messene (387). Anche Strabone scrive che i Messenii del Peloponneso popolarono la città, nominandola Messene dalla loro patria (388); e senza vedere un errore in questi storici, credo piuttosto che tal nome prima imposto da Anassila venne ad essere confermato al sopraggiugnere de Messenii. Ad ogni modo, veggendo Dionigi che gli Spartani si erano offesi dell’aver egli dato asilo ai profughi, li trasferì nell’agro di Abaceno presso il mare, dove edificarono la città di Tindari (389). Ma non tutti, perché lo stesso Diodoro scrive che la nuova città fu assediata da' Reggini, i quali di Dionigi si dolevano che fortificando Messana armavasi contro di loro. Liberatasi la città dagli assalitori, per breve tempo rimase nella fede di Dionigi, perché, come fu egli vinto in battaglia da que’ di Tauromenio ripigliò con gli Agrigentini la sua piena autonomia, rinunziando a' trattati (390). Né poi restò molto in balia d'Ippone, il quale se ne fece tiranno, e che cercando di fuggire quando eravi assediato da Timoleone, fu preso daMessanii e prima flagellato, poi fatto morire nel teatro della città (391). E liberi vissero i Messanii insino a che ingannati non lasciassero occupare la città dalle armi di Agatocle, il quale facendo poi trucidare quelli che in gran numero gli erano avversi, tutti atterriva con la sua tirannide; e non appena fu vinto da' Cartaginesi ad Ecnomo, che con altre molte città dell’isola si diedero ad Amilcare (392).
Ma ad una calamità maggiore delle già narrate soggiacque Messana 28 anni dopo, quando fu occupata d Campani o da' Sanniti di Capua. I quali come mercenarii dimoravano nell'isola sin da' tempi di Dionigi, a cui soccorrevano per ricuperare la tirannide (393). Furono pure agli stipendii di Agatocle, e dopo la sua morte uscirono a patti da Siracusa, e giunti allo stretto furono da’ Messanii ricevuti come amici ed alleati. Ma facendo barbaramente strage degli ospiti, come fatto avevano a Capua (394), se ne presero le mogli, ed occuparono la città, che nominarono Mamertina, da Mamerte (395) o Marte, che sopra gli altri numi adoravano. Lo storico Alfio citato da Festo, il quale presso a poco narra gli stessi fatti, scriveva ch'erano passati nell'isola in una delle lor sacre primavere, alla quale inducevali per causa di pestilenza Stennio Mezzio, de' lor principali cittadini (396), ed è da notare un tal nome perché s’incontra nella lapida che da gran tempo scoprivasi a Messina, e che in lingua volsca dicesi scritta (397), quando che è da dire piuttosto osca o sannitica. I Mamertini intanto, cresciuti di forze, molte castella presidiarono (398), e valendosi dell'alleanza co’ Romani che occupato avevano Reggio colla stessa barbarie che essi usata avevano con que’ di Messana (399), ed io credo per consiglio di Decio Campano che comandavali, sicuri dominavano la città ed il contado, non poco inquietavano i Cartaginesi e i Greci confinanti, e tributi riscuotevano da molti luoghi dell'isola (400). Si collegarono poi co’ Cartaginesi per impedire a Pirro il passaggio nell'isola (401); ed il primo pensiero del re di Epiro dopo l’espugnazione di Erice fu di combatterli, uccidendone prima gli esattori de' tributi, poi debellandoli, e smantellando da ultimo molte delle loro castella. Perciò, quando gli fu forza di abbandonar la Sicilia, i Mamertini, co’ quali alcune città si erano contro di lui collegate, postisi in aguato l’assalirono impetuosamente, e ne sgominarono l'esercito (402). Ma non perciò rimasero tranquilli, perché Gerone di Siracusa si mosse a combatterli, sì per l’odiosa occupazione di Messana, e sì per la distruzione di Canarina e di Gela. Dopo che trionfavano nella pianura di Mile (01. CXXVII, 4; 269 A. C.) (403), sarebbe riuscito a scacciarli da Messana e dall’isola, se non ne fosse stato distolto dall’astuto Capitano Cartaginese Annibale, onde poi stringerli di assedio nella città colle forze comuni. Oltre l’aiulo de' Cartaginesi, ai quali si arresero con la rocca, chiesero anche quello de' Romani, e l’ebbero non tanto per la giustizia della loro causa, quanto pel timore che inspiravano i Cartaginesi, i quali padroni ormai di gran parte dell’isola, sarebbero facilmente passati in Italia. Non sì tosto il Console Appio Claudio, spedito in lor soccorso, giunse a Reggio, che con minacce ed inganno scacciarono il Capitano Cartaginese, chiamando il Console per consegnargli la città. La quale essendo da' Cartaginesi assediata, con essi collegavasi Gerone, credendo propizie le circostanze per iscacciare i Campani fuori della Sicilia. Ma Appio giunse a Messana, e prima vinse e pose in fuga Gerone, poi debellò i Cartaginesi (404), e con queste imprese il dominio di Roma cominciò ad allargarsi fuori d’Italia, e la prima guerra punica ebbe principio, nella quale, come ne' tempi che poi seguirono, restò la città in potestà de' Romani.
Delle accennate vicende di Messana dalla prima fondazione greca insino all’occupazione de' Mamertini rimangono molte e diverse monete, che oltre gli storici ne attestano la varia fortuna. La più antica, di argento, ha da un lato un delfino coll'epigrafe DANKLE, e dall’altro un quadrato incuso col disegno di una fabbrica a due porte, come nelle monete di Caulonia e Crotone, ed in mezzo una testa virile imberbe, o una conchiglia (405). Senza attribuirla per la semplicità del lavoro ai Sicoli, o per la leggenda ai Campani, come con manifesto paracronismo si è sostenuto (406), dico piuttosto che fu battuta d& Nassii, i quali già trovarono il luogo fortificato da' pirati di Cuma, così che la figura della detta fabbrica, in parte di fronte, e in parte rientrante, giudicar si può della prima fortificazione di Cratemene e Periere, per opera dei quali, essendo disabitato il luogo, fu cinto di muraglia quanto era dintorno alla cala, come dice Pausania, per uscirne a fare scorrerie per mare, e ritirarvisi con sicurezza (407). L'antichità del quale tipo, posteriore nondimeno ai Sicoli, ai quali è difficile attribuir monete, vien confermata dall'epigrafe AANKLE, nella quale si vede la prima lettera A in vece di AE, o Z, oltre che è noto che gli antichi Greci usarono spesso il A per la Z, e i Dori la Z in A mutarono sovente (408). Edel pari molto antica, ma di un'età posteriore, è l'altra moneta, anche di argento, colla leggenda MESSENION e i tipi della testa di un leone da un lato, e di un toro dall'altro, in tutto simile a quella di Reggio coll'epigrafe RECION, che fu da quella imitata. Oltre l'antichità delle lettere nella leggenda (il σιγμα pelasgico S, Ι'E, e l'O in vece dell'H e dell'o), i tipi stessi delle monete di Samo, ne dimostrano l'epoca, quando cioè la città fu in potestà de' Samii (409). Alla testa del leone è aggiunta al di sotto una lepre in altra moneta di argento coll’epigrafe MEXSANION da una parte, e Giove sedente coll’aquila dall’altra, come in quella di Reggio colla leggenda RECINOS retrograda. Ed anche più numerose sono quelle col detto tipo della lepre corrente da un lato, e dall'altro di un uomo in una biga, tirata talvolta da un solo cavallo, e coronato dalla Vittoria coll’epigrafe MESSENION, ed anche ME22ENION, MESSAMON e ME22ANION. I tipi identici ho descritti nelle monete dì Reggio (410), e così le une come le altre furono battute da Anassila, il quale nelle due città ebbe dominio, vinse ne' giuochi olimpici, ed introdusse le lepri nella Sicilia (411). A tali monete si può per l'antichità aggiugner l’altra anche di argento coll’epigrafe ΜΕΣΣΑΝΑ da un lato e la figura di una donna in un cocchio, di cui modera il cavallo, e la leggenda HAN dall’altro con Pane sedente sopra una rupe in atto di carezzare una lepre. Meno antiche sono le altre, di argento e di bronzo, con nel dritto l’epigrafe ΠΕΛΩΡΙΑΣ, come chiamavasi la rocca della città (412) per la vicinanza al promontorio Peloro, e la testa di Cerere coronala di spighe per accennare alla fertilità del luogo, e nel rovescio la leggenda ΜΕΣΣΑΝΙΩΝ ed un guerriero armato di asta e di scudo, che l’altra leggenda ΦEΡΑΙΜΩΝ presso il medesimo tipo dichiara pel figlio di Eolo Feremone, al quale la tradizione mitica attribuiva l’impero dallo stretto al promontorio Lilibeo (413). Tra i diversi templi della città v'ebbe quello di Nettuno, ed un’altra moneta ne porta il nome iscritto ΠΟΣΕΙΔΩΝ con una testa barbata e laureata, la solita leggenda nel rovescio ed un tridente tra due delfini. Ma colla perfida occupazione Accampani mutandosi le sorti ed il nome di Messana, moltissime monete di bronzo ne rimangono, nelle quali essendo costante la leggenda ΜΑΜΕΡΤΙΝΩΝ, si veggono i diversi tipi di Giove, di Apollo, di Ercole e di Marte. Se l’ultimo di tali numi, dal quale i Mamertini s’intitolarono, non avesse accanto la leggenda ΑΡΕΟΣ (Mamers, o Mars), pel capo laureato e le fattezze giovanili si giudicherebbe Apollo, ed in questo giovine Marte la battagliera gioventù sannitica volle quasi esprimere se stessa. Oltre i tipi dell’aquila colle ali distese sopra un fulmine, di una Vittoria portante ramo e corona, di un toro sopra una clava, nel rovescio di queste monete ricorre spesso l’immagine del detto nume in un guerriero stante armato di asta e di scudo, talvolta clamidato, tal altra a cavallo, o in atto di vibrare un giavellotto, e con accanto una galea, o uno spiedo (414). E l’unica moneta con testa barbata e galeata e l’epigrafe ΑΔΡΑΝΟΥ nel dritto, e con un cane stante e la solita epigrafe ΜΑΜΕΡΤΙΝΩΝ nel rovescio (415) mostra forse che i Mamertini estesero il dominio sino alla città di Adrano col celebre suo tempio, il quale da gran moltitudine di cani, come poi vedremo, era custodito.
Ma per modo furono distrutti gli avanzi degli antichi edilizi, della città, che Messina ha l’apparenza di una città moderna. Non vi è traccia dell’antica sua origine, e non solo non vi rimane vestigio demolii pubblici edifizii che fa presupporre Festosa sua popolazione ai tempi romani (416), ma anche di quelli che vi si vedevano ne’ secoli a noi più vicini. Avanzi dalle antiche mura vi erano nel secolo XVI nel borgo detto Zaera, nel piano di S. Mercurio, ed a S. Maria della Porta, dove l’arco con molte reliquie dell’antica muraglia si rompevano per l’arrivo di Carlo V. Altri vestigi delle stesse muraglie s’indicano pure nel chiostro de' PP. Capuccini (417), e solo per oscure tradizioni sappiamo i siti de' templi di Castore e Polluce, di Nettuno e di Venere nel recinto della città, e fuori delle mura di quelli di Ercole, di Giove e di Diana. Il primo, comeché non ricordato dagli antichi, può ben supporsi edificato da Messenii, i quali come compatrioti tenevano i numi a cui fu sacro (418). Ne’ tempi cristiani fu convertito in chiesa dedicata a S. Porfonia o Febronia, e poi a S. Filippo d'Agirò de PP. Trinitarii nella piazza di S. Marco (419). Quello di Nettuno fu quello appunto che fu poi dedicato all'Annunciata de' Catalani in contrada della Darsena presso a Castellammare, la cui porta maggiore vedesi adorna d’iscrizioni arabiche, alcune delle quali furono spiegate dal Kircherio. Il tempio di Venere, piccolo, ma antichissimo, dice il Maurolico, fu abbattuto nella prima meta dello scorso secolo, e dedicato a S. Caterina nel monistero detto di Valverde (420). Ed un altro tempio sacro alla stessa dea già rimaneva presso la porta della città in contrada de' Gentilmeri, poi piccola cappella dedicata all’Immacolata rimpetto la chiesa di S. Cosmo e Damiano. pe' molti geroglifici egizii e per le immagini di diversi numi che veggonsi sotto la porta della chiesa dell’Alemanna si è pur creduto che s’innalzasse sulle rovine di un altro antico tempio (421), e più certo egli sembra che uno ve ne fosse sacro ad Esculapio ed Igia, come fa credere la seguente epigrafe scolpita sopra un’ara, in cui sono detti numi tutelari della città (422):
ΑΣΚΛΗΠΙΩ
ΚΑΙ ΙΓΕΙΑ
ΣΩΤΗΡCIN
ΠΟΛΙΟΥΧΟΙΣ
Che v’ebbe un tempio sacro ad Augusto dalle seguenti iscrizioni si raccoglie (423), in etti è memoria di alcune consecrazioni a Giove O. M., ed a Cerere Frugifera, l’una di M. Silio Paita, l’altra di P. Egnazio, Seviri Augustali e Patroni insieme della città di Messana.
M. SILIVS. M. F. GALERIA PAITVS. V. C. LEG. LEG. 111. ITALICAE. P. FID CVRATOR. COLL, FABR. MES SANEN. PROCOS, PROVINCIAE CAMPANIAE. PROCOS. SICILIAE. ET QVESTOR. PROVINCIAE. AFRICAE BYZACENAE. COM. PALATINVS TRIBVNVS. MILIT. LEG. FRETEN LEGAT, LEG. I. ADIVT. P. FELIC IIII VIR. STLITIBVS. IVDICAN PATRONVS. COLL. FABR VI. VIR. AVG. I. O. M. D. D |
CERERI, FRVGIF SACRVM P. EGNATIVS. P. FIL GALER. PROCVLVS MAGISTER. VI. VIR AVGVSTALIS. PAT RONVS. MESSANEN IIII VIR. QUINQVEN ET. PRAEFECTVS. FABR. NN SVA. PECVN. DEDICAVIT |
Ma il più antico e ’l più celebre di questi templi fu quello dedicato ad Ercole, che alla colonia de' Messenii consecrava Manticlo. Sorgeva fuori le mura della città, e dicevasi di Ercole Manticlo dal nome del fondatore (424), ed uno de' noti conduttori della colonia de Messenii nella città di Reggio. Ai dì del Maurolico tuttavia rimaneva questo tempio (425), e fu quello che fu consecrato prima a S. Michele, e poi a S. Giovanni Battista de' Fiorentini. Per allinearsi la strada d'Austria fu abbattuto nel 1604 e riedificato colle stesse antiche pietre, misura e simetria poco lungi dal sito dove già sorgeva, ed è da notare l’orazione detta al senato di Messina onde si desistesse dal rovinare un tempio sì antico (426). Accanto di questo tempio, e propriamente presso il Palazzo Arcivescovile è fama che fosse la casa del celebre Cajo Ejo (427), di ornamento non tanto a chi abitavala, dice Cicerone, quanto alla stessa città. Celebre per l’antichità e le statue di numi erane il sacrario, visitato da quanti Romani conspicui giugnevano a Messana. Con una statua di Ercole, opera di Mirone, eravi il simulacro della Buona Fortuna, quella di Cupido, scolpita da Prassitele, con altre due statue di Canefore di Policleto di esimia bellezza (428). Sul colle della Copertina fu il tempio di Giove, al quale accenna la riferita epigrafe di M. Silio Paita, e che da S. Gregorio Magno dedicato poi a S. Maria extra moenia fu alla fine abbattuto al tempo del Maurolico (429). E come molto celebre diversi scrittori ricordano quello di Diana sulla spiaggia Peloritana, e nel sito della Rotonda dedicata a S. Maria della Grotta.
Fra le greche epigrafi della città notabile è la seguente, la quale da un Aurelio Eutiche posta sulla tomba di alcuni giovani Ciziceni (430) naufragati, come sembra, nello stretto, e scoperta non intera, fu dopo altri tradotta dal Torremuzza, poi supplita, come si vede, da due dotti ellenisti (431). Potendo la restituzione essere pur diversa, della versione dell’archeologo siciliano adduco solo le parole che più si convengono a quelle dell’epitaffio.
ΑΥΡΗΛΙΟC
ΕΥΤΥΧΗΣ TOIC KAΤΟΙ
XOMENOIC MEIAC XΑΡΙΝ
Θ K
ΚΥΖΙΚΟΣ ΗΝ ΜΙΑ ΠΑСІ ПАТРІС ΚΑΙ ΜΟΙΡΑ ΔΕ ΠΑΝTAC
ΩΛΕΣΕΝ ΗΙΘΕΟΥΣ Ω ΠΑΡΟΔΕΙΤΑ ΜΙΑ
ΟΥΔ HMAC AΝΕΙλών τις αυηγαγε συγγενέεσσιν
θάψαι ὀδυρομένοις, αλλοτρίας δ'ἐπὶ γῆς
καὶ νεκυάς περ ἀνὴρ ξένος! ΑΥΤΟΣ ΕΧΕΙ ΕΠΟΘΗΣΕΝ
[χήμΐν] ΤΕΥΞΕ ΛΥΓPOIEC M[2]ΜΑΤΑ ΜΥΡΟΜΕΝΙΟΣ
ΟΥ ΤΟ ΚΑΛΟΝ ΚΟΣΜΕΙ ΠΕΡΙΚΕΙΜΕΝΟΝ ΟΥΝΟΜΑ ΤΥΜΒΟΥΣ
ΟΥ [2]ΛΥΚΥΣ ΕΕΘ ΗΜΕΙΝ ΚΑΝ ΦΘΙΜΕΝΟΙCIN ΕΡΩΣ.
Aurelius
Eutyches Defunctis
Memoriae caussa
D. Μ.
Cyzicus fuit una omnibus Patria, et Sors omnes per-
didit Juvenes, o Viator, eadem.
Nec nos (suscipiens aliquis tulit parentibus,
Ut sepelirent, flentibus, sed aliena in terra
Et quanquam mortuos homo peregrinus nos habere) desideravit
(Et nobis) extruxit tristibus monumenta lacrymans.
Non pulchrum appositum nomen Tumulus ornat,
Non dulcis nobis, quamvis mortuis, est amor.
Scrive Pausania che i Messenii mandando ogni anno ab antico a Regio un coro di 35 giovanetti, e con quello un maestro ed un trombadore ad una certa festa domestica de' Regini furono una volta sorpresi da burrasca nello stretto, e neanche un solo ne ritornò salvo; che la nave sparì co’ giovanetti in un gorgo. I Messenii fecero lutto per la perdita di que’ giovanetti, e tra le altre dimostrazioni che immaginarono per onorarli, ne consecrarono i ritratti io Olimpia fatti di bronzo, e con quelli il maestro del coro, ed il trombadore. Un antica iscrizione dichiarava essere doni dei Messenii dello stretto. Il poeta Ippia compose poi alcuni versi elegiaci in loro onore, e le immagini furono lavoro di Catione eleo (432). A questo fatto narrato da Pausania credè il Walter potersi riferire l'addotta epigrafe (433); né diversamente si avvisarono alcuni storici Messinesi (434), e v’ebbe pure chi scrisse che la festa annuale celebrata Regini non fu per altro istituita che in memoria della scacciata de' figliuoli di Anassila (435). Certo è che le arti musicali e del canto furono in pregio a Messana per così insigne monumento, al quale fanno riscontro le due seguenti epigrafi, l’una di un Commediante di Pafo nell’isola di Cipro, e l’altra di un Musico (436),morti entrambi nella città, e tali iscrizioni basterebbero a dimostrarci ch'ebbe ad esservi un Teatro, se ci mancasse la riferita testimonianza di Plutarco, da cui sappiamo che vi fu di fatto (437):
ΠΑΦΙΑΝΟСПАФІ ΟΣΤΗΔΥΠΟΓΗ ΛΕΛΙΜΕΚΩΜΩ ΔΟΥΛΙΦΘΕΙΣ ΤΟΝΒΙΟΤΟΥСТЕ ΦΑΝΟΝ |
Paphianus Paphius hac sub terra conditus sum Comi cus relinquens vitae coronam
|
ΑΓΡΙΠΠΕΙ ΝΩΜΟΥ ΕΙΚΩ ΜΝ HMOCY NON |
Agrippi no Musico Monumentum
|
Poche altre epigrafi, oltre le già riferite, ci rimangono di Mestano, e di tutte la più antica è certo la seguente (438):
ΣΤΕΝΙΣ ΚΑΛΙΝΙΣ ΣΤΑΤΤΙ Η ΙΣΑ
ΜΑΡΑΣ ΠΟΜΠΙΔΑΤΙΕΣ ΙΥΜΩ ΖΙE KE
ΜΕΔΔΙΞ ΟΥΦΕΝΣ
ΕΙΝΕ ΙΜΑ ΤΩΣ ΤΟ ΜΑΜΕΡΤΙΝΟΝ
ΑΠΠΕΛΛΟΥΝ Η ΙΣΑ ΚΟΡΟΝ
Per essersi diversamente letta si è in diverso modo spiegata, e senza addurre le varie interpretazioni che legger si possono nelle dotte opere del Kircher, del Jannelli e del Grotefend (439), dico solo che anziché di soggetto pubblico parmi piuttosto sepolcrale, e scolpita come è in greci caratteri, salvo poche parole inintelligibili, perché o malamente lette, o malamente scolpite, credo potersi leggere: Στενις Καλινις Σταττι Υιος Αμαρας Πομπτινατες.... (440) Και Μεδδιξ Ουφενξ Εινεαατες (441) των Μαμερτινων Αππολλονιαε..., ed interpretarsi: Stenio (442) Calinio figlio di Stasio, della Palude Pontina Curatore, Meddix degli Ufentini (443), per nove anni (Meddix) de' Mamertini, ad Apollonia… Da quest'altra iscrizione, scolpita nel lato opposto della lapida di Esculapio ed Igia, è noto che i Messanensi una statua innalzarono al migliore degl’Imperatori M. Antonino Pio, che senza adulazione nominavano Padre della Patria (444):
ΑΙΛΙΩ ΑΔΡΙΑΝΩ
ΑΝΤΩΝΕΙΝΩΙ
ΣΕΒΑΣΤΩ ΕΥΣΕΒΕΙ
п п
E dal seguente epitelio (445) di un Archedemo di Mira, città della Licia (446), il quale per se, la sua famiglia e i suoi posteri, non meno che pel Popolo de' Mirensi costruiva il sepolcro, conosciamo da che lontane parti si convenisse a Messana, e per ragione di commercio, come è da credere:
ΤΟΝ. ΤΑΦΟΝ. ΚΑΤΕΣΚΑΥΑΣΑΤΟ, ΑΡΧΕΔΗΜΟΣ
ΡΟΜΑΠΠΙΟΥ. ΕΑΥΤΩ. ΚΑΙ. ΤΗ ΓΥΝΑΙΚΙ. ΑΥΤΟΥ
ΜΑΚΑΩ. ΑΜΑΡΟΥ. ΚΑΙ ΤΟΙΣ. ΤΕΚΝΟΙΣ. ΚΑΙ. ΤΩΝ. ΤΕΚΝΩΝ
ΤΕΚΝΟΙΣ. Κ. ΑΝ. ΔΕ ΤΙΣ. ΘΑΝΗ. ΚΟΙΝΩΦΕΛΕΙΣ. ΤΟ
ΜΥΡΕΩΝ. ΔΗΜΩ. ΚΑΙ. ΤΗ. ΠΕΡΙ. ΔΙΟΣ. ΟΥΣΗΣ
ΠΑΝΤΙ. ΤΩ. ΗΜΙΣΕΙ
Due titoli sepolcrali del tempo de' Romani non voglio in fine trasandare, de' quali Fano ci ricorda l’esattore della vicesima delle eredità (447), tributo istituito da Augusto, del quale è memoria in altre epigrafi (448), e l’altro un L. Schio Juncino (449), che dopo diverse cariche militari e civili, sostenne quella di Giuridico dell'Egitto, e però è da riferire al secolo degli Antonini, perché M. Aurelio Antonino in vece de' Consolari di Adriano istituiva i Giuridici per tutto l’Impero (450):
DIS. MANIBVS
EPITÝNCHANI. CAES
N. SER. CANDIDIAN
QVIEXIEBAT. INOFFICIO
ASIAE. ARK. XX. HERED
_____________
L. BAEBIVS. L. F.
GAL. IVNCINVS
PRAEF. FABR. PRAEF
COH. IIII, RAETORVM
TRIB. MILIT. LEG. XXII
DEIOTARIANAE
PRAEF. ALAE. ASTYRVM
PRAEF. VEHICVLORVM
IVRIDICVS. AEGYPTI
In fuori del basso rilievo che decorava un sarcofago di marmo, e che ora si vede nella piccola chiesa di S. Giacomo, e di un sarcofago ornato di bassi rilievi che ora serve a ricever l’acqua di una fontana presso la porta del Teatro (451), niente altro di antico si vede nella città di Messina. —Due strade da questa città correvano lungo due lati dell'isola; l’una, opera di Pompeo, e però detta Via Pompeia, conduceva al Capo Peloro (452), e l’altra, detta Via Valeria, estendevasi sino a Lilibeo delle quali altrove colle stazioni e le distanze tra città e città indicherò il corso.
De’ monti che si diramano dalla grande catena del Dinnamare ad 8 miglia da Messina, quello che corre verso Milazzo fu noto agli antichi col nome di Miconio, come sappiamo da Appiano, il quale scrive che dopo la presa di Milo Ottaviano Cesare andando incontro a Tisieno, generale di Sesto Pompeo, sbagliò la via intorno di questo monte, e dové pernottare senza tende tra pioggie dirotte (453). Senza che siavi dubbio che fosse qualcuno de' monti al di là di Milazzo, non so dire con certezza se fosse veramente la montagna di Bavuso dalla parte di quella città, come crede un dotto geologo dell'isola (454); dico solo che dal suo nome, che si grafica cavernoso (da μυχός, specus), può cercarsi in quello della indicata diramazione che più degli altri si presenta ripieno di grotte, osservazione che più spontanea presentar potevasi alla mente del citato naturalista. In quelle stesse vicinanze del resto ebbe ad essere Paleste, o la borgata de' Palesteni, noti per la sola testimonianza dello stesso Appiano, il quale dopo aver detto dell’occupazione del monte Miconio, scrive che Cesare devastò l’agro de' Palesteni (455). Tal nome il Cluverio credeva alterazione di quello degli Abacenini (456), il che non facilmente mi do a credere, sì perché l’un nome è molto dall’altro discordante, sì perché essendosi a Cesare fatto incontro Lepido, andarono insieme ad assediare Messana. L’agro de' Palesteni era perciò non molto lontano da questa città e dal monte Miconio, ed a volere emendare Appiano secondo il Cluverio, sarebbe da supporre che Cesare da Abaceno si fosse indietro ricondotto ad assediare Messana. Poiché come Macara nella Sicilia la città di Gaza della Palestina fu detta anche Minoa perché volevasi fondata da Minosse (457), e i Filistei da Creta passarono nella Palestina e nella Libia (458), dal detto nome de' Palesteni presse Messina ha creduto il Movers che una parte dispersa del popolo de' Filistei di Creta strettamente unita co’ Fenicii da quell’isola passasse nella Sicilia (459). Ma un’altra congettura somministra ancora il greco epigramma di Damageto che ricorda il lottatore (παλαιςάς) di Messana, e può credersi egualmente che negli ameni siti presso la città, uscendo dalla porta imperiale, sparsi di eleganti casine, che tuttavia serba il nome di Dromo) gli antichi Messanei si esercitassero al corso come nella lotta o palestra, i quali poi abitati, come oggidì, ritennero il nome di Palesteni.
Profonde solitudini, dice un viaggiatore, ha il tempo create lungo la strada che da Messina conduceva a Tauromenio, a Nasso a' valloni dell'Ibla, a Catania ed a Siracusa. Queste rive, ove si affollarono gli uomini e i numi, sono ora abbandonate, e la stessa natura vi ha perduto il suo splendore (460). L’erudito viaggiatore può appena risovvenirsi che oltrepassato il capo Scaletta, il capo Grosso che segue indi ad un miglio fu il promontorio Drepano degli antichi (461), nome ch'ebbe comune con altri luoghi di altre regioni, i quali si supponevano simili ad una falce (δρεπανή), il promontorio Drepano dell’isola di Creta, Drepane nella Bitinia, come si nominò pure la città di Corcira (462).
A 2 miglia dal Capo Grosso mette nel mare il piccol fiume di Nisi. il quale in molti rami nasce in uno de' gioghi del monte Scuderiapresso il paese dello stesso nome, a tre miglia dalla spiaggia. Comechè non ricordato dagli antichi, egli sembra che avesse il nome dalla piccola città o castello di Nessa, di cui parla Tucidide, e che il Cluverio confondeva con Inessa. posta alle falde dell’Etna (463). Dice lo storico che ne tenevano la rocca i Siracusani. e che indarno gli Ateniesi cercarono di occuparla (464). La quale non altrove è da situare che nel detto paese di Nisi. che serbavano il nome, perché dopo avere gli Ateniesi oppugnato Mila e Messana assalivano Nisa o Nessa per indi porre l’assedio a Siracusa; oltre di che nell’agro di Nisi si sono spesso scoperti sepolcri, vasi ed utensili di bronzo, che confermano l’opinione che ivi fosse una città antica (465).
Più oltre del descritto promontorio sulla grande strada che da Messana correva per la costa orientale seguiva la stazione col nome fenicio di Tamaricio a XX miglia dalla detta città (466). Nello stesso Itinerario alla parola Tamaricio segue quella di Palma, traduzione della prima, la quale dimostra che prese il nome da una palma, e che i Fenicii vi ebbero qualche piccolo stabilimento fra' moltissimi che appresso descriveremo. Anche ne' nomi de' luoghi della Palestina e della Siria incontrasi questo nome di Tamar, che nel semitico dialetto significa Palma, e corrisponde al greco nome di luogo Φοινικοῦς, come al punico Tamaricctum, luogo della Numidia (467). Il Lapie questa stazione mette a Casalvecchio, il quale per essere abbastanza dentro terra darebbe più tosto la preferenza a Savoca, più prossimo alla costa, per la quale correva l’antica strada, e con più di verisimiglianza ancora può supporsi che fosse più tosto alquanto più sopra nel sito della torre e marina di Palma, che ue avrebbe serbato l’antico nome.
Fra le piccole città dell’isola fu Arbela, o Arbele nel numero del più, che conosciamo da Filisto, Silio Italico, ed altri meno antichi scrittori (468). N è altro ne è noto se non che soccorse i Cartaginesi nella seconda guerra, e che celebri nell’arte del mentire ne furono gli abitatori (469). Ma dal suo nome, identico a quello di una città della Siria o della Palestina (470), il Movers ne ha dichiarata l'origine fenicia (471), che favorisce l’opinione del Parthey, il quale nella sua carta la situa dentro terra a non molta distanza da Tamaricio (472), che ricorda del pari un fenicio stabilimento.
Dopo il capo di Alì segue quello di S. Alessio, a 7 miglia dalla foce del fiume di Nisi, che fu il promontorio Argenno degli antichi. E ricordato dal solo Tolomeo, che lo situa erroneamente a 10 miglia antiche da Tauromcnio (473), mentre che non ne è più lontano di 5 miglia odierne. Non ebbe il nome che da' Greci, i quali glielo imposero dalla sua bianca apparenza (da ἀργεννός, albus). È molto pittoresco, e consiste in una rupe scoscesa, al di sopra della quale è un piccolo castello quasi rovinato (474). Graziosa a vedere si presenta la costa in queste vicinanze: i melogranati, i laurirose che covrono la riva, le valli e le rupi con una meravigliosa profusione, formano ghirlande porporine lungo i torrenti e i ruscelli dalla loro imboccatura sin dove le valli si restringono (475).
Dal descritto promontorio si contano 9 miglia sino a quello di S. Andrea, che forma la parte più sporgente di un’elevata catena di montagne, notabile per immensi massi di rocce, i cui svariati contorni presentano i più diversi contrasti; perché dove s'innalzano in picchi isolati, dove in piramidi colossali, o in alti piani tagliati quasi orizzontalmente. Dagli antichi fu distinto col nome di Tauro, comune a più monti e promontorii (476), e dalla sua simiglianza alla testa di un toro ben si convenne anche a questo, il quale in due ramosi corni si divide a piè di quel bizzarro ammasso di rocce per poi profondarsi a perpendicolo nelle onde del canale di Messina. Benché nella erronea posizione tra Siracusa e la foce del fiume Alabo, Tolomeo ricorda questo promontorio (477), nella cui vicinanza Dionigi il vecchio poneva gli accampamenti quando nell’01. XCVI, 1 (396 A. C.) combatteva i Cartaginesi (478). Come si arriva sulla montagna, si rimane attonito alla sua estensione, ne sfugge agli occhi la linea di contorno, un certo abbagliamento che non può evitarsi ingrandisce ancora le proporzioni del quadro, e si teme quasi, dica un viaggiatore, d’incontrar Titani sviati tra le rocce (479). Ma indi a poco i piani si distinguono chiaramente, e colla semplicità delle masse ammirasi l'unità della prospettiva. Dietro i piani delle due città aeree che vi furono sopra edificate, Tauromenio da' Greci, e Mola dal Califfo Abul-Hassen alcuni tetri e foschi gioghi si estendono a scaglioni a guisa di flutti, massi granitici a metà interrati nella sabbia de' greti, che a guisa di meandro si estendono a grande lontananza. Nel fondo del quadro, tra la terra ed il cielo, la cima dell’Etna si eleva maestosamente. Il suo pennacchio di vapori addolcisce e fa svanire le ultime creste della vasta montagna; la neve risplende tra due fuochi, e dopo la sommità del cratere il versante della montagna forma una linea inflessibile di una lunghezza prodigiosa che scende sino nelle onde, alle cui rive si confonde colle sabbie del lido. Su questa cresta di monti si trovano, scrive il citato viaggiatore, tutti i climi, come nel suolo di Taormina le memorie di civiltà diverse: l’aloè e la palma africana vi si mescolano co’ pampini dell’Italia; il mirto cresce nei campi; la betulla del settentrione e la quercia dell’Alemagna fecondate dalle ceneri dell'Etna, sul quale, dal fondo delle ardenti valli, ove maturano i pomi delle Esperidi e l’ulivo della Grecia, si veggono risplendere le nevi eterne del polo. Famoso per le sue cave di marmi è questo monte Tauro, il luogo dell’isola ove se ne trovano varietà in maggior numero. Ove il monte più si accosta al mare consiste in una massa di marmo giallo rosso, sparso di macchie bianche, in cui si trovano pure filoni schistopi e silicei. Ed oltre più varietà di alabastro che trovarsi nella valle dietro di Taormina e i frammenti di diaspro nelle alluvioni de' prossimi ruscelli, vuolsi ancora che fossevi una miniera d’oro.
Sopra una roccia del descritto promontorio, molto elevata sul livello del mare, e che sormontano altre rocce più considerevoli, fu la città di Tauromenio, alla distanza di 30 stadii da Messana (480). Primi a fondarla furono i Sicoli, i quali poi che i Cartaginesi distrussero Messana occuparono il monte Tauro, che cinsero di muro, e da tale dimora appunto (διὰ τὸ μεῖναι ἐπὶ τὸν Ταῦρον) la nominarono Tauromenio. Oltre che il Cartaginese Imilcone, che combatteva Dionigi, inducevali a stabilirsi su quel monte, si piacquero anche di riacquistare il territorio, d’onde i Greci espulsi avevano i loro maggiori, fondando la città di Nasso (481). Strabone scrive in vece che fu fondata da’ Zanclei d'Ibla (482), ma o fu questa una svista del geografo, o piuttosto di coloro che lo trascrissero, avendo egli forse scritto da’ Siceli d'Ibla (483). Non andò guari intanto, e vi furono assaliti da Dionigi, il quale e per le grandi fortificazioni che vi eressero, e pel risoluto coraggio con cui seppero difendervisi, non solo non riusci a snidarveli, ma vi perde anche una battaglia (484). Per le condizioni della pace che poi conchiuse co’ Cartaginesi la città rimase in sua balia, e scacciandone la maggior parte de Sicoli, vi collocò tra' suoi soldati i più scelti (485). Ma l'onore della fondazione propria della città rimase ad Andromaco, padre dello storico Timeo, il quale raccogliendo insieme i banditi da Nasso, abbattuta da Dionigi, li condusse ad abitare il Tauro, che dominava la città distrutta. E si per le sue ricchezze, sì per la nobiltà dell’animo, e perché ancora assicurò un asilo ai profughi, della nuova città ottenne facilmente il principato, e così seppe governarla con giuste leggi, che in breve tempo la città stessa si accrebbe di ricchezze e di cittadini, e divenne una delle più insigni dell’isola (486). Tauromenia fu fondata nel 3.° anno dell'Olimpiade CV (A. C. 358), ed indi a pochi anni poteva Andromaco favorire la prima impresa di TimoIeone, il quale da Corinto in aiuto de' Siracusani giugneva nell’isola, dandogli alcune coorti. Con queste accrescendo egli il piccolo suo esercito, presso Adrano (Adernò) debellò Iceta, che a Dionigi contrastava il dominio, ed occupò una parte di Siracusa nel 4.° anno dell'OI. CVIII (487) (A. C. 345).
Quando Pirro era per passare nella Sicilia soggiaceva Tauromenio al dominio di Tindarione, il quale mostrandosi a lui favorevole era apparecchiato a riceverlo nella città (488). Ma non andò guari e se ne impadronì Jerone (489), scacciandone certamente il tiranno, dopo del quale tempo egli sembra che la città rimanesse in potestà di Siracusa.
Alle dette vicende si riferiscono le monete di Tauromenio, le une di oro e di argento di egregio lavoro, coll’epigrafe costante TATPOMENITAN, le altre di bronzo, col tipo sulle une e sulle altre della testa di Apollo laureata, in alcune distinto nel dritto coll’epiteto di ΑΡΧΑΓΕΤΑΣ, doricamente in vece di ᾿Αρχήγετης, o conduttore, in altre col suo nome ΑΠΟΛΛΩΝΟΣ nel rovescio, e co’ tipi del tripode, o della lira, del bue a volto umano, o del toro andante o cornupeta, in allusione sì al nome della città, sì a quello del colle Tauro, in cui que’ di Nasso si domiciliarono. In vece della testa A Apollo è in alcune di queste monete una testa senile barbata ed ornata di diadema, che probabilmente può essere l’immagine del virtuoso fondatore e principe Andromaco (490). In altre colla riferita epigrafe nel dritto vedesi la testa di Palla de, e nel rovescio il Pegaso e la Nottola, tipi che accennano all’origine calcidese de' Nassii, nel cui agro successero i Tauromeniti, ed al dominio che i Siracusani, coloni di Corinto, ebbero nella città, al che non rifletteva un insigne nummologo quando dichiarava di non sapere spiegare la relazione che con Corinto ebbe la città di Tauromenio (491).
Dopo la presa di Siracusa (212 A. C.) la città non si arrese a Marcello che a patti di non porvi alcun presidio, e di non raccorvi soldati, al che egli obbligavasi con giuramento (492), e d’allora fu con Roma confederata come Messana (493). Nella guerra servile fu occupata da' ribelli, i quali strettivi di assedio da Rupilio, sostenendo la più cruda fame, vi si difesero disperatamente. Ma data la rocca in potestà de' Romani dal Siro Sarapione, vennero tutti in balia di Rupilio, il quale dopo averli martoriati, dalle vicine rupi faceva precipitarli (494); e tali fatti dimostrano che oltre alla vantaggiosa posizione per la naturale difesa ebbe ad essere anche ben fortificata. Strabone dice che alla sua età era meno popolata di Messana e Catana (495), sì perché era men grande di queste città, sì per le calamità sofferte nella guerra servile, e per rifornirla forse di abitatori una colonia vi spedì Ottavio (496), dopo la guerra, come è da credere, sostenuta contro Sesto Pompeo ne' mari dell’isola.
In fuori de' celebri cataloghi degli annui giuochi e Ginnasiarchi, e delle tavole marmoree, nelle quali si contengono le ragioni degl’introiti e degli esiti fatti da' magistrati della città, e che notabili sono pe' nomi de mesi de' Tauromeniti, poche greche iscrizioni ci rimangono di Tauromenio. Quella che segue era scolpita sopra una colonnetta che sosteneva un donario (497), da un L. M. Ermete consecrato alle caste dee (Cerere e Proserpina):
ΘΕΛΙΣ
ΑΓΝΑΙΣ
ΧΑΡΙΣΤΗ
PION
Δ. ΜΑΛΙΟΣ
ΕΡΜΗΣ
ΡΕΚΤΑΣ
Presso l’Ippodromo scopri vasi quest’altra epigrafe (498), con cui il popolo de' Tauromeniti onorava un Olimpo Mesto, figliuolo di Olimpio, al corso di veloce cavallo vincitore ne' giuochi Pitici a Delfo:
Ο ΔΑΜΟΣ ΤΩΝ ΤΑΥΡΟΜΕΝΙΤΑΝ
ΟΛΥΜΠΙΝ ΟΛΥΜΠΙΟΣ ΜΕΣ ΤΟΝ
ΝΙΚΑΣΑΝΤΑ ΠΥΘΙΑ ΚΕΛΗΤΙ
ΤΕΛΕΙΩΙ
É noto da Cicerone che i Marcelli furono i più antichi Patroni della Sicilia (499), e ad uno di questi nobili Romani i Tauromeniti coll’iscrizione seguente eressero una statua (500):
ΓΑΙΟΣ ΚΛΑΥΔΙΟΣ
ΜΑΑΡΚΟΥ ΥΙΟΣ ΜΑΑΡΚΕΛΛΟΣ
Nella greca epigrafe che i Tauromeniti posero in Roma alla memoria dell’egregia donna Giulia Bassilla (501), splendida (Λαμπάσια) nominarono la propria città, e tale fu veramente per gl’insigni edifizii che la decoravano, il Teatro, il Ginnasio, l’Ippodromo, o il Circo, oltre i templi e gli acquedotti (502), de' quali tuttavia si ammirano i vestigi fuori il recinto della città odierna. Il più ammirevole è il teatro, il quale prima che si scovrissero quelli di Ercolano e Pompei era il meglio conservato di tutti i teatri dell’antichità. I gradini ne furono tagliati nella viva roccia di una prossima collina, che si estende in semicircolo, e si abbassa insensibilmente verso la parte interna nella forma di una conca. Se si profittò di tale disposizione del suolo, che dispensava di costruire più piani di arcate e di corridoi per introdurre ai gradini, è pure da ammirarvi quel meraviglioso istinto dell'arte antica, che per lo più i teatri e i templi innalzava in luoghi eminenti, da cui l’occhio poteva spaziarsi, in vedute belle e magnifiche.
Non altrimenti da simili edifizii nella Sicilia non solo, ma anche nella Grecia e nell'Asia Minore, il Teatro di Tauromenio occupa la vetta di una rupe rivolta al mezzodì, all’altezza di 850 piedi sul livello del mare. La lunghezza del diametro dal piano interno del muro esteriore è di 208 piedi, e poteva contenere a giudizio di alcuni 40,000, secondo altri non più di 25,000 spettatori. De’ gradini, supposti nel numero di 14, di 20, ed anche di 28 a 30, non vi è più vestigio, e si va perdendo anche la traccia di quelli ch’erano tagliati nella roccia, ma coverti di belle pietre di taglio e di lastre marmoree. L’altezza totale de' gradini, dal piano dell’orchestra alle superiori gallerie, si è misurata di 29 piedi. Le due gallerie, per le quali gli spettatori s’introducevano, erano di opera laterizia, ed ornate all’esterno di pilastri, nell'interno di colonne e di nicchie per le statue che le decoravano. Più di tali pilastri tuttavia rimangono, e si veggono ancora 36 di tali nicchie, in mezzo delle quali, cioè dopo ciascun ordine di cinque nicchie, per mezzo di porte comunicavasi colla seconda galleria, la quale perché oscura esser doveva illuminata da lampadi. All’estremo delle gallerie sono vestigi di due scalinate, l’una a destra, aggiunta forse da' Romani, per la quale salivano le donne, l’altra a sinistra, che suddividevasi in tre, pe' magistrati, pe' cavalieri, che andavano ad occupare i primi sedili, e per la plebe che allogavasi negli ultimi gradini. In parte conservati sono i piccoli muri che cingevano il podio, destinato agli spettatori più illustri, e tuttavia vi si osserva un piano della galleria rettilinea che formava il proscenio, di fronte al quale è un sotterraneo corridoio, in parte aperto, che potè adoperarsi come βροντεῖον, pe’ vasi di bronzo ripieni di pietre per imitare il tuono. Quasi intera vi è la scena, o il λογεῖον de' Greci, in cui entravasi per due porte laterali (hospitalia) e per una più larga nel mezzo, ora distrutta, decorate di nicchie con statue e di colonne corintie. A’ lati del proscenio si veggono due edifizii rettangolari, nell’uno de' quali esser poteva il luogo destinato agli esercizii militari (strategeum) e l’altro distribuito in più sale era forse ad uso degli attori e de' cori; i quali par che fossero a due piani,comunicandosi dall’uno all'altro per mezzo di un portico molto stretto. Tutto il teatro, decorato di colonne del marmo variegato di rosso delle cave presso la città, oltre quelle di granito o di marmo di Numidia, di cui poi si abbellirono le chiese di Taormina, fu anche costrutto colla più rara perfezione. Comeché rovinato ed a cielo scoverto, il menomo suono vi si ode da ogni punto de' gradini, chiaro, distinto e declamato ciò che si pronunzia sulla scena. Autori della costruzione primitiva furono i Greci; i Romani la modificarono e raggrandirono, aggiungendo gli anditi a volta nell’intorno, ed alla galleria rettilinea una decorazione di colonne. L’edilizio fu spogliato e degradato da' Normanni. Frantumi di colonne in gran numero, di sedili (503), e di frammenti d’architrave rimangono sulla scena fra l’erbe e i rottami. Queste sparse rovine, le linee grandiose del teatro conservate nell’antica magnificenza, le muraglie dentellate dal tiempo, il colore rossastro delle opere laterizie in contrasto con quello ella roccia che le sostiene, gli archi e le colonne de' portici formano una veduta magnifica e pittoresca. Ma l’impressione prodotta dalla magnificenza e dalla bellezza di questi nobili avanzi dell’arte antica ben tosto si dilegua, dicono i viaggiatori, quando dalle parti superiori del teatro si contempla il sublime spettacolo che dall’intorno si offre alla vista, il mare nello stretto co’ graziosi contorni delle coste dell’isola, i fertili piani sparsi di villaggi e le verdeggianti colline, da presso Taormina e le sue povere case su’ fianchi del Tauro colle torri saracinesche tra le palme e i pini, e fin da lungi gli azzurrini monti della Calabria da un lato, e dall’altro l’Etna fumante e minaccioso al di sopra di tutta la sublime scena. Tutti i viaggiatori celebrano a gara le indescrivibili bellezze delle vedute che si godono da questo luogo dell’isola, e vi è tra questi chi non dubita di nominarlo il Paradiso della Sicilia (504).
All’oriente del teatro si veggono magnifiche rovine di un sepolcro in forma quadrata, simile alla tomba di Terone di Agrigento, dietro del quale è una vasta grotta naturalmente scavata sotto un’altissima roccia. Poiché fu nell'interno regolarmente decorata, i Greci ebbero a consecrarla a qualche deità campestre, se non alle Ninfe, od anche a Pale, dea de' pascoli, che ne' dintorni sono eccellenti (505). Nella vasta campagna che si stende al settentrione si sono scoperti sepolcri in gran numero, dove era la necropoli della città. Ma altri antichi avanzi più considerevoli sono dentro le mura della città odierna, al di sopra del convento de' Cappuccini, dir voglio gli acquidotti, opera de' Romani, che, aperti tra balze e dirupi nella lunghezza di 14 miglia, mettevano in cinque vastissime piscine, nelle quali si accoglievano le acque del monte Calfa, necessarie in tempo di guerra in un paese caldo e di difficile accesso. Di queste piscine la più piccola è molto ben conservata, ed un’altra si addossa al muro del Ginnasio, o piuttosto del Circo, di opera laterizia, e consistente in una serie di arcate, con in mezzo nicchie quadrate. Che non fosse una Naumachia, come già credevasi per la vicinanza colle piscine, chiaramente dimostrano le tracce scoperte nella parte inferiore di tre ordini di gradini. La chiesa di S. Pancrazio, il protettore della città nel sobborgo, o Rabatto, come lo dissero i Saraceni, si eleva sulle rovine di un picco! tempio antico, i cui muri laterali, costrutti di grandi macigni con pilastri agli angoli, sono tuttavia visibili. Sono ivi presso i ruderi di antiche terme, una volta rivestite di marmi, le cui mura semicircolari si elevano appena da servir di sedili, né altro rimane della città antica, distrutta dai Saraceni dopo l'assedio di sette mesi per ordine del Califfo Al-Moez nel 962 (506).
A 5 miglia dalla descritta città sorgeva Nasso, una delle più antiche colonie e città fondate da' Greci nell'isola. Le piraterie de' Tirreni, scriveva Eforo, e la barbarie de Siedi li tenevano lontani dalla Sicilia insino alla fondazione di questa prima colonia, di cui fu autore Teocle di Calcide. Spinto egli da' veliti sulle coste dell'isola, e conosciuta la debolezza degli abitanti non meno che la bontà del paese, ritornato in Grecia indusse i Calcidesi a seguirlo. I quali sciolsero in fatti alla volta della Sicilia con alquanti Jonii e Dorii di Megara per fondarvi una colonia (507). Tucidide, Scimno di Chio ed Euschio dicono come Eforo che fu questa la prima colonia che i Greci fondarono nella Sicilia, guidati da Teocle di Calcide (508), non di Atene, secondo Eforo; e Diodoro che ne conferma le testimonianze, aggiunge che i Greci scacciarono i Sicoli dal luogo ove si stabilirono (509). Ma nel primo stabilimento della colonia insorse una sedizione, per la quale essendosi i detti popoli divisi, i Calcidesi fondarono propriamente Nasso, e i Dorii Megara (510). La nuova città prese il nome d Nassii (511), abitatori di Nasso, una delle isole Cicladi, detta a cagione della sua fertilità anche Sicilia minore (512); i quali Nassii, celebrati da un antico scrittore come i primi che coniassero monete (513), furono gli stessi che gli Jonii di Eforo, perché a quel tempo era Nasso in potere degli Jonii. Tale colonia, fondata nel 3.°anno dell’Olimpiade XI, secondo apprendiamo da Euschio (514), ossia 734 anni a. C., per 258 anni rimase nel pacifico possesso del suo stabilimento, perciocché nel 1.° anno dell'01. LXXVI il re Jerone di Siracusa, trasferendo i Nassii a Leontini, diede ad abitare la loro città ad alcuni coloni del Peloponneso uniti a Siracusani (515). Egli sembra nondimeno che in parte ve ne rimanessero, se pur da Leontini non vi si ricondussero in occasione della guerra che poi scoppiò tra Leontini e Siracusa, perché, favorevoli agli Ateniesi nella lor prima spedizione in aiuto de' Leontini, pe' quali parteggiavano tutte le città calcidiche dell’isola (516), i Nassii valorosamente seppero difendersi dall’assalto de' Messami, che ribellati si erano agli Ateniesi (517), nell’0l. LXXVIII, 4 (a. C. 425). Certo è che anche nella seconda spedizione aprirono i Nassii le porte ad Alcibiade, e furono tra gli altri alleati di Atene (518). Ma la città fu poi distrutta nell'01. CXIV, 2, come venne per tradimento di Procle in potestà di Dionigi il vecchio, il quale a' Sicoli confinanti davane il territorio (519). I Nassii che sopravanzarono alla rovina della loro patria, protetti da' Reggini nemici di Dionigi, ebbero ad abitare la città di Mila co’ Catanei, anche espulsi dalla loro città. Ma, combattuta e presa questa città Messenii e dalle soldatesche di Dionigi, ne lasciarono partire i Nassii, i quali si stabilirono tra' i Sicoli e nelle città greche dell isola (520). Fu tale la diversa fortuna de' Nassii tosino a che per opera del magnanimo Andromaco trovarono una nuova patria in Tauromenio.
Diverse monete di argento si conoscono di Nasso, confuse spesso per la simiglianza con quelle della sua metropoli. Perché il tipo stesso di Bacco in diverse guise nel dritto vi si vede, or barbato (κατὰπώγων) nella più antica forma, che nella chioma e nella barba appuntata dà l'immagine di un grappolo (521), or in sembianze giovenili, e nel rovescio un grappolo, e lo stesso nume ignudo e sedente, piuttosto che un Fauno, o Sileno, con nella destra un vaso ansato, e nella sinistra il tirso, o due frecce, tra un ceppo di vite ed una statua di Priapo, coll'epigrafe retta o retrograda NA, NAXI, NAXION, ed anche NAZION (522), nelle prime delle quali è da notare l'antico uso dell'X in vece. Più antica ancora è da credere quella con la leggenda arcaica e retrograda MOCEAN (523);ed oltre quelle con bella testa senile diadematao laureata nel dritto, che sembra l'immagine del fondatore Teočle (524), una ve ne ha pure col detto tipo di Bacco sedente e l'epigrafe ΝΑΞΙΩΝ nel rovescio, e con testa giovenile coronata di edera nel dritto, che la leggenda ΑΣΣΙΝΟ mostra per quella del fiume Asine, alla cui foce la città era posta.
Di Nasso, dice Pausania, a' dì nostri non rimangono più né anco le rovine; ma che se ne mantenga il nome nella posterità n’ebbe il merito principale Tisandro di Cleocrito, per aver vinto quattro volte il pugilato in Olimpia, ed altrettante a' giuochi pitici (525).
Per la quale molto remota scomparsa della città ingannavasi il Fazello che ponevala a Schisò, sopra un promontorio a 2 miglia da Taormina, dove si vedevano antiche rovine (526), e comeché altri scrittori in quel medesimo sito la credessero posta (527), ne aveva già il Cluverio contro il parere del citato storico indicato il sito molto più lungi, dir voglio presso il fiume Freddo (528), che più oltre del capo Schisò mette foce nel mare. Perciò gli accennati ruderi non appartennero a Nasso, e più probabilmente con altri viaggiatori può dirsi che fu nel villaggio di Torre Rossa, dove si osservano rovine di sobborghi, di mura, e di acquedotti, e sopratutto di sepolcri (529). Torre Rossa è appunto l’avanzo di uno di tali sepolcri laterizii (530), dell epoca romana: altri ruderi di fabbriche, anche di mattoni, che ora servono di mura per case di privati, furono certamente meno antichi di Nasso, già distrutta innanzi che i Romani s’impadronissero dell’isola, e dimostrano che se la città non fu ricostruita, belli edifizii furono almeno innalzati nelle sue campagne.
A 2 miglia da Giardini, che altrettanto dista da Taormina, segue il capo Schisò o Peluso, un miglio dopo del quale mette nel mare il fiume Alcantara, così detto da' Saraceni dal ponte (Al Kantrah) di lave che vi si passa (531). Dicesi pure fiume di Calatabiano perché presso il villaggio dello stesso nome, situato all’occidente, a qualche distanza dalla sua foce. Esce da una valle in cui si contano sette piani di montagne, ed ingrossato dalle nevi dell'Etna, dalla Roccella, dalla Moja e da altri ruscelli, sbocca nel mare a 5 miglia da Taormina. Dagli antichi fu detto Onobala (532), nome che fu poi mutato nell'altro di Tauromenio (533) da quello della città vicina. Nessuno ch'io mi sappia ha investigato l'origine del primo de' detti nomi, ch'io non dubito di riferire ai Sicani, o agl'Iberi, per essere nota una città di Onoba appartenente a questi popoli (534), la quale corrispondendo all’odierna Gibraleon, o piuttosto Huelva, sulla costa dell’antica Betica, ci addita in parte il paese proprio, dal quale furono originarli gl’Iberi che si tramutarono nella Sicilia.
Al di là della destra sponda di questo fiume e sulla spiaggia (535) fu un tempio di Venere, celebre pe' grandi fascini maschili e femminili (τὰ ἀνδρῶν καὶ γυναικεῖα αἰδοῖα) che vi erano dedicati, noti agli antichi col nome siculo di Γεῤῥα Ναξιακά (536), per la prossima città diNasso. Per tali dedicazioni la Venere che in questo tempio adoravasi non sembra diversa da quella adorata nell’isola di Cipro, il cui simulacro presentava barbato il nume, ma in veste muliebre, con scettro e sesso di uomo, stimandosi maschio e femmina insieme; così che gli uomini le sacrificavano in vesti muliebri, e le donne in vesti maschili (537).
Al tempio di Venere seguiva l’Ara col piccolo simulacro di Apollo Archegete, che dedicavano i Calcidesi fondatori di Nasso tostoché nell’Olimpiade XI, 1,736 a. C. si stanziavano in quell'angolo dell’isola. Autore e conduttore (Αρχηγέτες) di quella colonia, come di molte altre, era stato Apollo, che perciò non solo con quella dedicazione veniva onorato, ma effigiato ancora sulle monete di Tauromenio, città che succedeva, come ho detto, a quella di Nasso. E in tale venerazione rimase quel simulacro che i sacri legati (θεωροί) ogni volta che scioglievano dall'isola, consultandone l’oracolo, gli offrivano sacrifizii (538). L’ara coll’immagine di Apollo rimaneva nello stesso sito presso del lido dove fu eretta sino ai primi tempi dell’impero (539), e non prima della propagazione del Cristianesimo nell’isola è da credere abbattuta.
Dopo accennato in generale nella Sicilia il castello Bido, il quale vedremo che fu nell’agro di Siracusa, Stefano Bizantino ricorda l’omonimo castello Bidio nell’agro di Taormina (540), e così l’uno come l’altro riconoscer si possono col Movers come fondati da’ Fenicii, perché un nome simile di città si ricorda nella Mauritania Cesariense (541). Senza altre notizie il Cluverio congetturava che riconoscer si debba nell’odierna città di Mascali, e propriamente nelle antiche rovine che veggonsi presso la rocca, e che il Fazello attribuiva erroneamente alla città di Etna o Inessa (542). Né di ciò può cader dubbio, perché un dotto topografo inglese nella città di Mascali ricorda la curiosa torre saracenica detta Castellum Bidais con altri antichi avanzi (543). L’antico castello Bidio ritenne dunque il nome primitivo sotto i Saraceni, e dalla situazione che Stefano gli attribuiva conosciamo che sino a Mascali si si estesero i confini dei Tauromeniti.
Dopo di Nasso Plinio ricorda il fiume Asine, che scorrevale dappresso (544), lo stesso senza dubbio che il fiume Acesine, che Tucidide attribuisce all'agro della stessa città (545). Col nome di Asinio lo annovera Vibio nel suo catalogo de' fiumi, comeché attribuendolo a Catania lo confondeva coll’Acio, o il fiume di Acque grandi di oggidì (546). A preferire il nome di Acesine, il quale parrebbe il più antico, sembrami potersi dedurre dal quieto suo corso (ἀκέαν σίνω). Ma ad un’antichità più remota accenna ancora quello di Asine, che dimostrerebbe il dominio de Messenii disteso sino alla sua sponda, per essere nota una città di ᾿Ασινή nella Messenia, che dava il nome ad un golfo di quella regione (547); talché se veramente nella Sicilia scoprivasi il frammento di greca epigrafe, in cui si contiene un decreto di rinnovamento di cognazione ed amicizia tra questa città di Asine e quella di Ermione nell’Argolide (548), nella città di Nasso io la direi posta, e forse ancora, e più probabilmente, nella stessa città di Messina per le relazioni più intime co’ Messenii, senza che spiegar non si potrebbe perché si ripetesse in una città dell’isola (549). Il fiume Asine del resto non fu altro che il fiume Freddo (550), non più largo di dodici piedi, quattro o sei profondo, e della lunghezza di quasi un miglio. Sorgendo in una gola d’una catena di monti al N. E. dell'Etna, prese il nome dalla freddezza delle acque, in comparazione sopra tutto di quelle Alcantara, perché nascendo dalle nevi, e con breve corso giugnendo al mare, serba la bassa temperatura delle prime sorgenti. Le sue acque, limpide e belle, contengono nondimeno molto acido carbonico e ferro solforato, che le rendono insalubri (551), qualità opposta ad un'altra greca etimologia, per la quale sembra ancora essersi detto per antifrasi innocuo (Ασίνης).
Nelle vicinanze del descritto fiume Onobala, ma molto dentro terra, dove riceve molti influenti, fu la piccola città di Tisse. La più antica memoria che se ne abbia è ne' frammenti di Filisto (552), ed è anche ricordata da Silio Italico nel tempo della seconda guerra cartaginese (553). Scrive il Cluverio trovarsene alteralo il nome in alcune edizioni di questo poeta, nelle quali scrivesi Thissae (554); ma questa me ne sembra la vera lezione, per la denominazione originata da Θυσσω, quatio, a cagione de' tremuoti prodotti dall’Etna, nelle cui vicinanze è posta in fatti da Tolomeo (555). Oltre di che nessun senso darebbe il nome di Tissae, a derivarlo dal greco, né panni che si possa derivare da altra lingua, ed insieme all’esposta etimologia, che dimostra vera la condizione naturale del luogo, se ne ha una pruova nel nome della nota città di Thyssus sul monte Athos (556). Come piccolissima città è ricordata da Cicerone, il quale ne loda i laboriosissimi coltivatori de' campi ed i frugalissimi cittadini spogliali delle loro sostanze da Verre (557). Alla distanza di 3 miglia da Randazzo verso settentrione nel luogo detto Cuba presso Malvagna sulla strada di Taormina s’indica il sito di questa città, della quale non rimangono più vestigi di edifizii, in fuori de' sepolcri scavati nella roccia, o nella terra, fatti di lastre di pietra. Nell’area ove già fu, coltivata da tempo immemorabile, si sono scoperte monete, armi, lance di bronzo ed altri istrumenti guerreschi, de' quali alcuni di ferro; oltre a rottami di pietre, di marmi, di terre cotte, vasi e lucerne (558), Per l’addotta testimonianza di Tolomeo è manifesto che la città ebbe a mancare dopo l’età del geografo, e non so intendere d'onde il citato viaggiatore sapesse che fu distrutta da' Siracusani al tempo di Dionigi il vecchio.
A circa 9 miglia odierne dalla città di Nasso seguiva anche sulla costa la città di Callipoli, fondata da’ Nassii (559) non molto dopo della stessa città di Nasso, perché Ellanico di Lesbo di più città della Sicilia attribuiva l’origine allo stesso Calcidese Teo (de, capo della colonia di Calcidesi e di Nassii (560), il quale fondata aveva la più antica colonia greca nell’isola. Anziché dalla sua bella posizione, o dalla bellezza de' fabbricati, egli sembra che prendesse il nome dalla stessa isola di Nasso, detta anche Callipoli (561), e per essere stata fondata da Nassii insieme e da’ Calcidesi par che si nominasse anche Calcide, perché delle quattro città di tal nome una ne viene situata nella Sicilia (562), la quale non può essere che questa medesima, ricordata del resto come un semplice borgo da altri greci scrittori meno antichi (563). Assediata e presa da Ippocrate tiranno di Gela, fu con Nasso, Zancle e Leonzio ridotta in servitù (564), e tale forse rimase infino alla morte d’Ippocrate e sino a che ai suoi figli Euclide e Oleandro non si ribellarono i Goloi. Né altro ne sappiamo se non che nella seconda guerra Cartaginese si collegò co’ Romani (565), ed al tempo di Strabone era già divenuta abitazione di pastori (566); così che egli sembra che da' Cartaginesi fosse stata distrutta perché parteggiato aveva co’ Romani. Se le rovine presso Mascali appartennero al Castello Bidio, esser non possono dalla città di Callipoli, come poi sostenne il Cluverio, per non esservi, egli dice, documenti certi dell’attribuzione di quelle rovine (567). Ma tali documenti sono nel nome' del castello Bidais, come tuttavia sì nomina (568), e non dubitando che la città di Callipoli fu in queste vicinanze, nelle quali si estesero i confini de' Nassii, come in tempi posteriori quelli de' Tauromeniti, dico piuttosto che fu più presso la marina nell’odierno borgo di Riposto, emporio pel vino di Mascali e di que’ contorni, nel quale in fatti si segna nella diligente Carta statistica dell’isola.
Dopo il fiume Onobala, la cui valle separa la formazione secondaria dalla giurassica di Taormina (569), sorge l'Etna, famoso nella storia della natura e delle favole. Alto come è circa 3300 metri, o 11467 piedi sul livello del mare (570), è la più sublime montagna non solo dell'isola, ma anche dell'Italia, e in masse veramente gigantesche si eleva tra le prossime contrade. Più che dal fenicio אנרחא Athuna, fornace, od anche Aetuna, caligine, come piaeque al Bochart (571), dal greco Αίθειν, dall'ardere, d'onde Aidiy, ed abbreviatamente Αίθνη (572) ed Αίτνη, ne sembra derivato il nome, perchè nella primitiva età de' Greci par che se ne sperimentasse dalle eruzioni la natura vulcanica. Ma Gebel-el-nar, o Montagna di fuoco, fu detto dagli Arabi dopo la conquista dell'isola, e di tal denominazione ritenendo il volgo la prima voce, con un pleonasmo nominavalo Mongibello.
L’Etna forma con la sua base la riva dell'isola nel lato orientale dell’estensione di 30 miglia, e ne' naturali confini del mare, del Simeto, e dell’Alcantara il perimetro non ne è più di 90 miglia. Elevandosi in forma di piramide a disuguali pendenze, presenta un piccolissimo rilievo, per cagione della diminuzione progressiva de' pendìi come vie via si dilungano dal centro del monte, e della grande estensione che tal diminuzione, di secolo in secolo accresciuta, ha dato alla base. Nella sommità della costa scoscesa che serve di limite alla montagna, comincia un terrapieno lievemente rigonfio, sul quale si erge un cono molto schiacciato, le cui pendenze vanno a terminare da ogni banda al piè d’una gibbosità irregolare, troncata del pari da una quasi piana superficie, sulla quale ergesi il cono che ne termina il cratere. Poiché Virgilio il fumante Etna fa scovrire ai Trojani come uscivano dal golfo di Taranto (573), l'altezza della montagna esser doveva ne' più remoti tempi quale è oggidì.
Strabone ne lasciò tra gli antichi la più esatta descrizione. «Sovrasta l’Etna, egli dice, principalmente alla spiaggia dello stretto e di Catania, ed a quella ancora che va lungo il mar Tirreno accennando alle isole de' Liparei. Nella piccola città di Etna è il principio dell’erta del monte, le cui parti superiori sono ignude e coverte di cenere, e piene di neve nel verno; quelle al di sotto coverte di querce e di piante d’ogni maniera. Di notte chiari fulgori appariscono dal vertice; durante il giorno è coverto di fumo e caligine. Pare poi che la sommità del monte riceva molte mutazioni secondo che le governa il fuoco, il quale talvolta si concentra in un solo cratere, tal altra invece si divide in parecchi (574), ed ora manda fuori rivoli di lava, ora fiamme e fumi, e quando ancora lancia in alto de' massi ardenti. Ed è di necessità che a tali mutazioni ne rispondano altre anche de' luoghi sotterra, e che s’aprano talvolta parecchie bocche nella superficie all’intorno (575).
Non altrimenti dal geografo dalle diverse naturali condizioni del monte in tre regioni si suol dividere da' moderni: 1.° la piemontese, o coltivata, che dal lato di Catania si estende a Nicolosi nella lunghezza di 42 miglia; 2.° la boscosa, tutta piena di boschi, che dura quasi 10 miglia; 3.° la deserta, o scoverta, lunga quasi 12 miglia, la quale mancando di vegetazione, termina presso il cratere; alle quali vi è chi aggiugne anche la quarta, quella del fuoco, perché vi cessa la neve che nella maggior parte dell’anno covre la seconda. Nel tempo sereno anche di lontano da' colori diversi si distinguono queste diverse zone, perché verde apparisce la prima, fosca e nera la seconda, e bianca la terza, quasi sempre più o meno coverta di neve. Per effetto del suolo formato da materie vulcaniche decomposte e dalla polvere che vi trasportano i venti e vi stemperano le piogge, svariata e copiosa è la vegetazione nella prima ai queste regioni, abbondante di pascoli ed irrigua, benché le moli grandissime gittate dal monte non pochi fonti e fiumi vi abbiano disseccati. La fertilità e la romantica bellezza di questa zona può appena sorpassarsi: viti, aranci, canne da zucchero, melogranati, mandorli ed olivi, ogni frutto, o fiore, che all’occhio o al gusto può recar piacere, vi si produce nella più ricca profusione, nel mentre che chiese, conventi e villaggi si veggono sorgere tra boschetti e giardini di agrumi e di palme. Anche le nere correnti di lava, che occupano la circostante contrada, accrescono la vaghezza della verzura e della rigogliosa vegetazione del rimanente. Le terre prossime all’Etna sono le più fertili della Sicilia, che riceve la vita dal vulcano distruttore, e gli stessi abitanti de villaggi sparsi sulle falde della montagna sono i più belli di tutta l'isola.
Nella seconda regione il suolo è composto di lave, come nelle parti più basse; ma essendovi visibili solo le più recenti, il rimanente, livellalo dal tempo e dalle acque fluviali, è coverto di una terra polverosa e grigiastra, di folti muschi, di piccole felci, ed altre piante, come la malva, la frassinella, l’orchide e simili. Benché le querce vi abbondino, altri alberi ancora ne popolano tutta l'estensione, i castagni, i faggi, gli elei, i sugheri, i pruni selvaggi, e nelle parti più alte i pini, gli abeti e le betulle. Gli antichi ricordano i boschi di questa regione media (576), e Diodoro scrive che Dionigi di Siracusa ne derivò gran parte de' legnami di abeti e di pini per la sua flotta nel 399 a. C. (577). Le piante aromatiche vi abbondano, le cui esalazioni, se crediamo a Plutarco, rendevano la caccia impossibile in diversi siti della montagna. Tutta questa regione è poverissima di acque, e già più chiaramente vi si appalesa la natura vulcanica del monte, ne' trafori simili a bocche di fornaci, da cui spesso esce il fuoco; e benché coverti d'alberi nella cima vi siano molti colli erti e selvosi, voragini grandissime anche vi sono, che han dovuto eruttar fuoco (578). Sono in questa regione siti degni della poetica Arcadia: selve oscure e selvagge, boschi impenetrabili, ombre deliziose e solitarie; ed appena si crede di essere sul più formidabile vulcano del mondo. Sarebbe difficile, dice un recente viaggiatore, dare un’adequata idea dell’aspetto di questa zona, di cui alcune parti rassomigliano alla Selva nera della Germania, o al più bel parco inglese, svariato da molti coni vestiti di boschi nella cima, che echeggiano a' tintinnanti sonagli de' greggi pascolanti tra le loro ombrose solitudini; altri non presentano che un deserto di lava, così scoverto ed arido come uscì la prima volta dal cratere (579).
Più si avanza in questa seconda regione, più la contrada apparisce tetra; gli uccelli vi sono rari, e vi domina un tristo silenzio. Con qualche carrubbio vi s'incontrano opunzie intristite, e cactus incatorzoliti; altrove fra gli screpoli della lava alcune orchidi, la frassinella, il sassofrasso, la scabbiosa ibrida e le cinerarie fan pruova di vivere; interrate per metà nella sabbia, queste piante non giungono a sviluppare le foglie. Presso Nicolosi l’ultimo villaggio che incontrasi salendo la montagna, se ne accresce in un tratto la rapidità del pendio, e la lava, ormai spoglia di vegetazione, si vede sparsa di punti brillanti e cristallizzati. All'altezza della Casa del Bosco trovasi non lungi da' mari africani la Flora delle Alpi giurassiche, e si può cogliervi la violetta, l'erodio, il berberi, il cinnamomo e la genziana, Contemplando a' propri piedi il cedro cd il mirto; due pollici dì terra sparsi sulla lava bastano a produrre tali prodigi dì vegetazione. Ma da quel punto il caos delle rocce plutoniche sì popola dì forme bizzarre e terribili, e sembra che dagli anfratti delle lave sorgano grandi fantasmi nelle più strane e minacce voli attitudini. In questa regione de' boschi si aggruppano alcuni tronchi secolari, vecchi castagni e querce contemporanee de' cavalieri normanni (580), e faggi inoltre, zappini, sugheri ed anche cedri, tronchi venerabili più e più volte fulminati, che sul letto di lave, tra le quali sono imprigionate le loro radici, si torcono ed agonizzano da più secoli senza poter morire. Proietti dal verno, la neve ne riscalda il piede, un rovescio dì pioggia ne rannoda alcuni rami alla cima, e questi giganti dell'Etna rinverdiscono e rivivono dalla lor propria polvere. Scarni,difformi, convulsi come le circostanti rocce, questi tronconi d'alberi proteggono alcune prunaie, e formano l’ultima regione boscosa. Chi la traversa si crede sviato, dice un viaggiatore in qualche sito della foresta del Nord, e pensa al Djinns o agli spiriti dalla Scandinavia (581).
Ma la fantastica foresta scomparisce, si calcano ciottoli duri e sonori, e l’Etna apparisce come un globo, il cui polo è nel suo cratere. Un tetro ed arido deserto succede alla regione selvosa, dove gli alberi mancano affatto, e la sola pianta che vi vegeti tra le nevi è la tragacanta: quando il suolo è scoverto vi si trovano ancora alcune licopodi. Non vi è nemmeno né neve né ghiaccio, fuorché in qualche sito profondo in cui non penetra il sole, e sino alla vetta non se ne trova su’ pendìi. Molti antichi nondimeno ne descrivono la parte più alta come coperta sempre di neve. Pindaro nomina l’Etna colonna del cielo e nudrice eterna di geli (582), e l’apparente contrasto de' perpetui fuochi e delle nevi eterne che vi sono è il favorito subbietto di altri poeti minori (583); ma Strabone e Plinio più ragionevolmente dicono che coverto era di neve nell’inverno, ed il vero è che le più alte parti ne sono di neve coverte per sette o otto mesi dell’anno, e solo poca ve ne rimane nelle cavità e ne' crepacci per tutta la state, come nel Val del Leone, ove tutta non si fonde, e che nel tronco del monte separa in parte una delle creste che circoscrivono il gran circo del Val del Bove, il cui punto più elevato dicesi Schiena di Asino. Sul piano del Frumento, che anche dicono piano del Lago, in cui le nevi disciolte formavano una laguna, che un torrente di lava colmò nel 1607, s’innalza il cono terminale del monte, a 100 tese dalla Casa inglese, costrutta nei 1811 da uffiziali dell’armata inglese per ricovero de' curiosi che si recano a veder l’Etna, e per luogo di osservazione a' dotti che vogliono studiarlo. Sulla porta vi si legge l’iscrizione:
ÆTNAM PERLVSTRANTIBVS
HAS ÆDES
BRITTANNI IN SICILIA
ANNO SALVTIS MDCCCXI.
A 2924 metri sul livello del mare è l'ultimo punto della salita ove si possa giugnere a cavallo. Ed ivi presso è pure la così detta Torre del Filosofo, all'altezza di 2885 metri, ed alla distanza di circa 1400 piedi dal sito più elevato della montagna; la quale formata a volta di mattoni e pezzi di lava, non si sa chi ve la fabbricasse, né a quale uso vi rosse. Per una volgare tradizione si è creduta erettavi ed abitata da Empedocle d’fgrigento, il quale, come Ippoboto scriveva, precipitavasi nel cratere del vulcano e scomparve, per raffermare la fama che diventato era un dio; ma che sapevasene la fine per avere l’Etna ricacciato in aria uno de' sandali del filosofo, che usava calzari di rame (584). Si è pur supposto che fosse un tempio sacro a Vulcano, o a Giove Etneo, un sepolcro, o un belvedere fabbricatovi quando sull’Etna saliva l’imperatore Adriano, il quale per vagheggiarvi' il sol Nascente co’ svariati colori dell’iride due volte vi ascendeva (585), come al fine stesso l’Imperadore Giuliano saliva il monte Casio presso Seleucia nella Siria, e così alto che al secondo canto de' galli già si comincia a vedervi il sorger del sole (586). Che fosse stata una scolla de' Saraceni o de' Normanni è la più vana opinione di tutte, per essere certamente opera molto più antica, ornata di marmi, come dimostravano i rottami che se ne scoprivano con alquante lettere latine scolpite su frammenti anche di marmo (587); né è certo da scegliere che tra l’anzidetta opinione che non fa risalirla più oltre del 126 quando par che Adriano visitasse la Sicilia, e quella per la quale si vuole piuttosto una delle are da' Romani consecrate a Giove Etneo nel 133 a. C. (588). Platone salì sull'flna nel suo primo viaggio nell’isola onde studiare le eruzioni del vulcano (589), come ai dì di Strabone vi si saliva comunemente, ed anche Lucilio dice esser uso del popolo di ascendere sulla cresta del cratere, ed offrir incensi a' numi tutelari del monte (590); il perché è un errore di Claudiano di rappresentarne la sommità come inaccessibile (591), come par che dica anche Lucilio il satirico, il quale scriveva che tutte inaccessibili erano le diverse vette dell’flna, talché per l'altezza si schivavano anche dalle capre (592). La temperatura dell'aria che si abbassa a misura che si va più lungi dalla superficie del globo, rende naturalmente più freddo il clima della regione media, ove all’ombra de' boschi domina la primavera, nel mentre che la prima languisce sotto gli ardenti calori della state. La parte superiore della montagna, la terza ed ultima zona, è la regione del freddo, ove anche nelle notti estive si sente il rigore degl’inverni più rigidi, e talvolta anche il freddo glaciale de' climi più settentrionali. L’enorme cono del cratere che sul far dell'aurora apparisce di un rosso cupo, ineguale, variegato di rosso e di giallo, covresi verso levante di un verde splendore, che non si affa’ co’ colori digradanti e rosseggianti che si scorgono attraverso. Il doppio digradamento di colore vi produce una veduta singolare, il cratere verso mezzodì non ha meno di 400 piedi. Per salirvi, è forza ad ogni passo profondarsi sino a' ginocchi nelle ceneri, e passare tra crepacci, d’onde esalano emanazioni solforose che offendono il respiro. Così nell’intorno si ha il fuoco, più in basso nevi perpetue, e più in basso ancora la vegetazione delle Alpi; nella pianura gli alberi e i fiori del tropico; sul capo il cielo di Agrigento e Siracusa col freddo della Russia, sul capo ancora le stelle, e dinanzi il crepuscolo che infiamma la vetta del Vulcano, la cui base perdesi nelle tenebre. La parte interna del cratere è così ampia, che bene vi starebbe, dice il Wey, una città di 5000 abitanti. Di un colore di rosa marmo rato, o misto di filoni di puro solfo di un bel colore di favagello, vi si uniscono lamine di bianchi tufi e di splendenti cristallizzazioni. Una sostanza molle e scolorita a guisa di pece si osserva nel fondo di questo pozzo di fuoco, a 16 tese di profondità, ove propriamente si vede la bocca del vulcano, in cui se si lanciano enormi sassi, si odono rotolare e risuonare per due minuti nelle viscere dell’isola.
Ruscelli in gran numero sorgono dall’Etna, la cui superficie è cavernosa come le sue viscere. Vastissime sono le grotte che vi si aprono, alcune delle quali, dice il Dolomieu, hanno tre o quattro leghe di lunghezza, sono larghe tre o quattro tese, ed alte da dieci a venti piedi: le pareti laterali e la volta ne sono così lisce come se fossero tagliate dalla mano dell’uomo. Tali grotte divengono il ricettacolo delle acque delle nevi liquefatte, sia correndo sotterra, sia infiltrandosi fra le materie vulcaniche; dal che derivano le numerose sorgenti e quelle eruzioni acquose, spesso bollenti, che han prodotto danni terribili. L'acqua che a poco a poco vi riempie le interne spelonche, per non essere più proporzionata alla loro capacità, fa aprire la montagna, e ne scorre in torrenti carichi di parti terrone e di miasmi (593). Questo gran vulcano è certo il più ricco di tutti quelli dell’Europa per la varietà de' basalti. Io non credo, dice l’Houel, che un altro ve ne sia in cui si trovino grotte, arcate, colonne, cilindri, sferoidi, aguglie, trapezi!, romboidi, le cui masse sieno così curiose (594). Poiché la più parte de' tremuoti seguono nell’isola la direzione dall'E. all'O., provengono certamente dall’Etna, e si propagano nella regione opposta. La connessione de' fenomeni vulcanici del monte co’ tremuoti da cui l'isola è spesso agitata non isfuggì agli antichi, e Diodoro afferma esservi una comunicazione sotterranea tra l’Etna e le isole Eolie, e che le eruzioni del monte si osservane alternare con quelle di Jera e di Stringile (595).
Ad intendere letteralmente Omero, egli sembra che non avesse notizia dell’ignivomo monte, perché nel paese degli Arimi pose Tifeo (596), il quale non accenna, come è noto, che alle vulcaniche eruzioni; tanto più perché dice che intorno di Tifeo trema la terra, il fuoco divora, fulmina Giove, ma intorno di Encelado, altro gigante simile, nel paese de' superbi Ciclopi, né tremuoti, né fuoco, né fulmini descrive (597). Ma egli narra di Polifemo, il monte personificato colle sue grandi detonazioni (598), ed Esiodo, un secolo almeno dopo di Omero, scriveva delfina, e forse della sua natura vulcanica (599). Senza allegare il mito del ratto di Proserpina, nel quale vi è chi vede una delle antichissime eruzioni del monte (600), e la stessa eruzione dell’epoca de' Sicani, anteriore alla guerra Trojana, che ricordava Diodoro (601), e che ben potè essere supposta, la più certa rimembranza del monte ignivomo è in un frammento di Saffo, la quale non minore del fuoco Etneo dichiarava la sua fiamma, e struggendosi di amore pel suo Faone, presso il Tifoide Etna andavano in cerca nel 592 a. C. (602). In Tifeo, il più giovane figlio del Tartaro e di Gea (603), fulminato da Giove come vuol combattere i numi (604), gli antichi riconobbero le eruzioni vulcaniche (605) delle primitive epoche geologiche, le quali dove colla forza de sollevamenti producevano le montagne, dove erompevano in torrenti di fuoco. Mostruosi giganti co' nomi di Luce, Fuoco e Fiamma (Φῶς και Πῦρ καὶ Φλόξ) davano anche nome ai monti Casio, Libano e Brati nella Siria e nella Fenicia (606), come a' più noti della Tracia e de' Campi Flegrei (607). Nati dalla fiamma e dal fuoco sono anche i Giganti dell'Edda (608), e quelli de' miti analoghi de' più antichi abitatori dell'Asia e dell'America (609). A’ fuggenti giganti Tifeo ed Encelado Giove sovrimponeva l’Etna, o tutta l'isola (610), né per altrove i miti facevano fuggirli che per le note contrade vulcaniche del mondo antico, dall’Egitto al monte Casio, per la Cilicia e la Tracia, ed in fine nella Sicilia (611). Altri poeti dopo di Saffo col mito de' Ciclopi, fabbri di Vulcano nell’Etna (612) chiaramente accennano alla natura vulcanica del monte, e nel cui nome si nota la stessa radice del verbo aiza, uro, incendo. Oltre che i Ciclopi sono detti figli di Posidone o Nettuno (613), del mare o dell'acqua personificata (614), l’Etna fu detta figliuola dell’Oceano (615), per accennare che dal fondo del mare dopo varie eruzioni siasi a poco a poco elevato, ed a guardare il profilo del monte colla circostante contrada chiaramente se ne distingue la gibbosità primitiva, presentando falde di lave antiche sollevate dal mare, in mezzo della superficie lievemente rigonfia, che presenta tutta quella parte dell'isola; la quale è terminata da una superficie quasi piana (il piano del Lago), nel cui mezzo si eleva il cono terminale di scorie, regolarmente circoscritto da ogni lato, e separato dalla base su cui formavasi. Si veggono su’ pendìi i piccoli coni di eruzione, qua e là formati in diversi tempi, e che poi contribuivano alla convessità di tutto il terreno circostante. Ma il suolo dell’isola non era interamente uscito dalle onde quando l’Etna cominciava ad elevarsi. Gli estinti vulcani di Val di Noto, ove gl’infuocati torrenti e i depositi del mare formavano il monte Lauro con altre minori eminenze, dimostrano che sotto quel livello era l’Etna tuttavia sepolto nelle acque, e che aveva già dato fuori le immense lave tuttavia immerse nel profondo mare. I depositi marini che covrono il monte almeno sino ad un quarto della sua altezza, sono una pruova incontrastabile che per lungo tempo restò sotto le acque, che vi fece le prime esplosioni, e che vi si elevò successivamente all’altezza di oggidì, e forse anche ad una più grande. Gli avanzi de' corpi marini che a varie altezze dell’Etna sulle sue lave si osservano, corrispondono in parte alle specie viventi ne' mari dell’isola, ed a quelle ancora che su’ basalti della Motta, a Capo Passare, e massime a Militello si rinvengono, e sono al di sotto de' fossili di Enna e delle altre montagne centrali della Sicilia, le quali serbano chiari vestigi di essere state coverte dal mare quando l’Etna ardente non era ancora del tutto emerso dalle onde. Tranne i depositi marini, ad evidenza si vede che il monte fu tutto prodotto dalle eruzioni del proprio vulcano, ed oltre le materie che lo compongono, il Val del Bove, che mostra nel modo più evidente, dice il Waltershausen (616), la notabile influenza de' camini vulcanici sulle pareli laterali, ne mette fuori dubbio l’innalzamento istantaneo. Dal che risulta che meno elevato fu ne' secoli più antichi, che anche meno lo era ne' tempi anteriori, e che un tempo vi fu nel quale non vi era, un tempo in cui le terre che ora occupa formavano un piano nel fondo del mare (617). Ed è notabile che la Flora della Sicilia produce appena speciali specie indigene, per esserne le piante comuni quasi tutte all'Italia, o all’Africa, o ad alcune delle contrade intorno il Mediterraneo, nel mentre che più piante indigene vi sono nella Corsica ed in altre isole dello stesso mare. Da ciò il Lyell suppone che le piante della Sicilia emigravano da altre contrade; e siccome avanzi di specie viventi di conchiglie e zoofiti si sono trovati negli strati in sulle vette di alti monti dell’isola, ne conchiude che le famiglie di piante di Val di Noto, e di altre montuose contrade della Sicilia, sono di una più alta antichità dell'isola stessa; cioè che tali specie vegetavano altrove prima che l’isola come la spuma di una fornace ardente uscisse dalla profondità del mare, ed anche prima che i materiali che ne formano gli strati depositati fossero sotto le acque.
Dalla cima del monte l’occhio vagheggia un gran teatro delle catastrofi della natura. Seguendo le tracce delle eruzioni che in diversi tempi han distrutto ed isterilito il paese, domina sulla gigantesca scena di desolazione e su’ contorni di que’ torrenti di lave, di cui molte giungevano al mare, e vi formavano promontori!, come quello sul quale fu poi fondata la città di Acio, che credesi prodotto dalla memorabile eruzione del 396 a. C. (618). Benché, tutto insieme considerato, l’Etna forma un cono di forma simmetrica, esaminato nondimeno ne' particolari, si vede coverto ne' lati, massime nella regione boscosa, di numerosi coni minori (619), piccoli al certo se si paragonano a tutta la grande massa del vulcano, ma grandi quanto le montagne, a considerarli separatamente. Uno de' più vasti, detto Monte Minardo, presso Bronte, è alto più di 700 piedi, e i Monti Rossi presso Nicolosi, formati dall'eruzione del 1669, hanno l’altezza di 450 piedi, ed una base di due miglia di perimetro, comeché si contino tra i coni di seconda grandezza. Sonori circa 80 di questi coni considerevoli, tutti prodotti da laterali produzioni di lava e di ceneri. Una corrente di lava odi ceneri d’una susseguente eruzione circondando uno di questi coni, ne diminuisce l’altezza; un’altra eruzione ancora fa spesso del tutto scomparirlo sotto le accumulate masse delle più recenti lave, e molte parti della montagna non si formavano diversamente. Le contrade intorno ai detti crateri sono state successivamente popolate e deserte, fertili e incolte, stupende e spaventevoli, e tra le desolanti eruzioni non è stata l’ultima quella del 21 agosto del 1852, che da un nuovo cratere usciva appiè del Trifoglietto nelle vicinanze del villaggio di Zafferano (620).
Ma scene grandiose e sublimi si presentano ancora a chi da tanta altezza guarda a se d’intorno al sorger del sole, e tra le numerose descrizioni scelgo la seguente: «Il globo luminoso che girava a' nostri piedi riprodusse nell'azzurro del firmamento le nostre ombre gigantesche, che s’ingrandirono, impallidirono assorbite dallo spazio, e scomparvero. Vedemmo allora a 60 leghe verso l’occidente la notte risolversi in una immensa piramide distesa nel mare africano: era l’ombra dell’Etna che oltrepassava i limiti della Sicilia tuttora fra le tenebre. Poi alcuni punti bianchi si accesero qua e là dal perimetro al centro: il capo mi si travolse, ed io chiusi gli occhi per alquanti minuti. Quando li riapersi, il mare erasi acceso, il caos si riordinava e schiariva, la terra cominciava a vivere (621). Come il sole ha conquistato tutta la terra, il Mediterraneo somiglia un cielo che involge l’Etna, e la Sicilia un mare tempestoso; le onde di questo mare sono le catene de' monti, che appariscono solide soltanto a riflettervi molto, e così si distinguono i monti Nettunii al settentrione, i monti Gemelli nel centro, e i Nebrodi all’occidente. Si riconoscono pure il monte Erice, e i poggi presso Palermo. La Sicilia intera apparisce di un colore caldo e dorato, da cui la verzura sembra bandita. A tale vista rimanemmo pieni di stupore e quasi costernati. Alcune macchie impercettibili accennano i siti di grandi e celebri città: Intera, Selinunte, Enna, Segesta, Lilibeo! Agrigento sembra presso Siracusa. In una linea violetta, che quasi discioglieva il sole del mattino, sono le Calabrie con le celebri città della Magna Grecia, ristretta in un triangolo di rocce; e guardando sulla montagna si distingue sul primo gradino Taormina, più in basso Messina, più lungi le Calabrie di un azzurro chiaro nel mar Jonio, che nubi rosee separavano dal Cielo. Al mezzodì l'Etna diviso da un’ombra grigia e da luce vermiglia scendeva sino a Catania. Agrigento e Siracusa si perdevano nelle sinuosità dell'isola, ed io cercava nel lontano azzurro del Mediterraneo Malta e l’Africa involte nella nebbia, mentre che nella immensità delle acque perdevasi lo sguardo dal lato della Spagna e delle Colonne d'Èrcole. Sotto i nostri piedi giaceva in fine la Sicilia come trapezio incrostato in quelle acque profonde e misteriose, i cui limiti si confondono co piani del Cielo. Ed ivi, come per ogni dove, e come sempre, il dominio dell’uomo, come il suo pensiero, è ristretto e circoscritto dall'incognito, altro Oceano, i cui confini si perdono nell’azzurro delle regioni eteree (622).»
Il monte Bianco nella Svizzera è alto 14,000 piedi sul livello del mare, l'Etna soltanto 10,280 piedi. Ma il monte Bianco non ha l'oceano per base, e questo gigante delle Alpi non è più di 330 tese dalle catene de' monti che lo circondano; mentre che 10,000 piedi appartengono all’Etna esclusivamente; il suo versante discende al mare, ed altro monte non vi è che con esso rivaleggi. Dal suo pennacchio di vapori sino alle rocce basaltiche de' Ciclopi l’Etna non forma per così dire che una linea sola. Così considerato è più grande del Jungfrau e de' due monti Eigers, alti quasi 13,000 piedi. Gli antichi credevano che le eruzioni ne fossero di tristo augurio ai popoli verso cui il vento ne portava le ceneri, e che loro annunziavano la fame, la guerra e la mortalità; e fatidici ancora ne furono i crateri, perché gettandovisi lavori d’oro e d’argento, ed ogni sorta di vittime, se il fuoco ricevutele non le rendeva, aveasene un buon augurio; se poi rimandatale fuori, una certa sventura era per sopravvenire a chi aveva ricorso all’oracolo (623). Diodoro dice che il monte fu sacro a Giove, secondo Cicerone a Cerere, e come scrive Solino anche a Vulcano (624); e senza escludere veruna di tali consecrazioni dico che in diversi tempi e nelle diverse zone templi vi furono eretti a questi diversi numi, a Cerere nella regione coltivata e delle messi, a Vulcano in quella di mezzo, dove poi Dionigi edificò o ingrandì la città di ddrano, ed a Giove nella più alta, perché essendo l’Etna come l’Olimpo della Sicilia, dalla sua sublime vetta potevasi più che d’altronde adorare il massimo de' numi, o il Cielo (625).
Nel declivio meridionale del monte, e dove l’erta ne incominciava fu la piccola città d’Inessa (626), fondata in origine da' Sicoli. Benché occupata nell’ultimo anno dell’Olimpiade LXXIX (a. G. C. 461) dopo la morte di Jerone I dalla colonia de' Greci del Peloponneso e de' Siracusani, a cui fu data ad abitare la città di Catana col nuovo nome di Etna, con questo nome istesso da’ nuovi abitatori fu distinta (627), sembra nondimeno che così generalmente non si nominasse, perché in fatti fu detta Inessa da Tucidide, il quale scrive che occupandone la rocca i Siracusani, gli Ateniesi sotto il comando di Lachete si sforzarono indarno d’impadronirsene nel 426 a. C. (628). E perché continuò del pari che la vicina Ibla nell'alleanza di Siracusa, ne furono devastate le messi dagli Ateniesi (629). Per la fortezza della sua posizione, d’onde sembra che prendesse il nome (da ἰνάσσω, vires praebeo), divenne poi una piazza importante nelle civili dissensioni dell’isola, e vi si rifugiavano i cavalieri che si erano opposti all’elevazione di Dionigi. Ma nel 403 il tiranno s’impadronì di Etna, dove pose un presidio di mercenarii Campani, che si erano già stabiliti a Catana. I quali continuando ad esser fedeli a Dionigi, non ostante la generale ribellione de' suoi alleati nell’invasione Cartaginese (396 a. C.), ritennero il possesso della città sino al 339, quando fu presa da Timoleone, ed essi passati a fil di spada (630). Altra ricordanza non si ha di Etna sino ai dì di Cicerone, il quale ne parla spesso come città municipale considerevole, per esserne stato il territorio de più fertili in grano di tutta la Sicilia, il che fu cagione che travagliati molto ne furono gli abitatori per le esazioni di Verre (631). Gli Etnensi sono anche mentovati da Plinio tra' popoli stipendiarii dell'isola, ed il nome della città incontrasi in Tolomeo come negl'Itinerarii (632), ma sconosciute ne sono le susseguenti vicende ed il tempo in cui fu distrutta, per effetto forse di qualche grande eruzione dell Etna. pe' tipi di Sileno, o di un Fauno nel dritto, e di un caduceo nel rovescio che si veggono sulla rarissima moneta di argento della città coll’epigrafe AITN, identica ad una delle monete di Catana, anche riguardo al metallo ed al modulo, non è dubbio che gli Etnei la coniavano tosto che vi si furono stabiliti. Ve ne ha pure di bronzo meno rare coll’iscrizione ΑΙΤΝΑΙΩΝ, il capo di Cerere ed un cornucopia, in allusione all'ubertà del suo territorio; altre col capo di Pallade galeata ed un cavallo corrente, ed altre ancora col capo del Sole radiato ed un uomo armato di asta e di scudo. Se può dubitarsi che l’ultimo di questi tipi sia da riferire, come avvisavasi rHavercamp, al re Jerone, che gli Etnei continuarono a riguardare come lor fondatore anche dopo di essersi stanziati in questa città d’Inessa, a cui dalla patria perduta mutarono il nome in quello di Etna, molto probabile è il parere dell'Eckhel, il quale il tipo del Sole spiegò dalla circostanza del sito della città in luogo molto eminente (633), donde è bello il contemplare l’astro nascente, come anche oggidì sogliono i viaggiatori dell’Etna e del Vesuvio.
Strabone scrive che fu 80 stadii, o X miglia romane distante da Catana, o piuttosto XII miglia da questa città insieme e da Centuripe, secondo l’Itinerario di Antonino. Per la quale posizione tra le due città, si è voluto indicarne il sito a S. Niccolò dell'Arena (634), dove per l’altezza del luogo non può supporsi che passasse la grande strada da Catana a Centoripe, e perciò forse il D’Anville supponevala a Nicolosi, che sta più al disotto, ed anche a S. Maria di Licodia (635), alla distanza maggiore di XII miglia da Catania. Poiché le eruzioni dell’Etna hanno tutto invaso, tutto distrutto, tutto inghiottito, sul vero suolo d’Inessa, dice l’Houel, non si veggono che miseri avanzi delle sue rovine (636); ma egli confondeva i ruderi d’Inessa con quelli d’Ibla, e con più di verisimiglianza può supporsi col Mannert nel sito di Castellaccio, a circa 2 miglia e mezzo al N. E. di Paternò, sopra una collina che sorge dal piè dell'Etna (637).
Alla distanza di XXIV, o piuttosto di XX miglia da Tauromenio, seguiva Acio (638), grossa borgata cresciuta, come sembra, sulla mansione della strada che di là menava a Catana, e che prese il nome dal fiume omonimo, che scorrevate dappresso. Poiché in fuori del citato Itinerario non si ricorda da alcun altro geografo par che cominciasse a popolarsi ne' primi secoli dell’Impero. Non conoscendo il Cluverio le anticaglie, i sepolcri, e i ruderi di fabbriche, tra le quali alcune di bagni per l’acquidotto che vi metteva, scoperti nell’odierna Aci Reale, che ne' secoli successivi andò sempre aumentandosi di popolazione sul sito di Acio, la testimonianza dell’Itinerario riferiva a quella del fiume dello stesso nome (639), e più geografi, viaggiatori ed antiquarii ponevano ivi la città di Xifonia (640). Ma il promontorio Xi[onio che a questa città dava il nome, è descritto da Strabone in quella parte della costa ove diversi fiumi formano buoni porti alla foce (641), in quella parte cioè tra Catania e Siracusa, ove la Giarretta, il fiume di S. Paplo, e quello di S. Leonardo sono i più considerevoli, tra' quali non si può certamente annoverare il mime Aci per la sua piccolezza. Ed è da notare che altri sepolcri, ruderi laterizi!, rottami di statue, vasi funebri e lacerne si scoprivano pure verso il villaggio di Nizeti, oltre di grandi moli di edifici nell'agro di Piri presso la pubblica via che mena a quel villaggio, ed è buona conghiettura di un dotto archeologo dell'isola, che più vichi e paghi vi fossero (642), tra' quali quello di Acio par che sia stato il più considerevole. Un busto di Cicerone, una base coll’epigrafe C. IVL. CASSAR che sostener doveva una statua di Giulio Cesare, pochi titoli sepolcrali, alcuni suggelli ed anelli, due ponderali ed alcune figuline, si scoprivano presso il Capo de' Molini (643), il supposto promontorio Xifonio, e non sarà soverchio di qui riferirli.
Θ Κ. IPEIMI ΤΕΙΒΕΧΡΗΣ ΤΕΧΑΙΡΕE ZHCECETH Θ |
Primitive bone salve vi xisli annos IX. |
Θ Κ. ΚΟΥΙΝΤΟC ΒΙΩΣΕΤΗ ΙΔ ΚΟΠΡΙΑ ΜΗΤΗΡΕΠΟΙ HCEN |
D. M. Quintus vixil ann. XIV. Copria mater posuit |
C. SEXTI EVTYCHETIS
Ne'suggelli si lessero i nomi FLAVIGR APTI, CTORPHEI, ΩCYNA, EVPATOR, e negli anelli Μαριαμ, Κύριε Βηθη Αμιν (Domine opitulare Amen), Κύριε Βοήθη Μαριας Αμιν (Domine opitulare Mariae Amen). Le figuline portavano impressi i nomi de' magistrati annuali: ΕΠΙ ΣΩΣΤΡΑΤ, ΑΝΙΜΑΧΟΥ, e sopra un'altra il nome del magistrato eponimo, e quello del mese Jacintio (decembre) in cui fu fatta: ΕΠΙ ΙΕΡΩΝΟΣ ΥΑΚΙΝΘΙΟΥ. In fuori di queste ultime epigrafi, che accennano ad un’epoca anteriore a' Romani, quando autonoma era la città in cui furono fatte, e può ben supporsi Catana per la vicinanza, i titoli sepolcrali e gli anelli con qualcuno de' suggelli non sono certamente più antichi de' primi tempi dell'Impero, e forse anche della decadenza, quando la borgata di Acio cominciò a divenire di qualche importanza sì per la strada che dappresso vi passava, sì per la frequenza delle vicine Terme. Presso il così detto Pozzo di S. Penerà a 2 miglia e mezzo da Aci, si veggono le grandi rovine di queste terme in sulla strada che mena Catania. Per l'antica Porta, che dà nome al luogo, si entra in due grandi sale, una alquanto minore dell’altra, con tre ordini di stafe nella più ampia, e di due nella minore, e con un condotto pei quale l’acqua comunicavasi da una all’altra sala, e che perciò distinte esser dovevano pe' due sessi. Vi rimane tuttavia anche parte dell’acquidoso che vi portava l’acqua dalla prossima sorgente. La quale calda e solfurea è utile alle malattie cutanee, e chiamasi di S. Penerà, forse da una chiesa moderna fabbricata, dice il Biscari, sulle rovine di un antico tempio (644). I molti ruderi di fabbriche, parte distrutte, parte adattate ad uso moderno, mostrano ch'erano spaziose e magnifiche, costrutte con tutti quegli accessorii che solevano i Romani, i viali, i portici, oltre i lavacri e gli alberghi, che le rendevano agiate e piacevoli.
In vicinanza della descritta mansione o borgata scorreva il fiume omonimo, da cui prese il nome, e che ne' due più grandi rami, e Acque grandi e la Reitana, sbocca nel mare presso il Capo de' Molini. Da fonti freddissime, a più di un miglio dentro terra, nasce dalle boscose radici dell’Etna, qual lo descrive Teocrito (645), e come si accosta al lido scorre presso di Aci, e di là per amenissimi prati, per ciò detto erbifero da Ovidio (646), si scarica nel mare di qua del golfo di Catania. Per la vicinanza con questo golfo Esichio lo descrive nell’agro di questa città (647), né per altro, si credè denominato Aci che pel veloce corso (648), simile a quello di una saetta (άκις). Ma i poeti che si piacquero delle favole cantarono gli amori del pastorello Aci riamato dalla ninfa Galatea (649), la quale spregiava l’amore di Polifemo. Il geloso gigante vendicavasi dell’insulto scagliando un macigno sul pastore Aci, il quale scomparve schiacciato sotto l’enorme masso, trasformandosi nel fiume. Da quel tempo le acque del fiume sono amare come le lagrime; non vi è fiore che germogli all’intorno, e su quel letto di nero basalte non si veggono che piante lugubri ed avvelenate, pallide ed efimeri come le erbe che i poeti descrivono alle porte dello Stige. Alesside, Nicocare, Posidippo e Filosseno cantarono a gara gli amori e la metamorfosi del pastorello Aci, i quali poi imitati da Teocrito (650), lasciavano il luogo a cantare la stessa favola ad Ovidio ed altri poeti (651). Oltre la tendenza alla personificazione, per la quale si distinsero i Greci, la favola potè nascere anche da una particolare condizione del suolo, dal quale sgorgano alcune sorgenti che si mescolano alle acque deliaci. Scorrendo pel terreno rossastro tra gli strati delle lave dell’Etna, ne prendono il colore, ed il volgo o i poeti in quelle acque così tinte ebbero a vedere il sangue di Aci trasformato in fonte (652).
Cosi pure tinte di rosso per la terra del Libano scorrevano in ogni anno le acque dell’Adone, e que’ di Bibli celebravano i loro giorni di lutto per l’amante di Venere (653); e tal fenomeno analogo trasandato da' citati scrittori rende probabile la spiegazione che danno della favola.
Alla foce del descritto fiume segue la Torre di S. Anna, indi il Capo de' Molini alla distanza di 3 miglia, e dopo 2 altre miglia il villaggio di Trezza nel fondo di un piccolo golfo, in cui sorgono dirimpetto alla distanza di 100 passi l’isola ed i celebri Scogli de' Ciclopi, dagli antichi considerati a guisa di mete tra Tauromenio e Catana (654). Noti comunemente sotto il nome di Faraglioni (655), o Isole della Trezza a guardarli da terra, o da mare, presentano la più curiosa apparenza, perché non essendo che basalti disseminati presso la riva, i cristalli, gli strati, le colonne e le aguglie in cui sono configurati, mostrano forme e direzioni strane e diverse. Plinio ne ricordò tre solamente (656), ma ve ne ha quattro più considerevoli: due in avanti, l’uno incontro dell'altro, un terzo nella forma di piramide, ed un quarto, il più grande di tutti, da poche erbe ed arbusti coverto nella vetta. L’aspetto di questi scogli è de' più singolari: un mare di fuoco par che sia stato ad un tratto fermato e raffreddato dall’invasione di un altro mare, che ne sconvolgeva le rive; e per effetto di nuovi sconvolgimenti, le aguglie e gli strati rimossi dal loro sito, le masse disgiunte le une dalle altre, restandone molte isolate in mezzo delle onde. Sul villaggio della Trezza e sul lido del mare si trovano in fatti rocce basaltiche simili a quelle de' Faraglioni, e tutto il terreno, di una formazione più antica di quella dell'Etna, sembra che in origine fosse riunito.
Le rocce vulcaniche che formano l’isola e i tre scogli, si estendono quasi in semicircolo. L’isola, che si presenta la prima alla distanza di 500 passi dalla riva, e che supponevasi la prima abitazione de' Ciclopi, forma un’ovale di 800 piedi di perimetro, e nella parte più alta di 100 piedi sul livello del mare.
Per una gradinata scavata nella roccia può salirsi sulla cima ch’è piana, e coverta di uno strato di marna della profondità di un piede sulla massa vulcanica. Divisa da un grande crepaccio dall’oriente all'occidente, ha pure un sentiero aperto tra le piante che vi crescono, le ginestre,, i cactus e i policari co’ fiori dorati. Che fu già abitata non è dubbio dalle rovine di antiche fabbriche, ma così degradate, che appena riconoscer vi si possono un pozzo e le case che vi furono costrutte (657). Vi è pure una caverna, che potè servire ad uso di sepolcri. Alla distanza di 25 passi è uno scoglio meno elevato di sopra delle acque, la cui superficie Inana presenta la base di un cono rovesciato, e che per la simile ava vulcanica da cui è formato, sembra distaccato per forza di tremuoto dall'isola stessa. Un brevissimo spazio separa questo scoglio dal primo de' tre altri, ch'è meno allo del secondo, ma più del terzo, e della figura di un perfetto cono. Accessibile appena sino ad una certa altezza, ha circa 500 piedi sul livello del mare. Il secondo scoglio, più alto di tutti, sorge a grande distanza dal primo, ed è quasi accosto all’ultimo. Rotondo e levigato su tutte le sue facce, come un gigante Superbo par che sorga nell'istante in cui si vede dalle onde del mare. Più conico nella forma che gli altri non sono, più del primo è difficile a salirvi, ed è quello che gli antichi nominavano Galale (658). 11 terzo ed ultimo scoglio in fine è del pari di forma conica, ed alquanto lUeno alto del secondo, ma con la notabile differenza che tutte le sue parti laterali formano tanti prismi quadrali, e come tagliati a picco, in guisa che come una vera piramide sorge dalle acque.
Ma all'isola facendo ritorno, diversa è quella che coll'epiteto di Aixel (umile e bassa) Omero descrive incontro alla terra de Ciclopi (659), o alla Sicilia tutta insieme considerata, una cioè delle isole Egadi o Eguse (660), ó Favignana di oggidì, che al lido tra ’l promontorio Lilibeo e ’l monte Erice sorge più grande delle due altre (661), e sol considerando il paese de' Ciclopi ristretto al lido sottoposto all’frna poteva contro verità un recente scrittore sostenere che all'isola della Trezza sia da applicare la descrizione Omerica (662), oltre che a seguire altri più recenti scrittori altrimenti ancora è da intendere la mente del poeta, il quale nella supposta isola avrebbe descritto il regno di Persefone (663).
Rimettendo altrove il ragionare di quest’ultima interpretazione, aggiungo solo che più veramente all'ùoZa della Trezza è da riferire l'araba denominazione di Lebadj (664), applicata del pari al vicino castello di Aci (665), che un dotto critico credeva riferirsi generalmente al prossimo lido, od anche ad un sito alquanto discosto dalla spiaggia (666).
Alla distanza di 3 miglia da' descritti scogli seguiva il famoso Porto di Ulisse, a non dipartirsi dalla descrizione di Euripide, Virgilio e Plinio, comeché altri antichi altrove lo situassero, cioè presso il promontorio Pachino. A questa opinione più inclinava il Cluverio, sostenendo che il favoloso viaggiatore approdato fosse a Drepano, che l’antro di Polifemo stato fosse in Elice, e che l’isola dove giunse Ulisse, partitosi da' Lotofagi, sia stata l’isola Egusa, o Capraria, una delle tre isole Egadi (667). Ma, oltre che, come portavano le tradizioni, Esiodo faceva approdarlo nell’isoletta di Ortigia presso di Siracusa, d’onde faceva passarlo presso l'Etna (668), se il gran vulcano dava probabilmente occasione alla favola dei Ciclopi, tanto più al mito contribuir dovevano i singolari scogli basaltici che si elevano sulla prossima spiaggia, e perciò il Porto di Ulisse non dové essere di là lontano. Si è perciò supposto nel così detto Scalo di Lognina, il quale colmato dalle lave dell’Etna, da vasto che era qual lo descrive Virgilio (669), oggi non offre che un ricovero alle barche da pesca del vicino borgo; e sebbene presenti un fondo bastevole e sicuro per ancorarvi i grossi legni, si teme nondimeno che difficile e pericoloso sia rimboccarvi per le masse delle lave precipitate nel fondo. Pescoso oltremodo vi è il mare, ed anche ricco di piante marine e di coralli, benché in piccoli rami, di varie conchiglie e molluschi, e d infinite specie di granchi (670). Ma più degne di considerazione pel geologo sono ivi presso le lave corrose dalle onde, che in quel littorale hanno fatto grandi escavazioni, e tali che le lave arrivano a formarvi pozzanghere, piccoli scogli, bacini e sinuosità tali da rendere vaghissimo oggetto di naturali curiosi là un buon tratto di quel littorale, ridotto in un curiosissimo laberinto di scogli, di andirivieni e di lagune. Le lave così alterate formar dovevano gli orli del Porto di Ulisse, il quale preesistendo all'epoca trojana mostra nella sua alterazione di oggidì i lunghi periodi di tempo che scorrer dovevano per ridursi nello stato in che orà si vede; sulla quale ipotesi 3000 e più anni dar si potrebbero alle acque marine per ridurre allo stato in cui oggi si trova quel tratto di littorale (671). Ma ad una più vasta estensione di questo porto accennano ancora le osservazioni del lodato geologo, il quale mollo più lungi dal mare ne ritrova il sito nel fondo della baia fra il Gaito e ’l Rotolo, sepolto da due correnti di lave, di cui l'ultima fu quella del 1381, e che giungevano sino appiè delle colline di Leucatia e Novalucello. I margini di quell’antico bacino per lungo tratto si osservano dentro terra nelle così dette Ripe e nelle Grolle delle Colombe, ove gli effetti dell’acqua marina sono tuttavia visibili. E questo veramente dir si poteva porto vasto, ed immoto dal soffio de venti, perché grande ed aperto solo a quello del mezzodì, rarissimo in quella spiaggia, senza nondimeno un’isola vicina, di cui né Virgilio né Plinio fanno menzione (672), ma ch’esservi poteva in tempi più remoti.
Alla distanza di 3 miglia dal descritto porto un piccol fiume di acque cristalline scorrendo dall'Etna per occulti meati, vien fuori a poca distanza dalla spiaggia, ed a piene sponde sbocca nel mare nell’angolo settentrionale del golfo di Catania. È il fiume Amena (673), o Amenano (674) degli antichi, il quale anziché serbare sempre uniforme il corso delle acque, cessava talvolta per più anni, per poi ripigliarlo di bel nuovo (675). In questo fenomeno, riprodottosi tal fiata ne' tempi moderni, è la ragione etimologica del nome che gl’imposero gli Elioni, chiamandolo non durevole (676). Presso la Porta de' Canali di Catania si vede rinascere tra languidi salici: coverto dalla lava, passa sotto la città, serpeggia anche sotto la Cattedrale, e ricomparisce a 300 passi dal sito ove va a compiere il suo corso. Men grande che negli antichi tempi, ora dicesi Judicello, ma altri rivoli, de' quali uno passa per l’antico teatro, un altro ne inonda le terme, ed un terzo ancora scorre sopra l'anfiteatro, giudicar si possono con un dotto geologo come tanti rami del medesimo fiume, così disviato e diviso per causa de' tremuoti e delle lave dell'Etna. L’eruzione sopratutto del 1669 che copriva il lago Anicilo, formato senza dubbio dalle acque di questo fiume, come il famoso pozzo di Gammazita (677),potè dividerne e coprirne in parte il corso primitivo, senza che nondimeno il tronco principale molto si discosti dall'antico letto. Ma difficile è convenire con coloro che ne mettono la prima sorgente a 15 miglia di distanza, nel lago della Gurrida presso Jìandazzo, d’onde per sotterraneo condotto uscirebbe poi a lato di Catania (678). Le acque di questo lago, profondandosi sotto le lave dell'Elba, si avvierebbero piuttosto verso il letto del Siatelo., e la vera origine Amenano è da cercar nella valle ristretta tra la collina di Cifali, monte Po, ed il colle di S. Teodoro, ove i torrenti e le acque di Valcorrente mostrano il lor pendio naturale verso il corso del Judicello (679). In alcune monete di Catana il fiume col suo nome AMENANOS, vi è rappresentato fra tre pisciceli con testa giovanile ed un corno sulla fronte (680) come altri fiumi dell'isola e di altre antiche contrade.
In riva del descritto fiume, e dopo IX miglia dalla foce dell'Acio seguiva Catana (681), una delle quattro cospicue città sulla costa orientale, che altri geografi, per non aver mentovato il detto fiume, posero dopo di Nasso, o del Porto di Ulisse (682). Ma erroneo è il sito che assegnavate Tolomeo tra le foci dei fiumi Pantagia e Simeto (683), i quali sboccano a maggiore distanza. Innanzi che greci coloni vi si stabilissero non par dubbio che fu primamente fondata da Fenicii, come dimostrano non solo il nome, ma anche i numi speciali della città. Il nome Katna, o Katana, evidentemente fenicio (אנטק), significa piccola, dicono dotti Orientalisti, e può riferirsi sia al ristretto perimetro della città, sia a quello del suo porto (684), in comparazione forse del più grande ella vicina Siracusa; ed il culto de' numi egizii e fenicii, che mostrano i tipi delle monete de' Cutanei, non potè arrivarvi che per mezzo de' Fenicii, i quali anche ne' tempi posteriori, come in altri luoghi dell’isola, rimasero ad abitarvi.
Ma a' primitivi fondatori, siano anche Sicani o Sicoli (685), si univano poi i Nassii, e, se crediamo ad Ecateo, alcuni di quelli stessi condotti da Teocle a fondare la città di Nasso, perché Stefano Bizantino, il quale coll'autorità del detto storico parlava di Catana, davane la curiosa etimologia del fatto della nave di Teocle discesa fino alla foce del fiume Amenano, così che da κατὰ νᾶν avrebbero i Dori nominata la città che fondavano dopo di Nasso (686). Tucidide ne attribuì egualmente la fondazione a' Nassii, ma ricordando come capo della colonia Evarco,e sebbene tale origine confermassero Strabone, e Scimno di Chio, che annoverò Catana tra le città calcidiche dell'isola (687), può dirsi nondimeno che alcuni Calcidesi uniti a que’ di Megara, i quali sarebbero i Dori ricordati da Ecateo e da Stefano, fondassero la colonia sotto gli auspicii di Teocle, ma per duce si scegliessero Evarco. All’ultimo anno dell’Ol. XI riferisce Euschio la fondazione di questa colonia (688), ma ad una data posteriore accenna Tucidide col dire che avvenne dopo di Leontini, fondata cinque anni dopo di Siracusa, e però non prima del 729, o del 730 a. C. (689).
Senza che abbiasene alcuna memoria certo è nondimeno che la città prosperò ne' tempi che poi seguirono, né altro ne è noto se non che vi si rifugiò prima il poeta Stesicoro, d’Imera, e poi il filosofo Xenofane, espulso dalla sua patria (690). Per cagione dell’oligarchia, con che si ressero tutte le città calcidiche, e che facilmente tralignava in tirannide (691), cadde alla fine in potestà de' tiranni, Ira' quali ben possiamo annoverare quell’Onomarco e quel Cleomene di lui figlio, de' quali non si sa altro se non che ebbero a convittori i leoni (692). Liberate dalla tirannide le città dell’isola per opera de' discepoli di Pitagora (693), la città cominciò a reggersi colle leggi di Caronda, celebre legislatore, il quale non solo ai proprii concittadini dava le sue leggi, ma anche alle altre città calcidiche dell’Isola e dell'Italia (694)
Per breve tempo godé la città la propria autonomia, perché nell’anno dell'Ol. LXXVI (a. G. C. 476) non solo perde l’indipendenza, ma gli stessi Catanei furono co’ Nassii espulsi dalla loro patria da Jerone il tiranno di Siracusa, il quale vi mandò ad abitare 10,000 nuovi cittadini tra Peloponnesii e Siracusani, a Catana mutando il nome, e nominandola Etna. Gli espulsi mandò nella città di Leontini, dando loro la cittadinanza di questi ultimi, ed egli stesso prese il titolo di Etneo (695). Ma 15 anni dopo, morto già Jerone nella stessa città di Catana (696), Ducezio duce de Sicoli mosse guerra co’ Siracusani agli Etnei, li vinse e costrinse ad uscire dalla città, e gli antichi cittadini riacquistando per tal modo le sedi patrie, abbattevano in vendetta del tiranno il suo sepolcro (697).
Ma la pace e la prosperità che poi godé per più di 30 anni come le altre città dell'isola venivano turbate dalla cresciuta potenza di Siracusa così che furon costretti i Catanesi di chiedere aiuto agli Ateniesi, i quali non tanto per soccorrerli, quanto per tentare l’impero della Sicilia, spedivano prima un’armata sotto il comando di Lamponio, poi un’altra più numerosa e più forte guidata da Lachele e Cariade, nel 2.° anno dell 01. LXXVIII, 427 a. C. Ma sia per tema degli Ateniesi, o per fastidio della guerra, facendo pace co' Siracusani, rimandavano gli aiuti (698). E quando gli Ateniesi ritornavano nell'isola in soccorso de Leontini, si ricusavano riceverli nelle loro mura per cagione di coloro che tenevano per Siracusa, ma entrativi di fatto, e fuggendo quelli del partito siracusano, gli altri con essi si collegarono, e Catana ne divenne uno de' principali quartieri nel 1.° anno della spedizione (415 a. C.), e sede delle lor frequenti operazioni contro Siracusa (699). Era certamente allora la primaria tra le città calcidiche, e nel comune bisogno di tutte nel suo nome solo aveva, come Giustino racconta, ridomandati gli aiuti (700). Come le altre città collegate per la ragione stessa ebbe ad esser combattuta da Siracusa dopo ch'ebbe trionfato degli Ateniesi, né le fu ridonata la pace che per la necessità in cui i Siracusani si videro di soccorrere i Selinunzii assediati da' Cartaginesi (701). E così, liberi ormai i Catane si da' travagli della guerra, diedero opera a ristorarsi de' sofferti danni sino al dominio del primo de' Dionigi.
Fra le città calcidiche, che per effetto della pace da Dionigi conchiusa co’ Cartaginesi rimasero autonome Diodoro ricorda solo Leontini (702), ma ebbe ad esservi anche Catana di maggiore importanza. Certo è che colle altre fu poi invasa e saccheggiata dal tiranno, le mura e gli edifizii ne furono distrutti, i cittadini venduti all’asta a Siracusa, e postivi ad abitare i mercenarii Campani (703). I quali indi a pochi anni furono indotti da Dionigi a passare nella città di Etna, più sicura che non era Catana nella guerra che gli movevano i Cartaginesi (704). E sia che allora Dionigi vi richiamasse i dispersi abitatori per aggradirsi i Sicoli nel pericolo che sovrastavagli, come suppone lo storico della città (705), sia che prima non ne rimase affatto deserta, certo è che ve ne erano di fatto per udire non solo, ma anche contemplare, come. Diodoro scrive, la memorabile battaglia che a Leptine, fratello di Dionigi ed ammiraglio della sua armata, combattevano i Cartaginesi ai lidi della città (706), nel 396 a. C. Dopo l’ottenuta vittoria veniva occupata probabilmente da Imilcone, ed anche da' Cartaginesi la città rimase libera tostoché la peste e la guerra ne stremarono per modo le forze da costringerli a fuggire da' mari dell'isola (707).
Gli sbanditi Catanensi intanto più avversi a Dionigi protetti da' Reggini ebbero ad abitare co’ Nassii la città di Mila, e questa presa da’ Messanii e da' mercenarii Campani dopo che si difesero dall'assalto de' Reggini, ne furono salvi colla data fede mandati via, e si sparsero per varie città greche e de' Sicoli (708). Ma popolata nondimeno era Catana da eccitare la brama di Callippo, l’uccisore di Dione, di occuparla (709).
Era allora ormai caduta sotto la potestà di Mamerco di nazione italo, dicono gli storici, senza che sappiasi di qual regione d’Italia, il quale sì pel valor militare che per la ricchezza erane divenuto tiranno. Avverso nondimeno alla potestà di Dionigi, il quale dopo l’uccisione di Callippo aveva rioccupata Siracusa, tostoché Timoleone chiamato giunse nell’isola, con lui si collegò in soccorso de' Siracusani (710). Ma debellati i Cartaginesi presso il fiume Crimiso, per se temendo al pari d’Iceta che dominava su’ Leontini, passò con lui alle parli de' Cartaginesi, i quali da entrambi soccorsi prendevano Messana. Timoleone debellò prima Iceta, poi Mamerco; il quale navigando in Italia per chiedere soccorso sì Lucani (il che lucano anche lui fa supporre), fu abbandonato da' suoi, che ritornando colle navi nell’isola, diedero Catana, coll'applauso di tutti i cittadini, in potere di Timoleone, il quale restituì loro la libertà. Ricorrendo allora Mamerco ad Ippone tiranno di Messina, fu cagione che Timoleone a questa città ponesse l’assedio, e come l'ebbe espugnata, vennegli nelle mani lo stesso Mamerco, che a Siracusa ignominiosamente finiva la vita col capestro (711). Per effetto della pace che Timoleone indi conchiuse co’ Cartaginesi Catana divenne autonoma come le altre città dell'isola (712), e in quell’avventuroso periodo, che non durò più di 20 anni (713), frequentata da' forestieri, crebbe come tutte e di popolazione e di ricchezze, e in tale stato si mantenne fin dopo la morte di Agatocle, quando cedendo altre città al dominio de' tiranni (714), essa sola seppe serbarsi immune dalla tirannia e dalle civili discordie.
Nelle guerre tra Agatocle ed i Cartaginesi seguì le parti or dell'uno, or degli altri (715); ma temendo poi forse più degli ultimi, quando Timone e Sostrate, che del supremo potere si erauo impadroniti a Siracusa, in loro aiuto chiamavano Pirro per combatterli, fu la prima città ad aprirgli le porte ed a riceverlo con grande magnificenza (716). Dopo che il Console Appio Claudio debellò i Siracusani nel 263 fu delle prime città a sottomettersi a' Romani (717), e fu allora che il Console M. Valerio Messala da Catana portò in Roma il primo orologio solare, che fu situato del Poro (718). Vairone scrive che fu presa da M. Valerio, ma Silio Italico, che nelle poetiche finzioni fu fedele alla storia, l’annovera tra le città alleate con Roma nella seconda guerra cartaginese (719); nella quale per non essersi ribellata molto ebbe a trattenersi Marcello, il quale oltre di altre pubbliche opere vi edificò un ginnasio (720) ed un aquidotto, e riconoscenti i Catanensi gli eressero un magnifico arco trionfale, del quale tuttavia rimangono gli avanzi (721). Ma se la città per tal modo fiorì sotto i Romani, molto soffrì nella prima guerra servile (722), e nel 121 a. C. per una memorabile eruzione dell'Etna, per la quale ottenne per 10 anni il disgravio de' tributi (723). Sebbene poi occupata da Gn. Pompeo, da Silla spedito contro Perpenna, uno degli amici di Carbone suo avversario (724), e quindi esposta alle depredazioni di Verve, e forse anche alle incursioni del celebre pirata Pirganione, fu nondimeno ai dì di Cicerone una delle ricche e fiorenti città della Sicilia (725), fornita come era di buon porto ed aperta al commercio. Serbava allora le sue antiche municipali istituzioni col proprio senato, ed il suo principale magistrato riteneva il greco nome di Proagoro, come quello di Agrigento (726). Ma perché favorevole alle parti cesariane, fu occupata e devastata da Sesto Pompeo, e fu perciò di edifizii. e di popolazione restaurata da Augusto col mandarvi una colonia (727); e in tale condizione si mantenne sotto gli altri imperatori, in guisa che Ausonio nel IV secolo tra le nobili città dell’isola non ricorda che Catania e Siracusa.
Delle monete di argento e bronzo che ci rimangono di Catana, e che ricordano quasi tutte i diversi periodi delle sue vicende, più antiche sono le tetradramme, nel cui dritto è la Vittoria coll'epigrafe KATANE, KATANA, KATANAION, e nel rovescio il toro a volto umano coronato dalla Vittoria, o la figura di un uomo, un ramo, o altro simbolo. Di tali tipi del rovescio il primo, anche ovvio su qualche lucerna in terra cotta trovata ne' dintorni della città (728), è pur comune ad altre città dell'isola, ed appartiene certamente al più antico periodo della civiltà ellenica nella Sicilia, in cui le greche colonie vi diffondevano il culto di Bacco; oltre che la forma delle lettere nella leggenda, il vedervisi l'E in vece dell'H, l'O in vece dell'W, ed alquanto di rozzezza nel lavoro, con ragione fanno supporle più antiche delle altre, e del tempo della prisca autonomia della città (729). In altre tetradramme, anziché i numi propri de' Catanei, si vede da un lato una testa chiomata e coronata di quercia, o di alloro, coll'epigrafe or HPΑΚΛΙΔΑ, or ΚΟΙΚΕΩΝ, e sotto ΑΠΟΛΛΟΝ, col simbolo analogo dell'arco, e dall'altro un vincitore al corso della quadriga coronato dalla Vittoria, sotto il nome del popolo KAΤΑΝΑΙΩΝ, ed in alcune presso la testa laureata un granchio marino, od un fiore di melogranato (balaustium), e colla Vittoria portante una lamina o cartello colle lettere ΕΥΛΟ, iniziali di ΕΥΛΟΓΙΑ, ο piuttosto EYAIN, parola di acclamazione, o di evviva, ai vincitori ne' giuochi. Altre medaglie simili con la detta epigrafe, e talfiata ΚΑΤΑΝΑΙΟΣ, hanno nel rovescio o sole bighe, o cavalli. Pindaro celebrava tre vittorie di Gerone ne' giuochi Pitici (730), e non è improbabile, dice un dotto nummologo, che da' Catanei si ricordavano su tali medaglie (731). Oltre che vi è il capo di Apollo, a cui i giuochi Pitici furono sacri nella,città di Delfo, il simbolo del balaustio, proprio dell'isola di Rodi (732), accenna all'origine di Gerone, i cui antenati da Lindo, città di quell'isola stessa, passavano a Gela (733), donde poi Gerone trasferivasi a Siracusa. E l’W nella leggenda già mostra l'uso di uso di una delle lettere introdotte da Simonide, famigliare e protetto di quel principe (734). Le cose stesse presso a poco di tali medaglie scrivevano altri più antichi nummologi (735); ma se Gerone pel già detto fu piuttosto il nemico di Catana (736), non si saprebbe intendere come i Catanei ne celebrassero le vittorie dopo l’occupazione della loro città; e non potendosi perciò nemmeno pensare a quel Cronio celebrato da Pindaro, amico di Gerone, e vincitore anch’egli ne' giuochi olimpici (737), direi piuttosto che in tale medaglie non celebrassero che i vincitori de' propri giuochi in onore forse di Apollo, come nelle altre che colla biga presentano il vincitore anche coronato dalla vittoria; così che l’ΗΡΑΚΛΙΔΑ delle prime medaglie sarebbe il nome del Ginnasiarca, come in una iscrizione di Gela (738).
In medaglie, anche di argento, di secondo modulo, è la testa giovenile del fiume che scorreva presso la città, dichiarato appunto dall'epigrafe ΑΜΕΝΑΝΟΣ, e da' simboli de' pesci e dal granchio che abbonda nel mare di Catania, e nel rovescio la quadriga e la leggenda ΚΑΤΑΝΑΙΩΝ; nelle quali medaglie la città onorava se stessa per le vittorie che i suoi cittadini ottenevano ne' giuochi olimpici (739). Ve ne ha pure col tipo di Apollo uel dritto, e nel rovescio tra la solita iscrizione ed il granchio il bue cornupeta, spiegato del pari pel simbolo dello stesso fiume, e ch'esser potrebbe piuttosto del Simeto, al quale per le sue grandi piene egli sembra che anche più convenga il simbolo della testa con chiome rabbuffate ed orride, che vedesi in alcune di tali medaglie. Sono in altre effigiate teste di Bacco senili e calve col tirso, ed il caduceo nel rovescio, con la solita epigrafe.
Tali tipi presentano quasi tutte le medaglie di argento, notabili per la eleganza del lavoro come le più belle medaglie dell’isola, in fuori di quelle di terza grandezza, posteriori all'autonomia della città ed all’epoca greca. Né in minor numero sono quelle di bronzo, per lo più del tempo de' Romani sì pe' tipi e sì per la grande diversità del lavoro. In quelle di primo modulo, delle altre più perfette, e però più antiche, è il tipo di Giove coronato di quercia, o di olivo nel dritto, con Iside ed Oro, il suo figliuolo, nel rovescio, entrambi con fiori di loto sul capo, con intorno la leggenda KATANΑΙΩΝ, un monogramma ed il sistro, sul quale un gatto, come sopra una moneta inedita di Baiasti (740), città capitale del Nomo Bubastite (741) nell'Egitto, ora detta Tell-Bustah, celebre nell’antichità per un tempio d’Iside o Diana (742), ch’esser potrebbe la città che più di ogni altra ebbe relazione con Catana. Oltre i due obelischi con geroglifi che tuttavia si veggono a Catania, la relazione che la città ebbe coll’Egitto, è anche manifesta dal tipo di Giove Ammone coronato di alloro, che vedesi sopra un’altra medaglia di alquanto minore grandezza, vanamente spiegato per l’immagine di Caronda in una moneta simile di argento (743), e nel rovescio la dea Moneta con bilancia nella destra, il cornucopia nella sinistra, un monogramma da un lato, e due dall'altro. Ed oltre la moneta che nel tipo del bue a volto umano nel rovescio ricorda la più antica, altre hanno Giano bifronte con monogrammi all’intorno, e nel rovescio Cerere stante con le spighe e la fiaccola con l’iscrizione solita. Nel dritto di altre monete simili è una testa giovenile, forse del fiume Amenano, e nel rovescio anche Cerere con due fiaccole, che secondo il mito accendeva sull'Etna per andare in cerca della rapita figlia (744). Sono in altre diversi tipi di Bacco, or con testa senile coronata di pampini, or giovenile, e nel rovescio un grappolo, o sopra un carro tirato da due tigri, e nel campo diversi monogrammi. In altre ancora di elegante disegno sono i tipi di Mercurio e di Apollo, e nel rovescio la Fittoria con tre linee nel campo, indicanti il valore della moneta, o la IV parte dell'asse, come il segno del sestante è nelle due linee perpendicolari di altre monete col capo di Apollo nel dritto, e forse Iside nel rovescio in atto di offrire una colomba, e la solita leggenda ΚΑΤΑΝΑΙΩΝ. E senza dire di altre varietà di tipi del fiume Amenano, con nel rovescio i simboli de' Dioscuri, i pile! e le stelle, e nel mezzo la civetta, che accenna all’origine calcidese di Catania, od una testa di leone e tre globetti, segui del quadrante, o della IV parte dell'asse, notabili sono quelle che nel dritto hanno una testa coronata di edera coll'epigrafe ΛΑΣΙΟ retta o retrograda, e le iniziali ΣΩ, e nel rovescio due figure fuggenti con nelle braccia altre figure, ed intorno la solita epigrafe. Nella testa anziché l’immagine del supremo magistrato della città, il Proagoro (745), ch’era il Dionisiarco, o il primo sacerdote di Bacco, è quella dello stesso nume coronato di edera, e le lettere ΣΩ sono le iniziali di ΣΩΤΗP, Salvatore, da riferirsi allo stesso Bacco. Nel rovescio è rappresentato il fatto de' Fratelli Pii, cosi celebre nelle antiche memorie della città, e che più distesamente di altri antichi narrava Conone. I crateri dell’Etna, dice questo storico, mandarono una volta cotante fiamme a guisa di fiume, che parve di Catanei tutta la città ne dovesse andare a soqquadro. E fuggendo quanto più presto potevano, altri portarono via l’oro, altri argento, ed altri tutto ciò che credevano potesse lor servire di sussidio nella fuga. Solo Anapia ed Anfinomo sopra ogni altra cosa presi sa gli omeri i loro vecchi genitori, se ne fuggirono; ed il fuoco, sorpresi gli altri tatti, abbruciolli; ma si aperse intorno a que’ due in maniera, che formando quasi un’isola, lasciò loro libero il campo. Perciò i Sicoli lo intitolarono Campo de' Pii (746), e sul sepolcro di essi eressero statue di pietra, in memoria della loro azione divina insieme ed umana (747). Pausania assicura che al suo tempo erane la memoria tuttavia venerata a Catana (748); tuttavolta Siracusa le disputò la fama di sì celebre fatto e la patria de' pii fratelli, sostenendo essere stati Emantia e Critone (749). Senza contendere della patria, l’autore dal quale Stobeo raccoglievano la tradizione, nominavali invece Filonomo e Callia, i quali comeché nati a Catana non furono nondimeno fratelli (750); così che la tradizione che il fossero derivava forse dal vederli insieme rappresentati sulle monete, sebbene una ve ne ha pure, nella quale divisi si veggono l’uno nel dritto, e l’altro nel rovescio. Igino ancora, confondendo un fatto coll’altro, li nominò Damone e Finzia, dando il nome di Mero e Selinunzio a' due amici che confondevano, come dirò appresso, il tiranno Dionigi; discordanza ne' nomi che non ai può forse altrimenti spiegare che co’ fatti simili avvenuti in altre grandi eruzioni dell’Etna, tra le quali quella che sembra indicata dall’autore citato da Stobeo nell’Olimpiade LXXI, quando l’isola fu scossa da un grande tremuoto, ed il vulcano devastò molti campi e città (751), sembra la più memorabile, a cui la tradizione più concordemente riferiva la pia e bella azione di Anapia ed Anfinomo. A crederne Claudiano le statue erette in loro onore tuttavia si vedevano alla sua età, ma erano di bronzo; e come tra le tavole che con certi epigrammi esprimevano alcune storie dell’antichità nelle colonne del tempio di Apolloniade, madre de' re Eumene ed Attalo presso Cizico fu anche quella de' Fratelli Pii di Catana (752), così anche nelle medaglie romane, come simbolo di pietà fu espressa questa coppia, come in una medaglia della famiglia Pompeia, ed in un’altra della Erennia (753). Ed una moneta ancora si descrive, la quale comeché anepigrafa, pur a Catana si attribuisca, o piuttosto a Mamerco, il suo tiranno; la quale ha da un lato una testa galeata al modo frigio, dall'altra un cavallo, o toro a volto umano con corona radiata ed il monogramma MM, ch’esprimerebbe il nome di Mamerco (754). Né debbo un’altra trasandarne, forse l’ultima nell’ordine de' tempi, la quale nel rovescio ba un fulmine alato (πτεροίντα κέραυνον), e sebbene nel dritto mostri a quanto sembra l’immagine di un fiume (l’Amenano, o il Simeto), pure l’epigrafe ΡΩΜΑΝΟΣ l'appalesa del tempo in cui la città era divenuta colonia romana, e da magistrati romani veniva retta (755).
La prossimità del mare e la fertilità de' vicini campi (756) la città resero importante sin da' primi tempi. Benché sottoposta all’Etna, che più e più volte con le ardenti lave ne distruggeva gli edifizii, pure le ceneri del vulcano acconcissimo alle viti ne rendevano il terreno e di ogni altro prodotto feracissimo, oltre i pascoli abbondevoli (757). Crescendo perciò a numerosa popolazione, fu delle più grandi città dell’isola dopo Siracusa ed Agrigento. Per la colonia romana assai più popolata divenne di Messina, ancorché questa popolatissima già fosse, e fu allora che, restaurata da Augusto (758), riebbe l’antica magnificenza co’ pubblici grandi edifizii che vi furono eretti, de' quali soltanto or rimangono i ruderi, perché scomparsi affatto da gran tempo vi sono quelli della bell’epoca degli Elioni. Dagli addotti tipi delle monete co’ diversi numi de' Cutanei conosciamo pure i molti templi edificati nella città, se non nella prima fondazione, nell’epoca almeno della sua floridezza. Senza dire di quelli dell’età più antica, che dal culto de' Nassii suppor si possono, ma non certamente indicarsi, rinomatissimo vi fu U tempio di Cerere, molto antico, dice Cicerone, e in somma venerazione come in Roma ed in altre contrade (759). Di sconosciuta fondazione, si sa solo che totalmente fu distrutto nella seconda metà del secolo Vili per opera del vescovo S. Leone, il quale fioriva verso il 776 (760). Fu nel luogo ove il Viceré Vega cominciò ad innalzare il così detto Bastione degl'Infetti. Quando nel 1389 vi fu edificata la chiesa dello Spirito Santo sulle rovine di quella de' XL Martiri vi si scopriva un gran cornicione di lava di dorico lavoro coll'iscrizione (761): Κ(αταναιων) ΔΗΜΗΤΗΡΙ ΙΕΡ(ον), cioè Catanensium Cereri Sacrum. Un altro cornicione simile scoprivasi senza alcuna epigrafe nel medesimo sito, e dové perciò come il primo decorare la facciata del tempio. E che ivi fu di fatti si conobbe altresì da una statuina marmorea rappresentante la dea (762), la quale ebbe ad essere offerta nel tempio stesso. Le mura della città odierna, dice l’Houel, passano diagonalmente su’ fondamenti di questo antico tempio, i cui ruderi mostrano la più perfetta costruzione, rassomigliando a porzioni di rocce (763). A crederne antiche descrizioni, consisteva in un quadrilatero, lungo 300 cubiti, e largo 150. Eravi nel mezzo un vestibolo rotondo, formato da colonne disposte in circolo, dal cui centro vedevansi tutte le entrate del tempio per mezzo delle colonne. Su tutto l’edilìzio, di un’altezza eguale alla metà della grandezza, si elevava un duomo sostenuto da 20 colossali Atlanti marmorei, e che covriva una sfera di enorme grandezza sostenuta dal colonnato circolare. Che questa sfera, sospesa con arte insieme e leggerezza, e rivolgentesi continuamente rappresentasse il corso del sole, della luna e de' pianeti, è da lasciare alla dubbia fede di pochi scrittori che, immaginosi, o creduli, davano come fatto le ipotesi, o facilmente ripetevano i racconti de' predecessori. Sorgeva nel vestibolo l'antichissima statua della dea, visibile soltanto alle donne ed alle vergini sacerdotesse, ma che pur si ardì di far rapire Cajo Verre (764),il quale altri templi faceva spogliare e profanare dentro e fuori dell’isola. Da questo tempio venne il nome di Demeterea, alterato poi in Dimitiraja, ad una delle antiche regioni della città (765).
Ma se del tempio di Cerere è noto il sito, ed un’idea approssimativa può darsene dalle antiche descrizioni, altrettanto non può dirsi di altri templi nella città, di quelli dir voglio di Esculapio, di Proserpina e di Venere. Da una statua coll’iscrizione ΑΣΚΛΕΠΙΟΣ, scoperta tra antichi ruderi presso il monistero di S. Benedetto si venne a conoscenza del primo di questi templi (766), e da un simulacro cubitale di argilla coll’epigrafe ΠΕΡΣΕΦΟΝΗ ΒΑΣΙΛΙΣ ΚΑΤΑΝΑ (ίων), Proserpina Regina Catanensium (767), si conobbe il secondo. La statuetta votiva, offerta nel tempio della dea, ritrovavasi presso il Mercato, presso cui fu il tempio, del quale già vedevansi le pareti marmoree, i musaici, e i vestigi. Ma grandi avanzi di pareti solidissime, molte basi di colonne, musaici ed altri avanzi di fabbriche venuti fuori nella regione della città detta Cipriana, appalesavano la grandezza del tempio di Venere Cipria, del quale oltre il nome della contrada anche nell’antica tradizione restava la memoria (768). Le rovine del tempio d’Ercole, anziché di un tempio pubblico, furono piuttosto di un sacrario di privato cittadino, perciocché sebbene se ne descrivano gli avanzi nelle pareti coverte di tavole marmoree, ne' musaici del suolo, e ne' rottami delle colonne, pure la statua del nume non era più di due piedi (769). Per la piccolezza della Chiesa di S. Maria della Rotonda non può nemmeno dirsi che fossevi un Panteon, o un tempio comune a tutti i numi, e sì per essere aderente ad altri edifizii, come all’Odeo, o al piccolo Teatro, e sì ancora per gli acquidotti trovati ivi presso, fu piuttosto una sala di qualche prossimo palagio, se non di un bagno (770). E benché altri templi ebbero ad avere i Catanensi, come senza più quelli dispailo, di Bacco, di Giove, e di altri numi, a' quali accennano le monete, non si sa ove fossero quelli di Minerva e della Fortuna, di cui si parla nelle lettere apocrife attribuite a Diodoro, come l’altro de' Dioscuri, che il Bolano è il solo a descrivere (771). Altri templi si ricordano fuori della città, uno dedicato a Fidio presso Porto Saraceno (772), un altro sacro a Plutone sul colle di S. Sofia, quello di Leocotea nella collina di Licatia, come gli altri di Minerva Onca ad Ognina, o Lognina (773), e di Cibale sul poggio di Cifoli (774), ma tranne l’ultimo, del quale l’Houel vide i ruderi antichissimi ad un miglio al nord di Catania presso un sepolcro piramidale con altri avanzi di edifizii (775), sono tutti di molto dubbia attribuzione, e ne' ruderi che se ne descrivono, non sono da vedere piuttosto che quelli di sepolcri.
Degli altri, molti pubblici edifizii della città rimangono pure le memorie e i ruderi, e fra questi dirò prima de' Teatri, che il primo luogo tengono dopo i templi. Il più grande fu costrutto quasi nel mezzo della città in un sito a piano inclinalo verso oriente e mezzodì, ed a crederne un antiquario, in un antichissimo cratere (776). Certo è che in fuori del proscenio e del podio, il primo ordine de' gradini e le interne scalinate furono tagliati nella dura lava della roccia, sul cui pendio fu innalzato (777). Oltre la forma circolare, la naturale pendenza del luogo offriva gradini facili a scolpire in un sito di bellissimo prospetto, dal quale l’occhio poteva piacevolmente spaziarsi nella vista del mare e del circostante paese, e però acconcio più di ogni altro al sito che i Greci davano a cosiffatti edifizii. Benché in gran parte occupato da costruzioni moderne, ciò che ne avanza ne mostra la grandezza e la magnificenza. Né rimangono i gradini sino alla prima precinzione e tra due delle cavee. I sedili, larghi due piedi ed alti un piede, erano formati di quadrati massi calcarei, e coverti di lastre marmoree. Le scalinate di passaggio, che restano soltanto nel lato occidentale, e che scavate sono nel piano de' gradini, larghe tre piedi, erano ciascuna alla distanza di 20 piedi, e di marmo rivestite solo ne' lati. Sopra una grande lastra marmorea che rivestiva il podio, o il luogo dove sedevano i magistrati e i personaggi ragguardevoli, si veggono i segni del bisellio pel duumviro della città, come nel teatro di Pompei, in cui scoprivasi nel sito stesso una sedia curule. Gran parte si osserva del secondo corridoio, parte ancora della volta che sosteneva la galleria superiore, e da un sito delle case soprastanti può notarsi tutto il terzo corridoio nella direzione semicircolare de' moderni edifizii. Per gradinate di 15 scalini passavasi da uno all’altro corridoio, ne' quali entrati gli spettatori altre ne salivano di 12 scalini che mettevano nelle cavee, d’onde uscendo nella gradinata di passaggio, da queste passavano ai sedili. De’ due corridoi a' lati del proscenio, come nel teatro di Pompei, un solo ne rimane a volta inclinata, che menava nel lato occidentale della scena, e di là anche nell’orchestra, e nella stessa linea del proscenio. Rimangono dietro la scena le stanze per gli attori, ed in fondo al secondo grande corridoio si scende in un aquidotto, il quale, costrutto per le acque superiori, si è attribuito per la struttura alla primitiva costruzione dell’edilizio. Nello stesso lato occidentale una scala metteva ne' corridoi, per metà coverta da una volta magnifica unita a quelle de' corridoi. Nei lati retti del fronte di questa volta si notano segni di chiusura, e può credersi il luogo ove pagavasi l’ingresso (778). Tutto il teatro da una estremità de' gradini all'altra aveva 320 piedi di diametro, che bene appalesa una grandezza maggiore del teatro di Taormina. Oltre che fra le rovine si riconoscono alcuni archi chiusi, muri rivestiti di fabbriche aggiunte, ed il titolo sepolcrale di un Lucio Celio fabbricato in uno de' muri, la stessa profusione negli ornati dimostra che fu da' Romani restaurato, ed anche abbellito, se non alterato dalla primitiva semplicità greca. Non ostante le devastazioni de' secoli molte delle sue ricchezze serbava questo teatro sino a' Normanni; ma fu totalmente spoglio de' migliori ornamenti quando il conte Ruggiero ordinava l'edificazione della cattedrale. La grande scalinata avanti la maggiore tribuna fu in parte formata di capitelli, cornicioni e rottami di colonne appartenenti al teatro, del quale erano pure le magnifiche colonne di granito che prima del tremuoto del 1693 ne sostenevano la volta (779). Altre colonne di minor diametro che sparse si veggono in più luoghi della città, sostenevano forse la galleria sull’ultimo ordine de' gradini, gli ordini superiori della scena, i portici inoltre e gli ambulacri che negli antichi teatri troviamo descritti (780). E dentro e fuori del museo Biscari veder si possono rottami di altre colonne, molti marmi lavorati, con avanzi della scena, pezzi di fregio e di architetture con bassi rilievi e sopratutto una delle basi che sostenevano due statue a' lati del proscenio. Nel teatro della città Alcibiade aringava Cotanti per indurli all’alleanza con gli Ateniesi nel 415 (781), e molto antico può supporsi per le belle invenzioni nelle arti teatrali e della danza, di cui Catana ebbe il vanto fra le città greche. Il Catanese Androne insegnò il primo sulle modulazioni del flauto i motivi della danza (782), ed il poeta Tisia o Stesicoro, il quale nella città lungamente dimorò sino al fine della sua vita, aggiungendo la lira alla musica de' cori (783), fu il primo a determinarne il vero carattere coll’accompagnamento del suono. Entrambi per tal modo preludiavano all’arte drammatica, e di buon ora la città ebbe ad avere il Teatro.
Per mezzo di due porte col Teatro comunicava l’Odeo o il piccolo Teatro, il quale,occupato del pari da moderni edifizii,non presenta che un ordine di undici scalini con ai lati nove gradi discendenti sino al piano dell’orchestra. I soliti piloni cuneati condotti a raggio, destinati a sostegno della gradinata maggiore, vi formavano diciassette cavee. Su questi piloni posavano le volte, le quali dalla parte esterna attestano agli archi di altrettante aperture, e dalla parte interna ad un muro di precinzione. L’arco centrale serviva per l’unica entrata nell’Orfeo, mediante un altro arco corrispondente nel detto muro, da cui era cinto. Del tutto sparita vi è la gradinata superiore alle volte, non meno che le scale che vi davano accesso. Corrispondenti al mezzo delle teste de' piloni che separavano le cavee, vi sono nel giro esterno pilastri risaltati, eretti senza base sopra un zoccolo, che serviva di soglia alle arcate aperture. Tali pilastri sono coronati da un cimazio che ricorre per tutto il giro della fabbrica. Poiché dal perfezionamento dell’arte rappresentativa, e dell’oratoria ebbero l'origine gli Odei, essendo già noto che vi si facevano le prove e le disfide di quanto rappresentar dovevasi nel Teatro, non esclusi la mimica, la musica ed il canto, donde derivò il nome di Odeo (Ωδειον), non ad uso diverso destinato era quello di Catania; perché nella sola cavea centrale era l'unica e ristretta comunicazione tra le parti interne ed esterne, e la piccola area delle cavee rimanenti, ciascuna di 75 piedi quadrati, era appena capace di dieci spettatori. Senza servire perciò a popolari riunioni, i diversi autori drammatici e di musiche vi sperimentavano i primi giudizii della critica da eletta adunanza di cittadini che arbitrar dovevano del concorso (784). Quest’Orco del resto ebbe ad essere ornato di statue nel vestibolo, come quello di Atene, in cui erano statue de' re Egizii (785), e come nell’altro simile edifizio di Patre, città dell’Acaja, vi fu forse innanzi del timelo la statua di Apollo (786), nume della Musica. Ma come di ogni ornato, così rimase privo anche delle statue, perché mutilato in prima e guasto per rivestire de' suoi marmi la Cattedrale, fu poi in altre parti distrutto per ordine del Viceré Giovanni Vega all’occasione di doversi cingere di bastioni e cortine la città.
Al Ginnasio accenna la seguente epigrafe (787), la quale, scoperta nel 1594 ne' ruderi del Teatro, fa supporre che ivi si collocasse nella ricostruzione fattane da' Romani:
ΕΥΣΕΒΕΩΝ ΚΑΥΤΟΝ ACTΥ ΠΑΝΟΛΒΙΟΝ ΑΝΔΡΑ ΑΝΕΘΗΚΕ ΖΩΟΥΜΙ ΑΝΕΙΔΗΝ ΑΓΩΝΟΘΕΤΗΡΑ ΣΕΒΗΡΟΝ ΟΦΡΑ ΚΑΙ ΕΣΣΟΜΕΝΟΙΣ Η Ρίως κ)Λ(η) Ζ(οιτο) ΒΡΟ (τοισιν). |
Piorum Inclita Urbs Omnino Beatum Virum Extulit Zosimi Genus Ludorum Praesidem Severum Ut Et Posteris Eros Celebretur Mortalibus |
A’ dì del Bolano, il quale visse verso la fine del secolo XVI, tuttavia rimanevano tre lati del Foro, mancando affatto quello verso occidente (788). Delle botteghe che lo cingevano, oggi non avanzano che sette ad oriente, e tre a mezzodì, le quali servendo per abitazioni moderne formano il così detto Cortile di S. Pantaleo. Tra le parti scoverte dell’ordine inferiore, dette dal volgo le Grotte di S. Pantaleo, osservasi un piccol pavimento sotterraneo con due opposte braccia di scale, e due grandi arcate, comeché ripiene di fabbriche, mostrano la robustezza e la magnificenza dell’edifizio. Acque copiose vi scorrono in mezzo, e par che servissero per alimentarvi una fontana, come nel Foro di Pompei. E poiché tra il Teatro ed il Foro molte grandi rovine si osservano di solide fabbriche, di rotte colonne, di avanzi di portici, di volte, pavimenti e rottami di marmi, egli sembra che appartennero ai pubblici edifizii che presso il Foro ed il Teatro solevano da' Romani costruirsi, la Basilica dir voglio, la Curia, l'Erario con tutti gli altri, de quali può leggersi Vitruvio (789). A tramontana del Foro scoprivansi in fatti i vestigi della Curia con un ordine di colonne che sostener ne dovevano i portici, oggi sepolti sotto la strada del Corso. Le volte e i portici, su’ quali fu in parte innalzato il prossimo convento di S. Agostino, furono probabilmente della Basilica, massime per le 32 colonne di marmo che ora sostengono il porticato della piazza di S. Filippo con le altre molte adattate al prospetto di quella chiesa. Il pavimento dell’atrio del Museo Biscari, il poggio lungo il muro settentrionale del Duomo sono formati di quadrati macigni, che già coprivano una grande estensione di suolo davanti il detto cenobio, ed erano i pavimenti di quei grandi edifizii distrutti. Gli scavi in que’ contorni antichi avanzi hanno sempre offerto con marmi nobilmente lavorati, ed ivi pure scovrivasi il famoso torso colossale del Museo Biscari, che abbellir doveva la Basilica, o la Curia (790).
Di un Ninfeo, o fontana, lasciò ricordanza il seguente mutilo epigramma (791), diversamente supplito da dotti archeologi (792):
BAION EMΕ ΝΥΜΦΑΙΣ ΕΡΓΟΝ ΚΑΜ......
ΟΥ ΓΑΡ ΜΟΙ ΣΘΕΝΑΡΗΝ ΧΕΙΡ ΕΠΕ.....
ΑΛΛ ΕΝ ΕΜΟΥ ΚΑΜΑΤΩΝ ΕΥΡΕΝ ΤΕΛ......
ΑΓΧΟΘΙ ΛΑΙΝΕΗΣ ΑΥΛΑΚΟΣ ΥΔΡΟ.....
ΤΗΝ ΑΥΤΟΣ ΠΟΥΗΣΕΝ ΕΣ ΗΕΡΑ ΠΟΛΛ......
ΝΑΜΑ ΦΕΡΕΙΝ ΚΑΘΑΡΟΝ ΕΝΝΑΕΤΑΙ......
ΕΝΝΟΙΟΥ
Dall'altro lato della lapida si legge:
Tempo) RVM IN(IVR)IA NYMFEVM
impro)BE FOEDATVM, CVIVS ETIAM AQVA
sal)VO MEATV TAMEN CORRUPTIONE
sordiu)M ITA FVERAT POLLVTA VT QUANDAM
noxa)M HAVRIENTIBVS INFERRE VIDERETVR
beneficenti)A FL. ARSINI V. C. CONSVLARIS P. S.
purgat) VM ADQVE VSVI POPVLI SPLENDIDISSIMI
Catinensiu)M REDDITVM REFORMATVMQVE EST
Cur)ANTE FL. AMBROSIO V. P. D. D. P. R. I,
Il Munter ed il Welcker suppongono che il nome di Ennio, che leggesi alla fine dell’epigramma, fosse quello del poeta che lo scrisse (793), e di colui stesso può credersi, per opera del quale il Ninfeo venne fatto, il quale non potendo altro di meglio e di più splendido pe’ Catinensi, quest’opera sacra alle Ninfe fece costruire, di non grave dispendio, è vero, ma di molta e duratura utilità pe' propri concittadini. La quale alterata poi e guasta per la ingiuria de' tempi, come dichiara l’epigrafe latina (794), fu per cura di un Flavio Ambrosio, uno forse de' Decurioni della città, fatto restaurare da Arsenio Consolare della Sicilia prima del 359, nel quale anno è nominato già vicario dell'imperatore Costanzo (795).
Nel sito più piano e più nobile della città erano le Terme, le cui estese fabbriche con altri non pochi bagni di privati (796) attestano la ricchezza ed il lusso de' Cutanei anche sotto i Romani. Per un’apertura praticata presso la porta maggiore del Duomo si penetra nel sotterraneo che ne racchiude gli avanzi, sformati dalle sovrimposte costruzioni. Vi si osserva una ben conservata galleria esteriore, da cui entrasi in due porte costrutte come il resto delle fabbriche di grandi quadrati massi vulcanici. Nel mezzo del sotterraneo si giunge ad un atrio formato da portici sostenuti da pilastri, le cui volte e i muri circostanti sono coverti di ornati in stucco rappresentanti baccanali, pe' quali supponevasi che annesso a queste Terme fosse un tempio di Bacco (797). A pochi passi dall’atrio si scoprivano gli avanzi di una stufa o laconico, ed alquanto più lungi marmi, colonne e ruderi di fabbriche, che appartennero forse all'esterno muro di tutto l’edifizio. Presso la chiesa di S. Martino, ch'è al ponente dell’atrio, si veggono un bellissimo portico intero, una stanza, ed una porta che dava l’adito in appartamenti vicini. Osservasi a breve distanza aderente al convento dell’Indirizzo un Ipocausto o Calidario, al quale era anche annesso un altro laconico, che facevan parte di altro più esteso edilizio, compresi tutti nell’estensione delle Terme. Osservandosi tante rovine, sovente a più ordini, gli altri edifizii son da riconoscervi uniti ai bagni, come il Xisto, la Palestra, e forse anche il Ginnasio, da Marcello edificato nella città (798), tanto più perché in vicinanza del secondo descritto portico sorgeva VArco di M. Marcello, abbattuto probabilmente quando sovr’esso fabbricavasi la chiesa di S. Caterina, alla quale successe l’altra di S. Martino. Vi si scoprirono modinature della più grande eleganza, ed una testa di finissimo marmo che credevasi di Marcello (799). Oltre che ne' ristauri, nelle aggiunte, e nella varietà dello stile di queste fabbriche chiare si ravvisano l’epoca de' Greci e quella de' Romani, al Proconsole Q. Lusio Laberio attribuiva forse la ristorazione delle Terme la seguente iscrizione, che non intera leggevasi negli architravi di quattro colonne della Cattedrale innauzi che rovinasse pel tremuoto del 1693;
LVSIVS. LABERIVS. PROCONSVL.
THERMAS
Ad una più antica costruzione di queste Terme par che accenni la seguente mutila epigrafe scoperta tra que’ ruderi, dalla quale sappiamo che si nominarono Achilliane da quelle, come sembra, dello stesso nome che già furono a Costantinopoli, così dette dalla vicina Ara di Achille (800), e che a proposta di Flavio Felice Eumeo Consolare della Sicilia venivano restaurate sotto l’impero di Teodosio II, e propriamente nel XIV anno del suo Consolato, quando ebbe a collega Flavio Anicio Petronio Massimo, nel 433 dell’era volgare (801):
ΓΛΑΒΙΟΣ ΦΗΛΙΞ ΕΥΜΑΕΟΣ Ο ΛΑΜΠΡΟΤΑΤΟΣ ΥΠΑΤΙΚΟΣ ΤΗΣ
ΗΜΕΤΕΡΑС ЕПАРХІАΣ ΕΙΠΕΝ ΑΙ ΘΕΡΜΑΙ ΑΙ ΑΧΙΛΛΙΑΝΑΙ ΕΞ AP
XIAΣ ΔΙΑΤΥΠΩΣΕΩΣ.
…………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………………..
ΔΙΑ ΚΑΜΑΤΩΝ ΤΟΥ ΔΕΙΝΟΣ ΑΡΧΙΤΕΚΤΟΝOC META ΤΗΝ ΥΠΑ
ΤΕΙΑΝ ΤΟΥ ΚΥΡΙΟΥ ΥΜΩΝ ΦΛ · ΘΕΟΔΟΣΙΟΥ ΑΙΩΝΙΟΥ ΑΥΓΟΥΣΤΟΥ
ΤΟ ΔΙ ΚΑΙ ΜΑΞΙΜΟΥ ΤΟΥ ΛΑΜΠΡΟΤΑΤΟΥ ΥΠΑΤΙΚΟΥ
Altre rovine di bagni s’indicano poco lungi dal Teatro, che in tutto il piano si estendevano davanti la chiesa de' Benedittini, e sin presso S. Maria dell’Idria. I quali, ornati non meno delle terme, come si conobbe dalle colonne di marmo pario scavato da que’ ruderi, in parte dal grande acquidotto della città, in parte dall’Amenano ricevevane le acque (802). Ed anziché un Panteon, non altro che una sala di bagni fu pure la fabbrica ottagona cambiata in chiesa, dedicala a S. Maria della Rotonda, perché un’altra simile ve n’ebbe a breve distanza, e nella stessa forma si vede di quella presso Baja, la quale all’uso stesso destinata supponevasi un tempio di Venere (803).
Le monete della città con le bighe, le quadrighe e le mete terminali del corso fan supporvi l’Ippodromo, come in altre città greche, vaghe di giuochi e di nobili esercizii. Certo è che vi fu poi il Circo, pel quale oltre le memorie meno antiche è celebrata a città dal geografo Juniore, del tempo di Costantino Maguo (804). De’ giuochi circensi che vi si celebravano si fa anche cenno dal greco encomiaste del Vescovo S. Leone (805); e sebbene alquanto dubbia dir se ne può la descrizione che davano il più antico scrittore de' monumenti di Catania,pure perché in gran parte verisimile pe' ruderi che tuttora ne avanzano, non mi rimango di qui riferirla. Era fuori delle mura nella parte meridionale, del diametro minore di 384 piedi, e del maggiore di 1872 piedi. Sull’una delle due estremità era un grande piedistallo marmoreo sostenuto da quattro archi, sul quale starano due mete grandissime in forma di obelisco, ma rotonde, che avevano sulla cima un’ovale di pietra rilucente di diversi colori. Un altro piedistallo simile con due mete e due ovali stava nel punto opposto. Presso le due mete si elevavano in triangolo tre piccole colonne, che sostenevano una grande tavola di marmo, su cui sorgeva un monolito triangolare con figure geroglifiche, e con una luna di argento in sulla cima. Sotto questo obelisco stava un altare triangolare dedicato a Proserpina, e tra le due mete due statue, delle quali l’una rappresentante l’Eternità, e l’altra la Terra, o la Natura in figura simbolica (806). Indi seguiva un altro piedistallo di grandezza straordinaria, sul quale sorgeva un elefante di pietra di Taormina di colore rossigno che sosteneva una statua di Pallade, e dappresso sopra un pilastro quella della Fortuna. Nel mezzo del muro che correva da una all’altra estremità del grande edilizio si elevava sopra una grandissima base un altro obelisco di granito, metà più grande dell’altro e quadrangolare, con caratteri geroglifici, sulla cui cima un globo risplendente. Sorgevano presso questo monolito le statue di Cibale e di Cerere, e poi quella della Vittoria sopra una colonna. Sullo stesso muro erano diversi altari dedicati a diversi numi, e tra gli altri a Venere e Cupido', e sulle mura di tutto il Circo diverse statue di uomini, di cavalli e di altri animali. Coverti di marmo e di pietre levigate di diversi coloni ne erano i sedili, a piè de' quali scorrevano in un canale acque ottime da bere,condottevi per canali sotterranei. Sulle due estremità si elevavano sopra arcate due grandi edifizii che aderivano da' due lati con botteghe di mercanti. Di queste fabbriche rimangono tuttora le rovine, ma sfigurata del tutto è l’area del Circo. Sulla grande fontana della piazza di S. Agata si vede nondimeno uno degli obelischi di granito di Egitto sul dorso di un elefante, il quale tagliato in un masso di lava dell’Etna sembra l’emblema della città antica, e probabilmente cartaginese. L’obelisco ha gli angoli rotondati, e della più grossolana, esecuzione sono i geroglifici che vi sono scolpiti (807).
Al di sotto del Circo, e contigua al Ginnasio, presso la sponda del mare fa pure una Naumachia, che il Biondo diceva, coll’autorità delle lettere apocrife di Diodoro, costrutta da' Catanensi col riscatto di prigionieri. 11 muro che circondavala aveva dicci piedi di spessezza, e circa sei cubiti erane profondo il bacino. Dall’oriente all’occidente estendevasi nella lunghezza di. 1800 piedi, e da' punti opposti nella larghezza di 360 piedi: tutto il perimetro erane di circa 6 stadii (808). Oltre i platani e i pioppi che nella state ne ombreggiavano le sponde, di altri alberi ancora sempre verdi era cinta, di lauri, olivi, ed inoltre di mirti e di ginepri, che in tutte le stagioni alla vista la rendevano piacevole. Per mezzo di sotterranei canali vi giungevano correnti di acque dolci; md che oltre all'uso di darvi gli spettacoli navali servisse pure a quello di bagni, e che per più grande diletto vi si mantenessero altresì anatre, oche e cigni, è da lasciare alla facile supposizione dell’Arcangelo, se pure uno stagno veramente non divenisse nell’età di uno scrittore più antico (809), dal quale il detto autore attingevane la notizia. Certo è che negletta col tempo, e colmata poi dalla terra, vi si piantarono alberi e viti; e sebbene anche la lava dell’Etna ne coprisse i vestigi, tali ruderi nondimeno ne venivano fuori, che ben ne dimostravano l’antica magnificenza (810).
Presso la porta di Aci, e sotto la Piazza Stesicorea era posto l’Anfiteatro, di colossali dimensioni. Scendendo in quelle sotterranee rovine, se ne osserva gran parte del muro, e grandi archi della galleria esteriore. Costrutto ad opera incerta con pezzi di durissima lava dell’Etna, aveva i muri ed il portico di fabbrica solidissima, gli archi di grossi mattoni, ed i pilastri di quadrati massi di lava, senza base, e terminati da una cornice molto semplice. Più conservato a cagione del sito ne è l’inferiore corridoio che girava intorno dell’Anfiteatro, e che lo divideva dal suolo più elevato che circondavalo. In questo corridoio erano aperte arcate larghe oltre a nove piedi, e dell’altezza di più di sedici piedi. Scosso, come sembra, da un tremuoto, altri pilastri si adattavano agli antichi, che con nuovi archi tagliano l’aggetto della cornice, e traversando il corridoio vanno a posarsi sul muro principale onde rafforzare tutto l’edifizio. Rimangono pure alcune delle volte che sostenevano il piano de' sedili, formati della stessa pietra calcarea di quella de' Teatri (811); e benché distrutti o sepolti dalle macerie ne siano per lo più i mori ed i gradini, da quanto ne avanza se ne misurava il gran diametro esterno di 389 piedi, ed il piccolo di 332 piedi: il gran diametro dell’arena era di 223 piedi, il piccolo di 176 (812). Tuttavia vi si veggono i grandi massi parallelepipedi con buchi quadrati per ricevere le aste de' velarii onde coprire gli spettatori dalla pioggia e dagli ardori del sole (813); e pe' molti rottami di capitelli, di statue e di ornati scavati ne' contorni oltre i marmi e le colonne di sì nobili ornamenti si abbelliva, che di esso può dirsi come de' simili grandi edifizii, tantum fabricis clarum, sed actione deterrimum (814). Al tempo di Teodorico questo anfiteatro era già in rovina più che per altro, per effetto di qualche gran tremuoto prodotto dall’Etna, e sappiamo da Cassiodoro che il Senato di Catania chiedeva il permesso al re de' Goti di servirsi di quelle grandi rovine affin di restaurare le mura della città (815). Le mura furono rifatte, ma dopo 50 anni furono devastate da' soldati di Totila (816); tuttavolta l’avanzo che ne rimane mostra ne' pezzi di lava ond'è formato con un’antica porta vicina i macigni simili a quelli dell’Anfiteatro. Per costruire la chiesa di S. Agata fu poi al tempo del Conte Ruggiero dal Vescovo Angerio quasi totalmente spogliato e distrutto al pari de Teatri; così che le tre enormi mezze torri che formano la parte esterna del coro, veggonsi costrutte de' quadrati massi dilava dell’Anfiteatro; e ne' muri si osservano ancora i massi traforati pe' velarii come gli altri già descritti.
In vicinanza dell’Anfiteatro, e propriamente dove poi innalzavasi il cenobio de' Frati Osservanti, credesi che fosse il palagio del Proconsole, del quale si abbattevano i grandi ruderi poco prima della metà dello scorso secolo presso il Carcere di S. Agata, che allo stesso palagio appartenne, al quale era sottoposto. Ivi ancora si scoprivano alcuni gradini di marmo, e che fossero del palagio proconsolare non par dubbio dalla denominazione di Grotte di Quinziano (817), che il volgo dà ai prossimi antichi vestigi. Una lunga strada sotterranea, trafficata sino al 1693, da quel palagio, e forse dalle infime cavee dell’Anfiteatro, menava a' due Teatri (818). Se meglio che prima tutte queste grandiose opere or si conoscono, era per le cure assidue del Principe di Biscari, modello degli archeologi e grande benefattore della sua patria, per la quale ogni passo ne ricorda la generosità.
Solo da' vestigi che forse ne rimanevano più di due secoli or sono, poteva dirsi che la città da forti muraglie era cinta, perché apocrife sono le lettere che attribuir volevansi a Diodoro (819), sulla cui dubbia testimonianza le celebrano gli storici di Catania. Certo è che passavano pel piano di S. Domenico, scendevano per quello della Porta di Aci, proseguivano presso la chiesa dell’Ogninella, e di là voltavano a mezzodì; lungo la quale linea degli antichi Catanensi rimanevano i sepolcri (820). Dell’acropoli, di costruzione antichissima, come alcuni ne scrivono col nome di Rocca Saturnia, restò memoria solo negli Atti de' SS. Martiri Alfio, Filadelfio e Cirino, i quali nella carcere sottoposta venivano rinchiusi nel 251 (821). Nel sito stesso di questa rocca re Federico di Aragona innalzava il Castello Ursino presso la spiaggia, per le memorie degli Aragonesi molto celebre (822). Notizie più certe si hanno delle molte porte della città, delle quali una fu quella che menava alla volta di Aci, e che tuttavia serba il nome di Porta Stesicorea dal sepolcro che presso vi sorgeva del poeta Stesicoro. pe' grandi vestigi di edifizii e di acquedotti verso occidente, un’altra ancora ve n’ebbe ad essere in quel iato delle mura, ed al mezzodì fu la Porta Ariana, più frequentata delle altre, come quella ch'era rivolta verso Siracusa, e che introduceva all'Ippodromo ed al Ginnasio (823). La porta marittima in fine in vicinanza delle Terme fu presso la Porta del Re, aperta dal Vicerè Giovanni Vega prima di giugnersi al così detto Bastione degli Infetti, dove rinchiudevansi gli appestati nel 1576 (824). Per quest'ultima porta entravano forse gli Ateniesi (825), e per essa almeno il Mago Eliodoro a' dì di S. Leone introduceva Eraclide colle sue milizie per condurlo alle prossime Terme (826).
Nella contrada intorno la città da settentrione ad oriente sino al mare ebbero i Catanensi la loro necropoli, ed anche oggidì molti sepolcrali monumenti vi rimangono, ma dell'epoca romana. Nella selva del Convento di S. Maria del Gesù due se ne distinguono tra gli altri, e nella non lontana Chiesa della Mecca, scendesi in un sotterraneo, ch'è un intero Colombario. Nel prossimo giardino de' Minoriti un altro monumento sepolcrale si os serva, e di là in sulla contrada di Cifoli, come verso il mare ne sono altri avanzi simili. Ed oltre il bel sepolcro nelle stanze sotterranee della Chiesa di S. Euschio presso le mura della città a tramontana, un vasto sepolcreto sottostà alla strada che di là conduce al Carmine. In fuori di questo pubblico sepolcreto, creduto dell’epoca posteriore agli Antonini (827), quando si cessò dall’abbruciare i cadaveri, altri molti sepolcri fiancheggiavano le gran di strade che da Catana menavano alle città vicine, ai quali nella più parte appartennero i titoli sepolcrali greci e latini,che in gran numero rimangono de' Catanensi. Oltre il celebre monumento de' Fratelli Pii sulla strada uscente dalla Porta di Aci (828) primeggiarono tra' greci sepolcri de' più antichi tempi quelli di Stesicoro, di Xenofane, e di Caronda, un poeta, un filosofo, ed un legislatore, uomini grandi ed insigni, che vissero e si aggirarono tra le sue mura, la cui memoria non andrà mai scompagnata da quella della illustre città. Celebrarono gli antichi il sepolcro del poeta, che dalle otto colonne, dagli otto gradini, e dagli otto angoli che vi erano dava origine al proverbio: Πάντα οκτώ, Omnia octo (829), per indicare una cosa in se perfetta. A credere il Fazello, fuori la detta porta, dove furono le Porte Stesi co ree ricordate da Suida, fino alla sua età ne rimanevano i vestigi (830), donde fu che così la porta, come la strada che ne usciva serbarono il nome di Stesicorea dal 559 a. C., quando Stesicoro finì la vita (831), sebbene poi altri ancora si seppellisse presso il suo sepolcro, come appalesava una mutila epigrafe scopertavi nel 1740 (832). I sepolcrali monumenti lungo la detta strada rimanevano sino all'età di S. Leone, nella cui vita i Sepolcri degli Eroi ne erano celebrati (833). Ed ivi pure era forse il sepolcro della illustre donna Epagato, poi detta Rodogune, come la madre di Dario (834), la cui fine infelice faceva noto il seguente epigramma (835), di tutti i titoli sepolcrali greci il più importante:
TYMBON ОРАС ПАРΟΔΕΙΤΑ ΠΕΡΙΚΛΕΙΤΗΣ
ΡΟΔΟΓΟΥΝΗΣ ΗΝ ΚΤΑΝΕΝ ΟΥΧΟΣΙΩΣ.
ΛΑΕΕΙ ΔΕΙΝΟΣ ΑΝΗΡ ΚΛΑΥΣΕ ΔΕ ΚΑΙ ΤΑΡ
OYCE ABIANIOΣ ΗΝ ΠΑΡΑΚΟΙΤΙΝ ΚΑΙ
BAIHN CΤΗΛΗ ΤΗΝΔ ΑΠΕΔΩΚΕ ΧΑΡΙΝ
ΟΝΟΜΑ ΤΟ ΠΡΙΝ ΜΕ ΠΑΣ ΕΚΛΗΖΕΝ
ΕΠΑΓΑΘΩ
ΝΥΝ ΔΕ ΡΟΔΟΓΟΥΝΗΝ ΒΑΣΙΛΙΔΟΣ
ΤΟΥΠΩΝΥΜΟΝ.
Nobilis ad tumulum Rhodogunae siste Viator,
Improbe quam saxis abstulit atra manus.
Iusta sed Uxoris datflens Avienius, iste
Munus et in cippo dedicat exiguum.
Nominis hoc ante dabant cuncti Epagatho,
Moxque Rhodogunen Basilidis vocaverant.
Tra le rovine del teatro scoprivasi nel 1770 il torso di una statua marmorea poco più grande del naturale, ed a pochi passi la seguente epigrafe (836):
VERNANTIBVS
SAECVLIS DDDNNN
GENIO SPLENDIDAE VR
BIS CATINAE
FACVNDVS PORFYRIVS
MYNATIDIVS V. C.
CONS' EIVSDIM
Sotto l’impero di Costantino, Costanzo e Costante, figliuoli di Costantino Magno, i quali insieme regnarono dal 337 al 340, la statua fu eretta al Genio della città, la quale già verso la metà del IV secolo tuttavia meritava il titolo di splendida, per le molte opere de' Romani, se non per quelle de' Greci più antiche, le quali se tuttavia vi rimanevano, non vedevansi certamente nella loro struttura e forma primitiva. Quando si pensa, dice l’Houel (837), che vi erano due Teatri, un grande Anfiteatro, un Circo, un Ippodromo, un Ginnasio, dieci templi magnifici; una moltitudine prodigiosa di fontane, di aquidotti, di bagni pubblici, di piazze, di palagi, pel governo e l’amministrazione della giustizia,senza annoverare! molti suntuosi e particolari edifizii; quando si pensa che Catana non era che una città di secondo ordine, la meraviglia prodotta da tanti prodigi si fa anche maggiore, e dobbiamo senza più concepire no’ idea grandissima delle città antiche. Alla splendidezza della città contribuirono in gran parte i Romani, i quali furon grandi non solo in Catana, ma ancora nelle numerose case di delizie edificate nelle vicine campagne; e ne sono bene una pruova i molti antichi ruderi che si trovano nel villaggio di Trecastagne, distante 8 miglia dalla città. Vi sono resti di case, di ampie cisterne, di calidarii, di bagni, di musaici, e di robuste muraglie; e i sepolcri, i vasi, e le monete consolari ed imperiali, oltre di altre anticaglie, anfore, diote, lucerne e idoletti (838), dimostrano che quel luogo di vaghissima prospettiva fu molto abitato al tempo della Repubblica e dell’Impero. Aria salubre, cielo purissimo, produzioni d’ogni genere ebbero a richiamarvi i ricchi Romani per godervi come altrove in desiderata quiete le ricchezze del mondo che avevano soggiogato.
Distante circa 18 miglia da Cataria fu dentro terra la città di Ibla (839), della quale sconosciuti sono i fondatori, comeché da Stefano Bizantino, e dagli autori da' quali attingevane la memoria, si attribuisse al favoloso re Iblone (840), dal nome della città immaginato come tanti altri fondatori simili di altre città greche e del mondo antico. Nessuno ch'io mi sappia ne ha investigato l’origine del nome, ed anziché ripeterlo, come io mi pensava, dalle particolarità del suolo ove fu edificata, sovvertito dalle lave o da' tremuoti dell’Etna, e perciò dagli Elleni detta Υββαλή ed abbreviatamente Υβλα, si vedrà appresso che l’ebbe da un’altra Ibla fuori dell’isola. Poiché altre due città omonime furono nella Sicilia, delle quali questa nell'agro di Catania fu la più grande, e perciò detta Ibla Magna (841), tali nomi identici non ebbero a derivare, come parmi, che dalla più popolosa, che fu questa, dalla quale partivansi le colonie per fondare le altre. Ma scarse sono le memorie della più antica Ibla, e delle sue più remote vicende appena è noto che gli Ateniesi ne incendiavano le messi nel 414 a. C. (842), e nel 209 con Morgenzio e Magella ribellavasi a' Romani come la flotta Cartaginese metteva a terra un esercito tostoché Marcello partivasi dall’isola dopo l’espugnazione di Siracusa (843). Per quali eventi rimanesse abbandonata e deserta, come mostravasi ai dì di Pausania, è del tutto ignoto, se pure non fu distrutta da' Romani per aver appunto abbracciato il partito de Cartaginesi. Né rimangono alcune monete di bronzo con testa femminile velata e turrita nel dritto, e con Bacco nel rovescio, in alcune in un carro tirato da pantere, in altre stante con nella destra un diota, nella sinistra il tirso, e con una piccola pantera, o leone, in atto di saltargli addosso, e l’epigrafe ΥΒΛΑΣ ΜΕΓΑΛΑΣ, ossia Ibla Magna (844). Dalla vicinanza in cui fu con Inessa e Morganzia, come raccogliesi da' citati luoghi di Livio e Tucidide, stimò il Cluverio che non fu altrove che nell’odierna città di Paternò (845), o piuttosto in quelle vicinanze come parve all'Houel, il quale scrive che tutte le antichità che trovansi a Paternò e ne' dintorni non appartengono che agli avanzi dell'antica Ibla, il che conghiettura anche da una iscrizione ivi scoperta, ma che non riferisce (846), ed è la seguente, la quale si vede nel Museo Biscari in Catania (847):
VENE
RI
VICTRI
CI
HYBLEN
SI
C. PVBLIC
DONA
TVS
D. D.
È scolpita sopra un’ara votiva, e fa supporre che nella città eravi un tempio sacro a Venere Vincitrice; e così pure la seguente lapida, che serbavasi a Paterno (848) par che accenni ad un tempio di Artemide, o Diana, alla quale due consorti, come sembra, scioglievano un voto regnando uno de' Dionigi:
ΕΠΙ ΔΙΟΝΥΣΙΟΥ ΦΙΛΟΚΡΑΤΗΣ ΚΑ(Ι...... ΓΥΝΗ ΑΥ)
ΤΟΥ ΑΡΤΕΜΙΤΙ ΕΥ(ΧΗΝ)……………………………………
E sì in grazia della città, sì per la memoria di un Correttore dell’isola e deprimi tempi del Cristianesimo, non tralascio di riferire la seguente lapida cristiana, posta ad una nativa d’Ibla, sepolta in Catania (849), la quale dimostra che non in tutto disabitata era sotto i Romani:
NILAE FLORENTINAE INFANTI DULCISSIMAE ATQUE IN
NOCENTISSIMAE FIDELI FACTAE PARENS CONLOCAVIT.
QUAE PRIDIE NONAS MARTIAS ANTE LUCEM PAGANA
NATA ZOILO CORRE. MENSE OCTAVO DECIMO ET VICESI
MA SECVNDA DIE COMPLETIS FIDELIS FACTA HORA NO
CTIS OCTAVA VLTIMVM SPIRITVM AGENS SUPERVIXIT
HORIS QUATTVOR ITA VT CONSVETA REPETERET AC DE
FVNCTA HYBLE HORA DIEI PRIMA SEPTIMUM KAL
OCTOBRES. CVIVS OCCASVM VTERQ. PARENS OM
NI MOMENTO FLERET PER NOCTEM MAIESTATIS
VOX EXTITIT QUAE DEFVNCTAM LAMENTARI PROHI
BERET. CVIVS CORPVS PRO FORIEVS MART. XPORVM CVM
LOCVLO SVO PER PRESBYTERVM HVMATVM EST IIII NON. OCTOBR.
La città fu senza dubbio presso Paternò e propriamente nel sito della Civita tra Paternò e la borgata di Licodia (850), da cui è distante due miglia e mezzo (851); talché essendo questa stessa borgata a 18 miglia da Catania la città d’Ibla non erane più lontana di 16 miglia e mezzo. Per le molte e diverse rovine che intorno di Paterni) tuttavia si osservano, è da dire che fu città considerevole sino agli ultimi tempi, e probabilmente almeno sino alla prima guerra servile, combattuta nel 134-132 a. C., quando per tradizione si crede che munita fosse la Civita da que’ ribelli (852), senza sospettarsi che fossevi la città d'Ibla. E siccome Euno, stretto dalle armi de' Romani, molti e gravi danni ed uccisioni arrecò Catania ed a molte città vicine (853), ben possiamo tra queste annoverare la stessa Ibla, la quale perciò anche da quel tempo può dirsi spopolata e distrutta. Oltre i ruderi della Civita ne rimangono del resto avanzi di bagni, di un tempio, di un sepolcreto e di edilizia fuori del suo perimetro, con un acquidotto e le rovine di un gran ponte sul fiume Simeto (854),
Da' monti Nebrodi scende in molte sorgenti il fiume di Adornò, o il gran torrente delle Favare (855), il quale a non molta distanza dalla città che gli dà il nome, si unisce a quello di Regalbuto e di S. Filippo di Agirò. É il fiume Adrano degli antichi, così detto dalla città omonima, di cui bagnava Pagro. La città, distante circa 10 miglia da Inessa, era posta alle radici dell’Etna (856), e Diodoro ne attribuì l’origine a Dionigi il vecchio, il quale edificandola nel 1.° anno dell'Ol. XCV, a. C. 400, denominavala dal celebre vicino tempio (857). Ma questo tempio fa supporre una popolazione che vi si riunì intorno, se la città non fu anche più antica, la quale accresciuta poi da Dionigi col richiamarvi più numerosi abitatori, cominciò a dirsene il fondatore, se pur non vogliasi piuttosto credere che volle farvi una fortezza. Ma a troppo remoti tempi fa risalirne la fondazione il citato storico della città, dir voglio ai favolosi Ciclopi, oltre al crederla contro verità la stessa che Fina, o Inessa (858). Ad ammettere l’etimologia di A’bpzvos dal greco kpós satur, non può pensarsi che ad un nume greco, e però ad una città di greca origine. L’idea del nume terrestre, dice il Ruckert, che fa germogliare il seme, crescerlo e maturarlo, passa di leggieri in quella del nume del tempo. Dalla pienezza che supponevasi di dare a' frutti da maturarsi era detto Salurnus, di egual significato del greco A"Spevs; ed il passaggio da Adreus a Saiurnus formava Adranos, nume della pienezza (859), venerato per tutta la Sicilia (860). Sostenendo altri dotti l’origine orientale del nome di Adrano, il quale più chiaramente incontrasi in Adramelec (861), che nel persiano Adarignis), vi scoprivano un nume solare fenicio, onorato come Apollo ed Esculapio con sacrifizii di cani (862). Ma la stessa greca etimologia 'da dbpòsj abundans) guidava pure a riconoscervi il nume del prossimo fiume, del quale vedesi la testa sulle monete degli Adraniti con incontro un delfino (863), non ostante che la città era mediterranea. La cura che i cani a lui sacri avevano per gli ebbri, accenna pelKIausen all’origine dionisiaca del nume del fiume, così che anche il nome di Adrano indica come quello del Genio Adrco (864) la pienezza e l’abbondanza delle naturali produzioni attribuita a Dioniso (865); idee tutte che l’una all’altra si corrispondono, e di cui possiam bene renderci ragione col supporre il passaggio del nume solare fenicio in quello del nume simile della greca mitologia.
Plutarco dice che la città era piccola, e si divise in partiti dopo le ri volture di Siracusa e l’uccisione di Dione, alcuni chiamando i Cartaginesi, altri Timoleone e i Corinti!. Gli uni e gli altri vi concorrevano, ma vinti e messi in fuga i Cartaginesi, gli Adraniti a Timoleone aprirono le porte, e per più di 30 anni come altre città dell’isola godè la sua autonomia sino a che non glie la tolse Agatocle, il quale avendo esteso il dominio sino a Centoripe (866), sembra che a se sottomise anche Adrano. Può leggersi lo storico della città per tutte le vicende successive, ch’egli narra per lo più e suppone per induzione da quelle delle città vicine (867). Ma seguendo le certe testimonianze storiche dico solo che nella prima guerra contro i Cartaginesi e Gerone di Siracusa fu assediata e presa da' Consoli M. Valerio e M. Otacilio nel 263 a. C. (868). E perché nella seconda guerra Cartaginese si collegò co’ Romani (869), egli sembra che non ostante la sua resistenza non rimanesse dopo essere stata presa in tutto a Roma soggetta. Certo è che fu tra le città decumane dell’isola, per non essere da Cicerone tra quelle città annoverata, le quali o ad un tributo certo di grani erano obbligate, o erano libere coll’alleanza, o senza alleanza (870); e sotto la condizione di stipendiarii anche Plinio ricordava gli Adranitani (871). Comeché più monete di Adrano descrivano alcuni nummologi, quella sola di bronzo né crede propria l'Eckhel, la quale da un lato ha il capo di Apollo coll’epigrafe AAPANITAN, e dall’altro la lira (872); ma oltre la già detta di sopra, sembra almeno doversene ritenere quella altrove ricordala (873) con testa barbala e galeata e l’epigrafe AAPANOT nel dritto, e con un cane stante e l’epigrafe MAMEPTINQN nel rovescio, la quale per la seconda epigrafe suolai attribuire a’ Mamertini (874), e che fu piuttosto della città di Adrano collegata con que’ popoli.
Serbò la città l’antico sito ed il nome, benché alquanto variato, nell’odierna Adernò posta alle radici dell’Etna, alla distanza di 7 miglia da Centorbe. Era in un perfetto piano, di figura parallelogramma, ben fortificata, e ai piccola estensione come la descrive Plutarco, ed apparisce dalle rovine delle sue mura. Sorprendono, dice l’Houel, i grandiosi avanzi di tali mura', e sono un capolavoro di questo genere. Costrutte in belle pietre di lava, tagliate con perfezione rarissima, hanno 8 piedi di spessezza, e le pietre che le riempiono sono tagliate al pari di quelle delle facce esteriori. Questa perfezione nel taglio ne accresceva la durezza naturale, e dava a tali mura' una solidità incomparabile; perciò non sono state dal tempo distrutte, né vi mancano che le pietre tolte via come da una miniera per fabbricarne altri edifizii (875). Le pietre, sovrapposte le une alle altre in perfetta contestura senza cemento, e tagliate in grossi quadrilunghi, de' quali alcuni sono stati misurati 12 palmi (876), appalesano la greca costruzione così detta isodoma, e però l’antichità non molto remota della città. Grosse torri quadrate fiancheggiavano tali mura, ma per esserne cadute le parti superiori, or non sembrano che tanti bastioni.
Per essere la città rimasta quasi nell’area primitiva, ne scomparivano col succedersi di tanti secoli gli antichi edifizii, né rimangono che oscure tradizioni di due templi fuori del suo recinto, uno sacro a Giove presso la sorgente così detta di Giobbe, che serbavane alterato il nome, dove pur se ne veggono i ruderi in alcune mura simili a quelle che cingevano la città, e l’altro dedicato a Venere, come credevasi per un’antica statua, scoperta nel 1776 allato delle descritte muraglie. Certo è che nelle vicinanze stesse ebbe ad essere il famoso tempio di Adrano, che ricordavano Diodoro, Ebano e Plutarco, nel quale probabilmente si raccoglievano, dice il Ruckert, le decime delle raccolte de' fertili campi vicini. Mille grandi e belli cani lo custodivano, amichevoli nel giorno, e favorevoli nella notte agli stessi ubbriachi satolli e bene abbeverati, a' quali mostravano la via, nel ritorno forse dalle feste che vi si celebravano, ma aspri contro i ladri (877). E da ciò si giudichi, dice piacevolmente l'Houel, se Dionigi sceglier poteva questo luogo per fondarvi una città, perché se vi fosse andato, non ne sarebbe uscito vivo (878). A questo tempio si attribuiscono alcuni ruderi di muraglie di riquadrate moli connesse senza cemento, in un tratto delle quali vedesi una cellula costruitavi sopra, e più oltre una fabbrica di più solida costruzione degli stessi grandi macigni, senza che or si possa veramente indicarne la destinazione. Se questa fu l'ara innanzi il simulacro di Adrano, che si pretende innalzato sopra una colonna in mezzo di un colonnato a guisa di tolo, altre, cellule circondavano forse tutta l’estensione della cennata muraglia, destinate più che ad altro al ricetto de' mille cani che custodivano il tempio (879). Anziché riconoscervi il famoso tempio di Adrano, si è detto essere piuttosto le rovine di un bagno de' bassi tempi per la mediocre costruzione che vi si ravvisa (880). Ma oltreché la fabbrica appartener poteva alle dipendenze del tempio, ne' primi tempi del Cristianesimo convertivasi in una chiesa dedicata a S. Giovanni, ed un viaggiatore vi distingueva innanzi la porta l’area di un peristilio, comeché scomparse ne fossero le colonne (881). Sorgeva il tempio fuori il perimetro della città antica, ed anche fuori di Adorno si veggono i descritti ruderi, intorno ai quali con molti antichi vasi greco-sicoli scoprivansi pure colonne di pietra calcarea e di lava dell’Etna, con un torso marmoreo, creduto appunto della statua di Adrano. Il quale, secondo l’immagine che se ne vede sulle monete, era in figura di guerriero stante, armato di asta e di scudo, talché da' moderni confondevasi con Marte.
Nel piano della Rocca de' Molini e nella Chiusa del Damuso furono i sepolcri degli Adraniti, oltre di altri luoghi all’intorno della città, dove avelli del tempo de' Romani già si scoprivano (882), oltre a' seguenti titoli sepolcrali più antichi (883):
ΑΡΧΕ(Λ ΑΙΔΙΑΣ ΠΟΛΥΣ (ΡΤΑΤΟΥ) |
Α)ΙΣΧΥΛΟΣ ΧΡΥΣΩΝΟΣ |
ΚΑΜΙΣ ΤΡΑΤΟΣ ΡΑΤΟΡΟΣ |
Ad un miglio e mezzo più lungi, presso il villaggio di Polizello, sopra un masso di lava (884), quest’altra iscrizione si lesse, la quale come le altre sembra pure posta sopra un sepolcro:
ΚΕΛΑΔΙΑNOC ΛΑΛΟΣ ΡΟΙΦΟΣ ΦΗΣΕΙΝΟΣ ΕΥΣΕΒΗΣ ΠΑΥΛΕΙΝΟΣ ΕΥΦΡΑΝΟΙΣΑΝ |
Celadianus Lalus Rufus Phesinus Pius Paulinus libenterfecerunt |
Ritornando alla spiaggia, sbocca nel mare il gran fiume Simeto, che i geografi descrissero dopo di Catana, di cui bagnava l’agro (885), e che Tucidide attribuiva all’agro leonino (886), perché irrigavate egualmente, e da quello di Catana lo divideva. pe' molti suoi rami Virgilio lo nominò nel numero del più, e con facile etimologia il suo cementatore ne derivava il nome dall’immaginario te Simeto (887), anziché dedurlo dalle nere ed infocate lave dell’Etna, fra le quali comincia a scorrere (d'onde Σύμα cum, ed αἰθος niger, ο αἶθος ardor), etimologia non investigata da verun altro descrittore dell’isola. Egli è vero che il Movers vi nota invece un’origine fenicia, secondo la quale si sarebbe detto תאמ ossia l’asciutto, o lo sterile (888), e sebbene fu nella Mauritania un luogo quasi dello stesso nome (Συμοιζα, ή Συμειζα, ήΣυμιζα, ἢΣύμητα) (889), con cui lo confronta, pure l’etimologia che ne dà conviene meglio ad un luogo arsiccio, che ad un fiume, oltre che diverso dalle addotte varianti è il nome del fiume della Sicilia. Il quale non solo è uno de' fiumi più grandi che scorre fra ‘l Peloro e ‘l Pachino, ma anche di tutta l’isola. Al nord dell’Etna fra' terreni nettunici della montagna di Capizzi ha le fonti, ed accrescendosi colle fiumane di Cesarò e Troina, s’ingrossa sotto Bronte dove serba l’antico nome. Percorse le campagne di Maniaci e S. Domenica, si precipita da un’alta rupe, formando una bella cascata al salto del Bulichello presso Canari, di cui irriga i prati deliziosi con quelli di Adornò. E vieppiù ingrossandosi tra Adernò e Ragona, oltre il ponte di questo nome si unisce sotto Centorbi col fiume Salso, che scende da Nicosia e Regalbuto. Trascorre più oltre le campagne di Belbasso e Motta S. Anastasia, e dopo irrigata la Piana di Catania mescola le acque al Dittaino o al Chrysas degli antichi, e poco più sotto al Gurmalonga, mettendo foce in fine nel golfo di Catania alla distanza di circa 7. miglia al sud della città (890). Ora più lento, ed ora più celere scorre dapprima fra terreni terziarii e fra lave, così che le sue acque, più limpide fra que’ terreni e ne' vulcanici, si fanno torbidissime nel vasto letto del terreno alluviale di Catania, e prende quel colore gialliccio che gli attribuisce Silio Italico (891). Perché, accresciuto da numerosi torrenti, violente ne sono le piene, e nel verno straripa spesso nella Piana di Catania, di cui allagando un grande spazio forma una vasta fiumana, che va a confondere le acque con quelle del Dittaino e del Gurmalonga, nel sito, come si crede, de' campi Morgentini, mescendosi pure al Minanti o Binanti, fiumicello che sbocca nello stesso golfo alla distanza di circa mezzo miglio al sud del Simeto, formando così un’estesa e pestifera palude. In queste piene trasporta al mare ambra in quantità, che le onde rigettano al lido, e che in quella spiaggia sabbiosa e nelle prossime dune si raccoglie in copia. I mugili o cefali, che ne loda Ateneo (892), le anguille, le tinche, la laccia, o la cheppia ed altri pesci vi si pescano in abbondanza, pe' quali, sotto un’immagine comune espressi in monete de' Cutanei, anziché Amenano, è da credere effigiato il Simeto nella senile figura del fiume dal pesce accompagnato, tanto più perché fertilizzando in guisa i campi pe' quali passa, che più ubertosi non ve ne sono in tutta l'isola, al fiume stesso è da riferire il simbolo del cornucopia che ha nella destra (893). Pel lungo suo corso e per le acque copiose è detto Fiume Grande, e più ordinariamente Giarretta, nome che gl’imposero i Saraceni dalle lunghe scafe con cui si travalica (894). Nel 252, dice la leggenda di S. Agata, vi si annegava il Prefetto di Catania Quinziano quando recar si voleva a Palermo per impadronirsi del patrimonio della vergine che aveva martirizzata (895). Plinio ricorda i Simetii che ne abitavano la sponda nell’interno dell'isola (896), a cui Tolomeo attribuisce la città Σύμηθος; col nome stesso del fiume (897), la quale, accresciuta dagli abitatori della distrutta Ameselo, non è da riconoscere probabilmente che nell’odierno Regalbuto (898).
Tra Regalbuto e A domò si unisce al descritto fiume il Trachino, il quale nascendo da parecchi fonti al di là di Nìcosia e Sperlinga, passa presso la Badia di Maniaco e per Centorbi, e si scarica nella sinistra riva del Simeto. È il fiume Ciamosoro (Kvaμόσωρος) degli antichi, ricordato dal solo Polibio ove dice che Cerone schierava l’esercito presso la sua sponda quando si mosse a combattere i Mamertini nel 268 a. C. (899). Volendo trovare il Bochart nel nome di questo fiume un’origine orientale, o fenicia, traducevalo in Guma Sara, o, come i Siri pronunziano, Gumo Soro, e spiegatalo fossa angusta, per essere un fiume di angusto letto (900), quando che più naturale è derivarlo dal greco, in cui facilmente se ne scopre l’etimologia (da κύαμος calculus, ed ὠρος dor. Mons), sia perché tra monti di ciottoli ha le fonti, sia perché trasporta ciottoli in abbondanza. Ed è da notare che il nome odierno di Trachino (da τραχύς asper) appalesa l’origine stessa, perché scorrendo tra luoghi aspri forse da' Greci del Basso Impero venne così denominato.
A non molta distanza dal fiume Clamoroso fu Galaria, o Galarina, tra le città antichissime dell’isola, di cui attribuivasi l’origine al Sicolo Morgete (901). A seguire la greca etimologia, sarebbesi detta Serena, o di allegro (γαλερός) aspetto. La più antica memoria storica che ne rimanga è del tempo della guerra Cartaginese contro Dionigi il vecchio, allorché i mercenarii Sanniti, o Campani, che occupavano Entella, assediati ed atterriti dalla moltitudine de' Cartaginesi, alle città nemiche del nome africano chiedevano soccorso, e mandando loro i Sicoli Galarini 500 uomini, furono tutti da' Cartaginesi trucidati (902). Nel 2.° anno dell'01. CXVII fu occupata da Dinocrate, duce degli esuli Siracusani, il quale ne scacciò la fazione di Agatocle, ma fu indi a poco rioccupata da Pasifilo, uno de' duci del tiranno, che vi spense gli autori della ribellione (903); né altra ricordanza ne rimane, che nella sua moneta di antico stile, di cui due soli esemplari si conoscono, co’ tipi da un lato di Giove Salvatore, ΖΕΥΣ ΣΟΤΕΡ, sedente coll’aquila in mano, e dall’altro un uomo in piedi vestito di lungo pallio, con un vaso ed un grappolo, e la leggenda ΓΑΛΑPIA (904). Questo secondo tipo par che molto non differisca da quello della vicina Ibla (905), e perciò può vedervisi Bacco, ch’eravi adorato, come nella detta città di maggiore importanza, da cui l’attinsero i Galarini. Uno scrittore Siciliano questa città situava nell’odierno Gagliano, opinione seguita dal Cluverio (906) e da altri geografi, e che facilmente può abbracciarsi sì perché il nome di Gagliano può stimarsi alterato dall’antico Galeriano, sì anche perché nel detto luogo ad oriente verso Randazzo combina la situazione della città secondo Diodoro, e la ricordanza che lasciavano Stefano, che ne attribuì la fondazione a Morgete, o piuttosto a' Morgeti, i quali insieme ai Siracusani ed oì Siedi tennero le parti mediterranee dell’isola (907).
33. CΑΡΙΖΙΟ (Καπίτιον, Capitium)
Al di là di Galaria, in distanza di 9 miglia seguiva Capizio verso le sorgenti del Simeto, intorno il lato meridionale de' monti Erri. Tolomeo l’annoverò tra le città mediterranee dell’isola (908); né altro ne è noto se non che fu iniquamente vessata da' decumani di Verre (909). Il Cluverio dice non sapersi affatto da chi fu fondata, e quali ne fossero le vicende (910); ma non è forse da credere di fondazione antichissima. Quel che sembrami certo si è che prese il nome pascoli, pe' quali celebri furono i monti Erei (911), tra' quali fu edificata, né altro che Pascolo significa il nome stesso della città (912), la quale, detta in origine da' Greci Καπητόν, fu poi de' Latini denominata Capitium, d’onde ora dicesi Capizzi, posta sopra un monte in sito amenissimo, e con ottimi pascoli; semplice etimologia, alla quale non si è pensato da' dotti scrittori dell'isola.
Una sola lapida si è scoperta di questa città, ed è il titolo sepolcrale che segue (913):
D.M
M. VOLVMINI ERATVS
V. A. XXXVII M. VII
C. ANCITVS. MICO. MP
Anche nello stesso tratto di paese, poco distante da Capizio ed Agirio, fu la città di Erbita, che può dirsi tra le più antiche città dell'isola, poiché facevane menzione Eforo (914). Senza che noti ne siano i fondatori, è anche malagevole darne l’etimologia, né altro so dirne se non che ebbe forse nome dal sito, nella parte più interna de' monti Eroi (da Ηραῖα Βυτά), il che rende probabile anche la testimonianza di Tolomeo, dal quale è noto che gli Erbitei si dissero anche Orbiti, cioè abitatori de' monti, i quali non furono che i monti Eroi. Nel 3.° anno dell’01. LXXIII (a. C. 446) erano principe un Arconide, il quale unendosi con Ducezio, già rovinato da' Siracusani, che fondar voleva una colonia in Calacta, veniva assediato da Dionigi, e sia perché seppe ben difendersi, sia perché inespugnabile era la città, fece mutar consiglio al re di Siracusa, il quale conchiuse la pace con gli Erbitei (915). Conosciamo da ciò l’importanza di Erbita, e che fosse anche popolosa raccogliesi dal fatto della colonia che lo stesso Arconide fondò dopo conchiusa la pace, che fu la città di Alesa (916). Quali fossero le vicende posteriori di Erbita non è noto, e sappiamo solo da Cicerone che prosperando negli ultimi tempi della Repubblica fu poi dispogliata e vessata da C. Verve (917). Ciò nondimeno si mantenne in qualche importanza ne' tempi posteriori, e se ne ha una pruova nella testimonianza di Tolomeo, il quale tra' popoli mediterranei dell’isola nominò i soli Erbitei (918). Il geografo stesso pone Erbita Irò. Agirio e Sergenzio (919), e senza seguire tale indicazione da alcuni topografi difesa (920), da altri combattuta (921), certo è che l’agro ne fu confinante a quello di Etna, perché Dionigi, come ebbe punito Aimnesto, tiranno di questa città, E asso ad assediare Erbita (922), e l’opinione del Cluverio che debbasi situare nell’odierna Nicosia è dimostrata vera dalla tradizione per la quale vuolsi che fosse propriamente ne' così detti Casalini presso Nicosia (923), la quale sorse da quelle rovine dopo che i Saraceni nell’anno 800 ebbero smantellata la città di Erbita.
Al di qua del fiume Crisa fu Morgantina (924), detta pure Morganzio (925) e Morgenzia (926), ed una delle più antiche città dell’isola. Giudicandone dal nome, Strabone scrisse che fu edificata da' Morgeti, scacciati dall’Italia dagli Enotria e che tennero il paese intorno del Simeto e dell’Etna (927). Agli stessi popoli l’attribuì Stefano Bizantino, sebbene col dirla città d’Italia, la confondesse coll’omonima città del Sannio (928). Da' più antichi tempi che se ne ha memoria, e quando fu espugnata da Ducezio, re de' StcoZt, nell’Olimpiade LXX, 2, a. C. 459, è ricordata da Diodoro come città insigne, àè,i6ovoz (929). Perché del pari opponevasi ancora al dominio di Dionigi il vecchio, ne fu assalita e presa nell'01. XCVI, 1, a. C. 396 (930). Con tutto ciò era tuttavia una delle città munite nel principio della guerra servile nell’isola (01. CLXIX, 3, a. C. 102), quando fu assediata da Salvio, il capo de' servi ribellati (931). E sebbene Cicerone ricorda dopo i Morgentinie'1 loro agro (932), è difficile il dire perché fosse distrutta, perché 90 anni in circa dopo che il grande oratore arringava contro Verre Strabone scriveva che Morganzio non più sussisteva, o almeno non più formava una città (933).
L’importanza della città conosciamo anche dalle sue monete, fra le quali rarissime sono quelle di argento, ed alcune ne' tipi di Mercurio e di Pallade ne mostrano il culto, altre in quelli della Vittoria assisa sopra uno scoglio, di un’aquila che divora un serpente, e di un leone che si pasce di una testa di cervo (934), par che ne simboleggino le imprese illustri contro i propri nemici. Tali monete hanno tutte l’epigrafe MOPrANTlNQN, in alcune retrograda; e poiché de' Morgantini non è nota che l’avversa fortuna, le monete stesse sarebbero anteriori alle espugnazioni di Ducezio e di Dionigi. Ma difficile e il dire a chi mai si riferisca la testa barbata e diademata che vedesi nel dritto di un’altra moneta più antica, nel cui rovescio è una spiga e l’epigrafe MOPKANTI, se pure non vi fu espressa la testa di Giove, che come gli altri numi vi ebbe culto.
Dopo di Plinio non si ha più notizia di Morganzia, né de' Margentini che il geografo annovera tra' popoli mediterranei e stipendiarli dell’isola (935). Comeché il Cluverio osservò contro il Fazello, che indotto in errore dal nome della terra marittima col nome di Murgo, pose erroneamente Morganzio alla foce del fiume Teria, che si appartenne ai Leontini, ed errò altresì nel descriverla come una città marittima nel sito dell’emporio di questi popoli, pur non ne assegnò meglio il sito, ponendola alla destra sponda del Simeto, il solo capace di accogliere alla foce la flotta romana, che Livio, o piuttosto qualche suo trascrittore, dice approdatavi nel 214 a. C. (936). L’errore del celebre geografo nacque da che non sospettò falsa la lezione dello storico; ma un dotto geografo moderno non ha dubitato doversi ivi leggere Megara in vece di Murgantia, e però più probabilmente fu alla sponda del Dittaino, nel sito dell’odierno villaggio di diandre Bianche (937).
Nello stesso tratto di paese presso i fiumi Simeto e Crisa fu la città di Ergezio, delle più antiche dell’isola. Come la prossima città di Morganzia può credersi in origine fondata da' Morgeti, e così detta da ἐργετος, chiusa, argine, trincea. Poiché ne scriveva Filisto nel II libro delle cose sicole (938), è da credere di origine remotissima; ma perdute ne sono le memorie più antiche. Se non che, ricordando Diodoro una città di Σμένεον, ο Σμέντειον, che dice presa da Dionigi nell’01. XCVI, 1, a. C. 396, dopo che i Messenii edificavano Tindaride per opera dello stesso Dionigi (939), è probabile, come congetturava il Cluverio, che scrivesse di questa (940), la quale è detta Σέργεντιον anche da Tolomeo (941). Vero è che sotto l'alterata lezione di Σμένεον intender si potrebbe anche Meneno, come si avvisa il più recente editore di Diodoro (942); ma l'altra riferita lezione anche alterata Σμέντειον fa credere che sotto vi si ascondesse la genuina Σέργεντιον, che Diodoro scriveva secondo i Latini, i quali a molte greche voci aggiunsero la lettera s al principio, e dissero p. e. Salmantica e Saliros in vece di Ελμάντικα ed Ελίρος. Ma Ergento è detta da Silio Italico nella rassegna delle città che presero le armi in aiuto de' Romani nella seconda guerra Cartaginese (943), e che sussisteva a' tempi di Plinio, il quale ne ricordò gli abitatori tra gli stipendiarii dell'isola (944). Dalla testimonianza di Tolomeo conosciamo ch’era tuttavia in essere un secolo dipoi, dopo del quale tempo non se ne ha più memoria. Quanto al di lei silo, si crede che sorgesse al levante di S. Filippo di Agirò, a breve distanza della destra sponda del fiume Crisa ne' ruderi detti la Cittadella (945). Tali ruderi così descriveva il Fazello: «Oltre alle rovine de' templi, delle case e delle muraglie, vi si vede un teatro quadro, ed i suoi gradi quasi mezzi rovinati, e vi si vedon le strade ancora,d’onde solevan correre le carrette, che partivano d’Aidone pervenire insin qui, e son di tanta bellezza, che non si può rimirarle senza sommo diletto. Vedevisi ancóra un rilevato, che dagli abitatori è chiamato Sella d'Orlando, e vi si vedono grossissimi mattoni di color rosso, e vi sono ancora meravigliosi fondamenti di case; le quali cose mostrano che questa città anticamente doveva esser molto magnifica e nobile (946)». Io non so che ora sia rimasto di tali rovine, che il citato storico sospettava che fossero di Erbita, il cui sito fu veramente a Nicosia; né altro so dire di Ergezio, di cui il Mannert affermava d’ignorare del tutto il sito.
Al di là di Morganzia e di Ergezio scorre il fiume Crisa, cioè Aureo, così detto per avventura dalla grande fertilità che arrecava alle,campagne che irrigava. Poiché scorreva insieme pei campi di Agirio e di Assoro, attribuivasi agli agri di queste due città (947), e Vibio Sequestre lo ascrisse anche a Siracusa (948) perché al suo tempo le pertinenze di questa città stendevansi al settentrione sino all'agro di Assoro. Ma a questo agro per vero appartenne di preferenza, perché nelle monete di questa città vedesi effigiato. Sorgendo nel monte Ereo, del quale fa parte la montagna di Asaro, dopo il corso tortuoso di circa 20 miglia confluisce nella destra sponda del Simeto, e si nomina Dittaino. Venerato come altri fiumi con grande religione, ebbe il suo tempio fuori della città di Assoro, alla distanza di oltre a 2 miglia nella via per la quale andavasi ad Enna, sulla sinistra sponda, ove si passa per andare da Asaro a Castrogiovanni (949). C. Verte per mezzo di un Tlepolemo, che comandava una mano di ribaldi, tentò di spogliarne il tempio, nel quale vedevasi il marmoreo simulacro del fiume egregiamente scolpito; ma scacciati dagli Assonni, appena una statuetta di bronzo potevano rapirne (950). A’ dì del Fazello tre grandissimi archi si vedevano di questo tempio, di pietre quadre, con nove porte, come egli scrive (951), che furono piuttosto porticati, come sembra, o altri edifizii al tempio appartenenti, sulle cui rovinate fondamenta innalzavasi poi una piccola chiesa dedicata a S. Pietro, anche abbandonata ne' tempi successivi (952).
Alla sinistra del descritto fiume Crisa fu la città di Macella, o Magella, d’ignota fondazione, ma probabilmente greca. Col primo nome è ricordata da Diodoro, dal quale sappiamo che nella prima guerra Cartaginese fu con Adrano per più giorni indarno assediata da' Romani (953), così che esser doveva ben fortificata e alla detta città vicina; la quale se fu poi espugnata, la stessa sorte ebbe a toccare a Macella. Certo è che fu dopo in potestà de' Romani, perché Livio scrive che presa Siracusa, e partito Marcello dall’isola, sopravvenendo i Cartaginesi, si ribellò nel 541 a' Romani con que’ di Murganzia, di Ibla e di altre borgate di poco conto (954). Ignote ne sono le vicende de tempi posteriori,e si sa solo da Plinio che stipendiarii ne furono gli abitatori, ch’egli ricorda col nome di Magellini (955). Sebbene anche da Livio sia detta Magella, il vero nome ne sembra Macella, come leggesi in Diodoro, con nome identico a quello di un'altra città nella parte settentrionale dell'isola, con cui vien confusa da alcuni geografi; perchè la voce Μάγελλα è ignota alla greca lessicografia, e Μάκελλα significa vanga, e però sembra che debbasi annoverare tra le città di greca fondazione, per una colonia uscita da qualcuna delle città vicine. Quanto al sito, per la sola analogia del nome supponeva il Fazello che trovar si dovesse nel castello di Mungellino tra Minto e Caltagirone (956); ma per esserne il sito molto distante da Murganzio e da Ibla, è più da approvare l’opinione del Cluverio che fosse sul colle detto Rosmano (957), dove ora non è che una Chiesa con un romitaggio, tra Castrogiovanni e Cittadella, ove fu Ergezio, sito che il Fazello descriveva a 6 miglia da Enna con avanzi di una rocca e di un’antica città ignota, e dove si sono scoperti antichi sepolcri (958).
A circa 12 miglia da Erbita, ed alla metà quasi di tale distanza da Galaria fu la città di Agirio, delle più antiche dell’isola. Le memorie perdute della sua fondazione primitiva dimostrano l’antichità molto remota di tale fondazione, e sebbene come tutta mitica riguardar si possa la relazione ch'ebbe con Ercole, in ciò appunto è un indizio per investigarne l’origine. Diodoro, che v’ebbe i natali, scrive che visitata dal favoloso eroe nelle sue peregrinazioni, fu con divini onori ricevuto dagli Agirinei, e sacre cerimonie v’instituì, tuttavia osservate ai dì dello storico (959). Oltre che come monumenti dell’eroe, o del nume, riguardar si solevano le fondazioni e le opere primitive ove stabilito erane il culto, così la formazione di un lago presso la città venivagli attribuita, e ciò che è più, accanto ad Ercole era nella città stessa adorato Jolao, come in Cartagine e nella Sardegna. Or siccome Jolao in quest'isola e nell’Africa non rappresenta che la stirpe Libo-fenicia (960), o le sue colonie, lo stesso è da dire Agirio, dove la tradizione fa venirlo anche da’ Sardo-Fenicii (961). La città dunque di Agirio, fondata probabilmente da’ Sicani o da’ Sicoli, fu dopo accresciuta da una colonia fenicia,la quale v’instituì il culto de' suoi numi Ercole e Jolao, come in altre città sicole; e siccome Diodoro da Leontini secondo la tradizione faceva passare Ercole ad Agirio, non par dubbio che la colonia fenicia vi si stabilì dopo di Leontini, anche perché questa città fu più presso alla marina, e molto dentro terra fu Agirio. Benché nell’esposto modo l’origine fenicia della città non dichiarasse il suo storico, pure è da lodarlo di averla intraveduta, perché scrive che Ercole vi giungeva dalla Fenicia; ma anziché un nume, un capo di mercatanti lo credeva come gli Evemeristi (962). Ma greco è il nome della città, e può dirsi che accenna all’esservisi diversi popoli riuniti e congregati (da ἀγυρέω, congrego), e creder si possono i Sicoli, i Fenicii e gli Elleni nel primo periodo forse in cui i Calcidesi ei Nassii colle loro colonie dalla costa orientale si diffusero nell’interno dell’isola.
Non si ha di Agirio memoria storica prima del 404 a. C. quando i mercenarii Campani, richiesti di soccorso da Dionigi il vecchio, per correre senza impedimenti a Siracusa ogni lor bagaglio vi lasciavano presso Agiri, che vi dominava (963). Pervenuto alla tirannide coll’uccisione de' più ricchi Agirini, erasi arricchito colle loro sostanze, e non solo n’ebbe la città popolata non meno di 20,000 abitatori, ma comandava a tutte le castella del contorno. Indotto all’alleanza da Dionigi, lo soccorse di vettovaglie e di armati, ed egli stesso militò contro i Cartaginesi (964), or tendendo imboscate, ed or intercettando loro tutti i viveri (965). A questo Agiri, del quale non più si parla nella storia, sembra che altri tiranni succedessero nel dominio, e poi un Apolloniade, che Timoleone nel 339 costrinse ad abdicare, e così dichiarati liberi gli Agirinei, ebbero la cittadinanza di Siracusa. E perché estesi campi possedevano, ed amenissimo erane il contado, 10,000 coloni vi furono trasferiti. Accresciuta per tal modo la città di popolazione, partecipò ancora come molte altre alla munificenza di Timoleone, il quale erger vi fece un teatro, il più bello, dice Diodoro, dopo quello di Siracusa che in tutta l’isola si vedesse, e templi inoltre, la Curia, il Foro, le torri magnifiche, ed anche le piramidi de' sepolcrali monumenti di gran mole, per l’arte ammirevoli (966).
Prosperando così la città, divenne grande e popolosa, né che ai tempi propizii per essa allora incominciati so riferire le monete di bronzo che coll'antico culto ne mostrano ne' nomi de' magistrati annuali il libero reggimento. Delle più semplici di queste monete una ha nel dritto la testa giovanile del fiume Crisa, presso il quale la città era situata, e nel rovescio un cavallo coll’epigrafe AFYPINAI. In un’altra vedesi nel dritto una testa nuda barbata, e nel rovescio Ercole, che con la destra stringe la clava, con la sinistra tiene un’idria, ed in una terza il capo dello stesso Ercole, ed un lupo che si pasce di un irco, con la detta leggenda in entrambe. Di quelle co’ nomi de' magistrati una ha la testa di Giove coll'epigrafe ΕΠΙ ΣΩΠΑΤΡΟΥ da un lato, e dall’altro Diana cacciatrice con un cane vicino, coronata dalla Vittoria, e l'epigrafe ΑΓΥΡΙΝΑΙΩΝ; ed un’altra nel dritto ha la testa del fiume Crisa con l’ultima delle dette epigrafi, e nel rovescio la parte anteriore di un bue a testa umana e la leggenda ΠΑΛΑΓΚΑΙΟΣ (967). Le riferite antiche tradizioni della città, per le quali spiegasi perché sulla seconda e la terza di queste monete si vegga la testa di Ercole, danno anche ragione dell’altro tipo del capo nudo barbato nel dritto della seconda, che attribuivasi a Jolao, in onore del quale equestri certami annualmente celebravansi in Agirio (968), a' quali sembra alludere il tipo del cavallo nel rovescio della prima di tutte le riferite monete. Ed altre ve ne ha pure, in cui si vede Jolao stante coronato dalla Vittoria, or con nella destra un pesce, nella sinistra un cornucopia ed un cane a' piedi, ed or col cane stesso a fianco e nella destra una patera, ed anche tra un cane ed un cervo presso di un albero; tipi tutti allusivi all'agro della città, perché il pesce accenna al detto lago di Ercole, ed oltre all’esserne amene e fertili le campagne, sono pure di cacciagione abbondevoli, ed un bosco vi era pure sacro a Diana, il quale o fu intorno il Romitorio di Scalpello, da que’ di rigirò detto la Xiara, o in quello stesso di Nissoria (969). Il tipo di Giove, con fulmini o senza, che accompagnar suole queste ultime monete, si è riferito alla liberazione della città per opera di Timoleone dalla tirannia di Apollonia. de, al quale attribuir si potrebbe l’altra moneta senza leggenda col capo nel dritto di un guerriero coperto di elmo, e nel rovescio una testa barbata con corna bovine sulla fronte e sopra un rastrello, immagine, come sembra di un fiume, e del Simeto piuttosto che del Crisa, sì per la differenza tra le forme giovenili e senili con cui sono rappresentati, sì perché irrigando e fertilizzando il Simeto una più vasta estensione di contrade, anche in una parte di queste egli sembra che si estendesse l'agro di Agirio.
Ma niente è noto delle vicende successive della città insino a che Finzia, tiranno di Gela, l’aggiunse al suo dominio, così che sembra che per più di 50 anni godesse dell’autonomia. Poiché intanto intollerabile ed odioso si rese Finzia colle uccisioni nelle città soggiogate, primi a scuoterne il giogo furono gli Agirinei, che ne scacciarono il presidio nel 1.° anno dell'Ol. CX. XV, a. C. 280 (970). Coll’accrescimento di una parte dell'agro del prossimo Ameselo ampliò per opera di Gerone il proprio territorio (971), e d’allora sembra che rimanesse soggetta a Siracusa sino all'occupazione de' Romani.
Cicerone celebra Agirio come una città delle più civili dell’isola, di uomini facoltosi e di aratori solenni prima che vi giungesse C. Verve; ma a tale fu ridotta dalle esorbitanti esazioni dell’avido Pretore, che il territorio ne rimase poi disertato di padroni e di agricoltori (972); e d allora si può dire che ne cominciasse la decadenza. Oltre i templi che Diodoro ne ricorda, un altro ah coca ebbe ad esservene sacro a Venere, se così può supporsi dalla multa in favore della dea disposta da un testatore, se contravvenuto si fosse al suo volere; il quale fu padre di quelli stessi ricchi Agirinei Sosippo ed Epicrate, dallo stesso Verre impoveriti (973). I ruderi di questa città, dice il Fazello,da quella parte si veggono dell’odierno S. Filippo d’Agirò (974) che oggi dicesi Lombardia, e sono macigni lavorati in quadro di meravigliosa grandezza, presso al quale sito trovar si sogliono antiche monete d’ogni metallo (975). Tali ruderi che un viaggiatore ricorda come di un pezzo di muro, attribuir si sogliono, ma senza pruova, al teatro (976); e poiché belli avanzi di antichità si osservano nella chiesa di S. Filippo, può dirsi con più di verosimiglianza che eretta fosse sul le rovine di qualcuno degli antichi templi che vi furono, de' quali scomparso è ogni vestigio. Ma la base di una statua vi si scopriva nel 1779 per ricordarci probabilmente il migliore ornamento della città, lo storico Diodoro, che v’ebbe i natali (977), perché l’epigrafe vi si legge (978):
ΔΙΟΔΩΡΟΣ ΑΠΟΛΛΩΝΙΟΥ
Diodoro d'Apollonio figliuolo
Alla distanza di VII miglia da Agirio seguiva Ameselo, città di molto antica fondazione. Dal suo nome, analogo a quello di una città della grande Sirti (979), e significante in fenicio popolo di ferma radice, o di sede fissa, non dubita il Movers di attribuirla a' Fenicii (980). Ma altro non se ne sa dalla storia se non che, occupata poi da’ Mamartini, e movendo contro di essi Gerone, benché fosse ben fortificata e difesa, l’espugnò e diroccò nell’ultimo anno dell’Ol. CXXVI, 269 a. C., e dividendone l’agro a que’ di Centoripe, e di Agirio, tra le quali città era posta (981), sembra che non più risorgesse dalle sue rovine, perché non più se ne parla né dagli storici né da' geografi. E probabile nondimeno che gli abitatori si riducessero nella città di Simeto, la cui origine alcuni ripetono dalla distrutta Ameselo (982). Nelle contrade intorno S. Filippo di Agirò, dette S. Agata, S. Venera e Fronte, si scoprivano è già tempo antiche monete ed antichi edifizii, e non è inverisimile che qualcuno dei piccoli castelli vi fosse che sorgevano intorno la città di Agirio (983), tra' quali è da annoverare anche Ameselo, supposto nell’odierno Regalbuto (984), dove il Cluverio poneva, come ho detto, la città di Simeto (985); la quale se fu diversa da Ameselo, fu a questa nondimeno così vicina da far crederò. entrambe. una città sola, distinta ne' varii tempi con nomi diversi
Alla sinistra di Adrano, e distante m. XII. dalla città di Etna o Inessa (986), sopra un alto vertice di monte sorgeva la città di Centuripe (987), una delle più ragguardevoli e ricche città mediterranee dell'isola. Fu di molto remota fondazione a giudicarne dalla memoria che se ne ha fin dal tempo di Pittagora, le cui dottrine facevano abdicare la potestà a Simico che ne fu tiranno, o principe, e che in parte alla propria sorella, in parte alla città distribuì le sue ricchezze (988). Costretti i Centuripini sotto certe condizioni all’alleanza con gli Ateniesi (989), non si sa qual ne fosse la fortuna dopo le vittorie di Siracusa. Certo è che la città erane indipendente al tempo di Dionigi, il quale conchiuse un trattato di federazione col suo regolo Damone (990) nell’01. XCVI,1, a. C. 396. Di un altro tiranno si ha pur rimembranza, cioè di Nicodemo, il quale atterrito dalle imprese di Timoleone che domava gli oppressori,e la libertà restituiva alle città sicole, si diede alla fuga (991), e d’allora Centuripe divenne autonoma, e in tale stato si mantenne per circa 25 anni insino a che fu occupata da un presidio di Agatocle (992); il quale sembra che ne fosse poi scacciato quando passava nell'Africa, perché di là ritornato e coll’aiuto di alcuni suoi partegiani entrava di notte nella città, ma erane espulso colla perdita di più di 500 uomini (993). Qual fosse la fortuna della città ne' tempi che susseguirono, non è noto dalla storia, e si sa solo che venne ad ampliare il territorio colla cessione che Gerone di Siracusa facevale di una parte dell’agro della distratta Ameselo (994).
Come divenne autonoma dové battere le poche monete di bronzo che se ne conoscono, co’ tipi principali de' numi che adorò, Cerere, Proserpina ed Apollo, e con gli altri di un aratro con sopra un piccolo uccello, di una pantera andante, di un albero di alloro, e di una lira, colle leggende abbreviate KENΤΟ, ΚΕΝΤΟΡ, ed intera KΕΝΤΟΡΙΠΙΝΩΝ (995).
Nella prima guerra cartaginese ebbe certo ad arrendersi non sì tosto i Consoli M. Valerio e M. Otacilio si presentarono alle sue porte di bronzo per assediarla, perché altre sessantasette città chiedendo la pace si arrendevano (996), e nelle guerre che i Romani combatterono nell’isola ebbero a socii ed amici i Centuripini (997), cosi che immune da' tributi e libera ne fu la città (998), amicissima e fedelissima alla Repubblica ed al popolo romano anche ne' tempi posteriori (999). Perciò tra quelle che godevano il dritto del Lazio si conservò sino a' tempi di Plinio (1000), e sembra che godesse della maggiore prosperità da' tempi romani insino al proconsolato di C. Verve, il quale l’ammiserì (1001). Fu città ricchissima e popolosa. Oltre che la massima parte dell'agro di Etna ebbe in possesso, in quasi tutta l’isola non s’incontravano che aratori Centuripini, i quali crebbero tanto in ricchezze da acquistar campi ne' confini di tutte le altre città. Cicerone, il quale tali notizie ci somministra della florida condizione economica di Centuripe prima del tempo di Verte (1002), annovera 10,000 cittadini Centuripini (1003), numero che fa supporre una ben grande città, popolata almeno di 60,000 uomini.
Fu Centuripe ristaurata da Augusto, perché molto lo aiutò a debellare Sesto Pompeo (1004). Partecipando allora ai dritti del Lazio (1005), continuò a godere dell’antica prosperità, sebbene oltre il nome in Tolomeo (1006) e negl’Itinerarii altra rimembranza non ne rimanga sotto l’impero, quando sembra che cominciasse a declinare dal prisco splendore. Delle naturali produzioni Plinio ne lodò il zafferano, secondo a quello della Licia, ed il sale, notabile pel colore porporino (1007), in guisa che se ne facevano immagini d’uomini e di numi (1008). Oltre l’agricoltura, a cui di preferenza si applicarono i Centuripini, costretti come erano dal suolo ingrato e petroso de' vicini monti, sembra ancora che coltivassero le arti, massime quella di scolpire i cammei, perché in nessuna parte dell’isola, dice l’Houel, in tanta quantità quanto negli scavi dell’antica Centuripe se ne sono scoverti (1009).
Pochi ed informi ruderi rimangono di questa città nell’odierna Centorbe, che succedevate nello stesso sito dopo essere stata da' fondamenti distrutta da Federico II nel 1233 (1010). All’intorno del piano del Duomo, e della strada al di là del lato meridionale estender si doveva, cioè sul pendio della montagna, di cui seguiva le ineguaglianze. Una valle circolare verso il S. E. è il luogo meno inclinato, e par che ne fosse il sito più abitato. Belli avanzi di edifizii d’ogni sorta vi si veggono, sepolti per lo più sotto le proprie rovine, e sotto la terra scoscesavi dalle parti superiori della montagna. Molti di questi avanzi servivano al solito per costruirne chiese, o case. Davanti la Cattedrale sono rottami di diversi ornati di templi, cioè fusti di colonne, semplici o scannellate, un bel capitello d'ordine jonico, rotti architravi e fregi marmorei sparsi qua e là, che con le colonne e i capitelli, le basi e i rottami di statue colossali e di ordinaria grandezza altrove ritrovati ci mostrano in Centoripe una città magnifica, non ostante che da lontane parti i marmi vi fossero trasportati, privo come ne è quel territorio. Altri ruderi si veggono verso il settentrione, che facevan parte considerevole di un grande edilizio di costruzione romana: addossato alla montagna si estende per più tese, e si distingue col nome di Dogana pe' pesi e le misure di pietra che vi si scoprivano, tra cui alcuni modii. Il così detto rovinato Palazzo di Corradino fu anche innalzato sopra una considerevole fabbrica antica. Tra le molte rovine di Centorbi l’Houel trovò una scuderia (equile), la sola ch’egli vedesse nella Sicilia e nelle isole vicine, la quale contener poteva sei cavalli (1011). La cappella del Crocifisso verso mezzodì fu costrutta tra muri antichi, sotto i quali sono arcate, e formano sotterranei in tutta la parte circolare della città, dove anche si veggono gli avanzi delle antiche mura, fiancheggiate da molte torri quadrate. L’ampiezza in più siti chiaramente se ne ravvisa da' ruderi di queste muraglie; e disposta come era in più piani, saldi speroni ne sostenevano i terrapieni. Ad altri avanzi delle muraglie que’ di Centorbe davano, almeno nello scorso secolo, il nome di circhi, di teatri, e di anfiteatri, bramosi come erano di trovare nelle rovine della città antica avanzi di edifizii così magnifici come quelli di Catania. Certo è nondimeno che ad un miglio verso occidente sono le grandi rovine delle terme, una volta decorate con magnificenza (1012), a cui si dà tuttavia il nome di Bagni. Più lungi, due miglia al di sotto della scafa del Simeto tra Adernò e Paternò sono le rovine di un antico ponte, bell’opera de' Romani, di più arcate, e della larghezza di 12 piedi, sul quale passava una strada, che usciva da Centoripe; ma rovinando il ponte, faceva cambiar corso al fiume, e la facile comunicazione de' Centoripini col mare di Catania veniva così interrotta (1013).
In questi stessi contorni ebbe ad essere Tiracia, la più ragguardevole città de' Sicoli. Per la popolazione e la forza de' valorosi suoi cittadini fiorì sino a che elevandosi Siracusa non ebbe a se sottoposta gran parte dell’isola; e forse per la valida resistenza alla dominazione di questa grande città fu espugnata e distrutta nell’01. LXXV, 2, a. C. 439 (1014). Ma non interamente, perché Plinio faceva menzione de' Tiraciensi tra' popoli stipendiarli della Sicilia (1015), e Stefano Bizantino ne serbò memoria col nome di Tiratine, ricordandola come città piccola, ma ricca (1016). Se non che la notizia che davane questo geografo può riguardare i tempi più antichi, a cui certamente si riferivano anche le memorie che serbavano Alessandro Polistore, o Milesio, nella sua Europa, nella quale era ricordata col nome di Tiracene. Per la distruzione della città in sì remota epoca molto malagevole parmi potersi dir con certezza ove fosse, comeché risolutamente si sostenga che occupasse il sito di Randazzo (1017), o piuttosto dei ruderi che si veggono verso tramontana presso la Torre di Maniaco, che v’innalzava il celebre capitano greco Giorgio Maniace, quando veniva nell’isola a combattere i Saraceni nel 932.
Dopo Sergenzio Tolomeo pose Idra (1018), sconosciuta agli altri geografi. Parve al Cluverio che alterato da' copisti ne fosse il vero nome, e scrisse che intendesse parlare d’Ibla (1019); ma le rovine presso Francofonte a 6 miglia da Licodia, che secondo la tradizione si attribuiscono alla borgata Hydra ed alla fortezza Yadra dimostrano vera la lezione in Tolomeo, il quale ne riferì l’altro nome Hydia, che un moderno editore emenda non ti sa come con Hydia (1020). La borgata del resto colla fortezza fu distrutta da' tremuoti (1021).
Alla destra del Crisa e sopra di un monte era la città di Assoro, o Assorio (1022), di fondazione antichissima. Da' nomi simili di città nella Palestina, e nel territorio di Cartagine (1023), può congetturarsi col Movers che venne fondata dai Fenicii, e secondo tale origine piazza chiusa ne dinoterebbe il nome (1024). Della sua più antica storia altro non è noto se non che serbandosi fedele a Dionigi il vecchio nelle ribellioni di altre città, strinse con lui alleanza nell01. XCVI, 1, a. C. 396 (1025). Dalle monete della città, che trovar si sogliono nel suo territorio, co’ tipi di Apollo e di Venere, conosciamo che questi numi adorava, oltre del fiume Crisa, effigiato nel rovescio di tali monete coll’immagine di giovine imberbe e con lunga chioma. Tali monete hanno la leggenda greca ΑΣΣΩΡΟΥ, o ΑΣΣΩΡΩΝ (1026), e ve ne ha pur di quelle colla leggenda latina ASSORV con un giogo accanto alla testa del Crisa, le quali dimostrano che furono battute quando la città era colonia romana (1027). Fu nello stesso sito di Asaro, che ne serba alquanto il prisco nome, senza che altro di antico vi si vegga se non vecchie costruzioni sulla cima della montagna, sulle quali fu poi costrutta la chiesa dedicata a S. Pietro (1028); ma a' dì del Fazello vi rimanevano tuttavia le antiche mura con una porta intera fabbricata con grandi macigni (1029).
Presso le sorgenti del Crisa fu la città di Tabe ricordata dal solo Silio Italico (1030), e così detta probabilmente come l’omonima città della Lidia, perché del pari sopra dirupi e balze edificata (1031). Che si abbia a credere la stessa città, che Stefano Bizantino coll'autorità di Filisto ricordava col nome di Ταύκα. (1032), parmi buona congettura del Cluverio (1033), perché Taña, città dell’Egitto (1034), con denominazione analoga a Ταύκα, fu anche detta Tafa (1035), con nome simile a Taba o Tabe. ll citato geografo del resto dall’analogia del nome credè che s’innalzasse sul monte Tavi, dove rimangono in fatti vestigi di una fortezza (1036), e dalla cui falda il Crisa o Dittaino comincia a scorrere.
Da' monti, tra' quali furono le ultime città descritte, scendendo presso la grande pianura di Catania, in vicinanza di questa pianura e quasi alla sponda pel Simeto fu Capitoniana, luogo di riposo della strada da' Romani aperta da Catana ad Agrigento (1037), con intorno, come sembra, abitazioni ed alberghi, a' quali par che accenni il nome della mansione stessa nel suo genere neutro al numero del più. Benché per la distanza segnata nel]’ Itinerario non molto dal vero si dilungasse il Cluverio nell’indicare tal mansione non guari distante dal fiume Erice, o di Catalfano, pure riponendola nella così detta Cittadella (1038), molto si allontanò dal vero sito sino a collocarla a più di 20 miglia dalla riva del detto fiume, e sono certamente da seguire più topografi siciliani, i quali per la discorsa distanza la situarono a Capezzana, feudo della Baronia di Camopetro, non molto lungi dalla famosa montagna di Judica, o Zotica, e dal suo romitaggio; nel quale luogo, che nel suo nome odierno molto somiglia all'antico, già si vedevano nel secolo XVII alcune anticaglie e rovine (1039), le quali dimostrano che Capitoniana fu una qualche borgata, non una semplice mansione dell’antica strada. Né debbo tralasciar di dire che dalla cennata situazione non molto si allontanò uno de' più recenti editori dell’Itinerario romano, colla differenza ch’egli la situa sul monte Giudica (1040), e la borgata, o la mansione fu nella pianura.
Al di là della descritta mansione o borgata scorre il piccol fiume di Catalfaro, che prende il nome dal monte in cui ha le fonti, e che con quello di Mineo unendosi presso la torre de' Canneti all'altro di più lungo corso che viene dalle vicinanze di Caltagirone, confluisce nel Fiume delle Canne, o delle Gabelle, il quale poi diviene il Gurna Lunga, o Fiume di S. Paolo. È il fiume Erice degli antichi, che Duri Samio ricordava tra quelli che davano il nome a diverse città dell'isola (1041); ma senza oppormi per gli altri fiumi alla testimonianza di questo antico storico, sono di credere che, anzi che dare il proprio nome alla città vicina, da essa piuttosto lo riceveva per ciò che or ora sarò per dire.
Sul monte da cui scorre il descritto fiume fu la città di Erice, o Eruca, detta dapprima probabilmente dalle eruzioni (1042) del non lontano lago vulcanico de Palici, il che non si notava da nessun altro geografo. Dalla posizione del monte più vicino al lago che non è il fiume, si derivò il nome di Erice, comune al monte ed alla città, la quale distante XC stadii, o 11 miglia e più dal confine della città di Gela, deserta era come lo stesso monte a' dì dello storico Callia di Siracusa (1043), coetaneo di Agatocle, di cui scrisse la storia buggiarda (1044). Edificata per avventura da' Rodiotti di Lindo, i quali fondavano la città di Gela, non era distrutta o abbandonata prima della morte di Dionigi il vecchio, verso il quale tempo scriveva Filisto (1045), che pariavane nella sua storia (1046). Sulla cima del detto monte di Catalfano nel Val di Noto, a poca distanza da Militello e Patagonia, il Fazello descrisse le rovine di una grande ignota città con una rocca d’ingenti quadrati macigni. Non sapendo qual fosse, dubbiosamente stimò esser le rovine di Trinacia (1047); ma furono di Erice, come più ragionevolmente dalla descritta situazione sostenne il Cluverio (1048), seguito da altri geografi (1049).
A non molta distanza dalle città di Erice e di Mene, quasi nel centro di Val di Noto, incontravasi in una pianura il Lago de Palici, per naturali fenomeni molto celebre. Tranne alquanto di esagerazione, o la forza delle acquose eruzioni più possente una volta che non è oggidì, Diodoro nella guisa stessa de' moderni ne descrive i prodigiosi crateri, che furon soggetto di grandi superstizioni agli antichi abitatori della Sicilia. Non tanto vasti per l’ampiezza, dice lo storico, ma profondissimi oltre ogni credere, e vomitanti scintille a pieni vortici, sono i crateri del lago, come se fossero caldaie bollenti di acqua ferventissima. L’acqua che dentro vi gorgoglia, ha tutta l'apparenza di esser tale, comeché nessuno si arrischiò di toccarla; tanto stupore mettendo in tutti quel bollimento, che vien creduto provenire assolutamente da una certa divina necessità. L’acqua ha un forte odore di zolfo, e la voragine manda fuori un grande ed orribil rumore. E ciò che mette maggior meraviglia si è, ch'essa né travalica mai, né mai si abbassa, ma stassi in continuo agitamento, e con istupenda forza si solleva ne' gorgogliamenti (1050). Chi ha veduto il Foro di Vulcano presso Puteoli (1051)può farsi un'idea di questo Lago de Palici; perché se in quello si radunassero come in questo le acque, le vulcaniche esalazioni che da molti spiragli vi tramandano nembi di allumina, di vapori acquosi, e di gas acidi solforoso e idrogeno, vi produrrebbero getti di acque simili a quelli del celebre lago della Sicilia. Formato come è dal radunamento delle acque delle piogge, varia ne è sempre l’estensione ne' varii tempi dell’anno, e nelle grandi siccità sovente scomparisce. Di figura circolare nondimeno, si estende nel perimetro di 480 piedi, né è più di 14 piedi profondo. Il gas acido carbonico che ne esala, come nella Fossa Caronea della Campania, nel Lago Ansante degl’Irpini (1052), ed. in altri simili luoghi vulcanici, passando per l’acqua vi produce due grossi getti nel mezzo, che si spingono all’altezza di oltre a due piedi; i quali con un terzo di minor forza ed intermittente agitano tutta l’acqua, facendo udire lo strepito dell’ebollizione a grande distanza. Altri numerosi piccoli bulicami si osservano per tutta l’estensione del lago, che a guisa di zampilli d’una sorgente si veggon pure ne' prossimi ristagni. Un forte odore bituminoso, simile a quello della Nafta, che al lago ha dato il nome odierno, sì fortemente ne esala, che si sente spesso alla distanza di un miglio. Disseccandosi il lago, odesi da' trafori del mezzo uscire una furiosa corrente d’aria, ch’espelle e porta via le frondi, la terra, e tutto che si oppone al suo rapido passaggio; né altro che tale corrente produce nel tempo delle acque il ribollimento (1053). Pensandosi il popolo che vi abiti una Maga, il nome di Naftia ha cangiato in quello di Nonfittia, Donnafittia, o semplicemente Naffia, alla quale popolare credenza dava occasione anche il fenomeno aereo della Fata Morgana, che si vede talvolta sulle acque del lago.. 11 quale abbassandosi nella state, si divide in sei piccoli bacini, situati presso a poco nel mezzo del più grande; ed allora questi bacini contengono un’acqua ch’esala un fortissimo odore di bitume (1054). Il più grande di questi bacini sembra quello descritto dallo Pseudo-Aristotele, dell’ampiezza di dieci letti (δεκάκλινος), che l’acqua mandava fuori all’altezza di sei cubiti, e in tale copia da sembrar d'inondare tutta la circostante pianura (1055). E tutti insieme erano anche descritti da Polemone e Macrobio con gli stessi fenomeni delle esalazioni sulfuree e i ferventi ribollimenti, soggiungendo di essere così profondi, che se per caso asini o buoi vi cadevano dentro, non più ne ritornavano fuori (1056), scomparendo nelle profondità dell’abisso. A questo lago portentoso accennava anche Filostefano di Cirene, magnificandone oltremodo là forza de' vortici, perché scriveva essere di tanta forza da spingere in sull’arena chi per bagnarvisi le onde ne moveva appena col piede (1057); ma Strabone si contenta di dire che v’erano crateri gettanti acqua, la quale nell’alto curvavasi a foggia di volta, e poi dentro vi ricadeva (1058).
Non altrimenti di luoghi simili nella Grecia ed in altre contrade, notabili per naturali fenomeni, avvenne di questo lago dell’isola ciò che dell’antro di Trofonio (1059), dell’ardente fontana di Dodona (1060), e della stessa caverna del Parnasso (1061), che poi divenne il grande oracolo di Delfo. Poiché dalla sotterranea forza vulcanica i getti d’acqua venivano fuori, si personificavano in due figli della Ninfa Talia (la fertile circostante contrada, ridente per rigogliosa (θαλεία vegetazione), figlia di Vulcano, o di Etna e Vulcano (1062), la quale incinta da Giove, e temendo l’ira di Giunone, volle essere dalla terra inghiottita: quando era per dare i gemelli alla luce, la terra si riapriva, e i bambini ne uscivano. Ebbero perciò il nome di Palici, cioè che ritornavano alla luce (da πάλιν ἱκνέομαι, poet. ikw). Eschilo nella sua perduta tragedia di Etna era il primo a celebrare i favolosi numi o eroi (1063), i quali divennero i Dioscuri della Sicilia. Fratelli di essi, per continuare il mito e la leggenda, davansi a credere i Crateri de' laghetti, o bacini, profondissimi e ribollenti per la stessa cagione vulcanica, nell’ambito di tutto il lago, i quali, nominati anche Delli (1064), furono molto venerati, e diedero occasione ad un oracolo, il più famoso di tutta l’isola, e l’oracolo all’edificazione di un tempio. Il quale, posto in una campagna amenissima, degna della maestà de' numi, come dice Diodoro, ebbe portici e stazioni aderenti comodissime e bellissime (1065), sì pe' sacerdoti, e sì per coloro che andavano a consultare l’oracolo. Ivi si andavano a prestare sacri giuramenti, nella guisa che riferivano Polemone e lo Pseudo-Aristotele. Gli spergiuri, dice Polemone, spiravano innanzi gli stessi numi, o piuttosto erano bruciati vivi, come scriveva Stefano sull’autorità di Sileno, o anche di Teofilo (1066). Con umane vittime si placavano anche i Palici (1067), ed oltre che al loro oracolo si ricorreva nelle sterilità, e per le ubertose raccolte grandi doni loro si offerivano (1068), il tempio aveva pure il privilegio di essere per un certo tempo inviolato asilo de' servi oppressi (1069). Perciò Salvio, il capo de' servi ribellati nel 102 a. C., sacrificava agli eroi Palici, e nel tempio dedicava una purpurea stola dopo l’espugnazione di Murganzia (1070). Presso il lago di Naftia, dice il Fazello, sparse per la maggior parte qua e la veggonsi le rovine di questo tempio (1071), il quale si crede che abbattuto fosse da S. Marciano, vescovo di Siracusa (1072)
Poco lungi dal descritto tempio de' Palici fu la città di Palica, che ne prese il nome, ricordata da Stefano Bizantino senza dirne il fondatore (1073), il quale fu Ducezio, principe de' Sicoli. Fondandola nell'ultimo anno della LXX. Olimpiade (a. C. 453), la denominò dal prossimo tempio degli dei Palici. Ed avendola cinta di valide muraglie, i circostanti campi divise alla grande moltitudine de' Sicoli che condusse ad abitarvi. E sì per la feracità del suolo, sì per la grande popolazione prosperò meravigliosamente; ma breve ne fu la durata. Egli sembra che da principio non si nominò che Meneno, sì perché lo stesso fonte de' Palici fu dapprima detto Menaide (1074), si per una moneta col tipo da una parte di Plutone in una biga con Cupido che gli vola innanzi e la leggenda MENAINOM, e dall’altra col capo laureato di Vulcano e l’epigrafe VOLCANOM (1075); la quale moneta pel secondo tipo sopratutto, anziché alla città di Mene o Meneno, appartenne a questa pel prossimo lago vulcanico de' Palici. Ad ogni modo, comeché Diodoro dice ch’era ormai deserta al suo tempo, non è noto da chi, né per qual cagione fosse distrutta, perché ci mancano i libri ne' quali egli narravane la varia fortuna, se pure non rimanesse abbattuta per opera de' Siracusani per aver favorito le parti della vicina Trinacia, o perché al pari di questa città n’ebbero gelosia. Certo è che dopo essere stata distrutta o abbandonata, gli abitatori che Ducezio da Menavi aveva condotti,si restituirono nella loro patria (1076),e forse dopo la morte di Ducezio. Pel titolo di memorabile (αξιόλογος) che le dà lo storico ebbe veramente a prosperare in modo da divenire importante tra le altre città dell’isola; ma non più si rialzò dalle sue rovine. Sul colle soprastante al lago di Naftia ricordò il Fazello gli avanzi di questa città col dire di non essere di molto gran giro (1077); ma poiché Diodoro scrive che ampie ue furono le mura per essere stata popolosa, è da credere che nel detto sito si vedessero piuttosto gli avanzi della sua acropoli, massime perché Diodoro dice che fu da Ducezio edificata nella pianura (εἰς τὸ πεδίον). Nondimeno sulla medesima collina di pozzolana,detta la Bocca, scrisse l'Houel di trovarsi le rovine di Palica, dove egli notò tutti gl’indizii di una città totalmente distrutta dal tempo, rottami d’ogni specie, tegoli enormi, vasi grandi e piccoli, canali di terra cotta, e molti ancora di pietre di taglio sparsi qua e là. Fra questi avanzi erano al suo tempo (1782), e forse vi sono tuttavia, dieci o dodici tese di fondamenta di mura in un luogo, altrettante in un altro, situati in guisa che sarebbe facile scavando di scovrirne di più. Al S. E. della collina vidde ancora una gradinata scavata nella roccia, di più di 100 scalini molto ben formati, ma più o meno degradati dal tempo. Questa gradinata menava ad alcune grotte, ch’egli suppone sacre alle Ninfe, ma più probabilmente scavate ad uso di sepolcri. Diverse sorgenti scorrono sulla collina, una sulla vetta, un’altra a mezza costa, un’altra presso una grotta al mezzodì (1078), per le quali fu bene scelto il sito della rocca di Palica, la quale fu più probabilmente nel già feudo di Bulichello, nella tenuta così detta del Mandorlato, a due miglia e mezzo da Adorno, dove sin oggi si veggono avanzi di grosse mura e di macerie, e dove supponevasi il famoso tempio de' Pedici (1079). Poiché si crede che l’odierna Palagonia sorgesse dalle rovine di Palica, e il nome stesso sembra dimostrarlo, può dirsi che, distrutta la città da’ Siracusani, restò deserta sino all’età di 'Diodoro, e che poi risorse in un sito poco distante dall’antico (1080).
Nel confine de' Leontini lo storico Filisto ricordava questa piccola città (1081), alla quale certamente appartenne l'agro Xutio (ΞεθιαΧώρα), che Diodoro attribuisce a' Leontini, e che dice così denominato da Xuto figlio di Eolo che vi ebbe dominio (1082). Ma siccome non si può credere al dominio di una persona mitica, è altrimenti da indagare tale denominazione. Con vera attribuzione, io credo, ma senza spiegarsi l’origine di così fatto nome, questa città di Xutia suole riconoscersi nell’odierna Sortino (1083), ove alla distanza di un miglio dall'abitato sono molte grotte incavate nel duro sasso, fra le quali alcune sembrano destinate ad uso di abitazioni, altre per sepolcri (1084), e vi è tutta la ragione di credere che da tal circostanza il luogo si nominasse Χοθια, nel significato di ὀρυγμα, fossio, d’onde riferendosi al favoloso Xuto, figlio di Eolo, si cambiasse poi in Xutia (Ξοθια).
Di là di Fatica e di Xutia sbocca nel mare il fiume Teria, ricordato da Plinio dopo il fiume Simeto (1085), e cosi detto probabilmente dal rodere e consumare (τηρέω da τέρω, tero τερύω=τρύω) le sponde con le escrescenze e gli allagamenti. Per XX stadii, o 2 miglia e mezzo, potevasi navigare dalla foce alla città di Leontini (1086), presso la quale è anche ricordato da Diodoro, dove parla degli accampamenti che alla sponda di esso poneva Dionigi contro la città stessa (1087). Due volle gli Ateniesi vi si fermavano colle navi alla foce (1088), e memorabile è anche nella storia per la disfatta che vi ebbe da' Cartaginesi il tiranno Iceta di Siracusa nel 280 a. C. (1089). È il fiume Reina, o di S. Leonardo, nel quale influisce il fiume di Lentini, o l’antico Lisso (1090), così detto probabilmente come la città vicina dal fenicio, o punico Lais, o Laisch, leone (1091), e che si crede accrescesse l’altro fiumicello detto Lico da Plinio e Rufo Efesio, e celebre per le acque letali e pestifere (1092). Oltre delle acque piovane, il Riviere, il più grande lago dell’isola, è formato da questo fiume Reina, che dall’opposto lato ne scorre per isboccar poi nel mare poco lungi dal seno dell’Agnone. Il Biviere (Viviere, o Vivajo), di 12 miglia di perimetro, è descritto di soli IV stadii, o di un mezzo miglio, da Diodoro, ed anziché formato naturalmente, egli sembra che gli antichi Leontini, profittando di quelle sorgenti, con argini e dighe le costringessero per avervi una pesca abbondevole. Narrando Diodoro le peregrinazioni di Ercole per l’agro Leontino e di Agirio, la tradizione riferisce che ve lo scavasse il favoloso eroe, in contraccambio de' divini onori attribuitigli, e che d’allora fu detto Erculeo (1093). Ma sia formato ab antico dalla natura, sia artefatto, molto più ampio rendevasi ne' tempi moderni, chiudendosi con grande muraglia nella gola delle opposte colline lo shocco delle acque in uno spazioso bacino che vista indietro. Col mezzo di battelli vi si fa di continuo copiosa pesca di grossi cefali (moletti), tinche ed anguille, che si trasportano fresche ed in salume dentro e fuori della Sicilia. Deliziosa vi è pure la caccia nell’isoletta che vi sorge in mezzo, ed alle ripe, che rendono anche più popolate gli uccelli acquatici di passaggio. Le acque del fiume Reina impaludano sin presso la spiaggia, e formano il Pantano di Lentini, pescoso anch’esso ed abbondante di anitre, oche ed altri uccelli avveniticci e stranieri dell’isola.
Al di là dello Scolo dell’Agnone la costa s’incurva in diverse guise e si protende in più punte, quelle di S. Calogero, della Nave e dell'Arcile, tra le quali scorrono molti limpidi fiumicelli, le cui sponde, difese da enormi massi di pietre, sono guernite di siepi naturali di laurirose (1094). Più considerevoli tra questi è il piccolo fiume Porcaro, o di Bruca, nome che ha dal castello, presso il quale sbocca nel mare. Non ha il corso più lungo di 6 miglia dalla sorgente Alvira alla spiaggia, ma per modo suole ingrossarsi nel verno, che rendesi in guisa impetuoso da trasportare senza resistenza alberi e sassi e tutto che incontra, dal che dagli Elioni fu detto Pantagia, ἀπὸ τὸ πάντα ἄγειν (1095). Il rumoreggiar grande che fa nelle piene fu anche notato da Servio e Vibio Sequestre, ma riferendo la favola che udendosi per tutta l’isola (πανταχοῦ πανταγίας, ubique sonans), Cerere ne moderava lo strepito quando andava in cerca di Proserpina (1096). Sebbene accennato come di piccol gorgo da Silio Italico, Claudiano ne nota la particolarità de' sassi che rotola nelle escrescenze (1097); e più esatti de' geografi che lo descrissero tra Megara e Siracusa, o tra Catana e Leontini (1098), furono i poeti che lo nominarono presso il seno di Megara (1099). Alterato ne è anche il nome in Tolomeo, che lo nominana Παντάχας, e sembra che anche inesattamente lo scrivesse Tucidide col dirlo Παντακίος (1100). Gustose ostriche del resto vi si pescano, e nelle rive vi si raccoglieva il Belzuar.
54. LEONTINI, O LEONZIO (Λεοντίνοι, Λεόντιον)
Alla distanza di 40 stadii, o di 5 miglia odierne, dalla foce del fiume Teria sorgeva Leontini (1101), una delle ragguardevoli città mediterranee dell’isola. Tutti gli antichi scrittori greci e latini ricordano col nome stesso la città e gli abitatori, il solo Callimaco la nominò Leontina (1102), e Tolomeo Leonzio (1103), non si sa se di suo arbitrio, o perché veramente così nominavasi al suo tempo. Le molte caverne che vi sono, non han fatto credere favolose le antiche tradizioni che vi dimorassero i Lestrigoni, come gli altri Trogloditi de' vicini luoghi; ma i costumi barbari e ferini che Omero loro attribuisce (1104) mal si convengono con una terra fertilissima, nella quale da tempo immemorabile spontaneo sarebbe nato il grano (1105). Certo è che innanzi che vi si stabilissero gli Sileni era il luogo abitato dai Sicoli, i quali ne furono espulsi da' Cacidesi di Nasso. Mossi costoro sotto la guida di Teocle a combattere i Sicoli, come li vinsero, li scacciarono dalla lor sede, e vi fondarono una colonia, cinque anni dopo la fondazione di Siracusa (1106). Senza dirne l’epoca precisa, altri scrittori ricordano del pari questa colonia; perciocché Scimno di Chio pone la fondazione di Leontini per opera de' Nassii, ch'erano Calcidesi, dopo di Siracusa (1107), Diodoro annoverò la stessa città fra quelle che furono de' Calcidesi, e Strabone attribuì a’ Nassii l’agro di Leontini (1108). Altri particolari conosciamo ancora da Polieno, il quale oltre la colonia di Teocle ricorda quella di Megara che li aiutò ad espellere i Sicoli, e l’espulsione in fine degli stessi Megaresi per opera de' Nassii, i quali rimasero nel pieno e pacifico possesso della città (1109). La quale per la fertilità degli ameni suoi campi (1110) non tardò a divenir possente e popolosa, così che fondò la colonia di Eubea, nel cui nome fu ripetuto quello della prima metropoli de' suoi fondatori, né parve perciò inverisimile al Fazello che da una subita grandezza ed accrescimento, o concorso di popolazioni la città ottenesse il nome di Leontini (1111).
Ma altrimenti spiegasi dal suo culto l’origine del nome della città, preesistente alla colonia ellenica. Poiché le tradizioni de' Leontini facevano peregrinare Ercole per l’ubertosa loro contrada (1112), e le monete leontine chiaramente alludono ne' tipi al culto di tal nume, il nome della città alla simbolica fenicia di Ercole come dio del Sole si riferiva, e questo culto ne disvela i primitivi fondatori fenicii. Né il leone che reggiamo su tali monete allude tanto al nome della città quanto allo stesso suo culto, perché sulle monete di Tiro il leone è l’animale di Ercole, e nel culto tirio di Gades il leone è simbolo del Sole (1113)Oltre di che è nota una città di Leontos nella Fenicia in vicinanza di Sidone e di Borito (1114), la quale se non si vorrà credere la metropoli di Leontini, dové almeno al pari di essa nominarsi dal medesimo culto del Sole. Per la ragione stessa che il nome della città fa risovvenire il promontorio Leon dell’isola Eubea (1115), donde partivansi i Calcidesi o Nassii, che la fondavano secondo le tradizioni greche, altra origine non si è attribuita al suo nome, al quale poi si alludeva col simbolo del leone (1116); ma ben altra e di maggiore importanza per gli esempi analoghi è la derivazione del nome di Leontini dalle tradizioni del suo culto, e dal nome simile di una città fenicia, che da quello di un promontorio. Alla quale origine possiamo più probabilmente attenerci anziché alla favola, che l’avesse in partaggio Xuto figlio di Eolo (1117), favola che ho spiegata parlando di. Xutia per le prossime grotte (1118), le quali a Leontini si veggono egualmente.
. Ma passando a dire delle vicende della città, fu primamente retta col governo de' pochi (1119), tra' quali si distinse Lamide di Megara, che poi ne fu espulso (1120). Per le discordie civili dall’oligarchia cadde in potestà de' tiranni, e primamente di un Panezio, il quale fu anche il primo de' tiranni dell’isola, e tale si rese nell’ultimo anno dell’01. XLII (609 a. C.) con uno stratagemma narrato da Polieno (1121). Degli altri che gli successero nel dominio della città nulla è noto dalla storia, ed appena si ricorda un Enesidemo, diverso da quel ricco cittadino che con Frino ed Ippagora ergeva in Olimpia una statua di Giove di sette cubiti, opera suntuosa di artista celebre, poiché Pausania dice che a sola spesa de tre detti privati cittadini fu offerta (1122). Assaliti poi i Leontini da' Siracusani, che dopo la distruzione di Trinacia soggiogar volevano tutta l’isola, chiedevano aiuto agli Ateniesi, co' quali per la propria indipendenza militavano sino alla conchiusione della pace, nell'anno stesso in cui Antioco di Siracusa poneva termine alla sua storia, nel 1.° anno dell’Ol. LXXIX, 424 a. G. C. (1123). Ma per le civili dissensioni che poi sopravvennero tra la plebe e i potenti perla divisione delle terre, dopo che a molti fu concesso il dritto di cittadinanza, scacciata la plebe col mezzo de' Siracusani, la città devastavano, e si conducevano a Siracusa, dove divenivano cittadini (1124). Senza qui dire della seconda spedizione degli Ateniesi, e della guerra contro Siracusa, che per gli esuli Leontini fu purcominciata a combattere (1125), dico solo che tra la LXXVL e la XCIII Olimpiade (376-405 a. C.) ne fu accresciuta singolarmente la popolazione prima co' Catanei e i Nassii, per l'origine comune da Jerone ascritti nella cittadinanza di Leontini, dopo averli espulsi dalle sedi proprie, poi con gli Agrigentini, i quali, esalando dalla patria prossima a cadere in potere de' Cartaginesi, ebbero per beneficio de' Siracusani ad abitare la città istessa, e da ultimo coll'emigrazione de' Geloi e de' Camarinei dopo che il primo Dionigi ne invadeva le città (1126). Egli sembra che insino allora prosperevole e tranquillo ne fosse lo stato, che poi totalmente distruggeva Dionigi, perché temendo per se i Leontini dopo l’espugnazione di Catana e la distruzione di Nasso, costretti erano ad arrendersi, lasciando la patria in balia dell’invasore, che trasferivali a Siracusa, e la città dava in istipendio ai mercenarii (1127), nel 2.° anno della XCIV Olimpiade, 403 a. C. Rimase così a Siracusa soggetta sin verso la fine della tirannia di Dionigi il giovine, quando a lui ribellandosi, riusciva ad espellere Filisto, il quale per lui avevala occupata (1128), dopo la soggezione di più di un mezzo secolo. Sembra nondimeno che poi venisse in potestà di Agatocle, perché come egli era vinto ad Ecnomo, i Leontini davansi ad Amilcare con que’ di Camarina, Colina e Tauromenio (1129). Nell’arrivo di Pirro nell’isola era la città retta da un’Eraclida, il quale al re offerivala co’ castelli e le milizie (1130); e nella pace de' Romani col re Jerone si convenne che Leontini ritenesse nel suo dominio (1131). Dalla soggezione di Siracusa si sottrasse coll’uccisione di Jeronimo, ma per cadere indi a poco in potestà de' Romani, espugnata da Marcello (1132); ed allora sembra che spopolata rimanesse per la strage fattavi da' vincitori, perché Pausania dice che fu al suo tempo ripopolata (1133).
La grande fertilità dell’agro Leonino (1134), che in un suolo vulcanico si estende intorno la città in uno spazio quadrato di 20 a 30 miglia, fece molto la città prosperare sin dalla prima fondazione, e però veggiamo che molte monete produsse, più di argento, che di bronzo, ed anteriori nella più parte, come sembra, all’epoca in cui fu retta da' tiranni. Ne’ tipi Apollo, del Sole radialo, e del Leone, non accennano che al culto del Sole, adorato da' primi fondatori fenicii, come dagli stessi coloni Calcidesi, che nella città si stabilirono ne' tempi storici. Notabili sono quelle con un quadrato quadripartito nel rovescio, in cui si notano per lo più un aratro, un grappolo, un globetto, ed anche una corona, una lucertola ed un diota, tipi tutti attribuiti alle diverse condizioni del suolo della città, piano ed elevato (1135), ed acconcio dove alla coltura del grano, dove a quella della vite. In tutte queste monete è la leggenda retta o retrograda ΛΕΟΝΤΙΝΟΝ, la quale intera, o solo con le prime lettere osservasi in altre, che hanno una testa virile, forse di Bacco, e nel rovescio un grano d'orzo; o la testa dello stesso nume coronato di edera, e la solita testa del leone nel dritto, ed Apollo archegete nel rovescio in atto di sacrificare presso un’ara, perché i numi sono per lo più nell’antichità gl’istitutori del proprio culto, e sacrificano a se stessi. Una sola moneta ha nel dritto la testa di Pallade galeata, a cui sta dietro un grano d’orzo coll’epigrafe ΛΕONTINO, e nel rovescio il Pegaso volante, tipo notissimo delle monete di Siracusa, e però dell epoca in cui Leontini ne acquistò la cittadinanza, nel 2.° anno dell’Ol. LXXVIII (1136). In quelle di bronzo, oltre de' tipi di Apollo con presso un aratro, e del leone coll’epigrafe ΛΕΟΝΤΙΝΩΝ, si notano pure le teste congiunte di Osiride e dlside, come nelle monete di Catana, e presso un aratro, e nel rovescio spighe in manipoli, per accennare alla fertilità dell’agro leontino, come alla pesca del prossimo lago alludono i tipi de' pesci nel rovescio di quelle col capo di Apollo nel dritto. Il quale ultimo tipo, comune del pari ad altre monete, è accompagnato nel rovescio da quello di Cerere con le spighe e le fiaccole, con un’aquila in alto di ghermire una serpe, coll'immagine del fiume Lisso, con un cigno e la leggenda AEΟ ΓΟΡΓΙΑΣ, in onore del grande oratore o sofista Gorgia, da’ Leontini spedito in Atene per aiuto contro i Siracusani (1137), la cui eloquenza fu ad Atene fatale come alla sua patria. In altra moneta è una testa giovenile ornata di benda con dietro un granchio, e nel rovescio Iside velata tra un papavero ed un’asta; ed in altra la testa di leone da un lato, ed un albero di palma nell'altro, come in alcune di quelle di argento. Ed ultima, come sembra, è da riputarsi quella colle immagini laureate di M. Aurelio Antonino e Settimio Geta, come dice la greca epigrafe,da quale nell’arconte Eugenio Fiantico (ΛΕΟΝΤΙΝΩΝ ΑΡΧ. ΕΥ. ΦΙΑNTIKOYC) del rovescio ricorda l’antico greco magistrato, rimasto sol di nome nella città sotto gl’Imperatori (1138).
La città era posta su quattro colli, e da un frammento di Polibio ne conosciamo l'esatta topografia al tempo della seconda guerra cartaginese. Rivolta a tramontana, aveva nel mezzo una piana valle, in cui sorgevano gli edifizii de' maestrali, la Curia ed il Foro. Pieni di case e di templi erano i piani de' colli, che con continuati precipizii si ergono a' due lati della valle; ed altre abitazioni ancora star dovevano a cavaliere delle altre due colline non accennate da Polibio. Per due porte uscivasi dalla città, di cui l una dall’estremità meridionale della valle anzidetto conduceva a Siracusa, e l’altra a settentrione a' fertili campi vicini, ed al piano coltivato. E sotto l’uno de' dirupi che guarda a ponente stendevasi lungo il fiume Lisso una fila di case, in egual distanza dalle sue sponde (1139). Per la quale descrizione si fa chiara l’emendazione nel passo di Scilace, ove dice essere di XX stadii la navigazione pel fiume Teria alla città di Leontini (1140); perché distante dalla foce del fiume era la città per 5 miglia, o 40 stadii, né sino alla città si navigava, ma sino alla sponda del Lisso nella distanza già detta (1141). A crederne il Fazello, la prima parte della città che fu abitata da' Nassii fa quella che poi ai disse Tirane, perché naturalmente era la più forte e più munita, intorno alla quale avendo condotta una grande muraglia, vi fecero una rocca di figura triangolare rivolta a' tre promontorii dell’isola, la quale ai suoi dì tuttavia era in piedi (1142). Ma oltre le più antiche distrazioni per opera de' Siracusani, e de' Romani, in guisa veniva abbattuta da' tremuoti del 1169 e 1693, che non è più possibile riconoscervi per poco la forma antica. Non si può, dice un viaggiatore, vedere un’immagine più compiuta di devastazione e di disastro; lo stesso terreno sembra esserne stato sconvolto. L’antica città non più presenta che un suolo traversato da burroni, ove si ravvisano tuttavia alcuni ruderi di muraglie, che appena ne indicano il sito. L’acropoli era posta sopra' un’isolata roccia, di contro alla città, e come tagliata nella roccia stessa, di guisa che oltre alla solida costruzione, quasi inespugnabile era anche pel sito (1143). Questa rocca fu certamente quella detta Focea, nello stesso perimetro della città, perché l’altra più forte nel suo agro detta Bricinnia (1144) era a maggiore distanza. Pochi vasi, iscrizioni e monete scoprivansi su’ colli già detti (1145), al declivio di uno de' quali è ora posta la città odierna, popolata appena da 6000 abitanti. Ed oltre gli accennati ruderi di muraglie, altro non ne rimane che una cisterna con pochi vestigi di acquedotti (1146). Ma all’epoca primitiva appartengono forse le numerose grotte scavatevi d’intorno nella roccia formata da sedimenti marini, alcune delle quali servivano poi ad uso di sepolcri (1147).
Dopo il fiume Marcellino sbocca nello stesso golfo rimpetto la torre di Avola il fiume Cantora, così detto al tempo de Saraceni pel ponte (Al -Kantrah) che vi fu sopra eretto, non altrimenti dall'altro fiume dello stesso nome presso la distrutta città di Nasso (1148). Fu l’Alabo degli antichi, tra' quali prima degli altri parlavane forse Demetrio di Odessa, città del Ponto, ne' suoi Sinonimi geografici (1149). Tolomeo nell’ordine inverso di questa mia descrizione ne situa la foce dopo del fiume Pantagia (1150), e Silio Italico nominandolo Alabi, lo contraddistinse come il Game Ipsa coll'epiteto di sonoro, o strepitoso (1151), per l’abbondanza delle sue acque. A supporre che avesse il nome dagli Elioni, può dirsi lo stesso che Alapo, come Alabanda, città della Caria, fu pur detta Alapanda (1152), né da altro derivato che da αλαπάζω, diripio, dal rodere e devastare le terre colle inondazioni e l’escrescenze, per le quali sin da' più antichi tempi i Megaresi furono obbligati di dividerne le acque e costringerle in parte per mezzo della celebre Colimbetra, piscina o vasto condotto, che poi attribuivasi a Dedalo per l’eccellenza dell'arte con cui fu costrutto (1153). Di questa grand’opera idraulica alquanti vestigi si veggono presso la spiaggia e la foce del fiume (1154), il quale è celebre nella storia per la grande disfatta che alta sua sponda Timoleone dava al tiranno Mamerco di Catania (1155).
Alla foce, od anche alla riva di questo fiume, di breve corso, ma di ampio letto, fu del resto la città, o grossa borgata dello stesso nome, ricordata dal solo Demetrio di Odesso, e preesistente, come sembra, alla stessa città di Megara, nella quale ipotesi, oltre l'addotta etimologia del nome del fiume, dal quale anche la città fu poi denominata, può dirsi che fu fondata in origine dai Sicani, o dagl’Iberi, tra le cui città fu Alaba, alla destra del fiume Ibero ed al N. O. di Caesaraugusta, e di nome identico a questa della Sicilia (1156); né certo rimane che a scegliere tra le due etimologie, alla seconda delle quali si attiene un dotto scrittore delle cose celtiche, il quale nota del pari le città di Alabon ed Allabona de' Vasconi (1157), popoli che abitavano all’oriente de' Cantabri, e che dall’Ibero stendevansi sino a' Pirenei; e questa opinione panni veramente da preferirsi, sopratutto per la vicinanza della città d’Ibla, la quale anziché primitive origini elleniche disvela origini iperboree, o celtiche. Del rimanente rottami di antichi edifizii si veggono con una sorgente nella penisola di Giaulena, tra le foci del Cantava e del fiume di S. Gusmano (1158), dove fu probabilmente la città di Alabo; la quale per essere ricordata, come ho detto, dal solo Demetrio di Odesso, città sulla costa della Tracia, fondata da una colonia di Milesii (1159), e corrispondente alla città di Fama sul mar Nero (1160), conferma il fatto notissimo della prodigiosa civiltà greca che in lontane contrade si diffondeva cole colonie, e vi produceva scrittori da comprendere nelle loro opere geografiche anche città di non grande rinomanza nella storia.
Alla foce del descritto fiume Alabo seguiva la città d’Ibla, delle tre città omonime la più piccola (1161). Tucidide scrive che gli espulsi dalla città di Tapso, edificata da Lamide di Megara, un’altra città fondavano col nome stesso, la quale fu questa, detta anche Iblea, e che ivi conducevali Iblone, re de' Sicoli, il quale tradito aveva la sua patria (1162). Scimno di Chio & Megaresi attribuisce egualmente la fondazione d’Ibla (1163), e Strabone senza nominare il re Iblone scrive anch’egli che i Dorii, approdati nell’isola co Calcidesi ch’edificarono Nasso, fondarono Megara, il cui nome più antico fu Ibla (1164). Benché inverisimile non sia che un principe espulso riunendo alcuni popoli senza patria li conducesse a fondare una città nuova, nell’ipotesi che Iblone d’Ibla maggiore avesse avuto il principato, o che lor consigliasse a stabilirsi nella città che per cagione di tradimento avevaio bandito, supponendosi che Iblone fosse stato re di quest’altra Ibla, la quale così nominavasi prima dell’arrivo de' Megaresi, più probabile mi sembra che Tucidide nella sua narrazione, anziché il vero, seguisse piuttosto la tradizione popolare, che il nome d’Ibla attribuiva ad un re dello stesso nome, e moltissimi esempi simili se ne hanno nella storia e geografia antica. Questo favoloso re Iblone è pur ricordato da Stefano (1165), ma l’autorità non ne vale più di quella di Tucidide, dal quale attingevane la memoria, ed è poi noto dal suo Lessico quanti fondatori omonimi si davano alle città antiche, i quali sostener non si possono storicamente.
Ma il nome di Galeoti, con cui oltre quello di Megaresi gli abitatori di questa piccola città d’Ibla furono contraddistinti (1166), mi richiama a considerarne la fondazione veramente primitiva, anteriore alla colonia de' Megaresi. De’ Galeoli popolo e sacerdoti indovini, scarse notizie ci rimangono nell’epitome di Stefano, ma più cose ebbe a dirne sì nella voce ΓΑΛΕΟΘΑΙ, sì in quella di OEΜΙΣΣΟΣ. Narra egli, seguendo al certo tradizioni antichissime, che recandosi d Iperborei a consultare l’oracolo di Dodona Galeote e Telmisso, a questo fu detto che navigasse alla volta di 0riente, ed a quello verso Occidente, e così Galeote passò nella Sicilia, e Telmisso nella Caria, ove fu il tempio di Apollo Telmissio. Ed avendo prima detto che il popolo de Galeoti nella Sicilia, o Attica, dove fu un’altra Sicilia (1167), ebbe il nome da un Galeo, figlio di Apollo e di Temisto (1168), nata da Zabio re de Iperborei soggiunge che secondo alcuni storici furono i Galeoti una specie d indovini Sicoli (1169). E da Filisto è noto che grandi interpreti di portenti e di sogni furono questi Galeoti, e per le cerimonie divine celebri più degli altri barbari che abitarono la Sicilia (1170). Degl'Iperborei che andarono a consultare l’oracolo di Dodona, anziché i più lontani, ai quali più tardi che non fu la detta emigrazione ne fu applicato il nome, dobbiam supporre i più vicini, quelli appunto che abitarono al di sopra dell Adriatico (1171), quelli della Dalmazia e dell’Illirico, e poiché gl’Iperborei non furono che i Celti (1172), abitatori primitivi di queste due regioni (1173), bene intendiamo donde in generale si movessero i due conduttori di colonie. La stessa città di Dodona un antico scrittore considerava nel paese degl’Iperborei (1174). Acestodoro intendeva forse la città di Dodona nella Tessaglia, e ben potrebbesi averne una pruova nella genealogia d’Iperboreo (il popolo personificato), che il geografo Filostefano scriveva essere di Tessaglia (1175). Ma sia pure che intendesse la più rinomata Dodona della Tesprozia, o dell’Epiro, è da ciò manifesta la verità della testimonianza di Strabone, che non altrove cercar dobbiamo $ Iperborei primitivi che nelle contrade che si stendono al di sopra dell Adriatico, o tra l’Adriatico e le Alpi Dinariche, come suppone il Pouqueville, il quale considera la Bosnia di oggidì come Iperborea degli antichi (1176). E che nella prima memoria geografica degl’Iperborei si accenni ad una regione prossima Eliade in generale si raccoglie anche da che antichi genealogisti scrivevano essere Iperboreo figlio di Pelasgo e Perimela (1177). La città d’Ibla ancora fuori della Sicilia, cosa singolarissima a dire de' Galeoti addita più particolarmente la vera patria, benché difficile sia, per non dire impossibile, accennarne il sito. Eforo dice ch’era nella Scizia (1178); ma non potendosi supporre in così lontane contrade, che da nessun antico sappiamo in relazione coll'oracolo Dodoneo, non è dubbio che ricordata generalmente Iperborei, Eforo l’attribuiva alla Scizia quando il nome $ Iperborei in processo di tempo dalle contrade più vicine all’Epiro, o alla Tessaglia, si applicò alle più lontane al di qua e al di là dell’Imao. Perché è noto che dalla detta regione primitiva all’occidente ed al settentrione dell’Ellade il nome di Iperborei passò non solo scelti presso le Alpi e al di là delle Alpi (1179), ma a tutti i popoli altresì che alla stessa nazione de' Celti appartennero, così che Iperborei furon detti i Celti abitatori di una delle isole della Britannia, posta di contro alla Gallia, celebre pe' così detti Boreadi adoratori di Apollo (1180), ossia pe’ Druidi, non diversi da' quali considerar dobbiamo i barbari sacerdoti Galeoti della Sicilia, sì per la loro simiglianza Boreadi (varietà, come è chiaro, dello stesso nome di Iperborei), sì perché si narra di un Galeota figlio di Apollo (1181), nel quale i detti Galeoti si personificavano adoratori del nume. Per la città d’Ibla degl’Iperborei Illirici, Tessali, o Traci, ch'Eforo considerava vagamente come Sciti or sappiamo non solo la ragione del nome della città d’Ibla nella Sicilia, ma anche i fondatori primitivi, che furono i Celti, celebri pe' loro Druidi, ne' quali veder dobbiamo i famosi interpreti di sogni, di cui scriveva Filisto. La città di Telmisso nella Caria, o nella Licia, che furono regioni contigue (1182), fondata dagli stessi popoli, fu anche celebre per l’aruspicina (1183), e l’analogia delle arti divinatorie de' due popoli conferma ancora la comune origine de' Galeoti Sicoli, e de' fondatori della città di Telmisso della Caria, o della Licia, celebre pel culto di Apollo. All’origine stessa da' Celti Illirici accenna altresì l’antico storico Jerocle col dire Iperborei per la celebrità delle arti divinatorie i Tarciniti, o Tarcinei, come i Greci nominavano gli abitatori di Tarquinia nell’Etruria, famosa per l’aruspicina, di cui dicevasi fondatore Tagete (1184), sebbene poi li confondesse con Iperborei del più lontano settentrione con ciò che soggiunge de' favolosi Grifi custodi dell'oro (1185), accennando così agli Arimaspi, di cui scriveva Erodoto (1186). Egli era d’Illarima, città della Caria (1187), e per le antiche tradizioni che non vi erano obliate accennar poteva vagamente Iperborei fondatori di Telmisso, come d’Ibla e della stessa città di Tarquinia, dove i Druidi istituivano l’aruspicina, al che da tutti gli scrittori delle cose etrusche non si è posto mente, e mi è d’uopo ricordarlo sopratutto pel Micali, il quale scrive essere inutile ricercare altrove che nell’Etruria l'origine dell aruspicina (1188). E senza altro aggiugnere sul paese degl’Iperborei, che altri antichi ponevano verso le sorgenti dell’Istro, o del Danubio (1189), dico solo che la singolare testimonianza di Eforo sulla città ài Ibi a fuori della Sicilia conferma l'opinione di un dotto italiano, il quale non altrimenti li considerò che come i Celti dell’Illirio (1190), comeché a lui non solo, ma ad altri dotti ancora (1191), sfuggisse la riferita indicazione geografica.
Del rimanente, nell’oscura tradizione ri ferita da Stefano si accenna, io credo, all’emigrazione de' Sicoli Calati o Celti nell’Italia, non già nell'isola di Sicilia, o a dir meglio nella Sicilia, che fu prima in Italia, poi nell’isola che ne ritenne il nome coll'emigrazione de' Sicoli scacciati da’ Pelasgi. Ma tale tradizione conservavasi specialmente in questa città d’Ibla, nella quale come in altri luoghi della costa orientale dell'isola, si stanziavano primamente i Sicoli (1192). E per tutte queste cose non mi par dubbio che la città d’Ibla nella Sicilia fu fondata da’ Sicoli, e che i Sicoli appartennero alla nazione Celtica, la quale tenne l’Illirico (1193), e forse anche l’Epiro ne' tempi primitivi, dove fu la città di Bucheta de' Sicoli (1194); oltre di che l’affinità degl’ZiH: co 'Celli e Calati si accenna nella tradizione di Appiano, che altrove ho riferita (1195). Se da un canto la mitica genealogia de' Galeoti Sicoli ci addita in essi i Galati, o Celti, $ Iperborei al settentrione della Grecia, l'altra genealogia dell'affinità di Colto, Illirio e Gala figli di Polifemo e della Ninfa Galatea la conferma dall’altro per mostrarci non dubbiamente l’origine de' Sicoli nell'Illirio, che gli antichi riconoscevano come abitato in origine da Celli. In fuori delle personificazioni, che sono del tutto favolose e mitiche, tali genealogie meritano la considerazione dello storico, ed anziché discrederle e rifiutarle, fa d’uopo spiegarle: altri spieghi meglio la riferita tradizione de' Sicoli Galeoti, per me son pago di aver dato la spiegazione propria.
Ma per far ritorno alla greca fondazione d'Ibla, secondo Scimno di Chio e Strabone, o piuttosto secondo la testimonianza di Eforo, citato dal secondo di questi geografi, la città di Megara fu fondata nell’anno stesso di Masso Olimp. XI, 1; 736 a. C.), e poi accresciuta dalla seconda colonia degli espulsi da Tapso, come scriveva Tucidide, il quale col dire che non durò più di 245 anni sino a che il re Gelone di Siracusa ne scacciò gli abitatori, alla riferita prima epoca si riporta, in cui venne fondata nel primo arrivo de' Megaresi nell'isola (1196). Nel corso di poche età prosperò e crebbe di popolazione in guisa che 100 anni dopo che fu edificata fondò con una sua colonia la città di Selinunte (1197) sulla costa meridionale dell’isola; ed a tale epoca di floridezza sono da riferire le tre monete di bronzo che ne rimangono co’ tipi nel dritto di Apollo, del fiume Alabo, presso il quale fu edificata, e di Pallade, e nel rovescio con quelli del bue a volto umano e la civetta e le leggende ΜΕΓΑ, ΜΕΓΑΡΑ, ΜΕ (1198).
A questa città istessa del resto pe' detti indovini o sacerdoti Galeoti il Cluverio riferiva la testimonianza di Tucidide dove parla d’Ibla Galeoti, assediata indarno da Nicia dopo che da Iccara erasi condotto ad Egesta (1199), ma poiché l’Ibla presso l’Alabo mutò il nome in quello di Megara, e questa città era già deserta quando i duci Ateniesi si disponevano ad assediar Siracusa (1200), non è dubbio che Tucidide volle indicare l'Ibla nell’agro di Gela, perciò detta Geleatide, e con altro nome ancora, come si vedrà, anche E rea. Più verisimile è che coll’aggiunto di Cercati, e perciò da emendarsi in Calcati, ne parli Pausania, il quale le attribuiva la statua di Giove tenente lo scettro, di antico lavoro, consecrata in Olimpia presso il cocchio di Gelone (1201), se pure non fu dallo stesso Gelone tolta alla città quando scacciavane gli antichi abitatori nel 2.° anno dell’Olimpiade LXXII, 491 a. C. (1202). La città d’allora rimase deserta,come ho detto; ma i Siracusani, facendovi una fortificazione, onde premunirsi contro gli Ateniesi, ebbero in parte a ripopolarla. Gli Ateniesi ne devastarono l’agro senza poter espugnarne la fortificazione (1203), dopo di che cresciuta, come sembra, di popolazione fioriva tuttavia per le arti divinatorie de Calcoli, i quali a Dionigi presagirono la monarchia (1204). Fu perciò che il nome gentile della città d’Ibla (Υβλήτης) interprelavasi per μάντις, o indovino (1205), e quello de' vaticinanti sacerdoti Γαληῶται spiegavasi per interpetri di portenti (1206). Ma fu nel 214 a. C. presa di viva forza da Marcello, smantellata e saccheggiata a terrore de popoli vicini, e sopratutto de' Siracusani (1207); e d’allora par che rimanesse veramente in forma di piccol villaggio, come scrive Pausania. Ma vi rimaneva il celebre tempio della dea Iblea (1208), o piuttosto di Apollo, come ho già detto.
Pel timo odoroso, di cui sono sparsi i vicini colli, in molta celebrità fu il mele d’Ibla, nel quale rimase la memoria della città dopo la sua distruzione (1209), e che a crederne un poeta rivaleggiò con quello stesso del monte Imetto nell’Attica (1210). Da questo mele venne poi il nome al vicino paesello di Melilli, edificato appunto sopra uno de colli Iblei, che in continuata serie parallela alla spiaggia si elevano per 8 a 9 miglia tra Augusta e Siracusa, e che nel timo di cui sono profusamente vestiti alle api di Melilli, come a quelle dell’antica Ibla (1211), apprestano anche oggidì un succo nettareo (1212). Benché del tutto adequate al suolo siano da più secoli le mura di Megara, pure da' vestigi che ne rimanevano nello scorso secolo poteva un viaggiatore osservare che disposta era in figura quadrata e molto piccola, sopra piccola piaggia alla sponda del mare (1213). Nel porto detto la Cantra, che fu quello di Megara, poco prima di Augusta l’Houel osservava be’ filari di grandi macigni in pendio, della lunghezza di 80 piedi, e talvolta di 12 piedi di spessezza. Un acquidotto vi menava l'acqua da' monti vicini. Ad un mezzo miglio più lungi vi è una grossa torre antica, anche di pietre costrutta, ed a tre miglia al mezzodì vedesi un altro acquidotto grandissimo, distante un miglio dal mare, pel quale forse anche alla città di Megara si conducevano le acque (1214).
Alla descritta città seguiva a breve distanza Stiella, di cui rimangono poche memorie. Poiché Stefano Bizantino in un luogo del suo Lessico dice coll’autorità di Filisto che nominavasi Tiella una delle tre Ible (1215), in un altro che Stiella fu un castello della Megaride nella Sicilia (1216), con questa più esatta testimonianza si emenda la prima sì nel nome della piccola città, o castello, sì ancora nella sua differenza da Ibla Megara, alla quale fu prossima. Coll’esempio di Tiche, che sebbene parte di Siracusa, ne fu nondimeno propriamente la rocca, si pensò il Cluverio che Stiella fu l’acropoli di Megara (1217); ma una rara moneta di argento, di cui non sono molti anni passati arricchivasi il Real Museo Borbonico, toglie ogni dubbiezza sulla città di Stiella, vicina di Megara, e certamente abitata dagli stessi Megaresi. Vi si vede nel dritto innanzi di un’ara una nuda figura imberbe, che con la destra tiene una patera, e con la sinistra un tronco d’albero poggiato sul suolo, e nel rovescio un mezzo toro a volto umano con intorno l’epigrafe bustrophedon ΣΤΙΕΛΑΝΑΙΟΣ in caratteri arcaici (1218). Per essere il primo di questi tipi simile a quello delle monete selinuntine, rappresentante il fiume Ipsa, ed essendo noto che fondatori di Selinunte furono i Megaresi d'Ibla (1219), non è dubbio che vi fu espresso il fiume Alabo, che presso d’Ibla Megara scorreva al mare, altra pruova della vicinanza di Stiela alla detta città. Che Ibla Megara cangiasse il primitivo suo nome in quello di Stiela dopo che fu da Gelone distrutta, come ha supposto il dotto citato nummologo (1220), non può sostenersi, perché si hanno memorie di Megara anche dopo che fu primamente abbattuta (1221). Ma in fuori di tali scarse notizie non si sa altro di Stiela, o Stiella, della quale è anche ignota la ragione del nome. Benché non se ne sappia la situazione precisa, non par dubbio nondimeno che fosse stata nel le vicinanze di Melilli, e forse ad eguale distanza tra questa terra e la costa, rimpetto l’isoletta Roccadia. Presso le sponde del fiume di S. Gusmano, il quale dopo del Cantara sbocca nel porto di Augusta, e prende origine ne' colli Iblei nel luogo detto Scala Gigia, o de Gigli, diversi luoghi si osservano sparsi di vetustissimi sepolcri, che appartennero probabilmente all’antica Stiela. Rottami di antichi edifizii sono pure nella piccola penisola di Gianlena tra la foce del detto fiume e quella del Cantara (1222), e, se non la città stessa, antiche abitazioni degli Stielanei suppor vi si possono. Si vede altrove un’antichissima piramide nella campagna di Bigenii, volgarmente detta l’Aguglia, eretta forse in onore di Marcello dopo l'espugnazione di Siracusa. Benché rovinata molto dal tempo e dalla mano degli uomini, che ne toglievano le grandi pietre ond'era composta, bene se ne distingue nondimeno la forma del quadrato piedistallo, largo 17 a 18 piedi, ed alto altrettanto. Terminalo da cimasa e cornice, eravi al di sopra un piccolo zoccolo, o acroterio che serviva di base ad una colonna, di circa 17 piedi di diametro, del cui fusto non rimangono che sette piedi. I larghi quadrati macigni sebbene commessi senza cemento, sembra nondimeno che coverti fossero di stucco. Tuttavia intera al tempo del Fazello, gran parte ne abbatté il tremuoto del 1542 (1223). Nel lido sono anche ruderi di antichi bagni, riputati molto salubri.
Andando più oltre verso settentrione dopo la foce del fiume Pantagia segue la punta con la Cala dell’Edera, indi quella dell’Oro Bello ed altre di più oscuro nome sino al Capo di S. Croce, il quale molto si protende nel mare, terminando in tre punte. Dopo aver detto Strabone della città di Megara e di parecchi fiumi, che discendendo dall'Etna formavano comodi porti alle foci, soggiunge del promontorio Xifonio (1224), il quale non fu che il già detto (1225), perche a breve distanza sboccano nel mare i fiumi di S. Giuliano, il Marcellino, il Càntaro, e quello di S. Gusmano, i più grandi del seno di Megara, o di Augusta. Dalla punta molto stretta a guisa di spada il promontorio ebbe dagli Elioni il nome di Xifonio; ma fu detto anche Tauro (1226) dalla sua forma tricipite, che gli antichi assomigliarono alla testa di un toro, come per la ragione stessa delle tre punte vi notarono i moderni la figura di una croce, dal che gl’imposero il nome di S. Croce (1227). Essendo posto da Diodoro alla distanza di CLX stadii,o di circa 20 miglia antiche, da Siracusa (1228), non può confondersi, còme bene osserva il Cluverio, con quello di Tauromenio, che a più grande distanza si eleva sulla medesima costa. Egli è il vero che non pochi storici e topografi dell’isola il promontorio Xifonio posero nel Capo de' Molini (1229) a breve distanza dagli Scogli de' Ciclopi; ma non potendosi in quelle vicinanze ritrovare i fiumi indicati da Strabone, è forza non dipartirsi dalla topografia del Cluverio, sostenuta del pari da altri geografi. Non per altro del rimanente questo promontorio trovo notabile che per le ossa di animali antidiluviani che vi si scoprivano, come ne' dintorni (1230), le quali sino allo scorso secolo non dubitavasi di attribuire a' favolosi Giganti, i supposti primitivi abitatori dell’isola.
Sul descritto promontorio fu la città di Xifonia, che ne prese il nome, e ricordata appena da Teopompo (1231). Nella oscurità della sua origine, per esserne greco il nome può dirsi che fu fondata dagli stessi coloni di Megara; ma come i principi!, sconosciute ancora ne sono le vicende e l'epoca in cui fu abbandonata o distrutta dopo la prima guerra Cartaginese, nella quale era tuttavia in essere (1232). Se non che si è sostenuto che Augusto la ricostruisse (1233), e più probabilmente Federico II nel 1229 dopo la distruzione di Centoripe (1234), perché nella iscrizione posta sopra una delle porte del castello, in cui da Augusto dicesi edificata, e da lui detta Augusta, a Federico II si attribuiscono la popolazione, la rocca, ed i confini della città (1235); la quale perciò sulle rovine di Xifonia può dirsi ricostrutta, non diversamente dalle città di Fregella e Dodona, che lo stesso Federico sulle stesse loro rovine per breve tempo faceva risorgere (1236). Scilace del resto ricorda il porto Xifonio della città istessa (1237), il quale non fu altro che l’odierno porto di Augusta.
Sottrattasi dopo l’uccisione del re Geronimo dalla podestà de' Siracusani la città di Leontini, prima che da' Siracusani fa assalita dal Console Marcello, il quale l'espugnò; il che uditosi per mezzo di un messo sul fiume Mila (1238) da' duci di Siracusa Soside o Dinomene, che pur movevano contro la città con ottomila armati, fecero alto con le schiere dove ebbero tal nuova, irresoluti all’udire le false dicerie della grande strage e del sacco sofferto da' Leontini. Poiché del detto fiume altro non si sa dagli antichi, disputano i moderni topografi se abbiasi a riconoscere nel Marcellino, o in quello di S. Giuliano, per non poter essere il Càntaro,' che fu il già descritto Alabo (1239); ma non è dubbio che fu quello di S. Giuliano, perché essendo noto anche col nome di Molinello, questo nome stesso non è che la traduzione dell’antico Mylas, denominazione greca significante mola (μύλη), per le pietre molari che scavar si dovevano alle sponde del fiume; al che se rifletteva il Cluverio, un argomento di più avrebbe trovato in questa facile etimologia per sostenere la propria opinione (1240) contro quella del Fazello e del Bonfiglio, i quali si pensavano in vece che fosse il Marcellino (1241). Le monete del resto e i vasi lacrimatorii scoperti con altre anticaglie nelle vaste grotte alle ripe di questo fiume mostrano che furonvi sepolcreti al tempo de' Romani, e forse anche della prossima città di Xifonia.
Alla Cala de' Bagnoli, ch'è presso il porto di Augusta, segue la fontana e la torre del Fico con alcune eleganti ville de' Siracusani. Vengon dopo le Saline che prendono nome dal ruscello Sajone, e al di là delle punte del Tuono Palombi e della Gabbia, o Gaipa, cinta da pericolosi scogli, alla distanza di 4 miglia dalla foce del Cantara segue la penisola di Magnisi (1242), che con un angustissimo stretto si protende nel mare, ed ha il porto nella parte rivolta a Siracusa. É il Chersoneso, o penisola Tapso degli antichi, la quale appunto per la poca elevazione dalle acque Virgilio descrive come giacente (1243). Poiché l’istmo, non più largo di 50 passi, vien coverto dalle onde nelle alte maree, non senza ragione Servio la ricorda piuttosto come un’isola (1244), né altrimenti suole nominarsi anche oggidì (1245). Come un’isola è pur ricordata nell’antico Itinerario marittimo, che la pone a XL stadii da Megara (1246); ma il vero è che sia una penisola, e come tale vien descritta da Tucidide, il quale la situa a non molta distanza di Siracusa e dice che una città vi edificava Lamide di Megara, dopo che colla sua colonia scacciato fu da Leonzio (1247). Nel 1.° anno dell'01. XVI, 715 a. C., avveniva questa fondazione secondo Euschio, che nominò semplicemente la penisola, non diversamente da Tolomeo (1248), perché all’antico nome di Tapso era forse prevalso al sopravvenire degli Elleni quello di Chersoneso. Ma anche per breve tempo vi si mantennero i Megaresi perché dopo la morte di Lamide ne furono espulsi. Tali cose sappiamo della greca colonia che vi si stabilì; ma che prima che Megaresi fu occupata da' Fenicii non è dubbio dal nome di Tapso, il quale incontrandosi in altre contrade abitate da que’ popoli, è una pruova come altre simili della primitiva fondazione fenicia di questo luogo dell’isola, e della verità insieme del criterio che le omonimie ci somministrano per investigare le origini delle città e gli stabilimenti primitivi de' popoli uscenti dalla madre patria. Poiché furono Tapso nella Libia (1249), Tapsa nella Numidia (1250), Tapsaco nella Siria (1251), e Tapsipoli nella Bitinia (1252), regioni tutte già occupate da' Fenicii, il Movers con ragione ne conchiude che anche Tapso nella Sicilia ebbe il nome di Fenicii i quali con una lor colonia vi si stabilirono (1253). Senza riflettere alle dette omonimie, anche il Bochart dal solo nome ne sostenne l’origine fenicia; e sebbene in diversa guisa ne venga esposta l'etimologia, perché per l’uno di questi dotti s’interpreta transito, o guado, come la stessa voce di Lampsaco (1254), e per l’altro rottura (1255), le due interpretazioni nondimeno ben si convengono alla penisola di Tapso, perché l’una accenna all’istmo pel quale si passa alla penisola, e l’altra allo stesso Chersoneso, il quale per l’angustia dell'istmo sembra come diviso dalla terra ferma.
Alla detta penisola segue la spiaggia di Fondaco Nuovo, o delle Anticaglie, così detta per alcune vetuste fabbriche, e sulla stessa baja di Tapso iucontravasi il piccolo porto con qualche grossa borgata col nome di Leonte, che Tucidide pone a 6 o 7 stadii dall’Epipoli di Siracusa, dicendo che gli Ateniesi vi allogavano la fanteria, facendo approdare le navi a Tapso (1256). Con lieve differenza questo medesimo luogo è detto Leontia da Livio, situandola a 2 miglia dall’Exapilo, ove dice che Marcello vi pose gli accampamenti d'inverno prima di assediar Siracusa (1257). Non solo i nomi alquanto diversi, ma le varie distanze ancora indicate da' citati storici a più topografi siciliani li facevano credere luoghi diversi situando Leonzia a Buondìfé, e Leonte presso la chiesa di S. Foca (1258); ma, non ostante l’alterata lezione del passo di Livio, sol da non guari tempo emendato nella distanza, il Cluverio giustamente avvisavasi essere un luogo medesimo (1259), e la distanza di meno di un miglio dall’Epipoli fa riconoscerlo nel piccolo porto sottoposto a Targia in sulla strada che dalla descritta Aguglia conduce a Targetta (1260).
Filisto nel VII libro della sua storia parlava di una città di Tarchia (1261) del tutto sconosciuta agli altri storici e geografi, e perciò di oscura situazione. Il nome ne fu senza dubbio greco, lo stesso, come parmi, che Ταρχεῖον, luogo sacro ai sepolcri. Nessuna congettura su questa ignota città fanno gli annotatori di Stefano e l’editore Goller de' Frammenti di Filisto. Dicasi lo stesso del Cluverio e del Parthey, i quali annoverano questa città tra quelle, di cui non sembra possibile rintracciar la situazione; ma è probabile che riconoscer si debba presso la torre di Targia, come fa supporre l’analogia del nome, in guisa che può dirsi che, in diretta posizione al porto di Leonte, erane dentro terra distante circa due miglia.
Più oltre del piccol porto di Leonte dopo circa 4 miglia seguiva Trogilo, una delle più antiche piccole città o castelli dell’isola. Oltre della riferita situazione Tucidide lasciò memoria del suo fondatore Lamide di Megara (1262), il quale poi abbandonavalo per fondare Leontini; e siccome questa città fu fondala nell’anno nell'Olimpiade XIII (728 a. C.), poco prima ebbe a sorgere Trogilo a maggiore distanza dalla spiaggia. Lamide governò co’ Calcidesi la città di Leontini; ma scacciatone co’ Megaresi suoi concittadini (1263), a Trogilo fe’ ritorno, dove trattenutosi un solo inverno (1264), ne partiva per fondare Tapso. Né altro è noto di questo antico castello, ricordato pure da Stefano Bizantino (1265), e che per esserne greco il nome non preesisteva certamente all’arrivo de' Greci nell’isola. Tucidide dice che aveva un porto, situato all’uscita del porto maggiore di Siracusa (1266), e così il porto come il castello presero il nome dalle erosioni del luogo, o anche dalle caverne fatte dal mare sulla costa (da τρώγω, rodo, donde τρώγλη, caverna), tra le quali rinomato è l’antro di Greco, ove per sottrarsi alle persecuzioni si nascondevano i SS. Neofito vescovo di Leontini, Agatone vescovo di Lipari, ed Alfio con due suoi fratelli. Per le simili grotte ebbe il nome l'Ora trogilia nella Jonia (1267), ed è noto il prò molitorio dello stesso nome del monte Micale, ove già fu un tempio di Nettuno (1268), e presso il quale si vede anche una caverna (1269). Il porto conservò l’antico nome ne' secoli posteriori, perché Livio ricorda il Porto de' Trogilii (1270) quando parla dell’assedio che Marcello pose a Siracusa (212 a. C.). —11 Cluverio, ingannato forse dalla falsa lezione di Trotilo in Tucidide, che appresso è detto Trogilo, descrivendoli come luoghi diversi, pose l'uno nel sito dell’odierno porto di Bruca, e l'altro presso Siracusa (1271); ma dovendosi situare la piccola città, se non presso il suo porto, almeno a breve distanza, l'una fu nella terra di Targia, e l'altro Della Cala dello Stazione, altrimenti detta di Stentino (1272), o nella così detta Scala Greca, tanto più perché una certa analogia vi è tra Trogilo e Targia, o piuttosto Tragia. Come tutta la parte suburbana adiacente alla muraglia settentrionale di Siracusa sotto l'odierna Targia e Targetta, nomi guasti da Τρώγιλος, si è consideralo il nome di Trogilo (1273), ma diverso e più antico di Siracusa il castello così detto, sembra che tale poi divenisse nel prodigioso ingrandimento della città, se non fosse stato fuori delle sue mura.
Indi seguiva Siracusa, delle più grandi e più celebri città dell’isola, anzi la massima città della Sicilia, Poiché delle quattro città, che insieme la formavano ne' tempi della sua grande potenza e floridezza, Ortigia sembra la prima occupata da' coloni posteriori ai Siedi, che i primi potevano stabilirsi nel continente, da questa anziché da Tica più vicina a Tarchia, nella descrizione di tutte prender debbo l'incominciamento. L’isola di Ortigia ha tutta la posizione che Tucidide attribuisce ai primi stabilimenti de Fenicii nelle isole intorno la Sicilia; perché giace presso la terra ferma, ha un celebre porto, ed è l'unica piccola isola sulla costa orientale, che i Fenicii occupar potevano per la più abbondevole e fertile contrada che aveva vicina (1274). Oltre di che anche alcune antiche usanze, e più ancora i Fenicii che in Orti già abitavano a' tempi di Dionigi il vecchio, e le monete da essi battute dimostrano che fu da que’ popoli occupata da tempi remotissimi. Diodoro racconta che Ercole il primo affondasse nella fontana Ciane un toro in sacrifizio, nel luogo appunto ove Plutone con la rapita Proserpina era disceso nell’Hades (1275). Tal sacrifizio ai numi infernali offerivasi ne tempi posteriori a spese della città, e doni minori di espiazione affondavano nella fontana i privati cittadini. Tale usanza, dice il Movers, non fu introdotta da coloni greci, perché non è greca; sebbene la conservassero per ordinaria pietà per le istituzioni dall'antichità consecrate: l’usanza è fenicia, ed altre tracce ancora se ne serbavano nell’isola (1276). Ed un’altra tradizione ne dimostra più chiaramente l’origine fenicia, quella del sacrifizio di Cianippo, tratto all’ara dalla propria figlia Ciane, con cui commesso avea l’incesto (1277). Altre tradizioni simili di popoli orientali accennano a simili sacrifizii umani (1278), che in Siracusa furono poi mitigati con quello del toro, che affondavasi nella fontana Ciane. Erano inoltre coloni fenicii al tempo di Dionigi il vecchio nell'isola Ortigia, ove del pari che le corporazioni di negozianti stranieri di città marittime godevano dello speciale privilegio di batter moneta (1279). Sulle monete fenicie di Orti già è l’iscrizione rrx e cioè Isola, come da' Greci e da' Romani Ortigia fu detta anche dopo che divenuta era una penisola (1280); ed altre monete coll’immagine della Ninfa Aretusa hanno la leggenda תא דאכ, cioè sorgente dell'isola, ossia Aretusa che trovasi sull’isola; e però in questa parte della città esser doveva il quartiere Fenicii (1281), che all'arrivo delle colonie elleniche abitavano insieme co' Sicoli.
Dopo di questi popoli egli sembra che vi giungesse una colonia di Etoli, dai quali il poeta Nicandro diceva introdotto il nome di Ortigia (1282). Ma, oltre che non è facile rischiarare l’arrivo di questa colonia nella Sicilia, che un ch. archeologo si è studiato di spiegare con lontane relazioni dell’Isola coll'Epiro (1283), e che piuttosto agli Esistei potrebbesi riferire, tutt’altra a me sembra l’origine del nome di Ortigia. Poiché fu un Ortigia in Calcide (1284), da' Calcidesi che co’ Corintii vennero a fondar Siracusa, ne fu primamente il nome introdotto; ed è notabile che non altrimenti intervenne di quello della fontana Aretusa, per la quale Ortigia fu tanto celebre. Nel riferire un ch. archeologo colle testimonianze degli antichi le diverse fontane e città dello stesso nome nell’Armenia. nella Siria, nell’Eubea, nella Tracia o nella Macedonia, e in Itaca, non dice da quali di queste ebbe il nome quella di Siracusa (1285), e non è dubbio che fu da quella dell'Eubea presso Calcide, dove diede il nome ad una città (1286), perché dall’Eubea si partivano i fondatori di Siracusa, e propriamente da Calcide. E così rimane spiegata l’origine di tali nomi, i quali confermano l’emigrazione, come in ogni angolo, si può dire, di tutte le nostre regioni, ed anche della Sicilia. Strabo ne dice che Archia, approdato a Zefìrio (1287), e trovativi alcuni Dorii colà pervenuti dalla Sicilia dopo essersi disgiunti da que’ loro compagni che fondala avevano Megara, li prese con se, e postosi in mare andò con essi a fondar Siracusa (1288). Ed altrove scrive che l’Ateniese Teocle con alcuni Calcidesi dell’Eubea, con Jonii e Dorii, i più de' quali erano Megaresi, navigò alla volta dell’isola, dove i Calcidesi fondavano Nasso, e i Dorii Megara (1289). I Calcidesi dell’Eubea dunque suppor si possono uniti ai Dorii, che Archia conduceva seco per fondare la celebre città, comeché non siano nominati da Strabone, e i detti nomi di Ortigia e di Aretusa presso Calcide non fanno, come io mi penso, dubitarne. Il perché lasciando volentieri ai dotti l’andare investigando perché Efeso e Delo si nominassero Ortigia (1290), e perché il nome stesso si riferisse a Diana che, come a Siracusa, eravi adorata, mi è d’uopo solo ripeterne l’origine da que’ di Calcide che nell’isola Ortigia si stabilivano, e che perciò il nome di Aretusa imponevano pure alla famosa sorgente che vi ritrovavano. Molto incerta intanto è la precisa epoca in cui la città fu fondata, e solo supponendo che i Dorii prima di unirsi ad Archia avevano dato principio alla città, dalla quale poi venivano espulsi, spiegar si possono le date diverse che ne assegnavano gli antichi. Perché se un anno dopo di Nasso fu fondata secondo Tucidide, cioè nell’ultimo anno dell’OI. XI (1291), a. G. C. 733, un’epoca molto più antica le assegna il Marmo di Paro, diversamente calcolata da diversi cronologi. Conta questo Marmo 494 anni dalla fondazione di Siracusa all’anno XXI in cui Eschilo regnava in Atene (1292), e tale epoca corrisponderebbe all'ultimo anno della II Olimpiade (a. C. 769), al 3.° o al 4.° anno della l' (a. C. 771), al 4.° della VII (a. C. 758), o finalmente al 1.° della prima Olimpiade, a. C. 776 (1293). Ed un’epoca anche diversa da tutte queste si raccoglie dalle riunite testimonianze di Strabone, Scimno di Chio, e Dionigi d’Alicarnasso. I due geografi dicono che Archia imprese la sua spedizione insieme coll’Acheo Miscello, e lo aiutò nella fondazione di Crotone; e poiché raccolse uno stuolo di Dorii, che sulla costa meridionale dell'Italia trovavansi senza aiuto (1294), nel seguente anno ebbe a fondare la propria colonia di Siracusa. Or poiché Dionigi scrive che Crotone fu fondata nell'01. XVII, 3 (1295), la colonia di Siracusa un anno dopo dové avere il suo principio, nell’ultimo anno cioè della detta Olimpiade, a. C. 709. Se più esatto, dice il Mannert, vuolsi supporre l'anno a tale fondazione assegnato da Euschio, o dal Marmo di Paro, la fondazione di Sibari, che fu fondata alquanto prima di Crotone (1296), in un tempo molto più antico della fondazione di Crotone e di Siracusa sarebbe avvenuta, il che si oppone a tutte le testimonianze storiche (1297). Ma poiché oltre i molti coloni di Tenca, pago dell’agro di Corinto, ed alcuni delle vicinanze di Olimpia nell’Elide (1298), con Archia si accompagnò anche il poeta Eumelo di Corinto (1299), della illustre famiglia de Bacchiadi, come lo stesso Archia, dal tempo in cui fioriva può anche quasi determinarsi quello della fondazione di Siracusa. A due Olimpiadi riporta Euschio le epoche in cui egli fioriva, la V e la IX, nell'una delle quali componeva forse la Bugonia e l’Europia (1300), e nell’altra il Prosodio, che pe’ Messenii scrisse in onore di Apollo Delio, l’unico carme che oltre gli epigrammi Pausania (1301) gli attribuisce, dopo il quale tempo ebbe a passare nella Sicilia, verso l’epoca cioè che Euschio assegna alla fondazione della città, e che presso a poco coincide con quella di Tucidide (1302). Oltre di che riportava Timeo a 600 anni dopo la presa di Troja la colonia che Chersicrate, da Corinto partito insieme con Archia, fondava nell’isola di Scheria (1303), o Corfù. E poiché è noto che questo storico la presa di Troja poneva nel 1313 come Duri Samio suo contemporaneo (1304), nell’anno 734 cadrebbe appunto la colonia di Chersicrate, il che si accorda colla fondazione di Siracusa nel 733. Né più del bisogno è da credere doversi stabilire la precisa epoca della greca fondazione di una città cosi celebre, perché dall’epoca stessa, senza bene determinarla, Tucidide computa gli anni delle fondazioni di più colonie nell’isola.
La città, benché non lungi dall'Anapo edificata, prese nondimeno il nome dal lago Siraco (Συρακώ) (1305), perché scorrendo il fiume alla distanza di 10 stadii (1306), o di oltre un miglio di oggidì, più vicina era al lago, quello stesso ora detto il Pantano, dopo la destra sponda dell’Anapo, e dal porto maggiore poco discosto (1307). Per le putide cd insalubri esalazioni del lago, da cui sembra che avesse il nome da’ Fenicii (1308), un sito migliore di Archia sceglievano essi sull’isola di Ortigia, al che anche accenna il responso dell’Oracolo dato ad Archia, il quale altrimenti da Miscello, il contemporaneo fondatore di Crotone, alla sanità preferiva la ricchezza (1309). La città greca edificata dunque dove poi cresceva Neapoli, da quella Archia distendevasi colla sua colonia sull’isola di Ortigia scacciandone i Sicoli, e co’ Fenicii gli stessi Argivi, a' quali imperato avendo quel Pollide, che da Antedone nella Beozia passava nella Sicilia, re di Siracusa è detto da alcuni antichi (1310). Ma come ignote sono le vicende della città innanzi che soggiacesse al dominio di questo Pollide, così niente se ne sa pure da che Archia vi si stabiliva sino a che Gelone vi ebbe regno, per 248 anni. Questo si sa bene che molto si accrebbe e per la naturale fertilità del terreno, e per la buona condizione de' porti (1311), il piccolo che si prolunga tra l’isola di Ortigia e la terra ferma, ed il grande sul lato meridionale tra l’isola stessa e il promontorio Pachino. Ma l’eccellente posizione di Ortigia, per lo più poi detta Νάσος (l’isola) nel dialetto dorico, a dovizia fornita di acque dolci dalla sorgente Aretusa, e circondata nella più parte da scoscese spiagge, che rassicuravano dall’assalto de' nativi, tutta l’attività de' Dorii, usciti da una città commerciante qual’era Corinto, da' primi tempi dové rivolgere al traffico marittimo, e conceder loro que’ vantaggi che ottener non potevano le altre greche colonie della medesima costa. Come intanto la popolazione e l’opulenza si fecer maggiori sì per l’esterno commercio, e sì per l’interno, agevolato dalle colonie che la città stessa fondava, Acre, Casmena, Camarina ed Enna, fu d’uopo estender l’abitato anche sulla prossima parte confinante alla costa. Questa più vicina parte della città fu Acradina (ἡΑχραδίνη), così detta innanzi che vi si fabbricasse da' peri selvaggi ('Αχράδες) che vi crescevano, e che tuttavia vi si veggono (1312). Ignoto è il tempo in cui venne fondata, e forse crebbe a poco a poco col crescere della popolazione, come accenna Tucidide, tuttoché dica che non alla prima fondazione presso del lago, sì bene alla città che fu nell’isola fu aggiunta con una muraglia (1313).
Come tutte le repubbliche doriche, Siracusa sin da' primi tempi fu retta dagli ottimati, i quali discendenti da' primi fondatori che con Archia fecero propria l’isola di Ortigia ritennero il nome de' primi coloni, a' quali divise ne furono le terre, e perciò detti Gamori o Geomori (1314), come nell’isola di Samo (1315). Ma indi a non molto le dissensioni non lardarono, perché fondata già Intera dagli Zanclei di Mile (1316) nell’ultimo anno dell'Ol. XXII (1317), a. C. 649, vi si rifugiavano gli esuli Siracusani, superati dalla contraria fazione, i quali uniti ad altri Zanclei fondatori di Mile (Milazzo) Tucidide nomina in generale Miletidi (1318). A questa prima discordia, di cui ci serbava memoria la storia, un’altra ne seguì anche più grave per la quale fu mutata la forma del piccolo stato, perché sorta per cagioni amorose una sedizione tra due nobili giovani che vi erano magistrati (1319), i Geomori furono espulsi da' propri servi e dal popolo, e rifugiandosi a Casmene (1320) rimasero la città in potere del popolo. Colla forma del governo aristocratico conosciamo da questo fatto le diverse classi degli abitatori della città, gli ottimati che si divisero le terre, i servi che per essi le coltivavano, e quelli probabilmente de' Sicoli abitatori primitivi che in parte furono sottoposti, poi detti Cillicirii (Κιλλικύpıcı) dall'avere scacciati i padroni (1321), ed il popolo (δῆμος), in cui comprendevansi i rimanenti cittadini liberi, non altrimenti di Roma, in cui furono i patrizii, la plebe ed i clienti. I Geomori del resto avevano a Siracusa l’autorità pubblica nell’Ol. XLI (1322), a. C. 592.
Poiché altri fatti non ricorda la storia, egli sembra che per buon periodo di tempo la città si reggesse a comune; ma le conquiste d’Ippocrate, tiranno di Gela, turbavano il prosperevole stato della città, perché contro la stessa Siracusa moveva le armi. Né vinse le schiere presso il fiume Eloro, e come era già in vicinanza delle mura, per aver posto gli accampamenti presso il tempio di Giove, che fu al di là della sinistra sponda dell’Anapo, i Corintii e i Covrirei la città liberarono dall’invasione col far cedere al vincitore in cambio de' prigionieri la città di Camarina (1323). Ma, come indi a poco Gelone contro i figli d lppocrate usurpò il dominio, ed alla lor patria volle ricondurre i Geomori, i quali poco prima, come sembra, ne erano stati espulsi, s’impadronì anche di Siracusa perché a lui piuttosto che a' loro padroni i Siracusani vollero darsi (1324).
Gelone cedé subito il dominio di Gela al suo fratello Jerone, perché altra sollecitudine non ebbe che per Siracusa, ove trapiantò gli abitatori di Canarina, gran parte de' cittadini di Gela, e dopo la conquista di Megara i più ricchi cittadini di quest'ultima città. Tutto il numero dell’accresciuta popolazione di Siracusa sommò a 10,000 famiglie (1325), e con queste ne crebbe molto anche il perimetro. Sotto il successore di Gelone almeno, oltre dell’isola e di Acradina, difese ciascuna da separate e sode muraglie, come parte della città presentasi anche Tiche, che fu anche detta i sobborghi (τὰ προάστεια) (1326), da cui in sulla costa S. O. poi crebbe Neapoli, o la città nuova, come quarta ed ultima parte della grande città.
Sotto il fermo e mite dominio di Gelone giunse Siracusa al sommo della sua possanza e della sua fortuna, su tutti i mari circostanti dominarono le sue flotte, e la più gran parte dell’isola le obbediva, o ne riconobbe almeno la supremazia, nel mentre che il pacifico governo raffrenava ogni trascorso de' partiti de' cittadini; perché credendo tutti di adoperarsi solo pel proprio ben essere, si affaticavano per la forza del ben comune. Perciò Gelone, savio nel più alto senso della parola, celebrato da' greci storici col titolo di re, non di tiranno, in soccorso de' Greci contro Serse potè offrire 200 triremi, 28mila fanti, e mezzi di sussistenza per tutta l’armata; perciò potè in una memorabile battaglia debellare i Cartaginesi, nel giorno stesso, come è fama, in cui i Greci trionfavano de' Persiani a Salamina (1327). I Cartaginesi ebbero la pace pagando le spese della guerra, e promettendo di astenersi dagli umani sacrifizii (1328); e tostoché una nave corintia arrecò la nuova della disfatta de' Persiani, convocando Gelone un’assemblea di Siracusani, vi comparve solo, senz’armi, e rimise al popolo l’autorità assoluta; ma il supremo potere gli fu confermato, e l'assemblea ad una voce gli decretò i titoli di benefattore, di salvatore e di re (1329). In guerra e in pace insigne, somma gloria si acquistò per la benignità e la giustizia, dando ottime leggi all’isola (1330); e senza dire della prosperità pubblica che ne provenne, basta notare che Atene sol nell’ultimo più fiorente periodo della sua potenza ebbe flotte simili a quelle di Gelone, né alcun altro Stato della Grecia vi fu che pareggiasse la potenza marittima di Siracusa.
Un più lungo governo di Gelone sarebbe bastato a vieppiù assodare lo stato della città, e forse anche di tutta l’isola; ma non durò più di sette anni, e gli successe il fratello Jerone. Il quale,. non ostante gli encomii de' poeti, non l’eguagliò nelle virtù pubbliche e private, e solo per la memoria de' beneficii e l'umanità di Gelone i più si rimasero dal ribelIarglisi (1331). Ma di lui non meno possente e valoroso, mantenne a Siracusa la grandezza e lo splendore. Una sola sua ambasceria bastò a ritenere Anassila dal molestare la città di Locri, e Pindaro in una delle sue odi ci ricorda le vergini Locresi che celebrano la potenza di Jerone, che bandiva i timori e restituiva loro la sicurtà (1332). Per vieppiù assicurarsi contro i nemici interni, le violenti mutazioni operò nelle città di Nasso e Catana altrove indicate (1333), onde avere ne' Dorii che vi trasferì altrettanti ausiliarii contro gli Jonii che ne aveva espulsi. Debellò poi i Tirreni che assalivano la città di Cuma (1334), e Pindaro non mancò di celebrarle la vittoria (1335), che compiva il trionfo degli Elleni su’ barbari. Ma dopo avere in un’altra battaglia superato gli Agrigentini, onde poi si derivò la rovina di Trasideo, che la guerra aveva suscitata, e che prima di divenir principe di Agrigento aveva mosso contro del proprio padre Terone le armi di Jerone, non potè altro che alleggiarsi l’animo nella società di dotti e di poeti, e nella gloria de' giuochi Olimpici, in cui fu proclamato il suo nome, senza che del resto di persona vi assistesse. Sebbene non senza abusi fu il suo governo (1336), resse nondimeno lo stato con mano ferma, e nella potestà per dieci anni seppe mantenersi, non senza il mezzo degli esploratori (ποταγωγίδες) e delle spie, ώτακουσται (1337), altrimenti nondimeno del suo più giovane fratello e successore Trasibulo, il quale superandolo in ogni maniera d’improbità, non più di undici mesi tenne il dominio. Commettendo egli molte violenze su’ cittadini, e rendendosi con ciò odioso a quelli che ingiuriava, fu costretto con grosso satellizio di soldati a premunirsi contro i cittadini. E venuto alla fine in detestazione di tutti, i Siracusani gli si ribellarono, e non ostante gli aiuti degli alleati, de' coloni di Catana e de' mercenarii con cui cercò di combatterli, non valse a resistere alle forze navali riunite di altre città dell’isola. Vinto ancora in un’altra battaglia combattuta ne' sobborghi di Siracusa, venne a patto co’ vincitori, e salvandosi potè andar esule a Locri, ove da sbandito e privato finì là vita. Per tal modo i Siracusani, ridonandosi la libertà, in altre città ancora ristabilirono il reggimento comune (1338); e godendosi una profonda pace, prosperarono d'ogni maniera per sessant'anni sino al principato di Dionigi (1339).
Ma l’esclusione da tutti i magistrati e carichi onorifici degli stranieri, a cui Gelone dato aveva la cittadinanza, e che militalo avevano sotto di lui (1340), altri tumulti e sedizioni interne doveva suscitare, per le quali la città perdeva di bel nuovo la libertà acquistata. Benché alla fine i ribelli soggiacquero (1341), la città nondimeno fu sminuita nella popolazione, e molti intraprendenti poterono dall’ora far conto di trovar aiuto ne' malcontenti. Dopo il supplizio di Tindaride, il quale tentato aveva di farsi tiranno, molti ancora de' più possenti ambirono di usurpare il potere. Ad impedire tali tentativi il petalismo fu introdotto, scrivendosi cioè sopra una foglia di olivo, come sulla conchiglia in Atene, il nome di chiunque valesse più per ricchezze, per cacciarsi poi in esilio. Ma la legge fu presto abolita, perché gli uomini onesti schivando il dominio popolare, lasciavano ai più audaci di mettersi alla cura del governo. Mosso allora il popolo a novità e turbolenze, la città si trovò involta in grande e continua procella per cagione di molti che colle arti del dire e colle calunnie si facevano capi del popolo (1342). Non ostante tali trambusti poterono i Siracusani impadronirsi delle isole di Corsica e di Etalia (Elba) a danno degli Etruschi, che il mare infestavano co’ latrocinii (1343). E poi ch'ebbero colla distruzione della città di Trinacia sottomessi i Sicoli, i quali per sottrarsi al dominio degli stranieri, Cartaginesi o Elleni, per opera del magnanimo Ducezio indarno aspirato avevano alla nazionale unità (1344), raddoppiato il numero delle forze di terra e di mare, divisavano di soggiogar tutta l’isola (1345).
Il perché, cominciata la guerra del Peloponneso, anziché soccorrere Sparta, come dovevano per la loro origine dorica, movevano prima contro Leontini, poi contro gli Egestani; e gli uni e gli altri chiedendo aiuto ad Atene, agli Ateniesi davano occasione di tentar la conquista dell’isola, non ostante le infauste predizioni di Socrate e dell astronomo Melone. E fu tale la fidanza di riuscirvi, che poco contenti di riguardar la Sicilia come premio della guerra, una piazza d’armi far ne volevano, per poi sommetter Cartagine, e dominare sino alle Colonne d’Ercole (1346). M& il tentativo, maneggiato con grandi sforzi, fallì pe' grandi errori degli Ateniesi e di Nicia il lor generale, non meno che per la gelosia o la protezione della lega Spartana, a cui la maggior parte de Siracusani si unì per tema del giogo di Atene (Olimp. XCXI, 1 seg., a. C. 415). La città che colle sole sue forze non aveva potuto resistere per terra, non potè nemmeno resistere per mare; ed anche nelle principali battaglie, in cui per la propria esistenza, e però con tutte le forze combatté, solo 80 triremi condusse contro i nemici (1347); in meno dunque di 60 anni a poche erano ridotte le numerose flotte di Gelone. Ma non ostante ancora le grandi perdite di uomini e di ricchezze nell’ostinata guerra sofferte, un più vivo sentimento d’indipendenza si diffuse ne' cittadini, i quali di nuove leggi ebbero d’uopo e di nuovi statuti. Essi ebbero in Diocle un legislatore, comeché altri cittadini ancora, per prudenza insigni e per perizia delle cose civili, con lui concorressero nella nuova legislatura. Un odio fierissimo contro l’iniquità rifulse nelle leggi Dioclee, le quali perciò altre città dell’isola regolarono insino a che tutti i popoli della Sicilia ebbero da' Romani la cittadinanza (1348). Tuttavolta la memoria del passato ed i sospetti sempre desti nel nuovo stato di cose contro gli uomini cospicui rimutar dovevano le condizioni della città, e tali sospetti portar dovevano Dionigi sul trono, come anche poi lo stesso Agatocle (1349).
Una contesa per certi dubbii confini tra i Selinunzii e gli Egestani, per la quale gli uni toglievano agli altri un gran tratto di paese, nuova occasione avea data a' Cartaginesi di diffondersi nell’isola. Come ebbero rovinala Selinunte ed Imera, il valoroso Ermocrate con fatti egregi in prodi queste città diroccate,e saccheggiando le contrade a' Cartaginesi soggette cercava ottenere il ritorno in Siracusa, donde per una contraria fazione era stato bandito, non ostante i grandi servigi prestali alla patria nella guerra sostenuta contro Atene. Benché al fine stesso si adoperasse colla pietà dimostrata da’ Siracusani morti in battaglia in soccorso di Imera, di cui raccolse le ossa per trasportarle nella città, perché Diocle sostenne di non seppellirsi, e fu condannato all'esiglio, egli nondimeno non fu richiamato, perché avendosene per sospetta l’intraprendenza, temevasi che, eletto magistrato, occupasse il regno. Ermocrate ricorse alla forza; ma assalito alla porta di Acradina, colla maggior parte de' complici vi perdè la vita (1350).
Con grande esercito passavano intanto i Cartaginesi nell'isola, per soggiogarne tutte le città (1351). Ed impadronitisi dopo otto mesi di assedio della grande Agrigento, da' cittadini abbandonata, e lasciata indifesa per la mancanza de' viveri da quelli che accorsi erano a difenderla, Dafneo cioè, che comandava i Siracusani, i Campani che passavano nel campo nemico, ed il Lacedomene Desippo (1352), quelli degli Agrigentini che si salvarono a Siracusa, accusarono i generali che pel loro tradimento perduta avevano la patria. Dionigi non solo fece altrettanto, ma altri cittadini nobilissimi accusò ancora, imputando loro di favorire la signoria de' pochi, e propose di eleggersi comandanti meritevoli della fiducia del popolo. Deposti i generali dal comando, altri ne furono loro sostituiti, tra' quali fu lo stesso Dionigi, di provato valore nelle guerre contro i Cartaginesi (1353). Appena creato stratego, cominciò a sparlare de' colleghi; e sebbene venisse in sospetto de' più veggenti, pure il volgo si rallegrava di aver trovato in lui il vero difensore della città. Onde farsi un partito maggiore, ottenne che si richiamassero gli esuli; e come ritornò dalla spedizione in aiuto della città di Gela, dove uccider fece i ricchi che mossa avevano una sedizione contro la plebe, magnificando il pericolo che a Siracusa sovrastava pe' grandi apparecchi di guerra de' Cartaginesi, ed eccitando insieme la moltitudine contro i generali, che accusò di molti delitti, comandante supremo fu creato e dittatore con potestà senza limiti (1354). Il che ottenuto, affin di prevenire il pentimento del volgo, che già incominciava a scorgerne i disegni, e per avere una guardia a sicurezza della persona, a tutti quelli che atti erano alle armi ordina che armati si recassero alla città di Leontini, la quale stava in luogo di rocca forte di Siracusa, e ripiena come era di esuli e di forestieri, in essi egli sperava di trovare un appoggio, inchinevoli come erano a novità. Il perché, attendatosi la notte alla campagna, e fingendo macchinarglisi insidie, va a riparare nella rocca di Leontini. Venuto poi il giorno, e molta gente congregatasi per la novità dell’accaduto, col noto mezzo di Pisistrato, il quale fingendo di essere stato insidiosamente assalito si mostrò ferito per aver guardie intorno a se, e così ottenne la signoria di Atene, ebbe facoltà di scegliersi 600 guardie, alle quali aggiungendo altro maggior numero d’intrepidi e di stipendiati, di esuli e di proscritti, coll’aiuto di costoro carpì l’imperio. Ritornato a Siracusa, si attendò nell’arsenale, e si mostrò apertamente dominatore della città;ed onde più assicurarsi il dominio si sposò alla figliuola di quell’Ermocrate, il quale sì valorosamente combattuto aveva gli Ateniesi, ed una sua sorella maritò a Polisseno, fratello della moglie di Ermocrate, per legarsi in affinità con una nobile famiglia; e radunato il popolo procurò l'uccisione di Dafneo e Demarco, i più potenti che gli erano avversi, e così da scriba e da uomo di condizione vilissima, per esser figlio di un tale che governava asini e muli (1355), giunse al dominio della più grande delle città greche (1356).
L’assedio che dopo la distruzione di Agrigento i Cartaginesi ponevano alla città di Gela, e l’equivoco aiuto che Dionigi arrecava agli assediati, nuova occasione gli porgevano di assodarsi nel potere. Perché movendo egli con grande esercito in soccorso de' Geloi, ma ritirandosi dall’impresa senza necessità dopo una rotta non molto grave al principiar della guerra, nella quale valorosamente si comportavano gli ausiliarii della Magna Grecia e gli alleati Sicoli, senza che perito vi fosse alcuno de' mercenarii, tutto l’esercito venne in sospetto che così egli facesse per insignorirsi delle altre città, atterrite da' Cartaginesi. Abbandonatosi il campo da' Greci d’Italia, i Siracusani che servivano a cavallo, ai quali più premeva di rovesciarne la signoria, gli si ribellarono, e correndo a Siracusa, ne misero a ruba la reggia, e nelle atroci ingiurie recate alla moglie (1357) si avvisarono di aver un pegno sicuro della loro unione per ogni effetto della rivolta (1358).
Ma accorrendo ratto Dionigi alla città, e fattiglisi contro senza attendere l’aiuto del popolo i cavalieri più cospicui, circondati da ogni banda da' mercenarii, nel foro stesso che avevano occupato, furono tutti uccisi. E poiché Dionigi fece strage di quanti gli si opposero, invase pure le abitazioni de' nemici, de' quali alcuni trucidò, altri cacciò di Siracusa, che rimase in sua piena balia al sopravvenire delle altre soldatesche. Dopo di che gratissimo giungevagli il messaggio di Amilcare, il supremo comandante de' Cartaginesi, ch'esortavale alla pace; la quale fu conchiusa colla principale condizione che sotto l’impero de' Cartaginesi rimanessero i loro antichi coloni co’ Sicani e gli abitatori delle città ch'essi avevano distrutte, o assediate, e soggetti di Dionigi fossero i Siracusani, rimanendo autonomi i Sicoli co’ Leontini ed i Messenii (1359).
Dionigi intanto, per confermarsi nel dominio, ed assicurarsi da ogni ribellione, fortificando vieppiù l’isola di Ortigia, dalle altre parti della città la disgiunse con un muro magnifico (τείχει πολυτελεῖ), in cui molte torri alte e frequenti edificò. Vi uni pure botteghe (χρηματισήρια) e portici capaci di molta gente, ed una rocca vi aggiunse ben munita, al muro di essa unendo gli arsenali vicini al piccolo porto, capace di 60 triremi, e con una bocca che potevasi chiudere, per la quale entrar non poteva che una sola nave per volta. E scelta la parte migliore del territorio, ne gratificò i suoi famigliari e capitani, distribuendo il rimanente a' forestieri e a' cittadini, sotto il cui nome comprese anche i servi manomessi, che dominò Neopoliti o cittadini nuovi. Assegnò in fine case alla plebe, ma fuori dell’isola, in cui le concesse solo agli amici ed a' mercenarii (1360).
Senza qui narrare altri fatti, che altrove troveranno il luogo più acconcio, per esporre solo quanto riguarda la parte materiale della città, dico che pel caso occorso a Dionigi di vedersi chiusa nell’Epipole l'uscita alla campagna nell’ultima rivoltura de' Siracusani, e considerando che gli Ateniesi con fortificazioni tratte da un mare all'altro tagliarono alla grande città la comunicazione coll'interno (1361), di un tempo propizio si avvalse per chiuderla a settentrione con una muraglia, e fortificare la rimanente collina. La quale distendendosi con una punta nel paese interno, è nella parte esteriore tutta scoscesa ed inaccessibile, ed inclinandosi verso la città a poco a poco, ebbe per tale situazione il nome di Epipole (αἱ Επιπολαί), o le soprastanti alture. Queste Epipole cinse Dionigi con una muraglia tale da poter resistere ad ogni assalto, mentre che dall'Essapile, o dalla parte superiore della città istessa, donde le strade dal settentrione per tutte le direzioni si estendevano, cominciò la fortificazione, che condusse in giro sulla collina sino alla parte meridionale. Tutto questo perimetro giunse alla lunghezza di 30 stadii, o di 4 miglia in circa, e in soli 20 giorni la prodigiosa opera fu compiuta, perché 60mila cittadini furon messi a lavorarvi, divisi in ischiere di 200, ciascuna delle quali costruir doveva nella lunghezza di un pletroì o di 100 piedi. Ad ogni schiera presedeva un maestro muratore, e per ogni stadio un architetto: un altro grande numero d’uomini preparava le pietre, e 6000 paja di buoi stavano in pronto per trasportarle (1362). Ma fornir l’opera in sì breve tempo sarebbe stato impossibile, se una circostanza, da Diodoro omessa, non vi avesse contribuito, dir voglio le pietre, che si trovavano, come dalle rovine apparisce, dentro le stesse E pipale. Le quali d’allora (Olimp. XCIV, 3) fecero parte della città, ma senza appartenervi. Né in queste Epipole fu la sede principale del principato, sì bene nell’isola di Ortigia, di cui Dionigi fece una grande e forte rocca colla doppia muraglia costruitavi, che poi Timoleone distrusse (1363).
Ben rassodato lasciò Dionigi il governo al suo figlio dello stesso nome, il quale debole e dappoco sin dal principio del suo regnare mostrò abbastanza di non avere ereditato gli alti spiriti e la fermezza di suo padre. Temendo non solo de' Cartaginesi, ma degli stessi Lucani ancora, co’ quali ebbe una guerra di poco conto, e ne riuscì anche con vantaggio, conchiuse la pace con gli uni e con gli altri, perché più che altro amava la vita tranquilla. Padrone di 400 navi lunghe, di 100mila fanti, e di 10mila cavalli, ed oltre della città maggiore di quante avessero i Greci, di porti ancora, ed arsenali, e rocche munitissime ed inespugnabili, senza dire degli alleati potentissimi, era per certo il più possente monarca di Europa (1364), e con tali forze si pensava di leggieri che niuno potesse ardirsi di resistergli. Ma gl’insorse contro Dione, fratello che fu della madre, figliuola d’Ipparino. Pure si sostenne, ma per breve tempo; perché ciò che Dione non potè condurre a termine, sorpreso nel meglio dell'impresa da mani omicide (1365), fu fatto indi a poco da Timoleone. Afflitti i Siracusani da intestini tumulti, e come servi oppressi dalla vicendevole potestà di molti, spedivano ambasciadori a Corinto, chiedendo un uomo tale, che, preso il governo della città, mettesse fine all’ambizione di quelli che aspiravano a soggiogarla. Eletto a tal fine Timoleone, seppe egli schivare i Cartaginesi che contrastar gli volevano l'impresa, e sol colle poche coorti che davagli Andromaco, principe di Tauromenio, debellando prima Iceta, il quale combatteva Dionigi, seppe introdursi in Siracusa. E dopo gli aiuti di Mamerco signor di Catania, di altre città sicole, e sopratutto delle navi piene di milizie speditegli da' Corintii, senza soccorso rimasto Iceta che occupava due parti della città, Neapoli e l’aerodina,e sgombrando il porto i Cartaginesi, che a tante forze rimanevano atterrili, lo stesso Dionigi indusse a cedere la rocca, e rinunziando al principato andarsene nel Peloponneso, dove non ostante le ricchezze che portò seco, visse povero dopo 12 anni di dominio (1366).
La città sotto il buon governo del suo liberatore, se non riebbe l’antica potenza, ottenne almeno l’interna ed esterna pace, e con queste la sicurezza della proprietà e della nuova vita. Per conciliare colla religione al nuovo ordine di cose stabilità e fermezza, Timoleone istituì in Siracusa l’Anfipolo (il sommo sacerdote), di Giove Olimpico, con suprema autorità annuale, il cui uffizio per 300 anni durò sino a che i Romani s'impadronirono dell’isola. Poi debellando prima Iceta, e dopo Leptine, tiranno di Engio e di Apollonia, ed in fine gli stessi Cartaginesi, li costrinse a chieder la pace, con cui le città greche dell'isola furon dichiarate autonome, e i rispettivi dominii confinati nelle sponde del fiume Lico, il Platani di oggidì, che irriga in parte la provincia di Caltanissetta. E distribuendo campagne e case a 40mila nuovi coloni nella città e nell’agro di Siracusa, colla riforma delle leggi Dioclee, e co’ nuovi istituti tutta l’isola in breve tempo rifornì di popolazione e di ricchezze, facendo fiorire l'agricoltura; ed in questo fortunato periodo furono fondati, come in altre città dell’isola, la più parte de' grandi siracusani edifizii (1367).
Ma tale stato di cose non durò molto; perché dopo la morte del grand’uomo, il quale per otto anni governò la città (1368), si riaccese l’antica gelosia del popolo contro i ricchi e le famiglie insigni. Agatocle, di nascita oscura, ma valoroso soldato, e pensatore accorto, di tali sentimenti si avvalse per salire al principato. Traendo egli il popolo ad espellere il consiglio de' Seicento, che dopo l’abolizione dell'Oligarchia reggeva la città, orrende stragi commise, e sotto colore di repristinare la pura autonomia si fa creare capitano supremo con poteri senza limiti, e si rende così tiranno di Siracusa (1369). Benché con durezza dové governare per conservarsi, resse nondimeno con accorgimento e forza, e per lui dal possesso della Sicilia furono respinti i Cartaginesi, i quali più che mai si affaticavano a sommetterla. Or vittorioso, or vinto, di nuovi mezzi seppe sempre avvalersi nella pienezza del suo spirito per resistere vigorosamente; e Siracusa col suo dominio di 28 anni decadde molto per l’avvenuta corruzione (1370), perché svanì d'allora il pensiero di repristinarsi l’antico ordine di cose, e gl’interni partiti e la potenza de' Cartaginesi resero la pace impossibile.
Spirante ancora Agatocle sul rogo, Mennone che avealo avvelenato, ucciso a tradimento il nipote Arcagato, il quale trucidato aveva il figlio dello stesso Agalocle, impadronitosi dell’esercito, accingevasi ad usurpare il principato (1371). Ma tolto di mezzo, come sembra, da Iceta, il quale era stato spedito a combatterlo, a lui per nove anni i Siracusani obbedirono. Tinione scacciò poi Iceta, e combattuto da Sosistrato che dominava la città, mentre egli aveva l’isola in sua balia, stanchi della guerra ambidue, chiamavano Pirro dall’Italia (1372). Il quale non potendosi lungamente sostenere, lasciò l'isola nell’anarchia, da cui per poco aveala salvata. Dopo di Pirro egli sembra che non guari tempo la città dominasse quel Liparo, il quale, a tutti gli storici sconosciuto, come antecessore del II Jerone è appena mentovato da Plauto (1373). L’esercito intanto, venuto in discordia co’ cittadini, e soggiornando ne' dintorni di Morgana o Margina, si elesse per capi Artemidoro e Jerone, de' quali, per ciò che poi seguì, sembra che Jerone propriamente ne avesse il comando. Perché nella città introdottosi, e debellata la fazione contraria, con tanta magnanimità seppe comportarsi, che fu da' Siracusani accettato per duce. E tostoché sotto specie di assaltare i Campani che occupavano Messina spacciò i sediziosi veterani mercenari!, facendoli sterminare gli uni con gli altri, ritirandosi egli con le cittadine soldatesche in Siracusa, fu da' Siracusani e da' loro alleati salutato re (1374). Cominciando egli a regnare nel principiar della prima guerra punica, si strinse al partito de' Cartaginesi; ma passando poi a quello de' Domani, con tale accorgimento restò tranquillo possessore del suo stato, dopo che co' Consoli M. Valerio e M. Otacilio conchiuse per 45 anni la pace (a. G. C. 263), con che ritenne il dominio di Siracusa e delle città sottomesse dal capo Pachino sino allo stretto (1375). Sebbene in apparenza alleato, ma di fatto a Roma soggetto, col favore della pace seppe nondimeno vantaggiar l’agricoltura ed il commercio, e colle liberalità in pro di Rodi, della Grecia e della stessa Roma rese memorabile il suo regno (1376), di oltre 50 anni (1377).
Per essergli premorto il suo figlio Gelone, il quale sembra che avesse già associato al regno (1378), gli successe il suo nipote Jeronimo, di tutt’altra indole, è vero, ma adulato e corrotto da' suoi affini, che regnar volevano in suo nome. Lasciatosi sedurre di acquistare l’indipendenza propria e della città coll'abbracciar le parti de' Cartaginesi, rovinò se stesso e Siracusa. Cadendo sotto il ferro omicida de' cospiratori, che barbaramente trucidarono tutta la reale famiglia (1379), i capitani de' mercenarii proseguirono la guerra contro Roma, ma furono tosto nella città rinchiusi da Marcello. 11 quale dopo più assalti per mare e per terra, in cui le macchine di Archimede ogni tentativo rendevano inutile (1380), sorprendendo dopo l'assedio di più di due anni la porta Galeagra, s’impadronì ancora della porta principale Essapile e con questa l’Epipole e le altre parti della città col tradimento e la volontaria resa de' cittadini vennero in suo potere (212 a. G. C.) (1381). Data la città da saccheggiare a' soldati, non solo rimase spoglia de' pubblici tesori e de' beni de' cittadini, ma anche de' migliori ornamenti che vi abbondavano, le statue e i dipinti che furono a Roma trasferiti; così che se i Siracusani ottennero colla libertà le proprie leggi, di ogni bene la città rimase vuota, ed essi stessi a tale si videro ridotti da profferirsi di esser venduti come servi, onde essere alimentati da chi compravali (1382). Cominciando allora Siracusa a scemarsi nella popolazione, si spopolò anche più quando nella guerra di Sesto Pompeo nuove vessazioni le sopravvennero, come a tutta l’isola (1383). Colla colonia speditavi da Augusto fu restaurata in gran parte; ma era già tanto decaduta, che non parendo di dover occupare l’antico grande circuito, Augusto giudicò opportuno di popolarne meglio la parte situata verso l’isola di Ortigia (1384). Le rimanenti parti decaddero a poco a poco ne' secoli successivi, così che nella sola isola fu poi ristretta, dove mal popolata rimane oggidì.
Le brevi notizie finora date sono bastevoli a far conoscere le cagioni e gli speciali periodi dell’ingrandimento e della decadenza di una città sì possente e sì celebre; or non mi resta dire che delle sue parti, e de' più splendidi e magnifici edifizii che sorgevano in ciascuna di esse, di cui rimasero le rovine e le rimembranze.
Distante 44 miglia antiche da Catana (1385), tutto il perimetro ne sommava 180 stadii (1386), o 22 miglia e mezzo di oggidì, e fu perciò delle più grandi città europee dell’antichità e de' tempi moderni, superò la grandezza di Roma al tempo di Augusto, in cui giunse a poco più di 13 miglia, ed anche la più ampia estensione di 21 miglia che davate l’Imperatore Aureliano (1387). Ed anche Atene, coll’aggiunta delle sue lunghe mura e del Pireo, non ebbe un circuito sì grande quanto quello di Siracusa, poiché Tucidide lo computa di 178 stadii (1388); ed è da notare che l'Epipole appartennero sì a tutta la fortificazione che intorno la circondava, ma non alle strade che si corrispondevano alle parti abitate. Tutta la città consisteva secondo alcuni scrittori di cinque parti,secondo altri solo di quattro (1389), cioè annoverandosi o no l’Epipole. La più antica parte della città fu, come si è veduto, l’isola Ortigia, dai Siracusani detta comunemente Nasos nel dialetto dorico, a cui univasi la grande città di Acradina, e formando entrambe la città propria, poiché contenevano i più importanti edifizii, furono rispetto alla parte aggiunta specialmente fortificate. Dalla parte di settentrione verso Acradina distendevasi Tiche, e verso mezzodì Neapoli, che consideravansi come sobborghi, da cui estendevansi l’Epipole più oltre verso il N. O. Tutta la città dall’isola, come la parte più bassa, si elevava con dolce salita verso il N. O., così che dall'Epipole potevasi tutta avere sott'occhio, donde guardandola Marcello, è fama che piangesse parte per allegrezza di aver presa una città sì magnifica, parte ricordandone l’antica gloria (1390). Per la posizione dell’Epipole, la più elevata e ben fortificata piazza, dagli assalti di terra ferma difesa da scosceso e dirupato declivio, adoperar potevansi come la speciale rocca della città, ma la parte bassa fu sempre preferita, cioè Nasos, o l’isola.
I. Questa Nasos (ἡ Νάσος) fu particolarmente detta Ortigia da Diana, che vi ebbe culto, e per le ripide coste sul mare, pei due porti e per la copiosa sorgente Aretusa fu da Archia trascelta per sede della sua colonia. Oltre i coloni de' contorni di Olimpia nell’Elide con Archia si unirono alcuni della illustre famiglia degli Jamidi, la quale esercitò l’uffizio profetico all’altare di Giove (1391). Che questi συνοικισπῆρες, per serbare l’espressione di Pindaro, ebbero la più gran parte sul culto e i miti della nuova città è manifesto da molte circostanze, e sopratutto dall’adorazione di Artemide. Come dea connessa con Alfeo era essa adorata in Olimpia, perché in quelle vicinanze riguardavasi principalmente come dea de' torrenti, de' fiumi e de' laghi; aveva con Alfeo un altare nell'Alti (1392), e credevasi in quella contrada che di lei s’innamorasse Alfeo (1393). Secondo la leggenda che a Pausania raccontavano i Letrinei, il dio del fiume non fece pago il suo amore; ma il soprannome della dea (Alfionia, Alfioa, Alfiussa, Alfiea (1394) prova chiaramente la relazione tra entrambi nel più antico mito. Questi Jamidi particolarmente eressero in Ortigia un tempio ad Artemide, la dea de' fiumi (ποταμία), un tempio di sì grande importanza, che Pindaro tutta l’isola nominava sede della dea de' fiumi (1395). Ma poiché nessun fiume era in Ortigia, ed Artemide sospirava il suo amato Alfeo, nacque la credenza che la fontana Aretusa contenesse presso il recinto del tempio le sacre acque dell’Alfeo (1396), credenza confermata dal fatto di un gran pesce veduto nella fontana (1397). Da questa credenza, dice il Muller, si originò il mito che Alfeo seguì la dea nella Sicilia. Oltre che il culto della dea per antica usanza fu reso caro al popolo, la nativa sorgente non potè dispensarne, e così formavasi la leggenda. La quale da principio fu che Artemide ed Alfeo furono a vicenda legati da scambievole nodo; ma dopo fu mestieri che prendesse altra forma (come nella tradizione de' Letrinei), quando prevalse nella Grecia l’idea della virginità di Artemide, che fu la variante del culto originale di Ποταμία. E così Telesilla, verso la LXIV Olimpiade, cantò che la dea fuggiva innanzi ad Alfeo (1398). Non si comprende se Pindaro considerasse Artemide come l’oggetto dell’amore del fiume quando nomina Ortigia il venerato riposo di Alfeo (1399); certo è che ne' tempi posteriori la Ninfa della fontana Aretusa fu sostituita ad Artemide, e divenne l’amante del fiume (1400); ed il Muller crede che non prima della colonia condotta da Archia, nella quale ebbero parte gli Jamidi di Olimpia, si formò la leggenda (1401). Ma che, anziché una leggenda favolosa della XI Olimpiade, quando Siracusa fu probabilmente fondata, fu piuttosto una tradizione più antica originata dal corso di uno de' grandi fiumi della Terra facilmente si raccoglie dalle tradizioni sul corso del Fasi oltre la regione propria. Secondo le tradizioni degli Arcadi il Termodonte (terzo ramo del Fasi) nel Ponto consideravasi come padre dell’Alfeo, perché ripigliando le sorgenti nelle alture dell’Arcadia, e scorrendo per un tratto nello stesso ietto coll’Europa (1402), se ne separava poi sotterra e scaricavasi nel mar Jonio presso Trifilia (1403). Tenedo formava una stazione intermedia, perché anche ivi l’Alfeo prorompe dalla terra (1404), e più oltre ancora verso l’Occidente ne comparisce il corso nascosto nella tradizione dell’amore di Alfeo per Aretusa, il quale per recondite vie sotto il mare scaturiva accanto alla sorgente Ortigia, come la dea fu da' numi trasformala in sorgente per isfuggire l’amante. Per tal modo il corso del fiume dal Termodonte a Tenedo per l’Eurota all’Alfeo e sino all’isola Ortigia si prolungò probabilmente nelle tradizioni perdute nella direzione dell’Appennino al continente d’Italia (1405), e di là nella Sicilia, benché 4000 stadii si contassero dalle bocche del fiume al promontorio Pachino (1406). E cosi aver non si potrebbe come pura mitologia, come pensava Strabone (1407) il corso dell’Alfeo, se non dal Ponto all’isola di Ortigia, dall’Elide almeno all'isola stessa. Indicando Pansania il corso dell’Alfeo, tal fatto non rivoca in dubbio (1408), per gli esempi analoghi del Meandro nell’Asia Minore, che passerebbe sotto il mare per divenir poi l’Asopo nella Sicionia, e dell’Inopo di Delo, il quale non sarebbe altro che il Nilo, originato dall’Eufrate, e che prima di ricomparire nell’Egitto scomparirebbe anche una volta nell’Etiopia (1409). Ma favolose come il racconto della patera da un olimpionico gettata nell’Alfeo, e ricomparsa nella fontana Aretusa (1410), erano le dicerie, con cui dimostravansi i prodigi di tali fiumi. Le tibie di Marsia, dal fiume di questo nome trasportate nel Meandro, ricomparivano nell’uopo (1411); e così pure il velo d’una donzella, caduta nella sorgente Pellanida, riappariva nell’altra detta Lauceia, e le focacce gettate nel Cefiso, risalivano nella celebre sorgente Castalia (1412),non altrimenti delle offerte che presentavansi ad Igia sulla riva di Egio nell’Acaja, e che gettandosi nei mare, credevasi così d’inviarle alla fontana Aretusa in Ortigia (1413). A breve distanza del resto da questa fontana, quando il tempo è in calma, una copiosa sorgente all’imboccatura del porto vedesi rampollare con veemenza dal fondo del mare (1414), e questa sorgente, che dicono Occhio della Zilica, sebbene non rara, perché altre simili se ne incontrano presso Baja, nel mare piccolo di Taranto, nel golfo della Spezzia, ed altrove, potè vieppiù accreditare la favola dell’Alfeo, che dopo lungo corso ricongiungevasi all’amata Aretusa. La quale, per l’opportunità che dava colle copiose sue acque ai greci coloni di stanziarsi sulla scoscesa isola, come offerta l’aveva agli abitatori più antichi, i Sicoli ed i Fenicii, il più vivo affetto dové meritare da' più remoti tempi, in guisa che veniva poi divinizzata e confusa con Igia, la dea della salute, e con Diana, la dea cacciatrice adorata in Olimpia insieme con Alfeo (1415), del pari che in Ortigia presso la fontana Aretusa. I tipi simili di una testa muliebre su due medaglioni di Siracusa or tra quattro pesci, or di aspetto grave e maestoso e co’ capelli ondeggianti, nell’uno distinta colla leggenda ΑΚΟΣ, sinonimo d'Υγεία (1416), con quella di ΑΡΕΘΟΣΑ nell’altro, l’identità di Aretusa con Igia svelavano ad un dotto nummologo, il quale per l’analogia che hanno con quelli noti di Giunone Argiva, anche di faccia e con capelli sparsi, non senza ragione ne inferisce un comune simbolo tellurico (1417). Senza negare tali relazioni manifeste, che creder si possono di un tempo posteriore alla formazione del mito di Aretusa, non del mito primitivo, osservo solo che i carpelli sparsi bene si convengono ad una Ninfa fuggitiva,qual si finse Aretusa fuggente l’Alfeo, e l'indole ctonia, o tellurica del mito non riceverebbe una spiegazione migliore che dalla riferita tradizione (1418) più antica e più lontana, la quale dimostra più che vera la sentenza dell’essere l’Oriente la terra natale del mito, ma del mito che ha per base il vero.
Cicerone, testimonio oculare, la fontana Aretusa descrive nell’estremità dell’isola, d’incredibile grandezza, e pienissima di pesci, la quale dall’irruzione del mare ea divisa e protetta con argini di pietre di gran mole (1419); e da Diodoro sappiamo che i (fraudi pesci che vi abbondavano erano sacri nA Artemide, né da alcuno tocchi; così che quelli che si ardirono di mangiarne in tempo di guerra, soggiacquero all’ira della dea (1420). E tuttavia si vede nella città odierna, benché non più nell’antica forma, né più di acque dolci e pure come una volta (1421), per cagione delle onde marine che vi s’infiltrano, sconvoltosi il suolo da' tremuoti, od anche pe' fossati che vi si scavavano onde unire i due porti. Ma tuttavia copiosa, le acque ne venivano solo disperse e divise in due serbatoi, l’uno scoverto presso il mare, l’altro sotto una volta con compartimenti antichi. Un baluardo vi si fondava per la difesa del porto nel XVI secolo, e le curandaje che vi lavano i pannilini ogni illusione tolgono all'amatore dell’antichità, il quale colle idee degli Elleni che tutto sapevano abbellire, rimane deluso al vedere altro che Ninfe nell’antica sede della Ninfa Aretusa.
Fra i molti templi che Cicerone ricorda in Ortigia più grandiosi erano quelli sacri a Diana ed a Minerva. Presso la fontana sorgeva il primo, in cui con feste annuali per tre giorni continui festeggiavano i Siracusani, in memoria del benefico intervento della dea in una guerra civile; solennità che poi divenne fatale a Siracusa, perché sorpresa fu da Marcello quando appunto gli abitatori dormivano ebbri e stanchi da' piaceri della festa (1422). Due sole colonne doriche, fabbricate in un muro nella strada Resalibra, o Trabocchetto, in vicinanza del porto, rimangono di questo tempio, le quali, sebbene più piccole nella loro enorme grandezza di quelle del tempio di Minerva (1423), ne appalesano nondimeno l’antichità molto remota, ed attribuir si può al VI secolo avanti l’era volgare, quando nella città dominavano i Gamori (1424). Tali colonne, nella maggior parte interrate, e con capitelli più grandi di quelli del tempio di Giove Olimpico di Agrigento, stanno così vicine tra loro che gli abachi de' capitelli si toccano, il che non si osserva in alcun tempio greco, ma solo nelle parti grossolane delle fabbriche egizie. Perciò un viaggiatore le descrive come geminate, dicendo esser questo l’unico esempio di colonne sì fatte nell’antica architettura greca (1425), della quale sono certamente il più vetusto avanzo che si conosca in Sicilia ed in Italia. Sorgeva il tempio propriamente nell'entrata dell’isola, sacra Artemide (1426), e da' grandissimi e riquadrati macigni che fabbricati furono in una parete del quartiero che vi fu poi edificato, può arguirsene la magnificenza. In alcune di queste pietre leggevansi iscrizioni arabiche, e però sembra che nel dominio de' Saracini il tempio non era ancora rovinato e distrutto (1427). Presso di questo tempio furono i Bagni Dafnei, celebri per l’uccisione dell’Imperatore Costante nel 668 (1428), e cosi detti certamente dal prossimo tempio della stessa dea, cognominata Dafnia (1429), non dal favoloso Dafni, il preteso inventore della Bucolica, il quale vi avrebbe avuto un sacro boschetto, come alcuni scrittori si avvisano, sì perché Dafne chiamossi del pari un borgo presso Antiochia per un tempio appunto di Apollo e Diana con un bosco ampio e folto irrigato da fontane correnti (1430), sì perché i Siracusani adorarono Apollo Dafnite (1431), quello stesso per avventura detto Temenite nella città di Neapoli. Tali bagni tuttavia sussistevano al tempo de' Saracini, da' quali voglionsi distrutti, e nel secolo XVII se ne scoprirono gli avanzi in alcuni musaici e colonne, le quali poi servirono per abbellirne il loggiato della porta regia, o di mare (1432). Il luogo dove furono serba il nome di Bagnava, né vi rimangono che alcuni poggi dì acque quasi dolci e sorgive, che vanno a scaricarsi nel fonte Aretusa (1433). Ed in vicinanza dello stesso tempio di Diana esser doveva il boschetto bellissimo sacro alla dea,nel quale sotto padiglioni di lino sottile C. Verre passava a dimorar nella state, ivi trattenendosi in tunica talare e pallio di porpora in donneschi conviti. Tal boschetto è pur ricordato da Teocrito (1434), e poiché Cicerone l’accenna nell’ingresso del porto (1435), inesatta è l’indicazione di un topografo della città, il quale lo situa sotto la muraglia settentrionale di Tica (1436), e sembra piuttosto che fosse nel luogo stesso del pubblico passeggio della città odierna tra il parapetto del porto e la grande muraglia, sotto la quale scorre un’altra fontana, che ha le acque dalla stessa Aretusa. Sono ivi presso alcuni rottami di fabbrica romana (opus reticulatum), supposti di appartenere ai palagio di Verre (1437).
Diodoro racconta che un Agatocle ebbe l’incarico della fabbrica del tempio di Minerva', e che facendo tutta la spesa del denaro proprio, delle pietre tagliate fece scegliere le più belle, con cui per se edificò una casa magnifica. Abbruciato da un fulmine insieme colla sua casa, ne fu consecrata l’area, e reso il sito inaccessibile; il quale tuttavia durava ai dì dello storico, e chiamar vasi Embrontico, cioè distrutto dal fulmine. Poiché i Geomori confiscarono i beni dell’architetto, comeché gli eredi dimostrassero che nulla aveva egli sottratto del danaro sacro (1438), il tempio fu edificato sotto il loro dominio, cioè dopo la XLI Olimpiade (1439). Molti autori greci, dice Cicerone, celebrarono la bellezza delle porte di questo tempio, perché più magnifiche, più ripiene di oro e di avorio di queste non si videro mai in nessun altro edilizio simile. Vi erano in avorio rappresentati fatti storici di squisita perfezione, ed una bellissima testa di Gorgone. Né vestivano le pareti interne parecchie tavole dipinte, alcune di una battaglia equestre di Agatocle, di egregio lavoro, oltre di XXVII ritratti de' re e tiranni dell’isola, anche dipinti a meraviglia. Cajo Verre con tutte le tavole rapì l’oro delle porte, le quali spoglie della Gorgone e di ogni altro ornamento, come delle borchie d’oro che l’avido Romano ne fece svellere, rimasero appena per l’entrata del sacro edifizio (1440). Minerva, come protettrice della città (1441) ebbe il tempio edificato nella più alta parte dell’isola di Ortigia, nel sito del duomo, o della chiesa di S. Maria del Filiera, o delle Colonne, dove non si dubita che sorgesse il gran tempio; e questa elevata posizione si accorda coll’antica costumanza de' naviganti siracusani nel veleggiare dalla Sicilia. Perché Polemone Iliense scriveva che dall’ara (ἐσχάρα) presso il tempio di Giunone Olimpia fuori della muraglia prendendo essi una coppa, la portavano seco in alto mare sino a che non più si scorgeva lo scudo sovrimposto al tempio di Minerva; e che a tal punto pervenuti del loro cammino la gettavano nelle onde ripiena di fiori, di favi di mele, di granelli d’incenso e di altri aromi (1442), in offerta alla dea per ottenerne un prospero tragitto. Fa questo tempio delle stesse dimensioni de' più grandi templi esastili, che i Dorii edificarono a Posidonia, Egesta e Selinunte. Le colonne del peristilio, sei di faccia, e 14 in ciascuno de' lati, erano di 6 piedi ed 8 pollici di diametro nella base; ed estendendosi nella lunghezza di 27 tese su 10 12 di larghezza, pochi ve u’ ebbero in Grecia che lo superassero ne' materiali e nella magnificenza. Il Duomo odierno, ch’edificavasi sul tempio antico, è di tre navi. Nel muro laterale a sinistra se ne veggono undici delle colonne scannellate, fabbricate quasi nella metà della circonferenza; e nell’altro le colonne simili coll’architrave e parte del fregio co’ triglifi tagliano in due parti la terza nave. Benché così' trasformato, può nondimeno contemplarsi con piacere, e distinguersi facilmente la forma antica dalle posteriori aggiunzioni. Dicesi che le due colonne di mezzo del pronao siano di un sol pezzo di macigno, comechè ciò non si possa ben distinguere, per esser tutte coverte di stucco come quelle ne' due lati. Più alte di 2 piedi sono le colonne del postico, ma non ostante tale singolarità, molto rara negli antichi templi, l’ordine architettonico non erane alterato, perché sorgevano sopra un zoccolo diverso da quelle delle altre. Le muraglie della cella furono tagliate in pilastri, su cui si eressero arcate per la comunicazione nelle ali della chiesa, che occupano il sito del portico. La covertura della cella stessa rovinò in parte nel 1100, il rimanente fu nel 1542 rovesciato da un tremuoto, il quale fu sì gagliardo, che non solo fece affondare alcune colonne da uno de' lati del tempio, ma anche inclinarle per modo, che parendo impossibile riportarle sotto l’architrave, furono sepolte nella fabbrica moderna. Questo tempio fu nel VII secolo consecrato al culto cristiano da S. Zosimo Vescovo di Siracusa ì al quale anche si attribuisce il fonte battesimale colla iscrizione ora in gran parte cancellata ΑΝΑΘΗΜΑ ΙΕΡΟΥ ΒΑΠΤΙΣΜΑΤΟΣ ΖΟΣΙΜΟΥ ΘΕΩ ΔΩΡΟΝ..… (1443).
Attigua alla fortezza dell’isola, o nella stessa forse rinchiusa, fu la reggia de' due Dionigi. Nel medesimo sito della quale distrutta da Timoleone (1444), sorgeva forse quella di Jerone II, che Cicerone ricorda anche nell’isola, e che poi divenne la sede de' Romani Pretori (1445). Sulle rovine di questo palagio, dice il Fazello, fu edificato un castello detto Maryetto, o piuttosto Market opera de' Saracini, come appalesava l’architettura, il quale, adequato poscia al suolo, dava luogo alla fabbrica de' baluardi. Quando nel 1552 si cavarono i fondamenti di questi baluardi si scopri la porta marmorea della città che guardava il settentrione, ed un busto colossale di marmo con una greca epigrafe, riferita in latino: EXTINCTORI TIRANNIKAE (1446), e che però esser doveva TΙΡΑΝΝΙΔΟΣ ΣΒΕΣΤΗΡΙ, riferendosi a Timoleone, o piuttosto a Giove Liberatore, dopo che [Siracusani si liberarono dalla tirannia di Trasibulo (1447). E sette statue di marmo vi si scoprivano ancora, delle quali una creduta dell’Abbondanza, un’altra di Apollo, e che essendo messe ad ornamento di una magione insigne, dimostrano che ivi veramente sorgesse la reggia di Jerone II, la quale poi divenne la curia della città sotto i Romani. Nella piazza di Montedoro, la quale fu già quella de' Quattro Canali, prima detta di S. Margherita, dove si suppone la reggia già detta, fu poi un tempio di Venere, come appalesava la seguente iscrizione, di opera tessellata, che vi si scopriva nel 1576 (1448):
GN. OCTAVIO. AF. NICONAR. BOLONAR. VELIC.
VENER. TARIC.
PAVIMENTVM. SEDILIA. FECIT. AEDEMQVE
REFICIEND. COIR.
I Boloni, di cui in essa si parla, sembrano gl'incettatori di pesci, da βόλος, retis jactus, così detti (1449), senza potersi spiegare le altre parole scorrette delle due prime linee. Se non che, leggendosi Veneri Calyp. nella seconda, a questo tempio può riferirsi ciò che Cercida ed Archelao narravano di due donzelle Siracusane, le quali a Venere Callipigia ergevano un tempio (1450); al che accresce probabilità una bella statua di Venere Callipigia in marmo di Paro, mancante della testa e del braccio destro, che nello stesso sito si ritrovò nel 1804 (1451).
Nell’estremità dell'isola fuori della muraglia era il tempio di Olimpia, o Giunone, dianzi accennato, il quale dalle rovine di antica fabbrica che rimanevano in su la bocca del porto maggiore sembra che sorgesse nell'esterna punta del castello Maniace, detta volgarmente la Vignazza (1452). Benché non sappiasi da chi ed in qual tempo edificato, è noto nondimeno ch’era nella città prima dell’età di Gelone, perché un quadro (πίναξ) vi fu posto rappresentante quel principe nudo in testimonianza dell’essersi egli recato senz’armi sulla pubblica piazza, dichiarando di voler rendere la potestà a' cittadini dopoché ad Imera ebbe vinto i Cartaginesi (1453). Il tempio sussisteva del resto nel II secolo avanti l’era volgare poiché ricordavalo, come ho detto, Polentone Iliense, il quale fioriva regnando Tolomeo Epifane, nel 204-180 a. C. (1454).
Era l’isola in origine disgiunta dalla terra ferma con uno stretto canale, che nell’accrescimento della città riempivasi con un cumolo di pietre, a cui il poeta Ibico dava il nome di ecletto, ossia raccolte insieme da ogni luogo (1455). Abbassatosi il suolo della città, il mare riprese a quel che sembra il suo antico dritto: Cicerone e Strabone almeno assicurano che l’isola non più con un argine, ma con un ponte era in comunicazione col continente (1456). Di questo ponte ai dì dell’Arezzi si scoprivano i vestigi (1457), e nel 1530 quelli della porta magnifica, a cui era congiunto (1458), e per la quale passavasi in Acradina (1459). Sorgeva ivi presso la grande e ben fortificata rocca (ἀκρόπολις), eretta da Dionigi il vecchio, la quale cinta da doppia muraglia, conteneva un considerevole presidio, e più porte aveva verso Acradina, e però oltre la diga distendevasi sulla vicina parte della terra ferma, e giungeva colle mura intorno il piccolo porto; poiché la guarnigione poteva nelle guerre interne irrompere in Acradina (1460), e Dionigi, come gli ultimi tiranni, non sarebbe mai stato in sicuro possesso del piccolo, porto, che conteneva le forze marittime, se la muraglia non lo avesse coverto anche dal continente, e Diodoro dice espressamente che le fortificazioni dell’acropoli rinchiudevano la stazione de' navili. In questa rocca Dionigi II aveva 2000 soldati, cavalli non pochi, quantità grande di saettarne, e macchine da guerra di ogni sorta. Eranvi pure da settanta mila armi, ripostevi da gran tempo, scudi, spade, aste, calzari senza numero, corazze, e catapulte, inventate queste ultime dallo stesso Dionigi (1461). Poiché cinque erano le porte che dall’acropoli menavano all’Acradina, Pentapila chiamavasi perciò la parte della muraglia in cui si trovavano (1462). Timo leone fece chiudere l’acropoli (1463), e d'allora l’isola fu tutt'uno con Acradina.
L’irruzione del mare tra la parte settentrionale dell’isola e la terra ferma formò il piccolo porto, il quale non solo perché è basso e mal sicuro da tutti i venti, ma anche rispetto al grande fu cosi detto. In esso nondimeno era riposta la forza principale della città, perché dallo stesso rinchiusa e dalle fortificazioni dell'acropoli, era sicura contro ogni nemico assalto. Grandi somme si spendevano in ogni tempo per mantenerne la profondità necessaria, per ristaurare la stazione delle flotte, pe' cantieri e gli arsenali, e per altre stazioni edificate in parte di marmo, per le quali porto marmoreo fu detto da uno storico (1464). Per questo porto, per quanto ci è noto da' tempi meno antichi, più di ogni altro si affaticò Dionigi il vecchio, perché non solo edificò intorno l’acropoli stazioni navali semplici (νεώρια) per 60 triremi, ma anche fece si che con queste si trovassero in tutto il porto 160 stazioni coverte (νεωςοίκοί) pel raddobbo delle navi, oltre le 150 che già vi erano (1465). Ma in quale di queste stazioni costruivasi la nave colossale di Jerone II, descritta da Moschione, e celebrata dal poeta Archimelo? Questa nave non ebbe meno di tre ponti. Trecento operai furono occupati per un anno alla costruzione di questo capo d'opera di Archimede e di Archia di Corinto. Offerta in dono carica di frumento con altre derrate al re Tolomeo da quel principe, venti ordini di rematori facevano volare sul mare l’ambulante meraviglia, la quale conteneva sale da festino, una biblioteca, un tempio, un vivajo, una piscina, chiostri da passeggio, terme e giardini di erbe odorifere e piante bellissime. Il cedro, il diaspro, l’avorio, le pitture e l’oro vi erano prodigati in guisa, che anziché di un principe mortale si sarebbe creduta degna del dio de' mari (1466). Diodoro dà al piccolo porto il nome di Laccio (1467), e sembra che con tal nome s’intendesse solo quella parte ch'erane chiusa nelle fortificazioni della cittadella, al che parmi che accenni la greca etimologia (da λᾶς, contratto da λᾶᾶς, lapis), che il Cluverio dichiarava di non conoscere (1468), od anche dall'essersi reso più ampio mediante escavazioni (da λάκκος, fossa). Le rovine di una torre sull’estremità di un banco di sabbia in direzione parallela alla parte settentrionale delle mura della città odierna ne mostravano l’estensione, e le acque profonde tra questa torre ed un’altra che sorgeva in sulla spiaggia di Acradina ne formavano l’entrata, il cui intervallo era così stretto, che chiuder potevasi con catene. Le dette torri vi furano erette da Agatocle, il quale fe’ porvi il suo nome (1469), e sopra una di esse fu eretto da Alaimo Alagona il Castello di Casanova, abbattuto poi da un tremuoto (1470). Presso la marina di questo porto, fuori la porta della città, anziché presso il castello Maniaco si suppongono per la comodità dell’imbarco e la bonaccia del mare i pubblici granai, grande edilizio costrutto di pietre massicce, il quale nel bisogno servir poteva come fortezza (1471). Davanti il sito dell’indieato castello di Casanova, verso la bocca del piccolo porto, scoprivasi nel 1792 un piedistallo marmoreo colla seguente iscrizione (1472):
M. PERPENNAE ROMANO
PATRON. P. SYRACVS.
ΡΩΜΑΝΟΥ ПРАПІДЕССІ
ΣΥΡΑΚΟΣΙΩΝ ΤΟΔΕ ACTY
ΕΚ ΚΑΜΑΤΩΝ ΑΝΕΠΝΕΥΣΕ
ΚΑΙ ΕΙΔΕΝ O) N(EI) ATOΣ ΩΡΗΝ
ΤΟΥΝΕΚΑ ΛΑΙΝΕΗΝ ΜΕΝ
ANECTHCΑΝΘ ΟΙ ΑΡІСТОЇ
ΕΙΚΟΝΑ ΤΗΣ СОФІΗΣ ΔΕ
ΚΑΙ ΕΝ ΣΤΗΘECCIN ΕΧΟΥ
CEIN-S
Riconoscenti gli Ottimati, o Nobili Siracusani, ergevano una statua al Consolare Perpenna, il quale la città sollevata aveva dalle patite sventure, senza che dir si possa se fosse quel M. Perpenna, il quale poneva fine alla guerra servile nell’isola (1473), o quello piuttosto che verso l’anno 252 veniva eletto Imperatore regnando Tribonìano Gallo (1474).
Tra la punta meridionale di Ortigia, e quella anche più meridionale di terra ferma detta Plemmirio, era l’ampia entrata nel grande porto, Magnus portus de' Latini, ed anche oggidì detto Porto maggiore. Il quale, circondato quasi tutto da rive scoscese e da scogli, in guisa si allarga nell’interno del paese, che Strabone davagli un perimetro di 80 stadii (1475), ampiezza ch'è forse da restringere a soli 40 stadii, per l'estensione non maggiore di cinque miglia che ha oggidì (1476); e siccome, per esser sicuro da ogni vento, allogarvi si potevano le navi secondo i bisogni nelle diverse parti di esso, al piccolo porto era certamente da preferire. Ciò nondimeno era più pernicioso che utile alla città, massime in tempo di guerra; perché solo l’erta parte meridionale dell’isola ed una punta di Acradina vi giungevano, ed erano fra entrambe stazioni di navi; tutta la parte rimanente confinava colla campagna aperta, e servì per sicura stazione per le flotte nemiche. Ivi si ancoravano le navi ateniesi, ma vi furono anche distrutte. La bocca del porto, larga quasi un miglio, nella guerra contro gli Ateniesi fu chiusa in tre giorni con navi e triremi congiunte insieme con grandi catene (1477).
II. La seconda parte della città era formata dall’Acradina, la quale al mezzodì confinava con una parte del grande porto, col porto piccolo e coll’acropoli dell'isola, all'oriente col mare, al settentrione col descritto porto de' Trogilii (1478), e all’occidente colla terra ferma e le rimanenti parti della città. Poiché di magnifici pubblici edifizii era ripiena, e l’isola di Ortigia superava almeno quattro volte in estensione, poteva da se sola considerarsi come la più importante e più forte città; e perciò da Plutarco è detta munitissima, bellissima ed amplissima parte di Siracusa (1479). Difesa al mezzodì da una forte muraglia, nessuno si ardì mai da questa parte di assalirla; nella rimanente costa era difesa verso l’isola da una rocca, e poi dagli erti lidi e da forti muraglie, contro le quali i tentativi de' Romani furono già inutili (1480); ed anche forti mura e torri contro ogni assalto la difendevano dalla parte di terra all’occidente. Perciò mentre spesso le parti esterne della città erano in potere de' nemici, salva era l’Acradina; e Marcello con tre assalti dové investirla quando era già in possesso della parte esterna, né per forza la conquistava, ma colla resa volontaria de' cittadini.
Dal V secolo prima di G. C. fu questa parte della città adorna di un grande numero di belli edifizii; ma pel silenzio di scrittori più antichi dobbiamo per essi star contenti alla sola testimonianza di Cicerone, il quale ne ricorda il Foro massimo, i portici bellissimi, un ornatissimo Pritaneo, una Curia amplissima ed un tempio insigne di Giove Olimpio; le rimanenti parti della città, divise da larga strada continua, e da altre molte trasversali, erano ripiene di privati edifizii (1481). All’uscire dall’isola entravasi tosto nel Foro (1482), il quale sembra ch’esser doveva sull’ultima punta del piccolo porto verso tramontana, in guisa che dilatandosi anche a ponente guardasse il porto maggiore (1483). Presso del Foro esser doveva le Curia, o il Buleuterio, come dice vasi da' Greci, il quale adorno già prima con una statua di bronzo di C. Marcello, che impadronitosi di Siracusa non abusò della vittoria, nel sito di essa vi furono poi innalzate una statua indorata di C. Verre ed un’altra del figlio di lui (1484). In vicinanza della Curia vedevasi l’altare della Concordia (1485), tra gli altri ricordativi da Diodoro (1486), e quello specialmente sacro a tutti i Numi, erettovi da’ Siracusani regnando Jerone II, che faceva conoscere l’iscrizione ΒΑΣΙΛΕΣ ΑΓΕ...… ΙΕΡΩΝΟΣ ΣΥΡΑΚΟΣΙΟΙ ΘΕΙΣ ΓΑΣΙ (1487), né molto di là discosto ebbe a sorgere il Pritaneo, nel quale una statua fu eretta alla poetessa Saffo, in memoria, come sembra, dell’aver seguito, come altrove ho detto (1488), il suo Faone nell'isola, e dimorato per qualche tempo nella città. Tale statua, rapita da Verre, fu opera egregia di Silanione, ed oltre all’essere lavorata con arte mirabile, un nobilissimo greco epigramma aveva inciso nella base (1489). Il tempio di Giove Olimpio fu accanto al Foro edificato da Jerone II (1490), il quale vi depose le armi de' Galli e degl’Illirici a lui donate da' Romani, vincitori di que’ popoli (1491). De’ portici e de' Ginnasii intorno del Foro, oltre di Cicerone, scrive anche Diodoro (1492), e nel Foro stesso era un Arco, sotto il quale vedevasi una statua equestre di C. Verre, ed un’altra ignuda del suo figliuolo (1493). Sotto l'acropoli e le Pentapile era un insigne edilizio per un orologio solare (ἥλιοτρόπιον) costrutto da Dionigi, sul quale Dione ascendeva per eccitare il popolo alla libertà (1494). Oltre de' quali edifizii si ricordano pure le stoe, o i portici di Dionigi, i portici intorno il sepolcro di Timoleone nel Foro, una palestra, ed un Ginnasio, in memoria dello stesso Timoleone, perciò detto Timoleonteo (1495). Antichi ruderi si sono supposti di appartenere ad alcuni di tali edifizii, ma sono piuttosto del tempo de' Romani. E sebbene niente si possa distinguere di tutti quelli sinora ricordati, è probabile nondimeno che, siccome più alto dell’antico livello è il suolo di questa più bassa parte di Siracusa, si possa scavando illustrare l’antica topografia di Acradina. Ma degni di ammirarsi anche nella lor distruzione sono gli avanzi di una magione nel sito detto di Buon Riposo, della quale non restano che tre stanze in rovina, coverte nel suolo di canaletti di terra cotta, gli uni accanto degli altri. Più notabile è la terza di tali stanze pe' quadrelli di mattoni applicati sulla volta di pietre quadrate, su’ eguali sono canaletti simili a quelli delle altre due, ripieni di calcina, per non farvi, come sembra, penetrar l’umido. E vestigi vi sono ancora di stufe, di bagni e di sotterranei scavati nella viva pietra, con polle di acque sorgenti. Tali avanzi si chiamano la Casa di sessanta letti (1496), ed a quella appunto così detta (ὁ Εξηκοντάκλιος) si attribuiscono che prendeva il nome dal vasto cenacolo, e che nel tempo della sua maggiore potenza costruiva Agatocle (1497). Diodoro scrive che per la grandezza e la struttura questa casa sorpassava quante altre fabbriche magnifiche fossero nella Sicilia, in guisa che soprastando per l’altezza agli stessi templi, i numi se ne sdegnavano, e fu perciò percossa dal fulmine (1498). Ma se tal casa sorprendente e magnifica Diodoro non ricordasse in Ortigia, quegli avanzi dir si potrebbero piuttosto de' bagni che vi erano annessi, perché pezzi di marmo in gran numero di diversi colori vi si scoprivano, pavimenti a musaico, e rottami di colonne doriche di smisurata grandezza con una statua di Aretusa giacente presso l’Alfeo. Una strada sotterranea da quelle fabbriche estendevasi alla cosi detta prigione di Dionisio, o alla Latomia del Paradiso (1499), e più probabilmente può supporsi qualche altro gran palagio ch’egli ergeva in Acradina. Delle forti muraglie che cingevano questa parte della città quella con cui univasi coll’isola (1500) fu costrutta da Neone di Corinto, prefetto della rocca al tempo di Timoleone (1501). A questa muraglia, battuta dalle onde, accenna Livio (1502), il quale ne ricorda anche l’altra all’occidente verso di Tica (1503), ed un’altra muraglia ancora distesa da un mare all’altro, cioè dal porto piccolo al grande, eresse Dione per chiudere Dionigi il giovine nell’isola (1504). Questa muraglia fu nell'istmo, che Ortigia divideva da Acradina, ed ora dell'ottava parte di un miglio, per le nuove fortificazioni più largo che non fu ne' tempi antichi (1505). Diverse porte vi furono in queste muraglie, una per la quale passavasi a Tica (1506), due altre nel lato orientale uscenti al mare, come mostravano gli scalini incavati nella viva pietra e gli antichi vestigi negli Scogli de' Cappuccini, e nel burrone detto di Buonservizio (1507). Per un’altra forta nella muraglia occidentale, a breve distanza dalla punta dell’isola, entravasi nella città alla volta del Foro (1508), e nel 1553 un’altra intera se ne scopriva di grosse pietre quadrate nella spiaggia de' due Frati, alla quale andavasi per una strada lastricata sino al mare nella parte di oriente (1509). Altre porte infine sulla collina, perciò dette Acragiane (da ἄκρα, sommità) ricorda Cicerone, le quali mettevano sulla strada de' sepolcri (1510), su quella cioè ora detta de' Molini e delle Grotte, dove de' greci sepolcri della città rimangono tuttavia i ruderi.
Presso la muraglia dalla parte di Neapoli trovavansi le grandi cave di pietre o Latomie (Λατομίαι, Λιθοτομίαι), le quali cominciate a scavare anche prima probabilmente della colonia de' Corintii, fornivano poi all’ingrandimento della città gli opportuni materiali (1511). E divenute pel non cessante bisogno anche più ampie e profonde, potevano nell’interno di Acradina servir per sicura custodia di migliaja di prigionieri, così che i vinti Ateniesi vi trovarono le carceri e la morte (1512). Quelle che furono nel recinto di Acradina sono specialmente ricordate da Plutarco (1513), e Cicerone, solo come carceri riguardandole, come un gran lavoro le celebra e come magnifica opera de' re e de' tiranni. Andando sotterra in meravigliosa profondità, edilizio non v’era così chioso per impedire l’uscita, né far se ne poteva né immaginare alcuno così per ogni parte riparato, né così sicuro per custodirvi i prigioni; ed aggiunge che se alcuno vi fosse che per autorità pubblica esser doveva custodito, anche dalle altre città della Sicilia in queste Latomie era condotto (1514). Immensi macigni, pendenti smisurati pilastri che ne sostengono le volte, larghi ponti sollevati in alto, piramidi ruinose, avanzi di antichi acquidotti, massi sopra massi fortuitamente ammassati, l’edera intrecciata intorno a que’ rottami, le acque cristalline sgorganti tratto tratto per le vene di que’ sassi, eccitano nell’animo di chi le guarda orrore nel tempo stesso e diletto (1515). Tre ve ne sono in Acradina: l’una, già detta di Palombino, ed ora la Selva de' Cappuccini, con sorgenti di acque dolci, e nella più parte a cielo scoverto; la seconda che ha nome da' Cordari, che vi fabbricano le funi, nel cui fondo è. pure una piccola sorgente; e l’ultima detta di Orlando. Consiste la prima in vaste gallerie scavate tra due muraglie di viva roccia, dell’altezza di 100 a 140 piedi. Alcune di tali gallerie sono traforate, e formano grandi volte sfondate; altre si elevano a guisa di torri. Una parte di queste latomie appartengono ai religiosi di S. Francesco, i quali sin da che furon loro concedute nel 1582 le convertirono in giardini. Riparati da' venti marini e dagli ardori eccessivi del sole, questi giardini sono di una fertilità prodigiosa. Ogni sorta di frutti vi si raccoglie in copia, e le rose, i gelsomini, e le ginestre vi spargono i lor profumi; e per modo da ogni canto di queste latomie si traeva profitto, che tra i molti alberi piantativi alcuni ulivi si veggono, le cui radici serpeggiano tra le rocce più nude; così ammirevoli in somma sono questi giardini esperidi sotterranei, che un viaggiatore non dubita di paragonarli per la singolarità ai giardini pensili di Babilonia (1516). Ma più notabile per gli effetti pittoreschi che offre è sopratutto la seconda latomia: pilastri erculei, chiavi di volte gigantesche, di cui il sole disegna fortemente le ineguaglianze, la verzura che ne ingombra l’entrata, il mistero che circonda questi grandi scavi de' tempi antichi producono un effetto pieno di meraviglia (1517). Ma ignoto è perché Antri Pelopii sono dette negli antichi Atti di S. Marciano, primo Vescovo di Siracusa, il quale per sottrarsi a' persecutori vi si rifugiava per celebrarvi i divini misteri (1518), se pur con tal nome non furono distinte per indicarsi che furono opera de' Greci, come Pelopea moenia disse Virgilio, e Pelopea falanx Stazio, per accennare in generale la Grecia, e gli eserciti argivi (1519).
Sorprendono gl’immensi e ben conservati ipogei, o catacombe, che veggonsi nel perimetro di Acradina principiando dalla collina detta i Taracati, o de' sepolcri (da ταρχεῖον, jon ταρχήΐου) sino alla parte inferiore confinante coll’isola di Ortigia. Ammirevoli per la vastità e l’artificio, da esse ancora, più che da alcun altro monumento, può farsi un’idea della immensa popolazione di Siracusa; e scavate come sono in una pietra calcare dura e compatta, la difficoltà del lavoro più meravigliose le rende delle stesse Latomie. Entrando chi si fa a visitarle per un corridojo a volta, costrutto in pietre quadrate, trovasi in una grande strada aperta nella roccia, alla quale molte strade più piccole mettono capo. È una specie di città sotterranea, una vera necropoli, o città de' morti, divisa in piazze regolari, in ampie strade parallele, per lo più rette, ed alcune curve, nella parte superiore a volta, o spianate. Le strade terminano in vaste rotonde di elegante costruzione, le cui volte cilindriche di 24 piedi di diametro prendon lume dall’alto, come la cupola del Pantheon in Roma. Dalle rotonde partono cinque a sei strade simili alle precedenti, e giungono ad altri trivii e quadrivi!. Per larghi spiragli (luminaria) di distanza in distanza vi penetrava la luce, che illuminando ora i rami, di fico o di liane che vi crescono intorno, accresce l’effetto di quegli aditi sotterranei. E tutte queste strade, tutte queste rotonde, trivii e quatrivii hanno nicchie (loculi) ne' due lati, sia per un fanciullo, sia per una persona adulta, od anche per una famiglia. I sepolcri delle famiglie (cubiculo), la cui entrata è molto angusta, somigliano a tanti forni, il cui suolo fosse diviso in molti scompartimenti concavi, o trapezoidi. Vi sono ancora grandi sepolcri in mezzo delle strade, tombe a parte pe' capi di famiglie, edicole, e colombarii come quelli de' Romani. Alcune delle rotonde hanno scale per passare ne' piani inferiori, in cui altre gallerie, disposte nella guisa stessa, offrivano altri siti pe' sepolcri; così che percorrendo il tenebroso labirinto, si rimane sorpresi di ritornare su’ propri passi senza avvedersene, e di trovarsi in un piano inferiore a quello che si è percorso, sempre in mezzo alle tenebre, che come a S. Girolamo, il quale visitava quelle di Roma, fanno risovi venire il noto verso di Virgilio: Horror ubique animos, simul ipsa silentia terreni (1520). Poiché urne cinerarie non vi si sono scoverte, non è dubbio che furono aperte nell’epoca greca, quando non bruciavansi i cadaveri, oltre che moltissimi greci epitafii vi si scoprivano, e lungo i muri tuttavia si distinguono grossolani disegni di cerimonie funebri de' tempi anteriori al Cristianesimo. Ma accanto a tali epigrafi e disegni si veggono altresì i simboli cristiani, le palme, le colombe, i pavoni, che accennavano all’apoteosi, i circoli con in mezzo le croci, i titoli sepolcrali o i soliti monogrammi ΑΧΩ (ΧΡΙΣΤΟΣ) del tempo in cui i Cristiani vi si seppellirono. Superiori queste catacombe in elevazione ed estensione a quelle di Roma e di Napoli, si giudicano inferiori soltanto agl’ipogei di Tebe, la cui imponente grandezza non cancellavasi dalla memoria di un viaggiatore (1521); ma più recenti esplorazioni danno non meno di 300 leghe alle Catacombe di Roma (1522),e quelle stesse di Napoli più lungi si estendevano di quel che si conosce, al pari di quelle di Siracusa. Poiché i Greci non ebbero i sepolcri nel recinto delle città, non è da maravigliare se altrimenti si vede nell’antica Siracusa, dove sono nel recinto di Acradina, come forse anche in quelli di Tiche, e di Neapoli, perché accrescendosi la popolazione e le fabbriche, i sepolcri dell’una rimanevano al di sotto dell’altra, e così quelli di Ortigia restarono nel mezzo di Acradina, come poi i sepolcri di questa nel recinto di Tica, e gli altri di questa città nel perimetro di Neapoli. E non potendosi per le fabbriche innalzate adoperare i sepolcri sottoposti, né altri costruirne, a quelli fu dato opera che in gran numero si veggono anche ne' contorni e fuori le mura (1523). Gran numero di schiavi, e per molti anni, ebbe ad adoperarsi per questi immensi scavi, e per la grande semplicità e l’eguaglianza che si nota negli onori rendati agli estinti, non par dubbio che furono aperti per lo più ne' floridi tempi e nell’autonomia della città. Dalle latomie ben diverse, servir non potevano a trarne pietre per fabbriche di edifizii, per non esserne le uscite né larghe né comode; furono sì bene scavate a solo uso di sepolcri, perché lavorate in varie epoche, e distribuite in tante diverse volte, in sì gran numero si osservano, che dì leggieri si reputano opera di un gran popolo, e per lunga serie di secoli (1524).
III. Ad Acradina verso il NO. univasi Tiche (ἡ Τύχη), ch’ebbe il nome da un antico tempio della dea di tal nome, o della Fortuna, e che se non dal tempo dell’espulsione di Trasibulo (01. LXXVIII, 4, a. G. C. 465), quando era già considerevole, gran numero di abitazioni conteneva almeno 50 anni dopo, nel tempo dell'assedio degli Ateniesi, in guisa che da Stefano Bizantino è ricordata come città distinta da Siracusa (1525). Certo è che fu popolosa ne' tempi successivi, meno non pertanto di Acradina, da cui formò i sobborghi (1526). Situata in luogo erto, ma piano, dalla muraglia di questa città era divisa ad oriente, a tramontana avea le campagne per le quali andavasi a Megara e Leontini, ad occidente era rivolta ad Epipole, ed a mezzodì a Neapoli. Popolata molto sin ne' tempi di Cicerone (1527), oltre di molti sacri edifizii, ebbe l’anzidetto tempio della Fortuna (Τυχεῖον), o piuttosto del Genio della città (1528), come nella nostra città di Napoli (1529), ed un amplissimo Ginnasio. Scomparsi da gran tempo i vestigi di tali edifizii, ignoto è dove sorgessero, sebbene un siracusano topografo in un sito ponga il Ginnasio (1530), dove difficile è il credere che sorgesse Tiche. Prima che l’Epipole fossero cinte di muraglie ebbe questa parte della città il suo muro all'occidente (1531), e quando Dionigi fortificò l’Epipole fu Tiche del pari cinta di mura e di torri al settentrione (1532). Dove la città principiava, e separavasi da Acradina, aveva una porta, della quale rimanendo i gradini scavati nella dura pietra, il nome di Scala Greca faceva rimanere al luogo, d’onde scendevasi al Porto de' Trogilii al settentrione. Un miglio distante eravene un’altra, nel sito detto dell’arco da un grande arco con un anello di bronzo di mirabil grandezza, che vi rimaneva al secolo XVI (1533). A questa seguivane un’altra con più aditi e ben fortificata, detta Hexapile, o le sei porte, dove inutili assalti fecero i Romani, né ebbero in lor potere questa specie di fortezza se non quando di notte ebbero scalata la torre Galeagra, che stava più ad oriente verso Acradina (1534). Oltre le quali porte di un’altra ancora si accennano i vestigi nella Scala della Targetta (1535), alla quale sembra che seguisse la piccola porta (πυλίδα) indicata da Tucidide nella parte occidentale (1536), e l’ultima al mezzodì sovrastante al Teatro, dalla parte di Neapoli (1537).
Ove fu Tiche ora non più si vede che una sterile spianata, in cui i vestigi della città antica si riducono a quelli del suolo che non si distrugge. La roccia vi è perforata da scavazioni più o meno considerevoli, che fanno parte di sepolcri, di cisterne, di bagni, di cloache, e di acquidotti, che si ramificano in guisa onde l’acqua non mancasse in nessuna delle quattro città. Non costrutti ad arcate come quelli de' Romani, passano a traverso della solida e dura calcarea, alcuni sotterra, altri a cielo scoverto, ed alimentano le graziose cascate di Galermi. Essendo il suolo di Tiche del tutto nudo, vi si osservano i vestigi delle case antiche, le quali erano piccole, e fabbricate sulla roccia senza fondamenta. Vi si ravvisa del pari la direzione delle non larghe strade, tra le quali molte ve ne sono in cui, come in quelle di Pompei, tuttavia si veggono le tracce delle rotaje (1538).
Al mezzodì di Tiche seguiva Neapoli) o la città nuova, per essere stata edificata l’ultima, nel periodo de' 60 anni, in cui durò il governo popolare dopo l’espulsione di Trasibulo. Come più notabili edifizii Cicerone ne ricorda particolarmente il Teatro massimo (1539), il più grande e magnifico, dice Diodoro, in tutta la Sicilia, al quale veniva dopo quello di Agirio (1540). A cagione della bella vista d’onde si scoprono i due porti, l’isola di Ortigia con tutta la parte bassa di Acradina, ed il fiume Anapo inoltre, co’ laghi, i colli ed il mare, fu piantato in questa alta parte laterale della città, in tempo sconosciuto, ma cominciato ad edificarsi probabilmente nel regno di Jerone I, sì celebrato per la protezione che accordò alle arti ed alle lettere (1541). Dal mimografo Sofrone di Siracusa sappiamo che fu mandato a compimento dall'architetto Democopo, il quale per avere in tale occasione sparso unguenti (μύρα) e profumi, fu soprannominato Mirilla (1542). Poiché a Sofrone successe nel dramma suo figlio Xenarco, il quale verso il 392 in uno de' suoi mimi satirizzava i Reggini, ch'erano in guerra col primo de' Dionigi (1543),il Teatro era ormai compiuto prima di tale epoca quando tuttavia vivo era Sofrone, e nel 406 a. G. C. già adoperavasi pe' pubblici spettacoli, perché Diodoro racconta che Dionigi ritornava dall’impresa di Gela nell’ora appunto in cui i cittadini dal teatro ritiravansi alle case dopo lo spettacolo (1544). Ma, sebbene fosse il più antico ed il più suntuoso teatro dell'isola, non erane nondimeno il più grande, perché il diametro di circa 160 piedi, di 48 piedi era minore di quello di Taormina (1545). Del perimetro interno di 531 piedi, di 45 piedi ed 8 pollici oltrepassa il perfetto semicerchio, talché somiglia ad un ferro di cavallo. Supponendosi a tre piani, divisi da vasti diazomi, o corridoi, il più elevato può credersi aggiunto in tempi posteriori, come nello stesso teatro di Atene, il quale, cominciato ad edificarsi dopo il 500 a. C., fu ampliato e decorato sino al 330 (1546). Al che appunto accennerebbe la differenza del numero de' sedili ne' diversi piani del teatro di Siracusa, perché l’ultimo avevane in maggior numero de' due altri, e quello di mezzo meno del più basso. Certo è che alcuni avanzi de' sedili più alti, scavati nella roccia, indicano ch'estendevasi sino alla strada che correva alla sinistra della sua sommità, lungo la quale scavate si veggono camere sepolcrali. Per otto scalette (vomitoria) convergenti al centro del proscenio, che rimangono in gran parte, passandosi su’ sedili comunicavasi da un piano all’altro. I gradini delle scalette hanno la metà dell’altezza de' sedili, e ciascuna ha un incavo per lo scolo delle acque. Da' larghi sedili, che rimangono in più della metà, e interamente nella parte inferiore presso la scena, 26 se ne contano dalla precinzione al piano dell'orchestra, 40 nell'ordine superiore, ben lavorati e col cavo nella viva pietra per allogarvi i piedi, meno i primi sei per i personaggi ragguardevoli (1547); così che si è creduto capace di 40mila spettatori, ed a supporlo anche di soli 24mila, come altri dicono, eguale sarebbe stato ai più grandi teatri dell’Eliade. Nella divisione inferiore eravi un ordine di sedili con un dosso più alto degli altri, e con tutti quelli sottoposti coverti di lastre marmoree, la cui scomparsa rendevali più bassi: il dosso alto è tra l'11.° e 12.° ordine di sedili, ed indica il termine de' sedili privilegiati. Eravi una sola precinzione, larga palmi 9, del perimetro di palmi 508, tra il 23.° e 24.° ordine de' sedili, sulla cui parte superiore sorgeva un muro o podio, dell’altezza di 5 palmi adorno di cornice; sotto di cui, tra le scale che dividono la cavea in 9 cunei, alcune iscrizioni si leggono in grandi lettere di 4 pollici, ciascuna in una sola linea. Due ne sono tuttavia intere, e tre conservano un bastante numero di lettere da renderne quasi certa la restituzione; né può dubitarsi che vi furono scolpite per dare il nome a più cunei superiori del teatro. Sul cuneo centrale si legge il nome di Giove Olimpio; il quarto a manca dello spettatore guardando dalla scena sembra che si denominasse dalla reale famiglia regnante quando le epigrafi furono scolpite ed il teatro abbellito forse ed ampliato, e quello alla dritta dalle deità protettrici. Cominciando dalla sinistra le iscrizioni si sono lette nel modo che segue:
Sul secondo cuneo, ΒΑΣΙΛΙΣΣΑΣ ΝΗΡΗΙΔΟΣ
Sul terzo, BΑΣΙΛΙΣΣΑΣ ΦΙΛΙΣΤΙΔΟΣ
Sul quarto, (Β) ΑΣΙΛ(ΕΟΣ ΙΕΡΩΙΝΟΣ
Sul quinto cuneo, o centrale, ΔΙ(°)Σ ΟΛΥΜ(ΠΙΟΥ)
Sul settimo, (Η) ΡΑΚΛ(ΕΟΣ ΕΥΦΡΟΝΙΟΥ)
É noto che Nereide, il cui nome si legge nel secondo cuneo, fu figliuola di Pirro re di Epiro, e sposata a Gelone, figlio di Jerone II, e madre di Jeronimo, successore di Jerone (1548). Coetanea di questa regina fu certamente Filistide, di cui si ha memoria nel terzo cuneo, e per la quale si è tanto disputato dagli archeologi; ma le opinioni ora si accordano nel supporla l’innominata figliuola di Leptine, moglie di Jerone II (1549), il quale per 54 anni a Siracusa ebbe dominio (1550). Di Filistide si ha pur memoria in alcune monete di argento, ricordate da un Lessicografo (1551), e senza ragione supposte apocrife da un geografo, che sostiene immaginata la stessa regina Filistide (1552). Per la quale congettura, che sembra anzi certezza, anziché a Gelone, è da riferire allo stesso Jerone II l’iscrizione mutila del quarto cuneo; né di spiegazione hanno uopo le due ultime, perché chiaramente indicano Giove Olimpio, ed Ercole Benevolo o Invitto (Κρατερόφρονος). I frammenti negli altri quattro cunei dimostrano del resto che del pari ebber nome da' numi e da' personaggi della regia famiglia; così che nel primo si è sopposto il nome di Gelone, nell'ottavo e nel nono i nomi di Apollo e Diana, o piuttosto nel 1.° e nel 9.° quelli de' numi presidi del Teatro (Bacco e Venere) (1553), rimanendo il 6.° e l'8.° a divinare molto difficili (1554). A’ quali nomi tutti corrispondevano quelli scritti sulle tessere d’entrata, in cui il nome cra identico a quello del cuneo, e la nota numerale a quella del sedile; essendo inoltre in ciascun cuneo accanto l’iscrizione eretta l’immagine del nume, o del regio personaggio già detti.
Per alcuni avanzi di fabbriche si è supposto che una galleria vi girasse intorno, la quale aveva forse un ordine architettonico con logge coverte (1555); ma distrutta interamente questa parte dell’edilizio, si distinguono soltanto i due angoli del proscenio, da' quali può misurarsene l’estensione. Posto del rimanente quasi al centro di tutta la grande città, e sopra un sito alquanto elevato, gli spettatori godevano della bella vista del mare coll’isola di Ortigia, del grande porto e delle amene campagne irrigate dall’Anapo con le rimanenti parti di Siracusa; ed anche nello stato di distruzione in cui ora si vede presenta tuttavia uno de' siti più belli a riguardare. Antichi acquidotti tante acque vi portano da dar moto a due molini, che sin dal 1576 si fabbricavano nella cavea e sopra i sedili. Le acque uscenti da più luoghi che vi formano vaghe cascate, gli alberi che vi crescono intorno, e i ruderi delle antiche costruzioni vi formano tal quadro che rapisce di ammirazione il viaggiatore, sopratutto se guarda a se d’intorno, il piano intero della città distrutta, il golfo e la città moderna, e più ancora se pensa ad un Gelone che nel teatro rassegnava la potestà a' cittadini (1556), se ricorda un Timoleone, il quale anche vecchio e cieco più volte vi fu condotto per dare salutevoli consigli a’ Siracusani (1557). Poiché in un antro scavato sopra il teatro solevano le greche tribù a' numi consecrare il tripode ottenuto in premio nel concorso della musica e della danza, e i nomi della tribù vincitrice, del Corago, e talvolta del poeta, autore de' versi, scolpivansi nell’antro stesso (1558), per tale usanza, anziché ad uso di sepolcro, credesi con verisimiglianza scavala ad arco nella viva pietra la grotta di Galermi, da cui scorre l’acqua che per un acquidoso conducevasi nella città nel secolo XV (1559).
Presso il teatro Jerone II eresse un altare della lunghezza di uno stadio (1560), e per uno scavo ivi fatto nel 1839 si è scoverto. Eretto sopra un gradino, era della lunghezza di circa 640 piedi, o di 33 piedi di più di uno stadio. Diodoro aggiunge che l'ampiezza e l’altezza ne erano proporzionate alla lunghezza; ma siccome non era più largo di circa 60 piedi inglesi, non ebbe certamente la solita proporzione degli altari, e non rassomigliava p. e. a quello di Giove in Olimpia, che consisteva in un quadrato di circa 80 piedi (1561). Né molto lontano dal Teatro ed a breve distanza dal mare si veggono i ruderi dell’Anfiteatro, ora noto col nome di Fossa de' granati per gli alberi di melogranato che piantavansi nell’arena. Tagliato in parte nella roccia, in parte costrutto di pietre, poiché appena ne rimane la parte inferiore, di tutto l’edilizio determinar non si possono le proporzioni. Se non che dal gran diametro dell’arena di 233 piedi, e dal piccolo di 132 può arguirsene la grandezza che di poco superava quello di Verona, ma più piccolo era di quello di Pompei. La più' parte de' gradini tagliavasi nella roccia, e dove questa mancava supplivasi con costruzioni nella parte orientale, la più deteriorata dell’edilizio. Tredici gradini, due grandi porte all’estremità del grande asse, otto porte che si aprivano nel muro del podio, un acquidotto ed un canale che attraversava l’arena, per iscaricare le acque piovane in una prossima piscina, alcuni corridoi ed una porta piccola, forse la Libitinaria, per la quale estraevansi i cadaveri de' gladiatori, sono gli avanzi che se ne veggono, 114 cunei in cui era diviso veggousi minorare in proporzione che si avvicinano alla semiellissi, il che non si osserva in altro edifizio simile. Sotto una delle porte scoprivasi la mutila iscrizione (ORDI)NI EOR. LOC., che indicava forse il sito dell'Ordine Equestre. Dalla non lontana strada sepolcrale si toglievano forse le pietre per adornarne il recinto del podio, perché tra le altre alcune se ne veggono colle iscrizioni: ALFANIV EPHIA. LOCVS STATILIS. XIPPI ALFIANIV... Poiché con un Senatoconsulto sotto Nerone fu accordato a Siracusa un numero maggiore di accoltellanti oltre il prescritto ne' giuochi gladiatorii, ed un fatto occorsovi narra Valerio Massimo (1562), dalla colonia romana ebbe ad essere costrutto, che Augusto spediva nella città (1563).
In vicinanza dell'Anfiteatro, e in un giardino detto della Falcona, per una gradinata scavata nella viva pietra si scende nelle Terme, consistenti in due sale a volta che mettono nella sala principale, lunga palmi 19, e larga palmi 11, a destra e sinistra della quale due altre camere vi sono, meno ampie e nel vivo sasso incavate come le precedenti. Curiosi musaici, notabili per la varietà e la vivacità de' colori, adornavano i muri e le volte di tali stanze, le quali altre ne avevano vicine, perché un altro sotterraneo ch'è nel fondo, ingombro nondimeno di terra, fa supporre ch’eravi un passaggio che comunicava con un piano inferiore (1564).
Furono inoltre in questa quarta parte della città due templi magnifici sacri a Cerere e Libera (1565), le cui feste celebravansi con grande solennità (1566). Teocrito accenna il primo presso la palude Lisimelia (1567), ora detta i Pantanelli, con cui confinava in fatti la città Neapoli; e sebbene non siavi certezza se debbasi attribuire a Gelone, il quale due grandi templi eresse a Cerere e Proserpina, debellati i Cartaginesi al fiume Imera (1568), ma senza sapersi dove propriamente, può supporsi nondimeno che quello. sia appunto, presso di cui poi cresceva la città di Neapoli (1569). Certo è che già eravi all’età del primo de' Dionigi, il quale molte matrone facendovi ragunare adorne de' più preziosi ornamenti, ne le spogliava col pretesto che comparsagli Cerere, tale malvagità gl’ingiungesse (1570). Fa celebre questo tempio per giuramenti inosservati, perché Agatocle vi giurava di non opporsi al governo popolare, e l’infranse (1571); vi giurava Callippo di non ordir mai insidie contro il suo amico Dione, e poi l’uccise (1572). l Cartaginesi che lo saccheggiarono nell’assedio del 395, attribuirono le calamità che poi soffrivano all’ira delle dee, così che per propiziarsele ne introdussero il culto a Cartagine (1573). Ed a questo tempio, come alle statue che vi si adoravano si riferisce la testimonianza di Polemone, il quale scriveva che la dea eravi nominata Sito (Σίτος), o Frumentaria, e che presso di essa vedevasi la statua d’Imalide, o Farinacea, come in quello di Delfo la statua di Ermuco, e nella città di Scolo della Beozia quelle di Megalarti e Megalomazo (1574), nomi che aveva la stessa Cerere in Siracusa, cioè la dea del gran pane (1575). Dal tempio di Libera, o Proserpina, Verre rapiva la bellissima testa di Aristeo (1576), nume benefico venerato molto nell’isola (1577); e se può dirsi che opera di Gelone fu il primo di questi templi, altrettanto è da dire del secondo. Ma, scomparsi entrambi, ne' primi tempi forse del Cristianesimo, non ne rimane più traccia, e suppor si possono su’ colli del SO., all’occidente del sacro bosco ài Apollo, per essere prima in un sito aperto, poi rinchiusi nelle mura di Neapoli (1578). Poiché del resto un solo tempio delle Tesmofore ricorda Plutarco, ed un solo Tesmoforio Ateneo attribuisce a Siracusa (1579), egli sembra che in uno stesso tempio le due dee erano adorate, e che un solo tempio ad esse sacro fosse nella città di Neapoli.
Sulla collina soprastante al teatro ed alle Latomie stava una colossale statua di Apollo Temenite, così detto dal bosco, o dall’agro ch'eragli sacro (τέμενος), come una collina simile ad altro nume era addetta nella Tracia presso i Triballi (1580). Tale statua, da Cicerone descritta come 'bellissima, era di così colossale grandezza, che Verre non potè rapirla (1581); ma fu poi in Roma trasferita da Tiberio per collocarla nella biblioteca del nuovo tempio che aveva fatto fondare in onore di Augusto (1582). Nella guerra ateniese i Siracusani racchiusero la collina nelle fortificazioni,di Neapoli, onde render difficile colla sua punta al settentrione l'assedio della città, ed a cagione della statua anche Temenite, o Τεμενίτης fu detta (1583), descritta da Stefano Bizantino come luogo particolare di Siracusa sotto l’Epipole (1584). Altrove ho detto che sobborghi ài Acradina furono in origine Neapoli e Tiche (1585), i qual per sottrarli a' nemici assalti furono a poco a poco fortificati ed alla città aggiunti. Perciò non riuscì agli Ateniesi d’impadronirsene, e nelle interne turbolenze avvenne spesso che da contrarii partiti si occupavano per combattersi a vicenda (1586). Ma il primo de' Dionigi l’Epipole racchiuse nella città, ed abbatté probabilmente le mura esterne di Neapoli e Tiche; perché, come Marcello con notturna sorpresa ebbe scalato le mura di Siracusa, le milizie situò tra queste due città, servendosi delle case come mura laterali del campo, e della strada come porta di uscita. Di alcuna muraglia non si parla, né di altra presa del Console, il quale contro Acradina rivolgeva poi le armi (1587).
Ricordano gli storici in questa parte della città le porte Menetidi (1588), le quali rivolte verso dell’Anapo, così dette furono, come sembra, dalla loro fermezza (da μενέω, maneo), così che difficilmente ceder potevano a' nemici assalti; ma scomparsi da gran tempo ne sono i vestigi. In direzione delle mura in cui aprivansi tali porte tuttavia rimane l’antica strada che conduceva al Teatro, e che con quella s’incontra, sulla quale erano le già dette porte Acragiane (1589). Incavata tutta nella viva pietra, si estende nella lunghezza di 480 palmi, ed è fiancheggiata da sepolcri, anche scavati nella roccia, e per nobili famiglie, in forma di camere,or quadrate, or rotonde, alcune irregolari, con fori ed incavi all'ingresso per tirarvi le porte, in cui scoprivansi frammenti di greche epigrafi. Notabile tra queste camere sepolcrali è quella che dicono Grotta della Spedaliera, ed in tutto il giro del Teatro altre ancora se ne veggono con colombarii ed edicole di particolare struttura, ma del tempo piuttosto de' Romani. Né di là molto lungi altre ve ne sono in sì gran numero, che davano il nome alla Strada delle grotte (1590), e tra queste fu il celebre sepolcro di Archimede, da Cicerone scoperto nel giro che faceva per l’isola allorché fu Questore della provincia Lilibetana, nel 74 a. G. C. (1591).
Distinguevansi tra questi sepolcri alcuni colombarii con edicole e prospetti di architettura dorica (1592), e più di tutti, un sepolcro marmoreo in forma di tempietto di architettura simile, che presso le Latomie di Neapoli scoprivasi nel principio del secolo XVII. Del sepolcro di un Ligdamo di Siracusa, di corpo gigantesco, e vincitore ne' giuochi olimpici, parla Pausania, e poiché presso le Latomie vedevasi appunto (1593), quello si credeva del celebre pancraziaste, profanato già a' dì di Solino, il quale scrive che senza midollo se ne trovavano le ossa (1594); ma sia di Ligdamo, o di altri, ora non più si vede dove rimaneva per tanti secoli, perché adoperavasi in parte per architrave nella porta della chiesa di S. Maria di Piedigrotta a molini di Galermi (1595).
Altre Latomie si veggono pure in questa parte della città, di quelle di Acradina non meno sorprendenti. Più notabile fra tutte è quella del Paradiso, così detta per la dilettevole verzura che intorno vi cresce, comeché quella de Cappuccini sia più pittoresca. Una grotta grandissima vi si apre in un lato, la quale sebben ripiena in gran parte nella sommità, si eleva nondimeno all'altezza di oltre 80 palmi, ed allargandosi nel principio 28, nella metà 66, e nel termine 20 palmi, si profonda nella lunghezza di 224 palmi (1596). Scarpellata regolarmente, le pareti se ne ravvicinano man mano per unirsi infine ad arco gotico. Un condotto aperto, incavato nella viva roccia, dal fondo della grotta si estende tortuosamente sino al vertice terminando in un piccolo corridojo, il quale mette in una stanzetta di 10 palmi in quadro, incavata del pari nella viva pietra (1597). Per la forma di questo condotto, una curva parabolica che termina in arco ellittico, singolari sono le proprietà acustiche della grotta. Un’aria musicale a due voci vi si udiva come cantata da quattro, con perfetta armonica concordanza (1598). Il menomo strepito che vi si faccia, si sente distintamente ripetersi sopratutto all'entrata, dove l’antro risuona e rimbomba meglio che altrove, e più che coll’eco colla sonorità di uno strumento (1599). Un colpo di pistola vi rintrona come quello di 20 cannoni, o di un tuono prolungato (1600), e terribile è il fischio che vi si ode per un solo frusto di carta che vi si laceri, e più meraviglioso ancora eravi il ripetersi delle invettive che con tutta forza un viaggiatore vi scagliava contro l'ombra di Dionigi (1601), a cui suolsi attribuire dalla popolare tradizione. E si narra che da due piccole aperture, l’una al di sopra dell’entrata dell’antro, a cui menava una gradinata ora impraticabile (1602), l'altra al suo vertice, avrebbe il tiranno di soppiatto udito i colloquii ed i lamenti delle sue vittime. A tale diceria davano credito alcuni pezzi di ferro, e certi anelli incavati nella stessa pietra, per legarvi chi in esso rinchiudevasi, ed il nome di Orecchio di Dionisio si vede prevalere nelle descrizioni della città agli altri di Grotta parlante, o della Favella per l'eco già detto, e di Piscidina per un antico serbatoio d’acqua anche scavato nella roccia (1603). Ma gli anelli, come ne' corridoi dell’Anfiteatro, in più grotte sepolcrali, nelle strade sotterranee sotto il castello Esapilo, e nella Latomia di S. Venera vi erano fatti da pastori e bettolieri, che gli uni dopo gli altri ebbero concessa la grotta ad uso di mandra e di osteria (1604), e che forse vi scavavano anche le numerose nicchie quadrate e rettangolari, il cui uso sinora non si è spiegato (1605); ea oltreché questa latomia è lontana dalla reggia di Dionigi nell'isola, in cui fu il carcere della città (1606), come udir potevasi e distinguere le parole in un luogo, ove parlando due persone le voci si riuniscono e rinforzano prodigiosamente per non produrre che uno strepito confuso ed inarticolato (1607)? Se l’antro inoltre è quasi simile ad un orecchio, anziché all’orecchio umano, somiglia a quello di un cavallo; e poiché la simile forma si osserva nella Latomia Cappuccini entrambe furono così scavate, sia per agevolare da giù in su l'estrazione delle pietre (1608), sia pel più facile lavoro quando scavavansi (1609). Il nome di Orecchio di Dionisio è molto posteriore all'età del Fazello, che non ne parla, né prima del secolo XVII credesi introdotto, quando alla singolare grotta applicavate il pittore Caravaggio (1610), che visitavala coll'antiquario Mirabella; il quale, se é da lodare per l’impegno d’illustrare la sua patria, non dava nondimeno nella sua opera grande pruova di diligenza, e per la sua facile credulità potè bene accreditare l’ipotesi del celebre artista. E benché altri questa latomia credesse scavata per accrescere la sonorità del teatro (1611), il che per la molta lontananza non è possibile, ed anche siavi chi supponga che essendo fatta dalla natura anziché dalla mano dell'uomo, si scavò poi meglio per aprirvi pel condotto già descritto un mezzo di comunicazione tra le due parti di Neapoli, l’una sul monte, l’altra nella valle ove si apre l’immensa caverna (1612), con più di certezza può nondimeno affermarsi che come le altre scavata a poco a poco per tagliarvi le pietre bisognevoli a costruire la grande città, il che si vede appunto dalla figura triangolare, perché con egual forza se ne sostenessero le pareti, se ne servisse poi Dionigi per rinchiudervi i rei di crimenlese giacché non vi essendo una latomia tanto orrida ed artificiosa quan to questa, può supporsi che ad uso di carcere si adoperasse, e che quello appunto fosse ricordato da Cicerone dove parla della tirannia di C. Verre ed attribuito a Dionigi (1613), del che darebbe indizio, oltre gli avanzi di antiche gradinato per discendervi scoperto in tre enormi macigni caduti innanzi la grotta, l’enorme masso di viva roccia lasciato artificiosamente nel mezzo in forma di una torre, e detta appunto la Torre di Dionisio, alta palmi 4 42, e del perimetro di palmi 132, alla cui sommità era una stanzino or diroccata, a cui salivasi per una scaletta, della quale scomparsi sono i vestigi (1614), e che fattavi si crede per le scolte che dì e notte vigilavano su gl’infelici che vi erano rinchiusi (1615). E benché siasi supposto che oltre di Dionigi e di Verre l’orribile grotta adoperassero gli stessi Siracusani per rinchiudervi i vinti Ateniesi, ciò solo può dirsi più probabilmente della Latomia de' Cappuccini, in cui la torre isolata anche si vede, e greche parole illeggibili si ritrovavano, frammenti forse di Sofocle o di Euripide, che per sollievo dell'animo qualche prigioniero incideva sulla roccia (1616). Ma che che vogliasi, un’altra Latomia è quella detta di Arcadino, ed anche del Romitello per un’edicola ora rovinata che un Romito custodiva, né per altro notabile che per un pozzo d’acqua dolce. Ed un’altra ve ne ha pure detta di S. Venera da una chiesa di tal nome, della quale rimangono appena i vestigi, con dentro una sorgente; e l’ultima ha nome di S. Niccolò, dalla piccola chiesa vicina, edificata da' tempi anteriori a' Normanni, perché Giordano, figliuol naturale del Conte Ruggiero, eravi sepolto nel 1091.
Presso le mura di Neapoli, salendosi verso la parte più alta di tutta la grande città, fu Sica (1617), villaggio, o borgata che Stefano Bizantino pone in generale in vicinanza di Siracusa (1618), ma che Tucidide ricorda propriamente presso l'Epipole (1619). Due dotti questo sobborgo confondevano con Tiche (1620), dimentichi che un altro dello stesso nome ve n'ebbe vicino Alessandria, ed un altro ancora nella Cilicia (1621), tra Arsinoe e Celenderi (1622), e che tutti avevano il nome dall'albero di un fico (aikh) presso il quale crebbero, non altrimenti dal porto di sotto il fico (ὑπὸ τῇ Συκῇ) della Propontide (1623). Questo sobborgo, prima diviso dalla città, veniva poi racchiuso nelle mura di Neapoli, e ad esso par che si appartenesse il tempio di Ercole, presso il quale gli Ateniesi ponevano gli alloggiamenti (1624), e che con un dotto topografo può supporsi sul pendio Ai Palazzelli, il più alto e più centrale ‘de' colli meridionali, dove tuttavia rimangono vestigi di fabbriche considerevoli; se pur non fu sili vertice dell’altra prossima collina detta Tremiglie, dove scoprivansi altri ruderi di edifizii, simili sfondamenti di un tempio (1625), e supposti della casa di Timoleone (1626). Sembra del resto che molte case magnifiche si elevassero alle pendici delle colline' meridionali, dalle vicinanze di Acradina sino alla collina di Eurialo, non altrimenti da quelle che già furono presso Agrigento, gli avanzi delle quali tuttavia attestano il gusto ammirevole degli Elleni nel situare i loro edifizii.
Da Neapoli e Tiche il suolo vieppiù s’innalza verso il NO., e prolungandosi sempre più in punta, termina in fine con rapido pendio. Da questo sito più elevato tutta vedeva Marcello distendersi alla sua vista la più bella città del suo tempo, i cui abitanti ne' quartieri più lontani non sapevano che i nemici ormai erano tra le mura (1627). Poiché si eleva non solo sulla circostante contrada, ma anche sulle quattro città descritte, ebbe il nome di Epipole (αἱ Ἐπιπολαὶ) nel numero del più (1628) per le diverse colline che vi si elevano, le quali per esser fuori delle città più vicine Tiche e Neapoli, dagli Ateniesi venivano occupate. A cagione perciò del pericolo che alla città soprastar poteva in altri nemici assalti, furon poi da Dionigi rinchiuse tra le fortificazioni (1629), e così rimase Siracusa da questa parte inaccessibile sì per l’erta elevazione, e sì ancora per la forte muraglia che vi fu eretta. E perché né di strade né di case è memoria in questa parte della città, e Marcello allogar vi poteva il suo esercito, Cicerone quattro sole parti a Siracusa attribuisce, tralasciando quest’ultima, che Strabone vi comprende (1630).
Non perché sevrasta ad uno spazioso mare, come alcuni hanno scritto, ma dalla forma della terra che sporge in punta (1631), la più elevata vetta di NO. nell’Epipole ebbe il nome di Eurialo nel dialetto dorico, cioè Latoclavo, o largo chiodo, (da εὐρυς ed ῆλος); la quale non essendo prima fortificata, gli Ateniesi se ne impadronirono senza che i Siracusani che abitavano la parte meridionale se ne avvedessero, e nel pendio settentrionale, nella direzione verso Megara, costruirono il castello Labdalo (1632). Sotto questo castello furon pure Latomie, le quali meno estese delle altre, e le ultime scavate, come prigioni e luoghi di lavori forzati servirono del pari al tempo di Dionigi il vecchio, che faceva rinchiudervi il poeta Filosseno, per essersi ardito di censurarne gli ampollosi poemi (1633). Ebano scrive ch'erano lunghe uno stadio, ottava parte di un miglio, e larghe due pletri, o circa 200 piedi. Alcuni sì lunga mente vi dimorarono, che vi presero moglie, e v’ebbero prole. Parecchi de' loro figliuoli, non avendo mai veduta città alcuna, quando per la prima volta andarono in Siracusa, vedendo i cavalli e i buoi aggiogati, con alte strida si diedero alla fuga; il quale fatto fa risovvenire il terrore e le false idee de' Messicani alla vista della piccola cavalleria di Cortez, ed è il miglior comentario della favola de’ Centauri, cavalieri peritissimi, metà uomini e metà cavalli, né altri,come vuole Suida che Amirei della Tessaglia (1634). La più bella di quelle cave, o spelonche, portò il nome di Filosseno, nella quale è fama che componesse il Ciclope, il più elegante de' suoi poemi, nulla stimando la condanna di Dionigi; ed anche alla musica si applicò in quel tempo della sua sciagura (1635).
Egli sembra che dopo la guerra ateniese questo castello fu diroccato, perché non più se ne parla, e che o non appartenne alle muraglie costrutte a settentrione, o situato era alla punta settentrionale, ove tuttavia sono vestigi di un castello (1636). Nell’assedio de' Romani all’opposto di bel nuovo si ricorda il dorico nome di Eurialo, non solo come punta erta, ma anche come importante castello difficile ad assalirsi, dal quale partiva una strada per la parte interna della Sicilia. Quest’ultima circostanza è favorevole all’opinione di coloro che situano tale fortezza nell’estrema punta meridionale dell’Epipole, ove il dolce pendio rendeva agevole di aprire una strada; e veramente ivi sono tuttavia grandi ruderi del
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(1) Eustath. ad Dionys. Perieg. ἐκ τοπικῶ καὶ πραγματικέ καὶ χρονικῶ καὶ γενεαλογικῶ.
(2) Homer. Odyss. X, 106 sqq.
(3) Tim. ap. Schol. Apolion. Rh. IV, 966. — Diod. Sic. V, 2,1 — Strab. VI, p. 265. — Virg. Æn. III, 440. — Ovid. Fast. IV, 419. — Cf. Euttalh. ad Dionys. Perieg. v. 467. —D’Orville, Sicula p. 164.
(4) Plin. H. N, V, 36. Pulcherrima et libera Rhodos. vocilata est ante a Ophiusa, Asteria, Aethrea, Trinacria.
(5) Ephor. Fragno. SO.
(6) Thucyd. VI, 1.
(7) Quintil. Inst. Orat. 1,9.
(8) Scylax, Peripl. n. 13.
(9) Posidon. ap. Strab. VI, p. 266.
(10) Timosth. ap. Agathem. Geogr. I, S. — Mailer, Suppl. aux demierts iditione des petits giographes p. 323.
(11) Strab. VI, p. 266. — Cf. Groskurd ibid.
(12) Plin. Hist. N. III, 14,1. Circuiti patene, ut auctor est Agrippa, DCXVIIIl, pass.
(13) Arancio, Guida statistica su la Sicilia e sue isole adjacenti. Palermo, 1844 in 4°.
(14) Lucret. I, 717. — Horat. Sat. II, 6, 85. — Plin. 111,8,14. — Solin. c. 11.
(15) Caca. B. G. V, 13.
(16) Quintil. 1, 6.
(17) De Luynes, Eludet Numismatiques, p. 84.
(18) Questo tipo notissimo delle tre gambe intorno di una testa, tra le quali una spiga per accennare alla fecondità del paese, s’incontra per lo più sulle monete di Panormo, del pari che, nife più di rado, su quelle di Siracusa, sulle monete coloniali di Agrigento, e de popoli Felini, oltre quella del Propretore d'Africa Clodio Maero, il quale tentava usurpare l'impero sotto Nerone e Galba (Tacit. Annoi. XVI, 92; Sucton. in Galb. XI), e che per dinotare l'isola per lui dichiaratasi faceva battere una medaglia coll epigrafe Sicilia, e l'emblema in quistione, che il lodato dotto nummologo (p. 97) sostiene del resto alludere ad Scale o Proserpina, a cui l’isola era sacra.
(19) H. A. Ha maker, Misceli. Phetnic p. 11 sqq. — Gesenius, Monum. Phanic. t. XXIII.
(20) Sil. Ital. XIV, 20 sqq.
(21) Oltre le testimonianze citate (t. III, p. 154) in proposito della città di Reggio, che dalla violenta separazione(ἀπὸ τὸ ῥα2ῆναι) prendeva il nome, vedi Virg. Æn. III, 414 seqq. Ovid. Metam. UN, 289; Sil. Ital. XIV, 11; Stat. Theb. III, 603; Val. Piace. 1, 589; Sallust. ap. Serv. ad Æn. 1. c. Seneca Quaest. Nat. VI, 29, 4. — Cf Gesner. ad Claudian. XXIII, 40.
(22) Diod. Sic. IV, 18. —Strab. I, p. 57.
(23) Eustath. ad Dionys. Perieg, 475.
(24) Thrasib. ap. Schol. Iliad. XVI, 233.
(25) H. Smith, The natural hist. of the human species, p. 72. Edimb. 1848.
(26) Buffon, Epoques de la Calure,
(27) Justin. IV, 1. —Plin. H. N. III, 14, 1. Quondam Bruito agro cohaerens, mox interfuso mari avulsa.
(28) Dolomieu, Vovage aux Ile de Li pari p. 134. — Mem. sur les tremblemens de la Calabre, Rome 1784.
(29) Philostr. Imag. II, 17.
(30) Strabone diceva (ap. Strab. I, p. 49) allungarsi sotto il mare una striscia di terra (ταινία τὶς ὑφαλος) dall’Europa alla Libia, la quale da Gibilterra a Ceuta 2000 anni addietro era forse tuttavia visibile.
(31) Micali, L'Italia av. il dominio de' Romani t. 1, p. 3.
(32) Fortis, Piaggi mineralogici per la Calabria e la Puglia.
(33) Valguamera, Dell’origine ed anthichità di Palermo p. 381 segg.
(34) Diod. Sic. IV, 85, 5. Ησίοδος δὲ ὁ ποιητής φησι σούναντίον ἀναπεπταμένου του πελάγους κ. λ. τ.
(35) Hist. Sic. I, 1, 3.
(36) Brocchi, iride (Gom, di Scienze per la Sicilia), n. V, Palermo 15 marzo 1822.
(37) Fasano, Saggio ggr. fis. sulla Calabria ulteriore; nelle Mem. dell'Accad. delle Scienze t. I, p. 266 segg.
(38) Bivona e Scinà, Rapporto tutte ossa fossili di Maredolce Della CERERE, 3 maggio 1830
(39) Gemmellaro, Effemeridi scietuif. e letter, per la Sicilia u. 78, marzo 1840.
(40) Andreossy, Essai sur le Bosphore p. 35. Paris 1818.
(41) A. de Quatrefages, Souvenirs d’un naturaliste nella REV. DES DEUX MONDES A. 1847, p. 120, 124-25.
(42) Né da' frammenti di Filisto, né da altro antico scrittore si raccoglie che di tal divisione fosse autore il detto storico, come scrive il Fazello (Hist. Sicil. l, 10, 1).
(43) Nelle carte del XIV e XV secolo questa parte dell’isola è indicata col titolo De Fiemorthus, pe' boschi di cui i diuturni dell’Etna sono stati sempre coperti. Anziché credersi il nome originario di Pai Demone, fu piuttosto una spiegazione di Demona quando della distrutta città di Demenna non più serbavasi ricordo. Ed è da lasciare al volgo l'opinione che si nominasse dall’ina, che colle eruzioni continue rinnovava ne' popoli intimiditi l'immagine dell’inferno, talché l'avrebbero detta paese, o Pai de De monti.
(44) Questa parola Pal, del tutto diversa dall'italiano Palle, significa nell'arabo idioma contrada, o paese.
(45) W. S. Von Waltershausen, Ueber die submarin. vulkanisch. Ausbrüche in d. ter. Tiär – Formation des Val di Noto p. 7. Gòttingen 1845.
(46) Spallanzani, Viaggi t. III, p. 133. — L’estremità del Peloro dalla seconda metà dello scorso secolo prolunga vasi oltre a 200 piedi, né altrimenti avveniva ne' secoli anteriori, perché le rovine della torre del Zani anteriore a quella del secolo XVI ora si veggono in un suolo coperto di vigneti.
(47) Hesiod. ap. Diod. Sic. IV, 83, S.
(48) Fu il luogo, in cui i Greci abitatori di Messina si esercitavano nelle varie specie di corse, come in altre città greche (V. Pausan. V, 8). Presso al Dromo ebbe ad esservi anche la palestra (Pausan. VI, 23), d’onde l'epigramma: Οὐτ' ἀπο ΜΕΣΣΑΝΑΣ οὐτ' Άργο δὲ εἰμὶ παλαιστής.
(49) Plin. H. Al, II) 101. Circa Messanam et Mylasfimo similia expuuntur in litus purgamenta: undefabula, Solis boves ibi stabulari,— Cf. Senec, Qu. Al. III, 26.
(50) Il Ferrara (I Campi Flegrei della Sicilia p. 21) conta sino a 72 il numero di tali miniere, di cui vedi le vicende nell'altra opera dello stesso naturalista (Storia naturale della Sicilia, p. 107 segg.).
(51) Si scavò a 3 miglia dalla spiaggia ne' colli di Rocca d lumiera, che ne prese il nome.
(52) Alcune di tali varietà, di cui se ne contano più di 150, si ammirano nelle colonne della R. Cappella di Caserta, nel famoso torso di Giove E leu te rio nel Museo del Principe di Biscari, e tutte ne’ monumenti dell’isola. Celebri sono i marmi di Trapani, Castronuovo e Taormina, della cui specie variegata fu fatta la pelvi di 5 metrete del bagno della famosa nave di Ge rone (Athen. V, 8).
(53) Ammoniti, turbiniti, belemniti, grifiti, ammassati da un pastume calcareo. AL tre specie in maggior numero ne descrive il De Savve, Voyage en Sicile, t. II, p. 149.
(54) Plin. H. X. XXVII, 10. Achates reperta primum in Sicilia juxta flumen ejusdem nominis.
(55) Si contano delle unc e degli altri oltre a 54 varietà, e nella vasta pianura di Catania abbondano in guisa da costruirne siepi agli olivi.
(56) Ferrara, I Campi Flegrei della Sicilia p. 26. — Per tutte le accennate formazioni vedi l’altra citata opera dello stesso geologo, p 19 segg., ed il ch. Gemmellaro, Atti dell’Accad, Gioen, t. X, p. 271 segg.
(57) Propriamente il nuovo pliocenico cui appartengono i depositi marini più recenti della Sicilia, come quelli dell'isola fischia e della Toscana (W. Buckland, La Geolog. et la Mineralog. dans leure rapp. avec la Theol. naturelle 1. 1, p. 69, trad par M. L. Dovère. Paris 1838).
(58) Collegno, Elementi di Geologia p. 217 seg.
(59) A tale formazione appartengono i bei marmi dell'isola, sì appariscenti per la vaghezza e la diversità de' colori, come quello di Trapani variegato di bianco, di rosso e verdognolo, impropriamente detto diaspro di Sicilia; il marmo giallo di Castro nuovo, il rossiccio con vene bianche di Agliastro, e quelli che si cavano presso Taormina, gialli, pavonazzi, bigi e persichini, listati da vene bianche, messi in opera nel duomo di Catania.
(60) Così detto dal borgo di tal nome edificato da' Saraceni.
(61) Simili pietre, notabili per la vaghezza decolori, ed atte a' lavori, s'incontrano nelle diramazioni de' monti Nebrodi, ove passano sotto il nome di agate, e sono in taluni siti accompagnate da un calcare di aspetto terroso e di color rosso vivo.
(62) Se ne attribuisce il nome a' Saraceni, i quali lo avrebbero detto Gibelgarin, o Gibelkrin, per essere prossimo alla città (Scinà, Topogr. di Palermo; Ann. p. 97).
(63) In una di tali grotte, presso una piccola valle alla sommità del monte e tra nude eminenze, verso il 1159 ritiravasi S. Rosalia. Non può idearsi un soggiorno di più desolata apparenza; ma assai bello è vedervi un raggio di sole fra edere e cespugli penetrare nella caverna convertita in tempio ed illuminare misteriosamente l’altare dorato e l'immagine della protettrice di Palermo.
(64) Brocchi, Sulle diverse formazioni di rocce della Sicilia nella Bibl. Ital. t. XIX e XXIII, p. 69 e 356 e segg. —Cf. F. Hoffmann, Geognostische Beobachtungen gesammelt auf einer Reise durch Italien und Sicilien. Berlin 1839.
(65) Gemmellaro, Sopra la fieonom. delle montagne della Sicilia negli Atti dell'ACAD. GIORNIA t. V, p. 79 segg.
(66) W. S. von Wallershausen, Mem. cit. p. 18. — Cf. Ferrara, Storia nat. della Sicilia, p. 63.
(67) Ferrara, I Campi Flegrei ecc. p. 29.
(68) Tondi, Ehm, di Orittognosia t. II.
(69) Collegno, Op. cit. p. 216.
(70) Xenophan. ap. Origen. Φιλοσοφουμένα, c. 14. – Cf. Brocchi, Mem. cit.
(71) W. S. von Waltershausen, Mem. cit, p. 16 seg.
(72) De Buch, Descript. des îles Canaries etc. p. 327. — Se lo zolfo di Sicilia è penetrato nelle marne dopo il loro deposito, poteva formarsi anche in terreni inferiori alle marne stesse, e però depositi di zolfo possono trovarsi anche ne' terreni cretacei (Collegno, Op. cit. p. 218).
(73) Moricand, Bibl. univ. de Genève, avril 1820. Cf. Gemmellaro, Atti dell'Accad. Gioen, t. X, p. 161 segg.
(74) Ferrara, I Campi Flegrei p. 32.
(75) Solin. cap, V, p. 98 ed. Panckoucke, Paris 1847.
(76) Colle autorità de! Berzelius e del Brewster cf. quella dell’Alessi, Sulla vera orig, del Succino negli Atti dell’ACCAD. Giornia t. VI, p. 18 segg., la quale alla fine ritorna a quella degli antichi, perché Plinio scrive: arbori succum prisci nostri credidere, ob id succìnum appellantes. — Cf. Hartmann, Succini hist. Frkf. 1677.
(77) Ferrara, Mem. sopra il lago Baftia. ecc. p. 80.
(78) Diod. Sic. V, 23. — Cf. Plin. H. N. XXVII, 11, 2; Grupen, Mare Balticum succinarium in Origg. Germ. p. 377 seg.
(79) De Reichenbach, Bull. Soc. Geol. t. IV, p. 176 segg.
(80) Per le polle di questo minerale presso Agrigento vedi Plinio (Hist. N. XXXV, 16), e Ps. Arist. De Adm. c. 109.
(81) Barnaba La Via, Atti dell’Acc. Gioenia t. VII, p. 133 segg. Cf. 1. 1, p. 304 seg.
(82) Tal nome dinota sconvolto, per esprimere gli effetti naturali del fenomeno che agitano il terreno dove esso avviene, e che i Greci avrebbero detto , d’onde ho congetturato nominato il Vulture (t. III, p. 663) per le analoghe cagioni vulcaniche.
(83) Solin. cap. V, p. 100 ed. cit. Idem agerAgrigentinus eructat limosas scaturigines, et ut venae venaefontium sufficiunt ripis subministrandis, ita in hac Siciliae parte solo numquam deficiente, aeterna rejectatiene terram terra evomit. —Cf. Dolomieu, Descr. du Volcan de Maccaluba nel nel VORAGE PITT di Saint Non t. IV, p. 383 segg.
(84) W. S. von Waltershausen, Mem. cit. p. 20. – Benché si disconvenga nel precisamente indicare tali vulcani, egli sembra nondimeno che principale fra tutti per le grandi correnti di lave sia stato quello di S. Venere, la più alta montagna di Val di Noto, di cui occupa il centro, ed anche di tutta l'isola dopo dell'Etna (Dolomieu, Sur les Volcans éteints du Val de Noto nel VOYAGE PITT, de Saint-Non t. IV, p. 468 segg. ). Per lo più coverta di nubi ne è l'alta vetta, ed ha tutta la metà superiore vulcanica, l'inferiore calcarea. Tra i nove centri vulcanici distinti dal Gemmellaro (Atti dell'Accad. Gioenia, t. III, p. 220 segg.), il più grandioso sarebbe stato il contorno di Vizzini, dopo del quale dovrebbesi considerare quello di Militello e Palagonia, oltre gli altri di Merineo, Buccheri, Monte Lauro e Sortino. Ma più facili a riconoscere sono quelli di Monte Lauro e di S. Giorgio.
(85) Perchè, come osservava il Dolomieu, mescolavano i loro prodotti con quelli del mare, cioè il calcareo marino conchiglifero, e non può supporsi un'alternativa di disseccamenti e di alluvioni, la quale sarebbe necessaria se questi vulcani non avessero bruciato in mezzo del mare. – Cf. W. S. von Waltershausen, Mem. cit. p. 21.
(86) Diod. Sic. V, 6, 3. Επἔτη δέ πλείω τοῦ πυρὸς ἐπίνεμομένου πολλὴ χώραν, φοβηθέντες τὰμὲν πρὸς ἕω κεκλιμένα τῆς Σικελίας ἐξέλιπον, εἰς δὲ τὰπρὸς δυσμάς νεύονταμετώκησαν. – Cf. Gemmellaro, Atti dell'Accad. Gioenia t. III, p. 218, 228 seg.
(87) Hoffmann, Karstens Archiv. B. III, Berlin 1831. – B. XII, Berlin 1839.
(88) S. W. von Waltershausen, Mem, cit. p. 43 seg.
(89) S. W. von Waltershausen, Mem. cit. p. 45 segg.
(90) L’immensa copia di conchiglie nel Val dì Calema presso Militello stupisce l’osservatore, ed il Waltershausen (Mem. cit. p. 24) ricorda non aver mai veduto una formazione simile prodotta da una sommersa creazione.
(91) Ferrara, I Campi Flegrei della Sicilia p. 369 segg. —Cf. Sema, Topografia di Palermo p. 63 segg.
(92)Democrit. ap. Aristot. Meteor. II, 3. (Opp. ed. Bekker 1, p. 356 ἐμυθολόλησεν (Δημόκριτος) ὡς δις μὲν ἡ Χάρυβδιςαναρροφήσασα τὸ μὲν πρῶτον τὰὄρη ἐποίησε φανερά, τὸ δὲ δευτερον τας νήσους.
(93) Glauc. Rheg. et Apollodor. Cyz. ap. Diog. Lacrt. IX, 38. —Cf. Mullach, Democrit. Opp. Fragm. p. 51 sqj Beroì. 1813.
(94) Vedi il bel discorso che Ovidio (Metam. XV, 234 sqq.) mette in bocca a Pitagora.
(95) Homer. Odyss. M, 73 sqq.
(96) Virg. Æn. III, 699. Hinc alias cautes projectaque saxa Pachyni.
(97) Stratone ap. Strab. 1, p. 49. — Cf. Choiseul-Gouflìcr, Sur l'orig. du Bosphore de Thrace; Mem. de l’Institut, t. 11, p. 486 segg.
(98)Dopo la dotta dissertazione di Th. H. Martin (Ètudes sur le Timée de Platon, 1. 1, p. 257-332), il quale dimostra favolosa la tradizione di Platone, e dopo la opinione del Daumer (Der Feuer und Molochdienst App. III, Aegvptcn in America p. 259), che la riferisce ai continente dell'America, altro autore non conosco che ne sostenga la probabilità oltre di F. Klee nel le sue Consid. gèologiques et historiques p. 228 segg. Paris 1847).
(99) Ferrara, I Campi Flegrei della Sicilia p. 351. — Cf. Kant, Geografia fisica t. III, p. 147; 11,212 segg. —Alessi, Atti dell'Accad. Gioenia t. VII, p. 239.
(100) L'opinione simile Trogo Pompeo attribuiva sugli Sciti (Justin. II, 1), e degne di osservazione sono le spiegazioni che ad un proconsolo romano in Africa dava un Cristiano, il quale col fuoco centrale dava ragione delle acque termali e delle eruzioni deli 'Etna e del Vesuvio (Ada Sondar, Bolland Vita S. Patrit., 28 aprile).
(101) Strab. I, p. 54. —E perché novissimo non si creda il sistema de' sollevamenti ora ammesso da tutti i geologi, è da ricordare che il Maurolico all'opinione dell’essere stata l'isola formata da un gran cataclisma aggiunge l’altra di essere per violenza dei fuoco emersa dalle acque: sive cum non extaret, evaporantis ignis violentia tumescentem emersisse, (Sicular. rer. Comp. inprinc.)
(102) Ferrara, Op. cit. p. 390—Forse dopo il celebre diluvio di Ogige, che avveniva nella Grecia 1020 anni avanti la I Olimpiade (Jul. Afric. ap. Euseb. Praep. Evang. X, 10), e però 1796 anni prima dell’era cristiana, tanto più perché quel diluvio si è creduto cagionato da una Cometa, la quale un grande cataclisma avrebbe prodotto nella Terra come nel pianeta di Venere, col quale confondevasi nella curiosa ed importante memoria che ne serbava Castore di Rodi (ap. S. August. De Civ. Dei XXI, 8, 2)Tale Cometa altra non sarebbe che quella del 1680, più volte ricomparsa dopo il periodo di 573 anni (nel 1106, nel 531, e nel 43 a, G. C., anno delta morte di Cesare), e rileva molto l'osservare che se si contano da quest’ultima epoca altri tre eguali periodi, o 1723 anni e 2 mesi, si avrà la metà dell’anno 1767 a. G. C. pel tempo della più antica apparizione di tale Cometa, che coll’epoca presso a poco coincide che gli antichi Cronologisti assegnavano al diluvio di Ogige (Freret, Reflex, sur un ancien phenomène celeste, observé au temps cTOgvgès, nelle Mém. de l’Acad. d. Inscr. t. X, p. 357; Oeuvres, t. XVI, p. 301).
(103) S. W. von Waltershausen, Mem. cit. p 51.
(104) Ferrara, Op. cit. p. 401.
(105) Vedi Alessi, Atti dell’Accad. Gioenia 1. 1, p. 132; t. VI, p. 20 segg.
(106) Alessi, Sulle osta fossili ritrovate in ogni tempo in Sicilia ecc. negli Atti cit, t, VII, p. 199 segg.
(107) Nella vastissima pianura terziaria bagnata dal Sutley tra le gole dell'Himalaya e del Kouenlun il Cap. Strachey di recente ha scoperti avanzi fossili di elefante e rinoceronte all’elevazione tra i 14,000 o 15,000 piedi sul livello del mare (Athenaeum, July 1852, p. 777). —Cf. Link, Le Monde primitif t. I, p. 4186.
(108) Il Pentland ch'esaminava gli ossami fossili del monte Beliemi, con quelli di un elefante e di un ippopotomo vi riconosceva gli altri di un bove, di un orso e di una capra.
(109) Megasth. ap. Plin. H. N. VI, 24.
(110) Grandi ossami simili a quelli scoverti nella Sicilia gli antichi attribuivano ai giganti, o agli eroi favolosi. Credevasi cosi di essersi scoverto il corpo di Oronte (Pausan. VIII, 29,4) e di Gerione, o di Ilio figliuolo della Terra (Id. I, 35, 8) con gli altri ancora di Oreste di sette cubiti (Herodot. I, 67), e di Ajace di undici cubiti più moderatamente degli Arabi di Djeddah, che una statura più che gigantesca di 40 cubiti attribuiscono ad Eva, di cui credono di possedere il sepolcro (E. Combe, Voyage en Egypte ecc. t. Il, p. 362; Paris 1846). Cadaveri di straordinaria grandezza nella grotta di Diana nella Dalmazia, o venuti fuori dalle viscere della terra nel memorabile tremuoto al tempo di Tiberio ricorda anche FI ego ne Tralliano (De Mirabb. 12, 14). Di ossami di animali stragrandi col nome di Neadi scriveva anche Euforico? (ap. Ælian. Hist. anim. XVII, 28), così feroci e terribili, che la terra si sarebbe squarciata al solo lor grido. Ma più giudizioso da vasi a conoscere Svetonio, il quale anziché a giganti, a grandi animali attribuiva quelli che scovrivansi nell’isola di Capri (V. 1. 11, p. 451). E senza dire di altri travamenti simili, basta dire delle ossa fossili di elefante scoverte nel Vivarese presso Terrea, riviera dell’Ardeche, attribuite al preteso gigante e tiranno di quella contrada Teatoboco, il quale vedevasi dipinto nel chiostro de' Giacobiti di Valenza (Echo du Monde savant, 12 janv. 1845), e che fu immaginato dal nome del duce di Cimbri vinti da Mario (Eutrop. V. in princ.) alle Acque Sestie (Aix nella Provenza). Per quelli scoverti nella Sicilia, già creduti di veri Giganti, vedi Auria (Sicilia inventrice p. 91 segg.). Veggasi del resto Schott, Physica curiosa III, 8, 1 sqq., J. Cassanione, De Gigantibus eorumque reliquiis, Spirae 1587, ed H. Henry Christmas, The Cradle of the Twin Giants, Science and history. Lond. Bentley 1850, il quale dimostra che gli avanzi di specie di animali perduti facevano nascere le favolose tradizioni su' Giganti.
(111) I fonti con sali di magnesia serbano nell’isola il nome di Bojuto, con che si distinguevano dagli Arabi per la loro qualità purgante (Ferrara, I Campi Flegrei, p. 38).
(112) Diod. Sic. V, 3,4.
(113) Solin. V, p. 98 ed. Panck. —Cf. Ferrara, I Campi Flegrei, p. 41.
(114) È una assai calda e solforosa, un’altra purgante, un'altra limpida e buona da bere, ed un'altra calda e salsa, satura di un glutine calcareo.
(115) Diod. IV, 79, 2. —Cf Ferrara, Op. cit. p. 42.
(116) Ebbe i nomi rivali e diversi di Nerita, Ferdinanda, Hotham, Graham, Corrao, Sciacca e Giulia, e può vedersene la descrizione con tutti i fenomeni che l'accompagnarono nella Mem. di C. Prevost, Ann. des Se. Nat. t. XXIV. — Cf. Lyell, Principi, of Geology p. 414 segg. London 1847.
(117) Ferrara, Op. cit. p. 51 seg.
(118) Ecateo (Fragm 341) dice che la vite nascesse la prima volta nell'Etolia, e Teopompo (Fragm. 155)da vale i n vece per patria primitiva Olimpia presso lAlfeo; ma più al vero accostavasi forse la tradizione serbata da Ellanico (Fragm. 155), per la quale volgasi nata in vece presso Plintine città dell’Egitto, dove prima che nella Grecia si diede opera alla coltivazione del grano e della vite. Rinomato del resto ai tempi di Strabone (XVII, p. 1150) era il vino Mareotico, che producevasi presso il lago Marea vicino della città di Plintine,
(119) Plin. H. IV. XXV, 15 — Cf. Varro, De R. R, 1,44.
(120) Fazello, De reb. Siculi 1,4.
(121) Strab. VI, p. 273, σίτῳ δὲ καὶ μέλιτι καὶ κρόκῳ καὶ ἄλλοις τισὶ κἄν ἀμείνω τις φαίη.
(122) Solin. V, p. 96 ed. Panck. Quidquid Sicilia gignit, sive soli, sive hominis ingenio, proximum esthis, quae optima judicantur.
(123) Silio Italico (XIV, 204) e Stefano Bizantino (v. Ινυκτον) celebravano i vini di Entella e d'Inico, e per quelli di Mamerto (Messina) e di Taormina vedi Plinio (H. N. XIV, 9) ed Ateneo (1,24). Polio Argivo avrebbe portato nell’isola la vite produttrice del celebre vino polio, sì pregiato da’ Siracusani (Ælian. V. H. XII, 31); e ricca oltremodo di svariatissime specie di uve è anche oggidì la Sicilia, in proposito di che per quelle sole intorno dell'Ælian. vedi il Vertunno Etneo dell’Ab. G. Geremia (Atti dell’Accad. Gioenia t. X, p. 201 segg., t XI. p. 313 sgg., t. XIV, p. 240 sgg., il quale ne annovera non meno di 68 varietà.
(124) Varro, De R. R. III, 16—Cf. Brocchi, Sui Colli Iblei (Mem. su la Sicil. 1. 1, p. 131).
(125) Ferrara, I Campi Flegrei p. 412 sgg. Gemmellaro, Atti dell'Accad. Gioen, t. XIV, p. 76.
(126) Diod. Sic. V, 4. πρῶτοι (Σικανοι) τῆς εὑρέσεως τοῦ σιτου μεταλαβόντες. – Si è creduto che la tradizione mitica, la quale pose nella valle dell'ina l’origine dell'agricoltura, impero di Cerere, non altrimenti nacque che dalla metamorfosi dell’Egylops ovata, pianta selvaggia, dalla quale a forza di seminarne i grani provenne il grano coltivato; ma questa pianta graminacea è pur comune al mezzodì dell’Europa, e da altre contrade più lontane, come dimostrano i Cerere e Trittolemo, passava nell'Attica, nell'Italia e nella Sicilia (Vedi Dict. class. des Sciences nat. t. I, p.122. – Cf. Link, Le Monde primitif. II, p. 319 sgg.
(127) Diod. Sic. V, 4. —Id. IV,82,6. — Pausan. X, 17, 3. Il mito di Aristeo par che si formasse in origine nell'Arcadia, dove secondo Giustino (XIII, 7) regnò ampiamente, ed è perciò detto magister arcadia da Virgilio (Georg. IV, 283). — Cf. Apollon. Bh. II, 600 sqq. E dall’isola di Sardegna, dove giungeva una colonia di Arcadi o Pelasgi, la quale da Aristeo appunto volevasi condotta (Pausan. X, 17, 3), e che vi fondava la città di Olbia col nome di quella dell’arcadia (Raoul-Rochctte, Misi. des Col. Gr, t. II, p. 258), il mito ne passò nella Sicilia.
(128) Homer. Odyss. A, 106 sqq.; M,127 sqq. —. Riferisco la comune opinione, ben che altrimenti si avvisi G. Spohn (Comm. de extr. Odyss. parte, p. 80, nota 38), il quale accennava voler dimostrare la Trinacia di Omero, celebre pe buoi del Sole, non essere la Sicilia, sì bene un’isola diversa; e siccome Trinacia pur nominavasi l’isola di Rodi, cd una delle isole a quella vicine dicevasi Ciclopide (Plin. V, 36, 2), per la vicinanza appunto di tale isola, il citalo critico pensava forse a Rodi, Pareggi simili del resto sacri al Sole nell'agro di Apollonia presso un tempio forse dedicato al nume alla sponda del fiume che scende dal monte Lacmo (Herod. IX, 93) Conon. Narr. 30) credeva il Mùller (Introd. to a scient. syst. of Myth. p 303; Cf. Dor. 1, 436) che da Epiro ne passasse la leggenda in un più lontano paese.
(129) Cic. In Verr. II.—Strab. VI, p. 273.
(130) Stat. Silv. 1, 6, 15.Et quas percoquit Ebosia cannas. Cf. Salmas. ad Solin. p. 938.
(131) Alberti, Descriz, dell'Italia p. 182 seg.—Barri, De antiq. et situ Calabriae pp. 162, 167, 193, ed. Neap. 1735.—Mazzella, Descr, del R. di Nap. p. 96.
(132) I Ciclopi, di cui parla Esiodo (Theo gon. v. 139 sqq.), simili ai Numi, super bi, dotati di gran forza e di varie arti conoscitori, mi sembrano di un concetto posteriore a quello di Omero.
(133) Eurip. Cyclop. v. 315 sqq.
(134) Virg. Æn. 111, 614 sqq.
(135) Ovid. Metani. 1, fab. 3. — Juven. Sat. VI.
(136) Strab. XI, p 502.
(137) Plat De Leg. III, in princ. Homer. Odyss. IX, 181 sqq., N. XX, 216; XI, 166.
(138) G. Vico, Opere, Napoli 1834, t. I, p. 140,234 segg.
(139) Philostr. Imag. II, 19. — A cagione forse della loro barbarie si dicerano distrutti da fulmini, da' tremuoti, e dalla peste (Pausan. IX, 36, 3.)
(140) A. P. Stanley Classical Muteum 1. 1, p. 21.
(141) Bronte (Βρόντης) il tuono, Sterope (Στερόπης) l’oscuramento, Arge ('Αργης) il lampo. Sul nome de Ciclopi in generalela cui etimologia risale ad Esiodo (v. 144 sq.) cf. Eustath. ad Odyst. I, 69; Stura ad Empedocl. Fragni. 621. — Una doppia spiegazione allegorica dei ciclope Polifemo, come è figurato nell'Odissea, trovasi nello stesso Eustazio (ad Odyss. p. 1392), ed in Niceforo Gregora (De Erroribus Ulyxis c. 2).
(142) F. Nork, Pop. Myth. E. T. p. 195.
(143) Strab. I, p. 21.
(144) Eurip. Cicl. 78.
(145) Lycophr. Alex. 658. Callim, Hymn. in Dian. 53.
(146) Strab. I, p. 21. — Cf. Herod. IV, 13, 14. Pausati. I, 24, 6. Damast. ap. Steph. B. Β. ν. Υπερβόρεοι.
(147) Hüllmann, De Cercop. atq. Cyclopibus. Col. ad Rhen. 1826, p. 8. — Dopo la riferita spiegazione il citato scrittore conchiude: En, Cyclopum oculus mythicus.
(148) Strab. XI, p. 508.
(149) Id. XIII, p. 586—Dionys. Perieg. II, p. 747.
(150) Schol. Apollon. Mh. II, 2. Plutarch. De virtut. mulier.
(151) Dionys. Hai 1, 46, 54. — Lycophr. Alex. v. 516, 1305, 1474. Perché abitavano le dette contrade, Tetze (Chil. I, v. 840) Βεβρυκίαν θαλασσαν nominava la Propontide.
(152) ΜΙΛΗΤΟΝ ΒΕΒΡΙΚΩΝ ΕΚ ΣΙΚΕ ΛΙΑΣ ΕΡΑΤΟ (Spon, Miscell, erud. antiq. p. 49).
(153) Valer. Flacc. IV, 100.
(154) Strab. VIII, p. 373.
(155) Schol. ad Euripid. Orest. v. 953. Il paese detto Curetide si può intendere l’isola di Creta, o l’Etolia,—Cf. Eustach. ad Homer. Iliad. I, p. 771.
(156) Schol. ad Euripid. I. c.
(157) Apollod 11, 2, 1. —Pausan. Il 16, 4. — Eustath. ad Hom. 11, B, p. 286. —Cf. Strab. VIII, p. 373.
(158) Arrian. Fragm. 50 in Hist. Gr. Fragm. t. III, p. 026.
(159) Scymn. Ch. Perieg. v. 201. Steph. Byz. ν. Βεβρικωνεθνη. —Dion. Cass. Fragm. VI, ap. Tzetz. ad Lycophr. p. 91.
(160) Hygin. Fab. XIV.
(161) Valguarnera, Dell'orig. ed antìch. di Palermo p. 163 segg.
(162) Strab. VIII, p. 373. —Pausan. Il, 16, VII, 25, 5.
(163) Raoul-Rochette, Mem. D’archeologie comparèe nelle Mem. dell’Instituto di Francia t. XVII, p. 5974.
(164) Vedi t. I, p. 481 seg.
(165) Strab. 1, 20 — Plin. R. N. III, 14, 3. —Sil. Ital. XIV, 125 sq. — Didym. in Odyss. x, 119. —Suid. Κενταυρικῶς. — Tzetz. ad Lycophr, v. 662 sqq et ib. Bachmann.
(166) Thucyd. VI, 4, 5.
(167) Il primo a sostenere tale opinione era forse Eustazio, il quale poneva i Lotofagi ne' contorni di Agrigento (Ad Odee. IX, 83, p. 1616).
(168) Homer. Odyss. XXIII, 310 sq.
(169) Id. 11. B, 844 16.
(170) Herod. VII, 59, 108. —Plin. IV, 18. 4. —Cf. Mannert, Geogr. VII, p. 39.
(171) P. Mela, II, 2, ed. Fradin t. Il, p. 45.
(172) Herod. IV, 177 — Scylax, Peripl. Λοτέφαλοι. — Pel frutto del loto, di cui questi popoli si cibavano, vedi lo stesso Erodoto, II, 92, e l'importante frammento di Polibio conservatoci da Ateneo (XIV, 18.), oltre alla dotta descrizione che davane il viaggiatore Shaw, Travels p. 225 sqq.
(173) Strab. XVII, p. 206.
(174) Herm. Schlichthorst, Geograph. Homers p. 160. — Cf. Polyb. XXIV, 3, 12.
(175)Agathem. Geograph. 1, S. Eustath. ad Dionys. Perieg. v. 206. — Steph Byz, v. Λοτόφαγος et ibi Berkel. p. 524. — Voss. ad Melam 1,7.
(176) Della Cella, Viaggi p. 151. — Cf. Ritter, Geograph. comparèe t. III, p. 245.
(177) Homer. Odyss. VI, 4 sqq.
(178) Didym. in Homer. 1. c. Υπέρεια, οἱ μεν ἐν Σικελία Καμαρίναν. —Eustath. ibid. την δε Τπέρειαν πόλιν Σικελίας τινές φασιτὴν ύςερον Καμαρίναν.
(179) Bochart, Geogr. Sacr. p. 549.
(180) Cluver. Sicil. antiq. pp. 241,529 531.
(181) Nel Giornale il Processo, Quad LX, A. 1841, p. 208 sgg.
(182) Odyss. IX, 125.
(183) Hesych. v. Υπέρεια. –Strab. IX, p. 432. – Steph. Βyz. v. Υπηρησία.
(184) Apollon. Rh. Argonaut. IV, 522-51.
(185) Scymn. Ch. v. 404. 401. Εξης δὲ μεγάλη χερσόνησος Υλλικέ.–Cf. Scylax, Peripl. XXII, p. 248 ed Gail. Steph. Byz. ν. Υλλεῖς.–Plin. III, 26, 1.
(186) C. Koliades, Ulysse Homere, ou du véritable auteur de l'Iliade et de l'Odyssée, p. 84 seg. Paris, 1829 in fol.
(187) Strab. IX, p. 439.-Schol. Pindar. Pyt. IV, 220.
(188) Vedi anche Pouqueville, Voyage de la Grèce t. III, p. 393.
(189) Sophocl. Fragm. 429,809 ed. Didot.
(190) Strab. IX, p. 431.
(191) Vedi Gèoraphie de Strabon t. III, Éclairciss. LXIX, p. 254 sgg.
(192) Vedi p. 34.
(193) Strab. 1, p. 42.
(194) Timaei Fragm. 2. — Diod. Sic. V, 6,1. — Demetr. Calat. ap. Schol. Theocr. ad Idyll. I.
(195) Thucyd. VI, 2.
(196) Philist. Fragni. 3,Ephor. ap. Strab. VI,p. 270.
(197) Hecat. Fragm, 15.
(198) Steph. Β. ν. Δηρά, et Σικάνη — Cf. Avien. Ora marit. 469, 479 sq.
(199) Strab. III, p. 158.
(200) Gli Aquilani, dice Strabone (IV, 176) si nella lingua, e si nell'aspetto rassomigliano agl'Iberi.
(201) Scylax, Peripl. 3. Strab. III,p. 166. Avien. Ora marit, 608.
(202) G. F. Grotefend, Zur Geogr. u. Gesch. v. Alt Italien 2. Heft, § 5; 4. Heft, § 5. —Cf. Diefenbach, Celtica II, p. 27, segg. Stuttgart 1840.
(203) W. v. Humboldt, Urbew. Hispaniens, p. 179. — Edward, Rech. sur les langues celtiques p. 128, 491, 538.
(204) A. B., Ancient Iberian population, (Atheneum, A. 1850, sept. p. 975).
(205) Quaest. Hebr. in Genesim, ed. Vero D. 1735, t. II, p. 312. —E molto probabile che in coloro che attribuivano un’origine italica Iberi volle indicare Servio, il quale leggeva le Origini di Catone.
(206) Plin. H. N. XXVII, 2.
(207) Eratosth. ap. Strab. If, p. 92,108 — Cf. Suid. ν. Λιγυσικὸν πέλαγος. –Cf. v. Αθέατος.
(208) Sen. Cons. ad Elvid. 8. —Pausan. X, 17,4—Eustath. in Dionys, Perieg 458.
(209) Diod. Sic. V, 6. — Serv. ad Æn. 1, 557.
(210) Strab. XI, p. 502.
(211) Id. XI, p. 500. —Plin. H N. VI, 11.
(212) Dionys. Hal. XIV, 3. — Eustath. in Dionys. Perieg. 282.
(213) Per tali usanze, come per l'origine dì tali popoli vedi la dotta opera di Augusto Knobel (Die Volkertafel der Genesis, p. 10917, Giessen 1830), ch’io spero poter riprodurre tradotta.
(214) Jos. v. Gòrres, Die Volkertafel der Pentateuch, p. 130. —Cf. Megasth. ap. Euseb. Praep. Ev. IX, 41.
(215) Virg. Æn. III, 167. —Cf. Serv. ibid.
(216) Strab. 1, p. 42. — Dionys. Perieg. v. 697.
(217) Varro ap. Plin. H. N. III, 3,3. — Appian. Mithrid, 101.
(218) Dionys. Hai. Archeol. R. 1,9, 22.
(219) Virg. Æn. VII, 795. Rutuli, veleresque Sicani; VIII, 328. Tunc manus Ausoniae, et gentes venereSicanae; XI, 317. Finis super usque Sicanos.-Serv. ibid. Usque adfines Sicanos, quos Siculi aliquandotenuerunt, id est, usque ad ea loca, in quibus nunc Roma est; haec enim Siculi habitaverunt.
(220) Scylax, Penp. 13. Strab. VI, p. 270.
(221) Niebuhr, Hist. R. t. 1, p. 156 nota 508, ed. Bruxelles.
(222) Aug. Knobel, Die Volkertafel der Genesis, p. 112.
(223) Il Mazocchi (Spicileg. Bibl. p. 254) credè che fossero Cilici.
(224) Fest. v. Maior Gruccia) p. 134, ed. Muller.
(225) Niebuhr, Hist. R. t. I, p. 45, 54.
(226) Antiqq. Rom. 1,1.
(227) Timag. ap. Ammian. Marcell. XV, 9.
(228) L. Petit-Radel, Sur les origines des plus anciennes villes de l'Espagne. Mem. de l'Acad. des Inscr. et Belles-Lettres, t. VI, p. 330. Paris 1822.
(229) Hesych. v. Σικελία.
(230) Nigidio ap. Schol. German. inter Astronom, vett. p. 118, et ap. Fabric. Bibl. gr. t. 11, p. 457.
(231) Hellanic. ap. Schol. Pindar. Olymp. IX, 64.
(232) Andron, ap. Schol. Apollon. Rhod. II, 713. — Ovid. Metam. I, 317 — Etym. Μ. ν. Παρνασσός–Lucian. De Sallat. $XXXIX. — Serv. ad Eclog. VI, 41.
(233) Hygin. Fab. CLIII
(234) Schol. Plat. ed. Ruhuken. p. 140.
(235) Vedi t. III, p. 240.
(236) Hellanic. et Philist. ap. Dionys. Hal. Antiqq. Rom. I, 13.
(237) Vedi t. 1, p. 16.
(238) Steph. B. v. Ελίμεια. — Strabone (VII, p. 326) questa città nomina Limia.
(239) Liv. XLII, 63.
(240) Plin. H. 19. III, 1, 1. Portus Herculis Monoeci, Ligustica ora. Ligurum celeberrimi ultra Alpes Salluvii. Cf. Inscr. in Fast. Triumph. —Epit. Liv. LX. —Inscr. Grut. p. CCXCVIII. —Ptol. II, 10, li nomina Σάλικας in vece di Σάλυας.
(241) Vedi Cluver. Ital. Antiq. I, p. 50. — Cf. Cramer, Descr. of anc. Italy, 1, p. 19.
(242)Vedi t. I, p. 461, e t. III, p. 200.
(243)Vedi t. III, p. 200.
(244)Plin. H. N. III, 26, 2. M. Varro LXXXIX civitates eo ventitasse auctor est. Nunc soli prope noscuntur Cerauni decuriis XXIV, Daorizi XVII.... Siculotae XXIV.
(245)Diod. Sic. XV, 13, 4. — Cf. Raoul-Rochette, Hist. des Col. gr: t. IV, p. 86.
(246) Gavoty et Toulouzan, Essai sur la Science de la Nature t. ili, p. 352 seg. Paris, Arthus Bertrand 1815. — L’opinione sostenuta da questi scrittori è quella di Barbié du Bocage, perché dicono (p. 302, nota 1) che questo detto geografo forniva loro note e schiarimenti sulla parte etnografica della loro opera riguardante gli antichi popoli dell'Europa.
(247) Vedi p. 53, nota (2).
(248) Come ebbe Carlomagno vinti e domati i Sassoni 9 li obbligava in parte ad espatriare, e spedivali in colonia nelle sette città della Transilvania, dove si mischiavano, dice l'Herbeiot (Bibl. orienta v. Saz, p. 762) co' documenti orientali, Seculi o Siculi, nazione originaria del paese. Or questi Siculi che la storia ricorda nella Transilvania sin nel secolo VIII, sono diversi da Szeclers, una delle tre popolazioni che abita quel paese all’oriente, perché si riguardano o come stirpe degli antichi Sciti (Isthuanfi, De reb. Ungar. p. 53), o come discendenti de' Petscenegui, popolazione tatara che nell'anno 889 invadeva la Transilvania, e sono perciò di circa un secolo posteriore all'epoca di Carlomagno.
(249) Vedi p. 52. — Cf. Raoul-Rochette, Risi. des Col. gr. t. 1, p. 372 segg.
(250) Thucyd. VI, 2, 6: ὄκουν δὲ καὶ Φοί. νικες περὶ πᾶσαν μὲν τὴν Σικελίαν ἄκρας τε ἐπὶ τῇ θαλάσση ἀπολαβόντες καὶ τὰ ἐπικείμενα νησίδια ἐμπορίας ἕνεκεν τῆς πρὸς τους Σικελούς.
(251)Diod. Sic. V, 36.
(252) Strab. XVII, p. 757. Cf. III, p. 149.
(253) Vedi l'importante passo di Strabone (III, p. 146) che alla lunga descrive le miniere della Turditania, e le sabbie d'oro trasportate da' torrenti e da' fiumi.
(254) Diod. Sic, V, 12, 35.
(255) Appian. Punic. in princ. — Phihst. App. Euseb. Chron. II, p. 309 ed. Maxi. — f. Heyne, Ad En. IV, Excurs. I.
(256) L’art de verifier les dates avant Pére chretienne, p. 335, ed. 1820.
(257) Lycophr. Alex. v. 951 sqq. — Dionvi. Hai. 1, 43. —Serv. ad AEn. 1,554; V, 30.
(258) Movers, Die Phanizier LIII, p. 320.
(259) Herod. 1, 1. —Ephor. ap. Schol. An. Rh. II. 168.
(260) Larcher, Chron. d'Herodote ch. X, §. 2. Cf. Can. Chron. ad ann. 1552.
(261) Böttiger, Ideenzur Kunstmyth. p. 307 sgg.—Cf. Hoéck, Kreta I, p. 83 sgg.
(262) Herod. II, 49, 5. — Androt. ap. Schol. Pind. Isthm. VII, 13.
(263) W. Drummond, Origines t. III, p. 84 seg.
(264) Crates ap. Joh. Lyd. De Mens. IV, 48.-Cf. Charax, Fragm. Caseol. p. 116, ed. Hase, Bonnae 1837
(265) Diod. Sic. III, 81, XX, 16 Patrocl. Thur. ap. Arnob. Adir. fiat. IV, 25.
(266) Plut. De sera num, vind. c. 6.
(267) Hecat. ap. Arrian. Exp. Alex. Il, 19. — P. Arist. De Adm. CXLV.
(268) Diod. IV, 24.
(269) Torremuzza, Pel. Inscr. nova Coll. Cl. I, n. 14, p. 6.
(270) Strab. 1, p. 42; XVII, 784. — Dionys. Perieg. v. 911. —Cf. Eustath. ibid.
(271) Herodot. 1,1$ VII, 89.
(272) Gosselin, Mem. de l'Institut 1. 1, p. 58.
(273) W. Vincent, Potage de Nearque trad. fr. t. II, p. 344. E. G. Hengstenberg, De rebus Tyriorum p. 96, Berci. 1832.
(274) Heraclid. Pont. c. XXIX. — Diod. Sic. IV, 78, 79—Herod. VII, 169,170. — Pausati. VIII, 46, 2; VII, 4, 6.
(275) Movers, Die Phoenizier t. III, p. 318 sgg,
(276) Id. ibid. p. 32! sgg.
(277) Steph. Byz. v. Ελίμεια. Liv. XXI, 39. —Degli Elimi parla anche Omero (Od. £, V. 283), dove dice che da monti degli Elimi Nettuno vedeva Ulisse che navigava presso Corfù. Vero è che nel testo leggesi propriamente ἐκ Σολύμων, ma poiché i Solimi furono della Pisidia nell'Asia Minore, un critico emendava εξ Ελύμων (H. Schlichlhorst, Geogr. Homer. p. 13). Il Martorelli (Ant. Col. ven. in Napoli p. 46) leggeva in vece εξ ᾿Αριμῶν, ma non so come dagli Arimi, o d'Epomeo veder si possa chi naviga presso Corfù.
(278) Steph. B. v. Αἰγεσταῖοι.
(279) Intendo dire dell'opera del Rückert, Troja's Ursprung, ecc. Hambourg 1846; cioè Origine di Troja, floridezza, decadenza, e rinascimento nel Lazio, che ho tradotta, e che mi affido poter dare in luce per l'illustrazione delle Origini italiche.
(280) Apollodor. ap. Strab. VI, p. 254.
(281) Lycophr. Alex. 471, 961. —Serv. ad Æn. V, 30.
(282) Plut. Fitte. XIII, 3.
(283) Dionys. Hal. 1, 42.
(284) Cic. Kerr. 111,73, 170.
(285) Ephor. ap. Strab. VI, p. 267. — Scymn. ch. v. 238, 272296. — pe' pirati (ληϊσταὶ) Tirreni anteriori a' tempi di Omero vedi l’inno a Bacco che gli si attribuisce (Hynm. VI, v. 7), e per quelli che infestavano la costa della Sicilia Strabone, p. 256.
(286) Thucyd. VI, 3. —Ephor. ap. Strab. VI, p. 270. — Scymn. Ch. v. 272.
(287) Per le altre stabilite quasi nelle stesse epoche, Crotone, Sibari e Taranto sulla costa occidentale dell’Italia inferiore vedi LIII,p. 218, 280, 350.
(288) Diod. Sic. V, 9.
(289) Herod.V, 43 sqq. ἀπέθανον μάχη ἑσσωθέντες ὑπό τε Φοινίκων καὶ ᾿Εγεσταίων.
(290) Virg. Eclog. IV, 6. Redeunt Saturnia regna.
(291) Thucyd. VI, 2, 5. τοὺς τε Σικανοὺς κρατούντες μάχῃ ἀνέστειλαν πρὸςτὰ μὲσημβρινὰ καὶ ἑσπέρια αὐτῆς.
(292) Diodor. Sic. V, 6, 2 sq. φοβηθέντες τὰ μὲν μὲι πρὸς ἕω κεκλιμένα τῆς τῆς Σικελίας ἐξέλιπον, εἰς δὲ τὰ πρὸς δυσμὰς νεύοντα μετώκησαν.
(293) Vedi p. 49.
(294) Liv. XXIV, 6. Himera amnis, qui ferme insulamdividit, finis regni Syracusani, ac Punici.
(295) Cluver. Sicil, antiq. p. 266.
(296) Thucyd. VI, 2, 5.
(297) Polyb. 1, 62. —Ascon. in Cic. Divinat. adv. Caecil. §2. — Cic. in Verr. II, 4, 8. Cf. Sigon. De antiq. Jur. Prov. 11, 8.
(298) Ptol. III, 4, 11. Καὶ κατέχουσιν αὐτῆς τὰ μὲν ἀρκτικὰ Μεσσήνιοι, τὰ δὲμέσα ᾿Ορβείται ή Ερβιταῖοι καὶ Καταναῖοι, τὰ δὲ μεσημβρινά Σελεστανοί καὶ Συρακούσιοι.
(299) Diod. Sic. XX, 71, B.
(300) Cic. in Verr. H, 55.
(301) Plin. 111,14,35.
(302) Liv, XXVI, 40. Prodita brevi sunt viginti oppida; sex vi capta; voluntaria deditione infidem venerunt ad quadraginτα. — 'Q Diodoro parlando delle città che mandarono ambasciadori a Consoli romani Dei primo anno della prima guerra cartaginese, dice: ἦσαν δὲ ἑξήκοντα καὶ ἑπτά.
(303) Athen. XIV, 34. Steph. Byz. v. Παλίκη.
(304) Houel, Voyage pittoresque de Sicile et de Malte, t. II, p. 3.
(305) Solin. Polyhist. V, p. 93 ed. Pancoucke.
(306) P. Mela, De situ Orb. II, 7. —Val. Max. IX, 8. — Sallust, ap. Serv. Ad Æn. III, 411.
(307) Strab. I, p. 10. Cf. IX, 403.
(308) Herodot. VII, 129. — Cf. Panofka, Ueber verlegene Mythen p. 19.
(309) Baton Sinop. ap. Athen. XIV, p.639.
(310) Diod. Sic. IV, 85, 5.
(311) Houel, Voyage pitt. t. II, p. 4 seg.
(312) Amico, Lex. topogr. v. NEPTUNI TEMPLUM t. III, P. II, p. 111.
(313) Biscari, Viaggio per le antichità della Sicilia p. 11. Palermo 1817.
(314) Horat. Sat. II, 4, 32. — Lucil. Fragm. III, 17.
(315) La Farina, Messina e i suoi monum. p. 148.
(316) Valer. Max. IX, 8, 1 Ext.
(317) Strab. III, p. 170.
(318) Serv. ad Æn. V, 864.
(319) Vedi t. II, p. 255 segg.
(320) Strab. 1, p. 22.
(321) Homer. Odyss. XII, 105.
(322) Justin. IV, 1.
(323) P. Mela II, 7. Charybdis mare, utrumque noxium appulsis.—Plin. III, 14, 2. Charybdis mare vorticosum.trab. VI, p. 275.
(324) Strab. VI, p. 268.
(325) Sen. Epist. LXXIX.
(326) Didym. ad Odyss. XII. —Eustath. ibid. Hesych. v. Χάρυβδις.
(327) Strab. VI, p. 275.
(328)Suid. .
(329)Cic. Philipp. 11. Quae Charybdis tam vorax? Charybdim dico? quae sifuit, animal fuit unum.
(330)Thucyd. IV, 24.Strab. I, p. 43.
(331)Cluver. Sicil. antiq. p. 85.
(332)Polyb. IV, 43. Cf. Lechevalier, Voyage de la Propont. P. II, c. 3.
(333)Virg. . III, 545.
(334)F. Wey, Scilla e Cariddi t. I, p.148.
(335) Spallanzani, Viaggi t. II, p. 450 segg. — Cf. Gourbillon, Voyage crit. à l'Etna t. I, p. 246.
(336) Pausan, V, 26,3.
(337) Strab. I, 55; IX, 403. — Cf. P. Mela 11,7. —Plin. N. 11,07.
(338) Liv. XXVIII, 6.
(339) Ferrara, I Campi Flegrei p. 381 segg.
(340) Thucyd. VI, 1 Polyb. 1,42, S. Diod. IV, 22, 6. —Scylax, Peripl. XIII. — Timosth. ap. Agathem. 1,3.
(341) Cluver. Sicil, antiq.. p. 73.
(342) Homer. Odyss. XII, 105. — Apollon. Rh. Argonaut. IV, 023. — Cf. Dureau de la Malie, Géogr. phys. de la memoire. etc. pp. 285, 314, 339.
(343) Polyb. 1, 11, 6. τῷ δὲ πεζῶ στρατεύματι περὶ τὰς Σύνεις καλουμένας.
(344) Vedi t. I, p. 99.
(345) Diod. Sic. XXIII, 1, 3.
(346) Cluver. Sicil. antiq. p. 105.
(347) Diod. Sic. XXIII, 1, 3.
(348) Cluver. Sicil. antiq. p. 103.
(349) La Farina, Messina ed i suoi monumenti p. 2.
(350) Itin. Antonin. § XXIII.
(351) Thucyd. VI, 4,5. —Strab. VI, p. 268.
(352) Diod. Sic. IV, 83, 1—Steph. Byz. ν. Ζάγκλη.
(353) D. Hieron. Chr. Eus. Opp. t. VIII, p. 138 ed. Vallarii. — Cf. Cluver. Sicil. antiq. p. 99.
(354) Hellanic. ap, Const. Porphyr. Themat. II, 10—Thucyd. VI, 2.
(355) Thucyd. VI, 4, S.
(356) Pautan. IV, 23.
(357) Strab. VI, p. 268. — Scymn.. Ch. v. 2825.
(358) Antioch. Syr. ap, Strab. VI, p. 257.
(359) Raoul-Pochette, Hist. des Col. gr. t. III, p. 285.
(360) Fu forse un re come Scite, di cui appretto sarà detto.
(361) Pausan. V, 25, 11.
(362) Larcher riferisce ad un anno dopo la distruzione di Mileto, cioè al 497 A. C., la colonia de Samii a Zanele, che non si può riportare al 512, quando Silosone ebbe da Bario la signoria di Samo (Herod. III, 149), appunto perché i Samii abbandonavano la patria insieme co’ Milesii.
(363) Herod. VI, 22 25. —Thucyd. VI, 4. Scymn.. Ch. v. 292.
(364) Raoul-Rochette, Hist. des Col, gr. t. III,p. 429.
(365) Herod. VII, 164.
(366) Vedi t. III, p. 155.
(367) Thucyd. VI, 5,1. — Erodoto (VII, 164) appena accenna questo fatto, e Diodoro (XV, 66,5) il cambiamento del nome di Zancle in quello di Messene attribuisce ai profughi Messenii dopo la terza guerra.
(368) Pausan. IV, 23,6.
(369) Mori nell’OL LXXVI, 1, e regnò 18 anni (Diod. XI, 48,2).
(370) Herod. VI, 21. Cf. Larcher, Chronoi. d'Herodote ad ann. 498 A. C.
(371) Tucidide (III, 90) ricorda Mile come città de' Messenii.
(372) Diod. XI, 66,1$ ibid. 76,5.
(373) Id. ibid. 76,6.
(374) Schol. Pind. Pyth. II.
(375) Thucyd. III, 90,4. —Cf. Diod. XH,
(376) Justin. IV, 2. 53, 54.
(377) Diod. Sic. XI, 48,2.
(378) Thucyd. IV, 1, 4 ibid. 26.
(379) Vedi t. III, p. 61. —Cf. Niger, Geograph. VIII.
(380) Id. V, 5, 1. Id. V, 5, 1. καὶ ἐγένετο Μεσσήνη Λοκρῶν τινὰ χρόνου.
(381)Thucyd. IV, 59. 64. —Cf. V, 5, 1.
(382) Diod. XII, 82,83.
(383) Thucyd. VI, 5, 1; ibid. 74,1.
(384) Diod. XIII, 86,87.
(385) Diod. XIII, 114,1.
(386) Diod. XIV, 57, 58.
(387) Diod. XIV, 78; XV, 66. —Lo stesso Diodoro (XIV, 34) riferisce che i Messenii, scacciati da CefaIlenia e.Naupatto (01. XCV, 4), dove si erano ricoverati, passarono nell'isola, obbligandosi per mercenarii a Dionigi.
(388) Strab. VI, p. 268.
(389) Diod. XIV, 78.
(390) Diod. XIV, 87,1; 88,5.
(391) Plutarch. in Timol. XXIV, 4.
(392) Diod. XIX, 102, 110. 01. CXVII, 2, A. C. 311. — Per quelli di circa un secolo prima che militarono pe' Cartaginesi vedi il medesimo storico (XIII, 85, 87, 88,110).
(393) Diod. XIV, 9. Cf. XIII, 44; XIV, 15; XVI, 82.
(394) Vedi t. II, p. 21.
(395) Diod. XXI, 18, 1,3. — Cf. Polyb. I, 7 Strab. VI, p. 268. —Sil. Ital. XIV, 105. Messana... Osco memorabili ortu.
(396) Alfius ap. Fest. v. Mamertini, ed. Muller p. 158.
(397) Torremuzza, Inscr, Sic. Ci. V, p. 55.
(398) Diod. XXII, 13,
(399) Vedi t. III, p. 160.
(400) Polyb. I, 8, 1.
(401) Diod. XXII, 7, 4.
(402) Plutarch. in Pirrh XXIII, 1; XXIV, 1.
(403) Diod. XXII, 7, 4. —Cf. Polyb. I, 9.
(404) Diod. XXIII, 1, 4. —Polyb. 1, 10, 12— Cf. ibid. 20. Zonar. Annal. VIII.
(405) Lancellotti, Sic. Num. tav. XLV, n. 7 — 12. — Cf. Eckhel, Doctr. N. V. t. I, P. 1, p. 219.
(406) Alessi, Storia crit. di Sicilia t. II, P. 1, p. 93. — Cf. Pellerin, Rec. de med. III, p. 101.
(407) Pausan. IV, 24, 7. ἐν ἐρήμω τῇ τῆ τειχίσαντες ὅσον περὶ τὸν λιμένα ορμη τηρίω πρὸς τὰς καταδρομὰς καὶ ἐς τοὺς ἐπίπλους ἐχρῶντο.
(408) Plat. in Cratyl. p. 418. Cf. Mattaire, De Gr. dial. p. 168. — G. Hennecke, Miscell. crit. ed. Friedemann p. 231. — Anche i Latini dissero Medentius in vece di Mezentius (Prisc. p. 552, ed. Putsch).
(409) Eckhel, Op. cit. p. 220 seg.
(410) Vedi t. III, p. 160.
(411) Heraclid. Pont. De Polit. XXV. Aristot. ap. Polluc. Onom. V, 12, 73.
(412) Diod. Sic. XIV, 57, 2.
(413) Diod. Sic. V, 8, 1. –Cf. Eckhel, Num. vet. p. 46.-Op. cit. p. 222. – Sestini, Lett, numism. t. VI, p. 17.–Per non esser nota al Payne Knight l'ultima delle discorse monete, l'immagine di FEREMONE attribuiva a Marte (Numi veteres civitatum ec. p. 240, Londini 1830).
(414) Eckhel, Op. cit. p. 223 seg.–Cf. Payne Knight, Op. cit. p. 241.
(415) Frolich, Animadv, in num. urb. ap. Eckhel, Op. cit. p. 224.
(416) Strab. VI, p. 268. οἰκεῖται δἱκανῶς η πόλις.
(417)Buonfiglio, Messina descritta p.3.–Gallo, Annali di Messina p. 15.
(418) Pausan. III, 26, 3.
(419) Maurolic. Sicanar. rer, comp. p.36. Buonfiglio, Op. cit. p. 33.
(420) Buonfiglio, Op. cit. p. 31, 64.—Gallo, Op. cit. t. I, P. II, p. 14.—Maurolico, Op. cit. p. 36.
(421) Gallo, Op. cit. p. 15.
(422) Torremuzza, Sicil, vet. Inscr. Cl. I, n. 12, p. 5.
(423) Castelli, Inscr. Sicil. CI. I, n. 4,24.
(424) Pausan. IV, 23, 10. —L'Amaseo lesse ἐντός τείχους, dentro le mura; ma per essere appunto fuori le mura (ἐκτόςτείχους) Pausania notava tal circostanza, e questa lezione parmi preferibile alla prima.
(425) Maurolic. Op. cit. p3. Extat adhuc (1362) dei phanum Herculis, quod Manticli vocant.
(426) Buonfiglio, Op. cit. p. 32.
(427) Maurolico, Op. cit. p. 30.
(428) Cic, in Verr. IV, 2 sq.
(429) Sicanar. rer. Comp. p. 36.
(430) Cizico fu città della Misia nell'Asia Minore, presso la foce del fiume Esepo (Strab. XII, p. 575).
(431) G. Castelli, Sicil. vet. Inscr. N. Coll. p. 174 sqq.Cf. Welcker, Syll, epigr. Gr. p. 74 sq.—Franz, Corp. Inscr. Gr. t. III, p. 627.
(432) Pausan. V, 25, 2 seq.
(433) Tabb. Ant. Sic. p. 16.
(434) Reina, Notiz. stor. di Messina v. I, p. 162. — Gallo, Annali di Messina v. I, p. 34.
(435) Carafa, Comp. ist. di Messina p. 15 seg.
(436) Gualther. Tabl. ant. Sic. p. 6,n. 25 seg. — Cf. Franz, Corp. Inscr. gr. t. III, p. 628, n. 5629; p. 626, n. 5624.
(437) Vedi p. 76, nota (2).
(438) Gualther. Tabb. Sic, p. 3, n. 7. Gallo, Annali Messinesi 1. 1, p. 16. —Castelli, Inscr. Sic, Cl. V, n. 46.
(439) Kircher, Latium p. 237. —Jannelli, Vet. Oscor. Inscr., p. 138 segg. —Grotefend, Rudim. lignee oscae p. 21 sqq.
(440) Nelle parole o nella parola ΙΥΜΩ.. ZIE parmi che si asconda la parola ἐπιμελητής.
(441) Εἰνάετες.
(442) Tal nome non era insolito nell’isola a' di di Cicerone (In Verr. 11, 34).
(443) De' Paghi e vichi presso il nume Ufente nel Lazio, come interpretò il Jannelli. Per la tribù Ufentina vedi Pesto p. IVI ed. Muller.
(444) Castel II, Op, cit, p. 29.
(445) Murat. Thes. Inscr, Cl. XV, p. MLX, n. 6.
(446)Strab. XIV, p. 666.
(447)Gervasio, Osserv, intorno a due iscr. Messinesi. Nap. 1810.
(448)Dion. LV, 25.-Cf. Fabretti, Inscr. p. 119, n. 4. Visconti, Opp. t. 11, p. 99.
(449)Gualther. Tabb. ant. Sic. n. 9. Cf. Gruter. p. CCCLXXII, n. 4.
(450)Capitolin. in M. Aurel. 11.
(451)Vedi Houel, Voyage pit. t. II, PI. LXXV, e seg.
(452)Cic. Verr, V, 66,
(453) Strab. VI, p. 266. — Cf. D'Orville, Sicula p. 12.
(454) Appian. Civil. V, 117.
(455) Ferrara, I Campi Flegrei della Sicilia p. 4, nota (a).
(456) Appian. Civ. 1. c.
(457) Cluver. Sicil, antiq. p. 479.
(458) Steph. Β. ν. Γάζα.
(459)Movers, Die Phniziert. III, p.319.
(460)Wey, Scylla e Cariddi t. 1, p. 179.
(461)Plin. H. N. III, 14, 3.
(462)Steph. . . .-Schol. Apollon. Rh. IV, 983.
(463)Sicil, antiq. p. 147.
(464)Thucyd. III, 103.-Nella nuova versione dell'Haase (Parisiis, Didot 1840 ) si ritiene il cambiamento che il Cluverio faceva del nome di in quello d
(465) Amico, Lex. topograph. v. FLUMEN DIONYSII, t. III, P. I, p. 214; P. II, p. 134.
(466) Itin. Antonin. § XXIII.
(467) Movers, Die Phoenizier. t. III, p 330.
(468) Philist. ap. Steph. Β. ν. Α'ρβέλη.– Sil. Ital, XIV, 271 Arbela ferox. Cf. Cluver. Sicil. antiq. p. 483.
(469) Suid. ν. Α'ρβέλαι. –Apostol. Proverb.
(470) Steph. B. v. Aαρβέλη.– Cf. Reland, Palaestina p. 575.
(471) Movers, Die Phoenizier t. III, p.339.
(472) Sicil. ant. Tab, emend. Berol. 1834.
(473)(1) Ptol. III, 4, 9.
(474)De Sayve, Voyage en Sicile t. II, p. 103.
(475)De Bussire, Voyage en Sicile p.381.
(476)Vedi t. II, p. 429, nota (4). —Cf. Diod. Sic. III, 41, 1, che parla del promontorio Tauro nel seno Arabico...
(477)Ptol. III, 4, 9. , ,
(478)Diod. Sic. XIV, 58, 2.
(479)Wey, Scilla e Cariddi t. I, p. 187.
(480)Chorograph. ap. Strab. VI, p.266.- Questo Corografo crede Maltebrunche sia stato l'ingegnere geografo incaricato dallo Stato di misurare l' impero (Biogr. univ. V. STRABON, t. XLIV, p. 6), e meno probabile sembrato al Matter (Hist. de l'cole d'Alexandrie t. II, p. 352 ) che Strabone intendesse parlare, come scrive il Gosselin (Geogr. e Strabon t. II, p. 164), della Carta o Cosmografia di Agrippa, disegnata nel portico cominciato dalla di lui sorella per suo ordine, e recato a fine da Augusto (Plin. H. N. III, 3, 14). Cf. Frandsen, M. Vipsanius Agrippa, p. 187.
(481) Diod. Sic. XIV, 39,, 2.
(482) Strab. VI, p. 268.
(483) Géogr. de Strab. t. H, p. 333, nota (1).
(484) Diod. XIV, 87.
(485) Diod. XIV, 96,4.
(486) Diod. XVI, 7, 1. —Cf. Plutarch. Timol. X,6.
(487) Diod. XVI, 68, 7 sqq.
(488) Diod. XXII, 6, 4.
(489) Diod. XXII, 13,2.
(490) Burmann. Comm. ad numm. Sic. ad cale. Dorvill Sicul. p. 375 seg.
(491) Eckhel, Doctr. IX um. t. I, p. 219. Quid Tauromenitas cum Corintho sociaverit, hactenus ex veteribus nondum erui. — Barthelemv (Manuel de Numismatique ancienne p. 180, nota 2), pel detto tipo del Pegaso uniforme a quello delle monete di Corinto ha supposto che Tauromenio ne fosse stata colonia.
(492) Appian. De rebb. Sic, V, S.
(493) Cic. In Verr. III, 66; IV, 6.
(494) Diod. XXIV, 1, 20. — Cf. Strab. VI, p. 272.
(495) Strab. VI p. 268.
(496) Diod. XVI, 7,1. —Plin. III, 14,3. Colonia Tauromenium, quae antea Naxos.
(497) Burmann. in Dorvill. Siculis ad calc. p. 575. —Castelli, Inscr. Cl. I, p. 1, n. 2.
(498) Castelli, Inscr. cit, Cl. VIII, p. 108, n. 9. — R. Rochette, Lettre à Mr. le Due de Luynes ecc. Paris 1831, p. 35. —Franz. Inscr, cit, p. 629, n. 5638.
(499) Cic. In err. III, 18—Cf. Eckhel, D. &. v. IV, p. 253.
(500) Castelli, Inscr, Sicìl. Cl. VIII, p. 108, n. 10.
(501) Gruter. Thes. Inscr. p. cxv, n. 8
(502) Per tutte queste Ammirevoli rovine vedi Castorina (Mem. sulle antic. di Taormina, Nap. 1822), Duca di Serradifalco (Antich. di Sicilia t. V, p. 3147), e Cf. oltre gli antichi viaggiatori Domile (Sicula, p. 256 sqq.), Houel (Voyage pitt. t. II, p. 4554) anche i più recenti Bourquelot (Voyage en Sicile, p. 292 segg. Paris 1848), Marq. of Ormonde (An Autumn in Sicily p. 6371, London 1850), Bartlett Pictures from Sicily, p. 86 seg. Lond. 1853).
(503) In uno di questi gradini si è letto ΦΙΛΙΣΓΟΥ... Β, iscrizione che per l'altra simile del Teatro di Siracusa, in cui leggesi ΒΑΣΙΛΙΣΣΑ ΦΙΛΙΣΤΙΔΟΣ, mostrerebbe che questo teatro di Taormina fu abbellito sotto Jerone II, di cui Filistide fu consorte.
(504) Mùnter, Viaggio in Sicilia II, p. 68, trad. ital, Palermo 1823.
(505) Houel, Voyage pitt. t. II, p. 46 — Pel detto sepolcro vedi lo stesso autore PI. LXXIX.
(506) Novairi, Hist. de Siecle trad. di Caussin, in fine di Riedesel, Vovages en Sicile le ecc. p. 423, Paris 1802.
(507) Ephor. ap. Strab. VI, p. 267 Fragm. LII, ed. Didot.
(508) Thucyd. VI, 3, 1. — Scymn. Ch. v. 272. — Eusth. Chren, II, p. 330 ed. Maii. —Cf. Syncell. Chronogr. p. 212.
(509) Diod. Sic. XIV, 88.
(510) Scymn. Ch. v. 276. —Cf. Pautan. VI, 13, 8.
(511) Hellanic. ap. Steph. ν. Χαλκίς. –— Fragm. XLVIII, ed. Sturz, p. 84.
(512) Scylax, Peripl. in fin.
(513) Aghosten. ap. Polluc. Onom. IX, 6, 83.
(514) Eusch. Chron. cit. — CS. Wlad. Brunet de Fresie, Recherch. sur les E. ab. ìss. des Grecs en Sicile p. 74, 77.
(515) Diod. XI, 49,2.
(516) Thucyd. III, 86, 2.
(517) Id. IV, 26,1.
(518) Thucyd, VI, 50, 3, VII, 57, 11.
(519) Diod. XIV, 13, 3.
(520) Diod. XIV, 87,3.
(521) Questo Bacco più antico, di cui vedi Diodoro (IV, 5, 2) era detto anche Bassareo (Ps. Orph. Hymn. XLIV, 2; Macrob. Saturn. 1, 18), lo stesso che Προτρύγης, o Vendemmiatore (Elian. Var. Hist. III, 41. — Cf. Bochart, Chanaan p. 441).
(522) Eckhel, D. N. p. 226 segg.
(523) Winckelmann, Pierres gravées p. 235.
(524) Burmann, Comm. ad Numm. Sic. ad calc. Dorvill. Sicul. p. 412. — Nel campo di una di tali monete si veggono due uccelli volanti, perche auspici e duci agli antichi nelle loro emigrazioni e colonie furono gli uccelli (Vedi t. 11, p. 101 seg. —Cf. Just in. XXIV, 4. — Broukhus. ad Sannazar. Eleg. IL, 9, 22).
(525) Pausan. VI, 13, 8.
(526) Fazello, De reb. Sic. t. I, p. 101.
(527)D'Anville, Geogr. anc. t. III, p 188. Swimburne, Travels etc. t. II, p. 378.
(528)Cluver. Sicil, antiq. p. 109.
(529)Houel, Voyage cit. t. II, p. 60. — De Sayve, Voyage cit. t. 11, p. 90.
(530)Può vedersene la prospettiva nella citata opera dell'Houel, PI. CIII, p. 59.
(531)Anche dal magnifico ponte costrutto sul Tago dominando Trajano fa detta Alcantara la città della Spagna, che gli Arabi edificarono sulle rovine dell'antica Norba Caesarea.
(532)Appian. Civ. V, 109.
(533)Vib. Sequ De flum. p. 24, ed. Panck.
(534)Strab. III, p. 143, 169. — Plinio (H. N. III, 3, 1) la nomina Onoba Æstuaria per indicare ch'era sul lido del mare, dove era soggetta alle maree, e per distinguerla daun'altra Onoba nella parte mediterranea, e che fu de' Turduli. — Cf. la Carta di D'An — v. ville, e Lopez, Geograph. de Estrabon ap. Du Theil Geogr. de Strab. t. I, p. 407, nota (1).
(535)Appiano (V, 109 ) parlando di Cesare dice: παρέπλει τὸν ποταμὸν τὸν 'Ονοβάλαν, καὶ τὸ ἱερὸν τὸ 'Αφροδίσιον.
(536)Append. Vatic. Proverbb. graec. ed. Schott, Cf, Etym, M., Hesych, et Suid, Γέρρα. — Non. Marcell. v. Gerrae.
(537)Macrob. Saturn. III, 8. — Serv. ad Æn. 11, 632. — Tal simulacro della dea vedevasi forse nel tempio di Palepafo, il più antico tra i sei tempii che Strabone (XIV, 683) annovera nell'isola di Cipro.
(538)Thucyd. VI, 3, 1.
(539)Appian. Civ. V, 109,
(540)Steph. B. v. Βίδος.
(541)Movers, Die Phænizier t. III, p. 341.Cf. Ptol. IV, 2, 28.
(542)Cluver. Sicil. antiq. p. 380. — Cf. Fazello, De Reb. Sic. t. 1, p. 103.
(543)Smith, Sicily and its Islands p. 131. London 1824 in 4.°
(544)Plin. H. N. III, 14, 8.
(545)Thucyd. IV, 25, 8.
(546)Vib. Seq. De flum. p. 8, ed. Panck. Asinius Catinae, in litore Tauromenitano rum defluit.
(547)Strab. VIII, p. 359 seg.
(548)Doni, Inscr. Cl. IV, p. 137. — Muratori, Thes. t. II, Cl. VIII, p 607.
(549)Dichiarando il Castelli (Sicil. vet. Inscr. p. 91) di non appartenere tal decreto alla Sicilia scriveva di non conoscere dopo le molte ricerche fatte in qual luogo dell'isola si ritrovasse.
(550)Clayer. Sicil, antiq. p. 110.
(551) Houd, Voyage pitt. t. Il, p. 61. — Cf. De Sayve, Voyage en Sicile t. II, p. 89.
(552) Philist. ap. Steph. B. v. Τίσσαι.
(553) Sil. Ital. XIV, 267. Purvo nomine Tisse.
(554) Cluver Sicil. antiq p 381.
(555) Piol. III, 4, 12.
(556) Thucyd. IV, 109; V, 35.
(557) Cic. C. Verr. III, 38.
(558) Houd, pitt. CII, p. 07
(559) Strab. VI, p. 272. — Scymn.. Ch. v. 285.
(560) Hellanic. Lesb Fragm. XLVIII.
(561) Plin H IV. IV, 22, 4.
(562) Schol. Thucyd. ad lib. 1, 108..
(563) Steph. B. v. Χαλκίς. — Eustath. ad Dionys. Perieg. v. 764.
(564) Herodot. VII, 15. Prima che occupasse Siracusa, nell'OL LXXII, 2 (Diod. X, 27, 1) a. C. 491.
(565) Sil. Ital. XIV, 249. Romana petivit foedera Callipolis.
(566) Strab. VI, p. 272.
(567) Cluver. Sicil. antiq. p. 480. —L’opinione del Cluverio è approvata dall’Amico (Lex. topograph. t. V, p. 110, e dal Parthey Sicil. antiq. Tabula emendata p. 15, V. CALLIPOLIS).
(568) Vedi p. 101.
(569) Gemmellaro, Atti dell'Accad. Gioen. t. X,p 271.
(570) Questa misura, tralasciandone altre molte, è quella che ne danno Schow e Gemmellaro, ma dal più alto punto del Bicorno Herschcl misurò l'altezza di 10872 ½ piedi inglesi, poco diversa dall'altra calcolata da W. H. Smith, di 10874 piedi.
(571) Chanaan col. 526.
(572) Cluver. Sicil. antiq. p. 119.
(573) Virg. Æn. III, 554, 571 sqq. Tum procul e fluctu Trinacria cernitur Ætna.
(574) Solino in fatti, il quale, come dimostrava il Pinkerton, scrisse prima del 330, parla di due crateri sulla sommità dell'Etna (p. 95, ed. Panckoucke).
(575) Strab. VI p. 273 segg.
(576)Strab. VI, p. 273. – Claud. De R. P. 1, 159.
(577)Diod. XIV, 42, 4.
(578)Fazello Derebb, sic. t. I, p. 114.
(579)Marq. of Ormonde, An Antumn in Sicily p. 129.
(580)Notissimo fra questi è il Castagno di cento cavalli presso Mascali, il più celebre fra gli alberi macrobii della vecchia, Europa. Grandi rampolli ora perpetuano l'albero meraviglioso, nel cui tronco, vuoto da secoli, e della grossezza di 190 piedi, riparavano 300 pecore, ed una volta 27 uomini a cavallo, d' onde sembra che per esagerazione poi si dicesse di 100 cavalli, comechè il più recente viaggiatore che ne ha discorso, e che ne riferisce un disegno nella sua opera (Bartlett, Pictures from Sicily p. 92) dica che veramente 100 cavalli star vi potrebbero all'ombra de' grap di rami.
(581)F.Wey, Scilla e Cariddi t. II, p. 120.
(582)Pind. Pyth. 11,, 38.
(583)Sil. Ital. XIV, 58-69. — Claudian. De R. P. 1, 64. — Cf. Solin. 5, § 9.
(584)Hippobot. ap. Diog. Laert. VIII, 2, 69.-Il racconto diverso della morte del filosofo riferito da Favorino (ap. Diog. Laert. VIII, 2, 73) smentisce ciò che ne scriveva Ippoboto.
(585)Spart. In Hadr. 13. — Dolomieu, Relat. sur l'Etna nel Voyage pitt. de St. Non t. IV, p. 63.
(586)Ammian. Marcell. XXII, 14.
(587)Hamilton, Observ. sur les Volcans p. 49. De Sayve, Voyage cit. t. II, p.29. p. 48. — Guida per la Sicilia p. 118.
(588)Diod. Sic. XXXIV, 10. — Cic. In Verr. IV, 49. — Cf. Ferrara, Stor. dell'Eιna
(589)Apuleii De Dogm. Plat. 1, 3.
(590)Strab. VI, p. 273. Lucil. Aetna, 336. Cf. Seneca, Epist. 79.
(591)Claudian. De R. P. 1, 158.
(592)Lucil. Fragm. III, 6, 4. Αἰγίλιποι montes Ætnae omnes, asperi Athones.
(593)De Bussière, Voyage en Sicile.
(594)Houel, Voyage pitt, t. 11, p. 92.
(595)Diod. V, 7, 4. – Cf. Dolomieu, Voyage auz îles de Lipari p. 139.
(596)Homer. 11. B, 782 sq. — Cf. Strab. XIII, p. 626.
(597)Homer. Batr. 285.
(598)Vedi p. 42.
(599)Eratosth. ap. Strab. I, p. 23.
(600)Alessi, Storia crit. delle eruzioni dell'Etna negli Atti dell'Acad. Gioen. t. III, pp. 37, 71.
(601)Bibl. V, 6, 3.
(602)Sapph. Fragm. CCXXXIX, ed. Wolf. p. 183. — Cf. Chronicon Parium ed. Wagner p. 21.
(603)Homer. Hymn. in Apoll. 307.
(604)Hesiod. Theog. 148 — 820.
(605)Strab. V, p. 247. —Cf. XIII, 626 sq. — Sil. Ital. XIV, 196.
(606)Sanchuniat, ap. Euseb. Praep. Ev. I, 10; in Fragm. hist. gr. ed. Müller t. III, p. 566.
(607)Apollod. 1, 6, 3. — Pausan. I, 25, 2. — Presso la fontana Olimpia, dove il mito degli Arcadi poneva la Gigantomachia, Pausania (VIII, 29, 1) soggiugne esservi una eruzione vulcanica (πλησίου τῆς πηγής πυρἄνεισι; ed allo stesso natural fenomeno accenna, io credo, il nome della città Gigonida (Artemid. Eph. ap. Steph. Β. ν. Γίγωνος), ο Gigono (Herodot. VII, 123) nella Tracia presso Pallene, nota contrada vulcanica.
(608)Edda, fab. XXXI.
(609)Charlevoix, Hist. du Japon. c. 13.
(610)Apollod. 1,6,2c3.
(611)Apollod. I, 6, 3.
(612)Eurip. Cycl. 599. — Callimach. Hymn. in Dian. 56 sqq.
(613)Homer. IX, 412. — Cf. I, 68 sq. Schol. ad Hesiod. Theogon. 139, — Euripid. Cycl. 21 sq.
(614)Éméric — David, Neptune. Paris 1839.
(615)Silen. ap. Steph. Βyz. v. Παλική – Meno significativa è la genealogia di altri mitologi che dicevano l'Etna figliuola di Urano e di Gea, o anche di Briareo (Schol. ad Theocr. Idyll. 1, 65).
(616) Ueber che submar. vulkan. Ausbrùche des Val di Noto, p. 54.
(617) Houel, Vovage pittoresque t. II, p. 89. —Oltre le molte descrizioni de' viaggiatori più ampie nozioni può sull'Etna trovare il lettore nelle seguenti opere: Recupero, Storia naturale dell'Etna. Catania 1815, t. 2 in 4. — Dolomieu, Relation sur l’Etna nel Vovage pitt. di St. Non t. IV, p. 38 segg. —Hamilton, Observ. sur les Volcans des deux Siciles, Nap. 1776. —Ferrara Descrizione dell'Etna. Palermo 1818. — Maravigna, Istoria dell incendio dell’Etna, Palermo 1819. —J. A. de Gourbillon, Voyage critigue à l'Etna. Paris 1820 t. 2 in 8. — Gemmellaro, Quadro istorico dell'Etna. Catania 1824. —Cilly, Ascensione aux cimes de l'Etna etc. Paris 1835. —Hoffmann, Geognostische Beobachtungen. Berlin 1839. E. de Beaumont, Recherches sur le mont Etna. Annales. des mines t. IX e X. —Lyell, Principles of Geology. London 1847. —W. Sartorius de Waltershausen, L'Etna et ses revolution. Gottingue, Vandenhoeck 1848.
(618) Diod. XIV, 59, 3. Nell'Ol XCVI, 1. —Cf. Oros. Il, 8. —Amico, Catana illustr, 1. 1, p. 197.
(619) La posizione esatta di tutti i minori crateri, nel numero di 750, può vedersi nel la Mappa topografica e geologica dell Etna e delle contrade adiacenti del Waltershauscn, opera di nove anni di fatiche, in cui con diversi colori sono anche distinte le date delle correnti di lave di 215 diverse eruzioni.
(620) ANNALI CIVILI A. 1853, p. 28.
(621) A misura che il sole, dice il Dolomieu, saliva sull'orizzonte, tutta la Sicilia e la Calabria parevano uscire dal nulla. L'isola era sotto i miei piedi, e parevami che avrei potuto lanciar pietre alle tre punte del triangolo, illusione ottica nascente dalla maggiore rarità dell'aria ne' luoghi elevati.
(622) Francis Wey, Scilla e Cariddi t. II, p. 130 segg.
(623)Pausan. III, 23, 9.
(624)Diod. Sic. XXXIV, 10. — Cic. De Senect. 2. — Solin. V, 9. — Cf. Elian, H. A. XI, 3.
(625)Enn. Fragm. p. 273. Adspicehoc sublime candens, quem vocant omnes Jovem.
(626)Strab. VI, p. 273.
(627)Diod. Sic. XI, 76, 3. — Strab. VI, p. 268. — Steph. Βyz. ν. Αίτνη. – Schol. Pind. ad Pyth. 1, et Nem. VIII.
(628)Thucyd. III, 103, 1.
(629)Id. VI, 94, 3.
(630)Diod. XIII, 113; XIV, 7, 8, 9, 14, 58, 61; XVI, 67, 82.
(631)Cic. In Verr. III, 23, 44, 45; IV, 51.
(632)Plin. H. N. III, 14, 5. — Ptol. III, 4, 13. — Itin. Antonin. § XXV. — Tab. Peutinger. § LII.
(633)Eckhel, D. N. t. 1, p. 191.
(634)Cluver. Sicil. antiq. p. 146.
(635)Amico, Lex. topogr. t. III, p. 50.
(636)Houel, Voyage pitt. t. III, p. 22,
(637)Mannert,Die Geogr. d. Griechen etc. t. II, p. 293.
(638)Itin. Antonin. § XXIII.
(639)Cluver. Sicil. antiq. p. 137.
(640)L'elenco di questi scrittori, tra' quali il Fazzello, il Maurolico, e l'Arezio, piùantichi di tutti, vedi nelle Notizie storiche della città di Aci Reale del sig. Lionardo Vigo, il quale sostiene lo stesso (p. 13, 21 segg.).
(641)Strab. VI, p. 267.
(642)Amico, Lex. topograph. t. III, p. 28. Questo stesso scrittore poneva la città di Xifonia presso la spiaggia di Aci nel luogo detto Gazena.
(643) Vigo, Op. cit. p. 36 segg.
(644) Biscari, Viaggio cit. p. 80. — Cf. Botici, Voyage pitt, t. II, p. 66. — Ferrara, Guida de' viaggiatori p. 80. — De Savve, Voyage cit. t. II p. 88. — Per le proprietà fisiche e medicinali di quest'acqua vedi la Memoria del dott. De Gaetani Atti dell'Accad. Gioenia t. XVI, p. 37 segg.
(645)Idyll. I, 69; XI, 47 sq.
(646)Fast. IV, 468.
(647)Hesych. p. 193, ed. Alb, Aκις, ποταμὸς ἐν Κατάνη.
(648)Schol. in Theocr. Idyll. I. — Eustath. in Iliad. XVI.
(649)La dea de' latticinii (Γάλα) e delle greggie (Dur. Sam. Fragm. XLII,ed. J. G. Hulleman, Traj. ad Rh. 1841, p. 129).
(650)Idyll. XI.
(651)Ovid. Metam, XIII, 750 sqq. Sil. Ital. XIV, 221 sqq. — Claudian. De raptu Proserp. III, 332 sqq. — Narrando Servio la stessa favola, dice che il fiume nominavasi Acilio (Ad Virg. Ecl. IX, 39 ).
(652)Blondizio, De patriq Agathae I, 12. — Cf. Gemmellaro, Atti dell'Accad. Gioen. t. IV, p. 186. — Alessi, Stor. crit. di Sicilia t. II, p. 280
(653)Lucian. De Syria Dea LXXII, 8.
(654)Serv. ad Æn. 1, 205.
(655)L'etimologia che di tal nome dava il Dorville (Sicula p. 252) da' piccoli Fari che vi furono forse costrutti, parmi men propriadell'altra dal latino farrago (Gourbillon, Voyage crit. à l'Etna t. I, p. 315) per l'aspetto di confusione e sconvolgimento che presentano.
(656)Plin. H. N, III, 14, 3. Mons Etna… Scopuli tres Cyclopum, portus Vlyssis.
(657)Gourbillon, Voyage cit. t. I, p.317.
(658)Serv. ad Æn. I, 205.
(659)Homer. Odyss. IX, 116 sqq.
(660)Liv. XXI, 41. — Sil. Ital. 1, 622. Polyb. I, 44, 2.
(661)Cluver, Sicil. antiq. p. 518. — Cf. Schlegel, De Geographia Homerica p. 178.
(662)Vigo, Notiz. stor. D'Aci Reale p.31.
(663)K. W. Osterwald, Homerische Forschungen pp. 53, 63. Halle 1853.
(664)Edrisi, Geograph. t. II, p. 113 trad. par Jaubert. Paris 1840.
(665)Id. ibid. pp. 82, 83.
(666)Dorville, Sicula p. 251.
(667)Cluver. Sicil, antiq. p. 568.
(668)Esiod, ap. Strab. 1, p. 23.
(669)Virg. Æn. III, 870, Portus ab accessu ventorum immotus et ingens. — Cf. Plin. III, 14, 3,
(670)Gemmellaro, Sul confine marittimo dell'Etna negli ATTI DELL'ACCAD. GIOENIA t. IV, p. 190 seg.
(671)Gemmellaro, Sopra un masso di lava corroso dalle acque marine negli ATTI DELL'ACCAD. GIORNIA t. VI, p. 82.
(672)Gemmellaro, Topografia dell'antico Porto di Ulisse, p. 15 seg. Catania 1835.
(673)Pindar. Pyth. I, 131.
(674)Steph. Β. ν. Κατάνη.–Ovid. Fast. IV, 467.
(675)Strab. V, p. 240. — Ovid. Metam. XV, 4, 7 sq. Nuncfluit; interdum suppressisfontibus aret.
(676)᾿Αμενος, ο᾿Αμενης, ed anche ᾿Αμενηνός, qui non durut.
(677)Cosi detto da un'epigrafe scopertavi, di cui non rimanevano che le greche letteге Γ Ζ.
(678)Maurolico, Sican. Rer. Comp. p. 13, v.Gurrida. Cf. Recupero, Stor. dell Eina t. I, p. 87 sg.
(679)Gemmellaro, Atti dell'Acc. Gioen. t. IX, p. 316 sgg.
(680)Eckhel, D. N. I, p. 204.
(681)Itin. Antonin. § XXIII.
(682)Scylax, Peripl. §X111. — Plio. III, 8.
(683)Ptol. III, 4, 11, 4, 9. Παντάχου ἐκβολαί.. Κατάνη κολωνια.. Συμαίθου ἐκβολαί.
(684) Bochart, Chanaan p. 530. —Movers, Die Phamizier t. III, p. 329. —Oltre che il Bochart osserva che la città di Cana nella Galilea in ebraico scrivesi Catna, e nella parafrasi siriaca Cothne, per la ragione stessa della sua piccolezza, anche dal fenicio deriva il Movcrs il nome del piccolo porto interno (Cothon) presso le città marittima fenicie, come nell'isola Citerà, il cui nome Stefano Bizantino (ν. Κύθηρα) attribuiva a' Fenicii (Op. cil. p 329, nota 68. — CIp. 270, nota 32). — L’etimologia fenicia esclude la greca de' tempi posteriori, secondo la quale si sarebbe cosi detta da' Greci Κατά Αἴτνην, sub Etnaα, ο Κατά ἄνωθι, in altoposita.
(685) L'autorità di Euschio (Chron. II, p. 301 ed. Maii), o piuttosto di Sincello (Chronograph. p. 158, D), che l'Amico (Catana illustr. p. 15) adduce per la fondazione di questi popoli, non si riferisce a Caihmia, o Catana, si bene a Cadmia e Side nella Cilicia.
(686) Steph. Β. ν. Κατάνη.
(687) Thucyd. VI, 3, 3. — Strab. VI, p. 268. — Scymn.. Ch. v. 286, 290.
(688) Euseb. Chron, II, p. 331. ed. Maii,
(689) Cluver. Sicil. antiq. p. 139. — Raoul — Rochette, Hist. des Col. gr. t. III, p. 233.
(690) Suid. v. Στησίχορος. — Diog. Laert, ΙΧ, 2, 18.
(691) Aristot. Polit. V, 10, 4.
(692)Elian. Hist. Anim. V, 39.
(693)Jamblich. De Pythag. vita VII,33. — Porphyr. De vit. Pythag. 21.
(694)Aristot. Polit. II, 9.
(695)Diod. Sic. XI, 49, 1. — Le PiticheI, II, III di Pindaro sono dedicate a Jerone Etneo. — Cf. Strab. VI, p. 268.
(696)Diod. XI, 66, 4.
(697)Diod. XI, 76, 2 sq. — Strab. VI,p. 268.
(698)Justin. IV, 3. — Diod. XII, 54, 4.
(699)Thucyd. VI, 50, 51, 63, 71. — Diod. XIII, 4, 6, 7. — Plutarch. Nic. 15, 16.
(700)Justin. IV, 4. —Cf. Amico, Catana illustr, t. I, p 174.
(701)Diod. XIII, 66, 2: οἱ δὲ Συρακόσιοι πυθόμενοι τὰπερί τὴν πολιορκίαν (Σελι νουντίων), πρὸς μὲν Χαλκιδεῖς πόλεμου ἔχοντες διελύσαντο.
(702)Id. XIII, 114, 2.
(703)Diod. XIV, 15, 3 cf. 68.
(704)Id. XIV, 58, 2.
(705)Amico, Op. cit. t. I, p. 196.
(706)Diod. XIV, 60, 7.
(707)Id. XIV, 7076.
(708)Id. XIV, 87.
(709)Plutarch. Dion, LVIII, 2.
(710)Diod. XVI, 89, 4. —Plutarch. Timol. XIII, Cora. Nep. Timol.
(711)Poliaen. Strat. V. Timol. lo nomina Milarco.
(712)Plutarch. Timol. XXX, 3; XXIV, 1 —6 XXXV, I.
(713)Amico, Catana illustr. I, p. 214.
(714)Diod. XXII, 2,1.
(715)Id. XIX, 110,3.
(716)Id. XXII, 8, 3.
(717)Eutrop. II, 19.
(718)Varro ap. Plin. H. N. VII, 60.
(719)Sil. Ital. XIV, 196.
(720)Plutarch. in Marcello XXx.
(721)Amico, Catana illustr. t. I, p. 231.
(722)Strab. VI, p. 272.
(723)Oros, V, 13.
(724)Freinshem, Liv. Suppl. LXXXIX, 2.
(725)Cic. In Verr. IV, 23. Oppidum locuples, honestum, copiosum. — Cf. III, 43.
(726)Cic. In Verr. IV, 23. — Franz, Inscr. gr. t. III, p. 595.
(727)Strab. VI, p. 271.
(728)Ferrara, Storia di Catania p. 439.
(729)Echkel, D. N. t. I, p. 202.
(730)Pind. Od. I, II, III.
(731)G. H. Noehden, A select of ancient Coins P. II, p. 25 sgg. London 1824.
(732)Spanhem. De usu et praest. Num. t. I, p. 315, 319.
(733)Herod. VII, 153.
(734)Plin. H. N. VII, 57. — Elian. V. Η. ΙΧ, 1.
(735)Il Goltzio e l'Havercamp citati da Amico (Catana illustr. t. III, p. 328).
(736)Vedi p. 127. — Cf. Amico, Op. cit. t. III, p. 326.
(737)Pind. Nem. Od. I.
(738)Burmann, Ad Dorville Sic. р. 311.
(739)G. H. Noehden, Op. cit. P. III — IV, p. 37segg.
(740)S. Birch, British Museum p. 51. London.
(741)Diod. Sic. I, 27, 4. — Strab. XVII, p. 805. — Ptol. IV, 5, 52.
(742)Herod. 11, 137. — Notabile pe' sepolcreti de' gatti (Herod, II, 67), questa città prendeva il nome dalla stessa dea, a cui era sacro il gatto (Plut. De Is et Osir. LIV), Cf. Antonin. Liber. Met. fab. 28. — Ovid. Met. V, 330. — Birch. Op. cit. p. 18 seg.
(743)Trichet Dufresne, De Charondae effigie in numo Catanensi argenteo. Paris 1658. Cf. Amico, Op. cit. t. III, p. 304 sqq.
(744)Cic. In Verr. V, 48.
(745)Vedi p. 130. L'iscrizione ΛΑΣΙΟ, che alcuni nummologi riferivano allo stessonume, ma leggendola ΛΙΣΙΟ, pel noto epiteto di Bacco (Pausan. IX, 16, 6), è da attribuire piuttosto a qualche magistrato, se non insigne duce de' Catanei (Amico,Op. cit. t. III, p. 303. — Eckhel, D. N. t. I, p. 204).
(746)Vibio Sequestre (De Flum. p. 24, ed. Panck.) questo Campo de' Pii (Εύσεβῶν χώρα) confuse colla città di Tauromenio. Cf. Bentley, Opusc. p. 252.
(747)Conon. Narrat. XLHI. Cf. Aristot. Demundo c. VI. — Lycurg. Orat. in Leocr. XXIII. — Strab. VI, p. 269. — Sil. Ital. ΧIV, 196. — Philostr. Vit. Apollon. V, 17. — Senec. De Benef. III, 37; VI, 36. Val. Max. V, 4, 4, — Hygin. Fab. 254. Apul, De Mundo p. 73, ed. Elmenh. Claud. Idyll. VII. — Lucil. Etna, 620.
(748)Pausan. X, 28, 4.
(749)Solin. V, p. 97 ed. Panck.
(750)Stob. Eclog. Serm. CXCVIII.
(751)Oros. II, 18.
(752)Polyb. XXIII, 18.
(753)Vaillant, Med. fam. Rom. t. II,p. 269, tab. CXIV, n. 17. — Burmann, Ad Numism. Sic. p. 319.
(754)Amico, Op. cit. t. III, p. 388.
(755)Burmann, Ad Dorville Sic. p. 325.
(756)Pind. Pyth. 1, 57: ἐυκάρποιογαιας μέτωπων.
(757)Posidon. ap. Strab. VI, p. 269.
(758)Strab. VI, p. 268. Cf. p. 271.
(759)Cic. In Verr. V, 45.
(760)S. Leon. Act. lat ap. Amico, Catana illustr. t. 1, p. 382. Cf. ibid. p. 366.
(761)Gualth. Tabb. ant. Sicil. p. 7, n. 31. Cf. Amico, Op. cit. t. III, p. 236.
(762)Ferrara, Stor. di Catania p. 292.
(763)Houel, Voyage pitt, t. II, p. 143.
(764)Cic. In Verr. V, 45.
(765)Massa, Sicil. in prospett. t. II, p. 203.
(766)Arcangelo,Cron, mss. di Catania ap. Carrera, Mem. Ist. di Catania t. I, p. 47.
(767)Gualth. Tabb, ant. cit. p. 9, n. 48. Amico, Op. cit. t. III, p. 237. — Cf. Hagenbuch, Epist. Epigr. p. 420 sqq.
(768)Carrera, Mem. cit. t. 1, p. 504.
(769)Amico, Op. cit. t. III, p. 34.
(770)Houel, Voyage cit. t. II, p. 142.
(771)Bolano ap. Carrera, Mem. cit. 1, 48.
(772)Fazello, De rebb. Sic. t. I, p. 135.
(773)Amico, Op. cit. t. III, pp. 8, 32seg. ΤΟΜ. ΙV
(774)Dal tempio di Cibele il luogo fu detto Cibale, e poi Cifali.
(775)Houel, Voyage cit. t. II, pp. 124, 142 — 44.
(776)Saint — Non,Voyage pitt. t. III, p. 502.
(777)Houel, Voyage pitt. t. II, p. 138.
(778)Ferrara, Op. cit. p. 281 segg. — Cf. Houel, Voyage cit, t. II, p. 139. Pl. CXL.
(779)Di queste colonne, del diametro di 2 piedi, 6 ora sono nel prospetto della Cattedrale, una nel cortile del museo Biscari, ed un'altra nel piano della Cattedrale stessa con sopra la statua di S. Agata.
(780)Vitruv. De Archit. V, 9.
(781)Poliaen. Strateg. 1, 40, 4. — Cf. Frontin. Strateg. III, 2, 6 — Il secondo di questi scrittori in vece di Catania per errore nomina Agrigento, che non fu presa dagli Ateniesi.
(782)Theophr. ap. Athen. I, p. 22. С.
(783)Suid. ν. Στησίχορος. –Cf. Hesych. Πιναξ etc. v. Στησίχορος, ed. Orelli. Lips. 1820.
(784)Per altre particolarità notabili di questo nobile edifizio vedi la dotta illustrazione del ch. Musumeci (Dell'Odeo di Catania. Catan. 1822). Cf. Nuovo Giorn. de' Letterati, Pisa 1823; n. VIII, p. 194 segg. Houel, Voyage pitt. t. II, p. 139seg. Pl. CXLII.
(785)Pausan. I, 9, 6.
(786)Id. VII, 20, 6.
(787)Arcangelo ap. Carrera,Op. cit. III, 12. Gualth. Tabb. cit. p. 8, n. 37. — Amico, Op. cit. t. III, p. 238. — Burmann, Dorvill. Sic. p. 577, n. 6. Cf. Franz, Inscr. Gr. t. III, p. 668, n. 5727.
(788)Bolano ap. Carrera, Op. cit. 38, 135.
(789)De Archit. V, 2.
(790)Biscari,Viaggio ecc. p. 32. Cf. Ferrara Stor. di Catania p. 308 segg.
(791)Scoprivasi presso il monistero di S. Benedetto nel 1772, e si conserva nel Museo Biscari.
(792)Velcker, Syll. epigr. p. XIX. Jacobs, Anthol. Palat. t. III. Addend. p. XCVI. Franz, Corp. Inscr. Gr. t. III, p. 654. Vedi anche nella Collezione del Castelli (Cl. VII, p. 70 sq.) i supplimenti e la versione del Tardia,
(793)Münter, Viaggio in Sicilia p. 427. Weleker, Mus. Rh. suppl. 1841 II, 3, p. 1337.
(794)Supplita come si vede dal Principe di Biscari, cosi benemerito per la conservazione de' patrii monumenti, prima del Franz fu pubblicata dal Sestini (Descriz, del Mus. del P. di Biscari, p. 6, 1787), e dall'Orelli (Coll, Inscr. Lit. v. II, n. 3019). Lesigle D. D. P. R. 1. dopo il titolo di Viro Perfectissimo che si dà a Flavio Ambrosio dall'Orelli si spiegano: Decurionum decreto pecunia reipublicae instauratum, e da Zumpt (ap. Franz. Op. cit. p. 654): Decreto Decurionum poni Respublica iussit.
(795)Theod. Cod. de praet. l. 15 (6, 4).
(796)Per gli avanzi de' bagni in case private vedi Ferrara, Storia cit. p. 328 segg.
(797)Amico, Catana illustr. t. III, p. 51. Come più magnifiche queste terme il citato storico distingue dalle altre nelle Grotte di S. Pantaleo, dove ſu più probabilmente il Palagio del Proconsole.
(798)Vedi p. 130.
(799)Ferrara, Op. cit. p. 315.
(800)Constantinop. Christ, c. 27.
(801)Per la restituzione de' frammenti dell'epigrafe, riuniti meglio che prima non si era fatto, vedi Franz, Corp. Inscr. Graec. t. III, p. 662.
(802)Amico, Catana illustr. p. 54. — Cf. Ferrara, Op. cit. p. 323 seg. — Per l'iscrizione VTERE FELICITER che scoprivasi tra gli avanzi di questi bagni, non è inve. risimile che come gli altri furono egualmentepubblici.
(803)Vedi t. II, p. 137. seg.
(804)Junior. phil. Orb. descr. in Class. Auctor. Vatic. Maii, t. III, p. 409. Inter caeterasvero tres habet (Sicilia) splendidas civitates, Syracusas, Palarmum, et Catinam, in quibus et spectacula Circensium exhibentur.
(805)S. Leon. Encom. ap. Amico, Catana illustr. t. I, p. 369.
(806)Può leggersi nell'Houel (Voyage pitt. t. II, p. 121) la descrizione di questa statua simbolica, che l'Arcangelo dice portata in Roma nel Museo Gariberti.
(807)E. De Salle, Peregrinations en Orient t. 11, p. 296. Paris 1840. Di questo obelisco riferiscono i disegni il D'Orville (Sicula p. 215), ed il Castelli (Sicil. vet. Inscr. pp. 307, 309 ed anzichè dall'Egitto trasportato, come alcuni sostengono, peʼ rozzi geroglifici è col Zoega (De orig. et usu Obel. p. 87) da stimare piuttosto una rozza, ma antica imitazione forse del tempo dell'impero, quando il culto de' numi Egizii fu nella città introdotto.
(808)Arcangelo, ap. Amico Op. cit. t. III, p. 42.
(809)Cesare Pesce, il quale visse nel XIV secolo.
(810)Amico, Op. cit. t. III, p. 43.
(811)Ferrara, Op. cit. p. 293 sgg. — Cf. Saint — Non, Voyage pitt. t. III, p. 498 sgg.
(812)Veder se ne possono i diversi prospetti nell'opera dell'Houel (Voyage pitt. t. II, PI. CXXXII, CXXXIV, CXXXV). Η. ΝΝ.. ΧΙΧ, 6.
(813)Juvenal. Sat. IV, 122. — Cf. Plin.
(814)Cassiodor. Variar. V, 42.
(815)Cassiodor. Variar. III, 49.
(816)Procop. De Bello Goth. III, 40,
(817)Tal nomenegli atti di S. Agata si daal Proconsole che ne ordinava il martirio.
(818)Amico, Catana illstr. t. III, p. 66 segg.
(819)Fabric. Bibl. Graeca t. XIV. — Cf. Diod. ed. Wesseling. t. II. — Schoell, Ist. della Lett. gr. IV, 1, p. 106.
(820)Ferrara, Op. cit. p. 518.
(821)Martyrolog. Rom. 10 Maii, ed. Baron, p. 210.
(822)Amico, Op. cit. t. III, p. 77.
(823)S. Leon. Act. ap. Amico t. I, p. 377.
(824)Amico, Op. cit. t. III, p. 79. Cf. Ferrara, Op. cit. p. 519.
(825)Diod. XIII, 4, 5.
(826)S. Leon. Act. ap. Amico t. I, p. 373.
(827)Ferrara, Op. cit. p. 331 segg.
(828)Filoteo, Topogr. Ætnae III, 1.
(829)Polluc. Onom. IX, 100. —Suid. ν. Πάνταοκτώ. Eustath. ad 11. Ψ, p. 1289. Cf. Erasm, Adag. col. 234. — Che per la forma ottangolare l'accennato Obelisco (p. 145) adornasse questo sepolcro della forma identica, parmi più speciosa che solida congettura del Rezzonico (V. Peranni, Note al Viaggio del Müntert. II, p. 112).
(830)Fazello, De rebb. Sic. I, 3.
(831)Euseb. Chron. II, p. 339 ed. Maii.
(832)Amico, Op. cit. t. III, p. 274.
(833)La grande colonna, a cui si accenna nella vita di S. Leone (Ad Heroum sepulchra magnam columnam conscende), e che adornar doveva un grande mausoleo, è fama che si scoprisse nel porre le fondamenta del monistero de' Carmelitani (Amico, Op. cit. t. 1, p. 368).
(834)Ps. Callisth. II, 20, 22.
(835)Amico, Op. cit. t. III, p. 259. Bonada, Carmina ex antiqq. lapid. t. II, p. 127. — Franz, Corp. Inscr. Gr. t. III,p. 667.
(836)Biscari, Disc. sopra una iscr. Del teatro di Catania, Catania 1770 in 4,º
(837)Voyage pitt. t. III, p. 2.
(838)Ferrara, Storia di Catania p. 268, nota (2).
(839)Cluver. Sicil. antiq. p. 412.
(840)Steph. Βyz. ν. Υβλαί.
(841)Pausan. V, 23, 6. Cf. Steph. B. l. c.
(842)Thucyd. VI, 94, 3.
(843)Liv. XXVI, 21. Secutae addefectio. nem earum Hybla et Macella sunt.
(844)Eckhel, D. N. 1. 1, p. 210. —Burmann Ad D'Otville Sicul. p. 484. — Cf. Basche, Lex. Numum, v. HYBLA.
(845)Cluver. Sicil. antiq, p. 412.
(846)Houel, Voyage pitt. t. III, p. 22.
(847)Castelli, Inscr. Sicil. Cl. I, n. 21.
(848)Amico, Op. cit. t. III, p. 245. — Franz C. Inscr. Cr, t. III, p. 670. L’iscrizione provenne forse dal colle di S. Maria di Licodia, dove scopriva un’altra epigrafe sepolcrale greca, riferita dallo stesso storico di Catania (Op. cit. t. III, p. 250), il quale comprese che proveniva dalla necropoli di una mal nota città vicina, che fu appunto quella d'Ibla nell'indicato sito.
(849)Amico, Catana illustr. t. III, p. 233. Cf. Castelli, Pel. bucr. Sic il, Cl. XVII, D. 47, p. 271—Ferrara, Star, cit, p. 376.
(850)Sangiorgio Mazza, Star. di Adernò p. SS. Catania 1820.
(851)Ferrara, Stor. di Catania p. 288.
(852)Amico, Op. cit. t. I, P. 237.
(853)Strab. VI, p. 272; ἔπαθον δὲ τα αὐτὰ ταῦτα καὶ Καταναῖοι καὶ Ταυρομενίται καὶ ἄλλοι πλείους.
(854)Biscari, Viaggio per le antich. della Sicilia p. 62 segg.
(855)Sangiorgio Mazza, Storia cit. p. 280.
(856)Steph. Β. v. Α΄δρανον.
(857)Diod. Sic. XIV, 37, 4.
(858)Sangiorgio Mazza, Stor. cit. p p. 14, 16, 84 sgg.
(859)Ruckert, Troja's Ursprung p. 218.
(860)Plutarch. in Timol. XII, 1, 3.
(861)Reg. II, 17, 31.
(862)Bochart, Geogr. Sacr. p. 530. — Jacobi, Handw. der Myth. v. ADRANOS, p. 17. Nork, Myth. Andeut. p. 2.
(863)Mionnet, Suppl. t. 1, p. 358, 8.
(864)Etym. M. p. 18, 36: Αδρεὺς δαίμων τις περὶ τὴν Δήμητραν ἀπὸ της τῶν καρπῶν ἁδρύνσεως.
(865)Klausen, Eneas u. d. Penaten p. 474.
(866)Diod. XIX, 103, 3.
(867)Sangiorgio Mazza, Stor. cit. p. 133 — 62.
(868)Diod. XXIII, 4, 2.
(869)Sil. Ital. XIV, 250.
(870)Cic. In Verr. III, 6.
(871)Plin. H. N. III, 14, 5.
(872)Eckhel, D. N. I, p. 190. Cf. Burmann, Op. cit. p. 307 seg.
(873)Vedi p. 79.
(874)Mionnet, Descr. de Med. t.1, p. 259, n. 422, 423.
(875)Houel, Voyage pitt. t. III, p. 24.
(876)Sortino, Mem. med. di Adernò ap. Sangiorgio Mazza, Stor. cit. p. 35. — Cf. ibid. p. 45 seg., 91 seg.
(877)Diod. Sic. XIV, 37. — Nymphod. a p. Elian. Hist. Anim. XI, 20.
(878)Houel, Voyage pitt. t. III, p. 25.
(879)Sangiorgio Mazza, Stor. Cit. p. 46.
(880)Biscari, Viaggio cit. p. 59. — Cf. Houel, Voyage cit. t. III, p. 25.
(881)Saint — Non, Voyage pitt. t. IV, p. 74.
(882)Sangiorgio Mazza, Op. cit: p. 130, 177.
(883)Franz, C. Inscr. Gr. t. III, p. 671.
(884)Gualth. Tabb, ant. Sicil. p. 50, n. 333. — Cf. Sangiorgio Mazza, Stor. cit. p. 80.
(885)Strab. VI, p. 272. — Plin. III, 14, 3. — Ptol. III, 4, 9.
(886)Thucyd. VI, 65. — Cf. Scylac, Peripl. § 13.
(887)Virg. Æn. IX, 584. Symethia cir. oum flumina. — Cf. Serv. ibid.
(888)Movers, Die Phoenizier t. III, p. 341.
(889)Ptol. IV, 2, 28, ed. Nobbe (Lips. 843), p. 233.
(890)Alvaro Paterno, Sulla irrigazione de' campi intorno il Simeto p. 8 seg. — A. di Giacomo, Idrologia gen. dell'Etna negli Atti dell'ACCAD, Gios. t. IX, p. 30 segg.
(891)Punicor. XIV, 231. Rapidique colunt vadaflava Simethi.
(892)Deipnosoph. 1, 6. Cf. Schweigh ad Athen. t. III, p. 56.
(893)Amico, Catana illustr. t. III, p. 320 segg.
(894)Pasqualino, Vocab. Sicil. etimol, V. GIARRETTA.
(895)S. Agath. Acta a p. Amico, O p. cit. P. IV, p. 43.
(896)Plin. III, 14, 5. Selinuntii, Symaethii.
(897)Ptol. III, 4, 13. — Vi si legge propriamente Δύμηθος, lezione falsa ritenuta dal Nobbe.
(898)Cluver, Sicil. antiq. p. 408.
(899)Polyb. 1, 9, 4. παραταξάμενος περὶ τὸνΚυαμόσωρον ποταμόν.
(900)Bochart, Chanaan p. 531.
(901)Steph. Βyz. v. Γαλάρινα.
(902)Diod. Sic. XVI, 67, 3.
(903)Diod. XIX, 104, 3.
(904)Taylor Combe, Mus. Brit, tab. IV, nota 4. — Raoul-Rochette, Mém, de Numism, et d'antiq. p. 243, nota 4.
(905)Vedi p. 152.
(906)Aretius, Cosmogr. Sicil. p. 703 in fin. Berosi Annii, Antver p. 1552.–Cluver. Sicil. antiq. p. 407.
(907)Strab. VI, p. 270. — Cf. Antioch. a p. Dionys. Hal. 1, 4.
(908)Ptol. III, 4, 12.
(909)Cic. In Verr. III, 43.
(910)Cluver. Sicil. antiq. p. 403.
(911)Diod. IV, 84, 1.
(912)Hesych. ν. Καπητὸν: παράβλημα ἀλόγου. In latino la voce Capitum ha lo stesso significato (Vopisc. in Aurel. 7. Ammian. Marc. XXII, 4. — Cod. Theod. VII, 4,
(913)Castelli, Sicil. Vet. Inscr. CI. XIV, ກ. 154.
(914)Ephor. a p. Steph. Byz. v. Ερβιτα.
(915)Diod. XII, 8, 2. Cf. XV, 15, 1.
(916)Id. XV, 16, 1.
(917)Cic. In Verr. III, 32. Filino, che v'ebbe i natali, nobile ed eloquente, tali vessazioni manifestaya al Senato (Cic. in Verr. III, 34 ).
(918)Ptol. III, 4, 11. Καὶ κατέχουσιν αὐτῆς (Σικελίας) τὰ μέσα ᾿Ορβεῖται ἤ Ερβιταίοι.
(919)Id. III, 4, 13.
(920)Dorville, Sicula p. 161.
(921)Cluver. Sicil. antiq. p. 403.
(922)) Diod. XV, 15, 1.
(923)Aret. O p. cit. p. 702.
(924)Diod. XIV, 95, 2. — Thucyd. IV, 65.
(925)Strab. VI, p. 270.
(926)Sil. Ital. XIV, 265.
(927)Cluver. Sicil. antiq. p. 407.
(928)Steph. Β. v. Μοργέντιου.–Diversa da questa città sembra Μόpγυνα, che descriverò altrove.
(929)Diod. XI, 78, 5.
(930)Id. XIV, 78, 6.
(931)Id. XXXVI, 4, 5 sqq.
(932)Cic. In Verr. V, 47.
(933)Strab. VI, p. 270. — πόλις δ᾽ἦν αὕτη, 2ῦν διέκ ἔςιν. — Dubbio è questo passo del geografo, perchè può significare insieme e che la città non più sussisteva al suo tempo, e che non formando più una città, era soltanto una semplice borgata. Cf. Du Theil, Geogr. de Strabon t. 11, p. 357, nota (4).
(934)Eckhel, Doctr. N.V. t. I, p. 225. Cf. Massa, Sicil. in prospett. t. II, p. 111 seg. — Burmann, Ad Dorville Sicula p. 444.
(935)Plin. H. N. III, 14, 5.
(936)Liv. XXIV, 27. — Cf. Cluyer. Sicil. antiq. p. 415. — Cf. Jasith.
(Fabretti ) ad Grunnov. Apolog. Animadv. p. 20. Nea p. 1686.
(937)Mannert, Geogr. t. IX, P. II, p. 430.
(938)Philist. a p. Steph. Β. γ. Εργέτιου.
(939)Diod. XIV, 78, 6.
(940)Cluver, Sicil. antiq. p. 417.
(941)Ptol. 111, 4, 13.
(942)Dindorf in Diod. Bibl. t. I, p. 601.
(943)Sil. Ital. XIV, 250.
(944)Plin, H. N. III, 14, 5. Drepanitani, Ergelini.
(945)Cluver. Sicil. antiq. p. 416. — Cf. Harduin ad Plin. III, 14, v. Ergetini —, Adorno, Descriz. geogr. t. II, p. 76.
(946)Fazello, Storia di Sicilia trad. da Remigio Fiorentino, t. II, p. 394, Palermo 1830.
(947)Diodor. Sic. XIV, 95, 2. — Cic. in Verr. IV, 44.
(948)Vib. seq. Deflum. p. 12, ed. Pank. Chrysas, Syracusis, ex monte Hereo.
(949)Cluver. Sicil. antiq. p. 401.
(950)Cic. In Verr. IV, 41.
(951)Fazello, De rebb. Sic. p. 440.
(952)Houel, Voyage pitt. t. III, p. 37.
(953)Diod. XXIII, 4, 2.
(954)Liv. XXVI, 21.
(955)Plin. H. N. III, 14, 5.
(956)Fazello, De rebb. Sic. X, p. 446.
(957)Cluver. Sicil. antiq. p. 413.
(958)Scasso, Descriz, cit. p. 198.
(959)Diod. IV, 24.
(960)Movers, Die Phönizier t. III, p. 561, 565 sgg.
(961)Diod. IV, 30, 3. — Cf. Movers, Op. cit. t. III, p. 313.
(962)Attardi, Storia dell'integra città di S. Filippo d'Aggira p. 13. Palermo 1742.
(963)Diod. XIV, 9, 2.
(964)Id. XIV, 78, 6; 95, 4, 7.
(965)Id. Ibid. 96, 1.
(966)Diod. XVI, 82, 4, 5; ibid. 83, 3.
(967)Eckhel, Doctr. N. V. t. 1, p. 194 seg. — Avellino, R. MUS. BORB. t. XII, tav. 14, 29.
(968)Diod. IV, 24, 4 — 6.
(969)Attardi, Stor. cit. p. 20.
(970)Diod. XXII, 2, 3.
(971)Id. XXII, 13, 1.
(972)Cic. In Verr. IV, 18, 27.
(973)Cic. ibid. III, 9.
(974)Prese la città questo nome dal soggiorno che vi faceva S. Filippo di Costantinopoli, di cui vedi le due leggende nella citata Storia dell'Attardi.
(975)Fazello, De rebb. Sic. X, p. 434.
(976)De Sayve, Voyage cit. t. II, p. 58.
(977)Diod. Sic. I, 4.
(978)Castelli, Sic. vet. Inscr. Cl. V, n. 16.
(979)Nell'Itinerario di Antonino S XVIII. leggesi propriamente Annesel, ma si giudica errore di trascrizione, si perché Am(py) è frequente ne' nomi punici, si perchè Esel ed Asel s'incontrano ne' nomi della Palestina semplici e composti.
(980)Die Phoenizier t. III, p. 340.
(981)Diod. Sic. XXII, 13, 1.
(982)Scasso, Descriz. della Sicilia p. 201,
(983)Diod. XIV, 95, 4.
(984)Attardi, Stor. cit. p. 31.
(985)Vedi p. 159.
(986)Itin. Antonin. § XXV. — Cf. Tab. Peuting. § LII.
(987)Sil. Ital. XIV, 203.
(988)Porphyr. Vit. Pythag. XXII.
(989)Thucyd. VI, 94. — Cf. VII, 32.
(990)Diodor. Sic. XIV, 78, 6,
(991)Diod. XVI, 82, 4.
(992)Id. XIX, 103, 3.
(993)Id. XX, 56, 3.
(994)Id. XXII, 13, 1.
(995)Eckell, Doctr. N. V. I, p. 205. Cf. Sestini, Lett. Numism. t. VII, p. 29.
(996)Diod. Sic. XXIII, 4, 1.
(997)Cic. In Verr. V, 32.
(998)Id. Act. III, 6.
(999)Id. Act. II, 68.
(1000)Hist. N. III, 14, 5.
(1001)Cic. In Verr. IV, 23.
(1002)Act. III in Verr. 45, 48.
(1003)Act. II, 68.
(1004)Strab. VI, p. 272.
(1005)Plin. H. N. III, 14, 5. Latinae conditionis, Centuripini.
(1006)Ptol. III, 4, 13.
(1007)Plin. XXI, 6, 17; ΧΧΧΙ, 7, 41.
(1008)Solin. V, 13, 19. — L'Houel vide questo sale, ma in piccola quantità.
(1009)Houel, Voyage pitt. t, III, p. 32.
(1010)Fazello, De rebb. Sic. X, p. 429.
(1011)Houel, Voyage pitt. t. III, p. 30; Tav. CLXI, Cf. Biscari, Viaggio ecc. p. 64. — De Sayye, Voyage cit. t. 11, p. 56, crede piuttosto che fosse un serbatojo d'acqua.
(1012)Saint — Non, Voyage cit. t. IV, p. 82,
(1013)Houel, Voyage pitt. t. III, p. 27seg.
(1014)Diod. Sic. XII, 29, 2 sqq — La città è veramente indicata dallo storico col nomedi Τρινακία; ma pel riscontro de' geografi par che vi si debba leggere Τιρακία.
(1015)Plin. H. N. III, 14, 5.
(1016)Steph. Βyz. ν. Τυρακίναι.
(1017)Senz'altra pruova, e solo per essere Randazzo nella parte orientale dell'isola, l'Amico (Lex. topogr. t. II, p. 323) approvò l'opinione dell'Arezio e del Filoteo, i quali vi situavano Tiracia.
(1018)Ptol. III, 4, 13.
(1019)Cluver. Sicil. antiq. p. 413.
(1020)Ptol. Geogr. ed. Nobbe, Lips. 1843, p. 165.
(1021)Fazello, De rebb. Sic. X, p. 440. Scasso, Op. cit. p. 226. — Cf. Adorno, Descriz. cit. t. II, p. 95.
(1022)Apollod. ap. Steph. Βyz. v. Ασσώριον. — Cf. Steph. v. Ταρχώνιον.–In Tolomeo III, 4, 13 se ne legge tuttavia scorretto il nome 'Ασσηρος.
(1023)Reland, Palestina p. 597, 706 sqq. Ptol. V, 3,
(1024)Movers, Op. cit. t. III, p. 341.
(1025)Diod. XIV, 58, 1; ibid. 78, 6.
(1026)Cluver. p. 400. — Fazello De rebb. Sic. X, p. 452.
(1027)Barthelemy, Manuel numism. p. 125.
(1028)De Sayve, Voyage cit. t. II, p. 60.
(1029)Fazello, De rebb. Sic. X, p. 440.
(1030)Punicor, XIV, 272.
(1031)Steph. Β. ν. Τάβαι: Τάβαμ, τὴν πέτραν Ελληνες έρμενεῦσιν.
(1032)Steph. ν. Ταύκα.
(1033)Sicil. antiq. p. 493.
(1034)Orus II Gent. a p. Steph. B. v. Tava.
(1035)Itin. Antonin. §. XXXII, p. 44.
(1036)Adorno, Diz. geogr. t. II, p. 73.
(1037)Itin. Antonin. §XXIII, p. 26.
(1038)Cluver. Sicil. antiq. p. 430.
(1039)Pace, Antichità di Caltagirone p. 53, Na p. 1631. — Morretta, De Caltagirono p. 9. Ven. 1663. Chiaranda, Piazza antica p. 22. Na p. 1651. Cf. Aprile, Antich. di Caltagirone nella CRONOLOGIA DI SICILIA p. 428.
(1040)Fortia d'Urban, Itin. anc. р. 26.
(1041)Durid. Sam. a p. Steph. Byz. v. 'Ακράγαντες. — In Fragm. ed. aJ. G. Hulleman, Traj. ad Rh. 1841, p. 135. — Cf. Cluver. Sicil. antiq. p. 150.
(1042)La stessa io credo l'etimologia dell'isola Ericussa, una delle Eolie, opiuttosto Erigoessa.
(1043)Callias in VII Hist. de rebb. Sic. a p. Macrob. Saturn. V, 19; ἐπιεικῶς δὲ χερῥός ἐστιν τὸ τ'ὄρος καὶ ἡτὸ παλαιὸν Σικέ λῶν γεγενημένη πόλις. — Cf. Fragm. Hist. Gr. ed. Didot. t. II, p. 382.
(1044)Diod. Sic. XXI, 17, 4.
(1045)Id. XIV, 8, 5.
(1046)Philist. a p. Steph. Byz. ν. Ε'ρύκη.
(1047)Fazello, De rebb. Sic. t. I, p. 451.
(1048)Cluver. Sicil. antiq. p. 429.
(1049)Amico, Lex. topogr. v. Eryca. — Maunert t. IX, P. II, p. 434.
(1050)Diod. XI, 89, 2 seqq. Cf. Fazello, De rebb. Sic. t. 1, p. 145.
(1051)Vedi t. 11, p. 187.
(1052)Vedi t. II, p p. 190, 519.
(1053)Per altre particolarità del Lago vedi Ferrara, Mem. sopra il lago Nafiia ecc. Palermo 1805.
(1054)Houel, Voyage pitt. t. III, p. 59.
(1055)Ps. Aristot. De adm. ausc. LVII, p. 16 ed. Westermann. Brunsvigae 1839.
(1056)Polem. Περὶ τῶν ἐν Σικελ. Θαύμαζ. ποταμ. ap. Macrob. Saturn. V, 19.
(1057)Philosteph. a p. Tzetz. Hist. VII, 670.
(1058)Strab. VI, p. 275.
(1059)Pausan. IX, 39. — Cf. Pouqueville, Voyage de la Grèce t. IV, p. 166.
(1060)Plin. H. N. II, 105.
(1061)Id. ibid. II, 95,
(1062)Macrob. Saturn, V, 19. — Silen, a p. Steph. Βyz. v. Παλική.
(1063)Æschyl. Fragm. ed. Didot., p. 243.Cf. F. W. Schneidewin, Æschylos Aetna u. die Paliken in Rhein, Museum 1843, p. 70 sqq. — Serv. ad Æn. IX, 585. — Welcker, Ann. di Archeol. II, p. 254. — Klausen, Æneas u. die Penaten p. 474 segg.
(1064)Forse da δηλόω, per la virtù che in essi si suppose di dichiarare, manifestare le cose occulte.
(1065)Diod. XI, 89, 8.
(1066)Steph. Byz. ν. Παλική. –Cf. Sil. Ital. XIV, 219.
(1067)Serv. ad Æn. IX, 585.
(1068)Xenagor, a p. Macrob. Saturn. V, 19.
(1069)Diod. XI, 89, 6.
(1070)Diod. XXXVI, 7, 1.
(1071)Fazello, De rebb. Sic. t. I, p. 145.
(1072)Houel, Voyage pitt. t. III, p. 59.
(1073)Steph. Byz. ν. Παλική.
(1074)Vib. Sequ. de Font. p. 28, ed. Panckoucke.
(1075)Holsten, ad Steph. Βyz. v. Μενδαί, p. 204. — Cf. Massa, Sicil. in prospett. t. II, p. 240.
(1076)Diod. Sic. XI, 88, 6; 90, 1.
(1077)Fazello, De rebb. Sic. t. I, p. 145,
(1078)Houel, Voyage pitt. t. III, p. 57 seg.
(1079)Sangiorgio Mazza, Stor. di Adernò p. 78.
(1080)Amico, Ad Fazell. t. I, p. 149, n. 8. — Ferrara, Mem. sul Lago Nafiia ecc. p. 41.
(1081)Philist. a p. Steph. Β. ν. Ξ8θια.
(1082)Diod. Sic. V, 8, 1.
(1083)Maurolic. Sican. rer. comp. p. 21. Cf. De Sayve, Voyage en Sicile t. 1, p. 277.
(1084)Ortolani, Diz, geogr. della Sicilia V. SORTINO.
(1085)Plin. H. N. III, 14, 3.
(1086)Scil. Peripl. § ΧΙΙΙ: Εἰςτοὺς Λεουτίνους κατὰ Τηρίαν ἀνάπλους κ σαδίων. Questa distanza, che il Cluverio (p. 132) emendava in XL stadii, è trovata esatta dal Lapie (Itin. Anciens p. 324).
(1087)Diod. XIV, 14, 3.
(1088)Thucyd. VI, 50, 3; ibid. 94, 2.
(1089)Diod. XXII, 2, 1.
(1090)Polyb. VII, 6, 5.
(1091)Bochart, Chanaan col. 563.
(1092)Plin. H. N. ΧΧΧΙ, 19.
(1093)Diod. IV, 24, 3.
(1094)De Bussière, Voyage en Sicile p. 303.
(1095)Cluver. Sicil. antiq. p. 156.
(1096)Serv. ad Æn. III, 689. — Vib. Sequ. De flumin. p. 20.
(1097)Sil. Ital. XIV, 231. — Claud. De raptu Proserp. II, II
(1098)Plin. H. N. III, 14, 3. — Ptol. III, 4, 9.
(1099)Virg. Æn. III, 689. — Ovid. Fast. III, 471.
(1100)Thucyd. VI, 4, 1
(1101)Scylax, Peripl. §. XIII. — Cf. Plin. III, 14, 3. — Cluver. Sicil. antiq. p. 152.
(1102)Callimach. a p. Steph. ν. Αβαντις.
(1103)Ptol. III, 4, 13.
(1104)Homer. Odyss. X, 81 sqq.
(1105)Diod. Sic. V, 2, 4, — Cic. In Verr. III, 18.
(1106)Thucyd. VI, 3,
(1107)Scymn. Ch. Perieg. v. 283 μετὰ ταυτα δ'ἀπὸ Νάξου Λεοντίνοι πολις.
(1108)Diod. Sic. XII, 53, 1. Strab. VI, p. 273.
(1109)Polyaen. Strateg. V, 5.
(1110)Diod. V, 2, 4.
(1111)Daλεώς att. popolus, e τείνω (Fazello, De rebb. Sic. 1, 3, 3).
(1112)Diod. IV, 24.
(1113)Pausan. V, 25, 12. — Macrob. Saturn. 1, 20. — Cf. Movers, Die Phœnizier t. III, p p. 214, 328.
(1114)Scylax, Peripl. §. CIII. — Strab. XVI, P. 756. — Plin. H. N. V, 20, 17.
(1115)Ptol. III, 15, 24.
(1116)Beger, Thes. Brand. t. I, p. 389.
(1117)Diod. V, 8, 2. — Cf. Apollod. I, 7, 3.
(1118)Vedi p. 183.
(1119)Aristot. Polit. V, 10, 4.
(1120)Thucyd. VI, 4, 1.
(1121)Euseb. Chron. II, p. 329, ed. Maï. Poliaen. Strateg. V, 4. CF. Aristot. Polit. V, 8, 4.
(1122)Pausan. V, 22, 7.
(1123)Thucyd. IV, 65. Cf. Diod. XII, 71, 2.
(1124)Id. V, 4. — Cf. Pausan. VI, 17, 9.
(1125)Id. VI, 6, 19.
(1126)Diod. XI, 49, 2; ΧΙΙΙ, 89, 4; ibid. II 3, 4.
(1127)Diod. XIV, 15, 4; ibid. 78, 2.
(1128)Id. XVI, 16, 1.
(1129)Id. XIX, 110, 3.
(1130)Id. XXII, 8, 5.
(1131)Diod. XXIII, 4, 1.
(1132)Liv. XXIV, 7, 30.
(1133)Pausan. VI, 17, 9: κατ'εμέ αὖθις συνέβαινεν οἰκεῖσθαι.
(1134)Aristotele (De Nat. Anim. III, 17) dice che si abbondanti di pascoli erano i campi Leontini, che i bestiami vi morivano talvolta di grassezza. Cf. Diod. V, 2, 4. Cic. In Verr. III, 18.
(1135)Haverkamp, Ad Parut. p. 566 seqq Rasche, Lex. Numism. v. LEONTIUM, p. 1599.
(1136)Diod. XII, 54, 7. — Cf. Riggio, Illustr. di una med. leontina inedita p. 8.
(1137)Diod. XII, 53, 1.
(1138)Torremuzza, Sicil. num. vet. Tab. XLI. — Burmann, Ad Dorville Sicula p. 364 sq. Rasche, Lex. Num. v. LEONTIUM. — Eckhel, Doctr. N. V. t. I, p. 216 seq. Mionnet, Descr. de med, t. I, p. 24549. — Suppl. p. 396 — 98.
(1139)Polyb. Fragm. lib. VII, 5.
(1140)Scylax, Peripl. § XIII.
(1141)Cluver. Sicil antiq. p. 152.
(1142)Fazello, Derebb. Sic. p. 152.
(1143)Saint — Non, Voyage pitt. t. IV, p. 442.
(1144)Thucyd. V, 4, 4.
(1145)Smyth, Sicily p. 157.
(1146)De Bussière, Voyage en Sicile p. 305.
(1147)Per questi sepolcri e per le grotte in particolare vedi il recente viaggiatore F. Bourquelot, Voyage en Sicile p. 240 segg.
(1148)Vedi p. 99.
(1149)Demetr. in Synonym. (Geogr. ) a p. Steph. Βyz. ν. Α'λαβών. Cf. ν. Ο'δεσσος. Hesych. v. Α'λαβώς. Viaggiat.
(1150)Ptol. III, 4, 9.
(1151)Sil. Ital. XIV, 227. Nec non qui potant Hypsamque, Alabimque sonoros.
(1152)Herod. VIII, 136. — Hierocl. Synec. dem. p. 689.
(1153)Diod. Sic. IV; 78, 1. — Vib. Seq. De flum. p. 8, ed. Panckoucke.
(1154)Fazelło, De rebb. Sic. I, 3, 4. —Cluver. Sicil. antiq. p. 159. — Scasso, Breve descriz, della Sicilia p. 220.
(1155)Plutarch. in Timol. XXXIV, 1. — Il nome del fiume vi si legge 'Aβολον, ma il Cluverio avvertiva la metatesi, o l'errore de' copisti.
(1156)Ptol. II, 6, 58, ed. Nobbe p. 93. Cf. Mentelle, Géogr. anc. v. ALABO.
(1157)L. Diefenbach, Celtica II, p. 309 n. 4.
(1158)Scasso,Descriz. cit. p. 220.
(1159)Scymn. Ch. Fragm. v. 143.
(1160)Non ha guari ha ciò dimostrato una iscrizione greco — latina ivi trascritta dal dott. Papadopoulos Vretos (Nouv. Ann, des Voyages, 1853; t. III, p. 146).
(1161)Steph. Byz. ν. Υβλαι.
(1162)Thucyd. VI, 4, 1.
(1163)Scymn. Ch. 275 — 7.
(1164)Strab. VI, p. 267.
(1165)Steph. Βyz. v. Τβλαι, εἱ Μέγαρα.
(1166)Id. ν. Ύβλαι: Ης μικρά (Τβλα), ης οἱ πολίται Γαλεῶται, Μεγαρεῖς. — Cf. Id. ν. Γαλεῶται,
(1167)Steph. Byz. ν. Σικέλια.
(1168)Per tale genealogia di Galeo Stefano forse scriveva Temisso il nome della città fondata nella Caria, non Telmisso, come gli altri geografi.
(1169)Steph. Βyz. ν. Γαλεῶται.
(1170)Philist. a p. Pausan. V, 23, 2. — Cf. Cic. De Div. 1, 20.
(1171)Strab. XI, p. 507 — Cf. t. I, p. 67, nota (22).
(1172)Mnaseas a p. Schol. Apollon. II, 673. Cf. Cluver. German, antiq. I, p. 16. — I. H. Voss, Alte Weltkunde p. xxx.
(1173)Appian. Illyr. 1, 2, II. Strab. VII, p. 313.
(1174)Acestodor. a p. Schol. in Hom, Iliad. ed. Bekker, p. 449, π, 233.
(1175)Philosteph, a p. Schol. Pind. Olymp. III, 28.
(1176)Pouqueville, Voyage de la Grèce, t. III, p. 20.
(1177)Schol. Pind. Ol. III, 28. — Fragm. Hist. Gr. t. II, p. 387.
(1178)Ephor. Fragm. 78.
(1179)Posidon. a p. Schol. Apoll. Rh. II, 677. — Protarch, a p. Steph. Βyz. v. Υπερβόρεοι.
(1180)Hecat. a p. Diod. II, 47.
(1181)Athen. XV, p. 672.
(1182)Strab. XIV, p p. 651, 664. — Cf. Seylax, Peripl. p. 39.
(1183)Cic. De Div. I, II.
(1184)Cic. De Div. II, 23, 38. — Ovid. Met. XV, 558. — Lucan. I, 636 sq. Fest. v. Tages. Cf. Müller, Die Etrusker t. II, p. 24.
(1185)Hierocl. in Φιλίςορσι a p. Steph. Βyz ν. Ταρκινία.
(1186)Herodot. IV, 13. — Cf. Baehr, Excurs. in Herodot. t. II, p. 664 sqq. — Not. in Ind. Herodot. t. IV, p. 457.
(1187)Steph. Byz. v. Τλλάριμα. — II nome di questa città offre un curioso riscontro col nome degl'Illei dell'Illirico, come primi adoratori di Apollo riconosciuti dal Müller (Dor. I, p. 277).
(1188)Micali, L'Italia av. il dom, de' Romani t. II, p. 60.
(1189)Eschyl. a p. Schol. Apoll. Argon. IV, 285. — Pynd. Olymp. III; Pyth. X.
(1190)Durandi, Saggio p. 18 seg.
(1191)Trasandando altri molti, voglio dire il Ritson (Memoirs of the Celts. Lond. 1827), ed il Diefenbach, il quale nel lungo catalogo de' nomi simili geografici de' Celti e di altre contrade (Celtica II, p. 326) trascurava le due Ible della Scizia, o degl'Iperborei, e della Sicilia.
(1192)Vedi p. 63.
(1193)Strab. VII, p. 289: τά τε Ιλλυρικά καὶ τὰΘράκια, καὶ ὅσα τούτοις ἀναμέμικται τῶν Κελτικῶ ν.
(1194)Per Bucheta vedi Pouqueville t. II, p. 161. Cf. t. I di questa storia, p. 385.
(1195)Vedi p. 52.
(1196)R. Rochette, Hist. des Col. gr. t. III, p. 214 scg.
(1197)Thucyd. VI, 4, 2.
(1198)Altra ancora ne descrivono i nummologi coll'epigrafe ΥΒΛΑΣ ΜΕΓΑΡΑΣ, manon essendo che dell'Ibla Magna, falsa è la lezione ΜΕΓΑΡΑΣ, da emendarsi in MEΓΑΙΑΣ (Burmann, Ad Dorville Sicula p. 484 segg. — Eckhel, D. N. t. I, p. 218).
(1199)Thucyd. VI, 62, 5; 63, 2. — Cf. Cluver. Sicil. antiq. p. 412.
(1200)Thucyd. VI, 49, 4. Μέγαρα. … ἃ ἦν ἐρήμα.
(1201)Pausan. V, 23, 6.
(1202)Thucyd. VI, 4, 2. — Cf. R. Rochette, Hist. des Col. gr. t. III, p. 214, nota — Gli esuli pugnarono poi co' Selinuntini, di cui fondata avevano la città, nella memorabile battaglia contro Siracusa (Thucyd. VII, 57, 8 ).
(1203)Thucyd. VI, 94, 2.
(1204)Ælian. Var. Hist. XII, 46. — Cic. De Div. I, 20.
(1205)Hesych. v. Τβλήτης.
(1206)Phanodem. Fragm. 23.
(1207)Liv. XXIV, 35.
(1208)Pausan. V, 23, 6. ἱερόν σφισιν Υβλαί αςἐστὶ θεοῦ, παρὰΣικελιωτῶν ἔχον τιμάς.
(1209)Strab. VI, p. 267. — Ovid. Ep. Ex Ponto IV, 15, 9. — Stat. Achill. I, 557.
(1210)) Sil. Ital. XIV, 199.
(1211)Virg. Ecl. VII, 37. Cf. I, 53.
(1212)Brocchi, Sui Colli Iblei nelle MEM. su la Sicilia t. I, p. 131.
(1213)Saint-Non, Voyagepitt. t. IV, p.440.
(1214)Houel, Voyage pilu. t. III, p. 68
(1215)Steph. Byz. v. Τβλαι: Μία δὲ τῶν Υβλων Τίελλα καλεῖται, ὡς Φίλισος τετάρτωΣικελικῶν.
(1216)Id. v. Στύελλα: φρβρίου της ἐκΣι κελία Μεγαρίδος. seg.
(1217)Cluver. Sicil. antiq. p. 160.
(1218)Avellino, Opuscoli tt.. III, p. 157.
(1219)Thucyd. VI, 4, 2. — Cf. Strab. VI, p. 272.
(1220)Avellino, Opusc. cit. t. III, p. 165.
(1221)Vedi p. 198.
(1222)Scasso, Breve descriz. cit. p. 220 seg. Cf. Ferrara, Mem. sul lago Naftia ecc. p. 187, nota (4).
(1223)Fazello, Derebb. Sic. t. I, p. 162. Cf. Saint — Non, Voyage pitt. t. IV, p. 439. Houel, Voyage cit. t. III, p. 66, Pl. CLXXV. — Smyth, Sicily p. 162.
(1224)Strab. VI, p. 267.
(1225)Cluver, Sicil. antiq. p. 163. — Cf. Nicolosi, Hercules Sic. p. III. — Vita, Ann. de' Re di Sicilia. Ven. 1653,
(1226)Ptol. III, 4, 9.
(1227)Amico, Ad Fazell. t. I, p. 162.
(1228)Diod. Sic. XIV, 58, 2.
(1229)Vedi p. II8, nota (5).
(1230)Smyth, Sicily p. 159. — Cf. Fazello, Derebb. Sic. t. I, p. 50. Mongitore, Osserv. e giunte alla Sicilia inventrice dell'Auria, p. 95.
(1231)Theop. Philip p. XXXIX a p. Steph. By. ν. Χιφωνία. — Fragm. 207, ed. Müller.
(1232)Diod. Sic. XXIII, 4.
(1233)Vita, Op. cit. a p. Amico, Ad Fazell. I, p. 162.
(1234)Fazello, Derebb. Sic. t. I, p. 158, 26.
(1235)DOTAVIT POPULO FINIBVS ARCE LOCO.
(1236)Vedi t. I, p. 437; t. III, p. 587.
(1237)Scylax, Peripl. § XIII.
(1238)Liv. XXIV, 30. Ad Mylam flumennuntius occurrit, captam urbem esse.
(1239)Vedi p. 191.
(1240)Cluver, Sicil. antiq. p. 162. Cf. Aretius, Cosmogr. Sicil. in fin. Berosi Annii, p. 708.
(1241)Fazello, De rebb. Sic. I, p. 138. — II nome di Yhadeda, che il fiume ha alla foce, l' ebbe da' Saraceni.
(1242)Nome saracino, dice il Fazello, (De rebb. Sic. 1, p. 162), e propriamente Manghisi.
(1243)Virg. Æn. III, 689. Megarosque sinus, Thapsumque jacentem.
(1244)Serv. adEn. 1. c.: Thapsus, insula juzia Syracusas, plana, pene fluctibus par.
(1245)Smyth, Sicily p. 162.
(1246)Itinéraires anciens p. 163.
(1247)Thucyd. VI, 4, 97. — Cf. Steph. B. v. Θάψος.
(1248)Euseb. Chron. II, p. 331 ed. Maii: Χερσόννησος εν Σικελία εκτισθη. –Cf. R. Rochette, Hist. des Col. gr. t. III, p. 219.
(1249)Strab. XVII, p p. 831, 834.
(1250)Scylax, Peripl. SCX.
(1251)Xenoph. Anab. 1, 4, II. — Strab. XVI, p. 746.
(1252)Steph. Β. ν. Θαψίπολις.
(1253)Movers, Die Phönizier t. III, p. 164, 329, 501.
(1254)Id. ibid. p. 296.
(1255)Bochart, Chanaan col. 539.
(1256)Thucyd. VI, 97, 1.
(1257)Liv. XXIV, 39. — Cf. Boettcher, T. Liv. derebb. Syracus. capita, p. 39, nota (5) Dresdae 1839.
(1258)Mirabella, Dichiar. della pianta dell'ant. Siracusa. Nap. 1613. — Bonanni, Delle ant. Siracuse p. 154 segg. — Capodieci, Ant. munum. di Siracusa t. II, p. 274 seg.
(1259)Cluver. Sicil. antiq. p. 210.
(1260)W. M. Leake, Topogr. andhist. notes on Siracuse (Transact. of the Roy. Society of Literature t. III, London 1850, p. 290).
(1261)Filist. a p. Steph. ν. Ταρχία.
(1262)Thucyd. VI, 4, 1. — Leggo Τρώγιλόν non Τρώτιλόν, come nella edizione del Wesselingi o e in quella del Didot procurata dall'Haase, perchè lo stesso storico Τρώγιλόνto nomina appresso (ibid. 99, 1; VII, 2, 4), come Polieno e Stefano Bizantino.
(1263)Thucyd. l. c.
(1264)Poliaen. Strateg. V, 5, 2. Τρώγιλόυ κατώκησαν, μέχρι ἑνὸς χειμῶνος.
(1265)Steph. Byz. ν. Τρώγιλόν.
(1266)Thucyd. VI, 99, 1.
(1267)Plin. H. N. V, 31, 3.
(1268)Strab. XIV, p. 636. — Cf. J. Dellaway, Constantinople anc. et mod. t. II, p. 34.
(1269)Herod. 1, 118. — Pausan. VII, 24, 5.
(1270)Liv. XXV, 23. Ad portum Trogiliorum, propter turrim, quam vocant Galeagram, est visus.
(1271)Cluver. Sicil. antiq. p p. 157, 184.
(1272)Aret. Sicil. chorograph, ad calc. Berosi Antiquitt. Annii, p. 685 Antuerp, 1551. — Cf. Fazello, De rebb. Sic. 1, p. 162.
(1273)V. M. Leake, Mem. cit. p. 293.
(1274)Diod. IV, 24.
(1275)Diod. IV, 23; V, 4.
(1276)Virg. Æn. V, 815. — Diod. XIII, 86. Cf. Klausen, Eneas u. die Penat. p. 490 sq. — Movers, Die Phænizier t. III, p. 323 sq.
(1277)(3) Dosit. a p. Plutarch. Parall. XIX.
(1278)Gen. 38, 18, 19, 32. — Steph. Β. v. Ναβατοίοι. — Cf. Herod. 1, 195, 199. –Strab. XVI, 4, 25, p. 783.
(1279)Diod. Sic. XIV, 46. — Cf. Eckhel, Numm. Antioch. p. 58 sq.
(1280)Gesenius, Monum. tab. 39, XI, n. D. E. p. 296. — Cf. Cic. In Verr. V, 52.
(1281)Movers, Die Phoeniziert. III, p. 327.
(1282)Nicandr. a p. Schol. Apollon. Rh. I, 419.
(1283)R. Rochette, Hist. des Col. gr. t. I, p. 377 seg.; t. III, p. 181 seg.
(1284)Schol. Hom. I, 557, ed. Bekker p. 267.
(1285)Duc De Luynes, Études numism. p. 15 sq.
(1286)Didym, a p. Steph. Β. ν. 'Αρέθουσα. Cf. Strab. I, p. 58; X, p. 449.
(1287)Vedi t. III, p. 207.
(1288)Strab. VI, p. 269 sq.
(1289)Id. VI, p. 267.
(1290)Steph. Β. ν. Εφεσος. — Eustath. ad Dionys. Perieg. 827. Plin. H. Ν. V, 31, 4. — Benché nell'Inno Omerico in Apoll. v. 14 sqq. Ortigia sia diversa da Delo, pure scrivevasi che cosi si nominasse dalle quaglie ivi poste in tutela di Latona, διὰ την τῆς Λατους αδελφήν (Schol. Apoll. Rh. 1, 307. Cf. Tzetz. ad Lycophr. 401. Serv. ad Æn. III, 72. — Solin. c. XI).
(1291)Euseb. Chron. II, p. 330, ed. Maji.
(1292)Marm. Par. Epoch. XXXII.
(1293)Marsham, Can. Chron. p. 495. J. Seldenus, Marmora Arundelliana etc. p. 43. Londini 1628. — Boeckh, Explic. Pind. p. 113. — Prideaux, Marmora Oxoniensia etc. p. 153. Oxon. 1676. — Dodwel, Annal. Thucyd. p. 22. — Wagner, Chron. Par. p. 19. — Müller, In Marm. Par. Annot. in Fragm. Hist. Gr. p. 578.
(1294)Strab. VI, p. 262. — Scymn. Ch. Perieg. v. 278.
(1295)Dionys. Ital. Archaeol. Rom. II, 39.
(1296)Antioch. Fragm. II.
(1297)Mannert, Geogr. d. Griech. u. Röm. t. IX, P. II, p. 308.
(1298)Strab. VIII, p. 380. — Pind. Olymp. VI, 5, 6.
(1299)Clem. Alex. Stromat. I, 21, § 131.
(1300)Euseb. Chron. II, p. 328 seq. ed. Maii. Cf. S. Cyrill. adv. Julian.
(1301)Messen. IV, 4, 1. — Cf. Eliac. V, 19, 10. Ad altri che ad Eumelo si dovrebbe perciò attribuire la Συγγραφή Κορινθία, in cui trattavasi della storia della sua patria, ricordata dallo stesso Pausania (Corinth. II, 1, 1) e dallo Scoliaste di Pindaro. — Cf. Markscheffel, Hesiod. fragm. p. 223 sqq.
(1302)A supporre il poeta dell'età di 35 anni nella IX Olimpiade, ben poteva nella XI imprendere un lungo viaggio, quando ne aveva non più di 43; ma difficile è il credere che si affidasse al mare nell'età di 67 anni, quanti avuti ne avrebbe nell'Ol. XVII.
(1303)Tim. Fragm. 53.
(1304)Müller, Fragm. Hist. Gr. t. 1, p. LVI. Cf. J. G. Hullemann, Durid. Sam. quae supers. p. 79.
(1305)Scymn. Ch. v. 273. Απὸ τῆς ὁμόρε λίμνης. – Cf. Cf. Steph. Byz. ν. Συρακούςαι.
(1306)Plut. V. Dion. XXVII, 2.
(1307)Bonanno, Op. cit. p. 137.
(1308)Bochart, Chanaan col. 539.
(1309)Strab. VI, p. 269.
(1310)Hyp p. Rheg. a p. Athen. Epit. p. 31, B. — Cf. Pollux, Onom. VI, 17. — Ælian. V. Η. XII, 31,
(1311)Strab. VI, p. 269.
(1312)W. M. Leake, Mem. cit. p. 242, nota,
(1313)Thucyd. VI, 3, 2.
(1314)Herodot. VII, 155. — Diod. VIII, 9. — Poiché i Dorii dicevano là in vece di 2ῆογαία, terra, nacque da ciò l'apparente diversità delle parole Γαμόροι e Γεωμόpoi, e non altro significando che divisori di terre, parmi che nella dorica voce Gamorista da ricercare l'etimologia di Gamorista, che fra noi si dà volgarmente a' prepotenti divisori de' guadagni nel giuoco, e in generale a' soverchiatori ne' luoghi di punizione.
(1315)Thucyd. VIII, 21.
(1316)Strab. VI, p. 272.
(1317)Diod. XIII, 62.
(1318)Thucyd. VI, 5, 2.
(1319)Arist. a p. Plut. Praecept. pol. c. 32.
(1320)Herod. VII, 155.
(1321)Welcker, Prolegg. ad Theogn. p. xix.
(1322)Chron. Par. E p. XXXVII, ed. Wagner p. 21.
(1323)Herod. VII, 154. — Philist, a p. Schol. Pind. Olymp. V, 19. — Diod. X, 27, 1. ΟΙ. LXXII, 2, a. C. 491.
(1324)Herod. VII, 155. — Ol. LXXIV, 1, a. C. 484.
(1325)Herod. VII, 156. — Diod. XI, 72.
(1326)Diod. XI, 78.
(1327)Herod. VII, 158 — 166. — Diod. XI, 22 sqq.
(1328)Theophr. a p. Schol. Pind. Pyth. II, 3. — Plut. Reg. apopht. In Gel. I. Id. Deser, num. vind. VI.
(1329)Diod. XI, 26. — Ælian. V. H. VI, 2.
(1330)Diod. XI, 38.
(1331)Id. ibid., 67, 4,
(1332)Pind. Pyth. II, 34 sqq.
(1333)Vedi p p. 97, 127.
(1334)Vedi t. II, p. 107.
(1335)Pind. Pyth. I, 131.
(1336)Diod. XI, 67. — Arist. Pol. V, 9, 23.
(1337)Aristot. Pol. V, 9, 3.
(1338)Arist. Pol. V, 8, 18. πλείστας κατέλυσας τυραννίδας.
(1339)Diod. XI, 67, 67. — 01. LXXVIII, 3.
(1340)Diodoro (XI, 72, 3) dice che da 10,000 erano allora ridotti a poco più di 7000.
(1341)Diod. XI, 76.
(1342)Id. ibid., 86 sq.
(1343)Id. ibid., 88. — Ol. LXXXI, 4, a. C. 453.
(1344)Diod. XI, 91, 92; XII, 8, 29.
(1345)Id. XII, 30, 1.
(1346)Plut. Alcib. XVII, 3 sq. Id. Nic. XII, 2.
(1347)Thucyd. VII, 22. — Nella seconda battaglia vi furono di Siracusa soltanto 76 triremi (Id. VII, 52).
(1348)Diod. XIII, 35.
(1349)Diod. XIX, 1.
(1350)Id. XIII, 43, 54 — 63, 75.
(1351)Id, ibid., 80. — OI. XCIII, 3, а, С. 406.
(1352)Diod. XIII, 88 sq.
(1353)Diod. XIII, 91.
(1354)Id. ibid., 92 sq. — Cf. Aristot. Pol. VIII, (5), 4. — Xenoph. Hellen. II, 2. W. Brunet de Presle, Rech. sur les etabliss, des Grecs en Sicile, p. 220, nota (2)、
(1355)Hellad. Chrestom. a p. Phot. Cod. 279.
(1356)Diod. XIII, 93 — 96. — O1. XCIII, 4,. C. 405. — Il marmo di Paro pone il principio del regno di Dionigi nell’anno delI'ÕI, XCIII, 408 a. G. C.
(1357)Plutarco (in Dion. §3) dice che pe' sofferti oltraggi si tolse la vita.
(1358)Diod. XIII, 108 — 12.
(1359)Id. ibid., 113 seg.
(1360)Diod. XIV, 7. 103, 2.
(1361)Diod. XIV, 8, 1. Cf. Thucyd. VI.
(1362)Diod. XIV, 18.
(1363)Diod. XIV, 7, XVI, 70.
(1364)Diod. XVI, 5.
(1365)Diod. XVI, 6, 10 sq. Cf. Plutarch. in Dion. LVII. — Aristot, Pol. VIII (5), 8.
(1366)Diod. XVI, 70 sq. Cf. XV, 73, 5.
(1367)Diod. XVI, 83.
(1368)Id. ibid., 90.
(1369)Diod. XIX, 5 — 9. Olimp. CXV, 4, a. C.
(1370)Diod. XXI, 12.
(1371)Diod. XXI, 17.
(1372)Diod. XXII, 7, 2 seqq.
(1373)Ubi rex Agathocles regnator fuit, et iterum Phinthia, Tertium Liparo, qui in mortem regnum Hieroni tradidit. Plaut. Menech. II, 3, 57. — Cf. Calcagni, De' re di Siracusa Fintia e Liparo ricon. con le monete. Palermo 1809.
(1374)Polyb. I, 8 seq.
(1375)Diod. XXIII, 4. — Polyb, I, 16.
(1376)Diod. XXVI, 8. — Polyb. V, 88; VII, 8. — Freinsh. XX, 8.
(1377)Polibio (VII, 8) scrive che regnò anni 51, ma a contare dal 268, in cui fu eletto comandante supremo.
(1378)Polyb. VII, 8, 9, — Diod. XXVI 15. — Liv. XXIII, 30.
(1379)Polyb. VII, 6 seq. — Liv. ΧΧΙV, 6.
(1380)Tzetz. Hist. II, 35.
(1381)Liv. XXIV, 34; XXV, 23 sq.
(1382)Liv. XXV, 28, 31. — Diod. XXVI.
(1383)Dion. Cass. XLVIII — IX.
(1384)Strab. VI, p. 270.
(1385)Itin. Anton. §XXIII. — Più estesa di 55 miglia è la distanza della costa tra le due città (Itin. Marit. p. 153).
(1386)Strab. VI, p. 270.
(1387)Olympiod. a p. Phot. p. 197.
(1388)Thucyd. II, 13, 7.
(1389)Strab. VI, p. 270. πεντάπολις δ'ὲν τὸ παλαιόν. — Cic. In Verr. V, 53. Ea tanta est urbs, ut exquatuor urbibus maximisconstare dicatur. — Auson. De Clar. Urb.: Quis Catinam sileat, quis quadruplices Syracusas?
(1390)Liv. XXV, 24.
(1391)Pind. Ol. VI, 5, 6. — Cf. Böckh, Explic. Pind. p. 152.
(1392)Pausan. V, 14, 5. — Schol. Pind. Nem. 1, 3, Ο, ν. 10.
(1393)Pausan. VI, 22, 5.
(1394)Strab. VIII, p. 343. — Cf. Pausan. VI, 22.
(1395)Pind. Pyth. II, 7. Cf. Böckh, Explic. p. 244.
(1396)Ibycus a p. Schol. Theocr. I, 117.
(1397)Diod. V, 3. — Schol. Pind. Nem. 1, 2.
(1398)Hephaest. p. 36, 18.
(1399)Pind. Nem. I, 1.
(1400)Dissen, Expl. ad Nem, vol. I, p. 350. Cf. Müller, Dor. I, p. 393.
(1401)Müller, Introd. to a scientif. syst. of Mythology transl. by J. Leitch p. 74 sqq.
(1402)Strab. VI, p. 275.
(1403)Id. VIII, p p. 343, 353.
(1404)Zoilus a p. Strab. VI, p. 271.
(1405)Görres, Die Volkertafel des Penta — teuch p. 39. Regensburg, 1845.
(1406)Strab. VI, p. 267.
(1407)Id. ibid., p. 271.
(1408)Pausan. V, 7, 2. — Cf. VIII, 54, 2 sq.
(1409)Pausan. II, 5, 2; V, 7, 3. — Cf. Lycophr. Alex. 575. — Callim. H. in Dian, 171; in Del. 203 sq.
(1410)Serv. ad Æn. III, 694. — Ibyc. a p. Schol. Theocr. Idyll. I. — Strab. VI, p. 270. — Dice altresì il geografo che intorbidavasi l'Aretusa quando in Olimpia facevasi il sacrifizio de' buoi. — Cf. Serv. ad Ecl. X, 4.
(1411)Pausan. II, 7, 9.
(1412)Pausan. III, 21, 2. — Id. X, 8, 9.
(1413)Pausan. VII, 24, 3.
(1414)Saint — Non, Voyage pitt. t. IV, p. 373.
(1415)Pind. Nem. I. — Cf. Schol, ibid.
(1416)Hesych. v. 'Ακος.
(1417)Duc de Luynes, Études numism. p. 17 sqq.
(1418)Vedi p. 226.
(1419)Cic. In Verr. V, 53.
(1420)Diod. V, 3, 5.
(1421)Applicando il Fazello (De rebb. Sic. I, p. 176) a questa celebre fontana una testimonianza di Ateneo, dice esserne le acque pesanti e salse, e di mala digestione; ma l'Aretusa, di cui parla Ateneo (Epit. II, 42) era quella dell'Armenia maggiore, in cui era un lago di acque nitrose cosi detto (Plin. H. N. II, 103, 106; VI, 27, 31. Cf. Schweigh. Animady, in Athen. I, p. 299).
(1422)Liv. XXV, 23. — Cf. Plutarch, in Marcell, XVIII, 4. — 1 pastori, coronati di ghirlande, e menando seco anche inghirlandati i cervi sacri ad Artemide, gareggiavano a chi meglio la lodava. Con certi versi celebravano poi la dea ed il pastore vittorioso, il quale lasciando di custodire le greggie, diveniva cittadino, e vivendo a spese de' pastori vinti, ne riceveva in ogni anno donativi e buoni augurii (Schol. in Idyll. Theocr. ).
(1423)II P. di Biscari (Viaggio cit. p. 85) dice che sorpassano di assai quelle de' templi di Minerva e di Giove Olimpico.
(1424)W. M. Leake, Mem. cit. p. 269,
(1425)Rezzonico, Viaggio della Sicilia p. 137. Palermo 1828.
(1426)Pind. Pyth. II, 10; Nem. I, 2.
(1427)Bonanni, Delle ant. Siracuse p. 12.
(1428)Cedren. Comp. hist. t. I, p. 763 ed. Bonnae. — P. Diac. Degest. Langob. V, II.
(1429)Strab. VIII, p. 343.
(1430)Strab. XVI, p. 750. — Cf. Eutro p. VI, 14. — Capitol. in M. Anton. Phil. 8. Vulcat. Gallic. in Avid. Bass, 6. — G. Wolff, De noviss, oraculor. aetate. Berol. 1854 p. 45.
(1431)Hesych. ν. Δαφνίτης.
(1432)Gaetani, Isag. ad hist. sacr. sic. p. 209.
(1433)Capodieci, Op. cit. I, p. 157.
(1434)) Idyll. II, 67.
(1435)Cic. In Verr. VI, 12.
(1436)Bonanni, Op. cit. p. 148.
(1437)Saint — Non, Voyage pitt. t. IV, p. 375.
(1438)Diod. VIII, 9.
(1439)Vedi p. 212.
(1440)Cic. In Verr. V, 55 sq.
(1441)Alla festa della dea sono da riferire la cantilena e la danza di Minerva che Ateneo (XIV, 12) dice propria de' Siracusani.
(1442)Polem. II. Περὶ του Μορύχου ap. Athen. XI, p. 462. Cf. Fragm. Hist. Gr. III, p. 136.
(1443)Castelli, Sicil. vet. Inscr. p. 255. — Cf. Pirri, Sicilia Sacra p. 608. — Gaetani, Isag. ad Hist. Sacr. Sic. p. 135,
(1444)Diod. XVI, 70, 4.
(1445)Cic. In Verr. V, 53.
(1446)Fazello, De rebb. Sic. t. 1, p. 172.
(1447)Capodieci, Ant. mon. di Siracusa t. I, p. 110. — Nel busto, volgarmente detto Don Marmorco, e dal castello Maniace trasferito nel Museo della città, non più si legge l'epigrafe, perchè facendola cancellare il Castellano nel 1618, ſecevi scolpire in lettere unciali una spagnuola iscrizione per le salve de' cannoni nella festa di S. Giacomo Apostolo.
(1448)Capodieci, Op. cit. t. I, p. 95. Cf. Castelli, Sicil. vet. Inscr. Cl. II, p. 18.
(1449)Muret. a p. Furlanetti v. BOLONAE.
(1450)Athen. XII, 32.
(1451)Capodieci, Op. cit. t. 1, p. 97; II, p. 206.
(1452)Bonanni, Op. cit. p. 13. — Cf. Leake, Mem. cit. p. 265.
(1453)Ælian, Var. Hist. VI, II.
(1454)Suid. ν. Πολέμων — Cf. Fragm. Hist. Gr. t. III, p. 108.
(1455)Thucyd. VI, 3. — Cf. Schol. ibid. Ibyc, a p. Strab. I, p. 102.
(1456)Cic. In Verr. IV, 53. — Strab. VI, p. 270.
(1457)Aret. Op. cit. p. 681.
(1458)Fazello, Derebb. Sic. t. I, p. 172.
(1459)Diod. XIII, 113, 1.
(1460)Diod. XIV, 7; XVI, II.
(1461)Plutarch. țin Timol. XIII, 5. — Elian. Var. Hist. VI, 12.
(1462)Plutarch. Dion. XXIX, 2.
(1463)Diod. XVI, 17.
(1464)Flor. II, 6.
(1465)Diod. XIV, 7, 3, 42, 5. — Cf. le dotte osservazioni di Letronne (Essai sur la topographie de Syracuse p. 28 sqq. ), il quale co' greci lessicografi distingue le νεώριαda' νεώσοικοι, ο νεώς δικοι, i quali somigliar dovevano agli squeri dell'arsenale di Venezia,
(1466)Per questa meraviglia dell'arte antica vedi Ateneo (V, p. 206 ). Cf. J. Rondelet, Sur la marine des anciens ecc. Paris 1820, in 4.°
(1467)Diod. XIV, 7: πρὸς τῶμικρῳ λιμένι τῷ Λακκίω καλουμένω. — Col nome stesso di Λακκίῳ è da riempire la laguna nel §42 dello stesso libro, che anche nella più recente edizione dello storico non trovasi supplita,
(1468)Cluver. Sicil. antiq. p. 204.
(1469)Diod. XVI, 83. — Cf. Leake, Mem. cit. p. 262.
(1470)Fazello, Derebb. Sic. I, p. 172. Cf. Capodieci, Op. cit. I, p. 176.
(1471)Liv. XXIV, 21. — Cf. Bonanni, Op. cit. p. 35.
(1472)Capodieci, Op. cit. t. 1, p. 116 segg. Visconti, Mus. Pio Clem. t. VI, p. 74. Franz, Corp. Inscr. Gr. t. III, p. 575.
(1473)Val. Max. III, 4.
(1474)Aur. Vict. Epit. 30.
(1475)Strab. VI, p. 271.
(1476)Bonanni, Op. cit. p. 126. 14.
(1477)Thucyd. VII, 4, 23. — Diod. XIII, (Αχραδινη καλεῖται). — Cf. T'imol, XVIII.
(1478)Vedi p. 206.
(1479)Plut. In Marcell. XVIII, 6: τὸ καρτερώτατον, καὶ κάλλιστον καὶ μεγιστον3.
(1480)Liv. XXIV, 33, 34.
(1481)Cic. In Verr. V, 52.
(1482)Liv. XXIV, 22. Patefactis Insulae portis, in forum Achradinae venit. Cf. Diod. XIII, 113.
(1483)Bonanni, Op. cit. p. 56.
(1484)Cic. In Verr. III, 21. — Cf. V, 62. και ταῖς κατὰ τὴν ἀγορὰν στοαῖς.
(1485)Liv. XXIV, 22.
(1486)Diod. XI, 92, 1.
(1487)Capodieci, Op. cit. t. I, p. 119. Cf. Castelli, Inscr. cit. Cl. I, n. 1. πᾶς τόπος τῶν ἐργαζομένων.
(1488)Vedi p. III, nota (7).
(1489)Cic. In Verr. V, 57.
(1490)Diod. XVI, 83, 2.
(1491)Liv. XXIV, 21.
(1492)Diod. XIV, 41, 6. 41, 6. ἐν τοῖςγυμνασίοιςσταῖς ἔλεμε.
(1493)Cic. In Verr. III, 63.
(1494)Plutarch. in Dion. XXIX, 2, — Cf. Athen. V, p. 207.
(1495)Cic. In Verr. IV, 14. — Plutarch. Timol. XXXIX, 5.
(1496)Fazello, De rebb. Sic. t. I, p. 178. Mirabella, Pianta dell'ant. Siracusa. Nap. 1613, tav. II, n. 36.
(1497)Quello di Dionigi il giovine non aveva più di 30 letti (Satyr. Peripat. a p. Athen. XII, 19 ).
(1498)Diod. XVI, 83, 2.
(1499)Capodieci, Op. cit. t. I, p. 225 sgg.
(1500)Plut. in Marcell. XVIII, 6.
(1501)Plut, in Timol. XVIII, 4.
(1502)Liv. XXIV, 33. Acradina, cujus murus fluctu abluitur.
(1503)Liv. XXV, 25.
(1504)Diod. XVI, 12, 1. — Cf. Plut. in Dion. ΧΧΙΧ.
(1505)Capodieci, Op. cit. t. I, p. 233.
(1506)Liv. XXV, 25.
(1507)Mirabella, Op. cit. tav. VI, n. 147.
(1508)Diod. XIII, 113, 1; XVI, 10, 4.
(1509)Fazello, Op. cit. t. I, p. 179.
(1510)Cic. Tusc. V, 23. Ad portas Acragianas magna frequentia sepulchrorum. Spiegata l'origine del nome di queste porte colla stessa etimologia di quello della città di Ακράγας, ο Agrigento, non fa al proposito l'osservazione del Dorville (Ad Charit. p. 193 ), il quale si avvisò doversi leggere in Cicerone Achradinae, o Acragantinas.
(1511)Fest. v. Lautumias (p. II7, ed. Mül. ler ): Λατομίας appellant (Syracusani), et habent ad instar carceris: ex quibus locis excisi sunt lapides ad extruendam urbem. Cf. Varr. De L. L. V, 151.
(1512)Thucyd. VII, 86 sq. Diod. XIII, 19, 33. — Plutarch. in Nic. XXVIII, 1.
(1513)Plutarch, in Dion. XXXV, 3.
(1514)Cic. In Verr. VI, 27.
(1515)Capodieci, Ant, monum. di Siracusat. 1, p. 234.
(1516)C. Fedor de Karaczay, Man, du voy. en Sicile p. 155.
(1517)Bourquclot, Voy. en Sicile, p. 228. Cf. Massa, Sicil. in prospettiva (Pal. 1709), il quale partitamente le descrive.
(1518)S. Marc. Act. a p. Cajetan. Isagog. ad hist. sacr. Sicul, p. 130. Panormi 1707.
(1519)Virg. Æn. II, 193. — Stat. Theb. X, 31749.
(1520)S. Hieronym. in Ezech. c. XL. Cf. T. S. Hugues, Travels t. I, p. 74 sgg.
(1521)De Forbin, Souvenirs de la Sicile, p. 131.
(1522)Rev. des deux Mondes, A. 1851, p. 1005.
(1523)Capodieci, Op. cit. t. I, p. 257.
(1524)(Saint — Non, Voy. pitt. t. IV, p. 403,
(1525)Steph. Byz. ν. Τύχη.
(1526)Diod. XI, 68, 4. –A ciò accenna anche Plutarco (Marcell. XVIII, 6) dove dice Tiche parte di Acradina.
(1527)Cic. In Verr. V, 52. Coliturque ea pars (Tycha) et habitatur frequentissime. p. 341, Annot. p. 181 sg.
(1528)Vales, ad Euseb. De Martyr. Palest. 406.
(1530)Mirabella, Op. cit. tav. 9, n. 183.
(1531)Diod. XIII, 7, 3.
(1532)Id. XIV, 8, 1.
(1533)Capodieci, Op. cit. t. II, p. 7.
(1534)Liv. XXIV, 32, 33; XXV, 23 sq.
(1535)Bonanni, Op. cit. p. 67. Cf. Capo — θέατρον μύρου τοῖς ἑαυτοῦ πολίταις διέdieci, Op. cit. t. II, p. 159.
(1536)Id. ibid. p. 70.
(1537)Thucyd. VI, 100, 1.
(1538)De Bussierre, Voyage cit. p. 285.
(1539)Cic. In Verr. V, 53. — Cf. Sil. Ital. XIV, 644.
(1540)Diod. XVI, 83, 3.
(1541)W. M. Leake, Mem. cit. p. 272.
(1542)Sophr. a p. Eustath. Odyss. Γ, v. 68ἐπεὶ δὲ τελεσιουργήσας (Δημόκοπος) τὸPrima di Soνειμε, Μύριλλα ἐπεκλήθη. — Primafrone altri poeti vi furono, le cui opere si rappresentarono a Siracusa, Eschilo dir voglio ed Epicarmo, che vi furono applauditi, e Formide v'introdusse il lusso di coprire la scena di pelli tinte di porpora; (Suid. ν. Φόρμις); mala città ebbe allora teatri di tavole (Ικρια, Hesych.) come la stessa Atene.
(1543)Suid. et Phot, ν. Ρηγίνους. –Diod. XIV, 40, III.
(1544)Diod. XIII, 94, 1.
(1545)Vedi p. 94.
(1546)Leake, Topogr. of Athens. Lond. 1841, p p. 10, 599.
(1547)Capodieci, Op. cit. t. II, p. 36, 41.
(1548)Polyb. VII, 4, 5. — Justin. XXVIII, 3. — Pausan. VI, 12, 3. 257 sqq. — Cf. Franz, C. Inscr. gr. t. III, p. 566. — Leake, Mem. cit. p. 275 sq.
(1549)Polyb. 1, 9, 1 — 3. — Cf. Frid. Osann, De Philistide Syracusar. Regina. Gissae 1825; p. II. — Panofka, Lett. al Duca di Serradifalco 1825. — R. Rochette, Mem. t. IX, P. II, p. 336. de l'Inst, t. XIV, P. II 1840, p. 103 sqq.
(1550)Clinton, Fasti Hellen. p. 243.
(1551)Hesych. Φιλιστίδιον, νόμισμά τι.
(1552)Mannert, Geogr. d. Griech, u. Röm.
(1553)Lactant. VI, 20.
(1554)Nell'ottavo cuneo si sono lette le sole lettere Δ... A... P... Se la lettera A fosse immediatamente seguita dalla P, legger vi si potrebbe il nome di Damareta, una delle figlie di Jerone (Liv. XXIV, 4 ); e per la stessa distanza delle lettere nel 6.° cuneo (ΠΑΝ.... Α.... ΑN...) parmi difficile che sipossa col Göttling (Rhein. Mus. 1834, p. 103 sqq.) leggervi ΠΑΝΤΡΟΦΟΥΔΑΜΑΤΡΟΣ, ossia Cerere che tutti nutrisce.
(1555)Saint — Non, Voy. pitt. t. IV, p. 384.
(1556)Diod. XI, 26.
(1557)Plut. Timol. XXXVIII.
(1558)Philoch, ap. Harpocr. γ. Κατατομή Pausan. I, 21, 3. — Plutarch. Themist, t. I, p. 114. Cf. Spon et Weler, Voyage t. II, p. 5, e 368.
(1559)Capodieci, Op. cit. t. II, p. 46 sgg.
(1560)Diod. XVI, 83, 2.
(1561)W. M. Leake, Mem. cit. p. 277.
(1562)Tacit. Ann. XIII, 49. — Val. Max. 1, 7.
(1563)Strab. VI, p. 270. — Dion. Cass. LIV, 7. — Plin. H. N. III, 8.
(1564)Capodieci, Op. cit. t. II, p. 149 sg. De Gourbillon, Voyage crit. à l'Etna t. II, p. 127 sg.
(1565)Cic. In Verr. IV, 53.
(1566)Id. ibid. IV, 48.
(1567)Theocr. Idyll. XVI, 83.
(1568)Diod. XI, 26, 6.
(1569)Capodieci, Op. cit. t. II, p. 14.
(1570)Anonymi Oeconom. II, ed. Schneider. Lips. 1815.
(1571)Diod. XIX, 1. — Justin, XXII, 2. Val. Max. VII, 4, 1.
(1572)Plutarch. in Dion. LVI.
(1573)Diod. XIV, 63, 77.
(1574)Polem. a p. Athen. X, p. 416; III, p. 109. Cf. Ælian. V. H. I, 27.
(1575)Eustath. ad Hom. p. 265, 28 sqq. Cf. Heffter, Rhodus III, p. 25. — Preller, Demeter u. Perseph. p. 316 sqq.
(1576)Cic. In Verr. V, 42.
(1577)Vedi p. 38, nota (5).
(1578)W. Leake, Mem. cit. p. 270.
(1579)Athen. XIV, p. 350 ed. Schweigh. Cf. A. Wellauer, De Thesmophoriis p. 45. Vratislav. 1820、
(1580)Steph. Byz. ν. Τέμενος.
(1581)Cic. In Verr. IV, 53.
(1582)Sucton. Tib. LXXIV.
(1583)Thucyd. VI, 75; VII, 3.
(1584)Steph. Byz. ν. Τέμενος.
(1585)Vedi p. 213.
(1586)Quando Dionigi il giovine aveva possesso Nasos, Iceta occupava Acradina con Neapoli, e Timoleone Tiche (Diod. XVI, 69).
(1587)Liv. XXV, 25. — Cf. Mannert, Geogr. t. IX, P. II, p. 333.
(1588)Plutarch. Dion. XXIX. — Diod. XVI, 9, 4. — Liv. XXIV, 33.
(1589)Vedi p. 239.
(1590)Capodieci, Op, củ. t. II, p. 126 sgg.
(1591)Cic. Tuscul. V, 23.
(1592)Capodieci, Op. cit. t. II, p. 130. Cf. Bourquelot, Voyage cit, p. 228.
(1593)Pausan. V, 8, 8.
(1594)Solin. I, p. 48, ed. Panck、
(1595)Mirabella, Op. cit. tav. 5, n. 132. Capodieci, Op. cit. t. II, p. 131.
(1596)Capodieci, Op. cit. t. II, p. 133. Il ca p. Smyth (Sicily, p. 169) dice che elevandosi per 64 piedi inglesi, si allarga da 35 a 70, e si prolunga per 187 piedi.
(1597)Capodieci, Op. cit. t. II, p. 134.
(1598)Fazello, Derebb, Sic. t. I, p. 179. Mirabella, Op. cit. p. 89, n. 131. — Kircher, Musurg. p. 291.
(1599)Saint — Non, Voyage pitt. t. IV, p. 388.
(1600)De Marcellus, Vingt jours en Siracuse, p. 275. — Swimburne, Travels t. II, p. 341.
(1601)Orti, Viaggi alle due Sicilie p. 97.
(1602)Bourquelot, Voyage en Sicile p. 227
(1603)Questa piscina, divisa da 14 pilastri che ne sostengono la volta (De Sayve, Voyage cit. t. 1, p. 307), alla quale veniva l'acqua per mezzo di un acquidotto, come un bagno è accennata erroneamente da due viaggiatori (Riedesel, Voy. en Sicile etc. p. 73. Bartlett, Pict. from Sicily p. 126).
(1604)Capodieci, Op. cit. t. II, II, p p.. 135.
(1605)Hoare, Classical tour t. II, p. 164.
(1606)Plutarch, Dion. XXX. — Cf, Capodieci, Op. cit. t. I, p. 87.
(1607)Saint — Non, Voyage pitt. t. IV, p. 1392.
(1608)W. Leake, Mem. cit. p. 278.
(1609)Capodieci, Op. cit. t. II, p. 141.
(1610)Mirabella, Op. cit. p. 99.
(1611)Logoteta, Monum, ant. di Siracusa $14.
(1612)De Gourbillon, Voyage crit, à l'Etna t. II, p. 115.
(1613)Cic. In Verr, V, 55.
(1614)Capodieci, Op. cit. t. II, p. 137.
(1615)De Forbin, Souvenirs de la Sicile p. 139.
(1616)Riedesel, Voyage cit. p. 72.
(1617)Aret. Op. cit. p. 689. — Cf. Fazello, De rebb. Sic. t. I, p. 181.
(1618)Steph. Βyz. ν. Συκαὶ: Καὶἄλλη Συκήπλησίου Συρακουσῶν.
(1619)Thucyd. VI, 98.
(1620)Cluver. Sicil. antiq. p. 183. — Letronne, Topogr. de Syracuse p. 35 sq.
(1621)Steph. Β. ν. Συκαὶ. –Athen. III, 5.
(1622)Forbiger, Handb. d. alt. Geogr. P. II, p. 287.
(1623)Strab. VII, p. 319.
(1624)Plutarch. Nic. XXIV.
(1625)W. M. Leake, Mem. cit. p. 270. Altri topografi (Bonanni, Op. cit. p. 145. Capodieci, Op. cit. t. II, p. 235) dicono fondata sulle rovine di questo tempio la chiesa del casale di S. Maria della Maddalena sulla spiaggia del porto maggiore, in un sito dagli accampamenti degli Ateniesi molto distante.
(1626)Fazello, Op. cit. t. I, p. 181.
(1627)Liv. XXV, 24.
(1628)Thucyd. VI, 97. — Il solo Diodoro scrive ηΕ'πιπολή (ΧΙΙΙ, 8, II ) nel singolare, ma è da leggervi probabilmente ai Επιπολαί.
(1629)Vedi p. 219.
(1630)Vedi p. 224, nota (3),
(1631)Fr. Göller, De situ et orig. Syracus. p. 56. Lips. 1818. XII, 7.
(1632)Thucyd. VI, 97; VII, 3, — Diod.
(1633)Diod. XV, 6, 4.
(1634)Suid. Genealog. a p. Steph. Β. ν. Α'μο ρος. — Cf. Leake, North, Greece t. IV: p. 447.
(1635)Ælian. V. Η. ΧΙΙ, 44.
(1636)Mannert, Geogr. t. IX, P. II, p. 33
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