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Nicola Corcia un altro napolitano dimenticato (Zenone di Elea - 14 Settembre 2026) |
| NICOLA CORCIA (1802-1892) - ELENCO DEI TESTI PUBBLICATI SUL NOSTRO SITO |
RELAZIONE ALL'ACCADEMIASULL'OPERA del sig. COSTANTINO CARAPANOS INTITOLATA DODONE ET SES RUINESParis, Librairie Hachette et C. 1878, 2 vol. in 4, Texte et Planches. LETTA DAL SOCIO NICOLA CORCIANella tornata del 4 decembre 1878 NAPOLI STAMPERIA DELLA REGIA UNIVERSITÀ 1879 |
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Non senza molto compiacimento, perché veggo sempre più avanzarsi le belle cognizioni dell’antica topografia, della storia e dell’archeologia, adempio all’incarico che vi siete compiaciuti darmi di dar conto all’Accademia dell’opera or ora pubblicata dal sig. Costantino Carapanos sulla città di Dodona nell’Epiro 1), non meno che sul suo famosissimo tempio, e su gli avanzi che ne rimangono. Le memorie di quella città antichissima sono della prima importanza per la storia della Grecia e dell’Italia, perché dalla città di Dodona tra l’altro mossero i Pelasgi in una delle loro più celebri emigrazioni, ed al paese de' Greci Aborigeni intorno il Velina l’oracolo di Dodona li dirigeva, per aver poi la lor parte alla più antica fondazione di Roma. Qual colonia, dice Cicerone, la Grecia mandò in Eolia, in Ionia, in Asia, in Sicilia, in Italia senza prima udire l’oracolo Pizio, o Dodoneo, o di Aminone? o qual guerra imprese senza consultare il volere divino? 2) Ben sarebbe importante, dice un dotto scrittore, se sceverando dalle narrazioni favolose la storia degli Oracoli di Dodona e di Delfo, ricercar si potesse la politica seguita da que’ sacerdoti, i quali certamente non lanciavano all’impazzata gli sciami delle popolazioni 3). Coll’autorità degli oracoli si spedivano le colonie, si decretavano le guerre, si confermavano le leggi, si restituiva la tranquillità e la pace nelle sedizioni. E quale è l’oracolo, o la voce autorevole che ne’ tempi moderni sì civili e lontani dal la. rozzezza primitiva tratteneva dalle guerre e dalle invasioni, e dalle stragi accompagnate dalle rovine di tanti popoli? Ma io quasi dimenticava che la guerra era in certo modo considerata da Aristotele come naturale e giusta, come un mezzo naturale di acquistare, e che nella guerra si comprende la caccia che si dà alle bestie ed agli uomini, i quali, nati per ubbidire, ricusano di sottomettersi 4); e che forse per tale dottrina Alessandro, discepolo di Aristotele, si partiva da Pella per conquistare le Indie. Egli volle nondimeno consultar prima l’oracolo di Delfo, e nel rifiuto della Pizia di salire sul tripode si può forse vedere un mezzo indiretto di non consentire all’impresa, benché i giorni nefasti ella allegasse, ne’ quali non era lecito di profferire oracolo; e se ciò non ostante a viva forza fu dallo stesso re tratta nel tempio, e a dire ch’egli era invincibile, ed Alessandro non volle udir altro 5), la spedizione non mancò di essergli funesta. Alessandro di Epiro e Filippo di Macedonia consultarono, l’uno l’oracolo di Dodona, e l’altro quello di Trofonio, e sorprendono i responsi dati ad entrambi, perché di fatto lor furono fatali l’Acheronte e la quadriga, da cui dovevano guardarsi 6); e se l’oracolo dato a Filippo si è creduto una favola, che dir si dee di quello dato ad Alessandro? Più antichi scrittori ci dicono che la Pizia rivelò in Calonda l’uccisore di Archiloco, discacciandolo dal tempio di Apollo 7); e non dubitando Plutarco che di molti beni era stato cagione a' Greci l’oracolo di Delfo, sia nelle guerre e nelle fondazioni delle città, sia nelle pestilenze e nella penuria delle raccolte, stimava cosa terribile, se non già nella Divinità e nella Provvidenza se ne riponesse il principio, ma nella fortuna e nel caso 8); e se questo si dirà un pensiero di Plutarco, come quegli ch’era sacerdote e pio uomo, non è dubbio che l’oracolo dava i responsi per giovare, non per ingannare ed illudere, e fra moltissimi esempi basta quello degli Ateniesi, che l’oracolo consultando sulla impresa contro la Sicilia, fu loro imposto che da Eritre conducessero ad Atene la sacerdotessa di Minerva, che nomavasi Esichia, cioè Quiete 9). Ciò che intendeva l’oracolo era chiaro, cioè che si stessero tranquilli, e lasciassero l’impresa; e chi non sa qual fu l’esito della guerra contro Siracusa? Tali fatti ricordo per non credere opera dell’impostura la istituzione degli Oracoli, ma fondati per consigliare e sconsigliare, per confortare nelle sventure, e raffermare gli uomini nel sentimento del dovere e della giustizia, sebbene alle volte, come avviene di tutte le cose umane, stranamente se ne abusasse contro il disegno e ’l buon consiglio delle prime istituzioni. Ma tali considerazioni lasciando, dico che se per le indefesse ricerche de' dotti Archeologi sulle più importanti, come sulle menome cose che riguardano l’antica storia, ora assai meglio si vien conoscendo, ed altrimenti che i nostri maggiori si viene esponendo a coloro che ne hanno vaghezza, non si dirà di poco rilievo l'opera del sig. Carapanos, il quale colla sua dotta pubblicazione è venuto a riempiere una vera laguna nella conoscenza dell’antichità; perché sebbene in altre molte dissertazioni altri dotti avessero già trattato e della città di Dodona e del suo celebre oracolo, nessuno nondimeno prima del sig. Carapanos più fondatamente trattava della vera situazione di quel tempio e di quella città, nessuno si dava la pena di ricercarla, e da nessuno si sapeva ancora quanto ora sappiamo per le sue nuove scoverte.
Quando più verso il 1840 in me ferveva la brama di ben conoscere di certe città greche la storia e le origini, nelle quali molte antiche città italiche, e le nostre più delle altre, ebbero le loro metropoli, io leggeva nell’opera di Hughes, Travels in Greece and Albania (London 1830, t. I, p. 48: «Alcuni pongono il sito di Dodona su’ monti Zagorioti nell’altro lato del lago di Jannina; altri nel villaggio di Protopapas, presso Zitza; ed altri ancora affermano che fu presso il villaggio di Glyki, sulle sponde dell’Acheronte, in vicinanza della collina Souli; ed il dottore Holland, le cui opinioni sono sempre degne di considerazione, inclina a crederla tra l’Aracto e l’Acheloo, sull’alto monte Zumerka. E chi deciderà la quistione?» In una nota al passo trascritto lo stesso dotto viaggiatore fa saperci che l’Arcidiacono Butler suo amico in una dissertazione aggiunta alla prima edizione de' suoi viaggi, gli scriveva: «Dodona per comune avviso degli scrittori, sorgeva al di sopra, o appiè d’una collina, in un angolo della Molossia, ne’ confini della Perrebia, all’O. del Pindo, all'E. della Tesprozia, al S. dell’Epiro superiore. Una catena di monti da Dodona corre all'0. tra la Tessaglia al mare: là dintorno una pianura si stende probabilmente al S. E., e più verso l’E. ed il Pindo fu una palude o un lago, e se troverete in prossimità di Ioannina un qualche luogo con rovine sopra una collina, la cui situazione sembra corrispondere con la già detta, cercate con diligenza iscrizioni colla speranza di ritrovar Dodona». Prima del passo addotto, Hughes scriveva che presso Gardiki salì sopra di un colle, che corprisonde agli epiteti αἰπύνωτος, δυσχείμερος (alpestre e freddo), che gli antichi davano a Dodona, e nelle rovine che ne descriveva colle mura pseudo-pelasgiche, ed alcune cisterne, io mi credeva che fosse l’antica città, la quale fu metropoli alla nostra Dodona, che fu nella Puglia presso Ceraunilia o Cerignola 10).
Se con probabili congetture le rovine della città si accennavano nella delta acropoli pelasgica di Gardiki, il tempio indicavasi nelle rovine dette Proskynisis, ossia luogo di adorazione, presso il monistero dello Spirito Santo; ed il recinto della città pelasgica di Hella nel monistero di Castritza, a quattro chilometri in circa al S. E. di Jannina. Era questa l’opinione anche di Pouqueville 11), il quale viaggiava nello stesso tempo di Hugues, e che esaminando la topografia di Bodonitza, dove nel medio collocavasi Dodona 12), faceva notare di non trovarsi di accordo colle indicazioni di Omero, di Eschilo e di Didimo, che la mettevano nella parte settentrionale della Tesprozia, e con quella ancora di Apollodoro, il quale indicava Dodona nella valle vicina a' laghi, onde provenne il nome agli Helli ed all’Hellopia, cioè a' popoli ed alla contrada delle paludi, mentre che Bodonitza è situata in un clima caldo, e dove laghi non sono, né alcun monte col nome di Tomoros, che diede il nome al gran Giove Tomuro, o a' Tomuri sacerdoti, che ne servivano il tempio. Non meno favorevole all’indicata situazione era il Leake, il quale nella sommità del Mitzikeli, donde scendono le numerose sorgenti, che formano il lago di Jannina, indicava il Tornano, celebre per le cento sorgenti ricordate da Teopompo 13). E da tutto questo si vede l’importanza del la scoverta del sig. Costantino Carapanos, perché le iscrizioni bramate da Butler e i monumenti sono ritrovati, e non si può più dubitare della vera situazione della città e del tempio.
Desideroso il sig. Carapanos di scovrire specialmente il tempio, qualche pruova positiva della situazione ne andava ritrovando in più luoghi che offrivano rovine da lui visitate. Ed avendone non poche frugate qua e là ne’ suoi viaggi nell’Epiro, nella state del 1875 trovandosi a Jannina, seppe che nel distretto di Tcharacovista si scovrivano spesso antiche monete nelle rovine credute di Passaron, la città principale della Molossia, nella quale i re dell’Epico solevano sacrificare a Giove Marziale, e far giuramento agli Epiroti di governare a norma delle leggi, sì come gli Epiroti di conservar loro, a norma pur delle leggi, l’impero 14). E fatti colà scavi non pochi, ne vennero fuori sopra una collina un teatro, ed un recinto fortificato di muraglie, con altri avanzi di mura e rottami di colonne nel piano sottoposto, che si attribuivano al detto tempio, con altri ruderi ancora creduti volgarmente dell’Agora della supposta città. Tali rovine diedero molto a pensare a Costantino Carapanos, e più considerando la situazione della valle in cui si trovano, tra la Tesprozia e la Molossia, si pensò che appartener non dovevano alla città capitale della seconda di queste regioni, per esserne separata da montagne e burroni. Questa riflessione ed alcuni avanzi di oggetti di bronzo scoverti nella stessa contrada, gli fecero supporre che tali rovine dovevano piuttosto appartenere a Dodona. Questa sua divinazione corrispose al fatto, perché,scavandosi tuttavia nello stesso luogo mentre egli procurava a Costantinopoli di ottenere il permesso degli scavi in regola, furono da altri nella sua assenza scoverti l’area del tempio e molti oggetti votivi di bronzo e di altri metalli, e, quelch’è più, numerose iscrizioni relative all’Oracolo ed al culto di Giove Naios e di Dione, le due grandi divinità Dodonee, che non lasciano più alcun dubbio sulla vera e precisa situazione del tempio e dell’oracolo di Dodona.
Fatta la relazione degli scavi, l’A. passa alla descrizione della contrada, de' monumenti e degli oggetti scoverti; e dividendo in due parti il suo lavoro, nella I descrive il paese, le rovine, e gli antichi oggetti che ne sono venuti fuori; e nella II fa l’esposizione storica di tutto che concerne i due templi ed il celebre Oracolo.
La valle di Dodona, ora valle di Tcharacovista, si estende a 18 chilometri in circa al S. O. di Jannina, e quasi nel mezzo dell’Epiro, nella lunghezza di 12 chilometri, e nella larghezza di circa 700 metri, circondata in parte da una catena di colline di diversi nomi, de' quali i più noti sono quelli di Monoliassa e di Cosmira. Gli alti colli che si prolungano dalla seconda, formano una specie di promontorio, il quale si avanza all’estremità della parte bassa della valle, ed al termine di tal promontorio si veggono le rovine di Dodona, distinte nella città, o nell’acropoli, nel teatro, e nel sacro recinto del famoso tempio di Giove.
La città, costrutta sulla vetta della collina all’altezza di circa 30 metri al di sopra della pianura, come un quadrato irregolare estendevasi in un arco di 325 metri, ed era cinta da muraglie fiancheggiate da sette torri, tre più grandi all’estremità dell’arco, e quattro più piccole, e di una figura quasi trapezoide. — La cortina delle muraglie, visibile dal sacro recinto del tempio e dal teatro, era costrutta di pietre quadrangolari ben tagliate, mentre che le altre muraglie poligonali sembrano costrutte meno accuratamente perché verso le parti disabitate, e sembra, dice l’A., che fossero avanzi di antiche costruzioni pelasgiche, che trovandosi meno in evidenza, non furono poi rinnovate con mura meglio costrutte. — Tutta la parte interna della città è frammezzata al livello del suolo da mura elleniche, che dividono il terreno in più parti di forme e dimensioni diverse, e sembrano di antiche abitazioni. Ed altre sostruzioni si sono ancora scoverte, ed una specie di cisterna coverta da grandi lastre di pietra sostenute da pilastri quadrangolari, due de' quali sono tuttora in piedi; e fuori della città, sulla vetta della collina, si veggono molti sepolcri, formati da lastroni di pietra rozza, ed altri simili dietro il teatro; il quale, costrutto al S. 0. della città, e separato dalla stessa e dal sacro recinto del tempio da un passaggio della larghezza di circa 16 metri, è uno dei più grandi e meglio conservati teatri ellenici. Addossato alla montagna come altre costruzioni simili, è sostenuto ai due lati della cavea da grandi macigni quadrangolari sovrapposti senza cemento, ed uniti con grand’arte. L’A. lo descrive minutamente, e per lasciarmi lo spazio a cose di maggior rilievo, senza dirne di più passo al sacro recinto del tempio.
E questo situato all’oriente del teatro e al S. E. della città, ed estendendosi nella lunghezza totale di 225 metri, su 130 metri circa di larghezza, contiene diversi edifizii. L’A. ne dà ancora la più esatta descrizione, dividendolo nel recinto propriamente detto, e nel témenos, o peribolo. Nel grande ammasso di pietre che sono nel primo, si distinguono le rovine di tre edifizii cioè 1.° il tempio di Giove ricostrutto e trasformato in chiesa cristiana, e in cui veggonsi più separazioni, che l’A. dice potersi attribuire al pronao, allaccila, e all’opistodomo; 2. ° e due altri di forme diverse.
La cella, o il naos, è traversata da due muraglie, che sostenevano due serie di colonne di ordine interno e di tufo, otto tamburi delle quali sono tuttavia in piedi. Offerte votive di bronzo in gran numero, e specialmente le statuette figurate in quattro delle tavole che accompagnano l’opera, e la maggior parte delle iscrizioni su lamine di bronzo e di piombo, sono state scoverte in queste rovine con una iscrizione in pietra calcare, della quale dirò in seguito. Pouqueville e Leake visitarono queste rovine senza sospettare per poco che appartenessero al famoso tempio di Giove Dodoneo. E senza aver potuto determinare la destinazione degli altri due edifizii, l’A. dice che serviron o probabilmente alle diverse divinazioni dell’Oracolo; e la loro forma e situazione, non meno che il gran numero di monete di bronzo scoverte nell'uno, come la gran quantità di rottami di oggetti diversi trovati in entrambi, possono venire in appoggio di tale opinione.
Senza ripetere la descrizione del Tèmenos, che ora quasi tutto è addetto alla coltivazione, è da notare soltanto che vi si veggono i ruderi di altri due edifizii, nel mezzo dell’uno de' quali è un piccolo altare o piedistallo di una grande statua, di figura rotonda, e formato da tre grandi pietre, l’una all’altra sovrapposte. Tra gli avanzi di diversi oggetti scovertivi all’intorno sono notabili due occhi di pietra calcare, appartenenti ad una grande statua di legno, ed una ruota di bronzo con iscrizione dedicatoria ad Afrodite, colle parole: Ανεθηκε Οφελιων Αφροδιται, cioè offerse (?) il voto ad Afrodite; e colla testimonianza di Servio 15) non fa dubitare che nell’uno de' detti edifizii riconoscer si deve il tempio dedicato a Dione, o a Venere, secondo Omero 16), che vedesi rappresentata in una delle statuette con un pomo nella sinistra, ma che nel volto non corrisponde veramente alla dea della bellezza.
La disposizione delle mura e delle piccole costruzioni che rimangono nel Tèmenos han fatto supporre all'A. ch'eravi una specie di propileo, il quale serviva di entrata principale allo stesso tèmenos e a' due templi, e che i due pilastri quadrati, o colonne poste tra due torri, che vi sono del pari, servirono di base alla statuetta ed al bacino di bronzo, che davano suoni fatidici. Perché il sacro recinto in uno de' lati più lunghi era fiancheggiato dal tempio di Afrodite, da altre costruzioni e dal muro esterno di parte del Teatro, e nell’altro da parte delle mura della città, era chiuso in altri lati da due muraglie, le quali abbattute, appena giungono alla superficie del suolo. E senza dire di altre muraglie interne d’ignota destinazione, si sono scoverte nel témenos due serie di piccole costruzioni, che dalle forme diverse, quadrate, rettangolari, rotonde e semicircolari, fanno conoscere che servirono di basi a colonne, a piedistalli di statue, o a nicchie, che contenevano statue, o offerte a' numi. Un gran numero di rottami di vasi, di statuette ed altri oggetti di bronzo, di rame e di ferro, molti frammenti d’iscrizioni su lamine di bronzo e di rame si sono trovati intorno a queste pietre; e tutti questi avanzi fanno giustamente supporre all’A., che fossero monumenti votivi, pe’ quali statue ed altri oggetti di grande dimensione erano collocati con offerte di oggetti più piccoli. Due paia di orecchini tra grande quantità di ossami scoverti in un luogo a circa 30 metri dalla prima serie di monumenti votivi, fan credere che servisse di sepolcro comune a più donne, quando religiosamente non si spogliavano de' loro ornamenti. Tutto il Témenos, eccettuato il tempio di Afrodite, è ora terra coltivata, nel cui stratopiù interno alcuni indizii d’incendio con ossa umane e di animali han dato a pensare che già contenne edifizii di legno distrutti dal fuoco, ne’ quali ebbero ad essere assaliti quelli che si trovavano ne’ templi; né altro si conosce delle dipendenze del tempio di Giove, che un edifizio rettangolare d’ignota destinazione, ed altre rovine a circa 300 metri più lungi, sulle quali fu costrutta una chiesetta dedicata a S. Nicola.
Dopo la descrizione di tutte queste rovine l’A. riferisce il lungo catalogo degli oggetti scoverti tra gli avanzi del tempio e del témenos, cioè 20 statuette di bronzo; 31 bassirilievi lavorati su lamine anche di bronzo, tra' quali sono notabili Apollo ed Ercole in atto di contrastarsi il tripode di Delfo, ed Ercole che abbatte il Minotauro. 16 immagini di animali; 24 oggetti votivi di bronzo con iscrizioni dedicatorie a' numi adorati a Dodona, Giove Dodoneo, o Naios, ed Afrodite, tra le quali quella del rapsodo Terpsicle, ora la prima volta noto, l’altra sopra un avanzo di un tripode dedicata dalla ignota città de' Lechoi, Λεχωίων, ed altre ancora, sulle quali tutte l’A. fa le sue dotte osservazioni circa il tempo e i personaggi che le dedicavano; 45 iscrizioni e frammenti d'iscrizioni su lamine di rame e di bronzo contenenti tra gli altri un atto di franchigia dell’assemblea degli Epiroti, un decreto de' Molossi di concessione della dignità di proxeno, o di ospite, un atto di donazione di diversi immobili, un decreto degli Epiroti che conferiva il dritto di cittadinanza, diversi atti di liberazione di schiavi, la compra di uno schiavo per una mina di argento (92 fr. e 68 centesimi); 84 iscrizioni intere, o in frammenti su lamine di piombo, contenenti dimande e preghiere di popoli e persone private all’oracolo di Giove Naios e di Dione, ed alcune risposte dell’Oracolo, le quali formano una serie unica finora, e delle più rilevanti per la scienza. In una di queste lamine la città di Taranto consultava l’oracolo per diverse cose, che perla mutilazione della iscrizione, non possono determinarsi; in un’altra un Eubandro chiedeva con la consorte di conoscere i sacrifizii e i voti, che avrebbero lor potuto assicurare la protezione degli Dei, de’ Genii e degli Eroi. I Corcirei in una chiedevano sapere i sacrifizii e i voti per ottenere i benefizii della concordia, in un’altra il partito da abbracciare de' tre, fra' quali erano esitanti; è che sembrano del principio della guerra del Peloponneso. Una donna dimandava i sacrifizii da fare per guarirsi da una malattia; ed un Agide, se le coverte del suo letto e i guanciali erano venduti o involati. Lisania dimandava se il figliuolo che Nila avea nel seno, fosse veramente di lui. Un Ambraciota voleva conoscere il Dio, dal quale ottener poteva la salute e la fortuna. E così un altro, se era per lui vantaggioso di occupar di persona la sua casa di città, e la sua campagna. Un Ippostrato dimandava a qual Dio dovea sacrificare. Un tale, se riuscisse nella sua impresa commerciale. Un altro, se riusciva nella compra di certe pecore. E la bella preghiera in fine vi si legge dell’Ateniese Diogneto onde il dio accordasse qualche favore a lui, a tutti quelli che gli volevano bene ed alla madre Clearete. Molte di queste lamine sono scritte ne’ due lati, ed altre contengono fino a quattro o cinque iscrizioni di epoche diverse; ed alcune sono sì confuse le une nelle altre, che impossibile riesce il discifrarle. Nondimeno l’A. col concorso del sig. Foucart, l’eminente professore di epigrafia greca al Collegio di Francia, ne ha dato i testi più fedelmente che è stato possibile.
Per non lasciar niente a sapersi di tutti gli altri oggetti ritrovati, dico che si sono anche scoverti 48 tripodi, e frammenti di tripodi, di ciste e di candelabri; 135 bacini, vasi, patere e frammenti di utensili simili; 194 manichi di vasi di forme e grandezze diverse, molti de' quali egregiamente cesellati, ed ornati di diversi disegni e figure, di 41 de' quali l’A. riproduce i disegni; 95 frammenti di corone e di ornati di corazze, di vasi e di altre offerte in lamine di bronzo e di rame; 102 oggetti di ornamenti femminili; 17 oggetti di bronzo ad uso di cavalli e cavalieri; 27 frammenti di strumenti diversi di bronzo, cioè coltelli, una forbice, un martello, due stiletti da scrivere; 40 oggetti diversi interi, o in frammenti, ad uso probabilmente di pratiche religiose, cioè sei scatolette in forma di conchiglia, due basi di turiboli, o di lampade, un cembalo, e 23 piccole bipenni di diverse grandezze, semplici ed ornate; 38 pezzi di armi di bronzo; 102 frammenti di statue, statuine ed animali; parecchi oggetti di oro e di argento; molti di ferro, cioè lame di coltelli, spade, lancie, punte di frecce, ecc.; molti oggetti di terracotta, pochissimi di marmo; due occhi di pietra calcare con pupille mobili di cristallo di rocca, scoverti nel tempio di Afrodite, che appartennero probabilmente alla grande statua di legno della dea, abbruciata quando il tempio fu distrutto; un frammento di un piccolo capitello jonico di avorio, un oggetto anche di avorio nella forma di un rocchetto, tre palline di vetro, molti frammenti anche di vetro senza forma determinata, e la iscrizione scolpita in pietra calcare, che contiene il decreto degli Epiroti, col quale fu nominato proxeno Gaio Dazupo Rennio di Brindisi e i suoi discendenti con tutte le immunità e i dritti annessi a tal dignità: ed infine 662 monete di bronzo più che di argento; cioè 288 dell’Epiro; 77 di diverse città della Grecia; 85 di diversi re e città della Macedonia; 60 romane; e 152 del tutto illeggibili e consumate dal tempo; di 42 delle quali, cioè delle meglio conservate, l’A. riferisce i tipi e la descrizione, e sono una di argento e 7 di bronzo degli Epiroti; 2 di bronzo de' Molossi; una di bronzo dei Molossi e de’ Cassiopei; una di bronzo degli Amanti; 5 di bronzo degli Ambracioti; una del re Pirro; 2 dell’Acarnania; una di Argo Anfilochico; una di Tirreo dell’Acarnania; 2 di Corcira ecc.
La seconda parte dell’opera contiene lo studio storico sulla città di Dodona, sulla sua origine ed il suo influsso nel mondo ellenico, e su quanto concerne i due templi, e l’oracolo. L’A. dividendo il suo lavoro in XI capitoli, con riferire esattamente le autorità degli antichi tratta dell’origine dell’oracolo; della più antica mitologia ellenica; delle epoche eroica e storica dell’oracolo; della condizione fisica del paese e della città di Dodona, de' templi ed altri edifizii della città; de' sacerdoti e delle sacerdotesse del tempio principale; della divinazione dell’oracolo, ed in fine della distruzione della insigne città.
E quanto alla prima delle dette ricerche, l’A. sostiene che essendo stata la città di Dodona fondata da' Pelasgi nel principio del periodo eroico, il suo oracolo di fondazione indigena, fu anteriore a questo periodo istesso, perché era fama che andavano a consultarlo Deucalione e Pirra, i primi personaggi di tale epoca, e la narrazione di Erodoto (II, 52-56), che una sacerdotessa egizia, rapita a Tebe da' Fenicii, e venduta in Grecia, fondò l’oracolo di Giove a Dodona, non pruova l’origine straniera dell’oracolo,ma ne conferma al contrario la fondazione indigena; giacche,secondo questa narrazione medesima, prima dell’arrivo della sacerdotessa era già a Dodona un oracolo, che i Pelasgi consultavano ogni volta che tratta vasi di dare un nome alla divinità tuttavia innominata, e coll’approvazione dell’oracolo fu ammesso il culto proposto dalla sacerdotessa egizia. In conseguenza di tale opinione essendo stato l’oracolo di Dodona il più antico centro religioso della Grecia, ebbe ad essere ancora il luogo, in cui la credenza de' primi Elleni diede la prima rappresentazione a' loro sentimenti religiosi. Fu a Dodona che, per l’applicazione de' diversi nomi alla divinità, in origine unica ed innominata, la divinità istessa fu divisa secondo i suoi attributi in più Iddìi (Herod. II, 52, 53) , e la greca mitologia ricevé la sua prima forma. La forza suprema della creazione e dell'ordinamento del mondo vi fu personificata in Ζεύς, il quale concepito sul modello umano, fu ideato coabitare con gli uomini, e fu detto ομέστιος βροτῶν come dice Sofocle 17), ne furono emblemi il fulmine che cadeva sul Tomaro, l'aquila che faceva il suo nido ne’ burroni di quel monte, e la quercia che fornì agli uomini il primo alimento. L’elemento umido che penetra e feconda la terra, fu ancora attributo di Giove Dodoneo, il quale avea perciò il soprannome di Naios, perché il paese nella parte bassa era pieno di sorgenti e paludi formate dalle acque del Tomaro, dalle quali ebbe il nome di Etiopia, o il paese paludoso 18). La terra produttiva fu personificata in Dione, la consorte primitiva di Giove, e l’amore, elemento necessario ad ogni creazione, in Afrodite, figlia di Dione e di Zeus, alla quale fu dato per emblema la colomba, uccello sacro di Dodona. E siccome ancora rappresentar doveasi il potere opposto alla creazione ed alla vita, personificata in Zeus, Dione ed Afrodite, la distruzione e la morte furono personificate in Hades, il cui regno fu situato trai monti alpestri e i precipizii presso Dodona e dall’altro lato del Tomaro, dove l’Acheronte, che supponevasi di condurre alle tetre dimore de' numi infernali, col nome di Glikis, o Phanariotikos, scorre tuttavia fra burroni inaccessibili, il cui aspetto fa anche ora nascere il sentimento di paura, che producono la distruzione e la morte 19).
Queste idee sono plausibili, considerato l’oracolo come indigeno, e senza influsso estraneo; ma altrimenti si può credere per vero da chi considera la tradizione, la quale co’ fatti è di accordo e colle induzioni a cui la mente è guidata pe’ fatti stessi, e per altre narrazioni che portano alle stesse conclusioni. A vero dire primamente non saprei intendere, come essendo stata la città di Dodona fondata da' Pelasgi nel principio del periodo eroico, il suo oracolo, poi di fondazione indigena, fu anteriore a questo periodo istesso, se non si fosse detto che andavano a consultarlo Deucalione e Pirra, i primi personaggi di tale epoca, e anteriori non solo alla fondazione della città, ma anche allo stesso popolo de' Pelasgi, che dalla Tessaglia passati erano nell’Epiro, prima che gli altri Pelasgi andando a consultare foracelo vennero in Italia. Ma Deucalione e Pirra sono personaggi allegorici della Tessaglia, che si nominò Pirra 20), e dell’allagamento o diluvio che vi avvenne; e dalla tradizione favolosa che andassero a consultare l’oracolo nella sovrastante sventura, non si può altro raccogliere, che la presenza de' Pelasgi nella contrada in cui fondarono la città e l’oracolo, poi consultato da altri loro connazionali. In Deucalione e Pirra, che dalla Tessaglia passavano a Dodona, si è ancora spiegata l’emigrazione de' Pelasgi, costretti ad espatriare pel grande cataclisma prodotto dall'acqua e dal fuoco, a cui alludono i due personaggi favolosi 21). Il nome di Pirra con quello di Deucalione non si ripeté soltanto in una delle due isolette della Tessaglia 22), ma anche nell’isola di Lesbo 23), pe’ Pelasgi, che i primi la popolarono con una delle loro colonie 24). Nell’Etiopia, osserva giudiziosamente Volcker, i Pelasgi portarono i nomi locali della Tessaglia, una seconda Dodona, un secondo Acheloo, i Selli ecc.; e la lor nuova sede prese il nome di Epiro, cioè di terra ferma ed asciutta, così detta rispetto alla patria primitiva, inondata e sommersa. Se Deucalione dopo l’inondazione si stabilì a Dodona, ciò non significa altro, che il passaggio de' Pelasgi in quella regione. E i nomi di Selli ed Helli sono senza dubbio gli stessi, e Selli di Omero intorno Dodona (da Pindaro detti Elli), ebbe nome l’Etiopia in Esiodo, Filocoro ed altri scrittori. Fu quello un nome pelasgico, che spesso ripetevasi nelle pelasgiche tradizioni; perché i Lacedemoni nominarono Hella il tempio di Giove Dodoneo (Hesych. h. v.), e nella Tesprozia e in altre sedi pelasgiche, a Sicione, nell’Arcadia, e sull’Ellesponto, nove volte ritorna il nome del fiume Selleente, al pari di quello di Efira, città della Tessaglia 25). Tutto questo parmi ben detto da Volcker, benché io non credo che i Lacedemoni furon quelli che nominarono Hella il tempio famoso, per essere stato piuttosto tal nome una ripetizione nell’Epiro di quello di Hellas, città della Tessaglia 26); e nell’Etiopia fu quindi riprodotto nella città fondata da' più antichi Tessali, o Pelasgi. Disconvenendo perciò sulla fondazione indigena, altrimenti ancora può persuadersi chi considera la mitologia egizia, secondo la quale i Pelasgi, di origine egizia, o dall'Egitto espulsi, come ora si crede, passarono nella Grecia, e v’introdussero il culto e foracelo di Giove. Gli Egizii adorarono Aminone, Satis, Giunone Ammonta, o Hera-Sate, e Athor, detta ancora Mouth e Methier, la natura, o la Terra madre, e Afrodite Scotia da' Greci 27); ai quali numi si aggiunse Buto, dea delle acque e delle paludi 28), ed il tremendo Amenthes 29), corrispondente all'Αίδης ο Αδης de' Greci. Nella Dione adorata a Dodona, oltre di altri luoghi, come nell’isola di Cipro 30), può credersi riprodotta la stessa Athor, che anche qual Venere Urania adoravansi dagli Egizii. È da convenire che l’oracolo di Dodona ebbe un grande influsso su gli avvenimenti politici de' primi tempi della Grecia; ma senza credere che fosse stato consultato da Inaco, da Oreste, da Achille, da Ulisse, da Enea ecc., deve bastarci, per l’antichità rimotissima della sua istituzione, che fu al tempo de' Pelasgi. La stessa osservazione vale per l’oracolo di Delfo, il quale dicevasi del pari consultato p. e. da Cadmo, da Laio, da Teseo, da Adrasto ecc.; perché per credere che di fatto ciò avvenisse, si dovrebbe prima dimostrare che tali personaggi siano di fatti al mondo vissuti, il che mi sembra veramente difficile, e le più antiche consultazioni de' due oracoli dir si debbono immaginazioni della tradizione popolare, o de' logografi e de' poeti. Perché non ancora si era spiegato Cadmo qual persona favolosa, allusiva ad Ermete o agli Orientali in generale, Hardion nella fine del secolo XVI credeva e sosteneva come più antico dell’oracolo di Dodona quello di Delfo, per ciò appunto che Cadmo l’avea visitato 31), benché da un altro canto le Peliadi dicevansi anteriori alla Femonoe, prima sacerdotessa di Delfo 32). Ma non par dubbio che una piccola città fu fondata in vicinanza del tempio, perché Polibio, Diodoro e Plutarco dicono che il tempio era presso Dodona, ed a questi storici unir si possono Pindaro ed Euripide, i quali Dodona attribuendo a' Tesproti 33) intendevano la città più che l’oracolo, la quale poi venne via via crescendo, e non può dubitarsene dal teatro, edificato per una popolazione numerosa e stabile, non avventizia, come quella che a Dodona si conduceva per qualche grande festa o panegiri.
Discorso della città, FA. passa alla quistione, se vi fu veramente una più antica città di Dodona nella Tessaglia, dalla quale col passaggio de' Pelasgi o de’ Perrebi, ebbe il nome quella dell’Epiro. Filosseno nel comento all’Odissea scriveva che vi furono due città di Dodona, una nella Tessaglia, un’altra nella Tesprozia, e Cinea e Suida dicevano lo stesso, seguendo forse il medesimo storico 34); ma l’A. la quistione risolve negativamente, e dice che il passo di Omero relativo alla supposta Dodona della Tessaglia si riferisce a quella dell’Epiro, per non esservi al tempo della guerra troiana un limite determinato tra l'Epiro e la Tessaglia. Non altrimenti si pensarono Paulmier di Grentesmenil, Jacobo Ekelund e Cordes 35), con Creuzer e Bach da lui citati; ma Clavier nelle sue note ad Apollodoro sostenne la più antica Dodona nella Tessaglia, quella di cui parla Omero nell’Iliade,e celebre per l'oracolo della quercia, trasferito, o riprodotto nell’Epiro 36), e Smith ancora non dubita che la prima delle relative testimonianze di Omero si riferisce alla Dodona della Tessaglia 37). Né diversamente ha creduto Gerlach, sostenendo la differenza tra la Dodona dell’Etiopia, della quale si parla nell’Odissea, e la Dodona sulla riva del Titaresio, influente del Peneo, ricordata nell'Iliade 38). E più positiva sarebbe la testimonianza di Strabone, il quale parlando della città di Scotussa, dice che presso questa città della Pelasgiotide fu già un oracolo; ma bruciato l’albero e la quercia, dalla quale aveasi l’oracolo, fu per volere di Apollo trasferito a Dodona 39). L’A. riferisce il passo, o il frammento di Strabone, ma non crede alla Dodona della Tessaglia, detta anche Bodona nell’eolico dialetto. Ma se nella Tessaglia non fu una città col nome appunto di Dodona, vi fu certamente l’oracolo, il quale fu trasferito nella Tesprozia, come il nome di Dodona in Italia 40), e probabilmente nella Daunia, nella quale si ricorda che Federico II fabbricò, cioè ricostrusse, una città di Dodona 41); ed in somma se non fu nella Tessaglia una città di Dodona, dalla quale fu ripetuto il nome nella Tesprozia, vi fu la città di Scotussa, il cui oracolo fu ripetuto a Dodona nell’Epiro, e nella Scotussa della Tessaglia parrebbe doversi riconoscere la più antica Dodona. Dalla città di Phegos della Tessaglia Cinea ancora si pensò che trasferito fosse l’Oracolo di Giove Dodoneo; ma poiché di tale città non parlano altri antichi storici e geografi, egli sembra che Cinea l’immaginasse dal celebre faggio (φηγός) di Dodona secondo Erodoto ed Esiodo. Giove fu principalmente adorato a Dodona nella Tesprozia; ma anche nella Tessaglia fu una Dodona, dice Eckermann, e quella della Tesprozia fu la più recente. E se anche a Scotussa fu adorato Giove Dodoneo, fu lo stesso nume pelasgico, dal quale si originò il principale culto di Ζεὺς Ελλάνιος degli Elleni 42). Ma più distintamente L. Heuzey scrive: «Omero ricorda due città de' Perrebi, Ciphos, e soprattutto Dodona con dire che le loro case aoevan poste intorno alla fredda Dodona. Tal nome ha recato meraviglia, e parecchi dotti han creduto una confusione col celebre oracolo dell’Epiro, dal che son provenute dice verse opinioni, che il mio soggetto non mi permette di qui esporre. Ma sembrami naturale che vi fu una città di Dodona de' Perrebi. Essi erano Pelasgi: Il mio dominio si estende sino alla lontana terra de' Perrebi, dice Pelasgo in Eschilo (Suppl. 256 Cf. Simonid. ap. Strab. p. 441. Hieronym. ib. 443). Come tutti i Pelasgi, essi avevano certamente in grande venerazione l’antica religione di Giove. Questo culto primitivo non era soltanto diffuso nell’Epiro, ed il fu anticamente in tutta la Tessaglia, dove le monete rappresentano talvolta Giove coronato di quercia,quello che nomossi Dodoneo (V. Mionnet). I Pelasgi della Tessaglia non aveano forse a Scotussa il loro oracolo, e la loro sacra quercia? Conosciamo ancora le loro feste solenni di Giove, che soprannominavano Petor (Athen. XIV, 639 43). I Perrebi, loro vicini, che furono senza dubbio una delle loro tribù, poterono aver del pari un oracolo dell'antico nume de' Pelasgi, un tempio venerato che si nomò Dodona, come il più celebre santuario dell’Epiro, e fu intorno a questa città sacra che andò ad aggrupparsi l’ultimo avanzo della nazione combattuta da' Lapiti. Si ricorda ch’Issione, il re di questi Lapiti, è rappresentato nelle leggende come un empio eroe, giurato nemico di Giove. E perché non vi sarebbero state due Dodone, come vi furono più Larisse, più Argo, e più Orcomeni? Strabone che niente dice alla leggiera, non dubita di porre una Dodona in que’ monti della Perrebia; soltanto la gloria della grande Dodona fe’ rimanere l'altra oscura, e quasi dimenticata. Nondimeno non se ne perdè del tutto la memoria, perché Apollodoro e Filosseno, commentatore di Omero, confermano la positiva testimonianza di Strabone (ap. Steph. v. Βωδώνη). Essi fanno sapere che tale città nominossi anche Bodone; ma fu questa una forma eolica dello stesso nome, e noi sappiamo che i Perrebi parlavano l’antico dialetto eolico (Steph. Byz. v. Γόννοι).
«Strabone dice chiaramente che i Perrebi tenevano i luoghi montuosi presso l’Olimpo e Tempe, al pari che Cifo, Dodona e le contrade adiacenti al Titaresio (IX, p. 441); e sembrami che tali espressioni dinotino chiaramente la regione che ho nominata il basso Olimpo. Non si è nondimeno preso alla lettera questo testo preciso, e i partigiani della Dodona de' Perrebi ne indicano vagamente la posizione su gli altipiani intermedii tra l’Olimpo ed il Pindo (v. la carta di 0. Muller). E. perché esitare a situarla sullo stesso Olimpo? Non era forse tutto il gran monte sacro a Giove? È al contrario un fatto curioso ed istruttivo il trovare un antico tempio di Dodona fondato su questo monte, e tribù pelasgiche stabilite ne’ tempi più remoti sulle sue pendenze e sui suoi altipiani. Come, e da chi la religione di Giove fu stabilita sull’Olimpo? Deve solo all’altezza delle sue vette, che toccano il cielo, ed all’immaginazione de' poeti di esser divenuto la dimora del signore degli dei ed il sacro monte del paganesimo greco? No certamente, e furono le tribù de' Pelasgi che dapprima vi portarono il culto della loro grande divinità; e poi coll’invasione di nuove tribù altri numi vennero a sedere all'intorno dell’antico nume, il quale ne rimase il loro re. Sarebbe senza dubbio azzardoso il voler determinare esattamente la posizione di una città, della quale gli stessi antichi appena si ricordavano, e che forse non consisteva in altro che in poche capanne alzate intorno ad una sacra quercia. Nell'Olimpo nondimeno e fra' Perrebi indipendenti devesi situarla; ed io volentieri me la figuro come posta in un luogo elevato, in mezzo a grandi boschi che circondano il monistero di Hagia-Triadha 44). Ma ascoltiamo pure un altro dotto viaggiatore, che più distintamente parla della Dodona della Perrebia e della Bodona del Pelio. Nella valle media del Titaresio, egli dice, sopra un suolo cretoso, che le valse l’epiteto omerico di λεύκη (Strab. IX, p. 37, l'antica città d'Olosson si riconosce al nome moderno di Alassona.... Al N. E. all’entrata della pendenza che separa l’Olimpo superiore dall'Octolofo, o basso Olimpo, un’altura boscosa, nominata la Panaghia, serba tuttavia le traccie di un acquidotto scavato nella roccia; al S. O. di Boliana e del monte Goulèna trovasi un altro Paleo-Castro; ed in fine all’E. sulla vetta del monte Denata alcune pietre sparse indicano un’antica costruzione, della quale non può determinarsi l’epoca.... Noi mettiamo alla Panaghia la Dodona della Perrchia, che non si dee confondere colla Dodona de' Selli o Helleni, né con quella del Pelio, detta anche Bodona (Steph. B. p. 74. I Dodonei della Perrebia ricevevano i primi de' Greci le offerte degl'Iperborei avvolte nella paglia di frumento (ἐν καλάμη πυρῶν), e di là portate al golfo Maliaco (Herod. IV, 33), senza dubbio alla Dodona del Pelio, a Caristo nell’Eubea, a Teno, e in fine a Delo. Passeggiando con le sue donne nella pianura al di là di Dodona, dove scorre l’Eurota, Rea partorì Plutone (Carm. Sibyll. III, 227, in L. Holst. ad Steph. 18. Questo Paleo-Castro, situato nel centro della Perrebia, tra le due eminenze dell’Olimpo, e cinto da boschi, conveniva bene allo stabilimento di un oracolo; e l’acquidotto, di cui si veggono gli avanzi,era senza dubbio destinato al servizio del tempio. Le rovine di un antico monistero ci ricordano che i primi Cristiani fondavano spesso le loro chiese sull’area de' templi pagani, come sul tempio di Apollo quella di Hagii Apostoli, ed il passo de' versi sibillini che ho citati, secondo Luca Holstein, ne’ suoi comentarii a Stefano Bizantino, mi sembra decisivo. Secondo questo testo, Dodona era al mezzodì, e l’Eurota scorreva al di là, rispetto alla Grecia:
Τὸ τρίτον αῦ Πλούτωνα ῾Ρέη τέκε δια γυναικῶν
Δωδώνην παριοῦσα, ὅθεν ῾ρέεν ὑγρὰ κέλευθα
Εὐρώτου ποτάμοιο 45)
Per tutto che si è detto delle due, ed anche tre Dodone, alle quali si aggiunge anche la quarta,che fu in una delle nostre contrade, mi son permesso di riferire le opinioni di Heuzey e di Desdevises-Du-Desert; e proseguendo a riferire tutto che rimane della più celebre, l’A. passa a dire de' templi e degli altri pubblici edifizii della città, dei quali se mancano per lo più le precise notizie degli antichi, non mancano gli avanzi, e le induzioni relative alle scarse testimonianze degli scrittori, o de' monumenti. Se ne’ tempi eroici vi fu probabilmente il tempio dedicato insieme a Giove ed a Dione, è certo che nei tempi storici vi furono quelli di Giove e di Afrodite, e probabilmente ancora di altre deità, come a Delfo e ad Olimpia; e i monumenti votivi scoverti nel témenos del tempio principale, consistenti per Io più in basi di statue ed offerte, fanno giustamente supporre che come nell’Alti di Olimpia e nel recinto del tempio di Delfo, furono a Dodona costruzioni diverse delle città greche, che servivano a serbare i tesori e le sacre offerte. Le vittorie a Dodona riportate da Tolomeo e da Berenice, ricordate da Ateneo e da due epigrafi 46), le iscrizioni su due vasi, quella del rapsodo Terpsicle, ed in fine il gran teatro, non fanno dubitare che a Dodona celebravansi pubblici giuochi in onore di Giove Naios e Dione; e l’A. propone pure le sue congetture sulle situazioni dello stadio e dell’ippodromo, l’uno al S. O. del témenos e al S. E. del teatro, l’altro al N. E. dello stesso recinto, e alla distanza di circa cento metri.
Con la stessa accuratezza e precisione, l’A. passa a dire de' sacerdoti e delle sacerdotesse del tempio maggiore. I sacerdoti nomavansi Tamari ed Ipofeti, l’un nome avendo dal monte presso il quale il tempio fu edificato, l’altro dall’uffizio d’interpretare gli oracoli. Il nome di Selli, o Etti, co' quali da alcuni autori sono anche contraddistinti, avea un più generale significato, perché riferivasi non solo a' sacerdoti, ma anche a tutti gli abitanti di Dodona e de' dintorni, fra' quali i sacerdoti si sceglievano. È curioso che anche un fiume del Sannio si nomò Tomaro come il monte della Tesprozia, e nell’antica descrizione delle nostre regioni mi parve di confrontarlo col sacro fiume Tamira de' Fenicii, i quali sotto lo stesso nome adoravano Priapo 47); così che notando pel detto nome del fiume la presenza de' Pelasgi nel Sannio, che l’avrebbero così detto dal luogo onde vennero in Italia, il nome stesso del monte e del fiume non farebbe dubitare dell’origine orientale di quei popoli, ma che in Italia venivano da' dintorni di Dodona, ed il Ζεύς Τόμαρος, con cui da Esichio è indicato il Giove che adoravasi a Dodona, non sarebbe stato che Giove, il quale feconda la terra colle pioggie, il che sembra che il facesse assomigliare da' Fenicii al Dio Priapo; e importa anche notare che sulle mura dell’antica città di Sepino, le cui campagne sono irrigate dal Tamaro, si vede il fallo alato, che ben ricorda il culto portato in Grecia da' Pelasgi 48), e quindi in Italia, come non è dubbio dalla stessa immagine che si vede sulle mura e sulle porte delle antiche città dell’Etruria e del Lazio 49). I Tomuri erano sottomessi ad un capo, che portava il titolo di Naiarco (Ναίαρχος), e sembra, dice l’A., che avessero formato un corpo sacerdotale soggetto a pratiche austere, fra le quali è certamente da annoverare quella di dormir sulla nuda terra, e non lavarsi i piedi, dal che detti erano Ανιπτόποδες, come il dotto A. opportunamente fa notare riferendo la testimonianza dello Scoliaste di Omero (in il. P, 23, alla quale aggiunger si possono le altre di Sofocle (Trach. 116, e di Callimaco (H. in Del. 286) 50);e questa circostanza stessa mi sembra, che confermi l’origine egizia dell’Oracolo Dodoneo, o che essendo stato fondato da' Pelasgi, i quali in origine uscirono, o furono scacciati dall’Egitto, a Dodona propagarono il dogma principale degli Egizii, i quali l’acqua consideravano qual principio sacro della natura, che perciò non potè da' sacerdoti adoperarsi all’abluzione de' piedi. Lo stesso divieto era forse prescritto anche a' sacerdoti Isiaci, e tra' dipinti del tempio d’Iside di Pompei non si vede il sacerdote in atto di elevare l’idria coll’acqua sacra all’adorazione de' fedeli del loro culto tra altri due che facevano risuonare i sistri? E non sembra perciò esatta la ragione che Androne di Alicarnasso dava del detto dovere religioso de’ Selli col dire, che non si lavavano piedi, perché addetti essendo alla milizia, con quell’usanza si rendevano duri a sostenere i travagli della guerra 51). E rileva anche notare che secondo riferisce il citato Scoliaste sulla testimonianza, come sembra, di Alessandro Efesio, i Pleuronii discendevano dagli Elli, e qua' posteri de' Tirreni, sacrificavano a Giove giusta la patria usanza. Col nome de' Tirreni, egli intese certamente i Pelasgi, e la testimonianza mi sembra opportuna contro l’opinione di coloro che i Tirreni considerano come diversi da' Pelasgi. I Tomuri del resto furono in origine destinati al servizio del tempio e dell’oracolo, interpretando i segni profetici, e rispondendo alle dimande di quelli che andavano a consultarlo; ma quando in appresso il culto di Dione fu unito a quello di Giove, egli sembra che le loro funzioni fossero limitate a' sacrifizii ed agli altri sacri uffizii, ed il servizio dell’oracolo fu affidato alle profetesse dette Pelaidi, le quali due dapprima, e più tardi tre, furono alla fine ridotte ad una sola, se crediamo ad una testimonianza di Servio (ad En. III, 46, il quale parlando degli oracoli di Dodona, dice ch’erano riferiti dalla vecchia sacerdotessa Peliade; quae (pracula) murmura anus, Pelias nomine, interpretata hominibus disserebat. Sì antiche furono tali sacerdotesse, che le prime Peliadi dicevansi anteriori alla Femonoe, la prima Pitonessa di Delfo 52); e diedero i responsi dell’oracolo fino a che avendo i Beoti trucidata la sacerdotessa Mirtila 53), que’ popoli furono condannati ad averli da' soli Tomuri. Le Peliadi erano soggette a pratiche religiose non meno austere di quelle de' Tomuri, ed il fatto di Lisandro, il quale non riuscì ad ottenere un oracolo favorevole a' suoi disegni 54), indica forse, dice l’A., che tale austerità non era di pura apparenza, ma che di fatto seguivano principii di religione e di virtù: e sia onore alle Peliadi più che alla Pitonessa di Delfo, la quale vaticinò in favore di Filippo!
I mezzi più celebri di dare gli oracoli furono quelli della quercia e della colomba. La quercia fatidica di Dodona, nella quale, come nell’albero di Efeso, fu la prima sede dell’Oracolo, non solo fu venerata da' più antichi Greci, ma fu pure il mezzo più antico, col quale credevasi che i numi manifestassero i loro voleri agli uomini, perché dallo stormir che faceva, interpretavasi la volontà divina. Giove e Dione risposero ancora col volo della colomba, detta Peliade, come le sacerdotesse, perché fu una colomba parlante, che mandata dall’Egitto, o da Ebe, la figlia di Giove, secondo le tradizioni mitologiche, volò nella selva di Dodona, e fermandosi sopra una quercia altissima, trattenne il pastore Mandila dal tagliarla indicato l’oracolo al boscaiuolo Elio, fu cagione che i Dodonei innalzando il tempio a Giove, v’istituirono l’oracolo 55). Poco da questo differiva il racconto ch’Erodoto udì dalle tre sacerdotesse del tempio, Promenia, Timarete e Nicandra, le quali gli dissero che volando due nere colombe da Tebe di Egitto, l'una andò in Libia, e a' Libii impose d’instituir l'oracolo di Aminone, e l’altra a Dodona, la quale sopra un eschio posata, con voce umana a' Dodonei disse del pari ivi doversi stabilire l’oracolo di Giove. Ma i sacerdoti di Tebe storicamente riferendo il fatto, allo stesso storico aveano prima detto che due sacre ministre furono di Tebe condotte via da' Fenicii, e che l’una fu in Libia venduta, l’altra in Grecia, e che tali donne furon le prime che a' Libii e a' Dodonei instituirono gli oracoli; e più storicamente ancora interpretando Erodoto l'ultima narrazione scrisse parergli che se veramente i Fenicii condussero le sacre donne, e l’una vendettero in Libia, e l’altra in Grecia, la seconda fu venduta nella Pelasgia de' Tesproti, dove in memoria del tempio, nel quale fu a Tebe ministra, sotto un eschio eresse un sacrario a Giove, e poi l’oracolo instituì come comprese la lingua dell’Eliade, e della sorella disse la simile avventura; e parvegli che colombe tali donne furon dette, perché erano barbare, e barbaramente parlavano, dando fuori voci simili a quelli degli uccelli; narrando i Dodonei che la colomba parlasse tostoché ne compresero la favella, e che col dir nera la colomba significarono ch’era egiziana; conchiudendo col dire che l’indovinamento al modo stesso si rendeva ed a Tebe ed a Dodona, e che l'indovinare per via di vittime venne anche dall’Egitto 56). Perché la verità fugge innanzi agli uomini come Laura innanzi ad Apollo, io niente affermo fra le molte cose, che de' due racconti riferiti da Erodoto scrivevano e Gronov, e Le Movne, e Trigland, e De Brosse, e Sallier, e i più moderni Creuzer, Cordes, Lasaulx e Gerlach; ma se con le sacerdotesse che furon dette πελείαι come le colombe, con le colombe sacre a Venere, colla colomba che presso gli Egizii fu il simbolo delle vedove che dedicavansi al servizio de' numi, e coll’aurea colomba, simbolo di Dione, sospesa alla quercia Dodonea, si è cercato spiegare quanto Erodoto narrava delle sacerdotesse Dodonee 57), nel frammento di Esiodo serbato dallo Scoliaste di Sofocle (ad Trachin. 1174), sono le colombe uccelli che si hanno a intendere che abitavano nel fondo del faggio (ἐν πυθμένι φηγοῦ), e quindi dalle colombe prendevansi gli oracoli, il doppio significato di πέλειαι, cioè di vecchie sacerdotesse e di colombe 58), diede occasione al racconto, o all’errore, cangiandosi in prodigio un fatto semplice ed ordinario 59), o che l’oracolo fu fondato da' Pelasgi per consiglio, o autorità di una donna, o profetessa egizia, come spiegava Ekelund (p.; ma non per questo si direbbe meno orientale l’origine del culto di Giove a Dodona, se dall'Oriente passarono in Grecia i Pelasgi, come ora si crede, e come già credeva De Brosses, il quale per ispiegare l'origine dell’oracolo stesso, notava che l’invasione di Giosuè moltiplicò le colonie, o lo spatriamento de' Fenicii in contrade diverse, e che i Pelasgi, scacciati in ogni parte dagli stranieri venuti dalla Jonia, dall'Egitto e dalla Fenicia, continuarono a rifugiarsi ne' monti della Tessaglia e nell’Italia 60). E ad un'altra spiegazione ancora sono stati condotti altri dotti, che non è inutile riferire pe’ curiosi delle spiegazioni delle favole e delle allegorie. Parlando Omero delle scoscese rupi delle Sirene, dice che come ogni altro uccello,
Trasvolarle non sanno impunemente
Nè le colombe pur, che al padre Giove
Recan l'ambrosia : la pulita pietra
Sempre alcuna ne fura, e della spenta
Surroga in vece altra colomba il padre 61).
Di queste colombe disputarono Alessandro ed Aristotele, e chiedendone il principe al maestro, il filosofo dichiarava per che si avessero a intendere; ma l’ozio che ciò riferisce sull’autorità di Tolomeo Efestione 62), fu avaro di poche altre parole per farne sapere la spiegazione, e contentar ci dobbiamo di quanto ne dice Eustazio, cioè ch’eran le Plejadi 63). Le Plejadi sono sorelle delle Hyadi, e nel loro essere, ne’ loro attributi, non dirado scambiavansi ne' mitileune colle altre. Col sorgere e tramontare delle Hyadi principia il tempo delle piogge, ond’ebbero il nome; nelle stesse contrade si pone l’origine dell’ambrosia e delle piogge 64), e la più distinta delle Hyadi è detta Ambrosia 65), e manifesta non solo l’identità delle une e delle altre, ma anche il significato delle ninfe Dodonee nudrici di Giove, e delle colombe che dicevasi nudrir coll’ambrosia, cioè le Plejadi 66); né altra è la spiegazione che non ha molto ne dava un altro dotto scrittore, il quale, ultimo come sembra a trattare la curiosa quistione, più pienamente le veniva considerando, e dalle Plejadi passa a dimostrar le colombe di Omero nelle nuvole, dalle quali scende la pioggia, convenendo con Lauer,il quale parlando delle Colombe Dodonee, dice: «Se la nuvola si considera qual cigno, anche come colomba potè riguardarsi, che si posa sulla quercia, e parla agli uomini col tuono e col fulmine. La colomba fu dagli antichi considerata specialmente come feconda, e la nuvola similmente riguardata potè facilmente indicarsi coll'immagine della colomba 67)». Io vorrei altre osservazioni soggiungere; ma rinviando alla dotta dissertazione di Perthes, dico solo che se fur tali le colombe Dodonee, dalle Plejadi si passò a considerarle come colombe e come donne, pel doppio significato della voce πέλεια, ο πελειάς, che dinotò insieme una vecchia ed una colomba ma con tutto ciò il simbolismo non si direbbe meno originario dell'Egitto, o dell'Oriente, se antichissimo fu il culto delle colombe 68), se la colomba essendo rappresentata come patrona d’Israele, in una immagine simbolica vedevasi tener fermo lo sparviero 69), il sacro e misterioso uccello degli Egizii, con che si accennava alla vittoria del popolo d’Israele sul Paganesimo. E più semplicemente ancora si direbbe che se Melissa o Ape, dicevasi la Pizia di Delfo, come Debora, la profetessa degli Ebrei 70), le sacerdotesse di Dodona dette furon Peliadi, o colombe, perché questi uccelli furon generalmente riguardati come sacri.
Fra' diversi modi del resto di dare gli oracoli a Dodona, i più celebri furono quelli della quercia e della colomba., e l’una prima dell'altra. Nello stormire diverso della quercia fatidica erano i segni del volere divino 71), e poi nel volo della colomba. 72) Poi si aggiunse un bacino, e più tripodi con bacini di bronzo sospesi, dal cui suono toccandosi l’un l’altro aveasi la risposta dell'oracolo 73). Si narra ancora ch’era nel tempio un vaso di rame, e sovr’esso una statuetta con uno staffile (μάστιγα) di rame, voto de' Corciresi. Lo staffile era triplice, fatto di sottili catene, e ne pendevano di tali, che battendo continuamente il vase di rame quando erano agitate da' venti, destavano un suono sì lungo, che dal principio alla fine poteva contarsi sino a 400; dal che venne il proverbio: lo Staffile de' Corciresi 74), applicato a' ciarloni. Più distintamente Polemone scriveva che a Dodona,ossia nel tempio, erano due colonne parallele, non molto distanti una dall’altra, in una delle quali era un vase di bronzo non molto grande simile ad una conca, e nell’altra un fanciullo (παιδάριον), che nella destra teneva un flagello; le cui cordelline agitate dal vento battendo sul vase, davano un suono che durava per quanto il vento soffiava 75), e nel quale s’interpetrava l’oracolo.
La volontà divina manifestavasi ancora a Dodona per mezzo delle sorti, e Cicerone più distintamente di Livio ne parla quando narra che avendo gli Spartani collocata l’urna, una scimia del re de' Molossi disordinò le sorti, e tutto l’apparecchio disperse 76). E si avea l’oracolo anche nel mormorio di una fonte prodigiosa appiè d’una quercia 77), e l’A. indica con probabilità il sito della quercia e della fontana ne’ due e di Azii posti sulla stessa area del tempio, come il bacino colle statuette sulle due colonne all’entrata principale del tempio medesimo. E quelli in fine che andavano a consultare l’oracolo, su lamine di piombo scrivevano, o facevano scrivere da' sacerdoti le loro dimande, alle quali su lamine simili si rispondeva dopo consultato l’oracolo, come si conosce dalle lamine scritte, raccolte tra le rovine del tempio. Dalle domande riferite non può dirsi che l’Oracolo Dodoneo fosse diverso da quello di Delfo, perché se Plutarco dice che non v’era uomo privato, il quale a quest’Oracolo dimandasse consiglio su cose private, ma le grandi città, i re, e i principi ambiziosi di cose importanti interrogavano Apollo 78), ricorda pure che per cose private e di poca stima s’interrogava 79); e da Pausania sappiamo che l’Oracolo di Dodona fu consultato dopo la calamità di Elice 80), prima della spedizione contro la Sicilia 81), e più anticamente dopo l’espugnazione di Tebe 82), e nella grande penuria di Teuti 83), poiché l’Arcade Ornito dagli altri Greci si scompagnò, che movevano contro Troja,e da Aulide ricondur volle le schiere nella sua patria.
Nell’ultimo capitolo dell’opera l’A. parla della distruzione del tempio, la quale essendo cominciata per opera di Dorimaco, generale degli Etoli verso il 220 a. C., fu continuata da' Traci nell’Epiro da Mitridate mandati verso l’anno 88 a. C. quando era in guerra co’ Romani, e con la spoliazione di Paolo Emilio avvenuta nel 168 84). Per tali catastrofi scomparso quasi l’oracolo, Dodona e i due templi rimasero distrutti. Dopo del quale tempo si può credere, io soggiungo, che il governo fu trasferito a Bunima, perché l’atto dell’ospitalità concessa a Caio Rennio Dazupo di Brindisi non fu scritto a Dodona, sì bene a Bunima, pressò Trampia 85) o Tvmphae in vicinanza delle fonti dell’Aratto 86), o dell’Arto di oggidì, come ha fatto notarmi l’ottimo amico sig. Costantino Euthymiades, al cui avviso ho ricorso per non aver compresa l’espressione della lapida EMBOVNEIMAIC, da doversi leggere EN BOVNEIMAIC (ἐν Βουνείμαις). Ma da una parte delle antiche offerte votive, trovate sotto le fondamenta delle mura romane, l’A. argomenta che i due templi furono riedificati. Il nuovo tempio di Giove fu ricostrutto su’ ripieni delle rovine dell’antico, senza che si possa indicarne l’epoca. Strabone ricorda che al suo tempo l'Epiro coll'Illirico era quasi deserto, abitato essendo in villaggi tra rovine, e che mancato era l’oracolo 87). Livio e Plutarco non ne parlano come in essere nella loro età; e dolendosi Luciano della deserta Dodona, Massimo Tirio non parla dell’oracolo che secondo la narrazione de' Tesproti 88). Ma perché Pausania ricorda il tempio di Giove e la sacra quercia, che dice degne di esser vedute 89), si può plausibilmente congetturare che solo verso la fine del primo secolo dell’era cristiana, ed il cominciamento del II, l’oracolo ricominciò a dare i responsi. E se tacque del tutto quando il Cristianesimo divenne la religione dell'impero, la città non era senza dubbio distrutta nel III secolo, e l’A. il congettura dalle monete scopertevi di Costantino e di Crispo, credendo anche probabile che ne’ primi tempi cristiani ne fu ristaurato l’Oracolo, e per opera di Giuliano, perché Libanio dice che l’imperadore consultò gli oracoli della Grecia prima d’imprendere la spedizione contro la Persia 90); ma Imerio per vero, il quale visse nella stessa età, non parla di Dodona, che come già ammutolita 91), il che parrebbe non doversi intendere che dell’oracolo, se la testimonianza di Servio non vi fosse, dalla quale si raccoglie, che l’oracolo non era cessato nel secolo seguente, sebbene non si avesse da' responsi, ma solo dallo stormire delle foglie della sacra quercia, dal suono de' bacini, o dalle fonti, come congettura Wolff 92), perché un Illirico ladrone impose recidersi la quercia Dodonea, e ne cessavano affatto gli oracoli, come Servio scriveva, poco prima della metà del IV secolo 93).
Come molti templi della Grecia, quello di Dodona fu trasformato in chiesa, ed oltre delle tre absidi ne’ tre lati del pronao del tempio che ne danno la pruova, benché tra quelle rovine non siasi trovato indizio del culto cristiano, non può dubitarsene dalla memoria de' Vescovi di Dodona, de' quali il più antico fu Teodoro, il quale intervenne al concilio di Efeso nel 431, e dopo Filoteo ed Uranio l’ultimo fu Giuliano nel VI secolo 94). Una piccola città cristiana col nome barbaro di Bonditza successe ancora all’antica 95); e perché il recinto fortificato, tutto di mura elleniche, non contiene tracce di nuove costruzioni, l’A. la crede nell’area dell’antico stadio, al S. O. del Tèmenos, dove ha scoverto molte muraglie costrutte con piccole pietre. Una parte dello stesso Tèmenos fu forse anche compresa nella città moderna, ma il tempio di Afrodite, l’area de' monumenti votivi, e quella de' due edifizii nel recinto del tempio ne furono esclusi. E non avendo potuto l’A. determinare l’epoca in cui la nuova città e la chiesa furono distrutte, ha creduto nondimeno che ciò avvenne nel IV secolo, allorché, come narra Procopio, i Goti sotto Totila dopo aver messo a sacco la città di Corcira, passavano sul continente, e diedero il guasto a' dintorni dell’antica Dodona 96).
Le dotte illustrazioni de' ch. socii dell’Istituto di Francia i sigg. Barone De Witte, Egger ed Heuzey compiono l’illustrazione degli oggetti varii a Dodona scoverti. Ricordar tutto non mi è possibile, e facendo fine alla breve relazione, soggiungo solo che per le recenti scoperte, non si può più dubitare della vera situazione di Dodona. Molta lode ne viene al dotto A., né è meno da encomiare il sig. Hachette, il quale colla bellissima edizione dell’opera ha per sua parte contribuito come editore alla importante pubblicazione. Se ancora la città e l’oracolo di Meroe, la città e l’oracolo di Delfo, come altri famosi templi di Venere a Pafo, di Giove in Olimpia, di Apollo a Bassse nell’Arcadia, e di Diana in Efeso, non mancano d’importanti illustrazioni d’insigni viaggiatori ed archeologi, ora il nome di C. Carapanos si unisce a quelli di Caillaud, di Munter, di Minutali, di Toelken, di Quatremère de Quinci, di Stackelberg, di Falkener, di Foucart e di Wescher, e di tanti altri, che con dotti studii contribuivano alla conoscenza di quei templi insigni; e sia onore e riconoscenza a tutti, se ne’ vani e criminosi agitamenti della vita degli uomini, ne’ mali
Si lunghi, inattesi, e cosi tristi
Di guerra struggitrice de mortali 97),
la sola scienza rimane per onorare l’umanità.
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(1) Il Presidente sig. Bartolomeo Capasso si mostrava soprattutto desideroso di aver contezza dell'opera.
(2) Cic. De Div. I, 1.
(3) Wladimir Brunet de Presle, Recherches sur les Etabliss. des Grecs en Sicile. Paris 1845, p. 75.
(4) Arist. Polit. I, 2. 23. Η΄ δὲ κτητική.... οἷου ἡ δικαία, πολεμική τις οὖσα ἡ θυρευτική. Cf. ib. 3, 8.
(5) Plut. Alex. XIV.
(6) Per l'un oracolo veggasi Strabone (VI, p. 250), e per l'altro Cicerone (De Fato 3), Eliano (Var. Hist. III, 45), e Valerio Massimo (1, 8, 9 ext. ).
(7) Plin. H. N. VII, 30, 2. Archilochi pоеtae interfectores Apollo arcuit Delphis. — Galeno (Suasor. 6) riferisce il verso dalla Pizia pronunziato: Lungi, o profano, che uccidesti il vate. La testimonianza di Enomao (ap. Euseb. Pr. Ev. V, 33), il quale nominava Archia l'uccisore del poeta, e quelle di Plutarco (De ser. num. vind. 17) e di Suida (υ. Αρχί λοχος), che il nominarono Calonda per soprannome Corace, si accordano con dirsi che furono entrambi, con che si comprova l'autorità di Plinio, il quale ne ricorda più uccisori.
(8) Plut. De def. Orac. 46.
(9) Plut. De Pyth. Orac. 19.
(10) Mnaseas ap. Steph. Byz. υ. Δωδώνη: Διτταὶ δ'εἰσὶ Δωδῶναι, αὕτη καὶ ἡ ἐν Ιταλία, καθάπερ ἄλλοι καὶ Μνασέας. — Cf. Storia delle Due Sicilie. Nap. 1847, t. III, p. 586.
(11) Voyage de la Grèce. Paris 1826, t. I, p. XV, 194.
(12) K. Mannert (Geogr. d. Gr. u. Römer. Landshut 1812, t. VII, p. 674) scriveva che Dodona fu a Bonditsa sull'autorità dei piccoli frammenti ('Αποσπασμάτια) geografici che si leggono in fine del IV tomo de' Geografi Minori editi da Hudson (0xon. 1712, p. 43), copiati dalle aggiunte a Codino, De off. Magnac Eccl. etc. Paris. p. 404.
(13) Plin. H. N. IV, 1, 2: Dodonaei Jovis templum, oraculo illustre: Tomarus mons, centum fontibus circa radices, Theoротpo celebratus.
(14) Plut. Pyrr. 5.
(15) Serv. ad Æn. III, 466.
(16) Iliad. V. 371. — Cf. Apollod. I, 3, 3.
(17) Ap. Steph. Βyz. υ. Δωδώνη.
(18) Strab. VII, 7, 10. Schol. Homer. Il. II, 234. Steph. Βyz. v. Δωδώνη.
(19) Pausania (I, 17, 5) ricorda presso Cichiro la palude Acherontea, dicendo ancora che vi scorreva l'acqua di Cocito, d'un sapore ingratissimo; e che da' fiumi della Tesprozia Omero impose i nomi ai fiumi infernali.
(20) Rhian. ap. Schol. Apollon. Rh. III, 1090. — Strab. IX, p. 443 — Apollod. ap. Schol. Apollon. Rh. III, 1090. — Cf. N. Saal, Rhiani Benaci quae supers. Bonnae 1831, p. 37.
(21) K. H. W. Völcker, Die Mythol. des Japet. Geschlechtes. Giessen 1824, p. 342.
(22) Strab. IX, p. 436.
(23) Steph. Byz. v. Α'γαμήδη.
(24) Diod. Sic. V, 85.
(25) Völcker, Op. cit. p. 344, 348, sq.
(26) Homer. Il. IX, p. 395.
(27)Hesych. v. Σκοτία.
(28) Herod. II, 59. — Cf. Eckermann, Mythol. Lips. 1845, t. I, p. 80.
(29) Plut. De Is. et Osir. 29. — Cf. Müller, Archaeol. p. 278.
(30) Dionys. Perieg. v. 509.
(31) Hardion, Première Diss. sur l'Oracle de Delphes, Mėm. des Inscr. t. III, p. 140.
(32) Paus. X, 12, 5.
(33) Pind. ed. Heyne,fr. 14. — Eurip. Phocniss. v. 989.—Cf. Strab. VII, p. 505.
(34) Steph. Byz. υ. Δωδώνη.
(35) J. Palmier de Grentesmenil, Graeciae antig. descr. Lugd. Bat. 1678, p. 326. — Jac. Ekelund, De Oraculo Dodonaeo, Lundae 1814, p. 5. — Fred. Cordes, De Oraculo Dodonaco. Groningae 1826, p. 30 seqq.
(36) Clavier, Hist. des premiers temps de la Grèce. Paris 1832, t. II p. 39.
(37) Dict. of anc. Geogr. t. I, p. 782.
(38) Franz Dorotheus Gerlach, Dodona. Basel 1859, p. 18.
(39) Strab. VII, 1.
(40) Steph. Byz. υ. Δωδώνη, ed. Pinedo p. 744.
(41) Capecelatro, Stor. di Nap. ed. Gravier, P. II, p. 356, 394. — Cf. Storia delle Due Sicilie, Nap. 1847, t. III, p. 586 sg.
(42) Eckermann, Mythol. t. II, p. 27.
(43) Tali feste furono da' Pelasgi trasferite a Roma, dove furon celebri col nome di Saturnali.
(44) L. Heuzey, Le Mont Olympe et l'Acarnanie. Paris 1860, p. 59-62.
(45) Th. Desdevises — Du Desert, Géogr. ancienne de la Macedoine. Paris 1863, p. 277 seg.
(46) Athen. V, 35. — Boeckh, C. inscr. gr. n. 2908. — Rangabė, Antiqq. hell. n. 967.
(47) Movers, Die Phoenizier t. I, p. 661.— Cf. Storia delle Due Sicilie t. I, p. 327.
(48) Herod. II, 51.
(49) Dennis, The Cities and Cemeteries of Etruria. London 1848, t. II, p. 123, nota (1).
(50) Cf. Heyne, ad Homer. t. VII, p. 383 sqq.
(51) Andr. Halicarn. ap. Schol. Homer. ib.
(52) Paus. X, 12, 5.
(53) Plut. Provv. 9. — Zenob. Provv. II, 84.
(54) Diod. Sic. XIV, 13, 3.—Plut. Lys. 26.
(55) Herod. II, 54 sqq. — Serv. ad Æn. III, 466. Schol. in Homer. Il. II, 234. — Proxen. ap. Schol. Homer, Odyss. ξ, 327. — Dionys. Hal. I, 14. Strab. VII, fr. 1. — Eustath. in Homer. Odyss. ξ, 327.
(56) Herod. II, 54-57.
(57) Vedi Baehr, ad Herod. II, 57.
(58) Hesych. υ. Πελείαι.
(59) Valckenaer, ad Eurip. Phoeniss. 1475.
(60) De Brosses, Sur l'Oracle de Dodone. Mèm. des Inscr. t. XXXV, p. 93, 98.
(61) Homer. Odyss. XII, 59 sqq.
(62) Phot. Bibl. Cod .CXC. — Ptol. Hephest. Nov. hist. I, 15.
(63) Eustath. in Odyss. μ, 63.
(64) Eurip. Hippol. 737 sqq. — Cf. Homer. H. in Vener. VI, 3.
(65) Hygin. P. A. II, 21.
(66) K. H. W.Völcker, Die Mythol. des Japetisch. Geschlechtes. Giessen 1824, p. 87.
(67) Lauer, System der griech. Mythologie p. 176. Cf. Perthes, Die Peleiaden zu Dodona. Moers 1869, p. 26.
(68) Schwebel, De antiquiss. columbar. sacro ap. paganos cultu. Onold, 1797. Wernsdorf, De columba sancta Syrorum. Helmst. 1761.
(69) Sohar t. II, fol. 51 ed. Amst.
(70) Pind. Pyth. IV, 60. Jos. Flav. Ant. Jud. V, 5, 2.
(71) Homer. Odyss. XIV, 327. XIX, 296. bPlat. Phaedr. XXII. — Soph. Trach. 1168. Sen. Herc. Oet. 1473. — Val. Fl. Argon. I, 304. — Apollodoro (IV, 9, 16), Apollonio Rodio (IV, 583), ed Orfeo (Argon. 294, 1154) narrano che Minerva alla prora della nave Argo adatto una tavola di faggio tolta dalla selva di Dodona.
(72) Herod. II, 57. — Soph. Trach. 172. — Paus. X, 12, 5.
(73) L'autorità principale è Demon ap. Steph. Βyz. v. Δωδώνη. — Cf. Paus. VII, 21, 2.Serv. ad Æn. III, 466.
(74) Strab. VII, fragm. Vatic. 3.
(75) Polem. ap. Steph. Byz. υ. Δωδώνα. Cf. Preller, Polem. Perieg. fragm. Lips. 1838, p. 57 sq. — Eustath. p. 1760. — Spanhem. ad Callim. H. in Del. 286.
(76) Cic. De Nat. Deor. I, 34. – Liv. VIII, 24, 1.
(77) Lucret. VI, 879. — P. Mela II, 65? — Plin. Η. Ν. 11, 103, 106. — Serv. ad Æn. III, 466.
(78) Plut. De Pyth. Orac. XXVI.
(79) Id. ibid. XXIX.
(80) Paus. VII, 25, 1.
(81) Id. VIII, 11, 12.
(82) I, IX, 25, 8.
(83) Id. VIII, 28, 4, sqq.
(84) Polyb. IV, 67. — Diod. Sic. XXVI, 7. Strab. VII, 7, 3. — Plut. P. Emil. 29. — Dion. Cass. XXXVI, fr. 101, 2.
(85) Steph. Byz. υ. Βούνειμα.
(86) Strab. VII, p. 326. La città di Tymphe ebbe il nome dal monte omonimo, ricordato da Strabone e Licofrone (v. 795 sqq.), e nelle rovine pelasgiche all'oriente del villaggio di Paliouri è stata riconosciuta da Pouqueville (Voyage de la Gréce t. II, p. 88).
(87) Strab. VII, fr. 9.
(88) Lucian. Icarom. 44. — Max. Tyr. Diss. XXIV init.
(89) Paus. I, 17, 5. — Altrove (VIII, 23, 5) lo stesso autore col vinchio che vedevasi nel tempio di Giunone a Samo, celebra per antichità la quercia di Dodona.
(90) Liban. Opp. p. 252, D.
(91) Himer. Ecl. XX, 5.
(92) De novissima Oraculorum aetate. Berolini 1854 in 4, p. 13.
(93) Serv. ad Æn. III, 466.
(94) Lequien, Oriens Christianus v. I, p. 1425. v. II, p. 1955.
(95) Jerocl. Synedecm. XII.
(96) Procop. De bello Goth. IV, 22, 3.
(97) Orac. ap. Paus. III, 8, 9.
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Nicola Zitara mi chiese diverse volte di cercare un testo di Samir Amin in cui is parlava di lui - lho sempre cercato ma non sono mai riuscito a trovarlo in rete. Poi un giorno, per caso, mi imbattei in questo documento della https://www.persee.fr/ e mi resi conto che era sicuramente quello che mi era stato chiesto. Peccato, Nicola ne sarebbe stato molto felice. Lo passai ad alcuni amici, ora metto il link permanente sulle pagine del sito eleaml.org - Buona lettura! Le développement inégal et la question nationale (Samir Amin) |
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