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Nicola Corcia un altro napolitano dimenticato (Zenone di Elea - 14 Settembre 2026)

NICOLA CORCIA (1802-1892) - ELENCO DEI TESTI PUBBLICATI SUL NOSTRO SITO

STORIA DELLE DUE SICILIE

DALL’ANTICHITÀ PIÙ REMOTA AL 1789

DI

NICOLA CORCIA

___________

TOMO PRIMO

NAPOLI

DALLA TIPOGRAFIA VIRGILIO

____

1843



PREFAZIONE



LEGGEVA molti anni passati i frammenti vaticani di Marco Tullio, e m’imbatteva sul principio in quel luogo ove dice:non averci con tal legge la patria generati, che solleciti solo de' nostri vantaggi, quasi niun soccorso dovesse aspettarsi da noi; ma sì con tal legge, che 35 in noi trovasse per sé e in suo pro la più parte e le migliori qualità dell’animo e dell’ingegno, e lasciasse a noi per uso nostro quello che a lei sopravanzasse. «Non poco intrattenevami questa sentenza, perché cominciai fra me a considerare come per contrario i più sono tutti intorno all’utile proprio, e il comune disdegnano, o l’uno almanco coll’altro non sanno conciliare, o non vogliono. Certamente non a tutti è concesso far pro al proprio paese, non tutti possono come il grande Arpinate sentir vivo nell’animo il dovere verso la patria, e trovarsi come lui in istato di giovarla e vantaggiarla; ma ciascuno può, co|me più vorranno le condizioni proprie e quelle de' tempi, in qualche modo esserle utile, se non coll’opera dell’ingegno, coll’onestà almeno della vita, o col frutto degli studi. Dominato da un tal sentimento, cominciai a provare un desiderio vivissimo di rendermi in qualche maniera utile a' propri concittadini, e poiché io era tutto intento negli studi delle lettere, lasciar loro una qualche opera utile insieme e dilettosa. Or nessuno mi parve che più utile e piacevole fosse, e che meglio al divisato fine si convenisse, quanto riandar le nostre vicende, tanto più che la conoscenza della storia, e soprattutto della patria, io preferiva quasi dalla fanciullezza ad ogni altro sapere; ed ora mi gode l’animo tentare una storia delle Due Sicilie dopo sessanta e più anni da che un concittadino scriveva il primo i nostri annali, dir voglio il GRIMALDI, il quale diè fuori il primo volume degli antichi annali del regno nel 1781.

La nostra storia antica, trascurata negli scorsi secoli, o solo appena delineata, possiam dire che ha seguito la fortuna stessa de' monumenti delle patrie contrade. Come a poco a poco una cognizione migliore della civiltà de' nostri antichi popoli si è acquistata coll’esplorar che si è fatto nelle viscere della terra che già calcarono ed abitarono j così le sparse reliquie delle nostre memorie antichissime si vanno ora meglio ordinando e rintracciando negli scrittori della Grecia e d’Italia. Ma se le monete, le epigrafi, i marmi, le statue, i vasi, i bronzi e tutte le più minute suppellettili de' nostri antichi trovano sicuro ricetto ne' musei pubblici e de' privati, e vengono sagacemente illustrati dai patrii archeologi, uno scrittore tuttavia ci manca che il tesoro delle nostre più antiche memorie abbia raccolto e ordinato in una compiuta storia delle nostre regioni. Senza dire delle generali nostre vicende, le memorie delle nostre città e de' nostri popoli sono sparse in dotte e rare opere, ma sconosciute per lo più all’universale. Pochi antiquarii, pochi amatori delle antichità patrie conoscono le riposte notizie che ci riguardano. Il perché, così per la naturale curiosità, come per intendere ad un’opera geniale, ho creduto sopra ogni altra occupazione degna de' miei giorni o de' miei studi il mettere insieme, come meglio mi sarà dato, una generale storia del nostro paese.

Non è dubbio che molti egregi scrittori della patria storia si occuparono, e moltissimi ancora in più o meno dotte e diligenti monografie le epoche diverse, le vicende delle città, e la corografia e topografia delle Due Sicilie con lode illustrarono; ma, in fuori

della storia del TROYLI e degli Annali del Grimaldi pel nostro paese, e delle storie di altri illustri scrittori, de' quali appresso sarà detto, per l’isola di Sicilia, opere pregevoli sì, ma non tali, io credo, da soddisfare al bisogno del nostro tempo, a quale altra storia, se non a speciali opere, massime di stranieri scrittori, attigner possiamo una generale e adequata contezza de' nostri popoli e delle loro vicende più antiche? Dappoiché la maggior parte degli storici patrii, e i napoletani soprattutto, fermi per avventura all'idea, che quanto più remota è una storia, tanto meno fa mestieri saperla, nulla o assai poco toccando de' tempi più antichi, o questi solo per sommi capi discorrendo, nel narrare le nostre vicende presero propriamente le mosse dal tempo in cui Ruggiero Normanno fondava la monarchia. Da quell’epoca certamente incomincia la nostra storia ad avere un seguito non interrotto per opera di molti cronisti e patrii scrittori: ma se la storia di un popolo non consiste già in quella delle diverse dinastie che lo signoreggiarono, si bene nella narrazione della sua varia fortuna da che comincia ad apparire nel mondo, non si può, senza mutilarne quasi l’esistenza, la sua storia principiare da un’epoca speciale, anche quando con quest’epoca l’era incominci, nella quale si riconosce come nazione; tanto più se le epoche anteriori la nostra attenzione richiamino per una rinomata coltura, come interviene appunto nella nostra storia, in cui le oscure migrazioni primitive di varii popoli, e le greche colonie che nel nostro paese si stabilirono, meritano innanzi tratto la considerazione di coloro che dopo lungo volger di secoli nella patria stessa loro successero: perché, se le prime le nostre popolazioni fondarono, le altre ad una migliore coltura le iniziarono. Ond’è che chi torrà a dire delle vicende de' nostri popoli, si farà debito esporne quanto si può con esattezza le origini, le sedi primitive, e la condizione diversa ne' varii tempi, innanzi la romana dominazione, e sotto la Repubblica e l’Impero, per condurre il racconto sino alla fondazione della monarchia. Chi solo da questa or prendesse l’incominciamento, o da qualsivoglia epoca anteriore della dominazione del nostro paese, trascurando affatto le vicende de' nostri popoli autonomi, oltre che farebbe più tosto la storia genealogica delle case illustri che pervennero a dominarlo, non darebbe ancora alle genti nostre nella storia neppur quella parte che nelle antiche tragedie avea il coro.

Se non che, della poca sollecitudine de' patrii scrittori per le nostre memorie più antiche fu principal cagione il difetto di antichi storici che delle cose italiche si occuparono, e se non fossero pochi e scarsi frammenti che dobbiamo con fatica raccogliere dalle opere de' Greci e de' Latini, appena ci sarebbe dato di andare investigando i nomi de' nostri popoli sulle medaglie e i monumenti; perché quasi tutti, come è noto, perirono i più vetusti scrittori che delle prime età favellarono. E però veggiamo che, rinate le lettere, tra' moltissimi che con lode l’animo applicarono alla nobile fatica delle storie, non ostante le cronache de' tempi che li precessero, spesero solo le loro fatiche sulle memorie de' loro tempi, senza che a comporre una storia generale delle nostre contrade rivolgessero il pensiero.

E già prima del cadere del secolo XV non avevamo una storia, e fu a dir vero poco onore per la patria che i nostri dotti ed eruditi ad altri studi rivolgendosi, delle domestiche cose non si occupassero, ed uno straniero ponesse in luce la prima storia di Napoli, la quale più epoche abbracciasse che non tutte le cronache e storie antecedenti, che soltanto speciali periodi delle nostre vicende avevano discorsi. PANDOLFO COLLENCCCIO da Pesaro fu il primo a pigliar sopra di sé così nobile fatica col comporre in grazia del Duca Ercole I di Ferrara, del quale era famigliare ed amico, una storia del regno di Napoli da Augusto insino ai suoi tempi, ed al parentado che Re Ferdinando I d’Aragona fece con gli Estensi, noi dobbiamo la nostra prima storia. Perciocché usando in quella corte non pochi uomini di lettere, tra' quali contavasi il COLLENUCCIO, erudito edotto giureconsulto, ed insigne oratore inoltre e poeta, apriva a lui il Duca Ercole il desiderio di conoscere i fatti della illustre e real casa di Eleonora, e ne fu pago col compendio che ne scrisse da' principii del romano impero sino al 1460: il quale, per essere stato il primo che in modo generale a scrivere imprendesse le nostre vicende, forma epoca memorabile nella storia patria, perché mossi dal di lui esempio altri nobili ingegni si diedero poscia a scrivere le storie loro. Ed uno straniero altresì continuava sino al 1557 la storia del Pesarese, dir voglio Mambrino Roseo da Fabriano nella Marca, il quale riscosse alla fine un nostro napoletano, COLANIELLO o NICCOLÒ AGNELLO PACCA, che un libro vi aggiunse, in cui si contengono i fatti del Regno dal 1557 al 1562: scrittori per vero di lunga mano al COLLENUCCIO inferiori, ma a cui spettasi il vanto di avere gli altri col proprio esempio eccitati a scrivere la nostra storia, tra i quali innanzi a tutti andò il COSTANZO. Ma prima ch'io dica di questo rinomato storico, è da osservare che nella storia del COLLENUCCIO sono appena tocche le nostre vicende innanzi l’era volgare, e, quanto a' seguenti tempi, è altresì manchevole, senza dir degli errori che vi si notano, in guisa che il Costo tolse ad emendarli, supplendone ancora le mancanze, oltre all’aver proseguita la narrazione del PACCA sino al 1582.

Se gli scrittori dianzi ricordati furono i primi riguardo al tempo a comporre la nostra storia, ANGELO DI COSTANZO fu il primo rispetto al modo col quale la scrisse, perché con tale acconcezza ne discorse e gravità nel dettato, che non solo tra gli storici patrii occupa il primo luogo, ma degl’italiani ancora è de' più ragguardevoli. il quale, spinto dall’impegno di confutare il COLLENUCCIO, come dichiara egli stesso nella prefazione della sua storia, applicando l’animo a comporne una nuova a' consigli del Sannazzaro e del Poderico, che sì grave mancanza vedevano nella patria letteratura, la fatica vi durò della più parte della sua vita, senza distendersi oltre il periodo di due secoli, o poco più. Trapassando egli i tempi normanni e svevi per la difficoltà di trattarli, la principiò dalla morte di Federico II, presso a poco dal tempo, d’onde MATTEO SPINELLI da Giovenazzo imprese i suoi Giornali, e la proseguì sino al 1486 sotto re Ferrante di Aragona. Ond’è che la storia del COSTANZO, abbracciando il solo periodo di 236 anni, non è manchevole meno di quella del COLLENUCCIO.

Pari a quella del giureconsulto Pesarese, e superiore all’altra del COSTANZO, quanto a' tempi che discorre, ma certo all’una e all’altra inferiore ne' pregi e nella composizione, compariva dipoi la storia del CARATA, il quale da' principii dell'era volgare condusse la sua narrazione fino al 1481, nell’anno appunto che gli Aragonesi trionfavano, de' Turchi ad Otranto. E più oltre ancora la distese il SUMMONTE, che finì il suo racconto co' fatti occorsi a' suoi giorni (1590), governandosi il reame dal viceré Duca di Ossuna, e cominciandolo, non altramente de' mentovati storici, dal principio del romano impero. Ma in più breve periodo si restrinse il CAPECELATRO; dappoiché, senz’altra introduzione, imprese a narrare le patrie vicende da che il nostro paese venne in podestà de' Normanni, senza oltrepassare i tempi degli Svevi; in guisa che la storia del COSTANZO, tuttoché anteriore di data, come un proseguimento di quella del CAPECELATRO si può a ragione considerare. Scrisse poscia il GIANNONE la sua Storia Civile, la sola che al nostro tempo leggasi forse di preferenza, e dando solo per apparato, come egli stesso si esprime, un saggio della forma e costituzione del romano impero, non la cominciò innanzi i tempi di Costantino Magno, e fino all’età sua la condusse, regnando l'Imperator Carlo VI.

Dopo tutti questi scrittori niuno vi fu chi una più ampia storia divisasse, sebbene meno acconciamente la scrivesse, quanto l’Abate TROYLI; perciocché della corografia e topografia delle nostre regioni, de' popoli che ab antico le abitarono, delle guerre che sostennero, e. in generale delle vicende a cui soggiacquero, de' loro costumi e leggi, delle lettere e de' chiari uomini che vi fiorirono, e de' re che le signoreggiarono ampiamente s’intrattenne, per far fine alla sua narrazione ne' primi anni del regno di re Carlo Borbone. Trasandò non pertanto le epoche anteriori alla monarchia discorse dal GIANNONE, e sebbene imperfettamente, anche dal SUMMONTE, e toccò appena la storia de' nostri antichi popoli ne' tempi della loro autonomia; discorrendo anzi in breve nel principio dell’opera, più tosto che la storia de' nostri popoli antichi, quella sì bene de' Romani che pervennero a dominarli, tanto si allargò nella descrizione delle nostre provincie, che di dieci volumi, di cui la sua storia si compone, due soli ne spese per narrare le nostre vicende sotto la monarchia.

Per compiere la breve notizia degli storici patrii, innanzi di toccare di quelli dell’Isola, di due annalisti mi rimane a dire, del P. DE MEO e del GRIMALDI. Scrisse il primo i nostri annali del medio evo dall’invasione de' Longobardi (568 av. G. C.) sino all’incoronazione di Federico Il (1220), e l’altro dalla fondazione di Roma all’anno 871, essendoché il seguito degli Annali insino ad Errico VI fu opera del Cestabi, sebbene compilata in parte su’ manoscritti dell’autore. Or, comeché questi due scrittori io giudico sopra tutti assai meritevoli e degni di lode, perché l’uno illustrando il medio evo, e l’altro i tempi anteriori e più remoti, alle epoche si rivolsero dagli altri non trattate, o appena tocche, non si può tuttavolta neppur dalle loro opere una generale cognizione attingere delle cose nostre.

Quanto alla storia della Sicilia, benché scrittori in gran numero non sieno mancati in ogni tempo a quest’isola nobilissima, patrii non meno che stranieri, i quali le antichità ne illustrarono e le vicende, quattro soli storici nondimeno vanno innanzi a tutti gli altri, dir voglio il FAZELLO, il CARUSO, il BURIGNY e ’l DE BLASI, ne' quali meglio che negli altri ritroviamo una compiuta narrazione delle cose siciliane. Al primo di questi illustri storici è dovuta la lode di avere meglio di ogni altro rischiarato le patrie cose, e recata la prima volta in una forma più ampia la storia dell'isola, oltre all’avere con tanta nobiltà e acconcezza narrato le patrie vicende coll’eleganza del suo dire latino, che a ragione la sua patria per lui si pregia di possedere ancor essa una storia romanamente scritta. Tuttavolta la narrazione del FAZELLO si arresta a' principii della seconda metà del secolo XVI, non avendo la sua storia condotta oltre l’anno 1556. Dopo il MAUROLICO e l'APRILE, i quali pur meritano speciale ricordanza, il primo per l’eleganza del suo stile, e l’altro per la copia de' fatti raccolti nella sua Cronologia universale di Sicilia, il CARUSO pubblicò e divise le sue Memorie in tre grandi parti, discorrendo nella prima le cose siciliane da' più vecchi tempi insino al primo arrivo de' Normanni nell’Isola nel 1060; nella seconda le vicende occorse sino alla morte di re Martino il giovine, avvenuta nel 1409; e nella terza da ultimo i grandi avvenimenti di re Martino il vecchio sino alla venuta del nuovo re Vittorio Amedeo, Duca di Savoja, seguita nel 1713. Poco oltre di quest’anno si distese nella sua storia il BURIGNY, uno de' più celebri socii nello scorso secolo della R. Accademia di Parigi delle Iscrizioni e Belle Lettere, e da' primi tempi condusse la sua narrazione sino al 1729. Ma, una storia della Sicilia desiderandosi, nella quale, non diversamente da quella del GIANNONE, le civili vicende se ne discorressero, provvedeva a questo bisogno la munificenza di re Ferdinando I, il quale la compilazione imponevane all’Abate Casinese, Giovanni Evangelista De Beasi, suo regio storiografo, che dopo sedici anni di assidue fatiche la dava fuori ne' primi anni del corrente secolo.

In questi tre ultimi scrittori può vantar la Sicilia i più compiuti storici delle sue vicende, il che far non si può da noi napoletani; dappoiché, se abbiamo bene storici di grido da contrapporre agli egregi scrittori dell’Isola, una storia tuttavia ci manca, nella quale, come il FAZELLO ne diè il primo l’esempio, ed il GRIMALDI e il TROYLI non al certo bene eseguirono, alla narrazione de' fatti sia congiunta la patria topografia, e sino a' tempi sia condotta ne' quali viviamo; e non solo la speciale storia dell’una, o dell’altra Sicilia, ma di entrambe tutto insieme venga narrata ed esposta la varia fortuna di tutti i tempi, nelle scambievoli e continue attenenze e relazioni che ci offeriscono dalle epoche più remote.

Questi sono i migliori storici patrii che abbiamo, in questi più o meno esattamente troviamo narrate le nostre vicende. Con animo grato oltre ogni credere verso la loro memoria, perché la via ci spianarono alla cognizione delle cose patrie, io non so ora né voglio ripeter le critiche alle loro grandi fatiche, e molto agevole mi sarebbe, se non col proprio, coll’altrui giudizio, ovefar mi volessi ad esaminarne la critica o la copia de' fatti, la veracità o l’amore di parte, i loro sistemi in genere o la forma della loro narrazione. Questo solo debbo dire che al presente bisogno non possono soddisfare; perciocché, se tutti, qual più, qual meno, soddisfecero all’intento loro, non poche e più importanti cose pur tralasciarono, nella stessa storia non solo, ma ne' periodi ancora a cui si restrinsero; e dove io riuscissi ad aggiugnere pur qualche cosa alle loro narrazioni, e ben molto rimane ad aggiugnere, questo basterebbe per giustificare il proposito mio, lasciando che altri di più nobile ingegno, e di cognizioni storiche meglio provveduto, mi vinca per comun bene nella impresa. Oltre a questo, alcuni

patrii scrittori, anziché una generale storia delle nostre contrade, quella soltanto delle nostre civili vicende ebber nell'animo, come il Giannone, e lo stesso Grimaldi, il quale confessa che uno de' principali fini pe’ quali tolse a scrivere i nostri Annali, quello fu appunto di rischiararne le nostre leggi municipali col vero lume della storia (1). Dicasi lo stesso del TROYLI e del DE MEO, il primo de' quali più che alla storia pare che rivolgesse il pensiere a descrivere il Regno, e l’altro che specialmente intendesse alla cronologia della mezzana età. Non meno di otto volumi impiegò il TROYLI a descrivere le nostre provincie, con molti fuor d’opera che dal fine principale ti allontanano di ben conoscere gli eventi occorsi nelle patrie contrade; e nella eccellente opera del De Meo sono più le discussioni cronologiche che le narrazioni de' fatti. Il perché debbo francamente dire che meglio gli scrittori siciliani si consigliassero, i quali senza trasandare quanto ad una storia si conviene, una parte di essa a vantaggio delle altre non seppero manomettere.

Or io veggendo il difetto non solo d’una generale storia del nostro paese, ma di un’opera altresì che almanco per sommi capi tutte le epoche abbracci delle patrie vicende, e l’assoluta mancanza della prima facilmente spiega quella dell’altra, mi accinsi, è già tempo, a questa malagevole impresa, preso non meno dal diletto d’indagar le memorie de' nostri antichi, che spinto dall’utilità che forse venir ne poteva a' concittadini. Perché, io non so da un canto qual dilettazione esser possa maggiore per una mente intenta agli studii d’investigar la vita de' popoli che ci precessero sulla terra che abitiamo, e farne copia, come se ne ha facoltà, a chi sente il bisogno di conoscere il passato; e dall’altro non veggo un ammaestramento migliore della storia per coloro che non si ricusano alla coscienza de' loro maggiori e di sé medesimi. La storia mostra l’avvenire, ed è questa la sua lezione più preziosa, la storia predice quando racconta. Essa narra i fatti, i fatti disvelano le cagioni, e le cagioni appalesano dal canto loro le più lontane conseguenze, essendo per lo più uniformi, e i loro effetti infallibili: un fatto remoto mostra quelli che poi verranno; la storia di un giorno rivela più secoli. E se non v’ha storia, in cui non abbondino le grandi lezioni del passato, dove convien meglio cercarle che nella propria? dove una più profittevole lezione si può raccogliere quanto nello studio de' fatti domestici, e nella vita del proprio paese? Chi non brama di assistere allo spettacolo del profondo e misterioso dramma della storia dell’umanità, assisterà almeno, per giovarsene, a quello della storia patria, la quale non presenta meno il dramma della storia universale. L’umanità somiglia all’uomo, e la storia speciale di un paese non somiglia meno a quella del mondo.

Ma assai malagevole è ordinare e ricomporre la storia de' nostri popoli antichi, e i mezzi non sono neppur bastevoli a chicchessia, fornito quanto pur vuoi di buon volere e d’ingegno. Pochi aiuti ritroviamo nelle tradizioni sopravanzate al corso de' secoli, ed anche de' tempi storici primitivi sono scarse le memorie negli scrittori. Tra le opere storiche dell'antichità, che il tempo e la barbarie da lunga stagione già fecero disparire, non ve ne ha forse di cui sia più a rimpiangere la perdita quanto quelle spettanti alla storia antichissima d’Italia. Come Cuvier, con meraviglia de' contemporanei, traeva non è guari tempo dalle viscere della terra gli avanzi di specie d’animali perduti, e ne ricomponeva le ossa per conquistare alla scienza quegli antichi abitatori del globo, così ora con assidua cura non pochi dotti alemanni con lode degli eruditi ricompongono in parte con gli sparsi frammenti che ci rimangono le opere perdute degli antichi scrittori greci, e li rischiarano e li comentano e li richiamano alla luce delle lettere e alle indagini degli studiosi dell’antica storia del mondo. Da questi frammenti, de' quali molti pur restano a spigolare e raccorre, veggiamo quanto ricchi di storie furono gli antichi ne' culti tempi della Grecia e d’Italia, e meraviglierei se mi si dicesse, quelli essere rimasti che più lo meritavano, perché ogni scrittore è buono a qualche cosa, ed è chiaro dagli stessi scoliasti, i quali notizie preziose ci somministrano che ricercheremmo indarno ne' classici.

Egli è vero che la fortuna non ci fu sì nemica da fare disperdere Erodoto, Tucidide e Senofonte; ma di Polibio e Diodoro, Dionigi d’Alicarnasso, Dione Cassio ed Appiano, i quali profittarono di opere più antiche, per tacer di altri storici, non rimangono che grandi frammenti, e lo stesso Livio non ci pervenne intero. E oltre a questi, moltissimi altri storici andaron perduti per le nostre memorie e di tutta l’Italia. Non meno di quindici scrittori cita Plutarco, o lo Pseudo Plutarco, nell’opera DE’ Paralleli, che trattarono delle cose italiche e sicole, fra' quali primeggiava forse Aristide Milesio d’incerta età, che non pochi libri scrisse di storie italiche e siciliane. Il citato scrittore che ne allega spesso la testimonianza, rammenta il suo libro XL (2), e ci dà inoltre notizia di Alessarco, Agesilao, Aristocle, Alessandro Polistore e Crisippo, i quali scrissero delle cose italiche (3). Clitonimo scrisse insieme delle cose italiche e sibaritiche (4). Dositeo s’intrattenne segnatamente delle cose sicole, come Dercillo e Doroteo delle cose italiche (5). E sono degni altresì di memoria Menillo, Pitocle, Teofilo, Teotimo e Sostrato, l'ultimo de' quali compose una storia etrusca, come gli altri quella dell’Italia in generale (6). Dritto Ateniese scrisse ancora una storia in XXVII libri delle cose greche e sicole da che Filomelo di Focea occupava il tempio di Delfo (7); e senza dire di altri nostri celebri scrittori di storie, de' quali ci restano sol pochi frammenti, come Antioco e Filisto di Siracusa, e Timeo di Tauromenio (8), un’opera intitolata Σικελικά (9) scrisse Sileno di Calaci a nella Sicilia, Alcimo un’altra col nome d’Iταλική (10), e Critone di Pieria con altre storie quelle similmente dell’Isola di Sicilia (11). Lieo di Reggio scrisse ancora la storia della Sicilia e della Libia, che v’ebbe relazione, della quale Porfirio cita il quarto libro (12), e Ninfodoro siracusano, lodato da Ateneo, scrisse un Periplo di tutto il mondo, e delle cose meravigliose dell’Isola (13). Altri scrittori le gesta illustrarono di principi e celebri capitani, ed è stato gran danno per la nostra storia la perdita di Policrate di Mende, anche della Sicilia, che scrisse delle geste di Dionigi (14); di Duri Samio, uno de' discendenti di Alcibiade, che fiorì ai tempi di Filadelfo, e scrisse dieci libri delle cose di Agatocle (15); di Callia che illustrò anch’egli le gesta di questo principe (16); di Sileno, lo stesso, io credo, che quello su mentovato, autore diligentissimo d’una storia di Annibale (17), scritta ancora dal nostro napolitano Eumaco (18), forse non diverso dall’autore d’una periegesi o descrizione del mondo lodata da Flegonte (19); di Oppio, autore della vita di Cajo Mario, e di altre biografie (20). Questi ed altri scrittori perduti delle cose nostre e dell’Italia, come Teagene ed Ippi di Reggio, il primo de' quali visse regnando Cambise (21), e però prima di Erodoto, e l’altro, di cui Zenobio loda la sua cronaca (22) delle cose italiche e sicole, furono quasi tutti scrittori greci nati nelle greche città delle Due Sicilie, a' quali aggiugner debbo Polizelo di Messina, padre secondo alcuni del poeta Ibico (23); Atanade di Siracusa, che celebrò le gesta di Dione (24), e Cecilio di Calacta, il quale visse regnando Augusto, e scrisse comentarii delle guerre servili nell’Isola (25). Ma altri ve n’ebbero altresì in gran numero pur greci, stranieri però al nostro paese, che ne illustrarono le origini o le vicende, come Polemone, di cui di recente ha pubblicato i frammenti il Preller, e che scrisse delle fondazioni (κτισεις) delle città italiche e sicole (26); Xenione, autore di storie italiche e di altre (27); Ermia Metimneo, il quale compì la narrazione delle cose sicole colla Olimpiade CI (28); Promazione, autore d’una storia d’Italia (29), e Nicandro che compose una storia di Europa, e fiorì à’ tempi di Attalo (30). Altre notizie del pari delle cose nostre trovar si dovevano nella Chiliade di Quadrato, in cui la storia comprendevasi di mille anni delle cose romane dalla fondazione della città insino all’Imperatore Filippo (31), e nelle storie di Agatarchide di Gnido, il quale fiorì verso la CL Olimpiade (279 av. G. C.), e che oltre alle cose dell’Asia, di cui profittò Diodoro (32), compose in XLIX libri una storia di Europa (33). Ed oltre ai già detti storici, Callimaco di Cirene, il quale visse regnando Tolomeo Evergete, un’opera compose sull'origine delle isole e delle città e delle cose maravigliose dell’Italia (34); Apollonide, d’incerta età, scrisse un periplo dell’Europa (35), ed un altro in XI libri, forse più universale, Artemidoro di Efeso (36), il quale fioriva nella CLXIX Olimpiade (103 av. G. C.). Meno antico di questi fu forse Agatocle di Cizico o di Babilonia, il quale scrisse delle guerre cartaginesi (37); e per non lasciare qui senza memoria alcuni scrittori del Lazio, Igino, liberto di Augusto, e prefetto della Biblioteca palatina, scrisse delle città italiche (38), e L. Celio Antipatro, L. Arrunzio, ed Alfio Flavio delle guerre puniche anch’essi, il primo negli ultimi tempi della Repubblica, gli altri sotto Augusto e Tiberio (39). Quando io veggo una sì prodigiosa quantità di scrittori perduti delle cose spettanti alla nostra storia, de' quali tornerà meglio altrove il nostro discorso, ed il leggitore può riandarne il lungo catalogo nelle storie letterarie e nelle dotte notizie del Vossio (40), del Pinedo (41), dell’Arduino (42), dell'Heyne (43), dello Schweighaeuser (44) e simili, io non so quello che siaci rimasto delle nostre memorie de' tempi antichi.

Ma che pro, dir si potrebbe, se tutti gli storici greci non ci mancassero, essi che tutte le storie loro riempiron di favole? Ma, oltre che ogni storia di tempi remotissimi comincia colle favole, come dall’ipotesi ha principio la scienza, io non so qual nazione al mondo, eccettuata l’Ebraica, schivasse le favole, e dalle narrazioni è manifesto de' tempi più culti del mondo. Ma l’apparizione stessa della storia nel paese che istituì i governi, e creò l’arte e la filosofia, mostra la separazione solenne dalle favole. Se nelle prime memorie dell’Egitto, della Persia, dell’India, ti avvieni senza distinzione in miti e cosmogonie, il sole della Grecia rischiara il giorno memorabile, in cui la storia si libera dalle mitiche tradizioni. I Greci da un altro canto che trovaron la storia, nel senso che ora si dà alla scienza delle cose operate nel mondo, in un’epoca si trovavano allorché cominciarono a scriverla, nella quale i profondi miti dell’Oriente, i primordii delle città e de' popoli, si erano di già alterati nelle credenze del volgo e nelle opere de' poeti; e sia detto ad onore di questo gran popolo, che ci lasciò le memorie proprie e quelle di altre genti, de' popoli culti e de' barbari, che non sì tosto cominciava a conoscere un popolo, che da un desiderio inestinguibile era portato a saperne i fatti e narrarli. Non conosciamo che per opera de' Greci la storia degli altri popoli del mondo, e i Greci ancora scrissero i primi l’antica storia d’Italia.

Storie d’Italia scritte da Italiani prima de' Greci non trovo a memoria d’uomini. Dionigi d’Alicarnasso, che con grande fatica andò raccogliendo le memorie storiche di Roma, dice che si animò a scrivere soprattutto all’osservare le storie delineate da' più famosi romani, le quali in sostanza altro non erano che immagini di greci annali, come quelle di Porcio Catone, Fabio Massimo, Valerio Anziate, Licinio Macro, degli Elii, de' Geliti, de' Calpurnii e di altri moltissimi, che tutti ancora abbiamo irreparabilmente perduti. Il volerle supporre le dette storie scritte da Romani prima de' Greci, e crederle come le altre distrutte dal tempo, è un contraddire apertamente a quello che furono gl’Italiani de' tempi remotissimi. Miti, lingue, lettere, arti, costumanze non ebbero che non ci disvelino origini orientali, o greche. Che furono i Latini de' primi tempi? che i nostri Sabini, crediamoli pur nati in questo suolo d’Italia? Che gli stessi Etruschi? Questi popoli numerosi e possenti potevano soli avere una storia, e non l’ebbero, né potevano averla. Quanto a Roma e all’Etruria, governate e rette ne' tempi più antichi da governi aristocratici severi e sacerdotali (45), non ebbero né aver potevano una storia. Immobili nelle epoche primitive come l’Oriente, d’onde ebbero la lor prima civiltà, il loro reggimento politico opponevasi non solo perché avessero una storia, ma ancora una letteratura popolare. La poesia in fatti e la storia non cominciano nell’Etruria e nel Lazio che per opera de' Greci; e supponendo ancora che gli annali di Roma, de' quali è memoria in molti antichi, cominciassero da tempi molto remoti, io non so comprendere come non si fosse poi certi della sua origine. Questi annali cominciarono a scriversi certamente in tempi molto posteriori alla prima fondazione, la quale avvenne, a quanto sembra, prima per opera de' Sicoli, poi per quella de' Pelasgi, che dal Lazio li discacciarono (46). Ma quando Roma cominciava colle prime rivolture a scomporre l’antico reggimento politico, e a registrar forse ne' primi annali le sue vicende, la Grecia era già molto innanzi nella civiltà, e cominciava ad avere le storie, essa che già aveva poeti popolari da lunga stagione. L’Italia non può vantarne, non dico già prima di Omero e di Esiodo, due secoli e più prima della pretesa fondazione della città (47), i quali già da altri erano stati preceduti nella nobilissima opera della poesia (48), ma innanzi la stessa epoca di Ennio. I Greci logografi dell’Asia minore risalgono a tempi assai più remoti, essendo noto che i primi storici greci, Cadmo, Dionigi ed Ecateo di Mileto, Acusilao di Argo e Dionigi di Calcide, scrissero dal 600 al 500 avanti l’era volgare. Ed assai prima ancora fioriva il poeta Aretino di Mileto, essendo già celebre nella prima Olimpiade (776 A. C.). Dicasi lo stesso delle arti coltivate in Grecia prima che in Italia, e dove ebbero incremento innanzi che nella stessa Italia per mezzo de' Greci si diffondessero. Perché io non sono con coloro che non dubitando di questo fatto, vogliono coll’autorità di Plinio almanco della sola pittura lasciar la precedenza all’Italia; e non essendo qui il luogo di trattare tal quistione, rimettendomi alle osservazioni di uomini dottissimi (49), dico solo che a volersi accordare col naturalista, potrebbesi anche dire che la statuaria fu del pari coltivata in Italia prima che in Grecia, poiché lo stesso Plinio afferma, secondo antiche tradizioni, che Evandro consecrasse un Ercole nel foro boario detto trionfale (50), prima certamente di Dedalo e di Smilide di Egina, i quali si pongono come i primi scultori di Grecia. Sappiamo intanto dallo stesso Plinio che non prima di Demarato, il quale di Corinto tramutavasi in Etruria e stabilivasi a Tarquinia, fuggendo la tirannia di Cipselo, in Italia non si conobbero artisti, e i primi che vi modellassero i vasi e le tradizioni mitiche vi figurassero furono appunto i Corintii (51). Quali arti coltivassero i nostri Sabini lo dice la tradizione, secondo la quale per Marte adoravano una lancia: quali arti si coltivassero nel Lazio lo dice la storia, dalla quale apprendiamo che adoravasi in Lanuvio Giunone Sospita, astata sì, ma coverta di pelle caprina (52). Tal rappresentanza di nume chiaro ci dimostra la rozza semplicità de' primi tempi. Or quale storia esser ci poteva tra questi popoli che le arti non conoscevano e la poesia? E se non dobbiamo eccettuar Roma dalla legge comune, per la quale la storia cantata precede la storia scritta, i racconti popolari sono anteriori a' racconti autentici, i prodigi e le favole a' fatti, possiamo in buona fede riguardar questi come storia? Egli è vero che Tito Livio ricorda gli annali di Taranto, e rimprovera i Tarentini che, anziché i cospicui cittadini, i nomi vi registravano de' loro buffoni (53), e che Cuma ebbe ancora uno storico (54): ma queste due città erano greche di origine, e si governavano colle greche istituzioni; e i critici non dubitano in fatti che l’ignoto storico di Cuma ricordato da Festo altro non fosse che Iperoco, la cui storia delle cose cumane (Κυμαικά) è lodata da Ateneo, e ricordata da Pausania (55). I Sanniti ebbero ancora i loro libri lintei, sopra uno de' quali, venerabile per antichità, giuraron vendetta contro i Romani (56); ma erano libri religiosi, rituali come quelli degli Anagnini (57). So bene che più o meno si tornerà sempre per dire in genere l’Italia aver preceduto la Grecia nella civiltà; ma io temo che questo affermandosi la storia non diventi una sofistoria. Onoro e rispetto l’Italia, ma abbonisco di attribuirle glorie non sue, e ne ha tante, che non credo si debba onorarla a discapito del vero. All’Italia il dritto civile e politico, alla Grecia l’arte e la filosofia (58).

Ma per tornare onde ci siam dipartiti, pel gran difetto di storici documenti, assai malagevole è ordinare e ricomporre la nostra storia perduta e di tutta l'Italia, la quale meno oscura al certo ci apparirebbe se i mentovati storici non ci mancassero. Ma se tutti i fatti della nostra storia più antica non conosciamo, i principali e più memorabili pur ci rimangono, narrati da' pochi storici salvati dalla barbarie. Ignote affatto nondimeno sono le nostre origini, rispetto alle quali siamo per lo più costretti a sole conghietture e divinazioni. Il difetto di questa conoscenza, che quasi per tutti i popoli sol di rado può appagare la storia, che si è sempre scritta dopo le origini, molti e di versi sistemi, come è ben noto, ha prodotti, e gli Orientali in genere, i Fenicii, gli Sciti, i Celli, gli Etruschi ed altri popoli affini, si han diviso a quando a quando l’onore delle origini nostre. Ma questi sistemi, insino ad ora più o meno confutati, posti in mezzo con opinioni preconcette, e sostenuti più coll’aiuto di artificii etimologici che colle innegabili testimonianze della storia, vani appariscono a chi possiede l’umile scienza de' fatti, tuttoché seducenti si. fossero per l’erudizione e 'l sapere che li accompagnano.

Messomi io pure a queste difficili investigazioni, anch’io fui sedotto, il confesso, da qualcuno di questi sistemi: ma studiando poscia senza preoccupazione le generali vicende di ciascuno de' nostri popoli antichi, e le diverse regioni descrivendo nelle quali li riconosce la storia, mi avvidi a bella prima di nomi greci di città dove la storia Greci non riconosce, e voglio dire Fileni, i quali dall’ottavo secolo insino al quinto avanti l’era nostra menaron colonie nelle Due Sicilie; mi avvidi di nomi di città in tutto analoghi a quelli di altre regioni fuori d’Italia, ma che non escono da' confini della Grecia primitiva irrigata dall’Acheloo, da quelli del|’Epiro, dell’Acarnania, dell’Illirio, della Dalmazia, della Liburnia, contrade tutte poste di contro al nostro paese, da cui le divide l’Adriatico. Questa perfetta simiglianza di nomi di città, e spesso ancora di popoli, come nella topografica descrizione farò manifesto, è fortuita, o necessaria? Che non fosse fortuita lo di mostra il fatto dell’umana natura, come altra volta osservammo parlando de' Pelasgi, che i popoli in generale nel trapiantarsi d’una in altra contrada hanno quasi sempre riprodotto nelle nuove lor sedi i nomi di quelle da cui si partivano, o che abbandonavano. Nell’antica geografia s’incontrano moltissime di queste singolari analogie, e 'l gran Salmasio non seppe altramente spiegare l'origine delle varie città di Ecalia ricordate dagli antichi, se non coll’attribuirla alla madre patria ch’era nella Tessaglia (59). Dicasi lo stesso delle molte città di Larisse edificate in regioni diverse da’ Pelasgi, i quali una ne edificarono pure nella nostra Campania (60). Ma a che addurre queste autorità, se le nazioni tutte di Europa nello stabilire le lor colonie nel Nuovo Mondo han fatto altrettanto? Se nelle nostre contrade troviamo spesso greci nomi di città che alle colonie elleniche non possiam riferire, forza è attribuirne l’origine alla grande emigrazione de' Pelasgi, e guardati, o lettore dagli scrittori che ti vogliono sostenere i Pelasgi usciti ab antico d’Italia, perché apertamente vogliono contraddire la storia, che li dice primamente venuti in Italia (61), non usciti, o ritornati in Italia. Se nomi di città e di popoli nel nostro paese ritroviamo simili a quelli di altre vicine contrade, dobbiamo senza più l’origine ripeterne da' Liburni, da' Dalmati, dagl’Illirici, dagli Epiroti che vi passarono in epoche remotissime.

Or dovendo anch’io rischiarare co' miei mezzi le origini nostre, nella detta ricerca ho creduto indispensabile porne il fondamento, senza dilungarmi dalle precise testimonianze della storia, senza ricorrere ad artifizii di etimologie, e ripudiando affatto il sistema dell’autottonismo che guasta ogni storia, e l’amore del vero anteponendo a quello delle patrie contrade. Perché alcuni scrittori insieme e pensatori così caldi di amore si mostrano per l’Italia, che vogliono a tutt’uomo, o predicarla culta e civile avanti le più remote emigrazioni, o negano ancora queste stesse emigrazioni. Dell’amor loro verso la comune terra natale, che con essi dividiamo, chi vorrà condannarli? ma in nessun conto ci soccorre la storia per sostenere queste supposizioni, ed ogni uomo ragionevole non posporrà il vero ad ogni affetto che ci stringe verso la terra che abitiamo.

Nella ricerca delle origini ho posto prima di ogni altra cosa il mio studio, che mi ha condotto alla detta conclusione, comeché creder si possa opera perduta e senza pro l'occuparsi della investigazione delle origini in tanta lontananza di tempi ed oscurità di vicende. Vani ancora e mal fermi io credo per lo più i sistemi sulle origini, massime quando sono troppo esclusivi ed elucubrati più sopra dotte etimologie, che sulla natura umana e le testimonianze della storia: e coloro in fatti che per le origini italiche pensavano solo agli Orientali senza il lor mediato passaggio e la lunga dimora in altre contrade, troppo lontane navigazioni immaginavano nella lor fantasia; quelli che ponevano gli Sciti e i Celti come gl’italici protoparenti, dovevano trovare non poche analogie di credenze e costumi tra questi popoli e gl’Italiani de' primi tempi. Quanto Fenicii, non riflettevano che si stabilivano solo nella Sardegna e nella Sicilia, dove le città edificavano di Palermo, Molia e Solunto; e rispetto agli Etruschi, non si è voluto gran fatto da essi distinguere i Pelasgi e i Tirreni, i quali dalla Toscana si diramarono in altre contrade italiche. Non nego io già l'origine orientale de' popoli dell’Europa, e non deve negarla chi non vuol dipartirsi dalle tradizioni sacre e dalle profane, le quali nell’Asia pongon concordi l’origine e la prima civiltà dell’uman genere. La civiltà, si è detto, ha fatto il corso del Sole, né un corso diverso fecero perciò le prime genti per popolare il mondo: ma non immediata dagli Orientali io reputo l’origine de' nostri popoli antichissimi, perciocché colle testimonianze della storia, le induzioni che la storia somministra, e le osservazioni de' moderni, prima dell’Italia è da credere popolata l’Asia Minore, la Tracia, la Grecia e le confinanti contrade. Ed è da notare che nella successiva, o contemporanea popolazione dell’Eliade e della Tracia, della Macedonia e dell’Emiro per opera de' Giavanidi Elisa e Tarsis, Chillim e Dodanim secondo le bibliche tradizioni, non è nominata l’Italia, perché appunto fu popolata da' lor discendenti. Per tal modo non si giudicherà lunga la navigazione degli Enotri, de' Pelasgi e di altri popoli vicini nelle nostre regioni, dove arrivano in fatti secondo le tradizioni storiche, e gli avanzi delle città e l’analogia de' nomi di quelle che ne' due paesi abitarono li fa chiaramente riconoscere.

Queste cose che saranno meglio dichiarate nel primo libro della mia storia, ho voluto accennare di volo per richiamare l’attenzione del leggitore su questa parte della mia opera, la quale versa sulla descrizione delle Due Sicilie e sulle origini de' popoli che ab antico le abitarono. E queste origini soprattutto non doveva in ogni conto trascurare, per non rimanermi alla sola erudizione ed all’archeologia, le quali ove qualche vero dell’antica storia non ci apprendono, senz’altro frutto, ci porgono appena una innocua e piacevole occupazione. Queste preliminari trattazioni mi guideranno a quella della storia antica, la quale se ho tolto ad illustrare secondo mia possa, è perché, tranne gli Annali del Grimaldi, in tanta dovizia di studi e di monumenti, tuttavia ci manca; e chi perciò ne vede le grandi difficoltà, so appena riuscirò a tentarla, apprezzerà se non altro il buon volere. Meglio note per vero sono la storia del medio evo e dell'era moderna, se alcuni punti ne eccettui, i quali richieggono più accurate e profonde ricerche; e riguardo a queste, senza pretendere di avervi fatto nuove e importanti scoverte, spero solo che sia di stimolo alle altrui investigazioni un’opera di scelta e predilezione, che cominciai è già tempo con ardore, e che spero di compiere con perseveranza.

La mia storia da' tempi più remoti si ferma al 1789. Più oltre procedendo, narrar dovrei avvenimenti, di cui sono stato in parte testimonio; ma il gran Salomone e ’l gentile Orazio mi consigliano di arrestarmi a' fatti de' viventi, i quali meglio ch’io non farei si attingono da' contemporanei. La corografia e topografia antica, o dir vogliamo la circoscrizione delle nostre regioni, teatro della nostra storia, colle città che vi furono e i popoli che le abitarono, precederanno tutta la narrazione. Siccome la critica riordina ed espone con fedeltà i fatti, così la topografia ad essa congiunta, e dalla quale gran lume la storia riceve, riedifica e fa quasi risorgere le diroccate città. Onde dirò dopo molti delle regioni de' nostri maggiori, non per mostrare più esattezza e diligenza, ma perché ciò credo indispensabile alla cognizione delle patrie vicende. Non sapeva Cicerone altramente concepire la storia, e la sua autorità, forse unica fra gli antichi, i quali sempre disgiunta dalla storia trattarono la geografia, mi ha imposta questa speciale e forse più malagevole trattazione, che non sarà trascurata nella storia del medio evo. Alla storia politica seguirà quella della civiltà e della coltura intellettuale: il quadro delle scienze, delle lettere e delle arti dopo quello delle guerre e delle rivoluzioni; in somma dopo la storia de' fatti quella del pensiero. E delle istituzioni ancora e delle legislazioni succedutesi ne' diversi periodi della nostra civiltà darò ragione quanto basta a' miei leggitori, perché si abbiano una compiuta idea di quanto ci appartiene. Lo stesso ordine e metodo terrò per la Sicilia, la cui storia ho creduto non iscompagnare da quella delle nostre contrade, sì perché in sul principio del secolo XII l’uno e l’altro paese furon riuniti sotto le medesime leggi, e dopo di quest’epoca, in fuori di speciali periodi, han sempre formato un solo e medesimo Stato come oggidì, sì ancora perché negli antichi tempi e nel medio evo i principali avvenimenti delle Due Sicilie ebbero sempre tra loro scambievoli e continue relazioni.

E per quello che spettasi alla generale composizione della mia storia, mi sono sempre studiato di attingerla alle migliori fonti che possediamo, i classici pe’ tempi antichi, i cronisti pe’ tempi di mezzo, e i più riputati storici pe’ tempi moderni, non senza trasandare il confronto delle principali autorità storiche con gli scrittori di maggior grido che le diverse epoche illustrarono, o solo alcune materie ad esse spettanti, nelle varie attenenze che hanno colla generale storia del nostro paese. Addurrò sempre le autorità e le fonti da cui ho desunta la mia narrazione, perché queste palesandosi l’accorto e dotto leggitore far possa giudizio della loro scelta, e però di quella fede che meritano nel dedalo delle narrazioni e depisterai. Questa ragione, io mi penso, rende indispensabili le note a chi scrive insieme e a chi legge; ma un’altra ancora le detta solo per chi legge, ed è ch'esser possono di aiuto a chi ha vaghezza d’intendere a' medesimi studi.

Scrissi già nel mio programma che «quest’opera io offeriva a' concittadini, non come una storia qual veramente richiedesi delle cose nostre, veggendomi inferiore a così alto subbietto, ma solo come nuove e più accurate ricerche su gli autori originali e sincroni, ordinate sotto un’esatta cronologia, e fatte più per appagare la curiosità che mi ha sempre destata nell’animo, posso dir da' miei primi anni, la storia patria, che per sovvenire al bisogno del nostro paese, al quale nobilissimo ufizioaltri i deli destineranno». Ora qui schiettamente il ripeto, non vi essendo cosa sì malagevole al nostro tempo nell’aringo delle lettere quanto quella di scrivere una storia, ed una storia soprattutto nella quale, come questa da me divisata delle Due Sicilie, sono indispensabili le cognizioni dell’antica geografia, della numismatica, dell’epigrafia, dell’archeologia in genere e della filologia, nonché dell’etnografia e della profonda conoscenza delle lingue classiche, oltre a quelle della storia propriamente detta. Non son io al certo che posseggo tutte queste cognizioni, le quali richieggono ciascuna studii speciali, e in cui pochissimi ottengono la palma. Nella storia inoltre si è sempre richiesta la critica, e più che mai nel tempo in cui viviamo, nel quale per opera di lodati scrittori si va ricomponendo in tutte le epoche che la riguardano, e per gli studi dell’Oriente, del mondo greco e romano, del medio evo e de' tempi moderni l’Europa si vanta di uomini dottissimi che con gran sapere la rischiarano. Io sono inferiore agl’illustri nomi che tutti sanno; ma non doveva trattenermi dall’imitarne l’esempio.

Ho detto che quasi dalla fanciullezza la storia ho preferito ad ogni altro sapere, e senza altrimenti lodare la scienza, del cui amore mi arrischio di offerire il primo frutto, basta dire che se l’uomo con lunghi e penosi studi va investigando il vero, le ipotesi spesso egli tiene per vero, e l’una opinione nella sua mente scaccia l’altra, l’un sistema esclude l’altro; laddove la storia, sol che bene si attinga alle limpide fonti de' contemporanei o de' quasi contemporanei ai fatti, è per dirti spesso, se non sempre, senza mistero, nelle mutabili scene del mondo le passate vicende della fortuna, or buona, or rea, di chi ci precesse sulla terra che abitiamo. L’uomo, ombra di un’ombra secondo Platone, penetrando per benefizio della storia nella vita di tutti i secoli, non si rimane isolato nello spazio e nel tempo, e al dramma perpetuo si associa ch’ebbe principio col mondo. Aggiugni ancora, e qui le mie parole sarebbero soverchie, che la cognizione della storia è sapienza, è sapienza civile che si attinge dall’esempio, massime da quello delle cose domestiche. Alcuni dicono, non toccarci né esserci utili gli esempi de' passati, perché la mutazione de' tempi adduce seco la mutazione degl’interessi e delle circostanze, e simili: ma se non solo i tempi si mutano, ma ancora gli umani costumi, rimane sempre la parte abbastanza immutabile dell’umana natura che si muta sol colla morte, e che non si studia meglio che nella storia. Che se immutabile è perciò anche l’essenza della storia, noi viviamo nel passato, come il passato vive in noi. Nondimeno, un’osservazione è da fare. La storia letteraria, si è detto, altro non è che la storia delle opinioni e delle idee. Qualunque vuoi forma che assumano queste opinioni e idee, dramma, romanzo o poema, una cosa stessa, la guerra delle opinioni, trovasi ne' libri. Ma io non so se siavi al mondo, oltre alla storia letteraria, una più disputabile arena della storia che narra le politiche e civili vicende delle nazioni. A questa palestra ogni vigoroso e debole atleta discende, ognuno vi corre il suo aringo per gridare vittoria. La storia non fu ne' tempi più antichi che lo studio de' fatti; l’amore del vero vi dominava, o di ciò che vero si credeva: ora vedi talvolta prevalervi i sistemi e i falsi sillogismi. Ma siccome la civiltà si aiuta ne' suoi progressi con gli stessi disastri che paiono destinati a distruggerla, così la scienza si fortifica co' sistemi che alle verità si oppongono, di cui ha già fatto tesoro. I sistemi non sono che eccezioni, e anziché turbarci contro le idee de' novatori, dobbiamo salutarle di buon viso, perché danno alla fine maggior risalto al vero.

La storia ancora è una formola, è una immagine figurata dall’umano intelletto delle opere degli uomini più o meno lontani di tempi e di costumi da chi questa immagine esprime ed esempla. La storia è perciò, come la più parte delle nostre cognizioni, di gran lunga lontana dal fatto. La mente umana aggiugne solo a' sommi generi delle cose; il resto rimane a noi sconosciuto, come rimase a' no, stri maggiori, e rimarrà al certo in buon dato a quelli che dopo noi verranno. Il perché chi sa davvero mi sarà indulgente se nel delineare questo ritratto della Storia delle Due Sicilie il fare dell’artista parrà manchevole e disadatto, e dove la critica sarà benevola ed inspirata solo dall’amore del vero, con amore sarò per riceverne gl’insegnamenti, affin di perfezionare un’opera ch’io consacro alla patria.

Al principio di questo secolo Ugo Foscolo scriveva: «O Italiani, io vi esorto alle storie; niun popolo più di voi può mostrare, né più calamità da compiangere, né più errori da evitare, né più virtù che vi facciano rispettare, né più grandi anime, degne di essere liberate dall’oblivione da chiunque di noi sa che si deve amare, e difendere ed onorare la terra che fu nutrice ai nostri padri ed a noi, e che darà pace e memoria alle nostre ceneri». — Io credo ora soverchie queste solenni parole, perché non pochi, la mercé di Dio, ora si volgono alle storie in Italia, e più altri assai in processo di tempo si riscuoteranno a scriverle e studiarle. Questo solo non lascerò di conchiudere collo stesso grande concittadino, col cui dire che avrò sempre presente, ho cominciato, e col cui dire finisco, per far passaggio alla descrizione antica del nostro paese: «Ogni qualvolta ci vien fatto di contemplare questi avanzi di antichità venerabile, questi eterni ricordi di nomi e di opere di uomini grandi, siamo avvertiti a dirigere le azioni nostre per modo, che tutti sappiano esserci proposti la ricompensa dell’età avvenire anziché l’adulazione della presente; e considerando i monumenti eretti alla memoria di coloro che bene meritarono di questo mondo prima di allontanarsene, dobbiamo perguaderei intimamente, che nulla è fermo ed immutabile quaggiù, e che è dovere di ogni uomo ragionevole l’aspirare di continuo alla immortalità».


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INTRODUZIONE

COROGRAFIA E TOPOGRAFIA

DELLE ANTICHE REGIONI DELLE DUE SICILIE

Quid agam? Tanta nobilius omnium locorum (quos quia attigerit?), tanta rerum singularum nobilitas tenet.

PLINIO.

Fu per curiosità, o sollievo dell’animo, per vanità o vaghezza di fama che da' remoti tempi alcuni eletti uomini si fecero a raccogliere i fatti de' passati e quelli del loro tempo, le memorie antiche e lo vicende contemporanee? Fu per nazionale vanità che sorsero i primi logografi nell’Asia minore, le prime leggende sull’Aventino? No; l'uomo, per la innata brama di conoscere, vuol sapere quello che non sa, e penetra colla sua mente ne' misteri della natura e di sé medesimo, del mondo esteriore e della sua coscienza. Il tempo e l’oblio alterano e distruggono le memorie del passato, ed egli si fa sollecito a rischiararle, i fatti raccogliendo innanzi a lui operati, perché non vadano dimentichi e perduti. Dotato come è del divino magistero della favella, l’uomo parla, l’uomo pensa e racconta. E così, non sì tosto desta vasi in Grecia quello spirito d’indagini, onde il campo si apriva alle prime speculazioni della filosofia, che le memorie storiche ne furono un altro frutto, poiché cominciossi a sentir l’importanza di perpetuare le prische tradizioni, gloriose non meno pe’ popoli e le città, che utili a' concittadini; essendoché l’uomo si governa spesso più con gli esempi che co' precetti, e solo ne' tempi di decadenza riescono infruttuose le memorie de' maggiori. Un sentimento adunque di simpatia scorgeva gli uomini dotati di non comune intelletto a notare le tradizioni, o i fatti, di cui furono testimonii; un sentimento di simpatia pe’ passati e per gli avvenire, perché le opere de' primi in podestà dell’oblio non si rimanessero, egli altri qualche documento alla vita utile vi ritrovassero. E così non per amore di sé, io mi penso, ma per amore verso gli altri, i più antichi scrittori si risolsero a lasciare a' posteri storici documenti; così ebbero origine le cronache e le prime memorie de' fatti degli uomini, così poi nacque la storia, la quale meglio delle une e delle altre con ricerche più vaste e con più nobile artificio tutta la condizione de' tempi più o meno ti rappresenta, tutto l’essere di un popolo ti racconta nelle epoche varie delle sue vicende. Gli antichi, e massime i Greci, maestri all’umanità in ogni opera d’arte e d’ingegno, come aggiunsero a quell'alto periodo intellettuale, in cui posero quasi i confini ad ogni maniera di letteratura, per aver trovato le leggi del vero e del bello, chi trascende le quali si dilunga affatto dall'ufiìzio delle lettere e della scienza, videro bene nella storia l’utilità che all'uomo si deriva dalla cognizione de' fatti innanzi a lui operati, e quasi tutti gli storici la storia encomiarono come istitutrice del vivere, come sola maestra di sopportare le vicende della fortuna la rimembranza delle altrui avversità. Tucidide, Polibio, Diodoro, e non pochi altri storici antichi, i quali alla sapienza ci guidano delle cose civili, e la vita ci abbelliscono colle loro stupende narrazioni, ripetono unanimi il benefizio della storia, pel governo, sia degli altri, sia di sé medesimo: ma, sconoscendo tutti la legge, a cui l’uomo è destinato di perfezionarsi ne' limiti della propria natura, di vincere e domar la materia coll’intelletto, e dare con ciò testimonianza della sua alta origine, un’altra lezione non videro nella storia, quella dir voglio, che attingiamo dall’indagare la misteriosa direzione della Provvidenza ne' fatti dell’umanità. Questa natura ed essenza della storia degnamente la eleva più che non si pensa all’alta condizione di scienza, e meritevole la rende delle più profonde contemplazioni. Perciò veggiamo il secol nostro intento più che mai agli studii storici; perciò, più che in verun’altra scienza, in quella della storia dagli anni più giovanili io mi compiacqui, e frutto di questo studio è l’opera che ora offerisco a’ concittadini.

Ma l’umanità, comeché dotata d’innate facoltà e potenze onde vincere e soggiogar la natura, di trasformarla e adattarla ai propri bisogni, è nondimeno circoscritta dalla natura stessa nello spazio che occupa sul globo. La storia adunque e la geografia s’incontrano sul medesimo punto come unità sul teatro del mondo e delle sue vicende. L’umanità non vive solo nel mondo della volontà e della intelligenza; ell’è per volere della Provvidenza legata al pianeta, su cui vive e si aggira, né in alcun angolo del globo ci apparisce affatto indipendente dalla sua potenza fisica e naturale. Datemi la carta di un paese, ha detto uno de' più insigni filosofi del nostro tempo, ch’io conosca la sua configurazione, il suo clima, i suoi fiumi, i suoi venti, e tutta la sua geografia fisica; ch’io sappia le sue produzioni naturali, la sua flora, la sua geologia e simili, ed io vi dirò qual sarà l’uomo di questo paese, e qual parte questo paese rappresenta nella storia. Perciò Platone diceva i Greci aver sempre i Barbari superati, a cagione della temperatura dell’aria in cui vivevano; gli Sciti e gli Etiopi sempre essere stati violenti ed audaci, perché toccò loro un clima mal temperato. Perciò i Greci migliorarono le discipline ricevute dai Barbari, e fra quelli massime gli Ateniesi; per questo furono i primi inventori dell’arte della guerra e della pittura, e di ogni disciplina meccanica, militare, oratoria e di tante altre spezie (Auct. Vit. Pythag. ap. Phot. C. 259). Il perché oggimai universalmente si conviene che lo studio della Terra servir deve di base alla storia; giacche i popoli, anche quando sono giunti al colmo della lor civiltà, tuttavia rimangono nella dipendenza della patria. Così lo storico nella naturale condizione e situazione di un paese trova la prima spiegazione dell’essere e della varia fortuna di chi vi dimora. Il tempo cancella senza posa le generazioni, i sepolcri e le memorie degli uomini, ed appena scarse e favolose tradizioni ci rischiarano le tenebre delle origini de' popoli, delle loro emigrazioni, de' loro fatti ed imprese primitive, posteriori alla prima origine e dispersione del genere umano, narrateci dalla Bibbia. Interroga gli antichi, interroga i moderni, quando cominciò l’immenso dramma di guerra e di pace, di barbarie e di civiltà, di vizii grossolani e di nobili virtù, gli udì appena ti appagheranno con incerte tradizioni, gli altri con conghietture e sistemi: laddove la natura, bene studiata, non si dipinge altramente da quello che è, spiegando senza errore e mistero le ragioni dell’essere speciale de' popoli, che in lei e da lei ebbero il proprio alimento. La natura adunque, meglio che le tradizioni e le favole, meglio che le conghietture e i sistemi, risponde spesso alle investigazioni dello storico, e non poche cagioni gli addita di molti fatti, i quali non potrebbero altramente spiegarsi nello svolgimento della umanità.

Or, se, come già disse Bacone, la geografia è un occhio della storia, non tanto della geografia civile ciò intender dobbiamo, quanto della fisica, della geografia della natura, la quale stabilisce quelli che Varrone nominava arciconfini, e che sono le vere condizioni storiche così della corografia de' diversi popoli, come delle loro città, poste a difesa de' loro confini, o come altrettanti centri di ci vii reggimento. Per tal guisa, non dalle arbitrarie divisioni dalla proprietà stabilite, dalle città e da' borghi, da' monumenti e dalle altre umane creazioni, ma dalla configurazione del paese, dalla descrizione de' mari e de' monti che lo circondano, dalla catena delle colline che in diversi sensi lo attraversano, dalle valli principali in cui le acque si riuniscono, dalle riunioni formate dagli affluenti di queste valli, fa mestieri incominciare la descrizione di qualsivoglia contrada. E così non si durerà fatica a rammentarvi co' particolari della civiltà le politiche e civili divisioni, le quali sono per lo più determinate dalla natura o configurazione del suolo, e quando non lo fossero, la loro differenza medesima già basterebbe a determinarle.

Che, se non è dubbio che la geografia è senza più necessaria alla storia di una grande nazione, è per certo indispensabile per quella de' nostri antichi popoli, l’uno dall’altro diviso in molte piccole repubbliche e regioni. Ond’è che, fermati per sì fatto modo questi punti principali e stabili delle Due Sicilie, delle nostre antiche regioni e dell’Isola da' più remoti tempi insino al presente determinar si possono tutte le condizioni. E sarà cosa mirabile veder poi col fatto come presso a poco le circoscrizioni degli antichi popoli vengono a immedesimarsi con quelle de' popoli nuovi, per modo che non altro rinverremo nelle vicende della geografia civile, se non che gruppi più o meno numerosi delle circoscrizioni primitive. Per il che, siccome le contrade delle Due Sicilie ci offrono moltissimi di questi naturali confini, e la diramazione de' monti, il corso de' fiumi e la giacitura delle coste li costituiscono appunto, e formano tante diverse e principali valli o bacini, dalla speciale descrizione di questi s’intenderà meglio la corografia delle nostre regioni antiche, per dir poscia de' popoli che in ciascuna di esse, come in tanti centri di popolazione, si riunirono, e della situazione delle città e borgate che vi edificarono. L’esame dunque delle naturali condizioni delle nostre contrade ci condurrà a considerare quella de' popoli che ab antico v'ebbero sede, allorché abbandonati a loro stessi altra ambizione non conoscevano che di conservarvisi; ricerca necessaria e indispensabile alla storia, così per investigare la vita de' primitivi abitatori del nostro paese, come per vederne lo svolgimento nella storia, la quale ne narra i fatti e le vicende, la soggezione e l’autonomia, e le cagioni e gli effetti dell’una e dell’altra. La quale preliminare trattazione della nostra storia spiegherà ancor meglio di qualsivoglia altra ipotesi la cagione della mancanza di unità politica, e spesso la rivalità de' nostri popoli antichi, i quali poi vennero perciò assorbiti dalla romana potenza, ch’ebbe più saldi e meglio avvisati principii di governo, e di disciplina militare e civile, che la condussero al dominio del mondo. E comeché appena piccoli e brevi saggi si abbiano della nostra topografia fisica, e di speciali contrade, non di tutte, pur mi proverò, per quanto mi sarà dato, di descriverle pel mio particolare subbietto, onde dalle particolari descrizioni naturali guidare il lettore alla cognizione dell'antica topografia storica di tutto il nostro paese. Meglio della naturale ci è nota questa topografia storica, e le dotte ed elaborate opere di un Cluverio, di un Cellario, di un Danville, e del Mannert, del Cramer e del Romanelli, le quali fra tutte primeggiano di simil natura, saranno sempre studiale da chiunque vorrà intendere a questi difficili, ma piacevoli studi. Questi lodati scrittori, oltre quelli che hanno illustrato speciali regioni, hanno meglio degli altri rischiarato i confini delle nostre antiche regioni, i sili delle città che vi furono, e le loro lunghe fatiche bastar potrebbero a far ricredere, se non ad invogliare coloro che inutili reputano cosiffatte investigazioni. Oltre di che, le preliminari nozioni corografiche e topografiche necessarie, anzi indispensabili, si rendono ad illustrare le memorie antichissime de' nostri popoli, le quali in gran parte altro non sono in sostanza che geografiche, perché il leggitore non durasse fatica a tutti conoscere i luoghi che furono il teatro delle loro guerre, e de' principali avvenimenti del nostro paese. Quando dopo tanti secoli conosciamo i luoghi degni di memoria, e la scena ci rappresentiamo de' grandi fatti storici, gustiamo un particolare diletto. L’attenzione si sveglia, le rimembranze si animano, i nostri sentimenti sono profondamente commossi. Richiamiamo con distinzione alla mente i tempi, i fatti, le circostanze: viviamo in fine col pensiero di que’ grandi, che la fama ha liberati dall’oblio e dall’ordinario destino degli uomini. Ond’è che non vorranno, io spero, i leggitori dolersi che così fatte notizie preliminari di regioni, confini, città, e de' diversi popoli che le abitarono, occupino i primi volumi della mia storia; perciocché essendo la geografia de' tempi remoti una cosa stessa, a così dire, colla storia, e formandone una parte importantissima, deve precedere senza più ed accompagnarsi alla narrazione de' fatti.

Questa topografia storica nella prima parte della mia opera si arresta all’epoca della dominazione romana. Nella seconda i mutamenti di dominio daranno materia ad una diversa, benché meno estesa trattazione, dir voglio alla topografia del medio evo, allorché scomparendo per le sopravvenute invasioni l’unità politica de' tempi anteriori, non solo il paese si vede stranamente diviso, ma ancora in diversi modi retto e governato per le moltiplica signorie. Da un canto i Greci, dall'altro i Barbari, altrove le piccole Repubbliche libere, ma sotto l’ombra e la protezione degl’Imperatori d’Oriente. E qui la descrizione topografica non solo gioverà alla storia, ma mostrerà ancora il cambiamento di stato delle nostre popolazioni, perché metterà innanzi agli occhi del lettore i nuovi paesi, i nuovi villaggi, che sono quelli, all’infuori de' distrutti o abbandonali, che ora abitiamo. Sorgono questi dopo le guerre dell'età antica e de' tempi di mezzo, e collo spettacolo della vita nuova che sorge dalla desolazione quello ci danno ancora dell’avvicendarsi delle cose umane guidate dalla Provvidenza, non ostante la forza e l’arbitrio della volontà umana. La topografia storica si arresta all’epoca de' Normanni; né sarebbe consiglio di più oltre proseguirla, perché, in fuori di Manfredonia, pochi paesi appena furono poscia edificati, e delle altre particolari circoscrizioni delle nostre provincie si tratterà nella storia delle particolari dinastie.

Ho detto come la topografia antica è necessaria alla storia; ma importa oltreacciò di ben conoscere il proprio paese, e le antichità, delle quali è sparso a dovizia, rendono necessaria per questo altro riguardo la topografia storica. Pausania accagionava i Greci del suo tempo dell’essere eccellenti nel mettere in ammirazione più le sublimi cose degli stranieri, che le proprie; e nel mentre alcuni scrittori con estrema diligenza descrivevano le piramidi egiziane, neppure il più piccolo cenno tramandavano alla memoria de' posteri del tesoro di Minia, né delle mura di Tirinto, ch'erano egualmente ammirevoli. Se scrivesi da molti la geografia dell’Europa e dell’Asia, trascurano sovente la propria. Molti non sanno ancora se antica sia una città nel proprio paese, e se tale, non conoscono se del medio evo, o de' tempi romani, o più remoti. È parte dunque di cognizione il saperlo, e non fa certo opera inutile chi intende a dichiararlo.

Egli è il vero che di molti e molti topografi abbondiamo, sia di sole città, sia di regioni; e senza dire delle speciali monografie di città o paesi, dobbiamo esser grati alle fatiche del Pellegrino, del Pratilli, dell’Antonini, del Barri, del Galateo, del Febonio, del Mazzocchie di altri benemeriti, i quali l’antica topografia illustrarono d’intere regioni. Ma questi scrittori chiaro dimostrano in molti casi con quanta prevenzione, e sovente quanto erroneamente abbiano scritto, qualora tolgasi a confrontarli, sia con gli antichi geografi e storici, sia ancora co' più recenti scrittori di topografia. In ciascuno di essi appariscono gli errori e le sviste, che in parte debbonsi ascrivere alla stessa scienza, la più variabile ed incerta fra tutte, in parte ad essi medesimi sono da attribuire. Perciocché quelli che intesero ad opere più generali, dove i limiti ampliarono della regione che tolsero a descrivere, le confinanti restringendo; dove le città di una regione fra quelle di un’altra annoverarono, più che al vero, alla lode mirando della regione in cui sortirono i natali. E così, per un mal appreso patrio decoro, come se patria comune tutte le nostre contrade non fossero, falsando tal fiata a lor piacimento i luoghi degli antichi storici o geografi, o questi non bene considerando, paghi solo ad altre autorità non sì degne di fede, di non pochi errori le loro opere riempirono, ed eran cagione che con essi s’ingannassero i poco esperti di così fatti studi. Or, sebbene di non poca lode sieno meritevoli gli scrittori che ad illustrare questa parte delle antichità patrie cooperarono, pur oggi veruno non si riconosce in questa materia per infallibile maestro. Chi volesse inoltre dalle loro scritture risapere quanto si spetta alla nostra corografia e topografia antica, tutta la vita non gli sarebbe forse bastevole. A così gran numero è cresciuta fra noi tal fatta di opere! Non v’ha una città, non una terra, per piccola che sia, ma che antiche memorie richiami alla mente, la quale non abbia la sua monografia. La quale ricchezza, se da un canto è ben profittevole, sgomenta dall’altro non poco chi intender vuole a tali conoscenze. Di così fatte opere dobbiamo saper molto grado a chi le dettò, ma sono più utili certamente per chi scrive ed ha criterio, che per chi brama istruirsi, ed a cui mancano il più delle volte le necessarie cognizioni a sceverare il vero dal falso, il buono dall’inutile che hanno.

Io del resto stranamente di me presumerei, se per poco credessi non andar soggetto a censura in un lavoro, il quale racchiudendo sì dubbie notizie per lo più, fu e sarà sempre tale, che i più dotti vi presero non pochi errori. Anche quando gravi falli non vi si notassero, la brevità colla quale ho dovuto ritrattare un argomento così vasto e malagevole, mi scuserà, io spero, appresso que’ giudici superiori, i quali, allettati da tali materie, ne fanno un obbietto di speciale studio. Essi riguardar possono la mia opera come di assai inferiore al subbietto; pur le mie fatiche non saranno infruttuose, se potranno far sì, che nuove indagini instituendosi, egli errori altrui meglio emendandosi, abbiasi ad avere alla fine la più perfetta e compiuta Corografia e Topografia antica delle Due Sicilie.

Cominciando Plinio a descriver l'Italia, così ne accenna in breve Pubertà, l’amenità, la bellezza. «Ella gode, dice il celebre naturalista, in tutta la sua ampiezza di un’aria così deliziosa e di un cielo così di continuo temperato alla salubrità; sì ubertosi sono i suoi campi, i colli sì aprichi, i pascoli così sani, sì belli d’ombra i suoi boschi, le selve sue sì splendidamente ricche di alberi; così soavi vi spirano le aure de' monti; tanto è sì fertile di biade, di viti e di ulivi; così nobili sono le sue lane,i suoi armenti sì pingui, tanti e sì copiosi i fiumi e i fonti che per ogni parte la irrigano; così sicuri vi si aprono i porti, così bellamente la circondano i mari: ch’ella sembra offerire il suo grembo al commercio degli uomini, e volenterosa di tutti aiutarli quasi mettersi in mare ella stessa». Chi tutti questi pregi non conosce nel nostro paese? ed alle nostre, più che alle altre contrade italiche, egli sembra che Plinio riguardasse nella sua mente quando le lodi tesseva di questa terra dilettissima, di cui la parte più bella ora prendo a descrivere.


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I. AGRO PALMENSE, PRETEZIO E ADRIANO

I. Corografia generale e distinzione de' tre Agri.—II. Costituzione geologica di essi. — III. Primi abitatori noti di queste contrade. —IV. Corografia particolare dell'Agro Palmense, ed oscurità della sua denominazione. —V. Topografia de' Palmensi. 1. Fiume Truento. —2. Truento città, e sue rovine. —3. Castro Truentino, e suo sito. —4. Fiume Elvino. VI. Corografia particolare de' Pretuzii, ed origine probabile di questi popoli.—VII. Topografia dell'Agro Pretuzio.—1. Fiume Salino. 2. Beregra. —3. Fiume Albula, o Albulate.—4. Interamnia.— 5. Tempio di Feronia. —6. Fiume Batino.—7. Castro Nuovo. —8. Strade ed emporii de' Pretuzii.—VIII. Corografia particolare dell'Agro Adriano. —IX. Topografia degli Adriani. 1. Fiume Vomano. —2. Adria. —3. Castello Matrino, o Macrino. — 4. Fiume Matrino, o Macrino. 5. Monte Cumaro. —X. Vicende generali degli antichi abitatori di queste regioni.

La catena degli Appennini, entrando dallo Stato pontificio nella Sicilia citeriore, spicca da sé un gran ramo, che in altri due si suddivide, i quali vanno ad abbassarsi sulla costa dell’Adriatico. Il primo versa le acque delle sue gronde settentrionali nel Tronto, che con corso tortuoso scorre quasi lungo il nostro confine, e quelle delle meridionali nel Fontano. Tre altri fiumi di breve corso, i librata o Fibrata, il Salinello e il Tordino, raccolgono le acque delle sue pendenze orientali, e quelle delle secondarie diramazioni che se ne distaccano. Il secondo ramo, che dirigendosi verso l’Adriatico, levasi a grande altezza fra tutti gli Appennini, ed è però distinto col nome di Gran Sasso d'Italia, scarica le acque delle gronde settentrionali nel Fontano, e quelle delle occidentali e meridionali nella Pescara, raccogliendosi ne fiumi Piomba e Salino le acque del versante orientale, e delle secondarie diramazioni.

I. Or pigliando a descrivere le antiche regioni della Sicilia citeriore, non secondo l'ordine degli antichi geografi, i quali seguitarono spesso diversi viaggi topografici, ma come nel fatto l’una all’altra succedeva e confinava in tutta la sua lunghezza dal corso del Tronto insino allo Stretto siciliano; innanzi che i nostri popoli cedessero al dominio de' Romani, nella parte superiore del nostro paese, ove al nordest è separato dallo Stato Pontificio, furon tre Agri distinti col nome di Palmense, Pretuzio e Adriano, ristretti dall’est al nord dall’Adriatico, al sud dalla destra ripa del detto fiume, e all’ovest dal Piomba e dall'alto giogo di Monte Comodo Gran Sasso il quale, poco men allo dell'Etna, si erge sublime fra tutti gli Appennini come l'Olimpo delle nostre settentrionali contrade. Questi tre Agri, comunque ristretti in piccoli confini, prima che i Romani colle loro conquiste vi si distendessero, formavano tre diverse e autonome regioni, le quali furon poscia da Augusto aggiunte al Piceno, ora Marca d'Ancona.

Tuttoché alcuni antichi scrittori prima di Plinio qualche lume ci porgano circa la diversità di questi tre Agri, pur nessuno meglio di questo geografo l’uno dall'altro li distinse e circoscrisse; perciocché, non ostante che formavano al suo tempo una sola e medesima regione col Piceno, pure non mancò di mentovarli secondo l'antica divisione. Stefano Bizantino in fatti rammentò la regione Pretezia (62) o Pretuzia e Polibio e Livio distinsero gli Agri Frotuziano e Adriano dal Piceno (63), come Tolommeo i popoli Pretuzii da Piceni e da' Vestini (64): ma veruno di questi scrittori non rammentò l’Agro Palmense, indicatoci dal solo Plinio, il quale ci lasciò ancora la men dubbia corografia degli Agri su mentovati (65).

II. La contrada in cui queste piccole regioni si comprendevano, e in cui una parte si distende dell’Abruzzo ulteriore, e presso a poco la Diocesi di Teramo, quanto alla sua costituzione geologica, presenta uno spettacolo molto svarialo e bizzarro. Da un labirinto di Appennini e Subappennini che in cento guise si diramano, e gran tratto occupano del paese all’ovest, molte colline si spiccano più o meno elevate, alcune delle quali vie via abbassandosi si livellano colle pianure, altre infino all'Adriatico si distendono. Le più notabili fra queste ultime sono le catene di Controguerra, e Colonnella il cui versante boreale è bagnato dal Tronto quelle di S. Omero e Tortoreto; di Bollante e Montone, e di Castellalto e Montepagano. L’Ubrata, il Salino il Tordino frammezzano col loro corso le prime, e fra l'ultima e gli alti colli delle Diocesi di Penne e dii Atri scorre il Vomano. Vasti piani inclinati e vallate separano una catena dall’altra, massime sulla sinistra dell’Ubrata, del Tordino e del Vomano, ove sono i più fertili e vaghi terreni della contrada; la quale, non essendo senza anomalie ed interruzioni, dappertutto allegra la vista con pittoresche varietà.

L’argilla predomina in queste regioni, nelle quali alterna gli strati colla pietra calcare de' monti più alti e primitivi, e coll’arenaria di svariati colori de' secondarii. Le colline, che tutte contengono dell’argilla, e spesso della creta, partecipano anche di sabbia. Le pianure, poiché accolgono lo spoglio de' monti e de' colli, presentano un miscuglio di marna, di ciottoli fluviatili, di terra calcarea, sabbionosa e silicea. Non vi son rade le cave di pietre travertino, spugnose e silicee; ma non si ha traccia di altro metallo, che di ferro solforato. Il gesso trovasi a dovizia ne' colli soprastanti a Teramo, e fra Campli e Civitella s incontra di tal consistenza e colore, che si è sostituito al marmo ne lavori che non debbono esporsi all'ingiuria dell'acqua. Nelle stesse contrade si sono scoverte carriere di carbon fossile,ma di basso fondo. Sorgenti di acque sature di sale marino rampollano ne' territorii di Canzano e Castellato, a Spiano ed altrove, e gli abitatori con lieve fatica ne ottengono in copia di perfetta cristallizzazione. I filoni di pozzolana, e le frequenti polle di acque marine, massime lungo le due sponde del Tordino, darebbero inoltre indizii di spenti vulcani, se dal vedersi sparsi in più siti, e dalla lor poca ricchezza non piacesse anzi ripeterne le cagioni dall'universal cataclismo che sommerse il Globo. La storia di quella catastrofe è scritta su tutti i punti della contrada, essendo manifesta da' prodotti marini riconosciuti nelle alte pendici degli Appennini, e dalle stratificazioni che s’incontrano danna all'altra montagna allo stesso livello; e basta dar l’occhio alle opposte ripe de' torrenti e de' fiumi, o dovunque il suolo si fenda o si cavi, per attribuire senza più alle successive ondate del mare la serie di strati orizzontali e paralleli di argilla, di ghiaja e di sabbia, gli uni agli altri sovrapposti, e che contengono spesso marine deposizioni. La sabbia e la ghiaja calcarea de' colli e de' poggi mostrano altresì che provennero dal sedimento delle acque. Conchiglie pietrificate si scovrono in più luoghi ed in copia, segnatamente sulla roccia, su cui poggiano la città e la fortezza di Civitella, che presenta sulla vetta qua e là testacei impietriti, essendo ancora patenti le impronte delle fronde, de' rami, e financo de' tronchi delle quercie e di altri alberi. Le quali petrificazioni stranamente confuse appalesano non una lenta retrocessione delle acque marine, ma quel violento cataclismo che tutta sconvolse la Terra; quel vento impetuoso che non la prosciugò altrimenti che collo scuotere l'immensa massa del fluido che avevaia allagata; quel flusso e riflusso, che rese la ritirata dello sconvolto elemento tanto devastatrice, quanto lo sgorgo erane stato precipitoso (66).

Questa è la naturale condizione de' tre Agri: ora diremo de' popoli che ne' più remoti tempi d’Italia li tennero ed abitarono, ricerca che ci spianerà la via alla difficile indagine de' più antichi abitatori delle nostre contrade, e de' loro politici movimenti, da' quali e la nostra storia e quella di tutta l'Italia ha il suo cominciamento.

Se crediamo a Plinio, il quale colla rapidità dello stile ci esprime sovente nella sua geografica descrizione la rapidità de' mutamenti di dominio degli antichi popoli, i Sicoli e i Liburni furono i primi ad occupare gli agri Palmense, Pretuzio e Adriano i quali furono poscia successivamente signoreggiati dagli Umbria dagli Etruschi e da’ Galli (67). Ma comunque da questa testimonianza del geografo non possiam dipartirci, il quale scrisse al certo sull'autorità di scrittori più antichi, o sulla stessa tradizione, non si hanno forse a riputar questi popoli come gli abitatori originarii di queste tre piccole regioni; perciocché, essendo innominati nelle vecchie storie i primi popoli che le nostre contrade abitarono, e che però troviamo indicati negli scrittori sotto il nome di Aborigeni, egli è manifesto che si conservò memoria solamente di quelli che poscia per forza di conquista vi si stanziarono. Il perché siam di credere che dalle opposte rive dell’Adriatico movendo i Sicoli, ai primi e sconosciuti abitatori de' tre agri si aggiugnessero, o almanco la parte littorana ne occupassero. E che dall’opposta spiaggia ai tre agri, e propriamente da' confini della Dalmazia, navigassero in Italia, è manifesto da che un antico cementatore rammentò la Sicilia come una regione dell'Epiro (68), dalla quale dice anche Servio che giungeva Italo quando stabilivasi con una colonia di Sicoli sul Tevere (69); e Plinio e Tolommeo posero sulla costa dell’Illirio i Siculoti (70). Alle quali precise testimonianze aggiugniamo che l’Ermolao mutò in Sicum, come leggesi nelle vulgate edizioni di Plinio, il nome Siculi di tutti i codici del geografo (71). Antioco Siracusano dice inoltre che i Sicoli appartenevano alla gente degli Enotri (72), e parlando di questi popoli, allorché l'antichissima Italia ed Enotria descriveremo, si vedrà che venivano appunto da quelle contrade; e Plinio da ultimo con gli altri popoli affini li nominò greci (73), perciocché dalla Grecia intorno di Dodona e dell'Acheloo (74), non dall'Ellade, venivano in Italia. Ma, rimettendo una più ampia dimostrazione dell’origine Av Sicoli al primo libro della nostra storia,dove della più verisimile derivazione ragioneremo de' più antichi abitatori delle nostre contrade, quanto alla dominazione de' 'Libami negli agri Palmense, Pretuzio e Adriano, l'esempio e il buon successo delle colonie sicole dovettero fuori dubbio spingere i detti popoli, famosi nell'antichità per la velocità de' loro navili, ed originarii della contrada ora detta Croazia, a tragittare ne' più remoti tempi d'Italia il mar superiore, e a stabilirsi nelle regioni anzidetto (75). Di questi antichissimi stabilimenti non vi è cronologia; ma dalla remotissima epoca della venuta de' Pelasgi, che congiunti agli Aborigeni dalle loro sedi li discacciarono 80 anni prima che Troja cadesse (76), possiamo di leggieri dedurre quanto l’approdamento de' Sicoli fu ancor più remoto, perché già non poche città avevano fondate sulla costa del Piceno, come Ancona, Nomana, Potenza, Chiana, o Cluento e più altre ancora nell’agro che poi fu di Roma e nell'Etruria, e posero per avventura, secondo ci avvisiamo, le prime fondamenta della stessa città eterna. Ma, oltre queste memorie, del dominio de' Sicoli e de' Libami in queste contrade appena rimane a noi ricordanza nel nome di Sicilia, contrada non lungi dal confluente del Mavone e del Fontano, e nella valle detta Siciliana (77), vasta estensione di paese lungo le falde orientali e settentrionali degli Appennini, e che ora comprende molte terre e villaggi, non meno che nel nome del fiume Tronto (Truentum), dal quale si denominò la città che questi ultimi popoli occuparono.

A già detti popoli successero nel dominio de' tre agri gli Umbri, i quali di tanta antichità si reputavano che tenevansi come la sola gente sopravanzata alla universale inondazione del Globo (78). «lo non credo, dice il Niebuhr, che questo giuoco di parole (Umbri da Imbres) siasi mai preso seriamente;certo è che gli Umbri furono grandi prima degli Etruschi e sin dal tempo de' Sicoli, ed a ragione vengono indicati come un popolo veramente italico e primitivo. Gente antichissima d’Italia furon detti come gli Equi, per opposizione agli Etruschi venuti da stranie contrade; a' Latini, mescolati di elementi eterogenei; a Sanniti e a Lucani, nati dalla conquista e dall'emigrazione (79).» E conveniamo col celebre critico alemanno, se tutto questo intendiamo dell'antichità remotissima di questi popoli; ma ci dilungheremmo dal vero, se creder li volessimo un popolo veramente italiano. Gli Umbri furono stranieri all'Italia. Erodoto, il quale come tutti i Greci li nomina Ombrici, li pone nell’Illirio, (regione confinante coll'Epiro), al di sotto della contrada, donde scorrono il Carpi e l'Alpi, che si scaricano nell'Istro (80) o Danubio, e che un moderno scrittore ha riconosciuto nel Colapi o Calapi e nel Savone, ponendo il paese degli Umbri presso gli Japodi o Japidi (81), i quali abitavano secondo Strabone sotto il monte Alpio tra l'Istria e la Liburnia lungo il golfo dell’Adriatico (82). Che questi popoli del resto avessero avuto dominio su questa parte d'Italia tenevasi per fermo nelle antiche tradizioni; perciocché uno scrittore molto più antico di Plinio, ed al quale dobbiamo le prime notizie geografiche del nostro paese, dir voglio Scilace di Carianda, annoverando per ordine topografico nel suo Periplo i popoli italici, pose gli Umbri lungo l’Adriatico dalla Daunia (Capitanata) insino ad Ancona (83). Ed un più ampio dominio loro assegna Stefano Bizantino, restringendoli tra il Po ed il Piceno (84). ]Ma senza andar rintracciando le più antiche sedi di questi popoli, eh ebber dominio segnatamente nell’Agro Pretuzio, oltre le addotte testimonianze, è per noi manifesto dall'aggiunto di Palestina (85) dato ad Interamnia (Teramo), perché si distinguesse dalle città omonime ch'erano nell’Umbria stessa e in altre nostre regioni; essendoché tra gli Umbri Plinio rammenta quelli cognominati Pelestini (86), i quali, non altrimenti dai Sicoli) traevano la loro prima origine dall'Epiro, dove distinguevasi una particolare contrada col nome di Palestina (87), bagnata dal fiume Apso (88), il quale separava l’Agro di Apollonia da quello di Dirrachio (89) o Durazzo, e però mette foce nell'Adriatico di contro a Brindisi (90); ed è da notare questa origine degli Umbri Palestini non meno pe’ principii d’Interamna che per quelli di molti altri antichissimi popoli delle nostre contrade, i quali, come vedremo nel corso di questa corografia e della storia, dall’Epiro per lo più e dalle prossime regioni nelle nostre contrade si diramarono.

In progresso di tempo gli Umbria secondo scrive Plinio, cessero alla potenza degli Etruschi i quali loro tolsero, al dire del geografo, non meno di trecento città (91), o più tosto molte grosse borgate, quando da questa tradizione non vogliam dipartirci. Ma che da questi Agri fossero stati i Liburni espulsi dagli Umbri il Cluverio non più sci persuase, che gli Umbri stessi lo fossero stati dagli Etruschi, e questi da' Galli, come Plinio soggiugne. Perciocché in fatti gli Etruschi scacciarono gli Umbri dal paese che da principio abitarono sulla costa tra l'Arno il Tevere, e i Galli espulsero gli Etruschi dalia regione circumpadana: onde parvegli solamente credibile che gli stessi Etruschi, i quali fondarono il tempio di Capra, avessero anche fondato Adria tra ‘l Vomano ed il Matrino imponendole il nome dalla celebre Adria posta alla foce del Po (92). Ed oltre che nessun monumento appalesa il dominio degli Etruschi nelle dette contrade (93), noi soggiungiamo che Plinio attribuiva agli Etruschi quello che era da attribuire a Tirreni; giacche Strabone questi ultimi popoli, non gli Etruschi, dice fondatori del tempio di Cipra o Capra, sotto il qual nome veneravano Giunone (94), ed è noto il culto de' Pelasgi Tirreni per la dea d’Argo. Senzadio, in nessun monumento dell’arte etrusca leggesi il nome di Cupra (95) costa sulla quale fu fondata Ancona, dicevasi secondo antiche tradizioni posseduta da’ Pelasgi (96), e non già dagli Etruschi. E quanto ai Galli, egli sembra che Plinio intendesse sotto il generai nome di questi popoli i Boii e i Lingoni, i quali dopo le invasioni e gli stabilimenti in Italia di Belloveso, di Elitovio e de' Salii, scacciarono del paese non solo i Tirreni, ma anche gli Umbri (97). E a questa invasione medesima, per la quale questi ultimi popoli perdettero i loro possedimenti, accenna senza dubbio anche Polibio, il quale parlando del pari de' diversi stabilimenti de' Celti o Galli, dopo i Boii nomina i Litigoni, che pigliaron sede verso l'Adriatico (98). Ma da questi due storici non apparisce che i Galli si fossero propriamente stanziati nell’Agro Palmense, Prepuzio e Adriano, se pur non voglia riferirsi agli abitatori di essi ciò che Polibio soggiugne, cioè che non solo fecero proprio il paese dintorno il Po, e di là di questo fiume, ma ridussero ancora molti vicini all’ubbidienza, spaventatili colla loro audacia (99). E però ci è avviso che Plinio con quella fuggitiva indicazione avesse accennato piuttosto alla mancata potenza degli Umbri per opera de' Galli, che all'occupazione effettiva de' tre agri anzidetti per opera de' Galli medesimi. Ad ogni modo, se i Galli ν’ebber dominio, e certamente dopo Tanno di Roma 337, quando Belloveso, che li precedette nell'invasione, quella città prese e distrusse, per sì breve tempo vi dominarono da non lasciare memoria certa della loro occupazione. I Romani da ultimo, espulsi i Galli dal Piceno, de' tre Agri s’impadronirono, vi spedirono colonie, e tutto il conquistato paese a quella regione aggregarono (100).

Così discorso, colle antiche testimonianze, de' popoli che ne' più remoti tempi la storia ricorda come i più antichi abitatori di questi tre Agri, passiamo a dire della loro speciale corografia e topografia, non meno che di quanto porta il pregio di essere rammentato circa la civiltà de' nostri popoli che li tennero prima e dopo il dominio de' Romani.

IV. L’Agro Palmense, ristretto tra la destra sponda del Truento o Tronto, che dividevalo dal Piceno, e tra la sinistra dell'Elvino, ora Ubrata, aveva per altri confini dal nord all’est l'Adriatico, e all’ovest l'Appennino, che dallo stesso Piceno lo divideva. Questa circoscrizione, sebben controversa, corrispondente all'odierno circondario di Nereto nel I Abruzzo ultra, ci par d’assegnare co' topografi patri (101) all’Agro Palmense, senza dipartirci dalla testimonianza di Plinio e dalla Tavola Peutigerana, tuttoché crediamo che l’Λgro Trueidino si stendesse anche di là del Truento, soprattutto ai tempi romani, quando la città omonima fu occupata da una colonia militare (102). Ma più oscura de' precisi confini dell’Agro Palmense è l’origine della sua denominazione; perciocché chi da una specie di viti, produttrici di pregiati vini (103), chi da una città di Palma posta sulla spiaggia nel mezzo di esso, diede ragione del suo nome che leggesi nel solo Plinio (104), non mancando altresì chi legge nel geografo Pinnense in luogo di Palmense, e stima perciò questa piccola contrada abitata da’ Vestini, avvisandosi che i cisappennini, i quali la città di Pinna (Civita di Penne) abitarono, di buon ora rimasero disgiunti da' loro connazionali transappennini, le cui vicende a quelle si collegarono de' prossimi Pretuzianie Adriani (105). Ma nessun codice del geografo, o altra autorità si adduce a convalidare quest'ultima opinione; e, quanto alle altre, in prima è manifesto che la testimonianza di Plinio, anziché l'origine della denominazione dell’Agro Palmense, quella delle viti dello stesso nome (106): poi non comprendiamo come Plinio e gli altri geografi non fanno motto duna città, che sarebbe stata la primaria dell’Agro. Paghi di aver addotto così diverse sentenze, non potendo per mancanza di migliori testimonianze nulla decidere in tanta dubbiezza de' controversi luoghi del geografo latino, che lasciamo all'investigazioni di più eruditi indagatori, diremo della particolare topografia de' Palmensi.

V. — 1. Fiume TRUENTO (Truentum amne)

Questo fiume, tra i più grandi che bagnano le nostre contrade, detto Truento e Truentino dagli antichi geografi (107), ed oggi Tronto con lieve cambiamento di nome, sorge ne' monti di Campotosto presso Poggio Cancelli. Raccolti freddi rivoli in una cupa valle, ed ingrossato da altre fonti nella parte orientale de' monti di Amatrice, e poscia a' dintorni di Ascoli da altri influenti, serpeggia per lungo tratto presso lo Stato pontificio, e scorre placido da Ascoli insino al mare in mezzo ad una pianura da una banda e dall’altra dominata da colline. Piegando al sudest comincia a servir di confine tra le nostre regioni e lo Stato pontificio, prima a Torano, poi a Contro guerra, e in fine a Colonnella, sempre invalicabile nel lungo suo corso di 42 miglia sino alla sua foce nel luogo detto Porto di Martin Sicuro, dove pel grosso volume delle sue acque è anche capace di piccoli navili.

2. TRUENTO città (Truentum)

Alla sinistra riva del Truento sorgeva la città dello stesso nome (108), così detta, come molte altre città delle nostre antiche regioni, dal fiume presso al quale era posta. Strabone la rammentò col nome di Città Truentina (109): ma in Plinio e nella Tavola Teodosiana è detta Truento, con denominazione simile e quella di altre città antichissime, come Maluento, Grumento e simili. Non è manifesto se sotto il nome di Castro Truentino Pomponio Mela (110) abbia voluto indicare questa città medesima, oppure il suo emporio, mentovato col nome stesso da altri scrittori, e che in seguito descriveremo; ma sembra che avesse inteso parlar di Truento, non essendo da credere che avesse voluto rammentare un castello navale e trasandare la città primaria dell’agro, anche perché soggiugne nominarsi Truentino il fiume che scorrevale dappresso. Né deve produr dubbio il nome di Castro, giacché così pure il geografo nominò Atria e Fermo, che furono città ragguardevoli. Plinio del resto situò Truento nell’Agro Palmense, comunque al suo tempo per la nuova circoscrizione d’Italia fatta da Augusto fosse compresa nel Piceno, nella qual regione la descrivono in fatti Mela e Strabone.

Da quanto abbiam detto circa i più antichi abitatori noti de' tre Agri che descriviamo è già chiaro che i principii di Truento sono di un’antichità molto remota, per essere stata fondata da Liburni, i quali dall’Illirio nell’opposta spiaggia dell'Adriatico si trapiantarono molti secoli innanzi la fondazione di Roma. Il suo fiorente stato ne susseguenti tempi non par dubbio, se non c'inganniamo, da una colonia che spedì nell'Italia superiore, e propriamente nel Foro de' Truentini (111), che nell’odierna città di Bertinoro sopravvive alla sua distrutta metropoli. Ma oltre all'origine liburnica di questa città, nulla sappiamo delle più antiche vicende di essa; se non che, se creder dobbiamo a Silio Italico, nella seconda guerra cartaginese i suoi cittadini combattettero tra le schiere romane (112). In tempi molto posteriori Augusto ne divise l'Agro ad una colonia di veterani (113), che sbrigatolo degli emuli, gli apersero la via agli onori dell'Impero e all’assoluto dominio d’Italia. In questo stato di colonia fioriva tuttavia a' tempi di Plinio, unico scrittore che ci rammenti la sua origine remotissima, e che dice come sussistesse l'ultima de' liburnici stabilimenti dopo tanto volger di tempi e di politiche vicende.

Fioriva Truento non meno delle vicine città di Arimino ed Ancona nell'arte di tingere in porpora, come raccogliesi dalla seguente epigrafe rinvenuta presso S. Benedetto, e posta dal Collegio de Porporarii (Κοινωνία Τραχαλίῶν) ad un T. Buxurio Truentino, in riconoscenza di aver protetta quell'arte negli antichi tempi profittevolissima:

T. BVXVRIVS. T. F.

TRVENTINES. QUIE.

COINON. TRACALIO.

ARTE TECTA. SAEVE.

E della detta industria de' Truentini è altresì memoria in quest'altra iscrizione scavata presso il fiumicello Bugnola nelle vicinanze di Monte Prandone tra rottami di antiche fabbriche:

C. MARCILIVS

EROS PVRPVRAR

V. VIR. TRVENTI,

dalla quale conosciamo ancora il Quinguevirato di Truento, carica onorevolissima, e che molto di rado si rinviene in altre città fuori di Roma (114).

Questa città non più sussiste, per esser mancata, a quel che si crede, per le devastazioni barbariche; e tuttoché ignota sia l'epoca della sua distruzione, certo è che avvenne prima della fine del V secolo, quando fioriva tra le sedi vescovili del Piceno. È noto in fatti da un anonimo citato dal Baronio che nel Concilio ragunato in Roma nel 483 sotto Papa Felice II soscrisse Vitale Vescovo Droentino, il quale col Vescovo Misenate fu spedito legato all'Imperatore Zenone per lo scisma di Acacio (115).

La città di Truento era posta ad un miglio o poco più dall’antica foce del Tronto al sudovest, sulla sovrapposta eminenza ora detta Civita. E in quel sito, non alla foce del fiume, i Laburni la fabbricarono, sia perché la bassa costa, perché sommersa dalle acque, non porgeva loro più comoda situazione, sia perché il pendio della Civita al mare era come oggidì soggetto a scoscendimenti, o perché in fine preferirono la salubrità, non meno che l’amenità e la naturale fortezza di quel luogo: ivi in fatti godeva Truento ampio e delizioso orizzonte, circoscritto soltanto dalla catena de' monti Piceni alla Majella e dal sottoposto mare, e ad ostro la bellissima vista della lunga e fertile pianura della Ubrata. Si veggono in quel luogo i suoi miseri avanzi, tra i quali si son sempre trovate non poche anticaglie. Ed anche a breve distanza sopra un’altra eminenza, detta Colle di Civita, men da Colonnella lontana, ruderi più importanti si osservano, tra i quali si ravvisano meglio il pomerio ed il fossato di antiche abitazioni. Ma se questa sia stata l’acropoli di Truento, oppure il sito dove i Truentini si restrinsero e fortificarono dopo le prime devastazioni de' Barbari, è mal noto. Certo è che ne susseguenti tempi ivi sorse Civita Tomacchiara (116) quale non mancò prima della metà del XV secolo. Presso i due cennati colli ne sorge un terzo, in cui così scarsi appariscono gli antichi vestigli da lasciare nel dubbio se anche colà si stendesse Truento, o se fosse stato qualche suburbano di essa, non mancando i dintorni di una grande città di spaziosi fabbricati. Accanto all'Ubrata, nel luogo detto S. Giovanni, uno se ne ammira molto notabile, fabbricato a calcistruzzo così nel pavimento, come ne' muri e nelle volte, consistente in una galleria e in un corridojo, che tagliansi a modo di croce. Ed ivi attorno s incontrano ancora pezzi di capitelli, di basi e di ornati di tiburtina. Né si dubita che presso al mare avesse avuto Truento le sue Terme, ed oltre la copiosa e freschissima acqua di Fonte Ottone, ne danno pruova un avanzo di acquidotto ed alcuni canali di piombo sopra Martin Sicuro, un lastrico inoltre a musaico nella contrada di S. Stefano in rivo maris, in un rialto soprastante alla Via Salaria, e lo zampillar l’acqua di Fonte maggio tra avanzi di vetuste muraglie, danno de' pubblici bagni di questa città altri non dubbi indizii (117).

3. CASTRO TRUENTINO (Castrum Truentinum)

Sull’antica foce del Tronto sorgeva un castello navale soggetto alla descritta città di Truento, e però distinto dagli antichi col nome di Castro Truentino. Egli sembra che ve lo edificassero i Liburni, così per le loro marittime bisogne, come per un antemurale alle nemiche aggressioni. E dové poi essere accresciuto di popolazione insieme e di fortificazioni da' Romani allorché, congiunta la Via Flamminia alla Salaria, dovettero munirne la prima stazione, che posero appunto in Castro Truentino (118). Ad ogni modo, questo castello o emporio, da alcuni moderni malamente confuso colla città di Truento (119), oltre l'addotta testimonianza della Tavola Peutingerana, vien rammentato da Cicerone, parlando della spedizione di Cesare contro Gneo Pompeo (120), e nella seguente epigrafe trovata nelle adiacenze di Colonnella (121):

.. DIVS. M. F. MALLEN…

.. TRIB. MIL. VEL. CEN…

.. CASTRO TRVENT....

.. P.. FILEIS VIVA FECIT.

Castro Truentino sorgeva nel luogo ora detto Torri a Tronto, paese che durò, come Civita Tomacchiara, sino al 1438, presso l’antica foce del Tronto. Un intero, o quasi intero lato delle sue mura, accosto alla linea occidentale della nuova regia strada, ad un miglio in circa al sud di Martin Sicuro (122), è l'unico avanzo di questo antichissimo castello.

4. Fiume ELVINO (Elvinus fluvius)

AI nord della montagna di Civitella sorge il piccolo fiume detto Vibrata o Ubrata, il quale, bagnati i territorii di Faraone e S. Egidio, sbocca nel mare sotto Corropoli e Nereto, Le sue acque, un tempo di gran volume, dopo breve corso si profondano e spariscono, quindi riescono, per nuovamente profondarsi, facendo questa speciosa alternativa or più lunga, or più breve pel corso di circa sedici miglia insino al mare, nel quale alla distanza di qualche miglio dal lido riescono sulla superficie fortemente gorgogliando (123). I moderni storici del Pretuzio, sulla testimonianza della Tavola Teodosiana, nella quale è segnato un fiume col nome di Herninum o Nerninum fra Castro Truentino e Castro Nuovo (124), lo hanno riconosciuto identico all'Elvino, rammentato in alcune edizioni di Plinio (125), e non hanno dubitato che abbiasi a riconoscere nell'Ubrata (126), come è detto nelle carte del medio evo, senza che sappiasi donde gli venisse un tal nome. L Elvino del resto da Carrufo insino al mare divise l'Agro Pretuzio da quello di Truento; la quale città, avendo la sua pertica, come città cospicua e colonia romana, di qua e di là dal Tronto fra l'Elvino ed il Tesino (altro fiume che scorre fra S. Benedetto e Le Grotte), quest’ultimo divise l’Agro Truentino da quello di Capra nel Piceno (127).

VI. L'Agro Pretuzio più ampiamente si estese del Palmense e dell’Adriano, perciocché circoscritto al nord dalla destra sponda Elvino e dall'Agro Palmense ed Ascolano, e al sud dal corso del Vomano, aveva per altri limiti naturali all’est l'Adriatico, e all’ovest la principal catena degli Appennini, la quale corre per le vette di Pizzo di Sevo, Pizzo di Moscio, Montagna di Roseto e Valle Chiarina, dove confinava colla Sabina (128). Plinio in fatti da una parte pone per termine di quest’agro il Vomano, che per lungo tratto dalle sue sorgenti divideva i Pretuziani da' Palmensi, ed indi sino alla sua foce separavali dagli Atriani, e dall'altra il fiume Elvino od Ubrata (129) e Stefano Bizantino, fa cominciare la Pretezia o il Pretuzio dopo l’Agro Adriano (130), bagnato dal detto fiume Vomano (131). E quando anche queste precise testimonianze mancassero, la circoscrizione dell’antica Diocesi aprutina basterebbe a farci conoscere i confini del Pretuzio essendo noto che a rintracciare le antiche divisioni politiche una sicura guida ritroviamo nelle antiche corografie delle diocesi vescovili. Or da una bolla di Anastasio IV, spedita nel 1153 a Guido Vescovo di Apruzzo, è manifesto che dalle sorgenti del Fontano gli alti gioghi che ora dividono le due provincie di Abruzzo ultra, separano altresì la Diocesi di Teramo a libeccio da quella di Rieti, e all’ovest quella di Ascoli. I a diramazione quindi degli Appenniniche divide i montuosi paesi di Rocca S. Maria da Valle Castellana serve parimente di confine fra la Diocesi Aprutina e l’Ascolana. Il corso del Salino divide ancora verso maestro le due Diocesi, e proseguiva per lo addietro a segnare il limite settentrionale di quella di Teramo verso l’Ascolana. Dopo un certo tratto penetra il detto fiume dentro la Diocesi aprutina, e se il corso dell’Ubrata insino alla sua foce la restringesse, la detta Diocesi abbraccerebbe la precisa estensione dell'Agro Pretuzio (132). Or da quanto abbiam detto è manifesto che tutta questa estensione di paese corrisponde agli odierni circondarii di Giulia, Notaresco, Teramo Montorio, Campli e Civita del Tronto.

Ma donde pigliasse nome il Pretuzio è sconosciuto. E nondimeno verisimile che, come il confinante Agro Adriano si nominasse dalla città principale, e che questa fu la stessa Interamnia così detta in tempi certamente men remoti; e per l’origine epirotica de' Sicoli e degli Umbri Palestini, i quali gli uni dopo gli altri, o nel tempo stesso, possedettero i tre Agri, e segnatamente gli ultimi, or conosciuti come i più antichi abitatori dì Interamnia è probabile altresì che questa città ne’ tempi remotissimi si nominasse appunto PETRUT, donde Petrutia, e con lieve alterazione Pretutia. Questa conghiettura di un patrio scrittore, il quale per la particolare denominazione di Palestina data alla detta città, e degli Umbri Pelestini o Palestini, ne ravvisò l’origine orientale, e notò accortamente l’omonimia tra Praetutia e Phetrusimo o Petrusim, progenitore de' Philistini o Palestini, e quindi nome della lor regione (133), vien confermata dalla testimonianza di un antico, il quale dice che gli Epiroti furono una colonia di Siri (134); tra' quali Siri annoverar dobbiamo gli Elimei, o Elimioti, all'est di Stinfalia, che i monti Cambunii separavano dalla Tessaglia (135), e che prima indipendenti, furon poi soggiogati dare Macedoni, perciocché nella Siria Polibio distingue la particolar regione detta Elimaide (136). Or siccome furono orientali nell'Epiro, esser ve ne potettero ancora nelle prossime regioni, nell'Illirio cioè e nella Macedonia, dove in fatti troviamo popoli e città con nomi simili ai popoli ed alle città delle nostre antiche regioni, e che però ci disvelano, come innanzi sarem per vedere, l'origine e la derivazione di questi da quelli. Ecco intanto la topografia de' Pretuzii.

VII — 1. Fiume SALINO (Salinum flumen)

Nasce questo fiume nel monte detto della Farina, e dopo essersi rotto tra le balze della Macchia sorge per la gola che separa la montagna di Civitella da quella di Campli, attraversando prima il territorio dell'una, poscia quello dell'altra città presso Foriano, per indi dividere i territorii di Faraone, Egidio, S. Omero, ed in seguito Bollante e Poggiomorello; e dopo un corso di quasi 25 miglia, sempre serpeggiando ad oriente, tra Montone o Tori orcio mette nell'Adriatico (137). Questo fiume che nel medio evo trovasi nominato Saline e Salinas, e che alcuni scrittori nominano Salinello per distinguerlo dall’altro fiume omonimo, che sbocca a cinque miglia di qua dell’Aterno (Pescara), si è creduto rammentato da Plinio sotto il guasto nome de' codici di Suinwn è Tervium, e si è anche conghietturato che avesse la promiscua appellazione di Salinum e Servium, così perché sotto questi due nomi insieme trovasi indicato in un Cronista (138), così perché l'ultimo nome molto probabilmente accenna all'essere stato anch'esso il teatro della famosa guerra servile o Spartacida, giacche Plutarco, parlando di questa guerra, nomina un luogo detto Salinas (139). Ma nella contrarietà delle opinioni sulla genuina lezione del controverso luogo di Plinio nulla possiam decidere per la mancanza di accurati riscontri de' codici, non essendo neppur certi se da qualche scolio passasse nel testo del geografo.

2. BEREGRA (η Βερέγρα, Beregra)

Di qua dal corso del descritto fiume sorgeva dentro terra questa città de' Pretuzii, della quale ci lasciò memoria Tolommeo (140), e Plinio mentovò i Beregrani suoi popoli, comunque li descrivesse nel Piceno (141). Quanto alle sue vicende, appena è noto che il suo agro fu occupato da una colonia sotto Augusto (142). La situazione di questa città, distrutta non si sa quando, è tuttavia incerta, varie essendo le opinioni de' moderni topografi. Perciocché chi la vorrebbe a Garrufo nel circondario di Nereto, dove si veggono avanzi di un bello anfiteatro e di sepolcri, e si sono trovali frammenti figulini con lettere iniziali T. M. e la sigla TR (143), chi nella pianura di Fano sparsa di distrutti edifizii (144), e chi finalmente a Bisegno (145). Essendo pari l'autorità de' monumenti, non ci sappiamo decidere per le due prime opinioni; e la terza sembra per avventura men lontana dalla testimonianza di Tolommeo, il quale indicò Beregra con Interamnia come più orientale a' Marsi.

3. Fiume ALBULA (Albula fluvius)

Nel lato meridionale delle montagne di Campli scende da ripida sorgente il piccolo fiume Fecola, che dirigendosi all’est, dopo otto miglia di rapido corso piega al sudest, e bagna al nord le mura di Teramo, dove le sue acque e 'I suo nome confonde col Tordino. Dal nome che ebbe ne' bassi tempi, che fu quello di Ablate, o Ubiate, non par dubbio che fosse l’Albulate, ο l’Albula degli antichi (146), sebbene altri lo vegga fuori de' nostri confini nell’Albere fiumicello che bagna le mura del castello di S. Benedetto nella Marca (147).

Nella sua ripa sinistra erano ne' tempi romani alcuni bagni, e propriamente nel sito della Chiesa di S. Paolo in Torricella, fondata sulle rovine di essi, e prima detta in Ablata (148). Perché sotto i Longobardi si nominasse Bexzola, donde l’odierno nome di Vezzola, è sconosciuto; certo è che fu detto negli antichi tempi Albata, giacché scorrendo tal fiata per terre selenitose, se ne imbiancano le acque per guisa, che da' creduli Romani si tenne come un prodigio degno da riferirsi a' sacri collegi, quasi portasse latte nel suo corso; e questo fenomeno, rinnovatosi ancora ne' moderni tempi, avvenne nell’anno 558 di Roma (149).

4. INTERAMNIA (η Ιντεραμνία, Interamnia)

Sopra un piano alquanto elevato, nel seno d’una valle circondata dagli Appennini, alla confluenza de' due detti fiumi, ed a 14 miglia dall'Adriatico, sorgeva questa cospicua città, che i moderni scrittori patrii non hanno dubitato di descrivere come la città primaria de' Pretuzii (150), e che dalla sua posizione appunto tra l’Albula ed il Batino pigliò il nome (151). Tra i geografi Tolommeo la rammentò col nome anzidetto, e la descrisse qual città mediterranea di questa contrada (152); e Plinio nominò i suoi popoli nel lungo catalogo degli abitatori della quarta regione (153). Nessun antico fa motto della sua origine; ma dal suo aggiunto di Palestina, col quale la troviamo indicata in Frontino (154), non par dubbio ch’ebbe i suoi principii dagli Umbri, o fu occupata da una loro tribù, e propriamente da quelli detti Pelestini o Palestini, di cui parla Plinio (155), forse abitatori originarii anche di Plistia ne' Marsi, e da' quali si denominò altresì il lago Plestino nell'Umbria, rammentato da Appiano (156); così che nella stessa Italia troviamo l'origine di questa città, tuttoché crediamo gli Umbri stranieri alle nostre antiche contrade.

Quanto alla supremazia che Interamnia ebbe in tutta la regione, sembra manifesto dalla testimonianza di Frontino, dal quale sappiamo che fu un tempo Conciliabolo (157). Or è noto che il Conciliabolo era il luogo dove convocavasi il Concilio o la ragunanza di tutto un popolo (158), ed indica perciò le nazionali adunanze comuni ai popoli autonomi dell'antica Italia, dove i pubblici affari dell’intera regione si trattavano e deliberavano. E sebbene i Pretuziani perdessero in tempi posteriori la propria indipendenza, sembra non pertanto che Interamnia tutti i vantaggi non perdesse di città capitale; perciocché riscuotendosi un dazio perle pubbliche Terme in pro de' suoi cittadini in Castro, città ragguardevole della regione dopo Interamnia non può dubitarsi del dritto metropolitico di essa in tutto l'Agro Pretuzio (159). Ed aggiugni la sua situazione nel centro della regione, e l'essere stata la città più grande e considerevole di essa, come apparisce dalle sue reliquie.

Che questa città durasse qualche tempo nella condizione di municipio, si raccoglie dall’addotto luogo di Frontino. Ma guari non andò ed il suo agro fu diviso ad una colonia romana, della quale, essendone ignoto il tempo, appena rimane il nome del suo conduttore T. Tattajeno; e se crediamo ad un patrio scrittore del secolo XV, al quale dobbiamo questa notizia, per avere non pochi monumenti d’Interamnia veduti ed esaminati, fu colonia militare (160), essendone stato per avventura autore L. Silla, gran promotore di siffatte deduzioni.

Ed oltre l'addotta testimonianza, la memoria del successivo stato politico a cui Interamnia soggiacque, poi ch’ebbe perduta la sua autonomia, raccogliesi dalla seguente epigrafe posta a Cajo Poppejo, Patrono del Municipio e della Colonia interamnite (161):

Q. C. POPPAEEI. Q. F. PATRON

MVNICIPI. ET COLONIAI

MVNICIPIBVS. COLONEIS. INCOLEIS

OSPITIBVS. ADVENTORim S

LAVATIONEM. IN PERPETVOM. DE

SVA. PECVMA. DANT.

Apprendiamo in fine da Frontino che una porzione del suo Agro fu aggiunto per comando di Augusto a quello della vicina città di Ascoli nel Piceno (162).

L’antica Interamnia corrisponde alla presente città di Teramo, nome derivato chiaramente dalla corruzione dell'antico, sebbene sin da' tempi dell’Impero fosse cominciata l’alterazione del suo nome, perciocché in Frontino leggiamo Teramne in luogo d’Interamnia. A giudicarne dall’ampiezza delle sue mura, di cui rimangono avanzi, questa città era ben grande; ma la sua area era molto aldi sotto del presente livello di Teramo. Non pochi nobili edifizii, come da' musaici, dalle colonne, da' marmi e porfidi lavorati può argomentarsi, l'abbellivano, oltre i templi a Silvano, Priapo, Giunone Lucina, Marte Pacifero, Apollo, e Festa dedicati; e rammentasi altresì un tempio di Bacco, il quale più di tutti questi numi richiamava forse il culto degl'Interamniti, come quelli che commerciavano soprattutto di vino, e che un Agro occupavano formato nella maggior parte da monti e colline apriche, e però acconcio più che ogni altro alla vegetazione delle viti. Gli avanzi inoltre di un Anfiteatro e di un Teatro nella parte della città che guarda il settentrione, il primo di pietra, l’altro di mattoni, ci disvelano la sua numerosa popolazione. A giudicarne da' ruderi, magnifico e di grandi proporzioni esser doveva il primo di questi pubblici edifizii, del quale il tempo ha risparmiato una muraglia, a cui vedesi poggiata una serie di volte sostenute da grandi pilastri, che sorreggevano il più basso corridojo per gli spettatori, e due ordini di archi; ma del Teatro, piantato in linea coll'Anfiteatro, appena sopravanza la figura curva delle sue mura con quattro archi di grossi mattoni. Né mancava Interamnia di molti e pregevoli edifizii suburbani (163); dalle quali tutte cose è da conchiudere che fu grande, florida e popolosa.

5. TEMPIO DI FERONIA (Feroniae Templum)

A due miglia dalla descritta città in un’amena campagna, all'occidente del Fosso del Gesso, innalzarono ancora i suoi cittadini un tempio alla Dea Feronia, la cui statua credesi restaurata a spese delle Matrone interamniti, come leggesi nel frammento della seguente epigrafe trovata in quel sito, dove tuttavia si veggono gli avanzi de' sacri bagni (164).

I IO

SPLEND

FERON

STATAM

EANDEM C

NIVM. MAT

SET. ARREDI

EIVSD. FERO

HONORE.CC

V° POST

Io giudico antichissimo questo tempio di Feronia, o della Libertà. I Greci ne traducevano il nome con quelli di Antephoros, Philostephanos e Persephone (165). Era in somma Proserpina, adorata anche nell’Etruria, nella Sabina e nel Lazio; ma il suo culto, anziché a' Greci ed a' Romani, appartenne a' Pelasgi Arcadi o Tirseni (166). Erilo in fatti da' tre corpi, figlio della dea, tenevasi per un antico re di Frenesie (167), e questa città, detta come Tibure di origine ellenica da Strabone (168), è riconosciuta per sicula o pelasgica (169). Del resto nel tempio della Dea eh era presso a Terracini gli schiavi divenivano liberi, e vi consecravano la loro chioma (170).

6. Fiume BATINO (Batinum flumen)

Negli orridi monti di Roseto e di Bisogno, e propriamente nelle pendici del monte di Padula e Pietralta a' confini delle nostre contrade, nasce da varie sorgenti il fiume Tordino, che ingrossato prima sopra il villaggio di S. Giovanni, poi da altri rivoli, serpeggiando sempre verso l’est va a bagnare a destra le mura di Teramo, a piè della quale città riceve le acque del piccol fiume Vezzola, e dopo quattro altre miglia quelle di Fiumicello. e rivolgendosi alquanto al sudest, bagnati i territorii di Castellalto, S. Atto, Ripaltoni, Notaresco, Cologna e Mosciano, dopo 35 miglia di corso tortuoso, al sud di Giulia Nova perdesi nell'Adriatico (171). Il Cluverio, seguito da tutti i patri topografi riconobbe in questo fiume il Batino nominato da Plinio dopo il Vomano (172); ma non è noto perché ne' bassi tempi mutasse il suo nome in Truntinum e Turdinum, donde il presente nome di Tordino.

7. CASTRO NUOVO (Castrum Novum)

A XII miglia antiche da Truento sorgeva sulla Via Salaria quest'altra città de' Pretuzii (173), il cui nome accenna alla sua non remota antichità, e da riportar forse al tempo della colonia che vi dedussero i Romani. Non dobbiam tuttavolta riguardarlo come un semplice luogo fortificato, ma sì come una città, col qual nome è segnato e rappresentato nella Tavola Teodosiana (174), e tale in fatti lo dimostrano i suoi grandi avanzi. Castro, per la sua posizione alle porte d’Italia sulla costa marittima settentrionale, fu più volte occupato da colonie romane, e la prima di cui si ha memoria è dell’anno 469 di Roma, poi che Curio Dentato ebbe trionfato de' Sabini e de' Sanniti (175). E d'un’altra colonica occupazione fatta in Castro nel 489, sul principio della prima guerra cartaginese, lasciò memoria Patercolo (176): ma poiché, come avvertì il Cluverio, ammetter non si possono due deduzioni in sì breve intervallo di tempo, o la colonia di cui questo storico parla dee intendersi d'una vera occupazione militare per tenere in freno i domati Piceni, non meno che per resistere agli Africani, se avessero tentato qualche sbarco in quella spiaggia, o convien dire che le due deduzioni furono una sola (177), stando fermi nondimeno all'indicazione di Patercolo quanto all’epoca in cui avvenne.

In tempi molto posteriori questa città fu fortificata da Silla (178); e sotto Augusto, che di trentadue colonie militari popolò l'Italia, fu occupata da una nuova colonia, secondo apprendiamo dal citato Frontino, il quale in tre diversi luoghi ne fece menzione, essendo alla fine soggiaciuto il suo agro ad un altro assegnamento in pro de' Tribuni e soldati sotto Nerone Cesare (179). Questa città fu del resto soggetta ad un Prefetto speciale, come raccogliesi dalla seguente epigrafe, e ciò conferma la sua importanza pel suo sito tra le città della regione (180):

C. CA. FI, VE, VITALI, DEC, COL.

HAD, ED, III, PRAEF. CAST. NOV. II. VIRO

CURATORI etc.

Castro che gli avanzi delle sue mura ci mostrano come una grande città, non mancava di Terme, ed è chiaro dalla seguente iscrizione trovata non ha molto nel suo agro (181):

PVBLICVM

INTERAMNITVM

VECTICAL

BALNEARVM.

Questa città,posta sulla spiaggia, nel medio evo mutò il nome antico in quello di Castrum Divi Flaviani per un santuario dedicato a quel santo. E sotto il nome di Civitas Flaviani ne fe menzione lo storico delle imprese de' Comneni, il quale narra che i suoi abitatori si diedero a Michele Paleologo e Giovanni Duca, Legati del greco Imperatore, quando passarono in Italia contro Federico (182). Durò del rimanente insino al secolo XV, allorché Giulio Antonio Acquaviva Duca di Atri la rovinò, e ne trasferì gli abitatori a tre miglia dentro terra, dove edificò Giulia Nova, per salvarli dall'insalubrità dell'aria, a cui condannava!! la vicinanza del Bulino, alla cui foce era posta (183). Pochi avanzi or ne rimangono, e si estendono in forma di quadrato, ciascuno de' cui lati ha più di un quarto di miglio in lunghezza, parte sul piano alla marina, e parte sopra un’altura detta Torre Vecchia (184). Quelle ad oriente avevano una porta verso il mare. Rimane ancora un ponte di mattoni imboccante alla porta verso Interamnia. Le mura settentrionali poco sì discostano dal corso del Tardino.

Oltre delle descritte città Interamnia, Castro e Beregra, gli antichi geografi non ci serbaron memoria di altre città de' Pretuzii; ma la moltitudine di antiche vestigie sparse in tutta la regione dimostra che per essa fossero sparsi vichi e paghi in gran numero; verificandosi del Pretuzio quello che Strabone notò de' Sabini e degli altri popoli confinanti, i quali abitavano spicciolati in villaggi. I marmi letterati rinvenuti per le campagne del Pretuzio appalesano abbastanza la coltura de' suoi popoli; né v’ha quasi villaggio, nel cui territorio non siensi trovati sepolcri, figuline e medaglie romane, e rari numismi di bronzo, argento ed oro (185).

8. – Strade ed Emporii de' Pretuzii

Oltre della grande Via Salaria che con Roma e i Sabini metteva in comunicazione Castro Truentino, Castro Nuovo e Adria lungo la spiaggia, altre strade aprirono i Romani nel Pretuzio, pel facile commercio de' popoli confinanti e degli stessi Sabini. La Via Metella, così detta dal nome del Console che il primo l’aprì o la restaurò, partendo da Roma saliva su gli orientali Appennini, dove metteva nella gola fra le montagne di Campli e Civitella, e cominciava a penetrar nel Pretuzio nel sito di Rocca S. Maria. Da Tassillo, ove più internavasi nella regione, passava a Ceppo di Cesa, innoltrandosi nel bosco Martese, nella pianura della montagna Morricana per la contrada detta Cavallo. Indi saliva alla meno aspra cima degli Appennini, detta Guado di Annibale pel passaggio del Capitano cartaginese, tra Pizzo di Sero e Pizzo di Moscio, scendendo per la Solagna e la Pacina sulla così detta Carriera della Fata, fondo di quest'antica strada, sulla quale le erbe crescono sì rigogliose e verdeggianti da farla nella state distinguere di lontano, in guisa che i montanari dicono esservi passata in cocchio la Fata Sibilla. Di là correva per la Macchia de' faggi, e dopo i villaggi Capricchia e Ritrosi passava sul Tronto sopra un ponte, del quale rimane tuttavia un pilastro, e di là delle pianure di Amatrice e di questa città riunivasi alla Salaria a Torrito, o più al sud in un punto men divergente da Antrodoco. Grandiosi avanzi di una rocca, detta il Castello del re Manfrina, si veggono tra i due ripidi monti di Campli e Civitella, la quale è da credere che non solo forniva una stazione alle soldatesche, ma proteggeva altresì questa Via Metella, la quale correva per 56 miglia romane da Antrodoco a Vallorina, e da Roma a questa stessa contrada per miglia 119, come dalla seguente lapida, avanzo di una colonna miliare, è manifesto (186):

L. CAECIL. Q. T.

METEL, COS,

CXIX

ROMA.

Dalla detta gola scendendo la Via Metella, e penetrando nella valle del Salino, stendevasi lungo questo fiume sotto Ripa di Civitella e ad ostro del Passo insino alla pianura di Faraone, e in parte del territorio di S. Egidio nella pertica di Ascoli nel Piceno. Da Fonte a Salci fin presso Carrufo era comune Piceni e Pretuziani; ma da Carrufo tutta nel Pretuzio perveniva alla Scentella donde divertendo per l’eminenza di Vallorina e correndo lungo la dritta sponda dell'Ubrata riunivasi alla Salaria al nord di Tortoceto e dell'antica foce del Salino.

Un’altra strada men lunga dell’antecedente, dalla gola detta di Tre termini, dove mettevan capo le linee territoriali de' Sabini 3 de' Pretuziani e de' Pinnensi, lasciando a dritta Nerito, e a manca Tottea giugneva pel più breve corso all’Adriatico presso la foce del Vomano. Quivi, ma più a scirocco della presente imboccatura, questa strada, ch’era un ramo della Salaria riunivasi alla consolare, dove i Pretuziani avevano un porticello, e un porto con castello gli Atriani. Si veggono tuttora gli avanzi di due ponti di questa strada, uno a due miglia e mezzo al nordest di Poggio Umbricchio, un altro nel piano di Galluccio ad un miglio e più al libeccio di Tottea che per la grossezza de' macigni addossati e commessi senza cemento il volgo dice opera de' Palladini. Una colonna miliare col numero CIIII, ora nella chiesa di Poggio Umbricchio di sostegno al battistero, dedicata agl’Imperatori Valentiniano, Valente e Graziano (187), che fecero forse restaurar la detta strada, segna la distanza di 104 miglia da Roma nel sito dove si rinvenne, cioè nella sottoposta pianura del Vomano ed il seguente frammento di tavola di bronzo, trovato nel piano di Guardia a pochi passi dalla strada odierna, ci disvelano resistenza ed il nome di quest'antica via (188):

... IL...

... OL. ET...

PRAETORE...

... TVM. QUO. DE. EA...

DICTATORE. CONSVLE. I...

VIAE. RAVSSAE. NON. POST...

O FVII.

Questa Via Raussa, oltre alla facile comunicazione de' Pretuziani, Palmensi e Atriani, devesi considerare come strategica, per tenere in freno cioè i detti popoli, ed aprire a' Romani un breve e diretto passaggio all’Adriatico.

Ed una traversa di questa Via Raussa guidava ad Interamnia nella direzione delle presenti strade da Montorio a Teramo, la quale confondevasi coll'altra lungo la sponda boreale del Batino, aperta ad uso delle vicine popolazioni che comunicar dovevano colla città primaria, e onde gli stessi Interamniti avessero una facile comunicazione al mare, alla Salaria, a Castro e all'emporio posto sulla foce del Vomano. Una pila di ponte di grossi riquadrati macigni accosto la chiesa, per ciò detta Madonna del Ponte, nel lenimento di Fornarolo, altri avanzi di ponti, massime sul torrente detto Fosso de' Banditi, e più ancora il ponte a due ordini di mattoni che vedesi intero dove imboccavasi a Castro, e non pochi ruderi di sepolcri nel territorio di Giulia Nova dimostrano le reliquie di quest'antica via, colla quale quasi coincide la nuova strada distrettuale (189).

Non mancarono ancora i Pretuziani come i confinanti Palmensi ed Atriani di emporii, e n’ebbero due, uno più grande nelle vicinanze di Castro, e senza dubbio sulla foce del Batino, l’altro più piccolo sulla sinistra sponda del Vomano. Egli è vero che dell'uno e dell'altro non si ha notizia negli antichi scrittori, ma sì bene in carte del medio evo; ma non potendosi supporre che ne' secoli barbari si fossero aperti simili porti, è da credere che sussistessero, quantunque in cattiva condizione, gli antichi. Una carta di donazione, che l’imperatore Ottone fece nel 956 al Vescovado di Forconio, fa menzione del primo di questi emporii (190), il quale tuttavia era in essere nel secolo XII, trovandosi mentovato in una bolla di Anastasio IV (191); e un cartolario del Vescovado Aprutino, composto nella seconda metà del secolo XI, quando reggeva quella Chiesa Pietro III, fa menzione dell'altro (192). Ora non ne rimane traccia: i cambiamenti avvenuti in quel littorale per le fangose deposizioni che la corrente orientale dell'Adriatico versa sul lido occidentale, e i materiali depositati da' torrenti e da' fiumi hanno per modo ricoverta ed ampliata la parte piana di quella spiaggia, che né nella rada di Castro, né all'antica foce del Tardino non più si discerne alcun vestigio di porto.

VIII. In limiti più angusti delle descritte piccole regioni stendevasi l’Agro Adriano, ristretto egualmente fra naturali confini. Perciocché il corso del Vomano separavate al nord dell’Agro Pretuzio, l’Adriatico segnava il suo limite all’est, ed il Matrino o Piomba colla catena dell’Appennino ed il Gran Sasso lo divideva al sud e all’ovest da' confinanti Vestini; in guisa che non abbracciava più che l’estensione de' circondarii di Atri e Bisonti. Ma se questi precisamente fossero stati ne' tempi remotissimi i limiti dell’Agro Adriano, non è noto dalla storia, giacche li troviamo solamente ne' tempi poco innanzi alla dominazione romana. Egli sembra non pertanto che Adria, unica città che gli antichi geografi descrivono in questa piccola contrada, ne' tempi remoti superasse nella sua popolazione la stessa Interamnia, a giudicarne dalla sua antichità ed importanza,non meno che dalle sue monete: cose tutte che fanno supporre non solo la sua primazia nella contrada, ma un più ampio dominio ancora sulle prossime regioni. Ad ogni modo, ecco la topografia dell’Agro Adriano.

IX. — 1. Fiume VOMANO (Flumen Vomanum)

Dalla copiosa fonte di Valle Chiarina pressò il Gran Sasso e da altre minori sorgenti nasce questo fiume, che vie via ingrossandosi bagna il territorio di Roselo, Sonar ica e Fano Adriano. Accresciuto da altri influenti, entra in quello di Montorio, dove ha un gran ponte; e bagnate altre piccole terre e villaggi, tra Montepagano e Casoli sbocca nell'Adriatico. Il Fontano, uno de' più grandi fiumi che bagnano le nostre contrade, e che conserva il suo nome antico, divide quasi per mezzo la Provincia di Teramo, e ne impedisce il commercio in buona parte dell’anno, essendo invalicabile pel corso di circa 40 miglia (193). Divideva, accostandosi al mare, i Pretuziani dagli Adriani, come apprendiamo da Plinio e Silio Italico (194); e poiché Strabone e Tolommeo, non il Fontano, ma il Matrino descrivono dopo di Castro (195), egli sembra che la vera lezione sia Μακρῖνος, come un critico lesse in un codice vaticano di Tolommeo (196), e che i detti nomi appartennero ad un medesimo fiume (197), avendo i Tirreni abitatori di Adria nominato Macrino quella parte del Fontano che bagnava l'agro della loro città, giacche Macra denominavasi il fiume che divideva la Tirreni a dalla Liguria (198). Certo è che il detto fiume è anche segnato nella Tavola Teodosiana col nome di Camara, come quello che ha l’origine nel monte Cumaro o Gran Sasso, e però s’inganna chi stima guasta la detta denominazione (199), non meno chi confonde il Cumara col Piomba (200). Nelle carte de' bassi tempi si ha notizia di un porto sul Vomano. Ugone e Lotario re d'Italia, confermando da Pavia nel 942 a Baldovino, abate di Montecasino, diverse proprietà e dritti in Marsi, Teate e Penne, vi comprende il porto in flamine Cumano, detto ancora in altri diplomi Gomano (201); onde è probabile che su questo fiume, non sol Piomba, abbiasi a riconoscere con un patrio scrittore l'emporio degli Atriani (202).

2. ATRIA o ADRIA (η Α'τρία, Α'δρια; Hatria, Hadria)

Al sud del descritto fiume e a 15 miglia da Interamnia sorgeva la città che diè il nome a questa piccola regione, e che dobbiam riguardare come delle più antiche città italiche. Nulla sappiamo di certo circa la sua origine dagli antichi, tranne alcune tradizioni serbateci da Stefano Bizantino, il quale non distinguendo bene le due città di questo nome poste del pari sull’Adriatico, se non col nominar Α'δρια l’una, e Α'τρια l’altra, non s’intende a quale di esse si riferisca l’origine datone illirico che dà alla prima, e quella da Diomede che dà alla seconda (203). A giudicarne dalla leggenda delle medaglie atriane, Α'τρια sarebbe la città nostra, e Α'δρια quella sul Po; ma poiché la prima è anche detta Α'τρια da Strabone e dagli scrittori latini, restasi tuttavia nell’incertezza; così che non sappiamo ancora se questa, come affermano alcuni scrittori (204), o quella, desse il nome all'Adriatico, arrogandosi entrambe lo stesso onore. Ma in qualsivoglia modo intender si vorranno le dette tradizioni, sembra che le due diverse origini possano ben convenire insieme alla nostra Adria, perciocché e le colonie illiriche e quelle attribuite a Diomede si danno in vecchie tradizioni come fondatrici di non poche nostre città e popoli delle nostre contrade, come Argirippa, Siponto, Canosa ec. tra le prime, e i Pelìgni e i Pedicoli tra gli altri. Il Mazocchi riferendo alla nostra Adria la tradizione della fondazione di Diomede, pel gentile Α''τρεις di essa città, si avvisò che un Atreo poi detto Adrio o Adria, la fondasse con una colonia che in questa regione condusse ad Adria transpadana ne' tempi antitrojani (205)r e secondo questa opinione Stefano avrebbe con ragione nominato Adria città tirrenica, E così pure parve probabile al Cluverio che gli Etruschi, fondatori del tempio di Cupra nel Piceno, avessero altresì edificata questa città, imponendole il nome dalla detta Adria transpadana (206); ma il celebre geografo non distingueva, come abbiamo già detto, al pari di altri scrittori, anche ne' moderni tempi, gli Etruschi da' Tirreni. E chi contraddice all'origine etrusca di Adria, per cagione delle medaglie trovate nel suo agro, di maggior peso e grandezza di quelle degli Etruschi, e però più antiche (207), non esclude l'origine tirrenica di essa, essendo noto che i Tirreni ebbero prima degli Etruschi dominio in Italia.

Ma tornando alla tradizione di Stefano, o dell’autore al quale attinse l'origine di Adria fermo alla tradizione che l’avesse edificata Diomede, scrive che l’eroe la nominò propriamente Αἰθτρία, quanto a dire Serena perché navigando d’inverno nell’Adriatico, uscì salvo dalle burrasche approdando in questo lido, avendo poi i barbari guasto quel nome in Α'τρία (208). Ma, senza credere queste favole, la detta tradizione ci disvela forse la vera origine di questa città antichissima ne' Pelasgi Dodonei, i quali sotto il nome di Diomede adoravano un particolar nume, al quale sacrificavano un cavallo bianco (209); e questa spiegazione dell’origine di Adria è comune a quella di altre città della Daunia dove non mancarono Pelasgi, come vedremo, ragionando di questa regione.

La discorsa origine di Adria sembra intanto confermata dalle sue medaglie, per le quali distinguesi fra tutte le antichissime città d'Italia. L’epigrafe di queste medaglie è sempre HAT diretta, ο TAH retrograda con tipi diversi. Soprattutto nell’asse, ch’è il più antico, si nota una testa di faccia con fronte calva cinta di diadema, con pendenti alle tempia, e ricca barba ricciuta. Il quale tipo credesi accennare al fondatore de' Piceni cioè a Pico figliuol di Saturno e padre di Fauno, dal quale, secondo la tradizione di un poeta, questi popoli erano discesi (210). E l’irpo, o il lupo, accovacciato e dormiente, che vedesi nel rovescio della stessa moneta, appalesa ne’ Piceni e però negli Atriani un’origine fuori della regione, e propriamente in Ardea, città e capitale de' Rutuli; perciocché se nelle medaglie di questa città pelasgica l’irpo vedesi desto ed attento come nella sua vera patria, in quelle di Atri si riposa come in paese a lui straniero. E così pure ne' tipi di Medusa, del Pegaso, di Apollo, del diota, del delfino, del gallo e dell'ancora delle altre medaglie si è ravvisata l’origine latina e cistiberina de' Piceni, e quindi ancorategli Atriani (211); in guisa che egli sembra che una colonia di giovani delle diverse genti cistiberine, non esclusi i Sabini, che autorevoli scrittori danno per progenitori de' Piceni (212), sciogliendo il voto d'una sacra primavera, comune ad altre genti antiche, dietro la scorta dell’irpo (se animale veramente, o simbolo, lo vedremo parlando degl’Irpìni, salisse alle cime più alte dell'Appennino, e di colassù scendesse a stanziarsi ne' colli e nelle pianure prossime all’Adriatico (213). E descrivesi ancora un’altra moneta, la quale da un lato ha le due lettere AS, e dall'altro la lettera H, senza alcun segno monetario, e stimata perciò semplice monumento di federazione tra Atri ed Ascoli (214). Ma oltre alle dette medaglie, dalle quali si conghiettura l’origine degli Atriani e degli antichi Piceni, importa osservare che non trovandosi monete di città in tutta l’estensione di paese ch'è tra l’Aterno o Pescara e il promontorio Cumaro, tranne le atriane, si ha ragione d’inferirne la primazia di Airi in tutta questa contrada ne' tempi più remoti della nostra storia (215).

Queste cose possiam dire circa la più antica storia di questa città; né altro ne sappiamo innanzi il tempo in cui Dionisio il vecchio, tiranno di Siracusa, l'occupò con una sua colonia (216), nello stesso tempo in cui altre ne fondò sull'opposta riva dell’Adriatico (217), cioè prima dell'olimpiade XCVIII (388 av. l’era volgare). I Romani infine un’altra colonia vi spedirono nel 473, o nel 489,quando occuparono similmente Castro (218); ed allorché nel 484 soggiogarono i Piceni, gran parte de' quali trasportarono ad abitare tra il Sarno ed il Silaro, dobbiam credere che come tutte le altre città della costa dell'Adriatico rimase spoglia di abitatori (219). — Gli antichi scrittori celebrarono la fecondità de' bestiami, e delle galline atriane (220); alche accenna, forse con miglior fondamento, il tipo del gallo di alcune medaglie di questa città (221), come quello del diota sul triente è da riferire alle figuline che vi si fabbricavano, le quali per la solidità e durata superavano quelle di Coo (222). —L’imperatore Adriano considerava Atria come sua vera patria, sebbene non egli, ma i suoi maggiori v'ebbero i natali, e però volle esser Quinquennale di essa, come dal suo biografo (223) e dalla seguente lapida (224) raccogliamo:

... IO. ADRIANO. AVG. QUINQ. HADR.

PAT. MVNICIPI. ASCVL.

Atria serbò il suo antico splendore ne' tempi dell'Impero, come è manifesto dalle strade che si aprirono da Roma a questa città, e che si veggon segnate negl’Itinerarii (225); essendo noto che i Romani non aprivano strade in luoghi di poco rilievo. Ma dopo la venuta de' Barbari cominciò a decadere (226); pure si conservò, e nella sua piccolezza trovasi tuttavia nell'antico suo sito sotto il nome di Atri a cinque miglia dall'Adriatico.

3. Castello MATRINO O MACRINO (Matrinum, vel Macrinum Castrum)

A non molta distanza dalla descritta città di Adria sorgeva il suo emporio o navale, sulla foce del Matrino (227), o Macrino, ossia su quella stessa del Vomano, come abbiamo già detto, parlando di questo fiume. La Tavola Teodosiana segna altresì Macrino a XVIII miglia antiche da Castro Nuovo (228), e se crediamo ad un moderno scrittore che i Romani nominarono questo luogo Castrum o Castellani Adriae (229), oltre all’essere in questo sito una stazione della Via Salaria, vi si alzava un castello della vicina città di Adria, che vi sorse dal concorso della gente di mare e de' trafficanti che al detto emporio accorrevano. Fermo in fatti e Truento ebbero i loro emporii, che in processo di tempo divennero altrettanti castelli (230). Alcuni scrittori del resto, seguitando il Cluverio, posero il detto castello coll'emporio alla foce del Piomba, detta Porto di Atri (231); ma forse con più di ragione da altri si situa sull’opposta sponda di Tornano vecchio, in un sito ora palustre e rincalzato dalle alluvioni, nella contrada detta delle Sceme, e propriamente nel sito della Torre de' Canonici, dove si son trovati mattoni colla leggenda HAT in bollo rettangolare, ed alcune anfore coll’impressione ne’ manichi della greca voce ANTLIOC (232).

4. Fiume MATRINO (ὁ Ματρίνος ποταμός, Matrinus
vel Macrinus fluvius)

Dopo del Tornano, dal monte di Cermignano detto Montechiodi scende alquanto rapido il fiume Piomba, il quale rivolgendosi al sudest, bagna prima il territorio di questa terra, poi quelli di Scorrano e Cellino; e tramezzate le ville Manzitti e Bozza, dopo un corso di 25 miglia mette foce presso Silvi nell’Adriatico (233). In questo fiume hanno alcuni riconosciuto il Matrino di Strabone e Tolommeo (234), che serviva di limite meridionale al territorio di Atri (235), e non è descritto da Plinio, forse perché non lo stimò degno di memoria in comparazione del Tornano, se pure non fu questo medesimo fiume, come abbiamo già detto; e l'emporio degli Atriani non è da situare sul Piomba, non tanto perché è di poche acque, quanto perché nel medio evo non si ha notizia di alcun porto alla sua foce, come su quella del Tornano.

5. Monte CUMARO (Cumarus mons)

Su tutta la catena dell'Appennino si erge coll’alpestre sua cima il Gran Sasso o Montecorno, che alzasi fino a 9000 piedi parigini sul livello del mare. Questo gran monte divideva i Pretuzii dai Testini, come oggidì la Provincia di Teramo da quella dell’Aquila. Sotto il nome di Cumaro era conosciuto dagli antichi, come apprendiamo da Servio, che lo attribuisce al Piceno (236), senza che sappiamo l’origine di questa denominazione. Non pertanto, poiché abbiam memoria del culto di Giove Comnaro, il cui tempio sorgeva sul monte dello stesso nome nella Lucania (237), una certa analogia si ravvisa tra queste due denominazioni; così che il gran monte potè esser soggetto di culto religioso a' vicini popoli, corno il Comnaro Lucani. Certo è del resto che l’antico nome di questo monte appalesa sulla spiaggia dell’Adriatico la presenza di antiche genti qui giunte dall’Epiro, giacche dopo la foce dell’Acheronte Strabone descrive in quella regione il porto e la baja di Comaro che formava un istmo di 60 stadii nel golfo di Ambracia di contro a Nicopoli (238). Si è creduto altresì che il nome di Corno dato al Gran Sasso nel medio evo sia della più alta antichità, perciocché Plinio rammenta con questo nome un monte che divideva la Spagna dalla Lusi tao ia (239). Ad ogni modo, il nome di Monte Corno era già noto fin dal principio del secolo XIII, come leggesi in una bolla di Onorio III del 1218, con cui si confermano i beni ed i dritti del Contado Pinnense al monistero di Avellana, tra i quali la Chiesa S. Nicolai de' Cornu, e in una carta di Federico II del 1221, che ricorda il Monistero dello stesso nome (240).

La base di questo masso gigantesco è tutta coverta di praterie e di boschi, dove vegetano in copia pregiate piante alpine; affatto nudo di vegetazione ne è il rimanente. Più che negli alti sono manifesti negli strati inferiori le conchiglie fossili, massime gli ammoniti e le tubularie, piante marine petrose. Le valli profonde, le voragini, e le rupi selvagge e diroccate, opera di cataclismi e di alluvioni, rendono malagevole e pericolosa la salita all'aerea sua vetta. Notabili fra queste voragini sono quelle conosciute sotto il nome di Fosso del mal passo, e d’Inferno di S. Colomba. Varie cascate e getti d’acqua vaghissimi a vedersi vi si ammirano, che dove si perdono in minutissimi spruzzi portati via dal vento, dove nel loro empito si scostano in guisa dalle rupi, che servono alle grotte di trasparente cortina. Le nevi vi si perpetuano da un anno all’altro, e vi s’indurano in guisa, che in mezzo al ripiano detto Cima di Corno scorre perenne un rivolo sovra un letto di gelo (241). I gran massi di neve che si staccano dall'alto della montagna, ingrossandosi per via, vanno giù con tanto furore, che o abbattono gli alberi in cui si avvengono, o li schiantano colla violenza comunicata all'aria che si spingono dinanzi.

Chi salendo sulle alture di questo gran monte, arriva alla cima della Marchesa i 7100 piedi sul livello del mare, e situata dirimpetto al Gran Sasso verso il sudest, gode una prospettiva così sorprendente e grandiosa, che un geologo viaggiatore afferma non incontrarsene una pari nella vasta catena delle Alpi (242). La grande estensione dell’Adriatico, tutta la provincia di Teramo co' contorni di Ascoli, un grandioso anfiteatro di monti, dalla Sibilla al Velino, dispiegano una veduta quasi generale della bella penisola, e di tutto l’Appennino centrale e delle primarie diramazioni. Spaventevole e minaccioso è da quel lato l’aspetto della vicina piramide del Gran Sasso, che con un dirupato precipizio al suo fianco di levante si sprofonda quasi a perpendicolo e senza interruzioni per un’altezza almanco di 6000 piedi. Un calcare compatto, di color grigio chiaro, che in sé racchiude di rado antiche reliquie dell’Oceano, come ammoniti e liscie conchiglie simili alla ostriche, piccoli cristalli di piriti, ed alcuni strati di marna alquanto arenosa e micacea, formano la sostanza del Gran Sasso, come de' vicini monti.

VIII. Ma per dire in breve delle generali vicende delle già descritte piccole regioni, tranne l’occupazione che ne fecero gli Umbri, i Sicoli e i Liburni, e forse ancora i Pelasgi, i quali tennero, se non da principio edificarono, la vicina città di Ancona, e quindi le guerre fra questi popoli combattute e contro altre genti più antiche, se ve n'ebbero, niente altro ne sappiamo innanzi che cedessero al dominio de' Romani. La sorte de' Pretuziani parve ornai decisa dopo quella degli altri popoli italici già aggiunti al dominio di Roma, o almanco spauriti abbastanza al nome romano, allorché nel 461 Curio Dentato trionfava la seconda volta de' Sabini, e i valorosi Sanniti cedevano alle condizioni loro imposte da quel Console. Ma l’occupazione di Castro e di Adria per le colonie romane già dimostrano l'epoca anteriore della soggezione degli Atriani e Pretuziani, quando in Italia e fuori tutto inclinava in favore del popolo che tanto mondo e tante genti doveva sottoporre al proprio dominio. Trecentosessantamila Picenti, tra' quali i Pretuziani si comprendevano, vennero, dice Plinio, nella fede del popolo romano (243): ma a questa federazione, dettata dal sentimento stesso che la consigliò a' popoli vicini (244), cioè dal timore, un’altra senza dubbio ne precedette, perciocché i Pretuziani pugnarono come socii de' Romani contro Annibale, il quale perciò forse devastò l'Agro Pretuzio e Adriano (245); onde accesi da nobile vendetta co' Frentani e Marrucini anche i Pretuziani, pugnando valorosamente contro i Cartaginesi, contribuirono alla segnalata vittoria che il Console Nerone ottenne contro Annibale al Metauro (246). In tempi posteriori dové soggiacere il Pretuzio a' disastri della famosa Guerra Sociale, e quando gl’Italici confederati dopo lo spargimento di tanto sangue e la rovina di tante città ebbero ottenuto la romana cittadinanza, i Prefazioni di unita Picenti furono aggregati alla Tribù Velina come altri popoli ad altre, per dare in Roma i propri suffragi, come provano i marmi (247). Divenne allora il Pretuzio parte integrante della Romana Repubblica, e i suoi abitatori cominciarono ad aver comuni co' Romani i primi onori di essa, come già prima, per effetto delle colonie stabilite nel lor territorio, avevano col latino idioma comuni i costumi, le usanze e il gusto de' vincitori. Non poche nobili famiglie di Roma passarono, come dalle epigrafi si raccoglie, ad abitare il Pretuzio, e da queste, come da' coloni romani stabiliti in Truento, Castro e Beregra, derivarono per lo più l’essere e il nome non pochi odierni paesi e villaggi di quelle contrade.


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II. REGIONE VESTINA

I. Corografia della regione vestina, e cenno geologico di essa. —II. Origine de' Vestini e del lor nome. — III. Medaglie e vicende di questi popoli. — Topografia de' Vestini. — 1. Pinna, — 2. Sorgente minerale dell’acqua ventina, —3. Angolo, — 4. Saline. — 5. Fiume Salino, — 6. Planina, o Plania. — 7. Cutina. — 8. Cingiliα,— 9. Aufina. —10. Peltuino. — 11. Vico Furfone. —12. Aveja. —13. Frustema. —14. Vico Ofidio. — 15. Vico Pagnio. — 16. Vico Sinizio. — 17. — Priferno. — 18. — Furconio. — 19. Pitino. — 20. Fiume Novano. — IV. Strade de' Vestini.

I. Sotto l'Agro Adriano, dove verso l’est e il sud si abbassano le vallate sottoposte alla più alta vetta dell’Appennino, stendevasi la regione de' Vestini, ch'ebbe, generalmente parlando, per naturali confini al nord il corso del Vomano e del Piomba, all’est la spiaggia dell'Adriatico, al sud una delle rive Aterno (248), e all’ovest quella parte della giogana del Gran Sasso, che dal sito di Cerfennia, città morsica, correva per quelli di Furconio, Aveja, Testrina ed Amiterno presso Aquila. E per dire più particolarmente de' confini di questa piccola regione rispetto ai luoghi del I e II Abruzzo ulteriore, in una parte delle quali province si racchiudeva, occuparono i Vestini le due rive della Pescara, ma solo nella parte superiore del suo corso, dall'estremità dell'agro di Amiterno (S. Vittorino) insino ai confini de' Peligni e de' Marsi, cioè fino all’estremità nordest dell'agro di Corfinio (Pentima). Nel punto, dal quale partiva la rispettiva linea territoriale di questi ultimi popoli, cominciavano ad esser ristretti alla sinistra ripa dell'Aterno, la cui destra sponda occupavano i Marrucini, se non in tutto il resto della parte inferiore del suo corso, insino al punto almanco ove confinavano co' Frentani, i quali lungo il mare dal nordest sin presso la foce detto fiume si distesero (249). All'est i Vestini toccavano la spiaggia fino a tutto il territorio di Città S. Angelo, sede degli Angulani, e al nord venivano circoscritti dal corso del Piomba e del Vomano. E seguitando per poco il corso del primo di questi fiumi, la catena de' monti all'ovest, e segnatamente il Gran Sasso, la loro regione divideva dall'Agro Adriano. Dalle pendici meridionali di questo gran monte la loro linea per Assergio (Prifernum) correva sotto S. Vittorino (Amiternum), dove toccava la Sabina (250), e passando la Pescara rivolgevasi a Civita di Bagno (Furconium) presso Aquila, e a Fossa (Aveja) sulla sponda del medesimo fiume. Di qua dirigevasi pe’ gioghi de' monti marsicani, e passando tra Rocca di Mezzo e Rovere, stendevasi di bel nuovo presso la Pescara a Secinara ove i Vestini confinavano co' Marsi, toccando da ultimo la sinistra sponda del detto fiume sino alla sua foce nella città di Atomo (251). I Vestini in somma occupavano le terre comprese negli odierni Distretti di Penne e di Aquila, nel I e II Abruzzo ulteriore (252).

Più svariata de' descritti tre agri è il suolo della regione vestina. Monti, colli, balze e dirupi, opera insieme di cataclismi e di alluvioni, e declinanti verso l'est o il sud, costituiscono in genere questa contrada. Il suolo di Penne soprattutto è sabbioso-argilloso con frantumi di conchiglie bivalvi (alle quali allude forse, più che a quelle del prossimo mare, la conchiglia espressa sulla moneta de' Vestini essendo stato un tempo sottoposto all’Adriatico, che da tempi immemorabili si è andato vie via discostando dalle pendici appennine. Le petrificazioni calcareo-spatose di grossi pesci rinvenute in Loreto a tre miglia da Penne, e i gusci di ostriche che tuttora si rinvengono a più grande distanza e ad otto miglia dal mare, tra Bozza e Castilenti (253), non fanno dubitare di questo fatto, comune alle vicine contrade, un tempo del pari sottoposte al dominio delle acque marine. I colli formati da interrimenti marini vi prevalgono ai monti e alle pianure, come nella regione marittima tra il Piomba e l'Aterno, e nella contrada ristretta tra il fiume Fino al nord ed il Taro al sudest. Solo presso Minervino si erge in quest’ultima un monte di calcarea stratiforme, tutta brizzolata di corpi organici marini, come è sparsa di testacei la sostanza sabbiosa de' colli e la marna argillosa delle loro basi. Gli strati di questi colli, formati alla rinfusa, danno manifesto indizio del gran cataclismo che sconvolse il globo negli estremi periodi del soggiorno del mare. Dagli ammassamenti marini che costituiscono il suolo del Circondario di Pianella, si elevano ancora molti poggi e colline, sparsi del pari di testacei, e con scheletri ancora di cetacei. Più coerenti, e meno conchiglifere sono le sabbie calcaree e le marne argillose delle colline di Nocciano, della Tom, della Scurcola, che paiono formate de' rottami de' monti più vicini, diroccati dalla veemente forza del mare. Molto suolo ingombrano le rocce e le coste delle contrade di Vestea, Celiera, Carpineta e Brittoli, e dove la Regione Vestina si accosta alla Sabina, vi predominano i monti e le rocce, come nelle contrade di Pizzoli, Paganica, Barisciano e Capestrano, rocce e monti calcarei di formazione secondaria, che racchiudono nel lor seno, dove banchi di calce carbonatica porosa e lamellosa di formazione primitiva, dove di calce carbonatica compatta simile al marmo di Carrara, e di pietra arenaria calcarea. I monti di Bua, S. Silvestro, Paco, Niello, Rotigliano e Cavallaro abbondano di marmi di diversa natura, e lungo le valli di S. Marco e dell’Ombra, come presso il lago Passineto, giacciono sopra e sotto terreni di alluvione pezzi erratici di granito, diroccati e trascinati per la veemenza del mare dalle sovrastanti rocce. Grandi cataclismi hanno dovuto sconvolgere il suolo del circondario di Torre de' Passeri, perciocché all’esterno inclinate e dirupate, nell'interno irregolari, confuse e frammiste di corpi organici sminuzzati compariscono le rocce calcaree de' monti che vi s’innalzano, come si osserva a strati irregolari, gli uni rovesciati su gli altri in disordine, la catena di colline congiunta al monte Aquila verso l'est, formata di carbonato calcareo sabbioso, picchiettato di testacei fossili, e alternato verso la base con marna cerulea. La natura del resto è stata più larga de' suoi doni in queste che nelle descritte contrade. I vaghi colli e piacevoli, che allettano lo sguardo di vedute pittoresche verso le Marche e l'Adriatico, danno ubertose produzioni agli abitatori di esse. Estesi boschi vegetano alle falde de' monti, e i fiumi Piomba, Fino, Tavo, Rivo Chiaro, Nera e Cigno, che sboccano nel Salino e nella Pescara, irrigano co' numerosi loro influenti e le loro limpide acque la regione dall'ovest al sudest (254).

Non trovo in nessun antico chiaramente indicata l’origine de' Vestini. Tuttavolta egli sembra che secondo la tradizione raccolta da Strabone si tenessero come derivati da’ Sanniti·, perciocché dopo averli nominati nella sua descrizione geografica di unita Marsi, Peligni, Marrucini e Frentani, indica tutti questi popoli come gente sannitica (255). E così ancora, a cagione della loro unità nazionale, li troviamo in altri scrittori ricordati insieme alle altre tribù sabelliche, come in Ennio, che li riunisce a' Marsi e a' Peligni (256), e in Giovenale, che per mostrare i tralignati costumi d’Italia adduce in esempio il vivere semplice e modesto degli antichi Marsi e Vestini (257). Polibio ancora riunisce in una sola numerazione le forze militari che i popoli italici potevano fornire a' Romani per la guerra cisalpina (258); e la federazione inoltre de' detti popoli ci mostra per avventura la loro origine comune. Quando nel 429 i Vestini si collegarono co' Sanniti contro Roma, una guerra generale con gli altri popoli parve inevitabile (259). I Vestini del resto le stesse contrade abitavano, dalle quali ne’ tempi più remoti della nostra storia i Sabini si estesero sulle terre prima occupate da' Pelasgi e però così essi, come gli altri popoli lor confinanti della parte settentrionale delle nostre contrade furono probabilmente Sabini., distinti solo pel proprio e special nome da' loro protoparenti. Se non che si può credere che a questi popoli si fossero ancora tramischiati in tempi molto remoti alcuni Illirici, come sospetto, ma senza pruova istorica, il Cluverio (260), quantunque la tradizione conservataci da Festo sull'origine illirica de' Peligni (261) renda probabile questa conghiettura, non essendo da credere che gl'Illirici fossero passati ad abitare la montuosa regione di que’ popoli senza prima stabilirsi sulla costa dell’Adriatico, sulla quale si estese la Regione Vestina.

Quanto al nome de' Vestini, se qualche appoggio storico si offre a chi le ragioni delle prische denominazioni de' popoli ne' lor monumenti va investigando, è verisimile che dal culto di Festa, da questi popoli generalmente adorata, si derivasse. Questa opinione di un patrio scrittore (262) non sembra molto lontana dal vero, essendo stato il nome di Festa generale e comune alle donne vestine, per essersi letto in molti titoli sepolcrali rinvenuti in più luoghi della regione. Ed una epigrafe, nella quale la Gran Madre degli Dei è detta Madre Magna delle Vestine, par che non lasci dubitarne. Questa epigrafe, trovata nell'Agro Pretuziano (263), è la seguente:

T. ATTIVS. I. ALTIANVS

EX VICTORIAE

SAC. MATR. MAG. VESTINAR.

Secondo la detta origine adunque, tanto importerebbe Vestini quanto Adoratori di Vesta, del primo Penate, della Dea intima per eccellenza, della quale, prima che a Roma, molto antico sorgeva il tempio in Alba (264), e che i Romani, al pari delle tribù sabelliche, ebbero senza dubbio dall'Oriente e da Pelasgi (265), annoverati tra i primi fondatori della metropoli di Roma (266), e che in Italia introdussero col culto del sacro fuoco quello de' domestici lari. Oltreacciò, lo stesso scrittore si avvisò che fosse stata ancora nella regione una città che in origine portò il nome della stessa Dea, dalle cui rovine poi sorse l’odierno villaggio di Vestea in Diocesi di Penne (267); ma non se ne ha notizia in nessun antico geografo o storico, come non v’ha moderno scrittore che parli di antichi avanzi presso il detto villaggio. Del rimanente, ammettendosi solo il passaggio di qualche tribù illirica sulla spiaggia dell’Adriatico ristretta tra le foci del Piomba e dell’Aterno, la quale si fosse unita alla tribù sabellica, abitatrice primitiva, come è da credere, di questa contrada, non sarebbe lontana dal vero l’opinione di un altro scrittore che sostenne il nome di Vestini derivato dalla lor situazione tra i detti fiumi, dalle voci celtiche UES fiume e TIN parse, cioè Abitatori del paese delle acque (268) perciocché da un antica, comunque favolosa genealogia, e che altrove meglio dichiareremo, non dubitiamo che gl'Illirici furono della stessa stirpe de' Celti (269). Certo è che il nome di Vestini, da' Greci scritto Ουηστίνοι (270), leggesi ne' latini scrittori e nelle rare medaglie di questi popoli. Queste medaglie, delle quali tre soli tipi si conoscono, hanno l’epigrafe abbreviata VES, o intera VESTINI, con caratteri in tutto eguali a quelli degli Adriani, e con nel dritto o una testa di giovenco di faccia, una bipenne, o una scarpa, e nel rovescio una mezzaluna, od una conchiglia (271); le quali, oltre alle testimonianze della storia ci mostrano l’autonomia de' Vestini, o fanno supporre che fossero eccitati a fabbricarle per l'esempio degli Adriani e de' Latini, da' quali pare che avessero attinto il meglio della lor civiltà e delle loro arti, non avendo gli altri popoli confinanti dell'interno degli Appennini così fatte medaglie.

ΙΠ. Poche memorie ci sopravvanzano di questi popoli, al pari delle confinanti federazioni sabelliche. Non lasciarono i Vestini gran nome nella storia, così per aver occupato un paese di stretti confini, e sì ancora perché i loro fatti di guerra con quelli si confusero de' vicini Marsi, Peligni, Marrucini e Frentani, ai quali furon sempre uniti in alleanza. E benché Strabone li rammenti come poco numerosi, ed abitatori più tosto di borgate che di città, pur li celebra come pieni di coraggio al pari di essi e bellicosi. E tali infatti li appalesano le guerre da lor combattute, nelle quali diedero grandi pruove di lor valentigia (272), sebbene la lor fortuna non fu mai prospera combattendo contro i Romani, e nelle prime guerre de' Sanniti, quando si collegarono con questi popoli, e nella Guerra Sociale. Erano montanari, difesi non già dalla grande estensione del loro territorio, ma dalla lor situazione e dal loro valore. Nell'aspra e selvatica natura del suolo abitato da questi popoli come da' vicini, e soprattutto nelle naturali condizioni del Gran Sasso, dove le cime gelate, le balze alpestri, le rocce inaccessibili, e i dirupi, le voragini, i boschi e i torrenti, sono o una difficoltà da vincere, od ostacoli da superare, un moderno scrittore rinviene la ragione del valore de' popoli Vestini e de' confinanti (273): ma ora gli abitatori de' pochi villaggi sparsi su per quell'alta montagna, sotto una temperatura rigidissima nella maggior parte dell'anno, vivono una vita stentata, e nel morale e nel fisico sono molto da meno di quelli che dimorano sotto un cielo più temperato, e in luoghi meno aspri e selvaggi. Assuefatti i Vestini alla caccia delle fiere, e soprattutto degli orsi, di cui abbondavano i loro boschi, vestivano i loro petti, come i Marrucini e i Frentani delle pelli di questi animali. Lo sparo, o un leggiero dardo ricurvo, e la fionda con cui colpivano al volo gli uccelli, erano le armi loro (274). Né crediamo queste notizie che ci dà Silio Italico una immaginazione poetica; giacché, comunque poeta, non seppe dilungarsi dalla verità istorica, ed anche oggidì errano pel Gran Sasso gli orsi, i lupi e le camozze, come oltre a questi abitano le rocce di Rotigliano altri selvatici animali. E si conservarono nella loro perfetta autonomia insino a che non la perdettero gli Equi e i Marsi: ma quando questi popoli furono combattuti e domi da Romani, costretti dalla necessità di non potere sostenersi contro i vincitori de' loro vicini, chiesero i Vestini ed ottennero l’alleanza con Roma nell'anno 451 (275). Gneo Pompeo li soggiogò nella Guerra Sociale di unita a Marsi e a Marrucini (276); ed allorché ebbero ottenuto con gli altri nostri popoli la cittadinanza romana, ed i nuovi cittadini furono ascritti alle diverse tribù di Roma, di Vestini toccò la Quirina come si raccoglie da' marmi (277). Abitavano in fine come i popoli confinanti più ne' luoghi aperti, che in città (278): tuttavolta vengono ad essi attribuite le città seguenti, che dobbiamo per certo stimare accresciute ne' tempi romani, allorché perdendo affatto i Vestini la lor politica indipendenza, furono obbligati a dividere il lor territorio colle romane colonie, e soggiacquero da ultimo alla dura condizione di esser governati da Prefetti.

IV. — 1. PINNA (ἡΠιννα, Pinna)

Principiando a dire de' luoghi abitali da' Vestini, cominciamo da Pinna come quella che fu la più ragguardevole tra le piccole città che abitarono. Tra' geografi ne serbò memoria il solo Tolomeo (279), giacché Plinio mentovò i Pinnensi suoi popoli (280), detti Πιννῆται Pinneti da Diodoro Sicolo (281). E se ne ha notizia anche in Vitruvio, il quale, parlando dell'acqua minerale che sorgeva, come sorge tuttavia, nel suo territorio, non tacque il nome del popolo a cui appartenne col denominarla Pinna Vestina (282), per distinguerla forse da qualche altra città omonima a noi sconosciuta. Ma la più importante memoria di questa città, ignota a tutti gli scrittori che mi precedettero, è ne' frammenti vaticani di Diodoro, ne' quali parlandosi delle sue vicende al tempo della Guerra Sociale, conosciamo la sua importanza, non meno che la valentigia de' suoi cittadini; bella rimembranza che rivive dopo tanti secoli del coraggio e del valore della gente vestina. Dalla testimonianza di Diodoro si raccoglie che Pinna era ben fortificata, e dové essere anche popolosa, se bastò ad opporsi per qualche tempo alle forze degl’italici confederati, per tenersi fedele a Romani (283); perciocché una loro colonia vi avevano spedita, se non nell'epoca stessa che ad Adria e Castro, ossia nell’anno 489, certamente in tempo posteriore, giacché Frontino dice che l'agro ne fu assegnato colle misure del vicino campo Adriano (284).

Tra le iscrizioni trovate in Penne, mutile nella più parte e sepolcrali, ci sopravanza appena dalla seguente la memoria de' Flamini Marziali, e però del culto che da questa città prestavasi a Marte (285):

PRIMIGEN. M. VETTIVS MARC.

... ADVMORIVS... OMANVS

FLAM. MARTIALIS. VERANIVS.

Conosciamo da quest’altra che i Pinnensi posero una statua a Costante imperadore (286), certamente quando nel 340 dell'era volgare ottenne vittoria presso il fiume Alsa nelle vicinanze di Aquileja contro il fratello Costantino che gli si ribellò contro, e che morto nella battaglia lasciò Costante assoluto padrone di tutto l’Occidente, all’infuori di Costantinopoli e della Tracia (287).

D. N. CONSTANTI PIISSIMO

FELICISSIMO VICTORI

SEMPER AVGVSTO

C, AXENIVS SEX. TRANQ.

UH. VIR. EX S. C.

Silio Italico, che anche celebra il valore della gioventù vestina, parlando delle forze de' nostri popoli riunite da Scipione per combattere Annibale, distingue Pinna coll’epiteto di verdeggiante, per la copia de' pascoli e degli ulivi, di cui era sparso il suo territorio (288). Un ramo della Fta Salaria passava dappresso a questa città, ed un altra strada tutta marittima da Castronuovo passando pel Matrino vi s’internava (289); il che dimostra che ne' tempi dell'Impero si conservò tuttavia in qualche splendore.

Quest’antica città era situata dove ore sorge Città di Penne, al pendio dell’Appennino, e al mezzodì di Adria. Nel recinto della città odierna, che ha più di 10,000 abitanti, ne rimane tuttora qualche avanzo; giacche non pochi fondamenti di antichi edifizii vi si osservano, un pezzo di strada lastricata a mattoni, che di tratto in tratto presenta basi di colonne, qualche avanzo inoltre delle sue mura, e giù per un’amena vallata il sepolcreto de' suoi antichi abitatori (290).

2. ACQUA VENTINA (Aqua Ventina, et Virium)

Parecchie sorgenti di acque minerali s’incontrano in questa contrada, come presso il Piomba verso il Piano dell?Inferno, nella contrada di Trufigno in vicinanza del Taro, a S. Benedetto in Perillis, e a Moscufo nella Slerpiara de' Santi; ma la più rinomata e copiosa è quella che scaturiva a tempi romani nell'agro di Pinna. Questa sorgente era nota sotto il nome di Acqua Ventina et Virium, come raccogliesi dalla seguente epigrafe, incastrata un tempo nel muro della Chiesa di S. Pamfilo di Penne (291), ora nella Casa comunale della città:

C. ACCVLENVS. Q. T. I.

C. TEVCIDIVS. N. F. LIB.

IIIIVIR.

AQVAM. VENTINAM. EX. S. C.

CLVDEKDAM. CELLASQVE. FONTIS

ET. VENTINAE. ET VIRIVM

FACIENDAS. CONCAMERAND.

CVRARVNT. PROBARVNT

DEDICARVNTQ.

Da questa iscrizione apprendiamo che i Quatuorviri C. Acculeno e C. Teucidio per senatoconsulto (decreto de' Decurioni) di Pinna procurarono che si chiudesse la detta Acqua ventina (frequentata) et virium (fortificante), che si facesse una fonte, e celle o camere si fabricassero ad uso di bagni, forse conformi a quelle rinvenute nel Tempio di Serapide in Pozzuoli. Vitruvio fa anche menzione di quest'acqua minerale e delle sue proprietà (292); ma perduta da lunga stagione, sia per la distruzione e l'incendio del borgo di S. Antonio per opera di Caldora nel 1436, sia per qualche grande alluvione del Tavo, fu trovata per caso nel 1827 col suo antico serbatojo, del quale si può leggere la descrizione in un’accurata monografia, scritta intorno il trovamento e le virtù medicinali di essa (293). La sua fonte è a 250 passi in circa al sud della porta maggiore di Penne, al basso dell'ampia Valle del Cupo, la quale declinando per lo tratto di 900 passi in circa, termina alle sponde del Tavo.

Questa sorgente minerale è delle più ricche, perciocché sgorga in non meno di dieci polle, e trasporta molto gas carbonico libero, depositando materia ferruginosa e calcarea. Fra gli altri malori, giova sopratutto contro la gotta, e si crede che provenga dalle vicine montagne subappennine, e propriamente da quelle incontro a Farindola o a Montebello. Né sembra che si possa dubitare delle Terme che i Pinnensi edificarono per giovarsi di quest'acqua, così per la tradizione che se ne ha, come per un lungo acquidotto che mette capo nell'antico serbatojo, e più ancora dall’ammasso di rottami di grosse ed antiche muraglie di mattoni, a 900 piedi in circa al sud della sorgente, e 200 piedi circa al di sotto del suo livello nella contrada detta Piantano o Bagnoli, dove tuttavia si ravvisano gli angoli delle abbattute cellette, che si osservano basate sopra archi di fabbrica; ed in alcuni tratti di mura diroccate, eh erano forse pareti di vasche, e mattoni saldissimamente collegati; riconoscendosi in fine in questi mattoni elementi manifesti di prolungato contatto con acqua minerale salina nelle rilevate e congregate incrostazioni calcaree, di natura in tutto uniformi a quelle che avvengono pel contatto della detta Acqua ventina.

3. ANGOLO (ὁ Α'γγολός, Angulus)

Presso a tre miglia dal mare sorgeva sopra un alta collina quest'altra città vestina. Plinio fece menzione soltanto degli Angolani suoi abitatori (294); ma Tolommeo l'annoverò tra le città vestine col nome di Angolo (295), col quale è pur segnata nell'Itinerario di Antonino, sebbene sia con errore riposta tra l’Aterno ed Ortona (296), invece di situarsi tra Aterno ed Airi al nord. Si è creduto che tal nome siale venuto dalla sua posizione, stando a cavaliere di un colle che si erge in forma di una piramide triangolare; e dal guasto nome di Angelus o Angelum, che leggesi nel citato Itinerario, e che cominciò ad usarsi nel medioevo, derivò il nome odierno di Città S. Angelo, avendo talvolta i pii nostri maggiori attribuito alle città il nome del santo analogo alfa lor prisca denominazione. La città antica era del resto in area diversa da quella che occupa la presente.

4. SALINE (Salinae).

A 12 miglia antiche da Pinna la Tavola Teodosiana segna una mansione, od un pago sulla Via Salaria, col nome di Salinas (297), cioè ad Salinas, che pigliò nome da una fabbrica di sale ivi stabilita, e che corrisponde per la detta distanza al luogo ora detto Le Saline o Porlo di Salino, nel territorio di Città S. Angelo presso il mare, tra i fiumi Piomba e Salino. Ivi presso, e precisamente tra Città S. Angelo e Montesilvano (298), è da credere che fossero state queste Saline celebri nell'antichità, che diedero il nome alla Via consolare Salaria, per la quale i Sabini e i popoli confinanti trasportavano dal mare il sale di loro uso (299). Il nome di Colle di sale rimasto alla collina presso la detta città, e gli antichi avanzi che vi si veggono fanno credere altresì che fossevi stato un edilizio ad uso delle dette Saline.

5. Fiume SALINO (Salinum flumen)

Oltre del Piomba e dell'Aterno due altri fiumi irrigano, come abbiam detto, questa regione, il Fino che sorge ne monti di Bacucco, ed il Tavo che nasce in modo specioso a lato di una roccia nel fianco orientale del monte Angri. Bagna il primo le terre di Bacucco, Bisenti, Castiglione messer Raimondo, Castilenti, Elice, Picciano, Cipresso, Città S. Angelo e villa Cappelle; ed il secondo quelle di Loreto, Pianella, Moscufo e Colle corvino, riunendosi entrambi dopo il corso quasi eguale di 20 miglia in circa sotto villa Cappelle, dove prendono il nome di Salino, a cinque miglia prima d'imboccare nell’Adriatico (300), serpeggiando nelle ampie pianure tra Città S. Angelo e Montesilvano. Questo fiume, formato da' detti due influenti, ha conservato l’antico nome, ch’ebbe per la sua vicinità alle dette Saline e vedesi segnato nella Tavola Teodosiana, sebbene sotto il guasto nome di Sannum.

6. PLENINA, O PLANIA (Plenina vel Plania)

Di qua del fiume Salino sorger doveva la città de' Pleninensi o Planiensi annoverati da Plino tra gli altri popoli del Piceno (301), ma che in origine furon compresi tra i Vestini comunque non siamo certi di queste due lezioni, le quali tuttavolta paiono preferibili a tutte le altre de' codici del geografo. Ma non meno incerto del nome di questi popoli è la situazione della loro città; e, nella mancanza di migliori conghietture, volentieri ci accostiano all’opinione del più recente illustratore del Piceno il quale inclinò a credere che abbiasi a riconoscere in Pianella posta tra' fiumi Salino e Pescara, dove non mancano avanzi di antiche muraglie (302); perciocché non par dubbio che si serbi nel moderno nome di questa terra la rimembranza degli antichi Planiensi.

7. CUTINA (ἡ Κύτινα, Cutina vel Cutina)

Il solo Livio ci ha conservato memoria di questa città vestina, espugnata dal Console Decio Bruto nell'anno di Roma 430. Poiché non se ne parla da alcun altro storico, o geografo, nulla sappiamo della sua origine e delle sue vicende; ma forse non c’inganniamo se, a cagione del suo nome, l'attribuiamo a’ Pelasgi, per essere stata una città omonima nella Tessaglia (303), regione occupata ab antico da que’ popoli. Che sia stata una città ben fortificata, è manifesto dalla testimonianza di Livio (304); ma affatto ignoto è il tempo della sua distruzione. Quanto al di lei sito, si è creduto che fosse stato nell’odierna Civitella Casanova, a breve distanza di Civita Aquana, in Diocesi di Penne, ove non mancano ruderi antichi (305); e se questa opinione non è lungi dal vero, dovremmo vedere in quest'antica città una delle fortezze che guardavano la frontiera de' Vestini verso i Marrucini e i Frentani. Altri non pertanto la situano presso Paganica, ed uno scrittore di que’ luoghi dice esservi nelle vicinanze un monacello detto Cuticchio, che serberebbe traccia del nome di Cutina (306).

8. CINGILIA (Cingilia)

Niente altro sappiamo di quest’ultra città vestina se non che fu egualmente espugnata come Cutina dal Console Decio Bruto (307). Era un’altra fortezza de' Vestini, che guardava il loro agro dal lato de' Peligni e de' Marrucini. Dove fosse situata, e chi l'avesse distrutta, è egualmente ignoto; ma dalla vantaggiosa posizione di Civita Aretenga, a 15 miglia da Aquila, e da qualche avanzo di antichità che vi si è trovato, si è creduto che si alzasse in quel sito (308), sebbene non sia spregiabile congettura quella del Cluverio, il quale pose Cingilia in Celiera (309), piccolo villaggio in Diocesi di Penne.

9. AUFINA (Aufina)

Il solo Plinio ci serbò memoria degli Aufinati tra i popoli Vestini (310), la città de' quali si dové dire senza dubbio Aufina. Il geografo contraddistinse gli Aufinati coll’aggiunto di Cismontani, come quelli, dicono alcuni, che abitavano rispetto a Roma di qua degli Appennini; ma poiché fu nel Sannio una città col nome di Cisauna, della quale è chiara rimembranza nell'epigrafe del sepolcro di Scipione Barbato, e questa, a giudizio di un ch. archeologo, fu propriamente detta Cis-Aufina, donde per abbreviazione Cisauna, nel testo di Plinio si ha a credere un errore di lezione, e in luogo di Cismontani, devesi leggere, come vorrebbe la geografia, Trasmontani, ossia di là dell’Appennino, distinguendosi così due città omonime con gli apposti di cis e di tras-montana (311).

Questa città, detta Offene nel medio evo (312), conservavasi in quell’età in qualche splendore, perché fu città vescovile, e da una lettera di Papa Simplicio si ha notizia di un suo Vescovo per nome Gaudenzio (313). Il sito di Aufina si è riconosciuto nell'odierna Ofena (314) presso Capestrano, al sud di Aquila, e a 17 miglia da questa città; né e a dubitarne, sì perché in questa denominazione se ne serba il nome antico, e sì ancora perché ne' suoi dintorni si ravvisano diversi avanzi di antichità (315),

10. PELTUINO (Peltuinum)

Confinava ad Aveja dalla parte di oriente quest’ultra ragguardevole città de' Vestini della quale poche memorie sopravvanzano. Tra i geografi il solo Plinio fe’ menzione de' Peltuinati suoi popoli (316), ed appena sappiamo da marmi il suo stato politico. Fu dapprima municipio, ed è noto dalla seguente epigrafe (317):

Q. STATIO. Q. F. QVIR. SVRO. AED.

QVAEST. ALIM. QVAEST. MVN. PELT.

PRAEF. IVR. DIC. MVN. PELT.

CVR. VIAE. CLAVD. FLAM. DIVI. AVG.

Q. STATIVS. Q. F. QVIR. SEVERVS. PATRI

PIENTISSIMO.

Dallo stato municipale passò a colonia romana, come leggesi in Frontino, dove parla delle colonie della Provincia Valeria (318). Ed un’altra nobile testimonianza di questa Colonia si conservò in quest'altra iscrizione scolpita in una tavola di bronzo, documento dell'insolita costumanza di eleggere Donne per patrone e protettrici di città, giacché i Peltuinati la dedicarono ad una Donna della famiglia Nummia (319):

C. VETTIO ATTICO ET

C. ASINIO PRAETESTATO. COS

PR. IDVS. APRIL.

PELTVINI. VESTINIS. IN. CURIA. AVG. ORDINEM. HABENTIBVS. T. ACIDI

ACCO. RESTITVTO. ET. BLAESIO. NATALE. AEDD. QQ. SCRIBENDO. AD

FVERVNT. Qvod. VNIVERSI. VERBA. FECERVNT

NVMMIAM. VARIAM, C. F. SACERDOTEM. VENERIS, FELICIS. EA, ADFECTI

ONE. ADQVE. PRONO. ANIMO. CIRCA. NOS. AGERE. COEPISSE, PRO. INSTITUTO

BENIVOLENTIAE. SVAE. SICVT. ET. PARENTES. EIVS. SEMPER. EGERVNT, VT

MERITO. DEBEAT. EX, CONSENS. VNIVERSORVM, PATRONA, PRAEFECTVRAE

NOSTRAE. FIERI, QUO. MAGIS. MAGISQVE. HOC. HONORE. QVI. EST. APVT. NOS. POTISSI

MVS. TANTAE, CLARITATI, EIVS. OBLATO. BENIGNITATIS. EIVS, GLORI

OSI, ET. IN OMNIBUS. TVTI. AC, DEFENSI, ESSE. POSSIMVS.... ETC,

Poiché in questa iscrizione alla Curia Peltuinate si dà il nome di Augusta, un patrio scrittore pretese che lo stato di questa città fosse colonico contro il Mazocchi, il quale, non ostante la Curia Augustale, vi ravvisò la Prefettura (320). È probabile nondimeno che il più antico stato di Peltuino fu di Prefettura, per aver ritenuto questo nome insino al 242 dell'era volgare sotto Gordiano Pio, come si osserva dall'addotta tavola, nel senso che questa voce ebbe sotto i Cesari, quando lo stato di Prefettura non differiva dalle Colonie e da' Municipii (321). Certo è che in Peltuino furono Augustali, ordine mezzano nelle Colonie tra i Decurioni ed il Popolo, siccome in Roma l'ordine Equestre tra il Senato ed il Popolo stesso, ed è manifesto da quest’altra epigrafe ora esistente in Colle Fradicio (322):

D. M. S.

T. SEPTIME

NO. 7. L. FELICIO

NI. III. VIR. AVG.

AMITERNI. ET. PEL

TVINO. ET. SEPTI

ΜΕΝΟ. Τ. L. AMARAN

TO. AVG. PELTVIΝΟ

SEPTIMENA. T. L.

EVCHE. CONIVGI

ET. FILIO. ET. SIBI

Η. Μ. Η. N. S

Niente altro ci è noto di questa città, se non che vi si adorava Venere Felice, di cui era Sacerdotessa Nununia Varia. Quando fosse distrutta, o abbandonata, è affatto sconosciuto. Rimangono di essa molti notabili avanzi in un piano rilevato, a 14 miglia e all'est di Aquila tra Prata e Castelnuovo, che sorse dalle sue rovine, a dritta della strada che mena a Popolici veggono tuttavia in quel sito le mura della città, reliquie di grandi fabbriche, e soprattutto un nobilissimo avanzo di un Circo, fortificato dalla parte del piano inclinato per ridurlo a livello, e tutto incrostato di opera reticolata (323). Il luogo dove sono sparsi i detti avanzi è ora detto Civita Ansidonia, perché un Sidonio, a quel che si è creduto, l’ebbe in feudo ne' tempi normanni (324); ma la Chiesa parrocchiale del vicino villaggio di Prata ritenne, sebbene alterato, l'antico nome di Peltuino, essendo nota sotto il titolo di S. Paolo ad Peltinum, e ad Plutinum.

11. Vico FURFONE (Vicus Furfo)

Presso alla descritta città di Peltuino, e da essa dipendente, fu il villaggio di questo nome, del quale si ha notizia in un pregiato marmo rinvenuto presso Forfona. Riguarda questo marmo la dedicazione di un tempio a Giove Libero, fatta da' Vestini nel Vico Furgone, replicato in seguito sotto il nome di Vico Furfense. Ci basta addurne il principio (325):

L. AIENVS. L. F. Q. BAEBATIVS. SEX. F. AEDEM. DEDICARVNT

IOVIS. LIBERI. FVRFONE. A. D. III. IDVS QUINTILEIS. L. PISONE

A. GABINIO. COS. MENSE. FLVSARE, etc.

Dall'epoca della dedicazione del Tempio, ossia l’anno 695 di Roma, che fu il 58 dell'era volgare, non meno che dall'ortografia della detta epigrafe, è manifesta l’antichità di questo villaggio vestino. E si è creduto che fosse stato soggetto a Peltuino, così per la vicinanza in cui trovavasi con questa città, come perché in un'altra iscrizione, rinvenuta del pari a Forfona, si ha notizia di una parte de' Peltuinati che concorse a restaurarne un Bagno per decreto de' Decurioni, e si è stimato doversi intendere appunto del Vico Furgone confinante con Peltuino (326). La detta iscrizione è la seguente (327):

BALINEVM. REFECTVM

DEC. DECR, PECVN. PVBLIC.

PARTIS. PELTVINATIVM.

Questo villaggio sussisteva ancora ne' bassi tempi, quando nominavasi S. Maria a Furgone (328), col qual nome è rammentato nell’unciario o catasto del Contado Aquilano, ordinato da re Ladislao nel 1294, tuttoché fosse allora ridotta ad una terricciuola di quattordici fuochi, perché parte de' suoi abitatori era passata ad Aquila, e parte a Barisciano (329). Se ne veggono gli avanzi nel luogo tuttora detto Furfona, a due miglia da Ansidonia o Peltuino, e alla stessa distanza al mezzodì di Barisciano.

12. AVEJA (ἡ Αουΐα, Aveja)

A VII miglia da Priferno la Tavola Teodosiana pone quest'altra nobile città vestina (330), che Tolomeo attribuisce similmente a questi popoli, sotto il nome alquanto alterato di Avia (331). Silio Italico l'annoverò nella rassegna delle pitta che forniron soccorsi ai Romani nella seconda guerra cartaginese (332); e però esser doveva già in fiore fin dall'anno 535 di Roma, allorché questa guerra ebbe cominciamento. Quanto al suo reggimento politico, poi che i Vestini ebber perduta la propria indipendenza, seguì Aveja il destino delle più celebri città che vi avesse tra noi a tempi romani, perciocché fu Prefettura, Municipio e Colonia. Della Prefettura Avejate è non dubbia memoria nel seguente marmo, addotto dal ch. storico di questa città (333):

ORI.

.......

STINA. MA......

ET. FELICISSIM...

SER. PRÆF. AVEI

AT. VAII MIIIDXΧΙ.

P.

E rispetto alla sua condizione di colonia, se ne ha notizia da Frontino, dal quale apprendiamo che dell’Agro avejate fu fatta assegnazione come dell’amiternino (334). Che se per l’assegnazione e divisione di quest'ultimo agro, dallo stato di Prefettura passò Amiterno a quello di Colonia, altrettanto avvenne di Aveja, Passò da ultimo allo stato di Municipio, e il lodato storico di questa città lo argomentò dalla seguente epigrafe, rinvenuta nel 1759 nel territorio di S. Fillorino, e da lui egregiamente illustrata, nella quale parlasi de' Decurioni e del Popolo degli Avejati, non meno che di altri popoli vicini:

C. SALLIO.C.F.

QVIR. PROCVL°

SPLENDIDISSIMO.

VIRO. II. QQ. PATRONO DE

CVRIONVM. ET POPVLI

AMIT. SACERDOTI. ET PON

TIFICI. LANIVINORVM. IM

MVNI. PATRONO. DECVR. ET POP.

AVEIAT. VESTINOR. SVMMΟ. ΜΑ

GISTRO. SEPTAQVIS • PATRONO

PELTVINATIVM. OB PERPETVO. ET SIM

PLICISSIMO. EIVS. ERGA. SE AMORE

PROVOCITI. PATRONO. DIGNISSIMO

PAGANI.

Aveja adunque, per aver avuto l’ordine de' Decurioni e Ί popolo, e tra questi l'ordine mezzano altresì degli Augustali, fu Municipio, ma non già nel senso del tempo della Repubblica libera, sì bene in quello men proprio che corse ne' tempi posteriori alla Legge Giulia, quando si usò chiamare indifferentemente municipii le Colonie e le Prefetture (335).

Queste furono le vicende politiche di Aveja ne' tempi antichi. Nel medio evo trovasi ricordata col nome di Civitas Aviensis, o Abiensis, e più barbaramente Habientia, come ne' martilogi e negli agiografi (336), comunque meno scorrettamente fosse detto Avia in una carta di donazione dell’Imperatore Otone al Vescovo di Forcona nel 956 (337). Niente si sa della sua distruzione; certo è nondimeno che tuttavia sussisteva nel XV anno dell'Impero di Teodosio il Vecchio, o nel XV consolato di Teodosio il Giovine, correndo il IV secolo dell'era volgare, nel qual tempo generalmente convengono gli eruditi che fosse stata distesa la Tavola Itineraria Peutingerana, che ne fa parola. Forse ancora qualche piccolo avanzo di abitazioni e di abitatori ne rimase circa il secolo VII e più, perciocché insino a que’ dì il suo territorio serbò il nome di Abegie, come è chiaro da un Cronista (338); e se bassi a credere autentica la citata carta di Otone, dobbiam dire che non era ancora distrutta al tempo di questo Imperatore, correndo cioè il X secolo. Del rimanente, la scoverta della precisa situazione di questa cospicua città vestina la dobbiamo al lodato autore della sua storia, il quale con ragioni a cui non è da replicare, contro il parere di autori patrii e stranieri, la pose nelle vicinanze di Fossa, a 5 miglia da Aquila, dove si dà tuttavia il nome di Aveja ad una grande pianura tra il nord e l’est di detta terra. In quel sito si osservano ancora non pochi avanzi di fabbriche antiche, di archi, ponti ed acquidotti, e soprattutto di un grande edilizio detto da' paesani il Palazzo del Re. Ed ivi combina altresì la distanza segnata nella Tavola Teodosiana; essendoché da Frustema Aveja correvano 2 sole miglia, e da Castelli d’Ocre, dove si è riconosciuta Frustema, infino ad Aveja, accanto a Fossa, ne corrono appunto poco meno di altrettante. Aggiungi a tutto questo la descrizione che Silio Italico fa del suo territorio, che celebra pel più fertile della contrada: in fatti in tutto l'agro di Fossa le biade vi rendono assai, e molto men tardi che in tutta la regione all’ovest de' Vestini giungono a maturità (339).

13. FRUSTEMA (Frustema)

Alla distanza di due miglia dalla descritta città sorgeva sulla medesima strada Frustema (340), che non sappiamo se oppido o villaggio de' Vestini, benché incliniamo a crederlo più tosto un villaggio, giacché non ne parlano gli scrittori più antichi. Il Cluverio confuse questo luogo con Fisterna o Testrina de' Sabini (341); ma ben lo distinse il Giovenazzi, il quale contraddicendo a ragione a motivo delle distanze il Febonio cheto situò a Rocca di Cagno, lo pose ad Ocre, dove osservò non poche vestigie di antico, e si è rinvenuta qualche pietra scritta (342).

14. Vico OFIDIO (Vicus Opdius)

Anche a due miglia incirca da Furconio sorgeva il villaggio detto Ofidio, ma di antichità non molto remota, perché sorto per avventura ne' tempi dell’Impero. Se ne ha memoria negli atti di S. Giusta (343), e dové prendere l’origine ed il nome da qualche villa dalla gente Aufidia o Ofidia, rammentata in più lapide in questi luoghi ritrovate (344), poscia accresciuto in processo di tempo da altre abitazioni. Il sito di questo vico vestino si è riconosciuto nella terra di Razzano, situata alle falde meridionali del monte omonimo, e ne tempi andati detto Ofidio, alla indicata distanza dalle rovine di Furconio. Vedesi ivi presso l’antro o cimiterio, dove S. Giusta con altri Santi fu sepolta, in cui furono osservate epigrafi cristiane, con alcune della gente Ofidia (345), non mancandovi ancora anticaglie sparse qua e là per l'abitato.

15. Vico PAGNIO (Vicus Pagnius)

Che fosse stato nella regione che descriviamo, ma nel tempo dell'Impero, questo villaggio, si avvisò con ragione il lodato Giovenazzi, conghietturandolo da un’epigrafe che ci rammenta antichi personaggi della famiglia Pagnia, che una villa ebbe in questi luoghi, dalla quale pigliò il nome (346). La detta epigrafe è la seguente:

I.

L. PAGNIO. L. F.

QVI SEVERO.

Questa iscrizione si rinvenne nel villaggio ora detto Bagno, a 3 miglia da Aquila, dove e pel detto monumento e pel suo nome dobbiamo senza più riconoscere la situazione del vico Pagnio.

16. Vico SINIZIO (Vicus Sinitius)

A più grande distanza del descritto villaggio da Aquila un altro ne sorgeva ne' Vestini detto Sinizio, anche al tempo dell'Impero il quale si denominò dalla famiglia Sinizia, di cui ci serba memoria il marmo seguente (347):

SEX. SINITIVS

MEMOR. VI. VI.

AVG. VIV. SIB. ET

NONIÆ. LVCVSTÆ

CONJVGI. SVÆ. F.

Di questo Vico Sinizio si ha ricordanza sin verso la fine del secolo XIII nelle tasse generali di Aquila di Carlo I e Carlo II d'Angiò, allorché dava nome alla Terra Siniziense, la quale comprendeva col casale appunto di Stilizzo quelli di Leporanica (ora S. Nicandro) Prata e S. Demetrio (348). Era lontano dalla detta città di Aquila circa 9 miglia.

17. PRIFERNO (Prifernum)

La sola Tavola Teodosiana ci dà notizia di quest'altra città vestina, che situa a VII miglia da Aveja (349); ma del sito in fuori, niente altro ne sappiamo. Il Cluverio malamente confuse con Triferno dell'Umbria Priferno de' Vestini, che sorgeva nelle vicinanze di Assorgi, alle radici occidentali del Gran Sasso, a tre miglia da Paganica, nel luogo detto Forno, manifesta corruzione di Priferno, dove osservavasi nello scorso secolo una fontana di antica costruzione. A non molta distanza dall’indicato luogo è una chiesa sotto il titolo di S. Clemente, ed ivi presso alcune grotte, che servirono di catacombe a' martiri de' primi secoli del Cristianesimo; dal che si è creduto che Priferno fosse stata residenza di qualche Prefetto, o Pretore de' Cesari (350), come le vicine città di Amiterno, Aveja, Forcona e Cotilia, dove i seguaci dell'antica religione sfogavano contro i primi Cristiani la loro barbarie.

18. FURCONIO Furconium

Gli antichi geografi non fanno motto di quest’altro luogo de' Vestini, per essere stato, a quel che si crede, appena una piccola borgata a' tempi dell'Impero; ma non si deve tacerlo nella loro topografia, poiché nelle susseguenti epoche del Cristianesimo crebbe nella condizione d’una città importante. Se crediamo ad un illustratore di questa regione, fu in origine un semplice villaggetto che si formò intorno il Tempio della Dea Feronia, il quale sorgeva all’est del sito, dove fu poscia edificato Monticchio, alla riva dell’Aterno, e a tre miglia da Aquila, e di cui si ha memoria nella seguente lapida (351):

P. TEBANVS. P. F. QVIR.

C. ACIDIVS LATIARIS

QVAESTOR

DIVI. CLAVDI TR. PL. PR.

PER OMNES HONORES

CANDIDATVS AVGVSTOR.

FERONIAE.

Il detto scrittore adunque, proponendo l’etimologia di Furconio, non dubita che avesse appunto pigliato il nome dall'essere stata una villa (κώμη, per Fuso invalso di grecizzare a quella stagione) riunita all'intorno di quel Tempio, onde fu detto Feroniae Conc, e poi si mutò in Forconio (352). Ma poiché negli agiografi trovasi indicato col nome di Forum Conae, Urbs o Civitas Cona (353), forse vai meglio seguire questa indicazione. Ad ogni modo, nel Martirologio Romano è detto Furconium, ed è attribuito a’ Vestini (354). Negli atti di S. Giusta parlasi di un Tempio di Giove esistente in questa città al tempo di Massimiano (355). Se questo luogo del resto deve cedere agli altri della regione per antichità e la popolazione, li superò tutti ne' tempi cristiani, allorché vie via accresciuto di abitatori divenne sede vescovile, ed i suoi Vescovi soscrissero sempre i Concilii per sei secoli celebrati in Roma. Il primo di cui abbiasi memoria è Floro, il quale intervenne nel 680 al Concilio che si tenne contro i Monoteliti sotto Papa Agatone (356). Nel dominio de' Longobardi fu dichiarata capitale di un ragguardevole Contado, che da questa città fu detto Forconense (357). Ai tempi di Federico II conservava tuttavia il suo antico nome, come raccogliesi da un diploma del 1226 (358). In processo di tempo, per l’uso di aggiugnersi ai luoghi antichi l’appellazione di Civita, e per essere ivi la cattedra vescovile dedicata a S. Massimo, fu detta Civita S. Massimo, cominciandosi poi verso il secolo XV a nominarla Civita di Bagno, per la vicinità del castello di Bagno, posto a poco più di un miglio all'occidente di essa. Durò nell'onore di sede vescovile insino al 1257, tuttoché vi rimaneva appena la sola Chiesa, allorché Papa Alessandro IV ne trasferì la cattedra ad Aquila, di cui il primo vescovo, Berardo da Padula, fu l'ultimo di Furconio (359). Se ne veggono tuttora gli avanzi nel sito anzidetto di Civita di Bagno, con monumenti gentili e cristiani antichi e de' bassi tempi, fra i quali si è anche rinvenuta qualche pietra scritta (360).

19. PITINO (Pitinum)

Nel ramo della Via Salaria da Interocrea ad Alba incontravasi a VII miglia da Foruli un altro oppido vestino col nome di Pitino (361). Plinio fece menzione soltanto del suo agro, parlando del fiume Novano che l'irrigava (362); né altra antica memoria ne abbiamo se non che fu poi città vescovile, avendo per Romano, Vescovo della Chiesa de' Pitinati, sottoscritto Valentino Vescovo di Amiterno, nel concilio tenuto da Simmaco nel 499 (363). Durava dunque con qualche splendore al cader dell'Impero ·, ma nulla sappiamo dell'epoca della sua distruzione, ed appena ne sopravanza il nome nella Rocchetta di Pitino, antica torre a due miglia in circa al nord di Aquila, sul vertice di un monte presso Coppito, nel cui sito e nel sottoposto piano se ne è riconosciuta la situazione (364). Nel detto luogo, e propriamente intorno il Lago di Vetojo, si veggono reliquie di fabbriche romane, e in una prossima collina gli avanzi di un tempio di figura quasi rotonda (365), oltre a molti altri ruderi sparsi ivi presso in un’area di grande estensione.

20. Fiume NOVANO (Novanus fluvius)

Questo piccolo fiume, o meglio torrente, bagnava l'agro della descritta città, ma solo ne' solstizi! estivi, diseccandosi nel verno. Questo ch'è un naturale fenomeno, parve un prodigio a Plinio (366). Le grandi e piccole sorgenti che scorrono nel piano della Rocchetta di Pitino, hanno tutte la loro origine dagli Appennini al nordest di Aquila, che fanno corona al Gran Sasso. Disciogliendosi in sul finire della primavera le nevi di cui quegli alti monti si covrono negli aspri inverni dell’Abruzzo, somministrano nel solstizio estivo acque più copiose alle dette sorgenti. Or quella che scorre presso Aquila fuori Porta Romana, che cader doveva nell'Agro Pitinate, sembra il Novano del naturalista, e scorre infatti più o meno copiosa secondo la maggiore o minor quantità delle nevi cadute nell'anno. E così pure la più grande sorgente di quella contrada, il Laghetto di Vetojo, è meno copiosa nel verno che nella state, e più sensibile ne sarebbe il crescimento, se per un sotterraneo meato non se ne distraessero le acque. Anzi si crede che, quando era in essere Pitino, questa sorgente avea la sua uscita nel luogo più basso della città, e che, sprofondandosi il suolo, formò la valle detta Sfondato di Vetojo, per la quale passa quella corrente, come par che dimostrino le tracce della città diroccata ne' piani laterali della valle.

IV. Occupando i Vestini una contrada prossima sì a' Sabini, ma alquanto lontana dalla Salaria, non partecipavano della comunicazione di questa grande Strada che per una via vicinale che se ne diramava. E perciò nella Tavola Peutingerana, la quale ci addita le strade di minor traffico non segnate nell’Itinerario di Antonino, vedesi tracciata una via maestra che da Forali, dove era il punto di divisione di molti rami della Salaria, menava dopo 7 miglia antiche a Pitino, e dopo 12 a Priferno. Di là di quest’ultima città, questa via maestra con un altra via vicinale alla destra di Aquila lungo l’Aterno conduceva ad Aveja. E alla destra di questa città un altro ramo ne partiva, che salendo per Frustema, ο l'odierna Ocre, tirava pe’ monti ad Alba ne' Marsi. Ci mancano le indicazioni della Tavola, per non esserci pervenuta intera, rispetto agli altri rami che mettevano in comunicazione le popolazioni vestine tra loro e co' popoli confinanti: par certo nondimeno che alla sinistra di Aveja un’altra strada vicinale tirasse a Peltuino, e alle altre limitrofe popolazioni vestine, per distendersi poi ad Aufina, e proseguir forse il suo corso di là degli Appennini onde comunicare co Pinnensi e gli Angulani. Ma di là di Aveja il ramo stesso si prolungava per mettere in comunicazione i Vestini che abitavano la valle dell'Aterno coconfinanti. Questa via seguiva in quella contrada il corso del detto fiume nello spazio di circa venti miglia, dirigendosi poscia lungo il famoso acquidotto di Corfinio per uscire nella Via Claudia Valeria e comunicare col porto di Aterno (367), il quale appartenevasi a’ Vestini, ma era anche comune a Marrucini e a' Peligni (368). Ecco intanto come la Tavola ci mostra colle rispettive distanze tra città e città i rami diversi della Salaria che mettevano ne' Vestini (369).

ERULOS (1. Forulos)

PRIFERNO

PITINUM

VII.

AVEJA

VII.

PRIFERNO

XII.

FRUSTEMA

II.

AMITERNUM

XII.

ALBA

XVII.

Oltre queste precise indicazioni, non lasciano dubitare del corso de' rami indicati alcuni avanzi di antichi ponti e strade osservati ne' delti luoghi. Presso il villaggio di Gensano rimane un bel monumento della costruzione dell'antica via fra Pitino ed Aveja, detto il Ponticello di Gensano, dove anche oggi passa la via romana. Lo statume che vedesi formato per mantenerla e ripararla da' guasti del torrente che vi batteva dal lato destro, è fatto di grandi pietre lavorate a scalpello di figure irregolari e ben connesse tra loro. E a breve distanza di quel sito osservasi un ponte sul fiume Rajo ad un solo arco, opera similmente di antico lavoro (370). Molti poi sono gli avanzi dell'antica costruzione della detta via lungo la sinistra sponda dell’Aterno come al ponte di Goriano, trai confine di Beffi) e di Goriano delle Valli,dove fu osservato un masso durissimo co' profondi segni delle rotaje; nel territorio di Rocca Preturo un taglio sopra una rupe col riparo dalla parte del fiume, e in fine presso Molina e Castelvecchio Subequo, e nelle Valle Acciano o di Rajano lungo l'acquidotto di Corfinio per lo spazio di circa due miglia (371).


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III. SABINA

Sabini fortissimi viri... Totus ager Sabinus, flos Italiae, robur Reipublicae.

Cic. pro Ligario.

Quogenere (veterum Sabinorum) nullum quondam incorruptius fuit.

Liv. I, 47.

I. Corografia della Sabina, e sua condizione fisica. — II. Antichità remotissima de' Sabini, e loro origine secondo gli antichi. Conghietture de' moderni, ed etimologia del lor nome. — III. Principii, costumi e vicende generali de' Sabini, — IV. Topografia de' Sabini nella Sicilia citeriore. — 1. Amiterno. — 2. Foruli. — 3. Casperia o Casperula. — 4. Testrina o Cestrina. — 5. Interocrea. —6. Foro Decio. — 7. Falacrine. —8. Predii Cosani. —9. Vico Badio. —10. Ad Centesimum. —11. Ad Aquas. — 12. Fiora. 13. Oracolo e Ierone di Marte. —14. Lista. —15. Cotilia. —16. Lago di Cotilia. —17. Villa di Vespasiano. —18, Suna,—19, Settacque, —20, Via Salaria, e Via Claudia Nuova.

I. L’assegnar, generalmente parlando, la precisa corografia, o il determinare i limiti de' particolari dominii degli antichi popoli, fu sempre ammoderni scrittori assai malagevole, distanti come sono da epoche di tanto anteriori alle osservazioni de' geografi. E ciò dobbiam dire appunto della montuosa contrada abitata da bellicosi Sabini, che tanta simpatia risvegliano nell’animo, dopo tanto volger di tempi e di costumi. La Sabina, dice Strabone, posta in mezzo a Latini ed agli Umbri, si estende verso i monti Sannitici; ma più si accosta a quella parte degli Appennini, che sono presso i Vestini, i Peligni e i Marsi (372). Ed altrove: Abitano i Sabini un angusto paese, il quale stendesi in lungo per mille stadii (125 miglia), dal Tevere e dalla piccola città di Nomento insino a Vestini (373). Questa confinazione del greco geografo parve al Cluverio opposta e contraria a quella di Dionigi d’Alicarnasso (374), il quale adducendo l'autorità di Catone, scrittore più antico, che attribuì al paese de' Sabini una lunghezza alquanto minore di quella segnata da Strabone, dice poi che occuparono campagne distanti circa dugento ottanta stadii dall'Adriatico, e dugento quaranta dal Tirreno (375): ed altrove il medesimo storico nomina il paese de? Sabini come molto vasto e ricco (376). Ma a giudizio di un dotto critico le due testimonianze ben si accordano tra loro, sol che la grandezza della Sabina indicata da Dionigi s’intenda secondo la mente del geografo, non della sua larghezza, ma sì della sua lunghezza (377). Il perché un moderno scrittore paragonò la Sabina alla forma di un ferro di lancia, stendentesi verso il mare fra il Tevere e il Teverone (378). Questi furono del resto i limiti naturali e politici men disputabili di questa contrada. Quasi interamente compresa fra gli Appennini che la chiudevano, secondo Plinio, dall’un lato e dall'altro (379) pel tratto di cento miglia in circa (380), era circondata dall'Umbria, dal Piceno, da' Vestini e da' Marsi, mentre che il Tevere e l'Aniene ne formavano i limiti naturali dalla parte dell’Etruria e del Lazio, Ma più specialmente indicando questa generale corografia della Sabina, il paese de' Vestini all'est servivale di confine fino a monti dietro Amiterno (S. Vittorino), e l'Agro che fu prima degli Equi, poi dopo la distruzione di questi popoli aggiunto alla Marcia, per una linea tratta dalla foce del Salto o Telonio, pel Tarano a S. Anatolia, e i monti ove sono Valle in Freda e Vicovaro, Da questo lato la Via Valeria passava per la Sabina a’ Marsi (381). L’Aniene o Teverone separavala al sud dal Lazio (382), come all’ovest il Tevere insino al fiume Nar o Nera, lasciando Narni ed Ocricoli agli Umbri, e al nord tutto il corso di questo fiume sino al monte Fiscella o della Sibilla, dove abbracciava Nursia (Norcia) e confinava coll'Umbria, e 'l Piceno, e da' detti monti sino a' Vestini (383) una linea che passava sulla Via Salaria pel luogo detto dagli Itinerarii ad Centesimum (384). Ma di questo ampio paese irrigato dall’Imella, dal Fabari, dall'Allia e dal Velino (385), in cui la Sabina si distendeva, la sola parte bagnata dall’ultimo di questi fiumi contenevasi nel II Abruzzo Ulteriore, in cui oggidì si comprendono il Distretto di Città Ducale e in parte quello di Aquila, dalle tre sorgenti del Velino nella contrada di Civita Reale sin presso la gola del monte Està o Lista, dove rivolge il suo corso verso lo stato Pontificio, della quale soltanto esporremo la topografia fisica e politica.

Ove più ripide, alpestri e quasi inaccessibili si aggruppano lo rocce de' primarii Appennini al nord del nostro paese fu la Sabina primitiva, o quella parte della regione che racchiudevasi ne' più remoti tempi nelle nostre contrade. La catena di questi alti monti, cominciando presso Leonessa, dove innalzasi il Termi nello, ed abbracciando i Sassitelli e la montagna di Micigliano, diramasi insino alla Majella, inanellandosi prima co' monti di Posta, Civitareale Accumuli, Pizzodisego, Chiarino, Assergi, Gran Sasso e Morrone. Da Micigliano si diramano alcuni monti intermedi! che fanno linea con quelli di Giano, Nuria, Duchessa, Pelino, Tino e Pico. In questa montuosa contrada che dà sembianza dell'alpestre Elvezia, più a lungo e più rigido domina l’inverno, perché a maggiore altezza vi si levano i gioghi appennini, i quali sembra per ciò che avessero dato ricetto a nostri popoli più antichi, per essere stati i primi rimasti sgombri dalle acque. Su per le falde in fatti di queste alte cime, che formaron la parte più sublime della Sabina, ebbero la prima stanza le tribù senza nome speciale, indicate sotto la generale appellazione di Aborigeni, che cessero il luogo a' bellicosi Sabini. Quelli fra' detti monti che in forma di semicerchio fronteggiano lo stato Pontificio, si confondono e intersecano in guisa che non serbano precisione di limiti. Ove più, ove meno le alluvioni e i rivolgimenti della natura vi esercitarono in epoche immemorabili il loro potere, e ne sono testimonio le grandi fenditure a lungo e a traverso, dall'alto in basso, e le spelonche e gli scoscendimenti di rupi immense con aperture ne' massi su cui poggiano. Piccole valli si stendono a piè di questi monti, e tranne quella per la quale scorre il Tronto, lunga in circa dieci miglia, non oltrepassano le altre l’estensione di un miglio. Gli alti gioghi di Pizzodisevo e Pizzodimoscio, che stannosi a fronte a breve distanza l’uno dall’altro, mostrano dalla base alla vetta una calcarea grossolana, opaca e terrosa a strati alti e orizzontali, in cui non mancano reliquie di corpi marini, massime di ammoniti. Quasi simile a questa è la formazione degli altri, all'infuori di alcuni che svelano depositi parziali di svariata natura, come di pietroselce grigio perlato, di ferro ossidato terroso, di cristallizzazioni spatose, di cave di marmo lumachella, sparso di conghiglie e madrepore dove il monte Sibilla si dirama verso Accumoli, e di piccole masse di pietra dura interpolata da grani di quarzo. Alcune colline di formazione terziaria mostrano una sabbia massiccia sfogliosa, alternata con argilla di simil natura, disseminate entrambe di frantumi di zoofitantrace, e che fanno parte della zona che si stende dalla parte settentrionale del I Abruzzo verso Aquila insino ad Amai rice. Copiose sorgenti sgorgano dalle falde de' detti monti, come il Tronto da quelle di Campotosto, Torà e S. Egidio, il Tordino dalle montagne di Roseto, e il torrente Castellano da quelle di Pizzodimoscio e dal monte di S. Lorenzo. Più nudi che coverti di boschi sono le giogane di questi monti, ma ricche d’alberi ed abbondevoli di pascoli hanno le falde.

Alte montagne di molti e svariati nomi, ed agli antichi note sotto quelli di Fiscello, Severo, Tetrico e Gurguri, occupano la maggior parte del circondario di Leonessa. Nel Fiscello che divideva la Sabina da' Vestini, e che levandosi fra i territorii di quest'ultima città, di Labbro, Morro e Piè di Luco, serba tuttavia l’antico suo nome, ha le sue prime sorgenti il Tevere (386), ed un ramo ne scorre del Nar o della Nera (387), termine settentrionale de' Sabini. Una valle divide da questa montagna il Severo, riconosciuto ne' monti di Cantalice, noti sotto i nomi di Cima di Monte, Monte Corno e Tilia (388). I Gurguri, che i moderni veggono ne' gioghi di Poggio Bastone fra Rieti e Leonessa, forniscono, come ne' tempi antichi (389) pascoli estivi alle greggie di Puglia (390); e il Tetrico che ora col nome di Terminello s'innalza presso Leonessa, stanza un tempo di capre selvagge, è rinomato per le sue rupi orride e spaventose (391). La calcarea di questi monti è per lo più stratificata a banchi molto spessi, a tessitura anzi che no terrosa, e di colore biancastro con reliquie marine. Quella di Sassitelli, di altezza considerevole, e che discorre per circa tre miglia, svela tracce di transizione. Strati di schisto argilloso di color bruno ceruleo l'attraversano, con a fianco depositi di travertino, opera remotissima delle acque. Veggonsi altrove strati di quarzo o di piromaca inclinante alla cornelina, o di pietra sabbiosa con grani di quarzo, o di argilla tenace con ossidi ferruginosi.

Oltre gli ammassamenti di calcarea che formano gruppi di più monti e gran parte ingombrano del circondario di Posta, sonovi altresì di tratto in tratto que’ di sabbione giallognolo siliceo-calcareo, brizzolato di gusci di testacei marini, e poggiato sopra marna turchiniccia, nonché altri di argilla grigia, di cui le terre sono intimamente combinate e framiste tra loro. Il fiume Velino, che nella contrada di Città Reale trae le sue prime sorgenti, attraversa questa regione fra aspre rocce di calcarea stratiforme, che presso Sigillo apparisce pietra silicea. Il Terminello, il monte Acquasanta e il Pico di Lecce, di calcarea compatta, terrosa e smorta, a grossi strati, verso l’alto orizzontali e in giù verticali, interpolati da filoni di selce, si ergono ne' limitrofi circondarii di Città Ducale e Antrodoco. Sorgono dappresso a questi monti parecchie colline sabbiose-quarzose calcaree, frammezzate da estese vallette che tutte comunicano con quella di Falacrine, più ampia delle altre e che dalle radici del monte Patrignone presso Antrodoco va a terminare vicino Città Ducale. Le cavità del Terminello sono piene di neve quasi in tutto Vanno, i suoi dossi sono sparsi di erbe pregevoli, e le sue radici abbondano di acque medicinali, come quella che sgorga a larga vena presso la Madonna di S. Vittorino, e l'altra che scende da Nuria e traversa la Salaria al Borghetto; ne' quali siti non mancano reliquie di antiche terme. Giano sopra Antrodoco abbonda ancora di acque sulfuree e calide, sicuro indizio, a senno di alcuni, di spenti vulcani. La Duchessa fra il Corvaro e S. Anatolia mostra lave e pietre di frattura concoide estesa. I molti crostacei marini che vi si rinvengono, attestano che le acque dominarono per lunga stagione le aggiacenti pianure, ripiene di ciottoli rotondati e tersi dal loro ondolio. Acque acidule, sulfuree e ferrate scorrono altresì ove sorgeva Cotilia, e in altri luoghi più o meno discosti rampolla l’arqua del Bagno, fredda nella state, calda nel verno; l'acqua della Puzza, che petrifica ciò che vi s’immerge, e il Capo di Rio che produce un travertino capace di lustro come il marmo, oltre altri rivoletti sulfurei innominati.

Notabile è la naturale costituzione del Circondario di Sassa, formata da una specie di tufo litoide a grandi strati, aneli essi di alluvioni marine. La roccia più alta e più vasta è quella di Scoppito, ove predomina una calcarea in istrati molto profondi, e che racchiudono parti di quarzo è di piromaca marmoreggiata. Piccole eminenze s’innalzano qua e là di sabbione siliceo calcareo, sovrapposto di marna argillosa. Elevasi in Sassa un gres siliceo calcareo, ottimo per costruzione, e sul declivio di due monti, come nelle sottostanti vallate, trovasi un ferro ossidolato terroso fra banchi di alluvione. La calce carbonatica compatta presenta in Gensano un marmo colorato, in Casanova un marmo simile a quello di Verona, e nelle giogaje di Lucoli, oltre a un marmo giallo, e rosso come il diaspro di Sicilia, altri ve ne ha venati di rosso, giallo e verde. I più magnifici edifizii di Aquila, le sue chiese, i suoi altari, sono lavorati di questi marmi. Il Pico di Lecce, la montagna di Curcumello, del Tino, di Gioia, del Tufo, di Ricetto hanno vene di carbon fossile; Morino in Valleroveto è noto per le sue miniere di ferro, e in Poggiocinolfo si cavano bianchi marmi della specie degli alabastri. In questi depositi terziarii non si sono come negli altri mai rinvenuti nicchi di testacei marini; ma alle Pagliare di Sassa, sopra un colle alla sinistra della via che mena ad Antrodoco, si scopersero non è guari tempo ossami fossili di quadrupedi giganteschi, che uno scrittore attribuì all'unico elefante che dopo la battaglia della Trebbia rimase ad Annibale nel passare per queste contrade, e che forse con più di ragione un rinomato geologo stimò reliquie di elefanti o mastodonti non rare in Italia (392). Fu questa la patria primitiva de' Sabini ora diremo, secondo probabili conghietture, della loro origine, non meno che de' loro costumi e delle loro generali vicende.

II. Furono i Sabini una delle più antiche genti d'Italia, ed in pruova della loro origine remotissima possiamo addurre così l’opinione di Strabone, che li reputò autottoni (393), cioè indigeni o nativi della propria contrada, e sì ancora che da essi si propagarono altre non poche italiche popolazioni. Ma da Zenodoto da Trezene, scrittore più antico, sono detti per contrario un ramo degl'indigeni dell’Umbria (394), e secondo la tradizione di questo storico si può con molta verisimiglianza affermare che furono in origine una tribù umbrica, che passò in Italia dalle vicinanze del fiume Sabi (395) nella Peonia, contrada dell’Illirio, e che scorrendo dal monte Ocra, la parte più bassa delle Alpi (396) al nord di Trieste, ora divide la Carniola dalla Croazia, ed è notabile che tra’ Sabini troviamo indicati col nome di Ocre gli aspri monti della regione. Di qui venne il nome ad Interocrea, grossa borgata sabina, ed ora rimane tuttavia il nome di Ocre a cinque villaggi della contrada, alle radici del monte Cagna. A questa origine egli sembra da attribuire quella del lor nome, comunque un moderno scrittore una origine diversa de' Sabini conghietturasse, la quale del resto non si allontana gran fatto dalla già detta. Perciocché, osservando che veneravano Sabo come a lor progenitore, e che i Sicoli Galeoti tenevano come autore della lor gente Zabio re degl'Iperborei (397), i quali furono i popoli all’occidente della Grecia, gl'Illirii, Circumalpini, vide non solo tra Sabo e Zabio una identità di nume o persona, vera o supposta, ma la comunanza di origine altresì de' Sabini e de' Sicoli, che derivò entrambi dall’Illirio (398), dove già con Erodoto abbiam trovato gli Ombrici od Umbri. Or questa opinione apertamente si accorda colla nostra conghiettura sull'origine de' Sabini dagli Umbri del fiume Sabi, e poiché questi ultimi popoli furono originarii dell’Illirio, le dette conghietture e tradizioni paiono confermate dalla geografia, perciocché nella Sabina egualmente e nella Dalmazia, contrada prossima all’Illirio, i geografi pongono il fiume Nar, che in quest’ultima regione divideva da' Pirei i Liburni (399), e sembra che avesse dato il suo nome ai Naresii o Narensii di Plinio e Tolomeo, il primo de' quali li pone tra i Melcomani e gli Scirtari, e l’altro tra i Vardei e i Sardioti, che la contrada abitavano posta al di sotto de' Siculoti (400). E negli antichi confini dell’Italia superiore sull’Adriatico alcune denominazioni di popoli si trovano riunite che ci disvelano egualmente la derivazione de' Sabini dagli Umbri·, giacché Plinio, rammentato il Rubicone, dice che da questo fiume scorre il Sapi, pone Ravenna come oppido de' Sabini, ed attribuisce Butrio agli Umbri (401). So bene che il Mazocchi in questo luogo del geografo ha voluto leggere Sapini in vece di Sabini, come veramente persuade non solo il nome del detto fiume Sapi (402), che scorre a breve distanza di Ravenna, ma la rimembranza ancora dell’umbra tribù Sapinia in Livio ed in una lapida (403); ma la proposta lezione a noi sembra indifferente, giacché Sabini, Sapini e Saphini sono chiaramente il nome stesso in diverso modo pronunziato. Nella Tavola Peutingerana in fatti il detto fiume è scritto Sabis in vece di Sapis (404), né so vedere errore in Plinio e nel detto Itinerario, come si avvisò il lodato scrittore (405).

L’origine de' Sabini è certamente ascosa nel nome stesso di questo popolo, e chi volesse disconvenire dalla già detta per rintracciarla nel principal nume che adoravano, ritornerebbe per avventura alla medesima conclusione. Nume nazionale de' Sabini fu Sabo (406), o Sabino (407), nel quale veneravano l'autore della loro stirpe (408). Ma questo Sabo o Sabino fu un eponimo inventato ne' secoli posteriori, fu un legislatore divinizzato,o fu un nume? Che fosse nume anziché re o eroe non par dubbio, tuttoché da alcuni antichi si tenesse pel condottiero o pel primo re de' Sabini (409). Senio Fidio e Sanco, tre nomi diversi d’uno stesso dio, tenevasi per Ercole (410), e Sanco, che nel sabino idioma dinotava secondo altri il Cielo (411), è detto padre di Sabo ed autore della gente sabina (412). Sabo Semone, come pruovano i monumenti, era adorato da' Sabini, come Sanco dagli Umbri (413), e sembra che il culto di questi diversi numi in un solo si confondesse, cioè in quello di Sabo distinto da' suoi diversi attributi. Or solo coll’origine de' Sabini dagli Umbri dell'Illirio può accordarsi l'opinione di coloro che veggono nel culto di Sabo quello di Sabasio, che fu propagato dall’alta Asia, dalla Transoxana, o da più lontano, e che passò nella Tracia prossima all’Illirio, dove si confuse con quello di Bassareo. Un’antica tradizione, importante a nostro credere, ma riferita secondo il sistema di Evemero, il quale teneva i numi delle antiche genti per re od eroi divinizzati, par che confermi questa sentenza. Il grammatico Giulio Iginio, che ammetteva l’origine spartana de' Sabini, fece di Sabo un condottiero di questi popoli, passato colla sua colonia dalla Persia fra i Lacedemoni, e poscia in Italia (414). Se per Sabo condottiero s’intenderà Sabo adorato da una colonia orientale che dalla Persia passa nella Tracia e nelle prossime regioni, la tradizione d’Iginio ha il suo vero senso e la sua spiegazione. Ond’è che, provata con dotti mitografi l’identità di Mitra-Sebesio adorato nella Persia, e di Bacco-Sabazio adorato nella Frigia e nella Tracia (415), non sembra da rifiutare l’opinione di un dotto geografo (416), il quale attribuisce l’introduzione del culto mitriaco fra le alpi noriche e rezie ad alcune migrazioni di popoli asiatici, che da tempi assai remoti si sarebbero avanzati dalle sponde dell’Oxo (l’odierno Gihon), gran fiume dell'Asia settentrionale, a quelle dell’Istro o Danubio, e dell'Eno che divideva la Re zia dal Norico (417). E ben degno di considerazione ci sembra il culto del Sole comune a' Massageti e Persiani, a cui sacrificavano cavalli, attribuendo al velocissimo degl’iddii, dice Erodoto, il velocissimo de' mortali (418). Un cavallo bianco sacrificavasi ancora insino a' tempi di Strabone a Diomede dagli Eneti dell’Adriatico (419), che dalla Paflagonia, se è vera un’antica tradizione, si trasferirono dopo la presa di Troja nella Tracia, donde passarono alla spiaggia del mar superiore (420). Un solo e medesimo culto si diffondeva dunque dalle tribù dell’Asia settentrionale, dalle lor prime dimore sino all’Illirio, sede degli Umbri, padri de' Sabini, i quali adoravano Sanco o il Cielo, padre di Sabo o il Sole. E però da tutte queste conghietture non si allontana un patrio scrittore, il quale in Sabo vide Bacco, detto dal volgo Σαββις ο Σαββους (421), a cui erano sacri i campi sabini, i quali, come attesta Strabone (422), erano di vini feracissimi (423); opinione che non si dilunga gran fatto dall’altra, per la quale si vorrebbe Sabo lo stesso che Giove Sabazio o Sabadio, ossia il Sole, il culto del quale, ch’ebbe prima origine nella Siria e ne Egitto, fu poscia propagato nella Tracia e nella Grecia (424). Ma Giove Sabo era adorato similmente dagli Umbri, come dimostrano le Tavole Eugubine (425), nelle quali è spesso invocato (Sabi Iuvepatre, Iupater Sabe), e abbiam detto che i Sabini ebbero origine dagli Umbri. Rischiarata così l’origine del nome de' Sabini, è certamente preferibile all’opinione di alcuni antichi, i quali si avvisarono che, essendo essi per eccellenza religiosi e pii, furon detti Sevini, e poscia Sabini (426). Questa etimologia non è certo da accettare, deducendosi dal greco, che non fu la lingua parlata da’ Sabini. Essi parlavano osco, come è manifesto dalle voci sabine che Festo, Servio e Varrone ci conservarono, e nella moneta battuta in tempo della Guerra sociale leggesi il lor nome in osco retrogrado Ι4ΊΙΝ18Α2 Saphinim (427).

Siam paghi alle dette conghietture circa l'origine Ad Sabini, sebbene chiari archeologi patrii abbiano inclinato a credere che questi popoli antichissimi venissero nelle nostre regioni dalla Sophene sira o assiria (428), o in generale dall’Oriente, così per la desinenza del lor nome (Saphinim), come per le loro sacre primavere simili a quelle degli Ebrei (429); giacche senza contrastare queste opinioni, che sono senza più confermate dalla presenza de' Sivi nell'Epiro, regione prossima all’Illirio, come abbiamo già detto (430), le riteniamo soltanto nel senso delle più antiche e immediate origini di questi popoli e degli Umbri, andando noi in cerca delle più mediate e storiche origini de' nostri popoli antichi. Il ch. Jannelli in fatti, illustrando col suo profondo sapere le origini e la lingua de' popoli di razza osca, non dubita che Sabini fossero originarii dell’Illirio, o piuttosto dell'Epiro Illirico (431). Un dotto alemanno in fine non vede ne’ Sabini che gli adoratori della lancia o dell’asta (Σαβυνοι, Σιβυνοι), che paragona, non so con quanta ragione, ai popoli Galla dell’Abissinia (432). Se è forse da convenire che per tale circostanza di culto, o per la particolare arma di cui si servivano, Ammirici detta anche sibina (433), ebber nome i Sibini, tra i popoli Germani che obbedivano a Marobudo (434), non ostante che i Sabini adoravano in fatti la lancia simbolo del terribile Mamerte o Quirino (435), e i Sanniti, lor discendenti, furon detti σιβύνη da' Greci per una particolare arma con cui combattevano, non ci pare di ammettere la detta etimologia, perciocché que’ nostri popoli Sabini veramente e non Sibini si denominavano, e i nati da essi non sembrano detti in origine che Sabiniti.

I Sabini del resto non compariscono nella storia che nel territorio di Reale (Rieti), e nelle vicinanze di Amiterno. Dalla prima contrada li fa provenire Zenodoto, dall'altra Catone (436); ma è forse da preferire quest'ultima tradizione, giacché diffusi nel paese di Ridi, dettero poscia con più colonie stabilità e nome alla lor nazione. Furon queste le primitive sedi note di essi in Italia; e quanto alla loro origine, non ci par dubbia la già detta, comunque ad altri sia piaciuto, seguitando tradizioni diverse, attribuir loro un'origine laconica (437). Egli è vero che Giustino e lo Scoliaste di Giovenale un origine greca a’ Sabini attribuirono (438); né da questi scrittori disconvenne Cicerone, ove assicura che in tempi molto posteriori tuttavia rimanevano in questo popolo non poche tracce de' costumi e degl'istituti spartani (439). Servio ancora, spiegando l’epiteto di severi che Virgilio dà a Sabini si avvisò che con questa espressione il poeta accennasse non solo all'austerità de' loro costumi, ma ancora alla loro origine spartana (440). E per questa favolosa origine, che Virgilio, come più dotto nelle italiche antichità, non si ardì porre in mezzo nella sua Eneide, Ovidio nominò Ebalio il re loro Tito Tazio, ed Ebalidi le matrone sabine (441), perché Ebalo fu antichissimo re de' Lacedemoni. Ma tali opinioni o da altro non derivarono, a quanto sembra, che dalla somiglianza de' severi costumi de' Sabini con quelli de' Laconi, o tutto al più accennerebbero alla colonia degli Amiclei della Laconia che, secondo Dionigi di Alicarnasso, si stabilì a' tempi di Licurgo nel paese de' Sabini (442). La tradizione stessa fu seguita da Plutarco, dicendo che i Sabini si pretendevano originarii d'una colonia spartana; né questo storico ne disconvenne, perché parvegli confermata dalle usanze laconiche introdotte in Roma dal re Numa (443). Ma questa colonia di Laconi al tempo di Licurgo condotta, come pretendevasi, da Dioscuri e da Glauco in Amiche e che dalla spiaggia dell’ausonia sarebbe passata nella Sabina, o è una favola, o dobbiamo vedere in essa invece una colonia pelasgica (444). E che da questa sia derivata la tradizione della colonia spartana celo persuade la presenza effettiva Ad Pelasgi nella Sabina. Ereto in fatti, città sabina, sulla sponda del Tevere, fu così detta dal culto che vi si faceva ad Era, ovvero Giunone (445), nota abbastanza per deità argiva o pelasgica; e Varrone dice chiaramente che nella Sabina passarono i Pelasgi,e. però i suoi abitatori nominavano tebas i colli, come gli Eolii della Beozia (446). Inoltre Testrina o Cestrina, Tiora e Balia non ci rammentano meno i Pelasgi in questa contrada, le due prime città per la loro origine da altre città omonime dell'Epiro (447), d’onde que’ popoli passarono nelle nostre regioni, l’altra per l’oracolo di Marte de' Pelasgi stessi e de' Sabini. E Falacrine e Cotilia, luoghi abitati Ad Sabini, non sono meno greche denominazioni. Confusi una volta i Sabini co’ Pelasgi, ne provenne la conghiettura che fossero Lacedemoni. Così può ammettersi in parte l'opinione d’uno scrittore italiano, il quale stimò i Sabini originati da' Pelasgi, perché Roma, egli dice, che da' primi tempi a se congiunse i Sabini, ebbe comuni con essi non pochi sacerdozii e deità, e contrassegni di origine argiva, come lo scudo argolico, gli augurii di Pico, e i numi di Marte e Giunone (448); essendoché questa comunanza di usanze e di culto altro non dimostrerebbe se non che molte usanze, e il culto stesso Ad Pelasgi, passarono in quelli de' Sabini, non che l’un popolo si derivasse dall’altro. Siam dunque persuasi che non solo non vi fu passaggio di Laconi nella Sabina, ma che oltre alla somiglianza de' costumi di questi due popoli, come tra quelli de' Sanniti e degli antichi Tarentini, la detta tradizione non da altro si derivò negli scrittori se non da che vi furono Pelasgi nella detta regione. Per le quali tutte cose ritenendo che i Sabini furono un tralcio degli Umbri, uno de' più antichi popoli d’Italia, ma certamente stranieri alle italiane contrade, non furono per certo propagati da greche colonie. Che se Strabone li reputò autottoni, questa opinione non altro dimostra che la loro antichità remotissima, o l'epoca molto anteriore a' tempi storici del loro stabilimento nel nostro paese; altrimenti parrebbe insostenibile, giacche nella contrada dove la storia riconosce i Sabini, avevano già dimorato gli Aborigeni, e secondo la tradizione conservataci da un grammatico, anche i Sicoli (449).

Ma checché da altri voglia pensarsi circa l’origine de' Sabini, non ci mancano le rimembranze storiche delle lor prime imprese ed emigrazioni. Movendo da"sommi Appennini da' tempi più remoti, e molto prima dell’epoca trojana, e da una parte respingendo i Cascia dall’altra gli Umbri, la contrada occuparono che da trenta secoli serba tuttavia il lor nome, e la lor progenie spedirono successivamente alla conquista delle prossime regioni. La storia de' Sabini è più memoranda nelle tribù che da essi si diramarono, ed i principii delle tribù sabelliche che con diverse emigrazioni si disgiunsero da loro maggiori, furon pari a quelli di altri popoli antichissimi, sieno italici, e sieno di altre più lontane contrade. Sono celebri nella storia le sacre primavere degl’Itali antichi. Quando il popolo moltiplicava per modo che i viveri non erano più sufficienti; quando la terra danneggiata dall’inclemenza delle stagioni rendeva meno dell'usato, quando per altro caso egualmente tristo, come ne' malori contagiosi, o nelle guerre distruttive, faceva d'uopo minorarsi di gente, votavansi a' numi co' prodotti della terra i nati non solo degli animali, ma anche degli uomini tra le calende di marzo e quelle di maggio. Non par dubbio che s'immolassero in origine ai numi i pargoli degli uomini, i nati degli animali; ma indolcitisi i costumi, ed aumentatasi la popolazione, si cessò da questa barbarie. Dopo venti anni i bestiami erano immolati o riscattati, e i giovini divenuti figli di Marte (Mamertini o Sacrani) erano armati e congedati a trovarsi una patria, dovunque per amicizia, o combattendo e vincendo, il buon genio a loro la concedesse (450). Questa costumanza dettata dalla religione fu comune ai Sabini (451), e alle diverse tribù che ne derivarono. Pel voto di una sacra primavera i Sacrani usciti da’ Sabini di Reate (Rieti) sì stabilirono sul Settimonzio, ove poi fu Roma, scacciandone i Liguri e i Siculi (452); per effetto del voto stesso i Picenti si disgiunsero anche da’ Sabini, e la regione occuparono dove già si erano stanziati i Pelassi e i Liburni, e che da essi pigliò il nome di Piceno (453). Né è da credere che fosse diversa l’origine de' Sanniti e degl'Irpini, come non è dubbio de' Mamertini figli de' Sanniti che si stabilirono in Messina (454). E così pure i Pelasgi, incolti dalle calamità in Italia, si votarono a Giove, ad Apollo e a' Cabiri di consecrare ad essi le decime di ogni prodotto (455); così Catillo, figliuolo di Anfiarao, passava con uria mano di Argivi nel Lazio, e scacciava da Tibure i Sicani (456); costumanza comune ad altri popoli antichi, come gli Ebrei (457), i Lacedemoni (458) e i Galli (459). E per ultimo esempio ci basta rammentare il simile costume degli Scandinavi venuti anch’essi dall’Oriente. «Non sì tosto i ghiacci si disgelavano, dice uno storico moderno, che offerivano il gran sacrifizio della primavera, e abbandonavano il paese. Si assicura che negli anni malaugurati, notabili per careni stie e rivolte, immolavano finanche i loro re per calmare l’ira de' celesti (due re della stirpe degl’Ynglinga soggiacquero a tale sciagura). Queste calamità erano anche cagione di emigrazioni, per cercarsi nuovi lari ed una nuova patria (460)».

I sacri animali, dicono gli antichi storici, guidavano i giova' ni Sabelli senza patria nelle loro emigrazioni. Un pico, uccello sacro di Marte, e che fra' Sabini dava gli oracoli nel tempio di Tiora, guidò la colonia nel Piceno (461); un toro un’altra ne condusse nel paese degli Opici (462), che poi divenne il gran popolo sannitico, dal quale si originarono i Lucani un lupo infine andò innanzi Irpini (463). Per tal modo i Sabini si diffondevano nel Lazio e nelle prossime contrade, così si diramavano in quasi tutto il nostro paese, dalle più alte vette appennine, dove nascono il Velino, il Tronto e l'Aterno, insino allo stretto siciliano, e passavano ancora nella prossima isola di Sicilia. Ma a quest'antica costumanza ed alle calamità naturali si aggiunse la sovrabbondanza stessa della popolazione; perciocché, stanziati i Sabini in una regione generativa e sana, in tanta moltitudine andaron crescendo, che parte di loro fu necessitata ad abbandonare le patrie dimore e cercar novelle abitazioni (464). Perciò Varrone paragonò le colonie sabine agli sciami delle api (465), perciò veggiamo questa nazione celebrarsi dagli storici de' primi tempi di Roma come ricca oltremodo di popolazione (466). Bellicose come erano le tribù sabelliche, facilmente conquistavano i paesi de' vicini. La gioventù sabina domò prima gli Aborigeni, poi distese le sue conquiste sul Lazio, e fuori dubbio da tempi molto remoti, perché i Sicoli che vi eran rimasti dopo il loro stabilimento, ne furono espulsi affatto da' Pelasgi, tre generazioni, o poco meno, se crediamo ad alcuni antichi storici, innanzi alle cose trojane (467). Soggiogarono essi Nomenlo, Crustumerio e Fidene, antichissime colonie degli Albani (468). Collazia insino a Tarquinio il vecchio appartenevasi ti Sabini (469), del pari che Cenina ed Antemna (470), prime conquiste de' Romani. Ci mancano le tradizioni su la città gemella e coetanea di Roma, dir voglio Remuria (471), posta sul1 Aventino, la quale come Remo, che ne fu il simbolo, ucciso da Romolo secondo la romana leggenda, scomparisce dalla storia, ma che lascia di se per la sua importanza qualche memoria ne" nipoti di Remo celebrali da' poeti (472). Remuria fu una città sabina, posta di contro a Roma sul Palatino. Roma, colonia di Alba, e però città pelasgica, soggiogava Remuria, e i miti traducevano questa sconfitta nella morte di Remo spirante sotto i colpi del fratello. Comunque intender si voglia questa leggenda arcadica o pelasgica, giacche il medesimo racconto sul nascimento de' due gemelli trovasi in Arcadia sotto i nomi di Licasto e Parrasio, nati da Filonome di Nittimo e da Marte, esposti sull’Erimanto e raccolti dal pastore Tilifo (473), certo è che i due simboli della lupa e del fico, o della lupa che all'ombra del fico allatta i gemelli, emblema della città unica al mondo per le sue memorie ed istituzioni, due popoli diversi ci disvelano associatisi per forza d'armi ad abitare in comune la sponda del Tevere e l'Aventino. Nell'origine di Romolo, nato d’Ilia albana e di Marte, è la doppia origine della Roma primitiva, cioè albana o pelasgica o latina l’una, l’altra sabina. Figlio di Marte, cioè sabino, fu Remo, o Remuria che ne fu rappresentata, essendo stato Giove laziale il comune vincolo dell'unità latina; origine additata sotto forma simbolica dalla leggenda de' gemelli allattati dalla lupa sotto un fico, nella quale il fico è simbolo latino, la lupa sabino (474). Due popoli adunque, due città, due civiltà nascenti si trasfusero in una sola, Albani, Latini o Pelasgi, e Sabini per conquistare il mondo.

La gente sabina, da' primi tempi di Roma, ricchissima come abbiam detto, d'uomini e darmi (475), fu celebre pel suo amore per la guerra, la parsimonia e la durezza nelle opere tutte della vita (476). Indurati nella fatica, e intenti con amore alla coltura de' loro campi, che fece crescere a grandezza l’Etruria (477), a cui soltanto furon secondi i Sabini, sapevano colla stessa mano guidare l’aratro e brandire la spada. Prodi e bellicosi, le guerre che lunga stagione combattettero contro i Romani, ben dimostrano la lor valentigia. I primi nemici de' Romani furono appunto i Sabini, i quali si governarono più co' severi costumi che colle istituzioni, più colla morale che colle leggi, che anteposero l’onesta indipendenza all’amore delle conquiste, e che furon paghi più all'incontaminato e semplice vivere de' campi, che alla vita molte e turbulenta cittadinesca. Ebbero poche e piccole città; la maggior parte della popolazione era spicciolata nelle borgate e ne' villaggi (478), situati per lo più come quelli degli Epiroti sulle alte cime de' monti. Gli antichi scrittori ne fanno un ritratto simile a quello degli Elvezii, abitatori come essi di luoghi montuosi. Erano forti e valorosi; i loro figliuoli bene allevati, laboriosi e obbedienti. Le loro donne, caste e severe, avevano su’ propri figli quell’impero ch'è quasi svanito ne' moderni costumi (479). Apportarono in Roma le loro abitudini patriarcali e bellicose, ed ebbero ancora un carattere religioso predominante, il cui tipo fu Numa. E se i Romani, come dice uno storico, non conobber ricchezza, se non dopo averli soggiogati (480), da molto remoti tempi erano già innanzi nella civiltà, e quando piegarono alla romana signoria avevano forse deposte le loro abitudini patriarcali, cagione forse più che altro della loro soggezione. Ma se non conservarono insino a che perdettero la propria indipendenza la lor primitiva semplicità, non se ne alterarono i costumi, dappoiché lasciarono sino a tempi più degeneri e corrotti della storia romana una rinomanza di rozza semplicità e di maschio coraggio (481). Quando dalla prisca virtù si erano già dipartiti i lor dominatori, conservarono tuttavia i Sabini le virtù degli avi loro. Cicerone, che loda la lor grande severità (482), non crede di potere altramente encomiare un uomo, se non col aire che alla gravità de' suoi modi, alla ragionevolezza ed al peso del suo discorso riconoscevasi per vero Sabino (483); ed è cosa degna di attenzione ne' nostri annali, che nessun popolo dell’Italia moderna conservò dopo sì lungo volger di secoli le avite usanze e costumi, quanto i discendenti degli antichi Sabini. Spicciolati in villaggi come ne' tempi andati, il loro paese è ben coltivato e fecondo. Ospitali all’eccesso nella lor mediocre fortuna, sono lontani da quelle abitudini che male si affanno alla vera civiltà. Non lusso, non indigenza, non egoismo, sì bene mediocrità, schiettezza e disinteresse li raccomandano a chi più che altro non brama negli uomini che l’amore della fatica ed il possesso delle morali virtù.

Poiché Roma ebbe riunita l’alleanza di due città, una latina, cioè Pirgi sul Palatino, l’altra sabina, ossia Quirio sul Quirinale e 'l Capitolino, fondò la base della sua vita politica. La leggenda storica, la critica moderna, e la storia propriamente detta convengono insieme per mostrarci apertamente la parte ch’ebbero i Sabini discesi da' monti alla politica fondazione di Roma. Le vicende della prima età, come il ratto delle donne Sabine, nel quale v è chi vede i connubii resi comuni colla forza tra i due popoli (484), e la guerra che ne provenne, la real potestà divisa tra Romolo e Tito Tazio, i religiosi e politici ordinamenti del re Numa, non riguardano certo la storia de' Sabini fuori il recinto de' sette colli. I Sabini già stabiliti nel Lazio, quelli che dimoravano tra monti della nostra Sabina furono a nostro credere estranei alla primitiva storia di Roma. Ma invigoritosi lo stato, e divenuto ormai sì importante da metter tema ne' vicini, cominciamo a veder questi Sabini in guerra co' Romani al tempo di Tullio Ostilio. Debellati due volte da questo primo, o terzo re di Roma secondo la storia, che con una colonia di Albani erasi stabilito sul monte Celio, dove già sorgeva la città di Lucero fondata da' Pelasgi (485) di Ardea, la prima presso Ereto a 150 stadii dalla città, la seconda alla Selva de' malfattori, quando le città latine si congiurarono contro Roma (486), toccò loro la sorte stessa allorché rompendo i patti conchiusi con Tulio, presero di bel nuovo le armi, e furono vinti da Anco Marzio. Ottennero allora non pertanto facilmente l’amicizia co' Romani, perché erano tuttavia in guerra co' Latini (487). Innanzi che Tarquinio Prisco divenisse col dritto della guerra l'arbitro delle città del Lazio, i Sabini eransi alleati con gli Etruschi per combattere i Romani; ma una grande disfatta toccò loro con gli alleati presso Fidene, dove l’Aniene concorre col Tevere, e conchiusero una tregua di sei anni (488). Cresciuta intanto la romana potenza coll'alleanza de' Latini, degli Ernici e de' Volsci, per opera di Tarquinio il Superbo, il quale sul monte che sovrastava ad Alba stabilì il comun luogo della ragunanza, come delle feste e de' sacrifizii annuali delle quarantasette città confederate, disfatti i Sabini in due battaglie, prima adirci e poscia a Fidene, si diedero per sudditi e tributarii a' Romani (489).

Furon queste le vicende de' Sabini sotto i Re. Ma scacciali i Re, quando i Sabini videro Roma indebolita dalle guerre degli Etruschi, tornarono alle offese sotto il consolato di M. Valerio e P. Postumio. E senza che la fortuna delle armi si fosse dichiarata da una parte o dall'altra, prevalsero nondimeno le forze de' Romani, giacche i Sabini fuggirono ed abbandonarono gli alloggiamenti a' nemici, dopo avere però combattuto animosamente in sulla riva dell’Aniene nell'anno 251 (490). Dopo quest'altra mal riuscita impresa, tutte le città sabine tornarono risolutamente nel seguente anno alla guerra, indottevi da Sesto Tarquinio, figlio dell’ultimo re di Roma, giudicando finita la loro alleanza, perché caduto dal trono Tarquinio, a cui l'avevano giurata. Né la loro fortuna sotto il comando di Sesto fu più prospera che nelle guerre passate, perciocché caddero estinti presso Fidene sotto il ferro de' Romani tredicimila tra Sabini ed alleati, rimanendone prigionieri meglio di quattromila (491). Avanzatisi dopo sì grave perdita sin presso le mura di Roma nell'anno 253, ottennero contro i Romani qualche vantaggio, e come se fossero già vincitori della città imponevano per via di messaggi di rendere la patria a' Tarquinii, cedessero ai vincitori l'imperio, e il governo stabilissero e le leggi a lor piacimento. Questa superba ambasceria, alla quale non men superbamente risposero i Romani, che deponessero cioè i Sabini le armi, ubbidissero come per lo passato, e se volevano pace ed amicizia ne andassero supplichevoli per iscusarsi delle passate incursioni, accese una nuova guerra. Si combatté presso Ereto e i Sabini furono di bel nuovo fugati e sconfitti da' Consoli P. Postumio e Menenio Agrippa (492). Ma battuti di bel nuovo dal Console Spurio Cassio, che nell'anno 262 ne uccise più di diecimila presso Curi e ne fece prigionieri poco meno di quattromila, chiesero la pace e l'ottennero, ma con grossa taglia di danaro, e con rilasciare a Romani diecimila jugeri di culti terreni (493). Questa pace dettata dal timore non doveva durar molto. Grande era la nimistà de' due popoli, che sì aspramente l’un l’altro si combattevano, e i Sabini con grande esercito piombarono addosso a' Romani nell’atto delle lor feste solenni e de' loro spettacoli; ma furono anche vinti dal Console Servilio (494). Combattuti e vinti ancora nel 262 dal Dittatore Valerio, nell'anno stesso che Roma trionfava de' Volici e degli Equi (495), si mantennero sempre con animo ostile contro i vincitori. La loro fortuna non fu neppur prospera quando si allearono co’ Vejenti, giacché furono anche sconfitti con questi alleati dal Console P. Valerio (496).

Dopo quest'ultima guerra invadono a quando a quando i Sabini il territorio romano, e combattono poi nel 306 l'armata de' Decemviri; ma sono anche vinti dal Console M. Orazio (497), e la storia non più rimembrando alcuna loro memorabile impresa, ci abbandona circa le vicende di questo popolo forte e bellicoso, che dopo avere sì lunga stagione combattuto del comando co’ Romani, dové cedere alla loro forza e al loro valore. Nella seconda e terza guerra sannitica i Romani attraversano senza ostacolo il territorio sabino per condurre l'armata dell’Apulia; e le relazioni amichevoli tra i due popoli dovettero nascere da trattati solenni, conchiusi per avventura dopo la vittoria di M. Orazio (498). Non è dubbio intanto che prendesser parte alla terza guerra sannitica nel 449, ed oltre alla precisa testimonianza dell’Epitome liviana (499), è manifesto dalla iscrizione possa ad Appio Claudio, che soggiogò a' Romani molte città de' Sanniti e de' Sabini (500). Neutrali in tutte le guerre poscia combattute contea Roma, ripresero le armi nel 464 quando per combattere co' Romani i Sanniti dovevano, partecipando al dritto de' Cerili, somministrar coorti per la nuova guerra. Mal soffrendo di attendere dal tempo la intera collazione del dritto di cittadinanza, mossero con una grande armata contro il territorio romano. Ma il Console Curio Dentato, evitando i nemici, occupava colle sue soldatesche le borgate sabine aperte e senza difesa. Si disperse a questa nuova l'armata sabina, e nel mentre che ciascuno correva alla difesa de' suoi, ne fu fatta una grande strage, e tutta la Sabina fu soggiogata a' Romani (501). Ebbero alla fine i Sabini, se crediamo a Vellejo, la romana cittadinanza, ma senza suffragio nel 464, sotto il Consolato di M. Curio e Rufino Cornelio; ma ventidue anni dipoi e nell’anno stesso in cui fu spedita una colonia a Benevento ottennero Finterò dritto di cittadinanza (502). E si potrebbe con un celebre critico dubitare di questo fatto (503), giacche solo trent'anni di poi furon create le tribù Velina e Quirina, nelle quali furono iscritti i Sabini del paese del Velino e de' dintorni di Cure (504), se non fosse noto da Cicerone che i Sabini furono ascritti nella tribù rustica detta Sergia, una delle più antiche di Roma (505). Non partecipò intanto della romana cittadinanza tutto il popolo sabino. Alcune città rimasero prefetture (506); ed Amiterno e i Conciliaboli della campagna sabina godevano del medesimo dritto, essendosi offerti a Scipione per la spedizione contro Cartagine alcuni volontarii di questi diversi luoghi, quando non poteva far leva di soldatesche nelle tribù (507). Ciò nondimeno, non presero parte nella Guerra Sociale, e se leggesi il lor nome, come abbiamo già detto, in una medaglia battuta nel tempo di questa guerra, non riguarda già questi popoli, ma sì bene i Marsi e i Sanniti con gli altri alleati che la combattettero, e che la loro origine ripetevano da' Sabini (508).

Fu questa in breve la varia fortuna, questi i costumi e le origini del popolo famoso, dal quale la maggior parte si derivò degli avi nostri. Guidati ora dalle poche rimembranze de' geografi, degli storici e degl'Itinerarii, passeremo a dire delle piccole città borgate che i Sabini abitarono nelle nostre contrade.

IV. — 1. AMITERNO (Αμίτερνον, Amiternum)

A breve distanza dalla sinistra riva dell’Aterno (Pescara) sorgeva all'estremità orientale della regione questa città delle più antiche d’Italia, che Strabone e Dionigi d’Alicarnasso attribuirono a’ Sabini (509). Secondo quest'ultimo scrittore in Amiterno, come egli la nomina, fu una delle prische abitazioni di questi popoli, d'onde uscirono ad invadere Lista, capitale degli Aborigeni. Plinio, che parlò de' suoi popoli, li annoverò del pari tra' Sabini (510), affermando lo stesso Catone e Virgilio (511), il quale annoverando le città sabine che per Turno contro Enea combattettero, ricordò la gran coorte amiternina. Il solo Tolomeo pose Amiterno ne’ Vestini (512), certamente per essere stata l'ultima città che i Sabini si ebbero di là dell'Appennino ne' confini de' detti popoli. — Il nome di questa città addita la sua situazione presso l'Aterno, come apprendiamo da Varrone (513); e forse l’etimologia di Amiternum, da am per ἀμφὶ intorno, ed Aternum, dimostra che più vichi o borgate abitarono i Sabini intorno a questo fiume, tra' quali il più notabile dové essere Amiterno, che qui s ebbe l'appellazione a tutti comune, come più popoloso e più grande. Ad ogni modo, questa prima sede de' Sabini, contemporanea di Lista e Testrina a' remotissimi tempi degli Aborigeni, fu molto popolosa, e l’addotta testimonianza di Virgilio, e più ancora l'espugnazione fattane dal Console Spurio Carvilio nel 459, che vi uccise 2800 suoi cittadini, e 4270 ne fece prigionieri (514), non ne lasciano dubitare. Dalla memoria serbata nella iscrizione di Appio Claudio, il quale espugnò molte città Av Sabini nel 461, si può col Niebuhr conghietturare che Amiterno fu anche tra queste (515). Occupata prima Sanniti poscia da' Romani, passò sotto il loro dominio alla dura condizione di Prefettura, come è manifesto dalla seguente epigrafe di un’ara votiva dedicata alla Fortuna pel felice ritorno di Cesare Augusto (516):

T. VINTO. RVFO. T. TITSIENO

OCTOVIR. Q. ORFIO. FVLGINIO

C. IEGIO. AED. PRAEFECTVRA. AMITER

NINA. PRO. REDITV. IMP. CAESARIS. AVG.

FORTVNAE.

Per aver molto sofferto al pari delle altre città sabine nelle frequenti guerre de' Romani, al tempo di Strabone era scaduta dal suo splendore (517); né altro sappiamo delle sue più antiche vicende, se non che i Romani vi spedirono una Colonia (518). Dall’addotta iscrizione apprendiamo che suo supremo magistrato furono gli VlIIviri avendo avuto altresì i Decurioni, e i Treviri capi d’ordine degli Augustali, come si raccoglie dal marmo posto a C. Sallio Proculo Patrono di Amiterno, già riferito parlando di Aveja, e dall’altro riportato nella storia di Peltuino, innalzato a T. Septimeno Felicione, Triumviro Augustale di Amiterno e Peltuino (519). I suoi popoli a tempi romani rendevano pubblico culto alla Dea Cerere, come ricavasi da questa iscrizione (520):

D. M.

M. CAESIO. M. F. PAL. MAGNO

II. VIR. I. D. II. VIR. QQ. ΠΙΙ

SACERDOT. PVBLIC. CERERIS

M. CAESIVS. MAGNVS

CAESIA SEVERA PAREN

TIBVS

D. D.

DIS.

Ed un Tempio sacro a Pernio n a esser doveva da tempi molto remoti nell’agro di questa città, come par manifesto dalla seguente epigrafe osca, rinvenuta a Coppito presso le rovine di Amiterno (521):

MESENE

FLVSARE

POIMVNIE

ATeRNO

AVNOM

HIRETVM

Da questa iscrizione sembra raccogliersi che quel Tempio fu dedicato alla dea nel mese Flusare o di Flora, detta FLVVSA in una piccola ara pompeiana (522); nel qual mese egli sembra che si facessero queste sacre dedicazioni, come è chiaro dall’altra epigrafe che ci rammenta la dedicazione in Furgone del Tempio a Giove Libero (523).

Adorarono ancora gli Amiternini Plutone e Proserpina, e di queste deità, come del loro sacerdote e sacerdotessa rispettivi Nerviano Feroce e Nerviana Olimpusa, si ha memoria in quest’altra epigrafe (524):

PLVTONI NERVIANO ET PROSERPINAE

NERVIANAE SACRVM KAL. IVN.

L. D. D. D. AMITERNENS.

M. AVREL. ET L. AELIANO COSS.

NERVIANA. OLVMPVSA SACERDOS P. D.

ET NERVIANVS. FEROX. HIEROPHANTA

HECATAE. V. S. L. M.

Livia Augusta, moglie di Ottavio e figlia di Druso, ebbe dagli Amiternini l’onore di una statua, come rilevasi da un altro marmo non ha guari scoverto, nel quale è detta Giulia Augusta, come in monete si nomina Livia adottata da Giulio Augusto (525).

Questa cospicua città tuttavia sussisteva ne' primi secoli dell'era volgare, e poiché allora vantava sede vescovile, dir dobbiamo che insino a que tempi si conservò in qualche floridezza. Valentino suo vescovo soscrisse il sinodo romano sotto Simmaco nel 499. Quando fosse stata distrutta è mal noto, tuttoché si fosse scritto che a' tempi di S. Gregorio Magno fosse andata dispersa in villaggi, e mancata di abitatori (526): par certo nondimeno cne la sua distruzione ed abbandono fossero avvenuti dopo i tempi de' Longobardi perciocché Amiterno diè nome nel loro dominio ad uno de' Contadi del Ducato Spoletino (527). Ma, come è noto da uno scrittore che viveva nel 970 (528), nel X secolo non presentava altro che rovine, le quali si osservano presso il villaggio di S. Vittorino sulla destra riva Aterno tra le sue fonti e la città di Aquila, a 5 miglia da questa città stessa. Si sono ivi rinvenute iscrizioni, bassirilievi, pezzi di colonne con capitelli corintii, ed un prezioso Calendario, dal quale si rilevano non solo le feste dell'antica Roma, ma ancora alcune particolari degli Amiternini (529). Gli avanzi del suo Anfiteatro, sebben piccolo e di bassa struttura, dimostrano ancora il suo splendore a’ tempi romani (530), e oltre la memoria di questo monumento, risappiamo dalla seguente mutila epigrafe il merito che si acquistò Sallio Proculo con gli Amiternini per aver dato loro grati spettacoli gladiatorii (531):

VIRO. ATQ.

ORVM. PROCVLI. P.

RDOTL LANIVINO. IMMVN

SPLENDIDISSIMI. ORDINIS. ET POPVLI AM

SEPTAQVIS. PATRONO. AVEIATIVM. ET PEL

EX. INDVLGENTIA. PRAETEXTATVS. ADIV

NERIS. CORNELIAM. EDITIONE. PRIMVS. OM

CVM QVATTVOR. PARIBVS. GLADIATORVM

SPLENDIDO. ADPARATV. PATRIAM. SVAM. HO

IPSOSQVE. CIVES. SINCERA. AMORIS. ADFECT

NIBVS. POVERE. NON DESINAT. PLEBS. VRBA

CONLATO. BIGAM. QVAM. IN. AMPHITHEATR

Passato S. Vittorino si veggono tuttavia dodici ordini di fabbriche ciclopee, volgarmente dette la Murata del Diavolo, che formavano per avventura i confini de' Sabini ed Vestini come dalla seguente epigrafe, scolpita in una colonna quadrilatera, e rinvenuta fra S. Vittorino ed Arischia, può congetturarsi (532):

FEINIS

SABINORVM.

2. FORULI (Φόρελοι, Fondi)

A breve distanza dalla descritta città di Amiterno sorgeva sopra una rupe il villaggio di questo nome, rammentato da Strabone col nome di Sassi Foruli, e più acconcio, egli dice, per un rifugio di ribelli, che per un’abitazione propriamente detta (533). Di molto remota antichità è da credere questo luogo de' Sabini, perciocché Virgilio lo annoverò tra le principali borgate e città antichissime di essi, parlando del soccorso che i popoli italici diedero a Turno contro Enea (534); e tuttoché Livio lo nomini un villaggio (535), aver doveva non pertanto qualche celebrità e maggiore importanza, per essere da un antico Scoliaste contraddistinto col nome di Oppido de' Sabini (536). Certo é che ne' tempi romani era un vico, come raccogliesi dalla seguente iscrizione, posta da' Forulani al loro patrono C. Sallio (537):

C. SALLIO C. F.

QVI PROCVLO

SACERDOTI LANVVI

NORVM IMMVNI PON

TIFICI PATRONO CIVI

TATIS AMITERNINORVM

ITERVM QQ. SVMMO

MAGISTRATO SEPTAQVIS

OB MERITA ET AMOREM

EIVS VICANI FORVLANI

PATRONO BENE MERENTI.

L. D. D. D.

È similmente memoria de' Vicani Forulani in quest'altra epigrafe, che legger si doveva sotto una statua da essi innalzata all'Imperadore Adriano (538):

IMP. CAES. T. HADRIANO AVG.

PONT. MAX. TRIB. POT. XIIX COS. Ili

P. VICANI FORVLANI.

Niente altro ci è noto delle vicende di quest'oppido o villaggio sabino, se non che andò forse soggetto a' guasti dell’esercito di Annibale, che da Amiterno si diresse alla volta di esso, secondo un antico storico (539).

Oltre le addotte epigrafi ci serbaron memoria di Foruli le seguenti due mutile iscrizioni (540), da una delle quali risappiamo particolarmente ch’eravi un Tempio sacro a’ Diana, e dall’altra che vi si celebrarono giuochi secolari sotto il consolato di Gn. Cornelio, il quale ebbe a collega L. Mummio Acaico nell'anno di Roma 607 (541);

EPVLVM

L. FER. POP

AED. DIAN. FORVL.

FORVLOS LVDOS SÆCVLARES

CN. CORNELIO et

L. Mummio. Achaico Coss.

Da questo antico villaggio sabino aveva in fine principio la Via Claudia Nuova, aperta da Claudio Imperatore, come appresso meglio dichiareremo. Quanto al suo sito, non è dubbio che sorgesse nell'odierna Civita-Tomassa, a 3 miglia da Aquila, dove si trovarono è già tempo le riferite iscrizioni con altre sepolcrali e ruderi antichi (542). La detta situazione, la quale risulta dalle misure itinerarie segnate nella Tavola Teodosiana, che nota Fondi col guasto nome di Erulos a III miglia antiche da Fisterna (Testrina), e a VII da Filino (543), fu solo contrastata dal Cluverio, perché Civita-Tomassa, egli dice, non trovasi sulla strada che dal sito di Amiterno mena a Ridi (544); e pure dalla Valle amiternina, andando verso quest’ultima città, si esce a Civita-Tomassa, dove ben corrisponde la situazione di Foruli indicata da Strabone, per Verta e scoscesa rupe presso cui è posta. Se non che, come fu già osservato da un dotto viaggiatore, Foruli fu in origine situato a cavaliere di quella rupe, e i suoi abitatori si trapiantarono poscia alquanto al di sotto, nella più comoda posizione della mentovata terra (545). La quale non perde l'antico nome prima del 1204, come è chiaro da una bolla di Papa Innocenzo a Giovanni Vescovo di Forcona (546); e si crede che l'odierna denominazione nascesse dall’essere stata infeudata ad un Tommaso, onde fu detta Civita di Tommaso, e poi Civita-Tomassa, come apparisce da alcune lapide nella Chiesa parrocchiale della prossima terra di Preturo (547).

3. CASPERIA, O CASPERULA (Casperia, vel Casperula)

A 2 miglia da Foruli fu un’altra città sabina, rammentata da Virgilio col nome di Casperia (548), e da Silio Italico con quello di Casperula (549). E Casperia la nominò anche Vibio Sequestre, parlando del fiume Imella che scorrevate dappresso (550). Niente altro sappiamo di questa città antichissima, se non che, se creder vogliamo a' citati poeti, era agguerrita ne' tempi remotissimi d’Italia, poiché Virgilio suppone che le sue schiere combattessero in favore di Turno contro Enea, e nella guerra annibalica erano comandate da Nerone. Quanto alla sua situazione, alcuni moderni geografi la posero fuori de' nostri confini, riconoscendola chi nel villaggio di Aspra sulla sponda del fiume Aja fra Tivoli e Terni nello stato Pontificio (551), e chi ivi presso nella pianura, nel luogo detto Presenza no (552): ma altri con più di ragione la situarono a Crespiola, o Crispiola, a breve distanza da Aquila, luogo che meglio si accosta alla prisca denominazione, e dove nel XVI secolo vedevansi rovine di antiche abitazioni (553); né dubitiamo di questa topografia, giacché Virgilio nominò insieme Casperia il fiume Imella e Foruli.

4. TESTRINA, O CESTRINA (Τερίνα κώμη, Testrina vicus)

Anche nelle vicinanze di Amiterno sorgeva questo antichissimo villaggio sabino, dove Catone pose la sede primitiva de' popoli di questa regione (554). Senza ammettere una scorrezione nel testo di Dionigi, poiché le lettere C e T sono affini, questo luogo de' Sabini ci disvela la sua origine da una gente dell'Epiro. Plinio in fatti tra' popoli di quest’ultima contrada rammenta i Cestrini (555), e Cestrina si nominò una parte della Caonia celebre per l’eccellenza de' suoi buoi (556), che Tucidide indicò come prossima alla Tesprozia (557). A dimostrare l’origine de' Sabini dall’Epiro scrittori autorevoli hanno notato la detta omonimia (558), la quale è anche manifesta tra Cestrina e Cestria, città similmente dell’Epiro, posta sulla spiaggia fra Meandria ed il fiume Tiani (559). Ma, tranne l’indicata origine di questa borgata, niente altro ne sappiamo, se non che probabilmente durava sino a' tempi dell’Impero, perciocché i moderni geografi la riconoscono segnata nella Tavola Teodosiana nella mansione detta Fisternas, a X miglia antiche da Interocrea, ed a III da Foruli (560), sulla via che passava fra questi due luoghi (561). La vicinanza di Testrina con Amiterno secondo Catone, e la prossimità della detta stazione alla città stessa secondo la Tavola, dimostrano che furono un solo e medesimo luogo, e che a' tempi dell’Impero, essendo per avventura distrutto il villaggio, non ne rimase nel suo sito altro che il nome. Quanto alla sua precisa situazione, il Casella, senza esattamente additarla, pose Testrina a XXIV stadii, o tre miglia odierne, alla sinistra di Amiterno (562); ma poiché Fisterna è segnata a 3 miglia da Forali verso Interocrea, con ragione ne è stato assegnalo il silo nel territorio di Vigliano, castello rovinato del Contado Aquilano, nel luogo detto le Cisterne (563), denominazione che più si accosta a Cestrina che a Fisterna, ove esattamente combina l'una e l’altra distanza segnate nella Tavola, giacché da Antrodoco (Interocrea) al l’indicato sito si contano 8 miglia pari alle X antiche, e da Civita-Tomassa (Foruli) due ed un quarto. Gli avanzi inoltre di antichità in quel luogo e qualche epigrafe rinvenutavi non lasciano dubitare di questa situazione.

5. INTEBOCREA (Ιντεροκρέα κώμη, Interocrea vicus)

Dopo VII o VIII miglia antiche da Cotilia, e XVI da Palavano, (564), sorgeva quest'altro borgo sabino, che Strabone situa in generale nelle vicinanze di Reato (565); ma poiché negl'Itinerarii è segnato colla figura di città, ne' secoli posteriori al geografo ebbe senza dubbio accrescimento di popolazione. Questo antichissimo luogo de' Sabini sussiste tuttavia fra alti monti ed asprissimi col nome d’Introdoco o Antrodoco, e il suo antico nome accenna appunto alla sua situazione fra monti alpestri, come apprendiamo da Festo (566); e però malamente ne' secoli di mezzo ne fu guasta la denominazione in Introdoco o Antrodacqua, e peggio i moderni l'alterarono in Antrodoco, col fare per insegna del paese un antro ed un’oca. Nessun monumento ricorda il detto villaggio sabino. Leggesi solamente dentro la porta di Antrodoco la seguente epigrafe, che ci conserva la memoria di una grandiosa opera di Trajano, o di una sostruzione per conservare la Via Salaria, danneggiata dalla caduta del terreno del vicino monte Patrignone (567):

IMP. CAES. DIVI

NERVAE. F. NER

VA. TRAIANVS

AVG. GERMANICVS

DACICVS. PONTIF.

MAXIMVS. XV. IMP.

VI. COS. VII. SVB

STRVXIONEM. CON

TRA. LABEM. MONTIS

FECIT.

Credesi che presso Interocrea, e propriamente a Bricca, casale di Civitareale, fosse stata la villa di Tito (568). Certo è che in quelle vicinanze, alle falde del cennato monte, che si erge all'ovest di Antrodoco, e lungo la strada antica, si scovrirono non è guari tempo gli avanzi di un sepolcreto, ad un mezzo miglio sotto la città sulla destra sponda del Velino, e tra' detti avanzi la seguente epigrafe, che ci addita il sepolcro della figliuola di Vespasiano (569):

DOMITILLA

T. VESPASIANI. FIL

QVAE

NONDVM. PERANNA

VIT. H. S. E.

6. FORO DECIO (Forum Decii)

Dopo XII miglia antiche da Interocrea nella Tavola Teodosiena è segnata la stazione col nome di Foroecri (570), che il Cluverio lesse a ragione Forum Decii (571), perciocché Plinio rammentò con questo nome un luogo abitato de' Sabini (572). Questo Foro prese certamente il nome da chi ne fu il fondatore, come è manifesto da altri simili luoghi di mercati nell'antica Italia e nelle nostre contrade, denominati da un Cornelio, da un Flaminio, da un Popilio, e simili, come vedremo nella Campania. Ond’è che non sembra da seguitare l’opinione dell'HoIstein, il quale si avvisò che nel citato luogo della Tavola legger si dovesse Forum Ocri, dal monte presso il quale era posto (573). L’opinione del resto di questo dotto critico circa la situazione di esso a S. Croce, due miglia, sopra Bacugno (574), è senz’altro da preferire a quella del Cluverio che lo situò a Civitarcalc giacche, tenuta ragione della differenza del miglio antico dall’odierno, in quel sito corrisponde la distanza di XII miglia da Interocrea. Se ne veggono del resto i ruderi tre miglia prima di arrivare a Falacrine (575).

7. FALACRINE (Phalaerine, vicus)

Alla detta distanza da Foro-Decio ed a XVI miglia da Interocrea sorgeva quest’altro mediocre villaggio sabino (576), celebre nella storia pe’ natali che v’ebbe Vespasiano Imperatore, e dove egli soleva recarsi a diporto nella villa de' suoi maggiori, che lasciò nella sua prisca semplicità (577). A questo medesimo borgo par che accenni Svetonio quando dice che Vespasiano, caduto in disgrazia di Nerone, fu bandito dalla corte e si ritirò in una città piccola e remota (578), se pur non fu Interocrea, dove tra gli avanzi del suo sepolcreto si è trovata non è molto, come abbiamo già detto, l'iscrizione posta a Domitilla Vespasia, figlia di quell'imperatore. Falacrine prese il suo nome dalla naturale condizione de' vicini monti, giacche sterili e nude sono le più alte vette di quelli di Accumoli, continuate colle più nude de' monti Falacrini (579). Ben nota del resto è la situazione del detto villaggio, perché l’addotta distanza corrisponde alla valle presso Civita Reale dove nasce il Velino, e che tuttavia conserva il nome di Valle di Falacrine (580), non ad Amatrice, come stimò il Cluverio (581). Questo vico sabino par che sussistesse del resto insino al cominciare del secolo XIV, perché in un diploma di Re Roberto se ne parla come uno de' luoghi, dalle cui rovine si edificò Civita Reale (582), a due miglia dalla quale se ne veggono i pochi avanzi. Oggi la chiesa di S. Silvestro in Falacrino appena ne conserva il nome.

8. PREDII COSANI (Pracdia Cosana)

Fa menzione di questi Predii Svetonio, ragionando dell’educazione di Vespasiano, il quale nacque in Falacrine, ma fu educato dall'ava paterna Tertulla ne' Predii Cosani (583). I geografi e i comentatori del biografo latino (584) questa sua testimonianza riferirono a Cosa o Cossa de' Volcienti in Etruria (585), per non sapere questo luogo della Sabina. Ma poiché a 7 miglia da Falacrine e ad un miglio in circa al nordest di Accumoli fu un villaggio col nome di Cose il quale sussisteva nella detta regione ne' bassi tempi (586), in questo villaggio, anziché nella mentovata città etrusca, dobbiam riporre senza più con un patrio scrittore la villa de' maggiori di Vespasiano. Sino al principio del secolo XVI conservò il detto luogo l’antico nome di Cose, ma prevalse dipoi quello di S. Pancrazio per una cappella rurale a quel santo dedicata nelle sue vicinanze (587). Si respira in quel silo un’aria molto più salubre e temperata che nel rimanente tratto verso le sorgenti del Velino e Civita Reale. Il suo territorio può esercitarsi a vigneti, di cui manca il contorno Falacrinense; e la circostanza dell’amenità di quella contrada, oltre alla detta denominazione, non ci lascia dubitare con un nostro egregio amico (588), che ci ricorda le antiche virtù de' Sabini ch’ivi sorgesse l’antica villa de' Vespasiani.

9. VICO BADIO (Vicus Badius)

Alla distanza di IX miglia antiche dal descritto villaggio un altro ne sorgeva sulla Via Salaria col nome di Badio (589), il quale, come pensa il dotto annotatore del citato Itinerario, pigliò nome dal colore del suo terreno (590); e infatti all’est del territorio di Accumoli, ove sorgeva questo vico sabino, il terreno per lo spazio di più miglia è di quella specie di marna, che lavorato coll'aratro appalesa un colore giallastro. Fu un nome derivato dal colore della terra, come Falacrine fu detto dalla nudità de' suoi monti (591); e però, che che ne dica il Cluverio, non è da dubitare della lezione dell'ltinerario. Nella carta di donazione dell’Imperatore Olone del 956 al Vescovo Furconense nominasi il luogo detto Badus (592), senza che sappiamo del resto se in quel secolo tuttavia sussistesse il detto villaggio. Quanto al suo sito, il detto geografo, per l’accennata distanza da Falacrine lo pose presso Accumoli (593), ove in fatti le sette o otto miglia odierne da questo luogo alla Valle di Falacrine corrispondono alle IX miglia antiche, e vi passava ancora la Via Salaria per dirigersi ad Ascoli nel Piceno, come anche oggi si passa da Civita Reale. In Accumuli ancora, situata su’ dossi d’una collina, appariscono vestigli di alte e larghe muraglie, di quattro porte e di torri; ma questi esser potrebbero avanzi del medio evo.

10. AD CENTESIMUM

A X miglia antiche dal descritto villaggio l’Itinerario di Antonino segna una mansione sulla Via Salaria detta Ad Centesimum a cagione della colonna miliare che segnava in quel sito la distanza di cento miglia da Roma (594). Conghiettura un dotto geografo moderno che la stazione segnata nella Tavola Teodosiana col guasto nome di Surpicanum altra non sia che la detta mansione Ad Centesimum e che devesi leggere Suburbicanum come quella che dinotava il limite della Provincia Suburbicaria (595). Se è da ammettere la detta correzione nel testo della Tavola, non ci sembra che debbasi confondere l'una coll'altra mansione; perciocché la città di Ascoli è segnata a XII miglia dalla stazione Ad Centesinumi nell'Itinerario di Antonino, e nella Tavola risulterebbe distante XIV miglia dalla città stessa. Ad ogni modo, non è dubbio che la detta stazione è da situare a 2 miglia dall'altra detta Ad Aquas verso il Vico Badio cioè di qua dell’odierna terra detta Acquasanta.

11. AD AQVAS

Alla distanza di X miglia da Ascoli nella Tavola Peutingerana è segnata quest’ultra mansione sulla Salaria (596), la quale prese, come è da credere, il nome dalla sua posizione presso la sorgente di alcune acque salutari, dove in gran frequenza si concorreva. Questa mansione dell’Itinerario è stata, come abbiam detto, riconosciuta nell'odierna terra di Acquasanta (597).

12. TIORA (Τιώρα, Tiora)

Di questa città sabina lasciò ricordanza il solo Dionigi di Alicarnasso sulle memorie di Varrone, che situò a CCC stadii, o 37 miglia e mezzo romane, da Reato (Rieti); ma poiché indica appresso la distanza di XXIV stadii, o tre miglia odierne, da Lista e Tiora (598), è manifesto che quest’ultima era altrettanto lontana dalla capitale degli Aborigeni. Ne’ più remoti tempi d’Italia appartenne a questi popoli; ma i Sabini se ne impadronirono colle città vicine, quando estesero il proprio dominio sulla contrada da essi abitata. Questa città antichissima, detta anche Matiena, o come altri leggono in Dionigi, Maliora, distrutta da lunga stagione, conserva il suo nome nell’odierno villaggio di Torà, consistente in quattro o cinque case, ad un miglio dal monte Castore. Ivi presso sorge anche Torano, situato presso il fiume omonimo, non lungi dal Fucino, il cui nome pur dimostra che in quelle vicinanze fu un tempo la città di Tiora. Le sue mura erano costruite di piccoli, ma ben aggiustati poligoni; il sito era atto a difendersi, e con una pianura per la coltivazione circondata da montagne, tra le quali si erge maestoso il Velino (599).

13. ORACOLO E IERONE DI MARTE
(Χρυσήριον Α'ρεως Martis Oraculum)

La descritta città fu celebre per un antichissimo Oracolo di Marte, quasi nella forma di quello di Dodona·, se non che in questa città da una sacra quercia rispondeva fatidica una colomba, laddove fra gli Aborigeni dava i responsi sopra una colonna di legno un uccello col nome di Pico (600). La conformità dell'oracolo di Tiora con quello di Dodona è notabilissima per la provenienza de' Pelasgi che si stanziarono in queste contrade, passandovi dalla città dell'Epiro. L’epoca di questo monumento risalirebbe secondo la cronologia del Petit-Radel all'anno 1520 prima dell'era volgare. Se ne vede tuttavia la cella, detta Ara della Tacchetta, costruita in larghi e rozzi poligoni appoggiati da rupi tagliate, a breve distanza da forano e S. Anatolia (601).

A dugento passi dall'Oracolo di Marte e presso le rovine di Tiora vedesi ancora un Ierone o Tempio dedicato allo stesso nume, le cui antiche mura poligonali servirono di sostruzione alla chiesa di S. Anatolia, la quale fu con Audace martirizzata in questo luogo sotto Decio Imperatore, per ordine del Preside Faustiniano (602). Una base di marmo rinvenuta nel medesimo sito, coll’epigrafe: LOVI MAXIMO SABIDIVS TAVRVS (603), e gli antichi marmi che si veggono nella detta chiesa, con altri pezzi di antichità sparsi pel giardino de' Cappuccini già veduti da un dotto antiquario (604), dimostrano che ne' tempi romani vi dové essere qualche villaggio, il quale mutò poscia l'antica denominazione in quella di S. Anatolia per la chiesa erettavi sotto questo nome. Tutti i descritti luoghi del resto sono sulla destra sponda del Tuscano, e però l'agro di Tiora distender si doveva alla destra di questo fiume.

14. LISTA (Λίζα, Lista)

Alla distanza di XXIV stadii, o di 3 miglia odierne, da Tiora, Dionigi pone quest’altra città antichissima, capitale un tempo degli Aborigeni, occupata poscia Sabini di Amiterno (605). Oltre questa non rimane altra memoria di Lista, e non è meraviglia se per tanta lontananza di tempi non ne avanza vestigio, e non siasi certi della sua situazione: perciocché chi crede che sorgesse nel sito dell'odierno villaggio di Lisciano, situato in luogo montuoso e freddo, in diocesi di Civita-Ducale, o ivi intorno sulla frontiera del Reatino (606), chi per contrario a Lesta, in un podere di questo nome, dove pochissimi ruderi dimostrerebbero la sua area, ne confini del Regno con Rieti (607). Certo è che per l'accennata distanza segnata dallo storico di Alicarnasso sorgeva nella Valle di S. Anatolia, a 3 miglia da Torano.

15. COTILA, o COTILIA (Κοτυλία, Cotilia).

A LXX stadii in qua da Reale (Rieti), secondo Dionigi d’Alicarnasso (608), o ad 8 miglia antiche, secondo l’Itinerario di Antonino (609), era posta a piè di un monte Cotila o Cotilia, la cui fondazione risale a' più remoti tempi d’Italia, perché presso di essa trovar dovevano riposo i raminghi Pelasgi. Nel responso che questi popoli ottennero dall'Oracolo, e che sopra una tavoletta di bronzo lesse Lucio Mamio nel tempio di Giove a Dodona, Cotila è della città degli Aborigeni (610):

Στείχετε, μαιόμενοι Σικελῶν Σατορνίαν αἷαν,

Η' δ' Α'βοριγινέων Κοτύλην, ὁ νᾶσος ὀχεῖται.

Pergite, quaerentes Siculum Saturnia rura

Atque Aboriginûm Cotylen; ubi se insula vectat.

Ma in origine fu nel dominio degli Umbri, che ne furono scacciati da' detti popoli (611); i quali, abitandola di poi unitamente a’ Pelasgi, ne vennero per forza d’armi espulsi da’ Sabini (612), che vi si mantennero in fino agli ultimi tempi romani; e però tutti i moderni topografi compresero questa città nella Sabina, Cotile del resto, che anche Ctesia rammenta come un’antica città dell'Umbria (613), è nome greco, e sembra che così si denominasse dal prossimo lago, detto similmente Cotile, ossia conca o cratere (614). Era questa città, secondo scrive Dionigi sull’autorità di Catone, la più cospicua città degli Aborigeni; ma niente altro ne sappiamo, se non che sussisteva ai tempi di Augusto, perché Dionigi ne parla come di città del suo tempo. Che se Strabone, il quale fu contemporaneo dello storico di Alicarnasso, non ne fa motto, è forse perché a quell'epoca era di poca importanza; in guisa che gli altri geografi nemmeno ne tennero ricordanza. Quando fosse stata distrutta non sappiamo, comunque un patrio scrittore dica, ma senza autorità, che lo fosse stata nel 475 (615). Sorgeva del resto di là di Città Ducale, che sorse dalle sue rovine (616) non lungi da Paterno, nel sito che serba tuttavia l’antica denominazione di Cotile, e dove il Cluverio osservò grandi ruderi di antichi edifizii (617).

16. LAGO ED ISOLA DI COTILIA

Presso le rovine della descritta città vedesi il Lago ora detto di Paterno, ed a breve distanza un altro più piccolo detto Pozzo di Ratignano, a 7 miglia e più da Rieti. In questo pongono i moderni topografi quello mentovato da Dionigi d’Alicarnasso coll'isoletta galleggiante (618), di cui parlasi nel riferito oracolo Dodoneo (ὅ νασος ὀχεῖται) ed in molti antichi scrittori, dove in fatti corrisponde la distanza di IX miglia antiche segnate dalla Tavola Peutingerana, la quale corregge quella indicata nell'Itinerario di Antonino, che ne segna XVIII (619). Il detto lago, dell’estensione di quattro iugeri, profondissimo, dice Dionigi, e pieno sempre di acque, era da' Sabini tenuto sacro alla Vittoria; e riparandolo intorno con de' recinti, lo custodivano come inaccessibile, perché niuno vi si accostasse, se non in tempi periodici; ne' quali, sacrificandosi a norma delle legge, quelli a cui convenivasi ascendevano all'isoletta che v'era. Quest'isoletta, coverta d’erbe e virgulti, non aveva un diametro più lungo di cinquanta piedi, e non emergeva più che un piede su l'onde del lago, pel quale qua e là galleggiava, dove spingevala il vento: ineffabile spettacolo, dice il detto storico, né secondo a meraviglia niuna per chi non ha contemplato quanto opera la natura (620). Varrone, Seneca, Plinio, Marziano Capella parlano similmente di questo lago e della sua galleggiante isoletta (621). Seneca dice averla veduta egli stesso coverta di arbusti ed erbe palustri, e che bastava una leggiera aura di vento per trasportarla qua e là per lo lago (622). Plinio rammenta ancora simili isolette in Italia, come nell’agro Cecubo, in quello di Vadanone, di Tarquinia e in altri, e di quelle dette Calamine nella Lidia, tutte notabili per la loro natura di galleggiare in mezzo alle acque in cui si trovavano. Varrone che vide quelle della Lidia, e che nomina Isole delle Ninfe, dice che movendosi al batter de' piedi nel canto della sinfonia, circolavano attorno dello stagno e che poi ritornavano al lido. Scrivono lo stesso Sozione e Plinio (623), che perciò forse le nominò Saliari. Teofrasto rammenta ancora simili isolette nel lago di Orcomeno nella Beozia e la medesima cosa afferma dell'isola di Chemmi in Egitto (624), che gli Egizii dissero del pari ad Erodoto essere natante, tuttoché lo storico testimonio oculare si stupisca ch'esser vi possa veramente un’isola di tal natura (625). Ma Ecateo, scrittore più antico, che la nomina Chembi, dice ch’era sacra ad Apollo, era mobile e galleggiava (626). Gli antichi senza dubbio magnificarono questi fatti; ma non è meraviglia ch'esservi potettero di simili isolette. Seneca ne dà la spiegazione col dire, ch’essendo formate di pomici, ondeggiavano qua e là per la loro leggerezza per le acque in cui si trovavano. E sebbene non sia da credere all’isola galleggiante di Chemmi per esservi stato un gran tempio sacro ad Apollo, e perché coverta di molti ab beri e palme, non dubitiamo che se ne formassero facilmente negli stagni e nelle paludi d’una congerie di musco, giunchi, gramigliuole, sterpi e festuche riuniti per mezzo d’una terra quasi cretacea. I moderni in fatti parlano di tali isolette, e ne videro il Goldbeck, il Kevsler e l’Harduin in Europa (627), ed altre se ne descrivono ne fiumi del Nuovo Mondo, come nel Mississipi grande e meraviglioso fiume dell’America Settentrionale.

«Un labirinto di verdeggianti isole, dice un moderno scrittore, trattiene il suo corso di luogo in luogo. Molte di queste isole sono galleggianti, e si può vederle formare sotto i propri occhi. Vecchi tronchi d'alberi, trasportati da' torrenti, spinti in una baja, si addossano gli uni agli altri, la belletta del fiume poi li assoda, le liane vi vegetano e vieppiù li congiungono; il pistia e il nénuphar crescono negl'interstizii, e decomponendosi formano un terriccio che dà poscia alimento ad erbe ed arbusti. Talvolta l'isolotto si distacca e segue il corso del fiume, infino a che ad un nuovo ostacolo fermasi di bel nuovo, e l'accumulazione del limo e le successive generazioni vegetali lo rendono alla fine immobile. Alcune di queste isolette fiorite si perdono nell'Oceano, ove trasportano seco la loro popolazione di alligatori e di serpenti.» (628) A dirla in breve, un dotto viaggiatore verso la fine dello scorso secolo vide nel Lago di Cotilia un'isoletta galleggiante (629), e questa testimonianza, oltre le già addotte, non lascia dubitarne di quanto ci narrano Dionigi e Varrone; ed apprendiamo ancora da quest'ultimo scrittore, che a cagione della mobile isoletta nel Lago Cutiliense posero ivi presso gli antichi l'abitacolo delle Ninfe Commozie (630). Dionigi dice del resto che il Lago era di quattro pletri, cioè di due terzi di stadio; ma ora si vede di più piccola estensione e diviso, pe’ cambiamenti sopravvenuti nel suolo della contrada. In questo lago infine, da altri malamente confuso con quello di Fadimone interamente scomparso, o con quello di Amelia nello Stato Pontificio, pose Varrone l’umbilico, o il centro d'Italia (631), ora corrispondente al così detto Campo di Sesto, che da una strettissima gola si allunga per circa tre miglia appiè di Città Ducale (632); e le distanze indicate negl'Itinerarii confermano la testimonianza di questo antico scrittore, contandosi 76 miglia dal Lago di Cotilia ad Ostia, e 74 dallo stesso Lago a Castro Truentino. Vero è che misurandosi l'intervallo tra esso Lago e i due mari, trovasi più esteso sulla costa rispetto al Tirreno, che riguardo all'Adriatico; ma, come osserva un dotto geografo (633), gli antichi si attennero ad un semplice calcolo di misure itinerarie, senza aver ridotto gli spazii corrispondenti ad una linea retta e perfettamente geometrica.

17. Villa di VESPASIANO

Presso la descritta città di Cotilia era la paterna villa di Vespasiano, dove era solito recarsi nella state ad alleggiarsi dalle gravi cure dell'Impero, e a godere delle fredde acque che intorno vi scorrevano, e di quelle dette di Dattilo, che per acquedotti e conserve fece unire in un bagno. In questa villa egli morì (634), come vi finì pure i giorni Tito Vespasiano suo figliuolo (635). Delle fredde acque e medicinali presso Cotilia parlano non pochi antichi (636), ed è però verisimile che il palagio dell'Imperatore si ergesse presso il luogo dove poi fu edificata la chiesa di S. Maria de' Cesoni, perché vi scorrono le fredde acque di Dattilo, e vi si veggono reliquie di acquedotti e conserve (637). Ma un altro patrio scrittore situa la detta villa nella contrada nota sotto il nome di Pozzo Sfondato, dove abbondano acque sulfuree e acidule, e rimangono avanzi di un magnifico palagio sulla Salaria, a tre miglia in circa da Città Ducale, e sette da Rieti (638).

18. SUNA (Σουνα, Suna)

A V miglia in qua da Reate sorgeva quest’altra città sabina, della quale altro non sappiamo se non che fu celebre, e vi si vedeva un antichissimo tempio di Marte. Sussisteva tuttavia al tempo di Dionigi d'Alicarnasso, che ne serbò la memoria (639); ma non si ricorda da altri scrittori. Un patrio archeologo pone questa città sopra Torre d'Italia, nella Palle Osuna, che ne serba il nome, e propriamente fra Colleviati e Villetta, in un sito dove si veggono grandi avanzi di fabbriche antichissime (640). Il luogo dove si veggono le rovine di essa è detto propriamente Alzana, che ha qualche analogia con Suna, ed ecco come si descrivono da un erudito viaggiatore inglese alcuni di questi ruderi. «Consistono in tre ordini di mura poligone, uno sovrimposto all'altro, come ad Alba. Un singolare monumento vedesi tra la prima e seconda muraglia. E un sotterraneo di figura circolare, di pietre senza cemento situate in lungo, ogni fila avanzandosi a scaloni l’una sull'altra sino a che gli danno una figura piramidale, troncata nella cima, e chiusa da due lastre semicircolari insieme unite, che hanno un apertura circolare nel centro, sulla quale è posta un’altra pietra che la chiude.

«L’ingresso all’edilizio, che nella forma è esattamente simile ad un'arnia, è da un lato in un’apertura simile ad una finestrina, per la quale si è sgombra la terra che aveala colmata; ma l’interno non si è scavato a tale profondità da verificare l'originaria altezza dell’edilizio, il quale del resto non sembra essere stato considerevole, giacché il diametro all'estremità non è più di sei piedi. Si suppone dagli abitanti del luogo che fosse servito ad uso di cisterna; ma la sua simiglianza in piccolo al monumento noto sotto il nome di Tesoro di Atreo a Micene, così ben descritto da sir William Geli nella sua Argolide, può farlo credere adattato all'uso stesso, sebbene siasi riguardato anche come un granajo (641)».

19. SETTACQUE (Ἐπτὰ Υδατα, Septem Aquae)

Tra i paghi o 'villaggi della Sabina fu anche quello di Sottacque, che col significato del nome ci addita la situazione di esso, poiché fu così detto dall’esser posto in un sito irrigato da' sette fonti del Velino, Né abbiam rimembranza in Cicerone e Dionigi di Alicarnasso, il primo ricordando dell’esservi stato menato a diporto da un Axio, quando per le ragioni che difese da’ Reatini contro gl’Interamnati si trovò per questi luoghi (642), e l’altro ragionando delle città che furono degli Aborigeni (643). E se ne ha altresì memoria ne' due pregiati marmi, che abbiamo addotti parlando di Aveia e di Foruli (644), ne' quali rammentasi Cajo Salio Maestro o Rettore di Settacque; il quale ufizio, essendo stato de' paghi o villaggi, come apprendiamo da Festo (645), ci dimostra la condizione di quel luogo, dell’essere stato cioè un pago o vico della Sabina. Il quale esser dovette in gran pregio presso gli antichi, perciocché in una contrada era posto, che molti scrittori rammentano insieme come fertile ed amenissima. Varrone, Virgilio, Plinio e Cicerone lodano a gara questa Tempo d’Italia, irrigata dalle acque del Velino (646). Quanto al sito di esso, poiché Dionigi lo pone a XL stadii da Marruvio (647), non era più lontano di 5 miglia da questa città, che il più de' moderni topografi pone a Morro Vecchio, ma che un patrio scrittore situa nell’odierna terra di Marano, dove dice vedersi tuttavia avanzi di strada, di un ponte di remotissima costruzione, ed altre anticaglie (648).

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Oltre le descritte città e villaggi sabini, altri luoghi abitati a noi sconosciuti vi furono certamente nella parte della regione che comprende vasi nelle nostre contrade. Le loro città furono rovinate dalle guerre continue che battagliarono contro i Romani. Curi, dice Strabone, dalla quale uscirono Tito Tazio e Numa Pompilio, una volta città illustre, al presente è un villaggetto da nulla (649). Lo stesso dobbiam dire delle loro borgate, delle quali se non ci serbaron memoria gli antichi, appunto perché ridotte a miserevole stato a' tempi dell'Impero, non lasciano però dubitare i molti avanzi che si veggono sparsi in Fianello, Monte Osala, Vigliagro, Montopoli e Palombara (650). Borghetto ancora presso Antrodoco dové essere un luogo abitato de' Sabini, come ci mostrano le antiche epigrafi ivi rinvenute (651). Soprattutto in Amatrice sono tuttora superstiti avanzi di mura, di porte, di una rocca, e di un camino coverto che menava verso il torrente Castellano. Un patrio archeologo vi pone la città di Scaptia (652). Così pe’ detti avanzi, come perché pel sito di Amatrice passava la Via Salaria non dubitiamo ch'ivi sorgesse qualche grosso borgo, se non una città de' Sabini; non è da credere tutta volta che vi s innalzasse Scaptia, perciocché questa città, già distrutta a' tempi di Plinio, è da questo geografo attribuita al Lazio (653), e Dionigi d’Alicarnasso annoverò similmente gli Scaptenii abitatori di essa tra i popoli Latini (654).

20. Via Salaria, e Via Claudia Valeria

La Via Salaria, della quale abbiam già toccato parlando delle strade de' Pretuziani, attraversava il territorio de' Sabini, uscendo di Roma dalla Porta Collina (655). Ad VIII miglia antiche in qua da Reale (Rieti) entrava nella nostra Sabina alle Acque Cutilie presso Città Ducale. Di là correva ad Interocrea dopo sei o sette miglia, che corrispondono esattamente alla distanza tra il Pozzo di Ratignano ed Antrodoco. Dopo 12 altre miglia giugneva a Foro Decio, ossia a S. Croce sopra Bacugno, e dopo 4 altre miglia a Falacrine, tra Civita Reale ed Amatrice. Oggi si batte la stessa antica strada da Città Ducale per Canetra ed Antrodoco, e di là per S. Quirico, Sigillo, Posta e Bacugno a Civita Reale, e propriamente per la Valle di Falacrine. Dopo 9 miglia da questo antico villaggio toccava il Vico Badio, riconosciuto nel sito di Accumoli, e dopo altre 10 giugneva alla stazione Ad Centesimum che segnava la distanza di 100 miglia da Roma, donde rivolgevasi ad Ascoli nel Piceno (656). Una via trasversale diramavasi dalla Salaria od Interocrea, la quale passando per Testrina presso Vigliano, dove si son rinvenuti sepolcri, lapide e ruderi antichi, e dopo 3 miglia per Fornii, traversando questi due luoghi sopra un ponte che tuttavia sussiste col nome di Ponte Nascusci (657), internavasi nel paese de' Vestini a Filino, per intersecar questa regione infino a Frustema (658). Mostra sin oggi questa strada presso le rovine di Cotilia i suoi regolari, e sovente ben lunghi parallelepipedi di pietra macigno, e simili tuttora se ne ammirano ben connessi allato del mormoreggiante Velino sotto il periglioso viottolo di Sigillo, ove è sorprendente il taglio praticato nelle rocce calcari di un'altissima montagna. Oltre i detti avanzi fra Antrodoco e Posta, se ne veggono ancora piccole tracce, passato appena il sito di Falacrine, nella macchia detta della Meta. E un bell’avanzo ancora se ne osserva quasi nella maggiore eminenza all'est del territorio di Accumoli, distinto col nome di Passo di Annibale, e che i contadini dicono Poggio d'Api (659). Non abbiamo negl’Itinerarii alcuna indicazione di strada tra Amiterno e le vicine borgate sabine; ma nella deliziosa pianura al di sotto di Civita Tomassa non è ancora distrutta un’antica via che vedesi diretta a Preturo (Pretorio di Amiterno), all’Anfiteatro e a questa città, e che poi si dirige verso Acqua Oria, dove si pongono i pubblici bagni degli Amiternini, e di là verso Pitino (660).

Fu questo il corso della Via Salaria e de' diverticoli di essa nella Sabina. Claudio Imperatore, affin di rendere più agevole il commercio tra gli abitatori di questa regione nelle nostre contrade e i popoli confinanti, un’altra bellissima strada fece aprire da Fornii, che dal suo nome fu detta Claudia, e venne distinta coll'aggiunto di Nuova, perché fu costrutta dopo quella che fece aprire nella Marsia, e che aveva principio, come appresso sarem per dire, da Cerfennia su Colle Armele. Cominciando questa strada dal detto villaggio sabino, per l'antico ponte ora detto di S. Giovanni presso Civita Tomassa saliva verso la chiesina di S. Carlo, donde proseguendo il suo corso sotto il colle di Sassa, passava al di là di questa terra sul Ponte-Peschio di remotissima costruzione, e correva verso il piano di Pile e gli altri antichissimi ponti che tuttora si ammirano e resistono al tempo in quelle contrade. All'ovest di Ponte-Pischio sul fiumicino Raja ne sono manifesti i vestigi, e se ne videro altresì prima dell'osteria di Mammarella all’aprirsi della nuova strada. L’antica che si batteva prima di giugnere a Poggio-Picenze, era un altro tratto della Via Claudia Nuova, la quale, aperta ne' duri macigni poco al di là del detto Poggio, dividevasi in due rami oltre il principio del Vallone dell’Inferno; dirigendosi il destro pel sud, e poscia a gradi pel sudest, per entrare all’ovest nell'agro di Peltuino; ed il sinistro, che tuttavia si ravvisa, inoltrandosi per la pianura sotto Barisciano, pel nord di Castelnuovo, ed indi per l’est e il sud in linea parallela alla Madonna de Scentorelli, ove ancorasi osserva lungo la pianura verso Civitaretenga, di cui par che toccasse il nord per discendere all’aprica lama tra Ofena e Capistrano (661). E del resto chiara memoria della Via Claudia Nuova nella seguente iscrizione, rinvenuta appunto, al principio del corrente secolo, presso Civita Tomassa (662), sito dell'antico Foruli e del cominciamento di essa:

TI. CLAVDIVS

DRVSI F. CAESAR

AVG. GERMANICVS

PONTIF. MAX. TR. POT.

VII. COS. IIII. IMP. XI. PP.

CENSOR. DESIGNAI

VIAM CLAVDIAM NOVAM

A FORVLIS AD CONFLV

ENTIS ATTERNVM. ET

TIRINVM PER PASSVVM

XXVIICLXXII

STERNANDAM CVRAVIT.

Questa strada, dell'estensione di oltre a XLVII miglia romane, e di 42 e più miglia napoletane, da Foruli correva sin dove il Tirino, come è detto nella lapida, confluisce colle limpide sue acque nell'Aterno. Il fiume di cui qui si parla è il Tritano, il quale diviso in tre rami sbocca nella Pescara incontro alla villa di Tramonti al nord di Popoli, così che la Via Claudia Nuova riunivasi per tal modo alla Claudia Valeria, deviando dalle scoscese svolte di Popoli, ove oggidì la regia strada consolare è diretta. Oltre all’addotta epigrafe si ha del rimanente memoria del fiume Tirino in una elegante iscrizione metrica, che riguarda un’ara ed un simulacro posto al Dio de' boschi e de' pastori, e che fu rinvenuta nella campagna di Capistrano, a breve distanza dalla sua sorgente (663).


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IV. REGIONE PELIGNA

Terra ferax Cereris, multoque feracior uvae:

Dat quoque bacciferam Pallada gratus ager; Perque resurgentes, rivis labentibus, berbas

Gramineus madidam cespes obumbrat humum.

OVID. Amor, II, eleg. 16,

I. Corografia della regione Peligna, e suo stato naturale. — II. Tradizioni e conghietture sull’origine de' Peligni. — III. Indole e vicende di essi insino alla dominazione romana. — IV. Antica topografia de' Peligni. — 1. Superequo. — 2. Arco di Livia Augusta. — 3. Statale. — 4. Cuculo. 5. Corfinio. — 6. Sulmona. — 7. Villa d'Ovidio. — 8. Pacino. —9. Pago Fabiano. 10, Tempio di Giove Paleno. — 11. Strada che traversava questa regione.

Non meno naturali delle già descritte contrade furono i confini della Regione Peligna, similmente racchiusa tra fiumi e monti. Si cercherebbe indarno negli antichi geografi la corografia del territorio de' Peligni, perciocché Strabone appena dice che il Sagro, o Sangro, di vi de' vali Frentani (664), e Tolomeo attribuì loro con errore anche la spiaggia dell'Adriatico, dalla foce del detto fiume a quella dell'Aterno (665). Nulladimeno, la circoscrizione della montuosa contrada che i Peligni occupavano, la quale generalmente parlando teneva il mezzo tra quelle de' Vestini, Marsi e Sanniti da un canto, e de' Marrucini e Frentani dall'altro, non par dubbia dalla nota situazione delle loro città e di quelle de' popoli confinanti. In guisa che non ci dilungheremo forse dal vero se diremo che ristretti al nord dall'Aterno, o Pescara, e all’est dal Sangro, confinavano col primo di questi fiumi sin verso la metà del suo corso (666) co' Vestini, con quello dell’altro co’ Frentani. La catena degli Appennini all’ovest e al sud li divideva da' Marsi e da una parte del Sannio (667), ed avevan da ultimo nella Majella il comune confine co' Marrucini. In questa circoscrizione dell'Agro Peligno convengono presso a poco i moderni geografi (668); ed a chi una più speciale e più determinata ne ricercasse, rispetto alle contrade e terre odierne che i Peligni occupavano, diremo con un patrio topografo che l'A temo dividevali da' Vestini, insino a Popoli, sito dell’antico Pago Fabiano, Di qua la loro linea territoriale, tagliando le alte cime del Marrone e della Majella dal nord al sud, abbracciava le contrade di Paccntro, Campo di Giove e Patena nel distretto di Solmona; e rivolgendosi pe’ monti noti sotto il nome di Pizzi (669) e Pizzoferrato, dove i Peligni confinavano co' Frentani, toccava al sud il fiume Sangro, che dividevali da' Marsi e da' Sanniti presso Castel di Saro. Da questa banda la linea dirigevasi all’ovest su per le vette del Chiarano, o Argatonc, abbracciando Scanno, Villalago e Cocullo, insino a Forca Carosa, donde, volgendosi al nord, scendeva per Gagliano e Secinara, dove toccava l’Aterno e 'l limite de' Marsi e de' Vestini (670). Pe' quali additati confini Av Peligni, risultanti dalla nota situazione delle lor celebri città Corfinio e Sulmona, non meno che di quella del Pago Fabiano, di Superequo e Cuculo, e dalle linee territoriali degli altri popoli vicini, abbracciava la lor regione la Diocesi Sulmonense, o la maggior parte dell'odierno distretto di Solmona, ne' circondarii di questa città, di Popoli, Scanno e Pratola, col confinante circondario di Acciano e parte di quello di Pescina, il primo nel distretto di Aquila, l’altro in quello di Avezzano·, così che nelle tre valli che si aprono dalla contrada di Popoli con tutto il circondario di Acciano da un lato, e parte di quello di Pescina dall’altro, furono le tre porzioni dell’Agro Peligno, di cui parlano Plinio ed Ovidio (671).

Le diramazioni appennine che si spiccano dal Gran Sasso e dalla Majella, vanno ad incontrarsi nel fondo dell'ampia vallata di Solmona. Questa vallata, del perimetro di trenta miglia in circa, formata da un profondissimo terreno di alluvione, è tutta intorno cinta e chiusa da alte montagne. Quattro fiumi, l'Aterno, il Vella ο l’Avella, il Gizzio e il Sagittario, v'imboccano con tanta copia di acqua, che senza le piogge e le sorgenti che vi scorrono dalle vicine alture, basterebbero a formare un gran lago, se non trovassero uno sbocco nell'angusto passeggio d’Intermonti. Ma che quell’ampia valle fosse in tempi sconosciuti alla storia ingombra da una grande laguna, non par dubbio dalla gran copia del limo e della ghiaia, nonché dagli ammassi di bianchi ciottoli che vi si osservano (672). Grandi sprofondamenti prodotti da gagliardi tremuoti, o la lenta ma perenne corrosione delle acque correnti, aprirono forse il varco a quell'avanzo di onde marine, che un dì occuparono a maggiore altezza quella contrada. Dicasi lo stesso dell'alto Piano di Cinquemiglia, tra Roccarosa e Solmona. Il lago di Scanno e quello di Villalago paiono al geologo reliquie del gran lago che tutto ricopriva in epoche remotissime quella piana valle. Agitata dal tempestoso Noto, che spira furioso sull’Adriatico (673), le acque marine che occupavano le pendici del Gran Sasso e della Majella, ammontarono sulle sterili balze che la cingono a destra l’immensa copia di ciottoli che vedi per lo spazio di ben venti miglia da Roccaraso a Tocco (674). Scomparse quelle acque per qual vuoi naturale fenomeno, lasciarono il lor fondo ad abbondevoli prati ed ubertosi terreni. Una trista celebrità acquistava tra noi questa valle pe’ pericoli che vi correvano i viandanti traversandola nel verno: le grosse nevi, l’intenso freddo e le folte nebbie vi deviavano o assideravano spesso il passaggiero; ma le strade rialzate e le frequenti colonnette che mostrano il cammino, rendono ora men pericolosa quell'alta pianura.

Nel circondario d’Antrodacqua, confinante a quello di Solmona, s’innalza l’Argatone, che abbraccia nel suo perimetro non pochi altri monti di diversi nomi, altipiani e colli sabbiosi-calcarei. Questa montagna, detta anche Chiavano dalla bianchezza delle pietre calcari di cui è composta, e dalle sue frequenti strisce di arena anche più albeggianti nella regione detta gravare, nonché dalle sue lunghe vette dal sud al nord nude di boschi, comincia dalla corrente del Sangro tra Castello e Alfedena al sud, ed abbracciando le ripide falde dell'Arimogna e dello Scontrane, si separa dall’alpestre gruppo della Meta·, e correndo dall’alta Barrea, s’innalza torreggiando verso Civitella e Villetta, e per Focicchia sino a Monte Amaro, dove comincia la pastorale ed agraria Valle di Opi colla catena de' monti marsicani, sempre in riva al Sangro. Questo lato, di circa 15 miglia, è il più alto di tutti. Si rivolge quindi pel vado di Villetta verso Scanno lungo la catena marsicana, e costeggiando il territorio di Bisogno, va a congiungersi al monte di Cucullo sopra Anversa. Lungo la straripevole corrente del Sagittario compie il suo lato occidentale, di circa 16 miglia, alla cosi detta Foce di Anversa donde comincia l’altro men lungo e quasi parallelo al primo, da Anversa a Solmona, ch'è il settentrionale, lungo circa 8 miglia, e che per la felice disposizione della natura forma una delle più fertili contrade degli Abruzzi. A Solmona mette capo il quarto lato, che costeggia sotto Roccaraso, lasciando a sinistra Rocca Valloscura, Revisondoli e Pesco costanze, e confina la bella piana di Castel di Sangro col suo lato orientale, il più lungo, almeno di 20 miglia (675). Dall’alta vetta del Monte Greve, ricoverto di neve quasi in tutto Tanno, scovresi l’uno e l’altro mare, la piana della Puglia e buona parte della Campania, colle ramificazioni appennine che le dividono.

Una calcarea compatta, di color bianco smaccato, a strati verticali dalla base a circa tre quarti dell’altezza, e a strati orizzontali sino al vertice, formano quest'ampia catena, nella quale si è ravvisato qualche indizio di estinto vulcano. Racchiude scarsi depositi di piombo e piccoli filoni di silice, né vi mancano ancora massi di marmo. Il colle Sordo sembra che abbia fatto parte della sua mole, da cui fu staccato per effetto di violenti cataclismi. Alcuni globetti erratici di quarzo, agata e calcedonio, trascinati dalle acque nella Costa delle Paio e nella Fascia di Petrana, han fatto supporre che ne racchiudesse filoni nelle sue viscere. Una calcarea quasi simile si ravvisa ne monti Ruffigno e Curro, e nella così detta Montagna Grande dove sorge Anversa, nelle cui vicinanze trovasi a banchi la calce solfata laminosa, e la solfata compatta grigia in istrati. La rocca di Castro Valva, l’alta rupe di Pizzo Marcello e la Cesa di Fiori, covile d'orsi, lupi, volpi e tassi, sono della stessa formazione secondaria (676). Presso le sorgenti della Foce di Anversa le rupi sono coiTi erte e a perpendicolo che appena vi si rampicano alberetti ed edere. Qui una vaghissima cascata detta Ponte dell'Inferno, tutta spumosa e interrotta fra' sassi, arresta lo sguardo dello spettatore. Più alta e più vaga di quelle di Terni e di Tivoli nello Stato Pontificio, e di Sora e Caserta, partisce le sue limpide acque in flessuosi riviscelli, e in piccoli e svariati specchi. Presso un ponte di tufi prodotti da sedimenti di quelle acque formasi un'altra cascata meno maestosa nel Ponte dell’Arenicce, e poscia una terza nel sito detto Quarto Ponte, presso al quale vi si mescola una solfurea sorgente. Le peschiere di Villalago sono anche formate dalle acque della Foce di Anversa. Nell’intervallo del Vallone Cupo, ove si fa la caccia degli orsi, formano alcune isolette, e dopo breve corso pigliano il nome di Foce del Lago di Scanno (677).

Alte rocce, per lo più aguzze e coverte di neve anche ne' primi mesi della state, cingono altresì la valle di Pettorano unita alla solmonense. Le occidentali in parte si congiungono a quelle del Piano di Cinquemiglia, in parte s’incurvano verso la Majella. Sino a questo alto monte si diramano le occidentali sul Morrone, che sovrasta a Solmona, e dal cui fianco meridionale distaccasi una giogona, che allungasi insino a Frattura. Parecchie gole si aprono in questi alti gioghi; ma rinomate pe’ perigli che Rincontrano i viandanti sono quelle di Forca Falena e Coccia, a cagione delle nevi che vi cadono e i venti burrascosi che vi spirano nel verno. Il Marrone, di calcarea compatta a grandi strati paralleli, appalesa, dove caratteri di cristalizzazione spatosa, dove filoni di pietre silicee, non senza schisto calcareo dendritico, o venette di spato calcareo di svariati colori, o impronte di sostanze organiche. Enormi massi di arenaria giallastra ha in alcuni siti a fianco delle sue falde, oltre ad alture di sabbione siliceo-calcareo, sovrapposto a basi di marna turchiniccia. Strati variformi a giaciture diverse formano la calcarea delle rocce alati della valle di Pettorano, che di sito in sito racchiude filoni di quarzo lamellare, banchi di piromaca bionda, o depositi di argilla schistosa, e dà anche appoggio a più cumoli di arenaria. Rupi inaccessibili e scogli tagliati a picco sormontano là profonda valle di Freano, di pari calcarea a strati inclinati al nord. La sua parte laterale e superiore è tutta coverta di boschi, e a breve distanza è la valle-Fara, rigidisssima nel verno per le nevi che vi spingono i forti venti dalle sovrastanti eminenze. A piè di erto e straripevole monte sorge verso la sua estremità occidentale il fiume Gizzio, che ricco di più rivoli attraversa le contrade di Rocca Valloscura, Pettorano e Solmona, e raccolto il Velia accresce dopo breve tratto il volume dell'Aterno presso S. Panfilio (678).

I monti calcarei stratiformi, che occupano, come per lo più in queste settentrionali contrade, la maggior parte del circondario di Acciano, racchiudono filoni di petroselci agatoidi di color grigio biancastro, con qualche banco di calce carbonata. Verso Costa Calda gli strati calcarei inferiori hanno tramezzo filoni di barite solistica, e verso Campo di Rosa e la ripa dell'Aterno appariscono aggregati di pudinga, o di ciottoli rotolati per lo più di natura selciosa. Ne’ due monti che s'innalzano in questa contrada, il Morrone e il Basano, non si ravvisano che strati calcarei alla rinfusa, inquinati da piccole masse di focaia. Della natura stessa sono le rocce quasi nude che sovrastano a Roccapreturo e in quelle di Offerno e del bosco di Beffi, sotto le quali fra dirupi e valloni scorre l’Aterno, gli strati calcarei son frammezzati da venette spati che tortuose, reticolate ed ondeggianti a guisa delle suture di un cranio. Le sabbiose eminenze miste al quarzo ed alla calcarea su cui poggiano Castelvecchio Subequo, Molina, Goriano Sicoli e Castel di Jori, racchiudono ciottoli di schisto micaceo, che hanno gli strati inferiori bruscamente scompigliati su i marnosi argillosi, e che accennano perciò ad un cataclisma. E le rocce ancora che sovrastano alle tre valli che si aprono dalla contrada di Popoli sono tutte ammassate di calcarea stratiforme alla rinfusa, racchiudendo nel lor seno zone di piromaca bionda semidiafana, e di pirossena a struttura lamellosa simile all'antibola. Notabili nella valle rivolta al nordest è il piano di Campo Imperatore, copioso di ottime erbe pel pascolo de' greggi, e degno di attenzione è un naturale fenomeno che avviene nel vado da Popoli a Tocco, dir voglio la corrente d’aria che invade quella gola fiancheggiata da alti ed aspri monti. Ne’ tempi sereni il vento dell'est spira la sera da Tocco verso la Cascata di Bussi per dodici ore continue, e poi soffia in senso contrario. E questa una marea aerea come quella di mare nel canale di Messina. Chiamano toccolano il vento che la produce, che fa piegar alberi, e cagiona suoni armoniosi nelle abitazioni (679).

Ingombro del pari di rocce è il circondario di Scanno, per lo più di calcarea biancastra, di varia stratificazione, più spessa nell'alto che nel basso, e sparsa di quarzo ialino lamellare e piromaca in filoni interrotti. Banchi di carbonato grossolano di cab ce, o massi di argilla tenace e duttile, sottostanno in più siti a questa calcarea. In taluni di essi si son ravvisate lievi tracce di calcarea di transizione, disposta a banchi enormi e sparsa di fogliette di mica e di particelle di quarzo, avendo alte fessure ne' lati poco distanti dalla base, che mostrano vene di ossido manganese. Presso la fonte dell'Accra, verso Vallelarga e Colasardo, non mancano cave di selce, e il monte della Genzana imminente a Frattura racchiude strati di schisto argilloso simile a quello di transizione, il quale si stende a' prossimi monti Fonte Gerardi e Fascia di Petrana. — Le rocce della Paglia al nordest, della Prezza al sud, e del Monte al nordovest, lasciano un vado ai rivoli e a' torrenti de' monti soprastanti, che formano un mediocre lago, anche detto del Monte, o di Scanno. La profondità di questo lago, le sue ripe cinte di ammonticchiati macigni, e la sua foce, ed è un ripido burrone, lungo circa quattro miglia e aperto dalla natura sul monte del Rovere, fecero sospettare ad un patrio scrittore che fosse il cratere di un estinto vulcano; ma nessuna produzione vulcanica vi si è mai rinvenuta, tranne una terra simile alla pozzolana, ch'è un prodotto di alluvione, composta di ferro ossidulato e di grani di quarzo e di mica, di color aureo ed argentino. L’apertura del detto burrone è stretta in guisa che appena vi scorre il Sagittario, così detto dal ripido suo corso, e vi passa un sentieruolo che da Scanno mena a Solmona. Le prime fonti di questo fiume detto anche Fluturno, che deve essere nome antichissimo, comunque non ne rimanga memoria negli scrittori, le quali scaturiscono dalle rocce della Rovere presso Villalago, credonsi derivare dal lago di Scanno, che alcuni pretendono, ma senza pruova, aver sotterranea comunicazione col Fucino. Passa poi quel fiume con acque rapide e copiose presso Castro Valva ed Anversa', costeggia le falde ertissime d'una montagna, dove si vede errare con meraviglia tra profondi fossati e scoscesi dirupi, formando le vaghissime cascate dette di sopra; ed attraversando le contrade di Bugnara, Solmona, Pratola e Roccasale sbocca nell'Aterno presso il sito della distrutta Corfinio.

Tutto di alluvione presentasi il terreno della piana di Valva, che dalla confluenza del Gizzio nell'Aterno si stende di là di S. Cosmo; e le rocce che si elevano nelle contrade di Vittorito, Raiano e Prezza, racchiudono strati di calcarea ondulata ed inclinata, qua e là interpolata di petruzze silicee e di sostanze organiche. Contengono alcune depositi di sabbia e di argilla grigia tenace e duttile, e quelle di Raiano danno fuori polle di acqua solfurea. Notabile fra queste rocce è la gola detta Forca Carosa, dove in ciascun anno non manca quasi chi vi perda la vita, pe’ venti opposti che vi soffiano, e che muovono turbini letali a chi l'attraversa nel verno (680).

La descritta regione, cinta intorno intorno da alti monti, coverti di neve nella maggior parte dell’anno, fu contraddistinta dagli antichi come la più rigida d’Italia. Orazio nominò freddo peligno un freddo straordinario (681), e la gelida Sulmona è ricordata da Ovidio e Silio Italico (682). Nondimeno in mezzo a questi aspri e nevosi monti una deliziosa vallata si apre dalle gole del Piano di Cinquemiglia fin oltre il sito della distrutta Corfinio, nella quale si ammira la più rigogliosa vegetazione. Tutta la piana di Solmona, che ha almeno dieci miglia di diametro, dalla falda di Pettorano al gorgo di Popoli, e da' colli di Pacentro a quelli di Cocullo, è fertilissima e verdeggiante, irrigata come è dalle acque de' detti fiumi e da altri rivoli e fonti; ed a ragione Ovidio, senza mentire le lodi della sua terra natale, lodava la propria regione, sempre lieta di verdeggianti erbe, come terra grata a Cerere, Bacco e Pallade, e come salubre per le irrigue sorgenti che la bagnavano (683). Ubertose e liete di svariate produzioni rendono le campagne solmontine il Gizzio soprattutto e il Sagittario, ma dannoso alle campagne che attraversa è il Velia, innominato al pari degli altri negli antichi tempi (684). Nasce da varii rivoli appiè delle gelide creste di Monto Amaro, ch’è il giogo più eminente della Majella, e si trasforma in torrente per le piogge e le disciolte nevi di quell’ampia catena; le quali tostoché mancano, s’impoverisce di acque, e quasi si dissecca. Non ha stabile letto, e quando ingrossa colle acque non sue produce molti guasti, svellendo alberi, e spiantando orti, vigneti ed altre piantagioni che stanno lungo le sue glareose sponde. Una viva descrizione ce ne ha lasciato Ovidio ne' suoi versi, che la Musa inspiravagli nell’atto appunto di una delle solite inondazioni di quel torrente (685). Dice il poeta ch'era un fiume di poco nome; ma che accresciuto dalle sciolte nevi e dalle acque piovane, correva dannoso in variabile letto al bestiame, e più dannevole a' campi. Tali sono le naturali condizioni della Regione Peligna. Or passeremo a dire dell’origine de' popoli che ne' più remoti tempi l’abitarono.

II. I Peligni, primi abitatori noti di questa contrada, non diversamente da popoli confinanti, furono secondo Strabone di razza sannitica (686). E col geografo accordasi anche Ovidio, che ben doveva conoscere le origini nazionali, nel dire i Peligni prole de' Sabini (687), perché furono questi i protoparenti Sanniti. Ma secondo altre tradizioni provenivano dall’Illirio, e da un Pelico, nipote di Volsino re loro, ebbero il nome (688). Un celebre critico non pertanto più dell’origine sabina de' Peligni si persuase che dell’illirica (689): e veramente, ove si riguardi alle strette relazioni di questi popoli co’ Sanniti non meno che al lor comune idioma, che fu indubitatamente l'osco, sembra da preferirsi la prima all’altra tradizione. Se non che, l'origine che lo stesso Ovidio attribuisce a Sulmona, che dice fondata da un Solimo frigio (690), e di cui conviene del pari Silio Italico, il quale assegna al suo fondatore un’origine dardana (691), par che confermi la tradizione che Festo attingeva da più antichi scrittori. Il perché parvemi dapprima che i due poeti, o la volgar fama da essi seguita, confondessero la Dardania illirica con quella delizia minore, una regione che solo l’Adriatico divide dalle nostre contrade, con una contrada da esse molto lontana e remota; e mi accordava in questo con un patrio archeologo, il quale non dubitò che la tradizione del grammatico latino accennasse alla Dardania Illirica, nella quale tenne per certo che cercar si dovesse l'origine primitiva de' Peligni (692). E tanto più mi persuadeva che l’uno coll'altro paese si confondesse da' due poeti, perché nella Daunia, dove fu un tempo la città di Bardano (693), e nella quale Plinio pose gli antichi Dardi distrutti da Diomede (694), vi fu secondo le antiche tradizioni passaggio di Dardani illirici, del pari che nella Peucezia, dove si stabilì la gente de' Pedicoli, originati egualmente da que’ popoli (695). Ma una testimonianza di Erodoto ci addita la vera origine de' Frigi.) abitatori antichissimi della regione peligna. Dice lo storico che i Brigi prossimi a' Macedoni presero il nome di Frigi quando passarono nell’Asia (696). Se i Brigi dell’Europa passassero nell’Asia, o se piuttosto i Frigi dell'Asia in Europa, come più facilmente mi persuado, lascio ad altri il conghietturarlo. Certo è che Strabone ricorda i Brigi tra i più antichi abitatori dell’Illirio, dopo i Partini e i Taulanzii, popoli una volta potentissimi, distrutti poi dalle guerre intestine e dalla potenza de' Macedoni e Romani (697). Stefano Bizantino nomina altresì due città, le quali ci sembrano una città stessa, Brigia e Brigio, e che presero il nome di Brigi Macedoni prossimi all’Illirio (698). Apollonio parla delle isole Brigeidi nell'Adriatico sacre a Diana, così dette da' Brigi a cui si appartenevano, e che abitavano sull’opposta spiaggia (699). Questi medesimi popoli in fine, che un antico poeta dice combattuti da Ulisse che guidava i Tesproti (700), Scimno Chio descrive tra popoli illirici, situandoli sotto la regione degli Enchelei (701). Questi Brigi adunque, come più vicini, son da credere passati ad abitare la regione peligna, non i Frigi dell'Asia minore. Che se Erodoto e i citati scrittori li nominarono Brigi, ed Ovidio Frigi, sotto i due diversi nomi si addita un popolo stesso, essendo noto che i Macedoni dicevano Bilippo e Balacro per Filippo e Falacro, e simili (702). Ammettendosi del resto il passaggio di popoli illirici nella regione peligna, non si contraddice all’origine sabellica degli antichi abitatori di essa, poiché gli Umbri padri de' Sabini furono illirici, e i Sabini stessi traggono per altri la loro origine dà Macedoni (703); così che la tradizione di Festo sembra potersi ammettere come storica, e l’ammettono in fatti alcuni moderni scrittori (704). E la ragione stessa, dice in fine un celebre geografo, persuade che i Peligni derivassero dall’Illirio, perciocché i Liburni dal medesimo paese passarono ad occupare l'Agro Palmense (705). Or alle remotissime migrazioni di questi Brigi o Frigi illirici egli sembra da riferire i favolosi racconti degli antichi sulla venuta di Enea in Italia. Uomini dottissimi, il Bochart, il Cluverio, il Niebuhr e il nostro incomparabile Vico, con ragioni diverse negarono, o cercarono spiegare questa tradizione. Un celebre critico (706) ancora non dubitò che l’identità del nome degli Eneti della Paflagonia e di quelli che abitavano la spiaggia dell'Adriatico porse occasione agli antichi, quando erano in voga le origini trojane di Roma e di altre antichissime città italiche, di accreditar quella favola, che Strabone trovava nella sua età diffusa nelle popolari credenze (707), e che già prima, senza dire degli scrittori del secolo di Augusto, altri antichi avevano sostenuta (708). Nella venuta di Antenore in Italia, di cui Elio Largo, coetaneo di Ovidio, aveva scritto un poema (709), e di cui può vedersi l'Itinerario nell'autore della progenie di Augusto, non mi par di vedere che un passaggio d’Illirici sulla costa dell'Adriatico; perciocché in fatti ad un illirico condottiere si attribuiva il nome dell’Enezia o Venezia (710), bagnata dal Po, dall'Adige e la Brenta, ed apprendiamo da Erodoto che gli Eneti erano originarii dell’Illirio (711). Scrive inoltre Polibio che i Veneti, gli stessi che gli Eneti, distinti dallo storico come popolo antichissimo, erano simili ne' costumi e nel culto de' Celti, comunque parlassero un diverso linguaggio (712): ma, oltreché questa diversità é forse da intendere de' loro dialetti, non par dubbio che fossero d’una medesima stirpe dalla favolosa genealogia di Appiano (713). E notabile del resto che Tiberio, dovendo partire per Villino, andava a consultare l’oracolo di Gerione presso Padova, e traeva le sorti nella fontana di Apono (714) presso quella città che volevasi fondata da Antenore; di Gerione, il quale non ebbe dominio, secondo i meno antichi mitografi nell’Iberia, o nell'isola Eritia, ma sì bene sul continente presso Ambrati a e gli Anfilochi (715), in vicinanza degl’Illirici. Ma se non dubitiamo che i Frigi illirici ebbero la lor parte alla popolazione primitiva della Regione Peligna, come di altre contrade dell'Italia, siam poi lontani dal credere che pigliasser nome da Pelicio; giacché Pelicii veramente, secondo l’etimologia di Festo, e non Peligni si sarebbero detti.

Ma da qual parte, o da quali città dell'Illirio movessero i popoli di questa regione che in tempi fuori dubbio molto remoti si stanziarono tra' Peligni non dice la storia; e nel silenzio degli antichi è forse da credere che si partissero Ai Petto, antica città de' Dassareti rammentata da Asinio Quadrato, autore della Chiliade Romana e da altri più noti scrittori (716). L’analogia ch'è tra i gentile Pelino della detta città e il nome Peligni fonderebbe con qualche verisimiglianza questa conghiettura, e la ricerca sulla ignota derivazione del nome di questi nostri popoli ci condurrà per altra via a rinvenire in quel paese buona parte, se non tutta, dell’antichissima popolazione peligna, ove esser non possa di alcun valore, e per me lo è di molto, l'analogia delle vecchie denominazioni delle città, delle regioni e de' popoli,quando soprattutto è confortata dalle testimonianze della storia, per inferirne la derivazione degli uni dagli altri.

Poiché gli antichi non ci spiegarono l'origine del nome de' Peligni, i patrii scrittori non han mancato con diverse conghietture di rintracciarla. Ed uno di questi scrittori, al quale non mancò il nobile desiderio d’illustrare secondo sua possa le patrie antichità, avvisandosi che le antiche regioni pigliarono il lor nome dalle metropoli, stimò verisimile che quella de' Peligni fosse stata o qualche città già distrutta innanzi a' tempi storici, o pur l’antica Palenum, della quale poi non rimase che la piccola terra di Palena) sospettando altresì, ma non so se con ragione, che il luogo della contrada che descriviamo ora detto S. Pelino, fu l’antica Pelino, capitale de' Peligni (717). Ma non da una città primaria di questo nome, che impossibile riesce alla geografia ed alla storia d’indicare in questa contrada, sì bene dalla lutulenta natura del suolo peligno, e soprattutto dell’amena vallata di Solmona, parve ad un altro scrittore che derivar si dovesse il nome di questi popoli (718). Ingegnosa per certo sarebbe da riputar questa etimologia, se greca fosse stata l’origine de' Peligni, o se qualche greca popolazione si fosse stabilita nella loro contrada, perciocché ai Greci appunto πηλινος significò lutulento e fangoso. Per la qual cosa, senza dipartirci dalle già addotte testimonianze circa l’origine illirica de' Peligni, e i Brigi o Frigia illirici anch'essi, che Ovidio e Silio Italico danno per fondatori di una delle celebri città peligne, al lor paese ci dobbiam rivolgere per rintracciarla.

Nella lingua macedone e tessala πελα significò roccia o pietra (719), e da questa radice un dotto geografo deriva non pure il nome di Peligni, ma quello ancora di Fella, Pelio e Pellene, di Pelasgi (gli uomini dell’antica roccia, i costruttori in pietra), e di molti altri luoghi e popoli dell’Illirio insieme e della Macedonia (720). Se a questa medesima origine e significazione, anziché al dio Beleno o Belino, come un dotto archeologo si persuase (721), ossia Apollo o il Sole, che fu adorato, come è noto da' monumenti, ad Aquileia, dagli Armorici (722) e nel Norico (723), sia da riferire il culto della dea Pelina, comune a' Peligni e a' Frentani, come ne fanno fede i marmi, non so positivamente affermare. Certo è che i Peligni adorarono ancora Giove Paleno o Pelino, e nella Ftiotide, parte della Tessaglia, dove la storia riconosce i più antichi Pelasgi, fu la città di Pelinna (724), la stessa, a giudizio di alcuni, che Pelinneo, di cui parlano Livio, Strabone ed altri antichi scrittori (725). Nel nome di alcuni popoli e città ancora della Macedonia insieme e della Tessaglia occorre la voce radicale πελη, ο πελα (726), ε Pelinneo fu anche detto un monte altissimo nell’isola di Chio (727); ed è però verisimile che Illirici, i quali per queste comuni denominazioni par che un linguaggio stesso parlavano co' vicini Macedoni e Pelasgi Tessali, quel nome applicassero alle alte rocce della regione in cui si stanziarono, di cui espressero il culto nella Dea Pelina e in Giove Pelino, o Montano (lo stesso che Zeus ), come presso a poco il maggiore de' numi nominavasi nell’isola di Chio (728): così che questi nostri popoli dalla primitiva appellazione di Pelinni, o di abitatori di montuose contrade, in processo di tempo per la mutata pronunzia furon detti Peligni.

Ma per dire dell’indole e delle vicende de' Peligni, parlando Strabone de' popoli di schiatta sannitica, dice che tutti erano pieni di coraggio, tutti più volte diedero pruove del loro valore a' Romani, dapprima come nemici, poscia come alleati, e da ultimo allorché avendo indarno domandato di partecipare ai dritti de' popoli autonomi e di cittadini romani, contro di essi si ribellarono ed accesero la Guerra Marsica (729). Senza togliere questo vanto a' Vestini, a Marrucini, a’ Marsi, ed a’ Frentani, popoli anch'essi battaglieri e valorosi, egli sembra che i Peligni questi altri popoli vincessero al paragone nel valore guerresco. Silio Italico, rimembrando i nostri popoli che contro Annibale combattettero, contraddistinse i Peligni coll’aggiunto di coraggiosi (730), ed a cagione del loro valore è da credere che fu scelta la lor capitale Corfinio come centro della Guerra Sociale. Alleati del resto de' Sanniti nel cominciare delle lunghe guerre che questi popoli sostennero contro i Romani (731), nella seconda guerra sannitica, combattuta nell’anno 315, furono neutrali, perciocché non si opposero agli eserciti Romani che passarono pel lor territorio (732). Ma dichiaratisi di bel nuovo in pro de' Sanniti, ripigliarono nel 449 di unita a Marsi le armi, e furono co' loro alleati disfatti dal console Fabio (733). Dopo che Publio Sempronio ebbe sottomessi gli Equi e diroccate quaranta delle loro città, conchiusero i Peligni in quell’anno un trattato con Roma, come gli altri popoli confinanti, i Riarsi, i Marrucini e i Frentani. Se le espressioni di Diodorio Sicolo e di Livio non c’ingannano, fu questo dal canto di Roma un trattato di protezione (734); ma sarebbe difficile affermare che v’ebbe eguaglianza di dritti. I Peligni si erano prima ribellati; il timore della strage degli Equi li consigliò a dimandar l’alleanza, e par che non sia da dubitare che Roma ne imponesse le condizioni e le leggi a suo piacimento (735). Lo stesso Diodoro scrive del resto che quando già furono sconfitti da' Romani, i vincitori tolsero loro le terre (736). Se i Romani s'impadronirono delle terre de' Peligni, come poi essi chiesero l’alleanza? Il perché è da credere che ciò avvenisse ad una parte de' Peligni; ed a questi popoli stessi è da riferire per avventura ciò che lo storico soggiugne, che fu cioè concessa la romana cittadinanza a quelli che seguiron le parti de' Romani. Certo è che in tempi posteriori alla conchiusione del trattato erano i Peligni di unita a’ Marsi federati de' Romani; perciocché quando nel 457 furono i Sanniti disfatti da Decio nell’Etruria, i superstiti a quella guerra che fuggivano davanti anemici, vennero tagliati a pezzi da' Peligni, non sì tosto arrivarono nel lor territorio (737). Nella spedizione di Scipione contro Cartagine, promettendo gli altri popoli italici soccorsi d’ogni maniera, di armi, di navi, di vettovaglie e di uomini, molti de' Peligni volenterosi diedero il lor nome per l'armamento della flotta (738). Ribellatisi in fine con gli altri nostri popoli contro i Romani nella Guerra Marsica, furon domi da Sulpicio Galba (739), e ricevuti in fede da Gneo Pompeo (740). E poiché ebbero ottenuta nel 666 la romana cittadinanza per effetto della legge Pompeia, furono ascritti alla TRIBÙ SERGIA, come raccogliesi da Cicerone e da' marmi (741),

IV. – 1. SUPEREQUO (Superaequum)

Cominciando a descrivere le poche città de' Peligni note all'antica geografia dalla parte ove la loro regione confinava colla Marsia e l’agro de' Vestini lungo l'Eterno, incontriamo Superequo. Plinio rammentò gli abitatori di essa col nome di Superequani (742), così detti dalla lor situazione, per esser posti sulla pianura (super aequum) rispetto a Corfiniensi e Sulmonensi, i quali occupavano un piano declive, non perché abitavano al di sopra degli Equi, come si avvisarono alcuni patrii scrittori (743). Niente altro ci è noto di questi popoli, che facevan parte della federazione peligna, se non che una porzione del loro territorio fu assegnata ad una colonia romana, come si ha da credere, per ordine di Augusto, giacché l’agro ne fu diviso a' Veterani (744). Nella seguente epigrafe, dell’anno 271, si ha memoria di L. Vibio Severo, Patrono della città de' Superequani, e di altri popoli vicini, il quale per l’onore dell'edilità conferito al figliuolo L. Vibio, diede uno spettacolo di caccia in onore della dea Pelina (745):

L. VIBIVS SEVERVS ÆDILIS IIII VIR QQ.

SPLENDIDVS. EQ. ROMAN. PATRONVS CIVITATIS

SVPERÆQVANORVM. ITEM PATRONVS CIVITATIS

ANXATIVM FRENTANORVM ET PELTVINA

TIVM VESTIN. HIC OB HONOREM ÆDILITATIS

L. VIBII FILII SVI EQ. R. AD DEAM PELINAM

PRIMVS HVIC LOCO VENATIONEM EDIDIT

DEINCEPS LVDOS SOLEMNES L. VIBIVS NE

POS FILIVS ÆD. IV. VIR. I. D. EQ. ROM. PATRO

NVS CIVITATIS ORDONEN, OB NOMEN

FRATRIS SVI TITVLVM PVBLICE

DICAVIT AVRELIANO AVG. ET BASSO II COSS.

XVI KAL. IVN.

Quest'altra iscrizione ci ricorda un altro Patrono de' Superequani in Q. Parto Gemino, il quale con una non insolita acclamazione è detto primo Senatore Peligno (746):

Q. VARIO Q. F.

GEMINO

LEG. DIVI. AVG. II.

PRO COS. PR. TR. PL.

Q. QVAESIT. IVDIC.

PRAEF. FRVM. DAND

X. VIR. STL. IVDIC.

CVRATORI AEDIVM SACR.

MONVMENTORVM QVE PVBLIC.

TVENDORVM.

IS PRIMVS OMNIVM PELIGN. SENATOR

FACTVS EST ET EOS HONORES GESSIT

SVPERAEQVANI PVBLICE

PATRONO.

L’addotta epigrafe fu rinvenuta presso Castelvecchio, a breve distanza dall’Aterno, e propriamente nella pianura di Macrana, dove non pochi avanzi di mura, di rovinali edifizii e sepolcri furono già osservati, e si è riconosciuto il sito dell’antico Subequo (747). Il nome di Subrequo o Subequo che tuttavia rimane a quella terra ed alla prossima valle, non fanno altresì dubitare ch'ivi sorgesse la detta città de' Peligni (748).

2. ARCO DI LIVIA AUGUSTA

Alla stretta gola di Forca Carosa, nel confine de' Peligni e de' Marsi, innalzarono i Superequani un Arco laterizio a Livia Augusta. Di quest'Arco, posto sulla Via Faleria, è memoria nella vita di S. Rufino (749); ma non ne rimaneva vestigio a' tempi del Febonio. In Castelvecchio Subequo leggesi la seguente iscrizione dedicata a Livia, di cui vedevasi l'effigie sul marmo, e che lo storico de' Marsi credè a ragione trasportata dall'Arco sul quale fu eretta (750):

LIVIAE DRVSI F,

AVGVSTAE

MAIRI CAESARtS ET

DRVSI GERMANIC

SVPERAEQVAM PVRLICE

L’agro circostante all'angusto passo di Forca Carosa dicevasi alt Arco sino al tempo del citato storico.

3. STATULAE (Statulae)

Uscendo dall’arco di Livia) a VII miglia antiche in qua da Corfinio, sorgeva questo villaggio de' Peligni, che diè il nome ad una mansione della Via Valeria) sulla quale era posto (751). Sconosciuta è l’origine del suo nome. Il Febonio lesse Stabulai nella citata Tavola; ma ciò non ostante non siam sicuri della sua vera lezione. Non par dubbio nondimeno, a giudicarne dall'indicata distanza e da alcuni ruderi, che sorgesse presso Goriano Sicolo, su gli aspri gioghi della regione, per dove passava la detta via, ed oggi si batte la strada tra Forca Carosa e Pentima. E collo storico de' Marsi si accorda l’annotatore del Cluverio, il quale ne pose il sito sulla sommità del colle ed allo svolgimento della Valeria che menava a Corfinio (752). Le non poche vestigie del resto, gli avanzi di mura ed una iscrizione rinvenuta ad un miglio al di là di Goriano fanno credere che quel villaggio fosse stato di qualche importanza. La detta iscrizione è la seguente (753);

4. CUCULO (K8κολον, Cuculum)

Il solo Strabone ci lasciò memoria di quest’oppido peligno, che sorgeva dappresso alla Via Valeria (754), e propriamente sulla catena de' monti che divideva i Peligni da' Marsi né altro possiam dirne, se non che conserva il suo nome nell'odierno villaggio di Cocullo dove un dotto viaggiatore ravvisò vestigli di antichità (755).

5. CORFINIO (Κορφινιον, Corfinium)

Fra le città de' Peligni più insigne senza dubbio fu Corfinio che ne fu la metropoli, e diè il nome ad uno de' popoli della comune federazione (756): città cospicua ed importante quanto altra mai de' Peligni non solo, ma de' nostri antichi popoli altresì, o che si riguardi la sua nobile posizione e le insuperabili fortezze che la difendevano, che l’ampiezza si consideri delle sue mura e del suo territorio. Non vi è traccia della sua origine, né sappiamo indicare, neppure per conghiettura, onde fosse denominata (757). Oscure ancora ne sono le vicende de' tempi più antichi, e la prima sua rimembranza storica non oltrepassa l’epoca de' Gracchi. Scrive Frontino, che l’agro di questa città fu assegnato ad una Colonia romana in virtù della legge Sempronia (758); e però sembra che C. Sempronio Gracco fu autore che vi si deducesse questa colonia allorché le leggi agrarie de' Tribuni popolari tenevano agitata Roma (759). Una pruova non dubbia della importanza di Corfinio si ha da questo, che, scoppiata nel 663 la Guerra Marsica o Sociale, gl'Italici confederati vi posero non solo la sede de' publici concilii, ma l’asilo ancora della loro libertà contro i Romani, per essere questa città abitata da popoli fortissimi e bellicosi, e molto popolata inoltre e ben fortificata. Si stabilì allora che Corfinio fosse invece di Roma la metropoli di tutti gl’Italiani, e centro della guerra (760).

Le imposero perciò il nuovo nome d’lTALIA,come è manifesto dalle monete di quella celebre federazione, espressa nel sacrificio d'una porca, e coll’epigrafe osca retrograda VITELIA o VITLIA, ed anche VITELIV o VITELIVD, o colla latina ITALIA (761), col qual nome trovasi anche detta dal più. degli antichi scrittori (762). Oltre le cose, dice Diodoro Sicolo, che stabiliscono una grande città, e ne assicurano l’imperio, vi costruirono gl'Italici alleati un Foro amplissimo ed una Curia, ed un immenso deposito vi formarono di ogni cosa bisognevole alla guerra, con un gran tesoro e gran copia di vettovaglie; tutto in somma vi ordinarono e disposero che necessario fosse ad una grande città non solo, ma ad una grande metropoli eziandio di un nuovo Stato. Corfinio venne allora in tanta eccellenza, che ottenne il nome di Colofone (763), ovvero, come noi ora diremmo, Belvedere.

Nella guerra combattuta tra Cesare e Pompeo, Corfinio accolse non solo i Romani Senatori e Cavalieri, che trovar non potettero un asilo più sicuro di questo contro Cesare, ma tutte le legioni ancora che difendevano contro di lui la romana libertà. Questa città, difesa da forti muraglie (764), si tenne allora per Pompeo da Domizio Enobarbo, e in essa erano raccolte non meno di trenta coorti (765), cioè 12,600 uomini. Veggasi da questo la fortezza ed ampiezza di questa città nostra! Quando Ottavio ebbe trionfato ad Azzio de' suoi rivali, divise Pagro di Corfinio ad un’altra colonia militare, come leggesi anche in Frontino (766), e durò in questo stato infino a che altramente non si mutarono le sorti d'Italia. Della condizione di colonia di questa celebre città ci rimase chiara rimembranza nel seguente nobile marmo rinvenuto nella contrada di S. Pancrazio, ne' confini di Rajano e Pratola, ed illustrato con rara dottrina da un nostro ch. Archeologo (767):

D. M.

P. MAMMIO P. F. AVFIDIO. PRISCINO. CORFINIENSIVM PATRONO INDVLGENTISSIMO

PONTIFICI. CVRATORI, KALENDAR, REI. PVBLIC. AEDIL. PRAEF. IIIVIR. INIVIR. 1. D.

HVIVS. PROPTER. MORVM GRAVEM, PATIENTIAM. MAXIMAMQVE, VERECVNDIAM

SPLENDIDISSIMVS, ORDO. CONSENTIENTE. POPVLO. TABVLAS. PATROCINALES. AHENEAS

LIBERISQ. EIVS. OFFERRI. CENSVERVNT. QUI ACCEPTO. HONORE, STATIM

SPLENDIDISSIMVM. ORDINEM. LIBEROS ET CONIVGES EORVM. SED. ET. POPVLVM PVBLIC

EPVLANTES MAXIMO CVM GAVDIO EXHILARAVIT. HVIVS OB MERITA

ORDO POPVLVSQVE CORFINIENSIVM

REMVNERANDAM ADFECTIONEM QUEM IN SINGVLOS VNIVERSOSQVE CIVES SVOS EXHIBVIT

LIBERISQVE EIVS EQVESTRIS DIGNITATIS. PVERIS EX PECVNIA PVBLICA PONI CENSVERVNT.

CVIVS OB DEDICATIONEM OBTVLIT, DECVRIONIBVS ET VNIVERSO POPVLO HS. LIML NVMMVM

QUAE MAMMIANA VOCENTVR. EX CVIVS SVMMAE VSVRIS DIE NATALIS EJVS, VII. IDVS FEBRAR

DIVISIONEM PERCIPERE POSSINT. QUOD SI DIE PRAESTITVTO CONDICIONI PARITYM NON FVERIT

TVNC EIVS DIEI DIVISIO AD SVLMONENSIVM CIVITATEM PERTINERE DEBEBIT. ITEM DEDIT

DECVRIONIBVS DISCVMBENTIBVS. ET LIBERIS EORVM SINGVL, HS. XXX NVMMOS SEVIR. AVGVSTAL

VESCENT, SINGVL. XX. NVMM. PLEBEI VNIVERSAE. EPVLANTIBVS, SINGVLIS. HS. VIII NVMMOS L. DDD.

Poiché questa nobile epigrafe ci ha serbato memoria dello Splendidissimo Ordine e del Popolo Corfiniense non meno che de' Seviri Augustali, e dell’Eguestre dignità che v’ebbero alcuni illustri cittadini, si dilungò dal vero chi sostenne essere stata Corfinio una Prefettura (768). I mentovati uffizii ed onoranze non si accordavano con sì fatta condizione, e l'Ordine e il Popolo accennano senza dubbio a quello di Colonia. Nel seguente titolo sepolcrale (769) del resto, che non ci è pervenuto intero, è menzione del municipio corfiniense, non già nel significato proprio di Municipio, sì bene in quello ch'ebbe dopo la Legge Giulia, quando accennava agli eguali dritti che i coloni avevano co' cittadini romani, e non era perciò diverso da quello di Colonia (770):

..……………………………..……………..

NIGRI. ANNOS. XXVIII. VNI

NVPTA. VIRO. SVMMA. CVM

CONCORDIA. AD. VLTIMVM

DIEM. PERVENIT. TRES. EX EO

SVPERSTITES. RELIQVID. LIBEROS

VNVM. MAXIMIS. MUNICIPI HONORIB

IVDICIIS. AVGVST. CAESARIS. VSVM

ALTERVM. CASTRESIBVS. EIVSDEM

CAESARIS. AVGVST. SVMMIS. FVN

………………………………………………...

Quest’altra epigrafe del tempo di Trajano ci. mostra in un personaggio della famosa gente Cornelia il Patrono de' Corfiniensi, al quale fu innalzata una statua (771):

SER. CORNELIO

SER. F. P. NEP. P. PRO

NEP. P. AΒΝΕΡΟΤΙ

DOLABELLAE. METILLIANO

ΡΟΜΡΕΙΟ. MARCELLINO

III. VIR. A. A. A. F. F.

SALIO. PALAT. QVAESTOR

DIVI. TRAIANI. PARTHICI

SEVIR. EQVIT. ROM. TVRM

III. PR. COS. FLAM. QVIR

CORFINIENSES. PVBLICE. PATRONO

I monumenti epigrafici rinvenuti tra le rovine di Corfinio, e che ci serban memoria de' molti templi che vi sorgevano, dimostrano oltre alle testimonianze della storia che fu città ampia e popolosa. Apparisce dal seguente marmo ch’ebbero i Corfiniensi un Tempietto sacro a Giove Luccio, o Liceo (772):

RESPVBLICA. POPVLVSQVE

CORFINIENSIS

SACELLVM LYCEIVM. VETVSTATE

DELAPSVM. ADIECTIS. BASILICIS

SVA. PECVNIA. RESTIT

Questo piccolo tempio, restaurato da' Corfiniensi, che vi aggiunsero le basiliche, sorgeva per avventura nel sito stesso della chiesa di S. Venanzio presso Rajano, dove l’addotta iscrizione fu discoperta. Quest’altra epigrafe ci rammenta il culto in Corfinio del dio Libero Panico (773), ossia Bacco (774):

LIBERO

PANTHEO

SACR.

I Corfiniensi adorarono ancora Minerva, come è chiaro da quest’altro marmo (775):

MINERVAE. SACRVM

C. DECIMIVS

COMMUNIS. LIB

VITALIS

COLLEGIO. FABR

DEDIT.

Ottenne ancora particolar culto in questa città Iside Vincitrice, figurala nel marmo che ne ha serbato ricordanza sotto la forma d’una donzella alata, che ha un piede sopra un globo, con nella destra un elmo, e nella sinistra un ramo d'alloro (776):

ISI. VICTRICI SACR.

C. PONTIVS. C. L.

FIDELIS. SEVIR. AVG

EX IMP.

Sorgeva infine in Corfinio un Tempio comune a Cibele Attino e Bellona,come raccogliesi dalla seguente iscrizione (777), che serbò la memoria del Sacerdote Mario Faretra,il quale innalzò un ara ad Attino, e pose nel Tempio una Luna di argento, non meno che della sacerdotessa Accade Prima, la quale restaurò le statue di Cibele e Bellona, e indorò la chioma ad Attino, ossia il Sole,sotto il qual nome era adorato da' Frigi (778);

ATTINI. ARAM

LVNAM. ARGENT

POSVIT. P. MARIVS

PHARETRA. SACER

ACCADE. PRIMA

MINISTRA. MATRIS

MAGNAE. MATREM

REFECIT. MAGNAM

ET. INAVRAVIT. ET

ATTINI. COMAM. IN

AVRAVIT. ET BELL

LONAM. REFECIT

Famoso tra le opere pubbliche de' nostri antichi è l’acquidotto Corfiniensi, pel quale trasportarono nella loro città le acque dell'Aterno, traforando le viscere di un monte. C. Alfio Massimo, sollecito di giovare con opera utile e duratura i propri concittadini, lasciava in legato a L. Perennio Rufo il danaro occorrente per questa grand’opera, e fu in fatti aperta una parte del cunicolo, come è manifesto dalla seguente epigrafe, ora nella torre della chiesa di S. Pelino (779):

C. ALFIVS. T. F. MAXIMVS

PECVNIAM. LEGAVIT. L.

PERENNIO. C. F. RVFO. IS.

AEDEM. PODIVM. CRYPTAE

PARTEM. FACIVNDA. CVRAVIT

PROBAVITQ.

I Corfiniensi compirono dipoi questo celebre acquidotto, e che lo restaurassero a pubbliche spese si apprende da quest’altro marmo che vedesi accanto alla porta di S. Giovanni di Pentima (780):

RESPVBLICA

POPVLVSQVE. CORFINI

ENSIS. FORMAM. AQVAE

DVCTVS. VETVSTATE

CORRVPTAM. D. D. REFECIT

Il mentovato acquidotto, un tempo noto sotto il nome di Forma di Rajano (781), ora è detto Canale di S. Venanzio, perché sovrasta alla valle di questo nome. Prende l’acqua dell’eterno nel territorio di Castelvecchio Subequo, e dopo aver corso per breve tratto allo scoverto, s’ imbocca in un cunicolo aperto nel monte di Rajano, di quasi tre miglia di lunghezza. Uscendo dalla viva roccia dividesi in più rami, ed in vece di giugnere, come un tempo, nel sito della distrutta Corino, inaffia le campagne de' Rajanesi. — Un altro non men celebre acquidotto trasportava le acque del Sagittario alla città. I Corfiniensi lo aprirono dove le acque di questo fiume giungono al monte Cerrano o di S. Cosmo. Non era lungo meno di 900 palmi, largo p. 7, ed alto p. 9. Al principio del corrente secolo si è restaurata la parte rovinata di questo antico canale che con gran vantaggio de' Solmonesi inaffia le sottoposte pianure.

Questa celebre città si mantenne nella sua floridezza insino a' tempi di Gioviano Imperatore. Se non c’inganna uno scrittore del medio evo, nel 462 vi risedeva il Preside della Provincia Cornicolario (782). In sul cadere del VII secolo, allorché era già decorata di cattedra vescovile, ed era uno de' più celebri Gastaldati sotto i Longobardi, aveva già mutato l'antico nome in quello di Balba o Valva (783), che uno scrittore ripete dalle due gole che chiudono la pianura peligna, cinta di monti altissimi (784),ma che altri derivano, e forse con più di ragione, dalle due magnifiche porte che ne rimanevano a quell'età (785). Nondimeno in un Cronista del X secolo è detta Corfinio (786). — Quanto alla sua situazione, abbiam detto colla testimonianza di Cesare che sorgeva a VII miglia antiche da Solmona. E noto ancora da Strabone che distava XXIV stadii, o tre miglia odierne, dal ponte sull'Aterno (787). Or le additate distanze tra le rovine tuttora superstiti, il detto ponte e la città di Solmona, ci additano il sito dell'antica Corfinio presso la terra di Pentima (788), e propriamente nel luogo detto la Civita. L’area occupata dalla città fu riconosciuta da un dotto viaggiatore per un gran tratto della Via Valeria che la traversava, lungo il quale osservò molti sepolcri. I vestigli delle sue mura di pietre macigne senza cemento ci additano ancora l'ampiezza di questa città. Oltre a varii condotti che v'introducevano, come abbiam detto, le acque dell'Aterno e del Sagittario, si sono in quel sito osservati i pavimenti delle sue vie, colonne, gemme incise, elmi con altri preziosi monumenti, e a crederne un patrio scrittore, gli avanzi altresì dell'Anfiteatro, delle Terme e delle basiliche (789); e più ancora vi si troverebbe, se le rovine di sì illustre città non fossero servite a edificare la celebre Badia de' Celestini, e la Cattedrale valvense, la quale sembra che si ergesse nel silo della rocca dell'antica Corfinio (790).

6. SULMONA (Σελμων, Sulmo)

Dopo VII miglia antiche da Corfinio, nella vasta pianura bagnata da' fiumi Gizzio e Velia, sorgeva Sulmona (791), altra città cospicua de' Peligni. Signoreggiava Sulmona nella terza parte dell’agro di questi popoli, come apprendiamo dal poeta che vi sortì i natali, e che ne fu il migliore ornamento, non che da Plinio che annoverò i Sulmonensi tra popoli della peligna confederazione (792).

Ragionando dell’origine de' Peligni abbiam detto che Ovidio e Silio Italico attribuirono la fondazione di quest'antica città ad un Solimo frigio, compagno dell'Eroe trojano. Avvertiva il Cluverio che questa origine favolosa, di esser doveva nella volgare tradizione de' suoi abitatori, derivò dalla somiglianza del suo nome con quello di Solimo (793), città delizia minore, posta ne' confini della Licia e della Pisidia (794). Ma poiché non tutte le antiche tradizioni sono allatto favolose, per ispiegare la già addotta sull'origine di Sulmona, abbiam notato che la confusa idea che aveasi della derivazione de' Peligni dalla Dardania illirica, fu cagione che si attribuisse ad un eroe della Dardania più nota e più celebre dell'ara minore. Una città ancora col nome stesso di Sulmona, già distrutta a tempi di Plinio, fu nel Lazio (795); e l'identità del nome di queste città antichissime fa sospettare che Illirici che si stanziarono ne' tempi remotissimi ne' monti dell’Abruzzo, si tramischiassero ancora con qualche loro tribù ai più vecchi abitatori del Lazio, e per la molto remota epoca del loro stabilimento in queste nostre contrade, non senza ragione Virgilio poneva Sulmona come più antica de' tempi trojani (796). Non crediam tuttavolta che si possa assegnare l’epoca della sua fondazione, come fece un patrio scrittore che la stabilì a 400 anni avanti la fondazione di Roma (797).

Ma per dire delle memorie certe di questa città, non ne rimane una ricordanza anteriore al tempo della seconda guerra cartaginese. Annibale, nel 542 di Roma, passò col suo esercito per Sulmona (798), ed è da supporre che non fosse allora andata esente da danni e rovine; par certo nondimeno che almanco il suo territorio andò soggetto ai guasti de' Cartaginesi, nel primo ingresso che fecero nelle nostre contrade nel 536, allorché devastarono colle regioni de' Marsi e de' Marrucini anche quella de' Peligni (799). Le sue coorti combattettero contro Annibale (800), e ne' tempi posteriori si conservò nell'amicizia ed alleanza de' Romani. Ma assai più fatale del passaggio di Annibale furono a Sulmona le armi di Silla, il quale, non ostante l’antica alleanza, fece smantellarla, dopo aver fatto morire con inudita perfidia i di lei ostaggi. Apprendiamo questo fatto da Floro (801); ed alla rovina di questa città medesima allude S. Agostino, allorché rammenta le nobili città devastate da quel barbaro, tra le quali una ne ricorda che condannò di trucidarsi a guisa di reo (802). Trentatré anni dopo, e propriamente nel 704, nella guerra tra Cesare e Pompeo, sostenne Sulmona in favore di quest'ultimo il presidio di sette coorti sotto il comando di Azio Peligno. Memori nondimeno i suoi cittadini della ingiuria di Silla, togliendosi dalle parti di Pompeo, di lui congiunto e seguace, si offerirono a Cesare, successore de' Marii, pel più celebre de' quali aveva prima parteggiato. Cesare vi spedi cinque coorti, e i Sulmonensi aprirono le porte a Marcantonio che le comandava (803). In tempi posteriori vi fu spedita una Colonia, nell’anno stesso che a Corfinio (804); e poiché, come abbiamo già detto, l’agro di questa città fu diviso a Coloni romani secondo la legge e i limiti augustei, non par dubbio che la detta Colonia occupò Sulmona dopo che Ottavio assunse il titolo di Augusto, e ch’è da annoverare fra le trentotto colonie militari da lui spedite in Italia (805). Un’altra colonia ancora vi fu dedotta nell’anno stesso che ad Esernia (806), e senza dubbio sotto Nerone, perciocché per comando di questo Imperatore fu spedita la colonia a quella città del Sannio. Furon queste le vicende di Sulmona insino a tempi romani. Ora passeremo a dire de' suoi numi, e de' pubblici edifizii che rabbellivano.

Poche lapide, e però poche memorie sopravanzano del culto di questa nobile città, abbattuta da Silla e da' frequenti tremuoti. Saturno riscuoteva da Sulmonensi particolar venerazione. Vedevasi il simulacro del nume sedente nella chiesa di S. Maria della Tomba; ed il seguente frammento di epigrafe dimostra che in suo onore non solo era eretta Vara, ma che vi si celebravano altresì le feste annuali (807):

SAT. SAC....

SATVRNALIOR...

La detta chiesa fu in origine un Tempio sacro a Giove del quale vedevasi nel secolo XVII la statua dì nobil lavoro nel chiostro degli Agostiniani. Queste due altre iscrizioni, che ora si leggono sulla parte esteriore della tribuna della Cattedrale, ci additano il culto che v'ebbero Cerere e Venere (808):

CAEIDIA II.

SACERDOS

CERERIS

ET VENERIS

DIAL. SACERDOS CERERIS.

I Sulmonensi adorarono altresì Venere Peregrina, ossia Ospitale, come apprendiamo da quest'altro marmo (809), che ci ricorda del pari il Tempio della Dea restaurato da Q. Voluseio Rabiriano e dalla matrona Voluseia:

VENERI. PEREGRINAE

Q. VOLVSEIVS. RABIRIAN

VS. ET. VOLVSEIA. MA

TRONA. OPVS. TECT. S. P

RESTITVERE.

Ebbe ancora in questa città pubblico culto la Dea Angizia, adorata specialmente da' Marsi, e ne serbò memoria il seguente epigramma (810):

FVFICIA

C. FVFICII

AMANDI

F. IVSTA

MAG.

ANGITIAE

D. D.

Ma fra tutti i templi di Sulmona il più suntuoso e magnifico fu quello dedicato a Vesta ed Apollo, e che nella luce del Cristianesimo fu poi trasformato nella Basilica dedicata all’Assunta (811). A crederne in fine lo storico di questa città, non fu priva di Anfiteatro e di Teatro, di cui indica gli avanzi fuori Porta Romana, l'uno a destra, l’altro a sinistra, e al di sotto di questi pubblici edifizii, nel sito della chiesa di S. Maria di Roncisvalle, erano anche le Terme (812).

Altri marmi letterati, rinvenuti in questa illustre città, ci rimembrano i Quatuorviri, gli Edili, magistrati municipali, non meno che l'Ordine degli Augustali e la gente Inezia, cospicua in fra i Peligni. Questi marmi, che per amore di brevità tralasciamo, può il lettore osservarli nell'egregia opera del Lupoli da noi sovente citata, e sarem paghi soltanto di addurre quello che riguarda il detto Ordine sacerdotale, istituito in Roma da Tiberio in onore di Augusto (813), e passato quindi nelle Colonie e ne' Municipii. Il detto marmo vedesi presso la porta della città detta de' buoni uomini (814), e da esso apprendiamo che i capi dell’ordine degli Augustali non erano in Sulmona più di sei:

D. M. S.

P. OCTAVIO. P. L. PARDO. SEVIR.

AVG. ET. P. OCTAVIO. ATTICIANO

FILIO. PENTISSIMO. OCTAVIA

ATTICILLA. ET. SIBI. P. OCTAVIO

P. F. EVTVCIANO. SCRI. SVL. P.

Ma in memoria del celebre poeta che fu e sarà il migliore ornamento della sua patria, ne' passati secoli e negli avvenire, non so tralasciare il seguente epigramma (815), che ci serbò memoria di un personaggio della gente Ovidia, alla quale appartenne:

L. OVIDIO. L. F. SER

VENTRIONI. TR. MIL. PRAEF

FABRVM. IIII. VIR. I. D. IIII

VIR. QVINQ. PRIMA. L. DE

SVO. FECIT. HVNC. PRIMVM

OMNIS. ORDO. MVNICIPVM

IN. LOCVM. PVBLICVM. INTVLIT

ET. SEPELIENDVM. CVRAVIT

Vedesi in fine in Solmona la quale occupa il sito stesso della città antica, una statua di OVIDIO; ma è questo un rozzo lavoro de' mezzi tempi, per l’abito clericale che si dà al poeta, e da vedervi piuttosto con un erudito viaggiatore l'immagine del traduttore delle sue Eroidi Remigio Fiorentino (816).

7. Villa d'OVIDIO

A breve distanza da Solmona si veggono appiè del Morrone, sotto la pendente rupe del Romitorio di S. Onofrio, de' ruderi di opera reticolata, che alcuni patrii scrittori, non dipartendosi dalla tradizione locale, non dubitano di riconoscere per la villa del poeta (817) che in tanta fama fe’ salirla pe’ suoi versi immortali. Nelle limpide e fresche acque che scaturiscono alle radici del Marrone uno di essi vede la famosa sorgente celebrata da Ovidio (818), e suppone nel falso piano del monte il giardino col suo laureto e 'l boschetto, come il vivajo nel Lago dell'Annunziala. Ma ascoltiamo piuttosto un dotto viaggiatore. «A circa venti minuti di cammino dalla Badia è un avanzo di costruzione romana, noto sotto il nome di Stanze di Ovidio, per una mal fondata tradizione che pone in quel sito la villa del Poeta. Sono questi ruderi molto al di sopra del livello del piano, a cavaliere d'una roccia a fianco del monte, sparsa di poche querciuole. Il principale pregio di quest'antica fabbrica consiste in una estesa e bella veduta su tutta la valle, non essendo che una terrazza, o terrapieno di considerevole ampiezza ed elevazione, coverto in tutta l’estensione di opus reticulatum. E posto di contro alla nuda roccia, e serve di base a dodici scompartimenti, o camere, ch’è da supporre servite ad uso di Terme, se vi si osservano vestigii di canali; ma le sorgenti su mentovate sgorgano alquanto in giù nel piano, e sono onorate col titolo di Fonte di Amore,poiché vi si veggono quelle ricordate dal bardo di Solmona (819)». Gli avanzi di acquidotti, osservati nello scorso secolo da chi descrisse le dette rovine per la casa di campagna di Ovidio, confermano la congettura che fossero più tosto i pubblici bagni de' Sulmonensi, che doveva lor rendere deliziosi la stessa situazione del luogo; dappoiché un ampio e vago orizzonte vi si apre alla vista, veggendosi al sud il monte di Anversa dattorno gli alti gioghi de' monti peligni, e più da lungi il gibboso Sirente, l'albeggiante Chiavano e l’erto Gran Sasso.

8. PACINO (Pacinum)

A’ già descritti luoghi abitati da' Peligni devesi aggiugnere, se non vogliam dilungarci dalla testimonianza di Festo, quest’altro, non so se città, o grossa borgata, col nome di Pacino. Il citato scrittore chiaramente ricorda gli abitatori di esso sotto il nome di Pacinali, e che annovera tra Illirici, i quali in tempi remotissimi e sconosciuti si stanziarono nella Regione peligna (820). Egli è vero che nessun altro antico, sia geografo o storico, ricorda il detto luogo, o il lor conduttore ne’ Peligni, se non vuoisi ammettere la lezione Pacinus, come hanno alcuni manoscritti, in vece di Mancinus, in Silio Italico (821), il quale confermerebbe la tradizione di Festo; ma non per questo sembra doversi escludere dalla patria topografia la città, o il popolo de' Pacinati, e nel corso di questa nostra descrizione si vedrà che di non pochi luoghi antichi de' nostri popoli appena è memoria in una sola testimonianza di classici scrittori. Nessuno de' moderni geografi di maggior grido ricorda Pacino, ed il Cluverio, avvisandosi che Festo accennasse all’origine de' Piceni, lo escluse del pari dalla topografia de' Peligni (822), dimenticando per avventura che Festo già nota altrove l’origine de' Piceni da' Sabini (823). Or non solo l’analogia del nome, ma antichi avanzi altresì guidarono un patrio scrittore a situare l’antica città o borgata de' Pacinati in Pacentro, grossa terra distante un miglio da Solmona, o alle Pacine, contrada del vicino Montereale, dove afferma vedersi reliquie di antiche muraglie, e dove si son rinvenuti sepolcri (824). Il nome di Vetuli, che tuttavia serba il luogo dell’anzidetta contrada, accenna altresì all'antica sede de' Fucinati Illirici e Peligni, e tanto più ci accostiamo al parere del detto scrittore, perché ivi presso non sono mancate epigrafi, fra le quali la seguente, posta ad una Numisma dal marito Ercolano (825):

AP. FAVST. NVMISINAE. CONIVGI

CASTISSIMAE. ET. INCOMPARABILI

ADFECTIONE. FEMINAE. CVM. QVA. VIXIT

ANN. XVII. MENS. XI. DIEB. XXV. CVIVS

DE OBSEQVIS. REFERRE. MINVS. SVPPLÈT

DOLOR. HVIC. OB. MERITA

Q. HERCVLANVS. MARITVS

VNA. CVM. PIGNERIBVS. SVIS. DE. EA. NATIS

DIS. MANIBVS. LOCVM. CONSECRAVIT.

9. Pago FABIANO (Pagus Fabianus)

De’ luoghi abitati da' Peligni noti all’antica geografia ci resta solo a parlare di questo pago o villaggio, che sorgeva fuori la Via Claudia Valeria, ad 8 miglia da Sulmona. Ce ne serbò memoria Plinio, nel ricordar l'uso di tepidare nel rigido inverno le viti, attorniandole de' rivi di un fiume freddissimo nella state (826). Oggidì l'uso di calidare i terreni è quasi generale nella vallata peligna, e soprattutto a Popoli si calidano gli ortaggi colle acque del Callisto, come a Pratola il lino con quelle del Sagittario. E poiché il naturalista attribuisce la tepidifica virtù ad un solo fiume della contrada, par che avesse voluto accennare al grosso gorgo del Callisto, così detto per avventura perché il più bello di tutti pel suo tepore iemale, e per la sua estiva freddezza. Il perché non è dubbio di riconoscere l’antico Pago Fabiano nell’odierna città di Popoli (827). Si rammenta del resto un publico Bagno aperto da' Corfiniensi in questo Pago nella seguente mutila iscrizione rinvenuta presso le rovine di esso (828):

SER. CORNELIV....

BALNEVM. SOLO....

M. ATILIVS. BRADVA....

DOLABELLAE. METILLA....

RESP. ET. POPVLVS. CORFIN....

Quest'altra ci ricorda in Gn. Zechio Faretrato un benefattore della sua patria, per avere a proprie spese restaurata una pubblica strada (829):

CN. ZECHIVS. T. F. PHARETRATVS

VTVENS. SIBI. ET. POST. AEDIFICAVIT. ET

VIAM. PVB. CVRATOR. INCVRIA. INVIAM

PRIVATO. SVMPTV. PVBLICAE. COMMODITATI

RESTITVIT.

10. Tempio di GIOVE PALENO (lovis Paleni Templum)

Alla distanza di VII miglia antiche da Sulmona sulla via Numicia, che da Corfinio menava a questa città, era una mansione,indicata nella Tavola Teodosiana col nome di Giove Paleno (830), per un Tempio eretto a questo special nume de' Peligni. Ritenendo che questi popoli si nominarono da' monti in mezzo ai quali abitavano, egli sembra che Pelino piuttosto dové dirsi questo lor Giove, come par che dimostri il culto che professarono alla dea Pelina, e che altro non significasse che Giove Montano. Ad ogni modo, il sito di questo Tempio e mansione si è riconosciuto nell'odierna terra detta Campo di Giove, sull'alto giogo della Maiella, per la quale anche oggi si passa da Solmona ad Alfldena, e ch'è distante dalla prima città sei miglia odierne, alle sette antiche corrispondenti (831). Il nome di Forca Patena sembra derivato da quell'antico Tempio, del quale si sono ravvisati i ruderi nelle vicinanze di Campo di Giove e siccome per quel luogo era diretta la via per andare da Sulmona ad Aufidena città del Sannio, senza passare il periglioso Piano di Cinquemiglia, si è creduto che intorno alla detta mansione fosse anche stata qualche radunanza di case, se non un villaggetto, per comodo de' viaggiatori (832).

11. Via Claudia Valeria, e suo ramo

Una sola strada che traversava la descritta regione ci additano gl’Itinerarii romani, cioè la Claudia Valeria. Questa strada, della quale di bel nuovo dobbiam ragionare nel descriver la Marsia, da Cerfennia, città di questa regione, menava dopo XVII miglia antiche a Corfinio, secondo l’Itinerario di Antonino. Ma la Tavola Peutingerana segna due altre mansioni tra le due città, cioè il Monte Imeo e Statule, e le distanze che segna corrispondono esattamente a quelle del primo Itinerario (833). In guisa che la Via Valeria da Cerfennia, riconosciuta a Colle Armele, saliva l’erto monte di Forca Carosa, e traversata la gola di questo monte dove fu eretto l’Arco di Livia, scendeva per Statule, o Goriano Siedo, per correre dopo sette altre miglia a Corfinio. Giunta a questa città, in vece di volgere a destra per Sulmona, o a sinistra pe’ Vestini, seguiva all’est il corso dell'Aterno, non già per l’odierno ponte di Pentima, sì bene per la collina, per giugnere ad Interpromio (834), città de' Marrucini, posta sul territorio di S. Valentino. Una città ragguardevole come Sulmona non doveva inoltre mancare di un’altra strada che la mettesse in comunicazione con gli stessi Peligni non solo, ma ancora co' popoli confinanti, e l’ebbe. Perciocché la stessa Via Valeria, giunta a Corfinio, spartivasi in due rami, uno che correva coll’eterno insino alla città dello stesso nome sulla spiaggia, detto propriamente Claudia Valeria, perché prolungato dall’Imperatore Claudio; l’altro che passava a Sulmona, e salendo il Piano di Cinquemiglia, o pel Tempio di Giove Palenio a Campo di Giove, toccava dopo XXIV miglia antiche Aufidena, città del Sannio. Questo secondo ramo della Via Valeria è chiaramente segnato ne' citati Itinerarii (835), ma senza nome particolare, che apprendiamo da Orazio e Cicerone essersi detto Via Numicia (836).


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V. REGIONE DE’ MARRUCINI

I. Corografia della Regione de' Marrucini, e sua costituzione geologica. —II. Origine di questi popoli, e loro generali vicende. —III. Topografia de' Marrucini. — 1. Interpromio. —2. Pago d’Interpromio. — 3. Teate. — 4. Pollizio. —5. Fiume Aterno. — 6. Aterno città. — 7. Corso, e termine della Via Claudia Valeria.

Al di là dell’Agro Peligni, dice Strabone, erano situati i Marrucini (837), i quali confinanti a Vestini, e tra i detti popoli e i Frentani, in angusto territorio si distendevano, dappoiché dilatavasi appena da Teate insino al mare, sulla cui spiaggia Tolomeo loro attribuisce la foce dell’Aterno (838). Vero è che alcuni moderni topografi escludono i Marrucini dalla spiaggia, dal porto e dalla città di Aterno, che o danno coll'autorità di Strabone ai Vestini (839), o seguendo Pomponio Mela e Plinio attribuiscono ai Frentani (840). Ma non ostante le precise testimonianze de' citati geografi, poiché in troppo angusto spazio i Marrucini si restringerebbero, togliendo loro una porzione della marina, sembraci preferibile l’autorità di Tolomeo, ed anche la Tavola Peutingerana segna il nome de' Marrucini dalla costa insino a’ monti (841). Naturali del resto, come per lo più, anziché politici, furono i loro confini, perciocché all’est dividevali da' Frentani il corso del fiume Foro, dalla foce alle sorgenti nelle pendici della Maiella; al sud il corso del Rasino o Rasento, che presso Tocco si unisce alla Pescara (842); all'ovest una parte del Morrone e della stessa Maiella, in cui un critico (843) ravvisa i monti marrucini, di cui parla Stazio (844), dividevali da' Peligni, e al nord il corso dell'Aterno separavali da' Vestini (845), nella parte inferiore, come abbiamo già detto, del corso di questo fiume (846). Il quale tratto di paese abbracciava appena buona parte dell’odierno Distretto di Chieti, ne' circondarii di questa città, di Bucchianico, Manoppello, S. Falentino e Caramanico.

L’Adriatico ricoprì in tempi remotissimi questa piccola regione, e che gli stessi alti gioghi della Maiella uscissero dalle acque del mare, lo dimostrano al geologo le copiose petrificazioni marine osservate sulle più alte pendici di quella grande montagna. Nella contrada, che dalle vicinanze di Tocco si stende insino alla spiaggia, e che abbraccia il circondario di Chieti parecchi colli s’innalzano, ne' quali alla marna argillosa prevale il carbonato cretoso, sparso qua e là di fossili marini o fluviatili, di silicalce grigia, e di granellini micacei splendienti come l’argento. Negli strati di sabbia calcarea sovrapposti alla marna appariscono globetti nericci inquinati di manganese, e conchiglie univalvi e bivalvi, che appalesano senza più nella regione la presenza del prossimo mare. Soprattutto i banchi di sedimenti marini, ricoverti da strati di alluvione nella pianura di Chieti accanto alla Pescara, e i testacei sparsi nelle colline daccanto a questa città, non lasciano ancora dubitare di questo fatto. Le forti gelate, le piogge dirotte ed altre possenti cause naturali sparciano spesso e precipitano i massi di que’ colli. Ne’ tempi romani un predio di Vezio Marcello, uno de' più cospicui cittadini di Teate che si è supposto nell’odierna contrada di Rutinille, mutò di sito con gli ulivi di cui era coverto, passando da un canto all’altro della pubblica via (847); e nella seconda metà dello scorso secolo in contrada di Villamagna una parte di collina scrollando chiuse il corso ali mento, fiume di breve corso, che nel Capo d'Acqua presso Pretoro ha le prime sorgenti, ed irriga buona parte della contrada all’est.

Le colline che ricoprono il prossimo circondario di Bucchianico, sono nella sommità di sabbia quarzosa calcarea, sparsa del pari di testacei e crostacei, nella base di marna argillosa. Solo negli squarciamenti laterali di quelle di S. Eleuterio e Fara si osservano depositi di ciottoli di carbonato calcareo, trasportativi per avventura dalle veementi irruzioni marine. Simili alla pietra arenaria calcarea sono gli ammassi della scoscesa eminenza su cui è posto Vacri la rupe su cui siede Turri Marchi, nonché la collina presso Casa Canditella. Gli strati di esse hanno la stessa direzione de' letti di marna, che dura e piena di gusci marini lor serve di base. Piccole valli circondano l’ameno e fertile colle su cui giace Bucchianico, formato di terre e ghiaje ammassatevi dalle correnti delle sovrastanti alture e de' ringorghi dell’Alento del Foro e del Serrepenne.

Sparsi ancora di colline sono i rimanenti circondarii di Manoppello, S. Valentino e Caramanico, formate di pietra sabbionosa, disseminata di grani quarzosi e pagliuole micacee, agglutinate dalla calcarea argillosa. Queste colline non resistono più delle altre alle grandi piogge, a' geli e alle scosse di terra che grandi frane vi dischiudono. Le contrade di Rocchetta sino a Caramanico sono in gran parte ingombre da rocce di calcarea compatta conchilifera a strati interrotti; ma piuttosto terrosa apparisce la calcarea che fiancheggia la valle Cannella, dalle cui rocce sorge l'Or[ente, che sbocca nell'Orla sotto Caramanico. Le diramazioni della Maiella che si stendono presso il torrente Lejo, e fin presso Roccamorice, appariscono squarciate da forze fisiche o solcate da torrenti, ed appalesano zone di piromaca diasproide, pezzi di schisto calcareo dendritico, con impronte di pesci, pettini, ed ammoniti. Tra la pendice detta Centiata, ed il ripiano cinto da spaventevoli burroni su cui si erge Roccamorice, è una massa di calce carbonatica, disposta in minute sferoidi agglutinate da forte cemento calcareo di color grigio-giallastro, granulate forse in tal guisa dal moto delle acque, allorché l’immensa quantità di conchiglie depositarono che si osservano petrificate su quel sasso (848).

Dal guado di S. Leonardo, che divide il Morrone dalla Maiella, una valle si prolunga di circa undici miglia, a traverso della quale scorre il torrente Orla sopra un alveo profondo incavato negli strati di solida calcarea, i cui squarciamenti, come le enormi fessure nelle viscere delle rocce che da Caramanico si stendono fin sotto S. Valentino, si attribuiscono ad esplosioni di fuochi sotterranei. Le varie e copiose sorgenti sulfuree, di bitume e petrolio, il solfo nativo, amorfo e cristallizzato, la calce solfata e la strontiana che si rinvengono di luogo in luogo,par che dimostrino questo fatto. Presso S. Croce, uno de' villaggi di Caramanico, sgorga un’acqua così saturata d'idrogene solforato, che incrosta i sassi su quali spruzzola di non poca quantità di solfo. Sorgenti simili rampollano nelle contrade di Salle e Musellaro, altre vene solfuree scaturiscono all’ovest di Lettomanoppello, che danno al piccol fiume Larino origine e nome di Solfatara. Il torrentuolo di S. Liberata, che scende dalle pendici della Maiella, ha presso Lettomanoppello l’alveo ingombro di sassi rotolati e macigni di ciottoli riuniti da glutine calcareo. La costa meridionale è della stessa formazione. La settentrionale sovrabbonda anche di ciottoli, ma argilloso ne è il fondo, al quale sono sovrapposti strati di calce solfala e di bitume terroso Nel fondo di questo vallone sono patenti gli strati di solfo nativo, che si alternano alla superficie coll’argilla e la creta, da cui cavano qualche vantaggio i nativi di quei luoghi (849). Varii scoli di bitume si veggono altresì tra le calcaree fessure delle ripe dell’Ora, e in maggior copia se ne incontra nella contrada del Crocefisso di Vallebona. Presso la diruta grangia de' Celestini gli strati scoverti dalle acque sulla costa occidentale d’un vallone sono tutti di argilla e creta imbevuta di bitume liquido, come quelli che sovrasta al solfo di Lettomanoppello. Ma più notabili sono le sorgenti bituminose appiè del Morrone, e dove comincia Verta di questa montagna. Ivi soprattutto è un ampio terreno pantanoso, tutto argilloso all’intorno, e coperto di sassi rotolati, che nelle vicinanze è infetto di bitume, di cui molte masse già indurite lo ricoprono. Le quattro limpide sorgenti che formano il fiumicino Arollo, spandono un odor forte bituminoso, e in tre luoghi del pantano vedesi gocciolare il bitume, e galleggiar sulle acque insino a che non si ammassa su’ corpi che tocca. Dopo le grandi piogge e le straordinarie liquefazioni delle nevi da' forami del monte quel minerale scaturisce a zampilli, che alzandosi in aria sembrano guizzanti serpi, che dopo il lor moto tortuoso ricadano sul suolo. La copia che allor n’esce è sì grande, che le sponde dell'Arollo ne sono inquinate per due miglia in circa; i pesci che vi si pescano contraggono un gusto bituminoso, e il puzzo se ne spande a molta distanza per le vicine campagne. In altri luoghi ancora scaturiscono vene di petrolio nerissimo. Più di ogni altra è copiosa quella che presso Lettomanoppello sorge da' macigni di un colle, che i contadini adoprano in luogo di pece. Vi si trova altresì il solfo nativo in piccoli filoni, sparso in rognoni tra le pietre; e nella contrada di Paterno vedesi subordinato alla calce solfata di prima formazione, le cui cave danno immensa copia di gesso, e di strontiana solfata massiccia e cristallizzata. Vi si rinvengono ancora a poca profondità massi di quarzo molari, e in più luoghi, massime nel vado detto Vena di S. Valentino, e presso Caramanico, si veggono strati di calcarea sfogliosa bituminosa sparsa di quisquiglie marine. Presso le pendici orientali ed occidentali della Maiella s'incontrano ammassi di pietra sabbiosa alternata coll'argilla e intersecata da piccole vene di zoofitantrace, che altrove si osservano interpolati da venucce di calce solfata idrata. Si rinvengono infine vene di mercurio e piriti arsenicali presso Caramanico, Salle e S. Valentino, depositi di ambra sotto Lettomanoppello, frantumi dimarcassita, talco ed agata nel territorio di Guardiagrele, onici ed opali presso alcune sorgenti dell'Orla, cavità con particelle di ferro solforato presso Serra Monacesca, e grotte con avanzi di fabbriche e fornelli a Caramanico. Né è a dire la varietà e il pregio delle piante che vegetano in questa contrada e che vi richiamano lo sguardo del botanico (850).

L’agro marrucino, formato di valli, colli e pianure irrigate da fiumi e rivoli perenni, presenta la più rigogliosa vegetazione in orti, vigne ed oliveti; né so ritenermi dall'addurre a tal proposito la testimonianza di uno scrittore,della sua patria e degli studii dell’antichità assai benemerito. Teatinum, Marrucinumque agrum, dice l’elegante storico di Chieti, parem multis, nulli secundum rerum opifex natura dedit. Et vere, ubi pulchrius solum? Nullibi piane, si par alicubi. Nam hic omnis admodum regio, aut picturata floribus aut gemmata pomis; aut distincta oleis; aut est intertexta vinetis. Pubent hic arbores pene semper, lasciviunt herbae, prata luxuriant. Hic-hic natalis tellus, aut est collibus exculta fructiferis; aut uberibus amoenata vallibus aut aequoribus dilatata camporum (851). Ma veggiam l’origine de' più antichi abitatori di questa fertile ed amena contrada.

II. A crederne Strabone, i più antichi popoli che l’abitarono, al pari de' confinanti, furon gente sannitica (852); ma è forse da intendere in più stretto senso questa tradizione del geografo, e l’origine de' Marrucini attribuire specialmente ad una colonia di Marsi, gente sannitica anch’essi. E che debbasi cosi credere, una testimonianza di Catone e il nome stesso del popolo paiono dimostrarlo: perciocché questo antico scrittore, che nell’opera perduta delle Origini il buio rischiarava delle italiche antichità, riconobbe i Marsi ed i Marrucini uniti fra loro per comunanza di stirpe, ciò esprimendo del resto con una speciosa etimologia (853); e siccome Marri fu probabilmente, come a suo luogo diremo, la forma primitiva del nome Marsi, quella di Marrucini o Marricini non sembra che un diminutivo del primo, e che la derivazione ci addita di un popolo dall'altro. Da Marsi si disse anche per avventura Marsicini, denominazione che darebbe veramente l'etimologia di Catone. E seguitando ancora l'opinione di un celebre critico, par che il nome di Marrucini derivi da Maruvii, ch'egli sostiene altresì come una delle forme arcaiche del nome di Marsi, per Maruii, come si disse Pacuius per Pacuvius: or da Maruii sarebbesi detto Marruici, d'onde Marruicini (854) e Marrucini. Ma, che che voglia pensarsi di queste conghietture, l'idioma parlato da' Marrucini, che fu Vosco, come da una tavoletta di bronzo che appresso addurremo, è manifesto, senza più li disvela della razza sannitica, che non parlò un diverso linguaggio. Questo popolo del resto, tuttoché piccolo, ma valorosissimo, non ismentì la sua origine da' bellicosi Sabelli, e quando combatté contro i Romani, e quando fu alleato de' suoi vincitori. Il poeta storico della seconda guerra punica, al quale pregevoli memorie attingiamo della patria etnografia, non li celebra meno de' popoli confinanti pel loro valore e fortezza nel combattere (855). Alleati de' Sanniti co' Marsi e i Peligni, combattettero contro i Romani nel 429 (856), e si conservarono nella propria indipendenza insino al 449, allorché Roma trionfava degli Equi. La fiera guerra combattuta contro questi popoli li consigliò a chieder l’alleanza a' vincitori di unita a popoli vicini (857), e parlando de' Peligni, i quali chiesero l’alleanza stessa co' Marsi e i Frentani, abbiamo già detto che le condizioni ne dovettero essere imposte da' Romani divenuti possenti; né perché volenterosi i giovani marrucini corsero a dare i nomi loro per la spedizione contro Cartagine nel 547, sembrami che sia ragione bastevole a credere quella federazione a parità di condizioni, come pensò lo storico di questi popoli (858). Non pochi trionfi rendevano allora formidabile a tutti i popoli italici il nome romano, e i Marrucini accorsero a' vessilli di Scipione per compiere la loro vendetta contro Annibale, che il loro agro aveva devastato, entrando nelle nostre regioni nel 536 (859), come già altra volta se n’erano vendicati combattendo contro le schiere cartaginesi sotto il Console Claudio Nerone nella famosa giornata del Metauro (860). Leali del resto e costanti alla data fede i Marrucini si appalesarono ne' maggiori bisogni e pericoli di Roma. Gli storici ci rimembrano insieme i soccorsi da essi dati a' Romani e la lor valentigia, massime nelle guerre combattute contro i Greci mercenarii, i Galli Cisalpini ed Annibale, e militarono anche da forti con Scipione in Africa, e con Paolo Emilio contro Perseo in Macedonia (861). Ma prese le armi contro Roma con gli altri nostri popoli nella Guerra Sociale, furono battuti e vinti da Sulpicio legato di Pompeo (862); ed ottenutala romana cittadinanza, furono ascritti alla TRIBÙ ARNIENSE, come dimostrano alcune lapide della loro città capitale.

Indicale così le generali vicende che la storia ci ha conservate de' Marrucini, facciam passaggio a descrivere le poche città che abitarono.

ΙΠ. — 1. INTERPROMIO (Interpromium)

Seguendo il corso della Via Valeria, che traversava anche il paese de' Marrucini, ad XI miglia da Cor finto l'Itinerario di Antonino segna la mansione col nome dì Interpromium (863), così detta dalla città abitata da’ detti popoli, come è manifesto dall’altro Itinerario da Milano Stretto, nel quale Interpromio è situato a XXIX miglia antiche da Sulmona (864). Nella Tavola Teodosiana segnasi ancora la città stessa col guasto nome d’Inter-Primum, ed a V miglia da Teate (865), che il primo Itinerario segna XVII; distanze, come appresso vedremo, falsate da’ copisti. Il Cluverio, notando le testimonianze de' citati Itinerarii, non seppe indicare il sito d’Interpromio (866), di cui non rimane alcuna memoria negli storici, e ne' geografi. Ma lo storico de' Marruicini pose quest’oppido della regione sotto l’odierno villaggio di S. Valentino, e l’opinione di questo dotto scrittore fu seguita dall’annotatore del Cluverio, non meno che da altri più recenti scrittori (867). Ed anche il Mannert, il quale ha sospettato che sorgesse al nord di Tocco, dove un fiumicello sbocca nella Pescara (868), non disconviene dalla detta situazione, giacché Interpromio giaceva appunto tra questo fiume ed il Larino. Se non che, alcuni de' citati topografi ignorarono affatto un pago, o villaggio della detta città, altri lo confusero colla città stessa, ad essa riferendo un’epigrafe spettante al suo villaggio, e descrivendo perciò Interpromio sotto il nome d'Interpromino come un pago, anziché per una città de' Marrucini. Ma che fosse stata una città, oltre alle grandi rovine tuttora superstiti, lo dimostra apertamente anche la memoria che ci serbò del suo Anfiteatro il seguente epigramma, ora incrastato nel muro esteriore della chiesa di S. Donato in S. Valentino (869):

SEX. PEDIO. S. F. AN

LVSIANO. HIRRVTO

PRIM. PIL. LEG. XXI. PRÆ...

RÆTIS. VINDELICIS. VALL.....

ROENINE. ET. LEVIS. ARMATV

IIII. VIR. I. D. PRÆF. GERMANIC

CÆSARIS. QVINQVENNALIC...

VRIS. EX. S. C. QVINQVEN. ITERVM

HIC. AMPHITEATRVM. D. S. P. FECIT

M. DVLLIVS. M. F. GALLVS.

Apprendiamo da questa epigrafe che Marco Dullio Gallo eresse in onore di Sesto Pedio Lusiano la lapida, per avere a sue spese fatto costruire l’Anfiteatro, ne' principii del primo secolo dell'era volgare, essendo stato Sesto Pedio Prefetto di Germanico Cesare. — A giudicarne da non poche stanzette, ornate di mosaici e di ben lavorati marmi, non ha guari tempo scoverte, ed ora abbattute, presso la sorgente di Fonte Almoni non par dubbio che Interpromio avesse ancora avuto le sue Terme, alle quali somministrava l’acqua la detta sorgente, che rampolla in un sito più elevato di quelle rovine, e che i naturali di S. Valentino reputano come molto salubri (870). Se non che, l’uso, diremmo superstizioso, che anche oggi dura di attignere alle acque di quel fonte come possente ed efficace rimedio contro le febbri autunnali, ha fatto credere ad un altro patrio scrittore che fosse in quel luogo un Tempio Sacro a Giove Aminone, che avrebbe lasciato il proprio nome a quella fontana, perciò detta Fonte Ammone (871). La mancanza di più chiari monumenti non ci fanno decidere tra le opposte sentenze di questi scrittori, sebbene accanto al Tempio ben vi potettero esser le Terme. Che che ne sia, nel mezzo delle grandi rovine d’Interpromio sul territorio di S. Valentino lungo la via consolare, tra la Pescara e i piccoli fiumi Ortae Larino,nello stipite della porta d’una casa rurale leggesi la seguente lapida che L. Spedio Rodino appose ad un monumento innalzato in onore de' suoi commilitoni, in rimembranza forse di qualche segnalata vittoria (872);

L. SPEDIVS

RHODINVS

SODALIBVS. SVIS

MARTI ALIBVS.

In mezzo alle indicate rovine non poche anticaglie a quando a quando si son rinvenute appartenenti a città antica: sepolcri, titoli sepolcrali, are di marmo, monete, idoletti, canali di piombo, colonnette e pavimenti marmorei con altre reliquie di fino lavoro (873). Non è dubbio ch'ivi sorgesse la città d’Interpromio, quasi ad uguale distanza tra Corfinio e la metropoli de' Marrucini; e dal sito di que’ ruderi è manifesto che, tenuta ragione della differenza del miglio romano dall'odierno, le distanze segnate negl'Itinerarii si debbono emendare in XII miglia da Corfinio ad Interpromio e da questa città a Teate. Ma, non ostante la sua ampiezza, non sono di credere che si estendesse per due miglia, come pensa il culto scrittore che ne ha parlato più distesamente. Le rovine che si additano fin presso le Terme, potettero bene appartenere al suburbano della città. Ad ogni modo, se è da stare alla lezione degli Atti de' SS. Valentino e Damiano, Interpromio mutò il suo nome in quello di Zappino, (874), che descrivesi come città grande nel detto sito, di là dell'Orta, e tra la Pescara ed il Larino. Si suppone del resto che distrutta Interpromio, perché traversata da una delle più battute vie militari, e però soggetta alle incursioni barbariche, gli abitatori di essa si ricoverassero ne' siti più montuosi e lontani dalla Via Valeria (875), dove diversi villaggi edificarono, ora distrutti in quella contrade.

2. Pago d'INTERPROMIO (Pagus Interpromi)

Ad un miglio dal territorio di S. Valentino e della descritta città à Interpromio fu un pago, o villaggio di essa, del quale ci ha serbato memoria la seguente epigrafe, che leggesi sul pavimento dell’atrio della Chiesa di S. Clemente di Casauria:

SVLMONII. PRIMVS, ET. FORTUNATVS

PONDERARIVM. PAGI. INTERPROMI. VỊ,

TERRAEMOTVS. DILAPSVM, A. SOLO

SVA. PECVNIĄ. RESTITVERVNT

Secondo la testimonianza che ci offre questa lapida, cosi addotte da uno de' nostri dotti antiquarii (876), il detto villaggio non era contraddistinto da alcun nome particolare; e s’ingannano però quegli scrittori che, leggendo INTERPROMINI nella seconda linea con questo nome distinguono il villaggio della città d’Interpromio. Apprendiamo del rimanente da questo marmo che i Sulmonensi Primo e Fortunato riedificarono a proprie spese il Ponderario, caduto per forza di tremuoto nel detto villaggio. Era questo un edifizio, nel quale i campioni de' pesi e delle misure si conservavano stabiliti dall’autorità pubblica, alfine di ovviare alla mala fede de' venditori. Se ne ha riscontro in due altre iscrizioni illustrate da dotti archeologi (877), e che addurremo parlando delle città dove furono rinvenute.

La precisa situazione di questo pago, surto per avventura in sul declinare della romana Repubblica, è stata molto controvertita fra gli odierni scrittori abruzzesi; perciocché chi lo vorrebbe sull'ameno colle di Mortola, dove si son rinvenuti antichi ruderi, acquidotti e monete (878); chi nella sottoposta pianura in tenimento di Tocco, dove si veggono più grandi rovine (879), e chi in fine sotto il piano della celebre Badia di S. Clemente di Casauria (880). Ma queste che paiono opposte sentenze, non sono gran fatto discordi, giacché i detti luoghi sono l'uno dall'altro poco distanti, e l’esterior fabbricato del Pago d’Interpromio, che occupò molto probabilmente il sito della detta Badia, edificata dall’Imperatore Ludovico II nell'anno 871, potè bene estendersi e sul colle di Mortola e sul piano di Tocco.

3. TEATE (Τεατέα, Teate)

A 12 miglia antiche da Interpromio sorgeva sulla Via Claudi# Valeria questa celebre ed antica città (881), metropoli de' Marrucini. Benché si nominasse propriamente Tiati o Teate, da Strabone fu detta Tealea (882), come disse del pari Cerea la città di Cere in Etruria. Plinio rammentò solo i Teatini suoi popoli nella quarta regione d’Italia (883), e Tolomeo, nominandola come Strabone, senza notar come questo geografo la primazia che avea nella regione, si contentò di dire ch'era città mediterranea de' Marrucini (884). Non v’ha scrittore che parli della fondazione di essa, e se non l'edificarono dapprincipio gli stessi Marrucini che da tempi molti remoti l'abitarono, non parve inverisimile a chi ne scrisse la storia che fu edificata da' Pelasgi (885), i quali molte città, dice Dionigi d’Alicamasso, tolte a’ Sicoli, o da essi fondate, abitarono insieme con gli Aborigeni (886). Il perché Teate par vegli nome greco, derivandolo da θεατός spectabilis, a cagione del suo sito sopra un'alta ed aperta collina (887). E così pure il Mazocchi, annoverando Teate fra le città greche, non dubitò che fosse stata fondata da' Pelasgi-Tirreni (888). Ma tuttoché da simili conghietture non siamo gran fatto alieni, nessun monumento in questa conspicua città si è mai rinvenuto che ci possa in essa per poco mostrar la presenza, se non Ad Pelasgi, almanco de' Greci, ed alcuni scrittori attribuiscono ancora alla città omonima dell'Apulia le medaglie coll'epigrafe TIATI e i tipi di Ercole, e di Pallade colla civetta (889), per la grande somiglianza non solo che hanno con quelle dell'Apulia, massime con quelle di Luceria, ma per l'imitazione ancora che disvelano di quelle de' Tarentini·, medaglie che altri nummologi attribuirono a questa città marrucina (890). Senza dilungarmi dall'avviso di così illustri scrittori, dico solo che, non potendolo la storia, altri monumenti numismatici potranno chiarir meglio questo punto delle patrie antichità, e dar forse ragione dell’omonimia delle due città, e però delle relazioni ancora ch’ebbe una coll'altra, sia di origine, e sia di alleanza. Niente altro ci è noto del resto delle più remote memorie di Teate, se non che soccorse i Romani nella guerra contro Annibale; nel qual tempo era già una città molto ragguardevole, e la primaria nell'Agro marrucino. Silio infatti, la nominò grande (891), alludendo certamente alla sua ampiezza e copiosa popolazione. Questo stesso poeta storico diede ancora a Teale il nome di chiara o illustre (892), testimonianze bastevole a darci vantaggiosa idea della città capitale de' Marrucini.

Dalla detta epoca a quella di Augusto, il quale divise l'agro di Teale ad una Colonia di veterani, affatto ignote ne sono le vicende. Che fossevi stata spedita una colonia, non è dubbio per la chiara testimonianza dell’antico scrittore che ci lasciò memoria di cosiffatte deduzioni (893), che che dicane in contrario il dotto storico di essa, il quale sostenne che fu sempre Municipio (894). Π frammento di lapida da essolui riportato colle sole parole GENIO MVNICIPI non pruova nulla contro la testimonianza di Frontino, sì perché non è nota l'epoca di quel marmo, e sì ancora perché le voci Municipio e Colonia si adoperavano spesso a dinotare la stessa condizione politica sotto l’Impero, come da non pochi marmi è manifesto. Volle anche credere un altro scrittore che se Teate fu Municipio prima della Guerra Sociale, dopoché i Marrucini furon vinti ed ebbero ottenuta la romana cittadinanza, non fu nel dritto municipale restituita (895). Ma, non dipartendoci dall’autorità di Frontino, che ci additò in Augusto l'autore della colonia teatina, è inutile la conghiettura di un altro scrittore patrio, il quale colla testimonianza de' soli marmi sostenne che fu dedotta una colonia in Teate, e, come si avvisò, per ordine di L. Silla (896). Nella seguente iscrizione del resto, posta sopra un sarcofago, è memoria di L. Cesio Marcello, Patrono della Colonia Teatina (897):

D. M. S.

L. CAESIO. L. F. MARCELLO. LAV

ΚΕΝΉ. LAVINATIVM. P. C. TEATIN

ORVM CAESIVS. PROCVLVS

SEN. FILIO. DVLCISSIMO. B. Μ. P.

Le due seguenti epigrafi, oltre alla TRIBÙ ARNIENSE, alla quale vennero ascritti i Marrucini quando ottennero la romana cittadinanza, ci mostrano altresì i Quatuorviri, gli Edili, e i Decurioni, magistrati delle Colonie, nella città di Teate (898).

1.

D. M. S.

Q. ΝΙΝΝΙΟ Q. F.

ARN. OPPIANICO

AED. IIIIVIR. I. D.

IVLIA. MARCIA. B. Μ. P.

2.

L. MAMILIVS

L. L. FAVSTVS. SEV. AVG

MAMILIAE. ACTAE VXORI

L. MAMILIO. L. F. ARN. MODESTO

SELECTO. ET DECVRIONI

VIVOS. SIBI. ET. LIBERTIS. SVIS. FECIT

L. MAMILIO EPINICO. SEVIR. AVG

L. MAMILIO ACTIO

CALLITVCHENI

L. MAMILIO. FAVSTO

L. MAMILIO. EVTVCHO

MAMILIAE. PVRALLIDI

Nessuna lapida, o testimonianza di antico scrittore ci è per venuta per rammentarci i Templi ed altri pubblici edifizii di questa conspicua città; ma i patrii topografi non dubitano che furonvi almanco due Templi, un Teatro, ed a quel che credesi anche le Terme. La fabbricazione di uno di questi Templi, che sorgeva nel sito dell'odierna chiesa de' SS. Pietro e Paolo, e che alcuni stimarono eretto da’ Dioscuri, altri ad Ercole, era della più elegante opera reticolata, come tuttavia si osserva da una delle sue mura' glie. Innalzavanlo a proprie spese M. Pezio Marcello, Procuratore degli Augusti, ed Elvidia Priscilla di lui moglie, come raccogliesi dal seguente marmo (899):

M. VETTIVS. MARCELLVS. PROC. AVGVSTORVM.

ET. HELVIDIA. C. F. PRISCILLA. MARCELLI. S. P. F.

Ad un quarto di miglio in circa fuori della città odierna, dalla parte del nord, sorgeva l’altro Tempio, che servi poscia di sostruzione alla chiesa di S. Maria del Tricaglio. Era di figura ettagona, e circondato da portici, a giudicarne dalle antiche fondamenta di questa chiesa fabbricata collo stesso antico disegno, nella quale tuttora si veggono quattro basi marmoree presso la porta maggiore. Scrivono gli storici chietini che fosse dedicato a Diana Trivio, e lo giudicano dalla denominazione di Tricaglio, o Tricalle (a tribus callibus) che serbò la detta chiesa (900), essendo noto che nel mezzo di tre vie usarono gli antichi innalzar templi a quella dea (901).

Presso la porta della città, detta reale per la solenne entrata che fecevi re Alfonso I, vedesi un avanzo del Teatro, ora nella massima parte ridotto ad uso di abitazioni. Era di opera reticolata con fasce parallele di grossi mattoni, e così per la fabbricazione, come per la situazione, corrispondente in tutto alle regole poste da Vitruvio (902). — Quanto alle Terme, descrissero per tali i due più antichi storici chietini un antico fabbricato che vedesi nella falda del colle al sud, detto la Tintoria, ma che altri giudicano ricettacolo di acqua, e le sorgenti che rampollano nel detto sito, non meno che alcuni acquidotti scoverti sul piano di Chieti e diretti a quell’edifizio, avvalorano questa opinione (903).

Originarie di questa insigne città furono due illustri famiglie, di molto rinomo ne' nostri antichi fasti, l'Asinio e la Pezia. Celebri fra i personaggi che le resero chiare, furono Erio Asinio, Pretore de' Marrucini nella Guerra Sociale, Asinio Politone, contemporaneo di Cesare ed Augusto, e Pezio Marcello, Procuratore degli Augusti e di Nerone. Di queste famiglie nobilissime, delle quali altrove ragioneremo, è memoria negli antichi scrittori e nelle lapide teatine, che per brevità tralascio. Ma non so trasandare due marmi, rinvenuti del pari in Chieti (904), il primo de' quali è disperso, e l’altro si legge nella facciata del Palazzo della città (905). Rammentano sacrifizii e lustrazioni a' tempi dell'Impero, noti per la testimonianza degli antichi e di altre epigrafi:

1.

PRO SALVTE

IMP AVG. ET

M CAES

TAVROBOLIVM. MO

VIT. PETRONIVS. MA

RCELLVS. SACERD

DE SVO

2.

CRIOBOLIVM. ET

AEMOBOLIVM. MOVIT

DE SVO. PETRONIVS. MA

RCELLVS. SACERDOS. VIRAL

DEC. miVIR PRIMO ET IVSTO.

L’Imperatore ed il Cesare, per la salute de' quali il Sacerdote Petronio Marcello fece il sacrifizio del Taurobolio, e i cui nomi si veggono tolti nella prima iscrizione, furon forse i due Massimini, padre e figlio, i nomi de' quali furono per ordine del Senato cancellati da' monumenti, allorché nel 238 furono assunti all’Impero i due Gordiani (906). Gli scrittori del tempo e le lapide ci fan sapere del resto che il sacerdote, il quale faceva la lustrazione del Taurobolio scendeva in una fossa coverta di tavole, o assi forate, sulle quali immolandosi un Toro, veniva tutto sparso nella persona del sangue della vittima. Ciò bastava perché si tenesse rigenerato e puro per quattro lustri (907). L’Emobolio non si giudica diverso dal Taurobolio, ed in alcune iscrizioni questa specie di sacrifizio, che solevasi fare a Cibele, trovasi riunito al Criobolioì o sacrifizio di arieti, in onore di Attino, cioè Mitra, o il Sole (908).

Sorgeva in fine Teate nel sito stesso dell'odierna Chieti, sopra amena ed esposta collina, dalla quale si gode la vista de' monti e del mare, e all’ovest la bella pianura irrigata dalla Nora e dall’Aterno. Ma una più vasta area occupava: il Tempio di Diana trovavasi nel recinto delle sue mura, ed ora ad un quarto di miglio vedesi la chiesa sovr’esso edificata; così che i topografi patrii non dubitano di attribuirle una lunghezza di più di due miglia, che conservò sino al medio evo (909). Un bel musaico, che vedesi nel R. Museo,fu scoperto nel 1640 negli scavi di questa città. Gli scrittori chietini videro in esso effigiato Ercole che combatte con Acheloo (910); ma l’Eckhel vi osservò la pugna di Teseo col Minotauro (911), ed il carattere delle figure dimostra vera questa spiegazione.

4. POLIZIO, o POLLIZIO (Πολλίτιον, Pollitium)

Una pruova fra le molte delle imperfette descrizioni geografiche degli antichi la somministra la memoria di questa città serbataci da Diodoro Sicolo, e sconosciuta affatto agli antichi geografi. Dice lo storico che i Romani con grande oste di fanti e cavalieri, nel 2.° anno dell’Olimpiade CXVII, 311 av. G. C., si portarono contro questa città de' Marrucini, la quale esser dovea perciò ben fortificata e popolosa. Polizia, o Polizio fu espugnato, ed una porzione de' vinti fu mandata ad abitare Interamna (912). Quale città di questo nome si accrescesse nella popolazione colla colonia de' Polliziani non dice lo storico; ma egli sembra che fosse la più vicina, quella cioè de' Frentani. Crede nondimeno un patrio scrittore che fosse stata piuttosto la città capitale de' Pretuziani, per esservi frequenti le memorie della famiglia Fezia (913), la quale appartenne, come abbiam detto, a Teate. Ad ogni modo, non possiamo, per mancanza di altre memorie storiche, rischiarare il fatto dell'espugnazione di Pollizio, se non fu il Console M. Valerio, il quale nell'anno di Roma 442 combatteva i Sanniti, quello stesso ch’espugnò Pollizio. Non si può questo fatto riportare né all'anno antecedente, in cui molte imprese fecero pure i Romani nel Sannio e nelle prossime regioni, né al seguente, perciocché l'epoca assegnata da Diodoro all’espugnazione di questa città di un solo anno differisce da quella del consolato di M. Valerio e P. Decio (914), ed è noto che la cronologia dello storico siciliano, tranne la breve epoca dal 328 al 332, è conforme a' calcoli di Livio e Dionigi d’Alicarnasso (915). Non par dubbio del resto che da quell’epoca Polliziocominciò a decadere, così per la mancata popolazione, come perché i Romani ne diroccarono forse le mura. Perciò non ne rimase più traccia nelle patrie memorie, e ne è mal nota la situazione. Il Camarra e l’'Olstenio dichiararono d'ignorarla affatto, ed il Romanelli per la sola ragione di alcune iscrizioni, che veggonsi riunite nel sito di S. Agatopo, si avvisò che fosse colà situata (916). Ma un altro patrio scrittore sospetta piuttosto ohe sorgesse presso Francavilla, dove si veggono grandi rovine (917), ohe il Romanelli attribuisce senza evidenti ragioni all'Urbi frentana, ignota agli antichi geografi. Altri ancora nello scorso secolo per la sola analogia del nome situavano Pollizio nell'odierna terra di Pollutri, detta Politrio nel medio evo (918). Non dubito che Pollutri sorgesse da una città antica, perché in fatti nella vicina selva tuttavia rimane il nome di Civita, che accenna senza dubbio ad un antico luogo abitato; ma ammettendo ch'ivi fosse stata Pattizio, si attribuirebbe questa città a Frentani anziché a' Marrucini, contro la testimonianza di Diodoro. Il perché a me sembra che, senza uscire dalla regione de' Marrucini a cui lo storico siciliano l'attribuisce, è da riconoscere nelle grandi rovine note sotto il nome di Civitatansa presso Rapino a nove miglia da Chieti, senza tuttavolta dare per ferma la mia opinione. Non è dubbio del resto che in quel sito fosse stata una città di que’ popoli, poiché oltre alle grandi rovine che vi si veggono, si è trovata non è guari tempo in un sepolcro una tavoletta di bronzo colla seguente epigrafe;

AISOS PACRIS TOTΑΙ

MAROVCAI LITS

AGNASII IIIIRINT

AVIATAS TOVTAI

MAROVCAI OVIIS

PATRIIS OCRIIS TARIM

CRISV OVIAS AGINII

IAIICI. VCAGINII ASVM

BARV IOLIINIS IIIIRINT

RIIGIIA PIOINII IOVIA

PAR IIITVAMAM ATIINA

SVIINAI... TAI... POPIID

Due ch. archeologi! patrii hanno interpretato questo raro monumento dell'osco idioma parlato da' Marrucini. Ed uno di essi, il quale a rischiarare questo ed altri affini linguaggi italici antichissimi giovasi delle lingue primitive dell’Oriente, altro non vede in questa iscrizione, se non che una legge dettata dalla plutarchica sapienza degli Osci, di conservare ne' pubblici granai le ricolte de' campi per l'annona delle famiglie possidenti e ricche, e l'obbligo inoltre ingiunto al Censore di raccoglier le multe per la inosservanza della legge, onde soccorrer con esse i poveri e bisognosi (919). Ma l'altro scrittore che nell’analogia del greco e del latino rinviene la spiegazione dell’osco idioma, spiega l’epigrafe per un decreto, col quale il Senato Romano decide una controversia insorta per cagione di pascolo tra gli Agnasii da un canto, e gli Aginiensi con gli abitatori delle ville di questi ultimi dall’altro, ingiungendo a' primi di menare a pascolare secondo l'usato le loro greggie ne' gioghi del monte Criso, e agli altri ne' colli Giuliani (920). Quello ch'è certo si è, e ne convengono gli stessi lodati scrittori, che nella detta tavoletta è scritto due volle il nome della regione, ed è manifesto che nell’osco linguaggio dicevasi propriamente Manca, o Mancia, onde si dissero Mancini i suoi abitatori. Abbiam detto che questi popoli furon gente sannitica, sia che propriamente Sanniti, sia che da una tribù di Marti, gente sannitica anch'essi, si derivassero. Ma il nome di Manca o Mancia dell’agro da essi abitato, che senza alterazione degli scrittori ci è pervenuto nel loro antico idioma, darebbe luogo a mostrarceli affini di qualche tribù asiatica, come i Sabini e gli stessi Sanniti, come appresso verrem dichiarando. Tolomeo in fatti pone la città di Maruca presso la sponda dell'Oxo nella Sogdiana, e Plinio fa menzione de' Marucci, che abitavano i dintorni della Margiana, altra contrada dell’Asia settentrionale, limitata al nord da quel medesimo fiume (921).

5. Fiume ATERNO (Aternus amnis)

Nel luogo detto Peschiera, sulle pendici del monte di villa Arengo, dove sorgono ancora il Tronto ed il Velino, nasce da limpide fonti questo fiume, il più grande che bagni le nostre settentrionali contrade. Ingrossato da torrenti che scendono dal Gran Sasso, corre sopra angusto e tortuoso letto ad irrigare i piani dell’Aquila, o l’antica valle amiternina. Divenuto più copioso, prima presso Stiffe, dove da una rupe forma una bella cascata, poi nella pianura di Campana, pe’ rivoli de' monti di Rocca di Mezzo, attraversa l’angusta valle di Acciano, e passa quindi a lato di Molina, Castelvecchio Subequo, Rajano e Vittorito, per dare presso Pentima parte delle sue acque all'antico acquidotto di Corfinio. Avendo così corso al sudest fra numerosi villaggi e paesi, rivolgesi al nord, per arricchirsi nella valle di Solmona delle acque del Velia, del Gizio e del Sagittario. Gonfio di tanti confluenti, scende a Popoli, ed accresciuto ancora delle acque del Tirino nelle gole di Tremonti, lascia l’antico nome per prender quello di Pescara, col quale fu distinto sin dal tempo de' Longobardi (922). Scorre in quel sito nel fondo di un’angusta e bassa valle, e nel vado tra Popoli e Tocco il suo corso comincia ad avere un letto più largo e più profondo. Serpeggiando poscia per circa 24 miglia, si fa oltremisura rapido e gonfio per le acque che accoglie di altri fiumi, rivoli e torrenti, tra' quali distinguonsi l'Orta, l'Orfente ed il Larino sulla sponda destra, il Cigno e la Nora sulla sinistra, nella pianura tra le diramazioni del Gran Sasso e della Maiella sulla spiaggia dell’Adriatico, dove mette foce, al destro lato della fortezza dello stesso nome.

Il corso di questo fiume è di oltre a settanta miglia, quarantatré dalle sue fonti a Popoli, e le rimanenti da questa città insino al mare; così che la sua valle divide quasi nel mezzo la montuosa regione degli Abruzzi, la quale versa le sue acque nell’Adriatico. Scorre per lo più sopra profondi alvei di tufo, e di sito in sito cambia colore per le acque sulfuree e limacciose che va raccogliendo. Sconvolgendo le piogge dirotte e procellose le terre delle colline nella valle subequana, formate da profondo strato di creta ed ocra ferruginosa, avviene talvolta che ne arrossano le limpide acque da Molina sino alla foce. Interviene lo stesso ne' torrenti delle adiacenze di Tropea nella Calabria, a cagione delle terre delle falde occidentali di Monteporo e de' vicini monti. Or questo natural fenomeno fu notato fra gli altri prodigi che precessero alla seconda guerra cartaginese, quando fu detto che l'Aterno corse tinto di sangue (923). Così pure i venti gagliardi, sollevando dal Libano la terra rossa di che è sparso, rendevan sanguigne le acque dell'Adone, che il lutto annunziava agli abitanti di Bibli, a cui la ferita e la morte rammentava dell’amante di Venere (924). Sotterranee caverne si suppongono tral suo fondo naturale di argilla e 'l sovrapposto strato di tufo, giacche cavalli e buoi che vi sono caduti, sono scomparsi affatto ne' suoi gorghi. Navigabile per lungo tratto dentro terra ne tempi antichi e nel medio evo fino all’epoca degli Angioini, formava la sua foce il porto più sicuro dell’Adriatico dal Tronto a Manfredonia, ove i nostri popoli settentrionali avevano un comune emporio colle vicine coste del Piceno e della Dalmazia, ma per le accresciute dissodazioni de' monti, i torrenti che vi confluiscono, così grandi congerie di alluvioni vi han trasportate, che non è più possibile l’ingresso a' na vili che per lo innanzi vi entravano.

Quarantatré ponti, nello spazio di cinquantatré miglia antiche, l’Imperator Claudio fe’ innalzarvi per la via che aprì da Cerfennia su Colle Armele alla foce di questo fiume, e ne serbò memoria una colonnetta miliare colla seguente epigrafe, scoperta dal Camarra e dal Toppi nel secolo XVII (925):

TI. CLAVDIVS

CAESAR

AVG. GER. PONT. MAX.

TRIB. POT. VIII. IMP. XVI

COS. IIII. PP. CENSOR

dlAM CLAVDIAM JALER

A CERFENNIA. AD. OSTIA. ATE...

MVNIT. IDEMQVE

PONTES. FECIT

XLIII.

De’' detti ponti, alcuni conservano appena i pilastri, come quelli di Marana, S. Pelino, S. Vittorino, molti sono interi, come quel di Gensano, i tre a Pile, quel di Rajo, il Rasarolo, il Ponte Grande, quello del Vallone all'est di Fossa, ed undici nella Valle di Acciano non ostante qualche ristauro in qualcuno di questi ultimi (926).

Poiché l'Aterno, irrigate le valli de' Vestini e de' Peligni, passava con acque più copiose nella pianura di Teate, verso i monti serviva di confine, come abbiamo già detto, a que’ popoli e a' Marrucini. Strabone notò esattamente la sua origine nell'agro di Amiterno, e la naturale divisione che nel corso di esso avevano quelle montuose regioni (927); giacché rivolgendosi verso il nord, dopo il breve corso che la qualità del suolo di Amiterno gli fa fare verso il sud, lasciava i Vestini alla sinistra, e bagnava alla destra successivamente i Peligni e i Marrucini (928). Si è intanto supposto che l'Aterno, trasversata la città omonima, si partisse in due rami, co’ quali scaricavasi nel mare, lasciando nel mezzo un9 isoletta; e però non solo nell'addotta lapida, ma negl’Itinerarii ancora la sua foce vien distinta col nome di Ostia (929). Se Tolomeo non usasse sempre d’indicare col numero del più la foce de' fiumi (εκβολαὶ) che descrive, si potrebbe altresì coll’autorità di questo geografo avvalorare la detta ipotesi; ma Plinio nota nell'Aterno una sola foce, quando per descrivere la media larghezza d’Italia, tira una linea di 436 miglia dalla bocca di questo fiume a quelle del Tevere (930).

ATERNO, città (Aτερνον, Aternum)

A IX miglia antiche da Teate sorgeva sulla spiaggia presso la foce del descritto fiume la città del medesimo nome. Strabone attribuì Aterno a' Vestini, i quali avevano comune il suo porto tra’ Peligni e i Marrucini (931). Ma Pomponio Mela e Plinio descrissero questa città tra i Frentani, dappoiché indicarono sulla spiaggia abitata da questi popoli la foce dell’Aterno (932), onde venne il nome alla città stessa. Il Cluverio, seguendo la testimonianza di Strabone, assegnò del pari a' Vestini la città di Aterno (933); ma, osservate poi quelle contrade, non gli parve possibile che i Marrucini non si estendessero anch'essi insino al mare (934), e che perciò fosse loro appartenuta anche Aterno col territorio ed il porto sino al confine de' prossimi Frentani. Per la ragione adunque che Aterno era posta alla sponda del fiume che formava il limite de' Marrucini, come già osservò un altro dotto geografo (935), e più ancora perché altrimenti sarebbero stati questi popoli in molto angusto spazio ristretti senza una porzione della spiaggia, non dubito di attribuire questa città de' Marrucini. Tolomeo in fatti assegnò loro la foce dell’Aterno (936), e però la città stessa che sorgeva ivi presso, ed abbiam detto che la Tavola Peutingerana segna il solo nome Ad Marrucini dalla spiaggia all’Appennino. La testimonianza inoltre di un altro antico scrittore ci conferma in questa opinione. Sosipatro Carisio, ragionando del rozzo parlare de' contadini, notò l’uso Ad Marrucini di terminare gli avverbi colla lettera o, e ricordò segnatamente gli Osteatini (937). Or essendo noto dall’Itinerario di Antonino e dalla lapida già riferita, che la città di Aterno fu pur detta Ostia Aterni, ed anche semplicemente Ostia, come raccogliesi da Vibio Sequestre, non par dubbio che nel passo del grammatico sono chiaramente indicati gli abitatori di essa col nome di Osteatini, per differenziarli da quelli di Ostia sul Tevere, che furon detti Ostiensi.

Sconosciuta affatto è l'origine di Atomo, tuttoché un patrio scrittore attribuivala, senza alcuna autorità, a’ Pelasgi (938); e perciò appunto è da annoverarla tra le più antiche città nostre. Non se ne ha tuttavolta una memoria più remota del tempo della seconda guerra cartaginese. Avendo parteggiato per Annibale, fu assediata e saccheggiata dal Pretore Sempronio Tuditano nell’anno di Roma 539, il quale fecevi più di settemila prigionieri (939). Ed a questa città stessa, posta sulla spiaggia, panni che si riferisca la testimonianza di Meninone, dal quale sappiamo che gli Eracleoti del Ponto soccorsero i Romani con due triremi nella Guerra Marsica (940), perciocché tra questi popoli i soli Marrucini toccavano il mare colla città di Aterno. In tempi posteriori, senza che ne sia nota l’epoca, l’agro di questa città fu diviso ad una Colonia romana, come scrive un autore agrario (941); ma egli sembra che ne fosse stato autore Augusto, per esserne stati i campi divisi secondo la legge augustea, che che ne pensino in contrario alcuni scrittori, i quali sostennero che fu Municipio (942), dimentichi per avventura che i Municipii, come altrove abbiam detto colla testimonianza di Aulo Gellio (943), non differivano dalle Colonie sotto l’Impero. E in questo significato intender dobbiamo la memoria del Municipio Aternense che ci serbò il seguente epigramma (944):

M. VETTIO

M. F. PAL. PIO

EQVO PVBLICO

PRAEFECTO

COHORTIS. VI

THRACVM

MVNICIPI

OB MERITA

DECVRIONES. D. Ρ. P.

Questa città, emporio comune di molti popoli, non dovè mancare di pubblici e suntuosi edifizii; ma appena è noto che presso la sponda del fiume sorgeva un Tempio sacro a Giove Aterno, tra le cui rovine fu trovata nel XVI secolo una tavoletta di bronzo, che mostrava il voto sciolto al nume dal Prefetto degli Speculatori Valeriensi, con questa epigrafe (945):

IOVI ATERNIO

L. VETVRIVS. PRAEF.

TVRMAE SPECVLAT.

VALERIEN. SIGN. F.

EX VOTO

Gli Speculatori Valeriensi, de' quali è memoria in questa iscrizione, appartennero alla legione XX, istituita da Augusto, e che ottenne il nome di vincitrice (946). Per la Via Valeria del resto venne a nobilitarsi la condizione della città di Aterno. Ma già prima era frequentata e celebre pel suo porto, comune insieme ai Vestini, a’ Peligni e ai Marrucini (947), co' quali gl'Illirici ed altri popoli dell’opposta spiaggia dell’Adriatico erano in relazioni di commercio, e chiaramente si raccoglie dalla seguente lapida (948):

L. CASSIO HERMO

DORO NAVCLERO

QVI ERAT IN COLLEG.

SERAPYS. SALON. PER

FRETA. PER. MARIA. TRA

JECTVS. SAEPE, PER VND

QVI. NON. DEBVERAT

OBITVS REMANERE

IN ATERN. SET. MECVM

CONJVNX. SI. VIVERE

NOLVERAS. AD STYGA

PERPETVA. VEL. RATE

FVNEREA. VTINAM

TECVM. COMITATA

FVISSEM. VLPIA CANDI

DA. DOMVS. SALONIC...

M. P.

ATERN. QUI FVIT. IN COLL. YSID.

Morto per mare, o nella stessa città di Aterno, L. Cassio Ermodoro, il quale apparteneva al Collegio di Serapide in Satana, città dell’Illirico, Ulpia Candida sua moglie posegli la lapida, rimpiangendone con tenerezza la perdita; ed al caso di quel nocchiero alludeva forse il bassorilievo che vedevasi nel sito stesso dove l’iscrizione fu rinvenuta, e che rappresentava una barca con lungo rostro e timone, sfornita di vele e di remi. Il porto di Aterno del resto, delle cui grandi muraglie qualche avanzo restava al principio dello scorso secolo, fu restaurato da Tiberio, e si apprende da quest’ultra epigrafe, rinvenuta nel 1736 tra le rovine di esso (949):

IMP. TIBERIVS. CAESAR

DIVI. AVG. F. AVGVSTVS

PONTIFEX. MAXIMVS

TRIB. POT. XXX.

RESTITVIT.

Quanto al silo di questa città, la denominazione di Ostia che ha in Vibio Sequestre (950) e negl’Itinerarii, non lascia alcun dubbio sulla posizione di essa presso la foce del fiume, tuttoché un oppido, o castello si è supposto, sia accanto il suo porto, sia nell'isoletta che si è preteso formarsi dall'Aterno dopo averne bagnate le mura, al quale accennerebbe la testimonianza del citato grammatico (951). A giudicarne dagli avanzi di un antico ponte, la città sorgeva sulle due sponde del fiume, e l'odierna Pescara occupa l’area della parte destra di essa. Nel sito detto Rampigno, di là dal fiume verso il nord, se ne scoprì il sepolcreto, ed a breve distanza le vestigia di un Tempio. A’ tempi di Carlo V del resto pochi avanzi d’una cortina, del detto ponte e del porto vi rimanevano (952), quando per custodia del regno gettò le fondamenta della fortezza di Pescara su quella spiaggia.

7. Corso, e termine della Via Claudia Valeria

Descrivendo la regione peligna, abbiam cennato il corso della Via Claudia Valeria che trasversavala, e abbiam detto che da Corfinio giugneva dopo XII miglia antiche ad Interpromio, città de' Marrucini. Or da questa città correva dopo altrettante miglia a Teate e dopo altre dodici alla foce dell'Aterno, come parlando di queste città si è già notato colla guida de' romani Itinerarii. E perché più chiaramente s’intenda il corso della detta Via, ora soggiugniamo che, uscita dalle gole di Tremonti per passare dall’agro de' Peligni in quello de' Marrucini, seguiva dritto il suo corso lungo l'Aterno sulle pianure di Tocco, Casauria e Bolognano, e ne rimane tuttora un avanzo a breve distanza dall’antico ponte di Casauria sull’estrema parte del piano di Tocco. Di là correndo alla destra dell’Aterno, entrava nel territorio di S. Valentino che percorreva per tre miglia colla città d’Interpromio. Passando nel territorio di Alunno sopra un ponte, del quale tuttora si vedon le reliquie sulla destra ripa del fiume, percorreva per due miglia l’agro vestino, finché giunta presso l'osteria dell’Alba, ripassava l'Aterno sopra un gran ponte a più archi, de' quali sette piloni tuttavia rimangono a fior d'acqua, e che né il tempo né la violenza del fiume han potuto distruggere. Rientrava per quel ponte sull’agro de' Marrucini, e ripigliando la destra dell'Aterno seguivano il corso insino alla foce, dove aveva termine (953).


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VI. REGIONE FRENTANA

I. Corografia della Regione Frentana, e naturali condizioni di essa. — II. Origine de' Frentani) e dominio degl’Illirici e de' Liburni in questo paese. —III. Antica topografia. — 1. Fiume Fauno o Foro, —2. Orfana,— 3. Anxano, — 4. Fiume Sagro, o Saro. — 5. Carentini superiori ed inferiori. — 6. Tempio e Vico di Venere. — 7. Buca. — 8. Pollano, — 9. Istorio, — 10. Fiume Trivio. —11. Uscosio,—12. Interamnia, — 13. Fiume Tiferno. — li. Cliternia. — 15. Larino. — 16. Rocca Catena. —15. Gerione. — 18. Foro Cornelio, —19. Fiume Frentone. — 20. Strada Frentana. — 21. Generali vicende de' Frentani.

I. Un paese più vasto delle giù descritte contrade abbracciò la Regione Frentana, che si distese in una larga zona tra' Marrucini, i Peligni, i Sanniti, i Dauni e l’Adriatico. Ebbe non pertanto più ampi e più ristretti confini secondo la diversità de' tempi: perciocché nelle epoche più remote stendevasi lungo il mare sulla spiaggia di circa ottanta miglia dal fiume Foro, che dopo l'Atomo sbocca nell’Adriatico, insino al Frentone o Fortore, e di qua da questo fiume sino alle catene di monti che lo accompagnano verso l'est, e che tutto il montuoso paese dividono da' piani della Puglia·, così che i detti fiumi ne formavano i limiti naturali all’est e all’ovest, essendo terminata al nord dal mare, e al sud dalla Regione Peligna, dall’agro de' Marrucini e dal Sannio. Ma quando per la nuova corografia di Augusto non poche regioni d’Italia furon dilatate o ristrette secondo il numero delle loro popolazioni, perdettero i Frentani tutto il tratto del loro paese dal Tiferno o Biferno insino al Frentone, per lo spazio di venti miglia, che fu accresciuto alla Daunia·, e d’allora il lor territorio, cominciando dal primo di questi fiumi, arrivò per l’estensione di sessanta miglia all'Eterno. Secondo quest'ultima corografia Plinio è Pomponio Mela ci descrissero la Regione Frentana, il primo con un viaggio geografico dal sud al nord, dal Tiferno all'Aterno (954), e l’altro con ordine inverso, dall'Aterno al Tiferno (955). Il quale ultimo fiume serviva di confine orientale Frentani solo alla foce, essendo nell'interno del paese limitati dalle diramazioni appennine che tra esso ed il Frantone giungono sin presso la costa, come è chiaro dalla città di Larino, posta dentro terra all’est del Tiferno, ed appartenente secondo Plinio a que’ popoli (956).

Ma per dire più particolarmente dell'antica corografia de' Frentani innanzi al dominio de' Romani, secondo la quale faremo la nostra descrizione, il fiume Foro divide vali al nord dall'agro de' Marrucini, il Frontone dalla Daunia al sud, avendo per altri confini naturali all'est l'Adriatico, e il Sanerò, nella parte superiore del suo corso, colla catena della Maiella all’ovest, che dividevali da’ Peligni e da' Sanniti (957). In guisa che la Regione Frentana, compresa negli odierni distretti di Lanciano, Fasto, e Larino, in parte racchiudevasi nell'Abbruzzo Citeriore, in parte nella Provincia di Molise. Di questa antica confinazione non ci lasciarono precisa memoria gli antichi geografi, ma risulta da quella degli altri popoli vicini, non meno che dal nome del Frontone che sino alla sua ripa ci addita il dominio di que’ popoli. Pomponio Mela e Plinio ci descrissero, come abbiamo già detto, soltanto la nuova corografia, e Strabone e Tolomeo, senza assegnare i limiti de' Frentani, c’indicarono appena alcune città ad essi appartenenti (958); anzi i geografi latini distesero insino all'Aterno la regione di questi popoli (959), circoscrizione abbracciata da alcuni moderni topografi (960).

Gli alti gioghi della Maiella colle diramazioni che se ne distaccano all’est e al sud, le piccole valli di queste diramazioni co' bassi colli e i piani lungo l'Adriatico irrigati da' numerosi fiumi che ne discendono, formano tutta la Regione Frentana. Quell’ampia catena, dell’estensione di circa 60 miglia, che la massima parte occupa del Distretto di Lanciano, alla più grande altezza si eleva in Monto Amaro e Monte Cavallo, che i geologi suppongono formati nell’epoca stessa delle alte giogaie appennine, e s innalzano sul livello del mare, il primo 2902 metri, il secondo 2788. I nudi dossi e le squamature verticali e trasversali di que’ monti e delle loro dipendenze appalesano una calcarea alpina di grande spessezza, inquinata di quarzo grossolano, piromaca, ortoceriti e madreporiti. Su questa calcarea un’altra ne poggia a tessitura più tosto terrosa ed a strati, spessa non meno di sei piedi. Nelle parti centrali della prima ve n’ha una terza molto compatta e sparsa di univalvi e bivalvi, che presenta ne' lati superiori depositi di diverse generazioni di zooliti. Tra gli strati della prima e della seconda si veggon filoni di spato calcareo cristallizzato e bianco, ed altri ancora misti alla serpentina, e vaneggiati di color violetto sudicio.

Le masse colossali della Maiella mostrano verso il sud terribili rivoluzioni fisiche: ivi forme irregolari, punte ertissime, crepacci bizzarri, rupi spaventose, valloni enormi, tra' quali i più grandi e profondi sono quelli di Oriente, dell'Inferno, poco accessibili, di S. Spirito e Civitella. Le rocce rivolte al nordest palesano anch’esse gli effetti di straordinarii cataclismi. Una prodigiosa quantità di piante botaniche vegeta tra queste rocce e le balze di questo gran monte (961); e non ostante le tante frane e Fazione de' torrenti e delle meteore che ne hanno oltremodo alterata la superficie, la terra vegetale, ove più, ove meno, ricopre vasti piani e grandi declivii, che in alcuni luoghi riempiono di meraviglia co' boschi densissimi che li ricoprono, dilettano in altri col dolce mormorio di limpide sorgenti e col vago aspetto di ridenti e verdi prati, sparsi d’erbe e di fiori. La neve che vi cade in gran copia, ne copre la maestosa cima nella piupparte dell'anno, e in alcune valli vi si aggela e vi dura lunghe stagioni; perciò non mancano geografi che d'esse intendono il Nicate degli antichi (962). Le vette di alcune colline sono composte di parti scrollate dalle soprastanti rocce, le quali appariscono stratificate sopra solida sabbia calcarea quarzosa, che ha per base una marna lapidea, di terra calcarea ed argilla. Altre, che svelano una pari formazione, racchiudono gran copia di quisquiglie marine. Qua e là la calcarea comparisce di grana compatta finissima, capace di ricevere un bel lustro, e racchiude marmi bianchi e di svariati colori, ma in siti dirupati e difficili. Vi sono depositi di scagliuola gesso, quarzo molare, terra samia e gialla, di terra verde con particelle di rame, di terra simile alla pozzolana, e di grossa e minuta ghiaia. Copioso è l’alabastro in più luoghi, di color bianco, o vario venato. Stalattiti di più forme e colori si rinvengono ancora negli spechi di quest'ampia catena di monti, di cui i Frentani possedevano le contrade poste all'est e al sud.

I colli e i poggi in cui si abbassano le diramazioni della Maiella, le spaziose estremità delle valli di queste diramazioni, e i piani che si distendono lungo la spiaggia, palesano tutti nella regione la remotissima presenza del mare. La parte piana del circondario di Francavilla, solcata dall’Alento e dal Foro, è formata nel fondo da interrimenti fluviali, sovrapposti a sedimenti marini. Gli ammassi delle basse colline, di sabbia quarzosa calcarea, racchiudono conchiglie univalvi e bivalvi, ed hanno per base una marna sparsa di squamette micacee. Gli squarciamenti laterali della collina, al cui pendio siede Francavilla, disvelano piccoli e grossi pezzi d’una sostanza vegetale glutinosa che dà un acido ed un olio simile al petrolio, provegnente forse da' pini che vi allignarono ne' remoti tempi. Nelle ripe degli anzidetti fiumi si rinvengono piccoli e grossi frantumi di argilla ocracea, di pietroselce, arenaria, piriti e ferro ossidato, strappati dalle acque nelle soprastanti alture. Quasi della stessa formazione è l'ampia pianura di Ortona, bagnata dall’Anello, nonché i colli che s’innalzano in questo e nel vicino circondario di Tollo. Formati di alluvioni e d’interrimenti marini sparsi di ammoniti, qualcuno ve n'ha che racchiude una specie di arenaria terziaria, accompagnata da marna turchiniccia, ed altri che mostrano ammassi sabbiosi e carbonati cretosi. Le colline di Tollo scoprono nelle sommità strati quasi orizzontali di sabbia quarzosa calcarea sparsi di testacei e crostacei, nelle basi letti di marna argillosa brizzolata di mica. Non vi mancano di luogo in luogo pietre dure e di arena calcarea. La roccia che fiancheggia valle Sarda, rinserra rottami di ardesia e calcarea mista a pezzetti di mica giallastra; ed il terreno del Piano di Sarno, per lo più di alluvione, ha banchi di argilla e calcarea su’ soliti sedimenti marini, fra' quali si veggon conchiglie, vegetali e pesci impetriti.

I bassi colli che si elevano ne' circondarii di S. Vito, Orsegna e Lanciano, originati egualmente da marine deposizioni, sono formati dove di argilla, o di sabbie quarzose calcaree sovrapposte a marna argillosa, dove di sabbia insieme e di argilla. Uno ve n’ha in quello d'Orsogna che mostra un grès calcareo grigio, e dà le così dette lisce, o macigni ad uso di costruzioni, agli abitatori di que’ luoghi. Filoni di carbon fossile si suppongono presso la marina di Fossaceca, e nel lenimento di S. Vito sono antiche cave d'una specie di pozzolana, benché non sia vestigio di vulcani in quella contrada. Nelle colline soprastanti a' torrenti Moro e Foldrino predomina il carbonato di calce cretoso, e i terreni della vasta pianura, ove con alcuni villaggi sorgono i comuni di Mazzagrogna e S. Maria Imbaro, sono sabbiosi calcarei-argillosi, misti con vegetali decomposti in proporzioni propizie all'agricoltura. Fra il colle di Casoli di calce carbonatica, e i poggi e le balze argillose presso l'Aventino notabile è quello su cui poggia Attino, tutto di arenaria composta di piccolissimi grani di quarzo di svariati colori, per l'ossido di ferro che in copia lo investe, e tra le argille e le sabbie lo distingue depressimi colli e la calcarea del vicino monte Calvario.

La contrada più ingombra delle grandi ed alte giogane della Maiella è il circondario di Lama. Spaventosi dirupi ed enormi massi tagliati a picco appalesano nel Monte Amaro le grandi catastrofi del Globo. Inaccessibile ne è la cresta, e si ascende al suo più alto punto pel vado della Valle, alto circa 7000 piedi. In uno de' suoi dossi alquanto piano è una cavità quasi circolare, tapezzata nelle sue pareti di cristalli di rocca. Un filone di quarzo idino cristallizzato prolungasi a traverso di un largo spiraglio di roccia, di cui si son rinvenuti pezzi trascinati da' torrenti nella sottoposta valle di Femmina morta. Non meno in questa che in quella sottostante a Monte Cavallo, e nelle pendici de' monti Focalone ed Altare si sono scoperti frammenti di calce fluatica verdiccia e di alcune varietà di selci delle rocce imminenti, supposti come smeraldi, agate e diaspri. Nel dorso occidentale di monte Cavallo sono concrezioni calcaree globulose di ammoniti, come nel meridionale di monte Amaro è un deposito di madreporiti ed altre conchiglie) Negli antri calcarei del Bove e del Cavallone, che si aprono sulle più alte pendici di quest'ultimo monte, si generano statattiti di strane e diverse figure. Negli altri monti si osservano filoni di piromache diasproidi, testacei e crostacei petrificati, calce solfatica, carbonati calcarei, e sostanze minerali miste a materie eterogenee. La superficie di una delle sottoposte valli, formate da strato di limo, sabbia e ghiaia, contiene grossi e piccoli frantumi di succino, capace di bel pulimento, ed ivi presso è una cava di pece minerale, che ne racchiude in gran copia.

Notabili oltre i già detti in questa stessa contrada sono altri monti. Il Palombaro, il Giratolo, alto 5000 piedi, hanno entrambi massi tagliati quasi a picco, e nicchi e pesci impetriti sulle loro rocce. A lato di questi alti gioghi non mancano qua e là depositi di arenaria per lo più giallastra, composta di particelle quarzose e squamette micacee unite da cemento calcareo. Quelli di Palena e Coccia che poggiano sulla stessa base, sono di pari formazione calcarea a strati, di color grigio bianchiccio. Ove i loro dossi sono scoperti o screpolati si veggon reliquie marine, ammoniti, filoni di pietre silicee, e pezzi di schisto calcareo dendritico con vene spatose. Il secondo di questi monti si erge 2000 metri sul mare; una grande squarciatura lo divide dalla Maiella, che lascia angusto e pericoloso il passaggio pesassi che si distaccano da' fianchi tagliati a picco. La formazione della ridente collina, sulla quale a guisa di anfiteatro è posto Polena, è a strati di sabbia quarzosa calcarea, sparsa di pagliuole micacee, di ammoni, testacei e crostacei. Ivi presso e nel territorio di Roccascalegna si son rinvenuti grossi pezzi di carbon fossile, scoperto a vene nella valle dell’Aventino. I monti Pizzi, distanti circa cinque miglia da Polena, cosi detti dalle loro aguzze creste, e che si credono i monti Granili o Corniceli degli antichi (963), raffigurano i denti d’una sega, disposti in tante piramidi alte da 50 a 60 piedi, a facce piane e quasi perpendicolari. Sono di formazione calcarea terrosa, inquinata di quarzo, piromaca, ammoniti e madreporiti. Affatto nudi di terra vegetale, appena qualche pianta rupestre alligna tra le lor fenditure. Si aprono tra quelle piramidi graziose vallette, che sboccano pe’ declivii montuosi connessi alla vallata lungo la sponda settentrionale del Sangro. Il monte S. Domenico, d’una simile calcarea, innalza la sua vetta più di 4000 piedi sul mare. Le squarciate rocce di questi monti e delle altre che da Polena fiancheggiano le valli degli anzidetto fiumi, tutte palesano grandi sconvolgimenti della natura.

I monti prevalgono a' colli nella parte della regione che ci resta a descrivere, e la formazione degli uni e degli altri non differisce fran fatto dalla già detta. Quelli di Moresco e Maio, che si elevano nel circondario di Torricella, di calcarea grossolana e terrosa, hanno presso le basse pendici una specie di grès calcareo giallognolo, di unita ad un sabbione siliceo con gusci marini. La calcarea stratiforme degli altri che sorgono in quello di Città S. Maria, ha depositi di focaia, petroselce agatoide, vegetali e conchiglie impetriti. Ma notabile è la formazione de' colli sovrastanti alle sponde dell'Aventino, che col carbonato calcareo racchiudono grandi banchi di gesso ottimo per le costruzioni, e che in una sola massa si aggruppano presso Gesso Patena, a cui dan base e nome. I fiumi Parelio, Verde e Roitello irrigano la vicina contrada, e confluiscono nel Sangro. Il primo, che con più lungo corso attraversa dirupi e boscaglie, forma presso Quadri un’alta cascata. Più manifesto ancora nel circondario di Vasto è il remoto dominio dell’Adriatico. Molto dentro terra vi appariscono gli scogli; l’argilla e la marna ne formano i bassi colli, i piani inclinati e le valli dell’Asinello, della Tresta e del Trigno. Sonovi pure terre sabbiose, avanzi delle deposizioni del mare, ed altre infette da solfato di calce, massime ne' dintorni di Città Capello e S. Salvo. Ammassi d’interrimenti marini pieni di conchiglie e pesci petrificati forman del pari il colle dell’Amendola presso l’amena pianura di dragona,, su cui sorge Vasto, come quello di Montecchio, la Ripa de' Ciechi e parecchi rialti. Le terre vegetali giacciono per lo più sopra letti di ciottoli marini, sovrapposti a strati di arena, e questi ad altri di argilla; i quali presso al mare più che altrove sono intramischiati e confusi, per effetto forse di ripetuti sovvertimenti. La calcarea grossolana terrosa de' monti Falcone e Calvo nel circondario di Paglieta è del pari sparsa di conchiglie, e i sedimenti del mare sono manifesti non meno nel piano della Marca presso la spiaggia, che nel suolo delle valli tra le rocce e i fiumi Sangro, Asinello e Trigno, nelle contrade di Atessa e Gissi, e ne' piani di Fiazza e del Duca. Le pendici di alcuni di que’ monti hanno a fianco grandi depositi di arenaria e squamette micacee che splendono anche di lontano, e presso Carpineto sono cumuli di marna argillosa, colmata di allumina e di mica. Veementi irruzioni marine sconvolsero in epoche immemorabili l'alto e basso lenimento di Atessa, e ne danno argomento gl’immensi materiali di sostanze diverse ivi ammassate alla rinfusa. Nella contrada di Valdarno, come tra Guardiagrele e Filetto, si son rinvenuti tra queste ossami di enormi quadrupedi di specie perdute, di cui era giù un avanzo nella chiesa di S. Leucio. Una malsana laguna, di circa 6000 moggi, formano i ribocchi dell’Appello e del Ceripolla, che con due altri piccoli fiumi, l’Osente ed il Pianello, bagnano questa contrada. Il colle di Gissi, di calce solfatica, racchiude dove rognoni dì gesso cristallizzato, dove massi della stessa sostanza lamellosa che adoprasi per costruzioni.

I monti Rinelli e Rione nella contrada di Bomba, nonché il Fallano e quello d'Archi, che vi sorgono a più grande altezza, donde l'occhio si spazia sulle coste della Dalmazia e le grandi eminenze della Marca, tranne che la loro calcarea grossolana pare rovesciata alla peggio ed intersecata da vene silicee, non presentano al geologo nulla di particolare. Le vicine rocce, di sabbie quarzose calcaree, poggiano sopra limi di marna ed argilla. Ivi presso e verso il territorio di Bonanotte la sabbia alternante coll’argilla è intarsiata da filoncelli e rognoni di zoofitantrace. Il gran sasso calcareo, al cui pendio sorge Pietraferrazzana, credesi formato da irruzioni del mare, che ne' punti più fiacchi diroccaron le rocce prima sommerse. Né la presenza dell'Adriatico è men palese nella congerie di rocce, interrotte da piccole valli, che ingombrano il circondario di S. Buono. Nelle lor parti nude e screpolate si veggon conchiglie, e globetti di focaia bionda semidiafana. L’argilla predomina ne' vicini colli, la quale ha per base una marna compatta e carica di particelle micacee. Vi abbonda il solfato di calce, della specie detta selenite, e sono rognoni di ferro solforato cristallizzato, e pezzi di calcarea con impronte di pesci presso a Dogliola.

Ne’ monti e ne' colli che occupano le rimanenti contrade irrigate dal Biferno non ravvisa il geologo una molto diversa formazione. Il carbonato di calce cretoso predomina in quella di Celenza, e i monti del confinante circondario di Castiglione Messer Marino sono di calcarea a grandi strati inclinati al sudest, sparsa delle solite conchiglie e interpolata da strisce di piromaca grossolana di color bianco gialliccio. Sulle sponde del Trigno che irriga le falde del monte di S. Vito, si rinvengono gusci lapidei silicei di forma globosa, rivestili nell’interno di cristallizzazioni calcaree. La pietra sabbionosa che vi forma parecchie eminenze, è sovrapposta a letti di marna argillosa. Appiè di alcune rocce sono piccole masse di arena terziaria di color cilestro, e spesso vi s incontra l’argilla marnosa, sparsa di minuzzoli schistosi calcarei.

Dicasi lo stesso presso a poco della contrada in cui si distende il Distretto di Barino, limitata dal Trigno e dal Fortore, e bagnata nel mezzo dal Biferno, nonché da piccoli fiumi o piuttosto torrenti Tecchio, Sinarca e Saccione. I colli, pendenti verso il nord e che si abbassano come si accostano al mare, sono tutti di sabbia sovrapposta a marna, tranne alcuni di sabbione calcareo in masse isolate ricolme di marine concrezioni. Al nordest di Tavenna grossi macigni s innalzano di solfato calcareo, cristallizzato nella superficie, nel resto d’un terreno gessoso-cretoso, coverto in qualche parte di sabbia giallognola, simile a quella delle vicine alture. Tra il Sinarca ed il Trecchio, come tra questo fiume ed il Trigno, sono rocce coverte di boschi.

Sedimenti marini, sparsi di calcinati fossili conchigliacei, formano del pari le pianure che si stendono tra le pendici de' colli e la spiaggia tra le foci del Sinarca e del Saccione, e che oltre a dieci miglia si slargano presso Barino. Della formazione stessa partecipano i poggi, e il piccol promontorio su cui sorge Termoli, è formato egualmente di concrezioni calcaree conchilifere. Né presentano meno l'antico soggiorno del mare i monti del circondario di Barino. Tranne i cumoli di grani quarzosi tra le rocce di Montorio e Montelongo, e il piccol rialto di carbonaio calcareo globuli forme presso monte Arcano, sono tutti formali di calcarea stratificata, poco compatta e molto terrosa, interpolata da Cloni di focaia, e brizzolata di fossili marini. La valle, che dalle pendici del Calvario scorre sino allo sbocco del Cigno nel Biferno, ha del pari gli strati inferiori di marine deposizioni, sparse di limo e di conchiglie, come i colli che la cingono, di univalvi e bivalvi. Notabili nelle altre rocce di questa contrada, di pari formazione, sono le squarciature che di tratto in tratto le dividono, e che sembrati prodotte da terribili cataclismi, come apparisce ancora da' corpi marini che si veggono ne' loro nudi ammassi calcarei. Quelle che ingombrano il territorio di Montefalcone, sovrabbondano altresì di conchiglie petrificate, e parecchie colline della contrada di S. Felice e Ripabottoni sono formate di crostacei e testacei, che serbano in gran parte col natural colore il loro ligamento lendinoso.

Gli altri colli svariano molto di luogo in luogo nella lor formazione, e verso l’est si elevano massi di calce carbonatica calcarea correzionala a tufo, e tutta sparsa di conchiglie petrificate. Nell’alta vetta calcarea di Civitacampomarano alterna l’argilla indurita e 'l sai gemma; ed oltre agli enormi depositi di calce solfatica che ha ne' dintorni, altri ve ne sono di materie schistose e di argilla carica di ossido di ferro. Ivi presso è un colle di solfato di allumina, e la marnosa collina di Guardialpera fe tutta investita da rena calcarea, squamette micacee, grani silicei e testacei. V’è ancora in massa informe il gesso selenitoso, oggetto di utile commercio, e vi rampollano non poche acque minerali. Lo sconvolto terreno di alluvione della valle di Lucito, irrigata dal Biferno, con tutto il vasto territorio di Casacalenda, appalesano in fine in quest'ultima, come nelle descritte contrade, la remota presenza delle onde marine. Delle colline alcune, di sabbie quarzose-calcaree, sono sparse di mica argentina ed ammoniti, altre ricoperte di bosco mostrano strati di lapillo; né sono meno sparse di conchiglie i poggi presso il monte di Morrone. Orribili scoscendimenti si ravvisano soprattutto ne' massi di quest'alta montagna, donde si scopre la Puglia col Gargano e ’l prossimo mare, e in quella di Bonefro la calcarea in diversi modi stratificata fe pur brizzolata di fossili marini (964). E tale la geologica natura di quest’ampia e ridente regione, distinta in vaste pianure, ameni colli e fruttifere valli; ora con probabili conghietture passeremo a ricercar le origini de' popoli che ab antico vi si stabilirono.

II. Dell’origine de' Frentani alcuna memoria certa non sopravanza, tranne la generale tradizione di Strabone, che li annoverò tra i popoli sannitici (965). Il Claverio inclinò a credere piuttosto che provenissero da' Sabini (966), e nell’opinione stessa convenne altresì un patrio scrittore, il quale, differenziando l’appellazione ad essi data dal greco geografo di gente sannitica da popoli sannitici, accettò la prima denominazione nel senso della lor prisca origine sabina, ch’ebber comune co’ Sanniti. E che fossero stati originarii de' Sabini, ne trovò una pruova nel non essere mai stati confederati de' Sanniti (967), eccettoché nella sola guerra marsica, alla quale tutti i nostri popoli parteciparono. I Frentani adorarono ancora particolarmente Marte e la dea Feronia, e questo lor culto potrebbe venire in sostegno della detta conghiettura, essendo nota la special venerazione in che que' numi ebbero i Sabini (968). Ma altri scrittori patrii non dubitarono di attribuire l'origine de' Frentani a' Liburni e da’ Dalmati, che ne' frammenti di Catone pubblicati dall’Annio si pongono come i primi occupatori di questa contrada, dalla quale furon poi espulsi da' Toscani, o Etruschi (969). Ma questi scrittori non consideravano che se genuini fossero que frammenti, rinvenir vi dovremmo i veri frammenti catoniani che leggiamo negli antichi grammatici. Or non solo verun frammento non vi si legge di quelli che della perduta opera delle Origini ci conservarono Servio, Macrobio, Prisciano ed Aulo Gellio, tra quali il più importante è quello del tribuno Cedicio paragonato a Leonida per la famosa impresa nell’isola di Sicilia (970), ma qualcuno ve n’ha altresì affatto contrario a ciò che scriveva l'antico storico latino. Dichiarava Catone, a cagion di esempio, di non essergli nota l'origine degli Etruschi (971), ed in quelli dell'Annio l’origine di essi, come de' primi abitatori d’Italia, è attribuita a' popoli condotti da Giano, C arnese e Saturno, gente fenicia e scitica, come egli afferma, che dopo l’universale inondazione del Globo diffuse la primate sue colonie pel mondo. Giano approdava Galli, progenitori degl! Umbri, sul Tevere, e colla sua gente fermavasi nel luogo detto Etruria (972). Se questo dotto uomo, o chiunque ideò que’ frammenti contro le testimonianze degli antichi, fosse stato così accorto di raccogliere da citati scrittori e da altri i veri frammenti catoniani, e li avesse alle sue ipotesi e foggiate origini frammessi, avrebbe forse trovato quel credito che i dotti del suo secolo gli negarono, e che altri ora, ma indarno, vorrebbero restituirgli. Quando nelle false origini catoniane parla dell'Italia, mostrasi sempre avverso a' greci scrittori, ed a' Greci va per lo più attingendo le tradizioni delle origini italiche e di altri popoli antichi; né poteva altrimenti, poiché da’ Greci abbiamo la storia.

Invano adunque si cerca, quanto all'origine de' Fontani, ne' frammenti attribuiti a Catone un’autorità storica; possiam solo trovarvi una conghiettura dell'Annio, e conghietturando diciamo che se questi nostri popoli la propria origine non ebbero da' Liburni, perché furono secondo la tradizione di Strabone piuttosto Sanniti, i Liburni si tramischiarono non pertanto in tempi remotissimi alle tribù sabelliche, e insieme abitarono la regione frentana. E chi considera da un canto la non molta distanza de' Liburni e de' Dalmati da questa nostra contrada posta del pari sull'Adriatico, e le scorrerie e la potenza di que’ popoli dall’altro, onde valsero ne' più remoti tempi della nostra storia a stanziarsi sulla foce del Tronto e nel prossimo paese, non la troverà forse lontana dal vero. Nella regione frentana sono oltreacciò notabili alcune denominazioni, le quali par che ci disvelino in essa l'antico dominio di que’ popoli. Liburna a' tempi di Polibio nominavasi un monte della regione (973), che i moderni riconoscono ne' gioghi detti le Serre confinanti con quello di Morrone (974), e rimane tuttavia il nome di Sarno alla pianura ristretta tra' fiumi Foro ed Ariello. Nel nome di quel monte serbavasi memoria degli antichi abitatori della contrada, come in quello della detta pianura la rimembranza d’una città omonima appartenente agl'Illirici (975), tra' quali i Liburni andaron compresi (976).

Seguitasi a dire ne' detti frammenti anniani che i Toscani o Etruschi ottennero poscia il dominio della regione frentana, e in questo parmi anche manifesta la falsità di que’ frammenti. Nessun monumento è mai venuto fuori per mostrarci questi ultimi popoli in quel paese, e le poche epigrafi antichissime che vi si son rinvenute, non altro dimostrano che l'osco linguaggio fu parlato da' Frentani. Quest’ultima origine fu certamente foggiata dall'Annio dal nome d’una delle più nobili città frentane, dir voglio Larino, reggendo in questa con altri scrittori l’etrusca voce lar, la quale dinotò principe, o signore (977). Ma oltre che il nome di Larino dimostra per altri piuttosto la presenza de' Pelasgi tra Frentani, i quali molte città edificarono ed abitarono col nome di Larissa (978), un greco scrittore ci serbò ancora il significato di Larino, che dinotava pingue, ed accennava forse alla grassezza de' terreni (979). Il dominio degli Etruschi nella regione frentana, e soprattutto in Anxano, Istonio e Larino, si sostenne altresì da un patrio scrittore, seguito da altri nostri antiquarii, per la copia de' vasi nell’agro delle dette città rinvenuti (980); ma questi vasi, che si fabbricavano insieme in Grecia e in Italia, dove soprattutto le greche colonie si stabilirono, le odierne cognizioni archeologiche non comportano che a' soli Etruschi si attribuiscano. E che in vece di Etruschi si fossero piuttosto greci coloni stabiliti in questa regione, non ostante il silenzio della storia, i nomi di alcune città frentane chiaramente il dimostrano. Ortona è senza dubbio nome greco, e come tale dobbiamo considerare anche Larino. Plinio in fatti tra i celebri fonti dell’Attica ricorda Larina (981), e nell’Epiro fu un villaggio col nome stesso, secondo apprendiamo da Ateneo (982). Il nome di Gerenia, o Gerione, non ci appalesa un'origine diversa; perciocché, ritenendo fra alcune altre la prima denominazione, questa non è meno greca delle già dette, da γερανος, gru, e la seconda ci rammenta del pari il mito di Gerione combattuto da Ercole, e che nell'Epiro ebbe regno (983). Il singolar tipo infine del Centauro dendroforo di alcune medaglie di Latino conferma tutte queste conghietture. Le guerre che tra lor combattettero i Centauri e i Lapiti, le quali in un poema epico cantava Melisandro di Mileto (984), anziché della storia, sono del dominio della mitologia; ma non é dubbio che nella favolosa leggenda fosse ascoso un fatto della più remota storia della Tessaglia. È noto in fatti da Omero che i Lapiti scacciarono i Centauri dal Pelio (985), come dalla Magnesia e dalla Pelasgiolide i Pelasgi i quali ritiraronsi nell'Etolia, secondo un antico scrittore citato da Strabone (986), o nell’Italia, come leggesi in alcuni manoscritti (987). E senza escludere la prima di queste regioni, la tradizione del passaggio de' Centauri in Italia è confermata da altri mitografi, i quali dicono che alcuni di essi si ritirarono nell’Isola delle Sirene (988); ed è singolare che tra i nomi loro si annoverano Agrio ed Elimo, Abante e Teleboo, personificazioni di popoli pelasgici dell’Epiro, e delle confinanti regioni, passati ad abitare, i primi nel Lazio (989), gli altri nella Campania (990).

Quasi tutti i moderni convengono che i Frentani presero il nome dal fiume Frontone che con una sponda limitava la lor regione al sud; ma, senza ricorrere a qualche conghiettura, non si può affermare donde quel nome si derivasse e chi glielo imponesse. Frento non è certo nome greco, o latino, ed è molto probabile che fosse imposto Illirici o Liburni, che son da credere, come abbiamo già detto, tra' più antichi abitatori della contrada. Brenta, o Vrenta in fatti è nome comune a non pochi fiumi celtici (991), e per l’affinità delle iniziali, queste denominazioni sono analoghe a Frento. Questo nome del resto non è da stimare il più antico dell'anzidetto fiume come de' popoli della regione, perciocché nelle medaglie con osca leggenda retrograda che ad essi si attribuiscono sono nominati Frentrei o Frentrer (IMMAGINE)

Queste medaglie hanno per tipi la testa di Mercurio coverta del petaso, o un semplice caduceo dal dritto, e nel rovescio un Pegaso e un tripode, o il solo tripode con sopra un'urna (992). Il quale antico nome si mutò in processo di tempo io quello di Frentani, come leggesi nelle lapide e negli scrittori.

Ma, per dire dell'antica topografia di questi popoli, i luoghi soltanto ne conosciamo segnati dagl’Itinerarii sulla grande strada maestra che ne traversava la regione di quà all'Aterno, in parte lungo la costa, in parte dentro terra, infino agli estremi confini al sudest. Questi luoghi distintamente descriveremo, de' quali si conoscono i nomi e sono certe ed illustri le memorie, gli altri trasandando, de' quali ci danno indizio, è vero, non poche antiche rovine (993), ma che affatto sconosciuti sono alla storia ed all'antica topografia.

1. Fiume FAURO, o FORO (Faurus Fluvius)

Dodici miglia in qua dalla foce dell’Aterno la Tavola Peutingerana segna il primo fiume che bagna la regione Frentana col nome di Clocori (994). Poiché dopo l'Elenio che bagnava l'agro de' Marrucini nessun altro fiume mette foce nell’Adriatico che il Foro, piacemi la conghiettura di un patrio scrittore, il quale si avvisò che sotto la detta guasta denominazione si ascondesse il nome di esso fiume, detto Faurus nel medio evo (995). Nel monte Petriera, diramazione della Maiella, ha le fonti il Foro, e bagna le contrade di Casacanditella, Semivicoli, Vacri, Villamagna e Miglianico. Nel suo corso accoglie le acque di molti rivoli e torrenti, e poco lungi dalla sua foce presso Ortona s’ingrossa ancora co' fiumi Dentolo, Avenna, e Serrepenne.

2. ORTONA (Ορτων, Ortona)

Era questa la prima città de' Frentani dopo il fiume Fauro o Foro, la quale sorgeva dove sorge tuttavia sulla spiaggia, ad XI miglia antiche dalla foce di questo fiume (996), sopra un alto ed aprico colle. Strabone e Plinio l’attribuirono a' detti popoli, situandola il primo dopo di Aterno, e l’altro con viaggio contrario preponendola a questa città (997). Ma Tolomeo l'attribuì con errore a’ Peligni (998), seguendo per avventura l’indicazione dello stesso Strabone, il quale pose in generale nel fiume Sagro il confine de' Peligni e de' Frentani, ed Ortona in fatti sorge a X miglia e più al nord ovest della sinistra sponda del Sangro. I Frentani oltreacciò erano così vicini a' Peligni, che di leggieri potevasi attribuire a questi la città che appartenevasi a quelli, e ch'era posta quasi ne' confini degli uni e degli altri. Sconosciute intanto sono le origini e le vicende più remote di Ortona, tuttoché alcuni patrii scrittori non dubitassero che fu dapprima fondata Liburni (999). Sappiamo solo che il suo territorio fu diviso ad una colonia romana, che prese il nome da Augusto, nel quale dobbiamo perciò vedere l’autore della deduzione di essa. Ecco due marmi che non ci lasciano dubitare di questo fatto, taciuto da Frontino e da altri antichi:

1.

MAVORTI VLTORI

Q. NINNIVS. Q. F. QVIR. PAETVS

IIVIR. COLON. ORTONAE

AVG. ET VI VIR. AVGVSTAL.

QVINQVENN. II SACRVM

2.

QuinTO. DIDIO. Q. F. QVI

riN. VII. I. D. COLON. AVG.

OrTON. PATRON. COL.

FaBRVM. LANARIOR

et NAVICVLARIOR. VI

vir. DECVRIONES OB M

L. D.

La prima di queste iscrizioni riferita da varii epigrafisti (1000) ci addita in Augusto l’autore della deduzione della colonia in Ortona, così perché questa colonia è detta Augusta, come perché la lapida fu posta a Marte vendicatore, ed è noto dal biografo di quell’Imperatore che tra le pubbliche opere da essolui in Roma innalzate fu il Foro col tempio di quel nume (1001), che votò per la vendetta presa a Filippi degli uccisori di Cesare. Nella seconda mutila epigrafe posta al patrono della Colonia, questa è del pari detta Colonia Augusta. In quest'altro marmo sepolcrale Ortona è distinta col nome di Municipio; ma uno de' Quatuorviri M. Ponzio che vi è ricordato, accenna a' maestrali delle colonie (1002):

DIS MANIBVS

ΤΙΤΟ ΝΟΜΟNTIO T. F. QVIR.

PRIMITIVO PRAEFECTO

FABR. MVNICIP. ORTON

VIXIT ANN. LXXX. M. X

M. PONTIVS M. F. QVIR. POL

LIO. IIII VIR. ORD. ORTON

EX TEST. F. C.

Che per ordine di Augusto si fosse in Ortona dedotta la romana colonia, raccogliesi altresì dal seguente marmo (1003), nel quale sebbene sia solo memoria della Colonia Ortonense, pure il patrono di essa M. Porcilio dedica un Tempio ad Apollo Augusto, come in altre iscrizioni è detto quell'Imperatore (1004);

APOLLINI AVG. SACRVM

M. PORCILIVS M. Q. QVIR. GRATVS

EQVIT. ROM. VIVIR. AVG,

PATRONVS. COL. ORTON.

IIIIVIR. QVINQVENN. ET PRAEF.

FABRVM. EIVSD. COLONIAE,

D. D.

Era del resto in Ortona l’arsenale marittimo (1005) ed il polito della regione; né la natura far poteva a tal fine un sito più acconcio dì questo. Apriva il mare sotto le sue mura un piccol seno, guardato al sud da colli e da rupi, ed al nord dal piccolo promontorio dell’Acquabella. Ma non è più tale oggidì. Quando precipitò il lato del promontorio che il porto difendeva da' venti boreali, a procurare la calma nella parte interna del seno, con una gittata di scogli si protrasse un molo, che vi ha promosso le colmate in guisa che l'interno del porto non può dar ricetto a più piccoli navigli, e nel fondo dello stesso seno vi ha allungato una spiaggia, sulla quale si tirano a terra i legni sottili che trafficano sulle coste dell'Adriatico (1006).

Questa città, per la sua posizione sul mare, che a cagione di commercio gran frequenza di popolo doveva richiamarvi, fu al certo tra le più agiate e popolose de' Frentani. Non poche arti vi dovetter fiorire, e le riferite iscrizioni ci rammentano in essa i collegi de' fabbri, de' navicolarii e de' lanarii. Ma ciò che più dimostra lo splendore di Ortona, almanco a tempi romani, è la rimembranza de' molti suoi templi. Oltre di quelli sacri a Marte ed Apollo, che vi eresse la colonia di Augusto, un altro ve n’ebbe dedicato a Giove, del quale è memoria in antiche carte, e già se ne vedevan gli avanzi presso porta Caldora (1007), Sorgeva inoltre presso il mare il Tempio d'Iside di pietre quadrate, del quale non solo si scovrirono i ruderi nel fabbricarsi il palagio di Margherita d'Austria, Duchessa di Parma, ma la statua ancora ed i frammenti d'una greca iscrizione, che ricordava il Collegio sacerdotale addetto alla Dea. Si apprende ancora dalle carte del medio evo che nelle vicinanze del castello era il Tempio di Giano, il più magnifico di tutti, della cui statua colossale vedevansi i frammenti presso la Cattedrale (1008).

Quest'antica città frentana ha conservato il suo prisco nome. Perché si distingua dalla città omonima appartenente alla Marsia, è detta Ortona a mare, e i grandi ruderi di antichi edifizii nel suburbano di essa ne dimostrano il preciso sito e l’ampiezza.

3. ΑΝΧΑΝΟ (Αγξανον, Anxanum)

Ad XI miglia antiche da Ortona, ed a breve distanza dalla foce del Sangro, sorgeva dentro terra quest’altra città frentana (1009), tra le più ragguardevoli della regione. Come apparisce dagli scrittori e da' marmi, fu detta promiscuamente Anxa, Anxia ed Anxano, se pure il suo nome non fu diverso secondo la diversità de' tempi. Plinio fe’ sol menzione degli abitatori di essa, che coll’aggiunto di Frentani (1010) distinse da’ popoli omonimi della Salentina e della Lucania, ma col nome di Anxano è indicata da Tolomeo e dagli Itinerarii. — Sconosciuti ne sono i fondatori; ma un'antica e costante fama, conservatasi almeno sino al secolo ΧIII, diceva di’ ebbe con Solmona un’origine comune (1011); e tuttoché non si dica qual fosse questa origine, ho per fermo che sia l'illirica, non quella del favoloso Solimo, compagno di Enea, o di Diomede, come alcuni patrii scrittori si persuasero (1012). Gli Anxani, ο Anxanensi adorarono ancora come i Peligni la dea Felina e questa comunanza di culto tra i due popoli è anche una pruova oltre la riferita tradizione de' comuni principii delle due città. Certo è del resto che tra le rovine di Anxano si son rinvenute due iscrizioni osche, le quali ci mostrano i primitivi abitatori di essa appartenenti all'antica razza sabina o sannitica, dalla quale derivar si fanno tutti gli abitatori della regione frentana. Una delle dette epigrafi è in una tavoletta votiva di bronzo (1013), la quale ridotta a lettere latine è come segue:

BEREIAE LVECANA PC.... LE

AAPAS KAL NEPALA.

Il Jannelli interpreta: Tempio Lucinae munus solvit salva a doloribus abortus (1014), e questa spiegazione vien confermata da che fu in Anxano un Tempio sacro a Giunone Lucina, nella iscrizione detta LVECANA, e la stessa che la LAVKINA degli Etruschi, e la ΛΟΧΕΙΑ de' Greci.

Nessuna memoria ci han serbato gli antichi di greche colonie in questa contrada; ma a crederne un'antica epigrafe scoperta ne' ruderi di Anxano non vi mancarono greci abitatori. Egli è vero che questa iscrizione non si reputa genuina, sì bene foggiata ai principii del corrente secolo da chi volle con essa nobilitar la sua patria; ciò nondimeno non disgraderà al lettore ch'io qui la riferisca come trovasi pubblicata e supplita da uno de' nostri ch. archeologi, il quale tenendola a tutt’uomo per genuina, l’ha più volte illustrata con ispecial comentario (1015):

ΖΕΥΣ ΕΛΕΥΘΕΡΙΟΣ.

ΙΕΡΑΣ ΟΜΟΝΟΙΑ(ς ΤΗΣ ΑΛΩ(μενης

ΕΥΡΩΝ ΦΡΕΝΤΑΝΩΝ ΣΥΜΜΑ χων

ΤΟ ΒΟΥΛΗ ΤΩ ΑΝΞΑΝΩ ΠΑΛΛΑ(νου

ΑΝΣΑΝΤΟΥ ΤΗΣ ΒΥΚΙΑΣ ΡΟΜΥΛΙΑ(5

ΚΑΙ ΟΡΤΟΝΙΑΣ. ΤΟ ΖΟΝΗΟΝ ΙΣΤΑΝΙΩ

ΤΟΥ ΑΤΕΡΝΟΥ ΚΑΙ ΦΟΡΑΝΤΩ ΑΕΙΜ(οιπαν)

ΤΟΝΟΜΟΥΤΟ ΚΟΙΝΟΝ ΤΗΣ ΚΛΥ(βιαςκαὶτ)

ΩΝ ΣΑΡΑΝΤΩΝ ΦΡΕΝΤΡΙΩΝ (καὶ Ρo

ΤΩΝ ΑΥΔΩΝ ΓΙΡΥΛΩΝ ΦΙΣ(των Φελ.

τρων καὶ πα) ΝΤΥΤΑΛΙΩΝ ΤΡΙΝΙΩΝ (καὶ παυτ)

ΩΝ ΣΕΝΗΛΩΝ ΚΑ(ὶ τιλιων καὶ ΕΥΣΑΝΩΝ

ΣυντεθεικασιΟΙ) ΠΑΝΤΕΣ ΦΙΛΟΠΑΤ(ριδες

ANHAPAN ΒΥΜΑ.

IVPITER ELEVTHERIVS.

SACRO FOEDERE INITO

NOBILIUM FRENTANOR. COMMIL.

QVOD SENATVI ANXANI. PALLANI.

ANSANTI, BYCIAE, ROMVLEAE

ET ORTONIAE. QVOD HISTONIO QVIDQVID ADIACET. ET

ATERNI. ET FORENΤΙ. ΕΤ ΑΕΙΜ...

INDIGENAE OMNES. QVOD COMMUNITAS CLIBES

ET SARANTORVM FRENTANORVM (Ro

tae ) ET AVDI. GIRYLIS, PHISII (Pheltri),

ET OMNIVM ITALICENSIVM TRINIORVM (et omnium)

SENELORVM. ET (Tilii, et Eusani accessere).

PATRIAE AMATORES VNIVERSI

ARAM POSVERE.

La forma delle lettere di questo marmo, fedelmente riportato secondo la restituzione e spiegazione del ch. Guarini, è affatto simile a quelle delle Tavole di Eraclea. Il lodato scrittore si avvisò prima che si dovesse riferire al tempo della Guerra Sociale; nel più recente comentario crede che fosse di epoca assai più remota; ma non ostante che a me sembra che alcune città frentane furono, come ho detto, occupate da greche colonie, non debbo tacere che da altri l’epigrafe si è tenuta come apocrifa, e tale par che la dimostrino alcune città in essa rammentate, che sol per conghiettura si è voluto alla regione frentana attribuire. Che fossevi compresa Aterno, ne' tempi almeno avanti il dominio de' Romani, non è certo (1016). Le città di Forcato e Romulea le quali concorrono anch’esse nella comune alleanza, sono sconosciute all’antica geografia, e solo per alcune denominazioni locali e rovine di antichità si è sostenuto che appartenessero Frentani (1017). Dicasi lo stesso di Cluvia, la quale appartenne Sanniti (1018), non a' Frentani, e solo un’epigrafe ritrovata in Anxano, in cui parlasi di C. Azio, Edile di questa città e di Cluvia, fe’ credere che una città omonima fosse in questa regione (1019).

Ma oltre del riferito, vero o supposto, monumento, non ci rimangono memorie di Anxano prima de' tempi romani. Apprendiamo da Frontino che una parte del suo agro fu diviso ad una colonia (1020), ma sconosciuta ne è l'epoca e l'autore. Or non rimanendo altra ricordanza di questa città negli scrittori, passeremo a dire di quelle che ci han serbate i monumenti epigrafici rinvenuti tra le sue rovine. Se crediamo allo storico di questa regione, Anxano fu municipio al pari di Larino, e ne trae argomento dal Quatuorviro P. Blavio, nominato assolutamente nel seguente titolo sepolcrale (1021), e contraddistinto nell'ordine equestre col dono del cavallo alimentato a pubbliche spese:

D. M.

P. BLAVIVS. L. F. ARN. SVBVLO

IIII. V. EQVO PVB. SIBI. SVISQVE

LIBERTIS. LIBERTABVSQ.

ET POSTERIS. ET HEREDIBVS.

D. M.

Delle due seguenti epigrafi, la prima ci addita altri maestrali della città, gli Edili e i Quatuorviri a giudicare teliti (1022), l'altra un chiaro personaggio, patrono di tre popoli Marsi, ch’esercitò in Anxano tutte le cariche onorifiche (1023):

1.

BENNACIARIO. TRIB. COH. V PR.

C. ATTIO. C. F. ARN. CRESCENTI

AED. ANXANI ET CLVVIS AED. IV

VIR. I. D.

2.

FL. CLATRIO. T. F. VIRO SPLENDIDO

OMNIBVS. HONORIBVS

IN PATRIA FVNCTO

CERFENNINI AQVENSES ALBENSES

PATRONO AB ORIGINE.

Gli Anxanensi, per quanto è noto dalla tradizione e da' marmi, adorarono Apollo, Bacco, Giunone Lucina, Marte, e la dea Pelina, e da' templi che a questi diversi numi nella loro città s’innalzavano, è manifesto che fu splendida e popolosa. Gli avanzi del Tempio di Apollo di pietre quadrate servirono a edificare nel 1227 la chiesa di S. Maria Maggiore (1024). Quello di Bacco, di figura rotonda, sorgeva sopra la piazza della città odierna, e da' bassirilievi ivi scoperti si argomentò ch’era a questo nume dedicato. Ma, se possono esser dubbie queste tradizioni, è certo che fu in Anxano un Tempio sacro a Giunone Lucina. Una lapida spezzata ed annerita dal fuoco, sulla quale si lesse... ONI LVCINAE, non lascia dubitarne. De’ molti ruderi di questo Tempio parte servì a fondare nel sito stesso dove si ergeva la Chiesa di S. Lucia nel 1250, parte servì di fondamenta alle vicine abitazioni, ed altri ancora ne rimanevano intatti nello scorso secolo. Questo Tempio, distrutto forse da qualche incendio, aveva innanzi uno spazioso portico, e si arguì da non poche basi di colonne trovate sepolte nel luogo dove sorgeva.

Un’epigrafe votiva, scoverta tra le rovine di Lanciano vecchio (1025), ci serbò memoria del culto di Marte, ed è la seguente:

MAVORTI

CVSTODI

CONSERVATORI.

L. VIBIVS M. F. POP.

VVLSIVS

TRIB. MIL. LEG. V.

MACEDOΝΙΑΕ.

V. S. M. L.

Il Tempio al detto nume dedicato servì di sostruzione alla Chiesa dell’Annunziata, e perciò nelle antiche carte si dà il nome di Piazza di Marte, a quella attigua al detto Tempio, del quale qualche vestigio rimaneva nel secolo XVI.

Vi fu adorata anche Cibele, della quale si scoperse una bella statua marmorea col capo turrito, le molte mammelle e i diversi animali con cui figuravasi (1026), e quest'altra lapida votiva ci rammenta il culto degli Anxanensi per la Dea Pelino (1027), diva epicoria, o locale, de' Frentani insieme e de' Peligni:

PELINAE BENEFICAE

M. ALBIVS NICERATVS.

EX VOTO D. D.

Questa città fu il comune emporio de' Frentani, e si raccoglie dalla seguente epigrafe, scolpita sopra una tavoletta di bronzo (1028):

ANXANVM

EMP. FRENT.

L. ARIO

ET M. GAVIO

COSS.

L. D.

NVND

CONCILIAВ

FISIO EVSAN

O

FELTRO ROTAE

O

TILIO ET AV

O

DO

D. D.

Dall'epoca almanco segnata in questa iscrizione, il Consolato cioè di L. Ario Pudente e di M. Gavio Orfito, il quale cadde nell'anno 165 dell'era volgare, sotto l'impero di M. Aurelio e L. Vero, Anxano era piazza di mercato de' Frentani, evi convenivano per celebrarvi le nundine gli abitatori di diversi Conciliaboli della regione, quelli cioè di Fisio, Eusano, Feltro, Rota, Tilio ed Audo situati a non molta distanza dalla città; de' quali due soli furono abitati nel medio evo co' nomi di Frisa e Gaudo, gli altri rimasero da lunga stagione distrutti, e di questi ultimi appariscono solo gli avanzi di Girilo, nel luogo detto la Serra, a cinque miglia da Lanciano. De’ detti Conciliaboli è anche memoria in un altro marmo tutto guasto dal tempo, il quale ricorda municipali regolamenti per l'annona e le cose venali della città (1029), e ch'è forse da riportare anche al II secolo dell'era volgare. Ci basta addurne il principio della sola parte posteriore, nella quale co' nomi di molti decurioni si legge.

.... AVG. ANXIANO ADSTANTE ORDINE

.... TRIBVS AVIONIVS IVSTINIANVS RECTOR

.... TAM DECVRIONVM QVAM ETIAM COLLEGIA

.... OMNIVM PVBLICE INCIDI PRAECEPIT

Anxano non mancò di Teatro. Vedevasene tuttavia una parte nel secolo XVI, e vi fu sopra edificato il palazzo Arcivescovile. Ebbe ancora un Portico, ed è noto dalla seguente epigrafe (1030):

Q. AVRELIVS MITRANVS. C. F. P. N.

PORTICVM RESTITVIT. GRADVS FECIT.

Ad un miglio dalla città, con un acquidotto, del quale vedesi ancora qualche avanzo, vi fu trasportata la limpida acqua di una sorgente ora detta de' Marcianesi, e la seguente iscrizione ci addita l’autore del pubblico fonte che davala alla città (1031):

Q. CASSIVS LONGINVS. SVA PEC. F.

Credesi ancora che la fonte sotto Lanciano vecchio verso l’est dove vedesi un lungo acquidotto, sia stato un antico bagno degli Anxanensi, e però balnearia nominavasi la porta che vi conduceva. Per unire la città al sito dovete nundine si celebravano, unirono gli Anxanensi due piani divisi da una profonda vaile col ponte laterizio a tre archi di nobile costruzione che anche oggi si ammira, e sul quale fu edificata la Cattedrale. Vi si trovò la seguente iscrizione, nella quale la città è indicata col nome di senato e popolo, e da essa conosciamo che il ponte fu innalzato al tempo di Diocleziano (1032):

D. N. DIOCL. IOV.

AVG. S. P. Q. ANX.

D. N. M. Q. EIVS

PONTEM. F. C.

Il nome di quest'antica città si mutò ne' bassi tempi in Anzano, Lanzano e simili, d'onde si derivò quello di Lanciano] ma il suo sito non fu ristretto, come alcuni scrittori si avvisarono (1033), nel colle Erminio, su cui sorge Lanciano vecchio, che forma il più piccolo rione della città odierna. Molto più ampia erane l'area ed il circuito, a giudicarne dalle anticaglie scoperte in questo sito e nell'opposto colle de' Morelli, alla distanza di un miglio e mezzo, presso feltro detto Castellare, in un’amena e spaziosa campagna, cinta intorno intorno da altre collinette e da valli. Si veggono tuttavia nel primo ruderi di antiche fabbriche, e con alcune epigrafi vi si rinvennero, è già tempo, statue e monete romane; ma più grandi avanzi di rovinate muraglie ed abitazioni, tracce di strade, rozzi vasi, lucerne, medaglie consolari e imperiali si scoprirono nell’altro colla maggior parte delle addotte epigrafi e di altri titoli sepolcrali, che per brevità tralascio. Un gagliardo tremuoto divise i due colli, aprendovi nel mezzo una profonda valle a’ tempi di Carlo Magno (1034), e con essi l’antica città, la quale poi venne accresciuta di abitazioni sul finire del secolo X (1035).

4.Fiume SAGRO (ὁ Σάγρος ποταμός, Sagrus Fluvius)

Il Sagro, dice Strabone, separa i Frentani da' Peligni (1036), ma solo, come abbiam detto, nella parte superiore del suo corso, dalle sue fonti, nelle falde del monte Turchi confinante coll’Argatone, sino al di là dell’agro de' Superequani. Sorgendo nella Marsia presso il piccolo castello di Gioia, ne irrigava tutto il montuoso paese infino ad Alfedena, dove toccava il Sannio (1037), e di là attraversando in buona parte l'agro de' Peligni insieme e de' Frentani, correva col più lungo suo corso pel territorio di questi ultimi popoli a perdersi nell'Adriatico. Inganna vasi perciò Tolomeo quando attribuiva la foce di questo fiume a’ Peligni. Nascendo del resto a non molta distanza dal Fucino su gli alti gioghi dell'Appennino, scorre per Campo Mizzio, Pesco Asseroli ed Opi (1038) ove accresciuto delle acque di due fiumicelli e di un rivolo che scorre tra profonde rupi, tutto spumante attraversa una piccola pianura sotto Villetta. Si versa quindi tra ripide balze presso Barrea, dove riceve le acque di un altro fiumicello. Di qua fino alla pianura di Castel di Sangro il suo corso rapido e declive raccoglie i torrenti che scendono da' monti della Meta e Argatone, e prima della detta terra i confluenti della Zitola e del fonte di S. Leonardo. Scorso fin qui con limpide e chiare onde, s’intorbida pel limaccioso fiume di Rotino; ma riacquistata la sua limpidezza per le acque di Cantalupo, Asinella ed altre, e piegando tortuoso al nord per una valle, passa sotto le mura di Castel S. Angelo, ed irriga fertili campagne. Unitosi in fine coll’Aventino ed il Verde di là di Bomba e Atessa che lascia a destra, di Altino e Casoli che lascia a sinistra, ricco di acque, dopo il corso di più di 60 miglia sbocca nel mare sotto il castello di Torino. — Alla distanza di quasi quattro miglia da Lanciano si veggon gli avanzi di un gran ponte che Trajano fé' costruire su questo fiume; quando restaurò e lastricò la Via Frentana, e ne abbiam memoria dalla seguente iscrizione, scoperta nello scorso secolo alla sponda del Sangro, nel luogo appunto dove il detto ponte sorgeva, che ora dicono Pon taccio della via vecchia (1039);

IMP. M. VLP. NERVA TRAIANVS

CAISAR AVG. PONT. MAX.

TRIB. POTEST. COS. III. PP

VIAM LAPID, STRAVIT

PONTEM FECIT. SVBSTRUCTIONES

ADDIDIT,

5. AMNIO (Amnium)

Alla sinistra sponda del descritto fiume, tral colle e la pianura, a due miglia circa dal mare, ed altrettanto da Paglieta, si veggon tuttora antiche rovine, nelle quali i moderni topografi (1040) non hanno ben distinto un oppido, o villaggio de' Frentani. Come raccogliesi dalla Tavola Teodosiana, in cui è situato col guasto nome di Annum a III miglia da Anxano (1041), dalla sua posizione appunto sul Sangro era detto Amnio a' tempi romani, e serbò questo nome almanco sino al X secolo (1042), poiché in sul finire del XII è detto Civita di Sangro in un diploma del 1195 di Arrigo VI Imperatore, col quale ne confermò il possesso al vicino monistero di S. Giovanni in Venere con altri casaline castelli (1043). La quale, se dal fiume stesso fu distinta nel medio evo col detto nome, e con quello ancora di Città Saritina, non è dubbio che andò crescendo di abitazioni sull'antico Amnio, essendo questo abitato a tempi dell’Impero, come è provato, oltre alla testimonianza del detto Itinerario, dalla seguente iscrizione ancora scoperta nello scorso secolo tra le sue rovine (1044):

HYGIAE

SALVTARI

M. SVLPICIVS

EDENTVLVS

V. S. L. M.

6. CARENTINI SUPERIORI ed INFERIORI

(Carentini Supernates et Infernates)

Il solo Plinio ci serbò memoria di questi popoli Frentani (1045), de' quali affatto ignote sono le vicende e la rispettiva situazione. Il dotto annotatore del geografo li riferì Caraceni sanniti ricordali da Tolomeo (1046), ed alcuni topografi patrii, avvisandosi che entrambe le denominazioni di Carentini e Caraceni siano alterate da copisti e da leggersi Sariceni, sostennero che furon distinti da Plinio coll'aggiunto di superiori ed inferiori, perché dimoravano al di sopra e al di sotto del Saro, ossia del Sangro (1047). Ma l'opinione di questi scrittori, seguita da uno de' più recenti geografi (1048), patisce alcune difficoltà Plinio nominò i Carentini tra' popoli Frentani, né ha riguardo al Sannio che descrive in seguito; e poiché sono collocati in ordine alfabetico tra gli Anxani e i Lanuensi, non può sostenersi la detta lezione di Sariceni, o Saritini, Zonara inoltre park ancora de' Caraceni (1049), e questa lezione δ provata genuina dal nome del monte Caracio a breve distanza da Alfidena (1050), città che Tolomeo attribuisce a que’ popoli del Sannio (1051). Egli è vero che in alcune antiche carte si ha memoria de' Saricensi montani e de' marittimi (1052); ma queste sono denominazioni del medio evo. —Non dubito inoltre di ritenere la denominazione di Carentini perché l’antica geografia ci rammenta altri nomi simili nella Gallia. Carentomagus è detto un luogo della prima Aquitania nella Tavola Peutingerana (1053), e Carantonus fu l’antico nome della Charente, che traversava il paese de' Santoni (1054). Le quali denominazioni, derivanti dalla comune radice celtica cara, lo stesso che hara o har, cioè monti o rocce (1055), confermerebbero per avventura il passaggio nella Regione Frentana di popoli illirici, i quali furono d'una razza stessa co' Celti. Il perché ritenendo con Tolomeo che i Caraceni eran situati sotto i Frentani (ὑπὸ τες Φρεντανες), cioè di là dell’Appennino, e però nel Sannio, e con Plinio che i Carentini furono tra' Frentani, tanto i superiori quanto gl’inferiori si debbono nella regione frentana descrivere. Oscura intanto dobbiam confessare la situazione de' detti popoli, se non ci accordiamo col Danville, il quale pose in Civita Burella la sede de' Carentini superiori, in Civita del Conte quella degl’inferiori (1056).

7. Tempio e Vico di VENERE

Sopra l’ameno promontorio che sulla spiaggia di questa regione sorge tra' ‘l Sangro e 'l torrente Olivella, edificarono i Frentani un Tempio di egregio lavoro a Venere Conciliatrice. Né serbaron memoria le due seguenti epigrafi, la prima scolpita sopra un’elegante ara marmorea, l’altra in una tavoletta votiva, entrambe scoperte nel detto sito (1057);

1.

VENERI

CONCILIATRICI

2.

QVINCTILLÆ

L. HERVTII

DONVM

VENERI

Questa Venere Conciliatrice de' Frentani fu la stessa per avventura che la Venere Viriplaca che adoravasi in Roma, nel cui Tempio i consorti in discordia si recavano, e le ingiurie si rimettevano, dopo apertosi il cuore alle mutue doglianze (1058). Il detto Tempio, di pietre quadrate, era di forma ottangolare, colla porta rivolta al mezzodì, e con ampio vestibolo sostenuto da sei colonne di porfido. Un bell'ordine di gradini ne adornava l’entrata; nelle interne pareti era abbellito di pitture, e vi si vedevano, è già tempo, are e latiboli per gli oracoli e i sacrifizii (1059). Qualche avanzo ne rimaneva sino allo scorso secolo, tuttoché Trasmoudo, Marchese di Chieti, lo trasformasse nel 973 in una chiesa dedicata alla Vergine, alla quale venne aggiunta la Badia, che divenne poi celebre, sotto il titolo di S. Giovanni in Venere. Accanto a questo Tempio, che molti descrivono come splendido e magnifico, era un villaggio dello stesso nome, e nella sottoposta marina un porto, che ritennero almeno sino al X secolo il nome della Dea.

8. BUCA (Βουχα, Buca)

Di qua della città di Anxano sorgeva Buca sulla spiaggia, città non ignobile della regione, rammentata da molti geografi, e chiara pe suoi monumenti, benché affatto oscure ne siano le vicende. Strabone la situò in generale dappresso a Teano Apulo (1060), e Mela prima d’Istonio (1061). Tolomeo la pose tra' ‘l fiume Tiferno e questa città (1062), e con più di esattezza Plinio, proseguendo come quest'ultimo geografo la sua descrizione dal sud al nord, in modo contrario a quello di Mela e Strabone, situò Buca tra Istonio ed Ortona (1063). Oltre de' citati geografi e di due epigrafi, altra memoria non resta di questa città frentana, dappoiché dubito se bene si appongano coloro che coll’Olstenio vogliono a Buca riferire la testimonianza di Stefano Bizantino, emendando in BTKH la città di BYBH, che trovasi registrata nel suo Lessico, e posta dappresso a Peucezii (1064). Sull’amena pianura della Penna che si distende sul promontorio dello stesso nome, al di sotto di Pasto, alla distanza di tre miglia in circa al nordest, fu già scoperta la seguente lapida che i Bucani posero con gli Interamnati e gli Istoniensi a M. Blavio, Curatore della Via Claudia Valeria e Trajana Frentana (1065):

M. BLAVIO Q. F.

IV V. I. D. AEDILI

CVRAT. VIAR. VALERIAE CLAVDIAE

ET TRAIANAE FRENTANAE

1NTERAMNATES HISTONENSES

BVCANI

BEN. MER

FVNVS SEPVLCHRVM MARMOREVM

ET MACERIAM DECREVERVNT.

Si ha del pari memoria degli abitatori di Buca in quest'altra epigrafe, rinvenuta nel sito stesso (1066), e che eressero all’Imperatore Antonino nel 140 dell'era volgare:

IMP. CAESARI

T. AELIO HADRIANO DIVI F.

ANTONINO

P. P. TRIB. POT. VIII COS. ΙΠ

BVCANI OB MERITA

POS.

Da queste iscrizioni non è adunque dubbio che Buca sorgeva sul mentovato promontorio, e che fioriva nel secondo secolo dell'era nostra, come è anche manifesto dalla testimonianza di Tolomeo. Nel detto sito, che serbò sino al secolo XVI il nome di Sala Buca, vedevansi è già tempo le vestigie d’un Teatro, gli avanzi di due Templi e di acquidotti, spesse reliquie di sepolcri, nonché di mura, colonne, grandi mattoni, tegoli e marmi; e tuttavia ve ne sarebbero a mostrarci colà il sito della distrutta città, se Giacomo Caldora, signore di Fasto, non avesse adoperato il meglio di que’ ruderi a fabbricarne il suo palagio (1067). Nell’agro di Buca fu anche trovata una laminetta di bronzo colla iscrizione osca retrograda PACIS TINTIRIS, che il Jannelli interpetra: Porcat Cacodaemon (1068), e l'uso della detta laminetta, destinata a sospendersi, dimostra che non era sepolcrale, come si avvisò il Lanzi (1069), sì bene apotropea.

Poiché Buca sorgeva fuori del corso della Via Trajana, non ve n’è menzione ne' romani Itinerarii; ma non par dubbio che la strada consolare, passando da Anxano ad Istonio, verso la spiaggia piegavasi con un ramo onde toccar questa città; e però troviamo i Bucani con altri popoli della regione porre riconoscenti la lapida a M. Blavio, partecipando del benefìzio di quella strada, che mettevali in facile comunicazione con gli altri abitatori della regione. Λ giudicarne da una testimonianza non antica, Buca non mancò ancora di porto. Se ne parla negli atti della traslazione di S. Cataldo Vescovo di Taranto (1070), e gli avanzi di grandi fabbriche sul lido, a due miglia da quella città, nel sito dell’aspra, fanno sospettare ch’ivi si aprisse il porto de' Bucani (1071). Or per la detta strada Trajana e pel porto questa città dovette essere in qualche floridezza. — Chi distruggesse Buca, o per qual caso rimanesse abbandonata, non ostante varie conghietture degli storici patrii, è affatto ignoto. Né rimaneva memoria in una carta del 1006, nella quale parlavasi della Chiesa di S. Eustachio martire in civitate Buca, appartenente al monistero di S. Stefano in rivo maris, ed in un’altra di quello di S. Giovanni in Venere, in cui la chiesa di S. Paolo in Buca veniva ascritta alla Prepositura di S. Pietro di Vasto (1072); ma non sono di credere che da tali denominazioni, e soprattutto dalla prima, si potesse arguire che la città tuttavia sussistesse in quel secolo. Credesi del resto che i Bucani dopo la distruzione della loro patria edificassero la terra di Pennaluce, giù distrutta e abbandonata anch’essa fin dal 1494 (1073).

9. PALLANO (Pallanum)

A IV miglia da Amnio la Tavola Teodosiana segna il luogo col nome di Pallano (1074), ch'è dubbio se fu una città, o un semplice castello de' Frentani. Le grandiose rovine di saldissime muraglie che tuttora rimangono sul monte dello stesso nome tra Bomba ed Atessa, e gli oggetti antichi ivi a quando a quando scoperti, non han fatto dubitare a parecchi scrittori che fu una cospicua città di questa regione (1075). V’ha chi crede nondimeno che Pallano fu piuttosto una grande fortificazione alzata in quel sito a difesa da Fabio, allorché, senza tentare lo scontro con Annibale, il quale occupava Gerione e devastava le prossime contrade, combattevalo col tenerlo a bada per farlo mancare di viveri. Le medaglie della Magna Grecia, si soggiugne, che rinvengonsi in que’ dintorni, appartennero all'esercito cartaginese arricchitosi nelle sue scorrerie; né può credersi di leggieri che una città si edificasse in un sito asprissimo, sfornito di acque, e di malagevole accesso (1076). Ma i grandi avanzi delle saldissime mura che colà si veggono, di enormi pietre macigne di quattro a dieci palmi di diametro, e l'una sull'altra allogate senza cemento, difficilmente fanno giudicare che fossero opera di breve tempo e d’un esercito che doveva abbandonare quel sito per tener dappresso al nemico. Il carattere di quelle fabbricazioni le disvela di opera remotissima, anteriore all'epoca romana, ed appartenente molto probabilmente a' Pelasgi. Ma, o che a questi antichissimi popoli, o a’ Frentani si attribuiscano, certo è che Pallano fu un luogo abitato a' tempi romani, come dimostrano i due seguenti titoli sepolcrali, non è guari tempo ivi rinvenuti, il primo in piccola tegola con caratteri a rilievo, l’altro in pietra scritta, supplito come appresso si legge (1077):

1.

VERECVNDVS

ORF. MXS

2.

10. M. F.

APYO

Qui vixit ANNOS XIIX

Mens III. D. VIII

Filius PROBUS

Patri PientISSIMO

Altre epigrafi scoperte fra le dette rovine sono state da' coltivatori rotte e disperse, ed oltre le medaglie delle nostre città greche, si sono ivi rinvenuti vasi, idoletti, armi ed ornamenti militari d'oro, d'argento e bronzo, che ci additano in Pallano una non ignobile città frentana. Quando fosse distrutta e abbandonata è mal noto. Uberto, Conte Longobardo, donò nel 1006 il Castello di Pollano al monistero di S. Stefano in rivo maris, e nel 1031 Roberto, Conte de' Conti di Loritello, e Drogone di lui fratello normanni, donarono a S. Stefano il cimitero di S. Comizio di Pollano con ogni dritto ed appartenenza (1078); ma è difficile il credere da queste memorie che a que’ tempi tuttavia sussistesse. Non era forse allora che un rovinoso castello, distrutto per avventura da' Saraceni, che verso la metà del IX secolo infestarono questi luoghi (1079).

10. ISTONIO (Ίςτονιόν, Hystonium)

A XII miglia antiche da Pollano sorgeva tra ‘l Senello e ‘l Trigno la città d’Istonio (1080), la quale può vantare un’antichità remotissima, benché non sia di essa memoria molto antica negli scrittori. Se d’Istonio intendiamo ciò che del mal noto Ὀρτόνιον leggesi in Strabone, come uno de' dotti annotatori del geografo si persuase (1081), che a' suoi tempi era un luogo sassoso abitato da' ladroni, i quali le proprie abitazioni costruivano colle reliquie de' naufraghi, e vivevano bestialmente (1082), non sarebbe questa città di antichissima fondazione, e la sua civiltà non sarebbe cominciata innanzi che vi fu spedita la romana colonia; ma gli eleganti vasi dipinti rinvenuti è già tempo nel suo agro (1083), mostrano senza alcun dubbio ch’era abitata e civile avanti i tempi romani, e che la testimonianza di Strabone è da riferire a qualche altro ignoto luogo della regione (1084). Or, secondo questa ipotesi, è da credere piuttosto che Strabone nominasse questa città allorché soggiugne che il corso del Sagro è tra Ὀρτιον ed Aterno, non potendosi intendere il primo luogo di Ortona, la quale sorgeva, come oggidì, tra ’l detto fiume e la Pescara. Gli altri geografi appena nominano Istonio Pomponio Mela dopo di Buca Plinio prima di questa città, e Tolomeo tra luoghi marittimi de' Frentani (1085).

Quanto al suo stato politico, i patrii topografi non dubitano che nel tempo della romana Repubblica si reggesse con leggi proprie al pari di altri municipii della Regione Frentana, de' cui nobilissimi cittadini è memoria nel romano Oratore (1086), e che tal condizione conservasse infino all'epoca de' Flavii. Nel seguente marmo si ha non dubbia rimembranza del Municipio Istoniense co' suoi particolari magistrati (1087), ma è de' tempi dell’Impero:

T. STATORIO T. FILIO

PROCLO

PRAEFECTO ANNOΝΑΕ

LEG, X. AVG. FIDEL.

PRAEF. FABRVM HISTO

NIENSIVM PATRONO

MVNICIP. EIVSDEM HIST.

VI. VIRO AVG. ET IV. VIRO

QUINQVENN. SAC. F....

OB MERIT.

STATV....…

Frontino ci dà contezza della colonia spedita a questa città (1088); ma l’epoca se ne ignora. Si avvisò il Panvinio che riportar si dovesse al tempo della Dittatura di G. Cesare, perché i campi d’Istonio furono assegnati a' romani coloni come quelli di Boriano nel Sannio. dove un’altra colonia fu dedotta in virtù della legge Giulia (1089); ma dall'identità dell’assegnazione de' campi non si può inferire la contemporaneità di due colonie, ed è assai più probabile che ciò avvenisse a’ tempi di Vespasiano, il quale le terre di altre città distribuì a veterani nel Sannio (1090), e Frontino o Balbo annovera appunto la colonia d’Istonio tra quelle della Regione sannitica.

Ma gran tempo non passò e gl’Istoniensi ritornarono alla condizione di municipio, come intervenne spesso a' tempi dell’Impero, allorché e le colonie chiedevano di divenir municipii, e i municipii di divenir colonie, e ne restò memoria de' cittadini di Utica e di Frenesie, e dal discorso in generale pronunziato nel Senato dall’Imperatore Adriano a proposito di queste mutazioni (1091). Ecco intanto una lapida, nella quale si ha ricordanza del Municipio istoniense a tempi di Vespasiano (1092):

Μ. BAEBIO M. F. Q. N. ABN. SVETRIO

MARCELLO EQVO PVBLICO

AEDILI Q. UH. VIR. I. D. IIIL VIR. QVINQ. il

PATRONO MVNIC. FLAMINI DIVI

VESPASIANI

M. BAEBIVS SVETRIVS MARCELLVS

ET SVETRIA RVFA PATRI OPTVMO

HVIC DECVIIIONES FVNVS PVBLICVM

STATVAM EQVESTREM CLVPEVM

ARGENTEVM LOCVM SEPVLTVRAE

DECREVERVNT ET VRBANI STATVAM PEDESTREM

E nell’epoca stessa visse il valoroso giovanetto Lucio VALERIO PUDENTE, il quale erudito fin dall'infanzia nelle lettere, e dotato di alacre ingegno, nell’età di soli tredici anni fu in Roma coronato poeta ne' certami capitolini instituiti da Domiziano (1093). La patria,riconoscente pel decoro che le accrebbe, gl'innalzò una statua, distrutta dalla barbarie de' tempi, e di cui appena sopravanza la base nella piazza di Fasto, col seguente elogio (1094):

L. VALERIO L. F.

PVDENTI

HIC CVM ESSET ANNO

RVM XIII. ROMAE

CERTAMINE SACRO

IOVIS CAPITOLINI

LVSTRO SEXTO CLA

RITATE INGENII

CORONATVS EST

INTER POETAS LA

TINOS OMNIBVS

SENTENTIIS IVDICVM

HVIC PLEBES VNIVER

SA MUNICIPVM HI

STONIENSIVM STATVAM

AERE COLLATO DECREVIT

CVRAT. REIP. AESERNINOR. DATO AB

IMP. OPTΙΜΟ ΑΝΤONINO AVG. PIO

Poiché L. Valerio Pudente fu coronato poeta nel VI lustro de' sacri giuochi Capitolini, nell’anno cioè 106 dell'era volgare, per essere stati istituiti da Domiziano nel suo XII Consolato e in quello di Dolabella, nell'anno di Roma 839 (1095), imperando Trajano istorio godeva tuttavia della condizione di municipio; il che distinguevala fra le altre città della regione. Ed oltre che l'additano ragguardevole i magistrati, de' quali ci han serbato memoria le addotte iscrizioni! Decurioni cioè, i Seviri Augustali, i Quatuorviri Quinquennali pe’ sacrificii, gli Edili, i Quatuorviri a giudicare le liti, e ’l Flamine di Vespasiano, i patrii scrittori ne arguirono la splendidezza da' ruderi di non pochi pubblici edifizii. Grandi avanzi ricordano di un Tempio magnifico dedicato a Giove Ammone, e tra quelli, frammenti di scelti marmi e di colonne di granito orientale, col simulacro stesso del nume, di antico e pregiato lavoro, che ritrovato all’epoca del celebre Alfonso d'Avalos, vedevasi è già tempo nel Museo del Marchese di Vasto (1096). Ed oltre a questo vi fu anche venerato Giove Dolichenio, ch'ebbe culto a Doliche nella Commagene (1097) ed a Jerapoli nella Siria, come apprendiamo da Luciano (1098), e da questo scrittore, non meno che da una bella statuetta di esso nume rinvenuta a Marsiglia, sappiamo ch'era adorato in sembianza di guerriero stante sopra un toro con sotto un aquila (1099). Gl’Istoniensi l’onorarono forse di sola statua, di cui vedesi la base marmorea semicilindrica nella casa del Comune, colla seguente epigrafe (1100):

I. Ο. M. DOL

PR. S. IMF. P

SACRVM

Vi fu ancora un Tempio di Bacco, ed oltre ad un raro pavimento marmoreo, che fossevi adorato questo nume lo dimostrarono varii bassirilievi ad esso allusivi ed un frammento della sua statua col capo intero. Si ricordano altresì alcuni vestigli del Tempio di Marte, del quale serbò anche memoria un’ara con questa iscrizione (1101), trovata presso la Via Trajana non lungi dalla città, e ch’è dell'anno di Roma 737:

MAVORTI CONSERVATORI

FVRIO ET C. SILANO CONSVLIBVS.

Nella parte più alta della città sorgeva ancora il Tempio di Giunone di forma quadrata ed ornato di portico, del quale sono scomparsi gli avanzi, occupati dalle nuove abitazioni. Vi si trovò questa epigrafe, che possiam con certezza giudicare posta dallo stesso Bebio, al quale gl’Istoniensi alzarono una statua equestre (1102):

M. BAEBIVS

SVETRIVS

MARCELLVS

IVSSV DEAE.

Un altro Tempio sacro a Cerere servi di sostruzione alla Chiesa di S. Pietro, e se n ebbe una pruova nel rifrabbricarsi un muro laterale nel 1794, allorché tra antichi avanzi si rinvennero frammenti di statue, molte anticaglie, e la seguente iscrizione, dalla quale apprendiamo che fu riedificalo a pubbliche spese da un liberto del capo de' ministri della Dea (1103):

P. PAQVIVS P. L. AZMENVS

MAG. CERRIALIS

SANCTVM REFECIT

PECVNIA PVBLICA

IDEMQVE PROBAVIT.

Ed oltre al Tempio che gl’Istoniensi eressero ancora a Vespasiano, pe’ beneficii compartiti alla loro città (1104), un altro ve n ebbe nelle vicinanze di essa verso il fiume Triglio, in contrada della Selvolla dedicato ad Ercole,come è chiaro e dalle antiche fabbriche che vi si vedevano, e dalla seguente ara marmorea ivi scoperta (1105):

HERCVLI EX VOTO ARAM

L. SCANTIVS. L. LIB. MODESTVS VI VIR

AVG. MAG. LARVM. AVGVST. MAG.

CERIALIVM VRBANORVM L. D. D. D.

Questi Templi abbellivano Istorio. Né vi mancarono altre pubbliche opere che ci mostrano questa città tra le più cospicue de' Frentani. I moderni topografi rimembrano soprattutto il Pretorio, di opera suntuosa, ed il Foro che oltre alle statue di Bebio, di Statorio e di altri, decorò soprattutto quella del giovanetto Valerio Pudente, che onorò col suo ingegno la sua terra natale. I vestigli di un Teatro, o più veramente d'una Naumachia, sulla quale poi s'innalzarono le muraglie della città odierna prossime a porta Castello, e di grandi serbatoi inoltre, di cloache ed acquidotti, la dimostrano ancora vasta e popolosa (1106). Il sepolcreto degl’Istoniensi non fu ristretto a un solo sito; ma la più parte dc sepolcri e delle lapide diconsi rinvenuti presso Fonte del Vico e nella contrada di S. Martino, per dove da Buca la strada consolare passava ad Istorio. Altri ancora se ne scopersero in Colle pizzuto presso la pubblica via, nonché lungo il regio tratture dal sito della Conicella a S. Lorenzo, il quale credesi ancora une delle antiche strade della città, riaperta e restaurata da Re Alfonso (1107). Rugginosi frammenti d’else e di brandi ed un elegante vasello di creta si videro accanto al sepolto, del quale un tegolo sigillato indicava il nome e la famiglia. Notabili fra questi sepolcri furon quelli che si scopersero al nord della chiesa dell’Incoronata, in uno de' quali un vaso si rinvenne d'alabastro orientale di fino lavoro, con dentro le ceneri e il cranio dell’estinto con monete di Trajano e di Giulia Domna; e nell'altro di figura rettangolare, di bianchi marmi, magnifico nella sua piccolezza, uno scheletro puerile, avvolto in ampio lenzuolo di amianto, del quale una lunga e larga striscia si conserva nel R. Museo (1108). — Più basso dell’odierno era il piano della città antica, e si distendeva sino al prossimo lido, dal quale è ora distante mezzo miglio. Al nordovest della città odierna, dove ora sorge la cappellina di S. Maria delle Grazie e già sorgeva parte d’Istorio, oltre a non pochi avanzi di mura reticolate, di pavimenti a mosaico e condotti, si son tratti in copia e in ogni tempo rottami di vasi, marmi e mattoni, vasi interi (1109), corniole ed altre anticaglie, e qualche rudere di salde mura tuttavia vi si osserva. Più manifesti ancora sono gli avanzi dell'antica città ne' giardini sottostanti alle mura delle Lame sino alla spiaggia, dove fra ruderi di fabbriche ed antichi rottami molti idoletti si son raccolti negli ultimi tempi, e le acque marine bagnano avanzi di stanze quadrilatere, che paiono scavate ne' duri scogli (1110). Quando, mutate le sorti d’Italia, le nostre regioni soggiacquero al dominio deLongobardi, e quest’antica città fu destinata sede di un Gastaldo, eredesi che perdendo l'antico nome, che v'è chi deriva da' tessitori di panni, da Varrone detti histonae (1111), con voce germanica cominciasse a dirsi Wast, dinotante pretorio o luogo di giustizia, d'onde l’odierno nome di Vasto (1112). In una cronaca nondimeno e in una carta con lieve alterazione seguitasi a dire Stonio anche dopo quell'età (1113).

10. Fiume TRINIO (Flumen Trinium)

Questo fiume, ora detto Trigno, prima d'irrigare la regione frentana, attraversa buona parte del Sannio, poiché nasce da due sorgenti nel monte di Capracotta, e bagna correndo all'est il distretto d'Isernia, dove s ingrossa colle acque di sei altri piccoli fiumi. Prima di entrare nel distretto di Vasto volgesi al sud presso Montenegro, per dirigersi di bel nuovo all'est insino alla foce nel territorio di S. Salvo, fra Telinoli e Vasto, dopo il corso di circa 35 miglia. Insino al medio evo imboccavasi nel mare con più rivi, di cui il più grande riteneva nel X secolo il nome di Trinia maggiore (1114), che formar doveva un bacino capace di molti navili. Perciò Plinio lo distinse coll'aggiunto di portuoso (1115); ma non è più tale oggidì pe’ naturali sconvolgimenti sopravvenuti alla spiaggia, dove mette foce.

11. USCOSIO, o VICOSIO (Viscosium)

Tra Istonio e Larino sorgeva quasi ad eguale distanza un altro oppido, o castello Frentani col nome di Uscosio, del quale è appena memoria in uno degl’Itinerari i romani (1116). Quando era già distrutto e abbandonato, né si sa per qual cagione, nelle antiche carte de' monisteri di Tremiti, di S. Stefano in rivo maris e della Chiesa di Larino del secolo XI e XII, facevasi spessa menzione di Vicoso, e questo sembra che ne fu il vero nome. A giudicarne da' molti avanzi di sepolcri scoperti verso Guglionisi, quasi ad un miglio dalla Via Trajana, sulla quale sorgeva, da' magistrali che lo governavano, da' titoli sepolcrali e da' ruderi nel luogo detto il Casalino, tra la sponda del Sinarco e la terricciuola di S. Giacomo, è da crederlo un luogo non ignobile della regione. Rammenta nel detto sito lo storico de' Frentani alcuni avanzi di un edilizio laterizio di non volgare architettura, e d'una piscina, colla seguente epigrafe (1117):

IMP. C. T. AELIO HAD

ANT. AVG. LOLLIAN. G. F.

BRVTTIO PRAELVM

LACVM. FVRNVM

TRAPPETE FACIEN. C.

ET MVRVM NO. C. XV

E circa di là ad un miglio verso il mare già si vedevano altri avanzi di muraglie e di un pavimento marmoreo, che le sorgenti sulfuree aperte dal gagliardo tremuoto del 4706 appalesarono per un bagno. Qui ancora si rinvenne la seguente lapida, che ora vedesi aifissa al campanile di Cannilo, e che ci ricorda i magistrati municipali di Vicosio (1118):

D. M. S.

LUCIO LVCRETIO L. F. VO

LT. SEVERO. II VIR

QUINQ. QUAEST. II

CAVELLIAE P. F. VOLT. COR

DVS II VIR QVINQ. FLAMI

NALIS PATRI PIENTISSIMO

ET VCSORI MAESTISSIMAE

B. M.

12. INTERAMNIA (Interamnia)

Alla distanza di XI miglia da Larino sorgeva tra le foci del Sinarco e del Biferno quest'altra città frentana, della quale non lasciò memoria alcun antico geografo o storico, ma facevane menzione nella sua perduta Geografia Guido da Ravenna, scrittore del medio evo (1119). E nondimeno chiara rimembranza degl’Interamnati frontoni nell’addotta epigrafe, posta a M. Blavio da questi popoli insieme e da' Buca ni ed Istoniensi (1120), tuttoché altri ne riferisca la rimembranza a' vicani che avevano le loro oscure sedi tra' molti fiumi che irrigano quella contrada (1121). Interamnia, con denominazione comune ad oltre città delle nostre antiche regioni, fu così detta dalla sua posizione tra gli anzidetti fiumi; e siccome il nome di quella ne' Pretuziani si mutò ne' susseguenti tempi in Teramo, così questa fu poi detta Telinoli. A giudicarne dagli avanzi de' suoi edifizii, non fu una città ignobile. A breve distanza dalla città odierna vedevansi nello scorso secolo i ruderi di un Tempio sacro ad Esculapio, del quale è spesso memoria nelle carte del medio evo, in alcune delle quali è detto anche di Apollo·, ma non è dubbio che fosse dedicato al primo di questi dei da un serpente di bronzo rinvenuto fra le sue rovine, che aveva scritta sul dorso la seguente epigrafe (1122):

ÆSCVLAPIO ET SALVTI

SACRVM. EX VOTO

CALLIXTVS D.

Fu questo un donativo fatto al nume, del quale rimaneva nel secolo XVI l'ara ed alcuni frammenti ancora della sua statua. Quel Tempio sorger doveva presso le Terme della città, che furono anche scoperte con acquidotti e cunicoli nell’agro di Termoli, dalle quali alcuni vollero piuttosto che pigliasse il nome (1123). Il geografo Ravennate del resto, confondendo forse questa città frentana coll’altra omonima posta sul Liri, e Plotino con Platone, scrisse che in essa questo filosofo compose il suo libro sulle idee. Né l’uno né l’altro filosofo scrisse propriamente un’opera cosi intitolata, tuttoché entrambi la genesi studiassero de' concetti della mente umana; e non ci par dubbio che nella detta tradizione si accennasse a Plotino, il quale impetrava dall’Imperatore Gallieno una diruta città per fondarvi l’ideale Republica del suo maestro (1124): così almanco ci sembra d'intender la tradizione conservata da Guido, che un patrio scrittore trova strana senza spiegarla.

13. Fiume TIFERNO (Τιφερνος ποταμος, Tifernus amnis)

Questo fiume, il quale bagnò più il Sannio che il paese de' Frentani, segnò sotto Augusto il lor confine colla Daunia. Perciò Mela lo attribuì a quest'ultima contrada, e da esso cominciò Plinio a descrivere la Regione Frentana (1125). Ma in tempi più remoti, all’epoca de' Frentani autonomi, che sino al Frentone si distesero, appartenne a questi popoli, ai quali lo attribuì Tolomeo, anche quando colla loro indipendenza ebber perduti gli antichi confini (1126). Il Tiferno prese probabilmente il nome dal monte omonimo, per la cui valle discende, e che ora diciamo Matese·, ma oggidì è conosciuto con quello di Biferno, come fu detto sin dal medio evo (1127). Il Rio che nasce all’ovest del monte di Macchiagodena ed altre copiose sorgenti presso Boiano formano questo fiume, il quale uscito dall'Appennino, dove scorre all’ovest, volge al sud il suo corso nella valle appiè del Matese. Passati i Campi Marsii e ad ostro di Colle d’Anchise, volgendosi prima al nord, poi all’est, e volteggiando ora al sud, ed ora all’ovest, nel suo corso diretto sempre all'est nel mezzo di colli altissimi, passa prima tra Colle d’Anchise e S. Giuliano, poi tra Baranello e Spineto, indi tra S. Stefano e Castropiquano, poi tra Limo sano e Montavano tra Morrone e Lucito, finché sotto Guglionisi uscito dagli argini de' detti colli, entra nelle spaziose campagne di Capitanata, e dopo il corso di 65 miglia sbocca presso S. Giacomo nell'Adriatico (1128). Poiché attraversa tutta la provincia di Molise, riceve in tributo le acque della massima parte della sua superficie. Nelle copiose piogge è affatto invalicabile non meno pel grosso volume delle sue acque, che per le grandi alluvioni che trasporta insino al mare. Ove la valle che irriga si spiana presso al lido, le adiacenti campagne ne restano sempre sommerse.

14. CLITERNIA (Cliternia)

Alla distanza di cinque miglia dal mare di qua del descritto fiume sorgeva Cliternia, altra città di qualche importanza di questa regione. Innanzi che colla nuova corografia di Augusto una parte di essa venisse accresciuta alla Daunia, Cliternia appartenne ai Frentani, e perciò Mela e Plinio, che seguirono la nuova descrizione, non dubitarono di situarla nella Daunia, il primo dopo il Tiferno, l’altro prima di questo fiume (1129), secondo la diversità del loro viaggio geografico. Cliternia era dunque posta di là del Tiferno, prima di giugnersi a Larino; e poiché nell'itinerario di Antonino è segnata una mansione col nome di Corneli tra Arenio (Larino) e Ponte Longo (1130) che passava sul Frentone, a giudizio di un patrio scrittore, è da vedere in essa indicata Cliternia (1131); ma le distanze segnate nel detto Itinerario sono contrarie a tal conghiettura, giacché Corneli è posto a XX miglia da Pontelongo ed a XXVI da Larino, e Cliternia non era lontana più di cinque miglia da questa città. Appena del resto restò rimembranza della sua distruzione nel 947 per opera degli Ungari (1132), tuttoché da altri si riferisca, ma senza autorità, ad un’epoca più remota. Sorgeva nel luogo detto Picchiano, a sei miglia da S. Martino nella Capitanata. Un castello detto Cliterniano sorse delle sue rovine; ma non ebbe miglior fortuna della città distrutta, essendo stato anch’esso desolato prima dalla peste e poi dal tremuoto al tempo de' Normanni (1133). Nel detto sito i patrii topografi rammentano avanzi di grandi edifizii, fabbriche di fontane, medaglie,frammenti di colonne (1134), sepolcri e simili anticaglie, che dimostrano Cliternia tra le città ragguardevoli de' Frentani; ma nessuna lapida, tranne il seguente titolo sepolcrale, ne sopravanza:

D. M. S.

L. MOECIVS

ONES1MVS

CHAKITE

LIB.

KARISSIMAE

B. Μ. P.

V. ANN. XVII.

15. LARINO (Λαρινόν, Larinum)

A XIV miglia da Uscosio, sulla stessa Via Trajana sorgeva Larino (1135), città cospicua ed antichissima fra tutte quelle che i Frentani abitarono. Tolomeo l’annoverò tra le città mediterranee di questi popoli (1136) al pari di Plinio, il quale, tuttoché ricorda in generale i Larinati nel lungo catalogo degli abitatori della II regione d’Italia, li distinse tuttavolta col cognome di Frentani (1137). Non pertanto, poiché oltre questa non è nota dalla geografia e dalla storia alcun'altra città di Larino in Italia, non si comprende perché mai il geografo li contraddistinse col detto aggiunto. Egli è vero che il Mazocchi volle distinguere nella regione che descriviamo due città di questo nome, una sulla spiaggia coll'autorità di. Silio Italico, l'altra dentro terra con quella di Plinio (1138); ma, poiché Pagro di Larino stendevasi insino al mare, e però Silio potè bene indicare i suoi popoli come abitatori del lido dell'Adriatico (1139), l'opinione del celebre archeologo non può sostenersi, e Plinio distinse forse i Larinati col cognome di Frentani perché secondo la nuova corografia andaron compresi nella Daunia (1140), nella qual regione anche Stefano Bizantino pose Larina (1141).

Le medaglie con leggenda osca a questa città appartenenti ce ne additano l’antichità ed il primato ch'ebbe nella regione frentana. Queste medaglie coll’epigrafe LADINOD, o LADINE, ed anche LARINVM con lettere latine, hanno tipi allusivi al culto di Diana, Giove, Cerere, Pallade, Ercole e Marte. Alcune presentano ancora nel rovescio il tipo singolare di un Centauro dendroforo (1142), il quale dinota probabilmente i Pelasgi Tessali, che furono forse i primi fondatori di Larino, soprattutto perché nelle medaglie di Magnesia nella Tessaglia, donde i Lapiti scacciarono i Pelasgi, il medesimo tipo s’incontra del Centauro dendroforo (1143). Dell’origine pelasgica di questa città, per cagione del suo nome, altri illustri scrittori non hanno neppur dubitato (1144), e troviamo in fatti ch’esponendo Igino la genealogia de' Niobidi, dice che da Pelasgo nacque Laris (1145). Oltreché, essendovi ancora medaglie di Larino coll'immagine del Toro androprosopo (1146), ossia dell'Acheloo fiume dell’Acarnania (1147), il culto del quale, celebre fra i popoli epirotici, sembra che poscia si confondesse con quello di Bacco, adorato egualmente sotto la sembianza del Toro a faccia umana a Cizico (1148) e a Napoli (1149), le dette medaglie disvelerebbero egualmente la discorsa origine di questa città, come apertamente ci disvelano la diffusione del culto stesso dell’Acheloo, se non l’origine pelasgica,in tutte le nostre città le altre monete a queste identiche. Larino del resto è, come abbiam detto, nome greco (1150), e lo storico di questa regione non dubita che la città così appunto si denominasse dalla nota fertilità del suo territorio (1151).

Oltre le dette medaglie, è ancor certa memoria negli scrittori del primato di Larino e dell’ampiezza del suo agro. Cesare e Livio distinguono chiaramente con Polibio l’agro larinate da quello de' Frentani (1152), il quale perciò non par dubbio che dal Tiferno si stendesse insino al Frentone (1153); e benché i geografi questa città attribuiscano a Frentani, o alla Daunia, egli sembra che ne' tempi più antichi formasse una regione a parte con qualche altra città soggetta al suo dominio, come Cliternia Gerione e la Rocca Galena. Ed anche ne' tempi romani Larino distinguevasi dalle altre città frentane, perciocché dopo la Guerra Sociale fu tra' Municipi! più insigni d’Italia, come raccogliesi da Cicerone (1154) e dalle seguenti epigrafi (1155):

1.

T. VIBBIO T. F. OV....

CLEMENTI AEDILI

IIII. VIR. I. D. ET IIII. VIR. QUINQ.

BABIAE. M. F. PRISCAE. VIBBI. CLEMENTIS

T. VIBBIO. T. F. CRV. PRISCO, AED. IIII. I. D. Q.

ET IIII. VIR. Q. PATRONO MUNICIPI

HIS. D. D. FVNVS. ET STATVAS. DECREVER.

2.

DIS. MANIB. SAC.

T. TIBILIVS. T. F. POMPT.

PRIMITIVVS

VETERAN. COH. VII.

PRAETORIAE PATRON.

MVNIC. LARIN. D. S.

FECIT SIBI SVISQ.

L. D. D. D.


La prima di queste lapide, che contiene un decreto municipale, e che ci mostra i magistrati di Tarino, rinvenuta nel 1741 nel distrutto casale di Olivola, è de' tempi della Repubblica, ma dopo la Guerra Sociale, per essere in essa ricordate le tribù Ufentina e Crustwnina, alle quali vennero ascritti rispettivamente i due Vibii, padre e figlio, ai quali, come personaggi benemeriti, i Larinati fecero il funerale ed innalzarono le statue. L’altra fu ritrovata in Torre Maggiore, ed è de' tempi dell’Impero, essendo in essa memoria del patrono del Municipio di Tarino, veterano della settima coorte, ed è inoltre una pruova per alcuni scrittori che Tarino si mantenne anche allora nella condizione di municipio (1156). In quest’altra, scoperta nel sito della vecchia città, i Municipi larinati sono distinti dagli abitatori di essa, e sembra che del pari appartenga a tempi della Repubblica (1157);

C. RATO. M. F.

CAPITONI

PRAEF. FABR. A ED.

IIII. VIR. I. D.

ITER. IIII. VIR. QVIN.

MVNICIP. ET

INCOL.

Quanto al culto di questa città, oltre alle dette medaglie che ci dimostrano i diversi numi de' Larinati, è noto ancora che vi si adorò Apollo, Minerva, Marte e Giunone Feronia. Cicerone ci lasciò una bella rimembranza de' ministri pubblici Marziali, addetti al culto del nume tutelare de' Larinati (1158). Ora non v’è più vestigio del suo Tempio, ma se ne vedevan gli avanzi nel secolo XV (1159).

Nella seguente lapida, fabbricata nella torre della Cattedrale, è memoria del culto e del Tempio ornato di portici della dea Feronia (1160):

IVNON. FERON

BARBIA L. F. SECVN

AEDEM, SIGNVM. POR

TICVS. D. P. S. D

I municipii e le colonie emulando Roma nello splendore de' pubblici edifizii, non mancavano di Teatri, Circhi e Anfiteatri. Ebbe perciò anche Larino un Anfiteatro di nobile struttura e di figura rotonda, che sorgeva nel mezzo della città. Dalle poche reliquie che ne sopravanzano, si è conghietturato che fosse capace almeno di quattordicimila spettatori (1161); il che anche dimostra che fu città cospicua e popolosa. Ed oltre a questi pubblici edifizii, il Pretorio, le Terme, le molte fontane che vi erano ancora, non fanno dubitare che stava bene al paragone di altre città illustri de' nostri popoli antichi. Il Pretorio, ossia palagio dove i suoi Decurioni si riunivano, poco distante dall'Anfiteatro, occupava quasi il mezzo della città, eJ era di nobile e grandiosa struttura, ed ivi presso innalzavasi forse nel Foro Incolonna, alla quale, come in Roma alla colonna Menta, solevano rifugiarsi i ladri, i debitori e i servi fuggitivi (1162). E senza dire de' marmi, degli idoletti, delle monete imperiali, de' vasi cinerarii, di non pochi titoli sepolcrali (1163) e di altre molte anticaglie ivi scoperte, vedevansi ancora nello scorso secolo tra grandi rovine pubblici portici, ornati un tempo di molte colonne, e fuori della città grandi avanzi di sepolcri (1164).

Questa conspicua città, detta Arenio fin dal secolo degli Antonini (1165) a cagione, come credesi, del suo Anfiteatro, e in fatti anche quello di Nimes ritenne il nome di Arene, andò soggetta a diverse devastazioni per opera de' Saraceni nell’anno 842, e degli Ungari nel 938 e nel 947 (1166). Che fosse stata molto prima assediata da' Goti guidati da Alarico, come scrive il Tria, allegando la testimonianza di Sozomeno (1167), è un errore, giacché questo storico parla di Narnia nell’Umbria (1168). Era del resto situata all’ovest della nuova città, alla distanza di quasi un miglio, sull'ameno colle detto Monterone, come un bel teatro tutto aperto verso la Puglia, il Gargano e l’Adriatico, donde era lontana circa dodici miglia. Di figura piuttosto irregolare, per quanto può conghietturarsi da' suoi avanzi, estendevasi nel circuito di più di tre miglia. Fortissime muraglie la circondavano, e se ne veggono ancora con ruderi di torri le grandiose reliquie soprattutto verso il nord e l’ovest.

16. ROCCA GALENA (Ακρα Καλήνη, Arx Calene)

Alla distanza di due miglia dalla descritta città sovrastava all'agro larinate una rocca detta Calene. Né lasciò memoria Polibio, parlando dell'occupazione fattane da Fabio, che posevi il campo, quando nel 537 di Roma combatteva Annibale (1169). Questa Rocca frentana sorgeva nel sito dell'odierna terra di Casacalenda, posta alla falda di un colle. I topografi patrii che bene ne additarono la situazione, s ingannarono soltanto nel crederla una città (1170); tale almeno non era a' tempi della seconda guerra cartaginese. Nel medio evo conservò l'antico nome, giacché in un Cronista è detta Terra di Calena (1171); e l'antico stemma di Casacalenda, che fu la lettera K, iniziale della parola Kalena, la sua distanza di due miglia dalla distrutta città di Gerione, nonché la perfetta analogia che il nome odierno ha coll’antico, non fanno dubitare della detta situazione.

17. GERIONE (Γερούνιον, Gerio)

A IX miglia da Larino, tra questa città e Teano apulo (1172) sorgeva Gerione o Geranio, ragguardevol città e fortezza de' Frentani, della quale é chiara rimembranza nella storia delle guerre annibaliche. Il nome di essa fu in diversi tempi e da diversi autori variamente scritto; dappoiché Polibio la nominò Geranio, e Livio Gerione e Geronio, secondo le antiche e più recenti edizioni (1173). Stefano Bizantino la nominò come Polibio, ma avverte che l’antico dallo Schweighauser; ma dall'espressione di Polibio sembra che vogliasi distinguere dalla città di Caleno nella Campania, storico Quadrato nominavaia Gerenia (1174), ed in Appiano trovasi anche detta Geronia (1175). Ma qualunque ne sia stato il vero nome, nessun antico lasciò ricordo della di lei origine. Se non che, ritenendo tra le diverse denominazioni di essa quelle di Gerione e Gerenia, poiché le altre ci paiono alterazioni di queste, non par dubbio ch'ebbe nome da una greca colonia, quando anche voglia supporsi che fu in origine fondata da’ Frentani. I due diversi nomi di Gerione e Gerenia accennano per noi alla comune origine ch’ebbe colla vicina città di Larino. Entrambe fanno risovvenire l'Epiro e i popoli pelasgici, entrambe ci rammentano Centauri e domatori di cavalli, che la storia più antica rinviene nella Tessaglia e nella Messenia. Del Centauro dendroforo, che si vede sopra alcune medaglie di Larino, ho già esposte le mie conghietture; ora dirò solo che nella Messenia era ancora una città di Gerenia, celebre da tempi antichissimi pe’ suoi domatori di cavalli (1176). Questo possiam dire de' più remoti principii di Gerione o Gerenia, che altri potranno del resto rischiarar meglio con più dotte conghietture.

Non v’è memoria storica di quest'antica città innanzi al tempo della seconda guerra cartaginese. A quell'epoca non solo era ben fortificata, ma ancora copiosa di vettovaglie, e però popolosa. Perciò Annibale la elesse fra le altre città vicine onde porvi gli alloggiamenti d'inverno. Mostratisi gli abitatori di essa fedeli ai Romani, l’assalse, la prese, e ne arse e spianò le case, serbandone alcune soltanto pe magazzeni de' viveri, e lasciando intatte le mura per sua difesa (1177). Da quell’epoca non ne è più rimembranza negli storici; ma non è dubbio che in processo di tempo fu riabitata, e ne sono una pruova, oltre ai ruderi di antichi edifizii che tuttora si veggono sopra un declivio di monte detto Cerro, alla destra del fiumicello Cigno, presso la strada che da Casacalenda mena a Mortorio, le monete imperiali ancora e qualche titolo sepolcrale ivi scoperto, ma dell’epoca del cadente Impero (1178). Il Muratori co' citati topografi pubblicò la seguente iscrizione (1179):

D. M. S.

Q. CAESIO.... PA.... PRIS

CA AVLA.... EI.... POMPO

NIVS AMANDVS

AVS VOLTIVS

PRISCVS AVS NE

POTI PIEN FISSI

MO. VOLTIA IN

FELICES FECERVNT

Nel secolo XII era tuttavia in essere col nome di Gironia e circondata di mura (1180). Desolata per avventura dal tremuoto del 1456, che fu fatale alla vicina Larino ed a Casacalenda (1181), cominciò ad essere abbandonata, e non se ne ha in fatti notizia dopo il 1571, quando l’arciprete della chiesa di Garone soscrisse il sinodo vescovile di Larino (1182).

18. FORO CORNELIO (Forum Corneli)

L'ultimo luogo de' Frentani che ci resta a descrivere sulla strada consolare è il Foro, o villaggio col nome di Cornelio, distante XXVI miglia antiche da Larino (1183). Un patrio scrittore stimando alterato da' copisti il nome di Corneli che leggesi nel citato Itinerario di Antonino, si avvisò che legger si dovesse Cliternia, ma la segnata distanza si oppone a questa conghiettura, e raccogliendosi dalla testimonianza di Plinio che Cliternia (1184) era nella dipendenza di Larino, non è da credere che ne fosse stata così lontana. Il perché di leggieri mi accosto al parere di alcuni dotti geografi, i quali stimano che nell'Itinerario prima si leggesse Forum Corneli, e che perciò sorgeva sulla Via Frentana un Foro, o villaggio di questo nome (1185), del quale è del resto difficile additare la precisa situazione.

19. Fiume FRENTONE (Frento flumen)

Nella sinistra sponda di questo fiume, lungo tutto il suo corso, i Frentani restaron divisi all’est ne' più remoti tempi dalla Daunia alla qual regione fu attribuito da Plinio, seguendo la nuova corografia. Questo geografo, che tra gli altri è solo a descriverlo, lo disse fornito di porto (1186), e da ciò il Cluverio, seguito da tutti i topografi patrii, lo riconobbe nell’odierno Fortore (1187). Il quale, oltre al detto nome, che ci rammenta il dominio de' Frentani sino alla sua riva, se non c’inganna il compilatore della Storia Miscella, fu detto anche Teano (1188), dalla città omonima, che sorgeva alla sua destra, e che fu da questo lato la prima città della Daunia. Il Fortore, gran torrente, anziché fiume, perché scorre povero d’acque nella state come gli altri fiumi che bagnano la Capitanata, ha le sue fonti nel monte Tiferno al sud di Roseto, e si accresce di diversi confluenti che scendono dal Contado di Molise e dalla detta contrada. Sotto Celenza scorre talvolta con acque copiose. Ampio abbastanza ne è il letto, e nelle abbondanti piogge suole spesso con terribile corrente superare il Biferno. Scorrendo sempre con corso tortuoso prima al nord, poi all’est per luoghi montuosi, dove accoglie le acque de' piccoli influenti che ne discendono, bagna una contrada di 40 e più miglia, e specialmente Roseto, C orientino, Macchia, Cantalupo, Serracapriola e Ripalda, mettendo nell’Adriatico tra' ‘l lago di Lesina e Campomarino, rimpetto le Isole di Tremiti. — Un ponte di nobile costruzione, sul quale passava la Via Trajana che di là menava a Teano Apulo, vi fu innalzato a' tempi romani, e l'Itinerario di Antonino lo ricorda col nome di Ponte Longo (1189). Né è pur memoria di unita al fiume col nome odierno di Fortore in una carta di donazione fatta ad Alberico, abate del Monistero di Tremiti, da Tesselgardo Conte di Larino nel 4045 (1190), ed ora si vede tra le grandi opere pubbliche del Regno, ricostruito a sette archi verso la fine dello scorso secolo a spese delle vicine popolazioni. Le barche frumentarie entravano, è già tempo, nella sua foce, ove fu il porto rammentato da Plinio; ma ora vi penetrano appena piccoli navicelli da pesca, e questi malsicuri a cagione de' venti boreali a cui non possono reggere nel verno; né vi possono entrar sempre nella state, restando le sue acque interrotte da quelle del mare, di un livello inferiore (1191). Del suo porto rimangono del resto molti avanzi sulla spiaggia, massime nel sito ove s’inalza la Torre che ne porta il nome.

20, Via TRAIANa FRENTANA

Una grande strada, del corso di 80 miglia, attraversava lungo la spiaggia de) mar superiore la Regione Frentana, e metteva i suoi popoli in facile comunicazione da un lato co Marrucini e i Peligni, dall’altro co' Dauni e i popoli confinanti. Aperta da tempi remoti, come par manifesto dalle marce di Annibale, del Console Claudio Nerone e di Cesare (1192), fu restaurala e lastricata da Trajano, e ne serbò memoria la iscrizione posta sul Ponte innalzato sul Sandro (1193), e da quest’Imperatore, sì encomiato da Galeno per le pubbliche vie che migliorò in Italia (1194), pigliò il nome di Trajana-Frentana. E rammentata con questo nome nel titolo sepolcrale di M. Blavio, Curatore di questa insieme e della Valeria-Claudia (1195), della quale era una continuazione. Gl’Itinerarii romani, tranne alcuni falli de' copisti, e indicano esattamente il corso di questa grande strada colle città che toccava, e le distanze che dall’una ali altra intercedevano, come abbiamo già detto parlando di queste città, ed ora per maggior chiarezza ripeteremo. — Cominciando adunque di qua della città di Aterno, passato il fiume Foro, indicato molto probabilmente nella Tavola Teodosiana col guasto nome di Clocoris, giugneva dopo XI miglia antiche ad Ortona (1196). Da questa città giungeva dopo X altre miglia ad Anxano, donde piegavasi con piccol ramo per toccar Buca sulla spiaggia, e di là alla distanza di altre VI ad una città, o borgata sul Sanerà, indicata col guasto nome di Annum, cioè Amnium (1197). Un piccol ramo da questo sito se ne distaccava per menare su’ monti dopo XII miglia a Fallano (1198), donde rivolgendosi sulla spiaggia toccava dopo un egual corso Istorio, presso la quale fu trovato un gran Termine marmoreo col simulacro di Febo radiato, custode e terminatore delle vie appo gli antichi (1199). Da questa città correndo lungo la spiaggia, e passando il Frigno ad Interamnia (Termoli), saliva dopo XI miglia ad Uscosio, di quà di Guglionisi, donde per la riva del Tiferno giungeva dopo altre XII a Larino, e di là, se non è erronea la distanza (1200), dopo XXVI miglia a Foro Cornelio, per passare con un ramo a Gerione, ed a Teano nell'Apulia (1201).

IV. I Frentani, che Plinio annovera tra le più forti e valorose genti italiche (1202), si conservarono indipendenti sino alla terza guerra che i Romani combattettero contro i Sanniti, e d’allora corsero una fortuna eguale a quella degli altri nostri popoli. Neutrali dapprima, e senza mostrarsi mai favorevoli a' nemici di Roma, co' quali e per la comunanza di origine e per la indipendenza propria dovevan collegarsi, non esitarono ad aprire il passaggio a' Romani allorché andarono a combatterli nell'Apulia. Poiché Roma ebbe vendicata Luceria la propria ignominia col far passare sotto il giogo i Sanniti, i Frentani indarno si sollevarono: una sola battaglia bastò al Console Aulio Cerretano per sottometterli nel 435, obbligandoli a dare ostaggi dopo di aver ricevuta a patti la città, in cui erasi ritirato l’esercito sconfitto (1203). E quando nel 451, anziché soggiogata, fu quasi spenta affatto la nazione degli Equi, conchiusero come gli altri popoli vicini un trattato, del quale è da credere, che che ne dicano alcuni patrii scrittori, che Roma le condizioni ne imponesse a suo arbitrio (1204). Confederati d’allora co' Romani, ne seguono la varia fortuna ne' maggiori pericoli, e li soccorrono di cavalli e di fanti nella guerra Cisalpina (1205): pugnano valorosamente contro Pirro (1206), pugnano contro Annibale (1207); ma quando, dopo l’uccisione di Druso, ultimo a proteggere la causa degl’Italiani per la romana cittadinanza, si videro come tutti delusi nell'aspettativa dell'uguaglianza de' dritti, essi pure preser le armi per ottenerli. Il solo Appiano li annovera tra gli altri nemici di Roma nella Guerra Sociale (1208); ma anche senza la testimonianza di questo storico non potremmo dubitare che le proprie forze a quelle degli altri popoli congiungessero per sostenere causa comune, ed oltre alla sospirata cittadinanza lo proverem e la lor comunanza di stirpe e le guerre che sostennero pel popolo dominatore.


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VII. MARSIA

Ἔστι γαρ τό εθνος πολεμικώτατον....

λεγόμενον πρότερον, ούτε κατα Μαρσων,

οὔτε ἄνευ Μαρσών, γενεσθαι θρίαμβου·

Appian. Civill. I, 46.

Hae bellare acies norant; at Marsica pubes

Et bellare manu, et chelydris cantare soporem,

Vipercumque herbis hebetare, et carmine dentem.

Sil. Ital. VIII, v. 494-496.

I. Corografia della Marsia, e naturali condizioni di essa. — II. Origine de' suoi popoli e ragioni probabili del lor nome. — III. Antica topografia di questa regione. —1. Anxanto. — Alba. —3. Villa di L. Vitellio. — 4. Cerfennia. — 5. Monte Imeo. — Fiume Pitonio. — 7. Lago Fucino. — 8. Ortigia. — 9. Emissario di Claudio. — 10. Pago di Venere. — 11. Marruvio. —12. Luco. —13. Archippe·—14. Angizia. — 15. Selva di Angizia. —16. Aurina—17. Vesuna. —18. Plestinia. —19. Milionia. — 20 Opi. —21. Fresilia. — IV. Strada romana che traversava questa regione. —V. Indole, proprietà e vicende de' Marsi,

I. Descritte le regioni de' Marrucini e de' Frentani la prima delle quali toccava il mar superiore, e l’altra distendevasi in gran parte della sua spiaggia, passiamo a descrivere la Mursia, regione tutta mediterranea e racchiusa tra gli alti gioghi dell’Appennino. Strabone parlò de' Marsi unitamente agli altri popoli confinanti, e senza indicarci almanco i generali confini del paese che abitavano, scrive solo che tenevano i monti, accostandosi alquanto alla marina (1209); il che è da intendere de' soli Frentani, ed in piccola parte, come abbiam detto (1210), anche de' Marrucini. Lo storico de' Marsi seguì senza più la corografia del Cluverio, dedotta dalla nota situazione delle poche città abitate da questi nostri popoli; ma l’Olstenio emendando la confinazione assegnata da quel celebre geografo, lasciavaci per avventura la più precisa corografia della lor regione. E però seguitando questi moderni scrittori, senza dipartirci dalle testimonianze degli antichi geografi circa le primitive sedi de' Marsi, dir possiamo che la montuosa contrada sovrastante alle valli dell’Aterno e del Liri, e giacente nel mezzo della comunicazione tra il Tirreno e l’Adriatico, fu l’antica Marsia, la quale al pari di molte altre contrade pigliò il nome da' popoli che l’abitarono.

Questa regione, cinta intorno intorno da elevati monti, fu circoscritta dal corso di quattro fiumi che bagnano questa parte delle nostre contrade, e che costituivano insieme i limiti naturali di sette altri popoli confinanti, cioè all’est dal Sangro, al nord dall'Aterno, all'ovest dal Torano, e al sud dal Liri. Il primo di questi fiumi divideva i Marsi da’ Sanniti da Alfldena a Castel di Sangro, e di là una linea territoriale che pel monte Chiarano distendevasi al lago di Scanno e a Forca Carosa, lungo la quale confinavano co' Peligni. I monti che dalla detta gola si distendono a Rocca di Mezzo, li dividevano col corso dell’Aterno da Vestini, e più oltre da Sabini una linea che dalla valle di questo fiume per le vicinanze di Tagliacozzo e Cappadocia dirigevasi alle fonti del Liri. Il Salto ed il Torano segnavano i loro confini con gli Ernici e gli Equi per la valle di Roveto, e il Liri in fine colla regione de' Volsci per una linea che dallo sbocco della detta valle allungavasi attraversando i monti verso Alfldena (1211). Occuparono adunque i Marsi la contrada ove sono situati Tagliacozzo, Scurcola, Alba, Celano, Pescina e i dintorni dell’ampio bacino del Fucino, e che ora abbraccia il distretto di Avezzano. Ma non furono questi i loro più antichi confini; dappoiché, ristretti dapprima al lato orientale del detto Lago, il cui lato occidentale occupavano gli Equi, quando i Romani nel 451 distrussero questi popoli fino a far scomparire la traccia del lor nome, la Marsia si allargò sulla loro regione infino alla Sabina limitata dal fiume Licenza (1212).

In questa più che in ogni altra delle descritte regioni aggruppandosi meravigliosamente gli Appennini, presentano in giro una giogaia quasi continua di alle montagne, che quasi nel mezzo racchiude l’ampio bacino del Fucino. Questa montuosa contrada, di oltre a 400 miglia quadrate, a grande altezza si eleva tra le valli dell"Aterno e del Liri, e la parte dominante costituisce delle principali comunicazioni tra due mari, nelle due gole di Capistrello e Forca Carosa. Il fiume Velino al nord col Salto e il Torano che vi confluiscono, e che corrono ad ingrossare il Tevere·, i numerosi influenti dell'Aterno all’est, il Liri all’ovest, e il Sangro al sud, scendono copiosi di limpide acque da' versanti esterni di questi elevati monti. I quali abbassandosi molto nella gola di Forca Carosa, donde si discende nella valle della Pescara, e interrompendosi nella gola spianata delle Cappelle, per la quale si sbocca ne' Campi Patentini, per la maggiore elevazione di quest'ultima sul più basso fondo del bacino, versano le acque delle gronde interne Dell’ima conca del Fucino, uno de' più celebri e maggiori laghi d’Italia. Il deposito de' fossili marini e lacustri ne' monti circostanti a questo gran lago ad un’altezza maggiore della gola delle Cappelle mostra al geologo che in tempi remotissimi le acque marine tutte ne coprirono la superficie. Occupata ancora dalle onde del Mediterraneo fu la pianura alquanto avvallata nel mezzo de' Campi Patentini, che all’ovest del Fucino stendendosi alle spalle del monte Salviano, va a terminare nella gola spianata delle Cappelle, e che taglia per lungo le falde de' monti circostanti. Quando e acque coprivano i due bacini ad un’altezza maggiore della detta gola, avevano col prossimo mare una facile comunicazione perla valle del Salto, ed un’altra più stentata per la gola di Capistrello sovrastante al Livi, racchiusa tra le cime di elevati monti. Abbassatosi poscia dopo lunga età il livello del Mediterraneo, il bacino del Fucino restò occupato dal lago fino al livello dello stretto delle Cappelle, e il lago, per difetto di alimento proporzionato all'evaporazione ed agli assorbimenti, non serbò a lungo una superficie allor maggiore per avventura di 80 miglia quadrate, ed una profondità di oltre a 500 palmi nella più bassa conca.

La remota presenza del Lago è patente nelle alterazioni prodotte dalle sue acque sulle falde de' monti circostanti, e negli strati brecciosi in alcune prossime eminenze. La roccia calcarea di questi monti vedesi screpolata in diverse direzioni: tormentata dal fiotto del lago, ne fu stritolata per modo che le coste sporgenti men compatte or presentano alte pareti verticali. Tutta la costa, lunga oltre a sei miglia, che dalle vicinanze dell'Emissario di Claudio fin presso Ortucchio soprasta con brevi intervalli al perimetro del Fucino, è sparsa di ciottoli di diversa grandezza. Gli strati brecciosi ancora di alcuni siti elevati del territorio di Avezzano e de' vicini luoghi, nonché lo spolio di terra vegetale in talune elevate falde de' territorii di Cerchio e Colle Armele, si attribuiscono del pari al moto fluttuante delle acque del Lago secondo varie direzioni.

Irregolare del resto e difforme è la superficie della Marsia. Ingombra nella maggior parte di monti e colline, è rotta da talli più o meno larghe e profonde. Notabile fra le altre è la vasta pianura, che dalla contrada di Pescina distendesi a quella di Tagliacozzo, circondata da alte e basse eminenze, e ingombra in parte dal Fucino. Questa spaziosa vallata offre una delle più vaghe e pittoresche scene che si possano mai vagheggiare ne' siti montani. Vedi una serie di Alpi, a cui fan corona deliziose colline popolate da numerosi villaggi, cingere intorno quel pianole le sottoposte campagne vestite nella state di biondeggianti messi, e coverte in parte da un tappeto di bianchi fiori di pimpinella, che pe' suoi semi aromatici coltivasi in gran copia nelle campagne di Scurcola, I monti sono per lo più di calcarea, i colli e le balze di sabbia quarzoso-calcarea, le valli di terra di alluvione. La calcarea vedesi inquinata ne' larghi crepacci de' monti, dove da petroselci e piromache, dove da quarzi, schisti, sabbie, ciottoli ed argille. Di svariata formazione sono le rocce che cingono in due catene la valle di Roveto i irrigata in tutta la sua lunghezza dal corso del Liri, e da per tutto investita da una terra di alluvione. La calcarea che vi predomina, stratificata a banchi orizzontali in su e ondolati in giù, vedesi in più luoghi interpolata da ciottoli rotolati, o da focaia giallastra, o da nuclei di corpi organici marini, massime di ammoniti, o da molecole argillose petrificate. La sabbia calcarea, disposta a strati sopra un limo marnoso turchiniccio, di parecchie eminenze, apparisce brizzolata di minuzzoli marini e vegetali, di grani silicei e squamette micacee.

Fra i monti prossimi al Lago primeggia sopra ogni altro il Velino a sei miglia da Avezzano verso il nord, che secondo le misure dello Schouw si eleva nella più alta cima 7300 piedi sul livello del mare. Fin quasi alla meta vi domina un pudding di pezzi angolari di calcarea, conglutinati da cemento della stessa natura, e stratificato a grossissimi banchi. La calcarea apennina, che racchiude fino all’estrema vetta nuclei di ammoniti e di altri testacei univalvi e bivalvi, ne costituisce la massa rimanente. Boscoso soltanto nella contrada di Trevi, aride, sterilissime e dirupate scogliere presenta nelle due punte in cui è diviso; l'una delle quali, quella cioè che sorge al nordovest, è più alta di circa dugento piedi, ne cui seni, e segnatamente ne’ burroni rivolti al nord, durala neve per tutta la state. Non poche piante alpine vegetano sulle sue balze, e chi sale sulle più alte pendici di esso vede spiegarsi dinanzi un vasto orizzonte, donde vagheggia le acque del Fucino colle ridenti circonvicine vallate al nordest, e al sud gli Appennini, all’ovest la campagna romana, ed anche la stessa Roma, di là distante in linea visuale non più di 40 miglia. Quasi simile a quella del Velino è la calcarea de' monti della Maddalena e di Cerchio che si elevano sul lato occidentale di quel monte. A fianco delle sue falde stendesi il piano di Magliano, che mena a quelli di Cardossa e a Campi Palentini inondati Dell’inverno dalle piene dell’Imele che scorre ivi presso.

Duplici e triplici giogaie di monti e colline cingono l’ampio bacino occupato dal Fucino, di cui una parte sgombra dalle acque è congiunta all’estesa e fertile pianura che stendesi da Castel Venere ad Avezzano. Son formati i monti di calcarea stratificata a frattura liscia terrosa priva di lustro, e i colli di sabbione siliceo calcareo. Elevasi all'ovest il monte Saldano, di mediocre altezza, che allungandosi come una diga, separa il Lago dalla valle di Roveto. Pregevoli piante vegetano su’ suoi dossi, ed è formato da calcarea abbastanza solida. Quella de' vicini monti è tramezzata da formazioni di pietra sabbionosa, o interpolata da piromaca a filoni, e brizzolata da testacei. Rovesciati alla peggio di su in giù si veggon gli strati calcarei delle eminenze che cingono Capistrello, e la calcarea a grossissimi banchi delle vicine rocce di Luco è notabile così per le spoglie di testacei che racchiude, come per la candidezza e la grana fina e terrosa che la rende suscettiva de' lavori dello scalpello. Negli alti gioghi che s’innalzano verso Capradosso, la calcarea forma alti ed immensi gruppi, ed apparisce stratificata in diverse guise, attraversata da filoncelli di selce grossolana, inquinata di corpi organici sminuzzati, con a fianco eminenze di sabbia silicea calcarea, e depositi di carbonato di calce compatto, o di solfato di calce lamelloso, o di argilla fusibile. Sul colle calcareo ove è situata Pescina vedesi una roccia diversa dalle altre. E un tufo di colore leggermente rossiccio, sparso di squamette di mica e di particelle di pirossena, e provegnente da un lapillo disfatto e risoluto in una massa quasi terrosa. Presso il villaggio di S. Pelino, a tre miglia in circa da Avezzano, s’incontra un tufo identico. Tali depositi traggon l’origine da fuochi vulcanici, non di crateri di cui non è traccia nella contrada, sì bene da altri più lontani, donde le acque li trasportarono ne grandi cataclismi.

Tutta ingombra di monti è la vasta contrada di Castell’a fiume nel circondario di Tagliacozzo, le cui masse calcaree mostrano frequenti tracce selciose e brizzolature fossili fra strati verticali. I cumoli sabbionosi-silicei calcarei che vi si distinguono,poggiano su marna turchiniccia, sparsa di selenite a briciole. La montagna di Anezze, ove nella folla boscaglia di Campo Rotondo vagano orsi, caprii e lupi, e i monti che soprastano a Petrella, sono di calcarea compatta, terrosa e smorta, tramezzata nelle valli e nelle alte eminenze di Cappadocia e di Verecchie da un’arenaria bigio-turchiniccia a grana fitta e minuta, sparsa di mica argentina. In questa contrada nascon tre fiumi, l’Imele, il Liri ed il Torano., Sgorga il primo con acque copiose sotto Tagliacozzo, ed irrigatone il territorio, volgesi verso Villa. Di là incurvandosi sotto le opposte colline, Campi Patentini passa nella spaziosa pianura dietro Svezzano e sotto Scure ola, dove giunto, in vece di sboccare nel Fucino, volgesi al nordovest, e preso il nome di Salto al di sopra di Borgo Collefegato, correndo fra i monti del Cicalano, confluisce sopra Rieti nel Velino dopo il corso di circa 40 miglia. Al di sopra di Cappadocia prende origine il Liri, del quale vaghissime a vedere sono le umili ed ascose sorgenti. Sgorgano in più fonti dalle balze di una roccia, e si uniscono alla sua base in un circolare bacino aperto dalla natura. Accresciute da altre scaturigini, si precipitano da una cavità che divide la detta collina da un'altra della stessa forma conica, e scorrono tra arboscelli e siti pittoreschi in mezzo a rigogliosa vegetazione. Formano poco lunge un altra cascata, più alta e di maggior volume, che si precipita con gran forza dalla cima di un'altra roccia presso un capace antro, simile a quello di Morino. E qui rammenti le splendide finzioni della greca mitologia, poiché l'una ti presenta alla fantasia la sede, l'altra il limpido bagno della Najade tutelare della montana sorgente. La quale, dopo breve spazio di men rapido corso, incurvandosi sotto Cappadocia, e seguendo la direzione della valle, corre diritta a Capistrello, attraversando ivi presso uno stretto e precipitoso sentiero, che dalla valle i Nerfa mena a quella di Roveto al sud. Di là, accresciuto sempre di altri rivoli e sorgenti, entra a bagnare prima l'antico agro de' Volsci al di sopra di Sora, poi la Campania, dove prende il nome di Garigliano. A breve distanza dalla valle di Nera all'ovest di Cappadocia sorge il Torano, che lungo un corso tortuoso di circa 40 miglia accoglie copiosi rivoli, e si mesce al Velino al di sopra di Rieti.

Depositi di arenaria simile a quella presso Petrella sono lungo il pendio della montagna di Rocca di Cerro verso Tagliacozzo; né men piacevole a vedere della vallata marsicana è il paese che di là si distende infino a Tivoli, per le deliziose vallee che lo abbelliscono, e i poggi vagamente adorni di ulivi e di viti. Son formate quelle colline d'un sabbione quarzoso calcareo che in alcuni siti apparisce sconvolto da su in giù, a cagione per avventura de' vortici marini all'epoca della loro formazione. Non mancano in fine in tutta questa contrada miniere di marmi, di ferro e di litantrace. Nel monte Ortella presso Gioja e in quello di Bisogna trovasi un marmo vergato a color rosso, e tra Paterno e Luco altri se ne cavano bianchi e venosi. La roccia di Ovindoli rinserra vene di ferro, e scavavasi una volta anche in Morino. Presso l'amena e fertile pianura di Cesaria si erge una roccia, che racchiude miniera di carbon fossile, e sotto la cima dell'altissimo Pico di Lecce un banco se ne scovrì a tessitura sfogliosa, coperto da una marna argillosa turchiniccia. Appariscono all’intorno indizii di minerale di ferro in mezzo d’una terra ocracea rossiccia, che del pari si osserva nell’opposto lato della vallata sopra il paese di Lecce nel luogo detto Colle rosso (1213).

Il Fucino cinto da colli che lo racchiudono ad anfiteatro, ridente per gran numero di borghi e villaggi che vi si specchiano, e per una florida vegetazione che lor fa corona, col piano di Scurcola a tramontana fecondissimo di biade, presenta un insieme di amenità ed abbondanza difficile a descrivere. E cresce l’incanto ove consideri che que’ colli sono le cime degli Appennini che dividon l'Italia, e che veduti da lunge maravigliano per la loro altezza. Il clima naturalmente temperato, e il monte Velino che difende la regione da' venti brumali, la rendono saluberrima e deliziosa. Una copiosa varietà di frutti vi si produce, e grande abbondanza inoltre di frumento e di vini (1214). Né mancano ne' monti erbe medicinali, così note agli antichi abitatori per la virtù loro contro i veleni, e celebrate da Virgilio (1215). Questo ameno e fertile paese, per sorprendenti bellezze di sito e di cielo, e per ricchezza di monumenti non secondo alla celebrata valle di Tivoli e al bel gruppo de' colli Albani, da' tempi primitivi abitarono i Marsi, de' quali passiamo a discorrer le origini mitiche e storiche secondo le antiche memorie.

II. Le mitiche tradizioni, l’autorità degli antichi e la stessa geografia varie e diverse conghietture fanno sorgere circa l’origine de' Marsi. Strabone, il quale raccoglieva dalle prische rimembranze de' popoli la notizia delle loro origini, li annoverò tra le tribù sabelliche (1216); ma non mancano racconti favolosi, pe’ quali altri antichi li derivarono, sia da un figlio di Circe, sia da Angizia, sorella della maga, e sia ancora dal figliuol di Medea, ch'ebbe dominio su questi popoli (1217). E siccome pretendeasi che i Sabini accogliessero nel lor paese Megale frigio, dal quale furono, come portava la fama, nelle discipline augurali ammaestrati (1218), così si finse Marsia, duce de' Lidii, fondatore di Archippe in questa contrada (1219). Ma già il Cluverio osservava che avendo i Greci derivati i Tirreni dalla Lidia quando che furon Pelasgi, al cui principe Tarconte Taruspicina attribuirono, e che i Sabini da Megale ricevettero, da Marsia re della Lidia inviato a Tarconte in Italia, la detta origine altro fondamento non ebbe che la sola omonimia di quel re e de' Marsi (1220). E la derivazione di essi dalla favolosa famiglia di Circe non da altro si parrebbe originata che dalle arti d'incanto che ad essi e a Circe furon comuni nella popolare credenza, se il culto col quale venne onorata sino a' tempi romani, il nome della città di Alba, una delle più antiche di queste contrade, e le dette tradizioni mitiche non ci rischiarassero colle testimonianze della storia la ragione di queste popolari credenze, e l’origine probabile de' Marsi. Perché Circe, nata con Eeta re della Colchide dal Sole figliuol d'Iperione (1221), che che ne dicano alcuni scrittori evemeristi colle volgari leggende della poesia, altro non fu che una diva eliaca, e basta a dimostrarlo, oltre all'addotta autorità de' più antichi poeti greci, la sola testimonianza dell'autore dell’Argonautica attribuita ad Orfeo, il quale, fingendo che si presentasse ai greci eroi che sulla nave Argo navigavano il Tirreno, dice che tutti stupirono al vederla, per avere il capo coverto di capelli simili ad ardenti raggi: splendidissimo era il di lei viso, e tutto a se d'intorno diffondeva lo splendore d'una fiamma (1222). Da' Colchi adunque che popolarono l’Istria (1223), dove edificarono Pota ed Olchinio, al pari che Orico sulla spiaggia dell’Epiro (1224), non par dubbio che se ne propagasse il culto in queste regioni, e ché di là lo recassero in Italia i popoli che dall'Epiro stesso vi tragittarono e dalla non lontana spiaggia della Liburnia. Ne’ dintorni infatti delle isole Apsirtidi, Cherso ed Ossero di oggidì, era fama che Medea uccidesse il fratello Apsirto che perseguitavala (1225), e la stessa famosa maga dicevasi sepolta nella città di Butroto (1226), donde passarono in gran parte, e appresso il diremo, i più antichi popoli che le nostre contrade occuparono ne tempi antistorici. Queste e simili favole non sono certo da riguardare come i publicani di Roma (1227), ma ci è forza di studiarle per indagare coll'origine de' miti anche quella de' popoli che in Italia li propagarono e vi si stabilirono. Come e quando i Colchi con una grande emigrazione passassero nelle dette contrade non dichiara la storia. Sappiam solo che il gran re Sesostri, il quale tutta l’Asia soggiogò, sottopose al suo dominio gli Sciti fino al Tanai (1228), e passò anche l’Istro conquistando i Traci (1229). Eca, la città capitale de' Colchi, venne ancora in suo potere (1230), e par che le grandi conquiste del re Egizio costringessero i detti popoli a passare nell’Istria, nella Liburnia e nell'Epiro al tempo di Roboamo, dopo la sua spedizione nell’Asia, avvenuta nel 966 avanti l'era volgare (1231). Ed a questa migrazione stessa sono da attribuire, io credo, i Colchi che si fermarono ne' monti Ceraunii dell’Epiro e nelle isole Apsirtidi, tostoché disperarono, racconta Apollodoro, di trovare la nave Argo, e gli altri ancora che si risolsero di abitare tra’ Feaci come l’ebber trovata alla loro marina (1232). Questo passaggio di popoli sarà meglio rischiarato dal ch. Jannelli nella sua Storiosopa; or mi basta dire che un celebre archeologo non ha dubitato che il nome di Alba fu già portato in Italia da una colonia venutavi dalle coste orientali del Ponto Eussino (1233); perciocché presso &Colchide, donde i mitografi fanno partir Circe e Medea, eravi secondo Strabone il popolo degli Albani, adoratori del Sole e della Luna (1234). Ed un’altra favolosa tradizione, che possiam dire eclettica, ci riconduce alla Frigia insieme e a’ Sabini, padri di molti popoli italici, o più tosto al lor culto solare, e però anche a Circe e al culto eliaco della Colchide, passati in Italia colla migrazione de' popoli dall’Ερir0. Alcuni antichi dicevano che Reto imperasse alla vetusta gente de' Marrubii, il quale venuto in Italia col figliuolo Anchemolo, si sposò a Casperia (1235). A Reto attribuivasi la fondazione di Reteo nella Troade, regione della Frigia, e Casperia fu, come abbiamo già detto, città sabina (1236), il cui nome accenna ad evidenza al culto del Sole propagato tra' Sabini (1237); e i Marsi infine herna dicevano come questi popoli antichissimi gli alti gioghi de' monti (1238).

Ma ad altre conghietture ancora circa l’origine di questi popoli dà luogo il lor nome, del quale, tranne le addotte tradizioni, né Strabone, né altri antichi dieder ragione. Perciocché, a rischiarare quanto si può l'origine de' popoli, la prima cura, io penso, deve esser quella di rintracciare il lor nome genuino e primitivo, essendo negli antichi nomi loro ascosa per lo più l’origine di essi. Quanto a quello di Marsi, non ci danno gran lume le opinioni di valenti critici moderni, poiché non d'altro disputano che della forma primitiva di esso, il quale par che dinoti solo la situazione del paese che abitarono. Chi pretende che fu Marri, onde si denominò la loro città di Marrubio (1239), chi afferma in vece che fu Marruvii (1240). Pari alla verità istorica può esser per noi l'autorità de' due poeti (1241), sulla quale si fondano le due opinioni, dappoiché Silio Italico non seppe manomettere in grazia della poesia i fatti e le tradizioni, e Virgilio è vantato dagli Scoliasti come molto perito nelle cognizioni dell'archeologia. Ma, oltreché le due tradizioni, e però anche le opinioni de' citati critici, non sono tra lor discordanti, potendosi considerare Marruvii come derivato da Marri, rimane sempre a sapersi la ragione di quest'ultima denominazione, quando derivar non si voglia dall’antica voce marra, ossia palude,avendo avuto i Marsi la prima lor sede all’intorno del Fucino (1242). Se adunque riteniamo da un canto che si denominarono Marri o Marruvii, ed anche Marsi dall'altro, questa seconda denominazione sarebbe senza più da attribuire o al loro speciale culto, o a qualche particolarità che distinguevali dagli altri popoli sannitici. Nume comune de' Sabini e de' Sanniti, da' quali i Marsi derivarono secondo Strabone, fu Marte; e siccome dal Sabino Mamers derivò a' Latini Mars, il dio della guerra (1243), così da Mamersi si originò per avventura il nome di Marsi, come troviamo questi popoli generalmente nominati da' greci e da' latini scrittori. E ben potè un tal nome convenire a questo popolo bellicoso, per valentigia celebratissimo, poiché avanti la guerra marsica o sociale, come nno storico scrive, i Romani di essi giammai non trionfarono, né poi senza l’aiuto loro di altri popoli ottenner trionfo (1244).

Che se non dal valore né dal culto che a Marte professarono ebbero i Marti il lor nome, con più di probabilità la geografia altrove ci guida a rintracciarlo. Poiché nella Peonia descrivesi un monte detto Marsano (1245), dal quale par derivato il nome alla città Marsania, posta da Tolomeo nella Pannonia inferiore (1246), trovando queste denominazioni nella regione che fu già abitata da' Pelasgi, parrebbesi ancora che da questi popoli si derivasse il nome di Marsi, o che fossero una stessa loro tribù, alla quale poscia si congiunse una parte de' popoli sabelli. Dappoiché la Peonia, la stessa che l’Ematia de' tempi più antichi (1247), e la Macedonia de' tempi posteriori (1248), posta ne' confini della Tessaglia, dell’Illirio e dell’Emiro, fu come queste regioni abitata ab antico da' Pelasgi (1249), da' quali altresì, come altrove abbiam detto, venne il nome di Peligni ad un’altra tribù sannitica (1250). Perciò forse alcuni dicono i nostri Marsi gente scitica (1251), giacché sotto il nome di Scizia fu indicata dagli antichi non solo la regione presso la Palude Meotide, ch’era posta, come vanamente pensavasi, nell’ultimo confine della terra (1252), ma quella del pari che distendevasi sull’Istro o Danubio (1253), alla cui sponda sorgeva la città di Memarso (1254). Perciò Eustazio e Stefano Bizantino dissero gli Sciti gente tracia (1255), né ebbe ragione di ridersi di Stefano uno de' suoi dotti comentatori (1256). Così l'una conghiettura del resto che l’altra si accorda colla storia e la geografia, essendoché i Marsi e i lor protoparenti Sanniti adorarono Marte, e tra gli Sciti di qua dell’Imaus Tolomeo pose i Samniti (1257). Ed oltre che nella Marsia fu il monte Imeo (1258), come l’Imaus nella Scizia più remota (1259), che fu la parte più orientale del Tauro, Ares o Marte è sempre detto da' Greci e da' Latini il Dio di Tracia. Adorato nelle aspre contrade poste al nord della Grecia una scimitarra, come un asta fra Sabini rappresentava Marte alle tribù scitiche, che gli offerivano sacrifizii annuali di bestiami e cavalli (1260). Giunone davagli la vita in Tracia (1261); di là le greche tradizioni fanno venirlo, ivi pongono la sua magione appiè del monte Emo, la Tracia gli toccò quando i numi si distribuirono le regioni del mondo (1262), ed in Omero, appena liberato dalle reti di Vulcano, fugge dall’Olimpo nella sua terra di predilezione (1263).

III. Abitarono i Marsi come tutti i popoli italici antichissimi più borgate che città; e Strabone infatti appena attribuì loro Marruvio Tolomeo Alba Facente ed Aree, e Silio Italico Marruvio, capitale della lor regione, ed Alba, perché innominati erano, come dice, gli altri numerosi castelli che abitavano (1264). Ma Plinio oltre gli abitatori di detti luoghi ricordò i popoli Anxantini, gli Antinati e i Lucensi che ordinatamente descriveremo con tre altre fortezze di cui parla Livio, secondo la loro rispettiva situazione.

1. ANXANTO (Anxantum)

E cominciando dagli Anxantini di Plinio (1265), non è dubbio che pigliassero il lor nome dalla loro città Anxantum o Anxantia. Nessuna memoria ci è rimasta di questa città, e s’inganna senza dubbio un patrio scrittore, il quale, malamente applicando ad Anxanto una testimonianza di Frontino, che parlò di Anzio città dell'antico Lazio (1266), dice che vi fu spedita una colonia romana (1267). —Quanto al sito di essa, il Febonio non si ardì affermarlo; perciocché scrive che, a volerne giudicare dall'analogia del nome, o fu in S. Ansi, terra disfatta tra Pescina e Colle Armele, o in S. Anzino sul monte S. Nicola al di sopra di Scurcola, ma più probabilmente qui che altrove. Tra i ruderi di S. Anzino a due miglia da Scurcola sul monte all’ovest, da cui sorse nel 1187 Poggio Filippo, fu rinvenuta la seguente epigrafe sepolcrale:

C. HOSTILIO. G. F. FAB.

A. P. RO. IIIIVIR. I. D.

CAMERIATE.

CLEME......

PARENTI. B. M. P.

D. M. P.

Or rimane tuttavia il nome di Camerata alla contrada, in cui fu trovata questa iscrizione, così detta senza dubbio da Cameriata che pose il sepolcro a Cajo Ostilio (1268); e forse in questo più che in altro sito fu la detta città de' Marsi.

2. CERFENNIA (Cerfennia)

Di questa città, o grossa borgata de' Marti, non rammentata dagli antichi geografi, è chiara rimembranza ne' marmi e nelle Tavole Itinerarie. Parlando del fiume Aterno e de' ponti che l’Imperator Claudio fe’ costruirvi per la grande strada che aprì in continuazione della Valeria, abbiam riferitala colonnetta miliare colla iscrizione che ne serbò memoria, nella quale si legge che fu aperta da Cerfennia insino alla foce del detto fiume (1269). E altresì memoria de' Cerfennini abitatori di essa nel marmo posto a Flavio Clatrio, addotto nella descrizione di Anxano (1270), e che sarebbe soverchio di qui ripetere. Tranne queste, altre ricordanze di Cerfennia non ci son pervenute, se non che sussisteva a' tempi di Antonino e di Teodosio, essendo notata negli Itinerarii che vanno sotto il lor nome. Nel primo fe segnata a XXIII miglia da Alba, ed a XVII da Corfinio, e nell'altro a VII da Marruvio, ed a V 'dalla stazione del Monte Imeo (1271). I patrii topografi, di accordo col dotto annotatore del Cluverio, posero per le additate distanze Cerfennia presso Colle Armele appiè di Forca Carosa, nel luogo detto li Colli, ove furon veduti avanzi di mura e di un grande acquidotto, tratto dal prossimo monte; ed altri antichi ruderi vedevansi altresì verso la chiesa maggiore di quella terra. Nel medio evo restavane il nome ad una chiesa sotto il titolo di S. Felicita in Cerfenna, posta alle radici del monte Imeo, ossia Forca Carosa, e si è creduto che prevalesse il nome di Montimensi, che leggesi in un diploma di Urbano II (1272), quando gli abitatori di Colle Armele unendosi Cerfennini, di due popoli ne formarono un solo. Ed anche oggidì rimane a piccola distanza di Colle Armele il nome di Campo Cerfegno ad un’estesa contrada lungo l’antica Via Valeria, sulla quale sorgeva Cerfennia (1273). Poiché del resto da Colle Armele a Forca Carosa e a S. Benedetto sito non dubbio di Marruvio, oggi non si contano più di quattro miglia, la prima delle distanze segnate nella Tavola Peutingerana devesi ridurre a V miglia antiche; e non passando più di dieci miglia odierne da Alba a Colle Armele, l'altra segnata nell’Itinerario di Antonino è da emendare in XII miglia, essendo giusta la seconda da Cerfennia a Corfinio, perché oggi se ne contano quattordici in circa (1274). Abbiam detto che si conservò memoria di questo luogo defilarsi nelle iscrizioni trovate lungi dal suo sito, ed appena in questo si lesse il seguente titolo sepolcrale (1275):

D. M.

Q. FIDIO......

MO QUI VIXIT ANN...

LXII MENSES III.

FIDIVS FAVST

ΝΕΡΟΤΙ PIISS

...

Ο..... BENEM.... P.

3. Monte IMEO (Mons Imeus)

Dopo il quinto miglio dalla descritta città la Tavola Peutingerana segna la stazione col nome di Mons Imeus, così detta dal monte, sulla cui vetta passava la Via Valeria, per discendere di là a Corfinio (1276). I moderni topografi han riconosciuto la detta stazione nella gola di Forca Carosa, antico confine defilarsi e de' Peligni, sull’erto monte che sorge tra Goriano e Rafano, dalla cui vetta si vagheggia la bella vallata di Solmona (1277). Questo monte, il quale conservava fin nel secolo XVII il nome di Monte Meo, ebbe una denominazione adattata alla sua natura. Periglioso a' viandanti nel dello silo per la gran copia delle nevi che vi cadono e i venti burrascosi che vi spirano, fu detto appunto Imeus, che richiama alla mente l'Imeus e l'Hemus de' Greci, e che senza significato nel greco e ned latino, trovano spiegazione nel sanscrito, da a ima neve, donde Himalaya, o regioni nevose (1278), è detta la piii sublime catena di monti che sia nell’India e nel globo.

4. Fiume PITONIO (Πιτώνίον χευμα, Pitonius fluvius)

Nella sommità d'una valle tra Gioja e Bisogna, dalla piccola sorgente detta Tempe nasce il fiume Giovenco sul dorso occidentale dell’Argatone. Di là scorrendo povero d’acque, si accresce de' rivoli che dopo Bisogna scendono tra balze e dirupi, e con tre sorgenti limpidissime vedesi sboccare presso S. Sebastiano; donde precipitandosi per altri dirupi, si scarica copioso di acque nel Facino a S. Benedetto (1279). I topografi patrii e gli stranieri han riconosciuto questo fiume in quello mentovato da Licofrone col nome di Pitonio (Πιτώνίον), che assorto dalla Forconia palude, passava per sotterranei spechi a bagnare altre contrade (1280). Plinio senza nominarlo Io annoverò tra altri fiumi d'Italia che le proprie onde non mescevano a quelle de' laghi in cui si scaricavano (1281); ma celebrando altrove la chiarissima e saluberrima Acqua Marcia, dice che la sua fonte nominavasi Pitonia, e che nascendo negli ultimi monti peligni, e traversando coll'agro de' Marsi il Fucino, riusciva nella Via Tiburtina per correre tra acquidotti a Roma (1282). Non pochi scrittori coll’autorità del naturalista e di altri antichi (1283) non dubitarono di questo fatto (1284); ma Frontino pone la sorgente dell'Acqua Marcia a tre miglia dalla Via Valeria tra Carseoli e Subiaco (1285), ed altri critici osservano che i Romani per rendere più meravigliosa un’acqua che per la sua salubrità e freddezza tenevano, secondo Plinio, per uno de' più grandi doni de' numi, la favola inventarono che venisse di così lontano (1286). Anche ora del resto con lieve alterazione del nome antico si nomina Pedogna lo speco aperto nella roccia accanto al Fucino, ove nel loro naturale emissario affluiscono le acque del lago in gran copia quando sono superiori di livello e formano una rapida corrente.

5. Lago FUCINO (Fucinus lacus)

Una delle maraviglie delle nostre regioni è il Fucino, situato quasi nel lor mezzo tra ridenti colli e gli alti gioghi dell’Appennino, al di sopra de' due mari che le bagnano al nord e all’ovest, ed a ragione nominato dal Fabretti miracolo della natura. La sua superficie elevasi all’altezza di circa 2000 piedi sul livello del mare (1287). I fiumi Fonte Grande, Capodacqua, Sarcinale, Tavana, S. Marco, l'Aureo di Celano, il Mosino di Avezzano ed il Giovenco, nonché varii torrenti e le acque delle piogge e delle nevi de' monti che lo circondano, forman questo Lago (1288), il maggiore che sia in Italia, e celebre fra tutti gli altri per le memorie degli antichi. Ed oltre queste acque Seneca avvisavasi ancora che grandi ed ascose sorgenti ne costituissero il volume, perché serba l’ordinario livello anche quando cessano di scorrere i detti torrenti invernali (1289).

La più antica memoria del Fucino è in Licofrone, che lo nomina Palude di Forco (1290), come Omero Porto di Forco nominò quello d’Itaca (1291), perché Reto, favoloso re de' Marsi, i mitografi derivarono da Forco, dio marino. Da che prendesse il nome è affatto sconosciuto, se non fu per avventura dalle fucoidi, piante acquatiche che han motta relazione coll’alga, e di cui se ne incontrano di vaghissimi colori di rosa, verdi e azzurri per lunghi tratti del Lago (1292). Il Fucino, dice Strabone, nell’ampiezza somiglia ad un mare (1293), e tale par veramente, perché essendo di figura pressoché ellittica, non ba meno di sedici miglia di diametro, e per varii seni e promontorii quaranta in circa di circonferenza, e però quasi eguaglia il golfo di Napoli. Allo sciogliersi delle nevi dei monti che intorno intorno ne cingono la conca, va spesso soggetto a grandi escrescenze con gravi danni de' vicini abitatori; ed a questa più che ad ogni altra cagione è da attribuire tale mutazione notata anche dal geografo, il quale perciò paragonava il Fucino al fiume Amenano, ora Judicello, che scorre presso Randazzo al sud di Catania, e che cessando per anni, egli dice, ripigliava di bel nuovo il suo corso (1294). Nel consolato di M. Emilio e C. Ostilio, 128 anni avanti l’era volgare, per modo se ne dilatarono le acque, che inondò i piani aggiacenti per cinque miglia intorno le sponde (1295); ed è questa la più antica escrescenza del lago che rimembri la storia. Quando spirano impetuosi borea e libeccio per modo si agitano e sconvolgono le sue onde che a quelle somigliano del mar tempestoso. La freddezza, la leggerezza e la trasparenza delle sue acque, celebrata da Virgilio, Orazio e Silio Italico (1296), il piacevole mormorio delle sue onde a guisa del mare, fecero riguardar la sua riva come il più grato soggiorno a' prischi abitatori di questi luoghi. Archippe Angizia Marruvio, le più antiche e cospicue città de' Marsi, con non pochi villaggi di nome sconosciuto, erano situate alla sua sponda, e i doviziosi Romani, edificandovi presso magnifiche ville, dividevano le sue delizie di primavera ed autunno colle ridenti spiagge di Pozzuoli e di Baja. Alimenta poche specie di pesci, ma in grande abbondanza, e Plinio notava come sua singolarità che uno ne produceva con otto pinne (1297), specie di mollusco o cetaceo, secondo il Cuvier; ma compensa con quasi trenta specie di uccelli acquatici, tra’ quali i candidi cigni, la ristretta varietà de' pesci.

Nelle stagioni rigidissime, quando le nevi cadono in gran copia ne’ monti che Io circondano, e assai gagliardi spirano i venti aquilonari, suole talvolta lutto gelarsi, come avvenne negli anni 1167 e 1226, quando liberamente vi passavano i campagnuoli coi loro buoi (1298). Altre otto congelazioni del lago si ricordano dal 1584 al 1726, tra le quali più notabile dové esser quella del 1709, allorché per l’insolito freddo che fé sentirsi quasi universalmente in Europa, s indurarono in ghiaccio e si resero praticabili anche le lagune intorno di Venezia (1299). E lo stesso fenomeno si è da non guari veduto nel 1835, quando rimase gelato per un mese intero.

Poiché gli antichi, come i fiumi e i fonti, i laghi ancora divinizzarono, non mancò il Fucino de' divini onori; e tanto più dovettero i Marsi alzar templi ed are a questo lago perché e ne temevano le inondazioni, e le sue acque reputavano forse salutari ad alcuni malori (1300). In una tavola votiva, scavata presso Pescina, sulla spiaggia del lago detta Pedogna, si ha memoria del voto sciolto al dio Fucino da Gavio e Veredo, ed è la seguente (1301):

C. GAVIVS. H.

F. C. VEREDVS

G. F. MESALLA

FVCINO V. S.

L. M.

Appena questa epigrafe ci attesta il culto che i Marsi professarono al loro gran Lago; ma altre molte se ne rammentano ite a male e ritrovate alle sue ripe, non meno che gli avanzi del Tempio innalzatogli di unita al fiume Pitonio e al dio Silvano (1302).

6. ORTIGIA (Ortygia)

A due miglia dall’antica città di Marruvio sorge sulla sponda orientale del lago un’isoletta, da una parte sola congiunta alla terra, e cinta nel resto dalle acque. Quest'isoletta che sorge nella valle di Arcipetra, dove il Fucino si estende a guisa di gomito, alcuni chiamano Ortigia, altri sostengono che sia l’isoletta Issa, ricordata da Dionigi di Alicarnasso. Che si nominasse Ortigia, si avvisò un dotto critico dall’odierno nome di Ortucchio, e da che è un’isola dello stesso nome nell’Adriatico (1303), ed è nota inoltre la più importante parte di Siracusa, che non si nominò diversamente. Ortucchio può dunque esser bene un’alterazione dell’antico nome di Ortigia: ma senza ciò sostenere con certezza, che fosse l’isoletta Issa mentovata da Dionigi, è un errore degli scrittori delle cose de' Marsi (1304), perciocché additando lo storico vicino ad Issa la città di Marruvio, ed essendo questa città (diversa da quella de' Marsi) a quaranta stadii dalle Sette Acque (1305), secondo tale distanza non deve vedersi in Issa che la piccola penisola accanto il Lago di Piè di Luco nel Reatino, che l'escrescenze del Lago cambiano tal volta in perfetta isola (1306). Questo io credo probabile, che l’isoletta nel Reatino prendesse il nome dall’omonima isola Issa presso l’Adriatico, rammentata da Strabone e da altri antichi (1307), perché risola di Lesbo abitata da’ Pelasgi fu detta anche Pelasgia ed Issa, ed è noto sì il passaggio di questi popoli antichissimi dalle sponde di quel mare, che il loro stabilimento nell’antica Sabina (1308). Del rimanente l’isoletta Ortigia accanto il Fucino fu certamente abitata ne' tempi molto anteriori a' Romani, e lo pruovano gli avanzi di costruzione antichissima che tuttavia vi si veggono (1309).

7. Emissario di CLAUDIO (Claudii Emissarium)

Fra le altre grandi opere che Giulio Cesare divisava era quella di disseccare il Fucino (1310), che uscendo spesso dalle sponde del suo bacino allaga da tempi immemorabili i vicini campi. I Marsi, danneggiati sovente dalle sue inondazioni, più volte si rivolsero ad Augusto perché una sì grand’opera ordinasse, ma indarno (1311). Fu adunque risoluta da Claudio nel secondo anno del suo impero (1312), non meno per isperanza di guadagno che a cagione di gloria, dice il suo biografo, per essersi alcuni profferiti di prosciugarlo a proprie spese, purché a loro si concedessero i terreni sottratti alle acque. Trattavasi dapprima di far passare mediante una fossa di tremila passi le. acque del Lago nel fiume Sullo che irriga ivi presso i Campi Patentini, perché da quello nel Velino, da questo nella Nera, e dalla Nera nel Tevere s’immettessero: ma, sia che il fondo del Fucino fosse più basso dell'alveo del fiume (1313), sia che il Senato e il Popolo romano per tema di allagamento vi si opponessero, come altri si avvisano (1314), ordinava Claudio di versarsi nel Liri le acque del Lago con un grande acquidotto. Trentamila schiavi, lavorando di continuo per undici anni, aprirono un canale di oltre a tre miglia (1315), abbattendo e scavando il monte Saldano e i vicini Campi Palentini e la grand'opera eseguirono che Plinio, testimonio oculare, afferma esser difficile ad esprimere, né potersi comprendere se non da coloro che ne furono spettatori (1316). Anche Tacito scrive che si aprì a traverso del monte tra il Fucino e il Liri il grande acquidotto; ma datosi l’andare all’acqua, e scopertosi Terrore dello spiano, non livellato al fondo, né a mezz’acqua del lago, si affondò di bel nuovo, e fatta sboccar l’acqua, sgorgò con tal veemenza che si trasse dietro le cose vivine e smosse le lontane, e quanti v’eran presenti stordirono per lo fragore (1317). L’acquidotto, dice Plinio, fu lasciato in abbandono per I odio del successore di Claudio, e non par dubbio che Nerone non si desse pensiero di proseguire le riparazioni delle opere cadute al tempo stesso di quell’imperatore, come apprendiamo da Dione, per le quali Narciso, sopraintendente a lavori, sosteneva la grave accusa come autore di tale rovina (1318); così che intervenne dell’emissario del Fucino quello stesso che del canale intrapreso da Crate di Calcide al tempo di Alessandro per prosciugare il lago Copaide, rimasto interrotto per le turbolenze sopravvenute fra' Beozii (1319).

Non ostante così chiare testimonianze, molti e diversi dubbi, molte e varie disputazioni han fatto i moderni sulla utilità insieme e sul buon successo di questa grand’opera, non meno che sul fine che s’ebbe, sia di prosciugare interamente il Lago, sia di mantenerlo solo in determinati confini, e sono già note le osservazioni di critici dottissimi, dello Scaligero, del Lipsio, del Cluverio, del Reinesio, del Muratori e di altri scrittori, i quali più o meno e in diverse guise negaron fede alle autorità de' citati storici. Che fosse utile e mandato ad effetto il sotterraneo canale non si può muover dubbio al mondo. Esser doveva utile e necessario il disseccare il Fucino, se i Marsi chiesero istantemente che si prosciugasse, e più volte ancora, come sarem per dire, ne' tempi posteriori se ne procurò il disseccamento. L’osservazione stessa del grande acquidotto mostra ad evidenza che fu mandato a fine da Claudio; questo solo non si può affermare, che rimanesse in tutto prosciugato il Lago, e pare che solo in parte se ne derivassero le acque nell’emissario, per rinchiuderlo fra sodi e stabili confini.

Ma per dire di questo grande acquidotto, in obliqua direzione del nordest all'est, molte capo da un lato sul Fucino a due miglia in circa da Avezzano, da un altro sul Liri sotto Capistrello. Lungo palmi 21,395, cioè poco più di tre miglia di CO a grado, largo da 8 a 10, ed alto da 12 a 20 palmi in circa, s’interna per circa un miglio e quarto nel monte Saldano, e quasi due ne' Campi Patentini, ed è forse superiore ad ogni altro sotterraneo canale di cui serbi memoria la storia e per la grandezza delle dimensioni e per le costruzioni alte ad agevolarne l’eseguimento. Lo stesso canale per disseccare il Lago Copaide, aperto nella più alta antichità greca, credesi inferiore a questa grand’opera romana. Undici pozzi verticali si scavarono sul pendio del Salviano verso il Lago, ed altrettanti su quello verso il Liri. Tra' primi, men profondi e più vicini, otto cunicoli si osservano, che procedendo con lieve inclinazione dalla vicinanza di un pozzo, passano intorno al contiguo, e vanno ad incontrar l'emissario nello spazio tra i primo e terzo pozzo. I quali cunicoli obliqui furono forse ordinati ad estrarre i rottami sulle spalle di uomini andanti, serbando i pozzi solo per dar aria e lume, e forse ancora all'uscita a via d'ingegni delle affluenti acque. Dove più dalla parte del lago elevasi la schiena del monte è un cunicolo maggiore, che avendo verso l'ingresso oltre a 100 palmi di altezza, con dolce pendenza va restringendosi come si accosta all’emissario. Da questo cunicolo maggiore altri se ne diramano, i quali vanno ad incontrar l’acquidotto in tre diversi punti e a certa distanza tra loro. Un solo cunicolo si vede nel pendio del Salviano verso il Liri, ed ove cessa l’inclinazione del monte si veggon due pozzi contigui, profondi oltre a 500 palmi. Osservasi quindi un considerevole intervallo senza alcun pozzo, ed ove la pendenza del monte si fa più spianata gli altri nove pozzi si veggono a piccola distanza tra loro.

I lati de' pozzi, la cui sezione orizzontale dà un quadrato, sono da 12 a 24 palmi, le cui pareti sono rivestite di fabbrica, finché dalla superficie del terreno non s’incontra la roccia. I cunicoli minori hanno 9 palmi di altezza, 6 di larghezza. Il suolo ne è intagliato a gradini, ed oltre a piccoli buchi per le lucerne, di tratto in tratto si veggono ne' piè dritti di essi scavate alcune nicchie, sia per situarvi i soprastanti, sia per agevolare il passaggio agli operai nell'incontrarsi per via. Il cunicolo maggiore si restrigne quasi alle dimensioni degli altri accostandosi all’emissario, e gli altri tre che se ne spiccano, sono affatto simili a' già descritti. Dall’ingresso de' cunicoli finché non incontravasi la roccia i piè dritti e le volte sono di fabbrica. Nell’inclinazione del Salviano verso il Livi la direzione de' pozzi forma una linea spezzata sotto un angolo molto ottuso, perché il fiume presso Capistrello facendo tal curvatura, prolungandosi l’acquidotto in linea retta, poteva incontrarlo solo a grande distanza. Né soltanto la differenza di livello tra la superficie del lago e lo sbocco dell’emissario è con esattezza determinata, ma l’inclinazione ancora dell’emissario stesso dal suo principio allo sbocco, il che toglie ogni dubbio sul suo compimento, e conferma le testimonianze degli antichi storici. Il muro dell'incile, o della bocca dell’acquidotto, è di struttura ciclopea con grossi pezzi d‘intaglio, e con rivestimento di mattoni ne' lati per sostegno delle terre. La luce ha la figura di un rettangolo, largo palmi 10, alto palmi 11, sormontato da un semicerchio, di un raggio di palmi 5. Si veggono negli stipiti e nell’arco le scanalature per le quali dovevasi abbassare la saracinesca per arrestare lo scolo. In una lastra di pietra, rinvenuta presso l’incile, in cui veggonsi scolpiti i lavori dell'emissario, nell’atto dell’esecuzione, rappresentasi presso un pozzo un argano volto in giro da più lavoratori (1320). La gloria di Claudio pel disseccamento del Fucino non è ipotetica, l’utilità del suo canale non è un problema, e ne dimostrano ancora il felice successo le medaglie, le iscrizioni e i ruderi antichi cavati dalla conca stessa del Lago. Una quantità prodigiosa di monete di quell’Imperatore, di assi primitivi e ridotti, di famiglie romane, e di città, massime di Napoli e Cales si trovò d'accanto al Lago; era la moneta con cui pagavansi i lavoratori (1321), o di quelli che vi si recarono nel tempo degli spettacoli, de' quali ragioneremo nella storia.

Al tempo di Trajano, ostruitosi l’emissario verso rimboccatura, il Lago inondava di bel nuovo le vicine possessioni. Il provvido Imperatore sottrasse in benefizio de' Marsi al dominio delle acque i circostanti terreni, e ne serbò memoria il seguente mutilo marmo, che leggesi nella chiesa collegiata di Avezzano (1322):

IMP. CAESARI. DIVI

NERVAE. FIL. NERVAE

TRAIANO. OPTIMO

AVG. GERMANICO

DACIO. PARTHICO

PONT. MAX. TRIB. POT. XXIII

COS. VI. PATRI. PATRIAE

SENATVS. POPVLVSQVE. ROMANVS

OB. RECIPERATOS. AGROS. ET. POSSESS....

QVOS. LACVS. FVCINI. VIOLENT

Siam certi da questa lapida che Trajano restituì alla coltura i campi allagati dal Fucino; ma quale opera vi ordinasse non è noto, e potè essere non meno qualche grande costruzione nel vasto littorale del lago, o sulla bocca dell’acquidotto, che lo spurgo, o la restaurazione stessa dell’emissario. Adriano procurò ancora remissione delle acque del Lago, e la testimonianza del suo biografo (1323) è confermata da due medaglie, le quali alludono a questo disseccamento, il quale anziché intero, è da giudicar certamente come parziale. Entrambe colla leggenda TELLVS STABIL, in una di esse è una figura virile co' piedi sopra un antlia, della quale tiene la sommità colla destra, e nella sinistra ha un rastrello: accanto sorgono due spighe. Nell’altra è una donna giacente, che colla destra tocca un globo, che ha sovrimposto al ginocchio (1324). Nella prima più che nella seconda è una chiara allusione al prosciugamento del lago, o d'una sua parte per mezzo di antlie, ed alle terre restituite all’agricoltura, e che che voglia supporsi dell’opera di questo Imperatore, certo è che vi destinò curatore M. Marcio Giusto per conservar l’acquidotto, e si raccoglie dal seguente cippo sepolcrale in onore di quel veterano di Adriano, rinvenuto nelle vicinanze del lago e dell’emissario (1325):

D. M. S.

M. MARCIO. M. F. FAB

IVSTO. VET. DIVI. HADR

EQVITI. CHO. VII. PR

IIIVIR. AED. IIIVIR. I. D

CVRATORI. AQVAEDVCTVS

VIX. AN. LXV

M. MARCIVS. EVTYCHES

ET. MARCIA. RESTITVTA

PATRONO. ΟΡΤΙΜΟ. SVIS

AMANTISSIMO. B. М.

ET. SIBI. SVISQVE. POS

TERIS. EORVM

HVIC. MONUMENTO

TERRA. CEDIT

IN FRONT. P. XXXV. IN. AG. P. LX.

Non si ha più memoria dell’emissario di Claudio, né di alcun’opera di restaurazione dal tempo di Adriano a quello di Federico. Ricorrevano i Marsi a questo gran principe perché provvedesse a' guasti cagionati dalle inondazioni del lago col far riaprire l’acquidotto, e non ostante i trambusti da cui fu travagliato il suo regno, davane l’incombenza al giustiziere Ettore da Montefusco, per opera del quale ne fu quasi mandato ad effetto il riaprimento; e nel 1240 ordinava al giustiziere di Abruzzo B. Pissono di compiere la grand'opera. Ciò che ne fosse seguito non è noto né dal registro di Federico, dal quale ricavasi quanto abbiam detto (1326), né da altro cronista di quella età. Solo il Biondi ed il Baccio, scrittori de' tempi posteriori, assicurano che fosse stato riaperto e sotto Federico e sotto Alfonso (1327) per disseccare le dilatate paludi del Lago. Francesco I e Ferdinando II, che di molte opere pubbliche hanno arricchito il Regno, rivolsero pure il loro animo a prosciugarlo almeno in parte, e non sono molti anni passati che si è veduto disgombro l'emissario. Ora sono interrotti i lavori, ed è da sperare dalla munificenza del principe che ci governa che si abbiano quando che sia a riprendere in benefizio di quelle popolazioni.

8. PAGO DI VENERE (Pagus Veneris)

E già noto che molti paghi ebber nome ed origine nell'antichità da' templi, intorno a quali si adunarono abitatori. Or che tra' Marsi fosse stato un pago ch’ebbe principio da un Tempio a Venere dedicato, non par dubbio e dalla terra odierna che col nome di Venere tuttavia sussiste a breve distanza da Pescina e da' ruderi antichissimi che vi si veggono. Scrive Plinio che i Romani dopo la guerra marsica un altare innalzarono a Venere Mirtea per la superstiziosa credenza che al venir meno nel tempo di quella guerra l’autorità del Senato, quello de' due mirti consecrati innanzi il Tempio di Quirino si disseccò che rappresentava i Patrizii (1328). Il perché è da credere che siccome i Romani dopo la pace fatta co' Sabini un tempio innalzarono a Venere Clusina, o Battagliera, adorata forse specialmente da questi popoli, così pure dopo la pace co’ Marsi il culto abbracciassero di Venere Mirica, che forse aveva il suo Tempio nel luogo appunto ove sorse il villaggio su mentovato. Certo è che vi si veggono ruderi di antichissima costruzione (1329), ed un’ara votiva vi si rinvenne innalzata al dio Silvano, al quale fu sacro per avventura il vicino monte Velino. Su quest'ara riferita dal Febonio leggevasi:

Π. TALEDIVS

PRIVATVS

ARAM SILVANO

V. S. L. M.

9. MARRUVIO (Μαρούϊον, Marruvium)

Questa città fu senza dubbio la più cospicua de' Marsi, perché da' più remoti tempi, se crediamo a Silio Italico, fu la capitale della lor regione (1330); ed o che prese nome dall’antico Marro, ch’ebbe impero sul popolo, secondo lo stesso poeta, o che fu nominata con appellazione derivata dal suo nome primitivo, come par più probabile, certo è che in essa fu la principal sede de' Marsi, giacche anche Virgilio rammentò particolarmente l'antica gente Marruvia (1331), anziché alcun’altra della contrada. Ad ogni modo, Plinio ricordò ancora i suoi popoli col nome di Maruviio Marruvii tra i Marsi (1332), ed una rarissima medaglia di bronzo coll’epigrafe MARVVI, se non quella coll’altra MARVB, conferma la primazia ch’ebbe nella regione, e la lezione del vero ed antico nome del popolo che l'abitò (1333). Servio pretese del resto che questa città fu così detta da che i suoi popoli quasi intorno il mare, ossia il Fucino, abitavano (1334), e secondo questa derivazione è da discredere al favoloso Marro di Silio Italico. Strabone appena nominò Marruvio tra le città de' popoli sannitici poste a qualche distanza dal mare (1335); e però niente sappiamo delle sue vicende avanti il dominio de' Romani, allorché vi fu spedita una Colonia sotto Augusto, e il suo campo in parte fu diviso a' coloni, in parte lasciato intatto per antica consecrazione a qualche divinità de' Marsi, conservando nondimeno il nome e la condizione di municipio (1336), il che ci fa conoscere la sua importanza anche a quella stagione. Né senza molta perizia nell'antichità Virgilio da questa città fa muovere il Sacerdote in aiuto di Turno contro Enea, perciocché fin da' più remoti tempi, essendo la città primaria de' Marsi, era altresì la principal sede della lor religione, che gli stessi Romani lasciarono intatta, dichiarando immune una parte del suo agro consecrato ab antico ad uno de' loro numi. La seguente epigrafe del resto posta a C. Mesilo Paolino, Curatore della splendidissima città di Marruvio, mostra la sua importanza a' tempi romani (1337);

CO. MODESTO. PAV

LINOC. V.

PRAEF. VRBIS. FERIARVM

LATINARVM

QVAESTO

RI VRBANO. AED. CER

PRETORI EODEMQ.

TEMPORE PRAETORI

AETRVR. XV. POPVL

CVR. REI. P. SPLENDI

DISSIMAE CIV1TAT1S MARS, MARR. EODEM TEM

POPE ET CVR. VIAR. TIB. VAL.

ET ALIAR. PATRONO ABSTI

NENTISS.... PAT

In questa iscrizione Marruvio è soprannominata de' Marsi, perché si distinguesse dall'altra città omonima sul lago Reatino nella Sabina. Sussisteva del resto nel IV secolo, essendo segnata nella Tavola Teodosiana col suo antico nome a XIII miglia da Alba Fucense, e a VII da Cerfennia (1338). Ne’ bassi tempi fu detta Marsia, o città marsicana, come raccogliesi dalle carte e da' Cronisti di quell'età (1339), e benché decaduta dal suo prisco splendore, ai fu eretta la sede vescovile, la cui cattedrale intitolata a S. Sabino, fu ornata degli avanzi di Marruvio, consistenti in colonne, bassirilievi, e simili. Questa sede vescovile durò insino a' tempi di Gregorio XIII, il quale la trasferì a Pescina. —Quanto alla sua situazione, fu molto controversa; perciocché chi per l'analogia del nome la pose verso Morrea al sud del Fucino (1340), chi nel piano di Marcio (1341), chi altrove (1342); ma a tutte queste opinioni prevale quella di coloro che dalle segnate distanze della Tavola Peutingerana la situarono nel borgo odierno di S. Benedetto, alla sponda orientale del Fucino (1343), ove si misura la distanza di XI miglia odierne, alle XIII antiche corrispondenti; ed oltre a questo, non fanno dubitare ch’ivi sorgessero le iscrizioni sepolcrali rinvenute in quel sito (1344), dove si veggono gli avanzi delle sue mura, si sono trovate statue ed altre anticaglie, colle rovine di un sepolcro in forma piramidale, il cui sito dicesi Muria o Marroni, nomi guasti dell’antica Marruvio.

10. LUCO (Lucus)

Tra i cinque popoli marsi rammentati da Plinio furono i Lucensi (1345), il cui oppido si nominò certamente Luco, e fu così detto dal vicino bosco di Angizia, presso al quale ebbero sede. Il Cluverio comprese in una sola denominazione i Lucensi e i Fucensi del geografo latino, e confuse Luco colla città Angizia (1346), avvisandosi che sotto due diversi nomi s'indicasse un solo e medesimo popolo, situato insieme e verso la detta selva e verso del lago, opinione seguita dallo storico di questa regione. Non pertanto il Febonio non mancò di ricordarne i grandi avanzi presso l’odierno Luco, che dice edificato da’ Pennensi, costretti di tramutarsi in quel sito per l’infezione dell’aere e la moltitudine de' serpenti (1347). Questi avanzi e i vestigli di fortissime muraglie, di smisurati macigni poligoni senza cemento, che resistevano dopo tanti secoli alle ingiurie del tempo e al furore delle acque del Fucino, richiamarono la sua attenzione, ed aggiunse che oltre a questi rimanevano fondamenta di edifizii, e ruderi di grandi costruzioni, alcune delle quali mostravano la forma di templi. Notabile fra questi erane uno adornato avanti l’uscio da una colonna che aveva nella base scritto un epigramma, che guasto dal tempo non gli riuscì d'intendere, e appena lesse tra quelle rovine il seguente titolo sepolcrale (1348):

T. PETICIVS. L. F. CHIRVRGVS

LABORE ET CVRA VIVVSPERFECI

HANC DOM M. SED FILIO ANTE

HVIC UOMINI IVCVNDISSIMO PARAVI

TRIBVS. VBE... OSSA NOSTRA ADQVIESCENT

MORS ME ADSEQVETVR TVNC MIHI

DEMETVR DOLOR VALETE ET MEMO

RES ESTIS ΡΙΕΓΑΓΕΜ PARENTIS.

Le dette rovine sono state non ha guari tempo disegnate dal Fox, e vedesene il disegno negli Annali dell’Instituto archeologico di Roma (1349). Molte anticaglie ancora furono scoperte nel passato secolo nel piano di Luco e ne’ vicini monti, nonché nella via che mena a Trasacco, urne, sepolcri, idoletti, medaglie, e qualche titolo sepolcrale (1350), che senza alcun dubbio ci additano in quel sito l’antica città de' Marsi.

11. ARCHIPPE (Archippe)

Se non fu questa per avventura tra le primarie città de' Marsi, fu almanco la più antica, perciocché attribuivasene la favolosa fondazione a Marsia, re o condottiero de' Lidii in questa regione, e in assorbita dal Fucino avanti i tempi romani (1351). Quindi Virgilio finse che in questo tratto di paese regnasse il re Archippo, il quale in aiuto di Turno mandò contro Enea con eletta schiera il fortissimo Umbrone, duce insieme e sacerdote, che con gl’incanti e con l'erbe i serpi addormentava, e sanavane i morsi (1352). Essendo mancata da tempi molto remoti, ne rimase appena la memoria della sua distruzione. Era situata, come credesi, sulla sponda del Lago dalla parte di mezzodì presso Trasacco, e lo storico di questa regione affermò vedersene tuttavia le vestigie al suo tempo al descrescere le acque del Fucino (1353). Tra queste vestigie egli vide una statua mutilata d'uomo presso una gran base marmorea colla seguente epigrafe:

Q. SPEDI VS P. F. ANN. XXVII pro PVDE...

AMANS PARENTIS.

Che appartenesse propriamente ad Archippe già distrutta prima dell’età di Plinio, non si può affermare; ma sembra da essa che quest'antichissima città fosse stata anche aiutata a' tempi romani. Dalle sue rovine sorse un altro oppido sul vicino colle col nome di Archipetra tra Ortucchio e Trasacco, che per non si sa qual cagione mancò similmente, ma non prima del tempo di Guglielmo II, poiché Crescenzio di Capistrello, ch erane allora signore, promise un milite per la spedizione di Terra Santa (1354). Quelle rovirte serbano tuttavia il nome di Arciprete (1355).

12. ANGIZIA (Angitia)

Niun geografo o storico lasciò memoria di quest’oppido de' Marsi ma se ne ha non dubbia rimembranza nella seguente epigrafe, scavata nel 1808 tra molte rovine nel recinto delle sue mura sopra un erto monte alla riva occidentale Fucino a breve distanza e al nordovest di Luco (1356):

SEX. PACCIVS

ET SEX. PACCIVS. PA

QVINQ. MVRVM VETustate

CONSVMPTVM A SOLO RESTiZimz

EX. P. P. ANGITIAE.

Da questa iscrizione non solo è manifesto che i due Paccii innalzarono una muraglia caduta per vecchiezza di un oppido de' Marsi, ma ancora che quest'oppido nominavasi Angizia col nome della favolosa sorella di Medea (1357), alla quale fu consociato il vicino bosco. Questa città marsa, sconosciuta al Cluverio ed al Febonio, non rimase inosservata al Baccio, il quale parlando delle rovine che si vedevano nel detto luogo, quelle vi riconobbe dell'antica Angizia (1358).

13. Selva di ANGIZIA (Nemus Angitiae)

Rinomato fra’ Marsi e gli antichi dové essere il bosco di questa regione sacro alla dea Angizia, favolosa sorella di Medea, o questa diva stessa sotto tal come adorata, poiché ne lasciò memoria Virgilio (1359). E lo ricordò ancora Vibio Sequestre, tuttoché Io situasse in Lucania, confondendo forse questa regione colla contrada Lucense (1360). Gli scrittori marsi additarono questo bosco nella Selva di Agnano, la stessa che il bosco di Alba, che ristretto ne tempi moderni nell’estrema parte del monte Velino presso il villaggio di Cappelle, covriva una volta in gran parte i Campi Patentini (1361). Ma che che voglia pensarsene dopo sì remota antichità, non par dubbio che prendesse nome da un Tempio sacro alla dea situato ivi presso, che poscia fu trasformato nella chiesa di S. Maria di Luco; e un dotto viaggiatore non dubitò in fatti che. questa chiesa si formasse dagli avanzi di un antico tempio molto splendido e magnifico (1362).

14. ANTINA (Antina)

Più alle lapide che a' geografi dobbiamo la memoria di questa nobile città de, poiché appena Plinio nominò gli abitatori di essa nella generale rassegna di questi popoli (1363). Ignote affatto sono le vicende àìAntina de' tempi più antichi; e solamente, se ci accordiamo con alcuni scrittori, ve ne sarebbe una memoria in Livio, il quale scrive che il Dittatore P. Cornelio, poi ch’ebbe sconfitti i Volsci ad Anzio nel 347, e saccheggiatine i campi, espugnò un castello presso il Fucino, dove fece prigionieri non meno di tre mila uomini (1364). La vicinanza di Antina posta nella valle di Roveto colla regione de' Volsci, ed il fiorente stato di questa città ne tempi posteriori, come dimostrano i marmi, rende probabile tal conghiettura. Livio dice inoltre che i Volsci si erano ritirati verso il Fucino e presso una valle, la quale sarebbe quella di Luco presso Antina. Certo è che questa città a tempi dell'Impero era tra le più ragguardevoli della regione, come apparisce dalle non poche iscrizioni, poste per lo più a conspicui personaggi della famiglia Novia, i quali vi ottennero i più distinti onori nelle cariche municipali. Abbiamo nelle due seguenti chiara rimembranza del Municipio Antinate, de' suoi patroni, de' Quatuorviri a giudicare le liti, del Curatore del Calendario, e di varii collegi di artefici che vi si distinguevano (1365):

1.

Q. NOVIO Q. F. SERG.

FELICI PATRONO

MVNICIPI ΑΝΤΙΝΟ

…………………………….

CENTONAR.....

DENDROFOR..... ARM

PVBLICE HONORIS

CAVSA POSVERVNT

B. M.

2.

Q. NOVIO Q. F. SER

CELERI IIIIVIR. I. D.

IIII. Q. Q.

PATR. MVNIC.

CVR. KAL. PVB.

COLLEGIVM

DENDROPHOR.

.... P. M. P.

L. D. D. D.

Quest’altra epigrafe, rinvenuta come le già addotte nel sito del foro della città, che veniva adornato delle statue di benemeriti cittadini, ci rammenta la dedicazione d'una statua per parte del Collegio de' Dendrofori al Quatuorviro Sesto Petroneo Valeriano, il quale perciò in riconoscenza distribuiva danaro a' Decurioni, a Seviri Augustali, a ciascuno de' Dendrofori ed alla Plebe (1366):

SEX. PETRONEO

SEX. FILIO. VALERIANO

IIIIVIR, IVR. DICVND.

SERGIA ΑΝΤΙΝΟ

COLLEGIVS DENDROPHORVM

EX AERE COLLATO PATRONO MEREN

TI POSVERVNT. OB CVIVS DEDICA

TIONEM DEDIT DECVRIONIBVS

AEPVLANTIBVS SINGVLIS SI VIN

COLLEGIO S. S. AEPVL, SING. XII. N.

PLEBI VRBANAE AEPVL, SING. S. 1. IIII Ν.

L, D. D. D.

E ci basterà riportare quest’ultima epigrafe, scolpita sopra una rupe fuori di Civita d'Antina verso la via di Luco, la quale ci serbò memoria del popolo degli Antinati marsi (1367):

D. M.

VARIAE MONTAN

AE QUOD PAR PARE

NTI ERAT FACERE

FILIAM MORS IMMATURA

FECIT VT FACERET INFELIX

PARENS. VIXIT ANN. XXII

VARIA ODYNE ET ΜΟΝΤΑ

NVS POPVLI ANTINATIVM

MARSOR. SER. ARCARIVS FI

LIAE. CARISS. ET PIENTISSIMAE.

Questa nobile città marsa se non rimase affatto distrutta negli antichi tempi e nelle disastrose vicende del medio evo, lo fu certo nella massima parte, perciocché appena la quinta parte della città antica è occupata dall’odierna Civita di Anima, posta nella valle di Roveto, a cinque miglia dal Fucino. Il suo perimetro oltrepassava i mille passi, e se ne riconosce ancor oggi l’importanza dagli avanzi delle forti mura di sassi poligoni che la cingevano da tre lati, essendo munita dall'altro lato da un’erta rupe che rendevala inespugnabile. Regge tuttavia una delle sue porte di grandi macigni detta Porta Campanile, e nell’antico recinto si veggono non pochi avanzi di opere reticolate e di pietre quadrate appartenenti ai suoi pubblici edifizii; ma appena tra questi ruderi si è riuscito a distinguere le terme, alle quali appartenne un pavimento a mosaico, ma di rozza esecuzione (1368).

15. VESUNA (Vesuna)

Nessun geografo o storico ci lasciò memoria di quest’oppido de' Marsi, ma ne rimase non dubbia rimembranza nella seguente epigrafe osca, scolpita sopra una lamina di bronzo, e rinvenuta nell’agro di Antina (1369):

FAѴІ. ГАCVIES. MEDIS

VESVNE. DVNOM. DED

CACVMNIO. SCETVR.

Il ch. Jannelli,del quale seguitiamo l’interpunzione e la spiegazione, interpreta: Gavius Pacuvius Meddix Vesunae donum dedit (lovi) Cacumnio servatus (1370). Quest’oppido marso esser dovette di qualche importanza, come quello ch’era governato da un Meddis, o Pretore, magistrato municipale degli Osci (1371), come de' Marsi; ma niente altro ne sappiamo se non che vi si adorava Giove Cacumnio nume Sabino (1372), il quale aveva culto negli alti gioghi de' monti, e che il lodato scrittore spiega altresì per salvatore (1373). Quanto al sito di Vesuna, era posta senza dubbio nel villaggio di Visino o Visinio presso monte Argatone quasi deserto di abitatori al tempo dello storico della Marsia ed ora affatto distrutto e abbandonato (1374).

16. PLESTINA (Plestina)

Il solo Livio ci serbò memoria di questa città de' Marsi. Avendo questi popoli occupato l’agro di Carseoli, dove i Romani avevano spedito una colonia, il Dittatore M. Valerio Massimo mosse nel 450 a combatterli; e poiché li ebbe debellati in una sola battaglia, li costrinse a riparare nelle loro fortezze, e in pochi dì prese Plestina (1375) con due altre città, che or ora descriveremo. Dopo l’espugnazione fattane da' Romani non ne rimane altra memoria nella storia. Quanto alla sua situazione, fu affatto ignota al Cluverio, il quale la confuse con Plistia, che appartenne a’ Sanniti (1376). Né possiam dire che fosse più nota ad altri topografi, ed allo storico stesso della Marsia; ma convenendo che fu probabilmente una fortezza della regione dal lato de' Peligni e de' Sanniti ed essendo posta nella vicinanza di Milionia e Fresilia, occupate nel tempo stesso da' Romani, è molto verisimile che sorgesse sul monte a non molta distanza da Gioja, dove nel medio evo fu Pesco Assortolo, al di sopra della terra odierna dello stesso nome, edificata a piè di quel monte (1377).

17. MILIONIA (Milionia)

Di questa ragguardevole città de' Marsi non ci resta memoria più antica dell’anno 450 di Roma, 302 avanti l’era nostra, allorché fu presa dal dittatore M. Valerio Massimo (1378). In processo di tempo se ne impadronirono i Sanniti dappoiché nel 458 fu dopo valida espugnazione tolta a questi popoli dal Console L. Postumio Megello. I Sanniti vi si difesero per quattro ore continue nella fiera battaglia che fu combattuta in tutti i quartieri della città; ma alla fine soggiacquero a nemici, che ne trucidarono tre mille e dugento, ne presero quattro mille e dugento, e vi fecero gran bottino (1379); e ben possiamo da ciò argomentare che fu città cospicua de' Marsi, come in fatti la nominò Dionigi d’Alicarnasso, sebbene l’attribuì Sanniti (1380), i quali l’occuparono forse per essere ben fortificata, e la tolsero a’ Marsi perché si erano allora contro di loro dichiarati in favore de' nemici. Nessun altro geografo o storico ne fa menzione, e rimase forse distrutta fin da che fu espugnata da' Romani. Incerta perciò ne è la situazione; ma é verisimile che sorgesse sul monte di Vico presso l'odierna terra di Lecce ed a tre miglia da Opi dove era una fortezza nel medio evo (1381). Si scovrì ivi presso la seguente lapida in lingua osca;

V. ATIII DIVA

VIITTVNII

IIRINIII. IIT

IIRINII

PATRII

DONO. MIIIL. I

LIB... T

Il Lanzi interpretò: Votum Ale Dive Vettonus Erini et Erinus Pater donum libentes (1382).

18. OPI (Ops)

Distante due miglia da Pesco Asseroli vedesi la terra di Opi che non dubito con un patrio scrittore di annoverare tra le antiche borgate de' Marsi (1383), tuttoché non siavene memoria negli antichi. Il suo nome già dimostra che fu un luogo abitato da' tempi vetusti, derivato per avventura da qualche tempio sacro alla gran Madre degli Dei; né si può credere che fosse villaggio sorto nel medio evo intorno ad un tempio a quella dea dedicato, perciocché alcune epigrafi si rinvennero, è già tempo, ne' confini del suo territorio, che ci mostrano un'antica popolazione qui stanziata da tempi molto remoti. In un marmo si lesse SACERDOS CAEREALIS, che ci addita chiaramente un Tempio sacro a Cerere, e presso la gola di due monti, dove scorre il Sangro, in una rupe tra' confini de' Marsi e de' Sanniti la seguente iscrizione votiva (1384):

L. ACCIVS TEREN....

AEDEM FECIT

IOVI M. MARMO

REVM POSVIT

VOTVM ANIMO L. S.

L. LOLLIANO AVITO COS.

E in quelle stesse vicinanze, tra Opi e i confini del Sannio si scoprì ancora questo titolo sepolcrale tra rottami di marmo:

C. BABVLIVS C. F. TER. SCAVRVS

C. BABVLIO M. F. TER, SCAVRO PATRI

ACILIAE C. F. MATRI

M. BABVLIVS C. F. TER. CICERONI

FRATRI

Non par dubbio adunque dagli addotti monumenti, non meno che da' ruderi di antichissima costruzione che si osservano ad Opi che fosse questa un’antica borgata de' Marsi, e i nomi ancora di Fonte Vertunno e Fonte di Giove ch'ivi presso tuttavia rimangono, la dimostrano egualmente antica (1385).

19. FRESILIA (Fresilia)

Altra memoria non sopravanza di questa città e fortezza dei Marsi che quella dell'occupazione fattane da' Romani. Il Dittatore M. Valerio Massimo l'espugnò nella stessa azione di guerra, con la quale nel 450 occupò Milionia e Plestina (1386). Il sito ne è sconosciuto al pari delle due altre, e si è solo supposto che si ergesse a Civitella presso Villetta alla sinistra del Sangro, considerandosi come un castello de' Marsi sul confine del loro agro e di quello de' Sanniti (1387). Ma, senza dubitare che nel sito di Civitella fosse stata una città antica, come apparisce dal suo nome, nonché dagli antichi ruderi e da un titolo sepolcrale rinvenuti fuori la contigua Villetta, questa polo esser bene degli stessi Sanniti, e l’analogia del nome ci fa credere che Fresilia fosse piuttosto nell'odierna Fresolone.

IV. La regione de' Marsi era traversata in parte dalla Via Valeria, non meno magnifica della Salaria, la quale avea cominciamento da Tiburi (1388), ossia Tivoli, e di cui fu un proseguimento la Via Claudia nel paese de' Peligni e de' Marrucini (1389). Questa grande strada consolare che dominava la pianura marsica e che traversava ancora, come appresso vedremo, la regione degli Equicoli, da Alba Fucense, città di questi ultimi popoli, menava dopò XII miglia antiche a Cerfennia. Da questa città marsica l’Itinerario di Antonino, segnando la distanza di XVII miglia a Corfinio (1390), non indica un’altra stazione intermedia della Via Valeria che dà la Tavola Peutingerana, prima di giugnere alla città capitale de' Peligni, quella cioè del Monte Imeo, ed un diverticolo ancora che da Alba conduceva dopo XIII miglia a Marruvio (1391); così che da questa Tavola apprendiamo che la Via Valeria da Cerfennia saliva dopo V miglia l’erto monte di Forca Carosa, che separa la pianura marsica da quella de' Peligni, pel cui paese fu proseguita dall’Imperatore Claudio. Ed oltre al ramo di essa che ad Alba congiungeva Marruvio, un altro se ne distaccava che, traversando il piano di Civita, conduceva ad Angizia. Apertasi la detta strada per tenere a freno gli Equi insieme e i Marsi, che furono per la vicinanza confederati per qualche tempo contro Roma, dovevano avere le dette due città tali vie intermedie, che le mettessero in comunicazione con Alba, dove i Romani condussero una grande colonia, perché la prima era la capitale di que’ popoli, e l'altra non fu meno importante, come dimostrano le sue grandi rovine. Non mancano dopo tanti secoli avanzi della Via Valeria e de' suoi rami nel paese de' Marsi. Dalla gola ch’è tra' colli da Alba e Pettoruto, uscendo da una delle porte di questa città, dopo tre miglia giugneva ad Avezzano, e tuttora si veggono frammenti de' poliedri ond’era formata. La sua direzione esser dovette quasi la stessa che ora segue la nuova strada sin presso Avezzano, mentre l’antica svolgeva a sinistra tra questa città eri il Fucino, e dopo quattro miglia arrivava ad Angizia (1392). Non poche iscrizioni sepolcrali si son rinvenute lungo la detta strada nell'arrivare a quest’ultima città de' Marsi, ed avremo appresso occasione di ricordarne l'epoca e l’autore nel descrivere quella parte della regione degli Equi che comprendevasi nel nostro paese.

V. In pace e in guerra si distinsero i Marsi fra i nostri popoli antichi. Valorosi e forti (1393), la fortuna di Roma potè appena superbire del suo trionfo nella guerra sociale; anzi giovatasi delle armi loro, quando gli ebbe fedeli alleati, riuscì a vincere i propri nemici; così che ne venne il proverbio, non potersi de' Marsi, né senza i Marsi trionfare (1394). Rinomati soprattutto come spediti e possenti sagittarii e per tirar di frombola (1395), più che ogni altra la marsa coorte spauriva i barbari combattuti da' Romani (1396). Ma la fama maggiore si acquistarono tra le credule genti nell'incantare non solo ed ammansare i serpi velenosi, ma a farli anche morire coi loro magici canti. Questa loro virtù, in che vennero ammaestrati, come credevano, da un figliuolo di Circe, dal quale vantavansi propagati, fu cagione che la lor regione pigliasse anche il nome di Campi Circei (1397). Angizia ancora, in che non è altro da vedere ch’una personificazione di quella magica virtù, otteneva da que’ popoli (1398) onori divini nel sacro bosco presso al Fucino, dove si mostrano tuttavia dopo tanti secoli le rovine del suo tempio, sulla riva occidentale del lago. E invalsa appo loro anche la tradizione che ad essi insegnavala Marsia duce de' Lidii, una statua gl’innalzarono, che fu poi in Roma trasportata da' lor vincitori (1399). Dopo l’aruspice etrusco, nessuno fu più celebre in Italia dell’incantatore marso, e tanta ne fu e sì universale la fama che non v’è scrittore latino, e d’ogni età, che non la rimembri con meraviglia Docili i serpenti alle loro parole ed incantesimi, non solo sbucavano, dicono gli antichi, da’ lor nascondigli, ma morivano ancora alle loro nenie e magici canti (1400). Ma quella che in origine fu solo forse virtù d'una casta, non ignara egualmente di scienza astronomica (1401), tralignò poi in una ingannevole ciurmeria, atta a sorprendere genti superstiziose e facilmente credule. Perciò Virgilio ora parla con rispetto di queste virtù de' marsi sacerdoti, e si piace descrivere con be’ colori poetici la sovrumana possa del forte Umbrone (1402), ora parla con orrore, come Orazio ed Ovidio, de' maghi dello stesso paese (1403); ed è perché in un luogo scriveva secondo una tradizione antica, nell’altro secondo un popolar pregiudizio. Né solo i serpenti, ma i cavalli ancora ebber vanto di affascinare ne' giuochi del Circo (1404), e la vana credenza de' loro incantesimi si mantenne non solo al tempo di Eliogabalo, il quale quando gli empii giuochi faceva celebrare voleva fra suoi ministri un marso anziano di rinomata sperienza, ma ancora nel medio evo, e un Atiro si rammenta che fu uno di costoro (1405). Auguri ancora e indovini (1406), in tanta fama si mantennero sino aprimi tempi dell’Impero, che Marso e incantatore erano sinonimi (1407). Se questa virtù loro da arte nascesse, o da farmachi si è variamente disputato. Aulo Gellio credeva che fosse per virtù dell’erbe (1408): ma o che dalle erbe, o che piuttosto dalla benigna natura de' rettili poco velenosi della loro contrada, o da altro si derivasse (1409), vi si congiunse ancora la ciarlataneria, la quale se anch’oggi non manca d'illudere il semplice e credulo volgo, doveva tanto più ingannare ne’ tempi antichi (1410). Di simili incantatori ne furono e sono tuttavia in altre contrade del mondo. Vantavane nell'antichità la città di Pario e di Adrastea nella Troade, dove il nome ottennero di O[iogeni (1411), o d’uomini generati da' serpenti, non sapendo gli antichi altrimenti spiegare la lor ciurmeria che col supporli nati dagli stessi rettili, di cui sanavano i morsi ed il veleno. Crate di Pergamo era forse il primo a parlarne tra' Greci (1412), e le favole diffuse da questo scrittore magnificarono per avventura i mezzi naturali e semplici che adoperavano. Nelle Indie e in Egitto, come un tempo gli Psilli nella Libia e gli stessi Ofìogeni nell’isola di Cipro (1413), s’incontrano ancora di tali ciurmatori; e, tuttoché i moderni viaggiatori stupiscano alla franchezza con cui trattano i rettili ed altri velenosi animali, l’arte loro non è tale che non si appalesi a più spregiudicati e sottili indagatori (1414).

Le guerre da Marsi contro Roma combattute non furono di gran rilievo prima di quella che rese celebre il lor nome nella generale sollevazione di tutti i nostri popoli pel bramato dritto di cittadinanza. Non ostante la lor comunanza di stirpe co' Sanniti, nella seconda guerra di questi popoli furon neutrali, avendo pel proprio paese lasciato libero il passaggio a' Romani che andavano a combatterli nell'Apulia. Ma sul finire di questa guerra li veggiamo alleati de' fieri nemici di Roma, poiché nel 439 li combattono di unita Peligni, e qualunque sia stata la ragione perché allora prendessero le armi, sia di lor volere, sia costretti da quel popolo che la forza controbilanciava della Republica, dobbiamo in questo preferire senza più la testimonianza di Livio a quella di Diodoro (1415), soprattutto perché nel 443 conchiudono con gli altri vicini popoli la pace co' Romani (1416), e ne divengono socii federati, con dritti garentiti da giuramenti scambievoli. E fermi alla data fede, da' loro amici mai non si alienano ne' maggiori ed estremi pericoli, se l'alleanza ne eccettui con gli Equi nel 450, allorché per soccorrere questi popoli ribellatisi contro i Romani, che avean dedotte due colonie nel lor territorio, furon combattuti e vinti come i loro alleati, e perdettero tre delle loro fortezze (1417). Allorché nella guerra contro Pirro i Lucani, i Bruzii, i Sanniti voltarono le spalle a Roma (1418), i Marsi violar non seppero la giurata alleanza, tuttoché quasi alle mura di Roma fossero le armi del vincitore. Nella guerra cisalpina soccorrono come gli altri alleati di cavalli e di fanti la Republica (1419), e quando Annibale superate le Alpi scendeva in Italia, pugnando valorosamente contrastano il passo a’ Cartaginesi alla riva del Ticino sotto il comando di Scipione (1420). Né mancò loro l’animo e la fede quando il vincitore dopo la battaglia al Trasimeno devastavane i campi (1421), dappoiché le marse coorti combattettero a Canne, e caddero onorale sotto il ferro cartaginese (1422). Dopo quella memorabile giornata, così trista per l'Italia, così lieta e avventurosa per la feroce emula di Roma, se gli altri alleati, disperando della causa della Republica, le parti ne abbandonano e si danno ad Annibale, i Marsi si mantengon fedeli w Peligni, i Marrucini e i Frentani (1423), e con essi la gioventù loro corre volenterosa a dare il suo nome per la spedizione contro Cartagine (1424), che doveva colla sua distruzione vendicare l'Italia de' danni sofferti da quel gran capitano. La nobile resistenza alle armi di Cesare in Corfinio mostra che sino agli ultimi tempi difesero in Pompeo la causa della Repubblica (1425): ma quando Roma dopo tanti trionfi ottenuti colle armi degli alleati non volle né seppe riconoscere i comuni dritti che avevano perciò a’ privilegi della romana cittadinanza, nella memorabile guerra ch'indi ne nacque i Marsi furono i primi a prender le armi sotto il lor duce Pompedio Silone (1426). La guerra marsica, o sociale, fu combattuta aspramente da una parte e dall'altra, e gl'italici confederati, comeché vinti spesso e abbattuti, alla fine trionfarono coll’ottenere que dritti che con tanta perseveranza sepper difendere.

I Marsi spedirono ancora colonie dal lor seno. L’antichissima città di Anagni, sede del concilio de' popoli Ernici (1427), era abitata da una loro colonia (1428); e da un’oscura rimembranza di Plinio è nolo altresì che gli Abellinati contraddistinti col cognome di Marsi nella seconda regione d’Italia dobbiamo perciò appunto considerare come una loro colonia, tuttoché mal nota sia la situazione di questi popoli (1429).


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VIII. EQUI EQUICOLI

Horrida præcipue cui gens, adsuctaque multo

Venatu nemorum, duris Æquicola glebis.

Armati terram exercent, semperque recentes

Convectare juvat prædas, ac vivere rapto.

VIRG. Æn. VII, 746.

I. Incerta corografia degli Equi ο Equicoli, e parte della lor regione corrispondente al nostro paese. — II. Cenno su questi popoli, e loro vicende sino a' tempi romani. — III. Topografia degli Equi nel II Abruzzo ulteriore. — 1. Cliternia. — 2. Equicoli propriamente detti. — 3. Corbione. — 4. Scaptia. —. Carseoli. — 6. Carento. — 7. Auricola. — 8. Nerse. — 9. Vico di Nerse, o Nervesia. — 10. Alba. — 11. Villa di Vitellio. —12. Ferrugine. —13. Cominio. — IV. Corso della Via Valeria per questa regione.

I. Marsi all’est e i Sabini al sud stendevasi il paese degli Equi, detti ancora promiscuamente Equicoli, Equani ed Equicolani da' greci e da latini scrittori (1430). Questi popoli, tra' più antichi d’Italia, che quasi tutti i moderni geografi e storici riguardano come una sola e medesima gente (1431), non ostante le meno usate denominazioni derivative che parrebbero accennare, come già parve ad un patrio scrittore, a derivazione dall’antica stirpe (1432), in angusto spazio territoriale ristretti, abitavano i sommi appennini tra il Livi ed il Fucino, distendendosi da' dintorni del Velino verso le sorgenti Aniene, di cui occupavano le due sponde, e forse ancora dalle vicinanze di Reale sin verso Frenesie, Tiburi e gli Ernici (1433). Ed è osservabile che nel tratto che abitarono del II Abruzzo ulteriore si conservarono con alcune loro città dopo quasi distrutta la lor nazione. Perché, sebbene Alba, occupata da una grande colonia romana, vien considerata da Strabone come città latina, e da Plinio come città capitale di un particolare distretto (1434), non fu non pertanto meno degli Equi nell’epoca della sua autonomia; e Carseoli e Cliternia, riconosciute nel nostro paese, tuttoché il più recente patrio topografo non ve le descriva, dimentico affatto degli Equi (1435), sono le sole città che lo stesso Plinio e Tolomeo loro attribuiscono nel tempo della romana dominazione (1436). E oltre le dette città, nella contrada di Cicali, che abbraccia ventitré fra terre e villaggi della detta provincia, rimase traccine rimembranza degli antichi Equicoli, dove par che v’ebbe una città col nome stesso del popolo, se pur questo nome non fu comune, come oggidì il Cicalano, a tutte le piccole borgate che ne formavano la particolare aggregazione politica.

Non parlano gli antichi de' particolari confini dell'agro occupato da questi popoli, ed è difficile assegnarne la precisa corografia dalle città che abitarono, perché il nome loro si estese anche a' loro soggetti. Nel tempo della maggior potenza degli Equi il lor territorio stendevasi sino all’Algido, tra Tuscolo, Velitre e le città eroiche, e sino al lago Fucino, dove il Niebuhr riconosce per equo un castello da Livio attribuito a' Volsci (1437). Solo adunque può dirsi in generale che abitavano di quà de' monti prenestini sulle due rive dell’Aniene (1438), o Teverone, tra' Marsi, i Vestini e i monti sabelli. Dal monte Algido, che ora serba il nome antico, e ch’era la punta del loro stato, protendevasi la lor regione fino a Carseoli, ad Alba e al Cicolano sul confine dello Stato Pontificio’; in guisa che il loro paese stendevasi in lunghezza dall’agro de' Volsci e dal Lazio insino Vestini, lasciando gli Ernici e i Marsi alla destra, e i Sabini alla sinistra (1439). Questi generali confini si assegnano agli Equi o Equicoli, e possiam dire con più di precisione che abitarono in parte d’accanto Sabini le due valli del Turano e del Salto negli odierni circondarii di Borgocollefegato e Mercato, e presso i Marsi quelli di Carsoli e Tagliacozzo, nonché le due sponde dell’Aniene nella parte superiore del suo corso in vicinanza del Lazio e degli Emiri, toccando appena la regione de' Volsci coll’agro di Cominio. Notabile per naturali bellezze nella detta contrada è la valle del Sallo o il Cicalano, una delle più belle valli alpestri per l'amenità che le diè a larga mano la natura, la quale sembra aver qui congiunte le bellezze proprie dell’Italia e della Svizzera. I suoi abitatori, distinti fra gli ospitali Abruzzesi per antica semplicità ed ospitalità, dimorano spicciolati, come ne’ tempi antichi, in molti villaggetti, che in parte stanno nella più fertile campagna, in parte sopra orride balze, o in mezzo a boschi di querce.

Oscura e mal nota è l'origine degli Equi, ma molto probabilmente furon progenie degli Aborigeni, o gioventù sabina come gli Ernici e i Marsi lor confinanti. E anche malagevole affermare la ragione del lor nome; perciocché, a crederne alcuni antichi, sarebbero stati così nominati dalla rigida osservanza del giusto (ab acquo colendo); così che da essi era fama che Numa, od Anco Marzio l’istituzione imitasse de' Feciali (1440), custodi insieme della pace ed arbitri e giudici delle cagioni per le quali si dovesse attaccar guerra; il che del resto non seppe affermare Dionigi, perché un altro antico storico scriveva che la istituzione se ne attingesse da Ardea città de' Rutoli (1441), od anche da’ Falisci, abitatori di Faleria (1442), e panni più consentaneo al vero, queste essendo città antichissime e civili prima di Roma, ed occupate da' Pelasgi, se non fondate in origine da essi, a quali lo stesso Dionigi attribuiva con altri greci usi e costumi il culto dì Giunone argiva e i sacri uomini, che il ministero stesso esercitavano de' Feciali (1443). Una si lodala istituzione contrasterebbe ancora coll’idea che de' salvatici costumi degli Equi ci conservava Virgilio. Dice il poeta che Torrida gente degli Equicoli, avvezza a inseguir le fiere pe’ boschi, coll’armi indosso lavorava i campi, né sapeva altrimenti vivere che di caccia e rapine (1444). Né diversamente li dipinse Cicerone che col chiamarli gran gente sì, ma feroci (1445). Il perché discredono alcuni moderni scrittori l'addotta etimologia, e o riguardano il nome Æqui come voce fondamentale del nome Opici e però li stimano della razza stessa di questo popolo antichissimo (1446), o lo derivano dalia condizione fisica del paese che abitavano, irrigato più che ogni altro de' popoli vicini da non pochi fiumi e sorgenti (1447). Tre fiumi, oltre l'Acqua Marcia hanno in fatti la loro origine nel paese degli Equi il Teverone, il Torano ed il Tolero, de' quali i due primi sboccano nel Tevere, l’altro corre ad accrescere il volume del Liri, come le acque che scendono da' monti di Cicoli sboccano nel lago Velino così che, a crederne questi scrittori, Aquicoli sarebbe stato il nome primitivo di questi fieri e bellicosi montanari, che altri crede ancora tutt’uno co’ Sicoli (1448).

II. Ma che che voglia pensarsi di tali disparate opinioni, gli Equi appariscono nella storia grandi e pericolosi per Roma da' tempi più remoti, opponendosi alla sua crescente fortuna fin dall’epoca de' Re. Diodoro Sicolo, Livio e Dionigi d'Alicarnasso ne narrano le imprese e le guerre sino al 449: ma di tutte le guerre che combattettero poche sole se ne contano più ricordevoli, essendo state le altre incursioni più tosto sull’agro romano, nelle quali furon sempre quasi prima rotti che combattuti. Certo è ch'essi difendono con ostinato coraggio la lor libertà, e si appalesano infaticabili nemici del popolo che l’una dopo l'altra tutte sommetter doveva le antiche genti italiche. Soggiogati da Tarquinio Prisco (1449), o da Tarquinio Superbo, che loro impose la pace (1450), prendono indi a non molto le armi e battono l’armata de' Decemviri. Sconfitti nel 290, ottengono la pace per forza di un trattato conchiuso da Fabio, col quale conservano le loro città, ma riconoscono la signoria di Roma, obbligandosi a soccorrerla di milizie secondo il bisogno (1451). Pur sollevatisi indi a non molto, e combattuti da Quincio Cincinnato, passano sotto il giogo nel 296 (1452). Ma di tutte le vittorie che Roma ne ottenne quella sembra più segnalata che n’ebbe il Dittatore A. Postumio Tuberto nei 324, che Ovidio registra ne' Fasti fra le epoche memorabili (1453).

Gli Equi dimandano la pace, ma il Senato richiede la lor sommissione, e non ostante che una tregua si conchiuse di otto anni, par che i vinti riconoscessero meglio da quel tempo la sovranità della Repubblica (1454).

Nel 336 spira la tregua, e gli Equi sono nuovamente in campo contro Roma, ormai avvezza, dice Livio, alle quasi annue ostilità di questi popoli (1455), e dopo ventitré anni di scambievoli offese ottengono la pace co’ Volsci loro perpetui alleati, più perché stanca da sì lunga guerra la città riposasse, dice lo storico latino, che perché degni ne fossero (1456). La deduzione della romana colonia a Vitellia fuori i nostri confini, preludio di nuove conquiste, fu cagione che nel seguente anno 361 gli Equi ripigliassero le armi. In questa guerra, che come la quarta si conta da Diodoro, i Romani perdettero Ferrugine che aveano occupata a questi popoli, e fu anche distrutta la loro colonia stabilita a Vitellia (1457). Non è più memoria degli Equi dopo il 367 e la guerra di Frenesie, che perciò si riguarda come appartenente a questi popoli (1458). Quietarono d'allora gli Equi dal combattere i Romani; ma non ostante che la loro potenza fosse ita già declinando coll'ingrandirsi de' nemici, l’occasione aspettavano di provarsi ancora contro le armi di Roma, e gliela porsero i Sanniti che combattevano la Repubblica. Nel corso della seconda guerra di questi popoli li soccorrono prima di molta soldatesca, poi quasi tutta la nazione dà in aiuto loro di piglio alle armi. Decretava perciò allora il Senato che il popolo equo avesse ad accettare il dritto di cittadinanza (1459), e certamente senza suffragio, perché preferirono essi la guerra, non avendo speranza di partecipare agli onori ed alle magistrature, e le imposte ed il servigio militare parendo loro ben duri. Trionfandone allora i Consoli P. Sulpizio e P. Sempronio Sofo nel 449, in cinquanta giorni presero tutte di assalto quarantuno fortezze, che l’una dopo l’altra furon quasi tutte arse e distrutte (1460); e di tale esempio fu lo sterminio che fu fatto degli Equi, che i Marrucini, i Marsi, i Peligni, i Frentani spedirono ambasciadori a Roma a chieder la pace, come più volte parlando di questi popoli abbiamo già detto. Dedotte da ultimo le romane colonie nelle città di Alba e Carseoli, la prima nel 450, e l'altra tre o quattro anni dipoi, la disperazione spinse ancora gli Equi altre due volte a ribellarsi; ma furon facilmente domi, non ostante il soccorso de' Marsi, i quali, battuti anch’essi da' Romani, perdettero Milionia, Plestina e Fresilia. Queste reiterate disfatte abbassarono in tutto la bellicosa nazione degli Equi', ma non dobbiam credere che furono quasi affatto distrutti, come scrive Livio (1461), essendo noto da Cicerone che ottennero il dritto di cittadinanza (1462), e nel 447 P. Sempronio e P. Sulpicio, che li sommisero nel 443, formarono le due nuove tribù, la TERENTINA e l'ANIENSE, nelle quali furon compresi i nuovi cittadini Equi. La prima di queste tribù non era lontana dagli Arpinati ed Atinati (1463), popoli volsci confinanti alla lor regione, e il nome dell'altra indica abbastanza la situazione del medesimo popolo che abitava l’una e l’altra sponda dell’Aniene (1464). Aggregati così al Lazio, scompariscono dalla storia, e gli antichi scrittori accennano appena gli aspri Equicoli (1465), popolo di pastori e montanari considerati come diversi dagli Equi da un antico cementatore (1466), e sembra perciò ch'estranei rimanessero all’aggregazione politica del popolo primitivo e più civile, antico come gli Aborigeni, gli Ernici, ed altre genti innanzi che Roma si fondasse (1467), e che in Settimo Modio vantava un re ne' primi tempi (1468) e celebrità nella guerra.

Furon queste in genere le guerre combattute dagli Equi, queste le loro vicende, nelle quali gran parte ebbero senza dubbio quelli che abitavano tra' monti de' nostri Abruzzi, di cui soltanto esporremo la topografia, per quanto ci è noto dagli antichi scrittori e dalle ricerche de' moderni topografi.

1. CLITERNIA, O CLITERNO (Κλειτερνον, Cliternia)

Fu questa una delle principali città degli Equicoli rammentata da' geografi, o rimasta almanco superstite con Carseoli a' guasti della lor regione. Tolomeo la nominò Cliterno, e Pomponio Mela con voce derivativa Cliternina (1469); e sebbene dedur non possiamo la sua genuina denominazione da Plinio, che nominò Cliternini gli abitatori di essa (1470), chiaramente rapprendiamo dal marmo che or ora addurremo, nel quale leggesi Cliternia con nome identico alla città che appartenevasi alla regione Frentana. Ignote allatto sono le vicende di questa città, non meno che la cagione e il tempo della sua distruzione, benché alcuni scrittori, ingannati da una falsa lezione di Livio, ad essa attribuirono la memoria dello storico dell’essere stata espugnata dal Pretore Sempronio Tuditano nel 539 (1471), e che si riferisce ad Aterno. Non par dubbio intanto che, come a Carseoli, vi fu spedita una romana colonia, almeno al tempo dell’Impero, come è manifesto dalla seguente lapida posta a Tito Sellusio, decorato della dignità duumvirale, propria delle colonie (1472):

DIS MANIBVS

T. SELLVSI. C. F. CLA

CERTI

AEDILI. REATE. QUAEST. IV

DVVMVIRO. CLITERNIAE

PRAEF. FABR. COH. II

IVDICI. EX. V DECVRIIS

VIXIT. AN. LXXXVII

SINE AERE ALIENO.

Cluverio e ad altri moderni topografi, tuttoché lo storico della Mania avesse sospettato che dalle sue rovine sorgesse l'odierna città di Celano (1473); né si é scoverto avanti i principii del corrente secolo al sud di Capradosso, dove si rinvenne il cippo sepolcrale coll’addotta iscrizione, e si veggono diversi avanzi di epoca romana, e segni di bagni ed acquidotti; e nel piano sotto il lato meridionale di quel paese grandi ruderi si osservano di musaico, di figuline, di rottami di tegoloni e di fabbriche antiche.

2. EQUICOLI (AEquiculi)

Oltre delle città che appartennero agli Equi e che descriveremo colle testimonianze delle lapide e degli scrittori, due iscrizioni ci serbarono particolar rimembranza della Repubblica e del Municipio degli Equicoli, che dal luogo dove furono rinvenute non può dubitarsi che appartenessero come le altre alla regione di questi popoli nella parte che distendevasi nel nostro paese. La prima di queste iscrizioni, riferita da varii (1474), trovasi presso il Barone Antonini di Pace nel Cicolano, ed è la seguente:

PRO. SALVTE. ORDINIS. ET. POPVLI. SIGNA

SERAPIS. ET. ISIDIS.CVM. ERGASTERIS. SVIS

ET. AEDICVLAM.IN. SCHOLAM PERMIT

TENTE. ORDINE

APRONIANVS.R.P.AEQVICVL. SER. ARK

CVM. AEQVICVLA. BASILLA. ET. AEQVI

CVLO. APRONIANO. FIL. PEC SVA.FECIT

L.D.D.D.

Apprendiamo da questa lapida che Aproniano, servo arcario, ossia tesoriere de' pubblici danari della Repubblica degli Equicolani, eresse le statue di Serapide e d’Iside colle rispettive basi marmoree (1475) e la cappellina nella Scola, o nel luogo dove ragunavasi il collegio decurionale; ma è difficile indicare dove fosse l’oppido equicolano qui distinto col nome di Repubblica.

L’altra iscrizione, addotta anche da molti epigrafisti (1476), e che senza dubbio è da riferire del pari agli Equicoli propriamente detti, la cui politica condizione è distinta col nome di municipio, è quest’essa:

IOVI. FVLGERATORI

M. FLOSCIVS. IIIIII. VIR. MVNIC

AEQVICOL. ET. SEVIR. AVGVSTA

LIS. ET. PATRONVS. HVIVS

MVNICIPI. S. P. D. D.

In un cippo sepolcrale a quattro facce dentro la chiesa di Peschiorocchiano leggesi ancora la seguente epigrafe (1477), che appalesa egualmente la sua appartenenza a' detti Equicoli dall’essere stato Crisidio Basso, al quale fu posta, Duumviro insieme di essi Equicoli e Quatuorviro della vicina Carseoli e dal luogo dove ora si trova, per essere Peschiorocchiano non molto discosto dalle rovine di quest’antica città:

L. CRISIDIO. L. F. CLA

BASSO. II. VIRO. AEQVIC.

IV. VIRO. CARS.

FORTVNATVS. MI. COH. ΠΙΙ

SIBI. ET. CAECILIAE. IACVSIAE

Tralascio dì riportare altri titoli sepolcrali che si leggono nel detto villaggio, e che sebbene tutti dell’epoca dell’Impero, dimostrano che gli Equicoli propriamente detti occupavano quella parte del II Abruzzo ulteriore oggi conosciuta col nome di stato di Cicali o Cicalano, dove come negli antichi tempi si abita alla spicciolata, e le terre e villaggetti più popolati non hanno più di trecento abitatori. La città, o il municipio equicolano, fu senza dubbio nella detta contrada, ma non è possibile additarne la precisa situazione, e si allontana certamente dal vero chi vuole Equicolo nella terra di Cicali (1478), perché questa è denominazione collettiva, nella quale le ventitré piccole borgate si comprendono note sotto un tal nome.

3. CORBIONE (Κορβιών, Corbio)

Dionigi d’Alicarnasso e Livio ci lasciaron memoria di questa città degli Equi (1479), la quale passò spesso dal dominio di essi in podestà de' Romani, e da questi a quelli. Coriolano, quando combatteva la patria, tolse nel 263 Corbione a Romani (1480), che perciò l’avevano prima tolta agli Equi. Ceduta poscia a' Romani nella guerra del 298, secondo scrive Dionigi (1481), nell’anno seguente, essendo Consoli Cajo Orazio e Quinto Minucio, sorpresavi gli Equi la guarnigione nel sonno, quasi tutta ve la passarono a fil di spada, e di bel nuovo se ne impadronirono (1482). Ma nell’anno stesso, movendo contro di loro Orazio, tuttoché pugnassero da valorosi, furon respinti da' nemici, e perdettero la città per la quale aveano combattuto. Il Console diroccò le mura di Corbione, e ne rovesciò da' fondamenti le case (1483). Gli avanzi di questa insigne città degli Equi si veggono nell’odierna terra di Corvaro, dove si ammirano sotterranei acquidotti scavati nel vicino monte Frontino per tirar l’acqua alla città e alle sue terme, costrutte sopra stupendi basamenti ciclopei, nel sito dove si fabbricò la chiesa di S. Maria delle Grazie (1484). Si vedono ancora nel suo territorio vestigli di un’antica strada che conduceva alle vicine città, e che fosse abitata ne' tempi dell’Impero è manifesto dalle seguenti iscrizioni, la prima delle quali fu letta dal Febonio avanti la porta del castello, l’altra nel ponte presso a Torre d'Italia (1485):

1.

SABIDIVS. TAVRVS. C. F. PRIMIPIL

VETERAN, LEG. X. ET. LEG. VII. TRAIAN

IN. X. PRIMIPILVM. DVM. ET. EODEM

TEMPORE. PRINCEPS. ESSET. LEG, VI

PRAE. B. DIVI. IVLI. CAES. DIVVS. AVG. ET

TIB. CAESAR. AVG. DOM. SVA

PECVNIA, DONAVIT

CORNELIA. PVPILLA. N. P. V.

S. K. CRISPIN. NEPTIS.

2.

T. CAIO T. F. POL.

CRISPINO.

DRVSI CAESARIS BENEFIC.

MILITAVIT COH. VI. PR.

AN. XVIII. V. AN. LXX

HER. POSVER.

……………………… AL. Q.

IN PR. X. IN A. P. ΧΙΙ

4. SCAPZIA (Scaptia)

Fu questa città una delle più antiche d’Italia. Dionigi d’Alicarnasso ricorda gli Scaptini suoi abitatori fra i trenta popoli confederati che presero le armi per sostener le parti di Tarquinio Superbo scacciato dal regno (1486), e Plinio l’annoverò tra le illustri città del Lazio. A’ tempi di questo scrittore era già distrutta (1487), e tuttoché Silio Italico nomini la gioventù scapzia tra le schiere armate contro Annibale (1488), non si può assicurare che sussistesse al tempo della seconda guerra cartaginese, perché il poeta i guerrieri intende della romana tribù di quel nome, nella quale con altri popoli vennero aggregati i Pedani nell'anno di Roma 422 (1489), come conghietturò l’Orsini. Il nome del resto di questa città è affatto greco, derivandosi da σκαπτειν (scavare), ed è nota da Erodoto la città di Scaple Ile, poi detta Scaptesile, posseduta da' Tasii sulla costa della Tracia (1490), e nobilitata dall’esilio di Tucidide. Questa appartenente agli Equi fu perciò molto probabilmente edificata da’ Pelasgi, o anche da’ Sicoli, che si considerano da alcuni scrittori come popoli della medesima origine. Quanto alla sua situazione, non é ben certa, perché nulla decidono le autorità di Festo e Silio Italico, sulle quali fondasi il Cluverio, seguito dal Cellario, che la pose presso Pedo, donde sorse Gallicano (1491) nelle vicinanze di Palestrina, nonché il Cayro che la volle piuttosto presso Fabrateria, e propriamente nell'odierna terra ai Ceccano (1492); giacché, che i Pedani abitassero Scapita non si legge nel grammatico latino, ma fu, come si é detto, una conghiettura dell'Orsini, il quale ne supplì la laguna, e Silio prima della gioventù di questa città nominò quella di Sora, e si potrebbe perciò anche sostenere ch’era nelle vicinanze di questa città volsca. Ond’è che più volentieri mi accosto al parere di un topografo patrio che l’annovera tra le città eque, è le rovine ne assegna tra Valle in fredda e Riofreddo nel luogo detto Scarpa (1493), alterazione dell’antico suo nome.

5. CARSEOLI (Καρσέολοι, Carseolis)

A XXII miglia romane da Tivoli sorgeva sulla Via Valeria questa città (1494), che Tolomeo attribuì chiaramente agli Equicoli, tra' quali annoverò anche Plinio i Carseolani suoi abitatori (1495). Fu città ragguardevole ed antichissima di questi popoli, benché una memoria più remota non se ne abbia dell'anno di Roma 451 o 452, allorché vi fu spedita una colonia di quattromila uomini (1496). Nella guerra contro Annibale negò nel 543 con undici altre colonie soccorsi d'uomini e di danaro alla metropoli (1497), e fu perciò come tutte per effetto d’un senatoconsulto condannata a raddoppiare il numero de' fanti e a fornire cento venti cavalieri nel 548 (1498). Nella guerra sociale fu messa a ferro e fuoco dagl’italici confederati (1499), e dopo questa distruzione un’altra colonia vi fu spedita sotto l’Impero, come è da credere per comando di Augusto (1500), alla quale epoca appartiene forse la seguente epigrafe:

VENERI FELICI

C. PLAETORIVS. IIII. VIR

CARS. VOT. SOLVIT. LIB. M.

Questa lapida votiva, scoperta tra Carsoli e Poggio Cinolfo (1501), ci addita un Tempio sacro a Venere Felice nelle vicinanze di questa città, e quest’altra, rinvenuta presso la selva di Sesara, ci mostra in Pletorio un Edile di Carseoli come la prima un Quatuorviro, magistrati entrambi delle colonie (1502):

GNIDIVS. SIBT. ET

PLAETORIAE. C. L.

SECVNDAE

C. PLETORIVS. C. F. CACRATVS

Q. Q. JED. Q. C. SA. R. HARVSPEX

Si ha ancora memoria non solo della detta colonia, ma ancora di uno de' patroni di essa in M. Metilio Repentino, e dell'Ordine degli Augustali Marziani, instituito in onore, come crede il Muratori, di Marciana sorella di Trajano, in questo altro marmo, rinvenuto presso le rovine di Carseoli, e collocato accanto all'albergo del Cavaliere (1503):

M. METILIO. SVCCES

SO. M. METILI. REPEN

TINI. PATRONI. COLO

NIAE. FILIO. PATRO

NO. ORDINIS, AVGVS

TALIVM. MARTINOR....

COLLEGIVM. DENDRO

PHORVM. CARSIOLA

NORVM. PATRONO

OB. MERITA. EIVS

L. D. D. D.

Altre notizie importanti di questa cittì non ci son note, tranne una legge singolare, la quale ci mostrerebbe la semplicità degli antichi tempi d’Italia, se un senso mistico e riposto non contenesse. Vi si facevano in ciascun anno sacrifizii di volpi a Cerere, bruciandole co' manipoli delle spighe, al che alluderebbe lo stesso nome orientale di Carseoli (1504), ed una legge vietava di tenervisi le volpi vive (1505). Situata in rigido clima nella valle Tarano, tutta di monti attorniata e cinta, il suo agro era buono soltanto pel grano e le viti aminee (1506). Dové essere in fine città ben fortificata, e perciò come in sicura e forte custodia vi fu mandato dal Senato Romano Biti, figliuolo del re di Tracia (1507). Al decadere dell'Impero conservava il suo prisco splendore, poiché nella Tavola Peutingerana è segnata colla figura di città primaria (1508). —Quando fosse disfatta Carseoli è mal noto; ma, a giudicarne dalla testimonianza di Paolo Diacono, che l’annovera tra le città della Provincia Valeria (1509), dir dobbiamo che rimase distrutta e abbandonata dopo l’epoca de' Longobardi. Il sito di questa città nessun moderno topografo l’indicò meglio dello storico de' Marsi, il quale contro l’opinione del Cluverio che la pose ad Arsoli (1510), dove fu probabilmente qualche grossa borgata degli Equi (1511), dimostrò essere stata nella pianura tra Riofreddo e Celle, e propriamente nella selva detta Sesera, che prende nome da un rivolo che l'irriga (1512). Le rovine che vi si veggono, sono tuttavia dette Carsoli da' vicini abitatori. La Chiesa abaziale che sorgeva in quel medesimo sito, in una bolla di Papa Pasquale II è detta S. Maria in Carseolo, e qui ancora corrisponde la distanza di XXII miglia antiche da Tivoli segnata nell’Itinerario di Antonino (1513).

6. CARENTO, o CARENZIA (Carentum, vel Carentia)

A non molta distanza da Carseoli, alla sinistra della Via Valeria, sorger doveva quest’altra città, o grossa borgata equicolana, della quale il solo Plinio ricordò i Carentini suoi abitatori nella quarta regione d'Italia (1514). Innominata in tutte le opere di antica topografia, non v'ha scrittore che ne faccia menzione, anzi l'Holstein ne confuse il sito e le rovine con quelle di Carseoli (1515). Queste rovine, che serbano tuttora il nome di Civita Carenzia, si veggono sopra una collina alla distanza di circa un miglio dall’albergo del Cavaliere nelle vicinanze di Poggio Cinolfo, e non par dubbio dalla chiara analogia del nome che si abbia in esse a riconoscere la distrutta abitazione de' Carentini superiori del geografo latino. Abbiam detto altrove, seguendo l’autorità del D'Anville, che i due popoli di questo nome si debbano attribuire alla regione frentana (1516); ma la diversa posizione di Civita Carenzia fuori di questa regione, ed in quella degli Equicoli, ci fa preferire la discorsa topografia. Ecco intanto come il ch. storico di Alba descrive gli avanzi di Carenzia, che coll’Holstein crede del resto di appartenere a Carseoli. «Le rovine di questa città sono scarse, benché occupino una vasta superficie: consistono in vari pezzi del recinto di quell’opera poligonia che dicesi di terzo stile, in un acquedotto sotto il monte, detto Muro Pertuso, in una strada selciata, che per la sua direzione può essere stata la Faleria,ed in molti cunicoli con lucernari, o pozzi, ma quasi affatto ostruiti; la coltivazione vi fece sparire quasi tutte le fabbriche sacre e civili. Non essendovisi sin’ora fatti scavi regolari, non si sono rinvenuti oggetti di molto interesse, ma frequentemente vi si trovano medaglie, frammenti di statue, cornici ed ornamenti in marmo e bronzo, come pure vari tubi di piombo, uno de' quali aveva 0, 600 di diametro (1517)».

7. AURICOLA (Auricula)

Oltre di Cliterno e Carseoli Tolomeo attribuiva agli Equicoli una terza città, il cui nome non più si legge nel testo della sua geografia, ed alla quale l’interpetre latino, non so se il Pirekevmher, o il Villanovano che ne rivide l’edizione, sostituì Obriculum (1518). Che fosse questa la città ignota rammentata dal greco geografo non è certo, ma è molto probabile, e non dobbiamo escluderla, perché affatto sconosciuta, come si avvisò un dotto geografo (1519), dalla descrizione di questa contrada. Che Auricola, comò vera mente avrebbe dovuto scrivere l’uno o l’altro de' citati interpetri, appartenesse agli Equicoli, non par dubbio da una lapida, sebbene del 1052, nella quale è nominata di unita ad Arsula e Carsoli. Ora è ridotta ad una piccola terra nella Diocesi de' Marsi, e vedesi edificata sopra lo stesso altissimo monte, alle cui falde è posto Arsoli (1520).

8. NERSE (Nersae)

Rammenta Virgilio quest’antichissima città degli Equicoli nella generale rassegna de' popoli italici che per Turno finse di combattere contro Enea (1521). Il poeta la nomina montuosa, e che fosse una delle città più importanti, se non la capitale di questi popoli, come si è avvisatolo storico de' Sic oli, si può conghietturare da che questa sola ricorda nel parlare degli Equicoli. Distrutta da tempi molto remoti, non ne fa motto alcun altro geografo, o storico. Incerto ne è altresì il sito, e solo l’analogia del nome, e i molti ruderi che si veggono a Civitella di Nesce, hanno guidato il.. detto scrittore a situarla nella pianura sotto un alto monte, in cima del quale sta il piccolo paese di Nesce. Secondo questa topografia sarebbe stata a quattro miglia in circa da Suna, città sabina (1522). Ma poiché sul detto monte, dove secondo Virgilio rinvenir si dovrebbero gli avanzi di Nerse, non sono ruderi, sì bene nella sottostante pianura, qui vorrebbesi trovare il Vicus Nervesiae ricordato da Plinio negli Equicoli, e sul monte la città di Nerse, della quale non rimanevano forse rovine fin dal tempo del poeta (1523): ma come da' monti i popoli si sono spesso tramutati ad abitar le pianure, ed al contrario, così dal monte i Nersini potettero stabilirsi in processo di tempo nella pianura, che tuttavia serba il nome di Civitella. Certo è che questo luogo era abitato ne' tempi romani, e lo dimostrano oltre a non poche rovine alcune epigrafi di quella età. Le quali rovine ed epigrafi, anziché un piccolo villaggio, una città ci dimostrano, e non delle ultime degli Equicoli. Vi si vede un vasto recinto d’uso sconosciuto, di fabbrica ciclopea e di figura quadrilatera, della lunghezza ne' lati più lunghi di palmi romani 398 e 415, e ne' più brevi di 260 e 250. I sepolcri eretti sulle vicine roccie e lungo le pubbliche vie che menano a Peschiorocchiano, a Valle-Varia, a Poggio di Valle e al Ponte del Monumento, sepolcro antichissimo, le cui basi ciclopiche ancor durano, le medaglie, le iscrizioni pubbliche e sepolcrali, gli acquidotti, le corniole, i frammenti di statue e di colonne, ed altre anticaglie discopertevi, in questo sito ci additano l’antica Nerse, città ragguardevole di questi popoli, se non la reggia di Saturno, come si persuase lo storico di questa nostra contrada. E tracce ancora si osservano di un’antica strada sotto le ville di Borgo Colle fegato lungo il fiume Imelle che le correva a destra, la quale conduceva ad un castello situato alla cima di un monte su’ piani di Torano, distante quattro miglia in circa da Nerse, e che ora ritiene il nome di Latuschio (1524). Delle dette iscrizioni quelle sole sono notabili che ci ricordano il ristauro delle pubbliche opere cadute per vecchiezza, ed il culto del Sole e di Mitra in questa città degli Equicoli. Alle prime appartiene questa epigrafe posta all'Imperatore Trajano, il quale a sue spese rifece i detti pubblici edifizii (1525):

IMP. CAESARI

DIVI. TRAIANI

PARTHICI. FILIO. DIVI

NERVAE. NEPOTI. TRA

IANO. ADRIANO

AVG. PONTIFICI. MAXIMO

TRIB. ΡΟΓ. XIII. COS. III. PP

QVOT. OPERA. PVBLICA

VETVSTATE. DELAPSA

PECVNIA. SVA

RESTITVIT

D. D.

Ed allato alle Terme che pur v’erano, e che qui ci dimostrano ancora una città piuttosto che un villaggio, si è letta quest'altra lapida dell’anno 172 dell'era volgare (1526):

INVICTO. MITHRAE

APRONIANVS. ARKAR

REI. P. D. D.

DEDICATVM. VII. K. IVL

ΜΑΧΙΜΟ. ET. ORPITO. COS

PER. C. ARENNIVM. REA

TINVM, PATREM

È in fine memoria del culto del Sole in quest'altra mutila iscrizione, supplita come si vede dallo storico de' Sicoli, che la possiede colla statuetta del nume, mutila anch’essa, ma che dice di rara e molto antica scoltura (1527):

SignuM. SOLIS. INVICzi. Pro

Salute. ORDINIS. ET. POP

ΛaRIVS. REIP. VETVSTAte. De

lapSNM.

SVA. PECVNIA. RESTITI

9. Vico di NERSE, o NERVESIA (Vicus Nervesiae)

Ricordò Plinio questo villaggio equicolano parlando della consiliqine, sorta d’erba ora detta pulmonaria, o zampa di leone, che dice di nascere presso il vico di Nervesia negli Equicoli (1528). Non essendo ancora bene emendato il testo di Plinio dagl’infiniti errori de' copisti, massime nella parte geografica, egli è probabile, per seguire la conghiettura di un dotto archeologo, che in vece di Nervesiae abbiasi a leggere Nersiae (1529), e stimare perciò appartenente alla descritta città di Nerse questo villaggio che prendevano il nome. Una iscrizione sepolcrale nondimeno, rinvenuta è già tempo tra le rovine di Alba, potrebbe convalidare la lezione di Nervesiae, benché il nome del popolo in essa rimembrato, sembra anche mal trascritto da chi la riferisce, leggendovisi Noevesium (1530), abitatori di un castello, e non di un villaggio. La vicinanza di questo castello con Alba, nel cui agro fu posto il sepolcro al suo patrono L. Cornelio, fa così sospettare, e qui riproduciamo la detta epigrafe, ma senza nulla affermare della vera lezione di essa e del passo del geografo latino:

L. CORNELIVS. A. F. PAL

PVPILLVS

PRAEFECTVS. FABRVM

FLAMEN. QVINQVENNALIS

PATRONVS. CASTRI. NOEVESIVM

EX. TESTAMENTO

C. IVLIVS. SP. F. PAL. CARVS

L. CORNELIVS L. F. PAL. ALBENSIS

L. CORNELIVS. ATHICTVS

L. CORNELIVS. EVTICHVS

FECERVNT. S1BI. ET. SVIS

10. ALBA FCCENTE (Αλβα Φυκηντις, Alba Fucentis).

A tre miglia dal Fucino sorgeva sopra un’alta collina al nordovest questa celebre città, che per la vicinanza del Lago gli antichi distinsero coll’aggiunto di Fucente perché non si confondesse colla più antica città omonima detta Albalonga, e siccome Albani si nominarono gli abitatori dell’una, così Albensi, o Albenti furon detti i popoli dell’altra (1531). Tuttoché non pochi scrittori pongono questa città nella Marsia, non è dubbio che andò compresa nella regione degli Equi, a' quali Livio l'attribuisce (1532); e Strabone, annoverandola tra le città latine dopo che questi popoli furono aggregati al Lazio, dice ch’era confinante a' Marsi (1533). Appiano dice pur chiaro che si appartenesse agli Equi (1534), e sebbene Plinio ricorda gli Albensi come un popolo distinto dagli Equi insieme e da' Marsi nel loro stato di coloni romani, pur dall’ordine nel quale li situa è manifesto che consideravali come appartenenti a' primi, situando Alba prima Cliternini (1535), all’estremità superiore della valle del Salto. Egli è vero che Silio Italico, Festo e Tolomeo la situarono de' Marsi (1536); ma l'autorità di questi scrittori non può al certo prevalere a quella de' più antichi e più autorevoli.

Sconosciute intanto sono le origini di Alba. Se non disconveniamo da Dionigi d’Alicarnasso, il quale tra gli altri abitatori primitivi della metropoli di Roma annovera i Pelasgi (1537), dir possiamo con qualche verisimiglianza che una colonia di questi popoli antichissimi fondò pure la città di simil nome negli Equi, e le mura ciclopee che la difendevano confermerebbero tal conghiettura. La posizione ancora di questa città nella detta contrada, e la identità della costruzione del suo recinto antico colle mura delle città distrutte nel Cicalano, han persuaso al ch. storico di Alba che fosse opera Pelasgi, i quali dovettero fondarla per mantener libera la comunicazione col Fucino e la valle del Salto, dove principalmente si stabilirono (1538), e nominarla in tal modo, non già dalle nevi che durano sempre nel verno sulla vetta dell’alta rupe sulla quale fu edificata, come di questa città fu scritto e di Albalonga (1539), sì bene dal colore di essa rupe, bianchissima come negli altri siti dell’Appennino. Piace ad altri nondimeno, a cagione del nome stesso di Alba e delle tradizioni mitiche sull’origine de' vicini popoli Marsi, derivarne i fondatori da più lontane contrade, dagli Albani del Ponto Bussino (1540). Certo è che fu fondata in tempi remotissimi, ma non prima di Albalonga, come sostenne il Cluverio, allegando l’autorità di Dionigi d'Alicarnasso (1541), il quale dice che la città del Lazio fu distinta con quel soprannome per non confondersi coll'altra città omonima (1542), la quale non fu questa degli Equi, ma un’altra del Lazio stesso, i cui popoli sono ricordati da Plinio tra quelli che partecipavano alle celebri ferie latine (1543).

Le memorie storiche di questa illustre città non cominciano prima dell’anno di Roma 450, allorché vi fu dedotta una colonia di 6000 uomini nel tempo stesso che a Sora ne’ Volsci (1544), dopo che fu soggiogata la nazione degli Equi. Questa colonia accrebbe non solo la popolazione di Alba, ma la rese ancora città importantissima per ogni riguardo, perché prima non era, secondo scrive Appiano, che una piccola città (1545); ma non è da credere che allora i Romani le imponessero il nome di Alba dalla loro metropoli, come scrive questo storico. Nell'anno seguente gli Equi assalirono i nuovi coloni, e fu questo l’ultimo sforzo per la loro indipendenza, ma no furono facilmente respinti (1546). Questa lor fede verso Roma fu ancor più manifesta quando nel 539, mossi dal pericolo che le sovrastava per ravvicinarsi di Annibale, vi accorsero nel numero di 2000, e furono messi a custodirne le porte (1547): ma, esausti dalla lunga guerra, negarono nel 543 con undici altre colonie soccorsi d’uomini e di danaro nella seconda guerra cartaginese (1548), e nel 548 fu poi colle altre condannata dal Senato a raddoppiare il numero de' fanti dati dal dì che Annibale era entrato in Italia, oltre a centoventi cavalieri (1549). Nella guerra sociale si mantenne fedele alla Repubblica (1550), e nella prima guerra civile Domizio con venti coorti presidiavate per Pompeo (1551). Cicerone ancora fa il più grande elogio del municipio fedelissimo e fortissimo dì Alba, oppostosi a Marco Antonio nella guerra contro Cesare (1552). Sotto l'impero vi fu spedita un’altra colonia, come apprendiamo da Frontino, il quale scrive che nell’assegnazione del suo territorio si ebbe riguardo a' siti occupati da' sacri edifizj e da' sepolcri (1553).

Non par dubbio intanto che questa insigne città, se non nel tempo stesso che vi fu dedotta la romana colonia, al certo indi a non molto, fu elevata al grado di municipio, ed oltre ad una lapida che ci ricorda il Senato Albense (1554), Livio ne nomina anche i Censori (1555). Perciò veggiamo ancora che batté monete, delle quali poche descrivono i nummologi di argento e di piccolo modulo, coi tipi di Pallade o Mercurio nel dritto, e nel rovescio d’un'aquila che stringe un fulmine o d’un grifone alato, colla leggenda AVBA in caratteri latini arcaici, o senza questa epigrafe (1556). Come raccogliesi da alcuni monchi titoli sepolcrali, appartennero gli Albensi alla tribù FABIA (1557); così che non solo furon distinti da' vicini Marsi, ma ancora dagli stessi Equi, i quali furono aggregati a tribù diverse; il che è anche manifesto dallo speciale suo agro, diviso e distinto da quelli delle vicine città e regioni sotto il consolato di Orfito Seniore e Q. Scizio Prisco (1558), nel 149 dell'era volgare (1559). Uno de' limiti dell’agro albense di quà delle aspre falde del Velino venne indicato da un cippo coll’epigrafe FINES ALBENSIVM scoperto presso il villaggio di Scanzano (1560), e gli altri furono nella sponda del Fucino dal lato desiarsi, ne' monti che confinavano gli Equi ed i Vestini, e ne' gioghi di Tagliacozzo, che lo dividevano da quello di Carseoli (1561).

Delle iscrizioni a questa città appartenenti, quasi tutte sepolcrali ch'io conosca, questa sola panni più importante, perché ci ricorda il culto ch’ebbevi Augusto, e che vedevasi ad Avezzano (1562).

HALICIVS

MARCIO. FAVSTO

LIBERTO

SEVIR. AVG.

DENDROPHORO

ALBENSI. ET

TROPHIME. NVTRICI.

Per la inespugnabile posizione di questa città, e la validissima costruzione delle sue mura, fu tenuta da' Romani come il più sicuro luogo per la custodia d’illustri prigionieri (1563). Nella rocca A Alba furon racchiusi Siface re di Numidia (1564), Perseo re di Macedonia col suo figliuolo Alessandro (1565), e Bituito re degli Alverni (1566), popolo della Gallia, conquistato da Domizio Enobarbo. La sua distruzione, di cui non è memoria negli scrittori, e che dagli arsi frammenti delle sue rovine si è creduto operata anche dall’incendio, si può molto probabilmente attribuire a' Saraceni, che nel IX e X secolo devastarono le nostre ed altre contrade (1567). Molto importanti per la storia dell'arte, non meno che per quella stessa di Alba, sono i grandiosi avanzi che tuttavia ne rimangono, e che primeggiano fra tutti gli altri delle città eque e delle vicine contrade. Oltre il nobile recinto primitivo delle sue mura, di costruzione ciclopea, vi si distinguono la parte aggiuntavi da' Romani, che tennero questa città come freno alle vicine regioni, le fortificazioni interne ed esterne, i ruderi di cinque Templi, di un’edicola, duna Basilica, di due Teatri e d’un Anfiteatro. Il recinto, simile a quelli delle antichissime città greche ed italiche, fu fatto secondo la disposizione naturale del luogo, e le tortuosità irregolari e le torri sceene formavano la difesa. I conoscitori dell’arte antica vi ammirano adoperati tutti i precetti degli scrittori militari per rendere inespugnabili le città. Vi si veggono vestigi di cateratte, un gradino che impediva di ostruire la porta della Via Valeria, torri quadrate e rotonde, un pirgo castello, un forte avanzato e triplice recinto di mura nel luogo più debole. Le fortificazioni interne sono formate da tre archi eretti su’ tre colli inclusi nelle mura della città, e si distinguono da certi avanzi e da tracce di porte che dal piano di essa menavano alle dette eminenze. La galleria, o cunicolo, di costruzione a poligoni, per comunicare ad una copiosa fonte posta nel suburbano, ed alle varie parti della città in tempo d'invasione, è opera anteriore al dominio de' Romani, e lo dimostra il proseguimento della costruzione ad emplecton. Un aggere, del quale restano rovine nella lunghezza di due miglia, e due fosse vastissime fiancheggiavano a grandi distanze la città, e rinchiudevano un’area capace di somministrare il vitto a gran parte de' Coloni Albesi. —Quanto a' sacri edifizii, Alba somministra esempi unici nel lor genere. Sulla cima dell’acropoli si veggono ancora avanzi di un Ierone pelasgico, sormontato da un Tempio romano, che mostra una struttura identica a quella del tempio di Giove Capitolino. Due ruderi di Templi in antis, ed un’edicola con mura poligone rivestite di emplecton, offrono ancora esempi di architettura sacra, cognita soltanto da' monumenti greci. Due altri piantati di Templi avevano intorno recinti custoditi da mura. Notabile ancora è un ragguardevole avanzo del piantato d’una basilica fornita di Calcidico, o portico esterno, alla quale appartennero le diciotto colonne d’ordine corintio che ora abbelliscono la chiesa di S. Pietro, edificata nel medio evo su gli avanzi del tempio romano e pelasgico. Per non essere questa Basilica rivolta al Foro, come prescrive Vitruvio, ma verso le mura, crede lo storico di Alba che un’altra ve ne fosse nel piano di Civita, dove era il Foro. Sotto l’ara di S. Pietro è una vasta cavità nel terreno, che dicono Fossa del Giudizio, e che dalla sua forma, e massime dagli avanzi de' muri cuneati, si appalesa per un Anfiteatro, le cui dimensioni, molto prossime a quelle dell’anfiteatro di Amiterno, lo mostrano capace di circa 20,000 spettatori. Ivi presso vedesi una cavità semicircolare co' lati in pendio, che manifestasi pel sito di un Teatro: la cavea vedesene incavata nel tufo del colle, la scena posava sopra rupi calcaree; e sulla falda interna del colle di Petto vino il cavo si osserva di un altro Teatro, così che nella città di Alba erano due di questi pubblici edifizii, come in Tuscolo e Pompei (1568) Non meno di sei porte si aprivano nelle mura di questa città, donde uscivano altrettante strade, che la mettevano in comunicazione colle vicine regioni. Una di queste porte ora dicono di Fellonica, perché mena alla fonte dello stesso nome, guasto da quello di Fullonica, che accenna al luogo dove si curavano e tingevano i panni; un’altra aprivasi verso Androsano, due verso il Fucino, e delle altre una è nella direzione di Rieti, l’altra in quella di Corfinio; in guisa che di Alba i Romani fecero militarmente la città capitale della quarta regione d’Italia quando i nostri popoli ebber perduta la loro autonomia. Tanta celebrità e grandezza è ora ridotta ad un misero villaggio, abitato appena da 150 contadini e pastori, intorno al quale più belle rovine si vedrebbero, se Carlo d’Angiò non avesse adoperato il meglio de' suoi avanzi, le colonne e i marmi per edificarne alla riva del Salto il convento de' Templari sotto il titolo di S. Maria della Vittoria ne' campi patentini, dove sconfisse Corradino, nonché la chiesa della Trinità a Scurcola (1569).

11. Villa di L. VITELLIO (Albenserus L. Vitellii)

Nelle vicinanze della descritta città fu una villa di L. Vitellio, zio paterno di Vitellio Imperatore. Né lasciò memoria Plinio, ricordando le diverse specie di fichi che quel romano vi piantò trasportandole dalla Siria, dove fu spedito Legato negli ultimi anni di Tiberio (1570). Si avvisò lo storico della Marsia che quella villa Vitellio edificasse per compiacere a Claudio, il quale e si piacque molto di questa contrada e vi ordinò l'opera stupenda dell'Emissario del Fucino. Ma sia che a tal fine, sia che per suo particolare diletto colà la formasse, mal noto ne è il sito, se pur non vogliamo col detto scrittore sospettare che si vedesse presso il villaggio di S. Pelino, a due miglia da Alba, dove il sito è aprico e ridente e la terra irrigata da molte sorgenti con ogni sorta di frutta tuttavia vi produce ottimi fichi (1571). Ivi presso, in vicinanza della Via Valeria, si vedevano ancora, è già tempo, grandi avanzi di un magnifico palagio, e a poca distanza vestigli di pubblici bagni.

12. VERRUGINE ("Ερῥεκα, Verrugo)

Narrando Livio e Diodoro Sicolo le guerre degli Equi, parlano fra le altre di questa loro città, sconosciuta agli altri storici e geografi Dice lo storico latino che fu loro tolta da' Romani che la fortificarono, senza assegnarne il tempo, ma al certo prima del 310, quando co’ Volsci loro alleati fremevano per tale occupazione (1572). In processo di tempo fu ritolta a' Romani dagli Equi, dice lo stesso Livio (1573), da' Volsci, dice Diodoro, i quali assaltandola nel 1.° anno dell’Olimpiade XCIV, ossia nell’anno di Roma 350, uccisero la maggior parte della soldatesca che presidiavala (1574). I Romani l’occuparono di bel nuovo nel 346, come scrive Livio, il quale rimembrando questa nuova occupazione di Ferrugine, l’attribuisce a’ Volsci, sia perché era posta ne' confini de' due popoli, sia perché i Volsci e gli Equi erano alleati. Ma nella narrazione delle guerre successive l’attribuisce egualmente agli Equi, e narra che nel 361 i Tribuni militari C. Emilio e Spurio Postumio, ruppero in battaglia questi popoli, e il primo di essi presidiò la città, l’altro si diede a guastarne il contado. Gli Equi assalirono allora l’esercito di Postumio, e sbaragliandolo Io costrinsero ad occupar le prossime alture. Ma, appiccatasi di bel nuovo la battaglia, fu cagione che le milizie di Emilio che presidiavano Ferrugine spaurite l’abbandonarono (1575), credendo che si combattesse il campo romano, e colla fuga si salvarono a Tuscolo. Postumio s’ebbe allora egli solo l’onore della giornata, che disfece e sterminò gli Equi (1576). Dopo questa guerra non se ne ha più memoria. Un patrio scrittore, guidato dall’analogia del nome, crede a quest’antica città equa succeduto l’odierno villaggio di Verrecchie, a non molta di distanza da Tagliacozzo (1577). Egli è vero che un altro topografo credé che sorgesse presso Corbione (1578); ma se questa città fu, come abbiam detto, seguendo io stesso Martelli, a Corvaro, e non già nel bosco presso Arida nel Lazio, come si avvisò il Cayro (1579), anche da questa parte rimane ferma la vicinanza delle due città eque, ed è tanto più probabile di situare nel detto villaggio l’antica Ferrugine considerando l’alpestre sua situazione, donde par che prendesse il nome, perché verruca, come apprendiamo da Catone, dinotò un luogo aspro ed erto nell’antica lingua latina (1580).

13. COMINIO (Cominium)

L’ultima città di questi popoli, posta alle falde degli Appennini, nel confine di essi e de' Volsci, fu Cominio, i cui abitatori Plinio annoverò tra gli Equicoli (1581). Ma egli sembra che in processo di tempo se ne impadronissero i Sanniti, ai quali l’attribuì Livio. Assediati nel 459 dal Console Spurio Carvilio, si opposero per qualche tempo a' nemici; poscia gettate le armi, quando fu combattuto nella piazza della città, si diedero a lor discrezione nel numero non meno di undicimila e quattrocento uomini (1582). Da ciò è manifesto quanto Cominio fosse ampia e popolosa, ed apprendiamo dal citato storico ch’era ancora ben difesa da torri e da mura. Poiché l’altro Console L. Papirio Cursore ebbe nel tempo stesso superati i Sanniti ad Aquilonia nella guerra memorabile, in cui, a crederne Livio, ne caddero sotto il ferro de' Romani oltre a 30,000, le due città furono saccheggiate e date alle fiamme (1583). Ma i Sanniti dovettero ristorarla e rioccuparla, giacché nel 463 fu assediata da Fabio ed espugnata dopo brevi assalti da Postumio (1584).

Altra memoria non se ne ha negli antichi, ed egli sembra che dopo le narrate occupazioni e devastazioni rimanesse in guisa abbattuta e sprovvista di abitatori che Plinio affermò esser mancati i popoli Comini. Sorgeva quest'antica città nel sito dell'odierno Alvito, ne' tempi cristiani detto Civitas S. Urbani in Cominio (1585).

Trovo nondimeno che in un Cronista conserva l’antico nome di Cominio (1586). Essendo stata abitata nel medio evo, non vi si veggono antiche rovine, ed appena ne sopravanzano alcuni ruderi di due templi, uno dentro il paese odierno, dove ora sorge la chiesa di S. Maria del Campo, edificata probabilmente su’ ruderi del Tempio di Venere, l’altro fuori di esso ne' confini del suo territorio, sulla vaga collina detta Castellane. Si ha memoria del primo de' detti templi e d’una Sacerdotessa della dea nel seguente titolo sepolcrale che leggevasi fuori la detta chiesa (1587);

ARRIAE SEMNIAT. SACERDOTIS VENERIAE

MONVMENTVM

E all’ovest della mentovata collina si veggono, dice il citato storico di Alvito, stupende rovine, a ragione giudicate di un Tempio sacro ad Apollo, dalla prima delle seguenti mutile iscrizioni, nelle quali egli appena riuscì a leggere le seguenti parole (1588):

1.

APOLL. INVIC. SACR.

Q. Æ. T. T. CON. IMP. VIC.

2.

FLAV. VX. COMIN. V. ED. PAT.

Alle radici del colle di Civita, sul quale fu già un lago di buon’acqua, poscia scomparso per un tremuoto, furono osservati molti avanzi di antiche fabbriche; ma non è noto se qui fosse propriamente la città antica, o la sua rocca, e se di antica fabbricazione fossero i cunicoli che davano molti rivoli a' vicini paesi delle acque di quel lago, che da altri del resto ponesi in dubbio (1589).

IV. La Via Valeria, tra le più nobili che i Romani aprirono ne' tempi fiorenti della Repubblica, che limitava, dice Strabone, il Lazio dal lato della Sabina sino al paese de' Marsi (1590), attraversava in parte il paese degli Equi. Ma innanzi che con arte si costruisse per opera del Censore M. Valerio Massimo nel 448, come il più degli antiquarii e de' geografi si avvisa, o più probabilmente il Censore del nome stesso nel 500 (1591), era giù una grande strada come la maggior parte delle vie romane (1592), e credesi succeduta in fatti ad un ramo della Via Quinzia, di cui parla Dionigi d’Alicarnasso (1593), e che da Reale correva per la valle irrigata dal Telone, e divergendo a sinistra della Salaria, attraversava buona parte della Sabina, ed entrava a Carseoli nel paese degli Equicoli (1594). Da Tiburi conduceva per la valle dell’Aniene alla detta città e ad Alba, e di là pel paese de' Marsi insino a Corfinio (1595), come indicano le stazioni di essa negl’Itinerarii romani, i vestigi! e le lapide che ne rimangono, e come abbiamo già detto descrivendo le regioni de' Marsi e de' Peligni (1596). Di là a XIX miglia romane da Tivoli entrava propriamente nel nostro paese nella valle Arsolana, che prende nome da Arsoli, villaggio noto di quelle contrade fin dall’anno 832, e che da' frammenti di colonne che vi si veggono può credersi succeduto a qualche villa romana. Nella piazza di Arsoli, prima compreso nella diocesi de? Marsi, ora in quella di Tivoli, leggesi la seguente iscrizione milliaria, che una volta vedevasi alla fontana di Sonnula, e che segna XXVIII miglia antiche da Roma al detto sito (1597);

XXXVIII

IMP. NERVA

CAESAR AVGVSTVS

PONTIFEX MAXIMVS

TRIBVNICIA

POTESTATE COS. III.

PATER PATRIAE

FACIENDVM CVRAVIT

Il bel ponte antico, ora detto di S. Giorgio, sul quale ad un miglio e mezzo da Arsoli si passa il torrente di Rio freddo, appartiene a questa grande strada, di cui vedesi tuttora dopo mezzo miglio una lunga linea di guide, e che dopo un miglio giugneva a Carseoli. Uscendo dalle rovine di questa città, passa la Valeria fra' campi pel tratto dì un miglio e mezzo, e dì là dal moderno ponte sul Turano è un’altra colonna milliaria, ora illeggibile, ma già letta come segue da un celebre antiquario (1598):

imp. neRVA

pont. MAX

TR. P. COS. III

VIAM. VALERIAM

FACIENDAM. CVRAVIT

XXXXI

Dopo questo milliario, nel quale col Promis è da leggere XXV per le distanze de' luoghi e l’autorità degl’Itinerarii, continuano le tracce della Valeria lungo la sinistra sponda del torrente Maro sin sotto Colli, villaggio distante da Carsoli 4 miglia e mezzo. Ad un miglio e mezzo in circa prima di questo villaggio appartiene la colonna di un altro milliario, trasportata al villaggio di Sorbo presso Scurcola, che segna la distanza di 48 miglia da Roma, e che come le altre ci ricorda le restaurazioni di questa grande strada per opera dell’Imperatore Nerva.

XLVIII

IMP. NERVA

CAESAR. AVGVSTVS

PONTIFEX. MAXIMVS

TRIBVNICIA. POTESTATE

COS. IIII

PATER PATRIAE

FACIENDAM CVRAVIT

Al dì là di mezzo miglio la Valeria è sostrutta a dritta da un lungo muro di massi poligoni, e da Colli a Rocca di Cerro, dove ora è in uno stato deplorabile, vedesi condotta con immensa spesa pel tratto di quattro miglia, per essere tagliata nel monte e sostrutta fra precipizii. Per un miglio e mezzo prima di giugnere a Tagliacozzo ancor se ne veggono gli avanzi, ed all’entrare in questa città si ba un tratto ben conservato del pavimento dal ponte Scutonico ad Alba, ed a sinistra lungo la via detta fai Cordoni si osserva una lunga sostruzione poligonia. Di là uscendo la Valeria volgendo a sinistra della strada odierna, ed inalveandosi nella rupe che attraversa il camino, giugneva dopo sei miglia a Scurcola, che dalle lapide trovatevi si giudica un’antica stazione. Ad un miglio e mezzo da questo villaggio ne additano la traccia due lunghe linee di sepolcri ridotti a forma di tumuli, e torcendo dopo quasi ad angolo retto, e poi serpeggiando tra spesse rovine, soprattutto di sepolcri, saliva le fimbrie del colle d’Alba, ed entrava in quest’antica città per la porta di Fellonica, così detta dalla fonte di tal nome (1599).


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IX. SANNIO

Σαννίτις χώρα, οὖσα εὐδαίμονα.

POLIB. III, 90.

Gens, si opulentiam quaeris, aureis et argenteis armis, discolori veste, usque ad ambitum ornata: si fallaciam, saltibus fere et montium fraude grassans: si rabiem ac furorem, sacratis legibus, humanisque hostiis in exitium Urbis agitata: si pertinaciam, sexies rupto foedere, cladibusque ipsis animosior.

FLOR. I, 16, 7.

I. Generale corografia del Sannio, abitato da tre popoli indipendenti. — II. Topografia fisica e politica de' Cariceni. — 1. Aufidena. —2. Caricio, o Caracio. — 3. Aquilonia. —4. Fu qui una città detta Sannio?— III. Topografia fisica e politica de' Pentri. — 1. Maronea. — 2. Trevento. — 3. Duronia. — 4. Es ernia. — 5. Tiferno città. —16. Monte Tiferno. —T. Cimetra. —3. Boriano. — 9. Ebuziana—10. Stazione A Volturno. — 11. Sepino. —12. Murganzia. —13. Sirpio. —14. Muore. 15 Ruffio. — 16. Alife. — 17. Callife. — 18. Stazione Ad Pirum. —19. Stazione Ad Canales. — 20. Tomaro fiume. —IV. Topografia fisica e politica de' Caudini. — 1. Cominio Cerilo. — 2. Compulteria. — 3. Calazia transvulturnina. — 4. Telesia,—5. Italio, o Vitalio. —. Monte Taburno. — 7. Plistia. — 8. Mele. — 9. Orbitanio. —r 10. Salicola. —11. Forche Caudine. —12. Caudio. — 13. Città Coccejana. —14. Ercolaneo. —15. Fauna. —16. Nuceriola. — 17. Maloento, o Benevento. —V. Origine, conquiste e vicende de' Sanniti sin dopo la guerra sociale— VI. Via Numicia, e ramo della Via Latina per questa regione.


I. Molto oscura ed incerta è l’antica generale corografia del Sannio, e spenderebbe indarno lo studio e il tempo chi trovar volesse precisamente descritta negli antichi geografi quest'ampia regione tutta mediterranea, la quale occupava il mezzo tra' due mari e stende vasi tra' Frentani, i Peligni, i Volsci, i Campani e gl’Irpini, toccando in parte anche l'agro de' Marsi e l’Apulia. Strabone in fatti, ch'è per noi la miglior guida in queste difficili ricerche, non ne seppe i confini, scrivendo che in guisa ne furono per le guerre le città distrutte e abbattute, che molto malagevole era al suo tempo distinguere e circoscrivere le dimore ad Sanniti, e dice solo che confinavano co’ Lucani (1600), comprendendo cosi nella nazione de' Sanniti anche gl’Irpini, i quali soli confinavano co' detti popoli, e sebbene di origine sannitica, occuparono nondimeno una particolar regione, distinta dal Sannio propriamente detto. Or nella incertezza de' precisi limiti di così celebre contrada, il miglior partito sarebbe di additare le città ad essa appartenenti secondo la testimonianza de' geografi insieme e degli storici: ma incompiute sono le descrizioni de' geografi, e gli storici attribuiscono spesso a' Sanniti le città che colla prospera fortuna delle loro armi essi aggiunsero al proprio dominio. Perciocché Plinio, per parlar solo de' geografi, non contò tra le città sannitiche che i due Boviani, (la città antica, e la colonia romana), e tra i popoli della regione annoverò solo gli Aufidenati, gli Esernini, i Sepinati e i Treventani, oltre a due altri popoli di affatto ignota situazione (1601), e dalla sua sommaria descrizione è manifesto che distinse appena una sola parte di questo paese. I Sanniti sono innominati in Pomponio Mela, e Tolomeo non rimembra tra le loro città che Baciano, Es ernia e Sepino (1602), le più ragguardevoli al certo che al suo tempo dopo le grandi rovine della nazione tuttavia sussistessero. Né alcuna notizia delle città sannitiche troviamo ne' due autori de' Peripli, Scilace e Scimno di Chio, giacché questi geografi rammentando solo le città poste sulla spiaggia del Tirreno, indicar non potevano le città dentro terra. Dicasi lo stesso di Dionigi Periegete, il quale nella sua fuggitiva descrizione fu sol pago a dire che i Sanniti occupavano dopo i Lucani e i Brezii i luoghi mediterranei (1603).

Che se incerta ed oscura è la generale corografia del Sannio, non manco incerta la resero alcuni moderni topografi, i quali confondendo spesso il Sannio col dominio e le conquiste de' Sanniti, malamente distinsero le città e i luoghi della loro particolar regione da' paesi che conquistarono; e però troviamo che i patrii scrittori alcune città attribuiscono al Sannio che furono della Campania, ed alcune altre in questa regione descrivono che sono da comprendere in quello. Perciocché, sebbene gli storici non ci rischiarano gran fatto su tal proposito, anzi c’inducono alle volte in errore, ove tal distinzione non facciamo, è manifesto che per la vicinanza delle due contrade, alcune città di continuo passavano dal dominio campano al sannitico, e da queste a quello, come i Romani pigliavano la difesa de' Campani contro i Sanniti, e come a questi riusciva di occupare di bel nuovo le terre de' Campani già conquistate. E però non è meraviglia se qualche antico pose nel Sannio qualcuna delle città campane, o di altra confinante regione. Ond’è che gli antichi storici, e Livio segnatamente, non distinguendo nel ricordar le città ch'erano teatro della guerra le rispettive contrade in cui si comprendevano, un largo campo lasciarono alla disputa de' nostri scrittori; alcuni de' quali descrivendo le patrie contrade, per un male inteso patrio decoro, come se tutte le nostre regioni non fossero la patria comune, si studiarono di attribuire a ciascuna, come portava il loro intento, maggiori e più ampi confini a spese delle vicine regioni.

A voler dunque ragionare con qualche fondamento della corografia del Sannio, sono da distinguere senza più le città a questo paese dall’origine appartenenti da quelle che al lor dominio colla conquista aggiunsero i Sanniti; senza che non intenderebbesi la descrizione di Scilace, il quale pose i Sanniti sul littorale de' Tirreni tra' Campani e i Lucani, assegnando una mezza giornata di cammino all’estensione della spiaggia che occupavano (1604), e quella nemmeno di Scimno, che dopo Cuma e gli Opici situò i Sanniti, confinanti, egli dice, con gli Ausoni, e dopo i quali soggiugne abitarsi i siti mediterranei dal Lucani insieme e da' Campani (1605). Il primo adunque di questi geografi attribuisce a! Sanniti il littorale al sud della Campania, nella parte tra Neapoli e Posidonia, che Scimno attribuì agli Enotri', né intender potremmo la descrizione de' due geografi, in questo al certo molto discrepante da quella di tutti gli altri che non rammentarono mai i Sanniti come littorali, senza riflettere che la lor descrizione i tempi riguardava in cui i Sanniti, ampliato colla conquista il proprio dominio, eran padroni di Pompeja, Ercolano, Marcino, e di qualche altra città dentro terra, ma non molto discosta dalla spiaggia, come Nola ed altre città vicine (1606). E così pure ci è avviso che che intender si debba Polibio dove dice i Sanniti confinanti ai Latini ad oriente e settentrione (1607); il che non può riferirsi se non a' paesi di conquista, giacché il Lazio non si distese dall’est al nord insino ai Sanniti, se pur non intese parlare lo storico del nuovo Lazio confuso poscia colla Campania. E nel senso stesso deve prendersi la descrizione del Sannio data da Eutropio, il quale dice che i Sanniti occupavano i luoghi di mezzo tra' ‘l Piceno, la Campania e l’Apulia (1608); a' quali scrittori che così posero in genere i confini del Sannio, aggiugner potremmo un luogo di Livio, il quale dice che il Console romano racquietò Poiana, Palombino ed Ercolaneo, se queste città ascriver potessimo ad una regione diversa dal Sannio, come pensò un patrio scrittore, che le stimò solo sotto il dominio Sanniti (1609).

Posta la quale distinzione del Sannio propriamente detto e delle città dà Sanniti occupate, passiamo a dire della generale corografia di questa celebre regione. Il Sannio, che occupava quasi il cuore delle nostre contrade, e ch’era più vasto in longitudine che in latitudine, gli agri toccava di sette altri popoli, confinando all’est con $Irpini ed Apuli, al nord co' Frentani, all’ovest co' Peligni, i Marsi e i Volsci, e al sud co' Campani. Tutto naturale erane il confine all’est, dappoiché il corso del Sabato e quello del Tamaro lo dividevano dall’Irpinia. Gli agri di Maronca, Trevento e Ti forno ne formavano il limite settentrionale e politico, per essere opposti a quelli delle città frentane verso l’Adriatico, e segnatamente all'agro di Larino. Nel terzo lato da Aufidena, città parimenti sannitica, il corso del Sangro da una parte, e i gioghi de' monti dall’altra, formavano il limite occidentale e naturale tra il Sannio e gli agri rispettivi de' penultimi popoli confinanti; e nell’ultimo i monti Tifati, i colli Trebulani con una delle sponde del Poliamo ne costituivano un altro confine naturale colla Campania (1610).

Ma tutta quest’ampia contrada così confinata da' monti e da' fiumi, secondo la testimonianza de' geografi e degli storici, e che la maggior parte comprendeva della provincia di Molise, la quale oggidì ne occupa il centro, con porzione delle vicine contrade, era spartita in tre speciali distretti, i quali pigliando il nome da' rispettivi popoli sannitici che li abitavano, troviamo indicati negli antichi con quelli di Caraceni o Cariceni,Pentri e Caudini: il primo ristretto nella parte superiore del fiume Sangro; il secondo in parte degli odierni Distretti d’Isernia, Campobasso, e Piedimonte’, ed il terzo nei circondarii di Montefusco e Mercogliano in Principato Ulteriore, e di Cerreto, Cajazzo, Solopaca, S. Agata de' Goti, Mirala ed Arienzo in Terra di Lavoro. A giudizio di un celebre critico, vi furono probabilmente quattro popoli sannitici, secondo il numero sacro de' Sabelli (1611): ma tuttoché egli adduca in conferma della sua opinione la lega marsica, nella quale si contarono i Caudini, gl’Irpini, i Pentri e i Frentani, noi troviamo da una parte i Frentani e gl’Irpini non compresi Sanniti propriamente detti, sebbene originati da essi secondo la tradizione di Strabone, e dall’altra tra gli stessi popoli annoverati i Caraceni; così che par che non si possa storicamente distinguere la federazione sannitica, se non in Caraceni, Pentri e Caudini. I primi, de' quali è memoria in Tolomeo e Zonara, ristretti in angusto paese, è probabile che non diversamente da' Caudini pigliassero il nome dalla lor capitale Caricio o Caracio (1612), come appresso meglio dichiareremo. Quanto a!Pentri, che la contrada abitavano all’intorno di Bojano su per le falde del Matese, de' quali indubitato è il nome negli antichi storici (1613) ed oscura l’etimologia, v’è chi la riferisce similmente alla loro città primaria, sconosciuta affatto agli storici ed a' geografi (1614). Per l’inesatta lezione d’una delle medaglie comunemente ora attribuite a' Frentani, il Lanzi derivò dal greco il nome di questa gente sannitica (1615); ma rimane tuttavia oscuro e senza spiegazione, dappoiché l’Eckhel fu il primo ad attribuir tale medaglia a' detti popoli, e colla testimonianza di altri nummologi l’abbiam riportata descrivendo la lor regione (1616), benché siavi ancora chi l’ascriva all’appula città di Forento (1617). La celebre città di Caudio in fine diè nome a’ Sanniti Caudini, de' quali più illustri sono le memorie nella storia, e che l’ampia valle abitavano al sudest de' monti Tifati o di Caserta dappresso alla Campania.

II. Ineguale molto e di svariata natura è l'ampia regione del Sannio, giacche vi si ammirano insieme alti monti e dirupi, lunghe e tortuose valli, grandi e piccoli colli e pianure, bagnati da torrenti e da fiumi. Se veramente il distretto de' Caraceni non abbracciò, come diremo, più di tre città, con qualche villaggio, il che è molto incerto, dobbiam dire che non si allargò più dell’odierno circondario di Castel di Sangro, e che i gioghi appennini che dal monte di Mezzo s’incurvano sino alle eminenze di Colli presso Rocca-Valleoscura, lo dividessero dall’agro de' Marsi all’est, come il corso del Sangro da quello de' Frentani. al nord. Ingombra oltremodo di alti monti è questa piccola contrada, ma non vi mancano alcune colline e due vaste pianure, una sul monte di Chiavano, l’altra sotto Castel di Sangro, ampia circa venti miglia quadrate. Le rocce che vi si elevano, sono di calcarea compatta e alquanto terrosa, che verso la vetta vieppiù si addensano e divengono orizzontali. Presso Alfidena racchiudono piccoli massi di ferro idrato, inquinato di pirite marziale, e nelle vicinanze di Barrea lunghi filoni di zoofitantrace, con piccoli banchi di quarzo stratiforme. Non mancano altrove depositi di durissima argilla scintillante all’urto dell'acciarino, o di sabbia indurita e sparsa di molecole quarzose. I colli Iamiccio, la Valle e Morino che si elevano presso il corso del Sangro, credonsi originati per effetto di grandi alluvioni dal monte Chiarano, il quale par che racchiuda zone concentriche di onici calcaree con nell’interno dendriti vegetabili, essendone apparsi grossi pezzi presso il rivolo della Valle', e non si attribuisce meno a un grande sconvolgimento la fenditura che corre circa sei miglia tra Alfldena e Barrea, elevasi a picco per più di 2000 passi, e spalleggia uno scosceso burrone, che dà libero corso alle acque. Dicasi lo stesso delle rocce che dalla contrada di Scontrane costeggiano sino a quella di Rocca Cinguemiglia la sinistra ripa del Sangro, le quali sono di calcarea a strati sconvolti e tramezzati, dove da ammassi di calce carbonatica concrezionata a travertino da' depositi delle acque, dove interpolati a piccoli intervalli da filetti selciosi di color grigio biancastro. Il Sangro bagna col principio del suo lungo corso questa piccola contrada, nella quale troviamo rammentate dagli antichi tre sole città che ora descriveremo.

1. AUFIDENA (Αὐφιδήνα, Aufidena)

La primaria città di questo distretto sannitico fu Aufidena, situala da Livio senz’altra indicazione nel Sannio (1618), e i cui abitatori Plinio annoverò tra' Sanniti (1619). Ma Tolomeo la descrisse propriamente nel contado de' Caraceni (1620), e poiché attribuì loro soltanto questa, par che ne fosse la città capitale e più ragguardevole. A giudicarne da' pochi avanzi che ne rimangono, fu città anteriore al dominio de' Sanniti, né par dubbio che fosse fondata da' Pelasgi. Il Fox non è molto ha scoperto nelle sue fortificazioni la più notabile analogia di costruzione colle fortificazioni ciclopee di Tirinto, da lui altrove non mai veduta. Massi immensi vi si osservano di aspra roccia, non tocca dallo scalpello, gli uni su gli altri sovrapposti a perpendicolo come fusti di colonna, ed aggiustati con minori pietre negl’interstizii, che ci additano il vero stile ciclopico mentovato da Pausania (1621).

La memoria ancora che ne conservò Livio dimostra che fu tra le città ben fortificate ed insigni di questa regione, poiché valse a resistere al Console Gneo Fulvio, il quale alla fine se ne impadronì a viva forza nel 454, dopo aver debellati i Sanniti presso Boriano (1622). Altro non ci è noto di Aufidena insino a che vi fu spedita una colonia militare, la cui epoca è sconosciuta (1623). Ne’ tempi posteriori, e certamente dopo la guerra sociale, passò allo stato di municipio, per esserne stati gli abitatori ascritti alla tribù VOLTINIA, come raccogliesi dalla seguente epigrafe trovata nelle sue vicinanze (1624), e posta a L. Mario patrono del Municipio Aufidenate:

L. MARIO

L. FIL. VOLT.

CLEMENTI

PATRONO

MVNICIPl

In Castel di Sangro, alla distanza di cinque miglia in circa dall’odierna Alfidena, leggevasi nella scuderia de' Domenicani,

quest’altra lapida, notabile pel titolo di Consoli che si dà a' maestrali municipali della città (1625):

AEMILIAE

C. F. CAL

LISTAE

C. F. CONIV

Gl L. TVRCI

FARESASI A

PRONIANI

COS.

AVFIDENATES

D. D.

La Via Numicia da Sulmona passava dopo XXIV miglia a questa città del Sannio, ed oltre di questo tratto di strada segnato nell’Itinerario di Antonino, egli sembra che un altro ancora ve ne fosse più lungo, il quale serviva di comunicazione tra le due città pel piano di Cinque miglia, segnato nella Tavola Peutingerana, che nota VII miglia da Sulmona al Tempio di Giove Palenio, e di là altre XXV ad Aufidena (1626). L’odierna Alfidena ha serbato nel suo nome la rimembranza della città antica, la quale del resto non sorgeva nel medesimo sito, sì bene a breve distanza sull’erta collina, di là di Riotorto, che attraversa la città odierna; ma appena ne sopravanzano le descritte mura poligone di considerevole grandezza (1627). Sopra un parapetto del ponte sul detto fiume vedesi ancora una iscrizione osca, dice il citato viaggiatore, ed è forse quella stessa che lo storico della Lucania vide a Villetta (1628), che non è molto di là discosta.

2. CARICIO, Ο CARACIO (Καρίκιον, Caridum)

Abbiam detto che Caraceni si nominavano i Sanniti di questo particolare distretto. Il lor nome leggesi in Tolomeo, e con lieve varietà anche in Zonara, che li nominò Caricini (1629), ed il Cluverio si avvisò a ragione che tal nome prendessero dalla città che abitavano, cioè Caricio (1630), o Caracio, ove si preferisca la lezione di Tolomeo. Abbiamo altrove già riferite e discusse le opinioni di alcuni moderni topografi, i quali non ostante le precise testimonianze de' citati greci scrittori, veggendo in questi Saraceni e né Carentini mentovati da Plinio un solo e medesimo popolo, reputarono alterate si fatte denominazioni, e lessero Sariceni, o Santini) che dedussero dalla lor situazione sul fiume Saro o Sangro (1631). Ma oltre alla denominazione di Carentini, non insolita, come abbiam detto, nell’antica geografia, e che si conservò in Civita Carenzia nel paese degli Equicoli) dove non par dubbio che abbiansi a situare i Carentini superiori ricordati da Plinio (1632), i detti scrittori non hanno ben distinte le rispettive posizioni de' Caraceni e de' Carentini: perciocché, ripetiamolo, i primi erano situati sotto i Frentani, come raccogliesi da Tolomeo (1633), e de' Carentini i soli inferiori si debbono collocar tra' Frentani, gli altri fra gli Equicoli) come chiaramente dimostra il nome di Civita Carenzia. Il perché avendo per fermo che abbiasi a ritenere il nome di Caraceni o Caricini, ed è manifesto da quello del monte Caracio, non molto discosto da Alfidena (1634), la città loro era situata in quelle vicinanze, o nell’odierno Castel di Sangro. Essi ancora dar potettero il nome al detto monte, e si denominarono per avventura dal lor culto cabirico, diffuso de' Pelasgi nelle nostre contrade (1635); giacché Καρκινοι Carcini si nominavano i Cabiri di Lenno e di Samotracia, nome che suole spiegarsi per porta-tenaglie, e che risolvendosi da altri in Καρκινοι Caracini, si credono analoghi a' Coribanti (1636). Altro non so conghietturare sul nome di questi popoli, se pur non piaccia più tosto derivarlo dagli argini (χάρακες) o dalle fortificazioni che a questo castello fece Lolio sannita, il quale, fuggito da Roma, dove era custodito come ostaggio, con gente accogliticcia erasi dato al saccheggio, e le prede depositava in Caricio. Q. Gallo e C. Fabio presero senza difficoltà gran parte della sua gente male armata; ma difficile per le molte nevi e le tenebre della notte fu l’espugnazione del castello, del quale assalite le mura per opera di fuggiaschi al rilucere della luna, quasi tutti que’ ladroni vi uccisero e se ne impadronirono. Gran bottino vi fecero i Romani, poiché l’annalista soggiugne che colle ricchezze che ne ritrassero coniarono la prima volta le dramme di argento (1637).

Quanto al sito di questo castello sannitico, fu molto probabilmente nell’odierno Castel di Sangro ed oltre al particolar nome di Castello che mantenne sino al IX secolo, allorché i Conti di Marsi lo riedificarono, e vi aggiunsero quello di Sangro dal fiume che presso vi scorre (1638), lo dimostrano le lucerne, gl’idoletti, le monete, i frammenti di statue ed altre anticaglie scoperte nel suo territorio (1639). Un’epigrafe osca si è pur rinvenuta non ha guari tempo nelle sue adiacenze, la quale si conserva nel R. Museo. Vi si legge:

PK. DE. PK. SWAR

EITIV. VPSER

Varie e diverse sono state le interpretazioni de' patrii archeologi di questa iscrizione sannitica, la quale vedesi scolpita sopranna grande e rozza pietra. Di quelli che spiegano l’osco secondo l’analogia della lingua latina, chi reputandola mutila, interpetra Peccius de' Pecunia sua (N. N.) Aedem ipsus dedet (1640), e chi ritenendola intera, spiega: Pacullus Decius Paculli (filius) sua impensa posuit (1641). Ma chi negli orientali idiomi rinviene la significazione delle antichissime lingue italiche, veggendovi l’epigrafe della necropoli della città, nella quale soltanto i principali cittadini si seppellivano, interpetra per contrario: Praefecturae Primorum reliquiae (1642). Non essendo io giudice tra così chiari antiquarii, rimettendo il lettore alle lor dotte illustrazioni, dico solo che da questa iscrizione insieme e da Livio apprendiamo che i Sanniti, oltre dell'originario idioma sabino, adottarono ancora ne' lor monumenti e parlarono l’osco linguaggio (1643). Se in Castel di Sangro non fu Caricio o Caracio, e da altri in fatti si suppone sul monte dello stesso nome (1644), non è dubbio che vi fu un’antica abitazione de' Sanniti, ed oltre l’addotta iscrizione lo dimostra anche quest’altra, posta ad un Pomponio Severo Duumviro, ascritto come i vicini Aufidenati alla tribù VOLTINIA (1645):

C. POMPON

C. F. VOL.

SEVERO

Π. VIR. I. D.

Q

VENAECIA

SATVRNINA

VIRO. P.

3. AQUILONIA (Aquilonia)

Alla distanza di XX miglia antiche da Cominio negli Equicoli fu la città di Aquilonia (1646), la quale, a giudicarne dalla sua posizione, andò anche compresa nel piccol distretto de' Caraceni. Non meno importante delle già descritte, è tra le più celebri nelle memorie della nostra antica storia. Dopo che i Sanniti furon combattuti a Luceria e presso Interamna sulla Via Latina, vi si raccolsero nel 459 con tutto il nerbo delle loro forze al numero di circa 40,000 (1647). De’ Consoli destinati a combatterli, e che per l’agro di Atina ne' Volsci mossero con gli eserciti alla lor volta, Spurio Carvilio pose, come abbiam detto, il campo a Cominio, L. Papirio Cursore ad Aquilonia (1648). Appiccatasi la battaglia, sostennero dapprima i Sanniti l'impeto de' Romani per le orrende esecrazioni a cui si condannarono, i sacrifizii e i giuramenti che fecero prima di combattere; ma messi dipoi in piena rotta con uno stratagemma di Carvilio, i nobili e i cavalieri fuggirono a Borano, e i fanti avanzati al ferro nemico furon respinti fino agli alloggiamenti presso la città, che anche dopo abbandonarono. Se crediamo lo storico, non caddero in quella memorabile giornata meno di 30,000 Sanniti, e con novantasette insegne ne furon presi più di tremila. E poiché l'altro Console ebbe espugnata Cominio, l'una e l’altra città furon date preda alle fiamme (1649). Questo ci è noto di Aquilonia, di mal nota situazione tra' moderni topografi per l'incompiuto racconto di Livio, il quale se si diffonde a narrare i fatti d’arme e le battaglie, lascia spesso all’oscuro sulla precisa situazione de' luoghi in cui avvennero. Il perché alcuni geografi sostengono colle autorità di Plinio, Tolomeo e della Tavola Peutingeriana che Aquilonia fu tra gl'Irpini (1650), ed altri senza togliere una città omonima a questi popoli, un’altra ne attribuiscono Sanniti, quella cioè ricordata dallo storico latino; prevale non pertanto l'opinione di questi ultimi, i quali per la distanza di 20 miglia antiche da Cominio, o dall’odierno Alvito, e per la vicinanza ancora con Boviano, la riconoscono col Biondi e Pirro Ligorio in Agnone, distante nove miglia da Trivento (1651). Ed anche il Niebuhr ha distinto due città col detto nome, comeché abbia scritto appartenersi dell’Apulia (1652) quella che fu veramente degl’Irpini. Il nome di Agnone ha del resto qualche analogia con quello di Aquilonia, ed a non molta distanza dalla detta terra si veggono, a quel che dicesi, ruderi di città antica verso Capracotta., dove sonosi anche scoperte qualche anticaglie.

4. Fu qui una città detta Sannio?

Alcuni scrittori patrii descrivono ancora nel Sannio, e propriamente nell'agro de' Caraceni, una città col nome stesso della regione, seguendo l’autorità di Paolo Diacono, che la rimembra, in fatti consumata per vecchiezza al suo tempo, ossia nel corso dell’ottavo secolo (1653). Si avvisò il Cluverio che l’espressione di Floro, che indarno trovavasi il Sannio nel Sannio stesso dopo i guasti delle armi romane (1654), avesse indotto in errore lo storico de' Longobardi, il quale scambiò la regione per una città omonima che non vi fu mai (1655). Ma il Pellegrino, seguito da altri topografi, addusse in conferma della testimonianza di Paolo Diacono quella della Cronaca di S. Vincenzo a Volturno, nella quale si legge che quel cenobio era situato in loco Samniae ne' confini beneventani (1656). E nella cronaca stessa è un diploma, in cui leggesi in fontibus Samniae, loco ubi dicitur ad Cerrum (1657), dove il Romanelli situò la detta città, allegando anche in pruova l’epigrafe di Scipione Barbato. Ma in questa non parlasi d’una città di Sannio, sì bene della regione, in cui furon comprese Cisauna e Taurasia (1658) soggiogate da quel Console, e la testimonianza della detta Cronaca si riferisce ad un fiume, o alle fonti del Volturno, anziché ad una città. Festo ancora dice che i Sanniti presero il nome da un monte detto Samnio nel paese dove dapprima si stabilirono (1659), e senza ammettere con certezza questa etimologia, non è dunque sicuro che qui fosse una città, e le rovine sulle quali fu edificato il monistero di S. Vincenzo i che si rimembrano anche in conferma delle addotte testimonianze, appartennero piuttosto ad un Tempio. «Non pochi vestigli di antichità, dice un erudito viaggiatore, come spezzate colonne di granito, capitelli di fino marmo, ed una notabile sostruzione di larghe pietre senza cemento, che servono come di fondamento all’estremità occidentale della chiesa, additano chiaramente l'esistenza di un grande edilizio, probabilmente di un tempio, che di rado, sorgeva a molta distanza da una città. L’avanzo del detto edilizio ha tutta l’apparenza di aver fatto parte di un peribolo; e due larghi ed alti fossati tagliati nella roccia corrono paralleli e in retta linea su’ due lati della Chiesa posta nella valle che dietro di essa si apre, e per la quale scorre il Volturno dopo aver descritto molti meandri nella sua fronte (1660)».

III. vastissima catena del Matese colle sue pendici, e le diramazioni che cingono al nordovest il distretto d’Isernia e da' vicini Abruzzi s’innoltrano verso il sudest, formano la regione abitata una volta dà Sanniti Pentri, nella quale più che in ogni altra de' descritti paesi il geologo contempla i cataclismi e i naturali sovvertimenti de' tempi antistorici. I monti sconvolti, i dirupi, i colli, le valli, le piccole pianure, la grande ineguaglianza del terreno dimostrano che da epoche immemorabili andò soggetta a straordinarie convulsioni della natura, ed è chiaro non solo dalla semplice vista della Majella e del Matese i che in tutta la loro estensione si ammirano come tagliate a distanze uguali, ma ancora dalle orride squarciature delle rocce in più luoghi, come a Guardia Regia, Isernia, Carpinone, Ripalimosani ed altrove. Tremuoti orrendi e inondazioni più volte sovvertirono e mutarono la faccia di questa contrada, e le conchiglie e i lunghi strati di pesci petrificati che s’incontrano nella calcarea de' monti che vi si elevano e nella cima stessa del Matese, mostrano che al pari delle altre uscì dalle acque marine.

La mole immensa del Matese ha un circuito di oltre a 40 miglia, senza comprendervi i monti aggiacenti, e dalla più alta cima di Montemiletto (1661) un’elevazione di 6332 piedi sul mare. Sconosciuta è l’origine del suo nome, perché difficile è consentire a chi lo deriva dall’appellazione di Montesii de' popoli primitivi postisi ad abitare alle sue falde (1662), e più difficile ancora ammetterne con un patrio scrittore l’etimologia dall'etiopico Marsa, che accenna, egli dice, alla sua natura vulcanica (1663). Gli Osci, se pur l’abitarono prima de' Sanniti, e questi popoli stessi, parlatone lingue diverse da quelle de' Latini e degli Etiopi, e poiché veggiamo per lo più perpetuate le denominazioni antichissime, alla lingua osca, o sabina è da attribuirlo (1664). Più di quindici monti, noti sotto svariati nomi, gli uni agli altri addossati per modo che danno sembianza del Pelio e dell'Olimpo sull’Ossa, e che contengono vaste pianure e grandi boschi, formano questa lunghissima diga appennina, coperta nelle più alte vette di nevi e di ghiacci «ancor quando in Leone il sole alberga», e chi su vi ascende vede tutta dispiegarsi sott’occhio, dove la Provincia di Molise, dove gran parte degli Abruzzi e de' due Principali, e più da lunge la Capitanala coll’Adriatico, Terra di Lavoro, il Cratere di Napoli e ’l golfo di Gaeta. Le coste stesse della Dalmazia e dell’Illirico che al nord si ascondono col mare dietro la Majella, nonché le spiagge settentrionali della Marsa all’est con buona parte delle montuose regioni della Turchia Extropea si ravvisano dalla cima altissima di Montemiletto, che tra' più alti monti del regno sottosta solo al Gran Sasso. Così sublime in somma è questa montana regione del nostro paese, che prima che si levi il sole, essendo qui giorno, l’aurora non ancora risplende sulla bassa provincia di Terra di Lavoro.

Questa gran serie di monti è tutta di calcarea compatta secondaria, di puddinghe, brecce e grès pur secondarii; e poiché tre ordini di rocce vi si osservano, le alpine nella cima, quelle di transizione nel mezzo, e le appennine nella base, la sua formazione sotto le acque marine non fu simultanea, secondo i naturalisti, ma successiva. Simile quasi nella forma ad un gran cono, tronco a tre quarti della base, ha nel vertice un circuito di circa sette miglia, ripartito in molti bacini. Dal più grande si deriva un gran canale che, fendendo la sua vetta dall’ovest all’est, va a perdersi nel lato orientale del monte di Frosolone. Verso Terra di Lavoro forma un piano molto inclinato, il quale accostandosi alla direzione verticale presenta un suolo scoverto e sparso di pietre schistose confusamente frammiste ad una terra simile al solfato di allumina, con nel mezzo zone di lapillo e particelle ossidate. Meno declive è l’opposta parte verso il sudest e coverta di terra argillosa. Di luogo in luogo vi si elevano congerie di nude rocce di color ceruleo, che contengono molecole metalliche. Altre, seguendo diverse direzioni, giungono quasi alla vetta, dove formano una diga alta e continua verso il nord. I molti e diversi depositi vulcanici, la pece minerale congiunta a fioritura di solfo, il bitume, gli strati di tufo, cenere e lapillo, le acque minerali per lo più solforose, e le antiche denominazioni ancora di Vulcano presso Alife, di Falde arse tra S. Angelo e il monte Cila e simili, danno certo argomento che divampasse ne' secoli remotissimi. La sua superficie apparisce altresì per lo più scompigliata e scabra, sparsa di aguzze rocce e di enormi macigni gli uni sopraddossati agli altri. Racchiude marmi a fondo giallo e bianco venato, e vi s’incontra spesso la calcarea conchigliacea, la quale in sé contiene grossi e piccoli ammoniti e schisti dentritici, ed abbonda di conchiglie e pesci fossili petrificati, massime verso il sud. Le più vaghe e continue di queste conchiglie trovansi nel monte Mutria, che a grande altezza si eleva verso l’est della valle del Matese, e che può dirsi il monte Bolca del Regno. Dove sorge Pietraroja, ne costituiscono le masse o la pietra calcarea scissile frammezzata da pesci petrificati in copia, o schisti durissimi di svariati colori. Vi si trovano ancora copiose rocce di marmi calcarei secondarii con frammenti di stalattiti, e verso l’alto massi enormi di pietra calcarea bianca granellosa, che in sé contiene una quantità prodigiosa di nicchi marini della specie de' pettini. Chi cammina a cavallo sul Matese, vi ode in più luoghi spaventosi rimbombi, massime dove si aprono gli spechi di Tornala, Rifreddo e Camporotondo, de' quali più notabile era quello di Campobraca, oggidì chiuso, per le sale e le cupole che vi si ammirava no, con gorgogli e cascate di gelide acque, stalattiti e fioriture alluminose di vaghe forme nelle pareti.

Montemiletto, il quale forma l’asse della catena, di formazione secondaria anch’esso, è nudo,bianchiccio, di falde ripide e scoscese. La sua vetta presenta nel mezzo come un cratere di figura irregolare, abbastanza profondo, di colore bianchissimo e lucidissimo. Tre picchi vi si elevano, e chi sale su quello rivolto al nord pensa di essere sul vertice d’una sterminata piramide, la cui mole ampissima presenta un tumultuoso insieme di valli e di seni contornati da zone montuose di diverse figure e grandezze, fra le quali tre non pertanto se ne distinguono continue e parallele al monte nella curva del sud, due in quella del nord. Le falde della terza zona al sud vedonsi sparse di prodotti vulcanici, coverti spesso da materie calcaree di trasporto. E questa è propriamente la così detta catena del Matese, il cui perimetro arriva all’estensione di 70 miglia, sevi comprendi le alte diramazioni di Sepino e Pizzuto. Il geologo che dalla vetta contempla questo monte altissimo colle sue dipendenze, vede intorno di esso depositati dai mare immensi massi di detriti, che gli rappresentano tanti vortici sottomarini petrificati; ed a considerare in genere questo sorprendente sistema di monti, consiste in enormi catene di banchi argillosi, sormontate da picchi e risalti di rocce a fenditure inclinate o verticali, sparse di pietre erratiche, oltremodo popolate di faggi, che il viaggiatore sorprendono di stupore e di meraviglia.

Tra la prima e la media zona meridionale è la valle Matese dove trovasi il lago dello stesso nome, sormontata da eminenze, colline, seni e piccole pianure. Le sorgenti perenni e i torrenti invernali formano questo lago di circa cinque miglia, cinto da alte rupi, e che si suppone un cratere vulcanico. In più luoghi si veggon girare in vortici e ingoiarsi da sotterranee voragini le sue acque, le quali traversando, come si crede, le rocce, escono poi a formare i fiumicelli di Piedimonte. Le prime fonti vi attingono forse io stesso Biferno che scorre verso il nord, ed il Tarano che irriga le contrade poste al sud. Oltre a' detti gorghi, noti sotto i nomi di Ulanito, Scennerato, Ruota ed altri, chiaramente attestano le catastrofi a cui dové soggiacere il Matese i moltissimi strati verticali, inclinati, o intersecati dagli orizzontali e dalle grosse e piccole squarciature trasversali nelle dure rocce de' monti che guardano il lago. Lungo la valle non sono ancora rari i torrenti, come la Tornala, che vanno a perdersi in antri sotterranei, e il fiumicello Lete, sconosciuto per la sua piccolezza all'antica geografia, ma che dalla località e dal nome io credo di molto remota denominazione, in due luoghi s’ingrotta in sotterranee caverne, per poi cadere con profonda cascata nella valle di Praia. Le acque del Tarano, che sorgono alle falde del monte di S. Maria Occorrevate, si raccolgon del pari in un grande speco, dal quale il fiume poi sbocca abbondante e copioso. Le molte gole che si aprono nelle falde meridionali della catena, danno anch'esse non dubbio argomento de' detti sovvertimenti. Le facciate delle rocce laterali di queste gole si presentano nello stato di repentino tumulto, ed offrono qua e là caverne e concamerazioni, e nelle loro fratture piccoli e grossi pezzi a forme quadrilatere, o grossi parallelepipedi, che par che si ergano nelle rocce stesse in tante figure basaltine, ma scompigliate e confuse. La più profonda, ed orrenda di queste gole è quella che dicono Tallone dell'Inferno, che si apre a poca distanza da Piedimonte. Le sue facciate presentano spelonche, gallerie e protuberanze di rocce isolate a foggia di obelischi. E senza dire di altre gole simili a queste, né meno spaventose, che si veggono al nordovest di Cerreto, a Guardia Regia, sopra Fossaceca e tra Roccamandolfi e Pizzuto, e a cui soprastanno rocce enormi a foggia di torri e di abbattuti villaggi, in tutte si osservano alte montagne squarciate da su in giù, e ti danno da lunge uno spettacolo non sai dire se più orrendo o bizzarro. La catastrofe si appalesa in fine nello stesso Montemiletto, che ne' dintorni insieme e nella vetta una congerie ti presenta di pietre sciolte di diverse figure, sormontate da risalti o taglienti picchi di rocce in tumulto, per effetto di vulcani sottomarini. È tale in genere l’elevata catena del Matese, la quale formò, come abbiamo già detto, gran parte del paese de' Sanniti Pentri. Ora diremo più specialmente della condizione geologica delle contrade che vi si comprendevano.

De’ monti e colli che sorgono ne’ circondarii d’Isernia, Cantalupo e Bojano, i quali nelle pendici si distendono della vasta catena all’est ed al nord, mostrano i primi la solita calcarea screziata di piromaca e fossili marini, i più degli altri sono di sabbia quarzosa-calcarea nella sommità, di marna argillosa alla base, essendo i rimanenti di calce solfatica, o di cumoli di fossili diversi. Il colle su cui siede Isernia, tra' ‘l Matese all'est e monte Arso all’ovest, vedesi sparso di prodotti vulcanici, ed acque minerali ancora rampollano nel suo territorio. La valle di Bojano, che dalle adiacenze di Sepino si allunga per circa 15 miglia insino a Cantalupo, credesi opera di cataclismi. Alte e basse eminenze di calcarea stratiforme la fiancheggiano, e vi si trovano a poca profondità marine produzioni. I monti di Frosolone e Sessano formano una continuazione co’ gioghi del Matese ma divisi come sono da due valli, si reputano di origine diversa. Par vulcanica quella del primo, perché oltre alle enormi squarciature che vi appariscono e le sostanze minerali che vi si contengono, il gran tremuoto del 1805 ne porse anche argomento per la terribile meteora ignita apparsa alla sua vetta nell’atto dello scoppio, nonché pel nero e denso fumo che si esalò dal suo suolo, e le gagliarde scosse vibrate dalle sue viscere. L’altro con quelli che si elevano ivi presso, mostrano nella lor calcarea grossolana i soliti fossili marini, e de' vicini colli notabili sono quelli da’ Carpinone e Castelpetroso composti di sabbia quarzosa calcarea conchigliacea su basi di marna argillosa. Le branche appennine che cingono al nordovest il distretto d’Isernia innalzano nelle rimanenti contrade non pochi monti e colline, con ripide balze, crepacci e macigni, formano valli tortuose, danno copiose sorgenti, e molto ineguale ne rendono il suolo. Alcuni di questi monti hanno vette a perpendicolo, e sono di calcarea compatta, traversata da banchi di petroselce, e sparsa di marine produzioni, massime di ammoniti. In alcuni colli la calcarea predomina alla sabbia, e forma enormi massi su letti di marna, che del pari racchiudono gusci marini.

Quasi simile alla già descritta è la geologica formazione del distretto di Campobasso. I monti che vi si elevano più di 2000 piedi sul mare, sono di calcarea stratiforme, inquinata di piromaca e di conchiglie. La valle che bagna il Rio, ha un suolo dove gessoso, dove di argilla e di creta, sparso di ocra marziale. Il colle su cui sorge Trivento in un ampio bacino cinto da alte rocce, tagliato quasi a picco al sudovest, è sabbioso-quarzoso-calcareo, e notabili sono nell’agro di questa città le minerali sorgenti nel vallone del Tofo, e la roccia della Morgia del Principe per l’eco che ripete versi endecasillabi. Il terreno de' colli di Sese all’ovest di questa roccia, e delle sottostanti campagne, è tutto cretaceo sabbioso. E senza dire di altre simidianti colline, stratiforme del pari e sparsa de' soliti nicchi è la calcarea che gran parte fiancheggia della valle irrigata dal Biferno, e che oltre i 1800 piedi si eleva ne' circondarii di Castropignano e Montepagano. Affatto simile a questa è quella de' monti che soprastanno a Petrella Limosano e Roccaspromonte, e dell’enorme roccia che quasi a picco s’innalza presso Ripalimosano. Tra' molti colli che qui dappresso si elevano, uno se ne trova che racchiude cave di gesso presso la valle dell’ultimo di questi paesi, essendo gli altri di sabbia silicea calcarea sopra letti di marna ed argilla. Catastrofi ignee han dovuto sconvolgere la valle del Biferno e i prossimi luoghi, ad arguirlo dagli strati di lapillo e di terre bruno-rossicce, che appariscono nelle squarciature prodotte dalle grandi piogge e da altre naturali cagioni.

Uniformi alle precedenti sono le rocce che la massima parte occupano del circondario di Campobasso. Il gesso abbonda nella contrada di Camposenarconi, e racchiude cristalli di quarzo. Gli screpoli, fra' quali s’interna il torrente di Tappino, mostrano una marna cretosa, commista a spoglie conchilifere e sottoposta ad argilla e calcarea disciolta. I monti e le colline prevalgono alle valli e alle pianure nella parte media di questo distretto. I monti, per lo più vestiti di boschi, e della solita calcarea secondaria, racchiudono selci trasparenti e fossili testacei, massime di ammoniti, meduse e simili. Nelle Coste dell'Inferno e nel vicino monte Pianadolfo presso Ceree maggiore si veggono nelle cavità stalattiti di calcedonio comune quasi diafano. Né colli, che ove più, ove meno vi si elevano, al carbonato di calce, prevale la sabbia silicea calcarea su letti di marna argillosa. In più rocce sono patenti i vestigi di grandi rivoluzioni fisiche, di tremuoti soprattutto e di sotterranee arsioni, ed è anche chiaro dalle copiose acque minerali nelle contrade di Vinghiaturo Sepino e S. Croce di Morcone. Vedesi ancora in Isca un’ampia superficie di materie alterate dall’azione della natura. Il vicino suolo di Castelpagano lamoso e cretoso, è sparso di piriti in globetti e di spogli di conchiglie, né mancano ceneri e lapilli nella valle irrigata dal Tammaro.

Due diramazioni di rocce attraversano dal nord al sud i circondarii di Morcone e Ponte Landolfo, nella cui calcarea compatta a grandi strati sono filoncelli di pietre silicee con impronte di fossili marini. Masse di arenaria a' fianchi di queste rocce, i soliti colli ed una marna consolidata nota il geologo in queste altre contrade, sconvolte anch’esse da tremuoti e fuochi sotterranei, come è manifesto dalla sorgente minerale di Morcone e dalle terre vulcaniche del vicino monte Calvello. Non pochi monti di formazione terziaria occupano i rimanenti circondarii di questo distretto, e ne segnano i confini co' paesi degl’Irpini, degli Apuli e de' Frontani, e i colli che si stendono nella direzione del nordest sono identici a quelli già descritti nella regione degli ultimi di questi popoli. Mi resterebbe a dar cenno della geologica condizione della rimanente contrada de' Sanniti Pentri, che comprende vasi in parte nel distretto di Piedimonte; ma collegandosi questa ad alquanto diverso sistema di formazione, ne tratterò tutto insieme descrivendo il Sannio Caudino (1665).

Questo paese abitarono i Sanniti Pentri. Senza dare la massima importanza al clima ed al suolo sull’essere de' popoli che l’abitano, ma senza nemmeno negarla, egli sembra che la naturale condizione del Sannio influisse non poco sull’indole de' popoli che vi si stabilirono. Nessuna delle nostre genti antiche per valore ed amore di libertà andò innanzi a' Sanniti, nessuna fu così agitata da uno spirito irrequieto quanto questa gioventù sabina, e la stessa terra che abitarono abbiam veduta travagliata e commossa da epoche remotissime. Che se nell’amena Campania, dove non furono meno grandi commovimenti della natura, l’indole de' primi abitatori venne temperata dalla dolcezza del clima e dalla nativa fertilità della terra, la natura per lo più aspra e selvaggia delle contrade dove dapprima i Sanniti si stabilirono dové eccitare l’indole lor battagliera, intollerante di giogo e bramosa di dominio. Livio già notava la differenza de' loro costumi da quelli delle altre genti nostre, la quale nasceva appunto dalla condizione del loro paese. Al modo stesso de' Sabini, da' quali si propagarono, abitando per lo più a borgate i monti, scendevano a depredare i luoghi piani e marittimi, e gli abitatori di questi luoghi, simili, come interviene, alla qualità della terra, non trovavano scampo contro i montanari ed agresti aggressori (1666). Quale de' nostri popoli, anche tra le tribù sabelle, seppe più lungamente resistere alla potenza de' Romani come i Sanniti? e se la storia non ci narra le vicende degli altri che nelle contrade stesse dove dapprima li riconosce, e dove rimangono insino a che vengono soggiogati, ci ricorda al contrario le imprese e le conquiste de' Sanniti fuori del loro paese natio. Ma, lasciando stare per ora queste considerazioni, che troveranno altrove il lor luogo, passiamo a dire delle città che in questa regione i Sanniti Pentri abitarono.

1. MARONEA (Maronea)

Una memoria più antica dell’anno di Roma 542 non ci resta di questa città sannitica. Occupata da Annibale, il quale vi lasciò un forte presidio, fu allora presa di assalto dal Console Marcello che vi uccise i tre mila Cartaginesi che v’erano di guarnigione, e s’impadronì d’immensa copia di vettovaglie ivi raccolta pe’ bisogni dell'armata (1667). Poiché Maronea racchiudeva nelle sue mura tanta soldatesca, esser doveva città grande e ben fortificata, ed è anche manifesto da Plutarco, che narra egualmente l’impresa di Marcello: perché, sebbene non nomina Maronea, e dice solo che il Console s’impadronì di grandi città de' Sanniti ribellate a' Romani, dobbiamo tra queste annoverare Maronea, perché dice che vi trovò riposta gran quantità di grano e di danari, e vi fece prigioni tremila soldati di Annibale (1668). Oltre queste non si hanno altre ricordanze di questa città sannitica, ed io credo dal suo nome che fosse di molto remota fondazione, ed ai Pelasgi l’attribuisco, giacché nella Tracia, o nella Macedonia di qua dello Strimone, fu una città omonima sulla spiaggia (1669), ed è noto che per comune sentenza di moderni scrittori i Pelasgi furon di Tracia, i quali la stessa Macedonia abitarono in tempi remotissimi (1670). Sorgeva del resto a non molta distanza da Melissano, poiché Livio la ricordò di unita a Mele, e chi la vorrebbe a Civita Campomarano (1671), chi in vece a Rocchetta nel territorio di Montefalcone (1672), e più probabilmente qui che altrove, perché sulla cima del vicino monte una grande muraglia si ammira, lunga quasi un miglio, costrutta di grandi pietre calcaree, la quale formava senza dubbio il recinto delle sue mura. Nel detto sito si sono ancora osservate camere sotterranee, ed in un lato della detta muraglia detto il Giardinetto si son rinvenute non poche monete di Napoli, e di altre città vicine.

2. TREBENTO, o TREVENTO (Trebentumì vel Treventum)

Non ostante le scarse memorie di questa città sannitica, non fu da meno di tutte le altre della regione. Il suo nome più antico ieggesi TPEBINTM in una medaglia con leggenda osca retrograda, la quale ha per tipo un toro alato a volto umano (1673), denominazione analoga a quella in cui vien ricordata da Frontino, cioè Trebentum. Plinio rammentò i suoi popoli col nome di Treventinates (1674); così che fu detta promiscuamente Trebentum e Treventum, ed anche Terventum, come raccogliesi da due delle poche lapide che ne serbaron memoria. Nulla ci è noto delle sue più remote vicende avanti i tempi romani; e sebbene un chiaro nummologo si avvisi che in questa città, anziché a Grumento sarebbesi ritirata l'armata romana comandata da Perpenna dopo che fu disfatta da Lamponio nel Sannio nella guerra sociale (1675), questa opinione è contraddetta dalla testimonianza di Floro, il quale nomina anche Grumento ragionando di quella guerra (1676).

Una colonia vi dedussero i Romani senza che ne sia noto il tempo; perché, quantunque un patrio scrittore affermi che fu sotto l’Impero (1677), ciò da Frontino non si raccoglie, il quale dice solo che l’agro ne fu assegnato co' termini giuliani (1678), e però sembra che avvenisse prima sotto Giulio Cesare, e nel tempo stesso che a Boriano. Non della colonia intanto, sì bene del Municipio Treventinate, è memoria nelle iscrizioni, e senza ammettere col citato scrittore che tal divenisse dopo la colonia, è da credere piuttosto, e gli esempi son molti, che sotto tal denominazione la stessa colonia s’intendesse. Ma ecco le iscrizioni che ci additano la condizione municipale di Trevento (1679):

.... O FILIVS

MAXIMVS PROC. AVG.

PATRONVS MVNICIPI

2.

SACRVM

FORTVNAE MVNICIPI

La prima di queste iscrizioni vedesi murata nella casa detta di Tarone in Trivento, l'altra si lesse in una colonnetta rinvenuta nelle fondamenta della chiesa delle monache, dove fu per avventura un tempietto sacro alla Fortuna del Municipio. Da queste due altre appena sappiamo che vi si adorasse Diana e Giunone Regina (1680):

REGINAE

CATTIA C. L. SABELLA

PRO SALVTE C. MVNATII

MARCELLI FILII SVI V. S.

LIBENS MERITO L. D. D.

DECVRIONVM

P. FLORIVS

P. F. ONESIVS

AVGVSTO TERVENTI

DIANAE NVMINE

IVSSV POSVIT

E tra le poche altre epigrafi in essa città conservate ci basta riferire quest’ultima, posta al Patrono del Municipio, o della Colonia M. Salonio Longino, per la varietà del suo nome, cioè Terventum (1681):

M. SALONIO

LONGINO. MAR

CELLO C. V. QVES.

CAND. LEG. PRO

AFR. TRIB. PLE

LEG. pro PRET.

PROV. MOESIAE

PR. PR. AER. SAT.

TERVENTINA

TES. PATRONO OPTI

MO D. D.

Questa città ha serbato il nome antico, che alcuni pretendono con facile etimologia esserle derivato da’ venti impetuosi che vi dominano. Tuttavolta si crede che nell'alto colle dove ora sorge, al di sopra del fiume Frigno, fosse situata l’antica rocca, e che la città si distendesse nelle contrade di Montelungo, colle S. Giovanni, Sterpari e Sarraconi, dove qualche avanzo tuttavia si ravvisa di rovinati edifizii (1682).

3. DURONIA (Duronia)

Si ha memoria di questa città del Sannio dal solo Livio, il quale narra che fu espugnata dal Console L. Papirio Cursore nel 459, e poiché grandi furono l’uccisione e il bottino che vi fecero i Romani (1683), dir dobbiamo che fu una delle città ragguardevoli dalla regione, per essere stata popolosa, ricca e ben difesa. Altro non ci è noto di Duronia, il cui sito si conghiettura nella contrada irrigata dal fiume Durone (1684), che senza dubbio diede il nome alla città, o da essa fu così detto. Scorre questo fiume nella Provincia di Molise tra Civitavecchia e Civitanova, la prima a 12, e l’altra a 15 miglia da Campobasso. Il nome della prima di queste borgate già accenna alla città antica, la quale sembra che avesse il suo sepolcreto nel luogo dove già sorse l’altra, nel cui territorio si rinvennero nel 1756 sepolcri in gran numero, lucerne, monete, ed altre anticaglie.

4. ISERNIA (Αισερνία, AEsernia)

A IX miglia antiche da Aufidena sorgeva Esernia (1685), altra città antichissima de' Sanniti Pentri, ch’io credo fondata innanzi che questi popoli comparissero sul teatro della nostra storia. Il suo nome ci disvela ne Pelasgi i fondatori primitivi di essa, essendo in Esernia manifeste le voci tirreniche AEsar, Æsi, Deus, Dii (1686), e fu così detta per avventura dal suo culto. Vedremo appresso che il nome stesso s’incontra nel fiume che bagnava Crotoite, e lo Scoliaste di Teocrito, senza intendere che i Pelasgi furono anch’essi i primi fondatori di questa città della Magna Grecia, ci serbò l’importante tradizione che edificavate un Croto, il quale veniva di Samotracia (1687), sede primitiva del culto cabirico, da' Pelasgi diffuso nelle nostre contrade (1688). La qual conghiettura circa l’origine di Esernia parmi confermata dal tipo che le sue medaglie ci presentano di Vulcano, nume sommo e padre de' Cabiri nelle mitiche credenze di Samotracia e pelasgiche (1689), venerato in questa città insino a' tempi romani (1690).

Poiché nel 457 i Sanniti e forse gli stessi Pentri depredarono l’agro di questa città (1691), ed è questa la prima memoria certa che se ne abbia, o fu prima già occupata da' Romani, o ne seguì le parli nel corso della quarta guerra sannitica. Questa conghiettura io credo confermala da Livio insieme e da Diodoro, ove leggasi Esernia in entrambi gli storici in vece di Censennia e Σερεννία, e tal fatto sarebbe avvenuto nel 448, o nel 4.° anno dell’Olimpiade CXVIII, secondo lo storico siciliano. Livio dice solo che i Romani ritolsero la città Sanniti di unita a Sora ed Arpino; ma Diodoro tutte e tre le rammenta come alleate della Repubblica (1692), testimonianza la quale dà ragione delle depredazioni che i Sanniti fecero nel contado esernino, e ch'è inoltre una pruova della preferenza da darsi alla detta lezione nel testo de' due storici (1693). Certo è che vi fu spedita una colonia ne' principi! della prima guerra cartaginese, e propriamente nell'anno 491 (1694). I coloni romani restaron fedeli alla metropoli dopo la rotta di Canno, e Livio nominò gli Esernini tra popoli, pe’ soccorsi de' quali restò saldo l’impero della Repubblica (1695). E nella fedeltà stessa si mantennero nella guerra sociale, poiché solo per fame fu la città sottomessa da Vezio Catone, uno de' capitani de' popoli ribellati, sul cominciare di quella guerra nel 663 (1696). Occupata allora dalle armi degl’italici confederati, non solo rimase sotto il loro dominio, ma ne divenne altresì il quartiere generale dopoché pe’ patiti disastri e per essersi i Marsi co’ popoli vicini dati a' Romani abbandonarono la comune città di Corfinio (1697). Egli sembra che fosse stata dipoi assaltata e quasi disfatta da' Romani, giacché Strabone l’annoverò indi a non molto tra le città sannitiche che per le sofferte distruzioni non meritavano un tal nome (1698). Augusto vi spedì una seconda colonia (1699), ed una terza Nerone (1700); le quali non tanto dimostrano la gratitudine di questi Imperatori verso i loro veterani, quanto il miserevole stato di Esernia non risorta dopo la sua devastazione. Le sue monete sono tutte di bronzo, ed alcune che dir si possono più speciali alla città, presentano nel dritto la testa di Vulcano con dietro una tenaglia coll’epigrafe VOLCANOM, e nel rovescio, o soltanto Giove che stringe un fulmine, o il nume stesso nella detta attitudine in una biga, di cui una Vittoria in alcune corona i cavalli, colla leggenda AISERNINO, o AISERNI. Vedesi in altre la testa di Pallade, o di Apollo, e nel rovescio un’aquila che stringe un serpente, o più spesso il toro a volto umano coronato dalla Vittoria, come in quelle della Campania coll’epigrafe AISERNIN, ed anche AISERNIO. In qualcuna delle ultime sotto il bue leggesi IX, come in quelle di Compulteria. Le medaglie esernine sono di bella fabbrica, e se ne dà ragione per la vicinanza del Sannio colla Campania, le cui monete si ammirano per la loro bellezza (1701).

Questa insigne città del Sannio sorge nell’antico suo sito col nome d’Isernia e comeché ora non sia delle ultime città della Provincia di Molise, è molto scaduta dal suo antico splendore. Vi sussistono tuttavia gli avanzi delle sue mura poligone e delle sue porte verso l’est, e non pochi frammenti di scoltura ed iscrizioni si veggono sparsi nelle strade e fabbricati nelle mura della Cattedrale, che fu innalzata sulle rovine di un tempio. Sonovi ancora due fontane di antica scoltura, che creder si possono del tempo degli antichi abitatori; ed è degno soprattutto di attenzione un acquedotto, di considerevole profondità e larghezza, aperto nella roccia per lo spazio di un miglio, e tuttavia in essere (1702). Le dette iscrizioni sono quasi tutte sepolcrali, e poche particolarità ci rimembrano dell’antica Esernia. E memoria in questa di due Quatuorviri Quinquennali, che a loro spese lastricarono una strada della città (1703):

M. RAHIVS. L. F. QVARTVS

L. OFILLIVS. L. F. RVFVS

ΙΠΙ. VIR. QVINQ.

VIAM. STERNEND. DE SVA PEC.

CVRAVERE

Al tempo di Trajano Esernia godeva della condizione di municipio, e ne fu allora Patrono P. Settimio Patercolo, ascritto alla tribù TROMENTINA, come è noto da quest’altra (1704):

P. SEPTIMIO P. F. TRO

PATERCVLO.....

PRAEF. COH. I. PANNONI...

IN BRITANNIA PRAEF. COH.

HISPANOR. IN CAPPADOC.

FLAMINI DIVI TRAIANI

PATRONO MUNICIPII

IIII VIR. I. D. IIII. VIR. QUINQ. Q. II

D. D.

E sotto Antonino Pio alla qualità di municipio univa il titolo di Repubblica, della quale fu affidato il governo al celebre poeta L. Pudente d’Istorio, come abbiam detto parlando di questa città frentana (1705). Quanto al suo culto, appena ci è noto dalla seguente epigrafe (1706) che vi si adorasse Giunone Regina Populonia, come a Trivento, alla quale C. Numisio, pubblico tesoriere (mensarius) ed Ulria Amabile sciolsero il voto:

IVNONI. REG. POP.

C. NVMISIVS. C. L. MENSAR. ET

VLRIA. AMABILIS VOT. LIB. SOL.

Ma una delle più importanti fra tutte le lapide di Esernia è la seguente, che vedesi incastrata a destra della porta del palagio vescovile, e che ci ricorda la deificazione di Cesare (1707):

GENIO DEIVI IVLI

PARENTIS PATRIAE

QVEM SENATVS

POPVLVSQVE IN

DEORVM NVMERVM

RETTVLIT

5. TIFERNO (Tifernum)

Appena Livio ci serbò memoria di questa città sannitica, la quale certamente prese il nome dal fiume omonimo, alla cui sponda era posta. Apprendiamo dallo storico che nel 448 il Console Lucio Postumio, accampatosi presso questa città, vi disfece un grande esercito di Sanniti, de' quali i Romani presero ventisei bandiere, il comandante Stazio Gellio e moltissimi prigionieri (1708). Nella vicinanza di Tiferno si appiattarono ancora i Sanniti nel 455 in una occulta valle per assalire dalle alture gli eserciti capitanati da' Consoli Q. Fabio Massimo e P. Decio Mure: ma, costrettili i Romani a combattere nel piano, parte si diedero alla fuga dopo la commessa battaglia, parte ne rimasero morti al numero di tre mille e quattrocento, perdendovi non meno di ventitré bandiere con pochi prigioni (1709). Quali fossero le vicende di Tiferno dopo quell’anno non sappiamo, sebbene si possa conghietturare che vi fu spedita qualche colonia sotto i Cesari, come par che dimostri la dignità di Seviro Augustale in M. Assidio Macerino, patrono del Municipio Tifernate, rimembrato nella seguente lapida (1710):

STATAE FORTUNAE

M. ASSIDIVS. M. F. PALAT

MACERINVS

EQV. PVBL. VI. VIR. AVG

PATRON. MUNICIP

TIFER

D. D.

Altro non ci è noto di questa città, della quale non rimane vestigio, e che si conghiettura situata presso il magnifico ponte fatto costruire da Benedetto XIII allorché resse la chiesa di Benevento, oggi conosciuto sotto il nome di Ponte di Limosano sulla destra sponda del Biferno presso alla quale fu scoverta nel 1734 questa epigrafe (1711):

IMP. CAESARI DIVI HADRIANI FIL. DIVI TRAIANI PARTHICI NEP.

DIVI NERVAE PRON. T. AELIO

HADRIANO ΑΝΤΟΝΙΝΟ AVG. PIO PONT. MAX. TRIB. POT. III COS. III

P. P.

Q. PARIVS Q. F. VOL. SEVERVS OB HONOREM QVINQVEN.

DE HS. IIII M. N. EX DD.

CVIVS DEDICAT, EPVLVM DEDIT DECVR. ET AVGVSTAL. SING. HS. VIII

MAGIST. HS. III PLEBI HS. II N.

Presso il medesimo fiume furono anche rinvenute le seguenti lapide (1712), nella prima delle quali è memoria di un C. Acilio Politiciano, decorato di molte cariche municipali e Patrono del municipio, che per la prima iscrizione addotta non par dubbio che appartenesse a Tiferno:

1.

C. ACILIO. C. F. PAL.

POLITICIANO

EQVO. PVB. AED

Q. IIII. VIR. I. D. IIII VIR

Q. Q. PATRON. MVNIC.

DEC. VI VIR. PLEBS

VRB. OB. MERITA

EIVS. L. D. D. D

2.

LVTATIAE. FRVGI

FERAE. SANCTISSI

MAE. ET. PISSIMAE

FEMINAE. QUAE

VIXIT CVM MARI

TO SVO SINE VLLA

QVERELLA. AN. XXX. M. V

L. LVTATIVS

SALVIANVS.

6. Monte TIFERNO (Tifernus mons)

Dalla sola relazione di Livio conosciamo questo monte del Sannio, memorabile per la vittoria che su Sanniti vi ottennero i Romani nel 457 sotto il comando del Proconsole Volumnio (1713). Non essendo altra notizia di questo monte negli antichi, non si può assicurare a quale delle eminenze del Matese propriamente corrispondesse, ove non vogliasi riconoscerlo col Biondi in quella parte della vasta catena presso Bojano dove ha le fonti il Biferno (1714) che altrove abbiamo già descritto (1715), e che per quasi 30 miglia bagnava la regione de' Sanniti Pentri. Questo monte si nominò negli scorsi secoli anche Bisano, senza che sappiasi la ragione di tal nome al pari che dell'antico, sebbene siasi conghietturato che il Tiferno si nominasse da Tifeo, che le favole fingevano di giacere sotto i monti ignivomi, quale abbiam detto essere stato ne' tempi antistorici il Matese.

7. CIMETRA (Cimetra)

Nelle vicinanze della descritta città di Tiferno sorgeva forse l’altra detta Cimetra, mentovata anche dal solo Livio. Dopoché Fabio ebbe combattuti i Sanniti presso Tiferno nel 455, come abbiamo già detto, s’impadronì di questa città, nella quale prese due mille e quattrocento armati, e uccidendone combattendo oltre a quattrocento (1716). Altro non ci è noto di Cimetra, della quale non parla alcun moderno topografo, per non esservi traccia di altre sue memorie. In questa oscurità delle sue vicende non meno che della sua situazione, non ostante che Livio dica, che i due eserciti consolari dopo la battaglia presso Tiferno, vagando in parti diverse, tutto il paese guastarono per cinque mesi continui, così che non si è certi del suo sito approssimativo, egli sembra che si appartenesse Sanniti Pentri, nella cui regione in quell’anno fu combattuto.

8. Stazione a VOLTURNO

Seguitando a descrivere i luoghi segnati nella Tavola Peutingerana sul ramo della Via Valeria che traversava la regione Ad Sanniti Pentri, a miglia VIII antiche dalla descritta città di Esernia segna questo Itinerario la stazione col nome di CLUTURNO (1717). Fu già osservato che avvicinandosi la detta strada alla sponda del Volturno, dal fiume venne il nome alla mentovata stazione, e che perciò nella Tavola è da leggere VOLTURNO. A giudicarne del resto dalla segnata distanza, egli sembra che debbasi riconoscere nelle vicinanze di Capriati (1718), a cinque miglia da Venafro, e poiché in quel sito non si rimembrano antiche rovine, par certo che fossevi appena un luogo di riposo pe’ viandanti, non un villaggio, o borgata de' detti popoli.

9. EBUZIANA (Ebutiana)

Dopo la descritta stazione un altra ne segna la stessa Tavola Peutingeriana col nome di Ebuziana (1719), dove fu molto probabilmente qualche grossa borgata, od almeno un villaggio sannitico, perché non sembra che vi si possa supporre una città, della quale sarebbe rimasta qualche meno oscura testimonianza nella geografia, se non nella storia. Manca intanto nel detto Itinerario la distanza tra Ebuziana e l'altra mansione, e se piacerà con un dottissimo critico situarla nell'odierno Aliano nelle vicinanze di Pratella presso il Volturno, par che non sia stata più di VII miglia antiche, non contandosene oggi più di sei (1720).

10. BOVIANO (Βοϊανον, Bovianum)

Alle radici dal Matese e presso le fonti del Biferno sorgeva Boviano a XVIII miglia da Esernia (1721), città capitale del distretto sannitico che descriviamo (1722). Si è tenuta da alcuni la prima e più antica città che i Sanniti edificassero nell’occupar questa contrada, conghietturando dal di lei nome, il quale accenna al bue, conduttore della loro colonia, secondo l’antica tradizione (1723), che qui si fossero primamente stabiliti (1724). Ma poiché lo stesso dir si potrebbe d’Italio altra città di questi popoli, così detta dal greco nome del bue istesso (ιταλος), è da credere con più di verisimiglianza che tal dominazione fu comune alle due città a cagione del nume che adoravano sotto il simbolo del toro, ossia dell’Acheloo, il cui culto poscia si confuse con quello di Bacco. Non si ha intanto di Boviano notizia istorica più antica del 441, allorché presso di essa posero gli alloggiamenti i Consoli M. Petelio e C. Sulpicio, che senza combatterla nel corso di tre mesi continui passarono ad osteggiare Fregella (1725). Ma un anno dopo fu presa dal Console C. Giunio Bubulco, le cui soldatesche vi fecero ricchissima preda (1726). Egli trionfava in Roma nel 5 agosto del 442, e fu questo il decimo trionfo su’ valorosi Sanniti (1727). Nella guerra del 448, quando i Romani ottennero grandi vantaggi sul Sannio di cui occuparono non poche città, fu tra queste di bel nuovo espugnata da' Consoli L. Postumio e T. Minucio (1728), che perciò o rimase senza difesa, o i Sanniti tornarono a impadronirsene. E tornò ancora nel dominio de' Pentri, perché indi a sei anni fu ripresa dal Console Gneo Fulvio (1729), ed egli sembra che da quel tempo rimanesse in podestà de' Romani, poiché Silio Italico annovera le schiere di Boviano tra quelle che si raccolsero per combattere Annibale, e che caddero nella celebre giornata di Canne (1730). Nella guerra sociale, allorché fu anche come Corfinio ed Esernia la sede de' popoli ribellati, fu presa da Silla (1731), ma ritolta a' Romani da Pompedio Silone, il quale vi ottenne il trionfo nel 665 (1732).

Strabone annovera questa città tra le più rovinate del Sannio (1733), per effetto certamente dell'ultima guerra combattuta da Silla. Due colonie militari vi furono spedite, una per la legge Giulia, e si attribuisce a Cesare essendo Dittatore (1734), un’altra ad Ottavio Augusto dopoché fu assunto all'imperio, e piacquegli gratificare i veterani che ve lo innalzarono (1735). Plinio, il quale rammenta questa seconda colonia, composta de' legionarii dell’un, decima legione, la distingue dalla città antica col nome di Boviano Undecumano (1736), ma non occupò un sito diverso dalla città stessa. La quale era difesa da tre rocche (1737), e ricchissima da' primi tempi, popolosa e ben presidiata di armi (1738). Gli avanzi dell’antica città non sono da cercare nell’odierno Bojanoì sì bene nel misero villaggio detto Civita, in sito più erto sulla soprastante montagna. Ivi si veggono fondamenti di rovinati edifizii, ornamenti e frammenti di colonne ed iscrizioni. Le più importanti fra queste sono le due seguenti (1739), una delle quali ci ricorda un Tempio sacro a Venere Celeste, detta Augusta, per adulazione al primo degl’Imperatori, ed innalzato a proprie spese da Nummia Dorcade, e l’altra la condizione di municipio di Boviano, del quale lo stesso Giulio Cesare fu il patrono.

1.

VENERI COELESTI

AVGVSTAE SACR.

NVMMIA C. F. DORCHAS

S. P. F. C.

EADEMQVE DEDICAVIT

L. D. D. D.

2.

IULIO CAESARI IMP.

...... DICTAT. ITERVM

PontIFICI MAXimo

PATRONO. MVNicipii

D. C.

La cappella di S. Maria de' Rivoli era il Tempio dedicato a Venere, ed oltre a questo altri due se ne rammentano, uno sacro a Giove (1740) presso al molino del Duca Filomarino, un altro sacro a Bacco, che servì di sostruzione alla chiesa di S. Angelo. A giudicarne da alcuni pezzi di colonne, e di altri rottami di ornamenti bellissimi, sembra che questo tempio fosse di ordine corintio. E fama che non mancasse di un Anfiteatro, e i nativi ne additano il sito non molto discosto dalla città dove ora si vede solo un mucchio di pietre. Né distrussero i monumenti i gran tremuoti che più volte hanno sconvolto questa regione e diroccatene le città, e quello soprattutto dell’anno 853, pel quale è fama che una laguna coperse in gran parte l’antica Boviano. Per tre quarti di miglio si ravvisano i segni delle sue rovinate muraglie in gran sassi irregolari, e in diversi punti della città odierna non mancano antichi rottami che ce ne ricordano la civiltà antica (1741).

Nel villaggio di Roccaspromonte, a nove miglia dalla descritta città, un’ara si rinvenne nello scorso secolo colla seguente iscrizione osca;

TANAS NIVMERIIS

PHRVNTER

Essendosi anche ivi trovata una statua di Minerva in terra cotta alta sei palmi, non par dubbio che fosse la detta ara dedicata a questa dea, e però il Jannelli spiega l’epigrafe (1742): Tanae Numerine dedituus (posuit), riferendo le due prime parole alla diva, cioè SapientiMinervae, e trovando, come il Lanzi, analoga l’ultima al greco φροντιστη curator, cioè del tempio (1743).

11. ALLIFE (Αλλίφαι, Allifae)

Al sudovest di Boriano, e alla distanza di IX miglia antiche da Ebuziana, quasi nel mezzo d’una spaziosa e fertile pianura, donde ha principio la valle beneventana, sul ramo della Via Latina (1744) incontra vasi Allife, una delle più cospicue città de' Sanniti Pentri, a considerarne le memorie e i monumenti. Fu altresì città antichissima, e che sia stata anteriore alla conquista di questi popoli par chiaro dal di lei nome estraneo alla lingua sabina ed osca parlata da' Sanniti, sì bene di greca origine, e si può verisimilmente attribuire a’ Pelasgi, non vi essendo memoria di altre greche colonie in questa contrada (1745). Un dotto giovine alemanno, non ha guari mancato alla scienza archeologica, ne ha riconosciuto anch’egli il nome di origine greca (1746), ed una rarissima medaglia di bronzo a questa città appartenente, non ancora descritta da' nummologi, trovo da essolui ricordata, la quale viene in appoggio della detta conghiettura. Questa medaglia, che si conserva nel ricco museo Santangelo, ha la greca leggenda ΑΛΙΦΗΑ retrograda, ma in caratteri arcaici, e co' tipi, come so per udita, del bue a volto umano e di Pallade, è simile nello stile a quelle coll’epigrafe ΚΑΠΠΑΝΟ. Non si ha intanto di Allife una ricordanza storica anteriore all’anno di Roma 429, allorché fu espugnata dalle legioni comandate da' Consoli C. Petilio e L. Papirio Mugillano (1747). E nell’anno 444, quando i Sanniti i Romani combattevano nell’Etruria, il Console C. Marcio Rutilo prese di bel nuovo per forza Allife con altri castelli e villaggi di questa regione (1748); il che fu poi cagione di un atroce guerra, combattuta probabilmente nelle vicinanze di questa città, nella quale i Romani perdettero non solo alcuni dell’ordine equestre e Tribuni, ma un Legato ancora e lo stesso Console rimase ferito. Due anni dopo Q. Gabio Rulliano, vincitore de' Sanniti nell’Etruria ed a Nuceria Alfaterna dove non volle accordar loro la pace che du mandavano, li combatté ancora ad Allife e fe’ passarli la prima volta sotto il giogo, in ricambio dell’onta stessa sofferta alle Forche Caudine (1749).

Dopo quest’epoca ad altre vicende mal note alla storia andò certamente soggetta Allife insino a che fu ridotta allo stato di Prefettura, del che la cagione è ignota. Che si fosse data ad Annibale, come sostiene il Trutta (1750), è contraddetto da Silio Italico, dal quale apprendiamo che i Cartaginesi ne devastarono i campi (1751), ed anziché credere che per tale devastazione fosse stata costretta di darsi a' nemici di Roma, e perciò ridotta alla dura condizione di Prefettura dopoché Scipione ebbe posto fine alla guerra d'Africa e di Spagna nel 539, sembra più verisimile che ciò fosse avvenuto assai prima, e non per altro che per la forte resistenza degli Allifani nelle guerre sannitiche. E nondimeno probabile che l'agro di Allife fosse diviso, come quello di Telesia, a' veterani che avevano militalo sotto Scipione (1752). Se non che Allife fu una Prefettura del secondo genere indicato da Festo, e però di men dura condizione delle altre (1753). Contuttocciò questa città divenne poscia municipio, come é chiaro da una testimonianza del romano Oratore (1754) e dagli antichi epigrammi, e sembra che ciò avvenisse allorché Cesare pubblicò dopo la guerra sociale la legge Giulia, e furon dichiarati cittadini romani i Lucani e i Sanniti (1755). I Triumviri spedirono poscia una colonia militare in Allife (1756),forse nel tempo stesso che a Telesia, e sì è ancora creduto che di bel nuovo il suo agro fosse stato diviso ad una colonia speditavi da Ottavio, per essersi dati gli Allifani alle parti di Antonio (1757), e fu allora che divenne più frequente di popolo ed abbellita di non poche opere pubbliche..

Il Teatro, il Circo, l’Anfiteatro, gli acquidotti, le Terme, le mura ed altri pubblici edifizii di Allife dimostrano che fu città popolosa ed insigne, almeno ne' tempi romani. Dell’Anfiteatro e del Circo, che si suppongono fuori il recinto delle sue mura, non rimase vestigio, ma è memoria de' giuochi che nell’uno e nell’altro si celebravano, giuochi gladiatorii, cacce di fiere ed anche rappresentazioni sceniche, e nel piccol frammento del Calendario allifano (1758), e nella seguente lapida, dalla quale sappiamo che L. Fadio Piero diede con grande liberalità diversi spettacoli al popolo come fu assunto alla carica di Decurione e di Duumviro di Alli[e (1759):

L. FADIO. PIERO II. VIRO

MVNIFICENTISSIMO. CIVI

QVI. OB. HONOREM. DECVR.

EOOEM. ANNO. QVO FACTVS. EST

GLAD. PARIA. XX. ET. VENATION.

BESTIARVM. AFRICANAR. ET. POST

PAVCOS. MENSES. DVVMVIRATV

SVO. ACCEPTIS. A. REP. H. S. XMX. N. VENAT.

PLENAS. ET. GLADIATORVM. PARIA. XX

EDIDIT. ITEM. POST. ANNVM. LVDOS

SCAENICOR. P. S. F. AVGVSTALES

L. D. D. D.

Del Teatro appena rimangono due ordini di portici, uno presso il duomo della città, l’altro sotto le rovine dell’ordine superiore. —De’ cinque acquidotti, de' quali lo storico di Allife indica il corso e gli avanzi, due portavano alla città le limpide e salubri acque del Torano, e si ricorda la bella e magnifica fonte antica, di finissimo marmo, la quale sorgeva nel foro, e che ora abbellisce la città di Palermo, tolta agli Allifani da Re Ruggieri quando diroccò Allife, o da Guglielmo I allorché vi perseguitava l’ultimo conte Normanno, Andrea da Rupecanina. Il più antico di questi acquidotti, dalla vallata di Pietra Palomba portava le acque di altre sorgenti alle ville sparse nella valle di Piedimonte, ed un altro, di tutti più grandioso e magnifico, si crede opera de' Romani, per portar le acque dello stesso Tarano a Baja presso Pozzuoli, nella lunghezza non meno di trentacinque miglia. E memoria del resto di un Curatore destinato alla fabbricazione del primo forse di questi aquidotti nella seguente lapida (1760):

M. GUANTO. M. F.

Μ. N. CORDO. FRAT.

TR. MIL. PRAEF. EQV1T.

PRAEF. FAB. IL VIRO

TER. QVINQ. AED. Q. CVR.

AQVAE. DVCENDAE. ALLIFIS.

D. D.

Fuori della città, sull’amena collina detta Torello, vedesi tuttavia qualche avanzo delle magnifiche Terme allifane, dove per sotterraneo acquidotto furon condotte le tepide acque che scaturiscono all’est del villaggio di S. Polito. Chi ve le costruisse è ignoto; ma cadute per forza di tremuoto, al tempo forse di Tiberio o Nerone, quando gli storici rammentano grandi scotimenti di terra che abbattettero dodici città dell’Asia (1761), furon ricostruite, certamente non prima di Adriano, da un Fabio Massimo, Rettore della Provincia del Sannio, il quale le intitolò ad Ercole, come è noto dalla seguente epigrafe, che vedesi fabbricata per peristilio della porta della Chiesa di S. Rocco (1762):

FABIVS. MAXIMVS. V. C. RECT. PROV.

THERMAS. HERCVLIS. VI. TERRAEMOTVS

EVERSAS, RESTITVIT. A. FUNDAMENTIS

I sontuosi avanzi di queste Terme si scopersero nel 1690, e lo stesso Rettore del Sannio ristorò le antiche mura di Allife, o se ne edificò delle nuove, come sostiene lo storico di questa città, dovè restringerla in pih breve perimetro, lasciando fuori di essa l’antico Foro, l’Anfiteatro ed il Circo. Ad ogni modo, quest’altra lapida ci serbò memoria della costruzione delle dette mura per opera di Fabio Massimo (1763):

FABIO. MA

XIMO. V. C.

CONDITORI. MOE

NIVM. PVBLICO

RVM. VINDICI

OMNIVM. PECCA

TORVM. ORDO ET

POPVLVS. ALLIFA

NORVM. PATRONO

Giove, Giunone, Venere, Cerere, Diana, Ercole Gallico ottennero culto dagli Allifani, ed oltre a questi numi, de' quali è memoria in molte lapide della città, vi si adorarono ancora Nettuno, Opi, Volturno, la Fortuna e la dea Furrina, come apparisce dal già mentovato antico Calendario, nel quale sono riportate le feste che in onor loro vi si celebravano, lì Ercole Gallico, detto propriamente Ogmio, riuniva gli attributi di Ercole insieme e di Mercurio (1764), ed alcuni mitologi lo chiamano perciò Ercole-Ermete o Ermeracle; e la dea Furrina, delle cui feste in Roma parlano alcuni antichi senza dichiararne gli attributi (1765), Cicerone crede che fosse la stessa che la Furia (1766) ideale, l’Erinni de' Greci, Nemesi o Adrastea. Credo soverchio di qui addurre le iscrizioni che ci rimembrano i detti numi degli Al li [ani, ma non so dispensarmi dal riferire quella che un degno spregiatore del Politeismo, T. Antonio Feliciano, pose a Dio Eterno, né mancano esempi simili ne' raccoglitori di antichi epigrammi (1767):

DEO AETERNO

PRO. RESTITVTA. VALETVDINE. EX. VOTO

AEDICVLAM. T. ANTONIVS. FELICIANVS. D.

ADDICIT, ET. CONIVNCTVM. FVNDVM. TRI

NVM. ET. TRICENVM, IVGERVM. CVM. OLE

TO. PATET. QVOQVO. VERSVS. P. DLXXX. EX

ANNVO, VECTIGALI. HAERES. DIE. NATALI.

EIVS, III. KAL. SEP. PERACTIS. SACRIS. DA

TO. EPVLVM. CAPVLATIS. SACERDOTIB.

AVG. CVM. HIS. ET SAMNIIS. CAETERO. PO

PVLO. NOSTRO. ALLIF. CRVSTA. ET. MVL

SVM. EX. XXV. SI. NEGLEXERIT. DOLOVE

MALO. SVMPTVI. PEPERCERIT. FRVCTVS

ET. MANCIPIVM. CAPVLATI. SACERDOTES

FUNDI. ADEVNTO,

A giudicarne dalla memoria de' detti numi, non pochi templi abbellir dovevano questa città popolosa ed insigne, ora così scaduta dal suo antico splendore; ma poiché gli uomini ed il tempo tutto sformarono e distrussero l’antico Sannio, or non ne rimane vestigio. Neppure è nolo dove sorgessero, in fuori di quello di Giove, supposto nella diruta chiesa de' Sette Martiri, perché la seguente lapida vi fu scavata, la quale ci rammenta la dedicazione al nume della mensa e dell’orologio solare per opera di C. Popilio (1768):

C. POPILIVS. PHIL DESPOTVS

IOVI. D. D. MENSAM. ET. HOROLOG.

Ed oltre i già mentovati pubblici edifizii, e i diversi magistrati che reggevano Allife (1769), la dimostrano ancora città ragguardevole e popolosa i villaggi che la circondavano, i quali si suppongono negli odierni borghi di Piedimonte, S. Potilo, Rupecanina e Prata, nonché in quelli di Vulcano e Merione già distrutti. Moltissime abitazioni e case ancora dalle sue porte si estendevano all’intorno di essa per più miglia sin presso Piedimonte e lungo la Via Latina (1770), e non poche ville furon pure nel suo ameno territorio, come è chiaro dagli epitaffii, e da' rottami di marmi trovati nelle loro rovine si ha sicuro argomento che alcune di esse furon magnifiche e sontuose (1771). — De’ molti sepolcri che il ramo fiancheggiavano della Via Latina, sul quale la città era edificata, appena le rovine di due soli richiamar possono l’attenzione di chi si piace de' monumenti della civiltà antica. Molto magnifico era uno di questi sepolcri, il quale è noto sotto il nome di Torrione di Alife. Di forma quasi rotonda, sorgeva sopra una base quadrata, ed era tutto di pietre ricoverto e di marmi. Pensò il Trutta che lo adornassero a' quattro angoli le colonne granitiche che si veggono ai lati del monistero e del palagio vescovile in Piedimonte, e che ad esso ancora appartenesse la seguente lapida, la quale vedesi murata nella chiesa dell’Annunciata di Rupecanina, con molta probabilità conghiettura il citato storico dalla sua forma convessa, nonché da' XX mila sesterzii assegnati per la fabbricazione del monumento che vi si ricorda (1772):

..... S. SERVILIAE EPYLAD...

. R. Q. AVG. ALLIF. HONORAT. D. D.

SIBI ET

M. L. R. HODONII AVG. ALLIFIS

TESTAMENTO SVO HS. CCICC. CCICC

FADIAE. IRENES. MATRIS. FIERI IVSSIT.

Davanti la porta che mena a Benevento si veggon gli avanzi dell’altro nobil sepolcro, trasformato nella chiesa di S. Giovanni gerosolimitano, di forma rotonda anch’esso, e simile a quello di MUNAZIO PIANGO nel castello di Gaeta. Era pure ricoperto di marmi e fornito di molte nicchie, così che dové innalzarsi a qualche ragguardevol cittadino allifano. Altri ruderi se ne veggono sulla via che da Piedimonte mena alla città, e sul ramo stesso della Via Latina a breve distanza d’un magnifico Crittoportico, a destra dell’anzidetta porta beneventana (1773). Il fertile territorio di Allife, la sua posizione amena e ridente, molte famiglie romane vi richiamarono, delle quali si ricordano i titoli sepolcrali e gli avanzi delle suntuose ville che nelle vicine campagne edificarono. Dal sud all'ovest ne bagna il territorio il Volturno, e in tre rami vi scende il Torano dalle prossime alture di Piedimonte. Le pendici di questi monti erano come oggidì coverte di viti, e però Silio Italico come grato a Bacco celebrava l’agro allifano, e l’antico Scoliaste di Orazio dice che la città era in fama per la grandezza de' suoi calici (1774).

12. CALLIFE (Callifae)

A non molta distanza dalla descritta città è molto probabile che si trovasse Callife, il cui nome sembra perciò un’abbreviazione di κατὰ. Allifas (1775). È ricordata solo da Livio, dal quale sappiamo che venne in podestà de' Romani nell’anno stesso e nella medesima azione di guerra che Ruffrio ed Allife, cioè nel 428 (1776). Benché si affermi dal Trutta che i Consoli C. Papirio e L. Petelio la rovinassero dalle fondamenta, ciò non apparisce da Livio, ed è quindi da credere che la sua distruzione avvenisse in tempi posteriori, e forse nelle ultime devastazioni che L. Silla fece nel Sannio. Certo è che fu abitala da famiglie romane, come si raccoglie dall’unico titolo sepolcrale rinvenuto nel suo supposto sito, dir voglio in Calvisi, ultimo villaggio di Gioja, a quattro miglia all’est di Allife, e a due dalle Terme di Ercole di questa città. L’iscrizione è la seguente (1777):

C. ASELLIO RVFO ET

N. MVNNIA. Q. F.

N. L. MARIO. BASS.

N. VALERIA. DOAT

F. S. ET. S.

Il CIuverio, seguito da alcuni scrittori patrii, per la sola analogia del nome, riconobbe Callife in Corife (1778): ma questa terra è assai più vicina a Trevico e Romulea che ad Allife, né si son mai trovate anticaglie nel suo territorio; laddove non pochi ruderi di antiche fabbriche si veggono presso Calvisi, e fondamenta soprattutto di muraglie nella forma di un quadrato, che il perimetro ci additano di una città antica. Ivi ancora si scopersero sepolcri in copia, alcuni di doppii e lunghi mattoni, altri di pietre riquadrate a scalpello, con dentro monete, fibule, armi, militari ornamenti, ed anche qualche cammeo ed anella (1779).

13. RUFFRIO (Ruffrium)

Appena in Livio è rimembranza di quest’altra città sannitica, la quale insieme a Callife ed Allife venne in potere de' Consoli C. Petelio e L. Papirio nell’anno di Roma 429 (1780). Silio Italico la nomina Rufre nella rassegna delle città del Sannio che soccorsero di soldatesche la Repubblica per la famosa giornata di Canne (1781), e se perciò crediamo al poeta, non fu distrutta quando venne occupata da' Romani. Ma non sapendosi altro di Ruffrio, non se ne conosce con certezza la situazione. Senza dire dell’errore di alcuni moderni topografi, i quali o riconobbero solo la città di Rufra nella Campania (1782), o ingannati dalla testimonianza del citato imitatore di Virgilio, credettero Rufra e Ruffrio una città istessa da attribuirsi al Sannio (1783), si dilungò certamente dal vero il Cluverio, che senza tener ragione della distanza, per la sola analogia del nome situò Ruffrio nell’odierno Ruvo di Basilicata (1784); essendoché, se i Romani se ne impadronirono nel tempo stesso che Allife e Calli[c espugnarono, come scrive lo storico latino, sorger doveva nelle vicinanze di queste città. Ruvo è ancora fuori i confini del Sannio, e se per qualche sepolcro scoperto nel suo territorio è forse da credere che fu un antico oppido, appartenne piuttosto agl’Irpini (1785). Più probabile adunque, se non certo, è situare Ruffrio collo storico di Allife presso l’odierna terra di S. Angelo Raviscanino, alla distanza di cinque miglia in circa al nord della detta città, e ad un miglio dal Volturno. Nel detto sito egli ricorda gli avanzi di città distrutta, cioè di una grande muraglia e di fondamenta di altri antemurali che cinger la dovevano, oltre di uno spazioso crittoportico che vi avea comunicazione, e di alcuni sepolcri (1786).

14. SEPINO (Σαίπινον, Saepinum)

Sopra un monte adiacente al Matese, fra Boviano e Telesia, ed alle tonti del Tamaro, era posta quest’altra città sannitica, non meno importante delle già descritte. De’ geografi la ricordò solo Tolomeo tra le città de' Sanniti situate sotto la regione de' Caraceni, e Plinio ne rammentò appena gli abitatori (1787). Non se ne ha nella storia una ricordanza più antica del 459 di Roma, allorché venne espugnata dal Console Papirio Cursore. Fu città popolosa, ricca e ben fortificata di mura, giacché forza insieme ed arte dovettero i Romani adoprare per impadronirsene. Grande vi fu la strage de' cittadini e degli armati che la difendevano, e provenne dall’ira de' nemici per la lor valida resistenza. Non meno di 7400 Sanniti vi furono tagliati a pezzi, quasi 300 ne furon fatti prigionieri, e vi fu preso un gran bottino (1788). Per una lunga tradizione si è creduto che Sepino, pel suo sito in vicinanza delle altre maggiori città del Sannio, fosse stata la sede del comune concilio sannitico,del quale parla un antico storico (1789);ma non vi essendo di ciò veruna testimonianza certa, io non oso affermarlo. Né altro ci è noto delle vicende di quest’antica città, se non che era forse municipio quando Allife era già colonia, come sembra raccogliersi da una importante lapida, che oltre di Calazio, ed Allife, ci ricorda in L. Pacideio il patrono della R. P. de' Sepinati (1790); ma tale divenne sotto Claudio Nerone (1791), il quale par che ne rifacesse le mura, come da quest’altra mutila iscrizione può conghietturarsi (1792):

DIVS. T. F. NEH

.. LAVDIVS. T. F. D. F

MVRVM.... RO

E tuttavolta memoria de' Municipi Sepinati in quest’altra lapida del tempo di Antonino Pio (1793):

VOL.

NERATIO. C. F.

PROCVLO

Χ. VIR. STLITIBVS. IVDICAN

TRIB. MILITVM. LEGION

VII. GEMIN. FELIC. ET. LEG

VIII. AVG. QUAEST. AEDIL

PLEB. CERIAL. PRAET. LEG

LEG. XVI.

ITEM. MISSO.

FLAVIAE.

AB.

FIDEL

IMP

ΑΝΤΟΝΙΝO. AVG. PIO. AD. DEDVCEN

DAS. VEXILLATIONES. IN. SYRIAM. OB

BELLVM PARTHICVM. PRAEF. AERARI

MVNICIPES

MILITARIS

COS

SAEPINAT

L.

NERATIO. C. F.

VOL.

PROCVLO

X.

VIR. STLITIBVS. IVDICAN

TRIB.

M1LITVM. LEGION

VII.

GEMIN. FELIC. ET. LEG

VIII.

AVG. QVAEST. AEDIL

PLEB.

CERIAL. PRAET. LEG

LEG.

XVI. FLAVIAE. FIDEL

ITEM.

MISSO. AB. IMP

ANTONINO. AVG. PIO. AD. DEDVCEN

DAS. VEXILLATIONES. IN. SVRIAM. OB

BELLVM PABTHICVM. PRAEF. AERARI

MILITARIS

COS

MVNICIPES. SAEPINAT

Quando Sepino fosse stata disfatta è mal noto. Certo è che lo era nel VII secolo, allorché Paolo Diacono la descrive come deserta (1794); ma la sua intera distruzione credesi avvenuta per opera de' Saraceni nell’anno 880 (1795). Non sorgeva del resto nell’odierno Sepino e né anche alla distanza di due miglia, come volgarmente si crede, nel luogo detto Altilia (1796), sì bene sul monte vicino, dove tuttavia si veggono gli avanzi delle sue grandi muraglie poligone (1797), sicuro indizio di un’antichità remotissima.

Il breve recinto delle muraglie che tuttora si veggono nel detto sito di Altilia la fabbricazione di esse, nonché lo stile della, maggior parte degli avanzi che dentro vi sorgono, di architettura romana né molto antica, han fatto credere con ragione che tutte quelle rovine, anziché a Sepino, appartengano piuttosto alla colonia romana (1798). Le mura, larghe sei palmi, della più perfetta opera reticolata, sebbene rovinate in più parti, descrivono un perfetto quadrato. Quattro porte vi si aprivano ad eguale distanza una dall’altra, situate a' quattro punti cardinali, con due rette strade che l’intersecavano nel centro. I solidi pilastri di queste porte, delle quali una soltanto ha l’arco intero, e le massicce torri quadrate che le fiancheggiavano, danno agli avanzi di questa città, rovinosi come sono, un aspetto magnifico e grandioso. Il terreno, che da secoli all’intorno vi si è accumulato, come su tutti gli edifizii della colonia, e le case rurali innalzate nel recinto delle mura, vi fanno appena distinguere i vestigli di un Tempio e di un Teatro. Il seguente rottame d’iscrizione fa supporre che Claudio edificasse a Giove il tempio, o almanco lo ricostruisse (1799):

.... DIV

.... CL

.... MV

TEMPLVM. I. Ο. M.

E a giudicarne da queste due altre epigrafi (1800), sembra ancora che altri due pur ve ne fossero, uno sacro ad Apollo, l’altro a Venere Celeste, edificato da Nummia Dorcade:

1.

APOLLINI. SAC.

M. LVCIVS. CINNA

C. POMPONIVS

PHIL. IEREVS

AVGVSTALES

OB. HONOR

2.

VENERI • CELESTI

AVGVSTAE. SACR

NVMMIA. C. F. DORCAS

S. P. F. C.

EADEM. QUAE DEDICAVIT

L. D. D. D.

Il Teatro servì di sostruzione ad una delle dette case rurali, e nel muro di un’altra di queste vedesi fabbricato un gran phallo alato co' piedi di uccello (1801), ch'è da credere ivi trasportato dalla città sannitica, la quale sembra perciò anche di origine pelasgica. Oltre le mentovate rovine, non pochi rottami di colonne marmoree, frammenti di scultura d’ogni genere e titoli sepolcrali si veggono incastrati nel muro di uno de' moderni edifizii, e molte scoverte far vi potrebbe l’archeologo, se gli scavi il terreno non alterassero addetto al pascolo. La celebre iscrizione risguardante la migrazione delle greggi nella state da' piani dell’Apulia a' pascoli de' monti sannitici, posta sulla porta orientale e riferita la prima volta da un nostro insigne giureconsulto (1802), è così alterata dal tempo ch’è illegibile. Vi si è scoperto ancora un acquidotto, e fuori Porta Romana al nordovest della città si osservano gli avanzi de' sepolcri sopra una strada simile a quella di Pompei, che da' sepolcri ha il nome.

15. Fiume TAMARO (Tamarus fluvius)

Bagna questa contrada il fiume Tamaro, il quale sorto appena tra le rocce di Cerri corre verso il sud a traversar le campagne di S. Giuliano, Ceree Piccola, Sepino, Sassinoro, Marcane e Campolattaro, dove raccoglie molti rivoli, e dopo un corso tortuoso dall'est al sud nel paese degl'Irpini si scarica nel Calore presso monte Acuto sopra Benevento. Questo fiume, confine nordest de' Sanniti Pentri, è ricordato col nome stesso odierno nell’Itinerario di Antonino, che ne segna la distanza di XVI miglia antiche da Bojano (1803); ma io mi penso che Tamaro o Tmaro ne fu il vero nome primitivo, il quale ancor ci disvela la presenza de' Pelasgi in questa regione, essendo noto il celebre monte omonimo presso Dodona, nobile per cento fonti intorno le sue radici, donde venne il nome stesso a' sacerdoti e al nume della Tesprozia (1804), detto Zeo Tmario (1805). Se non che tal denominazione portata nel Sannio da' Pelasgi sembra originata da' Fenicii, poiché Tamira o Damura nominavasi un fiume sacro da questi popoli (1806), i quali sotto il nome stesso adoravano Priapo (1807), ed è notissimo il culto phallico de' Pelasgi, di cui rimangono tanti monumenti nelle antiche città dell’Etruria, ed uno ancora, come ho già detto, a Sepino.

16. SIRPIO (Sirpium)

A XII miglia antiche dalla descritta città è segnata nella Tavola Peutingeriana il luogo col nome di Sirpio (1808), ch'è malagevole assicurare se fosse buona lezione, oppure legger si debba Hirpium, come alcuni scrittori si avvisano, e se fosse stato oltreacciò una città, o più veramente una grossa borgata sannitica, nella quale era un luogo di riposo nella via tra Sepino e Benevento. Siccome la distanza di XVIII miglia tra queste due città indicata dal romano Itinerario non corrisponde all'odierna, l’intervallo tra Sepino e Sirpio par che debba ridursi a miglia VI, e si avrà per tal modo la distanza di XXIV miglia antiche tra Benevento e Sepino o Altilia, corrispondenti alle XX di oggidì. Questa correzione dell’Itinerario ci guida a ritrovare l’antico Sirpio nelle vicinanze di Morcone alle falde del Matese, ove si rinvennero, è già tempo, anticaglie e monete in gran numero (1809).

17. MUCRE (Mucrae)

Si ha notizia di questa oscura città sannitica dal solo Silio Italico, il quale con gli altri popoli del Sannio fa intervenire gli abitatori di essa nella guerra combattuta da' Romani a Canne contro Annibale (1810). Ignote affatto ne sono le vicende per non esservene menzione in alcun altro antico, e sconosciuto del pari ne è il sito, se pur non si vorrà assegnare, per la sola analogia del nome, a Morcone, o nelle sue vicinanze, al sud di Sepino, perciocché nel luogo detto S. Pancrazio, tra il detto paese e S. Croce, furon trovati, non è guari tempo, idoletti e ruderi di antichi edifizii, e gli avanzi soprattutto di città antica (1811). A questa città sannitica si vorrebbe da alcuni attribuire la rara medaglia di bronzo con una testa giovenile laureata nel dritto, e l'osca leggenda retrograda MAKRIIS tra un delfino ed una clava nel rovescio. Ma il delfino allude chiaramente ad una città marittima, e più probabile però mi sembra l'opinione di un ch. nummologo, che l’ascrive a Marcina (1812), detta ne’ codici di Stefano Bizantino osservati dallHolstein, e forse per errore in vece di Μάκρινα (1813). Questa città, posta alla marina, e però data al commercio, potè più dell’oscura e montana città sannitica batter medaglie, e la sua importanza possiamo anche desumere da che da' più remoti tempi venne fondata da' Τίrreni e poscia occupata da’ Sanniti, i quali vi si mantennero insino a' tempi romani (1814). E comeché un altro dotto nummologo si avvisa di attribuire la detta medaglia ad alcune città della Daunia, incerto se fosse di Arpi o di Salapia (1815), con altre ragioni desunte dalla sua leggenda e dal nome della città che in ultimo fu de' Picentini, cercheremo descrivendola di avvalorare l’opinione del lodato cav. Avellino.

18. MURCANZIA (Μοργέντιον, Murgantia)

Fu questa una delle più ragguardevoli e forti città de' Pentri. Livio la nominò Murganzia (1816), e Stefano Bizantino Morgenzio, che disse senz’altro città d'Italia, e nominarsi ancora Morgezia da Morgete (1817). Per l'autorità di questo geografo non dubita un ch. scrittore la fondazione attribuirne agli Enotri, che dall'antichissima e primitiva Italia, ristretta tra' golfi di S. Eufemia e Squillace, passarono nel Lazio (1818): ma altri dotti critici osservano che Stefano questa città sannitica confondeva coll’altra del nome stesso ricordata da Diodoro e Strabone nella Sicilia (1819). Ammettendone nondimeno l’origine anteriore alla conquista de' Sanniti, più probabile mi sembra l’origine ripeterne da’ Pelasgi, a giudicarne dal suo culto dell’Acheloo da' detti popoli diffuso nelle nostre contrade, ed espresso nel rovescio d’una rarissima medaglia di bronzo che i nummologi le attribuiscono sotto le note sembianze del bue androprosopo con sopra un fulmine; la quale medaglia, simile per la fabbrica a quelle della Campania, ha nel dritto la testa di Apollo laureata coll’osca leggenda MVRIANTIA (1820).

Ma non ostante tal conghiettura, la prima memoria certa che se ne abbia è dell'anno di Roma 456, allorché fa espugnata dal Console P. Decio. Dice Livio ch’era una forte città, e che i Romani con ricco bottino vi presero oltre a 2000 Sanniti (1821). Poiché nessun altro scrittore antico ne fa menzione, il sito ne rimase ignoto fino a' principii del corrente secolo, quando la seguente iscrizione si rinvenne nella campagna prossima a Baselice, dalla quale é manifesto che Murganzia tuttavia sussisteva al tempo di Settimio Severo, in onore di cui il Senato ed il popolo murgantino fecero innalzarla per aver loro costrutta una Basilica (1822):

IMP. CAESARI DIVI M. ANTONINI F.

L. SEPTIMIO SEVERO PIO PERTINACI AVG.

ARAB. ADIABEN. PARTH. POΝΤ. ΜΑΧΙΜΟ

TRIB. POTEST. IX IMP. XII COS. III PROCOS. PP.

MVNIFICENTISSIMO PROVIDENTISSIMOQVE PRINCIPI

ORDO POPVLVSQVE MVRGANTIVS

QVOD BASILICAM HANC SVA IMPENSA

CONSTRVENDAM CVRAVIT

Nel detto sito é tuttavia la Chiesa di S. Maria a Murgara, la quale serba traccia del nome dell’antica Murganzia, come dall’anzidetta Basilica si conghiettura che pigliasse il nome l’odierno Baselice, sorto dalle rovine di questa città sannitica a 18 miglia da Benevento.

19. Stazione Ad Pirum

Terminiamo la descrizione del distretto de' Sanniti Pentri con due stazioni segnate nella Tavola Peutingeriana sul tratto di strada che dalla regione frentana, e propriamente da Gerione, introdueevasi nel Sannio e menava a Bovi ano. La prima é quella detta Ad Pirum, da qualche albero di tal nome, ed a IX miglia antiche dalla detta città de' Frentani (1823). Trovando identica un patrio topografo l’antica strada coll’odierna che da Larino per Casacalenda e S. Giovanni in Galdo conduce a Campobasso, e di là volge a destra per Baranello e mena a Bojano, per l'accennata distanza quest’antica stazione riconosce presso Campolieto, ad eguale distanza da Campobasso e dal sito dell’antica Gerione, cioè 8 miglia odierne, alle IX antiche corrispondenti (1824); e preferibile a me sembra questa opinione a quella di un dotto geografo, che l’ha riconosciuta nella piccola terra di Lucito (1825), molto più lontana da Campobasso.

20. Stazione Ad Canales

La seconda stazione è detta nel citato Itinerario Ad Canales, nome che prendeva, per mancanza di luoghi abitati o di fiumi, dagli acquidotti o canali artificiali accanto a cui si trovava nell'anzidetto tratto di strada tra Gerione e Boviano. Comeché i copisti della Tavola abbiano dimentica la nota numerale tra questa stazione e la città capitale de' Sanniti Penici, non par dubbio che fosse stata di X miglia antiche, considerando la distanza di 25 miglia odierne tra Gerione e Bojano, dalle quali se togli le 17 miglia che spettano insieme alle distanze estreme tra la città frentana e la stazione Ad Canales,, rimangono tra questa e la già descritta 8 miglia di oggidì, alle X antiche corrispondenti. Questo calcolo ci guida a riconoscere col citato patrio topografo la stazione Ad Canales presso Campobasso, che il Mannert pone più lungi nel villaggio di Castropignano, a 6 miglia dalla detta città.

__________________________

Oltre le descritte città sannitiche furono, io credo, in questa regione stessa de' Pentri quelle che i Fagifolani e i Vicolensi abitarono, nonché la città di Tirsela, di affatto ignota situazione. De’ detti popoli parla Plinio (1826), e Filisto Siracusano nelle sue storie perdute ricordava Tirseta (1827), la quale fa risovvenire la città di Tirse della Migdonia, regione della Macedonia, che descriveva nella sua Periegesi Teagene di Reggio (1828), e che conferma, secondo io penso, la conghiettura sulla primitiva popolazione pelasgica del Sannio innanzi che l’occupassero le tribù sabelle. E se è da ritenere la lezione Τούξιον Tuxium ne' Paralleli attribuiti a Plutarco, di questa e dell’altra città sannitica detta Mistia, mentovata anche da Filisto (1829), per difetto di altre testimonianze storiche e di monumenti, io non so, nemmeno per conghiettura, assegnare il sito. Dicasi lo stesso di Cime tra, che guidati dal solo racconto di Livio possiam credere non molto distante da Tiferno (1830). L’odierna terra di Letino, la quale sorge sopra un monte altissimo, sotto di cui scorre il piccol fiume Lete, che senza dubbio le diè il nome, panni altresì una sede antichissima Sanniti Pentri, e forse degli stessi Pelasgi, come fanno sospettare le fabbriche che vi si veggono di enormi macigni, colà osservate dal mio egregio amico sig. D.r Schnars di Amburgo, il quale ha percorso il Sannio, e oltre i saggi che ne ha già dato, un’accurata descrizione ci promette di tutta la regione. Né par dubbio che nell’odierna terricciuola di Pietrabbondante, a cinque miglia in circa da Agnone, o del supposto sito di Aquilonia, fosse anche stata un’antica abitazione de' Sanniti, se così possiam giudicare dalla seguente iscrizione osca, scoperta non è molto nel suo territorio:

NEVE. SVLLIA

1S. TR. М. Т.

EKK. SAKARA

KLVM. PHVVA

IANVD

AKDAPHED

Benché i patrii archeologi che hanno interpretato questa epigrafe, nella spiegazione differissero di alcuni particolari di essa, convengono nondimeno che vi si ricordasse una dedicazione al dio Giano, come è chiaro dalla parola della quinta linea, di un semplice sacrifizio al parere d’uno di essi, o di un tempietto secondo l’altro, e che il sacrifizio facesse Nevio Sollio tre volte creato Meddistutico (1831), o l’edicola marmorea innalzasse lo stesso Sollio, Duumviro a giudicare le liti (1832). Rimettendo il leggitore alle dotte interpretazioni de' lodati antiquarii, nella lusinga che altri rischiari con più fino accorgimento questi difficili punti della topografia sannitica, passo a dire della celebre e non meno importante regione caudina.

IV. Questa regione, che sotto la già descritta distendevasi tra confini della Campania e degl’Irpini, era limitata dal Volturno, dal Calore e dal Tamaro, e verso l’estremità la irrigava l’Isclero, nel mezzo il Tiferno. Una catena circolare di monti, in continuazione di quella della provincia di Molise, da' gioghi di Venafro prolungasi in quelli di Presenzano, Vairano e Pietra Melava. Quivi in due branche si divide, delle quali l’una si distende anche in direzione curvilinea da Baja a Campagnano, e dopo un seno percorso dal Volturno si congiunge al Taburno ed alle eminenze del Vitulano, e l’altra nella direzione anzidetta dopo un altro piccol seno di. qua di Maddaloni attacca co' monti di Durazzano e di Airola. Queste due diramazioni di monti che vanno a perdersi nelle pianure di Benevento colle tre ampie e spaziose valli che vi si aprono, e che prendon nome da Telese, Ducenta e l’antica città di Gaudio, formano il paese una volta abitato Sanniti Caudini. La prima di queste valli è limitata a sinistra dalla catena Ad Matese, a destra da' monti della Verdesca, Baja, Latina, Alvignano e Cajazzo. Al nord di S. Agata de' Goti allargasi la seconda, chiusa anch'essa intorno intorno da' monti di Durazzano e di Airola, da que’ del Vitulano e dal Taburno, di Cerreto, Pietraroia, e Cajazzo. Gli stessi monti di Durazzano e di Airola, chiudono la terza verso il nord, e al sud la rinserrano le colline calcaree che da Cancello si prolungano all’est, ed abbracciano i monti sopra Arienzo e que’ di Cervinara. In fuori della valle di Telese, le altre due sono interrotte da piccole alture e basse colline calcaree. Il Volturno, che alle radici di un monte altissimo ed erto ha le sue più di trenta sorgenti fra Rocchetta, Castellane e S. Vincenzo, divideva all’ovest con una parte del lungo e tortuoso suo corso il Sannio Caudino dalla confinante Campania, ed all’est il Calore che nel detto gran fiume s’immette dalla regione degl’Irpini.

L’occhio volgare e de' geologi vede chiaro colla presenza del mare la remotissima azione de' vulcani in quest’ampia estensione di paese. Grandi massi di tufo calcareo si osservano lungo le sponde del Calore in tutta la vasta pianura di Telese, ed un gran masso di tufo vulcanico di una considerevole spessezza, ma variabile, forma la base di questa pianura. Monte Acero che isolato si eleva ad un miglio al nord di Telese, tutti i segni presenta di un vulcano estinto da tempi a' quali non giugne la storia. Tronca è la vetta di questo monte, ha uno straripamento verso l’ovest, ed è facile discernervi gli orli dell’antico cratere, come nel fondo i vestigi della voragine. Benché lave basaltine non si trovino ne' suoi contorni, rimangono tuttavolta i prodotti delle sue eruzioni fangose negl’immensi massi di tufo, di pozzolana e di ghiaja nella sottostante pianura al sudovest. A fianco di monte Acero sorge verso l’est una catena di colline, che per quattro e più miglia s’innoltra verso la montagna di Cerreto. Notabile fra queste è monte Pagliano, tutto di calcarea a strati, che ha nel suo perimetro molti sprofondamenti ampissimi e profondissimi, per lo più inaccessibili. Dalle falde meridionali di questo monte rampollano in copia diverse acque minerali, e più verso l’ovest vedesi come da una voragine sgorgare con impeto un gran volume di acqua freddissima satura di selenite. E di là a due terzi di miglio verso l’est sono altre meno copiose sorgenti, dove cariche di gas acido carbonico, e dove più abbondanti di gas idrogene solforato, di carbonato di calce, o di selenite. Né scorrono ancora nella serie di colline col nome di Torà più all’est di monte Pugliano, e tutte le acque in genere de' pozzi e delle sorgenti che vi si trovano, come nella catena delle Serre di là a due miglia verso il nord, nonché nella valle intermedia, sono salmastre, e talune ancora bituminose e solfuree. La forma gibbosa e la stratificazione di queste due catene di colli l’opera ci additano di fuochi sotterranei ch’eruppero in monte Acero. Nella catena delle Serre quasi alla superficie del suolo si rinviene il carbon fossile, che alterna ancora nella collina detta Fragniti collo scisto, l’argilla, la pietra arenaria e la marna argillosa o calcarea, che ne formano il suolo. Le dette acque minerali prima sgorgavano nella parte più eminente della falda meriggia di monte Pugliano, ora scorrono a livello della sottostante pianura, isterilita dal loro corso, e buona appena alla vegetazione de' giunchi, dell’alga e della tifa. Un cupo rimbombo, indizio di vuoti immensi, vi ode sotto i piedi chi vi cammina, e dà certezza al geologo dell’opera de' vulcani.

Sorge sopra Cerreto l’erta montagna di Pietraroia, che nella calcarea stratosa di cui è composta racchiude ittioliti, e nella parte più elevata ha massi di calcarea bianca di grana grossolana, ma compatta e capace di polimento, in cui si contengono in copia conchiglie del genere de' pettini. Fra gli strati calcarei vi si alternano altri strati di quarzo piromaco, che giugne talfiata alla traslucidità del calcedonio, e che in grossi rognoni di forme svariatissime trovasi dentro gli stessi strati calcarei. Sono ancora sparse ne' terreni molte pietre che racchiudono ammoniti di varia grandezza e pezzi di schisto marnoso dentritico. All’est di Pietraroia nel sito detto la Fucina, alcune singolari produzioni si rinvengono di forma cilindrica ricoperte di tubercoletti, che per la somiglianza colle squame de' rettili i nativi addimandano pietre serpentine. Sul declinare dello scorso secolo uno scavo fatto nel costruirsi la chiesa di quel villaggio si rinvenne un grande osso ricurvo di qualche cetaceo, dice il Breislak, o più veramente di quadrupede di specie perduta. Abbonda questa montagna di be’ marmi calcarei, per lo più gialli e rossi, e come presso Cusano vi si scovrono ancora grossi pezzi di oolite ferruginosa. Ma più importante di tutte queste produzioni è l’osservare gl’irrefragabili monumenti del soggiorno del mare sulla cima di quest’alta montagna dopo essersi vedute alla base le tracce de' fuochi vulcanici.

L’azione remotissima de' vulcani è anche più manifesta nelle rimanenti contrade del Sannio Caudino. Dal castello di Cajazzo e dalla cima calcarea della Spinosa, che si eleva 850 piedi sul livello del mare, si ha sotto gli occhi il più bel punto di vista geologico di tutto il paese. Vedesi una serie non interrotta di poggi più o meno elevati e arrotonditi, sempre di pietra sabbionosa, da Cajazzo a Baiano. Ma alla selva di questo villaggio si osserva prima un sabbione mobile vulcanico, indi a poco un suolo di tufo, il quale vie via ingrossando, cresce in un banco meraviglioso presso Baiano. La pianura di Puglianello colla quale comunica questo banco di tufo vulcanico, è in parte tufacea. Gli alti colli della Spinosa che attaccano co' precedenti, sono. anch’essi nelle falde orientali rivestiti in parte da banchi di tufo, che formano l’alveo del Volturno che li attraversa. Ma alti picchi di calcareo appennino si elevano nella parte superiore di essi, e colla loro figura erta, ripida ed isolata singolarmente contrastano co' ritondati poggi che li circondano. La collina stessa su cui sorge Cajazzo, mostra nella parte più sublime ove è situato il castello un cono calcareo. Ed il vasto seno che da' dintorni di questa città protendesi alla pianura di Cesavano, è pure ingombro da un maestoso banco di tufo vulcanico, che del pari si osserva nelle colline adiacenti agli Appennini di S. Croce e Alvignano, tra le quali curioso è il vedere un enorme banco di tufo tagliato a picco tra il calcareo monte Grande ripieno di avanzi marini, e la collina sabbionosa detta la Castagnetta. Questi colli abbondano anch’essi come quelli del Taburno di marne calcaree. La strada che da Cajazzo mena a Campagnano è sparsa di tavole di queste marne di vario colore, e grossi mucchi se ne scavano soprattutto nella collina di S. Giovanni e Paolo. Talune di queste marne presentano nel rompersi impressioni dentritiche assai curiose; altre, perdendo per l’azione de' torrenti le particelle calcaree, ma serbando le silico-alluminose, si convertono in un’argilla tenace e duttile, di cui si fabbricano stoviglie a Cajazzo e Cerreto. Grandi massi di granito di specie diverse e dì granito sienitico trovansi ancora disseminati in questi colli, nonché ne' valloni che li attraversano, ivi trabalzati da sconosciuta causa geologica, e che danno sicuro argomento delle catastrofi avvenute in tutto il paese.

L’amenissima e piana Valle Caudina, detta ancora Val di Cardano, circondata tutta da monti nel perimetro di dieciotto e più miglia, è naturalmente fatta a modo di piramide, la cui base si distende tra Cancelli ed Arienzo, ed ha il vertice presso Arpaja. Tutto vulcanico è il fondo di questa valle, popolata da molti villaggi, e coltivata come giardino, e frequenti sono in Arienzo i tufi, le pomici, i frammenti di lave, nonché la pozzolana ed il lapillo. Presso Montesarchio e Benevento i tufi e gli strati pomicei appalesano ancora un antico cratere, di cui non più si riconosce vestigio, per effetto forse delle alluvioni che lo toglie agli sguardi del geologo. I colli prossimi a Benevento sono dove di marna, o di ghiaja fluviatile, dove di sabbia marina; ma più estesi sono quelli di ghiaja, e la maggior parte della superficie di questa contrada é formata da depositi di acque scese dagli Appennini, e dalle torbe del Sabato e del Calore. Le ghiaje che formano l’ossatura di questi colli sono per lo più calcaree, altre arenose e micacee. Al sud di Benevento scovresi presso Pagliara un piccol filone di carbon fossile. Nella collina detta l’Olivella è frequente la pietra calcarea con vene silicee, e le pietre focaje abbondano ancora presso Vitulano, dove si scavano de' marmi calcarei. Le colline marnose di Castelpoto e del’Apelosa danno in copia il solfato di calce a tessitura fibrosa, colle fibre sottili parallele e d’uno splendido colore argentino. I dintorni di Montesarchio non appalesano meno il dominio del mare e l'arsione di antichi vulcani. Vi si rinvengono corpi marini fossili, massime tra Squillane e Ceppaloni sulla falda settentrionale di Montevergine. La montagnola su cui sorge il piccol paese di Tocco credesi un crollato cono vulcanico, elevandosi tra alte eminenze calcaree in un ammasso di tufi, in cui si veggon racchiuse pomici, sfoglie micacee, e le solite sostanze de' tufi vulcanici. Nel sito della Varretella sono ancora due collinette, appena divise da un fosso angustissimo, una delle quali é di tufo vulcanico, l’altra di sabbia marina, ed un vero cimitero di crostacei.

Dalla discorsa condizione intanto di questa regione, nonché dal gres calcareo che riveste le materie vulcaniche delle dette falde di monti e colline, facilmente si conghiettura che tutta uscisse dalle acque marine, giacché solo il mare potè dar origine a' detti banchi di gres, di posteriore formazione ai tufacei, come questi sono posteriori alla roccia calcarea secondaria. Le rocce tufacee delle campagne di Cerreto, come quelle che tra lo stretto di monte Acero e la montagna di Faicchio percorre il Titerno, dimostrano questo fatto geologico. Dicasi lo stesso delle altre percorse dal Volturno allorché si unisce al Calore accanto alla catena del Taburno e a' monti calcarei di Campagnano. E poiché il primo di questi fiumi dall’agro di Vairano insino a che confluisce coll'altro corre su letti vulcanici, su’ quali ha ammontati immensi banchi di alluvioni, la formazione vulcanica fu opera sottomarina. Nella guisa stessa il Calore dalla valle di Telese sino alla confluenza col Volturno, lasciata una valle naturale, corre su letti vulcanici, a fianco de' quali giacciono i suoli di deposito del fiume, che perciò cominciò a scorrere come il Volturno dopo la formazione vulcanica sottomarina, e dopoché rimase a secco il nostro continente nella catastrofe generale (1833). E questo mi basti di aver detto co' patrii geologi della primitiva condizione del Sannio Caudino, così ameno e ridente come la prossima Campania; ora descriverò le città popolose e forti che un dì vi fiorirono.

1. COMINIO CERITO (Cominium Ceritum)

Appena da Livio abbiamo memoria di questa città del Sannio, dove narra la grande disfatta che nelle vicinanze di essa il Console Fulvio fece nel 539 de' Sanniti collegati a’ Cartaginesi ed a Campani (1834). Dal racconto dello storico è manifesto che Cominio Cerilo era di qua di Benevento e nelle vicinanze di Boviano, e però nel Sannio Caudino, e distinguevasi coll’aggiunto di Cerito dalla città omonima, che abbiam descritta negli Equicoli. Quanto al suo sito, non si dubita che sorgesse presso l’antico Cerreto, a breve distanza dal paese odierno. Non pochi sepolcri furon scoverti nelle sue campagne, ed antiche fabbricazioni si veggono ancora nella chiesa campestre di S. Maria del Fiore, edificata su gli avanzi, come si crede, di un Tempio sacro a Flora, ed altri ruderi vi si vedrebbero tuttavia, se il gran tremuoto del 1688 non avesse subissato l’antico Cerreto e sepolti i suoi monumenti (1835).

2. Monte ERBANO (Λόφος Ἐριβιανος, Collis Eribianus)

Presso la descritta città alto si leva tra le eminenze del Sannio Caudino il monte detto Erbano. Antichissimo è il nome di questo monte, e ne serbò memoria Polibio, comeché parlasse in vero di una delle sue dipendenze col nome poco diverso di Eribiano. Rammentando egli il passaggio di Annibale dall’Apulia nella Campania, ricordò alcune strade anguste e difficili che vi conducevano, una pel Sannio, e dobbiamo intendere il particolare distretto che descriviamo, la seconda pel colle Eribiano, e la terza dalla regione degl’Irpini (1836). Smarrendosi gl’interpreti nel rinvenir questo colle nel Sannio, una scorrezione immaginarono nel testo dello storico, e si avvisarono che intendesse il colle Trebulano (1837), e però un diverso viaggio assegnarono al celebre Capitano; il quale veramente, poiché elesse la seconda delle dette vie, media tra le due altre, forse perché men frequentata o non presidiata da Fabio, è manifesto che la marcia diresse per la montagna di Cerreto, appendice di monte Erbano. Ed aggiungi, che nella gola di questo monte, presso il villaggio di Cusano,tuttavia resiste al tempo un avanzo di una forte muraglia di enormi macigni, costrutta senza dubbio affin di assicurare in quel punto il passaggio lungo una rupe tagliata a viva forza, alla quale attacca un precipizio altissimo, alla cui base scorre il Tiferno. Questa muraglia è di antica costruzione, e si può supporre alzata da' Sanniti per sostruzione della via di cui parla Polibio. Tra le campagne ancora giacenti tra monte Erbano e Telese si rinvennero circa trent’anni or sono alcune monete puniche (1838), le quali per l’anzidetta contrada ci dimostrano il passaggio di Annibale, ed un fiume che la bagna, ricordato dal citato storico, e che or ora descriveremo, rende vieppiù chiaro col passaggio dell’esercito cartaginese questo punto della nostra topografia.

3. Fiume ATURNO (Αθυρνος ποταμός, Athurnus amnis)

Questo fiume è l’Aturno, che non trovo ricordato da nessuno de' patrii topografi. Dice Polibio che, come ebbe Annibale dal Sannio passate le fauci dell’Eribiano, pose gli alloggiamenti presso il fiume Aturno, che quasi tramezzava col suo corso i campi circostanti (1839). Tal fiume fu anch’esso per la simiglianza del nome scambiato dagl’interpreti col Volturno, contro la vera lezione del testo polibiano e la nostra topografia. Perciocché dalle foci dell’Erbano scaturisce il Tiferno, e presso Cerreto in esso s’immette un altro piccol fiume detto Turio o Turno, ed uniti irrigano quelle campagne. Di là si diede Annibale a saccheggiare senza pericolo la prossima regione, né per altra via che rasente il fiumicello Tiferno per una gola angustissima lunga più di due miglia, potè innoltrarsi nella pianura di Cerreto, e di là sopra Telese. E sebbene Livio non dica, come il greco storico, per dove si dirigesse Annibale, conferma non pertanto il cennato corso della sua marcia; perciocché dopo ricordata la depredazione dell’agro beneventano, soggiugne la presa di Telese (1840). Or la posizione de' luoghi consente al passaggio de' Cartaginesi pel colle Eribiano nella montagna di Cerreto di oggidì, donde coll'ala sinistra far poteva una scorreria nelle sottoposte campagne di Benevento, e colla dritta penetrare nella gola di monte Erbano, dove ora é Cusano, per passare di là lungo il Titerno per la gola anzidetta nella pianura di Cerreto e quindi a Telesia. Or ragioneremo delle città datesi allora a' Cartaginesi, ed espugnate poscia da Fabio nella regione che descriviamo, secondo l’ordine col quale sono ricordate dallo storico latino.

4. COMPULTERIA (Computieria)

Alla destra del Follar ito, circa un miglio al di là, e sopra un ramo della Via Latina, sorgeva la città di Compulteria (1841), che Livio attribuisce egualmente al Sannio Caudino (1842), e i cui abitatori sono ricordati da Plinio col nome di Cupelterini (1843). Ma, come leggesi in una rara medaglia di bronzo, anche alquanto diverso da questi ne fu il nome più antico, cioè Cupelterno, di sconosciuta origine e significazione. Tale medaglia, restituita a questa città sannitica da dotti nummologi (1844), e che già per non essersene bene letta l’epigrafe, fu dal Caylus e da altri creduta una concordia fra Cuma e Literno (1845), ha nel dritto la testa di Apollo laureato colla leggenda osca retrograda CVPEVTERNVM, e nel rovescio il bue a volto umano coronato da una Vittoria. Altre varietà di nomi di questa città s’incontrano ancora, come si vedrà, nelle iscrizioni; e comeché sembra che ne facesse anche menzione Strabone, se in vece di Καλλατερία, come hanno le edizioni e i manoscritti (1846), leggiamo Καλατία, Κομπουλτερία, non se ne ha una memoria più antica dell’anno di Roma 538, allorché essendosi già data ad Annibale, fu presa a viva forza da Fabio, che in parte uccise, in parte fe’ prigionieri col presidio cartaginese i cittadini e i Campani che vi rinvenne (1847).

Ignote ne sono le vicende de' susseguenti tempi; ma che fosse di qualche considerazione sotto l’Impero, chiaramente si raccoglie dalle non poche epigrafi rinvenute tra le sue rovine. È in esse ricordanza de' varii magistrati municipali di Compulteria, oltre del collegio de' Pontefici (1848) e degli Augustali che vi erano, e non disgradi che le più importanti ne riferisca. La seguente, scolpita sopra una base di travertino, e che sottostava alla statua di L. Fulvio Quintiliano, al quale fu posta, ci rammenta in essa un Tempio sacro a Giunone.

L. FVLVIO L. F. QVINTI

LIANO. VIX. ΑΝ. XXI. Μ. II.

L. FVLVIVS CLEMENS

SCRIB. AEDIL. ET. AVG.

CVBVLTERIAE MAG.

FANI IVNONIS ET

FADIA C. F. VITALIS

FILIO RARISSIMO.

Si è supposto questo Tempio nel sito stesso della chiesa di S. Ferrante nel territorio di Allignano, o ivi presso, dove si scavò un bel pavimento a mosaico, e si vedevano nello scorso secolo grandi rovine con marmi interi e spezzati, fra' quali si trovò una base, so coi era scolta l’immagine di un sacerdote nell'atto di versare sopra un’ara la patera della libazione (1849).

L’Imperatore Adriano nell’anno 119 dell'era nostra, o poco dopo, ristaurò a proprie spese le mura di Compulteria, come si ha da quest’altra iscrizione, riferita egualmente da' citati scrittori:

IMP. CESAR. DIVI

TRAIANIPARTHICI FIL.

DIVI NERVAE. NEP.

TRAIANVS. HADRIANVS

TRIB. POTEST. PONT. MAX. COS. III.

COMPVLTERINOS

MOENIBVS. EXORNAVIT

PECVNIA. SVA.

Ma quest’ultima che vedesi murata sulla facciata della chiesa di S. Sebastiano di Latina fra tutte è la più importante, dappoiché ci dà notizia che i Duumviri. Quinquennali (Censori), i Questori, e 'l collegio degli Augustali del pari che in Alife erano in Compulteria, contraddistinta a' tempi dell’Impero col nome di Repubblica (1850):

M. AVLIO. M. F.

ALBINO

PRAEF. COH, PRIM.

BREVCOR. II. VIR.

QVINQ. QUAESTOR.

CVRATORI. REIPVB.

CVBELTINORVM

PATRONO.

ET ALLIFIS. II. VIRO.

QVINQ. Q. PATRONO

AVGVSTALES

L. D. D. D.

Non v’è memoria della distrazione di Compulteria, sebbene non manchino le facili conghietture che rabbattessero i Goti o i Vandali nel V secolo, o i Saraceni nel IX (1851). In un aprico altipiano tra Alvignano, Dragone e Latina, dal quale come in bel teatro si veggon da lungi le falde del Matese, e più da presso S. Angelo e Piedimonte co' vicini villaggi, e le pianure, i fiumi e le selve che li tramezzano, era situata questa città sannitica. Una meschina terricciuola col nome di S. Maria a Coultere ne fu l’ultimo avanzo insino al secolo X, e ne' tempi susseguenti non rimase che nelle carte la rimembranza di Compulteria, dappoiché la chiesa dei detto villaggio cominciò a dirsi S. Ferrante, dal vescovo di Cajazzo, che vi fu sepolto. Si veggono in quel sito fondamenti di distrutti edifizii e muraglie, e colle addotte iscrizioni si sono rinvenuti sepolcri, acquidotti, monete imperiali, e rottami moltissimi di mattoni e di marmi (1852). Più strade servivano di comunicazione a Compulteria colle città vicine. Una dalla parte occidentale riunivasi a quattro miglia di qua di Alife col ramo della Via Latina, che per la detta città menava a Tclesia; e l’altra, salendo la montagna di Allignano, giugneva a Trebula, città campana. Della prima, restaurata da un M. Acilio Glabrione (1853), rimanevano gli avanzi nel passato secolo presso la detta chiesa di S. Ferrante; e, a giudicarne da altre reliquie di strati verso Cajazzo, sembra altresì che una terza menava a questa città, come può supporsi che un’altra ancora, e la più breve di tutte, fosse diretta pel ponte Anicio sul Volturno alla città di Telesia (1854).

5. TELESIA (Τελεσία, Telesia)

A XV miglia da Allife sorgeva sulla Via Latina quest’altra città (1855), tra le più antiche e ragguardevoli di questa regione. Benché Strabone la ricordò in generale tra le città del Sannio (1856), non è dubbio che appartenne al Sannio Caudino, perché Livio l’annoverò tra quelle che in questo distretto furono occupate da Annibale e riprese da Fabio (1857); e Tolomeo la situò prima di Benevento (1858), città cospicua de' Caudini. —Ignota affatto è l'origine di questa città, ed il Niebuhr sol per conghiettura si avvisa che fosse fondata di!Pelasgi (1859), e se greco in fatti ne è il nome, ad altra greca gente stabilitasi nel Sannio non si può attribuirla che a questa, la quale sembra ancora che fondasse, come diremo, Maloento o Benevento; e fu detta forse Teletta a cagione di qualche celebre oracolo, onde l’ebbero a dir Sacra (Τελέσιη), o perché a Giove Telesio la consecrarono, adorato particolarmente in Tegea, città di Arcadia (1860). Ma che che voglia pensarsi di queste conghietture, le quali ci disvelerebbero in Telesia una città anteriore alla conquista di Sanniti, la più antica memoria storica di essa è del tempo della seconda guerra cartaginese, allorché nel 537 fu presa da Annibale (1861). La città, dice Polibio, era ripiena d’ogni maniera di suppellettili, e fu facile a' Cartaginesi l’impadronirsene per non essere murata (1862), ma ritornò indi a non molto nel 538 sotto il dominio de' Romani, per essere stata ripresa, come abbiam detto, da Fabio con altre città del Sannio Caudino.

Ne’ susseguenti tempi non se ne ha altra ricordanza negli antichi, ma da una breve epigrafe scoverta tra le sue rovine in sul finire dello scorso secolo apprendiamo che una colonia vi fu dedotta da Publio Scipione. Or essendo noto da Livio che in virtù d’un senatoconsulto, verso l’anno di Roma 550, alcuni agri degli Apuli e di Sanniti a' veterani si assegnarono del celebre capitano che soggiogò e distrusse Cartagine (1863), si può forse senza errore riportare con un patrio scrittore all’anno 206 avanti l’era volgare l’epoca della romana colonia dedotta in Telesia (1864). L’iscrizione è la seguente:

COL. HERCVL. TEL.

P. SCIPIO. DED.

LOC.

A questa colonia detta Erculea, come dalla lapida apparisce, e che fu composta per avventura degli stessi veterani che ritolsero Telesia &'Cartaginesi, un’altra ne successe attempo de' Triumviri (1865). Queste due colonie la popolazione accrebbero e lo splendore di Telesia: ma al tempo di Strabone era già decaduta, avendola annoverata tra le città del Sannio che per le rovine sofferte da Silla sul finire della guerra sociale o furono ridotte in ville, o più non meritavano il nome di città (1866), e perciò Plinio non ne fe’ motto nel suo catalogo delle città e de' popoli d’Italia. Alla seconda colonia del resto sembra doversi attribuire il seguente marmo, nel quale è memoria di T. Fabio suo patrono, il quale ebbe l’onore d’una statua per avere tutte le pubbliche opere della città restaurate (1867):

T. FABIO. SANNIAE. PATRONO. COLONIAE

CVIVS. CVRA. ET. SOLLICITVDINE

OMNIA. OPERA. PVBLICA. RESTAVRATA. SVNT

HVIC. ORDO. SPLENDIDISSIMVS. ET. HONESTISSIMVS

P. THEL. STATVAM. PONENDAM

DECREVIT

E più antica ancora è forse da giudicare quest’altra iscrizione, posta da un devoto di Augusto alle officine fulloniche che fece edificare a sue spese per festeggiarne coll’annua rendita il giorno natalizio (1868):

Q. FILLIVS. L. F. RVFVS

Q. ARGIVS. Q. F. CELER

PR. II. VIR. LANARIAS

ET QVAE. IN. IIS. SVNT

SVA. PEQ. FECIT

VT. EX. EO. VECTIGALE. OVOTANNIS

MVLSVM. ET. CRVST.

NATALE CAESARIS AVGVSTI DARETVR

Le rovine di questa città si veggono sull’alto monte Acero (1869); le altre che comunemente ad essa si attribuiscono sulla sottostante collina ad un miglio in circa dall’odierna Telese,edificata nell’anno 860, appartengono alla colonia romana, nel cui sito egli sembra si riducessero gli antichi Telesini, scampati all’eccidio della loro patria, né altro ne sopravanza che le mura di opera reticolatale quali di figura ottangolare girano un miglio e mezzo in circa.

Fuori del recinto di esse veggonsi verso l’ovest gli avanzi di un Anfiteatro, e questa iscrizione ci ricorda in fatti i Duumviri per la celebrazione de' giuochi, i quali fecero innalzarvi due torri (1870):

L. MVMMIVS L. F. C. MANCIVS C. F.

PR. DVO. VIR. pro LVDEIS TVRRIS DVAS

D. D. S. FACIVNDAS COERARVNT

Fra le molte rovine della città sono certamente anche quelle del suo Teatro, e che vi fosse stato in fatti si è ben conghietturato dalla rimembranza del celebre pantomimo L. Trebellio ch’è in quest'altra epigrafe, scavata nel 1773 nelle vicinanze di Campolattaro, alla distanza di circa sette miglia dall’antica Telesia (1871):

L. TREBELLIO, L. F. RENATO

PANTOMIMO. SVI. TEMPORIS

PRIMO. SACERDOTI. DIANAE. VICTR,

ET. APOLLINIS. PALAT. AB. IMP.

M. AVREL1O. ANTONINO. AVG. PIO

TEL. BIS. CORONATO. ET CONSEN

SV. OMNIVM

PROCLAMATO. OB. INSIGNEM. EIVS

VIRTVTEM. ET. BENEVOLENTIAM

COLONIA. TELESIA, P.

D. D.

Un acquidotto vi conduceva le acque del Tiferno dalla distanza di circa otto miglia, e tuttora si veggono i ruderi di un antico ponte di mattoni, sul quale passava questo acquidotto. Quasi un miglio distante dalla città era un Tempio sacro ad Ercole, intorno del quale crebbe forse un sobborgo nell’odierno villaggio di S. Salvatore, rinomato nel medio evo per la Badia del celebre biografo di Re Ruggiero, noto sotto il nome di Abate Telesino. Tuttavia sussistono le rovine di questo Tempio, e fra gli avanzi de' marmi che nello scorso secolo ne rimanevano, si rinvenner non solo rotte statue di Marte, della Fortuna e di Venere Genitrice, come dalle iscrizioni si raccolse poste dalla Colonia in onore di Augusto, ma la statua colossale ancora del nume, al quale il tempio era dedicato colla seguente epigrafe (1872);

HERCVLI

SANCTO. S.

ACHILLEVS

6. COSSA (Cossa)

Tra le città prese da Fabio dopo Telesia Livio ricorda Cossa (1873), che il Cluverio, seguito da altri topografi non credè diversa da Compsa negl’Irpini, e di questa intese l’occupazione fattane da' Romani (1874). Ma dallo storico non apparisce che Fabio nel 538 fosse anche passato a combattere que’ popoli, e però più probabile mi sembra l’opinione dello storico di Alife, il quale stimò Cossa un oppido di minor conto dello stesso Sannio Caudino (1875), contro del quale in fatti mosse il Console coll’esercito dopo la presa di Casilino a riacquistare a forza d’armi le città già datesi a' Cartaginesi. Altra memoria del resto non ne rimane nell’antica storia, e si dovrà dirne la situazione affatto sconosciuta, se non si vorrà crederla nell’odierna terra di Cusano, posta alle radici del monte Mutria, a quattro miglia da Cerreto (1876); e comeché non mi è noto se vi si veggano ruderi di antiche abitazioni, e se vi si fossero mai trovate anticaglie, l’analogia del nome mi persuade che almeno in quelle vicinanze, se non in questa stessa grossa terra, fu la detta città sannitica.

7. MELE (Melae, vel Meles)

Si ha memoria di quest’altra città de' Caudini dal solo Livio, il quale l’annoverò tra quelle della regione che furono espugnate da Fabio nel 538 e ritolte a’ Cartaginesi (1877). Fu non pertanto occupata di bel nuovo dalle armi di Annibale, poiché quattro anni dopo fu espugnata dal Console Marcello, che vi passò a fil di spada tre mila Cartaginesi, lasciativi per presidiarla (1878), e dal racconto dello storico si raccoglie ch'era città grande e ben fortificata. Altre memorie non si hanno di Mele, che io giudico dal suo nome di greca origine,. dappoiché così nominavasi ancora una colonia di Locri nella Magna Grecia (1879), e si può bene supporla città pelasgica, occupata poscia Sanniti. In fatti Malici o Melici, secondo la diversità de' dialetti, si nominavano i popoli della Tessaglia che diedero il nome al seno Maliaco (κόλπος Μαλιεύς) ricordati da molti antichi (1880), nella cui regione detta Melide o Meliade era anche il fiume detto Mela (1881). Quanto al di lei sito, guidati i patrii topografi dall'analogia de' nomi, l'hanno concordemente situata a Melissano (1882), ed è da preferire questa opinione a quella dell'Holstein che la volle piuttosto a Molise (1883), essendoché la detta terra, a breve distanza da Ducenta e S. Agata de' Goti è nell’antico Sannio Caudino, e sorge presso di essa da un'amena valletta un fiumicello, il quale riteneva a' tempi di un poeta patrio il nome di Mela (1884).

8. FULSULE (Fulsulae)

Dopo di Mele Livio nomina Fulsule, espugnata anche da Fabio nella medesima guerra del 538 (1885); né altra rimembranza ne rimase nella storia sino alla guerra sociale, allorché fu in tutto abbattuta (1886), e certamente per opera di L. Silla. L. Holstein, il quale credè tutt’uno Cossa e Compsa contro la testimonianza dello storico latino, pose del pari Fulsule nella regione degl’Irpini, e propriamente a Montefusco (1887). Ma, senza discostarsi dalla narrazione di Livio, lo storico di Alife questa città riconobbe a Faicchio, a poche miglia dall’antica Telese (1888); ed oltre alla volgar tradizione ivi serbatasi ed esistesse fin da' tempi di Fabio Massimo (1889), i piccoli villaggi ne quali è diviso questo paese a quattro miglia da Cerreto dimostrano le remote distruzioni della guerra, o che sorsero dalle rovine d'una città antica.

9. ORBITANIO (Orbitanium)

Questa città fu pur situata da Livio nel Sannio Caudino, e tra quelle annoverata che furon riprese da Fabio e che si eran date ad Annibale (1890). Poiché fu come le altre occupata di viva forza, non fu certo tra le meno fortificate di questo distretto. Ma, per non esser forse risorta dalla devastazione, a cui dové allor soggiacere, altra memoria non se ne ha nella storia, ed incerta ne è la situazione, talché il Cluverio non seppe nemmeno per conghiettura assegnarla (1891). Se non che lo storico di Allife. considerando ch’esser doveva nelle vicinanze di Compulteria e di Mele, le quali ricaddero egualmente in potere de' Romani, si avvisò che sorger dovesse nell’odierna Ducenta, o in qualcun’altra delle vicine terre di Amorosi e Puglianello (1892), che sono appunto presso la via che mena alle rovine di Compulteria. Forse ancora riconoscer si potrebbe ne' dintorni, se non nel sito stesso di Civitella, piccol casale a tre miglia al nord di Cerreto, a giudicarne solo dal suo nome, il quale accenna a città antica; ma non mi essendo noto se il circostante suolo abbia mai dato anticaglie, o se vi si veggano antiche rovine, vai meglio dichiarar sconosciuto il sito di Orbitano insino a che più diligenti ricerche, e la scoperta di qualche monumento dia occasione a più fondate conghietture.

10. Monte TABURNO (Taburnus mons)

Al sudest de' monti Tifati forma il Taburno uno de' confini della già descritta e rinomata Valle Caudina. Antichissimo ne è il nome, ed appartiene senza dubbio alla più vecchia lingua osca o sabina, come Aturno Volturno Alburno ed altre voci simili a queste. A grande altezza si eleva ne' confini della regione, e benché tutto aspro e nudo di alberi nelle sue coste, ha nella sommità belle ed estese pianure, abbondanti di chiare sorgenti e rivestite di vaghi boschetti di faggi. Da tempi immemorabili ha dovuto avere le rocce denudate, giacche Grazio Falisco ricorda del pari il sassoso Taburno (1893). E come nel vertice è ricco oltremodo delle erbe più salutevoli al pascolo delle greggie, nelle basse falde è tutto rivestito di olivi, e Virgilio e Vibio Sequestre lo celebrano appunto per la coltivazione dell’albero sacro a Minerva (1894). I Sanniti Caudini avevano alle sue falde il lor sepolcreto, ed una vantaggiosa idea della ricchezza e della civiltà di questi popoli ci somministrano le medaglie, gli ornamenti d’oro, le militari armature, nonché i be’ vasi dipinti rinvenuti in questi sepolcri sannitici. Le chiare sorgenti dell’Olfizzo dalle radici di questo monte giungono per sotterranei acquedotti alla città di Napoli, e sono quelle stesse che re Carlo III per meravigliosi alvei e ponti condusse per le reali delizie di Caserta.

11. ITALIO (Ιτάλιον, Italium)

Non senza qualche dubitazione annovero con un patrio scrittore questa città tra quelle del Sannio Caudino, per non esser chiara abbastanza l’autorità di Diodoro Sicolo, che ne serbò memoria. Nell’anno terzo dell’Olimpiade CXVII, cioè nel 444 di Roma, lo storico racconta ch’entrati i Consoli coll’esercito nell’Apulia sconfissero in due giornate i Sanniti presso Italio, ed uccisone un gran numero, più di due mila e dugento ne fecero prigionieri. Espugnarono poscia e presidiarono Cataratta e Ceraunilia, sole città che nomina di quelle che si erano ribellate alla Repubblica (1895). Poiché l’ultima di queste città corrisponde all’odierna Cerignola, egli sembra che l’impresa di quell’anno da' Romani non si compiesse nel Sannio, sì bene nell’Apulia, e propriamente nella Daunia, dove i Sanniti avevano sin dal 434 occupata Luceria (1896). E perciò che un patrio scrittore in questa regione riconobbe la città d’Italio, e propriamente alla sinistra di Foggia nel luogo detto Vaccarella, che sarebbe una traduzione dell’antico nome (1897), essendo noto che ιταλός; a' Greci significò il toro; ma, secondo tale opinione, dove sarebbe il sacro monte, sul quale i Sanniti si raccolsero dopo la prima battaglia, come scrive il citato storico? Il perché più probabile io credo l'avviso del Romanelli, il quale, guidato anch'egli dall’analogia del nome riconobbe Italio, o Vitalio in Vitulano, rinvenendo nel Taburno il monte, sul quale i Sanniti si salvarono (1898). Che se Diodoro congiunge nel racconto stesso regioni ben lontane, il Sannio e la Daunia o non fu molto esatto, o veramente i Romani dall'una regione passarono nell’altra a riacquistar le città ribellate, come par più verisimile, e per un fatto simigliente basta per tutte l’autorità di Livio, il quale scrive che Fanio dopo aver preso di viva forza le città di Compulteria e Telesia nel distretto che descriviamo, occupò colle armi Tappala città di Eca ch’erasi aneli essa data a' Cartaginesi (1899).

12. CALAZIO (Καλατία, Calatia)

A non molta distanza da Compulteria sorgeva presso il Volturno al pendio di un’aprica collina quest’altra città de' Caudini indicata nella Tavola Peutingerana col guasto nome di Gahatic (1900), e non meno antica delle altre città sannitiche. Benché non sia alcuna rimembranza della sua origine negli storici e ne' geografi (1901), è da crederla di remotissima fondazione dagli avanzi delle sue mura, le quali, di sassi smisurati senza cemento, richiamarono l’attenzione del suo storico (1902) in un tempo (1619), in cui e non distinguevansi le fabbricazioni ciclopee, e nessuna induzione se ne ricavava per l'antichità delle città e de' popoli; e s’egli è vero, come un critico ha sostenuto, che i Sanniti non ebbero arte propria nel fortificarsi (1903), dobbiam considerare Calazia come anteriore all’occupazione della tribù sabina. Il culto ancora ch’ebbe per Ebone ed il suo nome affatto greco (1904) par che concorrano a farla stimare edificata dà Pelasgi, soprattutto perché fu nella Tracia una città dello stesso nome (1905); e benché i patrii scrittori non si accordano a distinguere le medaglie di questa città sannitica da quelle che all’altra omonima della Campania si appartennero, abbiamo in tali medaglie una pruova della sua importanza. Alcune di queste medaglie hanno la leggenda osca retrograda KALAT o KALATI col capo di Giove laureato nel dritto, e nel rovescio una figura sopra una biga (1906); altre la greca epigrafe ΚΑΛΑ (1907), ed altre ancora la leggenda latina CAIATINO col capo di Pallade nel dritto, e nel rovescio un gallo (1908), ed anche CAΙΑΤΙΝΩ col tipo stesso del gallo, e con una stella (1909). Le due ultime, di bronzo come le altre, chiaramente appartengono a questa città del Sannio, per essere in una iscrizione detta anche CAIATIA, e delle prime v’è chi stima quelle con epigrafe osca appartenersi alla Calazia presso Capua, ascrivendo le altre con la leggenda greca alla sannitica (1910): ma, oltreché i Sannitiebbero anch'essi medaglie con leggenda osca, non so comprendere come il piccolo castello campano avesse potuto batter medaglie. Il perché par verisimile che, non ostante la simiglianza de' tipi di alcune delle dette medaglie con quelli di Capua ed Aquino, tutte si abbiano ad attribuire alla Calazia di là dal Volturno e che questa perciò, anziché l’altra, fu una delle XII città tirreniche confederate con Capua (1911), prima dell'invasione della colonia sannitica.

Ma per dire delle non dubbie vicende di queste città, nel V secolo di Roma era già nel dominio di questo popolo, e il dittatore C. Petelio se ne impadronì dopo aver preso Nola nel 441 (1912),; ma dopo sei anni fu ripresa da' Sanniti col presidio che i Romani vi lasciarono (1913); e se può esser dubbio, come parve al Wesselingio, che Diodoro Sicolo parlasse della prima occupazione (1914), egli è certo che rammenta questa seconda, comeché sia anche alterato nel suo testo il nome di Calazia (1915). Altro non mi è noto di Calazia se non che godé della condizione di municipio, e senza sostenere con gli storici di questa città, ch'ebbe particolari leggi e statuti, si raccoglie dalla seguente lapida posta a Q. Gavio, patrono di esso Municipio (1916):

Q. GAVIO. Q. F.

TRANQVILLO

QVAEST. VRBIS

QVAEST. PROVIN

NARBONENSIS

ORDO DEC. ET

POPVLVS

PATRONO MVNIC.

E più chiara menzione ne rimase ancora in quest’altra epigrafe, la quale ci rammenta il Tempio di Venere Felice di questa città, edificato a proprie spese da P. Servilio, Patrono egualmente del Municipio Calatino, e decorato nella sua patria di altre cariche municipali:

VENERI FELICI

P. SERVILIVS P. F. FAL. APRILIS. IIVIR. Q. Q. Q. R. P.

Q. PEC. ALIMENT. PAT. MUNICIPI. CALATINORVM

CVRIA OP. ND. REIP. EIVSDEM

PECVNIA SVA FECIT.

Si possono leggere in varii scrittori che riportarono questa lapida le interpretazioni diverse che diedero della seconda, e quarta linea, che sono o più alterate dal tempo, o meno esattamente lette (1917): certo è che P. Servilio Aprile appartenne alla tribù FALERINA, alla quale secondo altre lapide furono ascritti i Calatini (1918), e colle altre cariche di Duumviro Quinquennale, di Questore della Repubblica e del danaro alimentario,fu ancora Curatore del Calendario della stessa (1919).

I Calatini, oltre di Venere Felice, adorarono ancora Priapo ed Ebone, ed il culto di questi numi io reputo molto antico e conferma l’origine pelasgica di questa città, come ho di già detto. La statua di Priapo vedevasi nel secolo XVII nel sedile della piazza maggiore della città, ed anche oggidì osservasi murato nella piazza dell’odierna Cajazzo il greco marmo che ci rammenta il culto di Ebone.

ΗΒΩΝΗ, ΕΠΙΦΑΝΕΣΤΑΤΩ

ΘΕΩ

ΤΑΓΜΑ. ΚΑΙ. ΛΕΩΣ. ΚΑΛΑΤΙΝΟΣ

Questo marmo fu ritrovato nel 1590 con altre iscrizioni, e vestigie di mura che si giudicarono del tempio del nume (1920), al quale, come a special protettore, l’epigrafe fu posta dal maestrato e dal popolo Calatine, poiché l'epiteto di επιφανέστατω, anziché per chiarissimo, spiegasi da dotti filologi per presentissimo o familiarissimo.

Silio Italico parla di Calazia come d’una città di piccol circuito (1921), e tale veramente la dimostrano le sue mura ciclopee antichissime al pendio della collina dove fu edificata. Ma in processo di tempo fu ingrandita col fabbricarsi un sobborgo in sito più agiato e più piano accanto alla città antica (1922), ed io mi penso per opera della colonia speditavi da Cesare. In questa parte di Calazia è da credere che fossero il Foro, la Curia ed i Templi, ricordati dagli storici della città. E noto intanto da Livio che i Censori A. Postumio Albino e Fulvio Fiacco rifecero le mura di Calazia (1923), e la seguente epigrafe ci rammenta il Foro intorno del quale alcuni Duumviri Quinquennali fecero costruire de' sedili (1924):

M. GAVIVS T. F.

Q. VISELLIVS Q. F.

CALLVS (sic)

DVO VIR. QVINQ.

CREPIDINECIRCA

FORVM. S. P. F.

Da questo marmo venne il nome di Foro di Marco Gavio al luogo in cui si rinvenne. E per sola tradizione trovo ricordanza di tre Templi appartenenti a questa città, uno dedicato a Marte dentro di essa, del quale non rimase vestigio, un altro a Giano, e gli avanzi se né additano nel luogo detto Sacrignano, e un terzo a Saturno, fuori del recinto delle sue mura (1925). I resti di queste mura si veggono nella parte della città odierna rivolta al nord, a torre Vallone sotto il baluardo, e nel monte fuor della porta di S. Pietro, nella cui vetta è il castello di Cajazzo. E nella cima del Mesorinola, alla distanza di due miglia, si veggono ancora molti vestigli di antiche muraglie di smisurati sassi quadrati, dove è da credere che si ergesse la rocca. Ruderi ancora di acquidotti si vedevano, è già tempo, nel sito detto Campi Cesariani, dove era fama essere stata un’antica villa, ed altri vestigli di mura si osservano sotto la falda del monte eh è presso la chiesa di S. Ruffo; e tra varii titoli sepolcrali ivi scoperti si rinvenne ancora l'iscrizione

DEIS ADHAERENTIBVS SACRVM

la quale mostra con più certezza che fossevi stato un Tempio a questi numi patrii (1926) dedicato, che ne tempi cristiani si mutò in quello di S. Ruffo (1927),

13. SATICOLA (Σατίκολα, Saticula)

Non è dubbio dalle riunite testimonianze di Diodoro, Livio e Festo che questa città appartenne Sanniti, e s’ingannò al certo il Cluverio che l’attribuì a' Campani (1928). Egli è vero che Servio l’ascrisse ancora a questi popoli, ma con essi confuse il suo popolo ausiliario ricordato da Virgilio dopo gli abitatori delle sponde del Volturno, come attribuì con errore a' suoi costumi, anziché alla sua posizione sotto i Tifati l'epiteto di aspri che dà loro il poeta (1929). Senza che Saticola intanto non avesse vantato un’antichità molto remota,non avrebbe Virgilio annoverati i Saticolani tra gli alleati di Turno (1930): ma la prima memoria veramente storica che se ne abbia non è anteriore all’anno 413. Il Console A. Cornelio Cosso pose allora il campo a Saticola, e di là rimossolo, perché forse non potè occuparla, era quasi debellato nelle vicinanze di questa città de' Sanniti, se l’accorgimento ed il valore del tribuno Publio Decio non salvava dal pericolo i Romani, che la seconda volta trionfavano nel Sannio (1931). Dopoché i Sanniti ebbero indotti Sorani a trucidare il presidio nemico che occupava la loro città, e a collegarsi con loro, i Romani posero un forte assedio a Saticola. Una gran battaglia fu allor combattuta tra Sanniti e Romaniche alla fine l’espugnarono nel 3 anno dell’Olimp. CX. VI (1932). Nel 436 vi fu dedotta una colonia, sotto il consolato di Papirio Cursore e C. Giunio (1933). Datasi ad Annibale, Fabio la ritolse a Cartaginesi nel 537 (1934), e si mantenne nella fede de' Romani, poiché nel 543 non si negò come altre colonie a soccorrerli nella stessa seconda guerra punica (1935). Altre ricordanze non se ne hanno oltre queste, ed affatto sconosciuta è l’epoca della sua distruzione, sebbene è molto probabile che avvenisse per opera di L. Silla, per non essere nominata da Plinio e Tolomeo. Si ricorda, è vero, da Stefano Bizantino, il quale compose il suo Lessico dopo questi geografi; ma egli non esponeva come essi la geografia contemporanea. Difficile è perciò affermare dove precisamente sorgesse, comeché la maggior parte de' topografi patrii si avvisi che trovar si doveva nell'odierna S. Agata de' Goti (1936). Le monete, i vasi dipinti, due latine iscrizioni, gli avanzi del portico di un gran Tempio, sono pe’ citati scrittori sicuro argomento per riconoscervi l'antica Saticola. Ma già prima crasi pensato dal Pellegrino che fosse stata in vece al nord di Limatola, dove fu il casale di Sarzano, presso il Volturno (1937), ed un erudito viaggiatore inglese crede piuttosto che sorgesse nella stessa Limatola giacché un’antica strada, egli dice, da Telesia menava a traverso di essa al tempio di Diana sul monte Tifala (1938), opinione che può ben sostenersi per le monete, i molti sepolcri e le iscrizioni rinvenutevi al pari di S. Agata de' Goti (1939). Tra queste iscrizioni importante è la seguente, eretta a L. Pacideio Carpiano, patrono di tre città sannitiche, e degli Atinati inoltre e de' Teanensi Apuli (1940):

L. PACIDEIO L. F. L. NEP. L. PRON

TER. CARPIANO SPL. EQ. R.

MVNITO SACERD, LANVIN.

PAT. MVN. CAIAT. ITEM. COL.

ALLIFANOR. PAT. ET. CVRAT. R. P.

ATINAT. ITEM. SAEPINATIVM

PAT. TEANENSIVM. APVLVM

DOMITIA. GALATIA. VXOR. ET

PACIDEII. MARCIA. C. F. ET. CAR

PIANI. SEN. ET. IVN. FILI

Il perché le anticaglie scoperte a S. rigata de' Goti appartennero piuttosto all’antica Plistia, ed in questa quasi certezza, passiamo a descrivere quest’altra città sannitica.

14. PLISTIA, o PLISTICA (Πλειστική, Plistia)

A non molta distanza da Salicela fu un’altra città de' Caudini di qualche importanza, detta Plistia e Plistica da Livio, ma è forse da preferire questa all’altra lezione, perché col medesimo nome trovasi indicata da Diodoro Sicolo. Apprendiamo da questo storico che Plistica, dove era una grossa guarnigione romana, fu espugnata da’ Sanniti (Ol. CXVI, 3) nell'anno stesso che si collegarono co' Sorani, e combattettero sotto le mura di Salicela (1941). Livio narra presso a poco lo stesso col dire che, avendo i Sanniti nel 439 perduta la speranza di difender Salicela occupata da' Romani, a render loro il contraccambio, passarono all’assalto di Plistia ch’erasi con essi collegato, e che presero a viva forza (1942). Altro non ci è noto di questa città, il cui nome, di greca derivazione (da πλεῖστος, plurimus~), fa sospettare un’origine greca, da attribuirsi, a quel che mi sembra, a’ Pelasgi per la vicinanza con Calazio, che ho conghietturato fondata da' detti popoli, non vi essendo rimembranza di colonie elleniche in questa parte delle nostre contrade, alle quali altrimenti ascriver se ne potrebbe la fondazione. Quanto al di lei sito, per l’analogia del nome e per alcuni ruderi un patrio scrittore lo riconobbe nel luogo detto Presta, tra S. rigata de' Goti e 'l monte Taburno, dove verso la fine del passato secolo vedevansi non pochi antichi avanzi (1943), e furon trovati titoli sepolcrali, i quali dimostrano che fu quel luogo abbandonato dopo il tempo de' Romani. Or se si conviene ella detta situazione, soprattutto per la vicinanza di Saticola secondo Livio, Plistica non era distante da questa città più di quattro miglia, se piuttosto che a Limatola si vorrà riconoscere a S. Agata de' Goti comeché non manchi ancora chi riconosca le rovine di Plistia sul monte Gagliola presso il villaggio di Turone (1944).

15. CAUDIO (Καύδιον, Caudium)

Undici miglia di qua di Benevento sorgeva sul corso della Via Appia 1a città di Caudio (1945), dappresso agli estremi confini della Campania. Benché Plinio la situasse secondo la nuova corografia nella regione degl’Irpini (1946), Tolomeo secondo l’antica l'attribuì al Sannio (1947), ed il particolare distretto dell’ampia regione dobbiamo intendere, che da questa città fu distinto col nome di Sannio Caudino. Ed oltre a tale special denominazione, che ci disvela in Caudio la città capitale, non un piccol castello, come affermano alcuni moderni geografi, di questo distretto sannitico, è chiaramente detta metropoli de' Sanniti in un antico storico perduto delle cose italiche, comeché se ne legga guasto il nome in Plutarco, il quale ne allega la testimonianza (1948). Quanto alle sue vicende, egli sembra che andasse compresa fra le città del Sannio ch’ebbero il dritto della romana cittadinanza senza suffragio di unita a’ Campani nel 421 (1949). Apprendiamo dal citato greco storico che i Romani l’espugnarono sotto il comando di Fabio Fabriciano, il quale tolse a Caudini la statua di Venere Vincitrice, che un pari culto ottenne, come abbiam detto, dagli Allifani, da' Telesini e Calatini; e questa espugnazione di Caudio si può probabilmente attribuire a Cajo Fabricio, il quale nel 469 combatté i Sanniti (1950). E di Caudio ancora io credo che intender si debba ciò che Diodoro Sicolo riferisce dell’ignota città di Cinna, spaurita dalle depredazioni Sanniti che saccheggiavano le città alleate de' Romani (01. CXVI, 4), e liberata dal timore da' Consoli, che presso di essa ponevano gli alloggiamenti in faccia de' nemici (1951); tuttoché il Cluverio tal racconto riferisca alla città di Luceria ed altri critici dottissimi tenessero Cinna per una ignota città sannitica posta a' confini della regione (1952). Né altro conoscesi di Caudio se non che il suo agro fu devastato da Marcello e da Fabio dopo la guerra combattuta contro Annibale (1953), e ne' susseguenti tempi, quando il Sannio era già passato sotto il dominio de' Romani, Augusto ne attribuì il territorio alla colonia beneventana (1954).

Dopo quest’epoca è appena nominata da’ geografi e negl’Itinerarii. In quello di Gerusalemme specialmente si nomina città, anche dopo le sofferte devastazioni, e da ciò è anche manifesto l’errore di alcuni moderni topografi, che ne parlano come di un piccol castello sannitico. Meglio si avvisa il Niebuhr, che distingue Caudio come una delle più importanti piazze del Sannio, e la suppone distrutta, non tanto per la rabbia romana che incrudelì contro tutta questa regione, quanto per effetto dell’ira che accese la ricordanza funesta annessa al suo nome, dir voglio il fatto delle Forche Caudine (1955). Ma senza negare che potè esser devastata da L. Silla, comeché non sia noto dalla storia, non fu certo distrutta affatto dal feroce Dittatore, perché la rammenta Tolomeo, ultimo degli antichi geografi (1956). Né secoli successivi si conservò ancora in qualche splendore, per essere stata sede vescovile; ma di altro vescovo di Caudio non si ha ricordanza che di Felicissimo, il quale soscrisse il Concilio romano ragunato da Papa Simmaco nel 599 (1957). La sua distruzione ed il suo totale abbandono non paiono avvenuti prima del IX secolo, allorché era ridotta ad un casale (1958). Le iscrizioni, i ruderi, le anticaglie scoperte presso Arpaja, e propriamente alle falde dell’aprico monte che soprastà a questo picco! villaggio sorto dalle sue rovine, e che tuttavia ritiene il nome di Costa Cauda dimostrano ch’ivi sorgeva la città capitale del Sannio Caudino (1959). Molte delle dette iscrizioni, che qualche particolarità ci disvelerebbero di essa ne' tempi romani, furono o distrutte, o trasportate ne' vicini villaggi, ed appena nella seguente si legge il nome di Caudio (1960):

M. CLVVIVS M. F.

FA. CAVD1

PRISCVS

MILES COHOR. ΙΠ

PRISCI F.

Nulla ci è noto de' pubblici edifizii di Caudio, se n'eccettui, ammettendo la detta conghiettura sulla testimonianza di Plutarco, il Tempio di Venere Vincitrice, dal quale Cajo Fabricio tolse la statua. Ma possiam bene vedere gli avanzi di un tempio magnifico ne' sedici tronchi di granito orientale, che uno scrittore patrio vide sparsi, non sono molti anni passati, perle strade del vicino villaggio di Airola; e si ha anche memoria d'una Basilica di Caudio nella seguente mutila iscrizione, fabbricata nel muro di un’abitazione dello stesso villaggio (1961):

SORIVS. L. F. LIB.

PATRONVS

SILICAM. DE. SVA

PCVNIA. DEDIT.


Vedevasi ancora ivi presso un’ara votiva coll’epigrafe (1962):

IVNONI

LVCINAE

VOT

NVNNIA IANVA

RIA POS.

E tra le altre iscrizioni, scolpite sopra colonnette milliarie, che ci ricordano la restaurazione della Via Appia per opera di varii Imperatori, importa ch'io riferisca solo la seguente, scoperta sotto il villaggio di Forcina, nella quale è segnata la distanza di XVI miglia antiche da Capua a Caudio (1963), perché serve ad emendar l’Itinerario di Antonino, nel quale per negligenza de' trascrittori la seconda nota numerale leggesi X:

XVI.

IMP. CAESAR

DIVI F. AVG.

P. P. COS. XIII

FIERI CVR.

16. FORCHE CAUDINE (Furcae Caudinae)

Una delle più oscure, delle più importanti e insieme delle più malagevoli ricerche della nostra antica topografia è il determinare la situazione precisa delle Forche Caudine, così memorabili nella patria storia. Non pochi geografi ed antiquarii, storici e viaggiatori, han cercato rischiarar questo punto; ma, come l'ignoto passo di Annibale sulle Alpi, è tuttavia indeciso per le contrarie opinioni. Gli avvenire disputeranno come i passati su questi due passi fatali all’Italia, e se accesi di amor patrio ripeteranno soprattutto la gloriosa impresa de' Sanniti che fiaccò la romana superbia, da questa ancora deriveranno l’odio inestinguibile tra le due nazioni, ch’ebbe sol fine colla totale rovina del Sannio.

Cominciava l’anno 433 di Roma, e i Sanniti, espulsi dalla Campania da Publilio Filone, tre volte vinti da Papirio e da Fabio, stanchi ed abbattuti dalle ripetute sconfitte, si deliberavano a dar gli autori dell’ultima guerra in potere de' Romani, e Papio Brutulo fra gli altri, che sé stesso uccise per non cader nelle mani degli odiati vincitori. Ma, non potendo ad alcun patto ottenere la pace, fermi si tennero su’ loro monti, un'altra volta aspettando la fortuna delle armi.

Accampatisi i Consoli colle legioni a Calazia, Caio Ponzio occupa co? Sanniti le vicinanze di Caudio, e per chiudere i Romani tra' monti, dieci soldati spedisce in abito di pastori presso i nemici alloggiamenti per dare a credere che i Sanniti con tutte le loro forze assediavano Luceria. Ingannati dalla falsa voce, videro i Romani la necessità di soccorrere prontamente gli alleati e di passar nell’Apulia, perché tutta ribellandosi, non si alienasse dalla Repubblica. Delle due strade che menavano a quella città fu eletta la più breve, e ciò volevasi dal generale sannite, per le Forche Caudine. «Questa è, dice Livio, la natura del luogo: due passi vi sono profondi, angusti e selvosi, intorno intorno coronati da monti: chiusa da entrambi è una campagna abbastanza larga, d'erba ricoperta e di acque, per la quale passa la via. Ma pria che tu giunga a questa, ti è forza entrare nel primo stretto, ed o retrocedere, o sbucare per l’altro più impedito ed angusto, se vuoi farti più innanzi (1964)». Entrano le romane legioni comandate da' Consoli T. Veturio Calvino e Spurio Postumio nella pianura pel primo de' due stretti scavato sotto una rupe, e non possono uscire per l’altro, chiuso da' Sanniti con alberi atterrati e sassi di gran mole. Avvedutisi dell’agguato de' nemici, da' quali veggono ancora custoditi i gioghi soprastanti, danno volta per uscire donde erano entrati, e trovano l’altro stretto chiuso anch'esso da ostacoli e da armati. Poteva Caio Ponzio, l’imperatore de' Sanniti comandare la strage de' due eserciti; ma, irresoluto su ciò che avea fare di tanti nemici che avea in sua mano, volle udire il consiglio di suo padre Erennio. Il quale, nella milizia invecchiato e ne' carichi civili, savio come egli era, e conoscendo bene l’indole de' Romani, consigliavagli o a mandarli tutti via liberi e senza offesa, o a tutti passarli a fil di spada. Ma non fu accettato né l’uno né l'altro parere. Volevano i Romani combattere, ma Ponzio disse esser finita la guerra. Venne a patti co' Consoli, fe’ passare i Romani sotto il giogo (1965), e ritenne seicento cavalieri in ostaggio. Doveva la Republica, giusta la promessa del trattato, lasciar libera dall’occupazione la regione sannitica, richiamarne le colonie, e rimanere così l’un popolo e l’altro colle proprie leggi in giusta alleanza. Fu questa in breve la memorabile impresa delle Forche Caudine secondo il racconto di Livio, il quale dice che senza ferite, senza brandir l’armi, senza battaglia furono i due eserciti debellati e vinti (1966). Ma qui lo storico è in aperta contraddizione con altri scrittori, con Appiano, il quale può riguardarsi come l’abbreviatore in buona parte di Dionigi d’Alicarnasso, e con Cicerone. Appiano dice chiaramente che i Romani furon prima battuti, poi costretti a passar sotto il giogo; e parlando ancora del promesso trattato, dice che fu giurato da tutti i capi che non perirono nella battaglia (1967). E Cicerone afferma del pari che i Consoli dopo perduta la battaglia di Caudio conchiusero la pace (1968). Lo storico latino alterava per ciò il vero, ed è parato ad un celebre storico che lo facesse pel nazionale orgoglio, il quale più ripugna al cattivo successo che mostra la debolezza, che alla più grande calamità (1969). E sebbene Aristide Milesio il fatto delle Forche Caudine confondesse, come a me sembra, con un’altra battaglia, di cui sarà detto nelle generali vicende Sanniti, attesta anch’egli che vi si combattesse (1970), e non si deve, come ha fatto un patrio scrittore (1971), negar fede a questo antico storico, il quale se scriveva da un paese assai lontano, aveva al certo in tanti storici perduti quegli aiuti che mancano a noi dopo i tanti danni della barbarie. Ma checche da altri dir se ne voglia, le dette Forche, o angustie tra' gioghi de' monti sannitici, prendevan nome di Caudio, città capitale del distretto che descriviamo. Or dove riconoscer dobbiamo i due stretti, dove l’ampia pianura che in mezzo di essi stendevasi, erbosa e coverta di acque?

Due valli quasi parallele si allargano tra' monti del Sannio ne' confini meridionali della Campania, una che prende nome dal villaggio di Arpaja, l’altra a tre miglia distante irrigata dal fiume Isclero, e due contrarie opinioni, sostenute da dotti antiquarii, rinvengono in entrambe la descrizione dello storico latino. E primi fra tutti il Biondi e il Volaterrano la famosa valle riconobbero in quella che nella lunghezza di circa sei miglia da Arpaja si allunga a Montesarchio (1972). Per contrario il Cluverio, avvisandosi che i Romani da Calazia di là del Volturno movessero per passar nell'Apulia, pensò che si abbattessero nella prossima valle irrigata dall’Isclero tra le due gole de' monti verso Cajazzo e Benevento (1973), e questa opinione stessa seguirono alcuni patrii scrittori (1974). Ma altri antiquarii, e non pochi, stanno fermi alla prima opinione, sostenuta ancora dal Panvinio e dal Sigonio, ed ecco le ragioni con che si oppongono a quella del Cluverio. Non già da Calazia montana, sì bene dall’altra piccola città omonima presso l’antica Capua, mossero le romane legioni alla volta dell’Apulia. Presso questa, perché situata nell’agro degli amici Campani, posero i Consoli gli alloggiamenti, e quando di là si partirono, s’incamminarono per la via poscia detta Appia, la quale non era diretta per la valle dell’Isclero, Forza è dunque riconoscere la prima gola in quella di Arpaja, l’altra in quella di Sferracavallo al di sopra di Montesarchio, tra le quali ben si rinviene la cava rupe indicata da Livio nella cosi detta capa o burrone di Pizzola sotto il monistero di Arienzo, come l’erbosa pianura in Val di Gardano (1975). Ma nessun rivolo, fiume, o sorgente irriga questa valle, e tutti gli scrittori che tale opinione sostengono, hanno dissimulata o dimentica tal condizione necessaria alla descrizione dello storico. Vero è che uno de' patrii scrittori, il quale più a lungo e con più estesi particolari esamina il controverso sito delle Forche Caudine, parla de' rivoli che o scendono, o stagnano, o corrono in Cervinara, alle Campizze e in Airola, ove sorgono le acque dell’Olfizzo (1976); ma troppo lungi va ritrovando le acque, ch'egli solo fra tutti crede indispensabili alla descrizione di Livio, e più da presso perciò si conduce alla contrada indicata dal Cluverio. Il perché un erudito viaggiatore inglese con una più accurata osservazione de' luoghi conferma l’opinione del celebre geografo, riconoscendo lo stretto passaggio tra S. Agata de' Goti e Mojano. Il fiumicello Isclero, dice il Gandy, scende dal sudest sopra Cervinara, traversa la grande strada tra Arpaja e Montesarchio, ed entrato prima in un lungo e stretto sentiero tra il Taburno ed un ramo Tifati, e poi per Mojano e S. Agata de' Goti, passa nella pianura bagnata dal Volturno, al quale si congiunge presso Cajazzo. Era questa la più diretta via pe’ Romani dalle sponde del Volturno a Benevento ed alla volta di Luceria. Questa via ha due anguste gole, una presso Mojano, l’altra vicino S. Agata de' Goti, con una piccola pianura tra mezzo, che circondano le prossime falde del Taburno; laddove la valle di Arpaja, per la quale passa la grande strada, ha soltanto uno stretto passo, ed ha tre aperture in vece di due, e nessuna sorgente inoltre la irriga (1977). Non vi essendo tra il Taburno e i monti di Airola altro passaggio per chi da Calazia montana moveva alla volta dell’Apulia, che l'angusta strada al di sotto dell’Isclero, resa rotabile non è gran tempo, per questa i Romani s’incamminarono verso Luceria; e chiuso da' Sanniti il varco sopra Mojano, non potettero retrocedere verso S. Agata, dove trovarono l’altro stretto chiuso egualmente e difeso da’ Sanniti, non meno che dall’altissimo precipizio, ch’è poco al di là del piccol ponte, sul quale passa la detta strada sotto S. Agata. Costretti allora di porre il campo in quella pianura che ha lievi pendenze verso dell’Isclero, ed oltre del Taburno è cinta da' monti di Paolisi, Arpaja e Cervinara, cessero alla fortuna de' Sanniti che li costrinsero a passar sotto il giogo. Questa opinione più probabile io credo, alla quale gli altri scrittori patrii ancora si accostano che sostengono i Romani essersi mossi dal campo presso Cajazzo (1978): né giova riferire l'opinione dell’Holstein, il quale riconobbe il controverso luogo nella valle che dopo Arpaja corre fin oltre Montesarchio (1979), per essere più ampia, e perché tre uscite vi si osservano, la prima in Arpaja, la seconda a Sferrecavallo, la terza dopo Mojano; né quella di altri, che l’ignoto passaggio circoscrivono nella valle di Forchia, che dalla detta cupa di Pizzola stendesi alla gola di Arpaja, e che i monti Tait rano e Forano cingono dal nord al sud; giacché oltre le ragioni addotte in contrario dallo storico di Suessola (1980), non è neppur bagnata da piccol fiume o sorgente.

Or mi rimane a chiudere questa breve ricerca coll’opinione di un dotto amico, il quale avendo anch’egli scritto sul dibattuto argomento delle Forche Caudine, gentile come egli è e cortese, mi è stato largo delle proprie osservazioni (1981). Combattendo egli pure l'opinione di coloro che la rinvengono nel bacino cinto da' colli di Airola, Cervinara, Montesarchio ed Arpaja, così seguita a dire nella sua memoria non ancor messa a stampa. «Ma niuno ha pensato che quella si fosse del circondario di Arienzo, che immediatamente la precede, perché i cangiamenti geologici in essa avvenuti, l'han fatta mutare di aspetto, veggendosi libera, anzi ampia l’uscita, per l’elevazione del terreno prodotta dalle alluvioni, dove prima era uno de' due aditi alpestre ed angustissimo. Per tal modo, la gola in cui comunemente si pone l’ingresso nella valle, era quello dell’uscita. Il nome di Forchia che ritiene un villaggio posto in questa gola, ha contribuito ad accreditar tale opinione, e più ancora il nome di Cauda con che tuttavia si distingue una delle colline che signoreggiano Arpaja, nonché le iscrizioni ivi dissepolte, nelle quali chiaramente si legge il nome di Gaudio. Ma poiché questa città era posta in su gli estremi confini che separano le due valli, bene si adatta all’una e all'altra conghiettura. Anzi, se bene si riguarda al sito di Gaudio e dell'odierna Arpaja, nonché del villaggio di Forchia, esso sembra più partecipare della valle di Arienzo che di quella di Montesarchio. Ma, supposto pure che per le condizioni naturali si convenga egualmente bene alle due opinioni, fa d’uopo osservare se il nome che la città dava ad una delle valli, era per la sua condizione naturale, ovvero per la politica, talché si fosse così detta quella che costituisce il suo territorio. Or il nome di Caudiello, diminutivo di Gaudio) che oggi ha un piccol casale posto a principio della valle di Arienzo, dimostra che qui sorgeva fin d’allora una borgata suburbana di Gaudio e suburbana ancora esser doveva la valle di Arienzo, ed è tutto il tratto che intercede tra la città principale posta ad uno degli estremi, ed il sobborgo situato all’estremo opposto. Ond’è che la situazione di Caudio, mentre per nulla pregiudica alla nostra ipotesi, quella del suo sobborgo ravvalora».

«Questo bacino ha una forma quasi ellittica: ad uno desertici verso Arpaja era l’uscita, dove il Daniele pone appunto l’ingresso; la gola del vertice opposto, per l’elevazione del terreno, è divenuta, come abbiam detto, così larga e piana, che ha fatto sfuggire a' moderni di riconoscervi la Valle Caudina. In questo intervallo, dove le due serie di monti più si avvicinano, quasi ad eguale,distanza, sorge in mezzo a rasa pianura un ameno colle, ove il cav. Puoti che lo possiede, ha stabilito una villa deliziosa. Il quale, quando si guarda ad una debita distanza, presenta i profili laterali cosi disposti, che corrispondono a quelli di due colli laterali, che fanno parte rispettivamente delle due catene; de' quali quello della catena boreale è detto monte Decoro, e l’altro monte di Cancello.»

«La costituzione fisica del luogo ne fa crescere la probabilità fino al punto prossimo alla certezza. Per quanto i naturali del luogo mi assicurano, per modo si riconosce il monte che forma l’attacco fra questo colle e le due catene, che ben lunghi tratti se ne osservano a fior di terra, e basta inoltre discendere alla profondità di pochi palmi per rinvenirlo. Ma più inoltrandosi nella valle, si scovre solo a grandissima profondità, che giugne fino a 200 palmi. E alla direzione quasi del colle di Puoti, nel principio della gola di Arpaja, sorge ancora a distanza quasi uguale dalle due serie di monti il colle de' Cappuccini, a cui succede l’altro detto la Pizzola, che si allunga per la gola, partendola in due sentieri. Sulla linea che dal colle de' Cappuccini si distende a quello di Puoti, la quale è perciò parallela alle due serie de' monti, e sopra di cui sorge il lungo e interrotto sobborgo di S. Maria a Vico, trovasi il monte ad una profondità minore che nelle pianure laterali della valle, incontrandosi anche a 18 palmi. Ma alla profondità di 50 a 60 palmi si è scoverto un antico acquidotto, scavato nelle viscere del tufo. Reca stupore la sua difficile costruzione, avendo appena palmi 7 di altezza e 2 soli di lunghezza (1982)».

«Il suolo di questo acquidotto è una dimostrazione storica dell’elevazione del terreno avvenuto in questa contrada, come abbiam potuto argomentarlo colle sole osservazioni logiche. La base della valle era al certo un buon centinaio di palmi più basso di oggidì, ed il bacino esser doveva affatto chiuso anche dove oggi ha un adito così largo. Ed il monte che trovasi a minore profondità in tutta la sua lunghezza, doveva allora bipartire il bacino in due valli minori. Anziché a' Romani, ch'esser potettero i restauratori dell’acquidotto, riferendosene la primitiva costruzione agli Opici, o a' Sanniti (1983), questo fatto un altro di egual probabilità ce ne fa sospettare, ed è che nella parte della cinta del bacino dove le acque s’imboccavano, e quindi uscivano fuori dalla valle, gli stessi popoli un adito ben largo praticarono per dar passaggio non solo al corso delle acque, ma ancora ad una strada, affin di rendere agevoli le comunicazioni tra le pianure esterne che menavano alla volta di Calazia e di Capua, ed il suolo interno della valle, senza esser costretti a sormontare gole alpestri ed anguste. Ed ecco un argomento quasi decisivo che qui fosse stata la cava rupe, di cui parla Livio».

«Or passando a dire della gola opposta, i colli de' Cappuccini e Pizzola questa gola bipartivano in due sentieri. In quello che intercede tra la serie boreale de' monti e questi colli, assicurano que’ naturali trovarsi vestigli del ramo della Via Appia, che da Calazia menava a Benevento. La linea scelta da' Romani incontrava presso Arpaja l’ostacolo del gran vallone, che si dové senza più sormontare con un ponte. Or se questa fu preferita all’altra che ora si batte, e che tale ostacolo non presenta, ciò dimostra che la via odierna era allora impraticabile, come è manifesto nella linea che dal colle de' Cappuccini si distende alla serie australe de' monti, dove fuori il livello della pianura spuntano fuori di tratto in tratto segni di monte, e la strada consolare inoltre ora sale, ora discende, ed ora sale di bel nuovo dalla Terra murata di Arienzo fin poco dopo di Arpaja».

«La gola di Arpaja era perciò recisa dalla valle per una serie di gioghi che il colle de' Cappuccini e quello di Pizzola congiungevano col colle del castello Arienzo e quello di Ponteriello. Il perché tra questi colli e gioghi esser doveva un angusto e profondo bacino in forma di voragine, aperto solo nella così detta cupa di Pizzola. Questo bacino, tuttoché ora colmato dall’elevazione del terreno, presenta nondimeno come un avvallamento, e l’antica configurazione del suolo si esprime ancora nel nome di Capo di Conca che tuttavia ritiene l’estremo rione di Arienzo, posto sul monte che formavagli barriera. Ed ecco nel detto burrone di Pizzola uno degli angusti aditi della Valle Caudina, ma non dell’ingresso, come altri patrii scrittori si avvisano, sì bene dell’uscita. E si noti che la via, la quale anche oggidì per questo adito s’intromette, è distinta col nome di Caudarola, quanto a dire Via di Caudio. Se anche oggi il terreno ha tanto colmato quel bacino, e la via consolare che vi passa ha ben difficili pendenze, s’immagini come esser ne dovevano un tempo alpestri le salite; e però ben diceva Livio essere l’adito di uscita più impedito e più angusto dell’altro d’ingresso».

«Questa valle soddisfa a tutti i dati ed alle condizioni di cui parla la storia. I colli che costituiscono le due serie di monti, sono sì strettamente chiusi che non lasciano alcun adito. E capace abbastanza perché i Sanniti vi tendessero l’agguato a' Romani; vi si trova forte indizio della cava rupe, di cui parla Livio: condizioni tutte che mancano affatto alla valle di Montesarchio, la quale è molto vasta, e lascia parecchie uscite. E si aggiunga, il che è di maggiore momento, ch’era la prima ad incontrarsi nel venir da Calazio, presso Capua, come oggi la prima nel venir da Maddaloni. Or perché dunque i Sanniti dovevan giovarsi piuttosto della seconda che della prima, la quale offeriva loro tutte le opportunità maggiori di quella»?

17. Villa di COCCEJO (Cocceii Villa)

Di là della descritta città di Caudio rincontra vasi sulla stessa Via Appio la villa del celebre giureconsulto Coccejo. Descrivendo Orazio il suo viaggio da Roma a Brindisi, ci lasciò ricordo di questa villa del suo amico che lasciava a Terracina, dove si recava per comporre insieme a Mecenate le insorte contese tra Ottavio ed Antonio. Nella città Coccejana fu il poeta con grande lautezza ricevuto, e vi passò la notte per condursi nel seguente giorno a Benevento, ch’erane distante meno di XII miglia. Egli ricorda il sollazzevole contrasto del buffone Sarmento e Messio Cicirro, e l’allegria con che fece la sua cena. Dice che la villa sovrastava alle osterie di Caudio (1984), e per tale indicazione, e perché presso Montesarchio si scavò è già tempo una colonnetta terminale colla iscrizione COCCEIANA, la quale accennava appunto al podere di Coccejo, l’illustratore della Via Appia si avvisò ch’esser doveva in quelle vicinanze, alla destra della città di Caudio, nel corso di quella grande strada (1985), e propriamente, a crederne un dotto viaggiatore, sopra un colle alla sinistra della famosa Valle Caudina (1986). Comeché questi scrittori non rammentano ruderi, e non si può pretenderli d’una casa di campagna dopo tanti secoli, chiaro è nondimeno ch’ivi si ritrovasse, per non discostarci dalla testimonianza del poeta, e da due titoli sepolcrali che ci ricordano la famiglia Cocceia.

Uno di questi si scoperse nel vallone appiè d’una delle due colline di là di Arienzo, l’altro si legge in un angolo del giardino del soppresso monistero di questa città, e sono i seguenti (1987):

1.

CN. COCCEI. CN. F.

OSSA. HEIC. SITA. S.

LVCILLA COCCEIANA

VXOR. P.

2.

D. M. S.

L. COCCEΙΟ

MARCELLINO

……………..ERV

……………….ANI

…………..RESCEN

………………………….

Ma non ostante tali epigrafi, non è facile additarne la precisa situazione, comeché alcuni scrittori sostengano che riconoscer si debba all'est dei villaggio di Costa ne' ruderi tuttavia superstiti alla così detta Masseria delle molliche (1988), che ben potettero appartenere a qualche altra villa da’ Caudini. Perché, se Caudio fu ad Arpaja la Villa Coccejana sarebbe stata secondo il parere di questi scrittori, e contro la situazione di Orazio, presso l'opposta entrata delle Forche Caudine. Ond’è che meglio si avvisa lo storico di Suessola il quale con una pari, se non più perfetta cognizione de' luoghi, senza indicarne gli avanzi, fu sol pago a situarla sopra l’osteria di Arpaja verso Montesarchio (1989).

18. PAUNA (Παύνα, Pauna)

Dobbiam la notizia di questa città a Strabone, il quale l’annoverò tra quelle che sopravanzarono alle distruzioni di Silla (1990). Alcuni dotti critici pensano non pertanto doversi leggere Urna il di lei nome, riferendo a questa città del Sannio i Panieri mentovati da Plauto, allorché parla di varii popoli, de' quali giocosamente trasferisce i nomi a' panettieri e venditori di placente, tordi e ficedule (1991). Ma ripugnando a tale interpetrazione la vera lezione del geografo, piacque ad un patrio scrittore preferire la lezione Cisauna, di cui è memoria nell’epitaffio di Scipione Barbato (1992). Questa città appartenne propriamente agl'Irpini ed il luogo detto Peuna nella Valle Caudina tra S. Martino e S. Angelo della Scala dove per l’analogia del nome alcuni situano la detta città sannitica (1993), par che confermi la lezione di Strabone, e dilegui le dette conghietture.

20. ERCULANEO (Herculaneum)

Livio ci lasciò memoria di quest’ultra città sannitica, narrando le imprese di Carvilio contro il Sannio nel 459. Come ebbe il Console occupato Volana e Palombino, si accostò coll’esercito ad Ercolaneo, dove venuto a battaglia co’ Sanniti, perdè non pochi de' suoi; ma, racchiusi i nemici dentro la città, l’espugnò facilmente e se ne impadronì, molti uccidendone e facendone prigionieri di quelli che la difendevano (1994).

Questo solo ci è noto di Ercolaneo, che non fu certamente delle meno importanti città del Sannio, per essere ben fortificata; e v’è tutta la probabilità che fosse indicata nella Tavola Peutingeriana col guasto nome di HERCULRANI, comeché senza alcuna nota di distanza, e fuori il corso della Via Appia (1995). Certo è nondimeno che al tempo di Trajano era un pago, come è noto dalla Tavola alimentaria de' Liguri Bebiani e Corneliani (1996), che addurremo nella descrizione degl’Irpini, ed a tale stato certamente dové esser ridotta per le devastazioni de' Romani. Credesi del resto che sorgesse nell’odierno Montesarchio, essendosi ne' tempi andati nominata Monte di Ercole la collina sulla quale è posto (1997), per un Tempio eretto a quel nume, dal quale sembra che Ercolaneo prendesse il nome (1998); e secondo questa opinione sarebbe bene nel citato Itinerario segnato fuori della Via Appia, perchè passavagli a destra sotto la detta collina, a quattro miglia da Caudio. Aggiugni gli avanzi di città ragguardevole ivi discoperti, cioè acquedotti, colonne, basi, capitelli, pavimenti marmorei e frammenti epigrafici, che non lasciano dubitare ch’ivi si alzasse questa città sannitica. Da una delle iscrizioni ivi scavate e ch'è la più importante si raccoglie che i Scribonii, padre e figlio, Patroni della città, ne fecero edificare le torri per decreto de' Decurioni (1999):

L. SCRTBONIVS L. F. LIBO PATER

L. SCRIBONIVS L. F. LIBO FILIVS

PATRONEI TVRREIS EX D. D.

F. C.

Molti sepolcri vi si scopersero ancora con vasi eleganti e figurati, che passarono in possesso del Marchese del Vasto.

21. MALOENTO, o BENEVENTO (Μαλόεις, Beneventum)

A miglia XI antiche da Caudio (2000), presso la confluenza de' fiumi Sabato e Calore, incontravasi Benevento, città cospicua e di remotissima fondazione. Fu dapprima detta Maloento, e gli antichi l’origine ne attribuirono a Diomede di Etolia (2001); e non solo questa tradizione conservavasi nel IV secolo dell'era volgare, ma le zanne ancora del cinghiale ucciso dal greco eroe, che uno storico dice aver vedute a Benevento (2002). I Romani mostravano anch'essi la nave sulla quale Enea era sbarcato in Italia, che lo stesso Procopio potè vedere dimorando in Roma; la bianca troja, nella quale i Trojani si avvennero in sul lido di Laureato, che insalata a Lavinio mostravasi a' curiosi (2003), ed i cui simulacri in marmo e in bronzo di stile antichissimo, come la lupa etrusca del Campidoglio, vedevansi sulle pubbliche piazze di alcune città del Lazio (2004). Queste ed altrettali imposture nascevano dalle invalse tradizioni, e le tradizioni dalle origini alterate delle città e de' popoli. In quella risguardante Diomede, che arriva dopo la guerra trojana nelle nostre contrade per fondarvi non poche città, come più a lungo sarà detto nella descrizione della Daunia, un nume archegeta fu scambiato col greco eroe, e lo stesso nome primitivo di questa città l’origine ce ne disvela in una colonia pelasgica. La favolosa tradizione provenne dal culto di questo nume, il quale si può credere identico ad Apollo, così perché gli Eneti dell’Adriatico un cavallo bianco, come i Persiani sole, a Diomede sacrificavano (2005), e sì ancora perché nell'isola di Lesbo, una volta abitata da' Pelasgi (2006), Apollo fu adorato sotto il nome di Maloento (2007). Malloea nominavasi ancora una città della Perrelia (2008), o della parte orientale Tessaglia, i cui popoli, scacciati da’ Lapiti, passarono nell’Epiro innanzi che a Troja si combattesse, e che son detti Pelasgioti da un antico poeta (2009). La leggenda ancora d’una medaglia che a Benevento si attribuisce, conferma tal conghiettura; dappoiché vi si legge in caratteri arcaici MAVIESA, e fa risovvenire i Maliensi, i quali quella parte abitavano della Tessaglia contigua alla Ftiotide, e venivano annoverati tra' Pelasgioti (2010). In costoro io veggo i primi fondatori di questa illustre città, e quali altri potrebbero essere i Greci, che secondo Festo da remoti tempi l’abitarono? (2011). Il perché, senza intrattenermi delle etimologie addotte da altri scrittori, le quali verun lume non ci danno sull’origine di essa (2012), sia ch’ebbe nome di Maliensi, sia che dal culto di Apollo Maloento non mi par dubbio che l’edificassero i Pelasgi.

Certo è che ne' tempi storici fu occupata Ari Sanniti, i quali vi soggiogarono, a crederne Festo, gli antichi abitatori Ausonii (2013), e vi si mantennero sin oltre la metà del V secolo di Roma. Nell'anno 440, quando furono sconfitti presso Capua da' Consoli M. Petelio e C. Sulpicio, pochi se ne salvarono a Maloento (2014); e sebbene non è noto dalla storia in qual tempo dipoi i Romani se ne impadronissero, fu senza dubbio prima del 485, allorché una colonia vi spedirono, essendo consoli Sempronio Sofo ed Appio Claudio (2015). Fu allora, come scrivono Plinio e Festo, che ne fu mutato il nome in Benevento (2016), parendo di male augurio a' nuovi occupatori l’antica denominazione che non intendevano. Supponendo un dotto nummologo assai prima occupata la città da Romani, nell’intervallo di tempo trascorso dalla prima occupazione insino alla deduzione della colonia crede battuta la già detta medaglia di bronzo co' tipi d’una testa femminile ed il toro a volto umano (2017). Ma non si può reputare più antica, ed opera degli stessi Sanniti? Certo è che dopo lo stabilimento della colonia romana, per comune avviso de' nummologi, e la leggenda stessa il dimostra, furon battute quelle coll’epigrafe BENVENTOD nel dritto e la testa di Apollo laureata, e nel rovescio GPOGOM (nome di magistrato) con un cavallo corrente che ha sopra un pentagono (2018). Questi tipi sono simili a quelli di Arpi e Salapia, fondate anch’esse, secondo le mitiche tradizioni, dal re di Etolia; ed è notabile soprattutto quello di Apollo, che ho già detto adorato da’ Pelasgi sotto il nome di Diomede.

Rimase Benevento in possesso de' Romani per tutta la seconda guerra cartaginese, ed il Senato insieme ed il popolo si dichiararono riconoscenti alla di lei fede verso la Repubblica in quel periodo di trambusti e di pericoli (2019). Ne’ susseguenti tempi una nuova colonia di veterani vi fu dedotta da Giulio Cesare, ed oltre che si raccoglie dalle lapide, nelle quali è distinta coll’aggiunto di Giulia, il dotto storico di questa città il dimostra col titolo sepolcrale di Munazio Fianco, che leggesi nel castello di Gaeta, nel quale è detto che divise a' coloni l’agro di Benevento (2020), senza che affermare si possa che ciò avvenne prima del 711 di Roma, allorché altre colonie condusse nella Gallia (2021). Appiano l'annovera tra le più illustri e doviziose città d’Italia, i cui campi furono divisi a' veterani de' Triumviri (2022), e fu questa la terza colonia che vi fu spedita, la quale più delle altre dové renderne dura la condizione per la licenza della sfrenata soldatesca vincitrice, di cui parla lo storico. Questa colonia in alcune lapide è detta Augusta dal nome che Ottavio assunse per consiglio del mentovato Munazio Fianco, de' suoi più famigliari ed amici (2023); ed una quarta infine ve ne fu spedita da Nerone. Di quest'ultima colonia lasciò memoria Frontino col nome di Concordia (2024), il quale si può forse riportare all’epoca stessa della terza deduzione, e che accennava per avventura alla pace tra Triumviri. Nella seguente iscrizione che fu letta in Arpaja, è memoria non solo de' confini dell’agro dell’ultima colonia insino alle mura della città di Caudio, il cui territorio fu aggiunto da Ottavio alla colonia beneventana (2025), ma ancora di tutti i nomi co' quali le dette colonie furono contraddistinte, cioè Felice, Giulia, Augusta e Concordia (2026):

IVLIAE AVG. IMP. CAESARIS

SEPTIMI SEVERI PII PERTINACIS

AVG. ARAB. ADIAB. PART. MAX

MATRI AVGVSTI......

ET CASTRORVM COLONIA IVLIA

CONCORDIA AVG. FELIX BENE

VENTVM DEVOTA MAIESTATI

AVGG...... IN TERRITORIO SVO QVOD

CINGIT ETIAM CAVDINORVM

CIVITATEM MVRO TENVS

Parve al dotto storico di questa insigne città che fosse stata la capitale de' Caudini (2027); ma lo special nome di questi Sanniti, col quale sono distinti da Livio e Vellejo, e che presero dalla città di Caudio, è una pruova in contrario. Se di questa fu più ragguardevole Benevento, ciò avvenne ne' tempi posteriori, e dopo che Caudio fu distrutta, e sol dopo la guerra sociale è da credere che primeggiasse nella regione, quando le altre città sannitiche, o erano distrutte affatto, o appena meritavano il nome di città (2028).

E per dire dell’antico culto dei Beneventani, non poche lapide ci rammentano il massimo de' numi co' diversi titoli di difensore, vincitore, pacifero. Da' tempi più vetusti fu adorato Giove nel Sannio, come apprendiamo dal terribile giuramento de' giovini sanniti prima di combattere ad Aquilonia (2029), e che avesse avuto un Tempio in questa città, almeno ne' tempi romani, è noto dal seguente esametro, che forse leggevasi sulla porta di esso tempio:

LIMEN AD HOC POPYLI PERSOLVITE VOTA ΤΟΝΑΝΤΙ

Vi fu ancora adorata Giunone co' titoli di regina, veridica, quirita o astata, e stigia. Altre epigrafi ci ricordano il culto di Venere e Diana Celeste (2030), e non solo da iscrizioni e tavole votive conosciamo che vi fu adorato Ercole, ma dalle rovine stesse del tempio a questo nume dedicato. La più importante delle dette iscrizioni, supplita dal citato storico, è la seguente (2031):

TEMPLVM HOC SACRATVM HERculi

Quod novum sit C. CAESARI AVGVSTI NOMEN FELIX

REMANEAT STIRPIS SVAE LAETATVS Successore

PARENS NAM QVOM TE CAESAR TEMplum

EXPOSCET DEVM COELOQVE REPETENS SEdem

MVNDVM REGES, SINT HEIC TVA QUOI SORTE

HVIC IMPERENT REGNANTQVE NOS FELICIBVS

VOTEIS SVEIS

L. AVRELIVS L. F. PAL. RVfus PRIMOPILARIS

XVI MILITANS Stipendis sub auspiciis

IMP. CAESARIS Divi F. Augusti DD.

L. Aurelio Rufo innalzò questo tempio ad Ercole in memoria e felicitazione di un Augusto, e lasciando ad altri il divinarlo (2032), dico solo che ergevasi presso il ponte sul Calore, dove tuttora se ne veggon gli avanzi, e dove il frammento di quest’altra lapida si rinvenne, la quale i pubblici voli ci ricorda della Colonia Beneventana al detto nume per la salute di Commodo (2033):

HERCVLI SERVATORI SACRVM pro SAL. IMP

M. AVREL. COMMODI PII AVG. COLON. BENEVENTAN

E degli anzidetti due titoli votivi mi basta di riferir questo solo che leggevasi in una tavola marmorea, nella quale figuravasi Ercole nell’atto di compiere una delle sue fatiche,di cogliere cioè I pomi negli orti delle Esperidi:

ΗΡΑΚΛΗ

CUTUPI

Π. IOTNIOC

I ANOTA PIOC

atiote

ANCO II

KCN

Questa tavola, pubblicata da dotti archeologi (2034), è ancora de' tempi imperiali, ed è manifesto non solo dal nome di P. Giunto lanuario che dedicolla ad Ercole Salvatore, titolo che il nume ha pure in medaglie, ma ancora dall’esser egli stato Augustale, non Augure, come interpreta lo storico di Benevento. Altre lapide ci ricordano il culto e le superstizioni in onore di Aitino o Ali, ditele e Minerva Paraccnzia o Berecinzia i e basta per tutte riferir questa sola (2035):

ATTINI. SACR. ET MINER

VAE PARACENTIAE

L. SONTIVS PANCIVS IVSTI

NVS EQ. ROMAN VS PRINCI

PALIS ET DVVMVIR ET MVNERA

RIVS NATALIS COLONIAE OM

NIBVS HONORIBVS PERFVNCT

ET SACERDOS MATRI DEVM Μ. I

IN PRIMORDIO SVO TAVROBO

LIVM A SE FACTVM TRADEN

TE SIMVL COS1NIA CELSINA

CONSACERDOTE SVA

PRAEVNTE FLAVIO LIBE

BALI BAR. PVBL. PRIMARIO

Il Genio inoltre della Colonia, come in altre città nostre, v'ebbe culto da' Romani, ed una Sepea Fedele gli alzò un tempietto, come è noto da questo altro marmo (2036):

GENIO

COLONIAE BENEVENTANAE

SEPEA. C. L. FIDELIS

SVA. PECVNIA. FECIT

LOCO. D. D. D.

Abbiam detto colla testimonianza di Appiano che Benevento sul cadere della Repubblica era per ricchezza e magnificenza di edilizi tra le più illustri città d’Italia, ed anche più arricchita di nobili e grandiose opere pubbliche fu ne' tempi imperiali. Oltre del Foro e delle mura, le epigrafi ci ricordano varie Basiliche, varii Portici, il Pretorio, le Terme costrutte o restaurate da Commodo (2037) e da Trajano, con altri pubblici bagni virili e muliebri; e tuttavia si veggono i ruderi dell'Anfiteatro, nel quale intervenne Nerone a' indi gladiatorii di Vatinio (2038). È memoria nella seguente lapida della restituzione della più parte di tutte queste opere pubbliche, nonché delle mura abbattute da Totila (2039); ma, mutilata come è nelle due prime linee, non ci lascia conoscere chi ne fosse stato l’autore (2040):

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IVSTITIA ADMIRABILI CASTITATE CONSPICVO

ATORI FORI PRO.. PARTE CONLAPSI IN RVIN

CONDITORI MOENIVM RESTITVTORI BASILICAE

M PORTICIBVS RESTAVRATORI REGIONIS

VIAE NOVAE REPARATORI THERMARVM COMMODIA

NARVM RESTITVTORI COLLEGIORVM REPARATORI

PORTICVS DIANAE REPARATORI BASILICAE LON

GINI AC TOTIVS PROPE CIVITATIS.

HOSTILE INCENDIVM CONDITORI.

INSIGNIA EIVS IN OMNEM PROVINCIAM......

PRAECIPVAQVE IN SE ET PATRIAM MERITA

POPVLVS BENEVEN

AD AETERNAM MEMORIAM

STATVAM CONLOCAVIT.

Il Campidoglio, nel quale vedevasi la statua marmorea sedente del grammatico Orbilio (2041), maestro del poeta Venosino (2042), i sacri edilizi de' molti collegi di arti che vi fiorirono, ed un Cesareo inoltre ed un Canopo, ci mostrano lo splendore di questa città sotto i Romani. Il Cesareo fu un tempio innalzato in onore di Augusto e della Colonia da Vedio Pollione, quello stesso celebre cavaliere romano, il quale legò morendo al primo degl’Imperatori la sua villa sul colle di Posilipo (2043). Umbrione Eudrasto eresse il Canopo, che dové essere un altro edilizio simile a quello che Adriano edificò nella sua villa di Tivoli, dove volle riunire come una ricordanza di tutto l’universo romano (2044). Di tutte queste opere resta sol la memoria, ma dal gran capitello jonico che serve di bocca alla cisterna del monistero accanto alla Cattedrale, può argomentarsi la magnificenza de' templi o de' portici che furono in Benevento. Nel largo davanti la stessa cattedrale è ancora un piccolo obelisco di granito, il quale, a crederne un celebre archeologo, è del tempo di Domiziano (2045).

Ma di tutte le pubbliche opere che questa insigne città nobilitarono, la più grandiosa e magnifica fu Ureo trionfale di Trajano, che tuttavia resiste al tempo e forma una delle porte della città, detta Porta Aurea fin da' primi secoli del medio evo (2046). Questa eccelsa mole, che lasciasi indietro tutte le altre che rimangono dell’Italia dominatrice, conservasi poco men che intera, essendo solo mancante di una parte del cornicione nel secondo ordine e ne' frontispizii. In fuori dell’infimo zoccolo di pietra rozza, è tutto di marmo pario. Alto 68, largo 65, e di lateral grossezza 28 palmi romani, ha due magnifiche facciate, in ciascuna delle quali sono quattro grandi colonne scanalate, co' corrispondenti pilastri corintii sopra alti piedistalli. In mezzo delle colonne sono due istoriate tavole maggiori, ed altrettante minori frapposte della stessa lunghezza. Come nell’Arco di Tito, al quale molto rassomiglia, il fregio del cornicione rappresenta un trionfo. Sulla fronte dell’Arco, fra quattro tavole massime nobilmente effigiate, era posta l’iscrizione

IMP. CAESARI. DIVI. NERVAE. FILIO

NERVAE. TRAIANO. OPTIMO. AVG

GERMANICO. DACICO. PONT. MAX. TRIB

POTEST. XVIII. IMP VII. COS. VI. P.P

FORTISSIMO. PRINCIPI. SENATVS.P.Q.R

Poiché Trajano con altri popoli debellò anche i Partii e il titolo di Panico non leggesi nell’epigrafe con quelli di Germanico e Dacico, si è a ragione affermato dal più recente illustratore dell'Arco che s’innalzasse prima della spedizione contro detti popoli, e propriamente nel CXIV dell'era volgare, come ricavasi dall’anno XVIII della tribunizia potestà che all'Imperatore si attribuisce (2047). Nel modiglione della volta ergesi a bel rilievo nella facciata rivolta a Roma una figura pedestre imperatoria (la Fortuna reduce simbolo dell’eroe), e in quella verso oriente un’altra figura, anche in piedi, stolata (la Fede dell'augusta Pompea Plotina, indivisa compagna di Trajano). Sotto l’epistilio e nei vuoti della periferia interna sono due genii alati, la Fama a destra che innalza un vessillo come in atto di far manifeste le imprese dell’eroe, la Vittoria a sinistra che ha sopra una picca un gran serto trionfale per coronarlo. Nella periferia esterna veggonsi due simulacri di fiumi giacenti, uno di vaga figura muliebre (la fiumana Sargezia nella Dacia), l’altro virile e barbato (il Danubio o l’Eufrate entrambi della più squisita scoltura. Negli angoli de' modini dell’archivolto sono quattro puttini, esprimenti le quattro stagioni, e che accennano a' felici tempi dell’Impero di Trajano. L’architrave, il meandro, la cornice e l’attico girano per tutto l’edilizio colle medesime proporzioni e bellezze, a simiglianza dell’arco di Tito, dal quale sembra imitato. L’interno dell’arco, di una sola gran volta formata a cassettoni magnificamente scolpiti, ha un quadro nel mezzo, la cui cornice è tutta ornata di trofei militari ch’esprimono insieme i due trionfi su’ Daci, ed in cima allo stelo, leggiadramente intrecciato e fregiato di rosoni che adorna il tutto, posa un’aquila con in bocca una ghirlanda di alloro, e negli artigli lo scettro della maestà latina. Nelle due opposte facciate dell’arco due classi di azioni diverse di Trajano si effigiarono, le civili e le straniere. In quella verso Roma vedi l’entrata di Trajano nella città, l’adozione di lui davanti agli dei, al Senato ed al popolo romano, l’introduzione nella regia, l’apoteosi nel campo, il consiglio nella villa, la provvidenza nel Foro. Nell’altra rivolta ad oriente, la Dacia prostrata, l'Egitto e le provincie alimentate, l’Oriente confederato, l'Armenia racquistata, Trajano acclamato Augusto in Colonia e i voti dell’Imperio (2048). Questo insigne monumento dell’arte antica credesi opera del famoso Apollodoro Damasceno, favorito architetto dell’Imperatore, e noto costruttore del Foro, dell’Odeo e del Ginnasio in Roma (2049). La splendidezza e bellezza del disegno, la ricchezza degli ornati e delle figure (2050), la solidità di tutta l’opera fanno confessarla a chi la riguarda veramente degna del principe, a cui fu innalzata dalla romana riconoscenza. Da questo Arco la Via Trajana congiunta sino ad Eclano coll’Appia menava nell'Apulia, ed è probabile che per gratitudine appunto dell’avere l’Imperatore quella via lastricata, fossegli innalzato l’Arco quattro anni prima della sua morte.

21. Pago LUCULLANO

A breve distanza da Benevento, e forse sulla stessa Via Trajana che ne usciva, sorgeva il pago, o villaggio col nome di Lucullano. Sono già noti per le testimonianze delle epigrafi e degli scrittori i legati che facevansi dagli antichi perché con banchetti ed altri riti il giorno della lor morte si celebrasse. Nella seguente lapida beneventana è memoria d’un legato di CXXV sesterzi i a' pagani Lucullani perché il pago lustrassero, e banchettando il dì natalizio celebrassero di Nasellio Sabino (2051); e a tali condizioni non adempiendo, il portico coll’apparatorio, o il luogo accanto al sepolcro, dove le funebri cene si facevano, nonché i CXXV sesterzi! annuali si dessero al collegio de' medici di Benevento (2052).

M. NASELLIVS M. F. PAL. SABINVS

PRAEF. COH. I. DALMATAR, ET NASELLIVS VITALIS

PATER. AVG. II. QVINQV. PAGANIS. COMMVNIB. PAGI LVCVL

PORTICVM CVM APPARATORIO ET COMPITVM A SOLO PECV

NIA SVA FECERUNT ET IN PERPETVVM VI. ID. IVN. DIE NATALI

SABINI EPVLANTIBVS HIC PAGANIS ANNVOS HS CXXV DARI

IVSSERVNT EA CONDITIONE VT NON. IVN. PAGVM LVSTRENT

ET SEQVENTIBVS DIEBUS EX CONSVETVDINE SVA CAENENT

ITEM VI. IVN. DIE NATALI SABINI EPVLENTVR. QVOD SI

FACTVM NON ERIT TVM HIC LOCVS VT SVPRA SCRIPTUM EST

CVM ANNVIS HS. CXXV IN PERPETVVM AD COLLEGIVM MEDICOR

ET AD LIBERTOS N. PERTINEAT VT II VI ID. IVN. DIE NATALE

SABINI HIC EPVLENTVR.

22. NUCERIOLA (Nuceriola)

Più lontana del Pago Lucullano, e propriamente alla distanza di IV miglia antiche da Benevento, sulla via che correva al Calore e di là nel paese degl’Irpini era un altro villaggio col nome di Nuceriola (2053), o piccola Nuceria, il quale si può creder bene nel distretto de' Caudini per la vicinanza colla detta città. In fuori del citato Itinerario, non ne rimane altra ricordanza, né sappiamo col dotto annotatore del Cluverio altrove situarlo che a Ricerola (2054), che sembra un’alterazione manifesta del suo nome, e propriamente dove sorgeva un tempo la chiesa di S. Andrea presso Benevento.

V. L’ampiezza di questa regione e le molte e popolose città che un dì vi fiorirono ci danno certezza delle non poche strade che vi si aprivano per la comunicazione interna e co' popoli vicini, e la testimonianza degli storici e degl’Itinerarii, nonché le antiche tracce dopo tanti secoli non ancora distrutte, dimostrano in fatti che tutto il Sannio erane frastagliato prima e dopo della conquista. Una delle più antiche era la strada maestra del Matese, per la quale comunicavano i Pentri che intorno intorno vi abitavano. Qualche reliquia se ne vedeva nello scorso secolo, allorché già dismessa pe’ ghiacci e i polverìi di neve che si elevano in quel monte, frequentavasi solo da' più arrischiati conduttori di biade a' mercati di Piedimonte (2055). Polibio inoltre indicava tre strade che pel Sannio menavano alla Campania, una pel colle Eribiano, o per la montagna di Cerreto in riva del Titerno, come, abbiamo già detto (2056); l’altra dalla regione degl’Irpini, la quale si crede che venisse dalla parte di Gaudio, e sarebbe quella stessa indicata da Livio tra le celebri gole caudine, e la terza che, a crederne lo storico alifano, passava pel bosco di Ciardo, o per quello della Regina (2057). Altre strade ci dimostrano ancora le marce degli eserciti romani per combattere Annibale o i Sanniti, come quelle che mettevano in comunicazione Salicela con Trebula, Calazio e Compulteria (2058).

Descrivendo inoltre la regione de' Peligni, abbiam ricordato uno de' rami della Via Claudia Valeria, detto Via Numicia da Cicerone ed Orazio, che dal Tempio di Giove Palenio menava dopo XXIV miglia antiche ad Aufidena, una delle città primarie, se non la capitale stessa de' Sanniti Caraceni (2059). Or l’Itinerario di Antonino e la Tavola del Peutingero, di cui abbiamo già allegate le autorità, ci fanno conoscere, sebbene con qualche errore nelle distanze, il corso di due strade principali, una di LXX miglia antiche da Aufidena ad Equotutico (S. Liberatore) nella regione degl’Irpini (2060), l’altra d’un viaggio più lungo, cioè di XCII miglia, dalla detta città de' Caraceni a Nuceriola di là di Benevento. Questa seconda strada da Esernia rivolgevasi al Volturno, a cui accostavasi presso Capriati, donde piegava ad Ebuziana, e di qua ad Allife. Saliva poscia a Sepino, e poco oltre di questa città diramatasi nell’agro di Marcane, dove ne furono osservati i vestigli, e nelle vicinanze di Pietrapulcina univasi ad un altro ramo che veniva da Telesia (2061).

Ed oltre di queste due grandi strade, uno de' due rami della Via Latina, delle più nobili che dopo l'Appio, avessero i Romani aperte in Italia (2062), metteva ancora in comunicazione colla Campania le vicine città di Calazia e Saticola. Diramandosi in due braccia a Trebula (presso Tregghia) città campana, uno innoltravasi a destra verso il nord de' Tifati, passava sul Volturno, pel distrutto villaggio di Sarzano, sotto il castello di Marrone, e per Limatola e la sinistra sponda del Sabato terminava a Benevento: l’altro per Calazia, nella cui pianura già ne duravano gli avanzi, volgevasi a sinistra verso Telesia (2063). Questo braccio incontravasi coll'altro ramo, che nella lunghezza di XXIII miglia passava per Alife, Telesia e Benevento (2064), e che entrava nel Sannio al ponte di Baja sul Volturno, detto ancora Ponte dell’Inferno, e propriamente dove al termine delle pianure di Teano cominciano i monti e le valli alla destra del fiume, e che formavano da questo lato uno de' limiti del Sannio Caudino. Di là innoltrandosi menava a Ruffrio, presso l’osteria di S. Angelo Raviscanino, che per essere già distrutto, non è indicato nell’Itinerario. Dalle reliquie che nello scorso secolo ne rimanevano lo storico dà Alife ne indica poscia il corso da questa città, donde usciva per la porta Beventana, indi quasi alla riva del Volturno, pel bosco alifano, le campagne di Pianolisci, la torre di Marafi, ed il villaggio di Puglianello, per metter capo a Telesia (2065); e comeché io abbia detto essere ignoto il sito di Orbitario, la conghiettura del citato scrittore che trovar si doveva nelle vicinanze di quel villaggio, parrai convalidata non solo dall’indicato corso di questa strada che toccava Puglianello, ma dalle rovine ancora di grandi massi di pietre quadrate che vi si vedevano (2066), e che considerar possiamo come le rovine delle mura della detta città. Ad una porzione di questa via nella lunghezza di X miglia, cominciando da Telesia, egli sembra doversi riferire la seguente lapida che leggevasi in Alife (2067):

L. APVLEIVS

G. F. ANI. NIGER

II VIR.

CVRATOR. VIARVM

STERNENDARVM

PEDVM. DECEM

M1LLIA. VIAM

SVA. PECVNIA

FECIT

Vedevansi del restò rovine di antiche fabbriche, sepolcri e luoghi di riposo, nel rimanente corso di questa strada da Telesia a Benevento, e benché non siasi osservato vestigio di antico ponte, è fama che traversasse il Sabato sotto Pietrapulcina, e giugnesse a Benevento pel luogo detto S. Maria della Strada, che dinotava appunto il detto ramo che vi passava (2068). Gli antichi ponti in fine sul Volturno, de' quali da' superstiti avanzi sei se ne annoverano da cinque miglia in qua dalle sue sorgenti fra Bocchetta e Castellane ne' confini de' Caraceni e de' Pentri insino all’agro di Compulteria nell’ultimo limite della selva della Spinosa (2069), fanno anche manifeste altre strade vicinali tra le città sannitiche.

VI. I Sanniti furon gioventù de' Sabini. Guerreggiando questi popoli da gran tempo contro gli Umbri, votarono ai numi, dice Strabone, tutto che nascerebbe in un anno. Debellati i nemici, parte de' nati sacrificarono, e parte agl’Iddìi ne consecrarono. Ma sopravvenuta nel paese una gran carestia, palesandosi in questa l’ira de' celesti, videsi il bisogno di adempiere in tutto il voto consecrando anche i figliuoli, che furono perciò dedicati a Marte. I quali, non sì tosto pervennero ad età virile, che furon costretti ad uscir della patria, e a trovarsi altre sedi fondando una colonia. Seguirono questi avventurieri un toro per condottiero, il quale si fermò a dormire nella contrada occupata dagli Opici, dove si stanziarono, cacciandone i primi abitatori, e sacrificando al dio della guerra, secondo il responso degl’indovini, il toro che il nume stesso avea lor dato per guida. Furon questi i principii della bellicosissima nazione de' Sanniti, i quali perciò, dice il geografo, par che gli antichi dinotassero col nome di Sabelli (2070), o come noi diremmo piccoli Sabini.

Naturalissima agli emigranti popoli primitivi è l’addotta tradizione, accennata egualmente da altri scrittori (2071), dappoiché al modo stesso, come pur Strabone ricorda, si usò di fare in alcune greche contrade e da altre genti antiche. Parlando ancora de' Sabini abbiam detto delle lor sacre primavere, in una delle quali per simil voto da sé disgiunsero i Piceni, i quali seguirono l’augurio di un pico (2072), e vedremo gl'Irpini, nati da' Sanniti, esser guidati da un lupo nel paese all’intorno del Taburno. Ma fu veramente un toro che guidò i Sanniti in una parte dell’ampia Opicia, o il simbolo del toro ad un nume si riferiva ch'essi adoravano? Le tradizioni spettanti agli animali conduttori delle antiche colonie non son poche (2073); ma anziché l'augurio di un toro in quella che si riferisce a Sanniti, io veggo più tosto l’oracolo che obbliga vali a spatriare e cercar nuove dimore, né ad altri attribuir saprei l’origine di questo oracolo che ai Pelasgi, i quali le proprie credenze comunicarono a' nostri popoli quando in mezzo a loro si stabilirono. E sia che tra lor diffondessero il culto di Bacco, sotto il nome di Sabasio venerato nella Tracia, donde molto probabilmente furono originarii (2074), e dove rappresenta vasi con corna di toro, simbolo della coltura della terra, di cui dicevasi l’inventore (2075), sia che si vorrà credere piuttosto che fu il loro Bacco di Dodona, il cui culto poscia si confuse coll’altro più antico dell’Acheloo, e che dalle medaglie a me sembra diffuso nel Sannio non meno che nella Campania e nella Sicilia sotto l'immagine del bue a volto umano, si avrà sempre una facile spiegazione del toro favoloso conduttore de' giovani Sabini. La tradizione di Strabone così rischiarata non è inverisimile, se pur non discostandoci da quanto egli dice vogliam persuaderci che furon veramente condotti da un toro, come gli Unni da un cervo dal Ponto Eussino alla Palude Meotide (2076), e come gli sfrenati avventurieri di Volckmar e d’Emicone nel medio evo da un’oca, e da una capra (2077). Che la tradizione serbataci dal greco geografo fosse mitica può argomentarsi ancora da un diverso racconto addotto da Festo, il quale non già da un toro, sì bene da un Comio Castronio dice che furon condotti nel paese che occuparono, dove presero il nome di Samniti da un monte detto Samnio (2078). Ma altre tradizioni analoghe ci confermano nella data spiegazione. Trittolemo fonda la città di Tarso, seguendo le orme della figliuola d’Inaco mutata in vacca. Cadmo arriva nella Beozia e vi edifica Tebe, seguendo anch’egli alle peste una vacca, e andando in traccia della sorella Europa rapita dal dio toro. Ercole ancora se ne va in cerca de' buoi del Sole, e sul suo cammino va spargendo i culti e le città. E la stessa Temi o Latona al tempo del diluvio di Deucalione, secondo le favole greche, percorse la terra sopra un toro per riposarsi alla fine a Bucheta, antichissima città dell’Epiro (2079). Queste strade percorse dal toro, dalla vacca, dice un dotto mitologo, sono i grandi cammini della civiltà; dove le divinità solari e lunari si fermano ed ottengono altari, il bue oratore è preso e domato, e coll’agricoltura si fondano le dimore stabili e quindi la società civile (2080). Ad ogni modo, nel Sannio stesso non dubitavasi che un toro vi avesse guidato dalla Sabina i giovini Sanniti, ed è noto da una medaglia senza leggenda, e delle più rozze tra quelle che si conoscono della federazione italica. Vi si vede una testa femminile galeata coronata dalla Vittoria, e nel rovescio un guerriero tra un albero, o un trofeo, ed un toro giacente. Il guerriero che si riposa sulla sua lancia, sarebbe Marte, a cui fu consecrata la colonia sannitica (2081), od una personificazione degli stessi giovini Sabelli che prendon possesso dell'Opicia allo sdraiarsi del toro che servì loro di guida (2082).

Che i Sanniti derivassero da' Sabini lo dice anche Varrone, e ricorda vaio Ponzio, lor generale, nell’orazione a' legati de' Romani, accagionandoli di aver impresa la guerra contro popoli una volta amici e della medesima stirpe (2083). Livio dice ancora che i Sanniti parlavano l'osco (2084), e le iscrizioni e le medaglie del Sannio hanno gli stessi caratteri di quelle della Campania; ed è noto inoltre dallo stesso Varrone che l’osco era affine alla lingua sabina (2085). Che una colonia spartana si fosse stanziata tra' Sanniti, la quale vedevasi in quelli propriamente che nominavansi Pitanati, da Pitone borgo della Laconia, Strabone dichiara essere stata favola de' Parentini, di origine laconica, per tenersi amico coll'adulazione di un’origine greca un popolo limitrofo, possente e bellicoso (2086). Ma Ad Pitanati nel Sannio, tranne il geografo, non parla alcun altro scrittore, ed è però verisimile che fosse una denominazione vaga come la stessa tradizione che facevali originarii della Laconia. Un mitico racconto ci guida intanto, e forse meglio dell’addotta spiegazione, a rintracciare l’origine di questa tradizione. Dice Finnico che Saturno fuggendo da Creta veniva ascoso in Italia dagli Spartani (2087): or come il dottissimo Lobeck coll’autorità di altri antichi scrittori vede in questi Spartani, non i Lacedemoni, sì bene gli Sparti, o Cureti o Dattili italici (2088), così pure sembra chiara Ito! Sanniti la diffusione del culto di Samotracia e la memoria de' ministri di questo culto, dappoi confusi con gli Spartani o Lacedemoni, che vanamente pretendevasi essersi stanziati nel Sannio.

Ma non ostante l'etimologia di Strabone de' Sanniti da Sanniti, d’onde Sabniti e quindi Samniti, nome identico a Sabelli (2089), non è certo ben nota l’origine del nome di questi popoli. I greci scrittori ora li nominano Σαννίται come Polibio; ora, Σαμνίται secondo l’ortografia latina, come Diodoro; e i più Σαυνίται, come Dionigi Periegete, Dione, Appiano e Stefano Bizantino, da σαύνια, specie d’armatura, con che combattevano (2090). A non voler dipartirsi da tale etimologia, non si sa comprendere come questo nome non si conservasse negli scrittori latini, che li nominano sempre Samnites, e che più de' Greci li conobbero per le lunghe ed implacabili guerre contro Roma combattute. Il perché, senza discredere l’origine sabina de' Sanniti, più analogo al vero io credo che una tribù asiatica di un nome simile a questo si tramischiasse in tempi remotissimi alle razze gabelle, e il proprio nome loro imponesse sconosciuto agli stessi antichi. Tolomeo parla chiaramente de' Sommiti, che gl’interpetri leggono Samniti, sotto i Molo geni insino a' monti Rimmici nella Scizia di qua dall'Imao (2091), e i nomi simili di altri popoli dell’aia (i Sanni Eniochi nell’Armenia, i Sannigi nella Colchide (2092)), par che dimostrano che quello di Sanniti, come prima degli altri Greci li nomina Polibio, non fu estraneo alla più antica parte del mondo, che ne' tempi antistorici colle sue grandi migrazioni popolò l’Europa. Samniti o Sanniti asiatici a me sembra derivato il nome de' nostri Sanniti, e se nell’Epiro, nella Liburnia, nell’Istria, e sulla stessa spiaggia abitata da’ Volsci giunsero i Calchi, ben vi potettero arrivare anche i Sanni o Samniti dalle dette contrade, come i Marucei o i Marucini dalla Sogdiana, e i Cospiri dalla Persia (2093), da' più tardi scrittori di storia riconosciuti come una medesima razza. Le antiche tradizioni, l’analogia de' nomi e le simili emigrazioni dall’Asia al cader dell’Impero e in tempi più antichi ci fanno supporre tali passaggi di popoli, ma impossibile ci riesce indagarne l’epoca, perché trascendono ogni cronologia.

In assai remoti tempi del resto avvenne la propagazione de' Sabini nelle contrade in cui la storia riconosce i Sanniti, appunto perché la storia non ne serbò rimembranza, ed un chiaro storico italiano ha avuto ben ragione di levarsi contro il Niebuhr, il quale scrive che non prima fosse avvenuta dall'anno 300 di Roma (2094), una generazione a un bel circa innanzi che occupassero Capita. Si può consentire intanto al Micali che ciò fosse più veramente all’epoca della cacciata de' Sicoli (2095), otto secoli e più anni prima? La più antica impresa de' Sabini contro gli Aborigeni, a cui tolsero Lista, lor città capitale (2096), fu certo posteriore all’epoca, della venuta de? Pelasgi, i quali con gli Aborigeni espellendo i Sicoli forse dalla stessa Lista, si posero ad abitare nella contrada fra il Tevere ed il Liri, e chi ci assicura che già prima i Sabini combattessero con gli Umbri e fosse già formata la lor nazione in Italia? Ma in qual vuoi tempo i Sanniti uscirono dal paese natio in cerca d’una novella patria, in un'epoca anteriore alla fondazione di Roma, sin da' primi tempi del loro arrivo nelle contrade che occuparono è da credere che senza contrasto sottomettessero o espellessero le razze ausonie. L’indole lor bellicosa e la debolezza degli antichi abitatori resero facili le lor conquiste; ma non prima del 420 avanti l’era volgare compariscono come veramente forti e dominatori. Avendo con lunga guerra stancati i Tirreni che occupavano Capua, col nome allora di Volturno, li costrinsero a ricevere una loro colonia, e con infame tradimento in una sola notte ne fecero strage (2097). Avendo poscia quasi tutta la Campania conquistata, e descrivendo questa regione ricorderemo le città che vi occuparono, come conquistatori di essa divengono Campani negli scrittori, nella guisa stessa che gli Osci, primi popoli che vi riconosce la storia, diventano Sanniti (2098). E non solo penetrarono nelle contrade del Volturno superiore e verso il Liri, dove tolsero a' Volsci le città di Casino, Sora e Fregelle, ma corseggiarono ancora il territorio latino sin ne' dintorni di Ardea. Si acquistarono così molta possanza, dice Strabone, ciecamente ubbidendo ai loro capi (2099), senzaché nessuna grande impresa al mondo avrebber mai compito i popoli conquistatori.

In fuori della guerra che i Sanniti di Capua fecero contro Cuma nel 331 secondo Diodoro, o tre anni dopo come scrive Livio (2100), la quale ebbe fine coll’ammissione di una colonia, ignoto è dalla storia quello che operassero insino a che cominciarono ad osteggiare i Sidicini. Gli abitatori di Teano e de' circostanti villaggi di quel contado, pochi di numero, non potendo respingere da sé i forti aggressori, chieggon soccorso a' Campani, e presso la città sono vinti co' loro alleati nel 412. Così i Sanniti, ormai fiorenti per armi e ricchezze, come dice Livio (2101), passano il Volturno inferiore, si accampano su’ monti Tifati, e di là dando il guasto alla fertile pianura di Capua, costringono i Campani a combattere, e li vincono, ma non si ardiscono di muover contro di Capua, città forte e popolosa. Nell’anno stesso i vinti chiesero la protezione di Roma, e i Sanniti furono da Valerio Corvo debellati alle falde del Gauro presso l'Averno, da M. Valerio nella pianura di Suessola (2102); e questo primo trionfo de' Romani su’ Sanniti che non erano loro inferiori, fu un preludio della grande lotta, nella quale i due popoli si disputarono appresso il dominio universale d’Italia. Pur fu conchiusa la pace con un trattato onorevole Sanniti; giacché, sebbene fu loro forza soddisfare il soldo di un anno e fornir vettovaglie per tre mesi all’esercito della Repubblica, la lor regione rimase libera dall’occupazione de' Romani, e restò ancora in lor balia di sommettere i Sidicini (2103).

Rimasti per tal modo nell’alleanza che avevano già stretta fin dal 401, allorché Roma trionfò de' Tiburtini e de' Tarquiniensi (2104), nel 415 alle falde del Vesuvio combattono i Latini, co' quali si erano anche collegati i Sidicini, per essersi i Romani ricusati a proteggerli dagli assalti de' Sanniti (2105). Tre anni dopo combattono di unita a’ Lucani Alessandro di Epiro, e sono vinti da' Greci nelle vicinanze di Pesto (2106), e fu allor naturale che Roma si accostasse alle parti del vincitore, col quale si strinse in alleanza (2107), più per odio contro i Sanniti, che vedeva pari alle proprie forze, che per amore verso gli stranieri. Bramosi intanto i Sanniti di estendere le loro conquiste, rivolgono le armi contro i Volsci nel 425. Essi si erano di già molto avanzati su le terre di questo popolo, non men forte e bellicoso; ma datisi i Fabraterni e gli Arcani alla Republica, si rimasero dal turbarne la quiete, non tanto, dice Livio, perché continuar volessero nella pace, quanto perché non si erano apparecchiati alla guerra (2108). Ma quando videro l’ingrandimento di Roma a danno delle città vicine al proprio paese, eccitano i Privernati, i Fondani e i Formi ani alla rivolta. Occupata da' Romani con una colonia la città di Fregelle, già prima tolta a' Sidicini da’ Volsci, ed a questi da' Sanniti, ne chieggono l’abbandono, ed alleati de' Palepolitani, a persuasione soprattutto de' Tarentini, li traggono dalla lor parte per levar le armi contro Roma (2109). Da ciò provenne la seconda guerra sannitica, la quale, cominciata nel 429, durò oltre a vent’anni (2110), ed ebbe fine, a crederne Livio, col rinnovarsi l’antica alleanza (2111). Ma Dionigi d’Alicarnasso per contrario afferma che i Sanniti ottennero la pace a solo patto di riconoscere la supremazia della Republica (2112), e da questo esempio, come da altri molti, è manifesta la poca esattezza dello storico latino, il quale se tanto eccelle nelle storiche narrazioni, è sovente per la cognizione de' fatti de' primi tempi inferiore allo storico di Alicarnasso, che più di lui faceva opera da retore.

Ma questa pace non doveva durar molto. Fu conchiusa nel 449, e cinque anni dopo riarse la guerra tra' due popoli, perciocché avendo i Sanniti preso a combattere i Lucani, ricorsero costoro alla fede e protezione de' Romani, i quali imposero a' belli' cosi Sanniti di uscire del territorio de' nuovi alleati. Rispostosi superbamente a' feciali della Repubblica (2113), la pace fu rotta, non tanto per la difesa de' Lucani, quanto per la stessa potenza sannitica divenuta già grande, la quale vieppiù sarebbe cresciuta, se a loro avessero ceduto que’ popoli con gli altri confinanti (2114). I Sanniti non si abbattono che dopo dieci anni di lotta, e come ebbero prima perduta la loro alleanza con gli altri nostri popoli settentrionali della stessa stirpe, che si collegarono co' nemici, furono ancora ridotti al proprio territorio, i cui limiti erano già molto ristretti dalla conquista. La battaglia che pose fine alla terza guerra tra' due popoli non ha nome, il luogo dove Fabio Massimo vinse i Sanniti è sconosciuto. Come scrive Dionigi, i soli Pentri pugnarono per la nazione intera (2115), e la testimonianza di questo storico par confermata da Livio, dal quale sappiamo che dopo la vittoria il Senato prolungò il comando di Fabio Gurgite contro gli stessi Pentri col titolo di Proconsole nel 462 (2116). Avvenne allora, io credo, il fatto narrato da Aristide Milesio, ch’egli confonde colla celebre impresa delle Forche Caudine. Dice che morendo Postumio Albino, il quale perdè nella battaglia tre legioni, tolse gli scudi a' nemici uccisi, e fattone un trofeo scrisse col sangue averlo posto a Giove vendicatore i Romani vincitori de' Sanniti. Fabio Gurgite, veduto il trofeo, accolse l’augurio, vinse i Sanniti, e ne mandò a Roma il comandante (2117). L’alleanza fu rinnovata la quarta volta, e furono perciò i Sanniti considerati come popolo libero; ma, comeché non siaci noto il trattato, chi vuol credere che le condizioni di esso fossero state vantaggiose pe’ Sanniti? Certo è che da quest'epoca cedono più facilmente alle armi della Republica, anche collegati co’ Lucani e i Bruzii, de' quali trionfa in fatti in più battaglie il Console C. Fabricio, s’impadronisce di molte città, e fa un bottino più ricco di alcun altro generale prima di lui (2118).

Per effetto delle cennate guerre i Romani estesero il loro dominio sull’Italia meridionale, la Campania e Apulia, e per tal modo divennero vicini, e però nemici de' Tarantini. I Sanniti non sanno resistere al Console L. Emilio Barbuta che nel 472 fa una incursione nel lor territorio per combattere i Tarantini e i Lucani collegati con Pirro contro Roma. Due anni dopo P. Rufino e C. Giunio Bubulco assalgono i Sanniti ne' boschi e ne' monti inaccessibili, e ciò dimostra che non erano più valevoli come negli antichi tempi a combattere nell’aperta campagna. Debellati col re di Epiro ne' campi Taurasini (2119), la ritirata di questo principe richiamò di bel nuovo la guerra contro di loro, e nel 474 Spurio Carvilio e L. Papirio Cursore sommisero interamente questo popolo generoso dopo 68 anni che cominciarono le prime guerre contro del Sannio. Riconobbero i Sanniti come i Lucani e i Bruzii la maestà di Roma, forse perché la morte di Pirro annientò ogni loro speranza d’indipendenza e di conquista. Il silenzio dell’epitome di Livio riguardo alla condizione de' Sanniti dopo quest'ultima guerra, e la presenza degli ostaggi a Roma, fanno supporre una dedizione compiuta: ciò che loro rimase di libertà fu certo un dono del popolo romano. Divenuto così il Sannio una regione conquistata, furono da Roma spedite colonie a Maloento e ad altre città. Floro dice che il Sannio cessò di esistere come stato indipendente, e per non allontanarci dalla testimonianza di Livio e dalla più certa ancora de' Fasti Capitolini, riconoscendo questa guerra come l’ultima, si può assegnare senza errore a tutte le guerre sannitiche la durata di 70 anni (2120), ne' quali furono per vero ben molte interruzioni. Rimasti per tal modo in una pace necessaria per quasi cinquant’anni insino a che Annibale giunse in Italia (2121), accostandosi alle parti de' Cartaginesi, sperarono per poco i Sanniti o di abbattere l'odiata Repubblica, o di tornarne come una volta indipendenti; ma, tostoché Annibale fu costretto ad uscir della penisola, vieppiù si aggravarono sul Sannio i disastri delle armi nemiche, che la memoria rinnovarono delle antiche stragi.

Ma i numerosi trionfi de' Romani, de' quali Floro conta ventiquattro, e che i Fasti estendono a ventisei, le replicate e incredibili perdite de' loro eserciti, non valsero ad abbattere i valorosi Sanniti, e la guerra sociale provò in fatti che non erano stati in tutto debellati e depressi. Roma avea già trionfato di Cartagine, de' Macedoni, di Antioco, riguardavasi come la signora del mondo, quando la ribellione di tutti i nostri popoli per l’ambito dritto di cittadinanza, in cui la massima parte ebbero i Sanniti, le disputò nuovamente il dominio d’Italia. E fu tale la nimistà che contro Roma li accese, che spedirono ambasciadori a Mitridate re di Ponto per unir le sue forze alla lega (2122). Ma abbandonati da' collegati, furono oppressi da L. Silla, il quale dichiarava che Roma non sarebbe rimasta tranquilla insino a che i Sanniti avrebber potuto raccor nuove forze. In fuori di Benevento, le loro città furono allora arse e distrutte. Ben potettero nondimeno uscire in campo di unita &'Lucani nella guerra tra Mario e Silla. Ponzio Telesino si avanzò a dieci stadii da Roma senza difesa alla testa di 40mila armati. Nemico di Mario insieme e di Silla, distruggendo Roma, che avea distrutto il Sannio, vindicar voleva l’Italia dalla schiavitù della Republica. I Sanniti, vincitori in prima dell'esercito di Silla, che accorse da Frenesie a salvar la città, furon poscia costretti di rifuggirsi ad Aniemne, dove il prode generale sannita perdè la vita, e con lui tutte si dileguarono le speranze del Sannio (2123). Tali furono in breve le generali vicende di questo popolo valoroso e fiorente, il solo che fra tutte le antiche genti italiche seppe aspramente e più a lunga resistere alla sempre crescente fortuna di Roma; né qui debbo dirne più che tanto dopo che perde la sua politica esistenza. Nella narrazione storica ne tornerà meglio il discorso, allorché gran parte della nostra storia antica si aggirerà appunto sulle lunghe ed ostinate guerre sannitiche.


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X. REGIONE DE’ VOLSCI

Aspera et montuosa, et fidelis, et simplex, et fautrix suorum regio.

Cic. Pro Piane. IX.

I. Corografia generale de' Volsci e parte della lor regione ch’entrava nel nostro paese. —II. Cenno geologico di questa contrada. —III. Origine probabile di questi popoli. ed etimologie diverse del lor nome. — IV. Topografia de' Volsci nel Regno di Napoli. — 1. Fiume Liri. — 2. Sora. —3. Cereale. —4. Fiume Fibreno. — 5. Città Tulliana. —6. Ginnasio. o Amaltea di Cicerone. —7. Arpino. — 8. Atina.—9. Arce.—10. Ville di Q. Tullio Cicerone. — 11. Casino. —12. Villa di Terenzio Varrone. —13. Pago Lapillano. — 14. Fiume Melpi. — 15. Aquino. — 16. Fiume Tolero. —17. Fregelle. —18. Interamna Lirinate. — N. Strada latina che attraversava questa regione. —VI. Isole appartenenti a' Volsci. — 1. Sinonia. — 2. Palmaria. — 3. Ponzia. — 4. Pandataria. — 5. Partenope.


I. Se appena qualche testimonianza troviamo ne' greci e latini geografi de' confini de' nostri popoli antichi, nessuna ne lasciarono circa la corografia dell’agro de' Volsci. Avendo essi scritto dopo che furono nella prima ampliazione del Lazio compresi, avvenuta per opera di Tarquinio Prisco, confusero i Volsci co' Latini; e però appena ne trovi in Strabone qualche passeggiera rimembranza (2124), per aver descritto soltanto il Lazio, a cui pel dritto della vitto ria essi vennero aggregati. Dicasi lo stesso di Plinio e Tolomeo, geografi meno antichi. Se non che Pomponio Mela ben li distinse da' Latini (2125), sia perché una più vasta estensione di territorio occuparono, sia perché furono tra gli altri popoli latini più possenti e rinomati nella storia. Ma, anche senza le precise testimonianze de' geografi, non dubbi ne furono i confini dalle città che abitarono. Da' monti in vicinanza del Fucino si distesero alla spiaggia del Tirreno, su questa occupando l’estensione di circa quaranta miglia, e non più della meta dal mare agli Appennini verso le sorgenti del Liri. Scilace assegna una sola giornata di navigazione alla spiaggia che abitavano da' più vecchi tempi fra i Latini e i Campani (2126), e nel loro dominio furono ancora le piccole isole che sorgono dirimpetto (2127). Furon questi i lor confini occidentali. Al nord confinavano con gli Equi, poi con gli Ernici e i Marsi, e all’est co’ Sanniti e i Campani, i Sidicini e gli Aurunci; essendo da ultimo limitato il loro agro al sud da quello degli Ausoni, e di là di Fondi stendendosi sulla marina (2128). La maremma pontina confinante al Lazio, nella quale giù sorgevano, dice Muziano, ventitré grosse terre (2129), entrava ancora nel lor territorio (2130); e da questa generai corografia ben si comprende che la più parte della lor regione stende vasi nella campagna romana, la più ristretta verso i monti nell’odierna Provincia di Terra di Lavoro, nel solo distretto di Sora, o nella inferiore valle del Liri. E però lasciando di descrivere quella parte che non ci appartiene, delle sole città che qui abitarono appresso ragioneremo.

II. Le pianure coronate dalla catena delle Mainardi, e che irrigano il Liri, il Fibreno, il Tolero, il Melfe ed il Vinio colla valle di Atina, bagnata dallo stesso Melfe e dal Mellarino, fu propriamente la parte del nostro paese che un tempo i Volsci occuparono. Il Liri, discorsa la valle di Roveto, discende per un corso più piano a bagnare un paese di fertili valli, circoscritto al nordest dal detto ramo dell’Appennino che staccasi da' gioghi degli Abruzzi e poi volge verso il Sannio, e dall’altra diramazione al sud che corre verso il golfo di Gaeta. Il gruppo delle Mainardi finisce in tre picchi, de' quali il più alto, detto monte di Meta, presenta una delle più sublimi vette appennine, dappoiché si eleva 6948 piedi sul mare. Vari altri monti altissimi, spogli di alberi, o vestiti sino ad una certa altezza di cerri o di quercie, e poi di faggi e di orni, ingombrano la parte settentrionale e media di questa contrada, e nel verno ne rendono rigido il clima. Nel monte di Pescosolido, notabile pe’ venti impetuosi che vi spirano, le nevi e i geli vi durano nella state in una grotta, che il Kircher visitava per la sua singolarità. Sora è posta alle falde di questi monti selvaggi, che la montuosa regione volsca dividono da quella de' Marsi, donde il Liri sbocca nella sottoposta pianura. La quale, ampia circa trenta miglia quadrate, distendesi insino all’Isola, e di là per tre a quattro miglia si restringe tra le soprastanti colline, per poi riaprirsi nel tratto di ventidue miglia sino a Rocca di Evandro, e nella media larghezza di sei in sette miglia. Ad Atina, che vedesi posta in luogo molto difficile, forma l'Appennino una diramazione meridionale, che va a soprastare a' piani di Casino. Questa medesima diramazione, ripiegandosi irregolarmente verso il nord, dalla valle irrigata dal Liri prolungasi declinando nella contrada che sollevasi alla sinistra sponda del fiume, e che oggi si vede popolata di piccole terree villaggi. Nella parte che guarda il sud, sopra un suolo molto aspro ed ineguale, sorge fra due colli Arpino, la città più popolosa di questa parte di Terra di Lavoro. Dalle valli del Liri e del Fibreno si esce alla piana valle di Aquino. Il monte Cairo, che domina questa valle in poca distanza da S. Germano, è uno de' monti più alti nella parte meriggia di questo paese. La sua elevazione è di 5142 piedi sul livello del mare.

Questa piccola contrada uscì come tutta la regione volsca dalle acque marine. Le alture delle rocce appennine che vi s'innoltrano, di carbonato calcareo stratiforme, e però di secondaria formazione, racchiudono piante, conchiglie o pesci fossili petrificati, segni evidenti della loro origine sottomarina, come dalle acque sorse il più lontano agro pontino, e l’isola Eea, come Omero nomina il Capo Circeo, divenne promontorio dopo l’età del poeta (2131). Ritiratosi il mare per l’interramento de' fiumi e le esplosioni tuttora manifeste de' vulcani, si scoperse l’agro poscia occupato da' popoli che ab antico vi riconosce lo storia. Gli strati di cenere, di puzzolana e di solfato di calce, che formano quasi tutte le colline della distrutta Interamna, nonché il colle di tufo nericcio di Mortola e di Gallinaro, le scaturigini delle varie acque minerali alle sponde del Liri, ed il cratere delle Fermentine nella prossima valle di Cominio ci additano ad evidenza un tal fatto della storia geologica di questo paese, riconosciuta dagli stessi antichi. Silio Italico dà l’epiteto di solforoso al Liri, del quale Plinio nota ancora la caldezza delle acque (2132), e lo stesso poeta dice che il suolo di Fregelle un dì ricoperse un fumoso Gigante (2133). Oltreacciò il Liri nella gola lunga circa due miglia da Mortola a Sujo corre su letti vulcanici. Gl’immensi banchi di suoli di alluvione del fiume giacciono costantemente su banchi vulcanici, e però la contrada, come quella irrigata dal Volturno, fu opera sottomarina (2134). Piena ancora di lave è la base del monte calcareo di Camino, ch’elevasi rimpetto Rocca di Evandro. Si trovano in alcuni monti strati grandissimi di un impasto di piccole brecce calcaree rotolate dalle acque, di ultima formazione secondo i geologi. Le mura ciclopee dell’antica città di Arpino appartengono a questi prodotti di grandi alluvioni. In più luoghi si rinvengono marmi di varie concrezioni acquose e di petrificazioni di vegetabili, e nella montagna di Cairo e nelle sue ramificazioni, nella estrema parte di Terra di Lavoro, sono varie specie di marmi di breccia, di fior di persico e screziato di rosso, come a Grottamilano ne' monti dell’Isola, e in quello di Palazzuolo. Altre fedine di breccie e di marmi diversi sono altresì a Montecasino, nelle pertinenze di Arpino e dell’Isola di Sora, e si trovavano filoni di ferro presso Alina, Pescosolido e Morino. Le punte delle rocce si osservano per lo più nude e bucate da' mitili litofagi come le sommità dell’isola di Capri e le colonne del tempio di Serapide in Pozzuoli (2135). Un vulcano ancora, a crederne la tradizione, fu nell’agro di Fontana, probabilmente grossa borgata de' Volsci di nome ora sconosciuto, come par dimostrare una lunga iscrizione scopertavi alla fine dello scorso secolo (2136). Questo vulcano si crede che propriamente si aprisse nella così detta fossa del monte; ma, comeché altri il contraddica per non trovarvisi segni bene apparenti di vulcaniche produzioni (2137), le acque sulfuree e minerali che vi scaturiscono in copia nel luogo detto le catane, non pruovano meno l’origine vulcanica di questa contrada. La quale è anche più manifesta nella pianura tra Rocca di Evandro e S. Germano, dove non manca del tufo e qualche strato superficiale di piccole pomici; e, sebbene questa pianura sia coperta nella massima parte della sua superficie di sconnesse sostanze calcaree, che le acque vi hanno rotolate dall’Appennino, pur nel suo interno si riconosce come vulcanica. E poiché giugne sino a Pont e corvo ed a Sor a, dove comunica col piano di Anagni, che si estende verso le vulcaniche colline del Tuscolo, è parato ad un celebre geologo che da questo lato i vulcani della prossima Campania abbiano comunicato con quelli del Lazio (2138).

III. La storia non dice se dalla marina tirrena a' monti, o da questi a quella i Volsci si distendessero; ma, tuttoché ne' monti fu la prima sede delle nostre popolazioni antiche, poiché di là discesero ad occupare le basse falde degli Appennini le tribù sabelliche, egli sembra che i Volsci dal mare, sulla cui spiaggia maggiore spazio occupavano, passassero a' monti. Ed oltre a questo, nella probabile opinione che non differissero dagli Osci, come dimostra la leggiera varietà del lor nome, e però potettero come i prossimi Sanniti occupare ne' tempi antistorici una parte de' gioghi appennini, io credo che ad essi un altro popolo si aggiugnesse venuto per mare, quello de' Calchi o de' Pelasgi, o gli uni e gli altri insieme, che col raggentilirli e comunicar loro le proprie credenze come nazione li costituirono.

I Volsci nelle antiche tradizioni si danno come identici con gli Aborigeni, o con gli Opici, riconosciuti dalla storia come i prischi abitatori di questa parte d’Italia. Catone in fatti dice che la maggior parte dell’agro da essi occupato appartenne prima agli Aborigeni (2139), ed Aristotile pone gli Opici, gli stessi che gli Osci sulla medesima spiaggia del vecchio Lazio, in cui i geografi e gli storici additano la sede de' Volsci (2140); e vedremo appresso la città di Fregelle prima nel dominio degli Opici, poi in quello de' Volsci. Lasciando stare l’opinione di un patrio scrittore, il quale più coll’artificio di etimologie, che coll’autorità della storia dappertutto vedeva Fenicii in Italia, e il nome di questi popoli derivava dal culto di Vulcano da' Fenicii, a suo giudizio, diffuso su questa parte del nuovo Lazio, notabile per gli estinti vulcani che i geologi vi ravvisano (2141), più scrittori vi sono i quali convengono che furono della stirpe stessa degli Osci, perché veramente il loro idioma altro non fu che un dialetto dell’osco, come che disconvengano nella origine del lor nome; e come degli Aurunci e degli Ausoni avvenne, i quali, sebbene della stessa stirpe, riputata indigena dagli antichi perché antichissima, pe’ nomi diversi parvero in processo di tempo popoli diversi, sì pure fu de' Volsci, i quali nella storia ritennero una diversa denominazione. Ed è notabile che Livio, il quale da' vecchi annali raccoglieva le sue narrazioni, i Volsci confonde con gli Aurunci; perciocché, raccontando nella storia de' primi tempi romani la guerra in cui fu crudelmente punita la ribellione di Pomezia e di Cora, città volsche, quello che nel 251 dice per gli Aurunci, nel 259 lo ripete di bel nuovo àe Volsci (2142). E narrando Dionigi d’Alicarnasso le guerre che i Romani combattettero contro gli Aurunci, li nomina Volici, e sol quando racconta la battaglia avvenuta in Arida dà loro il nome di Aurunci (2143). Tal promiscuità di nomi ne' citati storici fa manifesta la comunanza di origine di tutti questi popoli, distinti con varie appellazioni sol per alcune specialità, sia dell’indole lor propria, sia del paese che occuparono. E v’è chi spiega il nome di Volsci per Osci battaglieri, cioè Vol-Osci, e tali infatti si dimostrano nelle lunghe ed ostinate guerre che sostennero con Roma da' tempi più remoti. Altri ancora, ritenendo il primitivo nome di Vol-Osci, pretende per contrario che accenni ad una divisione dalla gente antica, da cui furono originarli, per effetto d’intestine discordie (2144); ed un patrio scrittore in fine altro non vede ne' Volosci che gli Osci superiori e più settentrionali di tutta la gente osca (2145), opinione che sembra dilungarsi meno dal vero, ed alla quale più consentiamo, non essendo nelle due altre sicure etimologie. Se l’identità de' due popoli pare contraddetta dalla differenza de' rispettivi idiomi, secondo la testimonianza di un antico (2146), tal differenza altra non sembra che quella che passa tra' dialetti d'uno stesso linguaggio. Ma il nome più antico de' Volsci sembra essere stato Vulschi o Vulsci, per la proprietà del loro idioma e di altri antichissimi d’Italia di sostituire l’u all'o. Tale è almeno la prisca forma che ci offerisce il diminutivo Vulsculus conservataci da un grammatico (2147). Scilace scrisse Ὄλσοι;; né convien riguardare questa voce, quale è nel Periplo, come un errore di copista, altro non essendo che Volsci coll’omissione del digamma. Da Volsi dovette farsi Volsici, e per contrazione Volsci (2148), come dissero i Latini, avendo i meno antichi scrittori greci scritto Οὐολέσκι (2149), ο Ουόλσκι (2150), forme che più o meno dalla primitiva si allontanano.

E che i Calchi con qualche colonia si stabilissero su questa spiaggia si può conghietturar bene dal culto di Circe, la quale fu adorata sul promontorio, per ciò appunto detto Circeo. Vi arrivavano in tempi remotissimi, perché Omero già parlava della diva nell’Odissea come una maga e incantatrice al tempo della supposta navigazione di Ulisse. Or sia dunque che Colchi in fatti in su’ lidi posseduti Volsci si stanziassero dopo le grandi conquiste del re Sesostri (2151), passandovi dall’Istria, dove erano giunti dalla costa della Liburnia e dell’Epiro (2152), sia che da quest’ultima regione i Pelasgi il culto di Circe diffondessero in Italia (2153), il che è pur probabile, sembra non potersi dubitare dell’arrivo di questi popoli sulla spiaggia del Tirreno. Gli Aborigeni in fatti, che Catone diceva aver occupato la più gran parte della maremma de' Volsci, non erano che Pelasgi, poiché egli stesso e Cajo Sempronio li dichiaravano Argivi (2154). Oltreacciò pretendevasi che Anzio fosse stata fondata da uno de' figliuoli di Ulisse e di Circe, al pari di Roma ed Ardea (2155). Vide il Cluverio in questa origine mitica una favola de' Greci, perché queste città, egli dice, furono abitate da popoli diversi (2156). Ma tra le non poche origini che a Roma si attribuiscono, quella v’ha pure che riferivasi ad Ulisse, passato in Italia da’ Molossii (2157), tradizione importantissima che ci disvela la parte ch’ebbero gli E tali nella primitiva fondazione della città, e che conferma l’origine pelasgica di essa sostenuta da altri scrittori (2158). Perciocché questa Ulisse, condottiere mitico di ben molte colonie in Italia, non fu già il principe d’Itaca padre di Telemaco, sì bene un tipo fondamentale della mitologia epirotica (2159), del quale il Klausen con eletta erudizione dimostra le relazioni con Pico, Fauno e Pane, tutte dichiarandone le mitiche attribuzioni di evocatore delle ombre, di principe de' pastori e di psicagogo fra' popoli dell’Etolia e dell’Epiro (2160). Ed è notabile altresì il tempio di Apollo, o del sole in Anzio, ricordato da Ovidio, narrando il viaggio del serpente di Epidauro sulla spiaggia del Tirreno (2161). Ma più di tutto dimostra, come ho già detto, la presenza de' Colchi e de' Pelasgi in questa spiaggia il culto di Circe (2162), che vi si perpetuò insino ai tempi romani (2163). Il greco nome inoltre di Terracina (Τραχίνα), il culto di Feronia presso questa città, e l’origine pelasgica delle vicine città di Amicle e Sinope, o Sinuessa, confermano tutte queste conghietture. Strabone dice che la prima delle dette città negli antichi tempi nominavasi Trachine per la sua situazione aspra e montuosa (2164), e un dotto archeologo non dubita di attribuirne la fondazione de' Pelasgi (2165). Il tempio di Feronia, che sorgeva a tre miglia da Terracina, da Dionigi d’Alicarnasso attribuito a’ Laconi (2166), fu con più di verisimiglianza opera de' 'Pelasgi, perché in fatti apprendiamo da Servio che la vergine Feronia era la stessa che Giunone (2167), ed oltreché tenevasi per la sposa di Giove Anxur, è anche provato da molte iscrizioni, e tali testimonianze fanno risovvenire la Giunone Argiva, dea de ‘Pelasgi. Che se Dionigi ne attribuì la fondazione a’ Laconi, fu perché Amicle sulla vicina spiaggia dell’Ausonia volevasi fondata da’ Dioscuri; ma altri ne attribuiscono egualmente l’origine a’ Pelasgi (2168).

Le vicende de' Volsci nella parte montana della lor regione, sono quelle stesse che narreremo descrivendo ciascuna delle città che vi abitarono. Se fossero stati implicati nelle lunghe ed ostinate guerre contro Roma, da quelli combattute ch'erano prossimi al Lazio, è ignoto dalla storia. Come quelli che abitavano la spiaggia e l’agro pontino rimasero nella pace, e forse ancora nella indipendenza dalla Repubblica insino a che non furon travolti nella comune soggezione per cagione de' Sanniti. Cicerone ci lasciò una bella lode de' nostri Volsci, e Dio volesse che ripeter la potessi per tutti i nostri popoli, e per tutti tempi. Dice che abitavano una regione aspra e montuosa, ma che fedeli verso Roma, semplici furono i loro costumi, e fautori de' propri concittadini (2169). E veramente dove i costumi sono semplici non allignano l'ambizione e le male arti per disconoscere quelli che più ci appartengono, la dignità umana non si manomette, e ciascuno crede appartenere alla patria come ad una grande famiglia. E ciò che più onora la memoria Volsci, è che serbarono le virtù lodate dall’Oratore quando già avevano perduta l’indipendenza, per la quale tante guerre e sì lunghe e sì pertinaci combattettero ancora contro Roma quelli che più le furon vicini. Ma passiamo alla loro topografia, incominciando dal Liri, che tutto bagnavano il paese.

1. Fiume LIRI (Liris amnis)

Il più grande de' fiumi che bagnano questa regione e delle nostre contrade è il Liri, detto anche Ciani ne' più vecchi tempi (2170) con nome identico ad un altro dell’Etruria, ed a quello presso la distrutta città di Literno. Se di questo può darsi ragione col dominio che i Pelasgi ebbero nel paese che bagna (2171), sconosciuta è l’origine di quello di Liri, comeché tal voce come tema principale entri nel nome di qualche città delizia. Alcuni l’origine ne ripetono dal lago Fucino, ma se ne veggono le prime fonti alle falde del monte Camicciola in vicinanza di Cappadocia a 24 miglia da Sora. Di non copiose, ma limpide acque al principio del suo corso nella valle di Nerfa, si accresce per via di non pochi ruscelli, e per circa sette miglia sin presso Civitella scorre in un profondo burrone fra elevati monti. Scende poscia con grosso volume nella valle di Roveto, e nel giugnere a Balsorano, ultimo confine degli Abruzzi, a 20 miglia dalle sorgenti, diviene un fiume ben grande. Dopo altre quattro miglia giugne a Sora, ed ingrossato indi a poco dalle acque del Fibreno, dividesi in due rami, e forma due vaghissime cascate, l’una verticale al sud, di quasi palmi 100, l’altra all’ovest sopra un piano inclinato, lunga palmi 600. Queste due cascate, il cui più bel punto di vista è dalla vetta del monte di S. Giovenale, sorprendono i viaggiatori. I monti e le colline che sono all'intorno, concorrono colla lor varietà alla vaga prospettiva, la cui pittoresca bellezza è difficilmente sorpassata in altra parte d’Italia. I due rami, dopo aver circondato il comune che per esser cinto dalle sue acque ha ricevuto il nome risola., si raccolgono in un sol tronco, il quale forma altre due cascatelle, insino alla pianura di S. Eleuterio. Di là scende nel territorio di Arpino, e vi si mesce dopo la Solfatara. Entra indi a poco nello Stato Pontificio, ove riceve le acque dell’Amaseno, e ritornato a bagnare il Regno, passa per S. Giovanni Incarico, e vi confluisce il Melfi.. Correndo innanzi per le campagne di Pontecorvo e Roccaguglielma, si accresce de' fiumicelli Cosa e Sogne. Passa più oltre sotto le rovine d’Interamna, e di là di S. Apollinare vi sboccano le acque del Rapido, dove cambia il nome in quello di Garigliano. Dalla confluenza de' due fiumi sino al bosco di Mortola così lieve pendenza ha la contrada, ch'è navigabile per mezzo di sandali, come lo stesso Rapido da S. Germano alla confluenza. Dall’ultimo sito sino alle falde del colle di Sujo per modo si approssimano gli opposti monti, chele rocce basaltine si distendono nell’alveo, e la valle bagnata dal Liri si trasforma in una gola. In questo tratto s’incontrano nel corso di poche miglia nove risalti di rocce, che formano altrettante cascatelle, ed il fiume vi acquista tra' prominenti scogli un corso rapidissimo e vorticoso. Trascorsa la detta gola, lunga cinque miglia in circa, più agevole si rende alla navigazione, aprendosi la sua valle nell’ampia pianura di oltre a 60 miglia quadrate, dove riceve il rivo dell’Ausente, e di là sotto Traetto sbocca nel mare. Dalle sue sorgenti sin presso Sora divideva una parte dell’agro da’ Marsi da quello degli Equi, e dall'estremo confine della valle di Roveto insino alla confluenza col Rapido, la regione de' Volsci montani dalla Campania. Col resto del suo corso correva a bagnare questa regione stessa e l'ausonia insino al Tirreno. I poeti celebrano il Liri per la placidezza del suo corso (2172); ma tale è verso la sua foce, dove da tempi immemorabili ha formato grandi paludi, e per esse ritiene sin dal medio evo il nome di Garigliano, dall’arabo garìl, che accenna appunto alla qualità stagnante e melmosa delle sue acque presso alla stazione che i Saraceni vi ebbero nel IX secolo (2173). Questo fiume è pescosissimo. Gli scrittori patrii ne celebrano le trote, le lamprede e i carpioni, i quali superano in eccellenza quelli del lago di Benaco; le locuste o i granchi che vi si pescano presso la foce, più grandi di quelli di Smirne e di Alessandria, fecero eleggere al goloso e ricchissimo Apicio la dimora di Minturna (2174), donde il fiume fu anche detto Minturnense (2175).

2. SORA (Σώρα, Sora)

In una pianura, per la quale scorre il Liri, alle falde di un monte sorge quest’antica città de' Volsci, tra le più vetuste d’Italia, e probabilmente di origine pelasgica, poiché i Pelasgi tutto il paese dominarono tra il Tevere ed il Liri (2176). V’è chi ne ripete il nome dall’orientale Sor, dalla rupe sulla quale fu in origine edificata (2177). Certo è che fu città importante da' tempi più remoti, se il dominio se ne disputarono i Romani e i Sanniti. Non si conservò da' primi noti abitatori Pois ci oltre l’anno 411, allorché i Romani se ne impadronirono nella guerra che contro essi combattevano (2178). E questa la prima memoria di Sora, e sembra che di buon’ora vi spedissero una colonia, giacché a persuasione de' Sanniti, i quali indussero i Sorani a collegarsi con essi, vi furono trucidati tutti i coloni romani nel 439, e si diede a que’ popoli (2179). Ma nell’anno seguente i Consoli M. Petelio e C. Sulpicio di bel nuovo l’occuparono col tradimento di un Sorano, e messovi un buon presidio, dugento venticinque Sorani autori della strage de' coloni mandarono a Roma, dove furono decapitati nel Foro (2180). Nel 447 fu ripresa da’ Sanniti, i quali vendettero i prigionieri romani, dice Diodoro, o ne fecero barbaro strazio, come scrive Livio (2181). Passò non pertanto dopo soli due anni nuovamente in podestà de' Romani di unita ad Arpino (2182), e nel 450 vi fu spedita un’altra colonia di 4000 uomini (2183), e rimase d’allora nel dominio della Repubblica. Combattettero perciò i Sorani in favore di Roma contro Annibale (2184), ma negaron poscia i loro soccorsi come altre colonie romane. Tra queste colonie Livio nomina Cora, ma altrove ricorda Sora, riferendo la punizione loro inflitta dal Senato di raddoppiare il numero delle milizie che aveano negate (2185). A quest’epoca è da riferire un raro didracma di argento, che un ch. nummologo a questa città attribuisce colla testa laureata di Apollo nel dritto, e nel rovescio un guerriero a cavallo che brandisce un’asta colla leggenda SORANO (2186). Augusto vi spedì un’altra colonia militare de' suoi veterani (2187), ed a questa vuoisi attribuire la seguente epigrafe che vedesi sul muro della chiesa di S. Restituta dell'odierna città (2188):

L. FIRMIO. L. F.

PRIM. PIL. TR. MIL.

IIII. VIR. I. D.

COLONIA. DEDVCTA

PRIM. PONTIFICI

LEGIO. ΠΙΙ. SGRANA

HONORIS. ET. VIRTVTIS

CAVSSA.

In fuori de' ruderi dell'antica rocca, la quale credesi in quella poi detta di S. Angelo (2189), non rimane alcun monumento dell’antica Sora, né memoria ve ne ha nelle iscrizioni, che son tutte sepolcrali; e solo dalla testimonianza degli atti del martirio di S. Giuliano è noto che fossevi un tempio di Serapide (2190), sul quale fu poscia innalzata la chiesa in onore di quel santo. La detta rocca era posta in luogo così aspro e difficile, che una piccola mano di soldati bastava a difenderla, ed i Romani in fatti non furon padroni della città, se non quando ebber preso ad inganno quest’ardua rocca. La posizione di Sora appiè di uno de' monti che la regione de' Marsi separavano da quella de' Volsci, e dove l’Appennino offre una facile uscita alla valle del Liri, spiega il perché i Sanniti, padroni del paese superiore, scesero spesso ad occuparla.

3. CEREATE (Κερεαταί, Cercate)

Nella descrizione topografica di questa regione non debbo trascurar la borgata di questo nome, povera ed ignobile, ma resa memorabile nella storia dal celebre figliuol di Fulcinia, che v’ebbe i natali, dir voglio C. Mario, altro onore de' Volsci dopo il grande Oratore. Era nelle vicinanze di Sora. Strabone, senz’altra indicazione, l’annovera tra le città poste alla sinistra della Via Latina tra Sora ed Anagni (2191), e Plutarco la nomina borgo κώμη de' Cimati (2192); ma senza reputarla una città considerevole, non so nemmeno col greco biografo crederla un semplice borgo di questi popoli. Se ne ha in fatti notizia in Frontino come di un municipio, il cui territorio fu in parte assegnato da Druso ad una colonia militare (2193), e Plinio ricorda ancora i Cereatini suoi abitatori cognominati Mariani (2194). Benché non sia dubbio che sorgesse presso di Sora, sconosciuta ne è la precisa situazione; perciocché chi la vorrebbe a Schiavi, chi per contrario a Morino. La prima denominazione sarebbesi conservata a questo villaggio dagli schiavi di C. Mario (2195), l’altra sarebbe una corruzione di Mariani (2196), con che distinguevansi gli abitatori di Cereate da quelli di Cere nell’Etruria, perché C. Mario vi sortì i natali. Incliniamo non pertanto pih alla prima, che alla seconda opinione, per essere Morino assai più di Schiavi discosto dalla Via Latina, comeché sembri un antico villaggio de' Volsci o de' Marsi, essendosi ivi ritrovata, è già tempo, la seguente iscrizione (2197):

D. M. S.

Q. NOVIO. Q. F.

SVCCESSO. II. VIR.

QVI. VIXIT. ANN. XXII. M. V.

Q. NOVIVS. SVCCESSVS. P.

NOVIA. FELICVLA. PAREN

TES. INCOMPARABILI. PIETATE.

4. Fiume FIBRENO (Fibrenus fluvius)

Alle radici di altissime ed orride balze, nelle vicinanze del villaggio di Posla, da molte e varie sorgenti nasce il Fibreno, de' più deliziosi delle nostre contrade per la limpidezza e freschezza delle acque, l’amenità del paese che bagna, i pesci di che abbonda e gli uccelli acquatici che vi dimorano. Il nome che serba dagli antichi tempi derivasi da un patrio scrittore dalle lontre (a fibris) divoratrici de' pesci di che è copioso (2198). Da un profondo speco alle radici dell’Appennino, copiosissima di chiare acque, rampolla la maggiore delle sue fonti, detta Carpello, e come si è pensato del Liri, si è creduto un ascoso emissario del Fucino (2199), dal quale è distante circa 12 miglia. Le dette sorgenti insieme raccolte formano un laghetto di quasi un miglio di circonferenza, ma profondissimo, e così limpido e chiaro che veggonsi gorgogliare le acque che lo producono. Da questo laghetto ha principio il Fibreno, che per due miglia dividesi in due rami ineguali, formando come un V. Indi comincia a scorrere lento per la pianura verso libeccio insino al ponte di Tapino, sotto del quale sboccandovi il Rio, divide da quello di Alvito il territorio di Sora. Scorre poscia per le terre di Schiavi, Brocco, Arpino, Sora ed Isola, ed indi a poco confluisce nel Liri, a 25 miglia dalle sue prime fonti. Pescoso oltremodo al pari di questo fiume, è celebrato dagli scrittori perché del pari produce il carpione, pesce rarissimo, che quivi solo e nel lago di Garda si pesca in Italia per ispeciale privilegio della natura (2200). Appena qualche piccolo scolo di piogge s’immette nel suo breve corso; libero perciò dalle alluvioni, serba sempre inalterata la freschezza e limpidezza delle acque, principal cagione della copia de' pesci di che abbonda.

5. Villa TULLIANA

Dove il Fibreno si congiunge col Liri e forma un’isola amena e dilettosa fu la villa de' Tullii, nella quale nasceva l’illustre Oratore di Alpino. Qui ancora Silio Italico pone la dimora dell’arpinate Tullio, del quale fa discendere Cicerone (2201). Questa villa, piccola e modesta secondo il costume degli antichi tempi in vita dell’avolo dell’Oratore, fu ampliata e meglio fabbricata dal padre. In questa egli pone per celebrarla la scena de' dialoghi sulle leggi. Accompagnato dal fratello Q. Cicerone, vi conduce Attico, e compiacesi mostrargli il luogo ove sortì i natali, e di dirgli: «È questa la mia patria, e di questo mio fratello. Qui siam nati da stirpe antichissima: sono qui le nostre cose sacre, qui la nostra gente, e qui rimangono molte vestigie de' nostri maggiori (2202)». Quando colla sua virtù avea tanto onorato la sua patria, era dolce cosa al grand’uomo additare all’illustre amico ed a' posteri l’umile luogo del suo nascimento. Il Fibreno ed il Liri questa villa irrigavano e la rendevano amenissima e saluberrima, e come prima vien veduta da Attico, che non può tenersi mai pago di riguardarla, e le ville magnifiche, i pavimenti marmorei, i tetti dorati pospone alla semplice e deliziosa villa del celebre amico. In questo suo predio avito e paterno era solito recarsi l’Oratore; ivi ristorarsi ne' calori della state (2203). Ivi si rifugia ne' tempi più pericolosi e difficili (2204); ivi compone alcune sue opere, e di qua altre ne indirizza a Vairone (2205). Su’ ruderi della villa Tulliana Pietro Conte di Sora edificava un monistero da poco riabitato, che poi concedeva nel 1030 a S. Domenico Abate Benedettino (2206); ma non vi mancano dopo tanti secoli antichi avanzi per ricordarvi a chi vi arriva la patria germana di Cicerone. Oltre le mura di opere reticolata ed alcune rotte colonne e capitelli, grandi pietre lavorate si veggono fabbricate nelle mura della Chiesa di S. Domenico. Un busto consolare, un’urna sepolcrale, ed anche un’immagine dell’Oratore vi si vedevano è giù tempo, e vi rimane ancora un frammento di bassorilievo, rappresentante una battaglia, notabile pel suo stile e l’esecuzione (2207).

6. AMALTEA, o Ginnasio di CICERONE

Quasi ad un miglio dalla descritta villa, dove il Fibreno dividesi in due rami, ed abbraccia, come Cicerone fa dire ad Attico, tanto di luogo, quanto sia bastevole ad una modica palestra, per poi gittarsi nel Liri (2208), era il ginnasio, o luogo di studio dell’Oratore. A quest’amena isoletta egli dà il nome di isola dei beati (2209), e poiché Attico possedeva in Epiro una villa vaghissima irrigata dal Tiami, nella quale avea edificato un ginnasio col nome di Amaltea, ornato di portici, colonnati, statue e pitture, di cui Cicerone gli chiese una minuta descrizione (2210), non è dubbio che a simiglianza di quello presso Arpino lo edificasse, e il nome stesso gl’imponesse di Amaltea (2211). Qui Cicerone, oltre il trattato delle leggi, lavorò le orazioni in pro di Scauro e di Piando (2212); qui divisava di ergere un tempietto in memoria ed onore della sua Tullietta (2213), che poi alzò nella Via Appia presso i colli Albani (2214). Silio Italico che ne' suoi versi celebrò l’Oratore, che ad alcuno lasciar non doveva la speranza di meritare coll’eloquenza una gloria pari alla sua (2215), ne acquistò una delle ville (2216); ma non è noto se fosse questa, o quella di Tuscolo, o l’altra presso Puteoli. Il detto ginnasio era nell’isola ora detta Camello, dove sono le valchiere, cartiere e molini regii, ed un’antica torre, forse del medio evo, detta di Cicerone, tuttavia ricorda l’antico e celebre possessore del luogo. Il sito è anch’esso amenissimo, grande e dilettevole la pianura, e ridenti colline all’est ne accrescono la bellezza.

7. ARPINO (Α'ρπίνον, Arpinum)

Al sud di Sora sorgeva al di sopra dell’odierna Arpino l’antica città dello stesso nome, una delle più. antiche e celebri città de' Volsci. Il suo nome è greco, essendo nota una città omonima della Pisatide nell’Elide (2217), ed Olimpia in questa medesima regione portò ancora il nome di Arpina (2218); né saprei intendere la greca denominazione di questa città senza ammetterne del pari la greca origine, e voglio dire pelasgica, come quella delle vicine città degli Ernici (2219). Comeché il suo storico ne attribuisse con altri la fondazione a Saturno, notò non pertanto la gran simiglianza non solo delle grosse e sassose mura di Alatri ed Arpino, ma del simbolo ancora di Priapo in più luoghi delle mura delle dette città (2220), ed è noto chiaramente da Erodoto il culto phallico de' Pelasgi (2221). Alatri inoltre ed Arpino non ismentivano, è già tempo, l’antica origine comune colle vicendevoli corrispondenze di affetto e di comuni esenzioni, come dice il citato scrittore, né questo sarebbe senza significato nella storia, quando anco ci mancassero le dette solide conghietture. Il culto del resto di Saturno, introdottovi forse da' detti popoli, che i primi lo propagarono nel Lazio (2222), e nelle altre città che fondarono od occuparono dopo l’espulsione de' Sicoli, potè far credere da' tempi più remoti che fondassela il nume stesso con altre città volsche.

Che Arpino appartenne in origine a’ Volsci è manifesto dagli scrittori che la celebrarono come la patria de' due più grandi uomini che produsse l’Italia in sul cadere della Republica, C. Mario e Cicerone (2223). Ma a' Volsci la tolsero i Sanniti, a' quali di unita a Sora fu ritolta da' Romani nel 448 (2224); e da Diodoro Sicolo, che racconta lo stesso fatto, sappiamo ch’era allora tra le città amiche di Roma (2225). Perciò indi a due anni fu agli Arpinati accordata la romana cittadinanza, ma senza suffragio (2226). A crederne Silio Italico, gli Arpinati furon chiamati a combattere contro i Cartaginesi nell’Italia superiore, e co’ Lirinati condotti alla memorabile giornata di Canne da un Tullio, discendente di Azzio Tulio (2227), dal quale Cicerone gloriavasi di discendere (2228). Una falange africana ne saccheggiò il territorio nel 539, senza accostarsi alle sue mura; e però dopo tanti meriti verso la Republica ottenne il dritto del suffragio, e i municipi arpinati furono ascritti alla tribù CORNELIA (2229).

Arpino, come altre molte città italiche antichissime, venne prima fondata sulla vetta d’una dirupata roccia, donde dispiegasi all’occhio un vasto ed ameno orizzonte. Di là discesero in processo di tempo gli Arpinati alla distanza di un miglio sopra una collina inferiore presso il Liri a fabbricare la città odierna; e tuttoché in un suolo aspro e montuoso, come quasi tutta questa parte della regione volsca, non sapeva Cicerone, come Ulisse la sua Itaca (2230), posporre la sua patria che tanto onorò ad alcun altro luogo del mondo (2231). I ruderi che ne rimangono sulla detta roccia nel luogo detto Civita ed Arpino vecchio, sono le sue mura pelasgiche dell’acropoli, tra le quali tuttavia resiste a' secoli la porta a sesto acuto, che fa risovvenire le gallerie della forma stessa di Tirinto nell’Argolide, e i sotterranei di Agrigento nella Sicilia (2232). Alla sommità dell’acropoli notasi ancora un monumento ciclopeo, volgarmente detto la casa di Cicerone i ed è un avanzo del ierone, o tempio che vi fu in origine edificato, come ad Alba Fucense, Alatri ed altre città pelasgiche. E non solo il phallo, simbolo di Ermete, divinità pelasgica, che vedesi scolpito sulle mura e le porte della città (2233), ma una latina iscrizione ancora qui rinvenuta mostrano ad evidenza che fu come ad Alatri dedicato a Mercurio. Il nume proteggeva ne' tempi romani le officine de' pannilani che vi si fabbricavano come oggidì, e perciò detto Mercurio Lanario, come da questa iscrizione si raccoglie (2234):

TEMPLVM. SACRVM

……. TRI. MERCVRIO, LAN.

……. CILIX. TVLLI. L. S.

Sopra il detto Tempio s’innalzò la chiesa di S. Maria di Civita. Le muraglie inoltre di enormi macigni senza cemento, una cisterna scavata nella dura roccia, quattro archi sotterranei e pochi altri ruderi, è tutto ciò che avanza della città antica; la quale era molto popolosa, a giudicarne dall’ampio perimetro di quattro e più miglia delle sue muraglie, comeché in più siti interrotte e abbattute. Essendo il luogo in più parti difeso dalla natura, egli sembra che le mura non la cingessero intorno intorno, ma in quella parte soltanto che mostravasi men forte. Nelle mura inferiori vedesi verso il nord una porta più ampia ad arco regolare, che perciò dobbiam credere meno antica. Gli altri antichi avanzi che si veggono dentro e presso la città odierna, non sono molti, né di rilievo. I più importanti sono quelli d’una cloaca, di stupenda costruzione, che dalla porta dell’arco giugneva a quella del Ponte, e le rovine di un ponte sul Liri, che dicono Ponte di Cicerone, come quasi ogni rudere della città, del quale un arco solo rimane intero de' tre che lo costituivano.

Due rozzi busti, ma non antichi, di Mario e Cicerone, nella piazza della città, il preteso sepolcro di Saturno, e un grande avanzo di strada, ramo della Via Latina, si veggono altresì nell'odierna Arpino. Nelle facciate del sepolcro, di forma piramidale, e noto sotto il nome di Monumento, leggevasi in rozzi caratteri SATVRNI con accanto una falce, e si dové innalzare dagli stessi antichi irpinaii, come quello di Partenope in Napoli, per la volger tradizione che avesse la città edificata. La detta strada da sotto il castello si distende per circa due miglia al ponte di S. Paolo, dove era la villa Manliana di Q. Cicerone (2235). Poche ancora sono le iscrizioni, mutile nella più parte, che ci rimangono dell’antica città. Le due seguenti ci ricordano appena i nomi de' suoi più grandi cittadini, C. Mario e Cicerone (2236):

1.

С. М.........

COS. VII. PR. TRIB. PL.

Q. AVG. TR. MIL.

2.

C. MARIVS. C. F. COS. VII

M.TVLLIVS.M.F.CIC. COS. P. P.

CIVES NOSTRI

Delle altre che si leggono appresso, le prime tre riguardano le torri fulloniche e le tintorie che v’erano da' tempi più antichi, e delle rimanenti la quarta ricorda le cloache, la quinta un tempio, e la sesta la gente Fufidia, alla quale L. Fufidio appartenne, celebre oratore e giureconsulto lodato da Cicerone, ed a cui il Console Scauro indirizzò la sua vita (2237).

1.

P. GAVIVS. C. F....

CN. LONGIDIVS....

CN. TVLLIVS......

M. COSSINIVS.....

TVRRIM. MAIOREM

ET. INFERIOR.....


2.

………….……….

ACERRO......

ITERVM. EXTRVXIT

... ET TVRREIS

………………....

4.

.……....Τ……….

A. C.…………...

CLVACAS. FACIVND.

COER. EIDEMQVE

PROBARVNT



6.

NOTVS

FVFIDIAE P. F.

AVGE. MATRI

3.

……………………….

TINGERE. LICEAT

MATREDIVS......

ATREDIVS......







P. FVFIDIVS

FVFIDIAE. P. F.

NOTAE. SORORI


5.

A. EIGIVS. C. F.....

T. AGVSIVS. T. F. SIFILVS

M. FVFIDIVS. M. F.

AEDEM. DE S. P.

FECIT. V.

FVFIDIAE. P. F.

SATVRNINAE

L'ultima epigrafe vedesi murata nella facciata della chiesa di S. Antonio, ed è scolpita sopra un bassorilievo che ha le immagini delle tre donne, alle quali P. Fufidio Noto fece viventi il sepolcro.

8. ATINA (Α΄τίνα, Atina)

Al sudest di Arpino sorge nell’antico suo sito al piano di un alto monte la città di Atina, che fu anche de' Volsci e delle più antiche e forti città delle nostre regioni. Silio Italico nota anch’egli la sua situazione tra le più alte vette dell'Appennino (2238). Ignota è l’origine del di lei nome. Situandola Servio con errore presso le Paludi Pontine, lo derivò dalle pestifere esalazioni e da' morbi (άται) che ne provengono (2239): ma se è da giudicarlo greco, o dello stesso volsco dialetto al greco affine, come parve al Lanzi (2240), sarebbe derivato piuttosto ἀτίξω, perché essendo stata città possente da' primi tempi (2241), andava tra le altre superba de' vicini contadi. L’antichità remotissima della sua fondazione (2242), che si può bene argomentare dalle sue forti muraglie ciclopee, ha fatto crederla edificata da Saturno, il cui culto, come ad Arpino, è da credere che accreditasse tal falsa opinione (2243); ma solo ad una età senza critica conceder si possono tali origini favolose, derivate dal falso sistema dell’evemerismo, che alterò tutta la mitologia.

Or lasciando stare i tempi tradizionali, in cui potè appartenere ti Pelasgi, non è dubbio che negli storici fu de' Volsci, e non se ne ha memoria anteriore al 441 di Roma, allorché fu presa dal Console C. Giunio nella guerra contro i Sanniti (2244), per essersi forse con essi già collegata, o per esserne stata prima occupata come Nola, che fu espugnata nel medesimo anno. Sembra intanto che i Sanniti la rioccupassero indi a non molto, giacché i Consoli L. Papirio e Spurio Carvilio nella guerra contro gli stessi popoli ne devastarono l’agro nel 459 (2245). Espugnata nell’anno stesso e distrutta la vicina città di Cominio, sembra ancora che gli Atinati si dessero a' Romani: ma non perciò andò esente la città dall’esser ridotta allo stato di prefettura, nella quale condizione fu ritenuta insino agli ultimi tempi della Repubblica. Cicerone in fatti parla della prefettura Atinate, e la loda come popolosa e piena di uomini fortissimi (2246), e quando dopo la guerra sociale fu accordato a tutti i nostri popoli il dritto della romana cittadinanza, gli Atinati furono ascritti alla tribù TERENTINA (2247). Sotto Nerone vi fu spedita una colonia (2248), ed è questa l’ultima memoria di Atina per gli antichi tempi.

Una parte della città odierna è situata sulle rovine dell’antica, la cui grandezza d’una volta anch’oggi si ravvisa dalle rovinate muraglie che la cingevano. In un lato di queste muraglie, disegnato da varii (2249), e che più degli altri cingeva la città, si aprivano non meno di sette porte. Senza prestar piena fede alla Cronaca Atinate, la quale molti Templi ed altre pubbliche opere ne ricorda, ma senza neppure affatto negargliela, certo è che sotto i Romani fu arricchita ed ornata di molti pubblici edilizii. Presso al Foro eravi il Tempio di Saturno, notabile per la solidità delle sue mura, consecrato poscia a S. Cataldo, come quello di Diana, creduto opera di Adriano, fu mutato nella chiesa di S. Silvestro, e l'altro sacro a Giove divenne la chiesa di S. Pietro (2250). La citata Cronaca ricorda ancora i templi di Giunone e Serapide de' quali non avanza vestigio, come non ne rimangono delle Terme, de' bagni, di un grande Anfiteatro, d’una Basilica, e di altri nobili edifizii, ed uno storico della città, più che al tempo che tutto distrugge, ne dà la colpa alla trascuraggine degli Atinati (2251). Né abbellivano il Foro le statue di benemeriti personaggi, come quelle de' Patroni M. Rubreno Prisco, M. Tillio Rufo, Q. Erio Giusto, e Giunia Cratilla, e basterà ch’io adduca le lapide poste agli ultimi, come più meritevoli di ricordanza, perciocché Q. Erio Giusto lasciava un annua somma alla povera plebe atinate, e Giunia Cratilla raccomandavasi alla memoria de' posteri per la sua castità, senza che siaci noto il fatto che diede occasione all’innalzamento della sua statua (2252):

1.

Q. HERIO. Q. F. TER. OCTAVIO. IVSTO

PATRONO. MUNICIPI. FLAM. DIVI

TRAIANI. AED. II. VIR. II.

QVINQ. Q. II. OB. MERITA. EIVS. ATI

NATES. DEC. AVG. ARKANI. VI. VIR.

PLEBS. VTRIVSQVE. SEXVS. EX

REDITV. PECUNIAE. LEGATAE

SIBI

L. D. D. D.

2.

OB. PVDICITIAM. IVNIAE

CRATILLAE. ATINATES. PVBLICE

STATVAM. PONENDAM. CENSVE

RVNT. ET STOLAM. DEDERVNT

QVAM. IVNIVS. SYRIARCHES. CVM

FILIIS. EXORNAVIT. DEDICAVITQVE.

Non pochi avanzi dell’antico splendore di Atina ricordano ancora gli storici patrii nella città e nel suo agro: dappertutto rottami di colonne, di statue e di marmi, e rovine magnifiche di edifizii; e che ben vi si estimassero le opere delle arti belle, è manifesto da un musaico di minutissimo e finissimo lavoro, il più pregiabile, dice il Winckelmann, di quanti rappresentano le gesta di Ercole, scopertovi nel 1760. Rappresentava l'eroe che salva Esione, figliuola di Laomedonte, esposta sul promontorio di Agamea, al mostro marino ivi mandato da Nettuno (2253). Più acquidotti vi conducevano le acque delle Fontanelle e di Agnone alla distanza di tre miglia, ed insino allo scorso secolo rimanevano gli avanzi nella valle Giordana e alla Foresta di quello che dalla Rocchetta avea termine nel Foro. Sul monte alla città imminente si additano le rovine dell’acropoli, e di sepolcri piramidali nel piano presso la chiesa di S. Marciano; e la detta cronaca rimembra ancora la strada detta ad Monumenti, o de' sepolcri, notabile per quelli che vi s’innalzavano di grandi massi, ornati di colonne e di marmi (2254). Circondavano la città non pochi popolati borghi e ville magnifiche e sontuose, a giudicarne dalle grandi muraglie e rovine di fabbriche che un dì si vedevano nel suo territorio, e che la grandezza ci ricordano della possente Atina (2255). Giovandosi gli Atinati delle dilettevoli sorgenti che nelle falde scaturiscono de' monti del villaggio dianone, non pochi bagni è fama ch’edificassero in queste ville, in una delle quali fuggendo da Roma, riparava Q. Cicerone, e parevagli in sogno che C. Mario, ornato delle consolari insegne, lo traesse per racconsolarlo nel tempio di Giove da essolui edificato, e confortasselo a fidare nella propria salvezza (2256).

9. ARCE (Αρξ, Arx)

Sopra un’altissima e nuda roccia, tra Arpino ed Aquino, alla distanza di circa sette miglia da Casino, sorgeva quest’altra antichissima città de' Volsci. De’ geografi la rammenta appena Tolomeo, attribuendola con errore a’ Marsi (2257); e se ammettesi la correzione del Cluverio ad un luogo di Livio, gli ambasciatori degli Arcani suoi popoli sarebbero andati in Roma con quelli de' Fabraterni nel 425 a chieder protezione a' Romani, promettendo, se fossero difesi contro i Sanniti, di tenersi fedeli e obbedienti alla Republica (2258). È questa la più antica memoria di Arce, la quale che fosse di qualche importanza a' tempi romani raccogliesi dal seguente frammento d’iscrizione, nel quale è memoria dell’ordine de' Decurioni e della plebe della città (2259):

ORDO. DEC. PLEBS ARKARVM

PATRONO

Ma le saldissime mura che la cingevano, pari a quelle di Atina ed Arpino, nonché l’inespugnabile costruzione della sua rocca, ne dimostrano egualmente l’antichità remotissima, e che possiamo perciò annoverare tra le città saturnie di questa contrada. Nel dominio de' Goti era non solo una ben fortificata città, ma grande ancora, dappoiché sette mila Goti vi si ridussero quando erano combattuti da Narsete. Agazia, che ci narra questo fatto, la nomina Campsa, che in greco (καμψα) dinota lo stesso che rocca, e la descrive come fortissimo e munitissimo castello (2260), situato sopra una rupe diroccata e inaccessibile. Né altro ci è noto di Arce quanto agli antichi tempi, se non che vi si adorò Giove e Cerere. Del culto degli Arcani verso il massimo de' Numi ci dà contezza la seguente epigrafe (2261):

L. STATIO. L. F. STELLAT

PROSPERO. IVLIANO

X. VIRO. STLITIBVS

JVDICANDIS. ITEM

SEVIRO. TVRMAE

SECVNDAE

PATRONO. COLONIAE

AMATORES. REGIONIS

MACELLI. CVLTORES

IOVIS. ARKANI

L. D. D. D.

E che adorassero Cerere è noto da quest’altra iscrizione, nella quale è memoria non solo del Tempio e dell’ara della diva, ma ancora de' Duumviri di Arce, che l’uno e l'altra innalzarono colla sacerdotessa Appuleja (2262):

CERERI. SANCTAE. SAC

EX. P. P. D.

CN. APPVLEIVS. L. F. TER. NIGER

Q. SATRIVS. SEX. F. OVF. IVSTVS

DVO. VIREI. I. D.

APPVLEIA. SACERD.

AEDEM. ET. ARAM. S. P. F.

Questa città antichissima tuttavia sussiste nella piccola terra di Arce posta a 7 miglia da S. Germano alle falde meridionali di un'alta montagna. Sulla vetta di questa montagna, dove ora sorge il paesello di Rocca d'Arce sopra un'altissima e nuda roccia era l’acropoli, e comeché ne rimangano scarse rovine (2263), i pochi avanzi delle mura poligone che vi si veggono, e che sorprendono di meraviglia gli antiquarii e i viaggiatori, sono nondimeno sufficienti a porgere un’idea de' forti propugnacoli de' nostri popoli antichi.

10. Ville di Q. CICERONE

Delle diverse ville possedute da Q. Cicerone, fratello dell’Oratore, nelle vicinanze di Arce ed Attino, la più magnifica fu quella ch’ebbe presso la descritta città, della quale più volte parla Cicerone nelle sue lettere. Anche questa dové esser devastata da' proseliti di Clodio (2264), e però trovandosi Quinto legato di Cesare nelle Gallie (2265), Cicerone che in questa sua assenza soprantendeva alla riedificazione della Città Arcana, nel settembre del 699 scrivevagli ch’era già mandata a compimento (2266), e che parevagli un’opera da Cesare, o più veramente di qualche altro romano di Cesare più splendido e magnifico. Parla l’Oratore dell’acquidotto, delle statue, della palestra, della piscina e del nilo di questa villa (2267), o de' rivoletti a simiglianza del fiume egizio che nella piscina s’immettevano; e se questa egli celebra fra le altre, non è dubbio che tutte superavate nella magnificenza, come è pur chiaro da' rottami di squisita scoltura rinvenuti nelle sue rovine. Era situata all’est di Arce in un dolce declivio nel luogo detto Fontana buona, dove tuttavia se ne veggono i ruderi di opera reticolata, con varii fornici sotterranei. Sopra questi ruderi è fabbricata un aja lastricata, che dicono l’Aja di Cicerone. I migliori e più solidi avanzi di questa villa si adoperarono dagli Arcesi nel principio dello scorso secolo per edificarne la basilica di S. Pietro e Paolo. Un lungo acquedotto di fabbrica, quello stesso per avventura che fu opera di Messidio e Filosseno (2268), statuette di greco scalpello di marmo e di bronzo, grossi macigni lavorati con eleganza, mura dipinte, pavimenti tessellati, e vasi inoltre, ed anfore e dolii di terra cotta qui scoperti non lasciano alcun dubbio della situazione della Città Arcana, e dell’eleganza ancora con cui venne ricostruita. Il che è anche manifesto dall’iscrizione, in cui leggesi il nome dell’illustre possessore

Q. TVLLI. M. F. Μ. N. COR. CIC.

e che star doveva, sia sulla porta della villa, sia sotto qualche statua di lui (2269). E quest’ultra epigrafe, anche ivi ritrovata, e posta all’architetto Filosseno, ci conferma non solo del discorso sito della Città Arcana, ma ci dà ancora bello argomento della gratitudine di Q. Cicerone verso il greco artista che la ricostruì:

C. AVIANVS. PHILOXENVS

ARCHITECTVS

REDEMPIOR. OPERIS

Presso le cennate rovine si scopersero ancora ne' primi anni del corrente secolo le seguenti iscrizioni (2270), delle quali la prima riguarda Marco, figliuolo di Cicerone, Patrono di Arce o di Arpino, e la seconda fu posta a Marco insieme ed a Quinto, nipote dell’Oratore, Triumviri ed Edili di Arpino, entrambi non degeneri dagl’illustri padri loro:

M. TULLIO. M. F. M. N. M. PN.

CICERONI COS.

PROCOS. PROV. ASIAE. LEG. IMP.

CAES. AVG. IN. SIRIA

PATRONO

Q. ET. M. TVLLIS. Q. ET. M. F. F.

CICERONIBVS

III VIREIS. AED. POT. MUNICIP.

ARPINATIVM

Oltre la descritta villa, altre n’ebbe Q. Cicerone, del pari ricordate dall’Oratore, e furono la Manliana, la Fufidiana, la Bovillana e la Lateria, le quali tutte furono nelle vicinanze di Arce ed Arpino, e comeché inferiori &V Arcana, erano nondimeno ornate quanto bastava dall’arte per supplire all’amenità della natura. L’architetto Difilo nel 699 le opere dirigeva nella prima di queste ville; e poiché Cicerone dice che null’altro rimaneagli a fare che i bagni, il portico nel passeggio e l’uccelliera (2271), comprendiamo da questo ch’era una villa non meno elegante di quelle dello stesso Oratore. Non par dubbio che la Villa Manliana occupasse il sito detto Isola di S. Paolo, a sei miglia da Arce, nelle pertinenze di Castelluccio. Oltre che questo luogo serba tuttavia il nome d’Isola di Cicerone, non pochi sepolcri già si scavarono presso la chiesa diruta di S. Paolo, vasi cinerarii, iscrizioni funebri, colonne rotte ed un tratto della Via Latina che menava ad Arpino. E tra i titoli sepolcrali sono da notare quelli di Emilia Crisopoli, figliuola di Difilo, e di Eschino Musa, liberto di Pomponia, moglie di Q. Cicerone (2272), e che per brevità tralascio.

Dall’Isola di S. Paolo una strada dritta ed antichissima, simile alla Via Latina, che al divergere è detta via delle Vitole, conduce ad Arpino (2273). È chiaro che questa via sia quella stessa mentovata da Cicerone col nome di Vitularia, battendo la quale dal fondo Manliano si recò nel Fufidiano, e che perciò dové essere in queste medesime vicinanze. M. Tullio comperò questo fondo pel fratello Quinto dall’Arpinate Fufidio per 100,000 sesterzi. Vantagli la delizia del luogo per le sorgenti che lo irrigavano e gli alberi che lo rendevano ombroso, e gli dice che sarebbe per avere una villa di meravigliosa delizia tostoché vi avrebbe aggiunto la piscina, i giuochi d’acqua, la palestra e 'l verdeggiante boschetto (2274). Comeché siam certi ch’era posta ne' dintorni da’ Arpino, sconosciuta tuttavolta ne è la situazione precisa, per non esserne avanzata reliquia.

Nel mese stesso di settembre del 699, in cui Cicerone visitava le dette ville, passava alla Bovillana. In fuori di un lungo acquidotto, opera dell’architetto Messidio, nulla ci ricorda l’Oratore di questa villa, supposta per la tradizione al di là della pianura meridionale di Castelluccio, nel territorio di Banco, dove pochi ruderi appena si osservano ed una torre detta Verracchìa (2275), forse non più antica del medio evo. Più semplice delle già dette ville fu l'ultima, cioè la Lateria, per modo che pareva, come lo stesso Cicerone si esprime, che la stoltezza rimproverasse di quelle che con tanta spesa dagli opulenti romani si costruivano (2276). L’Oratore ne celebra solo una strada di CL piedi, la quale parevagli come una Via pubblica, e che cominciava da un ponticello presso l’edicola della dea Forina verso Satrico; e da questa indicazione, non meno che dall’essersi Cicerone da Laterio ricondotto nello stesso giorno nella sua Città Arpinate, si comprende ch’esser doveva in quelle vicinanze, e propriamente presso il ramo di antica strada che da Ferali giugneva sul Livi al ponte oggi diruto, quasi dirimpetto all'isola di S. Domenico nel territorio di Castelluccio (2277).

11. CASINO (Κασίνον, Casinum, vel Cassinum)

A XIV miglia da Arce sorgeva appiè di un alto monte e presso il piccol fiume Rapido la città di Casino, molto antica e ragguardevole. Benché non siavi testimonianza per attribuirla a’ Volsci, fu certo compresa nella lor regione, in cui si distesero colle lor conquiste i Sanniti, da' quali fu abitata, e denominata, secondo Varrone, dal sabino cascum (vetus), onde portò ancora il nome di Foro vecchio (2278). Sembra nondimeno che ne' tempi anteriori, e prima del cominciamento del V secolo di Roma fosse stata con Fregelle conquistata dal Sidicini, i quali per conservare l’agro hegeliano, che loro attribuisce Livio, dovettero impadronirsi anche di Casino (2279), situato a mezzo cammino tra la lor capitale Teano e la detta città di Fregelle. Dopoché i Romani ebbero ottenuto considerevoli vantaggi su’ Sanniti nel corso della seconda guerra, una colonia spedirono a Casino, nell’anno stesso che ad Interamna, cioè nel 442 (2280). Nella seconda guerra cartaginese Annibale ne devastò l’agro, e sarebbesi di questa città impadronito, se chi guidavalo non lo avesse in vece condotto a Casilino (2281). È noto da Cicerone che Casino divenne municipio, sul finire per avventura della guerra sociale e prima della legge Giulia, ma senza suffragio (2282), ed a tale epoca mi par da riferire la seguente lapida, ch'egualmente ci attesta la municipale condizione di Casino (2283):

ALFIVS. C. F. LEM. RVF. II. VIR. QVIN

COL. IVL. HISPELLI. ET. II. VIR

QVINQ. IN. MUNICIPIO. SVO. CASINI

C. ALFIVS. C. F. LEM. QVADRATVS. VI VIR

EQVO. PVBLICO. IN. HONORE. AED. EST. MORTVVS

ALFIA. C. F. NVMISIA. VXOR

Ottavio vi spedì un’altra colonia di legionarii veterani (2284), forse perché i Casinati si mostrarono inchinevoli alle parti di Antonio, essendosi recati a visitarlo nella villa di M. Terenzio Varrone, del che furono vituperati dal romano Oratore (2285). Di questa colonia, di un Curatore e di due Patroni di essa è rimembranza ne' seguenti epigrammi (2286):

1.

CVRATORI REIPVBL....

COL. CASSINATIVM.

2.

L. LVCIO L. F. PAL.

VMMIDIO. SE

CVNDO. DECVR

L. LVCCI. L. F. TER

HIBERI. II VIRI

ITER. Q. Q. PATRON

COL. ALVMNO

COLLEGIVM. FA

BRVM. QVIB. EX. S. C.

COIRE LICET

L. D. D. D.

3.

L. LVCCEIO. L. F. TER

HIBERO

II. VIR. ITER. Q. Q. PATRONO

SACERDOTI. SACROR. SAVADIOR.

CVR. R. P. INTERAMNAT. LIRIN.

EORVND. ET. PATRONO

IVDICI. CCCC. SELECTO

CASINATES. PVBL. OB. MERITA EIVS

D. D.

Ma non ostante la deduzione di questa seconda colonia, egli sembra che non perdessero i Casinati la condizione municipale, giacché nella iscrizione riguardante il Tempio di Apollo che appresso addurremo, i municipi sono distinti da' coloni di Casino. Strabone ricorda l’importanza di questa città, l’ultima delle latine nell’antica regione de' Volsci (2287). La dolcezza del clima, la fertilità del suolo, e le sorgenti freschissime che in più rivoli ne irrigavano il territorio, che perciò abitato dalle Ninfe dice un antico poeta (2288), non poche famiglie romane vi richiamarono, le quali accrebbero lo splendore di Casino. Oltre della villa di M. T. Varrone, della quale appresso sarà detto, quelle si ricordano de' Luceci, degli Apollinari, de' TertuIli, de' Quadrati, donde si crede che alcuni villaggi sorgessero, che ne serbano rimembranza. La città era posta alle falde del vicino monte che ne conserva il nome, e sull’area ancora dell’odierna città di S. Germano distender si doveva, a giudicarne da' templi di Ercole e della Concordia, de' quali ci lasciaron memoria due iscrizioni. E la prima scolpita sopra un gran vase di travertino, che vedesi fuori la porta piccola della chiesa madre, e riguarda il voto sciolto al nume da un Pomponio Noeto sul finire del II secolo dell'era nostra (2289):

HERCVLI

SANCTO SAC

P. POMPONIVS NOE

TVS VOTVM SOL.

AMICOS ACC. BENE

L. EGGIO MARVLLO ET

CN. PAPIRIO aeliano cos·

L. D. D. D. K. IVL.

Non pochi rottami di colonne, di basi e di marmi si veggono davanti alla detta chiesa, e non è perciò inverisimile che s’innalzasse sulle rovine del Tempio di Ercole, comeché altri vi riconoscano il sito della Basilica casinate, ma per la sola ragione che non era disgiunta dal Foro. E più certa ancora a me sembra l’opinione di coloro che riconoscono il tempio della Concordia nell’altra chiesa detta delle Cinque torri, così per le dodici colonne antiche di cipollino, le quali tre lati adornano del sacro edilizio, come per la seguente epigrafe che vi si rinvenne, dell'anno 40 avanti l’era cristiana (2290):

M. PAPIVS. M. F. L. MATRIVS. L. F.

DVO. VIRI. I. D.

SIGNVM. CONCORDIAE. EX. C. C. RESTITVENDVM

COERAVERVNT. EIDEMQVE. DEDICARVNT

ET. BASIM. GRADVM. ARAM. SVA. PECVNIA

FAC1VNDA. COER. EIDEMQVE. PROBAVER

AD. ΠΙΙ. EID. OCT. CN. DOM1T. C. AS1NIO. COS

In questa parte della città era il Foro al quale menava la strada che usciva dalla Porta Campana, come raccogliesi da quest’altra lapida (2291):

………………………………………..

L. CALPVRNIO PISONE COS

EX C. C. P. P. VIAM SILICE

STERNENDAM A PORTA

CAMPANA AD FORVM

P. SPELLIVS P. F. SPELLIANVS

SABINVS Q.

C. SATTIVS C. F. CALATRO II. Q.

CVRAVERVNT

Le rovine di un Teatro, di un Anfiteatro e di un sepolcro magnifico, sono i più notabili avanzi della parte della città posta alle falde del monte. Ummidia Quadratilla, di nobilissima famiglia romana, fece costruire a sue spese l'Anfiteatro, come è noto dal seguente marmo, che conservasi nell’archivio cassinese:

NVMMIDIA C. F. QVADRATILLA

AMPHITHEATRVM ET TEMPLVM

CASINATIBVS SVA PECVNIA FECIT

Questa Nummidia, ricchissima, e che oltremodo piacevasi di spettacoli, di giuochi e di pantomimi (2292), edificò ancora Casinati, come è detto nella iscrizione, un Tempio, il quale credesi che fosse sacro a Cerere insieme ed a Venere per quest’altro marmo scavato presso l’Anfiteatro:

ACRIA SVEIA N. F.

SACERDOS

CERERIS ET VENERIS

Del detto Tempio si veggon tuttavia gli avanzi nel luogo stesso dove l’epigrafe fu rinvenuta, e le belle colonne di granito che ora abbelliscono il secondo chiostro del monistero casinense, e che ad esso appartennero, ben ci dimostrano che non era degli ultimi di Casino. In questa parte medesima della città furono probabilmente anche le Terme, e nella seguente epigrafe si ricordan gli onori che vi ottenne M. Senzio Crispino per averle ricostrutte, adornate e circondate di archi e di portici (2293):

M. SENTIO CRISPINO

M. F. C. NEP. OMNIBVS HONORI

BVS. PVB. ORDO ET V

NIVERSVS POPVLVS OB

MERITA ET LABORES EIVS

HONOREM BISELLIATVS

ET ORNAMENTA DECVRIO

NATVS GRATVITA OBTVLERVNT

QVOD OPERA THERMARVM ES

TIVALIVM VETVSTATE CORRVP

TA S. P. RESTITVIT EXORNAVIT AR

CVS PORTICOS ETIAM CIRCVM

CINGERE ET COLYMBVM A SOLO

CONSTITVIT STATVAM AMICI

DICANDAM MEMORIAM EIVS

PONENDAM CENSVERVNT

L. D. D. D.

A breve distanza all’ovest di S. Germano, ch'ebbe origine nella seconda metà del IX secolo dall'Abate Bertario (2294), vedesi l’avanzo di un’antica strada della città co' segni delle rotaje, come in quella di Pompei. Ivi ancora sono i ruderi del Teatro, lungo 350 palmi e di 150 di diametro, nel quale tuttora si discernono i corridoj, i sedili e le stanze per gli attori. Ha le mura di opera reticolata; la scena è totalmente distrutta, e l'orchestra coverta di terra. Poco lungi sorge il sepolcro, di grandi pietre macigne senza cemento, in forma di una croce, con una cupola sopra arcate. Anziché un Tempio, come da alcuni scrittori si è creduto, fu piuttosto un mausoleo di qualche illustre romano, che l’Abate Giovanni nel 1005 dedicava a S. Niccolò (2295), e sul quale fu sovrimposta una cappella dedicata al Crocifisso. L’Anfiteatro, di opera reticolata anch’esso, situato nella pianura, di non larghe proporzioni, tutto distrutto nell'interno, serba intatto il muro esteriore. Alto 70 piedi, e di 1012 di perimetro, aveva sei grandi entrate, gli ornati di una delle quali ora si veggono sulla porta della Badia Casinense. Oltre di questi edifizii, vi si osservano rovine di grandi acquidotti, ruderi di varie abitazioni, e sul vicino monte una parte del muro che cingeva la città, di grandi macigni senza cemento (2296). E sullo stesso monte infine, dove S. Benedetto edificò il celebre cenobio Casinense, credesi che fosse la rocca della città con un tempio sacro ad Apollo, il quale, ultimo avanzo del gentilesimo in Italia, vi si mantenne fino a' principii del VI secolo. A questo Tempio si riferisce la seguente iscrizione, nella quale il nume è anche distinto col nome di Mitra (2297):

APOLLINI. INVICTO. MITHRAE

SACRVM

T. AVIDIVS. T. F. STEL. PRINCEPS

PATRONVS. MVNIC, ET. COLON.

CASIN. MVNIC. IIII. VIR. QUINQ.

D. D. KAL. AVG, VINOMALO. ET. OPI

LIONE. COS.

Un’insensata moltitudine, dice S. Gregorio Magno, vi adorava ancora Apollo. S. Benedetto abbatté la statua del nume, e fece tagliare il sacro bosco ch'era presso del tempio; cangiò il tempio in una cappella dedicata a S. Martino, patrono de' distruttori d’idoli, e un’altra ne fece alzare sotto il titolo di S. Giovanni nel sito dell’altare di Apollo (2298). Così ebbe principio nel 529 il celebre monistero Casinense, dove fu spenta l’ultima scintilla di un culto proscritto e già morto, e rianimata la coltura delle lettere e la civiltà cadente.

12. Villa di TERENZIO VARRONE

Di là dell'Anfiteatro di Casino e della Via Latina era la villa del celebre M. Terenzio Varrone. Or pochi ruderi ne rimangono di opera reticolata e laterizia nel sito detto i Monticelli in un ampia pianura irrigata dal fiume Rapido. Gli uomini ed il tempo tutto disformarono il gradito ricetto del dottissimo de' Romani, ma alle rovine desecoli sopravanza la descrizione che ne lasciò in parte chi edificavala, e lunghi anni vi viveva a sommo ornamento delle lettere latine e dell’Italia.

Sotto la villa di Casino ho un fiume, dice Varrone, che traversa la mia villa, di acque limpide e profonde, nelle ripe arginato di muraglie, e largo LVII piedi. Per passare da una parte all’altra della villa, si valica sopra ponti, ed è lungo DCCCCL piedi dall’isola al Museo. Sorge Pisola nella parte inferiore del fiume, nel quale un altro ne confluisce nella superiore, dove è il Museo (2299). Intorno alle sponde. del fiume è un passeggio scoperto, largo dieci piedi. Fra questo e la campagna è posta la mia Uccelliera, chiusa dal destro e dal sinistro lato da alte muricce. Somiglia nella figura ad una tavoletta da scrivere, la quale abbia rotondo il margine superiore. La parte quadrata, larga XLVIII piedi, è LXXII piedi lunga, e la rotonda XXVII piedi. Il passeggio inoltre è situato quasi nel margine inferiore della tavoletta, per modo che tra esso e l'Uccelliera siano delle cavee dalla parte, per la quale si passa nella spianata. Nella facciata, e ne' lati destro e sinistro sono portici di colonne lapidee, tramezzate da bassi e piccoli arboscelli, essendo il portico dalla sommità del muro laterale all’epistilio coverto di una rete di filo di canape, ed una rete simile pendendo dall’epistilio allo stilobate. In questi portici stanno rinchiusi uccelli d’ogni specie, a cui si dà mangiare a traverso della rete, e l’acqua viene loro da un riviscello. Di là della facciata interna dello stilobato, dal lato destro e sinistro insino all’area quadrata, sono nel mezzo due diverse piscine, non larghe, ma oblunghe, in opposta direzione de' portici. Tra queste due piscine è un sentieruolo, tanto largo quanto basta per passare in un tolo, ch'è un rotondo colonnato, come nella casa di Catulo, se a' mnri sostituisci le colonne (2300) dar nel boschetto, e gli uccelli non possano uscirne. Tra le colonne interne è un’altra rete, e tra queste colonne e le esteriori è costrutto a gradi un piccol teatro per gli uccelli, che trovano i lor sedili negli spessi pinoli piantali nelle colonne. Nella rete stanno uccelli d’ogni specie, massime di carnaiuoli, come rosignuoli e merli, a' quali si da l’acqua per un canaletto, e il cibo a traverso della rete. Sotto lo stilobato delle colonne è una pietra, un piede e nove pollici alta sopra lo zoccolo, ch’è alto due piedi sullo stagno, e largo cinque piedi, onde i convitati possano passare ad agio tra' letti e le colonne. A basso dello zoccolo è uno stagno intorniato da un sentiero, non più di un piede largo, ed un’isoletta nel centro. Intorno dello zoccolo sono scavati de' porti ad uso delle anatre. Nel mezzo dell’isola sorge una colonnetta, alla quale è attaccata un’asse, che in luogo di mensa sostiene una ruota radiala, in guisa che nella sommità, la quale suol terminare in punta, sia scavala una tavola nella forma di un timpano, larga due piedi e mezzo, ed alla un palmo. Lo schiavo che serve a desco così la fa girare che vi si mette ogni bevanda e camangiare, e se ne tolgono, per tutti i convitati. Dall’interno dello zoccolo, dove si suol mettere i letti da mangiare, escono le anatre per nuotare nello stagno, che per un rivoletto comunica colle due piscine già dette, e i piccoli pesci passano liberamente dall’una all’altra. Ancora, dalla tavola, posta, sì come ho detto, all'estremità de' raggi della ruota, scorre a piacere di ciascun convitato acqua calda e fredda volgendosi i rispettivi robinetti. Solto il tolo nella parte interna la stella Lucifero di giorno, ed Espero nella notte, girano e si muovono per modo intorno al basso emisfero, che segnano le ore. Nel mezzo dello stesso emisfero è segnata intorno di un cardine, come ad Atene nell’orologio del Cirreste (2301), la rosa degli otto venti, ed un prominente raggio dal centro alla circonferenza in guisa si muove che tocca il vento che spira, e che puoi conoscere senza uscire all’aperto (2302).

In questa villa, che forse alle altre antepose ch’ebbe a Tuscolo e a Cuma, Varrone già vecchio scriveva le sue opere, e segnatamente le agrarie, quando sottrattosi alle agitazioni della vita pubblica, tutto si diede alle lettere ed a' geniali studii. Ma se Cesare gli perdonò dell’aver tenuto per Pompeo, non isfuggì dopo le proscrizioni de' Triumviri. Bandito con Cicerone suo amico, l’oscurità in cui viveva non lo preservò da' furori di Antonio, che odia vaio non tanto per le sue antiche parti politiche, quanto pel suo nome e le sue ricchezze. Come ebbe dedotto contro le leggi una seconda colonia a Casilino, passò Antonio ad impadronirsi della sua Città Casinate, (2303), ed allora Varrone perde probabilmente i suoi libri ed una parte de' numerosi suoi scritti. Più giorni il Triumviro profanava colle sue orgie un luogo sacro alle Muse ed agli ozii letterarii di quell’eruditissimo, né mi starò a ripetere le furiose, ma giuste invettive di Cicerone che tutti sanno, per ricordare le baldorie di quel voluttuoso nella sede della sapienza latina.

13. Pago LAPILLANO (Pagus Lapillanus)

Una lapida scoperta nel secolo XVI presso il Teatro di Casino, e che dalle schede del Manuzio attinse il Doni (2304), ci fa conoscere questo villaggio de' Volsci, nella dipendenza, come è da credere, della detta città:

IMP. CAESARI

L. SEPTIMIO SE

VERO PIO PERTI

NACI. AVG. ARAB.

ADIAB. PAGVS

LAPILLANVS

Il pago Lapillano non fu certamente lontano da Casino; ma ignorandosene dopo tanti secoli la precisa situazione, dobbiamo star paghi alla sola memoria che ne serbò la riferita epigrafe. Questo sì a me pare, che fosse cresciuto ne' seguenti tempi nel Castrum Pilanum, del quale parla Erkemperto, e che fu assediato e preso da Pandonolfo Conte di Capua nell’anno 881. Nel detto castello sembra nato il Cronista, dappoiché dice ch’egli stesso vi fu preso, spogliato di tutti i suoi beni, e davanti a' cavalli de' vincitori menato prigione a Capua (2305).

14. Fiume MELPI (Μέλπις Melpis)

Da' luoghi montuosi passando a descrivere il resto di questa regione nella piana valle del Liri, dopo del Rapido è irrigata in buon tratto dal Melfi, detto Melpi dagli antichi. Il nome di questo fiume e greco, e dimostra, a mio credere, l’arrivo de' Pelasgi nell’agro de' Volsci; dappoicché una città di Melpo, notabile fra quelle che furono di là del Po, fu già nell’Insubria, dove anche fu Spina, rinomata pel primo arrivo de' Pelasgi in Italia (2306); nella Lucania vedremo una città omonima edificata dagli stessi popoli, e sono noti in fine un villaggio ed una piccola contrada col nome di Melpia o Melpea nell'Arcadia (2307). Io non dubito che i detti nomi i Pelasgi riproducessero nell’Italia superiore e nelle nostre regioni, e la stessa città di Aquino, per la vicinanza di questo fiume, portò forse ne' tempi più remoti il nome di Melpi. Da un’alta roccia del resto, 3226 piedi sul livello del mare, nasce il Melfi, come ora si chiama, nelle pertinenze di Settefrati, e appena nato si precipita per luoghi dirupati ed alpestri, per poi irrigare colle sue fredde acque i territorii di Picinisco ed Atina, Presso questa città si unisce al Mellarino, bagna appresso l’agro di Aquino, e a Pontecorvo sbocca nel Garigliano (2308). Come il Timavo nell’agro di Aquileja, fra Atina e Casale imboccavasi una volta in un profondo speco, donde dopo XX miglia (2309), traversando sotterranei cunicoli, risorgeva con gran mormorio verso Roccasecca. Benché Strabone descriva il Melpi come un grosso fiume (2310), non è copioso di acque; s’ingrossa bensì oltremodo colle pioggie dirotte e al disciogliersi delle nevi, e solo allora si può dirlo un grosso fiume col greco geografo.

14. AQUINO (Α'κέινον, Aquinum)

In un’ampia e fertile pianura sorgeva sul corso della Via Latina a VII miglia antiche da Casino la città di Aquino (2311), tra le più grandi e popolose de' Volsci in questa parte della lor regione. Il suo nome accenna ad evidenza alle copiose acque del Melpi che irrigavala, le quali sembra che ne' tempi primitivi molto si allargassero nella pianura in cui venne edificata (2312). Benché non siavi autorità di geografo o storico per ascriverla Volsci, per la sua situazione nondimeno di qua del confluente del detto fiume nel Liri, non dubitano i moderni topografi di attribuirla a questi popoli, comeché non manchi chi la descriva nella Campania, sia perché Plinio pone in questa regione la colonia aquinate, sia perché i tipi delle sue medaglie sono simili a quelli di alcune città campane. Queste medaglie, le quali ci dimostrano l’importanza di Aquino sono di bronzo e rarissime, e da un lato hanno la testa di Pallade, dall'altro un gallo colla leggenda ACVINO o AQVINO (2313). È notabile intanto che in tutte le guerre tra' Volsci e Romani combattute non si nomina Aquino: ma se a cagione delle dette medaglie simili a quelle di Cales e Suessa conghietturasi che una colonia vi fu spedita nel tempo stesso che a queste due città (2314), non si saprebbe intendere che ciò avvenisse senza avere già prese le armi contro Roma. Ad ogni modo, quando fu compresa tra le città latine, non si dipartì dalla fede verso la Republica, ed allorché nel 541 Annibale per la Via Latina mosse da Capua contro la città, non assalse Aquino, sapendo di trovarvi resistenza, ma ne saccheggiò solo il territorio (2315). Gli Aquinati militarono sotto Atilio Regolo contro Cartagine (2316), ed ottennero per essersi mantenuti fedeli il dritto della romana cittadinanza prima degli altri nostri popoli (2317), che furono costretti a combattere la guerra sociale. Ricorda Cicerone il popoloso municipio aquinate (2318), e in tale condizione si mantenne infino a che i Triumviri vi spedirono una colonia di veterani forestieri (2319), e come tale è ricordata da Tacito, Plinio (2320), e dalla seguente lapida, posta al suo patrono L. Decio Saturnino al tempo di Tiberio (2321):

Q. DECIO Q. F. M. N.

SATURNINO

PONTIFICI. MINORI. ROMAE. TIBICINI

SACROR. PVBL. PR. QVIRIT. PRAEF. FABR.

TER, CVRATORI. VIAR. LABIC

ET. LATINAE

TRIB. MIL. PRAEF. FABR. I. D. ET. SORTIEND

IVDICIBUS. IN. ASIA

IIII. VIR. I. D. VERONAE

Q. BIS. IIVIR. I. D. IIVIR. ITER. QUINQ. PRAEF

QVINQ. TI. CAESARIS. AVGVSTI. ITER

DRVSI. CAESARIS. TI. F. TERTIO. NERONIS

CAESARIS. GERMANICI. F. PONTIF. FLAMIN

ROMAE. IT. DIVI. AVGVST. PERPETVO. EXAVCTOR

TI, CAESARIS. AVGVSTI, ET. PERMISSV. EIVS

COOPTATO, COLONIAE. PATROΝΟ

PVBLICE. DD

Che a' tempi dell’Impero si conservasse Aquino nel suo antico splendore e nella sua copiosa popolazione, raccogliesi da Strabone, il quale la ricorda come una grande città (2322), e tale ancor la dimostrano non solo le molte iscrizioni, ma le rovine ancora all’ovest, ed a breve distanza della città odierna, nel sito detto Civita Vetere. Sorprendono tuttavia gli avanzi delle sue mura di sassi quadrati nella forma di un bislungo dal nord al sud, e d’un perimetro di circa due miglia. Vedesene il suolo coverto di ruderi di edifizii di stile ed età diversi, tra i quali sono gli avanzi di un Teatro e di un Anfiteatro. L’adornavano i templi di Cerere Elvina e Diana (2323), di Ercole Vincitore, Marte Pacifero, Giove, Vesta e la dea Bona, come è noto dalle epigrafi, delle quali bastami addurre una di quelle che all'adorazione si riferisce di Marte, che vi ottenne forse i principali onori, ed al cui tempio un patrono della città rifece gli ornamenti e i simulacri al tempo di Antonino Pio (2324):

MAVORTIO. PACIFERO

CVSTODI. CONSERVATORI

SACRVM

C. GIGANIVS. C. F. CAPENVS

VI AVG. PATRONVS. MVN

AQVINAT. BIS. ET

M. PACCIVS. M. F. STELLATIΝΑ

CRASSVS. IIVIR. IVR. DIC

PRAEFECTVS. FABRVM

ORNAMENT. ET. IMAGIN. REST

KAL. IVN.

IMP. CAES. ANTONINO. AVG. PIO II ET

……………........... COS

La città era forse divisa negli adoratori de' detti diversi numi, formandovi come altrettante famiglie religiose, se così può supporsi dalla lapida posta al comune sepolcreto di quelli che adoravano Ercole, ch'è la seguente (2325):

LOCA

SEPVLTVRAE

CVLTORVM

HERCVLIS

VICTORIS

IN. FVNDO

DOMITIAΝΟ

IN. FR. P. CXV

IN. AG. P. LV

M. M. ANIMISI

PRISCVS

PRISCIANVS

DONAVERVNT

Al Tempio di Cerere Elvina appartenevasi del resto la grande muraglia di pietre quadrate senza cemento che tuttavia vi si vede, dappoiché anche oggidì ritiene il nome di Elvina la sorgente che scorre daccanto a que’ ruderi. Più colonne, di circa quattro piedi di diametro, giacciono a terra all’intorno di questo magnifico tempio dorico, non meno che una gran parte del fregio con triglifi e parte della cornice. Secondo la misura d’un erudito viaggiatore inglese, sembra che questo tempio fosse stato 190 piedi lungo, e circa 60 largo. Un’antica chiesa rovinata, detta il Vescovado, la cui sede è ora λ Pontecorvo, fu fondata su gli avanzi, ed in parte co' materiali di un altro tempio antico. Aggiugni un arco trionfale di stile misto, corintio e jonico (2326), ed i varii collegi de' pontefici, degli auguri, degli aruspici, e le nundine che vi si celebravano, che non lasciano dubitare della celebrità della patria di Giovenale e dell’Imperatore Pescennio Negro (2327), la quale ebbe ancora qualche nome per le tintorie di porpora (2328).

16. Fiume TOLERO

Accresce ancora le acque del Liri il fiume Sacco, il quale scende dalle vicinanze di Palestrina e Valmontone fuori de' nostri confini, bagna le rovine di Fabrateria, e passando sotto Ceperano confluisce nel detto fiume presso S. Giovanni Incarico. Strabone lo nomina Trero (2329), Ovidio Telone ed Orosio Toleno; ma Tolero a me ne sembra il nome vero e genuino (2330), perché Tolerio si nominò ancora la città situata presso le sue sponde e la città di Labico, distrutta da tempi remotissimi, e forse da Marcio Coriolano che l’espugnò nel 268 di Roma (2331). Questo fiume, detto ancora di Campagna, è celebre nell’antica storia per la vittoria che ottenne alla sua riva Vezzio Catone, uno de' comandanti degl’italici confederati nella guerra marsica o sociale. Ottomila Romani vi caddero estinti, e lo stesso Console Publio Rutilio vi perde la vita. Ovidio dice che tinte di sangue ne corsero le onde, ed Orosio che le armi trasportasse e i corpi de' Romani a vista dell’esercito dell’altro Console C. Mario (2332). Il Cluverio ed alcuni scrittori patrii questo fiume confusero col Turano ne' Marsi (2333), e però anche il luogo della mentovata battaglia (2334), che pongono con errore Campi Palentini.

17. FABRATERIA (Φαβρατερία, Fabrateria)

Sul corso stesso della Via Latina, distanza di VIII miglia antiche da Aquino, incontravasi Fabrateria (2335), diversa da un’altra città omonima e più antica, donde ebbe l’origine. Non solo Plinio distingue i popoli dell’una e dell’altra con gli aggiunti di antichi e nuovi (2336), ma i titoli sepolcrali ancora, ne' quali quelli che furon coloni dell’antica sono detti Fabraterni novi e nevani. Non ostante che il Cluverio avesse ricordato due lapide, in cui sono mentovati questi ultimi, non seppe tuttavolta distinguere le due città (2337), come primo fra tutti i moderni topografi fece il Chaupy, benché altri scrittori che fanno la distinzione stessa, con essolui non convengano sulla lor situazione rispettiva. — La più antica memoria che si abbia della nuova Fabrateria è dall’anno 124 avanti l’era volgare, allorché per decreto del Senato vi fu stabilita una colonia (2338), e comeché l’epoca precisa non si conosca della fondazione della città, fu certamente posteriore al passaggio di Annibale pel paese de' Volsci su per la Via Latina nel 541, per non essere nominata da Livio, che tutte rammenta le città da Cartaginesi desolate (2339); il perché può supporsi che fosse stata fondata poco prima che vi fu dedotta la colonia civile, e che dopo le devastazioni di Annibale nel luogo dove fu edificata si ricoverassero, come in sito più sicuro, gli antichi Fabraterni portandovi il nome della patria che avevano abbandonata (2340). Ma ecco due lapide che ci ricordano i Fabraterni Novi o Novani una delle quali fu posta ad un Decurione, e l'altra ad un Curatore del Calendario della Colonia dedottavi da Romani (2341):

D. M.

T. ELVIO. FREGELLA

NO. COIVGI. INCOMPARA

BIL. ATQ. KAR. NEG. IV

VENC. DEC. FABRAT. NO

VAN. OMNIB, HONORIB

PERFVNCT. QVI. VIX. ANN

XXXVIII. MENS. VIIII

DIEB. XII. CAECILIA, VIC

TORINA. CVM. QUA

VIX. ANN. XVI. MENSIB

VI. DIEB. XIIII. BENE

DE. SE. M. F.

D. M.

Α. ΑΤΙΝΙO. A. F. PAL

PATERNO

SCRIB. AEDIL. CVR

HON. VSVS. AB. IMP

EQVO. PVBL. HONOR

PRAEF. COH. II BRACAR

AVGVSTAN. TRIB, MIL

LEG. X. FRETENS. A DIVO

TRAIANO. IN. EXPEDITION

PARTHICA. DONIS. DONAT

PRAEF. ALAE. VII. PHRYG. CVR

KAL. FABRATERNOR. NOVOR

ΑΤΙΝΙΑ. Α. F. FAVSTINA PATRI

OPTIMO, FECIT

Questa città crebbe di popolazione e di territorio colla distruzione di Fregelle, perché il di lei agro si allargò in quello dell’abbattuta città, ed è perciò che fu anche distinta col nome di Fabrateria Fregellana come nella seguente iscrizione scolpita sopra un'ara dedicata a Bacco da un Duumviro Quinquennale della colonia di Fabrateria (2342):

LIBERO. PATR. SAC

L. PAVIVS. L. F.

STELLATINA

ANOCCIVS

II. VIR

QVINQ. COL

FAB. FREGELL

SVA. PEC. DD

Appena le discorse memorie rimangono della nuova Fabrateria, di cui il Trero o Tolero bagnava le mura (2343), e dove Giovenale consigliava i Romani di ritirarsi abbandonando la città e i giuochi Circensi, per darsi alla quieta coltura degli orti e imbandir la mensa a cento Pittagorici (2344). Quanto al di lei sito, il Chaupy, riconoscendone la metropoli nell’odierna Falvatera, pone la città nuova nel villaggio d’Isoletta della diocesi di Aquino, circondato da antiche rovine e dal Sacco, ch’ivi presso confluisce nel Liri (2345). Ma più analogo al vero ed alle testimonianze degl’Itinerarii è situare la colonia degli antichi Fabraterni nella pianura sottoposta all’estremità de' monti Lepini, dove rimangono antichi vestigi co' nomi ài Monumento e Pescara (2346), sotto il piccol paese di Falvatera ne' confini del Regno e della Campagna Romana, poiché l’antica metropoli era circa dieci miglia distante nel paese di Ceccano presso Frosinone (2347), come hanno dimostrato due lapide scoperte in questo secolo.

18. FREGELLE (Φρεγέλλαι, Fregellae)

Non più di III miglia distante da Fabrateria sorgeva Fregelle sulla destra sponda del Liri, ed attraversata ne' tempi romani dalla Via Latina (2348). Fu tra le più antiche città d’Italia, posseduta in origine dagli Opici (2349), o da' Sidicini, come scrive Livio, i quali furono della stessa stirpe (2350); ma sconosciuto è il nome ch’ebbe ne' tempi più vetusti, dappoiché non ebbe quello di Fregelle innanzi che i Romani vi spedissero una colonia. Essendo posta sul Liri, suppone il suo storico che dapprima fu detta Lirium (2351); ed ove vogliasi ammettere tal conghiettura, è più probabile che tal nome prendesse dal fiume, anziché il fiume stesso dalla città si denominasse, come si avvisa il detto scrittore, essendo noto che da' fiumi per lo più le città presero il nome (2352). Certo è che fin dal tempo di Tarquinio Superbo era Fregelle tra le più ragguardevoli città de' Volsci, e si può bene argomentarlo dalle arti belle che a quella remota età vi si coltivavano, avendo quel re, dopo combattuta Pomezia, città capitale di questi popoli, chiamato in Roma il celebre Turiano perché lavorasse le statue esterne e le magnifiche quadrighe in terra cotta pel Tempio di Giove Capitolino (2353). I Sanniti conquistarono Fregelle a’ Volsci, e se crediamo a Livio, la smantellarono (2354), senza che se ne conosca l'epoca, ma certamente prima del 425, allorché altri popoli volsci spedirono deputati a Roma perché li protegessero contro l’invasione de' Sanniti (2355). Una colonia vi fu perciò spedita nel 427, la quale fu una delle cagioni della seconda guerra sannitica, e che prese il nome di Fregelle forse dalla città distrutta (2356). Dopo sette anni i Sanniti, di unita Satricani, popoli del Lazio tra. Anzio e Velitre, di bel nuovo l'assaltarono, e non ostante la più valorosa difesa de' coloni Fregellani, se ne impadronirono (2357). Ma per breve tempo la ritennero, perciocché nel 441, abbandonandola all’avvicinarsi de' Romani, fu ripresa senza combattere dal Dittatore C. Petilio, il quale posevi un forte presidio (2358). Dopo queste vicende non si ha più memoria di Fregelle infino all'anno 509, allorché vi fu spedita, se crediamo a Vellejo, un’altra colonia; ma alcuni scrittori sostengono che fu invece mandata a Fregene, città dell’Etruria (2359). Quando Annibale per la Via Latina mosse dipoi a’ danni di Roma, tutto ne guastò il contado, perché i Fregellani per impedirgli il passaggio tagliarono i ponti sul Liri (2360). Ed innanzi che scoppiasse la guerra sociale i Fregellani, che in molte imprese avevano sostenuto la Repubblica, congiurarono per se soli per acquistarsi colle armi Lambito dritto di cittadinanza: ma, scopertasi la congiura, priaché apertamente contro Roma si ribellassero, il Pretore Lucio Opimio assaltò all’improvviso Fregelle e la distrusse (2361), e i Fregellani trasportati in Roma furon messi ad abitare nella IX regione presso il Circo Fiammingo. Abbattuta in tal modo Fregelle, a' tempi di Strabone non era più che un borgo, e come tale è anche segnata nell’Itinerario di Antonino. Ricorda nondimeno il geografo che non solo fu città ragguardevole, ma che dominò ancora sulla maggior parte de' luoghi circonvicini, Cora, Traponzio, Velitre ed Aletrio, la cui antica dipendenza da Fregelle dimostravasi anche sotto l’Impero da che i lor cittadini vi si adunavano per celebrarvi i loro mercati e certe feste solenni (2362).

Fregelle fu una grande città, ed è manifesto dalle grandi rovine delle sue mura ad un quarto di miglio dalla confluenza del Tolero nel Liri, nel territorio di S. Giovanni Incarico. Comeché nella maggior parte abbattute, descrivono una figura multilatera, del perimetro di circa due miglia e mezzo. Nell’arca che la città occupava d’una pianura, declinando alquanto nella sua estremità verso l’est, tuttavia si osservano tra grandi macerie gran quantità d’infranti mattoni, rotte colonne, pietre lavorate, marmi ed avanzi di antichi edifizii. Il suolo che occupava ha dato inoltre monete, corniole, idoletti, vasellami, pietre scritte, bassirilievi, bronzi e simili anticaglie (2363). La grandezza di Fregelle che avea cinque porte, è nota ancora da' molti templi che vi sorgevano. Vi erano quelli di Nettuno (2364), di Saturno, di Giove, di Ercole, della Concordia, della Speranza, della dea Ciristia. Le grandi colonne spezzate che si veggono accanto alla rovinata, chiesa di S. Pietro, fanno supporla edificata sopra uno di questi Templi (2365). Delle iscrizioni che ci ricordano l’antico culto de' Fregellani, le più importanti sono quelle poste ad Ercole, alla Speranza, ed alla dea Ciristia, cioè Atargati o Derceto, Astarte o la Luna, così detta dalla città di Cirro nella Siria (2366), e sono le seguenti:

1.

SANCTISSIMO HERCVLI

SACRVM

A. VIVASIVS. A. F. MARC

PRIMITIVVS

ARAM. DD. PRO. SALVT

VIVASIAE. IVCVNDINAE

ET. VIVASI. VITALIANI

MINORI FR.

2.

SPEI. INVICTAE

T. VASCONIVS. FRE

GELLANVS. AEDIL. QVI

AERAR. SATVR. PEC

SVA. FACIVN. COER.

3.

PRO. SALVTE. C. RVFI SERENI

ARAM. ET. BAS. DEAE. CYRIST

DONVM. DEDIT. XI. KAL. MΑΙ

L. IVVENIO. PACCIO. ET. P. IVNIO

QVARTIO. ROMVLO. II. VIR.

Non rimase vestigio della forte rocca di Fregelle, ma si suppone sulla prossima collina verso il sud. Ebbe ancora il suo porto in quello che ora dicesi Porto dell'Isola, perché ha dirimpetto Isoletta; e questo porto, il fertile suo territorio, la Via Latina che tramezzavaia, nonché la sua situazione, molto commoda alle città vicine, contribuirono alle celebri nundine che vi si celebravano anche dopo la sua distruzione. La Via Latina vi passava sopra due ponti sul Liri, i quali, rotti da’ Fregellani per impedire il passaggio ad Annibale nel 541 (2367), furono ricostrutti da Tramano e da Adriano, e nel 226 dell'era volgare Alessandro Severo rifece quello che fu ristorato dal primo di questi Imperatori (2368). Federico II, per fortificare quella parte del regno che confina collo Stato Pontificio, volle riedificare l’abbattuta Fregelle (2369), e tuttavia si distinguono le nuove fabbriche alzate su’ ruderi della città antica. Vi chiamò a ripopolarla gli abitatori di Arce, S. Giovanni Incarico, Pastena ed Isolata; ma indi a non molto fa di bel nuovo abbandonata.

19. INTERAMNA (Ἰντεράμνιον, Interamna)

Sotto la descritta città di Casino confluisce nel Liri il piccol fiume delle Sogne, il quale sorgendo nel territorio di S. Gregorio, accrescesi nel suo corso di altre fonti in quelli di Aquino e Piombarola. In mezzo a questi due fiumi sorgeva Interamna (2370), così detta appunto dalla sua situazione, ed i cui abitatori da quelli del nome stesso di altre contrade italiche distinguevansi coll’aggiunto di Lirinati, ed anche di Succasini (2371), dappoiché una città abitavano situata a cinque e più miglia sotto di Casino. Strabone e Livio annoverano Interamna tra le città poste sulla Via Latina (2372); ma, non essendo segnata negl’ltinerarii, era fuori di questa strada. Un ramo bensì della Via Appia, che nella regione degli Ausoni descriveremo, cominciando da Formia col nome di Ercolanea, e traversando la città di Ausona, conduceva ad Interamna, e di là ad Aquino e Casino (2373).

Ma ignote sono le vicende di questa città prima dell’anno di Roma 441, allorché vi fu spedita una colonia (2374), affin d'impedire, come é da credere, i progressi de' Sanniti in questa regione. I quali tentarono, ma indarno, di occuparla nel 458, perché e i coloni seppero difendersi, e furono aiutati a debellare i nemici dal Console M. Atilio, il quale degli stessi Sanniti avea trionfato a Luceria (2375). Ne’ susseguenti tempi mantennesi Interamna fedele alla Repubblica; ma nel 543 negò come le altre XII colonie latine soccorsi alla metropoli nella seconda guerra cartaginese, e fu al pari di tutte dopo cinque anni condannata a raddoppiare, oltre a centoventi cavalieri, il numero de' fanti dati dal primo ingresso de' nemici in Italia (2376). Dopo la guerra sociale ottenne la romana cittadinanza col suffragio, ed all’epoca in cui godeva eguali dritti con Roma par che appartenesse la seguente lapida (2377):

SENATVS. POPVLVSQVE

MVNICIPII. INTERAMNATIS

L. CAPRIO. L. F. GALLO

PONTIF. IIII VIR. I. D

ITER. Q. QVINQVENN

Scrive Frontino che una nuova colonia militare vi spedirono i Triumviri (2378); ma più probabile io stimo che fossevi dedotta da Ottavio, per essersi gl’Interamnati dichiarati favorevoli alle parti di Antonio, e Cicerone li vitupera in fatti dell’essersi recati a Casino per inchinarlo (2379). Ad ogni modo, è memoria di questa colonia nella già addotta iscrizione che i Casinati posero a L. Luccejo (2380), e nella seguente (2381):

P. TVRCIO P. F. STEL. SEVERO

II. VIRO. CVRAT. REIP. INTERAMNAT.

LIRIN. EORVNDEM. COL.

CASSINATES

In un frammento di antico Calendario ritrovato tra le rovine di Casino (2382), si ricordano le nundine che a' tempi dell’Impero vi si celebravano, né allora Interamna era ridotta ad un piccol villaggio, come qualche topografo scrive, giacché il vico ivi mentovato non era che l’antica Fregelle. Questa città durò col nome di Teramo insino a' principi! del secolo XIII, e sembra che fosse cominciata a mancare dopo gl'incendii e le desolazioni de' Clavesegnati che pel Pontefice combattevano contro Federico II nel 1229 (2383). Era situata sotto Pontecorvo i alla sinistra sponda del Liri, e nell’estesa area che occupava, dove tuttavia rimane il nome di Teramo, si veggono avanzi di edifizii, di acquedotti, strade e muraglie (2384). Un patrio scrittore ne riconobbe il Foro nella parte più eminente, dove osservò molti rottami di grosse colonne di pietra calcarea. Poco lungi dal Liri egli vide ancora le fondamenta di un Tempio, e i sotterranei di un altro verso occidente (2385); né altro trovo ricordato de' monumenti d’Interamna, ultima delle città latine, quando Roma si distese colla conquista sulle città de' Volsci.

V. La Via Latina che per la descritta regione si distendeva, ne toccava solo quattro città, Fabrateria cioè, Fregelle, Aquino e Casino, e forse ancora il Pago Lapillano, ove si supponga, come par verisimile, nelle vicinanze dell’ultima di queste città. Livio e Strabone scrivono che anche Interamna sorgeva sulla Via Latina, situandola tra Aquino e Casino (2386), ma perché non si nota dagl’Itinerarii, fu piuttosto sopra una strada diversa, e co' topografi patrii abbiamo in fatti osservato ch'era sulla Via Ercolanea, di qua della città di Ausona (2387). Comeché guasti ne' nomi de' luoghi e nelle distanze, i detti Itinerarii, qualche colonna milliaria, e le rovine stesse di questa grande strada che l'Appia tramezzava e la Valeria, chiaramente ne additano il corso. Da Frosinone 9 fuori de' nostri confini, correva adunque dopo IV miglia antiche a Fregelle, e prima di giugnere a questa città un ramo di essa passando il Tolero, menava dopo XI miglia a Fabrateria, donde per un’altra via traversa si passava a sinistra ad Arce, Arpino e Sora, e più oltre nel paese Ad Marsi. A destra la Via Latina a IV miglia da Fabrateria giugneva ad un ponte sul Melfi, dopo altre V miglia ad Aquino, e di là a Casino dopo altre VII miglia (2388). Benché qui propriamente terminasse, come raccogliesi da Strabone, perché più oltre non si distese il nuovo Lazio, donde pigliò il nome, tuttavolta il suo corso proseguiva per Teano e le confinanti città del Sannio, come, descrivendo questa regione, abbiamo già detto (2389). Questa strada era tuttavia in essere nel medio evo, quando dinotavasi col nome di Campanina (2390), e da' vestigi che dove più, dove meno ne ricordano i moderni topografi, conosciamo che dopo le rovine di Fabrateria traversando il bosco di Coprano dirigevasi ad Equino, donde per le campagne di S. Gregorio, Piedimonte e Piombarola menava a S. Germano. Di là di questa città, o dell’antica Casino, pel territorio di S. Pittore seguiva la direzione stessa della strada odierna sino al IX miglio antico, donde con un ramo correva diritta a Venafro, come è noto dall’Itinerario di Antonino, e svolgendo alquanto a destra dalla cennata distanza a S. Pietro in fine, passava pel monte Leuci nelle pertinenze di Mignano, e poi per quelle di Marzano e Cajanello alla città di Teano. Oltre gli avanzi di questa strada pe detti luoghi osservati, non meno che pe’ territorii di Tora e Presenzano, si vedevano ancora lungo il suo corso nel passato secolo rovinati edifizii, avanzi di ostelli da riposo e di sepolcri (2391).

VI. Furono ancora nel dominio de' Volsci le cinque isolette che sorgono nel Tirreno verso la maremma dello Stato Pontificio, e che si appartengono al Regno delle Due Sicilie. Strabone ne nomina soltanto due, Ponzia e Pandataria (2392), come le più grandi. Pomponio Mela e Plinio aggiungono Sinonia e Palmaria (2393), e Tolomeo la quinta col nome di Partenope (2394). Tre veramente fra tutte sono più dappresso alla marina che fu de' Volsci e al promontorio Circeo, Palmaria dir voglio, Ponzia e Sinonia, e dalla più grande che abitarono (2395), furono anche distinte col generico nome di Ponzie (2396). Queste cinque isole, colle altre Rischia e di Procida, formano una specie di catena semicircolare, che dal capo Miseno si prolunga insino al Circeo. Una serie di scogli, detti le Botti, fra esse interposti, de' quali alcuni in tempo di calma si ravvisano a poca profondità nel mare, molti si elevano sulle acque, e i più considerevoli sono tra Ponza e Ventotene, fanno supporre, che in numero maggiore fossero le dette isole ne' tempi primitivi, e formassero come una catena continua tra' due capi. Molte età sono trascorse da che è spento il fuoco che le produsse, e però i geologi l'origine ne riportano a tempi molto remoti dalla memoria degli uomini (2397). Or descrivendole con quell’ordine che non serbarono gli antichi, comincerò dalla più prossima alla spiaggia e al promontorio Circeo.

1. SINONIA (Sinonia)

Quest’isoletta, ora detta Zannone, non è più di 20 miglia distante da monte Circello. Lunga poco più di un miglio, e larga anche meno, ha quasi la forma di un quadrilatero, e dalla parte del nordovest si eleva più di 300 tese sul mare. La sua superficie è inclinata dall’ovest all’est. Scoscesa in quasi tutto il suo perimetro, si può appena approdarvi dalla parte del sud, dove una ripida pendenza ha fine nelle onde, e dicesi Cala del Varo. La parte calcare che occupa il nord di Zannone è simile a quella del vicino monte Circello, d’onde sembra staccata; e la vulcanica, doppia per la sua estensione della roccia calcarea, alla quale si addossa, con essa contrasta visibilmente pel colore e la diversità della sua origine. Piccole colline parallele scendono dallo scoscendimento dell’ovest fino al mare, e questa forma, comune a non pochi monti vulcanici, mostra che il cratere che produsse le bianche lave di quest’isoletta, era dalla parte dell'ovest; ma appena una piccola porzione del cono primitivo sussiste di questo antico vulcano. Dalla cennata descrizione che ne dà un abile geologo (2398) è manifesto che non dové essere abitata ne tempi antichi; né trovo memoria di abitazione in quest’isoletta ne' secoli a noi più vicini.

2. PALMARIA (Palmaria)

Tra la descritta Sinopia e l’isola di Ponza, che dava già il nome a tutte le isole volsche, prolungasi dal nord al sud in una forma irregolare l’isola Palmarola, detta Palmaria da' geografi latini (2399). Dirupata in tutto il suo circuito di presso a sei miglia, vi si può appena approdare pel piccolo porto al nordest, né l'abitano pescatori o coltivatori, ma serve solo a que’ di Ponza per coltivarvi qualche vigneto. Nelle balze che la circondano, e che scendono a picco sul mare, si aprono molte grotte, albergo de' soli uccelli notturni che vi riparano. Soggetta come è a continue rovine, le strida di questi uccelli e il tonfo rumoroso de' rottami che ne cadono nel mare, potè far credere una volta che vi dimorassero i demonii. Le onde del mare agitato che dì per dì la distruggono, vi hanno aperto uno stretto canale che la tramezza verso la metà della sua lunghezza, e l’agitazione stessa delle onde marine, i tremuoti ed altre cagioni naturali la divisero dalla prossima isola di Ponza, colla quale di unita a quella di Zannone formar doveva un solo gruppo vulcanico, per la identica costituzione geologica che vi si nota (2400). Oggidì disabitata come la prossima isoletta, né ruderi né ricordanze vi sono che ce la mostrino popolata negli antichi tempi.

3. PONZIA (Ποντία, Pontia)

Tra Palmarola e Zannone, alla distanza di 4 e 6 miglia da entrambe, e 13 da monte Circello, sorge la più grande e più rinomata di queste isole, che conserva l’antico nome. Il quale io credo che siale derivato dal culto di Venere Ponzia, protettrice del mare e de' porti, adorata in Ermione (2401), città Argolide (2402), e ben si può credere che le fosse imposto da’ Pelasgi, abitatori primitivi di quella regione, e che nell’isola passarono dalla spiaggia che poi fu de' Volsci. Perché nelle sacre isole abitate dagl’illustri Pelasgi-Tirreni (2403), è da comprendere anche questa, benché men grande delle più lontane Pitecuse, ma al pari di esse popolata da tempi molto remoti.

L’isola di Ponza è tutta vulcanica, e la diversa qualità delle lave che la costituiscono richiama l’attenzione del geologo. Oltre le lave silicee e porose, ed altre ordinarie produzioni vulcaniche, vi predominano le lave bianche e biancastre, che formano quasi tutti i monti, tutte le balze, tutti gli scogli dell’isola, come in quella d’Ischia e ne’ Campi Flegrei. Il porto occupa ad evidenza l’area di un cratere, come fa manifesto la direzione dal nord al sud de' tufi, delle lave e delle ceneri che formano il nucleo del monte della Guardia, il quale occupa il fondo di questo porto, nonché la nera lava basaltina che ne corona la vetta, e i vicini scogli prodotti dalle eruzioni precipitatesi nel mare. Un altro cratere si ravvisa all’ovest del monte della Capra, che sorge nel fondo della valle accanto alla cala di S. Maria, ed un altro ancora nel centro delle montagne de' Tre Venti, a quel che si conghiettura dalla forma d’imbuto che vi si nota, nonché dalle rocce di neri basalti irregolari, detti Faraglioni grandi, distaccate dagli scoscendimenti verso l’ovest, e nella direzione stessa della vicina isola di Palmarola. Nel piccol seno semicircolare, detto Cala di Chiar di Luna, appiè della montagna della Guardia, l’isola si restrigne a meno di 150 passi; e se il mare proseguirà a rodere in quel sito, si dividerà in due, come in un’epoca non molto antica credesi diviso l'isolotto di Calvi, che ne è disgiunto da un canale largo appena 50 passi. Qui soprattutto apparisce la distruzione dell’isola, non meno che sulla cresta de' monti per la quale passa la strada da un capo all'altro, perché oggidì appena presenta lo scheletro di ciò che fu ne' tempi primitivi. Meno rovinata è nondimeno nel gruppo de' monti e delle colline, separate da gole profonde, al di sopra della valle della cala di S. Maria, dove è più solida e compatta (2404).

I Volsci si conservarono nel dominio di Ponzia insino al 441 allorché divider dovettero le loro terre colla colonia speditavi da Roma che aveali soggiogati (2405), e da quel tempo venne a comprendersi colle altre isolette nel nuovo Lazio, e contribuì soldatesche in favor della Republica. Che fosse ben popolata è manifesto, oltre alla testimonianza di Strabone, da che somministrò milizie di terra, quando le altre XII colonie latine ricusarono di darne per la seconda guerra cartaginese (2406). Sotto l'Impero fu destinata come Pandataria all’esilio d’illustri personaggi. Tiberio vi relegò Nerone, figliuol primogenito di Germanico, che vi perì di fame, e di cui trasportò le ceneri in Roma il fratello C. Caligola divenuto Imperatore (2407). Lo stesso Caligola vi rinchiuse le sorelle Agrippina e Livilla, per avergli tramata la morte (2408), ed ivi ancora Nereo ed Achilleo con Flavia Domitilla, nipote del cugino di Domiziano, il Console T. Flavio Clemente, furono per la fede di Cristo mandati in esigilo (2409); e tra' più illustri de' tempi posteriori che vi finirono la vita, la storia ricorda il S. Martire Montano ed il Pontefice Silverio, relegatovi per ordine dell’Imperatrice Teodora (2410). Comeché qualche rudere non vi manchi di antiche abitazioni, più importante ad osservare è pel naturalista che per l’antiquario, ed appena rimane a vedervi due antiche cisterne, la Dragonara e quella di Pilato. A fianco della cala di Chiar di Luna mette capo al mare una sotterranea galleria antica, aperta nella lunghezza di 60 passi nel masso della vicina montagna della Guardia. Dove manca il sostegno della roccia, vedesi rivestita di fabbriche con volte. Per essa ora scorrono al mare dell’ovest le acque della detta montagna; ma per la sua grandezza ed ampiezza dovea sotto i Romani condurre a' bagni posti sulla spiaggia. Nel masso del tufo del monte della Madonna presso il porto sono ancora scavati curiosi sotterranei, detti Bagni di Pilato, popolare denominazione venuta dal nome di Ponzia che il volgo crede patria di Ponzio Pilato (2411).

4. PANDATARIA (Πανδαταρία, Pandataria)

Il più degli antichi nominano quest'isola Pandataria, e si debbono al certo riguardare come scorrezioni i nomi alquanto diversi che io alcuni si leggono, come Pandatoria in Tolomeo. Un’altra denominazione ancora raccogliesi da una lapida, cioè Pandatira, lo stesso in greco che Pandataria, nome che accennerebbe alla sua fertilità, e che fa supporre ad un patrio scrittore che prima de' Volsci e de' Romani fosse stata nel dominio de' Greci (2412), e forse di quelli che occuparono le Pitecuse, se non de' Pelasgi più antichi. Ora è detta Ventatene, nome per avventura alterato di Bentiliem, che trovo solo nel Jasolini (2413), e che sembra di origine araba, comeché la storia, per quanto è a me noto, ci ha solo serbato memoria d’invasioni, non di permanenza de' Saraceni. in quest’isola (2414).

Si distende dall’est all’ovest in una forma irregolare, è due miglia lunga, ed ha una difforme larghezza, che non oltrepassa i 500 passi. Poco elevata dal livello del mare, è scoscesa in tutta la sua circonferenza, né si può approdarvi che pel suo porto e per due piccole cale. Il porto, apertovi dagli antichi, ha la forma di un canale, e può appena ricevere i piccoli navili. In fuori di due punte o capi, de' quali più elevato è quello dell’ovest, detto Capo dell'Arco, può considerarsi come un altopiano inclinato dal nord al sud. É quasi tutta formata di tufi vulcanici, in cui sono scavati il porto e le grotte che la circondano. Meno uniformi dalla parte del sudest sono le balze di quella del nord, né così solide da poter sostenere l'urto delle onde che la rodono e la minuiscono, e gli antichi vestigi di fabbriche romane sotto la punta di Nevola dimostrano che al tempo dell’Impero era più estesa di oggidì.

Una sola corrente di lava vi si ravvisa sotto il Capo dell'arco, e benché tutta di origine vulcanica, non vi si osserva alcun cratere, ed il Dolomieu perciò la riguarda come un frammento di un vulcano più considerevole, distrutto da' secoli e dal mare, e, come dallo stesso lodato geologo può raccogliersi, quello stesso dell’isola di Ponza, dappoi che nella direzione di Ventotene egli nota le mentovate rocce basaltine col nome di Faraglioni. I frammenti di conchiglie misti colla sabbia, agglutinati alle singolari concrezioni cilindriche calcaree della Punta di Nevola, fanno supporre che ricoprivala il mare quando veniva prodotta da un vulcano sottomarino (2415).

Al pari della vicina isola di Ponza era bene popolata e coltivata al tempo de' Romani (2416), quando richiama alla mente tristi rimembranze. Luogo allora di proscrizione, su questo scoglio solitario perì di fame Agrippina, la magnanima sposa di Germanico (2417). Nerone fecevi aprir le vene alla sua moglie Ottavia (2418), e bandita anch’essa da Augusto, la brillante Giulia vi espiò ne' lunghi tormenti di un’aspra dieta la sua colpevole bellezza ed il preteso amore del poeta (2419). E al pari dell'amore la fede v’ebbe ancora i suoi martiri. Una Flavia Domitilla, nipote di Domiziano, moglie del Console Flavio Clemente, vi fini la vita, relegatavi da quell’Imperatore (2420). Sembra che da Roma vi si spedisse un Prefetto, e la seguente epigrafe dell’anno 81 dell'era cristiana ci ha lasciato l’elogio di un Metrobio, il solo che si conosca del tempo di Domiziano, e che nell'isola fu sepolto:

RELIQVIAE. CINERIS, TVMVLO. MANDATA. QUIESCVNT

AVG. LIB. SACRO. HOC, TIBI, METROBIE

HVIC. NON. DVRA. COLV. CLOTHO. DECREVIT. IN. ANNIS

TER. DECIES. QUINOS. DEGERE. QUEM. VOLVIT

PRAEFVIT. HIC. LONGVM. TIBI. PANDOTIRA. PER, AEVOM

PROVIDAQVE. IN. MELIVS. IVRA. DEDIT. POPVLO

PLENA. BONO. MENS, AEQVA. FVIT. NON. ASPERA. LINGVA.

INCVLPATA. FIDES. INNOCVVSQVE. PVDOR

NVLLVS. FVLGOREM. VALVIT. DECERPERE. LIVOR

CONSTIT. AD FINEM. VLTIMAQVE. HORA. NITOR

ET. TVA. NATORVM. DEFLET. PIA. TVRBA. TVORVM

CONSESSVQVE. PARI. TVRBA. PIATA. GEMIT

ESSE. TIBI. CREDAS. OMNES. DE MORE, PARENTES

VSQVE, ADEO. AEQVALIS. MOEROR. IN. ORA. FVIT

EMINET, IN. LVCTVS. PRIMA. OMNIVM. IVLIA. CONIVX

PER. QUEM. SI. FAS. EST. VIVIS. IN. ELYSIVM

FLAVIO BASSO COS.

Antichi ruderi non vi mancano, come abbiam detto, di fabbriche romane sull’alto piano della Punta di Nevola ne' quali chi vuol trovare gli avanzi di un bagno, chi quelli di un tempio di Giove Aminone, e chi con maggiore probabilità il palagio dell’infelice Giulia. Affatto disabitata ed inculta da secoli, fu ripopolata nel 1770. Ha tre sorgenti d’acqua dolce, ma poco copiose. Il suolo ne è fertile, ed i ricolti vi sarebbero sempre copiosi, se i venti che vi dominano, da' quali alcuni voglion ripetere il suo nome odierno, non vi bruciassero e distruggessero spesso le speranze degli agricoltori.

5. PARTENOPE (Παρθενόπη, Parthenope)

Al sudest dell'isola Ventotene, e quasi dirimpetto al suo porto, sorge l’altra più piccola, ora detta S. Stefano, e che Tolomeo nomina Partenope (2421). Di figura quasi rotonda, ha due sole miglia di circonferenza; e, comeché di un’origine comune coll’isola vicina, dalla quale non è lontana più di un miglio e mezzo, molto non pertanto ne differisce. E un estinto vulcano quasi nella sua interezza. Formata di materie solide, ha resistito, e resisterà lunga stagione all'azione del mare che ha sì alterato quella di Ventotene. Il vulcano di S. Stefano, in opposta direzione a quello di quest’isola, avea due bocche. Le altissime balze dell'est e dell’ovest sono formate dagli enormi massi di lave di questo vulcano, che paiono discese in vaste correnti dal cratere, ed essersi indurate al contatto dell’acqua, precipitandosi nel mare (2422). Il suolo dell’isola di S. Stefano è fertilissimo, né è abitala che dallo scorso secolo, a cagione dell’ergastolo che vi fu stabilito, e che altamente richiama l'antico nome, ch’ebbe dalla musa dell’Erebo.


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XI. AUSONI o AURUNCI

Φιλοπόλεμον γὰρ δὴ τὸ τῶν Αράγκων ἔθνος ἦν, καὶ

τῳ μεγέθει τε καὶ ρώμη, καὶ οψεως δεινότητι πολὺ

τὸ θηριώδες ἐχέση φοβερώτατον.

DIONYS. HAL. VI, 32.

I. Corografia dell'Ausonia, e naturali condizioni di questa regione. —11. Origini e tradizioni mitiche degli Ausoni, — III. Generali vicende di questi popoli. — IV. Antica topografia dell'Ausonia. — 1. Lautule,—2. Villa di Galba e di Frontino. —3. Amicle. — 4. Spelonca,—5. Agro Cecubo,—6. Lago e Vico Fondano,— 7. Fondi. — 8. Golfo, porto e borgo di Caieta. — 9. Ville romane, Templi e sepolcri. —10. Lamia o Formia, —11. Fontana Artacia. —12. Città e sepolcro di Cicerone. — 13. Pire, —14. Minturna. —15. Bosco e Tempio di Marica. —16. Erbano. —17. Vescia, —18. Ausona,—19. Trifano, — 20. Suessa. — 21. Aurunca. — 22. Cale, — V. Antiche strade dell’Ausonia.


I. L’Ausonia fa la regione abitata dagli Ausoni, o quella parte delle nostre contrade confinante a’ Volsci e a’ Campani, che in retta linea si racchiude tra Fondi e Calvi su’ monti, e per XLIII miglia romane fra Terracini e Rocca di Mondragone sulla spiaggia, in cui sorge il promontorio di Gaeta. Di verun’altra regione gli antichi geografi ci lasciarono forse la più precisa corografia quanto di questa; perché il distretto contiguo alla pianura Pomentina, dice Strabone, fu dentro terra abitato dagli Ausoni (2423), che Scimno fa giugnere insino al mare (2424). E Plinio, descritto il promontorio Circeo, dopo i Volsci e gli Osci pone gli Ausoni (2425), giacché l’agro de' Volsci maremmani giugneva a Terracina, gli Osci tenevano la parte superiore della Campania, e l’inferiore gli Ausoni. Alle quali indicazioni se arrogi la testimonianza di Livio, che Ausoni attribuisce Ausona, Vescia e Cale, città nelle quali con Aurunca, Suessa, Fondi e Minturna era tutto il dominio di questi popoli, ne' tempi almanco poco anteriori alla conquista, avrai negli agri di queste città e nella spiaggia la corografia della lor regione. lì Ausonia adunque stendevasi lungo la costa del Tirreno dalle vicinanze di Terracina all’ovest, dove confinava co' Volsci, sino a Mondragone (Sinuessa) al sud, dappresso alla Campania. Al di sopra de' fertili colli e delle vaste pianure che tramezza il Garigliano ed hanno termine al mare, l’Appennino circondavala dal nord all’est, e confinava co' Volsci montani e i Sidicini nella contrada di Teano. Ond’è, che distendendosi non solo nella valle inferiore del Liri, ma ancora verso i monti, comprendevasi nell’odierno distretto di Gaeta, nella Provincia di Terra di Lavoro, come meglio s’intenderà dalla seguente geologica descrizione.

L’Appennino, il Garigliano ed il mare dividevano naturalmente l’Ausonia dalle prossime regioni. Confinando, come abbiam detto, con quelle de' Volsci e de' Campani, stendevasi nella gran valle occidentale della provincia di Terra di Lavoro, che per circa 34 miglia irriga il detto fiume dall’Isoletta alla foce. Una diramazione di monti, che dalla Meta sopra Picinisco corre a Mondragone dal nord all’ovest, questa valle divide dall’orientale, bagnata dal Volturno ed appartenente alla Campania. I monti Lepini che all’ovest dividono la valle inferiore del Liri dalle Paludi Pontine, e terminano sulla costa di Terracina, separavano l'Ausonia dall’agro de' Volsci, e al sud la difende dal mare un altro ramo degli Appennini che viene dalla Campagna romana, s’innoltra sopra Fondi, e con una costante direzione verso l’est si congiunge nelle vicinanze di Sessa coll’intermedio già detto. Questo ramo stesso forma i promontorii di Terracina e di Gaeta, de' quali il primo serve di confine a' due Stati, ed entrambi rompono la continuazione della gran pianura littorale, ché dall’agro Pontino stendesi al monte Massico. La parte compresa fra' due promontorii forma la vasta pianura di Fondi, di circa quaranta miglia quadrate, e l’altra, tra quello di Gaeta e monte Massico, quella di Minturna a dritta, e l’altra di Sessa a sinistra del Liri. Il Torele, il Faggeta, il Do fato, il Chiavino sono i monti più alti di questa regione, dalle cui vette coverte di boschi tutto dispiegasi all’occhio il Tirreno colle isole da Capri a Zannone, monte Circello, le paludi Pontine, l’agro romano sino ad Anagni, la pianura che un dì traversava la Via Latina, il castello e la pianura di Capua, il Vesuvio e la punta della Campanella.

Grandi commozioni della natura notano i geologi in questa parte delle nostre contrade. Chi alla mole di Fiacco presso Terracina, a Torre moresca sul monte Circello, ed alla Torre di Orlando in Gaeta osserva da presso i detti promontorii, non può non istupire e persuadersi, che una cagione violentissima enormi massi ne divelse, ed operò le grandi fenditure verticali della montagna di Gaeta. Era questo probabilmente l’effetto dell’esplosione vulcanica che aprì il varco alle acque del Liri, da' monti Lepini distaccò il Circello, sollevò il gran vulcano di Rocca Monfina, e fece sorgere il piccolo arcipelago delle isole Ponze. L’identica natura calcarea delle opposte ripe del fiume, la precipitosa discesa delle sue acque, ed i macigni che ne frammezzano il corso, dove divide da' monti di Sessa la diramazione appennina che staccasi da' monti vulcanici dell’agro romano, fanno aperti tali effetti dinamici dell’azione espansiva interna del globo, prima de' quali tutta la valle bagnata dal Liri credesi il fondo di un ampio bacino, donde scomparvero le acque allorché, rotta la diga presso Sujo, il fiume precipitavasi nel Tirreno. L’immenso sedimento trattovi alla spiaggia formava dopo lunghe età le pianure pontine, di Fondi e di Sessa, e la storia e le osservazioni sul lido concorrono a provare l’ipotesi geologica (2426), giacché anche a' dì nostri queste pianure, come il delta del Po, maggiore spazio vanno acquistando sul mare, a cui sottostavano in epoche remotissime. La vasta pianura di Fondi è un avanzo di un ampio seno del Tirreno, come dal suo piano quasi orizzontale e poco superiore al livello del mare si conghiettura. L’ampia duna che cinge il lido, impedisce da secoli lo scolo delle acque nel mare, e vi formò tre laghi, uno più grande che prende nome da Fondi, gli altri più piccoli verso Sperlonga, detti Lago Lungo e di S. Potito. Più paludose e malsane maremme sono tra la sponda destra del Volturno e il controforte, alle cui falde è situato Mondragone. Tutta quella vasta pianura è intersecata da rivoli che scendono dalle alture, e che nell’accostarsi alla spiaggia in più guise ramificandosi, formano una rete di canali e di fossi di scolo, ove per lo più fanno stagni e impadulano.

Il carbonato calcareo stratificato forma il gruppo de' monti dell’ausonia, alla cui base è uno strato di argilla, adoperata nelle fabbriche di stoviglie a Mola di Gaeta, Pontecorvo e Pastena. La pietra calcarea di questi monti è la solita calcarea appennina, disposta in istrati orizzontali, o inclinati verso il sudest, compatta e d’una tessitura lamellare e semicristallina ne' punti più elevati, più o meno porosa e piena di cavità nelle regioni inferiori, e che forma tutte le colline, le quali di qua del promontorio di Gaeta e di un’angusta e bassa pianura si ripiegano dolcemente in arco, e vanno a poco a poco innalzandosi verso Mola. Negl’intervalli degli strati, e delle cavità originate dalla distrazione de' corpi marini, sono frequenti cristallizzazioni spatose, massime radiate. Questa calcarea, diversamente colorata dal diverso grado di ossidazione del ferro che racchiude, trovasi cristallizzata sotto forme secondarie, e vi s’incontra non di rado la calce carbonata fetida; e tra Pastena e Castro ve ne ha di quella, da cui trasuda in copia il bitume, detto volgarmente malta e pece di Castro. Quasi alla metà dell’altezza di questo gruppo di monti vedesi costantemente il carbonato calcareo misto all’allumina ed al ferro, e forma uno strato di marna grossolana e tenera, che al contatto dell’aria s’indurisce. Da questo strato, negli angoli che forma colla linea orizzontale dell'argilla, si derivano tutti i fonti che nella state per lo più inaridiscono, all’infuori di quelli che sgorgano ne' siti più declivi, come quello delle Fistole in Itri, di S. Arcangelo e S. Maria in valle Umana ed altri simili. E sotto questo strato s’incontrano da per tutto pietre brune, di grana grossolana, che si sfogliano come lo schisto, coll’impronta di piante crittogame, nonché pezzi isolati di coti ordinarie ed altre produzioni di simil natura.

In sulle cime di questi monti torreggiano qua e là enormi massi di calcarea nuda affatto e spoglia di terra, i quali talor dilaniandosi, gravi danni producono alle sottoposte valli. Profondissime e tortuose caverne serpeggiano nel seno di questi monti, e servono di veicolo alle acque. Pendono in tutte stalattiti delle forme più singolari e bizzarre, e più notabili fra queste sono quelle di Pastena e l'Amale della lustra nel borgo di Gaeta. Illuminate entrambe dal sole, può di leggieri osservarne le bellezze chi è vago delle meravigliose opere della natura. Dalla volta della seconda sporge a foggia di tortuoso cilindro una di queste naturali produzioni, che dal nero ammanto distesovi dalle conferve ed altre piante crittogame que’ naturali addimandano braccio del diavolo; e nell'altra ve ne ha di così varie guise e figure, che rassembrano angeli alati, frati barbati, soldati a cavallo e somiglianti immagini di curiosa e vaga apparenza. Oltre la pietra calcarea, s’incontrano dove che sia, massime a fianco dello strato di marna, delle pietre di natura silicea isolate. La pirite, o solfuro di ferro, e le ocre sonovi generalmente sparse. Il monte Solo in Paste·, na, il colle Arcano in Lenola, ed altri luoghi moltissimi offrono in copia questo minerale, che per lo più fa parte de' sassi arenarii e di altri aggregati. L’ossido di ferro colora più o meno quasi tutte queste poco fertili terre, e lungo i torrenti trovansi delle arene di questo metallo che obbediscono alla forza magnetica.

Tranne il Liri il quale circoscrive in parte il distretto di Gaeta non ha questa contrada altri fiumi che l’irrigano. Ma, per quanto scarsa, anzi priva affatto di acque nel suo mezzo, altrettanto ne abbonda nel suo perimetro. Fonti, rivoli e fiumicelli ha in copia nell’intorno, ed alcuni sono notabili perché dopo breve corso tantosto s’ingrottano nelle viscere de' monti, come quello presso Fondi che si perde nel monte di S. Mauro, ed il fonte Scerpo in quello delle Molelle. E i tre laghi ancora che sono nelle pianure, oltre a' loro influenti, hanno polle lor proprie che li alimentano. Le terre sono alluminose e calcaree: le prime lungo la destra sponda del Garigliano insino alla sua foce, le altre nelle valli mediterranee. La vite, l’ulivo, e ne' siti montuosi la quercia, vestono le altre terre improprie alla coltura del frumento. Il celebrato vino Cecubo producevasi io questo suolo, del quale vario è il clima secondo le varie contrade. Da quello della spiaggia e delle pianure, assai mite e dolce nello stesso più freddo inverno, si passa dopo al temperato delle valli e de' colli, e dopo ancora al più rigido de' monti; ed il suolo, in tutti i punti diverso, riunisce in breve spazio i vegetabili propri delle acque, delle pianure, de' boschi e dell’Alpe (2427).

Di là di Mola di Gaeta l’Appennino, declinando dall’ovest, discostasi dal mare e diramasi al nordovest. Nel mezzo del paese che cinge tutto all’intorno si elevano basse colline e monti vulcanici, che rendono più alpestre quest’altra parte dell’antica Ausonia. Alla base del piccol monte calcareo, sul quale sorge Sujo, già si notano le materie vulcaniche dell’opposta collina, dipendenza di Rocca Monfina. Come il Penco che l’Ossa divide dall’Olimpo, il Liri framezza col suo corso in questo luogo due diverse formazioni geologiche. Le colline all’ovest del fiume sono calcaree ed appartengono all'Appennino, le opposte sono tutte vulcaniche. E di qua ha ancora principio la regione che alcuni scrittori, gli Ausoni distinguendo in due diversi gruppi, attribuiscono gli Aurunci propriamente detti, e che racchiusa tra' monti settentrionali ed il mare da Fondi alla pianura di Minturna, distendesi al di là nelle pertinenze di Sessa, Rocca Monfina e Calvi. Un’ampia valle, cinta intorno intorno da una catena circolare di monti calcarei, ed aperta solo verso il Tirreno, di cui la più breve distanza è di circa 40 miglia forma quest’altra contrada tutta vulcanica, e comeché più montuosa, più fertile e salubre dalla già descritta. Il corso del Liri all’ovest, i monti di Venafro e Presentano al nord, quelli di Vairano, Pietramelara e Calvi all’est, il monte Massico al sud la dividono naturalmente dalle prossime regioni, che un dì abitarono i Sidicini, i Volsci ed i Campani.

In nessun’altra contrada così si aggruppano i crateri di antichi vulcani, quanto in questa, ed in nessuna delle nostre regioni più si ammira la possente forza della natura nella primitiva formazione del nostro paese. Senza dire della collina tufacea che si eleva alla base sudovest della montagna della Rocca, voluminose zolle di lava sono ne' due ruscelli che scorrono alle falde di Sessa, e questa città stessa sembra edificata a fianco di un cratere. Gli antichi edifizii si trovan sepolti nella puzzolana, e più manifesta si scorge l'eruzione vulcanica presso i ruderi dell’anfiteatro. Due correnti di lave si osservano ancora alla Molara di Valogno, che alcune cascatelle formatevi da un ruscello rendono di un aspetto pittoresco. Scorre questo ruscello su due diverse correnti vulcaniche. l’una di lava grigia, porosa, sparsa di petroselci argillosi, cristallizzati con frammenti di olivino, che si adopera per le mole da macinare, l’altra sovr’essa, di grana più fina e più compatta, la quale molto somiglia a quella della Via Appia, e con cui credonsi lastricate le antiche strade de' contorni. Un’altra corrente vulcanica, dura del pari e compatta, è ancora nella strada che da Sessa mena alla Rocca. Nella sua superficie tuttavia si ravvisano le grosse zolle delle lave vulcaniche, e che scancellate ne' vecchi vulcani, ci dimostrano che quello che la produsse, non prorompeva in tempi molto remoti, comeché non ne resti memoria nella storia. L’ameno villaggio di Casale, all’est di Sessa, è posto egualmente su prodotti vulcanici, che non si osservano meno nelle vicinanze. Nelle ripe di un profondo burrone, pel quale scorre il fiumicello Persico, si veggon lave vulcaniche, e la circolare valle della Pezza, racchiusa tra piccoli colli, si giudica a ragione il fondo di un cratere per le vulcaniche eruzioni che ne formano le pareti, nonché per le bianche pomici che sono a breve distanza. Una corrente di lava notasi altresì sulla collina di S. Giuliano, ed il masso detto Pietra d'Orlando non è che un pezzo distaccato di questa corrente. Ma dove più i geologi ammirano l’azione del fuoco interno del globo è nella valle di Rocca Monfina, fonte primigenio di tutti i vulcani di questa contrada, donde tutte si diffusero le vulcaniche produzioni che la ricoprono.

Un ampio cratere, di circa sedici miglia di circonferenza, e però più vasto di quelli di Campana e di Quarto ne' Campi Flegrei, e di quanti ancora un di ne arsero in Italia, forma questa valle, la quale occupa il centro di tutta questa regione vulcanica. Nel suo mezzo si elevano i due monti di Lattani e S. Croce, la cui vetta forma la parte più alta della regione auruncana, con lave analoghe e con crateri larghi abbastanza e concentrici al primitivo, ed una collina col suo piccolo cratere sorge ancora sul monte di S. Croce. Questo stesso cratere primitivo, oltre all’aver dato fuori da per tutto torrenti di lave, le quali rendono la valle nella maggior parte ineguale ed alpestre, produsse altresì la catena circolare di monti, di circa venti miglia di circonferenza, che tutta intornia la valle. Delle due curve di questa catena, della quale può supporsi il diametro tra Conca e Sessa, quella al sudest verso Teano è più disordinata e confusa dell’altra di Sipicciano, o delle Cortinelle al nordovest, la quale obliquamente va a finire nel corso del Liri, e ciò per effetto di altri vulcani secondarii, sorti in mezzo o nel fianco di questa curva, e che occupano la valle di Teano. Il monte Cedro, nel quale hanno termine entrambe le curve verso il nord, è anche vulcanico, e sorto a lato del massimo di Rocca Monfina.

Il geologo che dalla vetta delle montagne di S. Croce e de' Lattani gira il guardo all’intorno, tutta vede dispiegarsi sott’occhio la formazione di questi monti e colli vulcanici, donde Virgilio finge che in aiuto di Turno scendessero le schiere de' giovani Aurunci (2428). All’ovest il monte delle Cortinelle, detto ancora Barbato e Gauro, in forma di arco prolungasi al sud, ove si unisce co' monti di Torrepiccio, Serra di Falogno e Casa fredda. I quali volgono all’est verso monte Alano, e dopo di questo una serie di piccole alture dirigesi al nord, dove s’incontrano col monte di Torrerame, che ricongiugnesi a quello delle Cortinelle. Il perimetro di queste colline è di circa otto miglia, e paragonando la vastità del cratere colla base del cono non minore di quaranta miglia, si comprende che molto maggiore di oggidì erane l’altezza primitiva. La valle inoltre è coverta per lo più da profondi ammassi di lapilli e di pomici, e tutta è poi sparsa di massi argillosi, di cui si fabbricano vasi, e i più pregiati nel villaggio di Cascano. E vulcaniche ancora sono le colline che in due serie divergenti verso il nord si diramano dal lato settentrionale del monte della Rocca, prodotte dal cratere de' casali di Galluccio, donde si prolungano all’est sino Mignano, e all’ovest verso Rocca d'Evandro. Sparse in fine di materie vulcaniche molto lungi dalla valle di Rocca Monfina si veggono non solo le falde degli Appennini che la circondano, ma quelli ancora che ne appariscono come tanti frammenti in tutta la regione, il monte di Camino, il Massico, la collina calcarea di Francolise e i monti di Teano. Non ravvisandosi né ceneri né altri prodotti vulcanici sulle cime di questi monti, si ha in ciò un indizio dell’origine sottomarina di tali vulcani, in fuori di quello di Sessa, il quale non sarebbe stato prodotto, come pensa il Breislak, in epoche molto remote (2429). E tale in breve la geologica condizione del paese degli antichi Aurunci, a' quali a ragione Virgilio fa abitare alti colli dappresso ai piani campi de' Sidicini, perché la pianura stessa di Rocca Monfina supera nell’altezza buona parte de' monti inferiori della Campania. Le spiagge, le pianure, le valli, i colli e i monti, in ogni parte deliziosi e ridenti e bene irrigati da rivoli e sorgenti, così rendono grata all’umana abitazione questa fertile contrada, che la vince appena l’amenità della vaghissima Campania. Oltre i copiosi ricolti dei frumento, tutti gli alberi utili vi fruttificano, tutte le piante e fiori vi nascono, di che tanto abbonda il nostro paese. In uno stesso luogo prospera il pino, l’ulivo, il fico, la quercia, l’arancio e la vite che vestono le pendici del Gauro, e soprattutto il vago e dilettevole Ofelia, a breve distanza da Sesta. Una miniera d’oro si accenna ancora presso il casale di Cascano, esplorata da re Alfonso (2430), né vi manca un prodigio della natura in un fonte presso il detto villaggio, che quando manca gran fertilità di biade dinota a' campagnuoli, ed il contrario quando abbonda (2431): aggiugni la caccia e la pesca abbondevole ed il clima dolce e mite, che non sì fiera, quanto dicono alcuni storici, ma dilettosa render dovettero la vita de' primi abitatori, de' quali or diremo le origini secondo le antiche tradizioni.

II. Questa regione, non altrimenti di tutte le altre delle nostre contrade, ebbe il nome da' popoli che l’abitarono da' piìi vecchi tempi, a cui giungono le tradizioni storiche. Dione Cassio dice che. Ausonia nominarono i Greci la terra degli Aurunci fra' Volsci e i Campani prossima al mare (2432), e Livio pone gli ultimi Ausoni nella contrada degli Aurunci (2433). Strabone ancora, comeché appena rammenti questi ultimi popoli, dice nondimeno che confinavano co’ Privernati (2434), i quali si contavano tra’ Volsci. Un medesimo popolo furono perciò gli Ausoni e gli Aurunci) come anche scrive Servio (2435), ed il Niebuhr si avvisa che Ausones sia la forma greca del nome indigeno Auruni, donde Aurunici, e abbreviatamente Aurunci (2436). Vero è che il contrario sembra raccogliersi da Livio e da Plinio, perché lo storico parla degli Aurunci di Suessa come nemici de' Sidicini, e degli Ausoni di Cale come loro alleati (2437); ed il geografo gli uni dagli altri differenzia nella rassegna degli antichissimi popoli del Lazio (2438): ma Livio giovavasi per la sua storia di autorità greche e latine, e Plinio avea la mente agli Aurunci che aveano serbato l’antico lor nome dopo la conquista su’ connazionali, fin dal 440 compresi nel Lazio. E la identità de' due popoli è altresì manifesta dall’indole fiera e bellicosa che Dionigi d'Alicarnasso attribuisce agli Aurunci (2439), non dissimile dalla barbara natura de' Lestrigoni, che Omero, o le greche tradizioni de' primi tempi ponevano sulla spiaggia di Formia, come appresso sarà detto. Se ancora le due città primarie che abitarono, Ausona ed Aurunca, darebbero a credere due piccole regioni diverse, non v’ha testimonianza, per la quale si possa sostenere che furono in fatti due città capitali, d’onde presero nome i due popoli. Furono piuttosto le città più antiche di tutta l’Ausonia, all’una delle quali rimase il nome del popolo secondo la forma greca, e all’altra secondo la forma indigena o più antica. Gi Ausoni furon del resto una gente stessa con gli Opici, come chiaramente attestano Antioco ed Aristotele (2440), e se questi, secondo la semplice e naturale etimologia del lor nome, a cagione dell’antichità loro furon detti nati da Opi (2441), o dalla terra stessa che occupavano, gli Aurunci non furon creduti altrimenti che come originati dalla loro stessa contrada, e tenuti come gli antichissimi fra tutti i popoli italici (2442).

Ma poiché all’autottonismo ripugna la ragione e la storia, d’onde derivarono gli Ausoni, ed ebbero il nome? La ricerca dell’origine di essi importerebbe quella degli abitatori primitivi di tutta la penisola, se co' Greci s’intendessero quelli che precedono le più remote emigrazioni; però che è noto che i greci storici e mitografi dappertutto pongono Ausoni in Italia: ma qui vuoisi parlare di quelli che propriamente abitarono la descritta contrada lungo il Tirreno da Terracina a' confini della Campania. Avean nome da Ausone, figliuolo di Ulisse e Circe (2443), o di Atlante e Calipso (2444). Vana sarebbe questa genealogia mitica, se riferir si volesse all’eroe de' tempi trojani, e all’Oceanide abitatrice di Ogigia, od alla maga favolosa che Omero pone sul promontorio Circeo, e perciò trovavala incredibile Tzetze, che vedevala alla maniera di Evemero (2445). Calipso non è che un'idea cosmogonica, e Circe ed Ulisse furono divinità, l’una de' Calchi, l’altra degli Epiroti, e la lor personificazione, e l'unione de' due popoli che le adorarono, e che I nno dopo l’altro in Italia si stanziarono ne' tempi antistorici, fornirono, a quel ch’io credo, alle tradizioni mitiche la leggenda dell'unione, dalla quale si fecero derivar gli Ausoni. Di questi due popoli insieme uniti furono un ramo gli stessi Catini, perché secondo la tradizione riferita da Scimno, Latino, l’eroe omonimo, o tutto il popolo personificato, nasceva anch'egli da Ulisse e da Circe, e ponevasi ancora come fondatore degli Umbri (2446). E che gli Ausoni fossero popoli in origine stranieri all'Italia, è pur manifesto da Servio, dappoiché co’ Sicani li adduce in esempio per ispiegare la voce convenae (2447); e poiché Ausonilide nominavasi una contrada della Siria (2448), ciò proverebbe che. Epiroti, i quali furono una colonia di Siri (2449), questo nome portarono nella regione che descriviamo. Ausone, secondo un’altra tradizione raccolta da Stefano, non fu altro che Italo (2450), il quale appartenne, come è noto, agli Enotri Arcadi (2451). Ed è notabile la costumanza antichissima de' comuni banchetti degl’Itali come de' Caoni della Siritide nella Magna Grecia, i quali, di origine enotria, secondo Aristotile, provenivano anch’essi dall’Emiro (2452). Il Jannelli non vede egualmente negli Ausoni ed Aurunci che un popolo misto di Arcadi, Calchi ed Epiroti, perché le mitiche tradizioni, come ho già detto, derivavano Ausone, il fondatore immaginario di questi popoli, sia da Atlante e da Calipso, sia da Ulisse e da Circe (2453); e senza ridire di Circe, Ulisse e Calipso, dico solo che le relazioni mitiche di Atlante, primo re di Arcadia, con Espero, fondatore favoloso dell'"Esperia, e con Bardano, nato da una delle Plejadi di Atlante stesso (2454), chiaramente ci dimostrano l'origine degli Ausoni o degli Aurunci dall’Arcadia e dall'Esperia, la quale fu prima l’Epiro, poi l’Italia, e poi più lontane ed occidentali contrade, come a poco a poco le cognizioni geografiche si dilatarono. Serbavano i detti popoli le arcadiche tradizioni (2455), e lasciamo solo a Virgilio che dica, per lodare Augusto e i Romani, che d’Italia si partisse Bardano per fondare i Dardanii della Frigia (2456). La comunanza di origine degli Ausoni co' Greci primitivi raccogliesi anche da questo che, confusi ne' nomi i più antichi popoli d’Italia, vi fu un tempo, come dice Dionigi, nel quale Latini, Umbri ed Ausoni dagli scrittori greci si nominaron Tirreni (2457). Or Agrio e Latino imperavano, secondo Esiodo, nel recesso delle sacre isole agl’illustri Tirreni (2458), ed oltre che sono noti gli Agrii o Agrei dell’Arcadia e dell’Etolia, nonché l’Agraide, regione confinante agli Ambracii dell’Epiro (2459), ed Agrio è detto uno de' fratelli dell’etolo Oeneo (2460), è notabile che nelle mitiche genealogie Lorenzo Lido sulla fede di altri antichi a Latino ed Agrio congiunse anche Greco (2461), personificazione manifesta, sia de' Tessali antichissimi (2462), sia ancora, come più probabile io credo, de' primitivi Greci di Bodona e dell’Acheloo (2463). Il Grotefend dalle origini mitiche, non meno che da' più antichi idiomi d'Italia, riferisce anch'egli a' prischi Greci la comune origine degli Umbri, degli Ausoni e de' Latini (2464). E queste origini stesse sostiene anche il Klausen, che non so qui nominare senza grande encomio, e che dopo avere con ogni esattezza riferite le tradizioni degli antichi circa le peregrinazioni di Ulisse per le spiagge italiche, dottamente conchiude: l’antica base di queste analoghe apparizioni è la comunanza di origine de' popoli dell’Epiro e della costa dell'Italia (2465). Dove si richiederà dal luogo, queste cose saranno appresso meglio dichiarate nel corso di quest'opera; ora son pago che uomini dottissimi hanno dato una dimostrazione compiuta di ciò ch’io appena intravedeva cinque anni or sono nel mio piccolo scritto intorno Pelasgi ed in questa topografia storica delle nostre antiche regioni.

Ma se tuttavia disputabile, non ostante le addotte conghietture, potrà giudicarsi l’origine degli Ausoni, quanto men nota non è l’epoca della lor venuta in Italia? Le antiche tradizioni dimostrano nondimeno quanto fosse remota. Oltre i citati scrittori che li dicono primi abitatori d’Italia, antichi Ausonii li nomina Diomede nella risposta che dà a' legati di Turno (2466). Abitavano le italiche regioni, secondo Dionigi, innanzi alla venuta degli Enotri, o diciassette generazioni prima della guerra trojana (2467), e Virgilio li pone nella stessa età di Saturno (2468), cronologia più vaga di quella del Rickio che, senza dipartirsi da' calcoli di Euschio, e dalla loro origine mitica da Atlante, la lor migrazione crede avvenuta 480 anni prima che a Troja si combattesse (2469). Ellanico ancora nomina Ausoni i popoli che, espulsi dagli Japigi, si stabilirono sotto la guida di Sicolo nella Sicilia (2470); e però sono già in Italia prima dell'arrivo de' Pelasgi, ch’espulsero i Sicoli, per coloro che veggono questi popoli negli stessi Ausoni di Ellanico (2471). Ma se si conserva in questi ed altri scrittori la tradizione dell’antichità degli Ausoni, è ad essi ignota la lor sede primitiva, o piuttosto li situano in ogni angolo d'Italia, senza che dicano donde vi si fossero propagati. Perciocché Licofrone pone Agilla o Cere nell’Ausonitide, e presso l'Ausonia situa il sepolcro di Calcante (2472), che fu nella Daunia (2473), nella qual regione fu anche Filano (se fiume o città non è noto), che lo stesso poeta pone presso l’Ausonitide (2474). Temesa, dappresso a Terina, sulla costa occidentale della Calabria, volevasi fondata dagli Ausoni (2475), ed Ausonio si nominò il mare di Sicilia, benché Ausoni, dice Strabone, non avessero mai posseduto quella spiaggia (2476). Anziché la storia, io credo che seguiti la favola chi vorrà dar peso a tali tradizioni, ed a quella, mi penso, si dee star fermi che gli Ausoni riconosce nella piccola contrada tra’ Volsci e i Campani, dove si mantennero insino a tempi storici. Se non che il Pellegrino, il quale crede che dapprima quella parte abitassero del nostro paese ch’è posta incontro alla Grecia, e però anch’egli si accosta all’opinione di coloro che dalla Grecia li vogliono passati in Italia, colla testimonianza di Nicandro si avvisa che dalle contrade bagnate dall’Adriatico venissero espulsi dagli Enotria e costretti a restrignersi in queste contrade (2477), opinione accettabile in tanta oscurità di fatti, de' quali la storia, perché troppo remoti, non può darci certa contezza, e le ipotesi e le conghietture non sono senza valore quando rischiarano quello che non ci è noto.

III. Senza stare alle poetiche finzioni di Virgilio, il quale conta gli Aurunci tra gli alleati di Turno (2478), ciò basta almanco a mostrarceli tra' possenti e ben costituiti popoli d’Italia da tempi molto remoti. Forti, fieri, e bellicosi, per modo si distinguono tra' primitivi abitatori delle nostre regioni, che alcuni scrittori non dubitano di noverarli tra' giganti (2479). Lasciando costoro colla loro opinione, dico solo che non senza la fama della loro grandezza celebrava Virgilio l’arma di Turno come di un guerriero aurunco (2480), e l’alta statura di questi popoli è ricordata da Dionigi, e si è veduta ancora da' loro sepolcri (2481). Ma qualche dubbiezza involve la storia delle loro più antiche vicende. A giudicar vere e sicure le relazioni di Livio, il quale ricorda le prime guerre tra Roma e gli Aurunci per la ribellione delle colonie di Pome zia e di Cora, comparirebbero veramente nella storia nel 503 avanti l’era volgare; ma, cennando le generali vicende de' Volsci, abbiam detto che lo storico narra degli Aurunci nel 25 i di Roma ciò che ripete Volsci nel 259 (2482). Il perché, senza escludere che potettero da' primi tempi essere alleati di questi popoli, par che si possa con più di certezza considerare come la prima guerra quella che combattettero per l’agro di Ecetra, che i Romani tolsero Volsci. Dionigi, il quale narra questa guerra del 261, dice che gli Aurunci i più bei luoghi occupavano della Campania, e tale indicazione, comeché inesatta, ci mostra in fatti che questi popoli appunto intendeva prossimi alla detta regione. I Consoli Appio e Servilio con una sola battaglia presso Arida posero fine alla guerra, e se n’eccettui l’anno, la testimonianza del greco storico è di accordo con quella di Livio (2483); ma solo dallo storico latino sappiamo le altre vicende degli Aurunci insieme e degli Ausoni insino a che, come tutti gli altri nostri popoli, cessero alla crescente fortuna della Repubblica.

Dopo la mentovata guerra lunghi anni trascorsero e la storia altre ostilità non ricorda fra' due popoli; ma nel 410 si riaccese l’odio degli Aurunci contro Roma, che aveva ormai domi intorno a se molti popoli, e soprattutto i Volsci confinanti agli Aurunci. Datisi a saccheggiare l’agro romano, il Dittatore Lucio Furio li debellò al primo scontro, dediti come si mostrarono, dice Livio, più di predare che di combattere (2484). Dopo un’altra battaglia, e quella stessa per avventura, nella quale furono sconfitti i Latini collegati co’ Campani e i Sidicini il Console T. Manlio Torquato pose fine agli attacchi degli Aurunci nel 413, e si diedero in podestà di Roma (2485). Ma cinque anni dopo la lor dedizione, nuovi nemici sorsero per abbattere la più importante delle loro città, dir voglio i Sidicini. Erano stati questi popoli dati in balia de' Sanniti in premio della pace e dell’alleanza del 412 (2486), e presero perciò parte nella guerra latina. Riuscita a buon fine questa guerra pe’ Romani, essi soli continuarono le ostilità contro la Repubblica, ed assalirono questi antichi alleati, già a Roma sottoniessi. Spauriti dall’assalto de' nemici, prima che arrivasser loro i soccorsi, gli Aurunci abbandonarono la patria, e la loro città fu diroccata da’ Sidicini (2487). Questo avvenimento richiamò i romani eserciti tra il Liri ed il Volturno, per combattere gli Ausoni di Cale, altro distretto degli Aurunci, il quale può supporsi col Niebuhr rimasto fedele Sidicini, o soggiogato dalle loro armi (2488). Presa d’assalto questa città, vi fu spedila una colonia nel 421 (2489), colla quale Roma venne a fortificare la sua frontiera verso il Sannio. Sconfitti i Romani presso Lautole, la vittoria dà Sanniti fece ribellare secretamente gli Ausoni. Comeché se ne stessero in apparenza neutrali, parvero nondimeno colpevoli verso Roma, perché si opposero a ricever presidii nelle loro città di Minturna, Vescia ed Ausona. Si derivò da questo la loro estrema rovina, e queste città furono distrutte, e con esse si dileguò il nome degli Ausoni (2490); condotta inesorabile per parte di Roma, che non seppe mai vedere la propria salvezza senza o il servaggio, o la totale distrazione de' propri nemici! Furon tali le vicende degli Ausoni e degli Aurunci, de' quali non ci rimangono altre memorie in fuori delle già narrate. Ma gli avanzi dello loro città non son pochi, ed ora ne dirò con quella esattezza che potrò maggiore il sito, i monumenti e le cose più degne di memoria.

IV. — 1. LAUTOLE (Lautulae)

A breve distanza da Terracina, sulla strada che menava a Fondi, tra' monti e 'l mare gli antichi ricordano lo stretto passaggio delle Lautole nella regione degli Ausoni, che prese nome dalle acque termali come quello delle Termopili (2491). Fu occupato questo luogo da alcune squadre romane ammutinatesi dopo la prima guerra sannitica, e che elettosi per forza a comandante Tito Quinzio, marciavano contro Roma, se non erano ritenute daH esercito che condusse lor contro il dittatore M. Valerio Corvo (2492). Nel 439 presso questa angusta gola ancora i Sanniti combattettero valorosamente i Romani, e poscia i Romani i Sanniti (2493). E nella seconda guerra cartaginese fu con buon presidio fortificalo da Fobio Massimo, per impedire ad Annibale di penetrare nell’agro romano per la Via Appia (2494). Si è riconosciuto il detto luogo di là di Portella ne' confini del Regno e della Campagna Romana, a cinque miglia in circa da Terracina, nelle cui vicinanze si rinvenne con un titolo sepolcrale una colonnetta miliare, nella quale notavasi da Roma la distanza di LXVII miglia (2495).

2. Ville di GALBA e di FRONTINO

In questi dintorni, passandosi alla volta di Fondi, sorger doveva la villa, dove sortì i natali l’Imperatore Sergio Galba (2496). Si avvisò l’Holstein che abbiasi a riconoscere propriamente nelle antiche rovine che que’ di Terracina nominano il Palazzo de' Palladini, sopra il colle in vicinanza della città, dove appunto la descrive Svetonio (2497); ma più largamente interpretando la testimonianza del biografo altri scrittori situano questa villa più dappresso a Fondi, nel distrutto villaggetto di S. Vito, detto ancora Villa di Monticelli (2498), perché sottostava al paese di questo nome. Non pochi ruderi tuttavia vi si veggono di fabbriche romane, e lo stesso piccol fiume che scorregli dappresso, vedesi in qualche punto arginato al modo romano e con pietre simili a quelle della Via Appia, donde partivasi una comoda strada, la quale conduceva al detto villaggio.

E poco lungi da un sepolcro sull’Appia tra l’Epitaffio e Patella, supposto del mentovato Imperatore, era la villa di Frontino, ricordata da Marziale, il quale, trattenendosi a diporto col poeta amico, coltivava le muse nelle placide solitudini di questa sua villa (2499). Sulle rovine della casa di campagna di Frontino fu edificato nel medio evo un casale, che dall’incurvarsi Appia in questo sito fu distinto col nome di Flexus, ed il monte che gli sovrasta presso Portella, riteneva tuttavia il nome di Frontiniano (2500) da quello del possessore della detta villa.

3. AMICLE (Αμύκλαι, Amyclae)

Di qua dello stretto passo delle Lautole e delle ricordate ville sorgeva ne' più remoti tempi d’Italia la città di Amicle, posta da Polibio sul golfo ausonio, e nell’agro degli Ausanti descritta ancora da Virgilio (2501). Oscure ed incerte sono le memorie di questa città antichissima. Secondo la favolosa tradizione di Servio, venne fondata da eroi Iaconi, compagni nelle imprese di Castore e Polluce, i quali giunsero in Italia con Glauco figliuol di Minosse (2502). Altri scrittori, con una più credibile tradizione, l’origine ne attribuirono ad una colonia di Amiclei della Laconia, i quali piuttosto elessero di spatriare, che di sottoporsi alle severe leggi di Licurgo, e furono dalla tempesta balzati su questa spiaggia (2503). A creder vera tale origine, vantar potrebbe un’antichità di 866 anni prima dell'era volgare, quando Licurgo dava le leggi agli Spartani, e Strabone, senza parlare dì Amicle, già distrutta al suo tempo, ricorda anch’egli l’arrivo de' Laconi sulla costa del Tirreno, poiché dice che fondarono Formia (2504). Critici dottissimi pensano nondimeno che l'origine laconica di Amicle fu sostenuta, forse da' poeti di Alessandria, per la sola somiglianza del suo nome a quello della città della Laconia (2505); ma ciò appunto, io credo, esser deve argomento che venisse edificata da coloni d’una città omonima, città greca e fuori d’Italia. Il Niebuhr, come ho di già detto, la crede con altre città vicine di origine pelasgica (2506), ed in sostegno di questa opinione si può aggiugnere che Amicle, una delle cento città laconiche fondata dal re dello stesso nome (2507), personificazione manifesta del popolo degli Amiclei, e posto nelle genealogie mitiche come nipote di Lelege indigena (2508), ci riporta alle tradizioni de' Lelegi, popolo errante come i Pelasgi (2509) e con lor confinante (2510), i quali ben potettero al pari di loro passare in Italia. Oltre di altre contrade abitarono i Lelegi la parte occidentale dell’Acarnania e l’isola di Leucade (2511), e le relazioni degli antichi popoli che abitarono questa e la vicina spiaggia del Tirreno con gli Acarnani e i Leucadii saranno più manifeste nella descrizione della Campania. Ma, a non voler credere così antica l’origine dì Amicle, un’altra conghiettura ancora ci somministra una tradizione di Eforo. Quando la Laconia fu occupata dagli Eraclidi, gli Amiclei furon costretti a ritirarsi nell’Acaja (01. XV, 3) nell’anno 826 avanti Cristo (2512). Fecero allora un popolo con gli Achei, e colle colonie che stabilirono a Crotone ed a Locri (2513), esser vi potettero gli Amiclei, i quali rinnovarono in questa spiaggia il nome della madre patria. Che che pensar si voglia di questa conghiettura, nell’incertezza dell’origine di Amicle, che altri dotti ad altri tempi riferiscono (2514), questo mi par degno di osservare, che venivano gli Amiclei nel lido Ausonia, perché di già popolato da' Pelasgi Tessali, i quali popolarono i primi la Laconia (2515). Si noti ancora che una colonia condotta da' discendenti di Fidippo ed Antifo da Eflra, città della Tesprozia, passò nella Tessaglia (2516), ed il passaggio de' Laconi nella regione che descriviamo, potrebbe anche spiegarsi colle antiche relazioni che questi popoli stessi ebbero co' Tesproti da' quali è da credere edificata l’altra città di Effra, da Stefano Bizantino posta in generale presso la Campania (2517), e che, sebbene d’ignota situazione pel silenzio degli antichi, altrove non so situare che nella spiaggia dell’Ausonia.

Amicle mancò in tempi molto remoti, né le tradizioni circa la sua distruzione sono men dubbie e favolose della sua fondazione. Lucilio ricordò l’adagio di non doversi tacere quando fa mestieri parlare, perché Amicle tacendo fu distrutta (2518); al che alluse anche Virgilio, col dare a questa città l’aggiunto di tacita (2519). Ma questa sua rovina che i poeti attribuirono al di lei silenzio, Plinio e 'l suo imitatore Solino l’ascrissero a' serpenti (2520), sulla tradizione senza dubbio d’uno scrittore più antico, cioè d’Isigono, citato da Sozione, il quale racconta lo stesso (2521). A cagione de' serpenti ancora, una generazione avanti l’impresa di Dario, il proprio paese abbandonavano i Neuri, prossimi agli Sciti (2522), né mancano negli antichi storici esempi non diversi da questo (2523). All’abbandono di Amicle infestata da' serpenti accenna del resto un bel marmo, nel quale vedevasi un fiume giacente, in atto di ricevere con una patera un rivolo che discende da un alto monte, sul quale erano figurate le rovine della città, correndo al rivo un gran serpente barbato, come per dissetarsi (2524); ed anche oggidì scendono da' prossimi monti vipere velenosissime, che passando il lago, si fermano nel paludoso bosco di Fondi, dal cui morso rado è che scampi uomo od animale che ne vien tocco.

Amicle godé del resto di qualche celebrità per la sua origine greca sin dopo che rimase distrutta, giacché sotto l’Impero nominavasi mare amiclano il golfo, sulla cui spiaggia era posta (2525), denominazione conservata insino a' nostri tempi, almeno sino allo scorso secolo, in cui dicevasi a Micano, quasi ad Amyclanum (2526), a due miglia da Terracina. In una bella pianura, ora tutta boscosa, ed in un luogo delizioso e ridente i Laconi edificarono questa città, della quale chiaramente ci addita il sito il citato Isigono presso il Lago di Fondi, perciò detto Lago Amiclano ne' primi tempi. A chi entra appena nella selva di Fondi si mostrano pochi avanzi di antichi edilizi detti Grotte di Amicle, né altro sopravanza d’una città sì antica (2527). Alla foce del fiume S. Anastasio credesi che fosse stato il suo porto, del quale rimane qualche rudere, comeché ad impedire le incursioni de' Turchi, venisse già demolito dal Conte di Fondi Vespasiano Colonna, dopo che Ariadeno Barbarossa tentò rapirgli nel 1534 la sua bella moglie Giulia Gonzaga (2528). Altre rovine, né poche, si veggono altresì in quelle vicinanze, ne' luoghi detti Canneto, Vasche di Amicle e Tumuleto, nonché lungo il lido insino alla torre di S. Anastasio (2529); ma, in fuori ultime, anziché ai Amicle, sono forse con più di ragione da attribuire alle ville che i Romani vi edificarono. Gli altri ruderi che anche si osservano presso il Porto delle pietre, benché di opera reticolata, mostrano nondimeno un'antichità più remota, perché muraglie vi si veggono di opera incerta. Si sono ivi scoperti pavimenti a mosaico, fini intonachi a color rosso, urne cinerarie, piccoli vasi ed anfore, tutte anticaglie de' tempi romani. Questi luoghi, nna volta deliziosi, sono ora malsani ed infetti per gli stagni che vi fanno le acque cinte dalle dune, e da' lunghi e larghi scavi ordinativi da Nerone, il quale da Baja ad Ostia aprir voleva un canale navigabile (2530), rimasto senza effetto come le altre più folli che grandiose opere che meditava.

4. Villa SPELONCA (Spelunca)

Dopo di Amido Plinio descrive il luogo dell'antica Ausonia col nome di Spelonca (2531), cosi detto da una delle naturali caverne che si aprono su quella spiaggia, e che dalle magnifiche ville de' primi tempi dell’Impero, crescer dovette in un qualche pago all'età del geografo. Strabone ricorda queste ville grandi e sontuose (2532), e tra esse dobbiam credere che primeggiasse quella di Tiberio, mentovata da Tacito e Svetonio. Quando l'Imperatore, cedendo alle ambiziose insinuazioni di Sejano, abbandonava Roma per recarsi al soggiorno dell'isola di Capei, trovatasi un dì col suo favorito in questa villa, ed ivi desinando intervenne che la grotta franò al suo ingresso con molti sassi addosso a que’ che servivano. Nello spavento di tutti che presero la fuga, il solo Sejano, come Polidamante (2533), sostenne la rupe, facendo di sé riparo sulla persona di Tiberio alle pietre cadenti (2534). Ma men propizia era la fortuna al famoso atleta che a Tiberio ed a Sejano, i quali se allora fossero rimasti morti dalle pietre, avrebbero risparmiato alla storia di narrare le lor nefandezze. Quel caso fece maggiore Sejano nella grazia del principe, e rese celebre nella storia il luogo, presso al quale ne' tempi successivi si edificava il villaggio di Sperlonga, che or ne ritiene, sebben guasto, il nome. Sul pendio della costa, sotto una collina coverta di piante odorifere, ed in opposta direzione al detto villaggio, vedesi tuttavia verso Gaeta questa grandiosa e rinomata grotta, nella quale gli antiquarii e i viaggiatori hanno distinto dopo tanti secoli antichi dipinti ed avanzi di sedili. Le naturali cavità della roccia, da cui ora pendono curiose e vaghe stalattiti, furono probabilmente convertite in camere; ma la grotta fu solo una dipendenza dello splendido palagio di Tiberio ch’eravi aggiunto, e che si può ancora distinguere fra le sue rovine. La Via Fiacca che da Terracina menava al porto di Gaeta, passava dinanzi a questa villa, le cui reliquie giungono insino al lido, ed un ponte dalla grotta conduceva Pretorio, nel sito ora detto Bazzana. Una statua di Apollo vi si rinvenne in una piccola stanza a volta, ch’era forse un tempietto, e che ora è convertita in una cappellina cristiana (2535). Dietro la spelonca osservasi un bell’avanzo di strada con ruderi di fabbriche reticolate; ma difficile è il giudicare se appartennero alla stessa mentovata villa, o al supposto antico villaggio, donde poi sorse nel medio evo in sulla roccia verso l’ovest quello di Sperlonga. Il luogo è molto delizioso, e degno soggiorno di un secolo di voluttuosi, che ogni bene mettevano ne' materiali godimenti della vita.

5. Agro CECUBO (Καίκειον, Caccubus ager)

Tra la riva del golfo di Caieta e la città di Fondi, stendevasi l’agro Cecubo, famoso una volta per l’eccellenza de' vini che produceva. Comeché paludoso, le viti che in questo sito si coltivavano, dette dendriti da Strabone, davano un vino nobilissimo, che mettevasi a pari dell’Albano (2536). Plinio, il quale pone le dette viti ne palustri pioppeti del seno amiclano, celebra anch’egli la generosità de' vini che portavano (2537), encomiati del pari da altri antichi scrittori (2538). E serbarono la lor celebrità insino a che l’incuria de' coloni, l’angustia del luogo, e più ancora il canale fatto aprire da Nerone, non ne fecero venir manco la coltivazione (2539). Onde prendesse il nome l’agro Cecubo non è noto dagli antichi; questo si sa bene, che tuttora si nomina Ceccopa il monte che dalla salita del castello d'Itri distendesi alla vicinanza di Gaeta. Senza escludere la parte inferiore e quasi piana di questo monte sin presso al lago di Fondi, qui pongono alcuni scrittori il Cecubo degli antichi (2540): ma senza contraddire questa opinione, osservo solo che più grande estensione gli danno di quel che si convenga; perché Strabone e Plinio, anziché per un monte, lo descrivono per un campo, e il geografo latino, oltre alla fossa di Nerone, che non poteva salire il monte, ricorda la ristrettezza del luogo come una delle cagioni che fecero venir meno la coltivazione di quelle viti. Ond’è che meglio si avvisa chi riconosce l’agro Cecubo ne' dintorni del Lago lungo, e i colli Cecubi, non in quelli di Formia, sì bene negli altri di Sperlonga. Certo è del resto che il lago di Fondi consideravasi come nell’aro Cecubo, dappoiché parlando Plinio delle isole galleggianti, ne rammenta di quest’agro (2541), né si può credere che qualcuna ve ne fosse altrove che nel detto lago, la più spaziosa laguna dell’Ausonia,

6. Lago, e Vico FONDANO

Al nord della selva dì Fondi, mentovata da Livio e celebrata da Catullo (2542), è il lago a questa città attribuito da Plinio (2543), detto Amiclano da Isigono, perché anche più vicino alla distrutta città di Amicle. Non per altro fu celebre nell’antichità, che per le isolette che vi galleggiavano, come in altre contrade italiche; ed anche oggidì, l’onda agitata da' venti, qualche parte distaccando dagli aggregati di terra e di radici, di foglie e rami dissecchi che si accumulano alle sponde del lago, e che i pescatori ivi nominano balline, forma queste isolette, che non furono senza meraviglia per gli antichi. Comeché questo lago ora non abbia più di nove miglia di circuito, egli sembra che più ampio fosse ne' tempi più vetusti, e perciò debbasi considerare come una sua parte almeno l’altra piccola palude di S. Potilo che giace ad oriente, perché l’altra più verso il mare, detta Lago lungo dalla sua figura, credesi derivata dalla mentovata fossa di Nerone. Alcuni scrivono che Mamurra, il quale possedeva la selva di fondi, per vivajo di pesci servivasi del piccol lago di S. Patito. Ruderi di antiche fabbriche si osservano alla sponda, e si attribuiscono ad una villa di quel ricchissimo (2544); ma appartennero piuttosto al villaggio del Lago Fondano, del quale è memoria nella seguente lapida (2545):

L. CORNELIO. L. F.

SVLLAE. FELICI

DICTATORI

VICVS. LACVS. FVND.

Egli è il vero che propriamente nel lago di Fondi si accennano antichi ruderi e muraglie, e nelle secche estati co' remi li toccano i barcajuoli; ma non sono già che gli smisurati macigni del porto di Amicle, che il Conte di Fondi faceva gettarvi, per impedirvi, come abbiam detto, lo sbarco de' Barbari; e la tradizione vuole sommerso un intero villaggio, non da questo, ma dal lago di S. Polito, in una grande convulsione della natura. Nella state, quando men profonde e più trasparenti ne sono le acque, di leggieri vi si ravvisano fondamenti di edifizii (2546); e se v’è chi l’antico villaggio pone nel sito di Bocca di selva (2547), è perché confonde colle sue rovine i pochi avanzi di Amicle. Il lago di Fondi del resto, alimentato da quattro fiumicelli, per due emissarii si scarica nel mare, e più copiosa vi sarebbe la pesca, se in certi siti non vi rampollassero acque solfuree e minerali.

7. FONDI (Φενδα, Fundi)

Dopo XIII miglia antiche da Terracina (2548) seguiva sulla Via Appia (2549) e nello stesso sito di oggidì la città di Fondi. Perché posta in una vasta pianura a quattro miglia dal mare, Plinio e Tolomeo l’annoverano tra le città mediterranee di questa contrada, più esattamente di Strabone e di Mela, che la descrivono come città marittima (2550). Non se ne ha nella storia una ricordanza anteriore al 417, allorché sul finire della guerra latina ottenne il dritto della romana cittadinanza senza suffragio di unita Formiani, perché non contrastò mai il passo agli eserciti della Republica che mossero alla volta della Campania (2551). Ma indi ad otto anni si collegarono i Fondani con que’ di Priverno contro Roma, di cui saccheggiarono il territorio, indottivi a quanto sembra più dal loro possente concittadino Vitruvio Vacco, che di loro elezione. Dichiara tasi perciò dal Senato della città la di lei fede verso Roma, si diedero dopo la sconfitta di Vitruvio al Console Plauzio; e, comeche sia dubbio se il Senato romano non dubitasse della lor fede e ne accettasse la dedizione (2552), certo è che in questa fede si mantennero ne' susseguenti tempi, per avere ottenuto il dritto del suffragio nel 564. Furono allora i Fundani ascritti alla tribù Emilia (2553), e reggendosi da quel tempo la città colle leggi romane, fu soggetta al Prefetto di Roma, e però Festo l’annovera tra le prefetture della seconda specie, governate dal Prefetto che in ciascun anno eravi spedito (2554). Orazio deride quello che vi trovò nel suo viaggio, cioè Aufidio Lusco, burbanzoso per gli onori della sua podestà (2555). Augusto in fine dedusse una colonia di veterani in Fondi (2556), ed appena rimangono le due seguenti e brevi epigrafi per ricordarci lo stato municipale e colonico di questa città (2557):

MVNIC. FVNDAN

D. D.

M. VALERIO M. F.

PAVLLINO

PATRONO COL.

FVNDANI

Fondi fu una città ben fortificata e fornita di pubblici edifizii, sotto i Romani non solo, ma altresì in tempi più antichi. Sulla porta detta di Portello.., in cui sono evidenti segni di antichità, leggesi la seguente epigrafe, nella quale se ne ricordano le porte, le torri, le terme e le mura (2558):

L. NVMISTRONIVS L. F. DECIAN

C. LVCCIVS M. F. FELIX

M. QVINTIVS. L. F. MESSOR

AEDIL. PORTAS. TVRREIS

THERM. MVRVM EX S. C.

FACIVND. COERARVNT

IEIDEMQVE PROBARVNT

Alcun vestigio non resta delle terme, ma ben vi rimangono le mura, le quali, comeché rovinate, si veggono in tutto il loro perimetro di costruzione ciclopea, sormontata dall’opera incerta, o della costruzione romana, ai cui parla l’addotta epigrafe. Alcune torri rotonde della stessa costruzione si osservano ancora sul muro pelasgico, simile a quelli di Cora e Volterra, e composto di poligoni irregolari di otto a nove piedi lunghi, ed alti quattro a cinque piedi (2559). Altre iscrizioni ci ricordano altri pubblici edifizi dati a costruire; ma quali fossero non si sa dire, se non furono un piccolo Anfiteatro ed un Circo, le cui rovine in parte appariscono poco lungi dalla porta verso il castello d’Itri. —È difficile, dice Dionigi, di trovar popolo in Italia che non adori Ercole (2560), e con ispecial culto fu in fatti adorato in Fondi, forse per la favolosa tradizione che nel fondo del Lazio i buoi racquietasse rapitigli da Cucco, e però alcuni scrittori, seguaci delle favole come gli stessi antichi, affermano che Ercole fondasse la città istessa, la quale prese piuttosto il nome della vasta pianura nella quale fu edificata (2561). Del tempio di Ercole parla del resto Vopisco (2562), e credesi che sorgesse nel mezzo della città, perché la seguente iscrizione votiva vi si rinvenne (2563);

HERCVLI INVICTO

SAC.

FVNDAN.

L. GAVIVS L. F. LENA

C. VALERIVS FELIX

PATII. PEC. SVA P.

Da una statua del nume, trovata in questa città stessa, è noto ch’eravi rappresentato sotto le sembianze di giovane imberbe con nella sinistra un diadema, e nella destra la clava poggiata sul ginocchio (2564); ed il culto di esso vien pure confermato da quest’altra lapida, scavata sotto il lago di Gemano (2565), ch'è da credere del pari scolpita ad uso di un’ara votiva, dedicata ad Ercole insieme ed a Iola, numi simbomi, come è noto dagli antichi (2566):

HERCVLI. ET. IOLAE

CALPVRNIA. ET. CALPVRNIVS

FIL. PRIMIGENIVS

D. D. D.

Fu ancora in Fondi un tempio sacro a Giove, costrutto nel 578, e se ne ha memoria da Livio, e dalla seguente lapida (2567):

IOVI. FVNDANO. OPTIMO. MAXIMO

CONSERVATORI. STATORI. SACR

TITVS. FVFIDIVS. T. F. STELL. AVTVS

FVNDANVS

PATRON VS. MVNIC. PRAEFECTVS

FABRVM

Una parte delle mura della città presso Porta Romana è costrutta co' macigni della Via Appia, la quale sembra che passasse direttamente sotto la chiesa che sorge nell’opposta direzione, e che vedesi costrutta anch’essa con molti frammenti di antica scoltura. A breve distanza dalla mentovata porta si veggono antichi ruderi che si attribuiscono alla villa di Vitruvio, le cui reliquie non sono importanti, ma notabili i serbatoi, che aveano l’acqua dalla sorgente che sgorga nel vicino monte (2568). Un portico eressero i Fondani alla lor protettrice Domizia Paolina, sorella dell’Imperatore Trajano, colla seguente epigrafe, la quale ora leggesi capovolta nella destra colonna accanto alla chiesa del monistero de' Francescani (2569):

DOMITIAE

PAVLINAE SORORI

IMP. CAESARIS

TRAIANI HADRIANI

AVG.

FVNDANI

D. D.

Onorato Gaetano, primo conte di Fondi, fece costruire con gli avanzi e nel sito di questo portico il detto monistero, allato alle cui mura si veggono i vestigi di un acquidotto, che da S. Arcangelo, alla distanza di circa un miglio, menava l’acqua alla città.

Crebbe Fondi di popolazione e di territorio colla distruzione di Ami eie, e nell’antichità fu più grande e spaziosa che non è oggidì. Oltre de' mentovati templi, che dobbiam supporre nel recinto della città, altri ve ne furono ne' dintorni, sparsi ancora di ville come tutta la vicina spiaggia dell'Ausonia. Nel sito detto S. Bonifacio è fama che fosse un tempio sacre alle Ninfe, e comeché non sia nota la ragione di tale attribuzione, certo è nondimeno che già vi si vedevano le reliquie del tempio ne' grandi macigni e ne' bene sculti cornicioni sparsi per terra. E nella contrada detta Gegni, a mezzo miglio in circa dalla città, sorgeva un altro tempio dedicato, come si crede, ad Iside, sopra un ameno colle, dove tuttora ne resistono a' secoli i fondamenti magnifici. Si sono scoverti per quella contrada vasi, capitelli e pietre scolpite con una o più teste di giovenca con a fianco una stella raggiante, e si argomenta da questo che vi si adorasse la grande dea egizia (2570), venerata appunto, come dicono gli antichi, sotto le sembianze di una vacca (2571). Grandi muraglie reticolate si veggono sotto questo colle, ed in quella che sporge sull’Appia sono incavate le lettere VVARRONIANVSPIFC. Questo Valerio Varroniano fu per avventura uno de' sacerdoti della dea, il quale l’ignoto edilizio costruiva che ora cinge un giardino, piantato anch’esso su molti avanzi di fabbriche antiche. Altri ruderi ancora, e forse anche di un tempio, si veggono prima di giugnere al ponte di S. Andrea sulla collina detta Murapariti, e poco più oltre all’inerpicarsi dell’Appia si osservano a sinistra grandi fabbriche reticolate di solida costruzione (2572). Si credono queste gli avanzi del tempio di Apollo, del quale ci lasciava memoria S. Gregorio Magno, narrando la visione che v’ebbe il viaggiatore giudeo, per cagione della quale il tempio fu convertito in un oratorio in onore di S. Andrea apostolo dal vescovo di Fondi dello stesso nome, nella seconda metà del VI secolo (2573). Nel luogo che presso Monticelli ha il nome di Campo Demetriano, credesi che fosse stata la villa di un Demetrio, e che la contrada già appartenesse al Municipio Fondano raccogliesi da un frammento d’iscrizione. Ruderi di opera reticolata vi si osservano, e spesso vi si sono scoperti sepolcri, urne cinerarie, monete romane e corniole. Prospero Colonna vi edificava in onore di S. Magno un monistero, perla tradizione ch’ivi fosse martirizzalo e morto nella persecuzione di Decio, sebbene altri sostengano col Martirologio romano che il martirio soffrisse in Anagni (2574). I non pochi avanzi di strada in fine che la vasta pianura frammezzano, nella quale la città fu edificata, e che di ruderi di sepolcri e di mura si veggon fiancheggiate, danno a credere che a più villaggi conducessero che le sorgevano dintorno, ma appena si ha memoria del già descritto alla sponda del lago di S. Polito.

8. Golfo, porto e borgo di CAIETA

Dal confine marittimo dell'antica Ausonia insino alla punta di Gaeta, e propriamente da Terracina a questa città, l’ampio golfo si distende che i Greci nominaron Caiatta e i Latini Caieta. Strabone dice che tal nome ebbe da’ Laconi (quelli che fondarono Formia ed Amicle) quali così appellavano le caverne (2575), e grandi spelonche si veggono in fatti su tutta la mentovata spiaggia, e notabili soprattutto sono le grandi fenditure verticali del promontorio di Gaeta. Scrive altrove il geografo che Kerot dicevano gli Spartani i crepacci prodotti da' tremuoti, donde venne il nome di Ceda alla stessa prigione di Sparta, ch'era appunto una specie di caverna (2576), ed Omero questa città stessa distingue ancora coll’epiteto di κηεταεσσα, ossia cavernosa (2577). E questa è da credere la vera origine del nome di Caieta, anziché riferirla co' poeti che cantarono l’arrivo de' Trojani in Italia alla balia di Enea, di Ascanio, o di Creusa che vi fu sepolta (2578), o con altri derivarla dall’arsione della flotta (από τῦκαίειν) delle trojane cattive (2579), la quale dicesi avvenuta in tante altre diverse regioni (2580), o con altri ancora dall’arrivo degli Argonauti in questo lido, i quali vi avrebbero rinnovato il nome del favoloso padre di Medea (2581). Così prevalse nondimeno e divenne popolare la tradizione ch’Enea vi seppellisse Caieta, che un tempio in Formia le fu dedicato insieme ad Apollo, il quale lunga stagione durò in questa città (2582). Certo è che tutti i citati scrittori, ed altri ancora, parlano di Caieta, non come una città, sì bene come golfo e porto (2583), cioè della prossima città di Formia, e s’ingannano gli storici patrii, i quali danno a crederla come una città molto antica. Ricorda Strabone i vasti e magnifici edilizi costrutti da' Romani in sulla spiaggia, e dalla frequenza di questi luoghi, non meno che dal detto porto ne' primi tempi dell'Impero egli sembra che divenisse una piccola città, ma non prima del V secolo dell'era volgare, perciocché Cassiodoro non ricorda anch’egli che il porto di Caieta (2584). Il quale da Floro è messo a pari de' nobili porti della Campania, e Cicerone lo nomina celeberrimo (2585). Antonino Pio ristorava questo porto (2586), e comeché non sia da dubitare, che dalla frequenza che vi era una piccola borgata vi sorgesse ad uso della gente di mare e di quelli stessi che vi approdavano, io credo che meglio si avvisino quegli scrittori, i quali dicono che dalla distruzione di Formia, avvenuta verso l’anno 842, propriamente si originasse l’odierna città di Gaeta (2587). Egli è il vero che il contrario darebbe a credere una lapida, posta, come si pretende, ad Antonino Pio in riconoscenza della ristorazione del porto Decurioni di Gaeta, ma a ragione credesi foggiata per sostenere appunto l'antichità remota della città (2588). Non sono mancati del resto titoli votivi, scoperti presso Gaeta, di coloro che salvi approdavano al detto porto, come i due seguenti (2589):

NEPTUNO

SERVATORI

SACR.

C. HOSTILIVS C. F.

CLASS. PRAEF.

EX VOTO

9. Ville, Templi e Sepolcri

L’amenità di questo lido, la via apertavi da Valerio Fiacco, e la frequenza di questi luoghi, divenuta maggiore a' tempi dell’Impero, non pochi ricchi e possenti Romani vi richiamarono a piantarvi ville magnifiche e sontuose. Sembra che Strabone quelle sole ricordi ch’edificarono all’intorno di Sperlonga; ma le testimonianze degli scrittori, le lapide, i ruderi, e gli stessi superstiti monumenti, chiaramente dimostrano che altre non poche ve n’ebbero dal detto villaggio insino a Gaeta. E sopra ogni altra, come Tiberio l’isola di Capri, rendea memorabile questa spiaggia quella di Faustina Imperatrice. Fuggendo ella il virtuoso Marco Antonino, riducevasi nell’ameno soggiorno della sua villa per deliziarvisi a suo disdoro e del filosofo Imperatore (2590). Indizii certi del sito della villa imperiale non si hanno, perché chi la vorrebbe presso il porto stesso di Gaeta v chi a breve distanza, a piè della prossima collina. Certo è che rimane a tutto quel luogo il nome di Faustignano, ed avanzi di sontuose fabbriche vi si veggono, di grandi arcate e serbatoi d'acqua, che per mirabili acquidotti anche oggidì danno l’acqua alla città odierna (2591).

E ad un quarto di miglio prima di giugnere a Gaeta, sotto il colle che soprastà al borgo della città, vedesi il sepolcro di L. Atratinoì simile nella sua forma rotonda all’altro più celebre di L. Munazio Fianco. Alla sinistra della torre della Cattedrale si legge in una lastra marmorea L. ATRATIN, unico avanzo dell’epigrafe posta su questo sepolcro, perciò detto dal volgo Latratina, e falsamente creduto un tempio, nel quale un nume adoravasi che latrando dava gli oracoli, e perciò creduto Anubi dallo stesso Gruferò (2592). Questo L. Atratino credesi l’oratore amico di Cicerone ed accusatore di Celio, il quale, fastidito di vivere, morir volle in un bagno, ed instituì suo erede l’Imperatore Augusto. Quando Giovanni I, Patrizio imperiale ed Ipato di Gaeta, ristorava ne' primi anni del secolo X la cattedrale della città, e faceva trasportare per abbellirla le colonne, i sarcofaghi ed altri monumenti di Minturna e di Formia, spogliava ancora de' suoi marmi e de' quadroni di travertino questo bel mausoleo (2593), del quale nondimeno rimane quanto basta per mostrarci dove era posto.

All’opposto lato della detta collina verso mezzodì furon trovati nello scorso secolo nobilissimi bagni di fino marmo, e molte reliquie di fabbriche antiche che si stendevano insino al lido, dentro del quale tuttora si scorgono vestigi di piscine. I grandi avanzi di arcate, di acquidotti e serbatoi d'acqua ci additano in quel sito i ruderi d’una villa deliziosa, e la seguente epigrafe che con un idoletto di Priapo e medaglie d’oro di Faustina vi fu scoperta, anziché all’Imperatore Antonino Pio, come il Gesualdo si persuase, fa piuttosto attribuirla al personaggio stesso che ponevala a quell’Imperatore:

Imp. CAESARI

HADRIANO

Antonino AVG. PIO Posuit

Eutvehius. PROCVLVS

.... RTI. ET. LVG

Il Proculo, del quale è memoria in questa lapida, altri non sembra che il dottissimo grammatico Eutichio Proculo, della città di Sicca nell’Africa, protetto da Antonino Pio, e da questo Imperatore elevato pe’ suoi meriti al grado di Proconsole (2594).

Sulla collinetta che soprastà alla mentovata villa ed all'amena spiaggia di Serapo, credesi ancora che sorgesse un tempio sacro a Serapide, del quale serba il nome, e che, come gli altri simili templi del nume egizio in Italia, dové esservi edificato al tempo di Commodo, il quale tanto si piacque del culto di divinità forestiere, di Mitra, Iside ed Anubi (2595). S. Nilo Abate, lasciando il monistero di Grottaferrata, costrutto su gli avanzi della Città Tuscolana di Cicerone, un altro ne edificava al finire del X secolo sulle rovine di questo tempio, il quale ritenne anch’esso il nome di Serapide (2596).

Alla spiaggia di Serapo segue un’altra spiaggetta, detta Fontania dalle rovine di un’altra villa magnifica, la quale non a Fontejo Capitone, di cui parla Orazio (2597), può credersi appartenuta, ma a quel C. Fundanio Pompiano, del quale è memoria in una lapida trovata in queste vicinanze (2598). Nel seno di questa piccola spiaggia sono alcuni portici, detti dal volgo Grotte di Fontania, e sovr’essi non poche rovine di antichi edifizii, conserve d’acqua, ed una muraglia distesa contro l’urto delle onde. Un grosso scoglio dal sinistro lato, detto la Nave di Serapo, forma come un’isoletta, al quale con più arcate credesi tirato un ponte, che colla villa lo congiungeva. E a destra della spiaggetta sono ancora le fondamenta d’una fabbrica rotonda, la quale attacca colla principale muraglia de' portici, e che giudicar si può di una torre di guardia de' tempi di mezzo, se non anche di un sepolcro più antico dello stesso possessore della detta villa(2599).

In sul colle in fine presso il castello di Gaeta vedesi il magnifico sepolcro di L. Munazio Planco, che dicono Torre di Orlando, e che per l’Appia, o per mare, discopresi alla distanza di più miglia. Consiste in una fabbrica rotonda, con be’ bassirilievi che alludono alle dignità ed imprese di quel rinomato Console e Censore sotto Augusto. Questo bel monumento, di ordine dorico, il meglio conservato di quanti ne abbiaci qui rammentati, ha sulla porta la seguente epigrafe (2600):

L. MVNATIVS. L. F. L. N. L. PRON

PLANCVS. COS. CENS. IMP. ITER. VII. VIR

EPVL. TRIVMPH. EX ROETIS. AEDEM

SATVRNI. FECIT. DE. MANJBIIS. AGROS. DI

VISIT. IN. ITALIA. BENEVENTI. IN. GALUA

COLONIAS. DEDVXIT. LVGDVNVM. ET

RAVRICAM

Questo sepolcro, il quale dové ivi essere innalzato nel 712 di Roma, supponesi eretto presso la villa stessa di Munazio, posta appiè del detto colle, dove tuttora si osservano avanzi di arcate ed altre fabbriche antiche, e più grandiosi ruderi vi rimarrebbero, se dopo il 1536 non venivano in gran parte abbattuti quando Carlo V, ampliando Gaeta cingevala di nuove mura, fondate in parte su quelle rovine. Sopra la chiesa della Trinità sono cinque bellissime arcate che sostengono serbatoi d’acqua, e rimane nell’ultima l’acquidotto che portava l’acqua al palagio di Munazio (2601). A questa medesima villa forse appartenne ancora la celebre colonna de' XII venti co' nomi in greco ed in latino riferita dal Grufero (2602), già scomparsa dalla città di Gaeta, e dalla seguente lapida sappiamo che un tempio pur vi sorgeva sacro a Vulcano, il quale caduto, non si sa per qual caso, veniva rifabbricato da un L. Vezio (2603);

VOLCANO MVL

CIBERO SACR.

L. VETTIVS. L. F. STELLAT

PROSPER IVNIOR

AVGVR. PROCURATOR

AVGVS. SEVER. ET ANT.

PII. FELICIS. ARATION. XX

HERED. VIVIR. AVGVST.

XVVIR. S. F. FATALI

CASV SVBVERSAM (Edem) IN FOR

MAM (Prist. ) RESTITVIT

Due altri templi si ricordano altresì non lungi da Gaeta, l’uno dedicato ad Api verso la città di Amicle, l’altro a Giano verso quella di Minturna (2604); così che le mentovate ville, templi e sepolcri far dovevano a chi viaggiava per questi luoghi una veduta bella e dilettevole, e le non poche rovine di distrutti edifizii, di arcate e conserve d’acqua che dalla punta del promontorio di Gaeta pel tratto di dieci miglia si veggono insino a Sperlonga, dimostrano che di ville ancora e di piacevoli ostelli era ripiena tutta quell’amena spiaggia, cinta di belle e fertili colline.

10. LAMIA, o FORMIA (Φορμίαι, Formiae)

A quattro miglia in circa dal suo porto, e dopo XII miglia da Fondi sorgeva sulla spiaggia e sul corso stesso dell’Appia la celebre città di Formia (2605). Ne’ tempi più remoti fu detta Lama o Lamia (2606), e benché Omero, che fu il primo a parlarne, non la ricordi con questo nome, che dà in vece a chi v’ebbe regno (2607), non par dubbio che una diversa ne descrivesse, essendo Lama, come io credo, una personificazione della città istessa. Vero è che altri vede in Trachina, o Terracina, la città di Lamo ricordata dal poeta (2608); ma vai meglio non discostarsi dall’autorità degli antichi, i quali non diversa da Formia credettero Lestrigonia, o la città detta (2609). Duri Samio scrive che pigliasse nome dalla libica vergine Lamia, rapita da Giove e trasferita in questo lido (2610), unica tradizione, la quale darebbe a credere che qualche colonia fenicia si fosse stanziata sulla spiaggia dell’Ausonia, ed è notabile che dagli scrittori si trascura, i quali a tutt’uomo vogliono Fenicii passati ad abitare nella Campania e nel prossimo paese. Ma poiché i favolosi Lestrigoni di Omero, a quel che si può conghietturare dal lor nome (2611), non furono che i celebri corsali Tafti o Teleboi, che la mitologia e la storia riconoscono appena nell’isola di Capri, ma che occupar dovettero un più ampio paese (2612), questi popoli che gli antichi tenevano come oriundi della fenicia colonia di Cadmo (2613), anziché i Fenicii propri, ben potettero portare il mito di Lamia nelle nostre contrade. Lamia ancora nominavasi una città della Tessaglia (2614), bagnala dal fiume Acheloo (2615), ed i Pelasgi Tessali, i quali a’ Fenicii attinsero in parte e l’antico lor culto e le tradizioni mitiche, e che secondo Dionigi tennero il paese racchiuso fra il Tevere ed il Liri (2616), i nomi delle città di Lamia, Trachine e Larissa riprodussero in Italia, come dal fiume omonimo che lasciavano, nominarono Acheloo l’altro anche più celebre che irriga l’Έtolia. Dice del resto il poeta che Lestrigonia, la sublime città di Lamo, avea larghe porte (2617): bello ed ampio nomina ancora il suo porto (2618); e comeché sia tutta poetica la rimanente descrizione degli eccelsi scogli ond’era cinta, e dell’angusta bocca del porto stesso che aprivasi tra due punte (2619), i patrii scrittori non sanno nondimeno disconoscervi l'antica città di Formia.


La descrizione intanto che Omero fa de' costumi e dello stato sociale de' Lestrigoni, può di leggieri far credere che questo popolo ed il racconto del poeta, anziché alla storia primitiva, appartengono piuttosto alla geografia mitica. Se i Lestrigoni abitano una città, hanno carri e pastori stipendiati, e ciò non ostante sono antropofagi, dovremmo dirli troppo barbari a un tempo e troppo inciviliti: ma fu questa una favola introdotta da' primi viaggiatori greci per questa spiaggia e passata poscia nel dominio della poesia, né d’altronde originata, a quel che può supporsi, che dal nome di Lamia della città stessa. Dappoiché, siccome è nota dalla mitologia una Lamia, la bella e crudele regina della Libia, che alle donne uccideva i figliuoli, ed agli amanti toglieva la vita (2620), e perciò dea fenicia e libica, io credo, onorata con vittime umane, tutto un popolo si finse ancora di antropofagi in quest’antichissima città dell'Ausonia. Or senza dare altra importanza che quella d'una finzione poetica alle primitive tradizioni che a questa città si riferiscono, come al gigante Antifate, re di un popolo di giganti e divoratori di uomini, accresceva la più antica popolazione di Pelasgi Tessali e di Acarnani la colonia de' Laconi, quelli stessi che fondarono la vicina città di Amicle; e per la bontà del suo porto (όρμος) mutò co' nuovi abitatori il prisco nome in quello di Ορμίαι, d'onde coll’aggiunzione del digamma fu poi detta Formia (2621).

Tra questi tempi e quelli in cui i Romani a combatter cominciarono i nostri popoli, non si ha di Formia altra notizia dalla storia anteriore al 415. Ottenne in quell'anno la romana cittadinanza senza suffragio al pari di Fondi, perché come questa città non si oppose al passaggio delle legioni che andavano a combattere i Latini nella Campania (2622); e come che i Formiani non si fossero apertamente collegati eri Sanniti, i quali con gli altri popoli vicini li eccitavano alla rivolta nel 427 (2623), furono nondimeno ridotti alla dura condizione di Prefettura (2624). Ma senza deduzione di coloni fu poi dichiarata colonia (2625), e nel tempo stesso, come sembra, che una ne fu spedita a Minturna, e d'allora venne a comprendersi nel Nuovo Lazio. Benché né Livio intanto, né altri storici ricordino questa colonia, se ne ha nondimeno chiara memoria ne' seguenti due marmi, posti al Curatore ed al Patrono di essa ne' tempi successivi (2626):

1.

M. RVBRENO. VIRIO. PRISCO. POMPONIΑΝΟ

PROCVLO. MARCIANO. COS. CVPR, COO, CVR.

COL. MINTVRNENSIVM. APRIC. CVR. COL. FOR

MIANORVM. PRAET. CANDIDATO. QUAEST

CANDIDATO. X. VIRO. SALIO. COLLINO, CIVI

ET. PATRONO. ORDO. ET. PLEPS, ATINA

PVBLICE

2.

L. VARRONIO. L. F.

PAL, CAPITONI

SCRIBAE AEDILIC

ACCENSO. VELATO

IIVIRO. QUINQVENN

CVRATORI AQVARVM

PATRONO COLONIAE

ORDO REGALIVM

QVORVM HONORE

CONTENTVS SVA PECVN

POSVIT. L. DDD

I Formiani ottennero infine il dritto del suffragio di unita a que’ di Fondi nel 566, e furono come essi ascritti alla tribù EMILIA (2627), in premio forse di avere nelle guerre contro i Cartaginesi fedelmente militato in favore della Repubblica.

Formia, come apparisce dalle sue rovine, fu una città cospicua e popolosa. Molti pubblici edifizii dovettero abbellirla; ma in fuori de' Templi di Venere e di Apollo, altra memoria non trovo de' templi di questa città. Del secondo di questi templi parlano Livio e Giulio Ossequente (2628), e del primo lo stesso raccoglitore di prodigi e la seguente lapida (2629):

VEN. GENETRIC. AFRODISIAE

PLACIDAE. FELIC, SACR

P. AFRANIVS. P. F. PAL. CAE

CVS. ET. C. AFRANIVS. P. F.

PRIMITIVVS. ET. AFRANIA

CORNELIA……………………...

……………………………………….

Un tempio ancora v’ebbe forse Ecate, o la Luna, o la stessa Circe, se così può supporsi da quest’altra epigrafe, posta ad uno de' sacerdoti della dea (2630):

D. IVNIO. D. F. PAP. IANVARIO

PRAEF. FABRVM

TIGNARIORVM

II. VIR. Q. Q. PATRONO

COLL. TIGN. ET. DENDROPH.

SER. SVLPICIVS. SACERD

DEAE. HEСАТАЕ

PERAGEN. CVRAVIT

Né di altri pubbliche opere di Formia trovo ricordanza che degli acquidotti, delle fontane e delle terme che si restaurarono dall’Imperatore Antonino Pio, come è noto dall’iscrizione che in riconoscenza i Formiani gl’innalzarono, ed è questa (2631):

IMP. CAESAR

T. AELIVS HADRIANVS

ANTONINVS. AVG. PIVS

P. P.

AQVAEDVCT. FONTES

ET THERMAS PVBL

SVA IMPENSA RESTIT

ORDO DECVRIONVM

MVNIFICENTIAE PIENTISS. PRINC

Un patrio scrittore nondimeno parla ancora de' ruderi di un Teatro e di un Anfiteatro, che già si vedevano al suo tempo nell’odierna Mola (2632), dove ci conduce la distanza di XL stadii, o di cinque miglia antiche, che Strabone assegna tra Formia e i promontorio di Gaeta (2633). Ivi si veggono parte delle mura ed una porta della città; ma, a giudicarne dalle frequenti e grandi rovine che ne rimangono, stendevasi non solo fin presso Castellane e la marina, ma insino al ponte di Rialto e ’l monistero di S. Erasmo, dove è fama che fosse piantato l’Anfiteatro. Incontro a Castellane, nel fondo del mare, ad un quarto di miglio dal lido, si accennano le grandi reliquie del suo porto esteriore; e le onde ancora ricoprono i grandi argini del porto interiore, il quale, abbracciando il piccolo porto di Castellane, per lungo tratto avea fine nella punta da cui principia Mola di Gaeta (2634).

Il clima dolce, l’aria salubre e la fertilità della terra e del mare i ricchi e possenti Romani invitarono a far ville ne' dintorni di questa città, anche prima del cadere della Repubblica. Vi si recavano spesso a diporto Lelio e Scipione, e Cicerone fa dire a Scevola che uniti i due grandi uomini andavan cercando nicchi e conchiglie per la spiaggia di Gaeta (2635). Plutarco scrive ch'ivi si fece Scipione il sepolcro (2636); e lodando Simmaco l’amenità de' nostri lidi, dice anch’egli che avean principio da Formia, la quale molto allettavalo colla salubrità del cielo e la freschezza delle acque (2637). I deliziosi e fertili colli che sorgono a destra di Mola, producevano dilicati vini lodati da Orazio (2638), e per tutti questi naturali doni non poche ville perciò i Romani vi edificarono. Cicerone, oltre la propria che v’ebbe, e che appresso descriveremo, quelle ricorda di C. Arrio, di Seboso e di M. Lepido, suoi vicini (2639). Più prossima al Formi ano dell’Oratore era la prima di queste ville, e le due altre si rinvengono dallo storico di Gaeta nelle rovine sparse su per le spiagge di Vendico e dell’Arcella (2640).. Seguono a queste gli stupendi ruderi della villa di M. Filippo, anche amico di Cicerone (2641), e congiunto di G. Cesare, e senza dire di quella di Antonio Pio, la quale non parmi così certa come sembra al Gesualdo, un’altra ne ricorda Marziale di P. C. Apollinare, Console nel 169 dell'era nostra, a' tempi di M. Aurelio. Il poeta, che celebra anch'esso fra gli altri d’Italia il lido formiano (2642), canta la villa del suo amico, le delizie e le dolci aurette di questa spiaggia. Queste ville, delle quali dopo tanti secoli pur rimangono i ruderi nel delizioso seno di Formia, formavano colle altre già mentovate come un’abitazione continua ne' contorni di Gaeta, e questa bella contrada non inferiore rendevano alla più celebre e dilettola Campania.

Per alcune iscrizioni scolpite sopra basi di statue erette a due Consolari della Campania, sostiene lo storico di Gaeta che l'Imperatore Adriano, da cui furono instituiti, la sede ne stabilisse nella città di Formia, non in quella di Capua, come affermano altri scrittori (2643). Che questa città andasse allora compresa nella Campania è manifesto dal fatto stesso che i Formiani innalzarono statue a' Consolari Q. Clodio Ermogeniano e Ponzio Paolino; ma, oltreché dopo Roma altra città non vi era più illustre di Capua, altre città ancora, come Formia, a cagione di gratitudine e di onore, posero statue e lapide a' Consolari che le beneficarono, senza che dir si possa, ivi essere stata la lor sede, dove le iscrizioni si rinvengono (2644). Si può bensì supporvi la sede degl’Ipati, o Consoli degl’Imperatori di Oriente, i quali dopo l’abbandono della città risedettero a Gaeta; e, tuttoché non sia dubbio che la desolazione di Formia avvenisse nella prima metà del secolo Vili, quando non ve n’ha più memoria negli scrittori, i quali in vece ricordano sempre il castello di Gaeta, mai nota ne è non pertanto l’epoca precisa. Sin dall’anno 780 erasi colà trasferita la sede del suo Vescovo (2645), e le irruzioni de' Saraceni, cominciate su questa spiaggia fin dall’anno 820 (2646), e divenute maggiori nell’anno 846, allorché dopo aver saccheggiate le vicinanze di Roma, diedero Fondi in preda alle fiamme ed assediarono Gaeta (2647), sembra che fossero state la cagione prossima della distruzione di Formia.

11. Fontana ARTACIA (Κρήνη Αρτακίη, Artacia fons)

Nella descrizione di queste celebri contrade non voglio tralasciare la bella-fluente fontana Artacia mentovata da Omero, e celebrata da Catullo, presso la quale finge il poeta che i compagni di Ulisse si avvenivano nell’egregia figliuola del Lestrigone Antifate, e di que’ popoli le dimandavano e del re loro (2648). Non pochi rivoli tuttora scorrono presso il sito dell’antica Formia, e la memoria della detta fonte in Omero ben dimostra che da tempi remotissimi conoscevano i Greci queste nostre contrade, comeché la fantasia del poeta si piacesse a farle inospitali e selvagge per gli androfagi che le abitavano. Alcuni scrittori la famosa fonte riconoscono in quella stessa che descriveremo nella Villa di Cicerone (2649). Nel villaggio di Castellane, dice il dotto possessore di questa villa, presso il quale scorre questa fonte perenne, per modo vi è scarsa l’acqua che, ad imitazione della figlia del favoloso re di Lamia, ad un vicino pozzo vanno ad attignerla le contadine; ma, oltreché l’acqua veniva a questa fontana da un lungo ed ampio acquidotto antico, e più lontana perciò ne e la prima sorgente, vana opera io credo voler precisare dopo tanti secoli l’omerica descrizione. Egli è il vero che questa fonte ritrovasi fuori le mura dell’antica Lestrigonia; ma un pari dritto, e forse maggiore, all’omerica fonte ha il Rio di Pontone, dove coll’Ortelio la rinviene lo storico di Gaeta (2650).

12. Villa e Sepolcro di CICERONE

Nel piano a destra della Via Appia, un miglio quasi prima di giugnere a Formia, e poco più di un miglio antico dal mare (2651), era la Villa di Cicerone, detta Formiana dalla vicinanza della descritta città, giocondo ricovero, dice Plutarco, per la state, quando più soavi spirano i venti etesii (2652). Fra tutte le ville dell’Oratore, che più di XX n’ebbe, questa dové essere grande e magnifica, dappoiché scrive ad Attico di avere una Basilica, anziché una villa, e comeché questo nome le attribuisca per la frequenza de' Formiani, i quali vi assembravano a sé d'intorno, come l’Oratore stesso si esprime, tutta la Tribù Emilia (2653), per la magnificenza che tal nome fa supporre, ben doveva la sua villa degnamente ricevere una moltitudine sì onorevole. Nell’anno di Roma 696 con grandi spese la rifaceva (2654), e dalle memorie, non men che dalle rovine delle altre sue ville sparse pel Lazio e la Campania, abbellite di statue e con tutta l’eleganza dell’arte antica, può immaginarsi la vaghezza di questa villa Formiana, la quale le altre potè, se non vincere, certamente emulare per l’amenità di questa spiaggia. La sola situazione ancora di essa dappresso l’Appia prova altresì che nulla dové trascurarsi dall’illustre possessore per renderlo degno delle meraviglie di ogni specie che riempivano quella regina delle Vie, come la nomina Stazio (2655). Ma se è piacevole a chi rispetta la memoria di sì grand’uomo colle rimembranze delle altre sue ville riandare le circostanze diverse della sua vita e de' suoi più famigliari, duole molto saper dalla storia che presso questa di Formia cadeva nel 710 di Roma al ferro de' satelliti di M. Antonio (2656). Fin negli ultimi istanti della sua vita lasciavaci in lui un esempio memorabile dell’amore della sapienza. Veniva decollato nella lettiga mentre leggeva la Medea di Euripide (2657).

La tradizione e gli scrittori riconoscono di accordo la villa Ciceroniana ne' grandiosi e be’ ruderi, su’ quali fa fabbricata la Città Marsana, ora di Caposele, alla sinistra di Castellone. L’Edilizio destinato all’abitazione sorgeva sopra un’eminenza che dominava tutto il golfo. Il pendio fino al mare era distribuito in magnifiche terrazze, sostenute da grandi volte dipinte a fresco con varii fregi ed uccelli. Le fabbriche giugnevano sino al mare, dove si veggono le rovine di volte ed arcate. Ma una bella fonte, ed un suntuoso edilizio, che non si sa bene se un bagno, od un tempio, richiamano fra tutti que’ ruderi l’attenzione di chi si fa a riguardarli. Le mura interne ed esterne della fonte si veggon tuttora ornate di eleganti stucchi con fregi e conchiglie, ed una sola colonna di ordine dorico e di mattoni che vi rimane, dimostra essere una delle molte che formavano il sostegno del portico esteriore. L’altro edilizio, anche d’ordine dorico e di bellissima struttura, dal d’Agincourt giudicato un tempio sacro alle Najadi, ha la volta sostenuta da otto colonne di grossi mattoni: nel fondo è una profonda nicchia, e dal suolo sorge acqua limpidissima, derivante dall’acquidoso che dà alimento alla fontana. Sono all’intorno sedili di fabbrica, e nel sinistro muro laterale tre porte, nel destro due, le quali davano ingresso a diverse stanze, ed in ciascun muro ne' lati della grande nicchia una porta introduceva egualmente in altre camere. La volta è ornata di stucco e di larghe liste rosse, e quella delle navate laterali dipinta a fresco con vedute dì paesetti. Il pavimento erane tutto lastricato di musaico. A lato di questo edilizio è una stanza, il cui muro di prospetto è semiellittico in forma di nicchia, colorato di rosso con cornice di stucco di minutissimo lavoro, e sostenuta da pilastrini scanalati anche di stucco e di ordine corintio, la quale alla struttura sembra un larario. Le rovine del vasto edilizio molto si prolungano ancora verso occidente, e dall’opposto punto si estendono in altre cinque volte, le quali comunicano con alcune grotte più interne. Re Alfonso nell’assedio di Gaeta non si ardì por mano ai marmi del Permiano, comeché ne abbisognasse per l’artiglieria (2658); ma gli uomini ed il tempo tutto hanno alterato l’aspetto di questa villa magnifica.

A sinistra della Via Appia, poco meno di mezzo miglio dal mare, sorge poi la così detta Torre di Cicerone, che a grande altezza si eleva fra i ruderi di quattro muri di fabbrica reticolare. Fu costrutto questo monumento sopra una grande base di travertino, e s’innalza in forma di torre a due piani. Ma, comeché dalla celebrità dell'Oratore, ne ritenesse il nome, fu un cenotafio eretto nel sito della Villa di Arrio ad un Prefetto militare di questo nome al tempo di Tiberio, come fa manifesto la lapida postavi dalla di lui moglie Oppia, che ora si vede nella Villa Capasele. Il monumento eretto all’Oratore credesi in vece in retta linea della descritta torre, a mezzo miglio in circa e sulla falda del monte detto Acerbara. È questo un gran sepolcro rettangolare, lungo di fronte circa cinquanta palmi. Tuttoché sfigurato e distrutto dall’ingiurie del tempo e dal possessore del luogo, si ravvisa nondimeno già coverto di grossi quadroni di travertino. Pochi di questi macigni si trovano nel loro originario posto, molti sono sparsi e caduti per la china di quel monte. Vi sorgeva ancora una piramide, solita ad ergersi sopra i sepolcri, ed oltre le molte conserve d’acqua e gli acquidotti, di cui si videro gli avanzi ivi presso e che l’acqua conducevano nel Formi ano, vi rimanevano nello scorso secolo i ruderi d’una strada, la quale comunicava coWAppia a sinistra del ramo, detto la Spartilora d'Itri (2659).

13. PIRE (Pyrae).

Tra Formia e Minturna, e come queste città egualmente edificata sulla spiaggia, sorgeva Pire, nota solo per la testimonianza di Plinio, il quale la ricorda come già mancata innanzi alla sua età (2660). Nell’oscurità della sua origine, questo solo può conghietturarsi che, fondata d&Pelasgi, nel di lei nome fu rinnovata la rimembranza della regione, alla quale appartennero, dir voglio la Pirea, parte nota della Tessaglia (2661). Anche il Cramer, senza notare questa analogia, ne sospetta dal nome l’origine greca (2662). Come il tempo della sua distruzione, oscuro del pari ne sarebbe il sito senza la generica indicazione del citato geografo, per la quale v’è chi ne riconosce gli avanzi alla destra sponda del Garigliano presso il mare nelle grandi e rovinate fabbriche e ne' resti di acquidotti (2663), che un altro scrittore patrio giudicava del tempio della Ninfa Marica (2664).

14. MINTURNA (Μιντέρναι, Μέντυρνα, Minturnae).

A circa LXX stadii, o dieci miglia odierne da Formia (2665), ed a tre miglia dal mare, o dalla foce del Liri, seguiva Minturna, anche sulla Via Appia, ed annoverata perciò da Strabone tra le città marittime di questa spiaggia, ma più esattamente da Tolomeo tra le mediterranee (2666). Benché di sconosciuta e remota fondazione, appartenne nondimeno agli Ausoni (2667), nel cui linguaggio prese forse nome dalla sua posizione sul fiume, che tramezzavala, come la sua terminazione del suo nome fa supporre, analoga a quella di altre città nostre, poste egualmente alla riva, o in vicinanza di fiumi come questa (2668). Le sue memorie non risalgono ad un tempo anteriore all’anno 415, allorché nelle sue vicinanze fu disfatto l’esercito de' Latini sopravanzati alla guerra combattuta alle radici del Vesuvio (2669). Avendo parteggiato pei Sanniti nella seconda guerra, fu sorpresa da' Romani nel 440 (2670), e quindici anni dopo vi fu dedotta una colonia, in difesa, dice Livio, della regione saccheggiata da' detti popoli (2671): i quali per qualche tempo dovettero mantenervisi, giacché ad essi attribuivala Dionigi d’Alicarnasso (2672). Minturna fu una delle città marittime richieste dal Senato per somministrare marinari ed attrezzi navali per la flotta romana nella seconda guerra cartaginese (2673); né altro ci è noto della sua varia fortuna negli antichi tempi, se non che un’altra colonia di veterani vi spediva Giulio Cesare (2674). Un dotto nummologo a questa città attribuisce una rara moneta co' tipi di Ulisse e d’un timone di nave nel dritto, e di un Centauro corrente in atto di scagliare un sasso o un ramo d'albero nel rovescio (2675). Ma, benché molto ingegnosa é da giudicare la spiegazione di questi tipi per le mitiche tradizioni del Centauro Mares, antichissimo fra gli Ausonii (2676), e de' viaggi di Ulisse per questa spiaggia, non così chiara a me sembra l’iscrizione della moneta da leggervi senza più il nome di Minturna.

Comeché le più grandi reliquie della città ora si veggano alla sinistra sponda del Liri occupava nondimeno anche l'altra riva, come é manifesto dalle testimonianze degli antichi (2677). Sopra un nobil ponte vi passava per mezzo la Via Appia, e tuttavia se ne osservano i grandi fondamenti presso l'epitaffio, dove quasi la metà restringesi il Garigliano (2678). Vi rimangono grandi avanzi di mura, di un Teatro, di un grande Anfiteatro, e poco di là de' vestigi di qualche tempio i ruderi di un nobile acquidotto, che dal vicino colle conduceva nella città salutifere acque, e quello stesso per avventura che fu ristorato da L. Eprio Rufo, come raccogliesi da questa lapida (2679):

L. EPRIO L. F

OVF. RVFO

TESSER. LEG. X

AVG. PANNON

VII VIR. EP....

PRAEF. I..... M

Q. AQVAS. ALVEVM

ET LVC. SACR

RESTITVER

MINTVRNENSES

Oltre della Ninfa Marica (2680), della quale secondo l’addotta lapida restaurava il tempio L. Eprio Rufo, altri numi non conosco de' Minturnensi; ma dalla seguente ara (2681) può conghietturarsi che adorassero ancora la dea Bona, detta anche Fauna, o la Terra stessa personificata (2682):

BONAE. DEAE. SACRVM

C. VALERIVS. C. F. MARTIALIS

Distrutti i monumenti di Minturna coll’edificazione di Traetto, rimasero appena altre lapide poste ad alcuni patroni della colonia romana, a Matidia Augusta ed all’Imperatore Commodo (2683). Tralasciando le ultime, basta ch’io riferisca quelle innalzate a T. Sempronio Gracco ed a M. Flavio Postumo:

Nel frammento di Calendario edito dal Grutero (2684) si ha memoria delle nundine che vi si celebravano, e da ciò si raccoglie che non fu delle ultime città di questa regione. Le statue ancora di C. Caligola e di Trajano, nonché i molti marmi e le colonne scopertevi, e l’insigne e gran vaso soprattutto qui rinvenuto e dedicato a Bacco, fanno di leggieri immaginare altri insigni monumenti involatici dal tempo, che Minturna abbellivano. Il detto vaso, opera elegantissima in marmo patio di SALMONE ateniese, mostra scolpiti a bassorilievo Bacco infante che Mercurio dà in braccio alla sua balia Leucotea, con intorno Ninfe e Satiri o Baccanti. Pietro d’Onna, Vescovo di Gaeta, faceva in questa città trasportarlo, dove servì lungo tempo nella Cattedrale ad uso di fonte battesimale, ed ora colle dette statue adorna il R. Museo. Minturna per le devastazioni de' Barbari vota di abitatori sin dall’età di S. Gregorio Magno, il quale ne unì la chiesa vescovile a quella di Formia (2685), conservò i propri Vescovi sino all’anno 583, e dopo le desolazioni de' Saraceni, che si erano fortificati presso il Garigliano, non più risorse dalle sue rovine.

15. Bosco sacro, e Tempio di MARICA
(Lucus et Templum Maricae)

Alla marina, e a breve distanza, come è da credere, dalla descritta città, era il sacro bosco della Ninfa Marica, che il Liri traversava prima di metter foce nel mare (2686), e che i Minturnensi aveano in grande venerazione (2687). Comeché rispetto a questa Ninfa non si accordino gli antichi, perché tenevasi per la stessa Circe (2688) e come sposa di Fauno e madre di Latino (2689), queste tradizioni e il di lei nome, analogo all’ippomige o centauro Maree, uomo celebre e favoloso fra gli Ausoni (2690), ci dimostrano che fu una diva propria di questi popoli antichissimi, perché anche da Circe volevasi nato Latino (2691), e così l’uno come l’altra non furono per avventura che una personificazione Pelasgi Tessali, ed abbiamo altrove notato colle tradizioni mitiche il passaggio de' Centauri in Italia (2692). La Ninfa del resto, o la dea aveva sulla vicina spiaggia un Tempio, che alcuni antichi attribuivano ancora ad Afrodite o Venere, perché, a crederne Servio, portava l’iscrizione ΝΑΟΣ ΤΗΣ ΑΦΡΟΔΙΤΗΣ (2693). In questo Tempio rifugiava C. Mario, e da esso con favorevole vento partivasi alla volta dell’isola Enaria, salvandosi da' suoi persecutori. Una tavola, nella quale si rappresentavano questi suoi casi, sospese al tempio della dea (2694), del quale un patrio scrittore, non è guari tempo, credè riconoscer gli avanzi alla foce del Garigliano (2695).

16. ERBANO (Erbanum)

In vicinanza di Minturna eravi, non è noto se una città, o grossa borgata col nome di Erbano, della quale è memoria nel seguente decreto decurionale, scolpito sopra una base marmorea, nel 1787 scoperta presso il Garigliano (2696):

P. BAEBIO. P. F.

TER. IVSTO HVIC

SPLENDIDISS. ORDO

STAT. PONEND. CENS. OMNIBVS

HONORIB. IN. REPVBL. FVNCT

QVOD. ET. IN. SING. ET. VNIVERS

AEQVAL, SEMP. REVERENTIAM

PRAEBVIT. ET. QVOD. MVNVS. GLAD, POST

HONOR, IIVIR. EDIDISS. POSTVL. POPVLO Q

PROCES. EDITIO. CELEBRATA. EST

EX. INDVLG. PARIA. TRIA. CVM. VRSIS. II

HERBAN. LIVENTER. SVSCEPERINT. IS. Ов

DEDIC. STATVAE. DEC, SING. X. TERN. DED

D. D. D.

Nel destro lato della detta base, che sosteneva la statua di Bebio Giusto, leggevasi:

HIC. MINTVRN. DIEBVS. IIII, EDIDIT. PARIA. XI

EX HIS. OCCID. GLA. PRIM. CAMP. XI

VRSOS. QVOQVE. CRVDEL. OCCID. X

QVOD. IPSI. MEMINIST, CIVES. OPTIMI HERBAN.

VNIVERS. IN DIES. SING. OCCIDIT. QUATERNOS.

E nel sinistro, l'epoca della dedicazione della statua:

DED. KAL. AVG. AEMILIANO II. ET

AQVILINO COS.

Il municipio Erbano dedicava adunque nel 249 dell'era volgare a Bebio Giusto una statua, perché eletto Duumviro fece godere per gratitudine grandiose caccie di fiere e combattimenti di gladiatori agli Erbanensi, Non vi essendo di questo luogo dell'Ausonia altra memoria oltre dell’addotto marmo (2697), dobbiam dire che rimase distrutto, o abbandonato al cader dell’Impero·, e, quanto al suo preciso sito, appena ci è noto che sorger doveva presso il Liri e la detta città di Minturna.

17. VESCIA (Βεσκία, Vescia)

Le autorità di Livio e di Stefano Bizantino, nonché la posizione stessa di questa città di quà di Minturna, ci mostrano apertamente che fu compresa nell’antica regione degli Ausoni (2698). Il suo nome derivò, io credo, dalle eccellenti produzioni del suo territorio, e da ciò che significò secondo Aulo Gellio la voce vescum nell’antica lingua latina, al favorevole senso di questa voce si può bene riportare la denominazione di Vescia (2699). La prima memoria di questa città non risale ad un’epoca anteriore all’anno 337 avanti l’era volgare, allorché i Latini vi si rifugiarono combattuti da' Romani, e sopravanzati alle due battaglie presso il Vesuvio e la città di Minturna (2700). Indi a non molto cadde in potere de' Romani, e al pari della detta città e di Ausona fu distrutta pel tradimento, come si è detto, de' dodici giovini che diedero le patrie loro in podestà de' Consoli M. Petelio e C. Sulpicio (2701); né si ha più ricordanza ne' tempi posteriori che de' suoi campi, de' suoi vini e de' suoi boschi (2702). Diroccata da tempi sì antichi, i Vescini ricoverar si dovettero nelle città vicine, dove serbarono la memoria della loro patria, ed in grazia di Vescia, della quale non sopravanzano né grandi ruderi né monumenti, riportiamo le seguenti lapide della famiglia Vescinia, ch'esser ne dovette originaria, e che abitò nelle città di Cale e di Capua (2703):

1.

DIS. MAN.

SACR.

T. VESCINIO T. F.

FAL. RVFO PATRO

ET. T. VESCINIO SP. F.

RVFO

VESCINIA ELEVTHERI

SIBI ET SVIS

2.

.... VESCINIAE

.VESCINI...... L

.. VESCINIVS C. F.

VXORI PIENTISS

POS.

H. M. S. S. E. H. N. S.

Quando nel 456 una colonia fu dedotta nel sito della distratta Sinope, l’agro di Vescia venne assegnato a questa colonia (2704); né altro possiam dirne, se non che di Vescia, anziché di Sinuessa, sembra che intendesse parlare Porfirio, quando narra che Plotino impetrava indarno dall'Imperatore Gallieno di riedificare una diroccala città, per ordinarvi la Repubblica di Platone, e che avrebbe perciò detta Platonopoli. Viveva il filosofo nella villa di Zeto nella vicinanza di Minturna, dove ristoravasi alle acque calde (2705) e minerali che tuttavia rampollano all’una ed all’altra sponda del Liri da Mortola a Sujo, ed è molto probabile che in quelle vicinanze sorgesse un tempo la città di Vescia. Strabone in fatti dice che il Liri bagnava il paese de' Pescini (2706), e nell’opera d’Igino vedesi sopra Minturna rappresentato il monte Vescino (2707), che sarebbe quello sul quale fu poscia edificato Castelforte. Parve al Pellegrino che riconoscer se ne debbano le rovine al nord del monte Massico, che il Capaccio attribuiva ad Aurunca (2708); ma secondo questa opinione il detto monte si confonderebbe col Vescino. Altri topografi vogliono ancora che sorgesse nella paludosa pianura presso il Garigliano che ora dicono demanio di Sesso, alla sinistra dell’Appia ed a 5 miglia da Minturna, e propriamente dove ora sorgono i villaggi di Corano e Piemonte (2709); o piuttosto nel sito detto Majano, dove pochi vestigi ne rimanevano ne' principii del secolo XVI, perché la maggior parte di quelle rovine fu adoperata nel 1629 dal Viceré Duca d'Alba a fabbricarne il ponte coll’epitaffio sul Garigliano, nonché gli altri ponti nella regia strada di là del detto fiume (2710).

18. AUSONA (Ausona)

Poche miglia al nord di Minturna sorgeva Ausona, città antichissima, come è da credere, fra tutte quelle che gli Ausoni abitarono, e della quale altra memoria non resta che della sua distruzione. Il di lei nome, identico a quello de' popoli di tutta la regione, fa supporre che ne fosse stata la città primaria; ma, nel silenzio di Dionigi e di altri storici, non so nulla affermare colla troppo breve notizia di Livio. Toccò ad Ausona la sorte stessa che a Minturna, per avere inclinato alle parti de' Sanniti nella guerra combattuta presso Lautole. Senza aver veramente combattuto contro i Romani, i cittadini ne furono passati a fil di spada (2711); e poiché dopo quest’eccidio non è più nominata da alcun geografo o storico, dir dobbiamo che fu anche diroccata, e che non più risorse dalle sue rovine. Le quali si credono sotto l’odierna terra di Fratte, e di là fin sotto la montagna di Fameri, in una bella pianura, presso le sorgenti del piccol fiume Ausonie. Un patrio scrittore, il primo a investigarne l’ignoto sito, vi rinvenne molti marmi lavorati con frammenti d’iscrizioni, rottami di colonne, capitelli e i ruderi di un’antica fontana. L’estesa area che occupava ora dicesi Campo delle vigne, e, se vera è la tradizione, fu prima anche detta Ausonia (2712).

19. TRIFANO (Trifanum)

Di alcuni antichi luoghi non mi toccherebbe ragionare in questa topografia, se non avessero un nome veramente storico, e se rischiarar non dovessi la nostra storia antica colla topografia comparata, e tra questi è Trifano, che senza essere città, o villaggio, fu celebre per la vittoria che il console T. Manlio Torquato presso di esso otteneva su’ Latini collegati co’ Sanniti e i Campani nel 415. Questo luogo, così detto da tre Templi che vi sorgevano, come dal suo nome si raccoglie, era posto tra Minturna e Sinuessa (2713), e più dappresso alla seconda di queste città, giacché Diodoro Sicolo, il quale rammenta anch’egli la detta battaglia, dice che avvenne presso Sinuessa (2714). Perciò un patrio scrittore lo riconobbe alle radici del monte Massico, a tre miglia da questa città, ed a sei da Minturna (2715), e più probabilmente nel silo stesso della chiesa della Madonna della Piana, a giudizio di un dotto viaggiatore, il quale da' magnifici avanzi osservativi non dubitò che si fosse costrutta co' ruderi de' tre Templi antichi. La detta chiesa, della prima età del Cristianesimo, prese il nome dalla strada sulla quale fu edificata, creduta falsamente l’Appia, e però detta della Piana, o de' Appiana, quando che fu quella che Suessani faceva costruire Adriano, come é noto da una lapida (2716).

20. SUESSA (Σύεσσα, Suessa)

Alla destra del Liri, un miglio distante dal monte Massico, ed a sei miglia dal mare, su vago ed aprico colle sorgeva Suessa, città cospicua degli Aurunci. Che fosse ne' tempi storici a questi popoli appartenuta, è manifesto da che vi si salvarono quando furon combattuti da’ Sidicini (2717), e pe’ novelli abitatori fu perciò talvolta distinta coll'aggiunto di Aurunca, come in una lapida (2718), sebbene negli antichi geografi e storici è detta semplicemente Suessa, perché l’omonima capitale de' Volsci sembra che non più risorgesse dopo la guerra del Console Servilio nel 261 (2719). Parve al Cluverio che questa città non avesse avuto un’origine anteriore alla fuga degli Aurunci (2720); ma ciò non si raccoglie da Livio, il quale dice solo che la fortificarono, e però a me sembra di un’origine molto più remota del 418. Stefano Bizantino in fatti, sull’autorità, come sembra, di qualcuno de' molti geografi perduti, l’attribuisce a' Tirreni (2721), ed i Pelasgi-Tirreni io intendo, ch’ebber dominio nella Campania e nelle vicine contrade. Il di lei nome fa risovvenire il mito di Latona (2722), da tempi remotissimi adorata in Argo (2723), e conferma, a mio credere, l’occupazione che ne fecero i detti popoli. Dicasi lo stesso dalla mentovata celebre città de' Volsci, dalla cui distruzione un dotto critico ripeteva l'origine della città nostra (2724).

Ma, checche pensar si voglia di queste conghietture, memorie certe di Suessa non ci rimangono primaché, come abbiam detto, abbandonando la loro patria alla desolazione de' Sidicini, vi si rifugiassero gli Aurunci. Ventitré anni dopo Roma vi spedì una colonia (2725), nel corso della seconda guerra sannitica, allorché si vide costretta a chiuder la frontiera dalla parte del Livi; la quale come le altre colonie latine negò gli aiuti alla metropoli nella seconda guerra cartaginese (2726). Cicerone parla del Municipio Suessano (2727), e comeché non sia noto il tempo nel quale ottenne la romana cittadinanza, sembra nondimeno che ciò avvenisse prima della legge Giulia, allorché l’ottennero del pari le vicine città di Cale e Teano (2728), e par manifesto da che al pari di queste città non s’impegnò nella guerra sociale. All’epoca intanto che dall'accrescimento della popolazione aurunca corse insino a che ebbe i dritti di municipio, egli sembra che si debbano attribuire le medaglie che se ne hanno di argento e di bronzo. In quelle di argento è il capo di Apollo laureato con dietro la triquetra, o una nottola, o una luna crescente, e nel rovescio coll’epigrafe SVESANO un uomo nudo a cavallo che un altro ne guida, o il toro a volto umano coronato dalla Vittoria. Le altre di bronzo hanno, o lo stesso tipo di Apollo, o quelli di Mercurio e di Pallade, e nel rovescio anche il toro androprosopo, o di Ercole leonicida, o di un gallo con dietro una stella e la detta leggenda, in alcune in caratteri arcaici. In alcune leggesi altresì il nome del magistrato della città, ed altre ci mostrano alleanze con Napoli e Compulteria (2729). Suessa intanto seguitò a godere della condizione municipale insino a che una seconda colonia vi spedisse Augusto; la quale, come è noto dalla seguente lapida del 44 dell'era volgare, fu distinta col nome di Giulia Felice Classica (2730), perché composta di veterani di qualche legione della flotta romana, come avvisavasi il Fabretti (2731):

IOVI CONSERVATORI

ET GENIO THESAVRORVM

COLONIA IVLIA FELIX CLASSICA SVESSA

D. D. DEDIC. ΧΙ. ΚAL. SEPTEMB.

C. QUINTIO CRISPINO. T. STATILIO TAVRO COSS.

Altre memorie civili non sono note di Suessa, ma una naturale ne apprendiamo dalla vulcanica condizione del suo suolo. Come osserva un dotto geologo, videro sepolti i di lei abitatori i propri edifizii da un’eruzione alquanto simile a quella che seppelliva Ercolano e Pompei. Scavandosi i fondamenti delle case, si trovan sovente pezzi di antiche fabbriche sepolte nella pozzolana, e l'azione vulcanica è soprattutto manifesta presso le rovine dell'Anfiteatro (2732). Come apparisce dalle molte lapide insieme e da' ruderi, fu questa una città illustre e popolosa. Oltre dell’Anfiteatro, ebbe pur le sue Terme, un Circo, e, se gli autori crediamo delle sue memorie, anche un Teatro. Fuori dell’odierna Sessa si veggono ad oriente le rovine dell’Anfiteatro con parte di una delle cavee, e benché non sieno molte, bastano nondimeno a mostrarcene la mediocre ampiezza. Il seguente nobile marmo ci ricorda uno spettacolo gladiatorio dato a’ Suessani dal Seviro C. Tizio Cresimo, e gli onori insieme, de' quali fu rimunerato di unita al figliuolo nel 193 dell'era nostra (2733):

C. TITIO CHRESIMO

AVG. VIVIR

HVIC ORDO DECVRION

QVOD PRO SALVTE ET INDVLG. IMP.

ANTONINI PII FEL. AVG.

ET EX VOLUNTATE POPVLI MVNVS FAM

GLADIATORIAE EX PEC. SVA DIEM PRIVAT.

SECVNDVM DIGNIT. MUNICIPI EDIDERIT

HONOREM BISSELLI QUO QVIS OPT. EXEMPLO

IN COLONIA SVESSA HABVIT ET VT AQVAE

DIGITVS IN DOMO EIVS FLVERET COMMO

DISQ. PVBL. SI AC DECVRIO FRVERETVR ET

TITIO CHRESIMO FIL. EIVS

OB MERITA PATRIS HONOREM DECVRIONAT

GRATVITVM DECREVIT ORDO DECVRION

ET AVGVSTALIVM ET PLEBS VNIVERSA

E queste due altre iscrizioni, comeché mutile, ci ricordano il Circo e le Terme, queste dedicate ad Ercole, e quello ristaurato da Antonio Fio (2734):

1.

Imp. Caes. Divi AdriANI FIL.

Divi Traiani PartHICI NEP.

Divi Nervae PRON. T. AELIVS

Hadrianus AntoNINVS AVG, PIVS

Pont. Max. TriB. POTEST. II. CONS. II. P. P.

CirCVM PENE COLLAPSVM

SVESSANIS S. P. RESTITVIT.


2.

HERCVLI SAC

……………………..

…………………...

CONSER ……..

BALN …….. THER

COLON …....

……… SVES.

D.

I ruderi del Circo, delle Tenne, del Teatro, di un Crittoportico ed anche di un tempio si veggono nell’opposta direzione di quelle dell’Anfiteatro, ed una tronca statua virile con una lira, rinvenuta nel giardino di S. Benedetto, ha fatto pensare che quegli antichi avanzi furono di un tempio di Apollo. Un altro sacro ad Ercole è fama che sorgesse nel sito del castello, e i non pochi ruderi delle antiche mura di opera reticolata, le colonne, gli acquidotti e i serbatoi d’acqua a sinistra e fuori della città odierna (2735), fanno testimonianza della maggiore ampiezza dell’antica, la quale non era ristretta come oggidì nel più alto sito, ma stendevasi nel più basso da entrambi i Iati, abbracciando i mentovati pubblici edifizii (2736).

Fu Suessa la patria del celebre poeta satirico C. Lucilio, perciò detto da Giovenale magnus Auruncae alumnus (2737), e che morto in Napoli nel 640, vi fu con pubblici funerali onorato (2738). Vi sortiva anche i natali il poeta comico Sesto Turpilio, se è da prestar fede al seguente frammento di lapida, che uno degli storici della città dice vedersi sul muro del vecchio tempio di S. Silvestro (2739):

..... ADC......

……..OER.....

.....PILIO. COM....

ORDO

SPLENDIDISSIMVS SVESSANVS

STATVAM MARMOREAM

PONENDAM

CVRAVIT

Nel palagio del Duca di Maddaloni in Napoli vedevasi la statua che con questa epigrafe i Suessani al poeta innalzarono, e tali monumenti, comeché ora forse scomparsi, danno lume all’autorità di Fuschio, il quale dice Turpilio morto in vece in Sinuessa (2740).

21. AURUNCA (Aurunca)

Livio racconta, ch'essendo in guerra nel 418, forse per cagione di confini, gli Aurunci co' Sidicini, chiesero i primi aiuto a' Romani, a' quali si erano già dati diciassette anni innanzi. Ma, prima che i Consoli in lor soccorso guidassero le legioni, gli Aurunci spauriti, abbandonando la patria colle mogli e i figliuoli, lasciarono la loro città alla distruzione de' Sidicini. Quale città gli Aurunci abbandonassero, e come si nominasse, non dicelo storico latino; ma, poiché ne' tempi posteriori la città di Suessa, ch’essi fortificarono, o nella quale si salvarono (2741), col nome di Aurunca fu distinta dall'altra città omonima che si appartenne a’ Volsci, non dubitano alcuni moderni scrittori nominarla Aurunca (2742), e se non fossero le grandi rovine che ne rimangono sopra uno de' monti che abitarono nelle vicinanze di Sessa, direbbesi che l’aggiunto che. venne a quest’antica città, da tutto il popolo si fosse originato, che non fu ristretto a' soli abitatori di Aurunca. La quale, al crescere di Suessa, non è più. nominata nella storia dopo che venne abbattuta, e non deve perciò recar meraviglia se solo da non guari tempo ben ne conosciamo il sito. Per la sola vicinanza con Suessa io credo che il Capaccio ne situasse i vestigi alla falde settentrionali del monte Massico, dove esser dovette qualche ignota bornata degli Aurunci (2743). Da altri ancora, per la sola analogia del nome, si riconobbe ad Auruncolisi nelle falde del monte della Serra (2744), ed a cagione di un’antica strada e di grandi macerie, sul monte Gauro o Barbaro, a due miglia e più distante da Sessa (2745). «Le grandi rovine, dice un altro storico di Aurunca, che colassù si veggono, e che sempremai in cotal guisa si mostreranno a' nostri posteri, in altro non consistono, che in un fortissimo ricinto duna ben grande e pur alta macia, che reca di vero maraviglia nell’opera per la grandezza de' sassi che vi si veggono adottatamente riposti. La capacità di questo ricinto ell’è di un mezzo moggio di terra scarso. La sua figura, a rispetto dell’angusta schiena del lungo giogo di quel monte, è ovale ed ellittica. Cotesto ricinto, il quale sembra certamente un cortile, ha fatto sortire di Cortinella il nome a quella cima del detto monte». E contrastando, per la sua ristrettezza, ch'esser potesse la rovinata città, la riconosce in vece coll’antica tradizione sulla montagna di Rocca Monfina. Da per tutto su quel monte dice ravvisarsi infiniti segni di abitazioni, essendo sul piano della vetta fondamenti ed angoli di case, avanzi di strade, tre cisterne, pietre lavorate ed altri vestigi di fabbriche antiche, e fondamenti fortissimi veggendosi ancora nel sito della Scala Santa. Antichi ruderi sono altresì nella falda meridionale del monte, la cui cima, più oltre della rovinata chiesa di S. Croce, vedesi ricinta con una forte macia; sotto parte della quale si scorge una guasta muraglia, rimanendo fuori del ricinto il resto della costa inferiore, lungo la mentovata strada che lassù conduce. Il che dà indizio, dice questo storico, che tutte le macierine fuori di questo ricinto, le quali di rovinate case serbano la figura, sieno state fatte sopra rovine più antiche, le quali sarebbero della città di Aurunca.

Queste cose divisava meglio de' citati scrittori lo storico degli Aurunci (2746), e meglio ancora di lui il sito e la descrizione della distrutta città conosciamo da un valoroso giovine alemanno, non ha guari mancato alla scienza archeologica. La città si sten, deva come Albalonga, dice l’Abeken, nella lunghezza di circa tre miglia sul colle della Serra. Chiudendo questo colle da un lato una fertile valle, e dall’altro la pianura di Sessa, diede agli Aurunci ottima opportunità di stendersi in ambedue i lati, così che Sessa non sarebbe stata in origine che un piccolo pago dell’antichissima Aurunca. La medesima Serra, siccome al sudovest guarda l’agro de' Suessani, così verso il sudest stà in su’ confini de' Sedicini; il che spiega di leggieri non solo le relazioni fra Aurunca e Sessa, ma la guerra ancora che pe’ confini gli Aurunci stessi ebbero co' Sidicini. Il piantato della fabbrica offre un quadrilungo, la cui base ha la larghezza di 76 piedi francesi, ed il lato una triplice lunghezza; nella qual direzione tutto lo spazio riempie del dorso della Serra, che da entrambi i lati precipitatamente si avvalla. Sul colle più alto, poco sopra il terreno, si alza un quadrato più piccolo, di grosse pietre poligone, rinzaffato nelle commessure con pietre più piccole, come le mura di Tirinto, Cori, Ruselle ed Arpino. In queste rovine, di massi vulcanici e di costruzione ciclopea, e troppo remote per una rocca, è forse da riconoscere un tempio della città, dove ancora i paghi vicini si riunivano, come in quello di Alba nel Lazio (2747); né altro può dirsi di Aurunca, una delle città più antiche che il sole illuminasse nelle nostre contrade.

22. CALE (Καλής, Cales)

Di là di Ausona sorgeva Cale, ultima città degli Ausoni, di origine ignota ed antichissima. Non è dubbio che appartenne ad Ausonia, giacché Livio come di lei abitatori ricordava gli Ausoni, Stefano Bizantino che la nominò Calesia, dissela città ausonica, e Festo attribuivala egualmente alla medesima regione (2748). A crederne Virgilio, la sua antichità trascendeva i tempi trojani, perché annovera i Caleni tra gli alleati di Turno (2749); e nell’oscurità de' di lei principii, conghietturava Silio Italico che la fondasse Calai, figliuolo di Borea, secondo il comune sistema degli antichi di attribuire alle antiche città fondatori omonimi, conosciuti nella storia eroica e nella mitologia. Perciò questo poeta dava a Cale l’aggiunto di trace (2750), perché in Tracia, secondo le favole, Borea rapiva Oritia, ed aveane Calai (2751). Senza dare importanza a tal conghiettura o tradizione, la quale del resto potrebbesi spiegare col culto di uno de' Dioscuri tracoateniesi che potè introdursi nella città da' primi fondatori, non dubbia me ne sembra l’origine greca, perché greco ne è il nome, e traducesi Bella. Altri scrittori pretendono che fosse di origine tirrenica (2752); ma non per altro così si avvisano, che pe’ vasi che vi si fabbricavano, i quali ora non è chi non attribuisca con più di ragione alle colonie calcidiche stabilitesi nella Campania. Se non che l’ultimo de' citati scrittori, il quale crede ancora che fosse stata prima abitata da’ Pelasgi, non tralascia di notare l’identità del nome di questa città nostra e di un’altra nell'Assiria (2753), donde per la ragione stessa di altre omonimie dotti scrittori patrii non dubitano di derivare la prima origine de' Pelasgi-Tirreni (2754).

Ma, quanto alle storiche memorie di Cale, comeché si attribuisca generalmente agli Ausoni, per la vicinanza con Teano, andò forse compresa ne' più vecchi tempi nell’agro dà Sidicini, al pari della stessa Fregelle, occupata poscia da’ Volsci (2755). Certo è che, soggetta e collegata co' Sidicini, ne' tempi posteriori, combatté contro i Romani nel k 19, e nel seguente anno fu espugnata dal Console Valerio Corvo, che vi lasciò un presidio; ed indi ad un anno vi fu messa una colonia di 2500 uomini (2756). Fu questa la prima colonia latina, fondata dopo che erano ormai cangiate le relazioni col Lazio, la quale oltre alla soggezione degli Ausoni, fu ancora la prima delle fortezze, con cui Roma fortificò la sua frontiera dalla parte del Sannio. Col possesso di questa città fu reso anche sicuro l’agro Falerno, distribuito a' Plebei nel 415 (2757), e la piazza serviva inoltre di comunicazione militare con Capua (2758). E divenuta ormai Cale città soggetta a Roma, come altre dodici colonie latine negò soccorsi di gente e di danaro alla metropoli nella guerra contro Annibale, e ne fu punita come tutte nel 548, come abbiamo già detto, parlando di Alba, di Carseoli, di Interamna, di Suessa, e di Sora (2759). Cicerone dà a questa città il nome di municipio (2760), sia perché ne ottenesse già i dritti prima della guerra sociale, alla quale non prese parte con altre città vicine, sia ancora, come sembra più probabile, che le colonie latine già avessero per sé stesse il dritto del suffragio, come sostiene un dotto critico (2761).

Sono tali le vicende di Cale, la quale già prima che fosse espugnata da' Romani era una città ben fortificata, e dal gran bottino che vi fu fatto, ben si comprende ch’era ricca e popolosa. Al tempo di Strabone era tuttavia considerevole (2762), e Silio Italico la ricorda del pari come città non piccola di queste contrade. E l’importanza di Cale si raccoglie ancora da che ebbe moneta propria, di argento e di bronzo e di bella fabbrica, la quale, dalla leggenda latina CALENO, può riportarsi all’epoca, in cui divenne città latina. Quelle di argento hanno per tipi la testa di Pallade galeata, ed una vittoria in una biga, e le altre di bronzo i soliti tipi delle città greche della Campania, il bue a volto umano tra una lira ed una stella, il capo di Apollo, o della stessa Pallade con un gallo ed una stella (2763). E, quanto a' pubblici edilizi che l’abbellivano, un Tempio della Fortuna, edificato sulla Via Latina, che la città traversava, segnava il confine del suo agro con quello di Teano, ch'ebbe un simile Tempio sacro alla stessa dea sull’altro lato della medesima via (2764). Più porte, distinte con diversi nomi, si aprivano nelle sue mura, come le seguenti iscrizioni fanno saperci, poste a' Quatuorviri C. Furio Numicia e M. Verazio Pollio, e ad un ignoto Augustale, i quali alcune strade lastricarono della città (2765):

1.

M. FVRIVS. C. F. NVMIDA

M. VERATIVS. C. F. POLLIO

IIIIVIR. I. D.

STRATAM. AD. PORTAM

SVMMAM. ET. IN. CLIV.

AD. PORTAM. GEMINAM

ET. INTRA. PORTAM

MARTIALEM. AD. ANGIPORTVM

MATVTAE. S. C. R. C.

EIDEMQVE. PROBAVERE

2.

.....… AVGVSTALIS.......

ORNAMENTIS.

VIAM. AB. ANGIPORTV

IVNONIS. LVCINAE. VSQVE

AEDEM. MATVTAE. ET. CLIVO

AB. IANV. AD. CISIARIOS. PORTAE

STELLATINAE. ET. VIAM. PATVLAM

AD. PORTAM. LAEVAM. ET. AB. FORO

AD. PORTAM. DOMESTICAM

SVA. PECVNIA. STRAVIT

Queste iscrizioni, oltre delle porte di Cale, ce ne ricordano ancora i Templi della dea Matuta, o dell’Aurora (2766), di Giunone Lucina, di Giano, e forse anche di Marte, se così può conghietturarsi dalla porta marziale, che prende vane il nome. E dall’unico vico de' Cisiarii, o de' lavoratori di veloci cocchi a due ruote, o di coloro stessi che li guidavano (2767), al quale menava la strada che parti vasi dal tempio di Giano, altri vichi possiamo ben supporre, ne' quali altre arti utili si esercitavano, e da ciò arguirne la grande popolazione e l'agiatezza. Catone in fatti celebra Cale per la fabbrica di varii strumenti villerecci (2768), e Nonio Marcello per alcuni vasi o anfore, noti sotto il nome di Obbe (2769). Gran copia di vasi ancora hanno dati i sepolcri della città, e quelli, de' quali il Carafa faceva dono a Carlo III, encomiati dall’Egizio, si credono ottenuti dagli scavi di Calvi (2770), succeduta all’antica Cale. I Calerti ebbero ancora un Teatro, e ne rimangono gli avanzi nel luogo detto le Grotte, non lungi dal così detto Arco di Orlando, anch’esso opera antica, a sinistra di chi per la via di Forma recasi alla Cattedrale (2771). Questo Teatro, il quale poggiava su 24 archi che servivano anche di portici, sostiene con errore il Zona che fosse l’Anfiteatro, ch'è da riconoscere con più di verisimiglianza nelle altre antiche rovine, che giacciono ivi presso negli orti del seminario, e che il ricordato storico della città attribuisce al Circo. E del resto per modo distrutto, che appena se ne ravvisa il perimetro. L’arena, qual si vede oggidì, comprende un moggio e mezzo di terreno; la sua larghezza è di palmi 334, la larghezza di palmi 226, e tutto il circuito di palmi 990, così che era alquanto più piccolo di quello di Casino. Presso il Teatro suppor possiamo anche i pubblici bagni, di cui parla Aulo Gellio (2772); ed oltre le mentovate rovine, v’è chi vede gli avanzi di due templi nelle muraglie di mattoni lungo la strada detta del Ponte delle monache, e nel detto Arco di Orlando, né mancano altri ruderi di nobili fabbriche lungo l’antica via detta di Forma, la quale, uscendo di Cale, univasi a Ponte rotto colla Via Latina (2773); né altro sopravanza di questa città illustre, la quale, cominciata a mancare, non per la desolazione de' Barbari, ma per le guerre distruttive del medio evo, è ora ridotta a pochi abitatori. De’ dodici casali che oggidì la circondano, alcuni vantar possono un’antichità molto remota, e tali sarebbero quelli di Camigliano, il cui nome derivò dalla Città Camilliana ricordata da Plinio il giovine (2774); Rochetta, presso cui si osservano molti rottami di antiche fabbriche e da ultimo Giano, che senza dubbio ebbe l’origine da un tempio sacro al dio di questo nome.

V. Diverse strade mettevano in comunicazione gli abitatori della descritta regione co' popoli confinanti, i Latini, i Volsci ed i Campani. Principale fra queste e più antica fu l'Appia, aperta nel 442 di Roma dal Censore Appio Claudio (2775), la quale da Terracina alla foce del Livi, nello spazio di XXVIII miglia antiche, dividevala in due contrade, littorale o meridionale, e montuosa o settentrionale, e dalla città detta dopo XVI miglia giugno va a Fondi, d'onde dopo altre XIII a Formia, e dopo altre IX miglia in fine a Minturna, secondo le poche discordi testimonianze degl’Itinerarii, delle colonnette miliari, e gli avanzi ancora di questa grande strada per le campagne dell’Ausonia (2776). Descrivendo anche Orazio il suo viaggio da Roma a Brindisi, dice che da Terracina si condusse a Fondi, e di là alla città de' Marnarti (2777), ossia Formia, donde furono originarli, ed anche oggidì il nome serbano di Marrano i grandi avanzi della casa, o della villa di questa illustre famiglia alla sinistra di Mola di Gaeta (2778). Da Minturna la Via Appia conduceva a Sinuessa (2779), prima città della Campania, ed altre strade si diramavano da Amicle al porto di Gaeta, da Formia al porto stesso, ed un’altra ancora da Formia conduceva a Minturna e ad Ausona. Perché, tutta la regione distendendosi tra la Via Appia e la Latina, e queste non riunendosi che a Capua, gli abitatori ne sarebbero rimasti isolati e senza commercio senza aprirsi nel paese altri rami intermedi!.

La prima di queste strade minori e secondarie, che dal suo autore L. Valerio Fiacco Via Fiacca può nominarsi, fu aperta nel 189 avanti l’era volgare, e fu quella stessa che Livio dice condotta pel monte Formiano (2780). Nella selva sotto Fondi descrive il Gesualdo un buon tratto di questa via, la quale declinando sotto la marina, passava per la rupe di Sperlonga, e girando a sinistra sulla piccola spiaggia dove era la Villa di Tiberio, trapassava sulla già descritta e rinomata grotta. Costeggiando per que’ colli intorno al mare, si vede, dice il citato scrittore, dove sostenuta con arcate e ponti, e dove con forti muraglie reticolari, finché giunta ad una rupe inaccessibile presso la vecchia torre di Citarola, passava per una grotta, aperta a forza di scalpello. Quindi appicca vasi mirabilmente nelle falde del promontorio detto lo Scarpone, dove anche vedesi aperta nella viva roccia, e sostenuta da muraglie sopra orrendi precipizii sul mare. E di là piegando a sinistra, metteva dolcemente nel piano, dove sono antiche fabbriche e conserve d’acqua, di un ostello forse pe’ viandanti. Più oltre serpeggiava dentro terra pe’ colli di Gaeta, donde passava a Casalarga e a Capoti gradi, dove formava un quadrivio, girando a destra verso il porto di Formia. Un altro ramo scendeva alla marina di Conca, che dal porto stesso menava alla città, ed un altro in fine a sinistra univasi coll’Appia presso la Villa di Cicerone. E a breve distanza del sito di Casalarga nella Via Fiacca metteva un’altra strada, la quale scendendo dalla collina dell. rena rossa usciva all’altra di Calegna, ch'era nel principio della spiaggia di Gaeta (2781).

Un altro ramo dell’Appia correva da Forma a Minturna per le deliziose spiagge di Gianola e di Scaroli, celebri l'una per un tempio di Giano, e per la villa di M. Emilio Scauro l’altra, da cui presero il nome. Era il tempio, non ancora distrutto nello scorso secolo, fondato sul piano di una piccola rupe che sporgo al mare, ed avea bagni e conserve d'acqua all'intorno. I secoli non hanno neppur cancellate le grandi reliquie della villa del Console romano, le quali ben si riconoscono in una lunga muraglia di quadroni di travertino, in sette lunghissime arcate, e negli argini fatti nel mare per ridurre quell’amena spiaggia in forma di sicuro porto. Presso alla collinetta che le sovrasta, era una cappellina colla sua nicchia, dedicata forse a Nettuno. La detta strada del resto metteva nell’Appia presso il Ponte di S. Croce, dove riunivasi un’altra via che conduceva ad Ausona e di là ad Interamna univasi colla Via Latina. Questa via, da Cicerone celebrata per le sue delizie, era detta Erculanea(2782) dal tempio di Ercole, supposto nella città di Ausona, o piuttosto sopra essa strada tra questa città ed Interamna, perché ed Ausona era già distrutta fin dal 418, e l’Augustale M. Procilio Massimiano in nome del figliuolo, triumviro à’Interamna, al nume dedicava il seguente marmo votivo, ora nella chiesa della vicina terra delle Fratte (2783):

HERCVLI SACRO

NOMINE

M. PROCILIO

ΜΑΧΙΜΙΑΝΟ

IIIVIR. INTE

RAMN. LIREIS

IVRIS DICVNDO

M. PROCILIVS

AVGVSTALIS

PATER

Oltre di quest’ultimo ramo di strada, un altro ancora congiungeva Fondi a Fregelle, e se ne ravvisano appena i vestigi ne' piani di Lenola, ove conservasi in una vistosa ampiezza, ed avanzi ancora se ne osservano a breve distanza da Pontecorvo.

Passato il ponte Tirezio sul Liri presso la città di Minturna (2784), la Via Appia dopo IX miglia antiche conduceva a Sinuessa (2785), quasi nella direzione stessa, come dimostravano i ruderi, della regia strada che dalla foce del fiume nel 1568 il Viceré Duca d’Alcalà apriva alla volta di Napoli. Oltre di questo tratto dell’Appia, del quale nel passato secolo si ravvisavano i vestigi nel luogo detto Olivella ed alla Torre de' Bagni alle radici del Massico, due miglia di la di Mondragone, un’altra strada antica ricordasi del pari per la falda del monte stesso presso il villaggio di Piedimonte, la quale perdevasi nella contrada di Contogaro, ove per le molte reliquie di antichi edifizii alcuni scrittori situano la città di Vescia, o piuttosto Erbano, se la detta città è da riconoscere con altri nella pianura di Majano. E dalla detta contrada dell’Olivella un’altra strada pur si partiva dell’Appia, la quale pe’ distrutti villaggi di Quintola e di Derola, e più oltre pel sito di S. Terenziano sopra un magnifico ponte antico di XX archi, detto Ponte Ronaco, menava a Suessa. Essendo questa la più notabile fra tutte le strade, per le quali colle città vicine comunicavano i Suessani, sembra quella che in lor beneficio apriva l’Imperatore Adriano, come è noto dalla seguente lapida che leggesi a Sessa:

IMPER. CAES.

DIVI TRAIANI

PARTHICI FIL.

DIVI NERVAE NEP.

TRAIANI HADRIANI

AVG. PONTIF, MAX.

TRIB. POT. VI. COS. III

VIAM SVESSANIS

MVNICIPIBVS

SVA PEC. FEC.

Un’altra strada ancora dall’antico ponte Tirezio e lungo la sponda del Ziri conduceva a questa città, la quale quasi a mezzo il suo corso in due rami dividendosi, uno di essi per la falda del monte Ofelio riunivasi con quella che passava sul ponte Ronaco, e l’altro che prima di giugnere alla città spartivasi per altri luoghi; e pel villaggio di Panie e su per le falde del Gauro, dove più sorprendenti ne restavano gli avanzi, andava a congiungersi fra Teano e Casino colla Via Latina. Quella strada istessa nel diramarsi a destra per condurre a Suessa, svolgeva anche a sinistra per menare alla città di Vescia nella pianura di Majano sotto il villaggio di Auruncolisi. A qualche distanza da quelle rovine si veggono i ruderi di un ponte per passare ad altri luoghi ed agli antichi bagni ora detti di Sujo, non meno celebri di quelli di Sinuessa. Da Suessa in fine un’altra strada usciva, sulla quale si rinvengono i sepolcri della città, e che per le contrade di S. Sevile, S. rigata, il villaggio di Cascano, e per un luogo da qualche antico monumento detto Cento finestre conduceva a Teano (2786). Tante strade, tutte di grossi macigni di selce, o di pietra viva, che in breve estensione di paese pel traffico delle mentovate città aprirono i Romani, un’assai vantaggiosa idea ci porgono della nostra civiltà antica, che più secoli non hanno ancor pienamente ristorata dopo la barbarie del medio evo.


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XII. AGRO SIDICINΟ

I. Corografia dell’Agro Sidicino. —II. Origine e vicende de' Sidicini. III. Topografia de' Sidicini. § unico. Teano Sidicino,


Come nella parte occidentale delle vulcaniche colline di Rocca Monfina abitarono gli Aurunci, così nelle alture orientali si stabilirono i Sidicini. Molto angusto fu perciò il loro agro, essendo compreso in quello soltanto di Teano, unica città che si avessero, tuttoché è da credere che, non altrimenti de?tempi nostri, ne' quali da quindici villaggi è circondata, di paghi e villaggetti non mancassero, de' quali per la piccolezza gli antichi non tennero ricordanza. Così, oltre alla grande popolazione di Teano, intender possiamo di leggieri come raccor potettero un grande esercito nel 421 dopo che furon combattuti co’ Latini (2787). Livio dice ancora che negli antichi tempi appartenne loro la città di Fregelle (2788), e tanto più suppor si potrebbero nel loro dominio le più vicine città di Suessa e di Cale. Ma quella fu forse una città di conquista, e questa lo stesso storico ricorda come città degli Ausoni. Se non che, o Livio ingannavasi nell'attribuirle a questi popoli, e se ne avrebbe una pruova nella invasione che vi facevano i Romani quando furono in guerra co Sidicini (2789), o si debbono almen supporre ad essi tolte sin dalla prima guerra, per la quale ricorsero all'aiuto della Repubblica. Perché, quale altra esser potette la cagione della guerra che nacque tra due popoli, se non fu quella che i Sidicini invadevano le più vicine città degli Aurunci? Ma, lasciando stare tali conghietture, ed ai confini limitandoci noti dalla storia, vicini degli Aurunci da un lato, e de' Campani dall’altro, stendevasi l’agro Ad Sidicini nelle valli e ne' colli limitati al sud dal territorio di Calvi e di Sessa, e all’est e nord da' monti di Venafro. Oltreché tali confini sono ivi posti dalla natura, Livio dice che Annibale dopo di Cale pervenne nell’agro Sidicino (2790), e che tale confinazione si serbasse sin ne' tempi dell’Impero apparisce da Strabone e da Seneca, comeché allora i Sidicini andassero compresi nella Campania. Ragionando il filosofo de' confini deprivati, adduce in esempio quelli de' Teanensi o de' Campani (2791), e Strabone ci additò il vero punto di divisione tra’ Caleni e i Sidicini in due templi della Fortuna, situati l’uno verso Cale, e l’altro dalla parte di Teano nel mezzo della Via Latina (2792), punto che ora corrisponde nel sito di Torricella, secondo i moderni topografi (2793). Se non che, quando i Sidicini ebbero distrutta Aurunca, nelle fertili pianure di questa città, che sono quelle di Francolisi, si distesero (2794), e aggiunsero perciò al proprio dominio una parte della sinistra sponda del Liri al di sopra di Minturna. Oltre le quali autorità, poiché nelle circoscrizioni delle nostre diocesi quelle si rinvengono spesso delle nostre regioni autonome, i limiti dell’antica diocesi di Teano servir ci possono di guida a conoscer l’ampiezza dell’agro Sidicino Or da' naturali confini di questa diocesi, nonché da' paesi in essa compresi (2795), de' quali Teano e Mignano, Rocca Monfina e Rocca Romana segnano i punti opposti ed estremi, egli sembra che da una parte le contrade comprendesse al di sopra di Teano verso i confini della Campania, segnati da' monti di Venafro e dal corso del Volturno; dall’altra verso la regione Ad Volsci si distendesse al di sotto di Casino, nelle terre che ne divideva prima il fiumicello Bantra colla metà del suo corso, poi il fiume Liri dal lato del bosco di Mortula, e di là abbracciando più oltre le pertinenze di Rocca Monfina.

II. I Sidicini, non altrimenti de' popoli confinanti, Aurunci, Volsci e Campani, furono di stirpe osca (2796), e nell’osco idioma un patrio archeologo rinviene la spiegazione del lor nome, o dell’aggiunto piuttosto della loro città primaria, col quale dall'altra omonima si distingueva ch’era nell'Apulia. Tal nome accennerebbe, a giudizio del Jannelli, alla sede della giustizia (SIDIKI-NU-TZDIQ-NU), o del tribunale che vi sedeva (2797), ed altri scrittori con diversa etimologia il nome di Sidicini derivano da Sydic (2798), noto nelle eroiche e mitiche tradizioni della Fenicia, e lo stesso che Fta, Efesto o Vulcano, nella mitologia primitiva padre de' Cabiri (2799); e di tale derivazione avrebbesi una ragione nel suolo vulcanico di questa piccola regione, la quale appartiene e si collega in questo al sistema geologico della vicina contrada degli Aurunci. Non pochi nomi ancora de' popoli italici fanno chiaramente risovvenire l’Oriente, e quello Sidicini ricorda i Sidici, i quali tennero il mezzodì della Coromitrena, confinante coll’Elimaide (2800). Il perché, se non presero il lor nome dal lor culto cabirico, da' Pelasgi diffuso nelle nostre contrade, considerar si potrebbero come una tribù de' detti popoli, passati in Italia con gli Elimei della Macedonia, i quali Ellanico Lesbio poneva prima degli Ausoni espulsi dagli Enotri e costretti a trapiantarsi nella Sicilia (2801). Oscura quanto mai è la storia de' primi tempi, e nella oscurità della origine de' popoli e de' nomi loro, io non credo opera perduta il rischiararle quanto si può colle conghietture che la stessa storia ci porge e la geografia.

Le prime memorie de' Sidicini cominciano colle invasioni de' Sanniti. Pacifici possessori da remoti tempi dell’agro, in cui li riconosce la storia, e dove indipendenti si reggevano dagli altri popoli di stirpe osca, non sì tosto i Sanniti da conquistatori si avanzavano dal Volturno superiore verso del Liri, ch'erane invaso il contado, poiché offerivasi geograficamente come la prima preda a' conquistatori. Disperando delle proprie forze, chiedevano aiuto a’ Campani. Ma questi, snervati dall’abbondanza e dalla prosperità del paese, arrecando più tosto un nome, dice Livio, che un aumento di forze agli alleati, furono nel 412 facilmente sconfitti presso Teano (2802) dal popolo bellicoso, il quale più ampii dominii andava ricercando alla cresciuta popolazione.

Adescati dalla conquista del ricco e fertile contado di Capua, combattendo i Campani) ad altro tempo avevano i Sanniti rimesso le ostilità eia conquista contro i Sidicini) e nella pace che con essi conchiusero i Romani dopo la guerra che ne provenne, fu fatta lor facoltà di soggiogarli. Veggendosi così senza soccorso e lasciati in balia de' più forti, i Sidicini chiedevano aiuto alla Repubblica, e disdegnandone Roma la dedizione, si collegavano co’ Latini: ma toccò loro la sorte stessa che comprimi alleati, perché due volte con essi furono debellati, alle radici del Vesuvio ed a Trifano nelle vicinanze di Sinuessa (2803). Rivolsero allora le armi contro gli Aurunci, i quali si erano già dati al Console di Tito Manlio, e che, diroccata la loro città, si salvarono a Suessa (2804). Combattuti poscia nel 419 da Consoli L. Papirio Crasso e Caio Duilio con gli Ausoni di Cale che, diversamente da' propri connazionali, si erano contro Roma collegati co' Sidicini, comeché indi a due anni contro di essi traessero l’esercito i Consoli M. Valerio Corvo e M. Atilio Regolo, pur nessun'azione di guerra ci vien ricordata da Livio. Né certo nel 421, quando alcuni scrittori credono in tutto finite le ostilità fra' due popoli, essi furono sottomessi. Perché Livio dice solo che i Consoli Tito Veturio e Spurio Postumio, dando il guasto alle campagne, s’innoltrarono fin sotto le mura della città; e l’apparecchio del grande e numeroso esercito de' Sidicini, per fare l'ultimo sperimento della loro fortuna, non meno che le turbolenze e la peste sopravvenute in Roma, furori cagione che si ritardasse l’assedio e la soggezione di Teano. Ma quando avvenissero non si sa dire, perché appena è noto da Livio che nel seguente anno l’esercito romano tuttavia occupava il contado Sidicino (2805); e degli storici patrii alcuni suppongono che la città alla fine cedesse prima del 439, quando finì la indipendenza degli Ausoni) i quali non agevolmente combatter si potevano senza prima sottomettere i Sidicini) altri si avvisano che senza combattere a quel torno di tempo si fossero dati a' Romani (2806). Né sembra che più oltre del detto anno riportar si dovesse la loro soggezione, perché nel 454 è memoria di un’armata consolare a traverso del loro territorio (2807). Con tali conghietture ha fine la più antica storia di questi popoli, de' quali diremo le restanti vicende nella seguente descrizione della grande città che abitarono.

III.-TEANO SIDICINO (Τέανον Σιδικηνόν)

Dopo III miglia da Cale e VI da Suessa sorgeva sulla Via Latina (2808) e presso le fonti del Savane la città di Teano, della quale non è facile spiegare il nome, pel disparere degli etimologi. Perché il Mazocchi, tuttoché senza alterazione l’origine ne rinvenisse in diverse radici ebraiche, pure fu incerto se alle gregge, ai fichi, o alle macini propriamente si riferisse (2809). Altri lo ripete piuttosto dal greco dia, dall’ampia veduta che apresi all'occhio dal di lei sito elevato, e secondo questa etimologia avrebbe avuto un nome identico alla città di Θέα nella Laconia (2810), donde poi con voce derivativa sarebbesi detta Teano. Ma il Jannelli, che non dal greco, sì bene dall’osco, al pari del nome degli abitatori, quello deriva della città, inclina a crederlo identico all’orientale Dian tribunale; così che non da altro sarebbe stata nominata, che da una delle sedi giuridiche degli Osci (2811). Più analoga all’idioma de' Sidicini, nonché al nome arcaico della città, è questa etimologia, ed a rischiarare il nome di TIAN VR o TVANVR, qual si legge nelle medaglie, ricorderò ancora che popoli omonimi furono nella Paflagonia, dir voglio i Tiani (2812), o gli abitatori della città di Tios, colonia de' Milesii, e distante XXVIII miglia antiche da Eraclea Pontica (2813). Fu questa denominata dal suo culto di Giove ἐκ τῶ τιμᾶν τὸν Δία (2814), ed il suo nome gentile fu Tiano, identico a quello di questa città nostra; talché chi non vorrà ammetterne l’orientale derivazione, senza più dovrà starsene alla greca.

Ma, cheché altri vorrà dire di tali conghietture, quanto alle vicende di questa città insigne, dopoché colla forza, o di spontaneo volere ebbe riconosciuta la supremazia della Repubblica, soggetta alle sue leggi, ne seguì la varia fortuna nelle guerre contro Annibale, il quale saccheggiavane il territorio quando moveva alla conquista di Capua (2815); e poiché, come le altre città vicine, non è nominata nelle grandi fazioni della guerra sociale, a ragione si crede dal più degli scrittori già prima divenuta municipio. Augusto vi dedusse poscia una colonia di veterani, come apprendiamo da Frontino e dalle seguenti epigrafi (2816):

1.

PVB. COL, CL. FR. TEA.

2.

IMP. CAES. D. F. AVG

PONT. MAX. TRIB. POT. XX.

COS. XIII.

DESIG, XIV. PATR. PATRIAE

COL. CL. FIRMA. TEAN.

Essendo ignota la ragione dell’uno de' titoli di questa colonia, e se abbia a leggersi Claudia, perché della tribù di questo nome, oppure Classica, come quello della vicina città di Suessa, l’altro di Firma sembra derivato da qualche segnalata azione di guerra de' veterani che la composero. Certo è che dalle addotte testimonianze, e di Frontino e delle iscrizioni, dedur non si possono due deduzioni di colonie, come si persuade lo storico di Teano (2817).

E per dire de' monumenti che, oltre delle sue memorie illustri, ce ne dimostrano la celebrità e la grandezza, i più notabili sono le sue medaglie di argento e bronzo, di molto bella fabbrica, e colla leggenda in caratteri osci e latini. Le più antiche, de' Sidicini autonomi, e di argento, hanno una bella testa di Ercole, e la veloce triga della Vittoria nel rovescio. In quelle di bronzo sono i tipi delle città campane, la testa di Apollo, ed il Toro a volto umano, in alcune coronato dalla Vittoria; e così le une come le altre portano l’epigrafe in osco retrogrado TIAN VR, TVANVR, TIANVR e simili. La più importante è quella che nel rovescio ha il nome anche retrogrado del popolo, SIRICINV. Quelle colla leggenda latina TIANO si reputano della città divenuta municipio, o colonia romana, ed hanno anch’esse tipi simili a quelli delle città vicine, la testa di Pallade, e nel rovescio un gallo ed una stella (2818).

I templi inoltre di Giunone, di Cerere e della Fortuna, i soli de' quali abbiasi memoria in questa città, che altri ancora ebbe ad averne sacri a Pallade, Ercoleed Apollo, se così può supporsi dalle riferite medaglie; e l’Anfiteatro, il Circo, il Teatro e le Terme, di cui i ruderi ci danno testimonianza e le lapide, ci dimostrano verissima la rimembranza che lasciavano Strabone di città raggguardevole, e delle più importanti dopo Capua nella Campania (2819). Il principal culto vi otteneva Giunone Populonia, adorata del pari nell’antichissima città di Lanuvio, città greca di origine, a crederne l’antica tradizione, che ponevala qual prima città fondata in Italia da Diomede (2820); e questa identità di culto non sarà senza significato, comeché ignoto, nella storia delle due città e nelle comuni relazioni di origine di entrambe da greche colonie de' primi tempi. Ma, senza che sappiasi in qual sito di Teano fosse stato il tempio di Giunone, ecco le iscrizioni che col suo culto ce ne rammentano alcune sacerdotesse (2821):

VITELLIAE. VIRGILIAE. LIPSIAE

MINISTRAE SACRORVM

FILIAE PRESIDIS IVNONIS POPVLON

C. VIRGILIA LIPSIA MATER

L. D. D. D.

NONIAE. PRISCAE. SACERD

IVNON. POPVLON

A. NONI. DIOPHANI II. IVR. QQ

PONT. EQVIT. ROM. FILIAE

Η. ΝΟΝΙ PASSIENVS CLEORVLVS

FILARCIVS FELIX FRATRES

ET AVREL. TRIBETRINA MATER

D. D. D.

Quest’altra epigrafe ci ricorda del pari una sacerdotessa ed il culto di Cerere:

STAIA M. F.

PIETATI

SACERD. CERER

PVBL. PRIMAE

L. D. D. D.

E la seguente quello d’Ercole Vincitore, e gli spettacoli gladiatorii dell’Anfiteatro (2822):

HERCVLI VICTORI

SAC.

…..O S..P..Q

LVCILLAE AVG. LIBER

......GLAD. MVN.....

I... Ν....DE

TEAN..

L. D. D. D.

Sorgeva inoltre il tempio della Fortuna, come abbiam detto coll’autorità di Strabone, sulla Via Latina, e fuori di Teano verso la città di Cale (2823). A breve distanza ancora dalla città odierna veggonsi all’est i pochi ruderi dell'Anfiteatro, una volta nel perimetro dell’antica, e nel quale Lucilla, libertà di Augusto, dava a' Teanensi lo spettacolo gladiatorio ricordato dall’addotta lapida. Ed anche fuori di Teano tuttavia ritiene il nome di Circo ciò che avanza di quest’ultra pubblica opera della città antica, della quale non rimane che una metà tutta rovinata, e che dalla spina alle pareti dà uno spazio di 300 palmi. Una statua bifronte vi fu scoperta e la seguente epigrafe (2824):

.... VMIDIVS M. F.

APOLLODORVS

THERMAS

.. CIRCENS. ET LVD

N.... D

.... ΙΙΠ. KAL. APR.

ALERIO

IANO COS

Questa iscrizione, oltre de' giuochi circensi dati da Apollodoro al popolo Teanense, e forse ancora de' ludi scenici, e però del Teatro della città, ci ricorda anche le terme di Teano, delle quali è pur memoria in Aulo Gellio (2825). Da queste terme sembra diverso il Bagno Ciadiano, di spettanza a qualche privato cittadino, e comperato 55,000 sesterzi! dal Collegio degli Augustali, secondo quest’altra lapida (2826):

S. C. BALNEVM. CLODIANVM

EMPTVM. CVM. SVIS. AEDIFICIIS

EX. PECUNIA. AVGVSTALI. H-S

Q MINVCI

C AVRELL

C ALSCIDl

Μ HEKENNI

M CAED1

M OVINI

HILARI

SVAVIS

NEPOTIS

OPTATI

CHILONIS

FAVSTI

Era Teano situata, come abbiam detto, sulla Via Latina, la quale da Casino volgeva verso i monti Sidicini, e dopo XVI miglia (2827) vi entrava per la porta di Marte, e traversando la città, ne usciva per l’altra della Rua. In tutto il tratto da Rocca di Evandro sino alla città non ne mancano tuttora le sparse reliquie con rovine di ostelli, o di sepolcri; ed oltre questa grande strada, altre minori anche ne uscivano alla volta delle città vicine. Una di esse menava ad Alife, uscendo, come si crede, dalla porta poi detta di S. Nazario, e correndo pe’ castelli di Riardo, Rocca Romana, Baja e Latina. Una terza strada pel Circo, l’Anfiteatro, il fiume Saone conduceva verso Torricella a Casilino. Un’altra ancora menava ad Urbana, e da questa dirama vasi una quinta, la quale tirando verso il Rio Persico e ’l Campo Stellate, congiungevasi coll’Appia a Sinuessa. Una sesta vi veniva pel villaggio di Cascano dalla città di Suessa, e fu quella stessa che lastricava l’Imperatore Adriano, al quale i Teanensi, come i vicini Suessani, ponevano riconoscenti questa lapida (2828):

IMP. CAESARI

DIVI TRAIANI PARTHICI F.

DIVI NERVAE NEΡΟΤΙ

TRAIANO HADRIANO AVG

PONT. MAX. TRIB. POT. XIII

COS. III. P. P.

ΟΡΤΙΜΟ ΜΑXIMOQ. PRINCIPI

TEANENSES

D. D.

Una settima strada in fine, la più angusta di tutte, dall’ovest declinando verso il nord, pel villaggio di Tora, il monte Atano e le radici delle vicine eminenze menava ad Aurunca (2829). Nel corso delle descritte strade si sono scoperti e sepolcri e titoli sepolcrali; ma sembra che la necropoli della città fosse stata propriamente nel sito della Gradavola e delle Anticaglie (2830), dove i più grandi avanzi di sepolcri si sono rinvenuti. —Celebrarono gli antichi le acque acidule medicinali di Teano (2831), ora dette delle Caldarelle dal bollire che fanno nella sorgente alle radici del monte Luccaro, a destra dell’antica Via Latina, e fuori la porta di Marzo della città odierna. Ed altre acque minerali e termali rampollano ne' vicini colli, dove i Teanensi ebbero i loro bagni, riconosciuti sulla strada che mena ad Alife nel sito detto Bagno nuovo (2832), dove appariscono gli avanzi di un grande edifizio, e si sono trovati diversi condotti di marmo, di mattoni e di piombo.

Compito questo primo viaggio topografico dal Tronto sin oltre il Garigliano, compiremo col secondo volume la rimanente descrizione delle nostre regioni antiche dal Volturno allo stretto siciliano, e di là per la Magna Grecia, la Japigia e l’Apulia propriamente detta, dove avrà termine la nostra corografia e topografia.

FINE DEL PRIMO VOLUME.


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AGGIUNZIONI bE CORREZIONI

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NOTE

(1) Grimaldi, Annali del Regno, Epoca II, t. Ili, p. 317 nota.

(2)Plutarch. Parall. 5. — Schol. Pindar. p. 216.

(3)Id. ibid. 7, 29,40, 42.

(4)Id. ibid. 3,10,?3.

(5)Id. ibid. 20, 37, 38. —Doroteo fu Ateniese, ed è citato anche da Ateneo (VII, p. 276). Stobeo cita il suo primo libro delle cose sicole (Serm. CXLVIII, p. 511), ed Euschio il quarto delle cose italiche (Praep. evang. IV, p. 157). Flegonte loda pure la sua storia (De mirab. c. 26).

(6)Id. ibid. 26, 14,13, 8, 28.

(7)Diodor. Sic. XVI, p. 418. — Athen. IV, p. 155; XIII, 593. — Harpocrat. v. Αριστίω.

(8)Vedine gli avanzi nella raccolta de' rammenti degli antichi storici greci del Muller. Parigi, Didot 1840.

(9)Athen. ΧΠΙ,ρ. 530.

(10)Athen. XII, p. 441.

(11)Suidas, v. Epiro. —Steph. Byz. V. Feria.

(12)Vit. Pvthag. p. 4.

(13)Athen. VII, 321; VIII, 331. — Cf. AElian. XI, 20. —L’Ebert ne ha raccolti i frammenti nel vol. I delle sue DISSERT. SICULAE, Regimontii Prussor. 1825 in 8.°

(14)Diog. Laert. inscldu. 48. — Plin. XX, 2. — Antigon. Carisi. Hist. mir. c. 150.

(15)Athen. XIII, p. 541. —?E lodato da Cicerone come storico accurato (Ad. Alt. VI, ep. I), e J. G. Hulleman ne ha di recente raccolti i frammenti (Trajecti ad Rhen. In 8.°)

(16)Dionys. Balie. I, 63. —Festus, v. Romam.

(17)Cic. De Div. 1,24.

(18)Athen. XIII, p. 577.

(19)De mirab. p. 86,

(20)Plin. Hist. Nat. XI, 45.

(21)Tatian. Or. ad Graec. p.105.– Cf. Clinton, Fasti Hellenici, p. 381.

(22)Zenob. Adag. III, 42, p. 64. Cf. Suidas, v. Ιππυς. –Steph. Βyz. ν. ᾿Αρκάς.–Schol. Apoll. IV, 262.– Athen. I, 31. –Porphyr., De vit. Pythag.

(23)Suidas, v. Ιβυκως.

(24)Harduin. Ind. Auct. ad Pl. 1. I.

(25)Diodor. Sic. XV, p. 507.

(26)Schol. Apollon. IV, 324. –Cf. Preller. Polem. Fragm.

(27)Steph. Byz. v. Αρκάδες et Aparμὸς.–Macrob. Saturnal. I, 9.

(28)Athen. IV, p. 149; Х, р. 438– Plutarc. in Timoleont.–Diod. Sic. XV, p. 476.

(29)Plutarch. in Romul.

(30)Suidas, v. Νικανδερ.–Steph. Byz. v. Αθως et Ζάγκλη.

(31)Steph. Βyz. v. Ανθιον et Οξύβιοι. Cf. Suidas, v. Ασινιος.

(32)Diod. Sic. III, p. 149.

(33)Phot. Bibl. p. 548. -Athen. IV, 168; VII, 297.

(34)Suidas v. Καλλιμάχος.

(35)Strab. II, p. 309. Schol. Apollon. IV, 983.

(36)Athen. VIII, 332.

(37)Cic. De Div. I, 24.

(38)Macrob. Saturn. I, 7.

(39)Cic. De Orat. II, 12, 13. – Sen. Epist. 114. Dio Cass. LVIII, р. 638. – Sen. Controv. XIV, p. 127. – Festus, v. Mamertini.

(40)De Hist. graec. t. IV Opp.

(41)Comment. Auct. quos ad test. vocat Stephanus, in fin. Steph. Byz. p. 753 seqq.

(42)Index Auct. ad Plin. lib. I.

(43)Defontib. et auct. hist. Diodori, ed. Diod. Bipont.

(44)Index Auct. in Athen.

(45)Lyd. De Magistr. proœm. – Jannelli, Tentam. ermeneut. in etrusc. inscr. p. 55.

(46)Dionys. Halic. I, 1, 13; II, 1. – Plutarch. in Romul. in princ.

(47)Omero fiorì secondo Eforo ed Apollodoro, citati da Eusebio, regnando Agrippa presso i Latini (Euseb. Chron. ad ann. MCX, р. 106.

(48)Cic. in Brut. p. 174. – Ælian. Var. Hist. XI, 2. – Sext. Empir. Adv. Mathem. I, 10. – Tatian. Orat. ad Graec. in fin. – Theodoret. Therap. XI, p. 28, 29.

(49)Winkelmann, Storia dell'arte, t, III, p. 223. – Heyne, Opusc. V, р. 408. – К. О. Müller, Die Etrusker I, 258. – Letronne, Lett. d'un antiq. à un artiste, p. 31.

(50)Plin. Hist. nat. XXXIV, 16.

(51)Plin. Hist. nat. XXXV, 5, 43. – Cf. Dionys. Halic. III, 46. – Cic. Tuscul. Quaest. V, 37. – Schol. Apollon. IV, 1212.

(52)Cic. De Nat. Deor. I, 29.

(53)Liv. XII, 8.

(54)Festus, v. Romam.

(55)Athen. XII, p. 528. – Pausan. Phocic. c. 12. Cf. Ebert, Dissert. Siculae, t. I, p. 15. – Müller,Adnot. in Fest. v. Romam, p. 267.

(56)Liv. X, 38.

(57)Fronton. Opp. IV, 4; p. 100 ed. Maio.

(58)Virg. Æn. VI, 848 – 54.

(59)Salmas. De lingua ellenist. p. 362.

(60)Dionys. Hal. I, 12. – Per le altre città di Larissa, cominciando da quella della Tessaglia, vedi Stefano Bizantino (ν. Λαρίσσα) con gli annotatori di questo geografo, il Pinedo, l'Holstein e 'l Berkley, e lo Scoliaste di Apollonio (Argonaut. I, v. 40), Eustazio (ad Iliad. B, p. 357 – 58), Suida (v. Πίασος) e Cirillo (Contra Jul. Ser. Χ, p. 342).

(61)Scymn. Ch. Perieg. v. 216 segg. – Dionys. Hal. I, 9 – 17. – Dionys. Perieg. v. 347. Cf. Eustath. ad e. l. – Charax ap. Steph. Byz. v. Δώριον. Berkel. – Diod. Sic. XIV, p. 453. – Varro ap. Macrob. Saturn. 1, 7. – Plin. H. N. III, 5, – Cic, De Div. I, 1.

(62)Steph. Byz., ν. Πραιτετια.

(63)Polib. III, 88. —Liv. XXII, 9.XXVII, 43.

(64)Ptolem. Geograph. III, p. 66. ed. Bert.

(65)Plin. III, 18. Ab Aterno amne, ubi nune Ager Adrianus, et Adria colonia Flumen Vomanum: ager Praetutianus, Palmensisque. Item Castrum novum, flumina Albulates, Salinum, Helvinum quo finitur Praetutiana regio, et Picentium incipit. Fra le tante e disparate lezioni di questo passo del geografo, uno de' pi guasti da' copisti, questa preferisco, la quale sembrami meno discostarsi dalla vera. Veggane del resto il leggitore l'illustrazione nell'opera del Brandimarte (Plinio illustrato nella descrizione del Piceno), il quale segue una ben diversa sentenza.

(66)Palma, Storia della Diocesi aprutina, p. 6.

(67)Plin. III, 19. p. 167. ed. Lemaire. Siculi et Liburni plurima eius tractus tenuere, in primis Palmensem, Practutianum, Adrianumque agrum. Umbri eos expulere, hos Etruria, hane Galli.

(68)Schol. Homer. Odyss. XVIII, v. 85. Questo comentatore nomina re de' Sicoli Echeto, il quale secondo il citato luogo di Omero regnava a Bucheta città della Caonia, contradanota dell'Epiro.

(69)Serv. ad Æn. I, v. 537, Italus Rex Siculorum profectus de Sicilia venit ad ea loca, quae suntjuxta Tiberim. Il Brandimarte (Descriz. del Piceno, p. 8.) stima che qui sotto il nome di Sicilia debbasi intendere il Piceno, perchè suppone che i Sicoli da questa contrada passassero nel Lazio; ma non vi essendo alcuna testimonianza per la quale possiamo affermare chela costa dell'Adriatico, nella quale furon compresi i tre agri, si nominasse Sicilia, è manifesto che Servio accenna alla patria primitiva de' Sicoli, cioè alla Caonia, detta anche Sicilia.

(70)Ptolem. Geograph. II, p. 59. Plin. III, 26; p. 200.

(71)Georgius, Divus Paulus naufragus, pag. 192.

(72)Antioch. ap. Dionys. Archæol. 1,12.

(73)Plin. III, 10; p. 103. Pelasgi,Oenotrii, Itali, Morgetes, Siculi, Grae-сіле mаxіmе populi.

(74)Aristot. Meteor. I, 14.

(75)Il Freret nelle sue ricerche su' primi abitatori d'Italia pose primi i Liburni, secondi i Siculi (Oeuvres, t. IV, p. 181-188): ma non parendomi che senza autorità si possa sconvenire da Plinio, il quale i ditti popoli rammenta nell'ordine contrario, ho seguito l'indicazione di que-sto geografo. Quanto all'origine de' Sicoli, il Raoul-Rochette (Hist. critique des colon. grecques, t. I, p. 372) del resto conviene col Freret, sostenendo nondimeno che venuti fossero, non già per terra, ma si per mare.

(76)Philist. Siracus. ap. Dionys. I, 13.

(77)Palma, Op. cit. t. I. p. 9.

(78)Plin. III, 19; p. 167. Vmbrorum gens antiquissima Italiae existimatur... quod'inundatione terrarum imbribus superfuissent.

(79)Niebuhr, Hist. Rom. I. p. 131, сnota 430.

(80)Herod. IV, 49,

(81)Durandi, Degli antichi popoli d'Italia, p. 28,

(82)Strab. IV, p. 207; VII, p. 314.

(83)Scylax, Peripl. p. 224, ed. Gail.

(84)Steph. Β. ν. Ο΄μβρικοι.

(85)Frontin. De Colon. p. 118 e 123.

(86)Plin. III, 19; p. 170. Pelestini, Sentinates, ecc.

(87)Schol. Lucan. Pharsal. V. 460. Palaestina Epiri regio est. Questa contrada pigliava nome da Paleste città posta presso Orico e i Ceraunii, dove Erode edificò Nicopoli in onore di Ottavio, dopo ch’ebbe vinto Antonio e Cleopatra (Lydus, De Magistrat. III, 47). Le Furie vi avevano un tempio, le quali sono perciò dette Dee Palestine da Ovidio (Fast. IV, v. 236); e Lucano distinse anche quella spiaggia col nome di Palestina.

(88)Vib. Sequ. De flumin. Lucan. loc. Cit.

(89)Cacs. Bell. Civ. III, 13. —Cf. Liv. XXXI, 27 Dio Cass. XLI.

(90)Strab. VII, p. 316.Ptolem. p. 81.

(91)Plin. III, p. 167. Trecenta eorum oppida Thusci debellasse reperiuntur.

(92)Cluver. Ital. antiq., p. 744.

(93)Il Palma (Op. cit. t. I, p. 10) inpruova del dominio degli Etruschi ne' tre Agri adduce le medaglie Atriane, secondo lui, di etrusca fabbricazione, e le grotte che incontransi in tutto l'Agro Pretuzio, e segnatamente in Interamna, delle quali que' popoli, a suo giudizio, servivansi per sepolcri. Ma, secondo questo modo di vedere, dovremmo dire che Etruschi furono anche i Vestini, per non dire di altri popoli antichissimi, perchè le tre medaglie note di essi somigliano a quelle degli Etruschi; né veggiamo perchè quelle grotte non potettero servir d'ipogei anche a' Tirreni.

(94)Strab. V. p. 241.

(95)Heyne, Monum. Etrusc. Comm. Soc. Gotting. t. IV, p. 82.

(96)Sil. Ital. VIII, 445. Ante, ut fama docet,tellus possessa Pelasgis.

(97)Liv. V, 33.

(98)Polyb. II, 17.

(99)Id. II, 17, 18.

(100)Id. II, 19. Cic. De Senect. 4. Frontin. de Colon. p. 118. cd. Goes.

(101)Romanelli, Topografia t. III, 288. Palma, Op. cit. p. 17–21.

(102)Il Brandimarte più ampii confini dà a quest'agro, gran parte includendovi del Piceno, che dall'Esi stendevasi al Tronto (Op. cit. p. 123); ma senza contrastare all'opinione dello scrittore di questi difficili studi pur benemerito, le terre di là dal Tronto sono fuori de' nostri confini, e non cadono sotto la nostra descrizione.

(103)Romanelli, Op. cit. t. III, p. 288.

(104)Brandimarte, Op. cit. p. 130.

(105)Biondo, Ital. illustr. Reg. XII, p.142. ed. 1482. Palma, Op. cit. p. 22.

(106)Plin. Hist. nat. XIV, 8. Praetutia atque Ancone nascentia (vina), et quae a palma una forte enata Palmensia appellantur.

(107)Plin. III, 18. — Mela, II, 4. —Strab. V, p. 241

(108)Plin. III, 18, p. 163. Flumen Batinum, Truentum cum amne.

(109)Strab. V, p. 241.

(110)De situ Orb. II, 4.

(111)Plin. ΠΙ, 20; p. 173. Forum Clodii, Livii, Popilii, Truentinorum.

(112)Punicor. VIII, 432. Quique Truentinas serrani cum flumine turres.

(113)Balb. De Colon. Prov. Piceni, p. 118.

(114)Mozzetti, Delle officine porporarie di Truento.

(115)Baron. Annal. ad ann. 483. — Palma, Op. cit. t. V. p. 196. Da quel tempo il nome di questa città trovasi mutato in Droentum, non solo nelle carte, ma anche ne' codici e nelle antiche edizioni de' geografi.

(116)Palma, Op. cit. t. V, p. 196.

(117)Palma, Op. cit. p. 196.

(118)Tab. Peuntiger. segm. 6

(119)Il Catalani (Orig. ed antich. Fermane J. 6. ) fu il primo a distinguere Truento da Castro Truentino. Il Colucci (Antichità picene, t. VIII, p. 140) prima seguì il parere del citato scrittore, poi mutò contro la verità di opinione. Il Romanelli non ne fé motto, per averlo confuso con Truento; ma il Mozzetti (Op. cit. J ed il Palma (Op. cit. t. V, p. 196-201) hanno ben distinta la città dal suo emporio.

(120)Cic. ad Allic. VIII, epist. 18.

(121)Colucci, Op. cit. t. 11. — Cf. Mozzetti, Op. cit. p. 7.

(122)Palma, Op. cit. t. V, p. 198.

(123)Ercole, Diz. Topograf. della Prov. di Teramo, p. 142.

(124)Tab, Peutinger. segm. 5.

(125)Harduin. in Plin. IH, 18; p. 161 (nota 13).

(126)Delfico, Interamnia Pretuzia, p. 40. Palina, Op. cit. 1. 1, p. 21. — Il Brandimarte, distinguendo l'Elvino di Plinio dall’Herninum della Tavola, pose il primo nella Manocchia, che passava quasi nel mezzo di Cupra fuori de' nostri confini, ed il secondo nel Tardino (Op. cit, p. 16, 20, e 100); ma questa opinione sembra contraria alla detta Tavola Peutingerana.

(127)Palma, Op. cit, t. I, p. 21.

(128)Romanelli, Op, cit, t. III, p. 291.

(129)Plin. III, 19. Flumen vomanum: Ager Praetutianus... Helvinum quo finitur Praetutiana regio.

(130)Πραιτετια: Χωρίον ἀπο του Α'δρία. Steph. B. $. P.

(131)Statque humectata fremano Adria. Sil. Ital. VIII, v. 437.

(132)Palma, Op. cit. t. I, p. 159.

(133)Delfico, Interamnia Pretuzia, p. 2. — Cf. Bochart, Phaleg, p. 311.-Mazocchi, Diss. ad Genes. t. I, p. 185, 206.

(134)Polemone ap. Lyd. De Magistrat. ΙΙΙ, 16. Οι' γ Επειρώται, Σύρων ὄντες ἄποικοι

(135)Liv. XLII, 53.

(136)Polyb. XXXI, 11.

(137)Palma, Op. cit. I, p. 19. — Ercole, Diz. cit. p. 138.

(138)Chron. Carpinet. VI; ap. Ughell. Italia sacra, t. X. p. 375.

(139)Palma, Op. cit. p. 20. — Plutarch. in Crasso.

(140)Ptolem. Geograph. III, 6. Πραιτουτιών, οἱ εισιν ανατολικότερι Μαρτών, Βερέγρα. Cosi leggo col Cluverio il nome di questa città, invece di Βερετρα, come hanno le vulgate e-dizioni del greco geografo; giacché Plinio mentovò i suoi abitatori sotto il nome di Beregrani, e Veregranus nominò il suo Agro Balbo o Frontino. Ma il Palma ha creduto che Beretra fosse stato il vero nomedi questa città, ch'egli derivò da Bαραθρον, nel dialetto attico Βερεθρον, a cagione della sua situazione; perciocchè, secondo si è avvisato, un luogo dominava molto profondo, scosceso e paludoso, e che perciò nel medio evo,oltre al nome di Fano, quello ebbe ancora di Rocca delle padule (Op. cit. t. IV, p.131 ). Ma la congettura sul greco nome di questa città non ha altro fondamento che la sua supposta ubicazione. La presenza di greci abitatori nel Circondario di Nereto è meglio comprovata da' monumenti trovati in quella contrada, e lo stesso Palma non ne sconviene.

(141)Plin. III, 18. Intus Auximates, Beregrani.

(142)Frontin. De Colon. p. 108.

(143)Mozzetti, Bullett. Archeol. anno 1832, p. 153.

(144)Palma, Op. cit. t. I, p. 37.

(145)Brandimarte, Op. cit. p. 69.

(146)Plin. III, 18.

(147)Brandimarte, Op. cit. p. 16.

(148)Ughelli, Italia sacra t. I, p. 358. — Delfico, Op. cit. p. 39 (nota).

(149)Liv. XXXIV,45.

(150)Delfico, Op. cit. p. 49 e segg. — Romanelli, Topograf. III, p. 299 — Palma,

Op. cit. t. I, p. 22.

(151)Varro, De L. L. IV. Oppidum Interamna dictum quod inter amnes est constitutum. — Cf. Festus, v. Amnenses.

(152)Ptolem. p. 69.

(153)Plin. III, 17. p. 162.

(154)De Colon. p. 125. Teramna Palestina Piceni. Dimentico il Delfico degli Umbri Palestini o Pelestini, senza ragione contraddisse questa lezione (Op. cit., p. 11); ed il Romanelli segui la correzione dell'Olstenio, il quale nelle note all'Ortelio stimò doversi leggere Practutia in luogo di Palestina.

(155)Plin. III, 19; p. 171. Pelestini, Sentinates.

(156)Appian. Hannibal. VII, 10.

(157)Frontin. de Colon. p. 123. Hoc Conciliabulum fuisse fertur, et postea in municipiijus relatum.

(158)Festus, v. Conciliabulum.

(159)Cosi conghicetturail Palma (Op. cit. p. 23.) da una iscrizione trovata sul suolo di Castro tra le rovine di antiche Terme, e che in seguito riporteremo.

(160)Quorum (epigrammatum) nonnulla indicant Teramum martialem fuisse coloniam ductam a T. Taltajeno. Campani epist. IV ad Card. Papiens. p. 64, ed. 1493.

(161)Delfico, Op. cit. p. 121. Non è infrequente negli antichi monumenti la congiunzione de' nomi Municipio e Colonia, che sovente ancora si scambiavano, comunque fossero di molto diverso significato.

Sembra del resto che nel marmo si volessero indicare i Municipi, o Interamniti originarii, e i Coloni romani, che forse abitavano unitamente la città.

(162)Frontin. De Colon. p. 41. Sicut in Piceno fertur, Interamnitium Praetutianorum quandam oppidi partem Asculanorum fine circumdari.

(163)Delfico, Op. cit. p. 80 — Palma, Op. cit. t. 1, p. 24-30.

(164)Delfico, Op. cit. p. 114. — Palma, Op. cit. p. 57.

(165)Dionys. Halic. Archæol. III, 33.

(166)Jannelli, Tentamina Hierographiса, р. 9 — 12, 144 — 151.

(167)Virg. Æn. VIII, 564.

(168)Strab. V, p. 238.

(169)Niebuhr, Hist. Rom. t. I, p. 73. ed. Bruxelles.

(170)Liv. XXXII, 1. — Servius, ad Æn. VIII, 564.

(171)Ercole, Diz. cit. p. 140.

(172)Cluver. Ital. antiq. II, 12. — Camarra, De Teate antiq. p. 41. — Palma. Op. cit. p. 18. ecc. — Il solo Brandimarte si avvisa che fosse il Vibrata, sostenendo la lezione Vibatinum (Op. cit. p. 12).

(173)Itin. Antonin. p. 140, ed. Aldi — in fin. P. Melac. — Strab, V, p. 241. — Plin, III, 18. — Ptolem. p. 69.

(174)Tab. Peutinger. segm. 5.

(175)Liv. Epitom, XI,

(176)Vellej. Pat. I, 11.

(177)Cluver. Ital. antiq. p. 647.

(178)De Colon. p. 118, 121, 143.

(179)Id. ibid.

(180)Palma, Op. cit. t. 1. p. 31.

(181)Palma, Op. cit. t. I, p. 23.

(182)Cinnam. De reb. gest. Comnen. IV, p. 48. ed. Traject. ad Ren.

(183)Alberti, Descriz. d'Italia, p. 261. – Peranzoni, Antich. Picene, lib. I.

(184)Palma. Op. cit. t. I, p. 32.

(185)Palma, ibid. p. 35.

Palma, Op. cit. t. V, p. 208.

(186)Palma, Op. cit. t. V, p. 208. – La detta lapida si rinvenne presso Vallorina, a due miglia all'est di S. Omero, dove ora si conserva.

(187) Delfico, Op. cit. p. 73.

(188) Palma, Op. cit. L V, p. 206.

(189)Palma, Op. cit. t. V, p. 208.

(190)Ughelli, İtal. sacr. t. I, p. 375. Insuper trado supradictae Ecclesiae (S. Maximi) in Comitatu Aprutii, in loco qui Sanctus Flavianus vocatur, unum Portum... qui continet infra se quinque millia modiola inter terram, et aquam intra mare. – Cf. Palma, Op. cit. t. I, pag. 42.

(191)Id. ibid. t. I, p. 358. Ecclesiam S. Flaviani cum Castro, Portu, et omnibus pertinentiis suis.

(192)Palma, Op. cit. t. I, p. 43 c 126,

(193)Ercole, Diz. cit. p. 142.

(194)Hist. nat. III, 18. Adria colonia, Flumen Vomanum, – Punicor. VIII, 438, Statque humectata Vomano Adria.

(195)Strab. V, p. 241. Ptolem. III, 1.

(196)Holsten. Adnot. in Cluver. p. 735.

(197)Volaterrano, Geograf. VI, p.80, ed. 1506. – Delfico, Op. cit. p. 45.

(198)Strab. V, p. 222. – Plin. III, 8.

(199)Mannert, Geographie t. IX, p. 468.

(200)Romanelli, Op. cit. t. III, p. 318.

(201)Gattola, De orig. et progres. Jurisd. Monast. Cassin., p. 49.

(202)Palma, Op. cit. t. I, p. 103.

(203)Steph. B. v. Α'δρια ct Α'τρια. —Cf. su Jone illirico Theopomp. ap. Strab. VII, p. 316. —Schol. Apollon. Rh. IV, 308.— Autotep. ap. Tzetz. Ad Alexandr. v. 630.

(204)Justin. XX, 1. —Plin. III, 20. — Aurel. Vict. Epit. c. 14. — Paul. Diac. II, 29.

(205)Mazocchi, Collectan. VII in fin. Tab. Heracl. p. 528—532. —Questo dotto scrittore attribui con errore ad Adria una medaglia, nella quale lesse ΑΤRΕΥΣ in luogo di ArPΕΥΣ.

(206)Cluver. hai. antiq. p. 744.

(207)Delfico, Numismat. Adriana, p. 35-42.

(208)Steph. B., v. Α'δρια et Α'τρια.

(209)Strab. V, p. 213. —. Cf. Jannelli, Vet. Oscorum Iiiscript., p. 21.

(210)Sil. Ital. VIII, p. 438.

(211)Due soli tipi, dicono i ch. illustratori dell'AEs grave, dir si possono veramente propri degli Atriani, il rospo marino, e la scaгра, che veggonsi nel triobolo e nel diobolo di questi popoli.

(212)Strab. V, p. 228.—Plin. III, 18.

(213)Marchi e Tessieri, L'AEs grave del Mus. Kircheriano illustrato, p. 111—115, e Cl. IV, tav. II e III.

(214)Delfico, Op. cit. p. 61.

(215)Id. ibid. p. 52.

(216)Tzetze, ad Alexandr. Lycophr., v. 630. Etym. M. v. Α΄δριας.

(217)Wesseling. ad Diodor. t. II, p.13.— Cf. Raoul—Rochette, Hist. des colon. L. IV, p. 89.

(218)Liv. Epit. XI. — Plin. III, 18. —È memoria di questa colonia anche nella iscrizione che riguarda Castro. V. p. 22.

(219)Il Brandimarte (Op. cit. p. 46), citando Strabone, ha creduto che la testimonianza del geografo circa questo fatto si riferisca alla sola Adria, quando che riguarda in genere i Piceni abitatori della costa.

(220)Steph. Byz. ν. Α'δρια— Arist. Hist. Anim. VI, 1, p. 638. —Plin. X, 74,

(221)Cavedoni, Spicilegio numismatico, p. 12.

(222)Plin. Hist. Nat. XXXV, 46.

(223)Spartian. in vit. Adriani.

(224)Murator. Thes. Inscript. t. I, p. CLI.

(225)Tab. Peutinger. Segm. 5. – Itin. Antonin. p. 308, 310 ed. Wesseling.

(226)Paul. Diac. II, 19. Vetustate consumpta Hadria.

(227)Strab. V, p. 241.

(228)Tab. Peutinger. segm. 5.

(229)Colucci, Antichita Picene, p. 104 (nota 32).

(230)Strab. V, p. 241. Cf. p. 13 di questo volume.

(231)Cluver. Ital. antiq. p. 735. — Colucci, loc. cit. —Romanelli, Op. cit. t. III, p. 317.

(232)Palma, Op. cit. t. I, p. 43; t, V, p. 200.

(233)Ercole, Diz. cit. p. 137.

(234)Strab. V, te. 241. — Ptolem. p. 69.

(235)Cohicci, Op. cit. p. 7.

(236)Serv. ad AÉn. X. —Cf. Cluver. Ital. antic. p. 748.

(237)Lupuli, In mutil. vet. Corfin. Inscript. p. 78..

(238)Strab. VII, p. 324.

(239)Delfico, Op. cit. p. 43 (nota ).

(240)Annal. Camaldol. t. IV, p. 380 e 416.

(241)Pontan. Meteor. p. 134, ed. Aldi. Delfico, Osserv. su d'una parte degli Appennini, p. 17.

(242)Hoffmann, Osserv. geolog, nell’Antologia, ann. 1831, p. 36.

(243)Plin. III, 18.

(244)Liv. IX, 45.

(245)Polvb. III, 88. Liv. XXII, 9.

(246)Sil. 1 tal. XV, v. 508.

(247) Palina, Op. cit. p. 4749.

(248)Cluver. Ital. antiq. p.749. – Cellar. Notit. Orb. antiq. p. 610.

(249)Quando non vogliasi intendere in tal guisa il passo di Strabone, che ci addita questi confini, si potrebbe, come osservò il Du Theil (Géograph. de Strabon, vol. II, p. 244, nota 2), arguire d'inesattezza o contraddizione il geografo, giacché scrive che l'Aterno attraversa il paese de' Vestini, lasciando a destra i Marrucini.

(250)Strabone (V, p. 228) pone il paese de' Vestini come uno de' contini della Sabina.

(251)Romanelli, Op. cii. t. III,p. 247-248.

(252)Del Re (Op. cit. t. 1, p. 272 ). Questo scrittore vi comprende ancora il Circondario di Atri; ma l’Agro Adriano formò, come abbiam detto, un particolare e diverso distretto.

(253)Gentili, Quadro di Città di Penne, p. 114 118.

(254)Del Re, Descriz. de reali dom., t. II, p. 5970; 145, 153, 163.

(255)Strab. V, p. 241. Ουηςτινοί... καὶ Φρεντανοί Σαυνιτικὸν ἔθνος. Poiché da questo luogo sembra che il geografo derivasse da' Sanniti i soli Frentani, il citato comentatore francese sospettò che avesse scritto Σαυνιτικὰ ἔθνη, anziché Σαυνιτικόν ἔθνος, e secondo questa lezione i Vestini e gli altri vicini popoli sarebbero stati secondo Strabone, o la tradizione da lui seguita, di stirpe sannitica. Tali almeno si ha ragione di Tali almeno si ha ragione di giudicarli per le loro strette relazioni ed alleanze.

(256)Enn. Fragm. ed. Hessel. p. ISO. Marsa manus, Peligna cohors, estina virum vis — Cf. Niebuhr, Hist Rom t. I, p. 94.

(257)Juvenal. Sat. XIV, v. 180-181. O pueri, Marsus dicebat et Hernicus olim, Kestinusque pater.

(258)Polvb. II, 21.

(259)Liv. VIII, 29. Et erat genus ninne abunde bello Samnilibus par. Marsi, Peligni et Marrucini, quos si Kestinus attingere tur, omnes habendos hostes.

(260)Ital. antiq. p. 749.

(261)Festus, v. Peligni.

(262)Toppi, De origine Tribunal, p. 134 e 137. —Cf. Casella, De Aborigin. Passim.

(263)Delfico, Interamnia Pretuzia, p. 115.

(264)Dionys. Halic. Archaeol. II, 65.

(265)Creuzer, Religions de l'antiquité, t. II, p. 413.

(266)Dionys. Archaeol. II, 2.

(267)Toppi, Op. cit. p. 136. – Cf. Rogadei, Ital. Cistiber. p. 165. t. V. p. 162.

(268)Court de Gebelin, Monde primitif,

(269)Appian. Illyr. I, 2.

(270)Appian. Civil. I, 52. – E così pure Dioscoride, parlando dell'Aconito, dice nascerne in copia ἐν Ἰταλία εν τοῖς καλουμένοις Ουηστίνοις ὄρεσι. – Cf. Salmas. Exerc. Plin. t. II, p. 619, ed. Traject. Ad Rhen.-Con gravissimo errore Suida scris se Βεστίνοι, e spiegò questo nome dicendo, ἔθνος εν Ἰταλία θηριώδες του τρόπον; Gens in Italiaferinis moribus praedica.

(271)Eckhel, Doctr. num. vet., t. I, p. 99. — Lanzi, Saggio di lingua etrusca, t. II, p. 269. — Avellino, Ital. vet. numism. t. 1, p. 14, 95. ·—Marchi e Tessicri, L’AEs grave del Mas. Kircher. p. III, 52. — Una sola ne descrisse l'Eckhel con gli stessi tipi della mezza luna con un astro e della testa di vitello, e coll’epigrafe VES. MI, ed il Lanzi si avvisò che la intera leggenda fosse VESTNI.

(272)Strab. V, p. 241.

(273)Micali, Stor. degli ant. pop. ital, t. I, p. 244.

(274)Sil. Ital. VIII, 515-516; 521-523.

(275)Liv. X, 3.

(276)Appian. Cidi. I, 52.

(277)Allegranza, Opuscoli, p. 249. — Romanelli, Op. cit. t. III, p. 247.

(278)Strab. V, 241.

(279)Ptolem. III, p. 73.

(280)Plin. III, 17. Vestinorum Angulani, Pinnenses.

(281)Diodor. Sic. Fragni. ed. Wesseling. t. II, p. 612.

(282)Vitruv. De Architect. VIII, 3.

(283)Diodor. Sic. Fragni. IX. p. 120 ed.

(284)Frontin. De Colon, p. 123. cd. Gocs. Vict. De Caesar. c. 41 l'ict. Epil. c.

(285)Murat net. Inscript. p. 167. 41. —Cf. Muratori, Annali, ann. 340.

(286)Murat. ibid. p. 261. Maio. Cf. Valer. Mai. V. 4,7

(287)Eutrop. Brcviar. Mut. rom. X, 9. —.

(288)Sil. Ital. VIII, 516. — Cf. P. Mars. ad h. l.

(289)Tab. Pentinger. segni. 5.

(290)Romanelli, Op. cu. t. III, p. 251.

(291)Toppi, Op. cit. p. 138.

(292)De Architect., VIII, 3

(293)Gentili, Acqua ventina, ec. in prino.

(294)Plin. III, 17.

(295)Ptolem. III, 1; p. 73.

(296)Itin. Antonin. p. 313

(297)Tab. Peulinger. segin. 5. —Il Cluverio (Ital. antiq. p. 751) avvertì che la distanza di 6 miglia da Pinna è falsa.

(298)Romanelli, Op. cit. t. III, p. 257.

(299)Plin. XXI, 7. — Festus, v. Salaria via.

(300)Ercole, Diz. cit. p. 135 e 139.

(301)Plin. III, 18. Pausulani, Pleninenses.

(302)Brandimarte, Plinio illustrato nella doni militibus, quod eos neque portas, ne. descrizione del Piceno, p. 79.

(303)Theo ap. Steph. Byz.. v. Κύτινα.

(304)Liv. VIII, 29. Utriusque urbis praeque muri hostium arcuerat, concessit.

(305)Romanelli, Op. cit. t. III, p. 281.

(306)Martelli, Antichità de' Sicoli, t. Π, p. 22.

(307)Liv. VIII, 29.

(308)Romanelli, Op. cit. t. ITI, p. 284. — Il citato Martelli (ibid.) pone Cingilia non lungi da Castelvecchio di Carapelle.

(309)Cluver. hai. untiq. p. 752.

(310)PIin. III, 17. Peltuinatcs, quibus iunguntur Aufinates Cismontani.

(311)E. Q. Visconti, Op. div. t. I, p. 28.

(312)Chron. Vulturn. in Murat. R. I. S.

(313)Simplic. Epist. 2.

(314)Giovenazzi, Op. cit. p. 30.

(315)Romanelli, Op. ck. III, p. 271

(316)Plin. III, 17. Pestinorum Angulani, Pinnenses, Peltuinates.

(317)Murat. Thes. Inscr, p, 747.

(318)Frontin. De Colon, p. 318. 838·

(319)Gruter. Thesaur. Inscript. p. 443. — Cf. Polidoro (in Calogeri, t. VII, p. 478 seg. I) Di Nummia Varia e anche memoria in due altre epigrafi addotte dal Muratori, p. 544.

(320)Mazocchi, In Tab, Heracl. p. 397.

(321)Giovenazzi, Op. cit. p. 120 (nota).

(322)Id. ibid. p. 119. XXI, t. H, p. 225.

(323)Franchi, Op. cit. p. 35. — Cf. Palma, Quest. apruzzesi, p. 85 (nota 7).

(324)Muratori, Antiquit. med. Aevi, Diss.

(325)Questo marmo fu scoverto dal Barone Antonini, e potrà ricorrere alla sua Lucania (t. II, p. 27, ed. 1717 ) chi vorrà leggerlo intero. Fu poi pubblicato anche dal Muratori (Thes. inscript. t. II, p. 387).

(326)Giovenazzi, Op. cit. p. 140 (nota).

(327)Murat. Thes. Inscript. p, 482.

(328)Chron. Farf. in Murat. R. I. S. t, II, P. II, p. 609.

(329)Franchi, Op. cit. p. 36., 93 5 Privilegi, p. 13.

(330)Tab. Peutinger. segm. 5.

(331)Ptolem. III, p. 73.

(332)Sil. Ital. VIII, v. 517. Pascuaque haud tarde redeuntia tondet Avejae. — Il Cluverio, l'Einsio e ’l Giovenazzi lessero con ragione Avejae per Abellae, pel che Abella fu città campana, e non de' Festini.

(333)Giovenazzi, Della città di Aveja, p. 135. — Questa iscrizione è riportata anche dal Franchi (Difesa dell’Aquila, p. 31), ma da lui malamente attribuita alla città di Aufina.

(334)Frontin. De Colon, p. 141, ed. Goes Ager Vejos ea lege est assignatus, qua et ager Amiterninus. L’Olstenio (Aduot. ad Cluver. p. 140) in questo luogo di Frontino corresse il Vejos in Avius, o Avejus, perché qui non parla della celebre città de' Vejenti, di cui tratta altrove, e perche ragiona delle città e degli agri della Provincia Valeria, d'onde la città etrusca era lontanissima.

(335)Giovenazzi, Op. cit. p. 107

(336)Id. ibid. p. 2627. p. 364.

(337)Ughelli, Ital. Sacr. t. I, p. 417.

(338)Chron. Vulturn. in Murat. 1. 1, P. II, p. 364.

(339)Giovenazzi, Op. cit. p. 39-42.

(340)Tab. Peutinger. segni. Priferno. Aveia. VII. Frustemas. II

(341)Cluver. Ital. Antiq.. p. 690.

(342)Giovenazzi, Op. cit. p. 40.

(343)) Bollanti, m. Au. t. I, p. 40.

(344)Murat. Thes. Inscript. p. 20-41. — Giovenazzi, Op. cit. p. 34 e 37.

(345)Giovenazzi, Op, cit. p, 34.

(346)Id. ibid. p. 36.

(347)Id. ibid. p. 36.

(348)Franchi, Difesa dell’Aquila, p. 122,

(349)Tab. Peutinger. segni. V. p. 18.

(350)Camilli, Strada regia di Abruzzo.

(351)Murat. Thes, Inscript. p. 92.

(352)Franchi, Op. cit. p. 39.

(353)Brev. antiq. ap. Masson. Orig. della città di aquila, p. 20.

(354)VIII Kal. Aug. Farconii in Festinis passio SS. Martyrum Florentii et Felicìs.

(355)Bolland. t. I, p. 41. Custodes vero Florentium, Feticem et Justam comprehensos et vinctosi cesosque traxerunt ad urbem Conam ad Fanum Jovis, ut illi sacrificarent.

(356)Ughelli, Ital. sacr. t. I, p. 377.

(357)Paul. Diac. Hist. Longobard. Il, 10.

(358)Masson. Op. cit. p. 40.

(359)Ughelli, Op. cit. t. X, p. 103.

(360)Muratori, Thes. Inscript. p. 181

(361)Tab. Peutinger. Segm. 5.

(362)Plin. II, 106.

(363)Holsten. Adnot. in Cluver. p. 139. Coleti, App. in Ital. Sacr. t. X, p. 158.

(364)Holsten. toc. cit.

(365)Camilli, Op. cit. p. 20, 21.

(366)Plin. II, 106. In agro Pitinate trans Apenninum fluvius. Novanus omnibus solstitiis torrens, bruma siccatur.

(367)Camilli, Op. cit. p. 24-27

(368)Strab. V, p. 242.

(369)Tab. Peutinger. segm. 3.

(370)Camilli, Op. cit. p. 25.

(371)Id. ibid. p. 43-43.

(372)Strab. V, p. 219.

(373)Id. ibid. p. 228.

(374)Cluver. Ital. antiq.. p. 617.

(375)Dionys. Halic. Antiq. II, 49. Oxon.

(376)Idem III, 63. Χώραν νεμομένοι πολλὴν καὶ ἀγαθὴν.

(377)Chaupy, Découv, de la maison d'Horace, t. III, p. 60.

(378)Michelet, Hist. Rom. I, 1.

(379)Plin. III, 17. Apennini iugis Sabinos utrimque vallantibus.

(380)Cento miglia antiche si contavano secondo gl'Itinerarii da Roma al luogo della Sabina perciò detto ad Centesimum, e riconosciuto al di là di Accumoli.

(381)Strab. V, p. 238.

(382)Dionys. Halic V, 37.

(383)Per essere la catena di questi monti ne' confini de' due popoli, Silio Italico (VIII, 517), l'attribui a' Vestini.

(384)Chaupy, Op. cit. t. III, p. 151-153.

(385)Virg. Æn.VII, 712-717 – Cf. Heyne, Excurs, t. III, p. 391-392. Lemaire.

(386)Plin. III, 17

(387)Varrò, De R. R. II, 5. —Plin. III, 12.

(388)Chaupy, Op. cit. t. III, p. 122.

(389)Varro. De R. R. II, 1.

(390)Holsten. Adnot. in Cluver. p. 120. — 12. Romanelli, Op. cit. t. III, p. 346.

(391)Varro. loc. cit. — Holsten. loc. cit.

(392)Martelli, Antichità de' Sicoli, t. II, p. 1720. —Del Re, Descrizione de' reali dom. t. II, p. 146. Brocchi, Osserv. geolog. sugli Abruzzi; Bibl. Ital., t. XIV. p.375.

(393)Strab. V, p. 228.

(394)Zenodot. ap. Dionys. Halic. II, 49.

(395)Justin. XXXII, 3. —Cf. Appian. Illyr. 22—Parlando Giusi ino de Galli che dopo la mal riuscita impresa contro Delfo passarono nella Tracia,dice: Exhis manus quaedam in confluente Danubii et Sabi consedit, Ed appresso, nel riferire l'origine degl'Istri a Ponto intraverunt Istrum, alveo Sabi fluminis penitus invecti, Vero è che il nome del detto fiume leggesi Sai nell'edizione dell'Uegio (Mediolan, 1510), lo stesso che Σαος de' geografi (Strab. IV, p. 207. – Ptolem. II, 16 ), e Savi in altre (Lugdun, Batav. 1701; Lemaire, 1823 ); ma oltrechè le due lettere b e v furono usate promiscuamente dagli antichi, e i moderni editori hanno spesso sostituito nelle edizioni da lor procurate i nomi de' luoghi secondo l'uso de' loro tempi, è da notare che l'edizione del Cantel (Parisüs, 1677 ) ha Sabi nell'uno e nell'altro luogo, al pari di quella procurata dal Cujacio, dal Puteano e da' due Pithou (Ursellis, 1502) sulla fede di ottimi manoscritti.

(396)Strab. VII, p. 313.

(397)Steph. Byz. v. Γαλεῶται.

(398)Durandi, Ant. pop. d’Italia, p. 40. Non par dubbio che gl'Iperborei fossero i popoli posti al settentrione della Grecia presso il mar superiore da una importante testimonianza di Strabone (XI, p. 507 ), il quale dice che alcuni scrittori greci, più antichi de' primi storici della nazione, davano il nome d’Iperborei ai popoli che abitavano di sopra l’Adriatico. E l’Etimologo Magno indica Dodona come città degl’Iperborei χωρίου τῶν Υπερβορεων. —Cf. Wernsdorf, ad Imer. Orat. XIV, p. 625. — Du Theil, Geograph. de Strabon, t. IV, p. 241 (nota 1).

(399)Mela, II, 3. Nar inter Pvreas et Liburnos.

(400)Plin. III, 26. —Ptolem. II, 17.

(401)Plin. III, 20. Fluvius hinc Rabico, quondam finis Ila!ine. Ab co Sapis... Ravenna Sabinorum oppidum... Nec procul a mari, Umbrorum Butrium.

(402)V. in Reines. p. 479 una lapida, INTER POKTEM SAPIS CIC.

(403)Liv. XXI,2; XXII 1,37. —Fabretti, Inscript. p. 359, n.° 88.

(404)Tab. Peutinger. segm. IV, B.

(405)Mazzocchi, Opuscula, t. II, p. 129. nota.

(406)Sil. Ital. VITI, v. 421. — Pompon. Sabin. ad AEn. VII, 178.

(407)Virg. AEn. VII, 178.

(408)Cato ap. Dionys. II, 49.

(409)Jul. Higyn. ap. Serv. cut AEn. VIII, 038 — S. August. De civ. Dei XVIII,19.

(410)Varro, De L. L. IV, 9. Putubaul hunc esse Sancum ab Sabina linguali Hercum ab Greca. — Cf. Propert. IV. 10 — Ovid. Fast. VI, 213

(411)Lydus, De Mensib, AN, 58. —Lactant. I, 13.

(412)Cato ap. Dionys. loc. cit. — Sii. Ital. VIII, 424. Ibant, et laetipars Sancum voce canebant — Auc harem mentis.

(413)Un’ara trovata nel territorio di Pizzoli colla iscrizione: SABO SEMOM PATRI SACRUM, ricorda il culto di questo nume (Martelli, Antichità de Sicoli t. II, p. 174). Semone Sanco adorato in Roma (Liv. VII, 50 ), il cui culto vi fu portato da' Sabini, conferma l'origine di questi popoli dagli Umbri, giacché nelle Tavole Eugubine invocasi spesso Fiso Sansio, o Sanco.

(414)Jul. Higyn. ap. Serv. ad AEn. VIII,, 638.

(415)Eichhorn, De Deo Sole, p. 184 sq. ap. Guigniaut (Notes à Creuzer, Rel. de l'antiq. t. II, p. 743-743). Il dotto traduttore del Creuzer, convenendo dell'identità del culto di Mitra e di Sabazio, adduce in conferma il bassorilievo della Villa Borghese colla famosa iscrizione: NAMA SEBESIO — DEO SOLI INVICTO MITHRE, e fa osservare col De Hammer che Nama è voce persiana.

(416)Ritter's Erdkunde, t. II, p. 908.

(417)Tacit. Hist. III, 5. — Cf. Demonstr. Prov. 19. ed. Maio.

(418)Herodot. I, 216. — Strab. XI, p. 513 — Ovid. Fast. I, v. 385. Placat equo Persis radiis Hyperiona cinctum.

(419)Strab. V. p. 215.

(420)Strab. XII, p. 543.

(421)Plutarch. IV. Sympos. probl. 2.

(422)Strab. V, p. 228.

(423)Vetrani, Sebethi vindiciae, p. 20.

(424)Lupuli, Op. cit. p. 69. Non diversamente pensa il Creuzer, il quale nel dio Sab, Sabos, cioè Sebesio, de' popoli di origine traco-frigia, vede il Sole o Mitra (Heidelberger Jahrbucher der Literatur; 1822, n. 78 ).

(425)Tab. V, v. 17 e 24.

(426)Plin. III, 17. Sabini, ut quidam existimavere, a religione et cleorum cultu Sevini appellati. — Varro ap. Fest., v. Sabini. Quod ea gens praecipue colai deos: απὸ του σέβεσθαι θεοὺς.

(427)Varro, De L. L, VI, 26. Eius origo Sabina, quae usque radices in Oscam linguam egit.

(428)Jannelli, Hieroglyphica Ægyptia etc. p. XII.

(429)Lupuli, In mutil. vet. Corpu. Inscript. p. 67,99.

(430)V. pag. 16.

(431)Jannelli, Fet. Oscor. Inscript. p. 21.

(432)Christ. Gottlob Eissner, Die alten Pelasger und ihre Mysterien, p. 191.

(433)Enn. ap. Fest. v. Sibina: Illyrici restant sicis, sibinisque fodentes.

(434)Strab. VII, p. 290.

(435)Che i Romani adorassero Marte ne’ tempi remotissimi sotto la figura di un’asta, lo dice Varrone in Clemente Alessandrino; Ex arrone porro discimus, Romanos veteres hastam pro simulacro Martis coluisse (Protrept. IV, p. 41. Potter. )—Curis in lingua sabina dinotava una picca, una lancia (Ovid. Fast. II, 477; Macrob. Saturn. 1, 9; Festo, 5. v.). Rappresentavasi con essa il dio Cures, lo stesso che Mamers o Marte, donde si disse Quiris e Quirinus (Creuzer, Rél. de l'antiquité, t. II, p. 495), che fu identificato con Romolo, quando i due popoli si riunirono in un solo (Buttmann, Mythologus, t. II, 1828).

(436)Dionys. Halic. II, 49.

(437)Raoul-Rochette, Hist. crit. des colon, grecques, t. III, p. 114-415,

(438)Justin. XX, 1. — Schol. Juven. ad Sat. XIII.

(439)Cic. pro Ligario, 11.

(440)Serv. ad Æn. VIII, v. 638.

(441)Ovid. Fast. I, 260; III, 230.

(442)Dionys. Halic. II, 49.

(443)Plutarch. in Rom. XIV, in Num. 1. Cf. Gemist. De reb. Peloponnes. Orat. I e II. Questo scrittore giugne a far la colonia spartana anteriore al supposto arrivo di Enea in Italia.

(444)Niebuhr, Hist. Rom. t. I, p. 96. Questo dotto critico spiega nel citato luogo della sua storia l'origine di tale tradizione.

(445)Solin. c. 2. Heretum a Graecis in honorem Herae, sic enim Junonem Grate vocant. — Serv. ad AEn. VII, 731. Oppidum est dictum a Junone, idest "Ηρας quae illic colitur.

(446)Varro. De R. R. III, 1. Lingua prisca, ut in Grecia Acoles Boeotii, sine afflatu vocant colles Tebas; ut in Sabinis qui a Graecia veneruntPelasgi etiam nunc iza dicunt.

(447)Era Bazia a 30 stadii da Reale, fuori i nostri confini (Dionys. Italic. 1,6). Della città omonima de Cassiopei presso Pandosia nell’Epiro parlano Teopompo (Harpocrat. v. Ελάτεια) e Strabone (V II,p. 321). Cf. Cramer, Descript, of ancient Greece, t. I,p. 131. — Per Testrina e Tiora v. ap. presso §. 4, e 12.

(448)Bianchini, Storia universale, p. 300.

(449)Jul. Higyn. ap. Serv. ad Æn. VII, 638.

(450)Dionys. I, 8. —Liv. XXIV, 44. — Festus, v. Ver sacrum e Sacrani, — Serv. ad Æn. VII, 796. — Plutarch, Fab. p. 170.

(451)Sisenna ap. Nonn. XII, 18. Quondam Sabini feruntur vovisse, si res communis melioribus locis constitisset, se ver sacrum facturos.

(452)Festus, v. Sacrani. — Varro De L. L. IV, 5. Ubi nunc est Roma, Septem montium demissior, infimus locus.

(453)Plin. III, 18. Orti sunt (Picenti ) a Sabinis voto vero sacro.

(454)Festus, v. Mamertinm.

(455)Dionys. Halic. I, 14.

(456)Solin. 2, p. 9. Salmas.

(457)Exod. XIII, 2.

(458)Euseb. Chron, ad Olymp. LXXXIX, 4. Lacedemonii ver sacrum Heracleam destinantes, urbem condunt,

(459)Iustin.XVIV, 4. Trecenta millia hominum adsedes novas quaerendas ve!ut ver sacrum miserunt.

(460)Geyer, Histoire de Suède, p. 5. Paris, 1839.

(461)Strab. V, p. 240. Δρυκολάπτε τὴν ὁδὸν ἡγησαμένε τοῖς ἀρχήρεταις.

(462)Strab. V, p. 250.

(463)Id. ibid.

(464)Strab. V, p. 228.

(465)Varro De Re It. III, 16. Ut olim crebro Sabini factitaverunt propter multitudinem lilerorum.

(466)Liv. I, 30.

(467)Eilanico e Filisto ap. Dionys. Halic. I, 13.

(468)Dionys. Halic. III, 33.

(469)Liv. I, 37.

(470)Steph. Byz. v. Καινίνη. —Liv. 1,10.

(471)Dionys. Malie. I, Remum in Remuria humuvit.— Steph. Byz. v. Ρεμούρια.— Cf. Festus, Remurinus ager. — Cf. Petersen, De orig. hist. rom. p. 8.

(472)Diodor, epigr. in Antholog. 1,26,2. ᾿Αγὸς ἄσυ Ρέμοιο νεῖται. — Catull. c. 68. Magnanimos Remi nepotes, —. Propert.il, 1, 23. Regi,a Remi, — Sulpicia, Sat. v.19. Remulique ex turbai alumnos. SM, Sylv. II, 7, 60. Remi culminibus. — Juvenal. Sat. X, v. 73. Turba Remi.—Martini. Epigr. X, 76. Plebi Remi; XII, 3. Domus alla Remi.

(473)Zopyr. Byz. ap. Plutarch. Parallel. 36.—Cf. Dupuis, Sur les Pelasgos, Μem. de l’institut, t. II, p. 103.

(474)Canal, Illustr. a Valer. Mass. I, 2.

(475)Liv. I, 30. Sabini... genti ea tempestate secundum Etruscos opulentissimae viris armisque.

(476)Dionys. Halic. II, 49.

(477)Virg. Georg. II, 533. — Columel. De R. R. Praef. ad lib. XII, 7, 10.

(478)Plutarch. in Rom. p. 55. Bryan. Κώμας δὲ ὠκεν ἀτειχίζες.

(479)Horat. Epod. II, 39 — 41. — Od. III, 6,38. — Epist. II, 1, 15. — Ovid. Met. XIV, 707. — Am. II, 4, 15; III, 8, 61. — Propert. II, 32, 17. — Martial. IX, 41, 5.

(480)Fabio ap. Strab. V, p. 228.

(481)Strab. V, p. 228.

(482)Cic. in Vatin. 37. Scias te severissimorum hominumjudicio notatum.

(483)Cic. ad Fam. ep. 20. Modestus ejus vultus sermoque constans, habere quid a Curibus videbatur.

(484)Niebuhr, Hist. Rom. t. I, p. 270,

(485)Festo dice (v. Lucerenses) che i Luceri, terza parte del popolo romano, secondo la distribuzione che ne fecero Tazio e Romolo, pigliarono il nome da Lucero re di Ardea, il quale fu alleato di Romolo contro il re sabino. Ma il Niebuhr vede ne' Luceri tutto un popolo che dimorava in una città che da tempo immemorabile era accanto di Roma (Hist. Rom. t. I, p. 368. Bruxell.), e noi aggiogniamo che secondo l'indicazione di Festo era colonia di Arde a. A questa medesima colonia è forse da riportare la testimonianza di Servio circa i Sacrani di Ardea (Ad Æn. VII, 796). Le concordi testimonianze degli antichi ci additano del resto questa città fondata da' Pelasgi di Argo (Virg. Æn. VII, 371-372; 411412 — Cf. Serv. ad eund. Plin. III, 9. Solin. VIII. Mart. Cap. VI). Secondo altre tradizioni fu fondata da uno de' figli di Ulisse e di Circe (Xenagor. ap. Dionys. I, 72 — Steph. Byz. v. Α"ρδεα), ossia da qualche popolo dell'Epiro che adorava questi numi.

(486)Dionys. Halic. III, 3334—Cf. Liv. 1, 30.

(487)Dionys. III, 41.

(488)Id. III, 6638. — Cf. Liv. I, 3637.

(489)Dionys. IV, 51-52, Υπέρ εἰρήνηςδιςπρεσβεύσαντο παραδιδόντες σφὰς αὐτὸς ὑπηκους εἶναι Ταρκυνίς, καὶ φόρων τὸ λοιπὸν υποτελείς. (Questo fatto è taciuto ο ignorato da Livio.

(490)Dionys. IV. 3739. Cf. Liv. II, 16.

(491)Dionys. V, 4042. —Tito Livio tace questo altro fatto glorioso per Roma. I greci scrittori paiono meglio informati delle cose romane che non gli stessi storici latini, trattandosi soprattutto delle epoche primitive.

(492)Dionys. V, 4517.

(493)Dionys. V, 49. — Ammettendosi col Niebuhr (Hist. Rom. t I, p. 529) che si fosse allora conchiusa l'isopolizia tra i due popoli, ciò avvenne co’ soli distretti più vicini a Roma.

(494)Id. VI, 31.

(495)Id. VI, 42.

(496)Id. IX, 34. — Cf. Liv. II, 53.

(497)Liv. III, 6163.

(498)Niebuhr, Hist. Rom. t. II p. 439.

(499)Epit. XI. Sabinis qui rebellaverant victis.

(500)Pighius, Annal. ad an. 461.

(501)Flor. I, 15. — Auct. de Vir, illustr. c. 33 — Oros. III, 22. — Frontin. Strateg. 1,8,4.

(502)Vellej. Pat. I, 14. — Cf. Ruhnkenii Arg. Chron. ad h. 1.

(503)Niebuhr, Hist. Rom. t. III, p. 310.

(504)Epit. Liv. XIX.

(505)Festus, v. Praefecturae.

(506)Cic. in Vatin. 15.

(507)Liv. XXVIII, 45. — Cf. Niebuhr, loc, cit.

(508)Maffei, Osserv. le:t. t, V, p. 341.— Lanzi9 Saggio di lingua etrusca, p. 515.— Eckhel, Doctr. num. vet. t. 1, p. 105. — Lapilli, Schediasma de Numm. Ital. in Comm· Corf. Inscript. p. 99.

(509)Strab. V, p. 228. — Dionys. Balie. Antiq. Rom. 1, 6.

(510)Plin. 111,17. Sabinorum Amiternini.

(511)Cato ap. Dionys. Balie. II, 49. — Virg. Æn. VII, v. 705. Una ingens Amiterna cohors, priscique Quirites.

(512)Ptolem. III, 1.

(513)De L L. IV, p.12. Bip. Qui circum Aternum habitant amnem Amiternini appellati.

(514)Liv. X, 39.

(515)Niebuhr, Hist. Rom. t. III, p. 332.

(516)Murat. Tiics. Inscripl. p. 80.

(517)Strab. V,p. 228.

(518)Frontin. De Colon. p. 134. c 144.

(519)V. pag. 23 e 30.

(520)Malvasia, Marmar. Felsin. p. 299.

(521)Lanzi, Saggio dì lingua etrusca, p. 832. Questo dotto scrittore vide in questa lapida espresso un termine del territorio degli Amiternini verso Ereto. Il eh. Jannelli (ΛΎ*£. Oscar. Inscript· p. 156) ha di recente spiegato nello stesso senso questa iscrizione osca ma più facilmente mi accosto all’opinione del Grotefend (Rudim. ling timbr. P. Ili, p. 8) per trovarsi soprattutto la voce Flusare accoppiata a Mense nella iscrizione rinvenuta a Furfona.

(522)Avellino, Osserv. su due iscriz. osche nel Mus. Borbon. t. VII in fin. p. 17.

(523)V. pag. 51.

(524)Marangoni, Acta S. Victorini, p. 53. — Cf. Reines. p.218.

(525)Guarini, Varii monum. Illustr. p. 38.

(526)Sostenne questa opinione il Baronio e con il lui il Franchi (Difesa dell'Aquila, p. 22), ingannati entrambi dall’erronea lezione Castrorum nell’intitolazione della lettera di S. Gregorio: Ad virum reverendissimum Castorium civitatis Episcopum Episcopiun (Dial. I, 4.).

(527)Murat. R. L S. t. II, P. II, p.458,— Antiquit. med. aev. t. VI, p. 279.

(528)Teodorico di Metz ap. Achery, Spicileg. t. II, p. 133.

(529)Illustrarono questo Calendario il Porporini (Ad Kalend. Rom. Amiterni effos. Comment. in Sallengre, t. Ili, p.865), ed il Foggialo (Fastorum anni Romani a Verrio Fiacco ordinat. reliq. Romae, 1779)

(530)Il disegno degli avanzi di questo Anfiteatro vedesi alla fine dell’opera del Franchi (Difesa dell'Aquila).

(531)Giovenazzi, Città di Aveja, p. 19.

(532)Martelli, Antichità de Sicoli t. II, p. 21 c 168.

(533)Strab. V, p. 228.

(534)Virg. AEn. VII, v. 706.

(535)Liv. XXVI, 11.

(536)Pomp. Sabin. ad loc. cit.

(537)Musson. Op. cit. p. 23. — Murat. Thes. laser, p. 1097.

(538)Cirillo, Annali di Aquila, p. 3. — Chaupy, Maison d’Horace t. III, p. 125.

(539)Celio ap. Liv. XXVI, 11.

(540)Martelli, Op, cit. t. Il, p. 173.

(541)Almeloveen, Fast. Cons. p. 49.

(542)Masson. Op. cit. p. 23. — Cirillo, Op. cit. p. 3. — Franchi, Op. cit. p. 25. — Martelli, Antichità de Sicoli t. II, p. 172.

(543)Tab. Peutinger. segm. V.

(544)Cluver. Ital. antiq. p. 691.

(545)Chaupy, Op. cit. t. III, p. 100.

(546)Ughelli, Italia sacra t. I, p. 379.

(547)Franchi, Op. cit. p. 26.

(548)Virg. Æn. VII, 712.

(549)Sil. Ital. VIII, v. 414.

(550)Vib. Sequ. Deflumin. p. 11. Oberlin.

(551)Boudrand. Lex geograph., v. CASPERIA.

(552)Chaupy, Maison d'Horace, t. II., p. 122.

(553)Massonio, Orig. della città di Aquila, p. 72. Cf. Toppi, De orig. Tribun. p. 135.

(554)Cato ap. Dionys. Halic. Archaeol. II, 49.

(555)Plin. IV, 1. Locus Aornus, et pestifera avibus exhalatio: Cestrini, Perrhaebi.

(556)Hesych. p. 522. Ἔστι δὲ (Κεστρινή) μοίρα τῆς Ηπείρου διαφόρους εχουσα Roῦ5. - Cf. Pausan. Corinth. p. 127.

(557)Thucyd. I, p. 32.

(558)Palmer. Antiquit. Graec. p.273-274- Jannelli, Vet. Osc. Inscript. p. 26.

(559)Plin. IV, 1.

(560)Tab. Peutinger. segm. V. b

(561)Cluver. Ital. antiq. p. 690. — Chaupy, Op. cit. t. III, p. 241

(562)Casella, De Aborigin. p. 56

(563)Camilli, Nuova strada d’Apruzzo, p. 23 (nota). — Cf. Liberatore, Opuscoli, t. I, p. 92.

(564)Itin. Antonin. p. 307. — Tab. Peutinger, segm. V. a.

(565)Strab. V, p. 228.

(566)Atejo ap. Fest. Ocrem antiqui montem confragosum vocabant.

(567)Fabretti, Inscr. p. 400, n. 392. Martelli, Op. cit. t. II, p. 180. — Ulrichs, Ann. di corrisp. arch col. t. X, p. 306.

(568)Martelli, Ant. de siculi t. II, p. 180.

(569)Martelli, Op. cit. t. II, p. ISO. — L’Ùlrichs (Iscr. d’Antrodoco nell'opera cit.) riporta diversamente questa lapida.

(570)Tab. Peutinger. segm. V. Inrerocrio. Foroecri, XII. Falacrine. IIII.

(571)Cluver. Ital. antiq. p. 690.

(572)Plin.III, 17. Sabinorum, Amiternini, Curenses, Forum Decii.

(573)Il Cramer (Descript. of ancient Italy, t. I. p. 320) sembra inclinare all'opinione dell'Holstein.

(574)Holsten. Adnot. ad Cluver. p. 118. — Cf. Mannert, Geograph. der Graechen und Romer. t. IX, P. I, p. 535.

(575)Cappello, Memorie di Accumoli nel Giorn. Arcadico t. XXIX, p. 102.

(576)Itin. Antonin. p. 337. — Cf. Wesselin;. nota.

(577)Sucton. in Vespas. c. 2.

(578)Id. ibid. c. 4.

(579)Cappello, Op. cit. p. 103.

(580)Holsten. Op. ci'. p. 117. — Masson. Orig, della città dell'Aquila, p. 61.

(581)Ital. antiq. p. 690.

(582)Homines vallium Roberti, Fallagrinae, et Terrae Camponesche, ex quibus dieta Civitas est coustructa; ap. Musson. Op. cit. p. 62.

(583)Sucton. Vespas. 2. Educatus sub paterna avia Tertulla, in praediis Cosanis.

(584)Cluver. Ital, antiq. p. 480. — Celiar, p. 719 — Tzschnck, ad Mel. II, 4,9. — Oudendorp. ad Sucton. 1. c.

(585)Virg. Æn, X, 168. — Plin. III, 8. — Ptolem. III, 1. — Rutil. Liner. v. 286.

(586)Ughelli, Ital, sacr. t. I, p. 445, 448. — Andreantonelli, Hist. Reg. Ascul. p. 238, 213, 253, 256, 264.

(587)Cappello, Op. cit. p. 110.

(588)Francesco Organtini, Architetto e Controloro in Messina, Carta topograf. degli Abruzzi.

(589)Itiner. Antonin.. p. 307. Interocrio. Falacrino XVI. Vico Badies. IX.

(590)) Wesseling. Adnot. in Itin. p. cit.

(591)Cappello, Mem. di Accumoli, nel Giom. Arcad, t. XXIX, p. 110.

(592)Ughelli, [tal. sacr. t. I, col. 375. Venet. Duo millia modiola de terra, quae tendunt usque ad locum qui dicitur Badus.

(593)Cluver. Ital. antiq. p. 742.

(594)Itin. Antonin. p. 307.

(595)Cramer, Descr. pt. of ancient Italy, t. 1. 1, p. 342 (nota p.)

(596)Tab. Peutinger. segm. V.

(597)Holsten. Adnot. ad Cluver. p. 139.

(598)Dionys. Halic. Antiq. I, 6. cheol. 1. 1, p. 49.

(599)Petit-Radel, Monum. Cyclopéens, р. 195, 199. – Cf. Annal, dell'Istitut, archeol. t. 1, p. 49.

(600)Dionys. Halic. Ι, 6. Ενταύτη (Τιώρα) δὲ λέγεται χρηστήριον Αρεως γενέσθαι πάνη αρχαίου.

(601)Petit-Radel, Monumens Cyclopéens, p. 195. Cf. Bullett. archeol. ann. 1830.

(602)Martirolog. Rom. VII Id. lui. p. 305. —Cf. Baron. not. c.

(603)Plicebon. Hist. Mars. p. 177.

(604)Chaupy, Op. cit. t. III, p. 119.

(605)Dionys. Italie. 1,6.

(606)Palma, Quest. Apruzzesi, p. 99.

(607)Martelli, Antichità de' Sicoli} t. II, p. 27.

(608)Dionys. Halic. Archacol. I, 7.

(609)Itin. Antonin. p. 307.

(610)Dionys. Halic. l. c. — Cf. Steph. Byz. ν. Αβοριγίνες. — Macrob. Saturnal. I, 7.

(611)Dionys. cit. 1, 7, 8.

(612)Cato ap. Dionys. II, 49.

(613)Ctes. ap. Steph. Βyz. v. Κοσύτη. – Il Cluverio (Ital. antiq. p. 669) e l'Olstenio (Not. in Steph. p. 171) lessero ragionevolmente Κοτύλη nel citato luogo dell'Etnografo. Cf.Berkel. ad Steph. p. 473.

(614)Il nome di Κοτύλη (conca o tazza) davasi per dispregio a quel gran bevitore di Filonide tarentino, che insultò nel teatro l'ambasciadore Postumio (Dionys. Halic. Excerpt. in fin. t. I, p. 710).

(615)Antinori, Mem. degli Abruzzi, t. II, p. 5 (nota 2.)

(616)Mad. Margherita, De’ reg. stati allod. p. 31.

(617)Cluver. Ital. antiq. p. 689.

(618)Cluver. Ital. antiq. p. 689. — Angelotti, Descriz. di Rieti, p. 65. — Marchesi Comp. Star, di Civita Ducate, p. 18.

(619)Tab. Peutinger. segm. V. — Itin. Antonin. p. 307.

(620)Dionys. Malie. 1,7.

(621)Varro, De R. R. III, 17. — Plin. II, 96. — Martian. Cap. IX, 1.

(622)Sencc. Quaest. nat. III, 25. Ipse ad Cutilias natantem insulam vidi.

(623)Sotion. Eclog. ad calc. Aristot. Sylb. in fin. Plin. II, 96. — Cf. Salmas. ad Solin. p. 88.

(624)Theophr. Hist. Plant. IV, 13.

(625)Herodot. II, 156. — Cf. Mela, De sit. Orb. I, V.

(626)Hecat. ap. Steph. Byz,, v. Χέμμις.

(627)Goldbeck, Topograph. Borussiae, p. 89, — Kevsler, Itiner. p. 701. — Harduin in Plin. t. I, p. 422. Lemaire.

(628)Delattre, L'Univers, t. II, p. 16. Bruxelles.

(629)Capmartinde Chaupy, Découv. De la maison d'Horace, t. III, p.103. — Apprendiamo dal Keppel Craven (Excursion in the Abruzzi t. I, p. 231) che anche a' di nostri piccole masse di sostanze vegetabili, spinte dal soffio del vento, galleggiano spesso sulla superficie del Lago.

(630)Varro, De LL. IV, 10. Nymphae Commotiae ad Lacum Cutiliensem, a commotu; quod ibi insala in aqua commovetur.

(631)Varro ap. Plin. Hist, nat, III, 17.

(632)Carrera, Distretto di Città Ducale, p. 30 — 33.

(633)D'Anville, Analise geograph, de l'Italie, p. 166.

(634)Sueton. in Vespas. 24. Cutilias ac Reatina rura, ubi aestivare quotannis solebat, petiit. — Cf. Marchesi, Comp. Stor. di Civita Ducale, p. 19-20.

(635)Sucton. loc. cit. — Cf. Xiphilin. LXVI, 17, 26.

(636)Strab. V, p. 228. — Plin. XXXI, 6.— Vitruv. VIII, 3. — Cels. IV, 5. — Cael. Aurel. III, 1.

(637)Anonimo, Orig. Di Città Ducale Mss. p. 17, ap. Antinori (Mem. degli Abruzzi t. II, p. 5 (noia 2).

(638)Palma, Quest, Apruzzesi, p 76 (nota). —Cf. Carcera, Op. cit. p. 28.

(639)Dionys. Halic. 1,6.

(640)Martelli, Ant. de' Sicoli9 t. Π,ρ. 29.

(641)Keppel Craven, Excursion in the Abruzzi t. 1, p. 241.

(642)Cic. AdAtt. IV, cp. 15.

(643)Dionys. Halic. I, p. 12, ed. Sylb.

(644)V. pag. 53, с 85.

(645)Festus, v. Magister.

(646)Varro, De R. R. 1, 7. -Virg. Æn. VII, 712. —Plin. XIX, 4. -Cic. loc. cit.

(647)Dionys. l. c. Μαρουϊον.... τετταρακοντα σταδίους ἀπέχουσα τῶν καλουμένων Ἐπτὰ ὑδάτων.

(648)Martelli, Op. cit. t. II, p. 195.

(649)Strab. V, p. 228.

(650)Organtini, Mss. sull'Abruzzo, p. 8.

(651)Cappello, Memorie di Accumoli, Giorn. Arcad. t. XXIX, p. 95-96.

(652)Martelli, Antichità de' Sicoli t. II, p. 28.

(653)Plin. III, 9. In prima regione praeterea fuere: in Latio clara oppida, Satricum, Pometia, Scaptia.

(654)Dionys. Halic. V, 61.

(655)Strab. V, p. 228.

(656)Itin. Antonin. p.307. Reate, Cutilias, M. P. VIII. Interocrio. M. P. VI. Falacrine. M.P. XVI. Vico Badies M. P. IX. Ad Certtesimum. M. P. X. – Tab. Peutinger. segın. V. Reate. Aquae Cutiliae. IX. Interocrio VII. Foroccri (Forum Decii) XII. Falacrine IV.

(657)Carli, Diss. sulla Via Salaria ap. Liberatore, Opuscoli, t. I, 1.90.

(658)V. pag. 59.

(659)Cappello, Mem, d'Accumoli, Giorn. Arcad. t. XXIX, p. 100-101.

(660)Liberatore, Op. cit., t. I, p. 92-93.

(661)Carli e Liberatore, Op. cit. p. 91-94.

(662)Liberatore, ibid. t. I, p. 21 e 78.

(663)Marini, Papiri diplom. p. 332. – Liberatore, Op. cit. t. I, p. 112.

(664)Strab. V. p. 242. Ο' Σάγρος ποταμὸς ὀρίζων τὸς Φρεντανὸς ἀπὸ τῶν Πελιγνῶν.

(665)Ptolem. Geograph. III, p. 73. Πελίγνῶν, Σάγρα ποταμὸ ἑκβολαι, Ο'ρτών Μαρεκίνων, Α΄τέρνο ποταμὸ ἑκβολαι. – L'errore di questo geografo si derivò forse da che i Peligni avevano comune, come dice Strabone (V, p. 242), co' Vestini e i Marrucini il porto di Aterno; ma che Ortona, città de' Frentani, si fosse compresa nella lor regione, è più grave fallo,

(666)V. pag. 36.

(667)La vicinanza tra' Marsi ed i Peligni si raccoglie da Cicerone (in Vatin. c. 37), da Cesare (De Bel, civ. I, 15) e da Livio (VIII, 6); e che fossero prossimi a’ Sanniti è chiaro da quest'ultimo storico, ove parla dell’itinerario di Annibale (XXII, 9).

(668)Cluverio, hai, antiq. p. 754. —Mannert, Die Geografie der Griechen und Rónier, t. IX, P. I, p. 498. —Cramer, Descript, of Ancient Italy, t. I, p. 333. —Cf, Chaupy, Maison d’Horace, t, IT, p. 23.

(669)Alcuni scrivono Pizii, altri Picei, ma e da preferire la denominazione di Pizzi, derivata nel volgare linguaggio dalle aguzze vette di que’ monti.

(670)Romanelli, Topograf. ist. t. III, p. 130.

(671)Plin. Hist. nat. III, 17. — Ovid. Amor, II, eleg. 16.

(672) Torcia, Itiner. de' Peligni, p. 52-54.

(673) Horat. Carm. I, od. III, v. 14-16.

(674) Durini, Conghietture geologiche su gli Abruzzi, negli ANNALI CIVILI.

(675)Torcia, Itiner. de' Peligni, p. 19-22.

(676)Del Re, Descriz. de' reali Dom. t. II, p. 183.

(677) Torcia, Op. cit. p. 120-123.

(678) Del Re, Op. cit. t. II, p. 180.

(679)Torcia, Op. cit., p.78. – Del Re, Op. cit. t. II, p. 167.

(680)Del Re, Op. cit, t. II, p. 172.

(681)Horat. Od, III, 19. Pelignis caream frigovibus.

(682)Ovid. Fast, IV, 81. Sulmonis gelidi, patriae, Germanica, nostrae. — Sil. Ita!. VIII, 512. Gelidoque rapii Salmone cohortes,

(683)Ovid. Amor, II, eleg. IO,—Fast, IV, v. 685.

(684)Nel Cronaco Volturnense si ricorda questo fiume e ‘l Gizzio sotto i nomi di Labella e Gizzoli (Murat. R. 1, SAI, P. Il, p. 370).

(685)Ovid. Amor. III, eleg. 6.

(686)Strab. V, p. 241.

(687)Ovid. Fast. III, 94. Et tibi cumproavis, miles Peligne, Sabinis, —Convenit: huic genti quartus utrique Deus.

(688)Festus, v. Peligni.—Peligni ex Illyrico orti: inde enim profecti, ductu Volsini regis, cui cognomen fuit Lucullo, partem Italiae occuparunt. Huius fuerunt nepotes, Pucinus, a quo Pacinates, et Pelicius a quo Peligni.

(689)Niebuhr, Hist. Rom. t. I, p. 92. Bruxelles.

(690)Ovid. Fast. IV, 79. Huius erat Solymus Phrigiacomes unus ab Ida,—Aquo Sulmonis moenia nomen habent,

(691)Sil. Ital. IX, 76. Nomine Raetheo Solymus; nam Dardana origo—Et Phrygio genus a Proavo, qui sceptra secutus Aeneae, claram murisfundaverat urbem, — Ex sese dictam Solymon.

(692)Lupuli, In vet. Corfin. Inscript. p. 63—64.

(693)Licophr. Cassandr. v. 1128. — Cf. Tzetze ad h. l.

(694)Plin. III, 16, Diomedes ibi (Daunia) delevit gentes Monadorum, Dardorumque.

(695)Plin. III, 16. Brundisio conterminus Pediculorum ager. IX adolescentes, totidemque virgines ab Illyris, tredecim populos genuere.

(696)Herodot. VII, 73. Οἱ δὲ Φρύγες, ὣς Μακεδόνες λεγεσι, εκαλέοντο Βρίγες Χρονόν ὅσον Εὐρωπηῖοι ἑόντεσ σύνοικοι ἔσαν Μακεδόσι· μεταβάντες δε ὡς τὴν ᾿Ασίην, ἅμα τῇ χώρῃ και τὸ οὔνομα με τέβαλον ες Φρύγας. –-Strab. VII, p.295. Καὶ ἀυτοι δ' οἳ Φρύγες Βρύγες εἰσὶ, Θράκιόν τι ἔθνος, κατάπερ καὶ οἱ Μυγδόνες, κ. τ. λ. Οὗτοι μεν δυν τελέως ἑκλελοίπασι πάντες την Ευρώπην. — Cf. Conon. Narrat. I. Schol. Apollon. ad lib. II Argonant. v. 462. — Plin. V, 41. Sunt auctores, transisse ex Europa Mysos, et Bry, gas, et Thynos, a quibus appellantur Misi, Phryges, Bithyni.

(697)Strab. VII, p. 326, 315, In alcuni mss. leggesi anche Φρύγοι, Phrygi (Du Theil, Strab. Fr. t. III, p. 111, nota 2.)

(698)Steph. Byz. v. Βρύγιας et Βρύγιον.

(699)Apollon. Rhod. IV, v. 452, e 470.

(700)Scymn. Ch. ν. 436.Τρερ δε Βρύγους Εγχέλειοι λεγόμενοι οίκουσιν.

(701)Eugamm. Ciren.in Telegon. (Fragm. Cycl. Poet. ad calc. HOMER. ed. Didot. p. 585.)

(702)Plutarch. Quaest. graecae, IΧ. Οὐ γαρ άντι του φ τῶ β χρώνταιΔελφοί, καθάπερ Μακεδόνες, βιλιππον καὶ βερονικην λέγοντες.

(703)Lupuli, Op. cit. p. 64.

(704)Jannelli, Vet. Osc. Inscript. p. 24. Gatterer, Einleitung zur synchron. Universalhist, t. II, p. 544.

(705)Cluver. Ital. antiq. p.755.-Anche il Troyli (Ist. gen, del Regno di Nap. t. I, Ρ. ΙΙ. p. 351-352.), tuttochè non aiutato da bastante critica, discredendo la favolosa origine trojana di Solmona, non dubitò che fosse stata fondata dagl'Illirici.

(706)Heyne, Ad Æn. Exc. VII, p. 184. Lemaire.

(707)Strab. ΧΠΙ, p. 594, 608.

(708)Scymn. Ch. Perieg., v. 388. — Mæandr. ap. Strab. XII, p. 552.

(709)Ovid. Ex Ponto IV, 16.-17. — Cf. Wernsdorf, AdPoet. min. t. IV, p. 582.

(710)Serv. ad AEn. I, v. 242. — Plinio (Η. N. III, 22) situa la Venezia fra Attino ed Aquileja, città distrutte. Questo paese corrispondeva presso a poco all’odierno Friuli. Padova, Vicenza, Este, Belluno, Oderzo, Aitino furono le città più insigni degli Eneti (Id. III, 23).

(711)Herod. I, 196. —Cf. V, 9.

(712)Polyb. II, 17. Γένος ἅλλο πάνυ παλατὸν... Οὐένετοι.

(713)Appian. Ulyr. 2. — I diversi nomi di Celti, Illirii e Galati, d’una stessa gente, furon cagione che alcuni antichi sostenessero di essere stati fondati da tre figli di Polifemo e Galatea, Celta, Illirio e Gala. Il nome di Galati fece ricorrere alla origine di Galatea, e la Sicilia, regione della Tracia (Hesych. v. Σικελία), all’isola di Sicilia, patria del favoloso Ciclope.

(714)Sucton. Tiber. 14.

(715)Hecat. Fragm. 349, ed. Didot. —Cf. Pseudo Arist. De mirab. auscult. c. 143, ed. Beckmann. — Bouher. diss. ibid. p. 403.

(716)Quadratus ap. Steph. Byz. ν. Πηλίου. – Arrian. Exp. Alex. 1, 7. – Liv. XXXI, 40.

(717)Rogadei, Italia cistiberina, p. 192.

(718)Durini, Mem. sopra un vulcano ap. Torcia, Itinerario de' Peligni, p. 47.

(719)Sturz, De lingua Macedonica, in Henr. Steph. Lexicon graec. t. I, p. 187.

(720)Malte-Brun, Gèoraphie universelle t. IV, p. 337. Paris, 1841.

(721)Lupuli, In vet. Corfìn. multi, inscr.

(722)Della Torre, De Deo Beleno, In vet. Mon. Antii.

(723)Tertullian. Apolog. c. XXIII. — Ausonio (Prof. Burdig. n. 4) rammenta un Sacerdote di Apollo Beleno in Attico Patera, ed una lapida riferita dal Grutero (p. MLXXI, n. 8) ricorda ch’era adorato nel l'isola Gradense. Nominavasi ancora Belino, come raccogliesi da Erodiano (VIII, 7), e da due iscrizioni che leggonsi nella raccolta del Muratori (Thes. p. XXIV, 2,7).

(724)Steph. Byz. v. Πελιννα. —Plin. IV, 13.

(725)Liv. XXVI, 10 e 14. —Strab. IX, p. 438. —Cf. Arrian. Exp. Alex. I, 6. — Schol. Pindar. ad Pyth. Od. X, p. 310. — Pinedo, Not. in Steph. p. 539.

(726)Strab. VII, 326, 330—Steph. Bvz. v. Πέλη et Πέλλα Liv. XXVI, 25.

(727)Dionys. Perieg. v. 535. —Steph. Byz. v. Χίος.

(728)Hesych. v. Πελινναιος.

(729)Strab. V, p. 251.

(730)Sil. Ital. VIII, 508-509. Conjungitur acer Pelignus, gelidoque rap. t Sulmone cohortes.

(731)Liv. VII, 38.

(732)Liv. VIII, 6. Consulesque, duobus scriptis exercitibus, per Marsos Pelignos que profecti.

(733)Liv. IX, 41. Sequuti Marsorum defectionem Peligni, eamdem fortunam habuerunt.

(734)Diodor. Sic. XX, 101; t. II, p. 479 Wesseling. Ο' δὲ δῆμος ὁ Ρωμαιῶν προς τε Μαρσές και Πελιγνος, ἔτι δε Μαρυκινές συμμαχίαν εποίησατο. – Liv. IX, 45. De Æquis triumphatum,exemploque eorum clades fuit, ut Marucini, Marsi, Peligni, Frentani mitterent Romam oratores pacispetendae amicitiaque: iüs populis foedus petentibus datum.

(735)Lupuli, Op. cit. p. 17. – Cf. Niebuhr, Hist. Rom. t. III, p. 244.

(736)Diodor. Sic. XX, XX, 90; t. II, p. 471. Ρομαίοι μεν Πελιγνος καταπολεμήσαντες την χώραν αφείλοντο.

(737)Liv. X, 30. Samnitium agmen quum per pelignum arum fugeret, circumventum a Pelignis est. Ex mulibus quintine ad mille coesi.

(738)Liv. XXVIII, 15.

(739)Liv. Epit. LXXVI — Cf. Freinshem.

(740)Liv. Epit. ibid. — Fior. III, 18. — Appian. Civ. l, 52. —Oros. V, 18—Macrob. Saturnal. I, 11. —Scuce. De benef. III, 23.

(741)Cic. in Patin. 37,—Di Pietro, Mem. di Solmona, p. 22.

(742)Plin. III, 17. Pelignorum Corfinienses Superaequani, Sulmonenses.

(743)Phoebon. Hist. Mars. p. 277. —Giustiniani, Diz. geograf. t. III, p. 360.

(744)Frontin, de Colon, p. 145. — Balb. De Colon. p. 318.

(745)Phocbon. Op. cit. p. 278. – Muratori, Thes. Inscript. Cl. V, p. 367.-Il Romanelli (Topograf. t. III, p. 59) riporta questo marmo parlando di Anxano ne' Frentani; ma non è dubbio che si appartenesse a Superequani, perciocchè fu rinvenuto, secondo il Febonio, a Secinara, nelle vicinanze di Subequo.

(746)Liberatore, Piano di Cinquemiglia, p. 64. – Cf. Lupuli, Op. cit. p. 373.

(747)Phocbon. Hist. Mars. p. 278.

(748)Holsten. Alno, ad Cluver. p. 144.

(749)Cum in Marsorumfines venisset, ap ARCYM AVGVSTAR, qui locus a Romana Urbe P. M. LXXV distare dicitur. (Lectionar. Pistor. ap. Phocbon. p. 276).

(750)Phocbon. Op. cit, p. 277. — Cf. Muratori, Thes. Inscript. p, MLXXXIII.

(751)Tab. Peutinger. segm. V. — Mons Imeus. Statulae. V. Corfinium VII.

(752)Phocbon. Op. cit. p. 279 — Holsten, Adnot. ad Cluver. p. 154.

(753)Phocbon. Op, cit, p. 279— Lupuli, Op. cit. p. 395.

(754)Strab. V, p. 241.

(755)Holsten. Op. cit. p. 155. — Non so intendere perchè il Giustiniani (Diz, geograf. v. COCULLO) dubitasse che in questo villaggio abbiasi a riconoscere il detto oppido de' Peligni.

(756)Strab. V, p. 238. Κορφίνιον, μετροπολις Πελιγνῶν. — Ptolem. III, 1. Κορφίπιου, πολις Πελιγνῶν μεσόγειος.

(757)L'etimologia del Lupoli (Op. cit. p. 65) non parmi soddisfacente. Non dubitò il dotto uomo che il suo nome accennasse ad una migrazione di Fenicii, dal caldaico gur, peregrinari, e phanag, Phoenices.

(758)Frontin. De Colon. p. 122. Corfinius ager lege Sempronia est assignatus.

(759)Lupuli, Op. cit. p. 18, 27.

(760)Strab. V, p. 241.

(761)Olivieri, Saggi dell'Accad. di Corona, t. II, p. 57. — Eckhel, Doctr. num. vet. t. I, p. 103.— Lupuli, Op. cit. p.104. Mionnet, Descr. de méd. t. I, p. 108— 109— Suppl. t. I, p. 226— 228. — Avellino, Ital. vet. numism. p. 19, e 96. — Sestini, Moneta Vetus, p.13.— Mellingen, Rec. de méd. grecq. med. p. 28. — S. Giorgio, Mon. med. p. 110. —Anche il Pellerin (Suppl. II, p. 3 seq. ), ed il Minervino (Etim. del monte Vulture, p. 96— 99) riportarono alcuni tipi di queste medaglie; ma s'ingannarono nel riferirli a Boviano, città del Sannio. — Nella narrazione della Guerra Sociale ne daremo più particolare contezza,

(762)Strabone (l. c.) e Vellejo Patercolo (II, 16) scrivono Italica, ma l’iscrizione delle medaglie è contro questa lezione.

(763)Diodor. Sic. Fragm. lib. XXVII, t. II. p. 538 Wesseling.

(764)Lucan. II, 478. At te Corfini validus circumda a muris — Tecta tenent pugnax Domiti. — Tecta tenent pugnax Domiti.

(765)Caos. 1,16. —Appian. Civil. II, 38— Dio Cass. XLI, 1. — Fior. IV, 2 Suet. Caes. 34.

(766)Frontin. De Colon. p.121. Corfinius ager limitibus maritimis et montanis in jugera CC. sunt adsignati lege augustea sunt censiti, et termini Augustei ibidem nuncupantur.

(767)Lupuli, In mutil. vet. Corfin. Inscript. Neap. in 4. ed. alt.

(768)Di Pietro, Mem. di Solmona. 28-31.

(769)Murat. Thes. Inscr, p. DCCLXV, n. 2. — Lupuli, Op. cit. p. 109.

(770)Gell. Noct. Att. XVI, 13. Quotus enim fere nostrum est, qui cum ex colonia populi Romani sit, non et se municipem esse, et populares suos municipes esse dicat?

(771)Lupuli, Op. cit. p. 141.

(772)Id. ibid. p. 182.

(773)Doni, Inscript. antiq. Cl. I, n.64. — Lupuli, Op. cit. p. 186.

(774)Auson. Epigr. XXIX — Cf. Spon. Miscell. erud. antiq. p. 19-20.

(775)Doni, Op. cit. Cl. I, n. 13. — Lupuli, Op. cit. p. 190.

(776)Phocbon. Hist. Mars. p. 34. —Fabrett. Inscr. Domest. n. 346.

(777)Phocbon. Op. cit. p. 33. —Lupuli, Op. cit. p. 195.

(778)Macrob. Saturnal. I, 21. —Arnob, Contra gent. V, p. 138. — S. August. Da Civ. Dei, VII, 23. —Cf. Gruter. Inser.

(779)Il Febonio fu il primo a pubblicare questa iscrizione (Hist. Mars. p. 33), poscia riprodotta da altri epigrammatisti, ma più corretta dal Lupuli (Op. cit. p. 151.).

(780)Murat. Thes. laser. p. CDLXXIII, n. 12. — Lupuli, Op. cit. p. 206. — Il Febonio (Op. cit. p. 106.) dice ch’era diverso.

(781)Phocbon. Hist. Mars. p. 279.

(782)Vit. S. Pelin. ap. Ughelli, Ital. Sacra (in Ep. Brundis.)

(783)Il Vescovo Clarenzio, che fu il secondo di questa città, soscrisse Episcopio Valvensis il VI Sinodo romano celebralo nel 691 sotto Papa Agatone (Beretta, Tab. Chrorograph. med. avvi in Murat. R. I, S.; t. X, c. 118).

(784)Phocbon. Hist. Mars. p. 32. —Si avvisò nondimeno questo scrittore, come altri hanno malamente sostenuto, che col nome di Valva si dinotasse tutta la regione.

(785)Chaupy, Mais. d'Horace, t. III,p. 238.

(786)Sigebert. Chron. ad ann. 970.

(787)Strab. V, p. 370.

(788)Cluver. Ital. antiq. p. 739. — Holsten. Adnot. in Cluver. p. 115.

(789)Romanelli, Topograf. t. III, p. 148.

(790)Chaupy, Op. cit. t. III, p. 238.

(791)Caes. Bell. Civ. I, 18.

(792)Ovid. Amor. II, eleg. 16. Pars me Sulmo tenet Peligni tertia ruris. — Plin. III, 17. Pelignorum Corfinienses, Superequani, Sulmonenses.

(793)Cluver. Ital. antiq. p. 757.

(794)Timagen. ap. Steph. Byz. ν. Μελύαι Herodot, I, 173.-Strab. XIV, 764.—Plin, V, 24. Insident verticem Pisidae, quondam Solymi appellati. —Cf. Steph. Byz. v. IIıσίδια. — Koeppen. ad Homer. Iliad. VI, 184.

(795)Plin. III, 10. Amitinum, Norbe, Sulmo. Il geografo annovera questa città del Lazio tra quelle, delle quali non rimanevano vestigii al suo tempo; i moderni nondimeno ne pongono il sito in Sermoneta vecchia (Cellar. Not. orb. antiq. p. 656).—II Ciofani (Descr. Sulm, in Ovid. Opp. t. VIII, p. 234, ed, Lemaire) non dubitò che Sulmona avesse spedito una colonia alla città omonima del Lazio, e ne assegnò l'epoca a 500 anni in circa prima della sua età (1600); ma la Sulmona del Lazio era già distrutta a' tempi di Plinio.

(796)Ciofani, Op. cit. p. 248.

(797)Virg. Æn. X, v. 517. Finge il poeta che combattendo Enea contro i nostri popoli alleati di Turno fece prigionieri quattro giovani Sulmonensi.

(798)Liv. XXVI, 11.

(799)Liv. XXII, 9.

(800)Sil. Ital. VIII, 511 — Conjungituracer —Pelignus, gelido que rapit Sulmone cohortes.

(801)Flor. III, 21. Damnatam civitatem jussit Sylla deleri.

(802)S. August. De Civ. Dei, III, 28.

(803)Caes. Bell. civ. I, 18. — Cf. Oros. VI, 15.

(804)Frontin. De Colon. p. 145. Colonia Sulmontina ea lege est adsignata qua et Corfinius ager.

(805)Sigon. De antiq. iure Ital. III, 4.

(806)Frontin. De Colon. p. 126. Sulmona ea lege est adsignata, qua et ager Aeserniae, Cf. Lupoli, Op. cit. p. 363.

(807)Da Matteis, Storia peligna mss. ap. De Pietri, Mem. di Solmona, p. 43.

(808)De Pietri, Op. cit. p. 45-46.

(809)Reines. Syntagm. Čl. I, n. 94. — Cf. Lupoli, Op. cit. p. 364.

(810)Lupoli, Op. cit. p. 365. — È riportata anche dal Muratori (Thes. Inscr. p. CXIII); ma per Angitiae lesse Ancitiis, e parvegli che sotto quel nome s'indicasse Angeste, o Cibele.

(811)Vit. S. Pamphil. ap. Bolland. t. III april. Col. 583. — Cf. Torcia, Itinerario de' Peligni, p. 95.

(812)De Pietri, Op. cit. p. 46.

(813)Tacit. Annal. I, 54. Cf. Noris, Cenotaph. Pis. p. 74 seqq.

(814)Doni, Inscr. Cl. V, n. 162. — Lupoli, Op. cit. p. 377.

(815)Doni, Inscr. Cl. V, p. 228. — Lupoli, Op. cit. p. 371.

(816)Valery, Voyage en Italie, p. 360. — Cf. Keppel Craven, Op. cit. t. II, p. 27.

(817)Torcia, Itinerario de' Peligni, p. 94-104. —Romanelli, Topograf. t. III, p. 161.

(818)Ovid. Amor. II, eleg. 16.

(819)Keppel Craven, Excursions in the Abruzzi, t. II, p. 32.

(820)Festus, v. Peligni: Huius (Volsini) fueruntnepotes, Pacinus, a quo Pacinates, et Pelicius, a quo Peligni.

(821)Sil. Ital. IX, v.70 seqq. Huic domus etgemini fuerant Sulmone relicti — Matris in uberibus nati, Mancinus, et una — Nomine Rhoeteo Solymus.

(822)Cluver. Ital. antiq. p. 755.

(823)Festus, v. Picena regio.

(824)Torcia, Itinerario de' Peligni, p. 84.

(825)Pontan. De Aspirat. Opp. t. II, f. 18. Aldi. — Gruter. Inscr. p. DCCCVII, 11. — Lupoli, Op. cit. p. 160. — Cf. Gervasio, Iscr. Messin., p. 34. (nota).

(826)Plin. Hist. nat. XVII, 26.

(827)Torcia, Itinerario de' Peligni, p.73.

(828)Lupoli, In vet. Corf. Inscr. p. 207.

(829)Id. Op. cit. p. 154.

(830)Tab. Peutinger. segm. V. Sulmone. lovis Larene VII. Aufidena XXV. — Benché leggasi in questo Itinerario Iovis Larene, il Cluverio avverti l' errore de' copisti, e lesse con giudizio Iovis Palenus (Ital. Antiq. p. 759.)

(831)Holsten. Adnot. ad Cluver. p. 145.

(832)Romanelli, Topograf. III, p. 166.

(833)Itin. Antonin. p. 310. — Tab. Peutinger. segm. V.

(834)Romanelli, Topograf. t. III, p. 630-631.

(835)Itin. Antonin., p. 102. —Tab. Peutinger. segm. V. — Suppone il Camilli che questo secondo ramo della Via Valeria cominciasse propriamente Statule, ch’egli situa sopra Rajano, nel luogo detto la Civita (V. Regia Strada di Abruzzo, p. 32.)

(836)Horat. I, ep. 18. — Cic. ad Att. IX, ep. 6. Cf. Turneb. Adversar. I, 21. — Chaupy, Maison d'Horace, t. III, p. 533-536.

(837)Strab. V, p. 241.

(838)Ptolem. Geograph. p. 62. ΜαρΒκζ Α’τερβ εκβολαί.

(839)Cluver. hai. anùip ρ. 731. — Cramer, Descript. Of ancient Italy, 1.1, p.338.

(840)Romanelli, Topografi t. HI, p. 73 e segg.

(841)Tab. Peutinger. segm. V.—Cf. Cellar. Fot. Orb, ardili. p. 612. — Mannert, Die Geographie der Grìechen und Romer; t. IX, Ρ. I, p. 498.

(842)Cluver. Ital. antiq. p. 732.

(843)Holsten. Adnot. ad Cinger. p. 143.

(844)Stat. Sylv. IV, 4, v. 86.

(845)Strab. V, p. 241.

(846)V. pag 36. — Cf. Du Theil, Strab. Fr. t. ^1, p. 245.

(847)Plin. Hist. nat. II, 85; XVII, 38.

(848)Del Re, Descriz. de' reali dom. t. II, p. 368.

(849)Tenore, Viaggio in Abruzzo Cit. p. 34-37.

(850)Durini, Mem. sopra un vulcano ap. Torcia, Itin. de' Peligni, p. 47. — Id. Rel. sul solfo e blume d'Abruzzo Cit., negli atti della R. Acad. delle scienze, v. II, p. 39-44. Del Re, Op. cit. t. II, p. 262 e segg.

(851)Camarra, De Teate Antiq. p. 78.

(852)Strab. V, p. 167.

(853)Cato, Orig. II ap. Priscian. IX, p.871. Marsus hostemocciditprius quam Pelignus: inde Marrucini dicti, de Marso detorsum nomen. — Cf. Camarra, De Teate antiq. p. 14.

(854)Niebuhr, Hist. Rom. t. I, p. 92 (nota 317).

(855)Sil. Ital. XV, v. 566.Duri bello gens Marrucina. — Cf. VIII, 518.

(856)Liv. VIII, 29.

(857)Diodor, Sic, XX, 101. Liv. IX, 45.

(858)Camarra, De Teate antiq. p. 112.

(859)Polyb. III, 88. — Liv. XXII, 9.

(860)Sil. Ital. XV, v. 566.

(861)Polyb. II, 24. — Liv. XXVIII, 43; XLIV, 38. — Plutarch. in Paul. AEmil. p. 170, ed. Bryan.

(862)Oros. V, 18.—Cf. Appian. Civ. I, 52.

(863)Itin. Antonio, p. 310.

(864)Id. p. 102.

(865)Tab. Peutinger. segni. V.

(866)Cluver. Ital. anùq. p. 754.

(867)Camarra, De Teate antiq. p. 81. Holsten. Adnot, ad Cluver. p. 143. — Lupoli, In vet. Corfin. Inscr. p. 362.—Romanelli, Topografi t. Ili, p. 117.

(868)Mannert, Op. cit. t. IX, P. I, p. 500.

(869)Simoni, De la città d’INTERPROMIUM ne' Marrucini (Giornale Abruzzese, n. XX, p. 73).

(870)Simoni, Mem. cit. p. 71-72.

(871)Durini, D'Interpromio e Pollizio, Pagi Marrucini (ANNALI CIV. fasc. XXVI, p. 121.).

(872)Simoni, Mem. cit. p. 74. — Il Liberatore (Opuscoli, t. 1, p. 106), che vide spezzato il detto monumento, riporta anch'egli questa iscrizione, ma nella seconda linea legge PHODILIVS,

(873)Liberatore, Opuscoli t. I, p. 106 e 107. — Simoni, Mem. cit, p. 70.

(874)Stimò il Camarra (Op. cit. p. 69) che sotto il guasto nome di Zappina s'indicasse Teate; ma questa città non è posta, come è detto negli atti, tra la Pescara ed il Lavino. Il perchè è da credere piuttosto quel nome un'alterazione d'Interpromium.

(875)Simoni, Mem. cit. p. 78.

(876)Lupoli, In mutil, vet. Corfin. Inscr. p. 362. Con minore esattezza la riportò l'Allegranza (Opuscoli, p. 227), poiché lesse nella seconda linea INTERPROMINI; dal quale attingendola il Romanelli, suppl. Civ. alla prima linea (Topografia t. III, p.117); ma l'aggiunzione è soverchia, giacché Sulmonii qui vale Sulmonenses.

(877)Gruter. Thes. Inscr. p. MXXVI, n. 10. Reines. Syntagm. Cl. VII, n. 15. – Lupoli, Op. cit. p. 362 (nota). – Cf. le dotte osservazioni del Gervasio (Iscriz. sipontina, p. 34 e segg.).

(878)Durini, D'Interpromio e Pollizio, Pagi Marrucini (ANN. CIv. fasc. XXVI, р. 128.).

(879)De Lutiis, Narratore, n. 2.

(880)Simoni, Della città d' Interpromio (Giorn. Abruzzese, n. LIX).

(881)Itiner. Antonin. p. 310.

(882)Strab. V, p. 241. – Cf. Du Theil, Geograf. de Strabon, t. II, p. 243.

(883)Plin. III, 17. Marrucinorum Teatini,

(884)Ptolem. Geograph. p. 73. Τεατέα Μαρρουκινῶν μεσογειος.

(885)Camarra, De Teate antiquo, p. 28. — Alteratosi nel medio evo l'antico nome di questa città in Tele e Tieti, si credè fondata, sia da Tilea o Vesta, sia da Teti madre di Achille, ed anche da questo medesimo eroe, del quale vedevasi una statua di egregio lavoro nella piazza di Chieti, la quale rapita nel 1339 dal Preside di Abruzzo D. Diego d’Alarcon v Mendozza, per ordine del Viceré Duca di Alcalà, passò ad ornare con altre statue il cortile del suo palagio in Siviglia (Nicolino, Stor. di Chieti, p. 2). Or sulla fede di queste favolose tradizioni un dotto scrittore moderno non ha anche dubitato di porre in Teate il regno dell'Oceanitide Teti (Mazzoldi, Origini italiche, p. 136, nota 2).

(886)Dionys. Halic. I, il.

(887)Camarra, Op. cit. p. 40.

(888)Mazocchi, Tab. Heracl. p. 33 (nota 52).

(889)Giovenazzi, Città di Aveja, p. 11 (nota). —Avellino, Ital. vet. numism. p. 15— Opuscoli, t. Π, p. 67. Accordasi con questi scrittori anche il Millingen (Numismatique de l'Ancienne Italie, p. 136).

(890)Pellerin, Eckhel, Basche, Sestini.

(891)Sil. Ital. VIII, 321. Corfini populos magnumque Teate trahebat.

(892)Sil. Ital. XVIII, 457. Cui nobile nomen, Marucina domus, clarumque Teate ferebat.

(893)Frontin. De Col. p. 124. Teate, qua Aternus. Agereius lege Augustea est assignatus. Finitur, sicut consuetudo estan regione Piceni. — Cf. Giovenazzi, Op. cit. p. 13.

(894)Camarra, Op. cit. p. 89 e segg.

(895)Allegranza, Opuscoli, p. 222.

(896)Baroncini, De metrop. Teate, Fragm. ap. Ravizza, Epigr. di Chieti, p. 105-110.

(897)Id. loc. cit. p. 111. — Muratori, Thes. Inscr. p. MCXXXV. — Allegranza, Opuscoli, p. 221. — Il Camarra (Op. cit. p.97) per sostenere la propria sentenza interpetrò le sigle P. C. Patrono Collegii, oppure Civitatis Teatinoram.

(898)Camarra, Op. cit. p. 91-92. — Ваroncini, Fragm. ap. Ravizza, Op. cit. p. 108, 110.

(899) Camarra, Op. cit. p. 67. — Baroncini, Fragm. in Op. cit. p. 113. — Scrive il Nicolino (Stor. di Chieti, p. 8) che scavandosi presso quel Tempio le fondamenta d'una casa, si trovò una statua, creduta di Vezio Marcello che lo fondò.

(900)Camarra, Op. cit. p. 69. — Allegranza, Op. cit. p. 225. — Valignani, Centuria di Sonetti (nota 18), p. 162.

(901)Varro, De L. L. VI, 2. — Dimostrano i marmi che Diana era anche adorata sotto il nome di Trivia presso Capua e Teano Sidicino (Pratilli, Via Appia, p. 44 e 226).

(902)Veggasi la descrizione di questo Teatro nell’Allegranza (Op. cit. p. 215), e nel Romanelli (Op. cit. p. 105106.)

(903)Romanelli, Op. cit. t. IH, p. 107.

(904)Baroncini, Fragm. in Op. cit. p. 109, 111. — Camarra, Op. cit. p. 218, 219.

(905)Ravizza, Epigr. di Chieti, p. 1 e 5.

(906)Jul. Capitol. in Maximin. 25.

(907)Prudent, in Roman. 10. — Salmas. in Æl. Lamprid. Helagabal. 7.

(908)Capaccio, Hist. Neap. p. 199-200. Muratori, Thes. Inscr. p. CCCLXXXIX, n. 4.

(909)Nicolino, Op. cit. p. 42. — Romanelli, Op. cit. t. III, p. 104.

(910)Camarra, Op. cit. p. 68. — Allegranza, Opuscoli, p. 232.

(911)Eckhel, Doctr. num. vet. t. I, p. 130.-Cf. Avellino, Opuscoli, t. I, p. 142.

(912)Diodor. Sic. ΧΙΧ, 105. Ρομαΐοι δυνάμεσιν ἁνδραῖς πεζῶν τε καὶ ἱππεων ἐστράτευσαν ἐπι Πολλίτιον, Μαρρεκινών ὅσαν πόλιν. κ. τ. λ. – Osserva il Wesselingio (Ad Diodor. t. II, p. 399 ) che in un mss. leggevasi Πολίτιον.

(913)Durini, D'Interpromio e Pollizio, ANNALI CIV. fasc. xxvi, p. 129.

(914)Liv. IX, 28.

(915)De Jordan, De Chronol. Diod. Sic. in Origg. Slav. §. CXLI ECALVIII.

(916)Romanelli, Topograf. t. III, p.119.

(917)Durini, Mem. cit. p. 130.

(918)Polidori, De Antiq. Frent. mss. p. 407.

(919)Jannelli, Vet. Osc. inscr. p. 133-156.

(920)Guarini, Nupera quaedam osca, p.12.

(921)Ptolem. Geograph. VI,12. – Plin. Hist. Nat. VI, 16.

(922)Paul. Diac. Hist. Longobard. II, 19.

(923)Cic. De Divinat. I, 43; II, 27. Liv. XXIV, 20. — Jul. Obseq. De prodig. c. 35. Cf. Durini, Dell'Aterno sanguinoso, negli ANN. Civ. fasc. XLI, p. 19.

(924)Lucian. De Syria Dea, c. 8.

(925)Camarra, De Teate Antiq. p. 73.Polidori, De antiq. Frentan. mss. p. 222. Muratori, Thes. Inscr. cl. VI, p. 443.

(926)Liberatore, Opuscoli, t. II, p. 49.

(927)Strab. V, p. 241.

(928)Chaupy, Maison d'Horace, t. III, р. 23.

(929)Romanelli, Op. cit. t. III, p. 86.

(930)Plin. III, 6. Ab ostio Aterni amnis in Adriaticum mare influentis, ad Tiberina ostia CXXXVI (mill. Pass.)

(931)Strab. V, p. 242.

(932)Mela, II, 4. Frentani tenent Aterni fluminis ostia. — Plin. III, 17. In ora Frentanorum... Aternus amnis.

(933)Cluver. Ital. Antiq. p. 731.

(934)Camarra, Op. cit. p. 39.

(935)Cellar. Nota. Orb. antiq. p. 612.

(936)Ptolem. p. 62. Μαρεκίνων, Α΄τέρν ποταμᾶ εκβολαί.

(937)Sosipatr. Caris. Inst. gramm. f. 71. ed. Neap. Non quia negem ultra Safinum inter quaestionem Osteatinis, ut Maruciis est moris, e literam relegare, o videlicet pro eadem litera claudentibus dictioem. — Cf. Pellegrino, Campania, p. 89.

(938)Roselli, De situ antiq. Aterni ap. Polidori (De antiquit. Frentan. p. 219).

(939)Liv. XXIV, 47.

(940)Memnon. Hist. Heracl. Pont. 32.

(941)Frontin.. De Colon. p. X. Aternensis ager lege Augustea est assignatus. — Cf. Lupoli, In vet Corfin. Inscr. p. 3236.

(942)Roselli, Op. cit. ap. Polidori (De Antiquit. Frentan. p. 221.) — Camarra, Op. cit. p. 39.

(943)V. pag. 123·

(944)Polidori, Op. cit. p. 221.

(945)Polidori, Brutii a calumnia vindicati, etc. p. 65.

(946)Dio Cass. Lv, p. 564.

(947)Strab. V, p. 242.

(948)Camarra, Op. cit. p. 38. Spon, Miscell. erud. antiq. p. 68. —Polidori, Op. cit. p. 30. — L'Allegranza anche adduce questa iscrizione (Opuscoli, p. 247), ma senza l'ultima linea, che riporta come frammento di altra epigrafe.

(949)Polidori, De Antiquit. Frentan. p. 221. — Muratori, Thes. Inscr. cl. vi, p. 443.

(950)De Flumin. p. 10. Aternus decurrens per Marsos, ubi et Ostia civitas.

(951)Polidori, Op. cit. p. 220. — Romanelli, Op. cit. t. III, p. 86. — Mozzetti, Nummi coniati in Aterno (Giorn. Abruzz. fase, ult. Del 1836) — V. le osservazioni del Simoni (Mem. cat. p. 84-88) all'opinione dell'ultimo scrittore, che pone Aterno sul piano di S. Maria di Arbona.

(952)Dolce, Vita di Carlo V.

(953)Simoni, Mem. cit. p. 79-82,

(954)Plin. III, 16. Tifernus amnis. Inde regio Frentana. — Cf, III, 17.

(955)Mela II, 4. Frentani jam Matrini habent ac Aterni fluminis ostia.

(956)Mannert, Die Geographie der Griechen, und Römer, t. IX, p. 806.

(957)Cluver. Ital. antiq. p. 1206. Cellar. Not. orb. antiq. p. 702. — Cf. Tria, Mem. di Larino, p. 9.

(958)Strab. V, p. 242.-Ptolem. p. 69.

(959)Mela, 11, 4. Frentani habent Aterni fluminis ostia. —Plin. III, 17. In ora Frentanorum a Tiferro flumen Trinium portuosum.... Aternus amnis.

(960)Romanelli, Topograf. t. III, p.9. — Cramer, Ancient Italy, t. II, p. 255.

(961) Contasi fra queste piante il Gens-eng che alligna in gran copia solo nella Cina in luoghi erti ed ombrosi. La sua radice vi è tenuta in gran conto, e ad essa si ricorre ne più gravi percoli della salute.

(962) Nigr. Comm. Geograph. p. 181. — Camarra, De Teate antiq. p. 83.

(963)Zonar, Annal. VIII, 6, — Romanelli, Scoverte frentane, t. II, p. 33.

(964)Romanelli, Scoverte frentane, t. II, p. 2-11. — Tenore, Viaggio nell'Abruzzo Cit., p. 43-113 — Del Re, Descriz. de' Reali dom. t. II, p. 369-424; t. III, p. 77-87,

(965)Strab. V, p. 241.

(966)Cluver. Ital. antiq. p. 1061.

(967)Camarra, De Teate antiq. p. 151.

(968)Dionys. Halic. II, 49; III, 33. — Heyne ad Virg. Æn. VII, 800 -Fabretti, Inscr. p. 452.-Cf. p. 70.

(969)Cato, Fragm. de Orig. ap. Annium, p. 508, ed. Antuerp. Frentani primum a Lyburnis et Dalmatibus, inde his pulsis a Thuscis orti.

(970)Aul. Gell. Noct. att. III, 7. — Cf. Frontin, Strateg. I, 5, 15.

(971)Serv. ad AEn. X, 179, 181. Cf. Varro, Sat. menipp. ap. Philargyr. in Georg. II, 167.

(972)M. Cat. Fragm. De Orig. ap. Annium, p. 479, 480, 483.

(973)Polyb. III, 100, 2. — Schweighæuser legger vorrebbe Taburno in vece di Liburno; ma il Taburno è molto distante dal sito di Gerione e Larino, presso le quali città Polibio situa quel monte.

(974)Romanelli, Topograf. t. III, p. 16.

(975)Steph. Byz. ν. Σαρνος.

(976)Strab. VII, p. 315. — Appiano, Illyr. 12.

(977)Lanzi, Saggio di ling. Etr. t. II, p. 224. Cf. Jannelli, Tentam. Herm. p. 133.

(978)Creuzer, Rel. de l'antiquité, t. II, p.411, nota.

(979)Lidus, De Mers. IV, 58. Bekker. Λαρινόν το λιπαρου σημαίνει.

(980)Rinaldi, De antiq. et pruest. Patr. ap. Polidori, Op. cit., p. 13. —Cf. Tria, Mem. di Larino, p. 5.

(981)Plin. Hist. Nat. IV, 11.

(982)Deipnosoph. IX, 18.

(983)Hecat. Fragm. 349, ed. Didot. Scylax, Peripl. § 26, ed. Gail. — Lo Scoliaste di Esiodo (ad Theogon. 292) dice che Gerione nacque a Tirinto, e questa tradizione par che accenni all'origine per la Grecia del mito eliaco che rappresenta da quella città dell'Argolide abitata da' Pelasgi. Il culto di Tirinto non doveva differire da quello di Micene, e sono già noti i simboli mitriaci ne' leoni veduti da Pausania sulla porta di questa città (Pausan. Corint. II, 16. — Cf. W. Gell, Itinerary of Greece, p. 35 seqq. — Creuzer, Rel. de l'antiq. t. I, p. 371).

(984)Ælian. Hist. Var. XI, 2.

(985)Homer. Iliad. B, 744. – Cf. Strab. IX, p. 439.

(986)Hieronym. ap. Strab. IX, p. 531.

(987)Dutheil, Not. à Strab. t. III, p.531.

(988)Antimach. ap. Natal. Comit. Mithol. p. 711. – Apollodor. Bibl. II, 5, 7. – Cf. Heynead h. 1. p. 171.

(989)Esiodo parla di Agrio, il quale imperava in Italia a' gloriosi Tirreni (Theogon, v. 1013), che troviamo nella Macedonia (Herodot. I, 57. – Steph. Byz. v. Αιανή, et Ελίμεια). Tucidide (IV, 109) li ricorda ancora nella regione Calcidica presso il monte Athos, e sono noti gli Agrii o Agriani, popoli della Tracia (Theopomp. ap. Antigon. Hist. Mirab. c. 131), o della Peonia tra l'Emo ed il Rodope (Steph. Byz. v. Αγρίαι), οdiversi da' Peoni, ma confinanti con essi (Arrian. De Exp. Alex. I, 6), donde sembrano passati ad abitare sull'Acheloo nell'Acarnania (Thucyd. II, 102, 7; Liv. XXXII, 34), e di là in Italia.

(990)Gli Abanti che fondarono Cuma, passarono nell'Opicia dall'Eubea e da Calcide dell'Epiro (Etym. Μ. ν. Αμαντες. – Cf. Jannelli, Vet. Osc. Inscr. p. 22), ci Teleboi che abitarono l'isola di Capri (Tacit. IV, 67; Virg. Æn. VII, 735 ), e come io giudico anche il promontorio sorrentino, furono i più antichi abitatori dell'Acarnania (Schol. Apollon. Argonaut. v. 750).

(991)Court de Gebelin, Monde primitif, t. V, p. 155.

(992)Avellino, Ital. Vet. Num. p. 21. Suppl. p. 5. – Sestini, Lett. numism. t. V, p. 26.

(993)Sono antiche rovine presso Francofilia, dove molti scrittori hanno immaginato l'urbs frentana, ignota agli antichi geografi. Nella selva di Pollutri rimane il nome di Civita (Giustiniani, Diz. geograf. v. POLLUTRI)) e si ha memoria di Civita Arpalice nell'agro della distrutta Cliternia (Tria, Mem di Forino, p. 347). Altri avanzi di antiche città frentane s’indicano ancora a. Fossaceca, che il Polidori (Op. cit. p. 276) descrive col nome di Fossa Cassia, del pari che nella pianura a tre miglia da Casoli, e ne’ territorii di Montenerodomo e Torricella (Del Re Descriz. de' Reali dom. t. II, p. 384,383).

(994)Tab. Peutinger. segm. V, B. Mannert. Ostia Aterni, Fluviam Clocorim XII. Ortonam.

(995)Romanelli, Topograf. t. III, p. 44, Cf. p. 74, nota a.

(996)Tab. Peutinger. segm. V, B. La distanza segnata in questa tavola è propriamente di m. XVI; ma è falsa.

(997)Strab. V, p. 242. – Plin. III, 17.

(998)Ptolem. Geograph. p. 69.

(999)Polidori, De antiquit, Frentan. p. 382. – Questo dotto scrittore,del quale citerò il mss, che conservasi dal mio egregio amico sig. Michele Tafuri, cita un Gio. Cicaro, celebregiureconsulto e Consigliere di Re Roberto, ed un autore anonimo della storia di Ortona scritta a tempo di Ferdinando I d'Aragona, i quali furono di questa opinione.

(1000)Spon. Miscell. Erudit. antiq. p.174. Fabretti, Explic. ant. iscr. Cl. V, n. 302. Olivieri, De antiq. Pisaur., ed. alt. – Polidori, Op. cit. p. 382. Romanelli, Topograf. t. III, p. 64.

(1001)Monum. Ancyran. ap. Edm. Chishull. Antiqq. Asiatt. p.174. – Sueton. in Aug. c. 29. – Dio Cass. LIV, 8. – Ovid. Fast. V, 551 sq.

(1002)Spon, Op. cit. p. 174. Non ostante che questo dotto antiquario avverti l'identità delle dette magistrature, fu pure tentato di attribuire l'addotto marmo all'"Ορτιον di Strabone, che alcuni ora leggono Ιςόνιον, e credere questo municipio, ed Ortona colonia.

(1003)Spon, Op. cit. p. 174. – Polidori, Op. cit. p. 383.

(1004)Gruter. Inscr. p. XXXVI, n. 7, 8, 9.Reines. Syntagm. Cl. I, n. 44; e Cl. VI, n. 67. Poiché Ottavio ebbe vinto ad Azzio M. Antonio, consacrò presso il Tempio di Apollo che sorgeva sul golfo, dieci navi tolte al nemico (Strab. VII, p. 325.) Tenutosi soccorso dal nume all'impresa (Virg. Æn. VII, 706. Ovid. Metam. XIII, 715), istitui in suo onore i ludi quinquennali, celebrati da Properzio (Eleg. IV, 6). Vinto ancora Sesto Pompeo, votò un tempio ad Apollo (Vell. Pat. II, 81), e l'edifico nella stessa reggia. Ed egli stesso in una secreta cena che fingeva il banchetto de' dodici dei maggiori, sedé sotto le sembianze di Apollo (Sucton. in Aug. 29, e 70). In una iscrizione di Luceria leggesi ancora APOLLINI Divo AVG.

(1005)Strab. V, p. 212. Ὄρτων, ἐπίνειον Φρεντανῶν.

(1006)Afan de Rivera, Considerazioni ec. t. I, p. 169.

(1007)Polidori, Op. cit. p. 386.

(1008)Id., Op. cit. p. 386-387.

(1009)Tab. Peutinger, segm. V. Cf. Romanelli, Topograf. t. III, p. 632.

(1010)Plin. III, 17. Aternus amnis. Intus Anxani cognomine Frentani, – Il Cluverio legger vorrebbe Anxanenses (Ital. antiq. p. 1027 ).

(1011)Ptolem. p. 69. – Itiner. Antonin. p. 313. (3) Addi 13 maggio 1278 una pubblica e solenne federazione strinsero tra loro i Sulmonensi e i Lancianesi nella piazza di S. Pelino di Solmona, e nella carta colla quale venne solennizzata si scrisse che fu conchiusa propter originariam cognationem, et consortium communis fundationis (Polidori, Op. cit. p.112. Cf. Phoebon. Hist. Mars. p. 258 ).

(1012)Acuto, storico di Solmona nel secolo XV; Rinaldi, Fella e Polidori, storici di Lanciano.

(1013)È nel museo del sig. De Giorgio di Lanciano; l'altra si conserva nel R. Museo Borbonico (Romanelli, Topograf. t. III, p. 57 ), e non è ancora spiegata.

(1014)Jannelli, Vet. Osc. Inscr. p.150. – Il Guarini (Comment. XIII, p. 21, legge CERETAE la prima parola, ed interpetra: CERERI. LYCANAE. APASIVS. KALINYS. PVB. D.D.

(1015)Guarini, Comment. XIII, p. 29-56. – p. 49-54. – Nupera quaed. osca, p. 18-33. In Marm. Anxan. Mantissa in Inscript.

(1016)Vedi pag. 157.

(1017)Guidati alcuni scrittori dalla denominazione di Foreto, o Forcuto sulla foce del Foro presso Francavilla, non meno che dagli antichi ruderi che vi si veggono, vi posero la città di Forcuto, alla quale riferirono la testimonianza di Livio (X, 16) dove parla d'una innominata città frentana, che si rese nel 435 al Console Aulio Cerretano (Romanelli ed altri topografi da lui citali nella sua Topografia t. Ili, p. 73-75). Questo medesimo scrittore nelle sue Scoverte Frentane (t. II, p. 29 e segg. ) per la denominazione di un castello del medio evo detto La-Roma, e per le antiche rovine che si veggono a tre miglia da Casoli non dubitò di attribuire Romulea a’ Frentani, ad essa riferendo un'altra testimonianza di Livio (X, II), il quale parla di Romulea nel Sannio; ma ricredendosi dell’errore, non riprodusse la detta città nella sua Topografia.

(1018)Liv. IX, 31.

(1019)Da che nella detta iscrizione si nomina Cluvia di unita ad durano non si può inferirne, come fece il Romanelli (Scoverte Frentane, t. II, p. 101) che fu in questa regione una città di tal nome. C. Azio era edile delle dette due città, come, per tacer di altri esempi, Vibio Severo era Patrono de' Superequani, degli Anxati o Anxanensi, e de' Peltuinati, popoli appartenenti a regioni diverse. Il Romanelli non pertanto non più descrisse Cluvia ne’ Frentani nella detta opera della sua Topografia.

(1020)Frontin. De Colon, p.125. Ager Anxiarus est assignatus ut ager Fidenatis.

(1021)Polidori, Op. cit. p. 122.

(1022)Romanelli, Op. cit. t. III, p. 56.

(1023)Murat. Thes. Inscript. CI. XV, p· MXXXVIII.— Polidori, ibid. p. 121.

(1024)Polidori, Op. cit. p. 116. — Antinori, Antichità de' Frentani, p. 99.

(1025)Polidori, Op. cit. p. 118. — Murat. Thes. Inscr. Cl. I. p. XLIV.

(1026)Romanelli, Scoverte frentane, t. I, p. 32.

(1027)Polidori, Op. cit. p. 118. — Murat. Thes. Nov. Inscr. p. XCIX, n. 3. — V. ancora pel culto di questa dea il marmo riportato a p. 119 di L. Vibio Severo, Patrono de' Superequani e degli Anxati Frentani.

(1028)Liberatore Pensieri, economici, p. 126. Guarini, Nupera qued, osca, pag. 30-31.

(1029) Polidori, Op. cit. p. 126. — Il Romanelli (Scoverte Frentane, t. II, p. 99) lo riferì all'epoca di Adriano, il quale prepose un Preside, dello anche Rettore, al governo delle nostre provincie. Parlasi di AVIENO GIUSTINIANO, rettore del Sannio,che sembra lo stesso che l’AVIONIO del marmo, in una iscrizione trovala ad Isernia e riferita dal Muratori (Nov. Thes. Ci. VI, p. 469).

(1030) Polidori, Ορ. cit. p. 116.

(1031) Fella ap. Polidori, Op. cit. p. 116.

(1032) Antinori, Antichità de' Frentani, p. 246. — Romanelli, Op. cit. p. 61.

(1033) Nicolos. Herc. Sic. P. III, p. 43 – Polidori, Op. cit. p. 114.

(1034) Fella, Chron. Anx. c. 6. – Cicchi, Descr. Samnii, p. 5, 8.

(1035) Antinori, Op. cit. p. 108. – Romanelli, Scov. frentane, t. II, p. 94-110.

(1036) Strab. V. p. 242. – Tolomeo (p. 69) e Vibio Sequestre (De flumin. p. 12) lo nominano Saro; ma poiché anch'oggi con lieve alterazione è detto Sangro, è da seguire piuttosto la denominazione di Strabone.

(1037) Phocbon. Hist. Mars. p. 110. Ciarlante, Mem. del Sannio, t. I, p. 38.

(1038)Corsignani, Reggia Marsicana, t. I, p. 713.

(1039)Muratori, Thes. Inscr. Cl. VI, n. 1, р. ССССXLIX — Polidori, Op cit. p. 23, 47.

(1040)Biondi, Ital, illustr. p. 139. — Nigr, Comm. geograph., p. 283. — Alberti, Descriz. d'Italia, p. 252. — Polidori, Op. cit, p. 108.

(1041)Tab. Peutinger. segm. V, B, Mannert.

(1042) Trasmondo, Marchese di Chieti, dono nel 973 al monistero di S. GIOVANNI IN VENERE Omnem sylvam cum tenimento seminali, quod dicitur Gandulphi inter AMNIUM et Molariam.

(1043) Polidori, Op. cit. p. 108. Non ostante le allegate testimonianze, che apprendiamo dal dotto illustratore di questa regione, egli volle qui situare i Carentini di Plinio, leggendo Saritini nel geografo.

(1044) Muratori, Thes. Inscr. Cl. I. p. XXI. Polidori, Op. cit. p. 109.

(1045) Plin. III, 16. Inus Anxani cognomine Frentani, Carentini supernates, et infernates, Lanuenses.

(1046) Harduin. ad Plin. loc. cit.

(1047) Polidori, Op. cit. p. 4. Romanelli, Scoverte Frentane, t. I, p. 344 351. — Topografia, t. III, p. 49 50. Questo scrittore riproduce colle stesse autorità l'opinione del Polidori, come in tutta l'opera delle sue Scoverte.

(1048) Cramer, Ancient Italy, t. II, p. 227.

(1049)Zonara, Annal. VIII, 7.

(1050)Galanti, Descriz. del Contado di Molise, t. I, p. 43.

(1051)Ptolem. Geograph, III, 1; p, 66.

(1052)Polidori, Op, cit. p. 4, e segg.

(1053)Danville, Notice de l’anc. Gaule, p, 202.

(1054)Danville, Op, cit, p. 199.

(1055)Court de Gobelin, Monde primitif. t. V, p 161.

(1056)Danville in Plin. adnot. I, c.

(1057)Polipori, Op. cit. p. 436.

(1058)Val. Max. II, 1, 6.

(1059)Biondi, Ital. illustr. p. 144. Polidori, Op. cit. p. 435. – Cf. Marangoni, Delle cose gentilesche, etc. p. 275. – Romanelli, Op. cit. p. 51 e segg.

(1060)Strab. V, p. 242. Βᾶκα, καὶ αυτή Φρεντανῶν, ὁμόρος Τεάνωτῷ Απελω.

(1061)Mela, Mela, II, 4. Frentani habent Ater nifluminis ostia, urbes Bucam, Histonium.

(1062)Ptolem. Geograph. III, 1. p. 66.

(1063)Plin. III, 17. In ora, Frentanorum… oppida: Histonium, Buca, Ortona.

(1064)Steph. Byz. ν. Βύβη. – Avverti il Berkelio (Adnot. ad Steph. p. 247, nota 50) che il Salmasio in alcuni mss, lesse BΥΒΑΙ, e che perciò avvenendosi Stefano in qualche codice, nel quale leggevasi BYBAI in vece di PTBAI, notò con quel nome la città di Rubi appartenente alla Peucezia, non già Buca città de' Frentani, Ciò che poi il geo grafo soggiugne, esservi cioè i Bibai popolo di Tracia, parmi che si riferisca a Biblia, contrada della detta regione secondo Ateneo (Deipnosoph. I, 31). Il Westermann nella nuova edizione di Stefano legge anche Βύβη.

(1065)Polidori, Op. cit. p. 262.

(1066)Id., Op. cit. p. 265. – Muratori, Thes. Inscr. CI. XV, р. МXXXII.

(1067)Canacci, ap. Polidori, Op. cit. p. 260. Altre anticaglie indica il Marchesani (Storia di Vasto, p. 140-146): mattoni colla marca C. HO, spezzoni di marmi lavorati e colonne nell'atrio della chiesolina della Penna; un avanzo di acquidotto sulla prossima pendice, per la quale si scende al seno della Lebba, un bagno presso la Fontana del Vico, ed ivi presso salendo sul vicino colle ruderi di fabbriche solidissime, ed un sepolcreto che prolungasi all'est. Quel campo è tutto sparso di spezzati tegoloni e di vasi sepolcrali eleganti e rozzi, ed oltre a qualche lapida una moneta vi si rinvenne di Alessandro Severo.

(1068)Jannelli, Vet. Osc. Inscr. p. 148.

(1069)Lanzi, Saggio di lingua etrusca, p. 525, ed. 1825.

(1070)Bolland. Acta SS. Mens, Maii, t. II, p. 569.

(1071)Marchesani, Storia di Vasto, p.147. II Polidori (Op. cit. p. 260.) scrive ancora che quando il mare era in calma, si osservavano tra le acque gli avanzi di questo porto; ma lo situò sotto il promontorio della Penna.

(1072)Polidori, Op. cit. p. 267.

(1073)Privileg. di Vasto ap. Marchesani, Op. cit. p. 131.

(1074)Tab. Peutinger, segm. V. Anxano, Annum (1. Amnium) III. Pallanum. IV, Istonium XII.

(1075)Biondi, Ital. illustr. p. 77. — Romanelli, Op. cit. t. III, p. 44.-Bartoletti, Santuario Atessano, p. 49. — Caraba, Giornale Abruzzese, n. XI, p. 88.

(1076)Durini, ANNALI CIV.

(1077)Caraba, Op. cit. p. 89.

(1078) Polidori, Ορ· cit. p. III. —Chron. S. Steph, in riv. mar. ad ann, ΜΧΧΧΙ, αρ. eund.

(1079) Se crediamo una leggenda riferita da’ Bollandisti (Acta SS. in M. lun. t. II. ), e trascritta da un codice longobardo della Chiesa di S. Leucio di Atessa, i Saracini assediarono Pollano al tempo di Lodovico Pio Imperatore, e con altri uccisero l’Abate del monistero di S. Stefano in Lucana, del quale si veggon tuttora gli avanzi nella contrada detta Collecentuomini presso Tornareccia (Bartoletti, Op. cit, p. 49)

(1080) Tab. Peutinger. segna. V, B. — La distanza di XXV miglia che Itinerario di Antonino (p, 313) segna da Anxano ad Istonio, non corrisponde alle 17 miglia odierne che si contano da Lanciano a Fasto, ed è però da rettificare in miglia XX.

(1081) Dutheil, Geographie de Strabon. t. IL p. 246, nota 2.

(1082) Strab. V, p. 24. Ὀρτώνιον δ᾽ ἐςὶνἐν τοῖς Φρεντανοὶς πέτρα ληςρικῶν ἀνδρῶτ πων, οἷς αἱ οἰκήσεις ἀπὸ τῶν ναυαγίων πήγνυνται, καὶ τ' ἄλλα θηριωδεις εἰσί.

(1083) Rammenta i detti vasi il Rinaldi (De antiq. et pratesi, patr. ap. Polidori, p. 13.), ed apprendiamo dai citato scrittore Op. cit. p. 312) che molti se ne conservavano nel Museo del Marchese di Vasto. Ma saccheggiato quel Musco dopo la morte di Carlo II d’Austria, furono portati in Napoli ed acquistati dall’erudito Giuseppe Valletta, d$l quale passarono a’ PP. della Congregazione dell’Oratorio. Alcuni se ne veggono illustrati dal Gori nel suo Musco Etrusco.

(1084) Il Polidori, non accordandosi coll'Orlendio, il quale stimò che Strabone volle parlare del Gargano, si avvisò che sotto quel nome accennasse le Isole Diomedee (Op. cit. p. 313); ma il geografo parla altrove di queste isole, e le attribuisce albi Daunia, non a' Frentani.

(1085) Mela. II, 4. — Plin. Ili, 17.—Ptolem. p. 66.

(1086)Cic. Pro Cluent. 69.

(1087)Polidori, Op. cit. p. 316.

(1088)Frontin. De Colon, p. 126. Goes. Istoniis colonia. Agcr ejus percenturias, et scamna est assignatus. Finitur sicul ager Bobianus.

(1089)Panvin. De Imp, Rpm. III.

(1090)Aggenus, De limit. p. 54, Gocs.

(1091)Aul. Gell. Noct. Att. XVI, 13. Non ostante che la condizione delle Colonie parve preferibile a quella de' Municipii, a cagione della grandezza e maestà di Roma, di cui offrivano l'immagine, molte città amarono meglio di vivere secondo le loro consuetudini e leggi municipali.

(1092)Camarra, De Teate antiq. p. 92. — Polidori, Op. cit. p. 318. — Oltre ad altri scrittori, riferiscono ancora questa iscrizione il Fabretti (Expl. ant, Inscr. p. 463) ed il Kirchmann (De Funer, Romanor. II, 25), ma con errore il primo la riferì a Teate, l'altro a Cimosa.

(1093)Sucton. Domitian. IV. et ibi Casaubon. — Cf Barth. ad Stat. Silv. III, 3, 31; V, 3, 231. — Marek land ad Quintil. Instit. O. at. III, 7, 4.

(1094)Gruter. Thes, p. CCCXXXII, 3. —Mura t. Thes. Cl. XV, p. mcix, 1. — Polidori, Op. cit. p. 320. — Questa iscrizione è anche riportata da non pochi altri antiquarii, ma con minore esattezza; ed è da avvertire che gli ultimi due versi furono aggiunti dagl'Istoniensi allorché il loro concittadino fu destinato sotto Antonino Pio Curatore della Repubblica degli Esernini (Ignarra, De Palestr. Neap. p. 30, nota 2).

(1095)Censorin. De Die nat. c. 18.

(1096)Polidori, Op. cit. p. 324.

(1097)Steph. Byz. v. Δολιχή. –Cf. Holsten. Not. et castig. p. 102.

(1098)De Syria Dea, 31. Parlando Luciano de' simulacri che vedevansi nel tempio da Stratonica edificato a Giunone in Jerapoti dice: την μεν Ηρην λέοντες φέρουσι, δ΄ (Δίος ) δὲ ταύροισι εφέξεται.

(1099)) Spon. Miscell. erud. antiq. p. 77.

(1100)Marchesani, Storia di Vasto, p. 34.

(1101)Polidori, Oр. Сit. р.323.-Marchesani, Op. cit., p. 33.

(1102)Polidori, Op. cit. p. 324.

(1103)Betti, Lettera a Torcia. – Osserva il Romanelli (Scov. Frentane, p. 220) che la Chiesa di S. Pietro ritenne in parte l'antica fabbricazione del tempio di Cerere, l'atrio, il vestibolo, ed il bagno delle lustrazioni; e fino agli ultimi tempi i coltivatori delle campagne vi hanno offerto le primizie delle loro messi.

(1104)Vedi pag. 194.

(1105)Il Capmart. De Chaupy, illustrò questa iscrizione nelle Novelle Fiorentine, t. IV.

(1106)Merula, Cosmograph. p. 1185.-Polidori, Op. cit. p. 326. – Romanelli, Scoverte frentane, t. I, p. 197-208. – Marchesani, Storia di Vasto, p. 208-214.

(1107)Coda, Mena delle pecore di Puglia.

(1108)Marchesani, Op. cit. p. 171, 226.

(1109)Non dubita il Romanelli che fuori Porta nuova presso quella chicsuola fosse un'officina de' detti vasi (Scov. Frentane, t. I, p. 173).

(1110)Marchesani, Op. cit p. 10-11.

(1111)Torcia, Itinerario de' Peligni, p. 91.— Più probabilmente è da credere Istonio denominazione illirica. Plinio ricordò gli Stoni come i popoli principali tra gli Euganei (ΙΠ, 24), ed è noto da Servio che gli Euganei furono illirici (ad^n. I, v. 246).

(1112)Pellegrino, Hist. Princ. Longobard. II, p. 87.

(1113)Chron. S. Steph. in rivo mar. ad ann. 937. Hungari fecerunt incendium in Stonio. Cf. Leo Ost, Chron. I, 54. —Polidori, Qp. cit. p. 92.

(1114)Ughelli, Ital. sacr. t. VI, in Epp. AEern.

(1115)Plin. III, 17. In ora Frentanorum a Tiferno, flumen Trinium portuosum.

(1116)Itin. Antonin. p. 314. Histonios. Uscosio Μ. P. XV. Arenio M. P. XIV — Il Romanelli (Topograf. t. III, p. 24) corresse l’ultima distanza in m. XII, perchè oggi dal sito di Uscosio a Larino non passano più di m IX.

(1117)Polidori, Op. cit. p. 444.

(1118)Muratori, Thes. Inscr. Cl. X, P. DCCXV, n. 8. – Polidori, Op. cit p. 445.

(1119)Biondi, Ital, illustr. p. 77.

(1120)V. pag. 189.

(1121)Polidori, Op. cit. p. 419.

(1122)Fabretti, Inscr. p. 689. – Polidori, Op. cit. p. 420.

(1123)Pignor. Symbol. epistol. p. 36. – Polidori, Op. cit. p. 420.

(1124)Porphyr. invit. Plotin. p. 8, E. Ficin.

(1125)Mela, II, 4. Danni aule in (tenent) Tifernum amnem, Cliterniann — Plin, III, 16. Tifernus annus. Inde regio Frentana.

(1126)Ptolem. Geograph. p. 66.

(1127)Leo Ost. Chron. II, 26, 38.

(1128)Longano, Viaggio pel Contado di Molise, p. 18.

(1129)Mela II, 4. —Plin. Ili, 16. Flunen portuosum Frento, Teanum Apulorum. ltemque Larinum Cliternia.—Alcuni moderni geografi legger vogliono: hem pie Larinmn, Cliternia ma, oltreché Plinio nomina altrove i Larinati, egli volle qui distinguere Cliternia de' Larinati dalla città omonima della Marsia, e questa osservazione dimostra falsa la lezione di alcuni manoscritti sostenuta da altri geografi (Ortelius, Lex. geograph., V. CLITERNIA. – Cf. Holsten. Animadv.).

(1130)Itin. Anton. p. 314. Vscosio Arenio XIV. Corneli XXVI. Ponte Longo XXX.

(1131)Romanelli, Topograf. t. III, p. 21.

(1132)Nella Cronaca mss. di S. Stefano in rivo maris è memoria di questa città col nome di Cliternia di Diomede, distrutta nel detto anno da que' popoli colla città apula, forse Teano Apulo (Romanelli, Op. cit. p. 22.).

(1133)Falcone Benev. Chron. ad ann. 1125.

(1134)Polidori, Op. cit. p. 274. – Tria, Mem. di Larino, p. 18.

(1135)Itin. Antonin. p. 314.

(1136)Ptolem. p. 66.

(1137)Plin. III, 16. Hyrini, Larinates cognomine Frentani, Merinates.

(1138) Mazocchi, Tab. Horace. Collectan. p. 534, n. 86. — Se Plinio in un altro luogo della sua descrizione non indicasse Cliternia come appartenente a Latino (Itemque Larinatum Cliternia), confermerebbesi coll'autorità del geografo l’opinione del Mazoccbi, perciocché avrebbe in un luogo parlato de Larinati) in un altro di Larino·, ma non v’ha di ciò esempio nel geografo latino.

(1139) Sil. ItaL XV, 565. Qua que iacet superi Larinas accola ponti.

(1140) Si avvisò il Cellario (Notit. Orb. Antiq. p. 703) che Plinio li volle differenziare da Lirinati) ma questa opinione é contraria agii scrittori, ed alla testimonianza delle medaglie e delle iscrizioni, in cui sono detti invariabilmente Larinati.

(1141) Steph. Byz. v. Λάρινα.

(1142) Eckhell, Doctr. Num. Pel I, 107-108.—Ignarra, De Palaestra Neap. p. 257. Avellino, Lai. va. num. p. 21, c 97. — Sappi. 5.-—De Ambrosio, Bullett. Archeol. 1836, p. 124. — Millingen, Numismatique de l’anc. Italie, p. 232.—Un eh. nummologo, oltre al credere connesso col tipo di Ercole quello del Centauro dendroforo delle monete di Larino,stima pure che riferir possa a Marea, autore degli Ausonii secondo Eliano (Var. Hist. IX, 16); giacche Larino) egli dice, fu occupata da’ Daunii, che ne scacciarono i prischi abitatori Au· sonii (Cavedoni, Bullett. archeol. 18 11, F. 27 ); ma, oltreché la testimonianza dell’autore delle metamorfosi riguarda propriamente la Daunia, le monete di Larino par che siano dell'epoca de' Brentani autonomi, molto prima del tempo de' Romani, sotto il cui dominio una parte della Regione frentana fu aggiunta alla Daunia.

(1143) Pellerin, Rec. t. I, tab. XXVII, n.27.

(1144) Lanzi, Saggio di lingua etrusca, t. III, p. 514 ed. 1825.— Creuzer, Rel. de l’antiq. t. II, p. 411, nota.

(1145) Hygin. fab. CXLV. — Cf. Lanzi, Saggio di lingua etrusca, p. 225.

(1146) Ignarra, De Palaest. Neap. p. 237.

(1147) Jannelli, Vet. Osc. Inscr p.32 — 43. Milligen, Ancient Coins, p. 17 — 19.

(1148) Athen. XI, p. 51. Schweighæuser.

(1149) Macrob. Saturnal., I, 18. — Cf. la dotta dissertazione del ch. Avellino nel I vol. degli Opuscoli.

(1150) Vedi pag. 172.

(1151) Polidori, Op. cit. p. 336.

(1152) Polyb. III, 101.3. — Caes. De Bell. Civ. 1, 23. Caesar perfineis Marrucinorum, Frentanorum, Larinatium, in Apuliam per venit. — Liv. XXVII, 43. Praemissi in a grum Larinatem, Marrucinum, Frenzanum.

(1153) Cluver, Ital. antiq. p. 1207.

(1154) Cic. Pro Cluent. 5, 8, 9.

(1155) Murat. Thes. Inscr. р. МХII, n. 6. Tria, Mem. di Larino, p. 46, 47. — La seconda iscrizione è anche nella Raccolta del Gudio, p. 184, n. 8; ma nella sesta linea leggesi erroneamente LYCRINI D.

(1156) Tarvisin. De orig. pop. Rom. p. 520. Polidori, Op. cit. p. 346.— Il Goesio annoverò Larino tra le romane colonie dedotte da Augusto, perche l’agro di questa città fu assegnato secondo Frontino (p. 126) colla legge Giulia; ma i citati scrittori osservano che l’assegnazione non include divisione di campi, e quindi colonia.

(1157) Tria, Op. cit. p. 50. — Polidori, Op. cit. p. 347.

(1158) Cic. Pro Cluent. 15. Cf. Alexand. ab Alex. Geni al. Dier. I, c. 26.

(1159) Rinaldi, De Antiq. et praest. patr. ap. Tria, Op. cit. p. 71.— Il Marchese di Vasto faceva rovistai etra le rovine di questa città per arricchire il suo Musco delle antichità che vi si rinvenivano, ed ecco quello che al Caprioli scriveva nel 1519 il Barozzini incaricato di questi scavi, riguardo a’ detti Templi: Le rovine che appariscono sono molte et confuse assai in tutto lo spazioso sito di tre miglia in circa, fora detti vestigli del Tempio de Marte, e di un pezzo di Cerchio (L’Anfiteatro) molto rovinali.... La figura del pizzo del pavimento del Fano di Minerva rappresenta interamente il capo di Gorgone in scudo, o sia clipeo, con civetta... Del Tempio di Apolline non se ne può prendere alcuno disegno esterno per essere tutto rovinato, e solo appareno li vestigi et figura octangulare, con portico, del quale se vede un canto con pezzo di colonna rotonda et reliquie di gradoni di pietra larghi. (Polidori, Op. cit. p. 340, 341) — Al tempio di Apollo appartenevano forse gli scelti marmi, le colonne c i frammenti di capitelli rinvenuti nel 1747 nel pomerio della città antica (Polidori, Op. cit. p. 348).

(1160) Fabretti, Syntagm. Inscr. p. 44, Tria, Mem. cit. p. 74. — Calogero, Opuscoli, t. V, p. 430.

(1161) Tria, Mem, cit. p. 55 — 69. — Si può vederne la pianta ed una minuta descrizione in questo scrittore.

(1162) Pro Cluent. §. 12. Cf. Ascon. Ped. in Div. C. Verrem,

(1163) Tria, Op. cit. p. 47. Polidori, Op, cit. p. 340.

(1164) Molte di queste iscrizioni veggonsi raccolte negli Opuscoli del ch. Avellino (t. III, p. 70 e segg.)

(1165) Itin, Antonin. p. 314. — Gli scrittori del medio evo la dissero promiscuamente Larina (Leo Ost. Chron. I, 57, 59 ), Arenula (Gulielm. Apul., p. 254) e Civitas Arena (Tria, Op. cit. p. 27). In più bolle pontificie è anche detta Alarino (Gattola, Hist. Ab. Casin. P. II, sect. 7), e quest'ultima guasta denominazione fu cagione che si ponesse poi un'ala sullo stemma della nuova città.

(1166) Radoin. Vit. S. Pardi, c. 9. — Cf. Polidori, Op. cit. p. 352 — 353.

(1167) Tria, Op. cit. p. 28.

(1168) Sozomen. Hist. Eccl. IX, 6. L'erronea lezione di Λαρνία μer Ναρνία, come si cominciò a nominare nel medio evo l'antica città degl'Interamnati Narti, indusse in errore il diligente storico di Larino.

(1169) Polyb. III, 101. — Leggo Καλήνη col Kohen, dotto ed accurato traduttore di questo storico. Egli è vero che in tutti i codici leggesi Καλήλη, lezione conservata dallo Schweighæuser; ma dall'espressione di Polibio sembra che vogliasi distinguere dalla città di Caleno nella Campania.

(1170) Pacichelli, Regno di Nap. in prospettiva, P. III, p. 87. — Tria, Mem. cit. p. 549.

(1171) Cron. di S. Francesco, P. IV, lib. I, c. 50.

(1172) Tab. Peutinger. segm. V.

(1173) Polyb. III, 99. — Liv. XXII, 18.

(1174) Steph. Byz. ν. Γερούνιον.

(1175) Appian. Hannibal. VII, 15.

(1176) Hesiod. Γυναικῶν ηρωίκ. Καταλ. ap. Steph. Byz. ν. Γερηνία. – Cf. Eustath. Ad Iliad. B, p. 231.

(1177) Polyb. III, 99 – 103. – Liv. XXII 18, 23. – Appian. Hannibal. VII, 15.

(1178) Tria, Mem, di Larino, p. 18 – 24. – Polidori, Op. cit. p. 298.

(1179) Thes. Nov. Inscr. Cl. XVII, n. 10, р. МDХСII.

(1180) In una carta del 1172 Giacomo Rofrido di Termoli dona al monistero di S. Giovanni in Venere totum meum tenimentum cum ecclesia, casali et curte quod habeo et possideo in Gironia prope muros Castri ad orientem (Polidori, Op. cit. p. 298).

(1181) Tria, Op. cit. p. 23.

(1182) Id., ibid.

(1183) Itin. Antonin. p. 314.

(1184) Romanelli, Op. cit. t. III, p. 21.

(1185) Simler, Ad Itin. Antonin. p. 314. Wesseling. Mannert, Geograph. Der Grie ch. und Röm., t. IX, P. I, p. 811.

(1186) Plin. III, 16. Flumen portuosum Frento, Teanum Apulorum.

(1187)Cluver. Ital. antiq., p. 1207. — Il Biondi lo confuse col Tiferno (Ital, illustr. p. 92).

(1188) Hist. Miscell. in Murat. R. I. S. t. I, p. 34. Popedius et Obsidius Italici imperatores ab eodem Sulpicio apud flumen Theanum horribili praelio oppressi et occisi sunt. – Cf. Harduin, ad Plin. ed. Paris, 1741, t. I, p. 166.

(1189) Itin. Antonin. p. 314.

(1190) Murat. Diss. med. aevi XIX, col. 15 e segg.

(1191) Giustiniani, De' fiumi, laghi ecc., V. FRENTONE.

(1192) Polyb. III, 88. — Liv. XXVII, 43. — Caes. Bell. Civ. I, 23.

(1193) V. pag. 185.

(1194) Galen. Temp, eut. IX, 8. Cf. Xiphilin. Epit. Dion, Cass. LXVIII, 7.

(1195) V. p. 189.

(1196) Nell'Itinerario di Antonino (p. 313) vedesi con errore segnato Angalo in vece del detto fiume dopo la foce dell’Aterno. La città di Angalo era posta, come abbiam veduto (p. 46), sulla Salaria dopo di Atria.

(1197) Le due ultime distanze di III miglia da Anzano alla stazione sul Sangro, e di IV da questa a Pallano, non corrispondono alle odierne.

(1198) Tab. Peutinger. segm. V.

(1199) Euripid. Phoenissae, v. 634. — Pausan. Corinth. II, 33. — Polidori, Op. cit. p. 48.

(1200) Avverti in fatti il Surita che in un mss. segnavasi la distanza di m. XVI tra Larino e Foro Cornelio.

(1201) Tab. Peutinger. segm. V.

(1202) Plin. III, 17. Quarta regio gentium vel fortissimarum Italiae.

(1203) Liv. IX, 16. Nella città innominata di cui lo storico fa qui menzione vogliono alcuni trovare Foreto, o Forento, posta alla sponda, secondo dicono, del fiume Foro.

(1204) Liv. IX, 46. Cf. pag. 117. – Parlando Diodoro Sicolo dell'alleanza chiesta a' Romani dagli altri nostri popoli (XX, 101), non vi comprende i Frentani.

(1205) Polyb. II, 24.

(1206) Plutarch. in Pyrrho, t. II, p. 455, Bryan. Flor. I, 18.

(1207) Sil. Ital. VIII, 521; XV, 569.

(1208) Appian. Civill. I, 39.

(1209)Strab. V, p. 241.

(1210)Vedi pag. 137.

(1211)Cluver. Ital. antiq. p. 761. – Holsten. Ad Cluver. p. 145. – Romanelli, Topograf. t. III, p. 174. -–Afan de Rivera, Emissario di Claudio, p. 2. e segg.

(1212)Capmart. de Chaupy, Maison d'Horace, t. III, p. 245.

(1213)Brocchi, Osserv. su gli Appennini dell'Abruzzo Ultra nella BIBL. ITAL. t. XIV, p. 365-373. – Del Re, Descriz. de' R. D. t. II, p. 198. e segg.-Keppel Kraven, Excursion in the Abbruzzi, t. I, p. 183.

(1214)Phocbon. Hist. Mars. p. 3.

(1215)Æn. VII, v. 758.

(1216)Strab. V, p. 241.

(1217)Plin. VII, 2. – Solin. c. 8. – Aul. Gell. XVI, 11. – Serv. ad Æn. VII, v.750.

(1218)Coclius ap. Solin. c. 2. Megalem Sabini receperunt, disciplinam augurandi ab eo docti.

(1219)Gellian. ap. Plin. III, 12. – Cf. Solin. c. 8.

(1220)Cluver. Ital. antiq. p, 760.

(1221)Hotner. Odyss, K, v. 137 Αμφω δ'έκλελάτην φαεσιμβρότου Ηελίοιο. – Hesiod. Theogon. v. 1011. Κίρκη δΗελίου θυγάτηρ Υπεριονίδαο.

(1222)Orpb. Argonaut,, v. 1216-21.—Cf. Apollon. Argonaut. I, v. 1207-1210.

(1223)Iustin. XXXII, 2, 3. Istrorum gentem fama est originerà a Colchis ducere,

(1224)Lycophr. v. 1021. Κόλχων Πόλαι..—· Dice Callimaco (ap. Strab. I, p. 46.) che Pela dinotava nel colchico idioma città degli esuli, Mda; 11,3· Pala quondam Colchis, ut ferunt, habitata.—Plin. III, 26, 3. Olchinium, quod unteti Colchinium dictum est, a Colchis conditum, — Id. Ili, 26, 4. At in ora oppidum Oricum a Colchis condium.

(1225)Strab. VII, p. 315. — Steph. Byz. v. Αψυρτιδες. — Plin. III, 30.—Hygin. Fab. 23 Staveren.

(1226)Solin. cap. 2. Coelius AEetae tres filias dicity Angitiam Medeam, et Circen. Circen Circejos insedìsse montes. Angìtiam vicina Fucino occupavisse... Medeam ab Jasane Buthroti sepultam, filiumque eius Marsis imperasse.

(1227)Cic. De nat. Deor. III, 19. Nostri quidem publicani, quum essent agri in Bœotia deorum immortalium excepti lege censoria, negabant immortales esse ullos, qui aliquando homines fuissent.

(1228)Diodor. Sic. I, 55. Wesseling.

(1229)Herodot. II, 103

(1230)Apollon. Rhod. Δ, v. 272 segg. Valer. Flacc. V, 419-20. – Cf. Marsham, Canon Chren. p. 381-384.

(1231)Marshaın, Canon. Chron. p. 375.

(1232)Petit-Radel, Rech. sur les monumens cyclopeens, p. 211.

(1233)Apollodor. Bibl. I, 10, 14. – Cf. Dionys. Perieg. v. 487-490.

(1234)Strab. XI, p. 503.

(1235)Avien. et Alex. Polyhist. ap. Serv. ad Æn. X, v. 388.

(1236)Vedi pag. 87.

(1237)Dice Igino (ap. Serv. ad Æn. VIII v.638) che Caspiri ebber nome i Persi condotti da Sabo nella Sabina, i quali furon poi detti Casperuli. Silio Italico (VIII, 413) dice ancora che Casperia, città sabina, trasse il nome dalla Battriana. La manifesta relazione inoltre de' popoli Caspiri dell'Oriente con Bacco ed il culto de' Sabini conferma questa conghiettura (V. Dionys. Bassaric. III. ap. Steph. Byz. ν. Κασπειρος. – Nonn. Dionys. XXVI, v. 167.

(1238)Festus, v. Heraici. – Serv. ad Æn. VII, v. 684.

(1239)Heyne, ad Æn. VII Exc. VIII, t. III Virg. ed. Lemaire, p. 394.

(1240)Niebuhr, Hist. Rom. t. I, p. 93. Bruxelles.

(1241)Sil. Ital. VIII, 307. Marruvium venit celebratum nomine Marri, – Virg. Æn. VII, 730. Marruvia de gente.

(1242)Serv. ad Æn. VII, 730.

(1243)Varro, De L. L. IV, 10. Mars, quod maribus in bello praesit; aut, a sabina dictione, Mamers.

(1244)Appian. Civill. I, 46.

(1245)Antigon. Charist. De admir. c. 58.

(1246)Ptolem. Geograph. III, 13. – Cf. Salmas. Exerc. Plin. t. I, p. 589. Traject. ad Rhen.

(1247)Polyb. XXIV, 8. – Cf. Liv. XL, 3. – Ne' tempi romani rimase il nome di Peonia alla parte settentrionale della Macedonia, confinante agl'Illirii, agli Autariati e alla Dardania (Strab. VII, p. 313).

(1248)Plin. III, 17. Macedonia postea centum quinquaginta populorum.... Emathia antedicta. Steph. Βyz. Ημαθία, πόλις καὶ χωριου, ἡ νυν Μακεδονία.

(1249)Iustin. VII, 1. Macedor ia ante, nomine Emathionis regis.... Emathia cognominata est.... Populus Pelasgi, regio Paeonia dicebatur.

(1250)Vedi pag. 116.

(1251)Lefebvre de Villebrune, Nomeclat. géograph. ad Sil. Ital. t. III, p. 157.

(1252)Æschyl. Prometh. inprinc.ctv. 417.

(1253)Polemon. Fragm. p. 68. Preller. Cf. Schol. Apollon. IV, 324.

(1254)Steph. Byz. v. Αγαθιρσοι.

(1255)Eustath. ad Dionys. Perieg. p.97 Steph. Βyz. v. Σκύται.

(1256)Pinedo, Not. ad Steph. p. 609, nota 92.

(1257)Ptolem. Geograph. p. 162.

(1258)Tab. Peutinger. segm. V.

(1259)Strab. II, p. 129, 511. —Plin. V, 27. – Ptolem. p. 162. Cf. Salmas. Ad Solin. p. 554.

(1260)Herodot. IV, 62. Cf. p. 70, n. 10.

(1261)Ovid. Fast. V, 229.

(1262)Herodot. V, 7. – Virg. Georg. IV, 462. Mavortia tellus. – Stat. Thebaid. VII, 41. – Arnob. Adv. Gent, IV, 23.

(1263)Odyss. VIII, 360.

(1264)Sil. Ital. VIII, 505. Caetera in obscuro famae, et sine nomine, vulgi – Sed numero castella valent.

(1265)Plin. III, 17. Marsorum Anxantini, Atinates.

(1266)Frontin. De Colon. p. 125. Antianus idem assignatus, ut ager Fidenatis. – Cf. Plin. III, 9.

(1267)Romanelli, Op. cit. t. III, p. 219.

(1268)Phocbon. Hist. Marsor. p. 117.

(*) Per l'errore corso nel sommario, i numeri degli articoli topografici non vi corrispondono. Alba e la Villa di Vitellio si trovano descritte appresso negli Equi.

(1269)V. pag. 156.

(1270)V. pag. 181.

(1271)Itin. Antonin. p. 309. – Tab. Peutinger, segm. V.

(1272)Ughelli, Ital. sacr. t. I, in Epp. Marsican.

(1273)Holsten. Adnot. in Cluv. p. 153. Camarra, De Teat. antiq. p. 74. – Phocbon. Hist. Mars. p. 103. – Liberatore, Opuscoli, t. I, p. 79.

(1274)Romanelli, Topograf. t. III, p. 215.

(1275)Corsignani, Reggia Mars. p. 652.

(1276)Tab. Peutinger. segm. V. – Cf. pag. 135.

(1277)Camarra, De Teate Antiq. p. 74. Phocbon. Hist. Mars. p. 269. – Chaupy, Maison d'Horace, t. III, p. 242.

(1278)W. Desborough Cooley, Hist. gén. des voyages, t, I, p. 41. Paris, 1841,

(1279)Phocbon. Hist. Mars. p. 79.

(1280)Lycophr. Cassandr. v. 1276. – In tutte le edizioni di questo oscuro poeta leggesi veramente Τιτώνίον χευμα, ο Τίτων scrivesi da Filostefano (Tzetz. ad Cassandr. loc. cit.); ma la testimonianza di Plinio, e il nome odierno di Pedogna, che conserva il naturale emissario del lago, fanno preferire la lezione Πιτώνίον.

(1281)Plin. Hist. nat. II, 106.

(1282)(5) Id. ibid. XXXI, 24.

(1283)Strab. V, p. 210.—Stat. Silv. I, 3. Vib. Sequestr. De Flum. p. 16, Oberlin.

(1284)Phocbon. Hist. Mars. p. 79. – Volpi, Lat. vet. lib. XVIII, p. 444. Romanelli, Op. cit. t. III, p. 188 segg.

(1285)Frontin. De Aquaeduct. VII.

(1286)Holsten. Adnot. in Cluver. p. 166 Fabretti, De Aquis et Aquaeduct. II, 131.— Chaupy, Maison d'Horace, t. III, p, 228,

(1287)Schouw.

(1288)Phoebon. Hist. Mars. p. 71.

(1289)Senec. Quaest. Nat. III, 3.

(1290)Lycophr. Cassandr. v. 1275. Λιμνηςτε Φορκής Μαρσιωνίδος ποτα.

(1291)Homer. Odyss. N, 96, 345.

(1292)Minicucci, Ceppo sepolcr. di Avezzano, p. 24.

(1293)Strab. V, p. 240.

(1294)Strab. loc. cit.

(1295)Jul. Obseq. De prodig. LXXXIII.

(1296)Virg. AEn. VII, 759. Vitrea Fucinus unda. — Horat. Od. I, 17, 20. Vitream Circen. —S. Ital. IV, 346. Cf. Antinori, Mem. degli Abruzzi, t. I, p. 369.

(1297)Plin. Hist. Nat. IX, 37.

(1298)Chron. Fossaenov. ad ann. 1167— Rie card. a S. German. ad ann. 1226.

(1299)Baccio, De vin. Ital. p. 249. — Cf. Corsignani, Op. cit. t. I, p. 93.

(1300)Assicura il Febonio che lo sono in fatti per la scabbia, e le malattie epatiche.

(1301)Fabretti, De emiss. Fucin. p. 293. — Con qualche varietà la riportò anche il Febonio (Op. cit. p. 62), e poi il Volpi (Calogerà, Opusc. t. XIX, p. 131).

(1302)Fabretti, Op. cit. 393. – Corsignani, Op. cit. t. I, p. 84. – Chaupy, Maison d'Horace, t. III, p. 235,

(1303)P. Marso.

(1304)Phocbon. Hist. Mars. p. 106. Corsignani, Op. cit. t. I, p. 720.

(1305)Dionys. Halic. Antiquit. Rom. I, 6.

(1306)Chaupy, Maison d'Horace, t, III, p. 118. Cf. Bunsen, Ant. stabilimenti italici negli Ann. dell’Instit. t. VI, p. 135.

(1307)Strab. I, p. 59. – Agatarch. ap. Athen. I, 26. Steph. Byz. y. Ισσα.

(1308)Varrò, De R. R. III, 1.

(1309)Mem. dell'Instit. p. 81, nota 23.

(1310)Sucton. Caes. XLIV.— Plutarco, il quale ricorda le grandi opere designate da Cesare e già preparate per avere l’effetto, di scavare cioè l’istmo di Corinto, aprire un canale di navigazione col Tevere e l’Aniene sino a Terracina, aprir nuovi porti al lido di Ostia e simili, non parla del divisato disseccamento del Fucino.

(1311)Sucton. Claud. XX.

(1312)Hieronym. ad Euseb. Chron. p. 661. Vallars.

(1313)Holsten. in Cluver. p. 148.

(1314)A questo primo disegno pare che accenni la testimonianza di Dione Cassio, il quale dice che Claudio fece inutili spese per iscaricarc nel Tevere il lago Fucino: τὴν δὲ λίμνην τὴν Φουκίνην τῶν Μαρσῶν ἠθέλησε μὲν ἐς τὸν Τιβεριν εξαγαγεῖν..… μάτην δὲ δὴ εδαπανήθη. (LX, 11; t. II, p. 949 Reimar.)

(1315)Sucton. Claud. XX.—Le grandi murature di rinforzo, fatte a cortina c ad opera incerta per sostenere ed assicurar l’emissario contro il continuo fluire fra strati argillosi del Salviano tutto calcareo; le armature lungo il canale nonché ne’ varii pozzi c cunicoli; le immense fondamenta clic si scovrono nelle decrescenze del lago, e le molte vestigio che tuttavia si veggono a 100 passi dallo stesso verso il detto monte, non fanno stimare esagerato in Svetonio il numero degli anni e degli operai, come è paruto ad alcuni scrittori; ed è pur verisimile che il maggior numero de' lavoratori venisse adoperato in fabbriche di lusso fuori dell'emissario (Guallani, Sul lago Fucino ccc. negli Atti dell’Accad. archeol. di Roma, t. IV, p. 188)

(1316)Plin. Hist. Nat. XXXVI, 24, 19. Quae neque concipi animo, nisi ab iis qui videre, neque humano sermone enarrari possunt.

(1317)Tacit, Annal. XII, 56-57. – Osserva il Comm. Afan de Rivera (Op. cit. p. 62) che essendo l'emissario almanco per 50 palmi sottoposto alla superficie del lago, e non presentando vestigii di ulteriore profondamento, il difetto notato da Tacito poteva trovarsi solo nel canale di derivazione, e sembra perciò che inesatte relazioni lo avessero tratto in errore.

(1318)Dion. Cass. LX, 33: τῆς λίμνης τῆς Φουκίνης συμπεσούσης. Cosi si esprime questo storico per dire che caddero i lavori fatti nell'acquidotto.

(1319)Strab. IX, p. 407.-Steph, Byz. v. Α'θῆναι.

(1320)A fan de Rivera, Sul prog. di prosciugare il Fucino, p. 61 segg. — Prog. della restauraz. dell’Emiss. di Claudio, p. 35 seg.

(1321)Chaupy, Maison d'Horace, t. Ili, p. 231. — Altre medaglie di argento trovate nel lago descrive il Kireber (Ket. et hoc. Lat. p. 189.)

(1322)ll Camarra (De Teate antiq. p. 76) fu il primo a riportar questo marmo, riprodotto poi dal Febonio (Op. cit. p. 89). Fu supplito dal Reinesio (Syntagm. Inscr. CI. Ili, n. 81.) che ne fu censurato dal Fabretti (De Emiss. Fucin. in fin. Comm. De Column. Traj. p. 403 segg.), il quale sospettò della sincerità della iscrizione ma alle sue critiche risposero il Minicucci (Ceppo sepol. di Svezzano, p. 35 segg.) ed il Rossi (L'arco di Trajano illustr. t. Ili, p. 391 seg.)

(1323)Spartian. in Adrian, c. 22. Fucinum lacum emisit.

(1324)Vaillant, Numism. Imp. Rom. praest. t. II, p. 149. Cf. Thes. Graev. t. X, p. 623.

(1325)Brogi, Lett. nel Giorn. Encicl. t. III, p. 240. – Minicucci, Op. cit.

(1326)Regest. Frideric. II, p. 398. Neap.

(1327)Romanelli, Topog. t. III, p. 203. – Cf. Loschi, Comp. ist. P. II, p. 64.

(1328)Plin. Hist. Nat. XV, 36. Quin, et ara vetus fuit Veneri Myrteae, quam Marstam vocant,

(1329)Phocbon. Hist. Mars. p. 50. – Mem. dell'Inst. archeol. p. 81.

(1330)Sil. Ital. VIII, v. 504; Marruvium veteris celebratum nomine Marri – Urbibus est illis caput.

(1331)Virg. Æn. VII, v.720. Quin et Marrubia venit de gente sacerdos.

(1332)Plin. III, 17. Marsorum Anxantinii.... Lucenses, Maruvii.

(1333)Il Sestini (Classes gener. p. 12) attribuisce la seconda delle dette medaglie a questa città, e ne ricorda il tipo di Plutone barbato e laureato nel dritto con accanto la lettera S, nota del semisse; e nel rovescio un Cerbero tricipite saliente. Ma il Millingen (Numismatique de l'anc. Italie, p. 233) la crede piuttosto di un magistrato romano della famiglia Rubria, perché distinguendovisi appena le lettere RVB, precedute da un punto, sembra che le separi da un’altra lettera, che non bene si disccrnc. L’altra colla leggenda MARVVI possedevasi dal Rossi, Vescovo de Marsi, il quale la ricorda nella sua opera dell’Arco di Trajano illustrato (t. III, p. 396, nota 2), ma senza descriverne il tipo.

(1334)Serv. ad Æn. VII, 730.

(1335)Strab. V. p. 241.

(1336)Frontin. De Colon. p. 123. Marsum Municipium, licet consecratione veteri maneat, tamen ager eius aliquibus locis in tribus limitibus legeAugustea est assignatus. — Cf. Balb. De Colon., ρ. 148. — Alcuni hanno creduto doversi leggere Marruvium municipium ne luoghi citali di questi autori agrarii; ma par che Marruvio fu detta nei tempi posteriori Municipio morso per essere la città più cospicua della regione.

(1337)Il Febonio (Hist. Mars. p. 101.), lo Spon (Miscell. p. 190,1), il Giulio (p. 134, n. 5) il Reinesio (Cl. VI, n. 114) ed altri pubblicarono questa iscrizione; ma qui è riprodotta secondo l'esatta lettura del Cav. Bunsen (Annali di corr. Archeol. t. VI, p. 122), il quale la copiò in Pescina.

(1338)Tab. Peutinger. segm. V.

(1339)Leo Ost. Chron. 11,34. — Cf. Romanelli, Topograf. t. IΠ, p. 186.

(1340)Cluver. Ital. Antiq. p. 769.

(1341)Phocbon. Hist. Mars. p. 103.

(1342)Camarra, De Theat. Antiq. p. 70. Corsignani, Op. cit. p. 124 segg.

(1343)Holsten. Adnot. in Cluver. p. 151-156. Chaupy, Op. cit. t. III, p. 233.

(1344)Il Febonio e il Corsignani posero nel detto sito la immaginaria città Valeria, e sostennero contro verità le dette iscrizioni ivi portate d'altronde.

(1345)Plin. Hist. Nat. III, 17.

(1346)Cluver. Ital. antiq. p. 770, 20.

(1347)Phocbon. Hist. Mars. p. 141. – Cf. il diploma da lui addotto (p. 134) di Giovanna Duchessa di Durazzo.

(1348)Id. ibid. p. 133.

(1349)Anno 1831, tav. E, p. 409.

(1350)Corsignani, Op. cit. p. 409, 417.

(1351)Plin. III, 17. Gellianus auctor est, lacu Fucino haustum Marsorum oppidum Archippe, conditum a Marsya duce Lydorum, Cf. Solin. II, 12.

(1352)Virg. Æn. VII, v. 752 seqq.

(1353)Phocbon. Hist. Mars. p. 103. – Le rovine di Archippe furon disegnate sin dal 1804 dall'architetto francese Clérisseau (Petit-Radel, Monumens cyclopéens, p. 70).

(1354)Catal. Bar. sub Guliel. II, n. 1114.

(1355)Holsten. Adnot. in Cluver. p. 154.

(1356)Ferrante ap. Romanelli, Topograf. t. III, p. 220. – Il Lupoli, che anche riporta questa iscrizione (In vet. Corfin. Inscr. p. 367) nell'ultima linea leg. EX PR. ANGISTIAE; ma in una tavola votiva si ha memoria de' numi ANGITI adorati in Sulmona (Murat. Cl. I, p. CXIII), e le sigle Ex P. P. indicano chiaramente che il muro fu costrutto ex publica pecunia della città.

(1357)Solin. c. 8. – Serv. ad Æn, VII, 759.

(1358)Baccius, De vin. ital. p. 249.

(1359)Æn. VII, v. 759 Cf. Serv. ad h. l.

(1360)Vib. Sequestr. De Nemor. p. 26.

(1361)) Phocbon. Hist. Mars. p. 131. —Corsignani, Op. cit. t. I, p. 37.

(1362)Chaupy, Maison d’Horace, t. III, p. 235.

(1363)Plin. III, 17. Nelle vulgate edizioni del geografo leggesi propriamente Atinates; ma non meno le dette epigrafi, che i popoli di questo medesimo nome che descrive nella seconda regione e che andaron compresi tra i Volsci, fanno manifesto che qui avea scritto Antinates.

(1364)Liv. IV, 57. — Cf. Phocbon. Hist. Mars. p. 121 Ricchi, Reggia de' Volsci γ. 160. — Corsignani, Op. cit. t. I, p. 407. —Il Niebuhr ha considerato piuttosto come appartenente agli Equi l'innominato castello presso il Fucino (Hist. Rom. t. III, p. 443), e a me sembra del resto che siavi tutta la ragione di credere che Livio in luogo di Anzio parlasse di Antina, che i copisti confusero colla città de' Volsci.

(1365)Romanelli, Topograf. L III, p. 226-227. — Queste ed altre iscrizioni trovansi raccolte nel cortile e nel giardino della famiglia Ferrante di Civita d’Antina, e sono tutte pubblicate dal De Sanctis nella storia di questa città (Antino, Municipio de' Marsi. Ravenna 1784 in 4·°)

(1366)Murat. Thes. Inscr. Cl. VII, p. 515, n. 3. —Romanelli, Op. cit. t. III, p. 228. — Riporta questa iscrizione anche il Febonio (Op. cit. p. 121), ma stranamente letta.

(1367)Phocbon. Hist. Mars. p. 121. — Romanelli, Op. cit. t. III, p. 230.

(1368)De Sanctis, Op. cit. — Romanelli, Op. cit. t. III, p. 233. — Keppel-Kraven, Excursion in the Abruzzi, t. 1, p. 120-121.

(1369)Il Romanelli, che fu il primo a riportar questa epigrafe nella sua Topografia (t. III, p. 231), non sapendo distinguervi l'oppido marso che vi è ricordato, si avvisò col Ferrante che gliela inviò, che vi s'indicasse Pacujo Meddis di Venosa.

(1370)Jannelli, Vet. Oscar. Inscr. p. 151. — Giove col titolo di Cacumnio o Cacuno era particolarmente adorato su’ gioghi de' nostri Appennini· In un marmo pubblicalo dal Martelli (Ant. de' Sicoli, t. II, p. 178), e ch’egli lesse in casa Taschetti di Canemorto, leggesi: Iovi. CACVNO. F. C. Un solo dubbio sorge riguardo alle iniziali delle due prime parole esprimenti Gavio Pacuvio. Se la prima è un Γ, dovrebbe esserlo anche la seconda; ma questa, ch’era probabilmente un Π, fu trascritta per un Γ, perchè alterata dal tempo.

(1371)Festus, v. Meddix.

(1372)V. l’illustrazione del Cav. Biondi della cit. iscr. negli atti della Rom. Accad. archeol. p. 159 segg.

(1373)Jannelli, Op. cit. p. 133·

(1374)Phocbon. Hist. Alars. p. 115. — Corsignani, Reggia Marsicana) t. I, p. 718.

(1375)Liv. X, 3. Profectus dictator cum exercitu praelio uno Alarsos Judit, compulsi s deinde in urbes munitas, Milioniam, Plestinam, Fresiliam, intra paucos dies cepit.

(1376)Cluver. ItaL antiq. p. 752, 30.

(1377)Phocbon. Hist. Mars. p. 109-110.— Cf. Corsignani, Reggia Marsicana, p.707. Nel detto sito, aggiugne il Romanelli (Topograf. t. II, p. 233) essersi trovate reliquie di mura, pavimenti, armature, residui di strade, e titoli sepolcrali.

(1378)Liv. X, 3 – Come il Cluverio confuse Plestinia con Plistia città del Sannio, cosi il Sigonio (ad Liv. 1. c.) volle distinguere Milonia da Milionia, nomi poco diversi ne' codici di Livio.

(1379)Liv. X, 3.

(1380)Dionys, Halic. ap. Steph. Byz. v. Miλωνία: πόλις Σαυνιτῶν ἐπιφανεςάτη. Cf. Pinedo, ad Steph. p. 468.

(1381)Phocbon. Hist. Mars. p. 108. – Da altri vien situata all'ovest di Ortona, dove furon veduti avanzi di città antica (Giustiniani, Diz. geogr. t. VII, p. 91).

(1382)Lanzi, Saggio di lingua etrusca, p. 533, 534.

(1383)Corsignani, Op. cit. t. I, p. 711. — Anche l'Antonini (Lucania, t. I, p. 73, nota) non dubitò che Opi fosse terra antica, e ne ripeté il nome dagli Opici suoi abitatori.

(1384)Romanelli, Op. cit. t. III, p. 235. — Riporta questa epigrafe anche il Corsignani (Op. cit. t. I, p. 713), ma senza che si comprenda.

(1385)Corsignani, Op. cit. t. I, p. 711712. — Mem. dell’Inst. archeol. p. 81, nota 23.

(1386)Liv. X, 3.

(1387)Romanelli, Topograf. t. III, p. 236.

(1388)Strab. V, p. 238.

(1389)Vedi pagg. 135, 160,

(1390)Itin. Antonin. p. 309.

(1391)Tab. Peutinger. segm. V.

(1392)Promis, Antichità di Alba Fucense, p. 248.

(1393)Virg. Georg. II. 167. Genus acre virum Marsos. — Cf. Cic. in Vatin. 15. Plin. III, 17.

(1394)Appian. Civill. I, 46

(1395)Dionys. Perieg, v. 376. Μαρτῶν θοὰφύλα. — Veget. III, 14. — Ammian. Marcell. XXIV, 14. — Isidor. Origg. XVIII, 10.

(1396)Horat. OM. II, 20. Et qui dissimulat metum — Marsae cohortis Dacus.

(1397)Plin. Hist. Nat. XXV, 2.

(1398)Solin. II, p. 11 Salmas. — Osserva questo dottissimo critico che sebbene Angizia sembri nome italico, perchè in greco sarebbesi detta Εχίτις, oppure Ἐχιδναῖα, non è non pertanto mengreco di Circe e Medea, derivandos: da ἄχις, come i Siculi dicevano per ἔχις, anguis, aggiunta la lettera n, secondo l'uso de' Latini,

(1399)Isidor. Origg. IX, p. 119.

(1400)S. August. In Genes. XI, 38. —-Luci!. Sat. XX ap. Nonn. III, 69. Ut Marsus colubris — Dismpit cantu venas. — Ovid. De Arte Am. II, v. 102; Fast. VI, 141; Med. fac. 39. —Plin. XXI, 45; XXVIII, 4. —Sii. Itai. VIII, 495-97. — Cf. Galen. Therapeut. II, p. 470.

(1401)Ennii Fragm. p. 225.— Jul. Firmic. VIII, 17.

(1402)Virg. AEn. VII, 750-755.

(1403)Horat. Epod. V, 76; XVII, 29. — Ovid. cit.

(1404)Lamprid. in Heliogab. p. 109.

(1405)Aldrovandi, De serp. et dracon.

(1406)Enn. Fragm. ap. Cic. De Dir in. I, 58—Cf. Id. Ibid. II, 33.—Aul. Gell. XVI, 2. — Ammian. Marcell. XIV. — Simmach. Eleg. IV, 34.

(1407)Hyeron. in Psahn. 57.

(1408)Aul. Gell. XVII, 11. —Cf. De’ Vicoroni, Su gli Psilli e Marsi incantatori.— Panvin. Thes. Antiq. Rom. t. I, col. 369.— Mercuriale, De Morb. venen. I, 32.

(1409) Parlando Celso degli Psiilli (De Meri. V, 27 ) dice che non per alcuna scienza, ma per audacia confermata dall'uso, estraevano colla bocca il veleno dalle ferite, ed il Redi, il Vallisnieri ed il Fontana han dimostrato che il veleno viperino, preso per bocca, non può nuocere. Or chi negli antichi tempi possedeva tal cognizione, si dove certamente riputare qual mago ed operatore di prodigi. Si è del resto già osservato che nella Mania, come nella Sardegna, in Malta e in Irlanda, i serpi non sono gran fatto velenosi (Delfico, Lettera a Grimaldi negli Annali, t. VI, p. 336.)

(1410) Anche oggidì i discendenti de' Marsi destrissimi a maneggiare i serpenti, vivono della lor ciurmeria, destando l’ammirazione nel popolo di Roma, di Napoli e delle provincie.

(1411)Strab. XIII, p. 588. — Cf. Agatarch. ap. Plin. H. N. VII, 2. — Beckmann, in Pseudo — Arist. De mir. auscult. p. 334.

(1412)Plin. loc. sup. cit.

(1413)Plin. H. N. VII, 2. — Varrone (ap. Priscian. X, p. 894 Putsch.) dice che fossero nell'isola di Pario, come hanno ancora alcune edizioni di Plinio; ma l'una isola fu scambiata coll'altra perchè dicevasi Ophiusa (Ovid. Metam. X, 229), e la città di Pario coll'isola di Pario nell'Ellesponto.

(1414)Vedi ciò che ne racconta il Clot — Bey, testimonio de loro pretesi incantesimi (Aperçu sur l'Egypte, t. II, 65 — 66.)

(1415)Laddove Livio dice che in questa guerra i Marsi di unita a' Peligni combattettero i Romani (IX, 41), Diodoro scrive che i Romani andarono in soccorso de' Marsi combattuti da Sanniti: οἱ τῶν Ρωμαίων ύπατοι Μαρσοῖς πολεμομένοις απόΣαμνιτῶν βοηθήσαντες ((ΧΧ, XX, 44). Cf. Niebuhr, Hist. Rom. t. III, p. 232.

(1416)Liv. X, 3.

(1417)Vedi pag. 213.

(1418)Liv. XIII, 15, 39.

(1419)Polyb. II, 24.

(1420)Sil. Ital. IV, 220.

(1421)Liv. XXII, 9.

(1422)Sil. Ital. IX, 269; X, 315.

(1423)Nominando Livio tutti gli alleati che si ribellarono a' Romani (XXII, 61), non vi comprende i Mani con gli altri popoli su mentovati.

(1424)Liv. XXVIII, 43.

(1425)Caes. De B. C. 1, 15.

(1426)Diodor. Excerpt. in Script. Vet. coll. Maii, t. II, p. 118. —Appian. Civ. I, 39.

(1427)Liv. IX, 42. Concilium populorum omnium.

(1428)Vet Interpr. in Virg. Comment. ed. Maio, p. 56. Anagniam habitant Marsorum coloni.

(1429)L'Harduin (ad Plin. III, 17) rinviene questi popoli in Marsico Vetere nella Lucania, ed il Torcia (Itin. de' Peligni, p. 32, nota a) li suppone nell'odierna Avezzano; ma se dir non si può sicura l'opinione del primo di questi scrittori, quella del secondo non può sostenersi, perchè sarebbero stati nella stessa regione de' Marsi.

(1430)De' latini alcuni li nominano Æqui, altri Æquicoli. Dionigi d'Alicarnasso e Plutarco li nominano insieme Αίκοι ed Αικανοι, e Diodoro Sicolo con più grande incostanza Αἶκοι, Αικλοι cd Αίκανοι; e se crediamo a quest'ultimo storico, il nome più recente sarebbe stato quello di Equicoli (Ακούσας δὲ ὁ αυτοκράτωρ πορθείσθαι Βὡ. λας πόλιν από Αικλῶν, τῶν νυνΑἰκικλῶν καλυμένῶν, κ. τ. λ.. XIV, 117).

(1431)Cluver. Ital. antiq. p. 773-774. Cellar. Not. Orb. antiq. p. 627.

(1432)Il Rogadei, stimando gli Equicoli derivati dagli Equi, crede l'un popolo dall'altro distinto pel diverso contado che occupavano (Italia Cistiberina, p. 128); ma altri scrittori considerano le vallate del monte Velino sino al Fucino ed alla valle bagnata dall'Aniene come abitate da un solo e medesimo popolo.

(1433)Niebuhr, Hist. Rom. t. II, p. 561; vorrebbe rinvenire in Castel Vecchio di t. III, p. 443.

(1434)Vedi n. 10.

(1435)Il Romanelli. — Il Mannert senza neppur distinguerli, descrive solo alcune loro città nel Lazio.

(1436)Vedi n. 1,5. — La stessa città di Varia, che tutti i moderni topografi trova in Vicovaro fuori ii nostri confini, il Martelli vorrebbe rinvenire in Castel Vecchio di Valle Varri, nel perimetro del nostro paese (Antichità de' Sicoli, t. II, p. 27).

(1437)Niebuhr, Hist. Rom. t. I, p. 68.

(1438)Sil. Ital. VIII, 370.

(1439)Chaupy, Maison d'Horace t. II, p. 157. — Cf. Kircher, Vet. et nov. Lat. p. 70. — Holsten. Adnot. in Cluver. p. 150.

(1440)Liv. I, 32. — Serv. ad Æn. X, 14. — Aurel. Vict. De vir. ill. c. IV. — Valer. Max, Х.

(1441)Gellio ap. Dionys. Halic. II, 72.

(1442)Serv. ad Æn. VII, 693.

(1443)Dionys. Halic. I, 12. — Servio ancora, spiegando l'epiteto di giusti che Virgilio dava a' Falisci, dice che cosi furono nominati, perchè i Romani, espulsi i Decemviri, da essi ricevettero il dritto feciale, ed alcuni supplementi delle leggi delle XII Tavole (Ad Æn. Loc. cit.). — Cf. Ritter, De Fetial. P. R. in Martini Thes. Diss., t. II, p. 188 segg.

(1444)Virg. Æn. VII, 746 — 49.

(1445)Cic. De Rep. II, 10. Æquorum magnam gentem et ferocem.

(1446)Niebuhr, Hist. Rom. t. I, p. 67, nota 225.

(1447)Court de Gebelin, Monde primitif. t. V, p. 153. Cayro, Città del Lazio, t, I, p. 282.

(1448)Martelli, Storia de' Sicoli, t. I, р. 214.

(1449)Cic. De Rep. II, 20. — Strab. V, p. 231.

(1450)Liv. I, 55. — Nella disconvenienza de' citati scrittori il Moser (Ad. Cic. 1. c.) si avvisa che non gli Equi, ma i Sabini furon vinti da Tarquinio Prisco, e che se sono nominati gli Equi, è perchè si credevano originati da que' popoli.

(1451)Dionys. Halic. IX, 59. — Cf. Liv. III, 2.

(1452)Liv. III, 28.

(1453)Ovid. Fast. VI, 723. Cf. Liv. IV, 26 segg. — Diodor. XII, 64,

(1454)Liv. IV, 30. Majestatem populi romani colunto. — Cf. Niebuhr, Hist. Rom. t. II, p. 446.

(1455)Liv. IV, 45. Æquorumjam velut anniversariis armis assueveral civitas.

(1456)Liv. V, 23.

(1457)Diodor. Sic. XIV, 98. — Liv. V, 29.

(1458)Niebuhr, Hist. Rom. t. II, p. 560.

(1459)Liv. IX, 45.

(1460)Liv. ibid. Diodor. Sic. XX, 101.

(1461)Liv. IX, 45. Nomen Æquorum propead internecionem deleti.

(1462)Cic. De Off. 1,35.

(1463)Cic. De Rcp. III, 7.

(1464)Niebuhr, Hist. Rom. t. III, p. 248.

(1465)Virg. Æn. VII, 744 seqq; IX, 786. – Ovid. Fast. III, 93.

(1466)Pomp. Sab. ad Æn. 1. c. Æqui sunt populi Latinorum prope Volscos, Æquiculi montanorum cis Vestinos.

(1467)Strab. V, p. 228.

(1468)Val. Max. X.

(1469)Ptolem. p. 73. — Mela, II 4.

(1470)Plin, III, 17.

(1471)Liv. XXIV, 47.

(1472)Liberatore, Opuscoli, t. I, p. 62. Martelli, Ant. de' Sicoli, t. II, p. 171. Vedesi questa lapida nella diruta chiesa rurale di S. Andrea presso Capradosso.

(1473)Phocbon. Hist. Mars. p. 232.

(1474)Martelli, Antichità de' Sicoli, t. II, p. 164. — Kellermann ap. Bunsen, Ant. stabil. ital. negli Annali dell'Instit. arch. t. VI, p. 111, nota. — Gervasio, Iscriz. Sipontina, p. 15, nota 3.

(1475)Che che voglia pensarsi del preciso significato della parola ERGASTERIS nella seconda linea della iscrizione, non par dubbio, come si avvisa il lodato Kellermann, che si riferisca alle basi de' simulacri d'Iside e Serapide. Il ch. Borghesi ha creduto che la detta voce di greca origine provenga da ἔργον ο στηριξω, e significhi operis fulcimenta, che quasi torna lo stesso.

(1476)Gudio, Inscript. p. iv, n. 11. — Oderici, Dissert. in vet. Inscr. p. 110. — Martelli, Op. cit. t. II, p. 175.

(1477)Martelli, Op. cit. t. II, p. 165.

(1478)(1) Cayro, Città del Lazio, t. I, p. 283.

(1479)2) Stefano Bizantino sull’autorità di Dionigi la registra ancora nel suo Lessico, nel quale leggesi Koροϊών; ma l’Olstenio (Not. in Steph. p. 168) avverti che ne’ mss, da lui osservati leggevasi Κορβιών.

(1480)Liv. II, 39.

(1481)Fu ceduta al Dittatore Lucio Quincio, il quale fè passare gli Equi sotto il giogo. Livio che racconta lo stesso fatto (111, 28), assegna a questa guerra Γ anno 296.

(1482)Dionys. Halic. X,26—Cf. Liv. — III, 30.

(1483)Dionys. Halic. X, 30.

(1484)Martelli, Antichità de' Sicoli, t. I, p. 171; t. II, p. 92.

(1485)Phocbon. Hist. Mars. p. 177 — 178. — Cf. Martelli, Op. cit. t. II, p. 159.

(1486)Dionys. Halic. V, 61.

(1487)Plin. III, 9. In prima regione praeterea fuere: in Latio clara oppida, Satricum, Pometia, Scaptia.

(1488)Sil. Ital. VIII, v. 394. Hic Scaptia pubes — Hic Fabrateriae vulgus.

(1489)Liv. VIII, 17. — Festus, v. Scaptia tribus.

(1490)Herodot. VI, 46. — Cf. Festus, v. Scaptensula.

(1491)Cluver. Ital. antiq. p. 966, 30.— Cf. Holsten, ad l. c.

(1492)Cayro, Città del Lazio, t. II, p. 175.

(1493)Martelli, Antich. de' Sicoli, t. II, p. 152.

(1494)Strab. V, p. 238. — Itin. Antonin. p. 309.

(1495)Ptolem, Geograph. p. 73. — Plin, III, 17. Æquiculanorum Cliternini, Carseolani.

(1496)Liv. X, 3, 3. — L'anno preciso di questa colonia non è ben noto. 11 citato storico la suppone dedotta prima del 451, ed in seguito dice di bel nuovo che lo fu nel 455, seguendo diversi annalisti, i quali variarono, come osservò il Cluverio (Ital. antiq. p. 784, 20), nell'assegnare la detta epoca. Vellejo Patercolo (I, 14,6) dice che fu dedotta due anni dopo quella di Alba, avvenuta come diremo nel 450. E da tutte queste epoche si allontanò il Ruhnkenio, il quale la stabili nel 448 (Arg. chron. Ad Vellej. p. LXIII, ed. Lemaire).

(1497)Liv. XXVII, 9, 5.

(1498)Liv. XXIX, 15, 4.

(1499)Flor. III, 18, II.

(1500)Frontin. De Colon. p. 121.

(1501)Martelli, Ant. de' Sicoli, t. II, p. 178.

(1502)È anche memoria di un Quatuorviro di questa colonia in un frammento di titolo sepolcrale riferito dal Febonio (Op. cit. p. 203), nel quale si legge: TRIBONIVS RVF. IIII, VIR.

(1503)Corsignani, Reggia Marsicana, t. I, p. 201. – Murat. Thes. Inscr., p. Dxv. Secondo la conghiettura del Muratori dovrebbesi leggere MARTIANOR, nella sesta linea.

(1504)Jannelli, Tentam. hern. in Hierograph. crypt. p. 82. — Altri scrittori non dubitarono ancora dell'origine orientale del nome di Carseoli, e più verisimile sarebbe quella che derivasi da car, o cars, monti, attesa la sua situazione tra gioghi dell'Appennino (Cayro, Città del Lazio, t. 1, P. 185).

(1505)Ovid. Fast. IV, 710.

(1506)Id. ibid. v. 683. — Columella, III, 9.

(1507)Liv. XLV, 42.

(1508)Tab. Peutinger, segm. V, b.





(1509)Paul. Diac. Hist. Langobard. II, 20.

(1510)Cluver. Ital. antiq. p. 784, 20.

(1511)Nel Bullario Casinense (t. II, p. 247) Civita Carseoli è in fatti distinta dalla massa di Arsole.

(1512)Phocbon. Hist. Mars. p. 201 — 202. Cf. Holsten. Ad Cluver. p. 166. — Fabretti, De Aquaeduct. p. 89.

(1513)D'Anville, Anal, géograph. de l'Italie, p. 172 — 173.

(1514)Plin. ΙΠ. 17.

(1515)Holsten. Adnot. in Cinger. p. 164.— Id. ad Ortel. p. 42.

(1516)Vedi pag. 187.

(1517)Promis; Storia di Alba p. 57,

(1518)Ptolem. Geagr. Lugd. — Batav. 1533, p. 48.— Nell’edizione procurata dal Bertio trovasi anche registrato Obriculum come prima città degli Equicoli.

(1519)Cellar. Not. Orb. antiq. p. 627.

(1520)Phocbon. Hist. Mars. p. 202. — Cf. Promis, Storia di Alba, p. 55.

(1521)Virg. Æn. VII, v. 744. Et te mont0sae misere in praelia Nersae, Ufens. Nelle volgari edizioni dicendosi Nursae, confondesi con Nursia città del Piceno. Ma Servio (ad Æn. 1. c.) scrive anche Nersae, e così pure l'Heyne, ed un mss. della Biblioteca Borbonica (Martelli, Storia de' Sicoli, t, I, p. 276).

(1522)Martelli, Op. cit. t. I p. 61, е 198.Non ci accordiamo però con questo scrittore, che la confonde con Mefula, di cui parla Dionigi d'Alicarnasso (Antiquit. I, 6); e quantunque combini la distanza da Colle-Viati, sito di Suna, a Civitella di Nesce, questa distanza esser poteva in una diversa direzione.

(1523)Cav. Bunsen, Ant. stabil. ital. negli Annali dell'Instit. t. VI, p. 117.

(1524)Martelli, Op. cit. t. I, p. 73-75.

(1525)Id. ibid. t. II, p. 162.

(1526)Bunsen, Mem. cit. p. 112. – Riporta questa iscrizione anche il Martelli (Op. cit. t. II, p. 163), ma meno esattamente, e nell'ultima linea in vece di PATREM, che si riferisce al Sacerdote di Mitra, legge FAB. MAG.

(1527)Martelli, Op. cit. t. II, p. 163.

(1528)Plin. XXV, 8.

(1529)Cav. Bunsen, Ant. Stabil, ital. nel VI vol. degli Annali dell'Inst. arch. p. 117.

(1530)Panvin. Civ. Rom. p. 545. – Martelli, Op. cit. t. II, p. 187.

(1531)Varro, Del. L. VII, 18. Cum dune sint Albae, ab una dicuntur Albani, ab altera Albenses. — Sosipatr. Charis. Institut. Gramm. I, p. 33 Sulsbach. Albani dicuntur ab Albano: Albentes aulem ab Alba Facente.

(1532)Liv. X, I. Album in Aequos VI millia colonorum scripta. Senza ragione il Cluverio criticava Livio dell’aver situata questa città negli Equi (Ital. antiq. p. 768), ed il Febonio seguito da altri scrittori, sostenendo egualmente che appartenesse ai fidarsi, interpetrò contro gli Equi l’espressione in Æquos dello storico latino (Hist. Mars. p. 156); ma Livio non parla mai della cagione perchè si deducessero le colonie da’ Romani, e rammentando quella mandata ne’ Bruzii dice anche in Bruttios (XXXIV, 53).

(1533)Strab. V, p. 210. Α"λβα, ομορᾶσα Μαρσοῖς.

(1534)Appian. Hannibal. XXXIX.

(1535)Plin. III, 17. Albensium Alba, ad Fucinum lacum. Æquiculanorum Cliternini.

(1536)Festus, Albesia — Ptolem. Geograph. p. 66.

(1537)Dionys. Halic. II, 2.

(1538)Promis, Storia di Alba, p. 72-73.

(1539)Ricci, Storia di Albalonga, p. 30.

(1540)Petit-Radel, Recherch, sur les murs cyclopeens, p. 211.

(1541)Cluver. Ital. antiq. p. 768.

(1542)Dionys. Halic. I, 57.

(1543)Plin. III, 9.

(1544)Liv. X, 1. – Vellej. I, 4. – Ruhnken. Arg. Chron. p. LXIII Lemaire.

(1545)Appian. Annibal. XXXIX, Μικρονδὲ τι πολίχνιον Ρομαῖοὶ ποτε επιτιχίξοντες Αἰκανοῖς, Α"λβαν ἀπὸ τῆς ἁυτῶν μητρο πόλεως ἐκάλεσαν.

(1546)Liv. X, 1.

(1547)Appian. I. cit.

(1548)Liv. XXVII, 9,

(1549)Id. XXIX, 15.

(1550)Liv. Epit. LXXII.

(1551)Caes. De B. Civ. 1, 15.

(1552)Cic. Philipp. III, 3, e cap. ult.—Cf, Appian. Civili. III, 45.

(1553)Frontin. De Colon, p. 102.

(1554)Phocbon. Dist. Mars, p. 48.

(1555)Liv. XXIX, 15.

(1556)Pellerin, Ree. de Med. t. I,p. 39. — Dutens, Expl. de quelq. med. p. 49. — Avellino, Ital. vet. p. 16; Opuscoli, t. II, p. 11; Museo Borb. II, tav. XVI, n. 8—Millingen, Numismaiigue de Vane. Italie, 220.—Fiorelli, Monete rare, p. 2.

(1557)Phocbon. Op. cit. p. 167.

(1558)Frontin. De Colon, p. 120.

(1559)Muratori, Annali d'Italia, ann.149.

(1560)Phocbon. Op. cit. p. 153.

(1561)Promis, Storia di Alba, p. 88-91.

(1562)Fabretti, De Emiss. Fucin. in fin. Comm. De Column. Traj. p. 404. – Chaupy, Maison d'Horace, t. III, p. 226.

(1563)Strab. V, p. 240.

(1564)Liv. XXX, 17, 45.

(1565)Liv. XLV, 42. – Vell. Pat. I, 11. – Val. Max. V, 1. – Cf. Wesseling, ad Diodor. Fragm. t. II, p. 516, nota 70.

(1566)Liv. Epit. LXI. – Val. Max. IX, 6.

(1567)Corsignani, Reggia Marsicana, t. I, p. 169. – Promis, Op. cit. p. 81.

(1568)Gerhard, Mura ciclopee nelle Mem. dell’inst. archeol. p. 81. —Gell. Ultime scoperte del Dodwell Bullet. archcol. 1831 p. 45. — Petit-Radel, Op. cit. p. 211· — Chaupy, Maison dHoracc, t. II, p. 221.— Swinburne, Voyage dans les deux Siciles, p. 118,-—La più esatta descrizione de' monumenti di queste città è nella dotta c giudiziosa opera del Proims (Antichità di Alba Facente, Roma 1836.)

(1569)Phocbon. Hist. Mars. p. 167.

(1570)Plin. Hist. Nat. XV, 21 Lemaire.

(1571)Phocbon. Hist. Mars. p. 165.

(1572)Liv. IV, 1.

(1573)Liv. IV, 55.

(1574)Diodor. Sic. XIV, 11. — Qui lo storico non attribuisce "Ερρκα a' Volsci, come scrive il Wesseling (Ad Diodor. t. I, p. 647, nota 12), ma i Volsci ne assalirono il presidio romano come alleati degli Equi.

(1575)A questo fatto si riferisce forse la testimonianza di Diodoro, il quale scrive (XIV, 98) che gli Equi cacciarono i Romani dalla città,che qui nomina Ουερρη l'epoca che segna è il 2.º anno dell'Ol. XCVII, cioè il 363 di Roma.

(1576)Liv. V, 28.

(1577)Martelli, Antich, de' Sicoli, t. II, p. 121. — Poiché secondo narra Livio gli Equi furon da' Romani respinti da Verrugine ed inseguiti sin presso il lago Fucino colla perdita di un loro castello, il citato scrittore crede che questo castello fu l'odierno Tagliacozzo.

(1578)Cayro, Città del Lazio, t. II, p. 315.

(1579)Id. ibid. t. I,p. 249 30.

(1580)Cato ap. Aul. Gell. III, 7.

(1581)Plin. Ili, 17. Ex Æquiculis interiere Comini. — Non ostante questa precisa testimonianza, il Romanelli attribuì con errore la detta città a’ Volsci (Topografi. III, p. 357.)

(1582)Liv. X. 43.

(1583)Liv, X, 44. Eodem que die Aquilonia et Cominium deflagratere. Perciò il Cellario non seppe decidere se questa città appartenesse a’ Sanniti o agl’Irpini, o se fosse posta nel confine de' due popoli. (Not. orb. antiq. p. 697.).

(1584)Dionys. Halic. Frag. lib. XVI, 16-17.

(1585)Chron. Casin. ad ann. 1157.—Privileg. di Alvito cit. dal Castrucci (Descriz. del Ducato di Alvito, p. 19.) Leone Ostiense (Chron. II. 13) rammenta ancora la chiesa di S. Paolo nel territorio di Cominio nelle pertinenze di Sette Frati, ch'è appunto presso Alvito. – Cf. Alberti, Descriz. d'Italia, p. 412.

(1586)Joh. a Cecc. Chron. Fossae nov. ad ann. 1157, 1160.

(1587)Castrucci Op., cit. p. 28.

(1588)Id. ibid. p. 38. – Essendo sicuramente mal copiata la prima iscrizione, non credo che si possa far molto conto della interpetrazione del citato scrittore: APOLLINI INVICTO SACRVM. Q. ÆLIVS TVBERO TRIBVNVS CONSVL IMPERATOR VICTOR. Nell'altra lesse: FLAVIE VIORI VILLAM IN COMINIO EDES PATRAVIT.

(1589)Pistilli, Città sul Liri, p. 184.

(1590)Strab. V, p. 237,

(1591)Promis, Antichità di Alba, p. 40.

(1592)Niebuhr, Hist. Rom. t. lII, p. 216.

(1593)Dionys. Halic. I, 6.

(1594)Martelli, Storia de' Sicoli, t. I, p. 201.

(1595)Strab. V, p. 238.

(1596)Vedi pagg. 135,248.

(1597)Lupoli, In vet. Corfin. inscr, p. 132.—Promis, Op. cit. p. 52.

(1598)Fabretti.

(1599)Promis, Op. cit. p. 60-61. – Cf. Chaupy, Maison d'Horace, t. III, p. 221.

(1600)Strab. V, р. 250.

(1601)Plin. III, 17. Samnitium.... colonia Bovianum vetus et alterum cognomine Vndecumanorum, Aufidenates, Esernini, Fagifulani, Vicolenses, Saepinates, Treventinates.

(1602)Ptolem. Geograph. p. 73.

(1603)Dionys. Perieg. ν. 375. Σαυνίται δὲ ἐπὶ τοῖσι τοῖσι μέσην κθόνα ναιετάουσι.

(1604)Scylax Peripl. il, 1.1, p. 240 Geogr. min· ed. Gail. Καμπανῶν μπανών δὲ δὲ ἔχονταιΣαυνιται καὶ παράπλους ἐςὶ Σαυνιτῶν ἡμέρας ημισυ. Λευκανι Σαυνιτῶν ἔχονται.—Poiché Scila ce qui nomina i Sanniti, il ch. Letronne (Prugm. de Scymn. Ch· p. 190) ha in ciò una pruova tra le altre che il Periplo fu composto dopo che questi popoli staccandosi da’ Sabini s'impadronirono di Capita, e fondarono secondo Diodoro Siculo (XII, 31) la nazione de' Campani nel 3.° anno dell’Olimpiade LXXXV (438 av. G. C.) contro Γ opinione del Gail, il quale si é avvisato che fu composto al principio del V secolo prima dell'era volgare e della morte di Dario (Geogr. min. t. I, p. 226).

(1605)Scymn. Ch. v. 235. Μετὰ δὲΛατινους ἔςιν εν Οπικοἷς πολις...Κυμη...Τουτοις δε Σαυνίται παροικουσ᾽ ἐχόμενοι τῶν Α'υσόνων, κ. τ. λ.

(1606)Strabone dice chiaramente che le tre prime città erano abitate da' Sanniti (V, p.249), i quali vi si mantennero dopo quasi distrutta la lor nazione. Ricordando inoltre il geografo le città campane Atella, Suessola,Acerra, Nola, Abella, Nuceria ed altre terre più piccole, dice che alcune di esse appartenevano a' Sanniti.

(1607)Polyb. 1, 6. – Si avvisò il Gronovio che l' espressione dello storico ad oriente e settentrione abbiasi a intendere la regione di mezzo tra questi due punti, corrispondente al nord-est, ciò accordandosi colla posizione del Sannio rispetto al Lazio, massime se vi si aggiungano i paesi degli altri nostri popoli settentrionali della stessa stirpe de' Sanniti, i Peligni cioè, i Vestini, i Marsi, i Marrucini ed i Frentani.

(1608)Eutrop. II, 8.

(1609)Rogadei, Italia cistiberina, p. 200.

(1610)Cluver. Ital. antiq. p. 1193. – Cf Trutta, Antichità allifane, p. 213, segg.

(1611)Niebuhr, Hist. Rom. t. II, p. 124.

(1612)Tolomeo li nomina Caraceni, e Zonara Caricini. – Il Grimaldi (Annali, t. I, p. 56) crede questi popoli compresi tra' Frentani; ma Tolomeo li distingue.

(1613)Dionys. Halic. Excerpt. Legat. p. 2334, R. Liv. IX, 31; XXII, 61.

(1614)Rogadei, Ital. cistiber. p. 203.

(1615)Lanzi, Saggio di lingua etrusca, p. 515.

(1616)Vedi pag. 173. – Cf. Mionnet, Descr. De Méd. t. I, p. 109.

(1617)Millingen, Numismatique de l'anc. Italie, p. 180.

(1618)Liv. X, 12.

(1619)Plin. III, 17.

(1620)Ptolem. p. 66.

(1621)Annali dell'Inst. archeol. t. I, p. 186.

(1622)Liv. X, 12. Cn. Fulvii Consulis clara pugna in Samnio ad Bovianum... nec ita multo post Aufidenam vi cepit.

(1623)Frontin. De Colon. p. 125. Aufidena muro ducta. Iter populo debetur pedibus X. Milites eam lege Iulia sine colonis deduxerunt.

(1624)Torcia, Itinerario de' Peligni, p. 152.

(1625)Torcia, Op. cit. p. 152. – Con qualche varietà ne' nomi la riporta anche il Liberatore (Piano di Cinque miglia, p. 59).

(1626)Itin. Antonin. p. 310. – Tab. Peutinger. segm. V.-Cf. Romanelli, Op. cit. t. III, p. 723.

(1627)Keppel-Kraven, Excursion in the Abruzzi, t. II, p. 59.-Nel detto sito si son rinvenute con varii oggetti di antichità corniole e monete, e vasi dipinti ne' sepolcri (Romanelli, Op. cit. t. II, p. 487).

(1628)Antonini, Lucania, t. I, p. 72.

(1629)Ptolem. Geograph. p. 66. – Zonara, Annal, VIII, 7.

(1630)Cluver. Ital. antiq. p. 1194, 10.

(1631)Vedi pagg. 186, 187.

(1632)Vedi pag. 267.

(1633)Ptolem. p. 66. Καρακηνῶν, οἳ εισιν ὑπὸ τους Φρεντανές, Αύφιδηνα.

(1634)Giustiniani, Diz. geogr. t. XI, p. 125. Galanti, Descriz. del Contado di Molise, p. 45.

(1635)Guthberlet, De Cabiris in Thes. Poleni, t. II, p. 847.

(1636)Hesych. v. Κάβειροι. – Cf. Albert. ibid.

(1637)Zonara, Annal. loc. cit.

(1638)Duca della Guardia, Fam. Avezzaпо р. 40.

(1639)Ruggieri, Lettera a Giustiniani nel Giorn. lett. di Nap. t. XCVI.

(1640)Guarini, In epigr. quaed. osca exercit. p. 16.

(1641)Avellino, Conghietture sopra una iscrizione sannitica. Nap. 1841

(1642)Jannelli, Vet. Osc. Inscr. p. 149.

(1643)Liv. X, 20. Gnarosque Oscae linguae, exploratum quid agatur, mittit.

(1644)Grimaldi, Annali t. I, p. 57.

(1645)Doni, Inscr, antiq, Cl. V, n. 27.

(1646)Liv. X, 39.

(1647)Id. X, 38.

(1648)Id. X, 39.—Vedi ancora p. 278 di questo volume.

(1649)Liv. X, 39-44. Eodemque die Aquilonia et Cominium deflagravere.

(1650)Cluverio, Ital. antiq. p. 1204.—Cellario, Aot. Orb. antiq. p. 700.

(1651)Biondi, Ital. Illustr. p. 77.—Ciarlante, Mem. del Santuo, p. 45. Pratilli, Via Appia, p. 467. — Romanelli, Topo· grqf· t. II, p. 493 segg. ecc.

(1652)Niebuhr, Hist. Rom. t. III, p. 361 (nota 106).

(1653)Paul. Diac. Hist. Langob. 11,20. In Samnio sunt urbes Theate, Aufidenay Isernia, et antiquitate consumi a S omnium, a qua tota provincia denominatur.

(1654)Fior. 1, 16. Ita ruinas ipsas urbium dìruit, ut hodie S omnium in ipso Samnio requiratur. — Cicerone usò le stesse espressioni parlando delle devastazioni di Verre nella Sicilia: Campus Leontinus sic erat deformìs atque horridus ut in uberrima Siciliae parte Siciliam quaereremus (In Verr. III, 18).

(1655)Cluver. Ital. antiq. p. 1199. — Cf. Bruzen. La Martin. Dict. geograph. v. SMNIUM.

(1656)Pellegrino, Hist. Princ. Langob. II, p. 74. — Rogadei, Ital. Cistiber. p. 215.— Romanelli, Topograf. t. il, p. 785 segg.

(1657)Chron. Vulturn. ap. Murat. R. I. S. t. I, P. II, p. 481. – Cf. Ughelli, Ital. sacr. t. VIII, p. 35.

(1658)Addurremo la detta lapida nella descrizione di queste città, che appartennero propriamente agl'Irpini.

(1659)Festus, v. Samnites.

(1660)Keppel-Kraven Excursion in the Abruzzi, t. II, p. 65.

(1661)Un tal nome (Mons Militum) sarebbe venuto alla vetta di questo monte dall’esservisi ritirati i Sanniti nel 476 colle lor donne e figliuoli, donde respinsero i Romani rotolando lor contro de' sassi (Liv. XIV, 4.—Cf. Trutta, Antichità Allifane, p. 292).

(1662)Biondi, Ital. Illustr. p. 80.

(1663)Minervino, Etim. del M. Vulture, p. 195.

(1664)Forse ancora, e più probabilmente, è da riconoscervi una denominazione greca, derivata dalla nudità delle sue rocce in più luoghi; essendo noto che i Greci dicevano μαδησι-γένειος chi ha rada barba, ed anche ora diciamo per similitudine montagne pelate quelle che sono nude di boschi.

(1665)Longano, Viaggio pel Contado di Molise. Nap. 1788-Poli, Sul tremuoto del 1805. – Pepe, Ragguaglio ist. fis. del tremuoto del 1805, p. 24-39 – Pilla, Geologia vulcanica della Campania, t. I, p. 17-71. – Del Re, Descriz. de' R. Dominj t. III, p. 41 e segg.

(1666)Liv. IX, 13.

(1667)Liv. XXVII, 1. Marcellus, Salapia perproditionem recepta, Maroneam et Meles de Samnitibus vi cepit.

(1668)Plutarch. in Marcell.

(1669)Ephor. Fragm. 74,ed. Didot. Polyb. XXIII, 6, 1. —Liv. XLV, 29.

(1670)Iustin. VII, 1.

(1671)Galanti, Descriz. delle Sicilie IX, 4.

(1672)Romanelli, Topogr. t. II, p. 476. — Sanchez, Campania sotterranea t. I, p. 295, nota 27.

(1673)Lanzi, Saggio di lingua etrusca, p. 516.

(1674)Plin. III, 12.

(1675)Appiano (Civil. I, 41) racconta questo fatto. Considerando il Millingen (Numismat. de l'anc. Italie, p. 88.) che nella prima edizione e ne' manoscritti di questo storico leggesi Τρούμεντον, che si è cambiato in Γρούμεντου nelle edizioni posteriori, e che il teatro della guerra era nel Sannio, ha creduto più verisimile la lezione Τρέβεντον ο Τρεούεντον.

(1676)Flor. III, 18.

(1677)Romanelli, Topograf. t. II, p. 472.

(1678)Frontin. De Colon. p. 141. Trebentum oppidum. Ager ejus in præcissuras, et strigas est assignatus terminis Julianis.

(1679)Romanelli, Op. cit. t. II, p. 474.

(1680)Galanti, Descriz. del Contado di Molise, t. I, p. 103. – Muratori, Thes. Inscr. p. XVI, n. 2. – Il secondo de' citati scrittori già osservava che innanzi alla parola REGINAE deve mancar quella di IUNONI, o deesi sottintendere.

(1681)Questa iscrizione leggesi nella Cattedrale dietro il trono vescovile (Galanti, Op. cit. t. I, p. 103.)

(1682)Romanelli, Topograf. t. II, p. 473.

(1683)Liv. X, 39.

(1684)Galanti, Descriz. del Contado di Molise, p. 50. – Cf. Giustiniani, Diz. geograf. t. XI, p. 62, 180.

(1685)Sucton. in Augusto, c. XCVII. – Dio Cass. LVI, 29. – Hesych. v. Αισι.

(1686)Tab. Peutinger, segm. V, F.

(1687)Schol. Theocrit. ad Idyll. IV.

(1688)Herodot. II, 51. —Cf. St. Croix, Myst. du Pagan. t. I, p. 38, seqq.

(1689)Vedi le autorità raccolte dal ch. Jannelli (De Hierograph, et Pantheo Etrusc. p. 4 – 6.)

(1690)Il Millingen (Numismat. de l'anc. Italie. p. 218) spiega il detto tipo supponendo che presso Lsernia fossero indizii di vulcani, e poiché ve ne ha di vero, come abbiam detto (p. 300), fu questa forse la ragione perchè i primi fondatori la posero sotto la protezione di Vulcano. Se il tipo stesso vorrà spiegarsi con ciò clic scrive Giulio Ossequente (De prodig. e. 11$), dal quale sappiamo che prima della Guerra Sociale si videro sorgere alcune fiamme presso la città, e si ha di questo fatto anche una medaglia, si deve credere che tutte le monete di Esernia furon battute dopo l’anno 663; ma i nummologi le attribuiscono alla colonia romana, la quale dovè dfigiarvi l’antico nume della città.

(1691)Liv. X, 31.— Leggendosi Æserniumm in un mss. di Firenze, immagina il Niebuhr un’altra città di Esernia nel paese de' Sidicini (Hist. Rum. t. III, p. 339, nota 101); ma Livio dopo aver accennalo le prede de' Sanniti nell’agro vescino e formiano, soggiugne et parte alla in Æserninum; talché, essendo ben distinte le diversa contrade, non è dubbio che intese parlare dell’agro di Esernia appartenente a Sanniti Pentri.

(1692)Liv. IX, 44. Eodem anno Sora, Arpinum, Censennia, recepta ab Samnitibus— Diodor. Sic. XX, 90. Τῶν συμμαχίδων πόλεων τὰς ἁλέσας ἀνεκτήσαντο, Σώραν, Αρπίναν, καὶ Σερευνίαν.

(1693)Comeché della detta testimonianza di Livio confrontata con quella di Diodoro non si giovassero il Glareano (Ad Liv. 1. c.) ed il Cluverio (Ital. antiq. p. 1044), da quanto abbiam detto è chiaro che sia da preferir la loro lezione a quella del Rubepio, il quale si avvisò che i due storici parlassero di Cerfennia città de' Marsi, opinione alla quale inclinò pcr la sola simiglianza del nome il Wcsscling (Ad Diodor. Le. t. Π, p. 471, nota 46).

(1694)Vell. Pat. I, 14, — Cf. Liv. Epit. XVI.

(1695)Liv. XXVII, 10.

(1696)Appian. Civili. I, 41. — Cf. Diodor. Sic. Fragm. VIII in Script, vet. collcct. Mail, t. II, p. 120.—Liv. Epit. LXXIII — Nonius, v· Adesum.

(1697)Diodor. Sic. Eclog. ex lib. XXXVII, 1. II, p. 539 VVesscling.

(1698)Strab. V, p. 250.

(1699)Frontin. De Colon, p. 103.

(1700)Id. De Samnio, p. 109.

(1701)Eckhel, Doctr. N. K. 1.1, p. 101.— Avellino, Ital. Vet. Num. p. 17-18.— Suppl. p. 3.—Mionnct, Descr. dei ned. 1.1, p. 107. —Millingcn, Consid. sur la numis. d'Italie p. 218. — Quelle che Flgnarra (De Palestr. Neap. p. 250) ed altri nummo· logi prima di lui rammentano coll’epigrafe greca ΑΙΣΕΡΝΙΝΩΝ furono malamente lette.

(1702)Keppell Craven, Excursion in the Abruzzi, t, II, p. 83-81.— Cf. Galanti, Descriz. Del Contado di Molise t. I, p. 60.

(1703)Muratori, Thes. inscr. p.CCCCLXXXIII, n. 1. – Questa iscrizione non più si trova in Isernia.

(1704)Galanti, Op. cit. t. I, p. 67.

(1705)Galanti, Op. cit. p. 66.

(1706)Vedi pag. 194.

(1707)Muratori, Op. cit. p. XVI, n.º 5. – Questa iscrizione nemmeno più si vede in questa città, come scrive il Galanti (Op. cit. p. 61).

(1708)Liv. IX, 44. Signa militaria sex et viginti capta, et Imperator Samnitium Statius Gellius, multique alii mortales.

(1709)Liv. X, 14.

(1710)Gudio, Inscr. p. L, n. 2, – Sebbene questo epigrafista non dica a quale delle città col nome di Tiferno questa iscrizione appartenesse, non dubito che fu di questa del Sannio, facendosi in essa menzione del Seviro augustale a cui fu posta, dignità che incontrasi nell'altra lapida del tempo di Trajano.

(1711)Egizio, Lett. a Langlet, p. 35-36. ed. 1750. – Cf. Galanti, Op. cit. p. 71.ione di guerra, dice che due volte i Sanniti furono sconfitti presso il Tiferno.

(1712)Manuzio, Ortograph. rat. p. 11. – Doni, Inser. antiq. Cl. XII, n. 97.

(1713)Liv. X, 30. – II Romanelli (Op. cit. t. II, p. 478) non osservando che lo storico ripete in seguito questa stessa az

(1714)Alberti, Descriz. d'Italia, p. 250. – Giustiniani, Diz. Geograf. t. XI, p. 478.

(1715)Vedi p. 200.

(1716)Liv. X, 15. Fabius etiam urbem Cimetram cepit: ibi capta armatorum duo millia quadringenti: caesiferme pugnantes ad quadringentos triginta.

(1717)Tab. Peutinger, segm. V, F.

(1718)Romanelli, Topograf. t. II, p. 466.

(1719)Tab. Peutinger. segm. V, F.

(1720)Holsten.Adnot. in Cluver. p. 266. – Cf. Romanelli, Op. cit. t. II, p. 465.

(1721)Itin. Antonin. p. 102.

(1722)Liv. IX, 31. Anche Stefano Bizantino attribui questa città a' Sanniti (ν. Βοιανον) ma senza dire che propriamente si appartenesse a' Pentri.

(1723)Strab. V, p. 250. ἡγήσατο δὲ ταῦρος.

(1724)Ciarlante, Mem. del Sannio, p. 26

(1725)Liv. IX, 28.

(1726)Liv. IX, 31.

(1727)Danicle, Forche Caudine, p. 79.

(1728)Liv. IX 44.

(1729)Liv. X, 12.

(1730)Sil. Ital. VIII, 564.

(1731)Appian. Civil. I, 51. Κοινοβούλιου ὴν τῶν ἀποστάντων. – Plutarch. in Sulla, c. 9.

(1732)Liv. Epit. LXXVI – Iul. Obseq. De prodig. CXVI.

(1733)Strab. V, p. 249.

(1734)Frontin. De Colon. p. 136. Bovianum oppidum, lege Iulia, milites deduxerunt sine colonis.

(1735)Panvin. Descr. Imp. rom. p. 347.

(1736)Plin. III, 17, 1. Colonia Bovianum vetus, et alterum cognomine Vndecumanorum. Cf. Giovenazzi, Città di Aveja, p. 31.

(1737)Appian. I, 51.

(1738)Liv. IX, 31. Caput hoc erat Pentrorum Samnitium, longe ditissimum atque opulentissimum armis virisque.

(1739)Galanti, Descriz. del Contado di Molise, p. 29. – Altre iscrizioni si possono leggere nel Romanelli (Op. cit. t. II, p. 443).

(1740)Del culto di Giove in Boviano rimane anche memoria nell'ara votiva colla iscrizione: DIRECTA IOVI XENIOR. (Galanti, Op. cit. p. 28).

(1741)Frezza, De subfeud. lib. 1. Cf. Sardi, Discorsi, p. 196. – Schnars, Schilderungen aus Samnium nell'AUSLAND, A. 1843, n. 326.

(1742)Vet, Ose. Inscr, p. 145.

(1743)Questa iscrizione osca fu la prima volta pubblicata e interpretata dal Ccrulli (Lettera sopra un’antica statua etrusca, Nap. 1771), il quale, riferendo le tre parole a Minerva, spiegò: Diva celeriter nata fulguratrix. Per contrario il Lanzi (Saggio di lingua etnisca, p. 525 ) vide nelle prime parole non altro che il nome di colei che alzò l’ara, dappoiché trovò in Fcsto la ricordanza della famiglia fumeria da Benevento passata a Roma; e tale opinione potrebbe trovare appoggio nella memoria ael celebre NUMERIO DECIMO di Boviano, il quale, come apprendiamo da Livio (XXII, 2i), primo pcr natali e ricchezze in tutto il Sannio, con 8000 fanti e 500 cavalli rinfrancò la battaglia data da’ Romani ad Annibale nel 535 ne' campi di Larino.

(1744)Tab. Peutinger. segm. V. F.

(1745)È nota la città di simil nome, cioè Alifira (Steph. Byz. v, Αλίφειρα), o Alifera nell’Arcadia (Cic. ad Att, VI, ep. 2—Liv. XX Vili,8. — Pausan. Are ad. p. 497), e l’erudito storico di questa città sannitica non dubitò che il suo nome provenisse dal greco αλείφω ungo, che derivò dall'abbondanza degli ulivi che tuttavia ne ricoprono le colline (Trutta, Antiq. Allif, p. 16.

(1746)Abcken, Mittelitalien, p. 333, nota 7.

(1747)Liv. VIII, 25.

(1748)Liv. IX, 38.

(1749)Liv. IX, 42.—Il Trutta (Op. cit. p. 361) confonde nella narrazione di questo fatto i Sanniti che occupavano Nuceria e che perciò Livio pone nel Sannio, con gli abitatori di Allife.

(1750)Trutta, Op. cù. p. 89.

(1751)Sil. Ital. XII, 526.

(1752)Trutta, Op· cit. p. 90.

(1753)Festus, p. Praefecturae.

(1754)Cic. Pro Pianc. IX.

(1755)Trutta, Op· cù. p. 93.

(1756)Frontin. De Colon. p. 103, Allife oppidummuroductum, Ager eius lege Triumvirali est assignatus.

(1757)Il Trutta (Op. cit. p. 98.) approva su tal proposito l'opinione del Giorgi.

(1758)Trutta, Op. cit. p. 39.

(1759)Gruter. Inscr. p. CDIX, n. 3. – Il Trutta (Op. cit. p. 33.) nell'ottava linea legge XIIIX in vece di XMX, e meno esattamente la riporta il Lupoli (In vet. Inscr. Corfin. p. 251.)

(1760)Manuzio, Ortograph. ratio, p. 30. – Trutta, Op. cit. p. 135-145.

(1761)Plin. H. N. II, 86. - Sueton. in Tiber. c. 48. Dio Cass. LVII, 17.

(1762)Trutta, Op. Cit. – Cf. Pratilli, Via Appia, p. 417.

(1763)Gruter. Inscr. p. CDVII, n. 7. Trutta, Op. cit. p. 56. segg.

(1764)Lucian. Opp. LV.

(1765)Varro, De LL. VI, 19. – Festus, v. Furinalia.

(1766)Cic. De Nat, Deor. III, 18, 46. – Cf. Davis adh. l. Foggin. ad Verr. Flacc. Fragm. p. 124. – Gori, Museo etrusco,

(1767)Gudio, Inscr. p. x1, n. 7. – Gruter, Inscr. p. III, n. 6.

(1768)Trutta, Op. cit. p. 110.

(1769)Vedine le iscrizioni nel Trutta (Op. cit. p. 99-108) e nel Pistilli (Città sul Liri, p. 97-97).

(1770)Trutta, Op. cit. p. 66 segg.

(1771)Id. ibid. p. 154 segg.

(1772)Id. ibid. p. 191, 199.

(1773)Trutta, Op. cit. p. 275 segg.

(1774)Sil. Ital, XII, v. 526 – Acron. ad Horat. Sat. II, VII, 39.

(1775)Trutta, Op. cit. p. 277.

(1776)Liv. VIII, 25. Tria oppida in potestatem venerunt, Allifae, Callifae, Ruffrium.

(1777)Trutta, Op. cit. p. 175.

(1778)Cluver. Ital. antiq. p. 1200. – Ciarlante, Mem. Del Sannio, p. 82. – Pratilli, ViaAppia, p. 507.

(1779)Trutta, Op. cit. p. 276.

(1780)Liv. VIII, 25.

(1781)Sil. Ital. VIII, 563.

(1782)Holsten. Adnot. in Cluver. p. 270.

(1783)Romanelli, Topograf. t. III, p. 460 segg. – Cramer, Ancient Italy, t. II, p. 232. Coll'autorità di Catone troveremo presso Nola il sito di Rufra de' Campani.

(1784)Cluver. Ital. antiq. p. 1200, 30.

(1785)Agl'Irpini attribui Ruvo il Cellario (Not. Orb. antiq. p. 701), ma applicando ad esso l'addotta testimonianza di Livio. Il nome di Ruvo, guasto da Rufum, par derivato dal colore rossiccio de' vicini monti, per quanto ricordo dalla mia fanciullezza, allorchè fui in questo paese nel 1814.

(1786)Trutta, Antichità Allifane, p. 241. Il detto crittoportico è tuttavia in essere, come so dal lodato Dott. Schnars di Amburgo, che lo ha descritto nel suo viaggio pel Sannio.

(1787)Ptolem. Geograph. p. 74. – Plin. III, 17.

(1788)Liv. X, 45.

(1789)Dionys. Halic. Fragm. lib. XVI, 12. — Cf. Ciarlante, Man. del Sannio t.1, p. 72, ed. 1823.

(1790)Vedi art. di Calazia.

(1791)Frontin. De Colon, p. 88.

(1792)Trutta, Antichità Allifane, p. 80.

(1793)Manuzio, Ortograph. rat. P, 172. Gruter. Thes. Inscr. p. CCCCXLI, n. 4. — Galanti, Op. cit. t. I, p. 94.

(1794)Paul. Diac. Hist. Langob. V, II.

(1795)Galanti, Op. cit. p. 92.

(1796)Freccia, De subfeud. p. 235.

(1797)Schnars, SSchilderungen aus Samnium nell'AUSLAND; n. 327.

(1798)Galanti, Op. cit. p. 92. – Keppel-Craven, Excursion in the Abruzzi t. II, p. 131.

(1799)Trutta, Op. cit. p. 80. – Adduce questo scrittore anche un altro marmo, nel quale leggevasi I. O. M. S. V. D. D., che del pari ricorda il detto Tempio.

(1800)Manuzio, Ortograph. rat. p. 123. Trutta, Op. cit. p. 81. – Il Vargas-Macciucca (Spiegazione di un raro marmo greco, p. 20) dice che la prima lapida fu letta in Atina, e ch'era forse inedita; ma era già stata pubblicata dal Trutta, nè vedesi addotta dagli scrittori della detta città de' Volsci.

(1801)Schnars, Art. cit. AUSLAND, n. 328.

(1802)Freccia, De subfeud. p. 235.

(1803)Itin. Antonin. p. 103.

(1804)Strab, VII, p. 328. Cf. Steph. Byz. ν. Τόμαρος. – Theopomp. ap. Plin. III, 1.

(1805)Hesych. v. Τμάρος.

(1806)Polyb. V, 68. – Strab. XVI, p. 756.

(1807)Movers, Die Phoenizier. t. I, p. 661.

(1808)Tab. Peutinger. segm. VI, D.

(1809)Holsten. Adnot. ad Cluver. pp. 207 Romanelli, Op. cit. t. II, p. 449.

(1810)Sil. Ital. VIII, 563. Qui Batulum, Mucrasque colunt. – Il poeta trasportò Batulo nel Sannio che fu de' Campani, come più a lungo osserveremo descrivendone la regione.

(1811)Romanelli, Op. cit. t. II, p. 450.

(1812)Avellino, Opuscoli t. III, p. 93 segg.

(1813)Steph. Byz. v. Μαμάκρινα. — Cf. Holsten. Notae et castig. p. 198.

(1814)Strab. V, p. 281.

(1815)Millingen, Consid. p. 195.

(1816)Liv. X, 17.

(1817)Steph. Byz. v. Μοργέντιον.

(1818)Raoul-Rochette, Hist. des colon. grecques t. 1, p. 249.

(1819)Cluver. Sicil. antiq. p. 414.—Holsten. Op. cit. p. 210.

(1820)Pellerin, Suppl. III, p. 95. — Eckbel, Doctr. Num, vet. I, p. 102. —Mionnet, Descr. de Med. 1. I, p. 108.—Il Millingcn, dal quale sappiamo che la medaglia descritta dal Pellerin ora si trova nel Gabinetto del Re in Parigi, dubita che si debba a Murganzia attribuire, senza congbietturarc del resto a quale altra città si appartenne (Numism. de l’anc. Italie p. 180), Ma le ragioni del eh. nummologo non ci sembrano decisive; dappoiché dice che la leggenda non é retrograda; che in essa leggesi MVPTANTIA; e supponendo doversi leggere in un senso contrario le lettere MV, sono la terminazione di un nome in um, come NVKPINVM, ΚΥΠΕΛTΕRNVM e simili dell'osco dialetto. Ma il monetiere potè facilmente scambiare il T col G, e la lezione retrograda AITNATPVM non corrisponde al nome di nessuna delle città italiche.

(1821)Liv. X, 17. Ad Murgantiam, validam urbem, oppugnandam ducit (exercitum)... ibi duo millia Samnitium et centum pugnantes circumventi captique: et alla praeda ingens capta est.

(1822)Cassitto ap. Romanelli, t. II, p. 481.

(1823)Tab. Peutinger, segm. V, в. Geronum. Ad Pyrum IX. Ad Canales Bobiano XI.

(1824)Romanelli, Topograf. t. II, p. 480.

(1825)Mannert, Die Geographie der Römer. t. IX, P. I, p. 804.

(1826)Plin. III, 17, 2. Aufidenates, Esernini, Fagifulani, Vicolenses, Saepinates, Treventinates.

(1827)Philist. Syracus. ap. Steph. Byz. v. Τύρσητα.

(1828)Steph. Byz. ν. Τίρσαι.

(1829)Plutarch. Parall. 37. – Philist. ap. Steph. Byz. v. Μυστία. – Del rimanente rispetto a Τούξ τον vedi appresso la mia conghicttura nell'art. di Caudio.

(1830)Vedi pag. 312.

(1831)Guarini, Nupera quaed. Osca, p. 8.

(1832)Jannelli, Vet. Osc. Inscr. p. 146.

(1833)Perugini, Delle acque minerali di Telese, p. 13. segg. Breislak, Topograf. fis. della Campania p. 16. segg.; 51, 62-63. – Pilla, Geolog. volc. della Campania, p. 80. segg. – Scacchi, Viaggio al Malese nel LUCIFERO sett. 1838. – Pilla (Leopoldo) Osserv. geognost, ecc.

(1834)Liv. XXV, 11. Hanno ab Cominio Cerito, quo nunciata castrorum clades est... fugae magis, quam itineris modo in Bruttios rediit.

(1835)Giustiniani, Diz. geogr. t. III, p. 449. – Romanelli, Topograf. t. II, p. 418.

(1836)Polyb. III, 92 ed. Casaub. Mία (εἰσβολή) μὲν ἀπὸ τῆς Σαυνίτιδος, δευτέρα δὲ ἡ ἀπὸ τοῦ Ἐριβιανοῦ, ἡ δὲ κατάλοιπος ἀπὸ τῶν κατὰ τοὺς Ἰρπινοὺς τόπων. Nell'edizione del Didot leggesi 'Εριβανου, e dall'essere nella detta contrada il monte Erbano, svanisce la conghiettura del nuovo editore dello storico, il quale suppone che la strada si partisse dal Lazio.

(1837)Pellegrino, Campania, p. 417. Pratilli, Via Appia, p. 424. Trutta, Ant. Allif. p. 308.

(1838)Perugini, Delle acque minerali di Telese p. 16, nota.

(1839)Polyb. III, 93. Casaub. Κατεςατοπέδευσε παρὰ τὸν ᾿Αθυρνον ποταμὸν, ὃς σχεδὸν δίχα διαιρεῖ τὰπροειρημένα πεδία. Nella citata edizione del Didot leggesi ΟὔλΟύρνου. – Cf. Perugini, Mem. cit. p. 18.

(1840)Liv. XXII, 13.

(1841)De' Iorii, Sul sito di Compulteria, p. 9.

(1842)Liv. XXIV, 20.

(1843)Plin. III, 9, 11

(1844)Sestini Lett. numism. t. VIII, p. 136. Schlichtegroll, Annalen des Numismatik. P. II, p. 16. segg.

(1845)Caylus, Antiq. Hetrasc. t,V,p. 124. Pellerin, Réc. De Méd. t. I, p. 47. – Mionnet. Descr. de Méd. t. I, p. 115.

(1846)Strab. V, p. 248. Cf. Du Theil, Géographie de Strabon, t. II, p. 274, nota 5. Nell'edizione del Coray (t. I, p. 331) leggesi anche Καλλατερία.

(1847)Liv. XXIII, 39. – Cf. XXIV, 20.

(1848)L'iscrizione che ci attesta il Collegio de' Pontefici in questa città fu riferita dall'Antonini (Let. all'Egizio, p. 105); ma il Trutta (Op. cit. p. 323) dubitò della sincerità di essa.

(1849)Pratilli, Via Appia, p. 344. Trutta, Antichuà Allifane, p. 324.

(1850)Pratilli, Op. cit. p. 343. – Trutta, Op. cit. p. 322. E probabile, come pensa il secondo di questi scrittori, che dalla villa di questo Albino (Albinianum ) sorgesse e prendesse poi nome l'odierno villaggio di Alvignano. Altre iscrizioni sepolcrali si leggono nell'operetta del De Iorii (Sul sito di Compulteria, p. 27, segg.).

(1851)De Iorii, Diss. cit. p. 36. – Trutta, Antichità Allifane, p. 322.

(1852)Holsten. Ad Cluver. p. 270. – Pellcgrino, Campania, p. 413. – Pratilli, Via Appia, p. 344. Trutta, Op. cit. p. 318. De Iorii, Diss. cit. p. 9e 37 segg.

(1853)Vedine la mutila iscrizione riferita dal Pratilli (Via Appia, p. 342). Fu per avventura quello stesso Consolare della Campania, del quale è menzione in una nobilissima lapida onoraria riferita dal Grutero (p. CCCXLIV, n. 2) e dal Visconti (Opp. var. t. I, p. 86).

(1854)De Iorii, Diss. cit. p. 19 segg.

(1855)Itin. Antonin. p. 102.

(1856)Strab. V, p. 250.

(1857)Liv. XXIV, 20. Cardinus Samnis gravius devastatus.... oppida vi capta Compulteria, Telesia.

(1858)Ptolem. p. 74.

(1859)Niebuhr, Hist. Rom. t. I, p. 46.

(1860)Pausan. VIII, 48.

(1861)Liv. XXII, 13.

(1862)Polyb. III, 90. Schweighaeuser legge Οὐενουσίαν sulla fede di tutti i mss.; ma il Cluverio corresse Τελεσίαν (Ital. antiq. p. 1224), perchè veramente cosi s' intende bene come i Cartaginesi dall'agro di Benevento passarono a Telesia, e di là nel piano di Capua, secondo lo storico. Ela conghiettura del celebre geografo è avvalorata da ciò che lo stesso Schweighæuser osserva a proposito dell'espressione ἀτίχιστον ποι murata, secondo tutti i codici da lui letti, il che intender non si potrebbe di Venusia, città forte, dove i Romani ripararono sopravanzati alla battaglia di Canne (V. Kohen, Storie di Polibio volg. t. III, p. 211).

(1863)Liv. XLI, 4.

(1864)Trutta, Antichità Allifane, p. 159, 247.

(1865)Frontin. De Colon. p. 108, 140.

(1866)Strab. V, p. 250.

(1867)Lupoli, In vet. Corfin. inser. p. 263.

(1868)Manut. Ortograph. ratio, p. 671.

(1869)Schnars, Schilder. Nell'AUSLAND, n. 327.

(1870)Lupoli, Op. cit. p. 128.

(1871)Pratilli, Via Appia, p. 426. – Trutta, Op. cit. p. 250. – Vedi un altro marmo che ricorda la Colonia Telesina nel Pratilli (Via Appia, p. 364).

(1872)Trutta, Op. cit. p. 247.

(1873)Liv. XXIV. 20. Caudinus Samnis gravius vastatus.... Oppida vi capta, Compulteria, Telesia, Cossa, Melae.

(1874)Cluver. Ital. antiq. p. 1198, 50.

(1875)Trutta, Op. cit. p. 261.

(1876)Incerto fu il citato storico della situazione di Cossa, perchè si avvisò insieme che poté essere a S. Agata de Goti, doveebber dominio i principi della famiglia Cossa (p. 261), ed a Torrecuso, quasi Torre di Cossa, a 5 miglia da Benevento (p. 418); ma nella detta città se non fu Plistia, come diremo, fu al certo Saticola, ed il villaggio di Torrecuso è più distante di Cusano dal sito delle altre città prese da' Romani.

(1877)Liv. XXIV, 20.

(1878)Liv. XXVII, 1. – In questo luogo è detta Meles dallo storico. Il Cellario (Not. Orb. antiq. p. 697) ed altri moderni geografi l'hanno creduta una città stessa; ma il Cramer (Ancient Italy, t. II. p. 236) distinguendo Melaeda Meles, di quest'ultima intende l'espugnazione fattane da Marcello di unita a Maronea, ed a giudizio di questo scrittore situar si dovrebbe Meles nel distretto de' Pentri, e nelle vicinanze della detta città.

(1879)Thucyd. V, 5, 3.

(1880)Scylax, Peripl. § 63, ed. Gail. Scymn. Ch. Perieg. v. 604. – Liv. XIII, 49. – Pausan. Phoc. c. 8. – Spanhem. ad Callimach. Delph. v. 287.

(1881)Herodot. VII, 198, 199, VIII, 31. Cf. ibi Interpp.

(1882)Trutta, AntichitàAllifane, p. 261. Romanelli, Op. cit. t. II, p. 416. – Grimaldi, Annali t. I, p 71.

(1883)Holsten, Adnot. ad Cluver. p. 270.

(1884)Paterno, Nuova Fiammetta, p. 44.

(1885)Liv. XXIV, 20.

(1886)Flor. III, 18.

(1887)Holsten. Op. cit. p. 270. – Il Romanelli ed altri geografi seguono l'opinione di questo scrittore.

(1888)Trutta, Op. cit. p. 261.

(1889)Giustiniani, Diz. del Regno t. IV, p. 247.

(1890)Liv. XXIV, 20.

(1891)Ital. antiq. p. 1198, 50.

(1892)Trutta, Antichità Allif. p. 262.

(1893)Grat. Fal. Cyneget. v. 509. Veniat Caudini in saxa Taburni.

(1894)Virg. Georg. II, 37. luvat Ismara Baccho-Conserere, atque olea magnum vestire Taburnum. – Vib. Sequ. De Mont. p. 33. Taburnus Samnitum olivifer.

(1895)Diod. Sic. Bibl. XX, 26.

(1896)Liv. IX, 12.

(1897)Cimaglia, Antiqq. Venus. p. 297. – Ricorda questo scrittore nel detto sito antichi ruderi, ed adduce due titoli sepolcrali che vi scoperse.

(1898)Romanelli, Op. cit. t. II, p. 421. Questa opinione stessa sostenne prima il Minervini (Etim. del M. Vulture, p. 94).

(1899)Liv. XXIV, 20.

(1900)Tab. Peutinger. segm. V, F.

(1901)Si può credere solo che ne parlasse Strabone, ammettendosi la conghiettura, come abbiam detto (p. 340) che sotto il guasto nome di Καλλατερία avessero i copisti confuso Καλατία ο Κομπουλτερία. Plinio (III, 9, 11) rammenta sotto un medesimo nomeal numero del più (Calatiae) la città sannitica e l'altra de' Campani.

(1902)Melchiorre, Descriz. di Cajazzo, p. 15. Cf. Sannicola, Monograf. di Cajazzo, p. 80.

(1903)Niebuhr, Hist. Rom. t. I, p. 99.

(1904)L'Ignarra (De Palestr. Neap. p. 252) non dubitò della sua origine greca, e senza ammettere l'etimologia di Stefano Bizantino per la città di Calati del Ponto dal calato, o dalla sacra cesta delle Tesmoforie (v. Καλάτις), si può crederlo con lui nome greco al pari di quello della nostra Calazia. Se non che dal nome di Caiatia, comeleggesi in alcune medaglie ediscrizioni, un dottissimo archeologo alemanno, deriva un'altra etimologia, cioè da caia, fustis; cosi che avrebbe in origine denotato vallum vallatum, locus caiis septus (R. H. Klausen, Æneas und die Penaten, p. 1051).

(1905)Diodor. Sic. XX, 112. Cf. XIX, 73.

(1906)Mazocchi, Ad Tabb. Heracl. p. 334, nota 86.

(1907)Ignarra, De Palaestra neap. p. 231.

(1908)Avellino, Giorn, numism. p. 27,97.

(1909)Id. Opusc. t. II, p. 36.

(1910)Ignarra, Op. cit. p. 252.

(1911)Strab. V. p. 242.

(1912)Liv. IX, 28. – Di questa medesima città, occupata nell'anno stesso vogliono i critici (Cluver. Ital. antiq. p. 1037. – Pellegrino, Campania, p. 697) che parlasse Diodoro (XIX, 101) sotto il guasto nome di Κελια; ma lo storico siciliano dice che fa occupata da Fabio.

(1913)Liv. IX, 43. – In questo luogo lo storico attribuisce chiaramente Calazia ai Sanniti, e però dal vero si allontanarono non solo il Cluverio ed il S. Felice che non distinsero una dall'altra città, ma ancora il Millingen, che entrambe le città attribuisce alla Campania (Méd. Grecques ined. p. 1. – Ancient Coins, p. 4).

(1914)Wesseling. Ad Diod. t. II, p. 397.

(1915)Diodor. Sic. XX, 80. Cf. Cluver. Ital. antiq. p. 1180.

(1916)Melchiorre, Op. cit. p. 47. Cf. De Simone, De Sup. statut. municip. Calat. Neap. 1740.

(1917)Doni, Inscr. Cl. I, n. 169. – Gruter. Inscr. p. LIX, n. 6. – Gualtieri, Antiq. Tab. Sicil. et Brut. n. 398. Questo scrittore attribui con errore l'iscrizione a Calacta nella Sicilia.

(1918)Maffei, Mus. Ver. p. CCCCLIV, n. 5.

(1919)Grande, Orig. de' cognomi, p. 91. L'Hultmann (Miscell. epigraph. p.273) interpretava Curatore del Collegio de' Fabbri navali Dendrofori le prime parole della quarta linea; mapiù naturale è crederle alterate per modo da non più discernervi la semplice lezione CVRAT, KALEND.

(1920)Trutta, Antichità Allifane, p. 353.

(1921)Sil. Ital. VIII, 542. Nec parvis aberat Calatia muris.

(1922)Melchiorre, Op. cit. p. 16.

(1923)Liv. XLI, 27.

(1924)Melchiorre, Op. cit. p. 35.

(1925)Varrone, Mem, stor, di Limatola, p. 51. – Sannicola, Monograf. cit. p. 15.

(1926)Cosi spiega Spanhemio (Ad Callim. Pall. v. 53) l'attributo di aderenti che davasi a'numi, sotto il cui patrocinio credevasi essere una città o regione.

(1927)Melchiorre, Op. cit. 15, 29.

(1928)Cluver. Ital. antiq. p. 1184.

(1929)Serv. ad Æn. VII, 729. Saticulus asper, Campaniae populus, asper moribus. – Stefano Bizantino (ν. Σατίκολα) la nominò in generale città d'Italia.

(1930)Virg. Æn. VII, v. 724. Accola Volturni, pariterque Saticulus asper.

(1931)Liv. VII, 34 – 36.

(1932)Diodor. Sic. XIX, 72. – Liv. IX, 21 – 22.

(1933)Vell. Pat. I, 14. Fest. v. Saticula.

(1934)Liv. XXIII, 39.

(1935)Liv. XXVII, 10.

(1936)Pratilli, Via Appia, p. 421. – Egizio, Lett. a Langlet, p. 52. – Rainone, Orig. di S. Agata de' Goti, p. 17 – 30. Romanelli, Topograf. t. II, p. 412 segg.

(1937)Pellegrino, Campania, p. 373.

(1938)Gandy ap. Keppel Craven, A Tour through the southern Prov. ofthe Kingdom of Naples, p. 14.

(1939)Varrone, Mem. stor. di Limatola, p. 74.

(1940)Giustiniani, Diz. geograf. t. V, p. 271. – Daniele, Forche Caudine, p. 11.

(1941)Diodor. Sic. ΧΙΧ, 72. Σαμνίται.... Πλεισικὴν μὲν, φρερὰν ἔχεσαν Ρωμαϊκην, εξεπολιόρκεσαν.

(1942)Liv. IX, 21 – 22. – Nelle vulgate edizioni di Livio leggesi Plistia, ma ne' mss. osservati dal Gronovio Plistica; onde sembra da preferir questa lezione identica a quella di Diodoro, tuttoché il Cluverio (Lat. antiq. p. 772. ) amasse meglio leggere Plistia nello storico Siciliano. Alcuni scrittori del resto confusero Plistia con Plestina ne' Marsi; ma ledistinsero il Sigonio (Ad Liv. 1. c.) ed il Cellario (Not. orb. antiq. p. 616), benché non si avvedessero della vera lezione che ci somministrano Diodoro e i codici di Livio.

(1943)Egizio, Lettera a Langlet, p. 52.

(1944)Esperti, Mem. stor. di Caserta, p. 52.

(1945)Itin. Antonin. p. 111. – Tab. Peutinger. segm. VI, D. – Strab. V, p. 248. L'Itinerario Gerosolimitano segna XII miglia tra Caudio e Benevento.

(1946)Plin. III, 16.

(1947)Ptolem. p. 66.

(1948)Dositeo ap. Plut. Parall. XXXVII. Vi si legge propriamente Τούξιον μητρόπολιν Σαυνιτῶν; ma non potendosi vedervi un'alterazione né di Αὑφιδήνα né di Βοϊανον, altre citta capitali del Sannio, è per me manifesto che legger si debba Καύδιον, città primaria de' Caudini.

(1949)Vell. Pat. I, 14. – Cf. Niebuhr, Hist. Rom. t. II, p. 103.

(1950)Dionys. Hal. Excerpt, ed. Maii, 48.

(1951)Diodor. Sic. ΧΙΧ, 76. Αυτεςρατοπεδεύσαντο δὲ τοῖς πολεμίοις περὶ Κίνναν πολιν, καὶ ταύτην μὲν εὐθὺς ἐρρύσαντο των επικειμένων φόβων.

(1952)Cluver. Ital. ant. p. 1214, 50. – Wesseling. ad Diodor. t. II, p. 378, nota 57. Niebuhr, Hist. Rom. t. III, p. 214.

(1953)Liv. XXIII, 41; XXIV, 20.

(1954)Frontin. De Colon. p. 84.

(1955)Niebuhr, Hist. Rom. t. III, p. 193.

(1956)Ptolem. p. 66.

(1957)Holsten. Adnot. ad Cluver. p. 267.

(1958)Leo Ost. Chron. I, 17; p. 121.

(1959)Chaupy, Maison d'Horace t. III, p. 485. – Una più chiara rimembranza della città de' Caudini è nella lapida che ricorda i confini insino alle sue mura della colonia di Benevento, e sarà addotta nella descrizione di questa città insigne.

(1960)Gandy ap. Keppel Craven, Tour through the south. Prov. of Naples, p. 18.

(1961)Bartolini, Viaggio alle Forche Caudine, p. 45.

(1962)Pratilli, Via Appia, p. 398.

(1963)Id. ibid. p. 393.

(1964)Liv. IX, 2.

(1965)Facevasi il giogo con tre aste, due fitte in terra, ed un’altra di sopra posta di traverso (Liv. III, 28).

(1966)Liv. IX, 5,12.

(1967)Appian. De reb. Sannit. III, 4, 2 e p. 56.

(1968)Cic. De Off. III, 30. — Cf. de Se. ned. 12. — Sostiene il Niebuhr (Hul. R. t. III, p. 195) che Zonara, il quale giovavasi pe’ suoi Annali della storia di Dione Cassio, affermi pur chiaramente che si combattesse alla disperata da’ Sanniti; ma l’annalista dice solo che corsero disperati a combattere (ὡς απεγνωσμένοι μαχόμενοι VII, 26) per essersi negata la pace, e la battaglia fu fatta solo coll'imboscata, come dice pur Dione Cassio (Excerpt. XXXIV ed. Maio in S. V. Nov. Coll. p. 161).

(1969)Niebuhr, Hist. R. t. III, p. 195.

(1970)Zonara, Annal. VIII, 26.

(1971)Daniele, Forche Caudine, p. 46.

(1972)Biondi, Ital. illustr. p. 403. Volaterrano Geogr. p. 83.

(1973)Cluver. Ital. antiq. p. 1196.

(1974)Ciarlante, Mem. del Sannio, p. 68. Egizio, Lett. a Langlet, p. 54. – Trutta, Antichità Alifane, p. 235.

(1975)Pellegrino, Campania p. 348 seg. Pratilli, Via Appia, p. 393. – Lettieri, Storia di Suessola, p. 107 segg. – Daniele, Forche Caudine, p. 19 segg. – Romanelli, Topograf. t. II, p. 340. – Bartolini, Viaggio alle Forche Caudine, p. 27.

(1976)Lettieri, Storia di Suessola, p. 112.

(1977)Gandy ap. Keppel Craven, A Tour cit. p. 12 segg.

(1978)Varrone, Storia di Limatola, p. 33. – Rinaldi, Mem. di Capuat. I, p. 50.

(1979)Holsten. Adnot. ad Cluver. p. 267.

(1980)Lettieri, Op. cit. p. 127.

(1981)Il sig. Pietro Antonio Abbatemarco, il quale alla profonda cognizione del dritto accoppia quella della letteratura e della storia.

(1982)Un troncò marmo, una volta fabbricato nel muro dell’antica chiesa di S. Niccolò Magno, ora nel giardino del Cav. Puoti, ci serbò memoria di questo acquidotto, e v’è chi pensa che fosse stato aperto per trasportare da Airola a Capua l'acqua Giulia, quella stessa che ora fluisce per l’acquidotto Carolino, e forma la deliziosa cascata di Caserta:

.... PROCO....

.... C. LEG. AVGG....

.... R. CVRAT. ALVEI....

... COS. CVPRI. LEG. AV...

... LEG. X. GEMIN. X....

... FRTINAE (SIC) PRAEF...

.... VRIANI. QV.... ILI

Ed alla sorgente stessa, se non al detto acquidotto, è pur da riferire l'altro marmo ricordato dal Ligorio, scoverto nelle vicinanze di Arienzo, ed ora affatto scomparso:

M. AVRELIVS VESTI MVS AQVILEGVS LVNPHEVM

ET FONT E M SVA IMPENSA REST.

(V. De Lucia, Cenno topografi sul circondario di Arienzo, p. 64 seg.)

(1983)Come osserva il ch. Can. De Jorio (Napoli e Contorni, p. 9) nell’acquidotto de' Ponti Rossi presso Napoli e in quello di Palma si ravvisano fabbriche romane sovrapposte ad altre più antiche; e l'acquidotto di cui qui si parla è proprio delle antiche opere della Campania, come le grotte di Posilipo, e le Catacombe. È inverisimile che le grandiose città campane fossero mancate di acquidotti innanzi all'epoca de' Romani, quando Pompei, da meno di Capua e Nola, ci dà l'esempio di magnifico acquidotto, a cui il ch. Jannelli (Vet. Osc. Inscr. p 92) attribuisce una delle iscrizioni osche di questa città.

(1984)Horat. Serm. I, Sat. V, v. 50 seqq. Hincnos Cocceii recipit plenissima villaQuae super est Caudi Cauponas.

(1985)Pratilli, ViaAppia, p. 391.

(1986)Chaupy, Maison d'Horace, t. III, p. 486.

(1987)Pratilli, Op. cit., p. 390. – Lettieri, Storia di Suessola, p. 160, 162.

(1988)Daniele, Forche Caudine, p. 16. Bartolini, Viaggio alle Forche Caudine, p. 29 segg. De Lucia, Sul circondario di Arienzo, p. 33.

(1989)Lettieri, Op. cit. p. 161.

(1990)Strab. V, p. 250.

(1991)Plaut. Captiv. act. I, sc. 2, v. 59. segg. – Cf. Taubmann ad loc. cit. – Casaub. Ad Strab. p. 250.

(1992)Grimaldi, Annali t. I, p. 71.

(1993)Biondi, Ital. illustr. p. 403. – Ciarlante, Mem. del Sannio t. I, p. 82.

(1994)Liv. X, 45. – Si dilungo certamente dal vero il Rosini (Diss. isagog. p. 42), il quale riferendo ad Ercolano della Campania l'addotta testimonianza di Livio, tolse al Sannio la città di Hercolaneo.

(1995)Tab. Peutinger. segm. V, c. – Cf. Holsten. Ad Cluver. p. 270.

(1996)Guarini, Comment. IX, p. 16.

(1997)Giustiniani, Diz. geogr. v. MONTESARCHIO. – Romanelli, Topogr. t. II, p. 389.

(1998)Il Pratilli (Via Appia, p. 400) dice che da alcuni allegavasi un marmo che il detto tempio ricordava, mané egli né altri lo riferisce.

(1999)De Vita, Inscr. Benev. Cl. IV, n. 14. Meno esattamente è riferita dalPratilli (Op. cit. p. 401) poichè nella terza linea legge PATRONEIS EX DD: sembra nondimeno doversi stare alla di lui lezione F. C. dell'ultima, nella quale il De Vita leggendo Ac, fa supporre che la lapida sia mutila.

(2000)Itin. Antonin. p. 111. Tab. Peutinger. segm. VI, D. – L'Itinerario Gerosolimitano segna XII miglia,

(2001)Steph. Byz. ν. Βενεβεντός. – Serv. Ad. Æn. VIII, 9. – Solin. 13. – Mart. Cap. VI.

(2002)Procop. De bel. got. I, 15.

(2003)Varro, De R. R. II, 4.

(2004)Id. ibid. – Cf. Visconti, Mus. Pio Clem. t. VII, tav. 32. Nel frontispizio della storia del De Vita è l'effigie del cinghiale di Calidonia, cavata dall'elegante bassorilievo di marmo pario che lo rappresenta stolato e coronato di serto, e che vedesi sulla torre del duomo della città. Questa scoltura non è forse più antica de' primi tempi dell'impero.

(2005)Vedi le autorità raccolte a p. 69 di questovolume.

(2006)Strab. V, p. 222; – XIII, 621.

(2007)Hellanic. ap. Steph. Byz. v. Μαλλόεις. –Thucyd. III, 3. – Hesych. v. Μαλλόεις.

(2008)Liv. XXX, 41; XXXVI, 10, 13.

(2009)Simonid. ap. Strab. IX, p. 441.

(2010)Strab. IX, p. 443, 430.

(2011)Namque eam urbem antea Grueci incolentes Μαλόεντος appellarunt.

(2012)Procopio (1, 15) scrive che prese il nomedal vento impetuoso che contra la città spira dalla Dalmazia; il Salmasio (Exer. Plin. p. 46) da' suoi bestiami, ἀπὸ τῶνμάλῶν; ed il De Vita dalle sventure del suo supposto fondatore Diomede.

(2013)Festus, v. Ausonia.

(2014)Liv. IX, 27.

(2015)Liv. Epit. XV. – Vell. Pat. I, 14. Eutrop. II, 9.

(2016)Plin. III, 16. – Fest. v. Beneventum.

(2017)Millingen, Ancient greeck Coins, pl. I, fig. 2. – Consid. p. 224. Cf. Avellino, Mus. Borb. t. II, tav. 16.

(2018)Paoli, Rudera Paesti, tab. LVII, n. 26, 27. – Sestini, Mon. vet. p. 13. Eckhel, Doctr. N. V. p. 102. – Sanclementi, Num. sel. t. I, p. 163.

(2019)Liv. XXVII, 10.

(2020)De Vita, Thes. antiq. Benev. p.34 – 36. Il trionfo di Planco su' Reti, posteriore allo stabilimento delle colonie nella Gallia, precede nella lapida la menzione di queste colcnie; perciò, erciò, dice dice il Visconti (Icon. Rom. t. I, p. 217), i fatti da lui operati non vi sono indicati per ordine cronologico, ma secondo l'importanza e la dignità degli oggetti che vi si enunciano; e la divisione delle terre aBenevento potè essere posteriore al 711 di Roma.

(2021)Strab. IV, p. 192 – Hieгon. Chron. ad Olymp. CLXXXVIII.

(2022)Appian. Civil. IV, 3.

(2023)Sueton. in August. cap. 7. – Cf. De Vita, Op. cit. p. 37.

(2024)Frontin. De Colon. p. 103. Beneventum muro deducia Colonia Concordia: deduxit Nero Claudius Caesar.

(2025)Vedi p. 358.

(2026)De Vita, Inscript. Benev. p. XVII, n. 2. Enoto da Cicerone (In Verr. III.) che questa città favori molto le parti di L. Silla, così che fu da lui risparmiata nelle devastazioni del Sannio (Strab. V, p. 250) e queste testimonianze sono contrarie all'opinione del Mazocchi (De Amphitheatr. Camp. p. 30), il quale per ispiegar il titolo di Felice della Colonia beneventana suppose che fossevi stata dedotta da Silla. Il Pratilli (Via Appia, p. 451) sostenne ancora coll'autoritàdi una lapidache un'altra colonia vi spedi Trajano; ma lo storico di Benevento (p. 39) dichiarò sospetta la fede di questa iscrizione.

(2027)De Vita, Op. cit. p. 22.

(2028)Strab. V, p. 250.

(2029)Liv. X, 38. Quique injussu abisset, caput Jovi sacratum erat.

(2030)DeVita, Op. cit. p. 53, 66, 70.

(2031)Muratori, Thes. Inscr. p. CXVI, n. 4. – De Vita, Op. cit. p. 82.

(2032)II DeVita si avvisò prima che fosse stato Commodo perchè volle intitolarsi Ercole, comparve sotto le sembianze di questo nume, evoti e sacrifizii ottenne al pari di lui (Lamprid. vit. Commod. – Herodian. Hist. I, §. 46 ), e perchè vedesi cancellato nel marmo il nome dell'ignoto Augusto, come appunto intervenne a tutte le iscrizioni in onore di quel pazzo e crudele Imperatore; ma per qualche espressione arcaica che leggesi nella lapida sostenne poscia che fosse stato lo stesso Augusto. Inclinerei nondimeno alla prima opinione, per non conoscersi fatto lieto di alcun successore della sua stirpe, come è detto nell'epigrafe, il primo degl' Imperatori, il quale perciò adottava Tiberio.

(2033)Questo Tempio fu poi trasformato nella Chiesa di S. Marciano, Vescovo di Benevento, il quale fiori nella metà del VI secolo (De Vita, Op. cit. p. 86).

(2034)(1) Ferrari, Hesperides, p. 27. – Doni, Ins. Cl. I, p. 43. – Muratori, Thes. p. LXV, n. 8. – Il celebre Spanhemio (Ad Callimach. Cer. p. 755) illustrò una medaglia quasi simile a questa tavola beneventana.

(2035)De Vita, Op. cit. p. 87.

(2036)De Vita, Op. cit. p. 99.

(2037)In una iscrizione riferita dal Pratilli (Via Appia, p. 448) Commodo è celebrato come restitutore del Teatro scenico, de' sacri certami e delle Terme, e coll'altra addotta dal De Vita rende più probabile che in memoria di lui si fosse innalzato il tempio di Ercole.

(2038)Tacit. Annal. XV, 34.

(2039)Procop. De bell. goth. III, 6.

(2040)Pensò il De Vita che fosse stato Narsete (Op. cit. t. I, p. 286); ma come può riferirsi al celebre eunuco l'elogio che gli si dà di casto? Più accostandoci al vero possiam dire che fosse stato un Consolare della Campania, edella città stessa di Benevento, essendo celebrati nella lapida i suoi meriti verso la patria insieme e laprovincia; e poichè vi si rammenta ancora la Basilica di Longino, forse costrutta dall'esarca di questo nome, la detta restituzione avvenne dopo il suo governo.

(2041)Sucton. De illustr. gramm. с. ІХ. Gli avanzi del Campidoglio si credono sotto il Duomo.

(2042)Horat. Epist. II, 1, 70.

(2043)De Vita, Op. cit. p. 264 seqq.

(2044)Spartian. in vit. Hadr. - Le parti del palagio che vi edificò, e che ricordavano l'Egitto, furono la città di Canopo e le Piramidi.

(2045)Champollion, Precis p. 43. – Può vedersi nel Zoega (De orig. et usu Obelisc. p. 644).

(2046)Ughelli, Ital. sacr. t. VIII, p. 33. – Credesi che per l'egregio lavoro prendesse un tal nome come la Casa Aurea di Nerone, e le Porte Auree di Roma, Ravenna, Costantinopoli, Tessalonica e Gerusalemme.

(2047)Rossi, L'Arco di Trajano illustrato, p. XL-LI.

(2048)Rossi, Op. cit. p. XXVI – XL. – Per una più estesa cognizione di questa grandopera, oltre il citato scrittore, vedi ancora le descrizioni di Giacomo e Teresa del Po, di Serlio, Nolli, e De Vita.

(2049)Dion. e Xiphilin. LXIX, p. 789.

(2050)Tutte queste figure, alcune di basso rilievo, altre di mezzo rilievo, le principali di tutto rilievo, sono formate colla più grande squisitezza d'arte, ma sono dan neggiate dal tempo, e mutilate ancora nello scorso secolo per arricchirne principesche gallerie (Nicastro, Descriz. dell'Arco di Trajano, p. 68).

(2051)(1) Questo usarono di fare i Romani insieme ed i Greci, e basta per tutte ricordare la testamentaria disposizione di Epicuro perché gli eredi Aminomaco e Timocrate ne celebrassero il giorno natalizio, e in ciascun mese banchettassero con tutti i filosofi amici, in memoria di lui e di Metrodoro. Apprendiamo da Plinio (H. N. XXXV, 2) che iconvitati si passavano l'un l'altro l'immagine del filosofo, e Cicerone (De Fin. II, 31) maravigliavasi che tanto pensiero si desse della sua memoria chi non credeva alla immortalità.

(2052)Fabretti, Inscr. dom. p. ССХХХII, n. 610. – Mazocchi, In Amphith. Camp. p. 154. Con maggiore esattezza è riportata dal De Vita. Op. cit. p. 167.

(2053)Tab. Peutinger. segm. VI, D.

(2054)Holsten. Adnot. ad Cluver. p. 270.

(2055)Trutta, Antichità allifane, p. 291.

(2056)Vedi pag. 338.

(2057)Trutta, Op. cit. p. 303.

(2058)Liv. XXIII, 14, 39.

(2059)Vedi pag. 136.

(2060)Itin. Antonin. p. 102 Sulmona, Aufidena, M. P. XXIV. Esernia M. P. XXVIII (1. X) Boviano M. P. XVIII. Super Tamarum M. P. XVI (1. XX) Ad Equotuticum.

(2061)Tab. Peutinger. segm. V. Iovis Larene, Aufidena XXV. Esernia IX. Cluturno VIII (1. Vulturno IX) Ebutiana (supp. VII) Ad Lefas (1. Alifas) IX. Saepinum VI (1. XX) Sirpium XII (1. VI) Benevento. XVIII. Nuceriola IV. – Cf. Pratilli, Via Appia, p. 426 – 27.

(2062)Strab. V, р. 237.

(2063)Pratilli, Via Appia, p. 423, 424.

(2064)Itin. Antonin. p. 304 Theanum. Alifits M. P. XVII. Thelesiam M. P. XXV. Beneventum M. P. XVIII.

(2065)Trutla, Antichità Alifane, p. 241, 245. – Cf. Pratilli, Op. cit. p. 241.

(2066)Melchiorre, Descriz. di Cajazzo.

(2067)Trutta, Op. cit. p. 232.

(2068)Pratilli, Op. cit. p. 422.

(2069)Trutta, Op. cit. p. 225-231.

(2070)Strab. V, p. 250.

(2071)Sisenna ap. Nonn. Marcell. XII, 58. — Festus, v. Sacrani.

(2072)Vedi p. 72.

(2073)Il celebre Spanhemio molte ne rac­colse nella sua dotta opera De usu et prete­si. numm.

(2074)Freret, Oevres t. I, p. 267 segg. — Appcndini, Lett. sulla lingua illirica negli Opuscoli raccolti dall'1 Ughi rami, t. IV, p. 81. — Schlosser, Hist. uni». de t anitq, t. 1, p. 371 — Ersch e Gruber, Encycl. v. ATTICA t. VI, p. 2il. — Eichoff, Parallèle des langues de l’Europe et de l’Inde, p. 24.

(2075)Diodor. Sic. Ili, 137 Wesseling.

(2076)Agath. Hist. V, II; p. 300, ed. Niebuhr.

(2077)Michaud, Hist. des Crois. t. I. p. 152.

(2078)Festus, v. Samnites.

(2079)Etym. Μ. p. 210, 34 Sylb. – Cf. Philocor. Fragm. CLXXXVI, Didot. Suidas, ν. Βούχετα et Θέμις.

(2080)Creuzer, Rel. de l'antiq. t. III, P. II, p. 458.

(2081)Jannelli, Vet. Osc. Inscr. p. 28.

(2082)Merimée, Essai sur la guerre sociale, p. 374-76.

(2083)Varro, De L. L. VI, p. 80. — Appian. Samnit. 4, 0.

(2084)Liv. X, 20.

(2085)Varro, De L. L. VI, ib.

(2086)Strab. V, p. 230.

(2087)Firmic. De err. prof. rei. p. 9 Rig. (p. 27 VV.)

(2088)Lobcck, Aglaophamus p. 1116-47.

(2089)Livio nomina sabello il territorio de' Sanniti (VII, 1), e tabelle le coorti sannitiche (X, 19). — Cf. Varro ap. Phiiargyr. Ad Georg. II, 167.

(2090)Plin. III, 12. — Festus, v. SAMNITES: Ab hastis appellati sunt, quas Graeci σαύνια appellante has enim ferre assueti erant. — Hesych, Σαυνίου, ἀκοντιον βαρβαρικόν. — Virg. ΑΖη, VII, 665. Et tereti pugnant mucrone veruque Sabello.

(2091)Ptolem. Geograph. p. 162 Υφ' οὓς (Μολογηνοι) μέχρι τῶν Ρυμμικῶν ὁρῶν, Σαμμιται.

(2092)Plin. Hist. N. VI, 4, 3, 6,

(2093)Vedi pagg. 69, 151.

(2094)Niebuhr, Hist. Rom. t. I. p. 103.

(2095)Micali, Storia degli antichi popoli italiani, t. I. p. 256.

(2096)Dionys. Hal. I, 6.

(2097)Liv. IV, 37.

(2098)Vib. Sequestr. Degent. p. 36. Osci, Samnites.

(2099)Strab. V, p. 232, 249.

(2100)Diodor. Sic. XII, 76. – Liv. IV, 44.

(2101)Liv. VII, 29.

(2102)Liv. VII, 32-37.

(2103)Liv. VIII, 2. Quod ad Sidicinos attineat, nihil intercedi, quo minus Samniti populo pacis bellique liberum arbitrium sit.

(2104)Liv. VII, 19.

(2105)Liv. VIII, 1, 10. – Dionys. Hal. Exc. Leg. p. 2320, 2323.

(2106)Liv. VIII, 17.

(2107)Vedi gl'interpreti al citato luogo di Livio.

(2108)Liv. VIII, 19.

(2109)Liv. VIII, 23. – Dionys. Hal. Fragm. XV, 6.

(2110)Diodoro Sicolo (XX, 101) conta 22 anni e sei mesi dal principio della guerra contro Palepoli sino al termine dell'anno incui fu conclusa la pace. – Cf. Niebuhr, Hist. R. t. III, p. 241.

(2111)Liv. IX, 45. Foedus antiquum redditum.

(2112)Dionys. Hal. Fragm. XVI, 13.

(2113)Liv. X, 12. Si quod adissent in Samnio concilium, haud inviolatos abituros.

(2114)Dionys. Hal. Fragm. XVI, 11-18.

(2115)Dionys. Hal. Exc. Leg. p. 2334.

(2116)Liv. Epit. XI.

(2117)Arist. Miles. ap. Plutarch. Parall. III.

(2118)Liv. Epit. XI. Dionys. XVIII, 5.

(2119)Flor. 1, 18. – Frontin. Strateg. IV, 1, 14. – Oros. IV, 2. Cf. Cluver. Ital. antiq. p. 1201.

(2120)Gli anni 49 ch'Eutropio (Breviar. II, 9) ed Orosio (III, 22) assegnano alle guerre sannitiche, finiscono colla terza guerra. Dicasi lo stesso della testimonianza di Floro (I, 16), che fa durarle anni 50. Appiano (Praef. § 14) dice che durassero anni 80, e sebbene i Romani dicessero ai Campani, quando lor chiedevano soccorsi contro Annibale, che quasi per un secolo sostenessero la guerra per loro impresa contro i Sanniti, e i legati de' Sanniti stessi ad Annibale che per egual tempo combattessero i Romani (Liv. XXIII, 6, 42), pure Livio fa dire il vero al legato L. Furio nel consiglio degli Etoli, che furon cioè quasi anni 70 (XXI, 31), quanti appunto se ne contano ne' Fasti Capitolini.

(2121)Liv. XXIII, 42.

(2122)Diod. Sic. Eclog. ex lib. XXXVII, t. II, p. 540.

(2123)Strab. V, p. 249. – Vell. Pat. II, 7. – Flor. III, 21. – Div. Ep. LXXXVIII. 27. Flor. I Plut. in Sylla.

(2124)Strab. V, p. 231. – Il geografo descrive appresso nel Lazio Aquino, Interamna, Casino e Fregelle.

(2125)Mela II, 4. Etruria; post Latium, Volsci, Campania.

(2126)Scylax, Peripl. n. 9, 10, p. 239 ed. Gail. Λατίνῶν δὲ ἔχονται Ὀλσοὶ. Ὀλσῶν δε παράπλους ἡμέρας μίας. Όλσῶν δὲ ἔχονται Καμπανοί. Scilace calcola per 500 stadii una giornata di navigazione (p. 30), cioè 62 miglia e mezzo romane; né crediamo che si debba dubitare col Niebuhr (Hist. Rom. t. I, p. 66, nota 216) se abbiasi a sostituire, cioè 700, alla cifra, perché questa distanza sarebbe molto discorde da quella che la Tavola Peutingerana pone tra Anzio e Terracina, tra le quali città conta LVI miglia, distanza che differirebbe di sole 6 miglia da quella del geografo di Carianda.

(2127)Livio (IX, 28) attribuisce la sola Ponzia a' Volsci; ma sotto il nome della più grande, che nomina al numero del più, comprese le rimanenti, le quali in altri scrittori sono anche indicate col nome di Pontiae (Sucton. Calig. 15. – Dio Cass. LIX, p. 637).

(2128)Cluver. Ital. antiq. p. 985. – Cf. Kircher, Latium, p. 236.

(2129)Mutian. ap. Plin. Hist. N. III, 5.

(2130)Strab. V, p. 231.

(2131)Omer. Odyss. K, 191. — Cf. Virg. 1 c. — Theophrast. Hist. PI, V, 9. —Plin. ad Æn. ΠΙ, 386. — Varrò ap. Serv. ad Æn. Η, N, III, 9,6.

(2132)Sil. Ital. VIII, 339.—Plin. H. N. II, 102.

(2133)Sil. Ital. XII, 529. Et, quae fumantem texere giganta, Fregellae.

(2134)Pilla, Geolog, volc. della Campania, p. 79.

(2135)Grossi, Lett. sulle città de' Volsci, t. I, p. 45, 85, 125.

(2136)Cayro, Diss. stor. Di Fregelli, p. 84.

(2137)Pistilli, Città sul Liri, p. 93.

(2138)Breislak, Topogr. fis. della Campania, p. 9.

(2139)Cato ap. Priscian. V, p. 668 Putsch.

(2140)Aristot. ap. Dionys. Hal. I, 63.

(2141)Attellis, Civ. de' Selvaggi d'Italia t. II, p. 239.

(2142)Liv. II, 16,25.

(2143)Dionys. Hal. VI, 32.

(2144)Fabroni, Mem, di stor. Fiorent. p. 23.

(2145)Jannelli, Ket. Ose. inscr. p. 8.

(2146)Titinn. Fab. N. ap. Fest. V. OSCUM: Qui asce et volsce fabulantur nam latine tìceciunt.

(2147)Ennio ap. Feti. v. Anxur.

(2148)Niebuhr, Hist. Rom. t. I, p. 66.

(2149)Diodor. Sic. XI, 37; XIV, 117. Dionys. Hal. III, 41; IV, 49.

(2150)Strab. V, p. 231. – Appiano scrive Βολούσκι (Fragm. It. I, 4) e Ούολουσκι (Civ. 1, 1).

(2151)Nel secolo XV, non già nel IX avanti l'era volgare, come ho detto, seguendo l'autorità del Marsham, nel ricordare il culto stesso di Circe diffuso tra' Marsi.

(2152)Vedi pag. 220. – Il Jannelli (Vet. Osc. Inscr. p. 21 ) ha già conghietturato il culto solare de' Colchi diffuso fra gli Etoli, i quali dall'Epiro passarono in Italia col culto di Diomede, ch'è lo stesso; ed il Klausen (Æneas und die Penaten, p. 1189) condotte autorità ricorda le colonie colchi che nell'isola di Corcira, sulla costa dell'Adriatico, nell'Illirio, nelle isole liburniche e nella Dalmazia.

(2153)Il culto solare, che ha tanta relazione con quello di Circe o della Luna, è da credere diffuso dalla Tracia nell'Acarnania. Le donne di Tracia, d'onde si vogliono originarii i Pelasgi (V. p. 381), e della Peonia offerivano ad Artemide le primizie della terra in covoni di spighe come erano mandate a Delo (Herodot. IV, 33), ed il Creuzer non dubita che i Pelasgi ricevessero per mezzo della Tracia, dalla Battriana o dalla Media il culto di Apollo e Diana della Persia (Rel. de l'antiq. t. II, P. I, p. 117). E quanto all'Acarnania, è manifesto dalla genealogia mitica di Teleboa e Tafio, personificazioni de' popoli dello stesso nome. Essi discendevano da Perseo, secondo lo storico Erodoro citato dallo Scoliaste di Apollonio (Ad Argon. I, 747), erano originarii di Argo, e condussero una colonia nell'Acarnania. Avrò altrove occasione di parlare de' detti popoli; or mi basta osservare che Perseo, nume solare, si fa conduttore della colonia de' Teleboi che lo adoravano, come Aristeo, Ulisse e Diomede di altre colonie.

(2154)Dionys. Hal. I, 11. Cf. Niebuhr, Hist. R. t. I, p. 75.

(2155)Xenagora ap. Dionys. Hal. I, 63. Questa città fu prima detta Anzia, e fa risovvenire la città omonima presso Argo (Phil. ap. Steph. v. Ανθεια).

(2156)Cluver. Ital. ant. p. 987.

(2157)Dionys. Hal. I, 63.

(2158)Plutarch. in Romulo, § 1.

(2159)Jannelli, Op. cit. p. 21.

(2160)R. H. Klausen, Æneas und die Penaten, p. 1129— 1154.

(2161)Ovid. Met. XV, 722. Templa parentis init, flavum tangentia litus.

(2162)Homer. Odyss. K. 135— 39. — Dionys. Hal. IV, 63.

(2163)Strab. V, p. 232.— Cic. De Nat. Deor. III, 19. Circen quoque coloni nostri Circeienses religiose colunt.

(2164)Strab. V, p. 223.

(2165)R. Rochette, Hist. des colon. grecques, t. I, p. 237.— Qui ancora si dové adorare la dea, perchè Solino dice: Circes domus Tarracina. Ed Omero (Iliad. B, 682) ricorda una città di Trachina nella Tessaglia soggetta ad Achille.— Cf. Steph. Byz. v. Τραχίς.

(2166)Dionys. Hal. II, 49. —Cf. Schol. Horat. in Sat. V.— Il Petit— Radel (Моnumens cyclopeens, p. 151) annovera gli avanzi del tempio della dea tra i ciclopei.

(2167)Serv. ad Æn. VII, 800. Iuno virgo, quae Feronia dicebatur.

(2168)Niebuhr, Hist. R. t. I, p. 42. – Il ch. R. Rochette non dubita anch'egli di annoverar Sinope o Sinuessa tra le città fondate da' Pelasgi su questa spiaggia (Hist. des colon. t. I, p. 237), perchè una celebre città del Ponto dello stesso nome fu fondata da una colonia pelasgica.

(2169)Cic. Pro Planc. IX.

(2170)Strab. V, p. 233. – Cf. Plin. H. N. III, 5.

(2171)Dionys. Hal. I, 1.

(2172)Horat. I, Od. 31.— Sil. Ital. IV, 350-51.

(2173)Lettieri, Due lapidi saraceniche nel MUS. BORB. vol. XIII, tav. XXX, p. 7, nota 2.

(2174)Athen. Deipnosoph. 1, 6.

(2175)Ulpian. XIX, 2 ad leg. 13. Dig.

(2176)Dionys. Hal. I, 1.

(2177)Cayro, Città del Lazio, t. II, p. 198.

(2178)Liv. VII, 28.

(2179)Liv. IX, 23.— Diodor. Sic. XIX, 72.

(2180)Liv. IX, 24.— Ne' Fasti parlasi di M. Valerio e di Fabio Massimo che trionfarono de' Sanniti insieme e de' Sorani nel 441.

(2181)Diodor. Sic. XX, 80. — Liv. IX, 48. Benché i Sanniti per breve tempo vi dominarono; non pertanto Stefano Bizantino (ν. Σαύρα) l'attribui a questi popoli.

(2182)Diodor. Sic. XX, 89,

(2183)Liv. X, 1.— Vell. Pat. I, 14,

(2184)Sil. Ital. VIII, 394.

(2185)Liv. XXVII, 9; XXIX, 15.

(2186)Millingen, Ancient Coinsec. p. 1. Consid. p. 237. Lo stesso nummologo osserva che il Carelli attribui questo didracma a Cora, perchè vi lesse CORANO; ma, poiché, molto rassomiglia a quelle di Cales, Teano e Suessa, e la prima lettera della leggenda, se apparisce un C, è perchè è scomparsa la parte inferiore di essa, la conghiettura del Millingen non sembra lontana dal vero.

(2187)Frontin. De Colon. p. 107, 140.

(2188)Manut. Ortograph. rat. p. 164. — Gruter. Inscr. p. CCCCIV.

(2189)Pistilli, Città sul Liri, p. 195, nota.

(2190)Baron. Ad ann. CLXXV— Surius, Vit. Sanct. t. IV, d. 10 Iul.

(2191)Strab. V, p. 238.

(2192)Plutarch. in Mar. § 3,ed. Reisk.

(2193)Frontin. De Colon. p. 85, 118.

(2194)Plin. Hist. N. III, 9, 11.

(2195)Clavelli, L'antica Arpino, p. 22.

(2196)Cayro, Città del Lazio, t. I, p. 220.

(2197)Phocbon. Hist. Mars. p. 128.

(2198)Giustiniani, Diz. geogr. t. XI, p. 202.

(2199)Scrivono il Biondi ed il Pistilli che nel Fibreno non si trovano pesci, i quali non si veggono che nel Fucino, né il fiume non manca mai se di molto non ribassa il Lago.

(2200)Castrucci, Descriz. del duc. di Alvito, p. 84 segg.

(2201)Sil. Ital. VIII, 398 seqq.

(2202)Cic. De leg. II, 3.

(2203)Id. Ad Quint. Fr. III, 1.

(2204)Id. Ad Att. XVI, ep. 8.

(2205)Id. ibid. XIII, ep. 16, 18, 19, 20.

(2206)Baron. Annal. ad ann. 1030. – Riconobbe il Clavelli (Op. cit. p. 226 segg.) nelle due isole formate dal Fibreno due ville di Cicerone, ma senza distinguere nella prima l'antica casa de' Tullii, dove nacque l'Oratore.

(2207)Clavelli, Op. cit. p. 226. – Pistilli, Città sul Liri, p. 72. – Grossi, Lett. cit. p. 98. – Kelsall, On the monum, of Cicero in Class. Journal, vol. XXIII, p. 268. – Keppel Craven, Excursion in the Abruzzi, t. I, p. 103.

(2208)Cic. Deleg. II, 3.

(2209)Cic. Ad Att. I, ep. 3.

(2210)Id. ibid. I, ер. 6. Cf. Deleg. II, 3.

(2211)Cic. Ad Att. II, ep. 1. Amalthea mea te expectat, et indiget tui.— Cf. Ad Att. II, ep. 7.

(2212)Cic. Ad Q. Fr. III, ep. 1.

(2213)Id. Ad Att. XII, ep. 36.

(2214)Volaterrano, Opp. p. 283.

(2215)Sil. Ital. VIII, 406 seqq.

(2216)Martial. Epigr. XI, 48.

(2217)Strab. VIII, p. 356. Pausan. Elid. VI, p. 383. — Lucian. De morte Peregr. 35. Steph. Byz. ν. Α'ρπινα.

(2218)Nicanor. ap. Steph. Βyz. v. Ολυμπία.

(2219)Mi allontano dall'avviso del Niebuhr, il quale stima sabellica l'origine degli Ernici (Hist. Rom. t. I, p. 94). Una rara testimonianza di Titinnio (ap. Priscian. IV) ci dimostra in fatti l'origine pelasgica di Ferentino: Ferentinatis populus graeca studet, diceva il comico latino; e Macrobio scrive: Hernici sunt vetus colonia Pelasgorum (Saturnal. V, 18). Virgilio inoltre attribuisce agli Ernici una costumanza (Æn. VII, 690) che Euripide dice essere propria degli Etoli (ap. Macrob. 1 c.) Cf. Raoul-Rochette, Op. cit. t. I, p. 239.

(2220)Clavelli, Dell'antica Arpino, p. 7, e 15.

(2221)Herodot. II, 32.

(2222)Macrob. Saturnal. I, 8.

(2223)Plutarch. in vit. Cic. —Juven. Sat. VIII, 237-46.— Hicron. in Euseb. Chron. II.

(2224)Liv. IX, 44.

(2225)Diodor. Sic. XX, 90. — Cf. p. 307, nota 2.

(2226)Liv. X, 1.

(2227)Sil. Ital. VIII, 400— Cf. XII, 175.

(2228)Cic. Ad Fam. XIII, 58.

(2229)Liv. XXXVIII, 36. Cic. Ad Fam. XIII, 11. Festus, v. Municipium.— Lo stesso Festo altrove (v. Praefecturae) annovera Arpino tra le prefetture, ma quelle dobbiamo intendere che reggendosi colle leggi romane, erano governate dal Prefetto che vi spediva il Pretore.

(2230)Homer. Odyss. IX, 27-28.

(2231)Cic. Ad. Att. II, 11.

(2232)Questa porta, distinta nel paese col nome di Arco, vedesi disegnata ne Viaggi per le città del Lazio di Marianna Dionigi, nel Magasin pittoresque (Bruxelles, 1834 p. 328) sul disegno dell'abile paesista mad. Sarrasin de Belmont, e nell'opera dell'Abeken, Mittelitalien p. 161, tab. 2.

(2233)Clavelli, Op. cit. p. 15. – Pistilli, Città sul Liri, p. 41.

(2234)Grossi, Lettere cit. t. II, p. 71.

(2235)Grossi, Lett. cit. t. II, p. 29, 75.

(2236)Id. ibid. 29, 34. – Sulla testimonianza del Buonafede riporta questo scrittore la seconda delle riferite epigrafi, ed avverte che le parole Cives nostri erano di diverso e più recente carattere.

(2237)Cic. De Clar. Orat. XXIX. – Plin. H. N. XXXIII, 6, 5.

(2238)Sil. Hal. VIII, 396. Nec monte nivoso — Descendens Atina oberat.

(2239)Serv. Ad Æn. VII, v. 630.

(2240)Saggio di lingua etrusca, t. Ι,ρ· 29, 35.

(2241)Virg. Æn. VII, v. 630. Il poeta di­stingue Atina coll’aggiunto di possente, e Tibure con quello di superbo; e però c probabile che giusta l’addotta etimologia avesse scambiato gli epiteti a cagione del verso.

(2242)Oltre che Virgilio suppone Atina a’ tempi di Turno, anche Marziale (Epigr. X V. 92) la nomina prisca.

(2243)Come in Arpino, vi si mostrava non solo il sepolcro di Saturno (Taulcri, Storia di Atina, p. 14), ma anche l'iscrizione postavi sopra, fattura moderna, riferita dallo stesso Muratori (Thes, Inscr. p. CCXCVI, n. 2).

(2244)Liv. IX, 28.

(2245)Liv. X, 39.

(2246)Cic. Pro Planc. VIII. Huius Praefectura, plena virorum fortissimorum, sic ut nulla tota Italia frequentior dici possit.

(2247)Vedi due iscrizioni riferite dal Tauleri (Op. cit. p. 190)

(2248)Frontin. De Colon. p. 102— Anche Plinio (III, 9, 11 ) l'annovera tra le altre colonie.

(2249)Mad. Dionigi, Op. cit. p. 56.— Petit— Radel, Mon. cyclop. p. 136.

(2250)Chron. Atin. Eccl. in Muratori R. 1. S. t. VII, p. 902 seqq.— Tauleri, Storia di Atina, p. 268.— Pistilli, Città sul Liri, p. 152.

(2251)Palombo, Eccl. Atin. hist. mss. p. 9.

(2252)Tauleri, Op. cit., p. 188, 189. Diomede Carafa trasferì in Napoli la detta statua coll'altra anche posta nel Foro di Atina a Giunia Aria Rufina (Palombo ap. Pistilli, Op. cit. p. 159).

(2253)Winckelmann, Mon. antichi, Opp. 7, 5. t. IV, p. 599.

(2254)Chron. Atin. cit. col. 903.

(2255)Tauleri, Op. cit. p. 29-35.

(2256)Cic. De Div. I, 28. – Val. Max. I.

(2257)Ptolom. Geograph. III, p. 73.

(2258)Liv. VIII, 19. Cf. Cluver. Ital. antiq. p. 1046.

(2259)Grossi, Lettere sulle città de' Volsci, t. II, p. 11.

(2260)Agath. Hist, II,13 Βέβαιον γὰρ ἐπιείκως ἦν καὶ ερυμνότατον τὸ χωρίου.

(2261)Fabretti, Inscr. p. CCCAXI, n. 352.

(2262)Grossi, Op. cit. t. II, p. 113.

(2263)Marianna Dionigi, Viaggi pel Lazio, p. 45. – Grossi, Lett. cit. t. II, p. 6. – Starke, Travels, p. 384.

(2264)Cic. De Harusp, resp. 2, 8. Cf. Dio Cass. XXXIX, 2.

(2265)Caes. De bello gall. V, 24.

(2266)Cic. Ad Q. F. III, 3.

(2267)Id. ibid. III, 9.

(2268)Id. ibid. III, 1.

(2269)Grossi, Lettere cit. t. II, p. 92.

(2270)Kelsall, On the monum. Of Cicero in Class Journal, vol. XXIII, p. 367.

(2271)Cic. Ad Q. Fr. III, ep. 1.

(2272)Pistilli, Città sul Liri, p. 35, 37. – Grossi, Lett. cit. t. II, p. 93-98.

(2273)Clavelli, Ist. di Arpino, p. 213.

(2274)Cic. Ad Q. Fr. III, ep. 1.

(2275)Id. ibid. Cayro, Diss. ist. di Fregelli, p. 82 – Grossi, Lett. cit. t. II, p. 99.

(2276)Cic. Ad Q. Fr. III, 1, Tanquam philosopha videtur esse, quae obiurget ceterarum villarum insaniam.

(2277)Grossi, Lett. cit. t. II, p. 100.

(2278)Varro, De L. L. VI, p. 86. Bipont.

(2279)Liv. VIII, 22. — Cf. Pratilli, Via Appia, p. 413.

(2280)Liv. IX, 28.— Di questa colonia è anche memoria nel marmo d'Interamna. Vedi appresso n. 19.

(2281)Liv. XXII, 13. Cf. Sil. Ital. XII, 527.

(2282)Cic. Philipp. II, 40. Cf. Gattola, Ad hist. Ab. Cassin, access. p. 733, § V.— Panvin. Dejar. Civ. R. p. 671.

(2283)Gruter. Inscr. p. CCCLI, n. 1.

(2284)Frontin. De Colon. p. 101. Casinum oppidum milites legionarii deduxerunt.

(2285)Cic. Philipp. II, 41.

(2286)Gattola, Inscr. Casin. in Op. cit. p. 738, n. 15, 25. – Manut. Ortograph. rat. p. 475.

(2287)Strab. V, p. 237.

(2288)Sil. Ital. XII, 527.

(2289)Gattola, Op. cit. p. 738, n. 14.

(2290)Manut. Ortograph. p. 292. – Gruter. Inscr. p. c, n. 8.

(2291)Romanelli, Viaggio a Monte Casino, p. 31. – Fu raso nella prima linea il nome dell'Imp. Nerone, il quale con L. Calpurnio Pisone fu Console nel 57 dell’era cristiana.

(2292)Plin. Epist. VII, 24.

(2293)Il Gattola (Op. cit. p. 740, n. 33.) nella decimaterza linca della lapida lesse erroneamente Escolimbumacolo. Il Marini (Fr. Arv. t. I, p. XLI) avverti l'errore della lezione, e con dotte autorità osservò che M. Senzio Crispino colla restaurazione delle Terme edificasse ancora a' Casinati una piscina, detta colymbus con greca voce latinizzata. Cf. Guarini, Di un cippo lett. di Casino, p. 7.

(2294)Leo Ost. Chron. ad ann. 856.

(2295)Leo Ost. Chron. II, 25.

(2296)Gattola, Op. cit. p. 736-37. – Chaupy, Maison d'Horace, t. III, p. 478. – Romanelli, Viaggio cit. p. 37 segg. – Hoare, Classical Tour, p. 197 segg. – Starke, Travels p. 381, ed. Paris 1832.

(2297)Gud. Inscr. p. XXIV, n. 2. – Cf. Lupoli, In vet. Corfin. Inscr. p. 111, nota (a).

(2298)S. Greg. M. Dial. II, 8.— Cf. Paul. Diac. 1, 26.

(2299)Il fiume, di cui parla Varrone, è il Rapido, detto Vinio da Columella (De R. R. VIII, 16), e l'altro che dice di confluirvi, sembra quello ricordato da Plinio col nome di Scatebra, di fredde acque, più copioso nella state, e in cui nascevano topolini d'acqua come nel lago Stinfalide di Arcadia (H. N. II, 106, 7).

(2300)Il tolo, detto anche abside da' Greci, oltre ch'è spiegato dallo stesso Varrone per un rotondo colonnato, s'intende anche meglio da ciò che scrivono Vitruvio (De Archit. 1, 7, 5) e Servio (Ad Æn. IX, 408), da' quali è noto ch'era una cupola sostenuta da colonne, detta tribuna da' Latini, che aggiugnevasi a' templi, o che a certi numi si costruiva, quali furono i templi di Vesta ed il Panteone edificato da Agrippa.

(2301)Andronico Cirreste, o di Cirro città della Siria, costruì in Atene una torre marmorea ottangolare colle immagini degli otto venti cardinali, che come spiravano erano segnati da un Tritone di bronzo, Vitruvio (De archit. II, 2) nomina Androgeo l'artista, e lo dice di Cirene.

(2302)Varro, De R. R. III, 3.

(2303)Cic. Philipp. II, 40-41.

(2304)Reines. Syntagm. Cl. III, n. XXXIV.

(2305)Erkemp. Hist. Langob. c. XLIV.

(2306)Cornel. Nep. ap. Plin. Η. N. Ili, 21, 3. — Cf. Dionys, Hal. 1, 10.

(2307)Pausan. Arcaci. VIII, 38.

(2308)Tauleri, Storia di Atina, p. 37.

(2309)Plin. H. N. II, 106, 3. — Cf. Posidon. ap. Strab. V, p. 216. — Castrucci, Descriz. del Duc. di Alvito, p. 74.

(2310)Strab. V, p. 237.

(2311)Itin. Antonio, p. 303.

(2312)Cayro, Città del Lazio, t. I, p. 91.

(2313)Sestini, Mon. vetus, p. 12. —Millingen, Consid. p. 220. —Il Malici, cd il Lanzi (Saggio, p. 516) credono piuttosto di Marte l’immagine del dritto delle medaglie di Aquino, cd è più verisimile per le iscrizioni che ci ricordano nella città il culto di questo nume.

(2314)Millingen, Op. cit. p. 220.

(2315)Liv. XXVI, 9—Sii. Hai. XII, 528.

(2316)Sil. Ital. VIII, 404.

(2317)Cayro, Storia di Aquino, 1.1, p. 7.

(2318)Cic. Philipp. II, 41.

(2319)Frontin. De Colon, p. 102. Ager eius perennis (1, peregrinis) militibus est assignatus.

(2320)Tacit. Annal. 1,2.—Plin. ΠΙ,9, 11.

(2321)Cayro, Op. cit. 1.1, p. 386. — Ne’ Viaggi di Mar. Dionigi (p. 43) si può anche osservare un frammento di lapida onoraria, nella quale ricordasi egualmente la Colonia aquinate.

(2322)Strab. V, p. 237.

(2323)Juven. Sat. III, v. 318.

(2324)Gud. Inscr. p. xxxvii, n. 7. – Il Tempio di Marte Pacifero era forse il più antico della città, edificatovi dalla colonia romana, dappoichè dall'altra iscrizione, riferita dal citato epigrafista (p. XXXVII, n. 6.) apprendiamo che fu ristorato da un C. Betuzio Patercolo, il quale rifecevi anche le statue.

(2325)Gruter. Inscr. p. CCCXV, n. 8.

(2326)Pistilli, Città sul Liri, p. 72. – Hoare, Classical Tour, p. 206.

(2327)Juven. Sat. III. v. 318. – Spartian. in vit. Pescenn. § 1.

(2328)Horat. Serm. I, X, v. 27.

(2329)Strab. V, p. 237.

(2330)Anche il Chaupy (Maison d'Horace, t. II, p. 318) crede alterato nel greco geografo il nome di Τρῆρος.

(2331)Dionys. Hal. VIII, 17. — Plutarch. in Coriol. 11, 83. —Cf. Plin. H. N. III, 9, 16.

(2332)Itin. Antonin. p. 303.— Nella Tavola Peutingerana è segnata con errore a IV miglia da Ferentino; ma tale distanza si emenda con quella del citato Itinerario, che conta XXIV miglia da questa città a Fabrateria.

(2333)Ovid. Fast. VI, 565.— Oros. V, 18. Cf. Vell. Pat. II, 16. — Appian. Civ. I, 43.

(2334)Cluver. Ital. ant. p. 706, 30.— Corsignani, Reggia Marsicana, t. I, p. 70. Romanelli, Topograf. t. III, p. 238, segg.

(2335)Cayro, Diss. ist. di Fregelli, p. 4348.— Bunsen, Annali dell'Inst. archeol. t. VI, p. 104.

(2336)Plin. Hist. N. III, 9, 11.

(2337)Cluver. Ital. antiq. p. 1038, 80.

(2338)Vell. Pat. I, 15. — Cf. Frontin. De Colon. p. 105.— 11 Cayro, che pretende senza autorità questa colonia poi trasportata da C. Sestio Calvino nel paese de' Salii (Notiz. stor. di Fregelli, p. 36), da questo Console soggiogati nel 629 (Strab. IV, P. 180), vorrebbe ancora dalla testimonianza di Frontino inferire una seconda colonia militare dedotta a Fabrateria da Ottavio (Città del Lazio, t. I, p. 298).

(2339)Liv. XXVI, 9.

(2340)De Mattheis, Della sede degli antichi Fabraterni negli Atti dell'Accad. Rom. di Archeologia t. VII, p. 318.

(2341)Cayro, Op. cit. p. 38.— Gruter. Inscr. p. CCCLXVII, n. 6.— Tralascio per brevità un altro titolo sepolcrale, riferito anche dal Grutero (p. MXCV, n. 6), nel quale si ha pur memoria de' detti popoli.

(2342)Muratori, Thes. Inscr. p. DXIX, n. 1. Cf. Cayro, Op. cit. p. 40.

(2343)Strab. V, p. 237.

(2344)Iuven. Sat. 1,3, 233 seqq.

(2345)Chaupy, Maison d'Horace, t. III, p. 476.

(2346)Cayro, Diss. ist. di Frenelli, p. 28.— Cf. Città del Lazio, 1.1, p. 286.

(2347)De Mattheis, Atti cit. t. VII, p. 315.

(2348)Strab. V, p. 237. — Itin. Antonin. p. 303.

(2349)Steph. Byz· v. Φρεγέλλα.

(2350)Liv. VIII, 22.

(2351)Cayro, Notiz. storiche di Fregelli — p. XI— XXII. Anche il Cluverio (Ital. antiq. p. 1036, 40) avverti la diversità dell'antico nome di Fregelle; ed altri scrittori si avvisano del pari, ma senza alcuna testimonianza, che fossevi stata la città di Lirio o Liri, come il Capaccio (Hist. neap. p. 12) ed il Vitagliano, che la suppone diversa da Fregelle (Ciprano ravvivato, c. 3.)

(2352)Duris Sam. Fragm. XLVII Hullem.

(2353)Plin. Hist. Nat. XXXV, 12.

(2354)Dionys. Halic. Fragm. XV, 12. Liv. VIII, 23.

(2355)Questi popoli furono secondo Livio (VIII, 19) i Fabraterni e i Lucani; ma essendo certamente alterato da' copisti il nome del secondo popolo, al Cluverio piacque leggere Arcani, ed al Cayro Liriani, abitanti della città, a cui successe Fregelle.

(2356)Liv. VIII, 22, 23. — Quam coloni eorum Fregellas appellent.— Cf. Cayro, Op. cit. p. XXI.

(2357)Liv. IX, 12.— Suppone il Niebuhr (Hist. R. t. III, p. 205) che fu ceduta a' Sanniti in virtù della pace di Caudio, o che almanco si lasciò in loro facoltà di espellerne i coloni; ma questa ipotesi non bene si accorda coll'essere stata ripresa da' Romani.

(2358)Liv. IX, 28.— Appiano dice che ne li discacciarono (Fragm. III, 4. ᾿Απανέστησαν αὐτοὺς (Σαυνίτας) ἀπό τῆς Φρεγέλλης).— Meno esatto di quello di Livio è il racconto di Diodoro (XIX, 101), il quale narra de' Fregellani ciò che avvenne de' Sorani.— Cf. Wesseling. II, p. 396.

(2359)Vell. Pat. I, 14. Cf. Ruhnken. Arg. Chron. Vell.— Sigon. De antiq. iur. Ital. p. 410. — Cosi pensa ancora il ch. Madwig (Opuscola, p. 299).

(2360)Liv. XXVI, 9.

(2361)Epit. Liv. LV. — Cic. C. Rull. II, 33. — Auct. ad Herenn. IV, 9. — Val. Max. 11, 8. — Vell. Pat. II, 6. — Jul. Obseq. De Prodig. c. 90.

(2362)Strab. V, p. 237.

(2363)Cayro, Diss. cit. p. XXV.

(2364)Jul. Obseq. De prodig. c. 112.

(2365)Cayro, Notiz, stor. di Fregelli p. 69.

(2366)Reines. Syntagma, Cl. I, n. 130. – p. 56. Cf. Plin. H. N. V, 19, 7.

(2367)Liv. XXVI, 9.

(2368)Muratori, Thes. Inscr. p. CDXLIX. – Gruter. Thes. P. CLXI. – Cayro, Diss. cit.

(2369)Petr. e Vin. Epist. III, 36. – Jamsilla, Chron. p. 9 Gravier. – Riccard. A S. Germ, ad ann. 1241-1243.

(2370)Strab. V, p. 237. — Cf. Gattola, Descr. Dit. Casin. p. 760.

(2371)Sil. Ital. VIII, v. 401. Plin. III, 9. Interamnates Succasini, qui et Lirinates vocantur.— Ingannato il Cluverio dall'erronea lezione del testo di Plinio, nel quale prima delle emendazioni dell'Harduin leggevasi Succusani, ed a questi popoli riferendo le testimonianze di Varrone e di Verrio Flacco, che parlano del Pago Succusano presso Roma, si avvisò che non lungi da Interamna fosse stato il villaggio di questo nome (Ital. antiq. p. 1040, 20), ed un moderno topografo lo va anch'egli vanamente ricercando in Rocca d'Evandro (Cayro, Città del Lazio, t. II, p. 213).

(2372)Strab. loc. cit. — Liv. X, 36.

(2373)Cayro, Op. cit. t. II, p. 14.— Cf. Gesualdi, Osserv. sulla Via Appia, p. 459-60.

(2374)Liv. IX, 28.— Vell. I, 14.— Auct. Olymp. Ad Ol. CXVII, 2. II ch. Madwig (Opuscula, p. 297) riporta a questa colonia anche la testimonianza di Diodoro Sicolo (XIX, 103); ma si riferisce ad Interamna de' Pretuzii (Vedi p. 152).

(2375)Liv. X, 36.

(2376)Liv. XXVII, 9; XXIX, 15.

(2377)Gud. Inscr. p. cxix, n. 5. – In una mutila iscrizione riferita dal Cayro (Op. cit. t. II, p. 17 ) è anche memoria del Municipio Interamnate.

(2378)Frontin. De Colon. p. 105. Interam na, oppidum muro ducto Triumviris est munitum.

(2379)Cic. Philipp. II, 41.

(2380)Vedi p. 420.

(2381)Panvin. De imp. rom. p. 335.

(2382)Gruter. Inscr. p. CXXXVI., n. 1.

(2383)Ricc. a S. Germ. ad ann. MCCXXIX.

(2384)Holsten. Ad Cluver. v. INTERAMNA.

(2385)Notarjanni, Viaggio per l'Ausonia nel GIORN. ENCICL. A. VII, n. XI, p. 178.

(2386)Liv. XXVI, 9. – Strab. V, p. 237.

(2387)Vedi pag. 438.

(2388)Itin. Antonin. p. 303. – Tab. Peutinger. segm. V, E. Cf. Cayro, Diss. Ist. di Fregelli, p. XXVI – XXX. – Chaupy, Maison d'Horace t. III, p. 475 seqq. – Romanelli, Topograf. t. III, p. 637 – 38.

(2389)Vedi pag. 382.

(2390)Privileg. Hugon. et Lothar. ap. Gattola, Hist. Ab. Cassin. p. 48.

(2391)Pratilli, Pia Appia, p. 415.— Gattola, Op, cit. p. 735.

(2392)Strab. Il, p. 123; V, p. 234.

(2393)P. Mela, II, 7.—Plin. H. N. III, 12.

(2394)Ptolem. Geograph. III, p. 75.

(2395)Liv. IX, 28. Volsci Pontias, insulam sitam in conspectu litoris sui, incoluerant.

(2396)Varro, De R. R. III, 5. — Sucton. in Tiber, LIV. —Itin. Antonio, p. 515.

(2397)Dolomieu, Sur les iles Ponces, p. 38.

(2398)Dolomieu, Op. cit. p. 131 seqq.

(2399)P. Mela, II, 7. — Plin. Hist. N. III, 12.

(2400)Dolomieu, Op. cit. p. 126 seqq.

(2401)Pausan. Corinth. II, 34.

(2402)Homer. Iliad. II, 560.

(2403)Hesiod. Theogon. 1013-16.

(2404)Dolomieu, Op. cit. p. 60 seqq.

(2405)Diod. Sic. XIX, 101. — Liv. IX, 28.

(2406)Liv. XXVII, 10.

(2407)Sucton. in Tiber. c. 54. — In Calig. c. 15.

(2408)Dio Cass. LIX, p. 657. — Cf. Sucton. In Calig. c. 29. — Auct. Olymp. ad Ol. ССIIII, 3.

(2409)Euseb. Hist. Eccl. III, 14. — S. Hieronym. Epist. 27.

(2410)Hist. Miscell. ap. Murat. R. I. S. t. I, p. 107.

(2411)Dolomieu, Op. cit. p. 70.

(2412)Cerulli, In Metrobii tit, Pandatar. exerc. p. XXIII.

(2413)De' rimedii natur. d'Ischia, р. 28. – Questo scrittore la confonde con Partenope.

(2414)Leon. III Epist. V ap. Labbé, Hist. Concil. t. IX.

(2415)Dolomieu, Op. cit. p. 40 seqq.

(2416)Strab. V, p. 233. – Varro, De R. R. III, 7.

(2417)Sucton. in Tib. LIII; in Calig. XV. – Cf. Tacit. Annal. VI, 25.

(2418)Tacit. Annal. XIV, 63.

(2419)Id. ibid. I, 53.

(2420)Xiphil. Epit. Dion. LXVII, 14.

(2421)Ptolem, Geograph. III, p. 75.

(2422)Dolomieu, Op. cit. p. 55 seqq.

(2423)Strab. V, p. 232.

(2424)Scymn. Ch. Perieg. v. 241,

(2425)Plin. H. N. III, 9. Ultra Circeios Volsci, Osci, Ausones.

(2426) L’antico porto di Terracina, con tanta spesa costrutto da' Romani, è ora colmato di terra, e la città di Amicle, nonché molti edifizii del secolo di Augusto e di Tiberio lungo la spiaggia. da Terracina a Sperlonga giaccion sepolti sotto le arene, Strati di sabbia e di tufo si scovrono ancora sotto la terra dell’agro Pontino e delle pianure di Fondi e di Sessa 9 e le piccole lagune di Fondi come le più grandi della campagna romana sarebbero, come una volta, fondi più interni del mare, se le dune di sabbia non ne le avessero disgiunte. Omero ancora come un’isola descrive la favolosa abitazione di Circe (Odyss, K, 194) divenuta poscia una penisola per le torbe trasportatevi da' tinmi,, come scrive Teofrasto (Hist. PI, V, 9. Νῦν δὲ ὑπὸ ποταμῶν τινῶν προσκεχωσθαι καὶ εἶναι ἠιόνα). Egli è il vero che un rinomato geologo contrasta questa credenza degli antichi, perché nel suolo adiacente a monte Circello non si veggono depositi fluviatili o palustri, e la sabbia mobile all'intorno del monte e che più oltre si distende in una zona lungo il lido, in gran parte è silicea, e diversa affatto da quella de' fiumi (Brocchi, Viaggio al Capo Circeo nella Bibl. awalit. t. IX, p. 61 segg.); ma io non so dubitare dell’inondazione antichissima, di cui Varrone vedeva un avanzo nelle vicine paludi prodotte da fiumi (Scrv. ad III, 386), perché Omero stesso un fiume ci ricorda che scendeva dal celebre promontorio (ὁμεν (ἔλαφος) ποταμόν δε κατήτεν εκ νομου υλης. Odyss. Κ, 159), ed in una carta del 1132 mentovata dal Federici (Storia de' Duchi di Gaeta p. 496) parlasi del fiume Ligula di monte Circello. La torre ancora che Paolo V fabbricava alla foce del fiume Badino il quale sbocca nel mare tra monte Circello e Terracina, è ora molto distante dalla spiaggia per effetto delle torbe accumulatevi dal fiume. Il lodato Brocchi del resto parla de' depositi marini alla base del promontorio verso le paludi de' grandi banchi conchigliacei e di altri vestigi dell'antico mare dentro terra e sulla spiaggia, come fra Nettuno e Capo d'Anzio, dell'epoca anteriore all'emersione de' continenti, e che ci appalesano, come io diceva, i fisici rivolgimenti di queste e delle vicine contrade dell'Ausonia.

(2427)Notarjanni, Quadro topografico-botanico della Prov. di Terra di Lavoro nel GIORN. ENCICL. A. 1811, t. III, p. 257-79.

(2428)Virg. Æn. VII, 726. Et quos de collibus altis — Aurunci misere patres, Sidicinaque juxta — Æquora.

(2429)N. Pilla, Saggio litologico su' vulcani estinti di Rocca Monfina, ecc. p. 9 е segg. Cf. Geologia vulcanica, p. 10, 74, 109. — Breislak, Topografia fisica della Campania, p. 69 e segg.

(2430)Mazzella, Descriz. del R. di Nap. p. 11.

(2431)Nifo, In Metheor, Aristot. p. 219.

(2432)Dio Cass. Fragm. IV, p. 4. Reim. Αὐςονία δὲ κυρίως ἡ τῶν Αὐρούγκῶν γῆ μόνη λέγεται, μέσω Καμπανῶν, καὶ Ουολο σκῶν παρὰ θάλασσαν κειμένη. — Cf. Tzetze, Hist. Chil. V, 16.

(2433)Liv. IX, 25,

(2434)Strab. V, p. 231. Nel testo del geografo leggesi propriamente Αργυρούσκῶν; ma non dubitano i critici che abbiasi a leggere Αὐρούγκων (Niebuhr, H. R. t. I, p. 65, nota 215. — Cramer, Ancient Italy, t. II, p. 109.)

(2435)Serv. Ad Æn. VII, 727. Isti (Aurunci) graece Ausones nominantur. — Anche Festo (v. Ausoniam) da per fondatore di Suessa Aurunca lo stesso Ausone, che i Greci pretendevano aver dato il nome agli Ausoni.

(2436)Niebuhr, H. R. t. I, p. 65. — Con nome che a questo si avvicina erano anche nell'Etruria gli Aurunini (Plin. H. N. III, 8.). Ma coll'osservazione del citato storico non si spiega l'origine del nome Aurunci, celebrati forse per la feracità delle loro terre, di grano abbondevoli, che gl'Itali antichi dissero ausum, e quindi aurum, come Festo insegna. E secondo il Dacier accennerebbe ad uno scacciamento di popoli per opera di altri più possenti: Auruncare indifferenter et averruncare antiqui dicebant. Quinet Aurunci ab ea eadem mente dicti, quod avulsifuerunt a sedibus suis (V. Not. ad Fest. v. Aurum). Né voglio tralasciare l'etimologia di Pomponio Sabino, il quale credeva che avesser nome dalla lunga barba Che lor pendeva sul petto, perchè aruncus dal greco ἄρυγγος, dissero i latini la barbetta della capra (Aristot. Hist. Anim. IX 3. — Plin. H. N. VIII, 50).

(2437)Liv. VIII, 15, 16.

(2438)Plin. H. N. III, 9, 4.

(2439)Dionys. Hal. A. R. VI, 32; Cf. I, 12.

(2440)Antioch. ap. Strab. V, p. 242. Arist. Polit. VII, ΙΙ, 10. Οπικοι, καὶ πρότερου, καὶ νῦν καλουμένοι Αύσονες.

(2441)Scalig. De caussis L. L. 38. — Cf. Voss. Etym. v. Opicus. — Bochart, Chanaan I, 33.

(2442)Ælian. Var. Hist. IX, 16. — Serv. ad Æn. VII, 206. — Favorin. ap. Macrob. Saturnal. I, 5.

(2443)Serv. Ad Æn. III, 171.

(2444)Steph. Byz. ap. Eustath. ad Dionys. Perieg. v. 78.

(2445)Tzetze, Hist. Chil. V, 16, v. 8 — 9. Come poteva, egli dice con semplicità, Circe partorire ad Ulisse tre figli, che colla dea si trattenne un solo anno? E se avesse alquanto penetrato il Rickio (De prim. Ital. colon. c. 2) nell'origine mitica degli Ausoni, non l'avrebbe trovata contraria alla cronologia di Atlante e della guerra trojana.

(2446)Scymn. Ch. Perieg. v. 225.

(2447)Serv. ad Æn. VIII, 328. Advenae de uno loco venientes, ut Saturnus: convenще de diversis, ut Ausones et Sicani.

(2448)Ortel. Lex. geogr. v. AUSONITIS.

(2449)Polemo ap. Lyd. De magistr. III, Οι δἨπειρῶται, Σύρων ὅντες ἀποικοι.

(2450)Steph. Βyz. v. Αυσον.

(2451)Dionys. Hal. I, 3. — Antioch. Syrac. ap. eund. I, 26.

(2452)Aristot. Polit. VII, 10.

(2453)Jannelli, Vet. Osc. Inscr. p. 4,21,

(2454)Dionys. Hal. I, 52. — Diodor. Sic. IV, 27. Contraddice Apollodoro gli scrittori che ponevano le Esperidi nella Libia, perchè furono, egli dice, presso il monte Atlante nella terra degl'Iperborei (ἐπὶ του Ατλαντος ἐν Υπερβορέοις. Bibl. ΙΙ, 5, 11), ed abbiamo di già osservato (p. 67, nota 2) che furono i popoli posti al settentrione della Grecia, é però, allargandosi le cognizioni cosmografiche, il luogo del mito fu trasportato ad altre contrade, come il nome stesso dell'Esperia.

(2455)Virg. Æn. III, 167; VII, 206. Auruncos ita ferre senes.

(2456)Serv. ad Æn. III, 167. Graeci, et Varro Humanarum rerum, Dardanum non ex Italia, sed de Arcadia urbe Pheneo oriundum dicunt.

(2457)Dionys. Hal. I, 20.

(2458)Hesiod. Theogon. v. 1013 — 16.

(2459)Plin. Hist. N. IV, 10. — Strab. X, 449. — Thucyd. II, 102; III, 111. — Cf. p. 173 di questo volume, nota 5. — Il distretto degli Agrei dell'Etolia era traversato dall'Acheloo, ed è importante l'osservare che tra le altre città abitarono Efira (Strab. VIII, p. 338), la quale trovasi ripetuta presso la Campania (Steph. Byz. v. Εφύρη), e fu probabilmente nella spiaggia dell'Ausonia.

(2460)Homer. Il. XIV, 117.

(2461)Laur. Lyd. in Excerpt. ed. Roether

(2462)Steph. Βyz. ν. Γραικός.

(2463)Aristot. Meteor. I, 14. — Cf. Niebuhr, Hist. R. t. I, p. 45.

(2464)Grotefend, Rudim, linguae Umbr. P. VIII, p. 5 seqq. — Cf. Rudim. linguae Oscae, p. 51.

(2465)R. H. Klausen, ENEAS UND DIE PENATEN, p. 1132. Die alte Grundlage dieser analogen Erscheinungen ist die diegemeinschaftliche Nationalität der epirotischen und italischen Küstenvölker.

(2466)Virg. Æn. ΧΙ, v. 253.

(2467)Dionys. Hal. I, 3.

(2468)Virg. Æn. VIII, 516.

(2469)Euseb. Chron. II, p. 293 cd. Maii. Rickio, Op. cit. cap. 2, 5.

(2470)Hellanic, ap. Dionys. Hal. I, 13.

(2471)Durandi, Saggio p. 39.

(2472)Lycophr. Alexandr. v. 1333, 1046.

(2473)Strab. VI, p. 281.

(2474)Lycophr. Alexandr. v. 591.

(2475)Strab. VI, p. 255. — La spiaggia, nella quale fu edificata Reggio, è anche detta regione Ausonide nella risposta della Pizia consultata da' Calcidesi (Diodor. Sic. Excepta, XIII; ed. Maio).

(2476)Strab. V, p. 233.

(2477)Nicander ap. Antonin. Liber. Metamorph. c. XXXI. — Pellegrino, Campania, p. 605.

(2478)Virg. Æn. VII, 795; X, 353.

(2479)Pellegrino, Op. cit. p. 602,

(2480)Virg. Æn. XII, 93. Validam vi corripit hastam — Actoris Aurunci spoliam.

(2481)Dionys. Hal. VI, 32. — A crederne il De Masi (Mem. stor. degli Aurunci, p. 33), trascendevano la comune grossezza le ossa e i cranii trovati negli antichi sepolcri di Sessa e delle vicinanze.

(2482)Vedi p. 398. — Dionigi (VI, 25 — 30) narra de' Volsci ciò che Livio dice degli Aurunci, e poiché anche Virgilio (En. XI, 318) questi popoli ricorda come confinanti a' Rutuli, abbiamo in ciò anche una pruova, come abbiam detto (p. 398), che i Volsci, i quali erano veramente prossimi a' Rutuli, si consideravano come un popolo stesso con gli Aurunci.

(2483)Dionys. Hal. VI, 32. — Livio (II 26) pone due anni prima questa guerra.

(2484)Liv. VII, 28. Ibi praedonum magis, quam hostium, animi inventi.

(2485)Liv. VIII, 15. Anche i Fasti attribuiscono a T. Manlio il trionfo su gli Aurunci.

(2486)Vedi p. 389.

(2487)Liv. VIII, 15.

(2488)Niebuhr, Hist. R. t. III, p. 157.

(2489)Liv. VIII, 16.

(2490)Liv. IX, 25. Deleta que Ausonum gens, vix certo defectionis crimine.

(2491)Un luogo dello stesso nome fuori la città di Roma tra il tempio di Giano ed il Velabro minore, fu anche così detto dalle acque di cui i Romani si servivano ad uso di bagni (Varro, De L. L. V, § 156. — Festus, v. Lautulae).

(2492)Liv. VII, 39.

(2493)Diodor. Sic. XIX, 72. — Liv. IX, 23.

(2494)Liv. XXII, 15.

(2495)Pratilli, Via Appia, p. 129.

(2496)Sucton, in Galba, IV.

(2497)Holsten. Adnot. ad Cluver. p. 213.

(2498)Biondi, Ital. illustr. p. 99. — Sotis, Cenno ist. di Fondi, p. 37.

(2499)Martial, Epigr. X, 58.

(2500)Notarjanni, Op. cit. p. 167.

(2501)Plin. H. N. III, 9. — Virg. Æn. VIII, 638.

(2502)Serv. ad Æn. X, 561.

(2503)Dionys. Hal. II, 49. — Solino (II, p. 11 Salmas) senza nominare i Laconi dice ancora che Amicle fu fondata da Greci.

(2504)Strab. V, p. 233.

(2505)Heyne, ad Virg. Opp. t. IV, p. 199 Lemaire. — Niebuhr, Hist. R. t. I, p. 96.

(2506)Vedi p. 400.

(2507)Steph. Βyz. ν. Αμύκλαι.

(2508)Apollodor. Bibl. III, 10, 3.

(2509)Strab. VII, p. 321.

(2510)Id. ibid. — Cf. XIII, p. 603.

(2511)Aristot. ap. Strab. VII, p. 322.

(2512)Ephor. Fragm. XIX. — Cf. Strab. VIII, p. 364, 365. — Larcher, Chron. d'Herodote, ad Ol. XV, 3.

(2513)Pausan. Lacon. III, 3. — Anche secondo Ovidio (Metam. XV, 19 — 59) Miscello che fondò Crotone, era figlio di un Alcmone, ed uno degli Eraclidi; e v'è tutta la ragione di sospettare che intendesse Alcamene, al quale successe Polidoro, nel cui regno Pausania dice che gli Spartani spedirono colonie a Crotone ed a Locri.

(2514)Il Clavier (Hist. des premiers temps de la Grèce, t. II, p. 142, 144) suppone che passassero in Italia non solo gli Amiclei vinti da Teleclo, ma anche que' di Fari e di Gerantra soggiogati prima. Questi avvenimenti furono posteriori alla legislazione di Licurgo, ed il ch. R. Rochette (Hist. des colon. t. III, p. 187), senza dipartirsi dall'allegata testimonianza di Dionigi, il quale dà per causa dell'emigrazione degli Spartani la detta legislazione, applica l'autorità di Pausania riguardante le colonie spartane di Locri e Crotone alla colonia di quest'ultima città, la quale secondo lo stesso Dionigi (Antiq. II, 59) avveniva nell'Ol. XVII, 3, cioè nel 710 av. G. C.

(2515)Strab. VIII, p. 365.

(2516)Strab. IX, p. 444.

(2517)Steph. Βyz. ν. Εφυρα: πόλις Ηπειp8... Εςι καὶ Θεσσαλίας, καὶ Ιταλίας και τὰ Καμπανίαν. — Parmi che da questa testimonianza di Stefano venga qualche lume agli Atti di S. Potito, ne' quali parlasi d'una città di Eftro dove pervenne il Santo. Il Caracciolo (De Eccl. Neap. mопит. р. 141) la pone nella Campania, ed a lui si oppone il Sabbatini (Calend. nap. p. 101), entrambi senza conoscere l'allegata testimonianza del geografo.

(2518)Lucil. ap. Serv. ad Æn. X, 564.

(2519)Virg. Æn. X, 564. — Cf. Sil. Ital. VIII, 529.

(2520)Plin. III, 9, 6. — Solin. II, p. 11.

(2521)Isigon. ap. Sotion. Fragm. XXXVI in Παράδοξογρ. Westermann.

(2522)Herodot. IV, 105.

(2523)Gli Autariati ne' confini della Peonia, infestati dalle rane e da' topi, abbandonavano la patria e cercavano altrove le sedi (Justin. XV, 2, 1. — Diodor. XX, 19. — Athen. VIII, 2). Intervenne lo stesso aque' di Cosa nell'Etruria (Rutil. Itin. I, 286), di Giaro, una delle isole Cicladi (Plin. H. N. VIII, 43), e di Cleone sul monte Atos (Heraclid. De Pol. c. 30), e per non tralasciare un esempio domestico, pe' serpenti che infestavano Penna presso il Fucino, que' cittadini furono anch'essi costretti di stabilirsi ne' piani di Avezzano (Phocbon. Hist. Mars. p. 135, 141).

(2524)Guattani, Mon. ant. p. 76, tav. I,

(2525)Tacit. Annal. IV, 39.

(2526)Pratilli, Via Appia p. 127.

(2527)Cayro, Lazio vecchio e nuovo t. I, p. 42. — Hoare, Classical tour, p. 81.

(2528)Summonte, St. di Nap. t. IV, p. 146.

(2529)Sotis, Dell'antica città di Amicle, p. 11 — 13. — Cf. Cenno ist. della città di Fondi, p. 39 — 40. — Gli avanzi di bagni e un Circo, se pure son tali, ricordati dal citato scrittore, e dall'Alberti (Descriz. d'Italia p. 134), appartengono piuttosto all'epoca romana.

(2530)Plin. Hist. N. XIV, 6.

(2531)Plin H. N. III, 9, 6.

(2532)Strab. V, p. 233.

(2533)Pausan. VI, 5. — Val. Max. IX, 12.

(2534)Tacit. Annal. IV, 59. — Sucton. in Tiber. 39.

(2535)Gesualdo, Osserv. crit. p. 9. – Notarjanni, Op. cit. p. 27. – Cayro, Lazio vecchio e nuovo, t. I, p. 46. – Hoare, Classical Tour, p. 80. – Sotis, Cenno stor. di Fondi, p. 48.

(2536)Strab. V, p. 23, 234.

(2537)Plin. H. N. XIV, 6. – Dimentico il naturalista della vera situazione dell'agro Cecubo, lo pone altrove (XVII, 4) con errore nelle Paludi Pontine.

(2538)Columella, De R. R. III, 8. – Dioscor. V, – Martial. Epigr. XIII, 5.

(2539)Plin. H. N. XIV, 6.

(2540)Pratilli, Via Appia, p. 35. – Сауro, Notiz. st. di Fregelli, p. 73, nota X.

(2541)Plin. H. N. II, 95. Quaedam insulae semper fluctuant, sicut in agro Caecubo.

(2542)Liv. XXII, 2. – Catul. Epigr. CXIV.

(2543)Plin. H. N. III, 9, 6.

(2544) Notarjanni,Viaggio per l'Ausonia, p. 95. – Sotis, Cenno stor. di Fondi, p. 44.

(2545)Ursin. De famil. Rom. p. 72.

(2546)Hoare,Classical tour, p. 8.

(2547)Notarjanni, Op. cit. p. 26.

(2548)L'Itinerario di Antonino segna la distanza di XVI miglia tra queste due città. Poiché oggi se ne contano 3, la detta distanza sembra più esatta di quella della Tavola Peutingeriana e dell'Itinerario Gerosolimitano.

(2549)Strab. V, p. 233.

(2550)Plin. III, 9. – Ptolem. III, p. 66.Mela II, 4.

(2551)Liv. VIII, 4. Quod perfines eorum tuta pacata que semper fuisset via,

(2552)Vedi in Livio (VIII, 19) la testimonianza di Claudio. Questo medesimo fatto narrava forse Dionigi d'Alicarnasso nel suo XV libro perduto (Steph. Βyz. v. Φενδα) Cf. Cic. Pro Domo, 38.

(2553)Liv. XXXVIII, 36. – Fest. v. Municipium.

(2554)Fest. v. Praefectura.

(2555)Horat. Sat. I, 5, 34.

(2556)Frontin. De Colon. p. 05.

(2557)Pratilli, Via Appia, p. 30.

(2558)Id. ibid. p. 33. – Hoare, Classical tour, p. 78.

(2559)Rondelet, De l'art de bâtir III, p. 8.L. C. F. Petit – Radel, Monum. cyclop. p. 53. – Petit – Radel, Voyage en Italie, t. II, p. 562.

(2560)Dionys. Hal. Archaeol. I, 3.

(2561)Festus, v. FUNDUS: Dicitur ager, quodplanus sit.

(2562)In vit. Florian. §. IV.

(2563)Pratilli, Op. cit. p. 32. – Notarjanni, Op. cit. p. 202.

(2564)Monfaucon, Antiq. expliq. t. I, p. 98.

(2565)Reines. Syntagm. Cl. I, n. 68.

(2566)Plutarch. Defratr. am. XXI – Schol, Pind. ad Ol. VII. – Pausan. p. 248, 275,

(2567)Liv. XLI, 27. – Gud. Inscr. p. V, n. 8. – Fu eretto il tempio dal Console F. Flacco.

(2568)Hoare, Classical tour, p. 78.

(2569)Pratilli, Via Appia, p. 34.

(2570)Notarjanni, Op. cit. p. 68, 202.

(2571)Herodot. II, 4. – Plutarch. De Isid. et Osir. XXXIV.

(2572)Sotis, Cenno st. di Fondi, p. 54 segg.

(2573)S. Greg. Mag. Dial. III, 7.

(2574)Martyrolog. Rom. XIV. Kal. Sept, p. 37.

(2575)Strab. V, p. 233.

(2576)Id. VIII, p. 367.

(2577)Homer. Iliad. B, 58; Odyss. – In questi luoghi del poeta ora leggesi Κητώεσσα; ma Zenodoto pretendeva che dovrebbe leggersi Καιεταεσσα (Eustath. in Homer. p. 478).

(2578)Virg. Æn. VII, – Ovid. Metam. XIV, 442. Perciò anche Marziale coll'aggiunto di Dardanide distingueva Caieta (Epigr. X, 30).

(2579)Serv. ad Æn. VII, Caes. et Sempron. ap. Aurel. Vict. Or. gent. rom. сар. 0.

(2580)Nella Tracia (Conon. Narrat. XIII), nel lido della Daunia (Auct. περὶ ταυμασ. ακουσμ. §. 9.), alla foce del Neeto nella Crotonitide (Strab. VI, p. 262), al lido di Entella ed Egesta nella Sicilia (Virg. Æn. V, 604) ed in quel sito della Sibaritide, che ottenne il nome di Seteo da Setea, pretesa autrice del fatto (Steph. Βyz. v. Σετεα.

(2581)Lycophr. Alexandr. v. 274, Diodor. Sic. IV, 56.

(2582)Liv. XL, 2. – Jul. Obseq. De prodig. c. 60.

(2583)Cic. Pro lege Man. XII. – Epist. Ad Att. 2, 3. Stat. Sylv. I, 3, 84. Martial. Epig. V, 5; X, 30,8. – Flor. I, 6. – Solin. cap. 2. – Valer. Max. I, 4, 5.

(2584) Cassiodor. Chron. Opp. p. 359. – Il porto ancora, non la città di Caieta, ricorda Anastasio Bibliotecario nella vita di Papa Costantino IV, eletto nel 708, riferendo il ritorno che fece dalla Grecia.

(2585) Flor. I, 6, 4. – Cic. De leg. Man. XII.

(2586) Jul. Capitol, in vit. Anton. c. 8. Crede il Casaubono che questo Imperatore restaurasse il solo faro del porto di Gaeta, e però legge senza interpunzione nel citato biografo: Phari restitutio Cajetae portus.

(2587) Biondi, Ital. illustr. p. 64. Cf. Gesualdo, Osserv. cit. p. 03, 25 segg.

(2588) Gesualdo, Osserv. cit. p. 09.

(2589) Pratilli, Via Appia, p. 44, 45.

(2590)Jul. Capitol. in M. Antonin. c. XIX Faustinam satis constat apud Cajetam conditiones sibi et nauticas et gladiatorias elegisse. Cf. Aurel. Vict. De Caes. XV.

(2591)Capaccio, Hist. Neap. p. 597. – Pratilli, Via Appia, p. 42. – Rossetto, Descriz. di Gaeta, p. 37. Gesualdo, Osserv. p. 4.

(2592)Thes. Inscr. p. CCCCXXXIX, n. 8.

(2593)Gesualdo, Osserv. cit. p. 7, 66.

(2594)Jul. Capitol. in M. Antonin. c. II. Cf. Gesualdo, Osserv. cit. p. 22, 28.

(2595)Lamprid. in vit. Commod, c. IX.

(2596)Baron. Annal, ad ann. 976, n. 2. Gesualdo, Osserv. cit. p. 27. – Federici, De' Duchi di Gaeta, р. 28.

(2597)Horat. Sat. I, 5, 32.

(2598)Gud. Inser. p. CCCIV, n. 6.

(2599)Gesualdo, Osserv. cit. p. 29. – Cf. Pratilli, Via Appia p. 42.

(2600)Capaccio, Hist. Neap. p. 397. – Gruter. Thes. Inscr. p. CCCCXXXX, n. 8.

(2601)Gesualdo, Osserv. cit. p. 48.

(2602)Gruter. Thes. Insc. p. CXXXVII, n. 1.

(2603)Reines. Syntagm. Cl. I, n. CCLXV.

(2604)Capaccio, Hist. Neap. p. 598.

(2605)Itin. Hierosol. p. 6. – Meno esatto è l'Itinerario di Antonino, che ne segna XIII.

(2606)Schol. Aristoph. ad Pac. 758. Cf. Hesych. ν. Λάμος.

(2607)Homer. Odyss. K, 8.

(2608)Notarjanni, Giorn. lett. di Nap. t. XCVII.

(2609)Cic. Ad Att. II, 3. Si vero in hanc Τηλέπυλου veneris Λαιστρυγονίην (Formias dico) – Horat. Carm. III, 17. – Plin. H. N. III , 9 , 6.

(2610)Duris Sam. Fragm. XXXVII. Hallem. – Schol. Aristoph. ad Vesp. 35.

(2611)Generazione, o prole di corsali, da Αγϊςήρε γόνος. –Il Mazocchi del resto dottamente osserva che non sempre in mal senso prendevasi dagli antichi il nome di ladroni o Lestrigoni, né altro significò che erranti, eperciò potè bene applicarsi a' Fenicii, come a' Pelasgi, a Teleboi ed agli stessi Laconi espulsi dalla loro patria. (Spicileg. Bibl. t. II, p. 63. Quare τὸ λητριxὸν et πολυπλάνητου γένος tantundem valebat. Pelasgi, Phoenices, et aliae gentes innumerae latronum appellatione donabantur δία τὸ πολυπλάνηπου).

(2612)Un vasto impero attribuiva Orazio a' Lestrigoni, e l'isola di Circe vi comprendeva lo scoliaste di Aristofane (Ad Plut. 303).

(2613) Etym. M. v. Τάφιοι. –Phavorin. Lex., ν. Τάφιοι.

(2614)Diodor. Sic. XVIII, 632. – Strab. IX, p. 433. Steph. Βyz. v. Λάμια.

(2615)Strab. IX, p. 434.

(2616)Dionys. Hal. I, 1.

(2617)Homer, Odyss. K, 82.

(2618)Homer. Odyss. K, v. 87.

(2619)Id. ibid. v. 89 – 90.

(2620)Vedi nell'opera dottissima del Movers (Die Phoenizier, p. 476) le relazioni e le analogie di questa dea con altri numi dell'Oriente.

(2621)Strab. V, p. 33. Ορμίαι διὰ τὸ ἔυορμου. – Plin. III, 9, 6. Oppidum Formiae, Hormiaeprius olim dictum.

(2622)Liv. VIII, 4. – Vell. Pat. I, 4. Festus, v. Municipium. Vellejo assegna l'anno 423, ma è da preferire la testimonianza di Livio.

(2623)Liv. VIII, 23. – Dionys. Hal. Fragm. XV, 9.

(2624)Fest. v. Praefectura.

(2625)Frontin. De Colon. p. 03.

(2626)La prima di queste lapide fu ritrovata ad Atina (Doni, Inscr. Cl. V, n. 63), l'altra nel sito stesso della città di Formia. Quella illustra i Consoli municipali (Orelli, Inscr, lat. sel. n. 3782), de' quali è un altro esempio in una iscrizione di Aufidena (V. p. 290), questa ha dato occasione a varii comenti nella sesta linea. Il Marulli vede nell'Ordo Regalium, cosi difficile a definire, quello degli Agrimensori (Lett. su d'una iscr. di Formia. Nap. 89). Il Grossi per contrario lo riferi all'Ordine de' Decurioni del villaggio di Regale (BIBL. ANALIT. t. V. p. 3 segg.). Fu confutato dal Marulli con una seconda memoria, e l'Orelli legge infine ORDO REGALIVM VIARVM (Op. cit, n. 3884).

(2627)Liv. XXXVIII, 36. – Vell. Pat. I, 4.

(2628)Liv. XL, 2.

(2629)Jul. Obseq. Op. cit. c. LX. – Gud. Inscr. p. XXXIX, n. 3. Vedi ancora un frammento di lapida qui ritrovato, ed addotto dal Reinesio (Syntagma, Cl. V, n. 19), che ci ricorda il culto.

(2630)Doni, Inscr. antiq. Cl. IV, n. 6. della stessa dea.

(2631)Pratilli, Via Appia, p. 50.

(2632)Capaccio, Hist. Neap. p. 67.

(2633)Strab. V, p. 233.

(2634)Gesualdo, Osserv. cit. p. 337, 343.

(2635)Scaevol. ap. Cic. De Orat. , 37.

(2636)Plutarch. in vit. Scip. in fin.

(2637)Symmach. Epist. VIII, 23. Principium voluptatum de Formiano sinu nascitur.

(2638)Od. I, 20; III, 17.

(2639)Cic. AdAtt. II, 4. C. Arrius proximus est vicinus, imo ille quidem jam con tubernalis... Ecce ex altera parte Sebosus ile Catuli familiaris. Ibid. VIHI, 6. C. Sosius Praetor in Formianum venit ad M. Lepidum vicinum nostrum.

(2640)Gesualdo, Osserv. cit. p. 326, 332.

(2641)Cic. Ad Att. XIV, 9.

(2642)Martial. Epigr. X, 30. O temperatae dulce Formiae litus!

(2643)Gesualdo, Osserv. cit. p. 357 – 58. Ledette basi ora si serbano nel R. Museo.

(2644)Non è neppur noto in qual parte della Campania fossero state le molte possessioni di Antonio Pio fin da che fu creato uno de' quattro Consolari d'Italia (Jul. Capitol. in vit. § 3, 7), e che supposte in Formia, perchè v'ebbe poi la sua villa l'Imperatrice Faustina di lui figlia, porgono mal fermo argomento al Gesualdo, che in questa città abbiasi a riconoscere la sede de' Consolari della Campania.

(2645)Adrian. I Epist. 73, 86, 90 in Cod. Carolin.

(2646)Chron. Cav. ad ann. 820.

(2647)Leo Ost. Chron. c. XXVI. Chron. Ubald. ad ann. 843 – Iohann. Diac. Chron. § XLV, p. 86 ed. Pratilli.

(2648)Homer. Odyss. Χ, ν. 08 H μὲν αρ ὡς Κρήνην κατεβήσητο καλλιρέεθρου ᾿Αρτακίην. –Cf. Catull. Epigr. IV.

(2649)Cluver. Ital. antiq. p. 1073. – Principe di Caposele, Antichità Ciceroniane p. 35 – 38.

(2650)Gesualdo, Osserv. cit. p. 33, 343.

(2651)Liv. Fragm. lib. CXX.

(2652)Plutarch. in vit. Cic. in fin…

(2653)Cic. Ad Att. II, 14, Basilicam habeo, non villam, frequentia Formianorum. At comparem basilicae tribum Æmiliam?

(2654)Id. ibid. IV, 2.

(2655)Stat. Sylv. ΙΙ, 2, 2.

(2656)Appian. Civ. IV, 9 – 20. – Senec. Suasor. VI. – Valer. Max. I, 4, 5; V, 3, 4. – Dio Cass. XLVII, – Plutarch. In vit. Cic. in fin. Euseb. Chron. p. 367 ed. Maii.

(2657)Ptolem. Ephest. ap. Phot. p. 50, a 8, ed. Bekker.

(2658)Panormita, Dedict. Alphonsi I, n. 28.

(2659)Gesualdo, Osserv. cit. p. 46 segg. Chaupy, Maison d'Horace. t. I, p. 83 seq. Hoare, Classical tour, p. 85 seqq. Principe di Caposele, Antichità Ciceroniane. Nap. 827.

(2660)Plin. III, 9. Oppidum Formiae, antiqua Laestrigonum sedes: ultra fuit oppidum Pyrae, colonia Minturnae.

(2661)Strab. IX, p. 443. – Rhian. ap. Schol. Apollon. III, v. 1089. – Steph. Βyz. ν. Πυραία. – Nominavasi ancora Pira uno degli alti gioghi dell'Oeta nella Tessaglia, dove si favoleggiava che fosse stato arso il corpo di Ercole (Liv. XXXVI, 30).

(2662)Descript. of ancient Italy, t. II, p. 32. This name (Pyrae) would seem to indicate a Greck origin.

(2663)Romanelli, Op. cit. t. III, p. 427.

(2664)Notarjanni, Op. cit. p. 228.

(2665)Strab. V, p. 233. – Gl'Itinerarii segnano una distanza minore, cioè IX miglia antiche.

(2666)Ptolem. Geograph. p. 73.

(2667)Liv. IX, 25.

(2668)CVPELTERNVM, LITERNVM, VVLTVRNVM, SALERNVM, NVCERIA ALPHATERNA.

(2669)Liv. VIII,

(2670)Liv. IX, 25.

(2671)Liv. X, 2. – Vell. Paterc. I, 14. Dionys. Hal. I, 1.

(2672)Dionys. Hal. ap. Steph. Byz. v. Μέντύρνα.

(2673)Liv. XXVII, 38. – Cf. XXVI, 3.

(2674)Frontin. De Colon. p. 106.

(2675)Cavedoni, Congett. sopra una med. di Minturna, Bull. archeol. 1834, p. 74; 1835, p. 43; 84, p. 26 – 27.

(2676)Ælian. Var. Hist. IX, 6.

(2677)Liv. X, 2. – Plin. Hist. N. III, 9, 6. –Vedine ancora la pianta in Igino in Auct. agrar. Goes.

(2678)Gesualdo, Osserv. cit, p. 477.

(2679)Pratilli, Via Appia, p. 58.

(2680)Vedi p. 493.

(2681)Doni, Inscr. Cl. I, n.º 66.

(2682)Macrob. Saturnal. I, 2.

(2683)Pratilli, Via Appia, p. 55. – Grutero, Thes, inscr, p. CCLII, n. 9; CCCCXI, n. 8. – Gesualdo, Osserv. cit. p. 48.

(2684)Thes. Inscr. p. CXXXVI.

(2685)S. Greg. M. Epist. I, 8. – Cf. Mabillon, Ann. Benedict. ad ann. 580.

(2686)Lucan. II, 424. – Martial. XIII, 83. – Claudian. Paneg. De Prob. et Ol.

(2687)Strab. V, p. 233 – Liv. XXVII, 37.

(2688)Lactant. De falsa rel. I, 2.

(2689)Virg. Æn. VII, 47.

(2690)Ælian. Var. Hist. IX, 6.

(2691)Scymn. Ch. Perieg. v. 225.

(2692)Vedi p. 73. – Cf. p. 459.

(2693)Serv. AdÆn. VII, 47.

(2694)Plutarch. in Mar. § 39, ed. Reisk. Sisenna, Fragm. ap. Noun. v. Continuare.

(2695)Gesualdo, Osserv. cit. p. 503.

(2696)Marini, Fr. Arvali, p. 56, 630. Il Visconti (Mon. Gabini, p. 8, nota 5) emenda a ragione la cifra XI in VI, poiché cosi i sei gladiatori e i dieci orsi uccisi inquattro di di spettacoli, pruovano che furono uccisi in ciascun giorno quattro orsi e gladiatori.

(2697)Parla Plinio (Hist. N. III, 8) di un altra città omonima, ma appartenne all'Etruria,

(2698)Liv. IX, 25. Steph. Byz. v. Βεσκία.

(2699)Aul. Gell. Noct. Act. XV, 5. Vescum autem, quod ex ve particula et esca copulatum est, utriusque diversae significationis vim capit. Aliter enim Lucretius vescum salem dicit ex edendi intentione: aliter Lucilius vescum appellat cum edendi fastidio.

(2700)Liv. VIII, 11. Vescia urbs eis receptaculum fuit.

(2701)Vedi p. 49.

(2702)Liv. X, 20, 23. – Cic. De lege agr. I, 25. – Strab. V, p. 234. – Cf. Du Theil, Geogr. de Strabon. t. II, p. 206, nota 1.

(2703)Pellegrino, Campani ap. 44. – Pratilli, Via Appia, p. 63.

(2704)Liv. X, 2.

(2705)Porphyr, in vit. Plotin. p. 8, E Ficin. Il Geografo Ravennate credeva che fosse Interamna, come abbiamo già detto (p.200), e sembra che il Biondi che ne allega la testimonianza, confondesse la città di questo nome sul Liri con quella de' Frentani.

(2706)Strab. V, p. 233.

(2707)Hygin. De limit. const. p. 6 Goes.

(2708)Pellegrino, Op. cit. p. 474. Capaccio, Hist. Neap. p. 625.

(2709)Pratilli, Op. cit. p. 63. – Gesualdi, Osserv. p. 495.

(2710)Sacco,Discorso storico di Sessa, p. 24. Cf. De Masi, Op. cit. p. 62,

(2711)Liv. IX, 25.

(2712)Gesualdi, Op. cit. p. 466. – Cf. Notarjanni, Op. cit. p. 89 – 90.

(2713)Liv. VIII, Huic agmini Torquatus consul ad Trifanum (inter Sinuessam Minturnusque is locus est) occurrit.

(2714)Diodor. Sic. XVI, 90. In questo storico leggesi περὶ πόλιν Σούεσσαν, ma il Sigonio (ad Liv. l. c.) avverti l'errore, e che deve leggersi Σινόεσσαν.

(2715)Pratilli, Via Appia, p. 65.

(2716)Chaupy, Maison d'Horace, t. I, p. 27, nota y. Cf. t. III, p. 427. – Questa opinione sul sito di Trifuno sembrami preferibile a quella del Mannert, che lo pone sul fiumicello di Cascano (Geograph. der Griechen ecc. t. IX, P. p. 689).

(2717)Liv. VIII, 5.

(2718)Pratilli, Via Appia, p. 224.

(2719)Dionys. Hal. VÍ, 29. Cf. Plin. III, 9, 6. Livio (II, 17) dice diroccata Suessa Pomezia, anche prima, cioè nel 252, tuttochè l'attribuisse agli Aurunci; né si può intendere, come crede il Cramer (Ancient Italy, t. II, p. 96) la nostra Suessa Aurunca.

(2720)Cluver. Ital. antiq. p. 8, 40.

(2721)Steph. Byz. v. Σύεσσα.

(2722)Il citato etnografo dice che Suessa nominavasi il tugurio, nel quale, peregrinando per la Licia fu accolta Latona: ἀπὸ Συαισσής γραός τινος, υποδεξαμένης τὴν Λητώ. Se non si può ammetter la favola, non può disconvenirsi che il nome della città è greco, come Gonoessa (Homer. Iliad. B, 575), Trioessa (Strab. VIII, 353), Egiroessa e simili. Anche il dotto L. Steub (Ueber die Urbewohner Rätiens, p. 151) questa città riconosce dalla terminazione tra le pelasgiche delle nostre contrade.

(2723)Pausan. Corinth. II, 2.

(2724)Pinedo, Adnot. ad Steph. Byz, p. 622, nota 78.

(2725)Liv. IX, 29. Cf. Frontin. De Colon. p. 107. – Vellejo (4) discorda di due anni dall'epoca assegnata da Livio.

(2726)Liv. XXVII, 9.

(2727)Cic. Philipp. III, 4; XIII, 8.

(2728)Zona, Storia di Calvi, p. 73.

(2729)Rasche, Lex. num. V. SVESSA. – Sestini, Mon. vet. p. 4. – Ignarra, De Pal. p. 259, nota 35, e p. 266. – Mionnet, Descr. de méd. p. 24. – Avellino, Ital. vet. num. p. 24. Millingen, Consid. p. 238.

(2730)Gruter. Thes. inscr. p. MXCVIII, n. 8.

(2731)De Columna Trajana, p. 84.

(2732)Breislak, Top. fis. della Campania, p. 7.

(2733)Manuzio, Ortograph. rat. p. 103. Capaccio, Hist. Neap. p. 623. – Grutero, Thes. p. CCCCLXXV, n. 3. – Pratilli, Via Appia, p. 223. Il giorno della dedicazione della statua leggesi nell'altro lato del marmo, e fu a' 5 di settembre sotto il Consolato di Q. Sossio Falcone, e C. Giulio Claro.

(2734)Mem. stor. degli Aurunci, p. 7, 77.

(2735)Sacco, Op. cit. p. 37. Pratilli, Op. cit. p. 220. – De Masi, Mem. cit. p. 42, 79 segg. – Abeken, Annali dell'Instit. t. XI, p. 202, nota 4.

(2736)Breislack, Top. fis. della Campania, p. 7.

(2737)Juvenal. Sat. I, v. 20. – Auson, epist. XV, v. 9.

(2738)Eusch. Chron. II, p. 363 cd. Maii.

(2739)Sacco, Storia di Sessa, p. 85.

(2740)Euseb. Chron. I. c.

(2741)Liv. VIII, 5. Alcuni leggono Suessam commeasse in vece di communisse. Vedi ancora VII, 28.

(2742)Piacque al Pellegrino (Campania, p. 474) creder tutt'uno contro la verità della storia e della geografia Ausona, Aurunca e Suessa; ed il Niebuhr, ammettendo la prima di queste città, nega Suessa Pomezia, o piuttosto la crede una città istessa con Suessa Aurunca (Hist. R. t. III, p. 283, nota 521). Ma secondo questa ipotesi, quale città i Sidicini distrussero, se non fu Aurunca? E se perciò non fu Ausona, presa da' Romani nel 440, resta che vi furono le tre città che descriviamo colle chiare testimonianze di Livio e de' moderni topografi.

(2743)Capaccio, Hist. Neap. p. 625.

(2744)De Masi, Mem. stor. di Aurunca e Sessa, p. 57.

(2745)Sacco, Disc. stor. Di Sessa, p. 20, 32.

(2746)Perrotta, La sede degli Aurunci, p. 78 – 87.

(2747)Abeken, Annali dell'Inst. archeol. t. XI, p. 99 – 207.

(2748)Liv. VIII, 6. Ea gens (Ausonum) Cales urbem incolebat. Steph. Βyz. v. Καλησία. –Fest. v. Ausoniam.

(2749)Virg. Æn. VII, 728.

(2750)Sil. Ital. VIII, 54. Quem genuere Cales, non parvae conditor urbis – Ut fama est Calaïs. – Cf. XII, 525.

(2751)Acusil. Fragm. XXIII. – Apollodor, Bibl. III, 5, 2.

(2752)Pellegrino, Campania, p. 652. – Rinaldi, Mem. stor. di Capua, t. I, p. 2. Zona, Storia di Calvi, p. 22.

(2753)Genes. X, 2. Cf. Zona, Op. cit. p. 34.

(2754)Mazocchi, Spicileg. Bibl. t. I, p. 209. – Jannelli, Tentamen hermeneut. In etruscas inscrip:. p. 4,

(2755)Vedi p. 435.

(2756)Liv. VIII, 6. – Vell. Pat. , 4. C. Fragm. Fast. Capitol. ap. Grut. Inscr. р. ССХСVII.

(2757)Liv. VIII, 11.

(2758)Niebuhr, Hist. R. t. III, p. 57,

(2759)Liv. XXVII, 9; XXIX, 5.

(2760)Cic. De leg. agr. II, 31.

(2761)Madwig, Opuscula, p. 269.

(2762)Strab. V, p. 237.

(2763)Mionnet, Descr. deméd. p. . Avellino, Ital. vet. num. p. 22. – Ricca, Osserv. p. 208 segg. – Millingen, Consid. p. 228.

(2764)Strab. V, p. 249.

(2765)Zona, Op. cit. p. 59. – Ricca, Osserv. cit. p. 34.

(2766)Ovid. Fast. VI, 545.

(2767)Non. Marcell. II, 39, Isidor. Ety. mol. s. v.

(2768)Cat. De R. R. I, 43.

(2769)Non. Marcell. II, 397.

(2770)Egizio, Opuscoli, p. 39. – Ricca, Osserv. cit. p. 247. – Cf. Pratilli, Via Appia, p. 423.

(2771)Ricca, Osserv. cit. p. 304.

(2772)Noct. Att. X, 3.

(2773)Ricca, Osserv. cit. p. 308. – Penna, Stato del Circond, di Pignataro, p. 283.

(2774)Plin. Epist. VI, 30.

(2775)Diodor. Sic. XX, 36. – Pompon. De orig. jur. . 2, § 36 D. – Frontin. De Aquaeduct. 5. – Questa celebre strada, che assorbi il pubblico erario, dalla porta Capena fu tratta la prima volta insino a Capuanello spazio di più di 1000 stadii, e dipoi prolungata fino a Brindisi.

(2776)Itin. Antonin, p. 08, 2. – Itin. Hierosol. p. 6. Wesseling. – Cf. Pratilli, Via Appia, p. 27 – 6.

(2777)Horat. Sat. 5. – Non mancano scrittori, i quali la città de Mamurri riconoscer vollero ad Itri (Alberti, Descriz. d'Italia, p. 137. – Petit – Radel, Voyage hist. t. p. 564; ma non si saprebbe comprendere secondo tale opinione come il poeta stanco si fosse fermato ad Itri, dopo un viaggio di sole cinque miglia. Vero è che fu abitato negli antichi tempi, come dimostrano le fabbricazioni ciclopee, di un'epoca anche più remota della romana, nonché i ruderi, le monete, i vasi ed i frammenti di marmo scoperti nel suo territorio (Fulchiron, Voyage dans l'ltal. mérid. t. II, p. 38 – Giustiniani, Diz. geograf. t. V, p. 85), ma sconosciuto è il nome di questo luogo dell'Ausonia, detto Itrario nel medio evo (Federici, Op. cit. p. 348).

(2778)Pratilli, Via Appia, p. 3. – Chaupy, Maison d'Horace t. I, p. 82.

(2779)Strab. V, p. 233.

(2780)Liv. XXXIX, 44. Et separatim Flaccus molem ad Neptunias aquas, ut iter populo esset, et viam perFormianum montem.

(2781)Gesualdo, Osserv. cit. p. 8 segg.; 325 segg.; 330 segg.

(2782)Cic. De leg. Agr. II, 4. Accedent salicta ad Minturnas; adjungetur et illa via vendibilis Herculanea, multarum delitiarum, et magnae pecuniae.

(2783)Gesualdo, Osserv. cit. p. 460. Nelle Fratte e ne' contorni, dice questo scrittore, tuttora sono comuni i nomi di Ercole a cagione dell'antico culto.

(2784)Cic. Ad Att. XVI, 7.

(2785)Itin. cit. p. 508, nota (2).

(2786)Pratilli, Via Appia, p. 27 segg. Perrotta, Op. cit. p. 77. – De Masi, Op. cit. p. 56 segg. – Chaupy, Maison d'Horace, t. III, p. 456 seqq.

(2787)Liv. VIII, 17. Ingenti exercitu comparato, Sidicini et ipsi pro extrema spe dimicaturi enixe videbantur.

(2788)Liv. VIII, 22. Fregellas (Sidicinorum is ager, deinde Volscorum fuerat ) colonia deducta.

(2789)Vedi p. 505.

(2790)Liv. XXVI, 8.

(2791)Seneca, De Benef. VII, 1.

(2792)Strab. V, p. 249.

(2793)Pellegrino, Campania, p. 433. – Pratilli, Via Appia, p. 232.

(2794)Perciò Virgilio (Æn. VII, 726) dà il nome di sidicine piagge a queste pianure.

(2795)Erano determinati tali confini nel privilegio che Papa Giovanni XVIII faceva al Vescovo Sandrario circa il 1006, e che Celestino III confermava al Vescovo Teodino due secoli dopo (V. Ughelli, Ital. sacra, t. VI, col. 557, II ed.)

(2796)Strab. V, p. 237. – Anche le belle monete de' Sidicini ci mostrano l’affinità di origine di questi popoli.

(2797)Vet. Osc. Inscr. p. 15.

(2798)Zona, Storia di Calvi, p. 163. Broccoli, Teano Sidicino, t. I, p. 20.

(2799)Sanchoniat. ap. Euseb. Praep. Evang. II, 10. – Damascius, ap. Phot. p. 352. Cf. Movers, Die Phoenizier, p. 265, 652.

(2800)Ptolem. Geograph. p. 148.

(2801)Hellanic. ap. Dionys. Hal. I, 14.Cf. p. 16 di questo volume.

(2802)Liv. VII, 29.

(2803)Liv. VIII, 2, 8, 12. – Cf. Fasti Capitol. in Gruter. Inscr. p. CCXCVI.

(2804)Liv. VIII, 15.

(2805)Liv. VIII, 16, 17.

(2806)Pellegrino, Campania, p. 695. – Perrotta, Sede degli Aurunci p. 59. – Broccoli, Teano Sidicino, p. 112.

(2807)Liv. X, 14.

(2808)Itin. Antonin. p. 304.

(2809)Mazocchi, Dissert. tirr. p. 39.

(2810)Philochor, ap. Steph. Βyz. v. Θέα.– Parve al Zona (Stor. di Calvi, p. 30, 1. ed.) che il nome di Teano si originasse dal culto di qualcuna delle dee maggiori; ma alla sua etimologia è contraria l'autorità che allega del frammento della Satira menippea citata da Aulo Gellio (Noct. Att. ΧΙΙΙ, 22), perchè non vi si legge Theanna, si bene: Te Anna ac Peranna, Pando, te Lato, Pales.

(2811)Jannelli, Vet. Osc. Inscr. p. 15.

(2812)Plin. Epist. X, 79.

(2813)Menipp. Peripl. Paphlag. ap. Steph. Byz. v. Τίος. – Cf. Plin. Hist. N. VI, 1.

(2814)Demosth. in Bythyn. ap. Steph. 1. c.

(2815)Sil. Ital. V, 551. – Liv. XXVI, 6.

(2816)Frontin. De Colon. p. 108. – Broccoli, Teano Sidicino, p. 135, 137.

(2817)Broccoli, Op. cit. t. I, p. 134 segg.

(2818)Rasche, Lex. num. V. TEANVM. Mionnet, Descr. de méd. t. I, p. 125, seq. Avellino, Ital. vet. num. p. 25, seq.; Mus. Borb. t. III, tav. XVI, n. 3, 4. – Millingen, Consid. p. 202, 239.

(2819)Strab. V, p. 237, 248.

(2820)Appian. Civ. Bell. 11, 20. – H (Λανουβιου) Διομήδη φασίν, ἀλώμενον ἐξ Ίλιον πρώτην ἐν τῇ Ἰταλία οἰκίσαι. – Era celebre in Lanuvio il tempio di Giunone Argolica, presso al quale, in una profonda caverna credevasi che si ascondesse un dragone. In ciascun anno in determinati giorni l'offa gli offerivano alcune vergini. Se tali erano veramente, il dragone l'offerta non ricusava, e l'anno credevasi fertile (Elian. Var. Hist. XI, 16. – Propert. IV. 8). Col tempio di Giunone in Teano dové esservi la stessa superstizione, dappoiché nella leggenda di S. Paride, primo Vescovo della città nel III secolo, leggesi egualmente che uccidesse il dragone, o più veramente abolisse l'antico culto.

(2821)Hoare, Classical tour, p. 190. Questo viaggiatore ebbe le due iscrizioni dal Can. Lanfredi di Teano. Alcune are votive a Giunone, e Giunone Pronuba sono ancora riferite dal Pratilli (Via Appia, p. 229).

(2822)Pratilli, Via Appia, p. 230.

(2823)Vedi di p. 506.

(2824)Pratilli, Op. cit. p. 229. – I ruderi de' mentovati pubblici edifizii sono meglio conservati di quelli dell'antica Cale. Se non che, a giudicarne dalla figura che descrivono, quelli attribuiti all'Anfiteatro sono del Teatro, e gli altri che si dicono del Circo, appartengono all'Anfiteatro (Hoare, Op. cit. р. 186).

(2825)Noct. Att. X, 3.

(2826)Pratilli, Op. cit. p. 228. – Hoare, Op. cit. p. 182.

(2827)Tab. Peutinger. segm. V, F. – Cf. Romanelli, Topograf. t. 111, p. 640.

(2828)Hoare, Classical tour, p. 188. – Broccoli, Op. cit. p. 304 segg.

(2829)Broccoli, Op. cit. p. 337. Cf. Pratilli, Via Appia, p. 217, 235.

(2830)Broccoli, Op. cit. t. I, p. 337.

(2831)Vitruv. De Archit. VIII, 3. – Oltre di queste acque minerali dappresso alla città, altre ne ricorda Plinio alla distanza di quattro miglia antiche (Hist. Nat. XXXI, 2), che sarebbero quelle che scaturiscono nel territorio di Riardo. Sul pendio del vicino monte evvi un vestigio di antichità detto la Grotta di Sejano, ch'ivi dové servire ad uso di bagni.

(2832)Pratilli, Op. cit. p. 227.


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